Come riassumere l’anno del covid-19 da una prospettiva storica più ampia? Molti credono che il terribile tributo imposto dal nuovo coronavirus sia la prova dell’impotenza dell’umanità di fronte alla forza della natura. In realtà, il 2020 ha dimostrato che l’umanità è tutt’altro che impotente. Le epidemie non sono più forze naturali incontrollabili. La scienza le ha trasformate in sfide gestibili. Perché, allora, ci sono stati tanti morti e tanta sofferenza? La colpa è di decisioni politiche sbagliate.

In passato, quando gli esseri umani affrontavano flagelli come la peste nera, non avevano idea di quale fosse la causa né di come si potessero fermare. Quando arrivò l’influenza del 1918, i migliori scienziati del mondo non furono in grado di identificare il virus mortale, molte delle contromisure adottate furono inutili e i tentativi di sviluppare un vaccino efficace si dimostrarono vani. Con il covid-19 le cose sono andate molto diversamente. I primi campanelli d’allarme su una possibile nuova epidemia hanno cominciato a suonare alla fine di dicembre del 2019. Il 10 gennaio 2020 gli scienziati non solo avevano isolato il virus responsabile, ma ne avevano anche sequenziato il genoma e pubblicato le informazioni online. Nel giro di pochi mesi è diventato chiaro quali misure potevano rallentare e fermare il contagio. In meno di un anno sono stati prodotti in massa diversi vaccini efficaci. Nella guerra tra gli esseri umani e i virus, i primi non sono mai stati così potenti.

Oltre ai risultati senza precedenti della biotecnologia, l’anno del covid ha anche messo in evidenza il potere della tecnologia dell’informazione. In epoche precedenti l’umanità raramente aveva potuto fermare le epidemie, perché gli esseri umani non potevano monitorare le catene dell’infezione in tempo reale e perché fermare le attività in modo prolungato aveva un costo economico proibitivo. Nel 1918 si potevano mettere in quarantena le persone colpite dall’influenza, ma non si potevano tracciare i movimenti dei soggetti presintomatici o asintomatici. E se qualcuno avesse ordinato all’intera popolazione di un paese di rimanere a casa per settimane, avrebbe provocato la rovina economica, il crollo della società e la fame di massa. Al contrario, nel 2020 la sorveglianza digitale ha reso molto più facile monitorare e individuare i vettori della malattia, e questo ha reso possibile una quarantena più selettiva e più efficace. Ma soprattutto, l’automazione e internet hanno reso praticabili i lockdown prolungati, almeno nei paesi ricchi. Mentre in alcune parti del mondo in via di sviluppo è ancora vivo il ricordo delle piaghe del passato, in gran parte dei paesi ad alto reddito la rivoluzione digitale ha cambiato tutto.

Prendete l’agricoltura. Per millenni la produzione alimentare si è basata sul lavoro umano e circa il 90 per cento delle persone lavorava nell’agricoltura. Oggi nei paesi ricchi non è più così. Negli Stati Uniti, solo l’1,5 per cento della popolazione lavora nelle aziende agricole, e questo è sufficiente non solo a sfamare tutti, ma anche a rendere il paese uno dei principali esportatori di prodotti alimentari. Quasi tutto il lavoro agricolo è svolto da macchine. I lockdown hanno quindi conseguenze limitate sull’agricoltura.

Un gatto in tribunale
Immaginate un campo di grano ai tempi della peste nera. Se avessero detto ai braccianti di restare a casa al momento del raccolto, la popolazione sarebbe morta di fame. Se gli avessero detto di andare a raccoglierlo si sarebbero contagiati a vicenda. Che fare? Ora immaginate lo stesso campo di grano nel 2020. Un’unica mietitrebbia guidata attraverso un sistema gps può mietere un intero campo con un’efficienza di gran lunga maggiore e con zero possibilità di infezione. Mentre nel 1349 un bracciante agricolo medio raccoglieva circa cinque staia al giorno, nel 2014 una mietitrebbia ha stabilito un record raccogliendone 30mila al giorno. Di conseguenza, il covid-19 non ha avuto effetti significativi sulla produzione globale di colture di base come il grano, il mais e il riso.

Ma per sfamare le persone non basta raccogliere il grano. Bisogna anche trasportarlo, a volte per migliaia di chilometri. Per la maggior parte dei secoli, il commercio è stato uno dei principali “cattivi” nella storia delle pandemie. Gli agenti patogeni letali si spostavano in tutto il mondo sulle navi mercantili e le carovane a lunga percorrenza. Per esempio, la peste nera del trecento ottenne un passaggio dall’Asia orientale al Medio Oriente lungo la via della seta, e furono le navi mercantili genovesi a portarla poi in Europa. Il commercio rappresentava una minaccia così mortale perché ogni carro aveva bisogno di qualcuno che lo guidasse, servivano decine di marinai per governare anche piccole imbarcazioni e le navi e le locande affollate erano focolai di malattie.

I fattorini sono stati il filo rosso che ha tenuto insieme la civiltà

Nel 2020 il commercio globale ha potuto continuare a funzionare più o meno agevolmente perché coinvolgeva pochissimi esseri umani. Oggi una nave portacontainer in gran parte automatizzata può trasportare più tonnellate della flotta mercantile di un intero regno dell’inizio dell’era moderna. Nel 1582 la flotta mercantile inglese aveva una capacità di carico totale di 68mila tonnellate e aveva bisogno di circa 16mila marinai. La nave portacontainer della Orient overseas container line di Hong Kong, varata nel 2017, può trasportare circa 200mila tonnellate con un equipaggio di appena 22 persone.

È vero, le navi da crociera con centinaia di turisti e gli aerei pieni di passeggeri hanno avuto un ruolo importante nella diffusione del covid-19. Ma il turismo e i viaggi non sono essenziali per il commercio. I turisti possono rimanere a casa e gli uomini d’affari possono usare Zoom, mentre navi fantasma automatizzate e treni quasi privi di esseri umani mantengono in moto l’economia globale. Nel 2020, mentre il turismo internazionale crollava, il volume del commercio marittimo globale è calato solo del 4 per cento.

L’automazione e la digitalizzazione hanno avuto un impatto ancora maggiore sui servizi. Nel 1918 era impensabile che uffici, scuole, tribunali e chiese potessero continuare a funzionare durante un lockdown. Se studenti e insegnanti restavano a casa, come si poteva fare lezione? Oggi conosciamo la risposta. Il passaggio alla modalità online ha molti inconvenienti, non ultimo l’immenso costo psicologico. Ha anche creato problemi prima inimmaginabili, come nel caso dell’avvocato la cui immagine è stata sostituita per errore da quella di un gatto durante un collegamento con il tribunale. Ma il fatto che sia possibile è comunque sbalorditivo.

Nel 1918 l’umanità abitava solo il mondo fisico e quando il virus dell’influenza mortale invase quel mondo, non ci si poteva rifugiare in nessun posto. Oggi molti di noi abitano due mondi: quello fisico e quello virtuale. Quando il coronavirus è circolato nel mondo fisico, molte persone hanno spostato gran parte della loro vita in quello virtuale, dove il virus non poteva seguirle. Ovviamente gli esseri umani sono ancora esseri fisici e non tutto può essere digitalizzato. L’anno del covid ha evidenziato il ruolo cruciale che molti lavori pagati poco svolgono nel mantenimento della civiltà umana: infermieri, operatori sanitari, camionisti, cassieri, addetti alle consegne. Si dice spesso che ogni civiltà è a tre pasti dalla barbarie. Nel 2020 i fattorini sono stati il filo rosso che ha tenuto insieme la civiltà. Sono diventati la nostra importantissima linea di comunicazione con il mondo fisico.


Mentre l’umanità si automatizza, si digitalizza e sposta le sue attività online, emergono nuovi pericoli. Una delle cose più notevoli dell’anno del covid-19 è stata che internet ha retto. Se aumentiamo improvvisamente la quantità di traffico che passa su un ponte, possiamo aspettarci ingorghi e forse anche il crollo del ponte. Nel 2020 scuole, uffici e chiese si sono spostati online quasi dall’oggi al domani, e il web ha resistito. Difficilmente ci soffermiamo a pensarci, ma dovremmo farlo. Dopo il 2020 sappiamo che la vita può andare avanti anche quando un intero paese è fisicamente bloccato. Provate a immaginare cosa succederebbe se la nostra infrastruttura digitale si arrestasse in modo anomalo.

La tecnologia dell’informazione ci ha reso più capaci di reagire di fronte ai virus, ma anche molto più vulnerabili alle minacce e alle guerre informatiche. Molti si chiedono quale sarà il prossimo covid. Un attacco alla nostra infrastruttura digitale è uno dei candidati principali. Ci sono voluti mesi prima che il coronavirus si diffondesse nel mondo e infettasse milioni di persone. La nostra infrastruttura digitale potrebbe crollare in un solo giorno. E mentre le scuole e gli uffici potrebbero spostarsi rapidamente online, quanto tempo ci vorrebbe per tornare dalle email alla posta ordinaria?

L’anno del covid ha messo in luce un limite ancora più importante del nostro potere scientifico e tecnologico. La scienza non può sostituire la politica. Quando è il momento di decidere quali misure adottare, bisogna tenere conto di molti interessi e valori e, poiché non esiste un metodo scientifico per determinare quali interessi e valori sono più importanti, non esiste un metodo scientifico per decidere cosa fare. Per esempio, quando si deve decidere se imporre un lockdown, non è sufficiente chiedersi: “Quante persone si ammaleranno di covid-19 se non lo facciamo?”. Ma bisogna anche chiedersi: “Quante persone cadranno in depressione se imponiamo un blocco? Quante persone soffriranno a causa della denutrizione? Quante perderanno la scuola o il lavoro? Quante saranno maltrattate o uccise dai loro conviventi?”. Anche se tutti i nostri dati sono accurati e affidabili, dovremmo sempre chiederci: “Cosa conta di più? Chi lo decide? Come confrontiamo le cifre?”. Questo è compito dei politici più che degli scienziati. Sono loro che devono bilanciare le considerazioni sanitarie, economiche e sociali per elaborare una politica complessiva.

Nel frattempo i tecnici stanno creando nuove piattaforme digitali che ci aiutano a funzionare in caso di lockdown e nuovi strumenti di sorveglianza che ci aiutano a spezzare le catene del contagio. Ma la digitalizzazione e la sorveglianza mettono a rischio la nostra privacy e aprono la strada all’emergere di regimi totalitari senza precedenti. Nel 2020 la sorveglianza di massa è diventata non solo più legittima ma anche più comune. Combattere l’epidemia è importante, ma vale la pena rinunciare alla nostra libertà per farlo? È compito dei politici più che dei tecnici trovare il giusto equilibrio tra sorveglianza utile e incubi distopici.

Evitare la dittatura digitale
Tre regole di base possono fare molto per proteggerci dalle dittature digitali, anche in tempi di pandemia. In primo luogo, ogni volta che si raccolgono dati sulle persone, specialmente sul loro stato di salute, questi dati dovrebbero essere usati per aiutarle, non per manipolarle, controllarle o danneggiarle. Il mio medico sa molte cose estremamente intime su di me. Questo non mi preoccupa, perché confido nel fatto che usi queste informazioni a mio vantaggio e non le venda a nessuna azienda privata o partito politico. Dovrebbe essere lo stesso per qualsiasi tipo di “autorità di sorveglianza pandemica” che decidessimo di istituire.

In secondo luogo, la sorveglianza deve sempre andare in entrambe le direzioni. Se va solo dall’alto verso il basso, può portare alla dittatura. Quindi, ogni volta che aumenta la sorveglianza sugli individui, dovrebbe aumentare anche quella sui governi e sulle grandi aziende. Per esempio, oggi i governi stanno distribuendo enormi quantità di denaro. L’assegnazione dei fondi dovrebbe essere più trasparente. Come cittadino, vorrei poter sapere chi li ottiene e chi ha deciso dove andranno quei soldi. Voglio assicurarmi che vadano alle aziende che ne hanno davvero bisogno invece che a una multinazionale di proprietà di amici di un ministro. Se il governo dice che è troppo complicato creare un simile sistema di monitoraggio nel mezzo di una pandemia, non credeteci. Se si può monitorare quello che facciamo noi, non sarà troppo complicato controllare quello che fa il governo.

Terzo, non bisognerebbe permettere mai che troppi dati siano concentrati in un unico posto. Né durante l’epidemia né quando sarà finita. Il monopolio dei dati può aprire la strada a una dittatura. Quindi, se si raccolgono dati biometrici sulle persone per fermare la pandemia, a farlo dovrebbe essere un’autorità sanitaria indipendente, non la polizia. E i dati raccolti dovrebbero essere tenuti separati da altri database dei ministeri e delle multinazionali. Certo, questo può creare ridondanze e inefficienze. Vogliamo prevenire l’ascesa della dittatura digitale? Manteniamo le cose almeno un po’ inefficienti.

Il “nazionalismo vaccinale” sta creando un nuovo tipo di disuguaglianza

I successi scientifici e tecnologici senza precedenti del 2020 non hanno risolto la crisi del covid-19. Hanno trasformato la pandemia da calamità naturale in dilemma politico. Quando la peste nera uccise milioni di persone, nessuno si aspettava molto dai re e dagli imperatori. Circa un terzo degli inglesi morì durante la prima ondata di quel flagello, ma questo non fece perdere il trono a re Edoardo III d’Inghilterra. Era chiaramente al di là del potere dei governanti fermare l’epidemia, quindi nessuno li accusava di aver fallito.

Ma oggi l’umanità ha gli strumenti scientifici per fermare il covid-19. Diversi paesi, dal Vietnam all’Australia, hanno dimostrato che anche senza un vaccino i mezzi già disponibili possono fermare l’epidemia. Questi strumenti, tuttavia, hanno un prezzo economico e sociale elevato. Possiamo sconfiggere il virus, ma non siamo sicuri di essere disposti a pagare il prezzo di questa vittoria. Ecco perché i risultati scientifici hanno posto un’enorme responsabilità sulle spalle dei politici. Purtroppo, troppi di loro non sono stati all’altezza di questa responsabilità. Per esempio, i presidenti populisti di Stati Uniti e Brasile hanno minimizzato il pericolo, si sono rifiutati di ascoltare gli esperti e hanno permesso che si diffondessero teorie del complotto. Non hanno escogitato un solido piano d’azione nazionale e hanno sabotato i tentativi delle autorità statali e municipali di fermare la diffusione del contagio. La negligenza e l’irresponsabilità dei governi Trump e Bolsonaro hanno provocato centinaia di migliaia di morti che si potevano evitare.

Nel Regno Unito il governo sembrava inizialmente più preoccupato per la Brexit che per il covid-19. Nonostante tutte le politiche isolazioniste, l’amministrazione Johnson non è riuscita a isolare il paese dall’unica cosa che contava davvero: il virus. Anche il mio paese d’origine, Israele, ha sofferto di una cattiva gestione politica. Come nel caso di Taiwan, Nuova Zelanda e Cipro, Israele è in effetti un “paese insulare”, con confini chiusi e un solo cancello d’ingresso principale: l’aeroporto Ben Gurion. Tuttavia, al culmine della pandemia, il governo Netanyahu ha permesso che i viaggiatori in arrivo lasciassero l’aeroporto senza chiedergli di osservare una quarantena o addirittura senza controlli adeguati, e non si è preoccupato di far rispettare il lockdown.

Oggi sia Israele sia il Regno Unito sono stati in prima linea nelle campagne vaccinali, ma quegli errori di valutazione iniziali gli sono costati cari. Nel Regno Unito la pandemia ha ucciso 120mila persone. Israele è al settimo posto nel mondo per tasso medio di casi confermati e, per contrastare il disastro, ha stretto un accordo sui “vaccini in cambio di dati” con l’azienda statunitense Pfizer. La Pfizer ha accettato di fornire a Israele vaccini sufficienti per l’intera popolazione in cambio di enormi quantità di informazioni importanti, sollevando preoccupazioni sulla privacy e sul monopolio dei dati e dimostrando che questi sono ormai una delle risorse più preziose in mano agli stati.

Anche se alcuni paesi si sono comportati molto bene, finora l’umanità non è riuscita a contenere la pandemia o a escogitare un piano globale per sconfiggere il virus. Nei primi mesi del 2020 è stato come guardare un incidente al rallentatore. La comunicazione ha permesso a tutti di vedere in tempo reale le immagini prima da Wuhan, poi dall’Italia, poi da molti paesi, ma non è emersa nessuna leadership globale in grado di impedire alla catastrofe di travolgere il mondo. Gli strumenti c’erano, ma troppo spesso è mancata la saggezza politica.

Una delle ragioni del divario tra il successo scientifico e il fallimento politico è che gli scienziati hanno collaborato a livello globale, mentre i politici tendevano a litigare. Lavorando in condizioni di forte stress e incertezza, gli scienziati di tutto il mondo hanno condiviso liberamente le informazioni e si sono affidati ai risultati e alle intuizioni gli uni degli altri. Molti importanti progetti di ricerca sono stati condotti da squadre internazionali. Per esempio, uno studio chiave che ha dimostrato l’efficacia delle misure di contenimento è stato condotto da ricercatori di nove istituzioni: una nel Regno Unito, tre in Cina e cinque negli Stati Uniti.

Al contrario, i politici non sono riusciti a formare un’alleanza internazionale contro il virus e ad accordarsi su un piano globale. Le due principali superpotenze, Stati Uniti e Cina, si sono accusate a vicenda di non svelare informazioni vitali, di diffondere disinformazione e teorie del complotto e perfino di trasmettere deliberatamente il virus. Molti altri paesi hanno falsificato o nascosto i dati sull’andamento della pandemia. La mancanza di cooperazione internazionale si manifesta non solo in queste guerre di propaganda, ma ancora di più nei conflitti per le scarse attrezzature mediche. Anche se ci sono stati molti casi di collaborazione e generosità, non è stato fatto alcun serio tentativo di mettere in comune tutte le risorse disponibili, snellire la produzione globale e garantire un’equa distribuzione delle forniture. In particolare, il “nazionalismo vaccinale” sta creando una disuguaglianza tra i paesi in grado di vaccinare la loro popolazione e quelli che non possono farlo.

Cooperazione globale
È triste vedere che molti non riescono a capire un semplice fatto: finché il virus continuerà a diffondersi, nessun paese potrà sentirsi veramente al sicuro. Supponiamo che Israele o il Regno Unito riescano a sradicarlo entro i propri confini, ma che il virus continui a diffondersi tra centinaia di milioni di persone in India, Brasile o Sudafrica. Una nuova mutazione in qualche remota città brasiliana potrebbe rendere il vaccino inefficace e provocare una nuova ondata di contagi. Nell’emergenza in corso gli appelli al mero altruismo probabilmente non prevarranno sugli interessi nazionali. Ma la cooperazione globale non è altruismo. È essenziale per garantire l’interesse nazionale.

Le discussioni su quello che è accaduto nel 2020 andranno avanti per anni. Ma le persone di tutti gli schieramenti politici dovrebbero concordare su almeno tre cose che ci ha insegnato la pandemia. In primo luogo, dobbiamo salvaguardare la nostra infrastruttura digitale, che è stata la nostra salvezza, ma presto potrebbe essere la fonte di un disastro ancora peggiore della pandemia. In secondo luogo, ogni paese dovrebbe investire di più nel sistema sanitario pubblico. Sembra ovvio, ma a volte i politici e gli elettori riescono a ignorare le lezioni più scontate. Terzo, dovremmo stabilire un sistema globale per monitorare e prevenire le pandemie. Nella secolare guerra tra esseri umani e virus, la linea del fronte attraversa il corpo di ognuno di noi. Se questa linea viene violata in qualsiasi parte del pianeta, ci mette tutti in pericolo. Anche i più ricchi nei paesi sviluppati hanno interesse a proteggere i più poveri nei paesi meno sviluppati. Se un nuovo virus passa da un pipistrello a un essere umano in un villaggio di una giungla remota, nel giro di pochi giorni quel virus potrebbe arrivare a Wall street.

La struttura di un tale sistema globale antivirus esiste già sotto forma dell’Organizzazione mondiale della sanità e di molte altre istituzioni. Ma i suoi fondi sono esigui, e non ha quasi nessun potere politico. Dobbiamo dare a questo sistema più influenza e molti più soldi, in modo che non dipenda interamente dai capricci di politici egoisti. Non voglio dire che degli esperti non eletti debbano prendere decisioni politiche cruciali, queste dovrebbero rimanere appannaggio dei politici. Ma una sorta di autorità sanitaria globale indipendente sarebbe l’ideale per raccogliere dati medici, per monitorare potenziali pericoli, per lanciare allarmi e per stabilire la direzione della ricerca e dello sviluppo.

Molti temono che il covid-19 segni l’inizio di un’ondata di nuove pandemie. Ma se si mettono in atto queste misure, lo shock del covid-19 potrebbe portare a una riduzione delle pandemie. Non possiamo impedire la comparsa di nuovi virus, un processo evolutivo naturale che va avanti da miliardi di anni e continuerà anche in futuro. Ma oggi abbiamo le conoscenze e gli strumenti necessari per impedire che un nuovo virus si diffonda e scateni una pandemia. Se il covid-19 continuerà a diffondersi nel 2021 e ucciderà milioni di persone, o se una pandemia ancora più mortale colpirà l’umanità nel 2030, non sarà né una calamità naturale né una punizione divina, sarà un fallimento umano e, più precisamente, un fallimento politico.


Da "https://www.internazionale.it/" Tre lezioni per il futuro dopo un anno di covid di Yuval Noah Harari

Le incertezze dei vaccini

Venerdì, 26 Marzo 2021 00:00


La Commissione europea sostiene la scelta dell’Italia di bloccare l’esportazione di forniture di vaccini AstraZeneca verso l’Australia. Lo ha annunciato l’8 marzo Ursula Vor der Leyen, spiegando che la casa farmaceutica anglo-svedese sta distribuendo nel continente meno del 10% delle dosi pattuite. In altre parole, se un’azienda non onora i propri impegni, non ha il diritto di vendere i propri prodotti ad altri interlocutori. È inoltre necessario che la produzione venga avviata prima di avere le autorizzazioni al commercio per essere sicuri di soddisfare adeguatamente la domanda.

Il conflitto fra ragioni economiche e ragioni sanitarie diventa quindi sempre più forte. Ormai si è rivelato decisivo nel far saltare i piani vaccinali dei paesi dell’Unione, che fronteggiano la terza ondata senza avere strumenti adeguati per arginare la diffusione del Covid-19. Alcuni Stati membri hanno già annunciato l’intenzione di provvedere in autonomia, anche a rischio di non avere una strategia omogenea. Questa irrequietezza ha spinto Stefan de Keersmaecker, portavoce della Commissione, a chiarire le normative in vigore, riconoscendo il diritto dei singoli paesi a siglare accordi individuali con i produttori, ma anche sottolineando con forza la centralità dell’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali), ovvero l’unico organismo ad avere procedure di controllo che garantiscono l’efficacia e la sicurezza dei rimedi adottati.

In Italia la frammentazione arriva anche a un livello più profondo, con diverse regioni che si impegnano in trattative private per garantire l’approvvigionamento ai cittadini. Accade soprattutto nel Nord della penisola, dove il Veneto si è detto disponibile a comprare le dosi aggiuntive offerte dal mercato, seguito da Emilia Romagna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Liguria. È quasi superfluo sottolineare che un orientamento del genere aprirebbe un nuovo fronte di contesa fra poteri locali e governo centrale, aggravando una delle principali debolezze mostrate dal nostro paese durante l’epidemia.

Più in generale, i meccanismi di produzione e distribuzione dei vaccini stanno ingigantendo le incertezze che già tormentano i cittadini da molti mesi, facilitando la diffusione della sfiducia nel sistema economico-politico, ma anche nel funzionamento della ricerca medica e scientifica, evidentemente subordinata alle esigenze di profitto di grandi operatori. Il tutto risulta anche abbastanza paradossale, alla luce del fatto che le formule immunizzanti sono state trovate in tempi strettissimi, a pochi mesi dall’isolamento del virus. Dal canto suo, l’informazione risulta essere molto difettosa, contribuendo a veicolare al pubblico messaggi imprecisi, facilmente fraintendibili e talvolta strumentalizzabili.

Al centro di uno dei più grandi equivoci c’è proprio AstraZeneca. Su questo vaccino, sviluppato con la collaborazione decisiva dell’Università di Oxford, circolano da giorni molte notizie inesatte, nonostante il Ministero della Salute abbia recentemente approvato la somministrazione anche agli over 65. Giovedì 11 marzo c’è stata inoltre la sospensione di un lotto AstraZeneca in Italia, mentre la Danimarca ha sospeso le inoculazioni per sospetti coaguli di sangue, in attesa di accertamenti.

Oltre a essere rallentata, la campagna vaccinale rischia di subire un grave danno sul piano della credibilità. I problemi vanno anche oltre. L’immunologa Antonella Viola (spesso presente su canali televisivi generalisti) ha ad esempio dichiarato nelle scorse settimane che la scelta del prodotto potrebbe rivelarsi non “strategica” ai fini del contenimento del contagio, perché consente di bloccare l’insorgere dei sintomi della malattia, ma non di spezzare “la catena di trasmissione del virus”. Tuttavia il margine di incertezza – come ha sottolineato Martina Platone, esperta di statistica medica – “caratterizza anche le situazioni in cui abbiamo una buona comprensione di ciò che stiamo osservando”. In altre parole, siamo chiamati a usare anche i ragionevoli dubbi a nostro vantaggio, partendo dal presupposto che l’analisi dei dati sulle reazioni dei pazienti è in continua evoluzione e le risposte assolutamente certe negano la natura più profonda del procedimento scientifico.

L’affidabilità di una ricerca o di una scoperta resta quindi strettamente subordinata al grado di trasparenza delle informazioni a nostra disposizione, dentro e fuori dal mondo degli specialisti. In tal senso, risulta utile l’analisi di un fenomeno che ha trasformato le modalità con cui la ricerca biomedica viene realizzata e comunicata. L’urgenza di condivisione dettata dall’emergenza ha infatti contribuito a far esplodere le pubblicazioni in “preprint” negli archivi online disponibili. I singoli studiosi o i gruppi di lavoro sono spinti a intraprendere questa pratica per valorizzare il proprio operato, alimentare legittime ambizioni di carriera, mostrarsi competitivi, nonché salvaguardare gli interessi economici dell’istituzione o dell’azienda per la quale lavorano. Da un lato, questa veloce condivisione ha risvolti positivi perché mette a disposizione di tanti operatori i risultati parziali della ricerca in tempi strettissimi. Dall’altro lato, tuttavia, viene a indebolirsi uno dei cardini del meccanismo di valutazione del lavoro scientifico, la cosiddetta “peer review”, vale a dire la revisione incrociata degli articoli da parte di altri studiosi che verificano la correttezza del metodo adottato, il rispetto dei passaggi richiesti e l’attendibilità della tesi proposta. Non sono mancate denunce riguardanti la diffusione fraudolenta di dati inesatti e in fondo era preventivabile: le regole stanno rapidamente cambiando e, di conseguenza, si stanno moltiplicando i rischi annessi.

Questi problemi risultano inevitabilmente legati anche alle enormi contraddizioni che oggi osserviamo intorno all’universo dei rimedi anti-Covid. Nel momento in cui l’accaparramento di fiale rimette al centro del discorso pubblico il concetto di sovranità – in questo caso si parla di “sovranità vaccinale” – emerge un’evidente incapacità di promuovere l’uso socialmente utile della conoscenza. Il virus è un nemico comune per l’intero pianeta: negli ultimi 12 mesi abbiamo imparato a conoscerlo, a temerlo, ad affrontarlo, a frenarlo, ma non riusciamo a formulare un piano di attacco comune, capace di superare i particolarismi territoriali ed economici. L’epidemia diventa al contrario un terreno di contesa geopolitica, e rimette al centro del discorso pubblico l’asse atlantico che lega l’Unione Europea agli Usa, il ruolo della Russia o quello della Cina. Uno dei tanti esempi possibili è dato dall’Argentina, che ha vissuto un pesante aggravamento della sua crisi economica e, soprattutto grazie alla spinta propulsiva della comunicazione peronista, ha letto l’arrivo del vaccino russo Sputnik come un passo importante dell’emancipazione del paese (e di conseguenza dell’intero continente sudamericano) dall’egemonia statunitense.

Il nodo fondamentale resta comunque il sistema di proprietà intellettuale dei brevetti, che non consente di produrre fiale in un numero maggiore di stabilimenti farmaceutici. Di recente l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha accolto un’istanza dei paesi in via di sviluppo, chiedendo di sospendere temporaneamente i diritti delle aziende per accelerare sia la produzione che la distribuzione dei vaccini. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Regno Unito si sono opposti con fermezza. Le motivazioni dei sostenitori di questa scelta sono facilmente spiegabili, almeno in apparenza: sottrarre ora possibilità di profitto ai privati – affermano – potrebbe disincentivare in futuro il finanziamento della ricerca e compromettere i potenziali progressi tecnologici. In altre parole, la chiave dell’intero sistema starebbe nella disponibilità imprenditoriale al rischio e gli investimenti resterebbero strettamente subordinati alle possibilità di guadagno delle aziende (proprio in questi termini si è espresso il noto quotidiano conservatore The Telegraph).

Queste tesi non tengono tuttavia conto dell’enorme impiego di risorse pubbliche a sostegno delle case farmaceutiche che hanno sviluppato gli stessi vaccini. La sola BioNtech ha ricevuto 375 milioni di euro dal governo tedesco e 100 milioni dalla banca europea per gli investimenti. Moderna, AstraZeneca e Pfizer hanno beneficiato di aiuti ancora più ingenti, sia in termini di supporto diretto alla ricerca da parte degli Stati, sia nella stipula di contratti di acquisto delle dosi prima ancora che i brevetti venissero sviluppati. In altre parole, ci sono sufficienti elementi per affermare che uno dei principali incentivi verso l’innovazione, anche nel settore privato, derivi dall’uso massiccio delle entrate garantite dai contribuenti. Il discorso si rivela ancora più stringente di fronte a una crisi globale, con diversi paesi ricchi che sembrano sempre più aggrappati alla convinzione che basterà pagare i produttori per uscirne.

Non sono bastate negli scorsi mesi le richieste provenienti dalle aree più povere del pianeta – sostenute anche dall’ufficio per i Diritti umani delle Nazioni Unite – per sospendere l’accordo TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights), finalizzato alla protezione di copyright, marchi, brevetti, i layout per i circuiti integrati e segreti commerciali. Il grido di allarme è rimasto inascoltato: i trasferimenti di tecnologia rimangono difficili e i prodotti medici necessari per affrontare l’emergenza restano una pesante fonte di disuguaglianza. Una soluzione intermedia potrebbe essere la concessione volontaria delle licenze da parte delle case farmaceutiche e il sostegno a Covax (Covid-19-Vaccine-Global Access Facility), un progetto congiunto che coinvolge fra gli altri l’OMS e l’UNICEF. Ma queste piattaforme stentano a decollare e le conseguenze delle incertezze mostrate dagli operatori sono devastanti anche sul piano strettamente epidemiologico. Mentre la politica e l’economia sembrano persistentemente legate al concetto di confine e interesse territoriale, il virus non conosce barriere nella sua diffusione. Inoltre è utile sottolineare, anche se dovrebbe essere ormai scontato, che la distribuzione non omogenea dei vaccini mette a repentaglio il raggiungimento di quello che dovrebbe essere l’unico obiettivo comune: l’immunità globale. È di fatto miope garantire ad alcune aree una completa copertura, mentre altre rimangono a secco.

I problemi sul tavolo sono dunque enormi e riguardano il complessivo rapporto fra scienza e società, nonché la nostra idea di progresso. Bisogna chiedersi, prima di tutto, se il mercato da solo può essere sufficiente a definire obiettivi collettivi, che prevedano una corresponsabilità profonda da parte delle forze politiche e dei cittadini, soprattutto in settori cruciali come la sanità e l’istruzione. È utile ribadirlo ora più che mai: la ricerca scientifica è un’impresa collettiva, fondata su una comunità ampia e transnazionale che si muove sulla base di regole ben definite, grazie a diversi esperti che lavorano in enti di controllo, che si sorvegliano a vicenda e che coprono tutti insieme ruoli di cruciale importanza per la vita pubblica, facendo in modo che il bene della comunità venga prima del bene dei singoli. Deve quindi innestarsi su basi istituzionali solide e su un radicale rispetto di principi democratici, senza sostanziali ambiguità. Legare i destini di miliardi di persone a un ristretto gruppo di individui, di aziende, o di interessi particolari non è una scelta lungimirante, né minimamente plausibile.

Da "https://www.doppiozero.com/" Le incertezze dei vaccini di Pasquale Palmieri

Francesco e l’islam

Lunedì, 22 Marzo 2021 00:00

A pochi giorni dal compimento dell’ottavo anno di pontificato di Jorge Mario Bergoglio e a poche ore dalla sua partenza dall’Iraq, arriva la notizia che l’Iraq ha invitato l’imam di al-Azhar, lo sceicco al-Tayyeb, a visitare il paese.

Co-firmatario del Documento sulla fratellanza umana con Francesco, dunque al-Tayyeb si recherà con gioia nel Paese dove risiede l’ayatollah al-Sistani, incontrato nella sua Najaf dal papa pochi giorni fa, proprio per parlare di fratellanza.

Francesco è riuscito, nel nome della fratellanza, a riavvicinare due delle massime autorità islamiche, espressioni di quei sunnismo e sciismo che vengono usati per giustificare la guerra civile islamica? Al-Tayyeb in Iraq vedrà al-Sistani? Se sarà, non sarà un caso.

Civiltà che non possiamo perdere
In questi otto anni di pontificato il tema “islam” ha ricoperto un ruolo molto importante, forse cruciale. Le stesse indicazioni chiave sulla sua idea di Chiesa spiegano perché: “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo” sono espressioni a tutti note, e difficilmente un odierno ospedale da campo potrebbe essere indifferente a quanto accade in Libia, Egitto, Yemen, Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan, per citare solo i più noti e devastati campi di battaglia.

Guardando all’insieme di quella che viene chiamata “la casa dell’islam” la storia sembra darci un solo termine di paragone, il XIII secolo, i tempi delle invasioni di mongoli. Davvero tre grandi civiltà, come l’ottomana, l’araba e la persiana hanno solo distruzione e campi profughi da offrire ai loro figli?

È innegabile il concorso esterno, l’aiuto lungo la discesa in questi odierni inferi di potenze neo e vetero-coloniali che hanno trasformato queste terre anche in campi neutri dove le grandi potenze combattono per i loro interessi energetici e strategici. Ma oltre alle sofferenze atroci e incalcolabili di generazioni condannate a non avere presente e probabilmente futuro, resta il problema di tre grandi civiltà da salvare, da recuperare al cammino dell’umanità.

Tutto questo a Francesco è stato chiaro fin dal 2013, quando in Evangelii Gaudium scrisse: “La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”.

L’urbanizzazione fallita – dal Cairo a Teheran – è colta da Francesco come causa originante tante crisi in un mondo che ha fatto della ricchezza del suo sottosuolo la croce di chi lo vive. E le piazze così sono state capite già allora, all’inizio del pontificato, come un soggetto politico e culturale, il motore di una repressa volontà di riscatto di queste grandi civiltà.

Il cammino verso il ferito islam, deturpato da imperialismi che si avvalgono di ideologie religiose eretiche, come la teocrazia iraniana e il puritanesimo wahhabita alleato dei sauditi (in una sorta di scontro tra teocrazia e cesaropapismo) determinati a conquistare l’Islam, è partito dunque dalla comprensione della ferita interna tra le masse che invocano l’unicità di Dio che ci rende uguali, mentre le eresie perseguono la loro unicità nel nome di Dio.

In questa visione la fratellanza di Bergoglio è stata un medico delle piaghe altrui, piaghe contagiose. Il nichilismo islamico diffusosi in questi territori tra enormi acquitrini di abbandonati che non potevano più credere nell’Islam ufficiale, nella solidarietà araba, nella comunità internazionale, è divenuto la linfa vitale di visione apocalittiche, pronto a raccogliere qualsiasi bandiera, anche quella dell’Isis, pur di esprimere con l’amplificatore più potente a portata di mano la propria sete di violenza.

Questo nichilismo islamico ha prodotto come rigetto un’islamofobia occidentale che origina nella paura, ma giova ai cattivi maestri dell’odio nel mondo islamico che la usano per dimostrare che il problema in Europa non è l’integrazione, ma il pregiudizio verso l’islam e quindi bisogna combattere, perché l’odio è questione di fede, non d’altro.

Dal Cairo ad Abu Dhabi
Ma l’ospedale da campo non è un laboratorio, Francesco ci crede perché crede che l’uomo è un essere relazionale. E quindi è andato a incontrare questo mondo, ricucendo il rapporto con l’università islamica più importante, quella di al-Azhar, nel 2017. In quel centro, ridotto a un ufficio governativo che fabbrica fatwa e poco altro, ha voluto entrarci di persona e ha perfettamente compreso il dramma psicologico degli eredi di un grande passato luminoso vissuto come espressione di inaccettabile cupo declino: “Fin dall’antichità, la civiltà sorta sulle rive del Nilo è stata sinonimo di civilizzazione: in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa.

La ricerca del sapere e il valore dell’istruzione sono state scelte feconde di sviluppo intraprese dagli antichi abitanti di questa terra. Sono anche scelte necessarie per l’avvenire, scelte di pace e per la pace, perché non vi sarà pace senza un’educazione adeguata delle giovani generazioni. E non vi sarà un’educazione adeguata per i giovani di oggi se la formazione loro offerta non sarà ben rispondente alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale”.

È anche questo che gli ha consentito quel rapporto personale con l’imam di al-Azhar che in mesi di segreti incontri, conversazioni, di preghiera e di email ha reso possibile un documento che ha portato la Chiesa e al-Azhar non solo a raggiungere il Concilio Vaticano II, ma addirittura a procedere nel suo solco: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Fratellanza
Per chiunque conosca la storia teologica islamica questo testo o sbalordisce o rallegra. Rallegra i credenti musulmani che sanno che nell’Islam delle origini non c’è stato islamico: la Costituzione di Medina, che si ritiene scritta da Maometto, era per tutti. Sbalordisce chi invece sa che da tempi immemori la teologia islamica si è strutturata sul concetto di “protezione”, riservata ai popoli del libro in cambio di una tassa e della perdita di alcuni diritti.

Così le società sono state divise in comunità chiuse, sempre più impenetrabili l’una all’altra. Se in un tempo lontano infatti questo sistema poteva essere preferibile a quello europeo dell’intolleranza verso gli ebrei e i musulmani, con il mutare della realtà europea e poi con la globalizzazione è divenuto intollerabile.

Il grande passo avanti di Abu Dhabi, la città dove questo documento è stato solennemente firmato, ha cominciato a riverberare il suo senso nelle piazze della rinnovata protesta araba, soprattutto a Baghdad e Beirut, dove si scontrano il settarismo identitario del vecchio sistema e il pensiero ibrido dei giovani, in protesta pacifica dal 2019.

Proprio come in Francesco, questa protesta ha saputo ricorrere addirittura all’ironia. A Bagdad, in piazza della Liberazione, sotto il fuoco dei cecchini delle milizie identitarie, un giovane seppe scrivere su un muro: “se ti sembra che tutto vada bene vuol dire che bevi troppo”. Era un invito a unirsi alla protesta per cambiare, non contro qualche comunità.

Francesco così ha capito che la piaga della Terra dell’Islam è diventata una piaga che ci riguarda tutti, che coinvolge l’intero complesso euro-asiatico. Il solo modo per prosciugare i serbatoi del nichilismo islamico, che fa da manodopera a basso costo ai diversi centri dell’Islam apocalittico, è la fratellanza e quindi la costruzione di stati sovrani nella sovranità di tutti i loro cittadini.

In visita a Najaf
Per riuscirci occorrere togliere il pretesto della divisione tra sunniti e sciiti, ricchezze diverse ma non incompatibili dell’islam. Per questo è andato fino a Najaf, per stabilire con il leader sciita che rifiuta la deriva teocratica quel nesso fraterno che poteva consentire un dialogo tra sunniti e sciiti, il reciproco riconoscimento come fratelli. Un mediatore credente in una disputa tra altri credenti, perché no? O forse: chi altro?

È stato questo il senso del suo viaggio, il primo dopo lo stop della pandemia, in Iraq. Così ha offerto ai cristiani la possibilità di tornare essi stessi “mediatori”, o meglio, molto meglio, finestre arabe del mondo arabo, per uscire dalla paranoia della paranoia della protezione, prima imposta e poi richiesta davanti al terrorismo.

Questa chiusura danneggia loro, ma danneggia anche l’islam, isolato in sé stesso e nei suoi problemi che solo insieme agli altri potrà risolvere per tornare a brillare. Per spingere in questa direzione Francesco ha avuto la forza di esortare i cristiani a essere, anche lì, Chiesa in uscita, a non rinchiudersi nel silenzio delle proprie comunità.

Un’esortazione forte e che richiede forza e coraggio, perché senza coraggio non si cambia la realtà. Ma se sopravvivere è meglio di morire, sopravvivere non può bastare, bisogna osare. E questi otto anni di pontificato hanno osato così tanto che il cambiamento nella terra del dolore arabo sembra poter diventare possibile.

L’invito in Iraq dello sceicco sunnita al-Tayyeb è solo un barlume di luce, ma era impensabile. Ora c’è, è il frutto di otto anni spesi nel nome della fratellanza.

Da "http://www.settimananews.it/" Francesco e l’islam di Riccardo Cristiano

In gran parte del mondo gli antibiotici sono prescritti troppo spesso e in alcuni paesi sono addirittura farmaci da banco. Ma usandoli in modo improprio favoriamo le mutazioni dei batteri, che diventano sempre più resistenti ai farmaci e più dannosi per i pazienti. Le grandi compagnie farmaceutiche, inoltre, hanno smesso di investire nello sviluppo di nuovi antibiotici perché meno convenienti rispetto ad altri prodotti, e quindi la ricerca in questo settore fa sempre meno progressi.

Secondo l’Onu, continuando così, entro il 2050 ci saranno nel mondo dieci milioni di morti ogni anno per infezioni provocate da batteri resistenti ai farmaci. Il video del Financial Times, realizzato con l’artista Nina Dunn, immagina cosa dovremmo fare per fermare la prossima crisi sanitaria globale.


VIDEO


Da "https://www.internazionale.it/" Evitare un mondo senza antibiotici è la nuova sfida dell’umanità

Il neo segretario del Pd sembra parlare già da premier e fa capire che la sua è un’Italia bipolare, in cui, dopo il governo Draghi («che è il nostro governo»), un Ulivo 2.0 guidato dai dem vincerà le elezioni del 2023. E i Cinquestelle? Boh

In un’oretta di discorso nella grande sala del Nazareno – la stessa del grande voto contro il suo governo nel 2014 – connesso alla Rete come tutte le centinaia di votanti dell’Assemblea nazionale del Pd chiamata a chiudere la mesta pagina zingarettiana e aprirne una completamente nuova, Enrico Letta ha già cambiato la scena italiana.


Il nuovo segretario (plebiscitato con 860 sì, 2 no e 4 astenuti) ha ridato un senso alla storia di un Pd ridotto a «partito del potere, ma così moriamo», prigioniero di un modello «che non funziona», basato sulle correnti e sostanzialmente privo di strumenti per capire la realtà (di qui le idee di una «Università democratica» e di «Agorà democratiche» aperte agli esterni). Con tranquillità Letta vuole radicalmente cambiare pagina, e vincere “pulito”, nelle urne e non con i giochetti trasformistici annegati nella palude del potere senza idee.

Il senso del “nuovo Pd” è questo: Letta candida il Partito democratico a guidare il Paese dopo le elezioni del 2023 alla testa di una coalizione tutta da inventare: ma nella sua testa il modello è l’amato Ulivo che vinse nel 1996 e poi nel 2006, e quindi bisogna costruire una coalizione che, ecco un accenno nuovo, sarà guidata dal leader del Pd, cioè da Letta medesimo.

Si torna al futuro, dunque, con un Ulivo 2.0 che dovrà fare i conti con un M5s di Giuseppe Conte che ancora non si sa cosa sarà (certo – notiamo noi – è lontanissima la mistica del Conte punto di riferimento dei progressisti, addirittura “federatore” dell’alleanza strategica Pd-M5s) e anche con Matteo Renzi e gli altri leader che il neosegretario incontrerà presto.

È l’Italia bipolare di Letta. Centrosinistra contro centrodestra. Non nomina mai la parola “proporzionale” (saranno su questo le prime polemiche interne?), basta con Porcellum e Rosatellum, sì alla sfiducia costruttiva (e basta con il trasformismo parlamentare): è ipotizzabile – anche se Letta non lo dice – un ritorno al Mattarellum, o qualcosa di simile.

Il nuovo leader dunque relativizza la questione-M5s, abbandona i politicismi della stagione zingarettian-bettiniana e fa capire abbastanza esplicitamente che le ruote del partito si sono drammaticamente sgonfiate. A chi può piacere questo partito che si scalda per ministeri e sottosegretariati? Ma è uno sparare sul quartier generale tutt’altro che “sardinesco” e neppure rottamatore, ma mite e razionale, quello del “segretario di nome Enrico” – frase a effetto – eppure il suo è un ragionare che scombussola le litanie delle ultime noiose assemblee dalle quali si usciva esattamente come si era entrati.

Letta, piuttosto che farla lunga sulla politica politicante (tra l’altro impreziosendo il suo discorso con citazioni di Bergoglio, don Primo Mazzolari, Romano Prodi, Jacques Delors, Jean-Paul Sartre, Luigi Pirandello, Hanna Arendt, l’amato Beniamino Andreatta), ha schierato il Pd, per così dire, faccia a faccia con la realtà del nostro tempo tenendo lo sguardo rivolto oltre il “muro” della pandemia (bello il paragone tra la caduta del Muro di Berlino e “la liberazione” dal Covid), passando in rassegna tutti i grandi temi sui quali peraltro ha affinato una gran conoscenza nei suoi anni parigini da professore a Science Po. E rilanciando una battaglia di civiltà come quella dello Ius soli, che già aizza Salvini contro.

E Draghi? Facile, «è il nostro governo». Caso mai è la Lega che deve spiegare perché ci sta, il che è comunque una notizia «bellissima». Altro che Conte ter. Chi ha voluto capire ha capito. È Draghi che condurrà l’Italia verso «una nuova stagione». Poi, vincendo le elezioni contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il Pd governerà l’Italia post-Covid. Con il suo nuovo segretario che già oggi sembrava parlare da premier.


Da "https://www.linkiesta.it/" Letta spara sul quartier generale, ma in modo mite e razionale di Mario Lavia

Agibilità politica e un orizzonte abbastanza lungo per cambiare davvero le cose. Ovvero: confronto interno anche duro ma basta con le logiche correntizie esasperate, e congresso (per la leadership) a tempo debito. Le quarantott’ore di riflessione che Enrico Letta si è preso per decidere se accettare la segreteria del Pd scadono venerdì mattina. Ma queste sono le due condizioni “strategiche” già veicolate al gruppo dirigente del Pd, in vista dell’assemblea di domenica. Dove si va verso un sì praticamente unitario: compresa Base Riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, e probabilmente i Giovani Turchi di Matteo Orfini, oggi fuori dagli organismi dirigenziali. Esce di scena l’ipotesi di una candidatura femminile – Debora Serracchiani ringrazia le sponsor, ma promuove Letta nel nome dell’”unità” - mentre la Conferenza delle Donne Dem che si riunisce stasera chiederà che si prosegua nel solco della battaglia per la parità di genere nel partito, con però fiducia nella storia e nella personalità dell’ex premier. Titti Di Salvo: “Saprà raccogliere i temi che abbiamo lanciato”.

Letta è sbarcato a Roma nel primo pomeriggio con un volo da Parigi. Oltre a partecipare a due web-seminari (uno organizzato dall’Arel), si è sentito con Dario Franceschini, principale regista dell’iniziativa di “richiamare in servizio” l’ex premier, con Andrea Orlando, e nelle prossime ore si sentirà con Lorenzo Guerini. Il ministro della Difesa riunirà i suoi domani pomeriggio, Orfini “fiduciosamente” sabato mattina. Ma al netto di alcuni punti ancora da chiarire prende forma l’intesa complessiva che l’assise dei mille domenica sarà chiamata a votare – telematicamente e rapidamente, senza gran discussione in quanto “seggio elettorale – per insediare il nuovo leader del partito.

La realtà è che lo spartiacque è stato l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, con la cui “agenda” - europeista, atlantista, ambientalista - Letta è considerato in piena sintonia. Argomento a cui sono sensibili tanto i componenti della squadra Dem di governo, quando il Quirinale. Dove è molto probabile che lo scioglimento della riserva in senso favorevole sarebbe accolto con sollievo, laddove le dimissioni ex abrupto di Zingaretti avevano suscitato un certo sconcerto. Sullo sfondo, resta l’irritazione (e la preoccupazione) di quelli che vengono considerati “ex renziani”, come ha dimostrato il battibecco tra l’orlandiano Emanuele Felice e il Br Andrea Romano (che comunque individua in Letta “una figura di indiscutibile autorevolezza e prestigio”). Con l’auspicio che l’ex premier nel suo intervento sigli la “tregua” su questo fronte, con maggior successo di quanto avesse fatto Nicola Zingaretti. Intanto, il secondo ha scritto al primo una lettera aperta: “Pd centrale da due anni, ma sono tornati i soliti rumori di sottofondo… nessuna proposta politica alternativa, ma un lungo e strisciante lavorio distruttivo… rischiavamo di implodere. Non si poteva andare avanti così”. Ora, scrive il governatore del Lazio, serve un “congresso politico” e un’”assunzione di responsabilità”: “Enrico soluzione più forte e autorevole per prendere il testimone, la sua forza e autorevolezza sono le migliori garanzie per il rilancio di un Pd con profilo adeguato e competitivo”.

Da parte sua, Letta conosce bene il terreno in cui accinge a muoversi né sottovaluta le difficoltà. Da un lato ci sono “il Pd nel cuore” e i tanti messaggi di incoraggiamento. Dall’altro, “un’altro mestiere e un’altra vita”: la School of International Affairs di SciencesPo che sotto la sua guida è passata da tredicesima a seconda nel mondo, dopo Harvard. Ma anche la possibilità di altre cariche internazionali e le controindicazioni del terremotare una quotidianità – stavolta sì – serena. Non ha nascosto le perplessità ai vari interlocutori: quella che gli chiedono è una sfida difficilissima, che ruota intorno alla stessa sopravvivenza del Pd ma anche del Paese. Il partito perno del governo non può essere “in frantumi” né “balcanizzato” nella rissa perpetua tra correnti. Ecco il punto dell’agibilità politica: bisogna fermare le antiche faide, le vecchie ruggini tra ex contrapposti. Se i big non sono disposti – è il succo del ragionamento lettiano – scelgano legittimamente un altro schema. Questi i ragionamenti che avanzerà in assemblea, dove non chiederà l’unanimità - consapevole che il problema del Pd è proprio l’assenza di discussione sui contenuti – bensì scelte trasparenti, aperte e nette. Una volta tanto.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Pd, verso il sì di tutte le correnti per Letta segretario di Federica Fantozzi

Quanto funzioneranno i vaccini?

Lunedì, 08 Marzo 2021 00:00

Anche i miracoli hanno dei limiti. I vaccini contro il covid-19 sono arrivati prima e hanno funzionato meglio di quanto molte persone osassero sperare. Senza di loro la pandemia minacciava di uccidere più di 150 milioni di persone. Tuttavia, mentre il mondo comincia a vaccinarsi, è diventato chiaro che sperare che i vaccini cancellino il covid-19 è un errore. La malattia circolerà infatti per anni, e sembra probabile che diventerà endemica. Quando il covid-19 ha cominciato a colpire i governi sono stati presi alla sprovvista. Adesso devono pensare al futuro.

Definire la vaccinazione un miracolo non è un’esagerazione. Poco più di un anno dopo la prima individuazione del virus, il personale sanitario ha già somministrato 148 milioni di dosi. In Israele, il primo paese al mondo per numero d’inoculazioni, i ricoveri delle persone di meno di sessant’anni, che non sono state vaccinate, sono più alti che mai.

Al contrario tra chi ha più di 60 anni, in maggioranza già vaccinato, i ricoveri sono già quasi il 40 per cento in meno rispetto al loro picco di metà gennaio, e caleranno ulteriormente. Nonostante i vaccini non possano prevenire tutti i casi leggeri e asintomatici di covid-19, sembrano perlopiù evitare ai pazienti la morte e le infezioni più severe – quelle che impongono un ricovero ospedaliero – ed è quello che conta. I primi dati suggeriscono che alcuni vaccini evitano anche il diffondersi del virus. Questo rallenterebbe di molto la pandemia, rendendo così possibile un alleggerimento delle misure di confinamento senza provocare un aumento dei casi che sovraccaricherebbe i reparti di terapia intensiva. Queste scoperte, e molte altre ancora, si consolideranno nei prossimi mesi con l’emergere di un maggior numero di dati.

Compito titanico
Tuttavia, nonostante tutte queste buone notizie, il covid-19 non ha smesso di fare sentire i suoi effetti sull’umanità. Il virus continuerà a circolare diffusamente. Risulta sempre più chiaro che troverà un domicilio permanente negli esseri umani. La cosa ha profonde implicazioni per il modo in cui i governi dovranno rispondere.

Uno dei motivi per i quali il covid-19 rimarrà tra noi è che produrre e distribuire un numero di vaccini sufficiente a coprire i 7,8 miliardi di abitanti del pianeta è un compito titanico. Perfino il Regno Unito, che sta vaccinando la sua popolazione a un ritmo più rapido di qualunque altro paese industrializzato, non avrà finito di immunizzare chi ha più di 50 anni prima di maggio. A complicare la situazione, l’efficacia del vaccino potrebbe calare, rendendo necessari dei richiami. Al di fuori degli stati più ricchi, l’85 per cento dei paesi deve ancora cominciare le campagne di vaccinazione, e finché i loro miliardi di abitanti non avranno sentito la puntura di un ago, cosa che potrebbe non avvenire prima del 2023, rimarranno carburante per il virus.

Un altro motivo della persistenza del covid-19 è che, nonostante i vaccini rendano il sars-cov-2 meno infettivo e proteggano le persone dalla morte, nuove varianti virali stanno mettendo alla prova la loro efficacia. Intanto perché le varianti che emergono sono più contagiose: tra il 25 e il 40 per cento in più nel caso della variante b.1.1.7. scoperta la prima volta nel Regno Unito. Le infezioni sono governate dalla vertiginosa matematica della crescita esponenziale, e quindi i casi e i decessi si accumulano rapidamente anche se la variante non è più letale. Per ottenere un determinato livello di soppressione del virus, serve un distanziamento sociale più rigido.

I governi devono cominciare a fare piani considerando il covid-19 come una malattia endemica

Inoltre le nuove varianti potrebbero resistere ai vaccini esistenti. Quelle trovate in Brasile e in Sudafrica potrebbero anche sconfiggere l’immunità acquisita da una precedente infezione da covid-19. La speranza è che simili casi saranno più leggeri, perché il sistema immunitario si sarà rafforzato dopo il primo incontro con la malattia. Ma se anche fosse vero, il virus continuerà a circolare, trovando persone non protette e – dal momento che è così che agiscono i virus - produrrà nuovi ceppi, alcuni dei quali saranno più efficaci nello scardinare le difese che le società hanno eretto contro di loro.

Il terzo motivo per cui il sars-cov-2 persisterà è che molte persone decideranno di rimanere un bersaglio, rifiutando di vaccinarsi. In tutto, dieci milioni di cittadini britannici sono vulnerabili alla malattia, a causa delle loro età o di malattie preesistenti. Alcuni modelli di previsione suggeriscono che, se solo il 10 per cento di loro si rifiutasse di farsi vaccinare e se il distanziamento sociale fosse abbandonato quando il virus è ancora in grado di circolare ad alti livelli, ci sarebbe una terribile impennata d’infezioni e decessi.

Pressione crescente
In realtà la proporzione della popolazione totale che rimarrà non vaccinata sarà probabilmente molto più alta di quanto emerge in quel modello. I vaccini non sono ancora autorizzati per i bambini. Le minoranze di molti paesi, più vulnerabili alle infezioni, tendono a fidarsi meno del governo e del sistema medico. Perfino all’interno del personale sanitario, fino a metà delle persone si rifiuta di vaccinarsi, pur avendo toccato con mano le devastazioni del covid-19.

Con le nuove varianti, circa l’80 per cento della popolazione generale deve essere immune affinché, in media, una persona infettata trasmetta la malattia a meno di un contatto, ovvero il livello a cui l’epidemia diminuisce. Non sarà un’impresa facile.

Per tutte queste ragioni i governi devono iniziare a fare piani considerando il covid-19 come una malattia endemica. Oggi la trattano come un’emergenza passeggera. Per vedere come questi approcci possano variare, prendiamo l’esempio della Nuova Zelanda, che ha cercato di liberarsi totalmente dal covid-19 chiudendo ermeticamente le sue porte al resto del mondo. In questo modo ha mantenuto il numero ufficiale dei morti registrati a soli 25, ma una politica così severa non ha senso come difesa permanente: la Nuova Zelanda non è la Corea del Nord. Mano a mano che i neozelandesi più vulnerabili verranno vaccinati, il loro paese sarà oggetto di una crescente pressione affinché apra i suoi confini, il che lo porterà a subire infezioni e morti endemiche da covid-19.

In tutto il mondo i governi dovranno capire quando e come passare da misure di emergenza a politiche economicamente e socialmente sostenibili a tempo indeterminato. La transizione sarà politicamente difficile nei luoghi che hanno investito molto nel liberarsi totalmente dal covid-19. Questo vale in particolare per la Cina, dove la vaccinazione è lenta. Il Partito comunista ha definito ogni singolo caso di covid-19 come inaccettabile e l’ampia circolazione della malattia come un segno della decadenza delle democrazie occidentali.

La nuova normalità
L’adattamento alla convivenza con il covid-19 comincia con la scienza medica. È già in corso il lavoro di messa a punto dei vaccini per conferire protezione contro le nuove varianti. Questo dovrebbe andare di pari passo con una maggiore sorveglianza delle mutazioni che si stanno diffondendo e un’approvazione normativa accelerata per i richiami. Nel frattempo saranno necessarie cure mediche per salvare dalla morte o dalla malattia grave un numero maggiore di persone che contraggono la malattia. Il risultato migliore sarebbe una combinazione di immunità acquisita, richiami regolari di vaccini modificati e un misto di terapie per garantire che il covid-19 sia raramente una minaccia per la vita. Ma questo risultato non è garantito.


Nella misura in cui la medicina da sola non può prevenire focolai letali di covid-19, l’onere cadrà anche sui comportamenti personali, proprio come è accaduto per buona parte della pandemia. Ma piuttosto che i confinamenti nazionali e la chiusura delle scuole per mesi, che hanno un prezzo enorme, la responsabilità dovrebbe ricadere più pesantemente sugli individui. Abitudini come indossare la mascherina possono diventare parte della vita quotidiana. I passaporti vaccinali e le restrizioni negli spazi affollati potrebbero diventare obbligatori. Le persone vulnerabili dovranno mantenere una grande cautela. Coloro che rifiutano la vaccinazione possono aspettarsi educazione sanitaria e incoraggiamento, ma una protezione limitata. Il desiderio della gente di vivere la propria vita sarà alla fine difficile da contrastare, anche in regimi autoritari come la Cina, che potrebbero essere riluttanti ad abbandonare una politica di tolleranza zero.

La persistenza di infezioni acute e di “covid-19 lungo” cronico e debilitante significa che la prossima fase della pandemia si annuncia cupa. Ma anche se il covid-19 non è stato completamente neutralizzato, la situazione è infinitamente migliore di quello che avrebbe potuto essere. Il merito della cosa va alla scienza medica.

Da "www.internazionale.it" Quanto funzioneranno i vaccini?

Donna Sapienza fin dal principio

Venerdì, 05 Marzo 2021 00:00

Salomone lo conoscono più o meno tutti. Se non altro per quello stratagemma di voler far tagliare in due un bambino conteso tra due madri: una storia raccontata nel primo libro dei Re (3, 16-28). Forse, alcuni sanno anche che la saggezza del figlio di Davide e di Betsabea, l’adultera, è divenuta proverbiale perché il regno di Salomone ha assicurato a Israele non soltanto pace e stabilità, ma anche il contatto con le altre grandi culture del Vicino Oriente e, quindi, un tempo di grande vivacità culturale e di progresso civile. Per questo Israele ha attribuito al re Salomone tutta la riflessione sapienziale che sta alla base di alcuni libri della Bibbia, scritti in realtà in epoche diverse (dal secolo V al II prima di Cristo), che contengono sentenze, orientamenti e norme che hanno di mira una vita proficua e felice. Quasi nessuno però sa che quella sapienza che ha reso famoso Salomone è una raffigurazione che, accanto ad altre due figure, la Legge e il Messia, consente di capire perché, ma soprattutto come, Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Ed è figura femminile.

Donna-Sapienza

Tra le tante cose degne di stupore emerse grazie al restauro della Cappella Sistina (1980-1994) una è, a mio avviso, tutt’altro che marginale. Nell’affresco della creazione, che occupa la volta, l’attenzione viene catturata dal vigore dell’Adamo e dalla grandiosa potenza espressiva con cui Michelangelo ha saputo rendere conto del rapporto di vicinanza e al contempo di distanza tra il creatore e la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Eppure, il restauro ha fatto riemergere un particolare per troppi secoli rimasto del tutto oscurato: tra i putti che circondano e sostengono Dio nel suo atto creativo domina una figura femminile che Dio vincola a sé in un abbraccio. Eva? Inevitabile che in molti lo sostengano, anche se, in realtà, alla creazione di Eva il pittore dedica un riquadro specifico nelle storie della Genesi che corredano la volta.
Se gli storici dell’arte propendono per l’identificazione con Eva, i biblisti azzardano invece un’altra ipotesi, tutt’altro che fantasiosa perché molto ben accreditata dagli scritti sapienziali della Bibbia. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. […] Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, […] io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 22-31). È la Sapienza stessa che si presenta come colei che presiede alla creazione, come la forza creativa che fa della creazione un’opera che — ce lo dice il racconto che apre il libro della Genesi — Dio considera una «cosa molto buona» (Genesi 1, 31). La reciprocità che Dio stabilisce con l’opera delle sue mani riflette, insomma, il rapporto ludico che intercorre tra Dio e la Sapienza. Il discorso sarebbe lungo: basti solo dire che, nonostante la struttura sociale di Israele fosse fortemente caratterizzata in senso patriarcale e nonostante ciò abbia spesso imposto alle donne anche pesanti restrizioni, nella letteratura biblica emergono invece, sia pure in modo carsico, attestazioni del ruolo decisivo giocato dalle donne nello sviluppo della storia di Dio con il suo popolo nonché riflessioni, spunti, allusioni che rivelano un immaginario religioso in cui la presenza femminile gioca un ruolo di primo piano. Al riguardo, gli scritti sapienziali sono una vera e propria miniera.

Il termine italiano “sapienza”, come quello greco sofia, possono ingenerare un fraintendimento rispetto a quello ebraico hochmah, che ha una storia molto antica e rimanda a una qualità superiore che alcune persone hanno e altre no, l’aspirazione presente nelle radici più antiche della nostra cultura a saper orientare i nostri atteggiamenti di fondo nel mestiere di vivere. La sapienza non si insegna, ma questo non significa che la sapienza non si impari: il significato più arcaico di hakam è l’uomo abile, l’artigiano, in particolare, l’orefice, colui che conosce bene un mestiere.

La sapienza biblica tradizionale non ha quindi la pretesa di essere frutto di una rivela zione divina, per questo è stata definita una sapienza laica. E i libri sapienziali non contengono racconti mitici e nemmeno sono opere filosofiche o speculative, come quelle dei grandi pensatori greci. Sono un distillato di sapere pratico e di riflessioni sulla realtà vissuta, non vi si trovano discorsi edificanti e tanto meno devote esortazioni. La sapienza non trasmette neppure un facile moralismo religioso, ma piuttosto richiede, e in termini molto esigenti dal punto di vista umano, di saper riflettere e prendere posizione nei confronti di insegnamenti a volte perfino tra loro contraddittori. Per questo il valore della sapienza è inestimabile.

Un esempio eloquente

La divisione del libro dei Proverbi in sette sezioni potrebbe richiamare la dichiarazione che apre il c. 9 «La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne» e alludere così al fatto che, chi legge i proverbi e i discorsi di ammonimento contenuti nel libro, accoglie l’invito della sapienza a farsi ospitare nella sua casa. Molto ci sarebbe da dire su indubbi tratti di misoginia presenti nel testo, ma non bisogna neppure dimenticare che, più ancora che nel testo, l’androcentrismo è stata una delle dominanti della storia della sua interpretazione. Da qui la forte diffidenza nei confronti soprattutto di un brano come l’elogio della donna forte (31, 10-31) che appariva come una vera e propria esaltazione della moglie ideale che vive solo in funzione del suo uomo e dei suoi figli. Il capitolo è intitolato Parole di Lemuèl, re di Massa, «che egli apprese da sua madre» e si deve quindi supporre che si tratti di insegnamenti che la madre di un re trasmette a suo figlio. Non stupisce che per lungo tempo anche il ritratto della donna forte che suggella il libro sia stato interpretato come una raccolta di suggerimenti della madre al futuro re perché scelga una sposa appropriata. A ben guardare, però, il poemetto si chiude chiamando in causa direttamente una tra le “molte figlie” e questo lascia lecitamente supporre che, se la prima parte del discorso della madre è rivolta al futuro re, l’ultima parte è invece l’elogio di una figlia che «ha compiuto cose eccellenti», a cui bisogna essere «riconoscenti per il frutto delle sue mani» e di cui va tessuta lode pubblica «alle porte della città». Ben lungi dall’essere l’elogio di una futura nuora da parte di una suocera illustre, dunque, il brano contiene gli insegnamenti funzionali all’ideale di educazione del principe Lemuèl e di una principessa, di cui non si dice il nome, ma che viene interpellata direttamente. Studi archeologici e storico-sociali hanno poi messo in luce che, all’epoca, le donne erano proprietarie terriere ed erano attive in tutti gli ambiti menzionati nel nostro testo, dal commercio alla produzione e alla vendita dei tessuti di lusso, ben lontane cioè dall’ideale casalingo che ne faceva le regine del focolare. Per non dire, infine, che i tessuti preziosi delle sue vesti (v. 22), il lino e la porpora, sono gli stessi che arredano l’arca che guida il popolo nel deserto o che vestono i sacerdoti del Tempio e che oltre a lei (v. 25), in tutta la Bibbia solo Yahweh veste di forza (Salmo 93, 1).
Descritta dunque con tratti caratteristici dell’epoca, la donna forte con cui l’autore del libro dei Proverbi suggella il suo scritto, è Donna-Sapienza, la personificazione della Sapienza di Dio. A lei deve legarsi il re, come mostra la straordinaria preghiera per ottenere la sapienza che, non a caso, viene attribuita a Salomone (Sapienza 9, 1-18). Non è la casalinga, ma colei che, costruita la sua casa, «ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: “Chi è inesperto venga qui!”. A chi è privo di senno ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (Proverbi 9, 3-6).

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Donna Sapienza fin dal principio di Marinella Perroni, Biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo

La confortante afasia social di Draghi

Lunedì, 01 Marzo 2021 00:00

Il presidente del Consiglio incaricato non è su Facebook, né su Twitter, Instagram o TikTok. Che gran sollievo.

A pochi giorni dall’incarico a Mario Draghi, la politica italiana sembra già diventata più adulta. Nessuno dei già-consultati si è fatto il selfie con i corazzieri, nessuno è salito sul tetto di Montecitorio per la diretta Facebook, nessuno ha commissionato e pubblicato meme col draghetto Disney e la frase spiritosa. Restano le metafore da Mai Dire Gol (Draghi come Ronaldo, Draghi come Messi, Draghi come Baggio) ma vabbè, è il codice con cui comunicano i maschi italiani e dobbiamo sopportarlo.

L’afasia social dei leader spiritosi, dei muscolari, dei sarcastici, degli specialisti in zuffe, sarà uno dei segni della prossima fase? Magari sì. È possibile che Mario Draghi faccia tendenza. Lui non è su Facebook, non è su Twitter, e figuriamoci se sta su Instagram o TikTok, esattamente come gli adulti che governano ogni Paese importante, a cominciare da Angela Merkel che ha abbandonato Fb nel 2019 con un video di 31 secondi: «Se volete seguire ancora il mio lavoro, potete farlo sulla pagina del governo federale».

In questi giorni, durante le consultazioni, ogni cronista politico si è sentito in dovere di sottolineare il fatto che le informazioni sui colloqui provenivano solo dai partiti, perché non c’era un soffio che uscisse da Palazzo Chigi. «Draghi non ha ancora una struttura di comunicazione», hanno ripetuto un po’ tutti, ma è davvero difficile immaginare il nuovo presidente del Consiglio esprimersi attraverso le modalità che abbiamo conosciuto in questi anni, dalla Bestia di Matteo Salvini ai tweet firmati staff fino alle oblique “versioni autentiche” di Rocco Casalino.

Questa roba è finita, out, e presto diventerà per le forze politiche, per i leader e per i capi corrente (almeno per quelli non del tutto scemi) un ricordo della loro sregolata adolescenza. Quando potevamo affacciarci al balcone di Palazzo Chigi con lo champagne (il Movimento 5 Stelle all’epoca del reddito di cittadinanza). Quando potevamo fare i video-comizi dal tetto del Viminale (Matteo Salvini contro Virginia Raggi). Quando potevamo occupare la Commissione Affari Costituzionali con le foto di Putin (il Partito democratico per l’informativa sui fondi russi alla Lega). Quando potevamo sfidare l’obbligo di mascherina e farci trascinare fuori dai commessi (Vittorio Sgarbi alla Camera).

Sono tutte sceneggiate imbastite “in favore di social”, per costruire le clip o le fotografie che alimentavano ogni giorno le varie macchine della propaganda, di solito in mano a ragazzini che suggerivano appunto questo: «Capo, facce Tarzan, diventerà virale». Per nutrire i like si è sputtanata la politica oltre ogni limite di decenza, trasformando il dibattito pubblico in zuffa continua su cose surreali: Carola Rakete è una zecca tedesca o un’eroina? Perché non posso dire ne*ro a un ne*ro? Si può dare del drogato a un drogato al citofono? Per non parlare delle grottesche provocazioni dei dirigenti minori, quelli sul territorio, che strafatti della stessa anfetamina per conquistare i social hanno fatto di tutto, comprese cose orribili – prendere a calci barboni, dare delle prostitute alle avversarie – di cui si sono dovuti pentire, talvolta rimettendoci il posto.

Se Draghi il no-social farà scuola, sarà un vantaggio per tutti, compreso i leader-bambini che fino a ieri si dannavano per conquistare Tik Tok. L’età adulta ha i suoi vantaggi, e il più importante è quello di non dovere, ogni giorno, dimostrare chi sei, quanti seguaci hai conquistato o perso, se sei ancora il ragazzo più popolare della scuola o se qualcuno ti ha rubato lo scettro di reginetta del ballo. Se Draghi il nerd – quello silenzioso e bravo – farà tendenza, la politica non diventerà più noiosa (in Italia non succede mai) ma al Recovery dei soldi potrebbe affiancarsi un Recovery delle parole e dei comportamenti: ne abbiamo quasi altrettanto bisogno.


Da "www.linkiesta.it/" La confortante afasia social di Draghi, zero stories e niente selfie con i corazzieri di Flavia Perina