Quanti paesi sono davvero democratici?

Venerdì, 30 Aprile 2021 00:00

Pochi. Anzi pochissimi. Almeno secondo il Democracy Index, l’analisi condotta periodicamente dall’Economist Intelligence Unit (EIU) che misura lo stato della democrazia in 167 paesi, di cui 164 membri delle Nazioni Unite. Pubblicato per la prima volta nel 2006, utilizza 60 indicatori riuniti in cinque categorie e poi utilizzati mediante una media ponderata per classificare i vari paese in quattro tipi di regime: democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari.
Quest’anno solo 22 paesi sono stati classificati come “democrazie complete”. Ai vertici della classifica, come ormai abitudine, molti paesi scandinavi: primo fra tutti la Norvegia, che ha ottenuto un punteggio di 9.87/10, poi l’Islanda (9.58) e la Svezia (9.39). Al quarto posto la Nuova Zelanda seguita da un altro paese scandinavo: la Finlandia, che ha scalato ben tre posizioni. Le democrazie complete sono quelle in cui le libertà civili e le libertà politiche fondamentali sono pienamente rispettate ed esiste una cultura politica compatibile con l’adesione a principi democratici che la mettono sotto pressione. Ma non basta: questi paesi hanno un sistema legittimo di controlli e contrappesi governativi e un sistema giudiziario veramente indipendente. Qui i governi funzionano adeguatamente e i media sono indipendenti.
Buona la performance anche di Canada, anche questo paese si trova nel primo gruppo) Australia e Danimarca. Ancora nel primo gruppo ma con un rating più basso molti paesi dell’Europa occidentale.
Tra questi non c’è l’Italia, che ha ottenuto un punteggio che la pone tristemente al 35mo posto della classifica, nel secondo gruppo, quello delle “democrazie imperfette”. A pesare sul giudizio della democrazia del Bel Paese soprattutto gli indici relativi al “funzionamento del governo” e alla “cultura politica”: nel 2019, secondo i valutatori le performance dell’Italia sono state paragonabili a quelle di paesi come la Lettonia, la Slovenia o la Lituania. E peggiori rispetto a paesi come Estonia o Botswana o Taiwan…
Magra consolazione quella di trovare nello stesso gruppo, quello delle democrazie imperfette, anche paesi come il Giappone (le dimissioni del premier sono un segno che qualcosa non va nel paese del Sol Levante), Malta, Belgio e perfino i “paladini della democrazia”, gli Stati Uniti d’America, che hanno raggiunto un punteggio elevato solo nell’indicatore “processo elettorale e pluralismo”. Un dato interessante a poche settimane dalle elezioni, ma che non deve distogliere l’attenzione dal fatto che la democrazia negli Usa è “imperfetta”. Specie considerando che il vicino Canada si è piazzato una ventina di posizioni più in alto nella classifica, nel primo gruppo.
A sorprendere la posizione di molti paesi europei nel terzo gruppo, quello definito dei “regimi ibridi”. A cominciare dall’Ucraina, e poi la Macedonia del Nord, la Moldova e il Montenegro.
In fondo alla classifica, tra i paesi con i valori più bassi per rispetto della democrazia, vi sono la Corea del Nord (con 1.03/10), seguita dalla Repubblica Democratica del Congo (1.13) e dalla Repubblica Centrafricana (1.32), preceduti dalla Siria e dal Chad. Alcuni di questi paesi hanno ottenuto un impietoso O nella valutazione di alcuni parametri. Zero in “processo elettorale e pluralismo” anche per l’Arabia Saudita che si trova in fondo alla classifica al 159mo posto, poco al di sotto degli Emirati Arabi Uniti, che non sono andati oltre il 145mo posto. Ma se questi paesi non aspirano certo ad essere considerati delle “democrazie”, altri invece si professano democratici e basano la gestione della cosa pubblica proprio sulla partecipazione del popolo. Almeno sulla carta (costituzionale). Paesi come la Cina, finita al 153mo posto con punteggi bassi in tutti gli ambiti e tra i paesi che hanno perso più posizioni. I valutatori hanno classificare il governo cinese come “autoritario”. Poco al di sopra, ma ancora nella classe dei governi “autoritari”, la Russia al 134mo posto, a pari merito con la Repubblica del Congo. Un dato che la dice lunga.
Sorprendente il risultato dell’India: al 51mo posto tra le democrazie imperfette, poco sotto l’Italia!.
Un dato dovrebbe far riflettere. Quello sulla popolazione mondiale: appena il 5,7 per cento degli abitanti del pianeta vive in paesi in cui c’è una vera democrazia. Al contrario il 35,6% vive in paesi considerati autoritari.
Ma l’aspetto più interessante forse è che la performance dei paesi nel loro complesso è diminuita: il valore medio dell’indice è la più bassa dal 2006, anno in cui venne utilizzato questo sistema per valutare la “democrazia” nel mondo.
E il fatto che in molti paesi, Italia inclusa, si sia parlato poco e per niente di questo dato e della performance ottenuta è indicativo. E dovrebbe far riflettere i cittadini sul significato di “democrazia”.


Da "www.notiziegeopolitiche.net" Oggi si parla tanto di democrazia. Ma quanti paesi sono davvero democratici? di C. Alessandro Mauceri

Il consiglio dei ministri ieri ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, e la relazione alle Camere per chiedere l’ulteriore scostamento di bilancio da 40 miliardi. Entro fine mese arriva il decreto sostegni bis.

Il Prodotto interno lordo, dopo il -8,9% del 2020, crescerà quest’anno del 4,5%, grazie anche ai ristori all’economia. Sia quelli già decisi col decreto sostegni da 32 miliardi, sia quelli che si aggiungeranno col decreto bis da 40 miliardi. Tutto finanziato in deficit.

Il consiglio dei ministri ieri ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, e la relazione alle Camere per chiedere l’ulteriore scostamento di bilancio. Il deficit 2021 cresce così all’11,8% del Pil (contro il 9,5% del 2020). E il debito pubblico si impenna sfiorando il 160% del Pil: 159,8%, per la precisione. Superando il picco storico del primo dopoguerra, nel 1920, quando si era fermato al 159,5%.

Allora pagammo le spese di guerra. Oggi la guerra è il Covid. E la Banca d’Italia proprio ieri ha diffuso ha diffuso l’aggiornamento sul debito pubblico, che lo scorso febbraio ha già raggiunto il record di 2.643 miliardi di euro.

Il governo, spiega il ministro dell’Economia, Daniele Franco, nell’introduzione al Def, è convinto che «la partita chiave per il nostro Pese si giochi sulla crescita economica». Le politiche di bilancio rimarranno espansive fino a tutto il 2022, saranno neutre nel 2023 e dal 2024 seguiranno «un graduale cammino di consolidamento fiscale e persistente riduzione del rapporto debito/Pil».

Secondo le previsioni contenute nel Def, il Pil crescerà del 4,8% nel 2022, del 2,6% nel 2023 e dell’1,8% nel 2024. Questo a patto che si esca dal Covid-19. E tutto dipenderà dai vaccini. Il ministro Franco ricorda che «il governo prevede di poter somministrare i vaccini all’80% della popolazione entro l’autunno». Ma nel Def si avverte anche che, nel caso di «scenario avverso» causato da «limitata efficacia dei vaccini contro le varianti del virus», il Pil crescerebbe quest’anno solo del 2,7%.

Per spingere la crescita e quindi un minore peso del deficit, il governo conta sul decreto sostegni bis in arrivo a fine mese. Circa 22 miliardi su 40 saranno destinati alle imprese tra nuovi ristori, sospensioni fiscali, e misure per la liquidità. Ma il provvedimento, si legge, prorogherà anche «le indennità a favore dei lavoratori stagionali e introdurrà nuove misure a favore dei giovani, ad esempio uno sgravio fiscale sull’accensione dei mutui per l’acquisto della prima casa».

Oltre che sul nuovo decreto, il governo fa affidamento sulle risorse europee: quelle del Recovery plan e del React Eu. Ma anche sulle risorse aggiuntive che verranno da un Fondo complementare pluriennale (2022-33) del valore complessivo di 72 miliardi, anche questo finanziato in deficit. Dei 72 miliardi, 31 serviranno per le opere rimaste fuori dal Recovery Plan, di cui 10 per la Salerno-Reggio Calabria e 15 per il fondo di coesione. Il 40% delle risorse del Pnrr andrà al Mezzogiorno, ha detto ieri la ministra per il Sud, Mara Carfagna, superando la quota del 34% inizialmente prevista.

In tutto, si legge nel Def, le risorse del «Pnrr in senso stretto», pari a 193 miliardi fino al 2026, salgono a 237 miliardi, 153,4 dei quali saranno utilizzati per «nuove iniziative» e il resto per sostituire finanziamenti nazionali.

Intanto oggi è attesa finalmente la firma per i decreti di nomina dei 30 commissari straordinari che dovranno portare a termine il più velocemente possibile le prime 58 opere pubbliche indicate come prioritarie nello «sblocca cantieri» approvato ormai due anni fa. Con la prima tranche, si muovono 66 miliardi, anche questi fondamentali per il rimbalzo del Pil.


Da "www.linkiesta.it" Il debito pubblico mai così alto da oltre 100 anni

Enrico Letta alla ricerca di un popolo

Venerdì, 23 Aprile 2021 00:00

“Nuovo Pd” work in progress, si rivitalizza ciò che c'è. Ma dietro la formula “decideranno i territori” si intravede tutta la fatica interna.

Non ci voleva un questionario da mandare ai circoli, in fondo era prevedibile, per sapere che le priorità, per la “base del Pd”, fossero il lavoro, l’Europa, i territori. E che ci sono perplessità sulla proposta di voto ai sedicenni e sullo ius soli, in questo contesto dove la prima emergenza è sociale e all’interno di una maggioranza che, di fatto, lo rende irrealizzabile. Una bandiera che è sacrosanto sventolare ma che è difficile piantare a terra. Però il questionario e il famoso “dibattito” nei circoli, piuttosto partecipato, sono serviti a Enrico Letta per dire, alla prima assemblea nazionale del Pd dopo la sua elezione in cui ne ha illustrato l’esito, che il partito “esiste, è vivo, vitale” e che, in tempi di populismo, leaderismo, crisi della democrazia, eccetera eccetera, la partecipazione funziona. E che non ci deve rassegnare alla politica intesa come comunicazione dall’alto, effetti speciali, costruzione mediatiche da affidare a fantasiosi spin doctor alla vigilia delle elezioni.

Comprensibile che il neo-segretario, come primo atto, abbia deciso di partire da ciò che c’è, nel tentativo di rivitalizzarlo, rimotivarlo con la proposta delle Agorà democratiche, il che dà il senso di un po’ di ripristino della normalità in piena emergenza. Soprattutto in vista delle amministrative. E con essa di un metodo: riunioni, dibattito, programma di lavoro, compiti, funzionamento della macchina. La sinistra, storicamente, non ha mai vinto con i fuori d’artificio, ma con la famosa militanza, nel tempo rinsecchitasi fin quasi a scomparire, nell’ambito di un più generale processo di secessione del suo popolo, e soprattutto del popolo del disagio, delle periferie, della grande rivolta contro l’establishment e verso un partito concepito come tale.


Meno comprensibile che l’anelito verso “l’apertura” e il “civismo” non sia accompagnato dall’indicazione dei soggetti con cui si dovrebbe dialogare. Perché il “popolo” non esiste in quanto tale. È una “costruzione politica”, fatta di ceti, bisogni, interessi, da comporre in una visione di società e in un progetto di cambiamento. E proprio l’urgenza della questione sociale – l’Istat ha fotografato un milione di nuovi poveri – destinata ad aggravarsi con la fine del blocco dei licenziamenti rende, forse, necessario uno sforzo in più. E lo rende non rinviabile il conflitto di cui si intravedono i prodromi sul tema delle riaperture all’interno di una crescente divaricazione tra garantiti e non garantiti. Proprio sulle aperture, attorno a cui si sta sviluppando una lotta per l’egemonia nel governo, la scena è tutta occupata dal conflitto Salvini- Speranza, col primo bravissimo dal punto di vita comunicativo a rivendersi come grande successo una road map che è il minimo sindacale e su cui, in queste ore, sta ricevendo messaggi di fuoco dalla sua di base. Nella relazione del neosegretario la formula “riapriamo in sicurezza” è un passaggio, anche piuttosto sbrigativo che cozza anche con l’impegno, che pure c’è stato, a destinare il grosso dello scostamento alle persone e alle imprese.

Diritti sociali e diritti civili, lo si è sentito milioni di volte, non sono inscindibili. C’è una tendenza di Letta a far leva sui secondi, dallo ius soli alla richiesta di cittadinanza per Zaki come recupero identitario in relazione alla prudenza con cui vengono posti i primi, in modo cioè assolutamente non conflittuale col governo. Terreni di battaglia, anche simbolica, sono cioè fuori dall’agenda del governo, buoni per polemizzare con Salvini ma senza disturbare il manovratore. Insomma, il “nuovo Pd” di Letta è ancora un work in progress, anche se le novità non sono irrilevanti. Si è liberato dalla “vedovanza” di Conte, non vede fantasmi, non evoca complotti, e non vive nell’ossessione della fase precedente segnata da uno spirito di subalternità: i figli di un Dio minore che, per andare al governo, devono affidarsi a un Papa straniero. Anche nella relazione di oggi sono evidenti i due elementi di discontinuità: il sostegno al governo Draghi, senza ambiguità e retropensieri; e un orizzonte di alleanze per cui va costruito “un nuovo centrosinistra che dialoga con i Cinque stelle”. Tutte le difficoltà di questo rapporto sono proprio nel passaggio volutamente generico del discorso a proposito di amministrative. Dietro la formula “decideranno i territori”, si intravede tutta la fatica nel trovare un’intesa anche perché prima ancora delle tensioni nell’alleanza ci sono quelle del Pd, che, per sciogliere un po’ di nodi, dovrà fare ricorso alle primarie. Ed era prevedibile anche questo.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Enrico Letta alla ricerca di un popolo di Alessandro De Angelis

Il coraggio inaspettato

Mercoledì, 21 Aprile 2021 00:00

“Sì, è audace, ma possiamo farcela”. Così ha dichiarato il presidente Joe Biden, lanciando il suo piano da duemila miliardi di dollari per modernizzare le infrastrutture degli Stati Uniti, con misure che vanno dalla riparazione delle strade al restauro di ponti, porti e sistemi idrici fino alla care economy, l’economia informale legata alla cura delle persone in casa, e al taglio delle emissioni. Altri duemila miliardi dovrebbero essere investiti per l’assistenza ai bambini, l’istruzione e la sanità, tutti sulla scia del piano di aiuti da 1.900 miliardi di dollari approvato poche settimane fa.

La portata di queste misure fa girare la testa. Storici e politici stanno già paragonando il piano al new deal di Roosevelt o alla Grande società di Lyndon Johnson. I democratici di sinistra sono increduli. Bernie Sanders ha dichiarato che questo piano è “il provvedimento legislativo più significativo per i lavoratori approvato da decenni”. Robert Kuttner, uno dei fondatori della rivista progressista American Prospect, ha scritto che “i democratici hanno ritrovato la loro anima”.

A lasciare sbalorditi il partito e gli osservatori esterni è l’improvvisa audacia di un moderato di 78 anni come Biden. Dopotutto l’attuale presidente aveva appoggiato la terza via di Bill Clinton ed era stato un sostenitore della responsabilità di bilancio sia sotto Clinton sia sotto Obama, quando il debito nazionale era due terzi di quello odierno. Ma oggi il debito non può più essere un ostacolo ad ambiziosi progetti economici e sociali. Se Trump e i repubblicani possono disinteressarsene per ridurre le tasse dei ricchi, i democratici possono disinteressarsene per dare a ogni bambino statunitense tremila dollari all’anno.

Resta la domanda: perché? La risposta sta nell’uomo, nelle persone che lo circondano e, più di tutto, nel momento storico

Non è, in realtà, totale disinteresse. Grazie alle pressioni dei democratici più moderati, i lavori alle infrastrutture dei prossimi anni dovrebbero essere pagati con un aumento delle tasse, anche se in una prima fase saranno finanziati prendendo denaro in prestito. Le tasse alle aziende saranno alzate fino al 28 per cento; un’aliquota minima sarà applicata a tutti i profitti aziendali nel mondo, e a queste misure si affiancherà una caccia ai paradisi fiscali. Se altri hanno idee migliori, dice Biden, si facciano avanti, ma non devono esserci altre tasse sui cittadini con un reddito inferiore ai 400mila dollari all’anno. Una definizione generosa della classe media, riflesso dell’ampiezza della coalizione che il presidente sta costruendo. Ma dieci anni fa i democratici avrebbero rigettato un aumento delle tasse di queste proporzioni.

Si tratta comunque di un grosso rischio, soprattutto vista la maggioranza risicata che i democratici hanno alla camera e al senato. Di fronte all’opposizione repubblicana, ai democratici serve un’unità che Biden sta orchestrando in maniera brillante. Gli anni passati a Washington gli hanno insegnato come fare accordi. Il presidente ha elogiato con lungimiranza Sanders, a sinistra, per aver “gettato le fondamenta” del programma, e ha lusingato un centrista come Joe Manchin. Ora la cosa difficile sarà trasformare il programma in legge.

Resta comunque la domanda: perché? La risposta sta nell’uomo, nelle persone che lo circondano e, più di tutto, nel momento storico. Le radici di Biden affondano nella classe operaia. Le sue politiche, segnate da tragedie personali e impregnate del suo cattolicesimo, sono animate dall’empatia verso le persone comuni. È vero che si è circondato di economisti straordinari come la segretaria al tesoro Janet Yellen, ma Biden è influenzato allo stesso modo dalla politica sociale sempre più radicale della chiesa cattolica.

A far funzionare la sua diplomazia così bene è anche l’eredità di Trump, capace di compattare i democratici e al tempo stesso di dividere i repubblicani. Biden è consapevole dei pericoli delle elezioni di metà mandato del 2022, avendo visto i suoi predecessori perdere il controllo della camera o del senato. La sua scommessa è che il piano – dimostrando che è nell’interesse della maggioranza degli statunitensi avere un governo interventista – terrà i repubblicani a distanza di sicurezza. Ma a trainare il cambiamento è stata soprattutto la pandemia, che ha mostrato quanto è precaria la vita degli statunitensi e ha ridato legittimità all’idea stessa di governo: è la Casa Bianca a essersi procurata i vaccini ed è sempre lei a sostenere il reddito dei cittadini.

Negli Stati Uniti il capitalismo senza freni era diventato troppo monopolistico. Da politico astuto, Joe Biden ha letto i segni dei tempi, e ha azzerato tutto. Aspettiamoci altre riforme in materia di commercio, aziende e finanza, e un rafforzamento dei sindacati. C’è la possibilità concreta che il presidente riesca a far approvare i suoi programmi, e che questi funzionino. Gli esponenti più incendiari della sinistra possono anche far presa su quelli più leali al partito. Ma serve un Biden per vincere le elezioni e portare risultati concreti.


Da "www.internazionale.it" Il coraggio inaspettato di Joe Biden di Will Hutton

Quando il presidente del Consiglio ha annunciato l’apertura di 57 cantieri con tanto di date verificabili, non ha firmato un contratto da Bruno Vespa ma ha semplicemente fatto quello che si richiede a chi guida il Paese: dare qualche certezza nell’epoca più segnata dalle incognite che la storia recente ricordi. Poi starà agli italiani autogovernare il processo della riapertura.

Mario Draghi, nella conferenza stampa di ieri, si è idealmente collegato al bellissimo discorso con cui chiese la fiducia del Parlamento. Ha cercato, pur stretto negli importantissimi annunci sull’inizio della nuova fase delle riaperture, di delineare un razionale percorso di rinascita del Paese. Un new deal italiano che non ha nulla del miracolo berlusconiano e nemmeno delle suggestioni anglizzanti delle Leopolde, ma è qualcosa che già oggi appare più solido.

Quando per esempio il presidente del Consiglio ha annunciato l’apertura di 57 cantieri con tanto di date verificabili, non ha firmato un contratto da Bruno Vespa ma ha semplicemente fatto quello che si richiede a chi guida il Paese: dare qualche certezza nell’epoca più segnata dalle incognite che la storia recente ricordi. E quando ha spiegato ancora una volta che la strada – l’unica strada possibile – è fare debito buono per attivare quella crescita che non solo non alimenterà altro debito, ma anzi consentirà un lento ma possibilissimo rientro, Mario Draghi ha spazzato via in un minuto l’Italia dell’assistenza, dell’improduttività, del poi vediamo. Lo aveva già detto Keynes? Bene, ora è nell’agenda di governo. Non è propaganda.

La pandemia ha cambiato tutto, ecco perché bisogna guardare ai problemi «con gli occhi di oggi, non con quelli di ieri». Visione e pragmatismo: gli ingredienti del prudente ottimismo (solo noi ci sentiamo lo stile di Moro?) che è alla base della road map della riapertura.

Si potrebbe dire che Draghi ha coniugato la prudenza di Roberto Speranza (sempre più blindato) con l’ottimismo – chiamiamolo così – di Matteo Salvini, la cui spinta polemica è stata dunque depotenziata forse a vantaggio di una Giorgia Meloni abile a intestarsi tutti i malcontenti degli italiani, in una condizione tuttavia di un pericoloso isolamento tanto più se l’operazione-riaperture dovesse funzionare e portare consenso al governo.

Questo round si chiude dunque qui. E anche se Draghi ha definito lo stato dei rapporti tra i ministri contrassegnato da una «atmosfera eccellente», il match tra la destra che vuole votare esattamente tra un anno, dopo l’elezione del presidente della Repubblica (proprio Draghi) e il Partito democratico che punta a terminare la legislatura (con un allungamento di un anno della presidenza Mattarella), è destinato a trascinarsi per mesi.

Il Pd, che in quanto tale appare sempre un po’ evanescente malgrado lo sforzo davvero notevole che sta facendo Enrico Letta per restituirgli una vera centralità, ha tutto l’interesse a separare Forza Italia da Salvini-Meloni – significativa l’apertura del segretario del Pd a Berlusconi – ma anche a calmare i bollenti spiriti dello stesso Salvini i cui ministri, secondo quanto ci risulta, con Draghi lavorano meglio di quanto ci si potesse aspettare, e questo vale anche per quelli di Forza Italia.

Chi soffre davvero è la sinistra del Pd che ancora non ha metabolizzato il fallimento di Giuseppe Conte e di tutta la linea di Zingaretti e Bettini fondata sull’asse con un Movimento 5 stelle che nel frattempo è sparito dai radar della politica. Sentitosi tradito – tipico riflesso di una certa sinistra – questo pezzo del Pd peraltro non più egemone nel partito non riesce a vivere il governo Draghi come il suo governo e anzi per certi versi sta accentuando la sua estraneità al nuovo corso, basta leggere cosa dicono Bettini e D’Alema. Ma finché c’è Letta, Mario Draghi può stare tranquillo.

In ogni caso il presidente del Consiglio, uomo politico a tutto tondo, punta a rinsaldare e rendere permanenti il rapporto con i partiti, non come faceva Conte che destinava tutto al caso: il metodo funziona, lo si sta già vedendo con le consultazioni sul Recovery plan. Con l’annuncio della parzialissima riapertura del 26 aprile – forse un certo senso del buon gusto ha evitato che fosse il 25 aprile – si apre dunque una nuova fase. La maggioranza regge e il presidente del Consiglio è più forte. Poi starà agli italiani autogovernare il processo della riapertura. Ma se va bene, l’aria cambia.


Da "www.linkiesta.it" Il new deal di Mario Draghi e l’aria nuova per l’Italia di Mario Lavia


Con una strategia di tipo competitivo/cooperativo tra imprese concorrenti, il nostro Paese potrà incrementare i meccanismi di Open Innovation, dare un forte impulso alla competitività dell’intero Sistema Italia e realizzare nuovi ecosistemi intersettoriali, creando valore in termini di sviluppo e sostenibilità.


Il Sistema Italia, per reagire con forza alla crisi in atto, deve favorire innovative ed efficaci forme di interazione tra le Aziende del Paese.

Il termine Coopetition, derivante dalla contaminazione tra le parole Cooperation e Competition, indica una strategia di tipo competitivo/cooperativo tra imprese concorrenti, che collaborano per realizzare congiuntamente attività nell’interesse comune. Le ragioni che rendono convenienti operazioni di Coopetition possono essere di natura piuttosto diversa. In primo luogo, si può mirare ad un risparmio dei costi e ad economie di scala, grazie alla condivisione degli oneri per un progetto con il proprio partner/competitor.

In secondo luogo, la Coopetition può determinare una ottimizzazione degli investimenti, che non vengono dispersi per ottenere informazioni già nella disponibilità del coopetitor. In terzo luogo, le aziende possono essere portatrici di competenze complementari, la cui combinazione risulta foriera di un vantaggio competitivo per entrambe.

In quarto luogo, la collaborazione tra coopetitor può svolgere una funzione difensiva, consentendo alle imprese interessate di fare fronte comune, ad esempio, verso un terzo concorrente particolarmente aggressivo. Ovviamente la Coopetition ha, in larga parte dei casi, una valenza meramente strumentale e temporanea: quando il risultato desiderato sarà stato raggiunto, le imprese proseguiranno il rispettivo percorso in modo separato, di solito differenziando i prodotti per funzionalità, immagine e prezzo, tornando a rivestire agli occhi dei consumatori le vesti di competitor.

La Coopetition, che sullo scenario internazionale non rappresenta una novità, ad oggi ha visto protagonisti soprattutto gruppi di grandi dimensioni, per operazioni di ampio respiro. I casi più noti ed eclatanti, probabilmente, sono quelli posti in essere su scala planetaria da imprese dell’industria automobilistica: più aziende, tradizionalmente in concorrenza tra di loro, hanno realizzato operazioni in collaborazione, mettendo a fattor comune conoscenze e/o componenti e giungendo alla produzione – ognuna a marchio proprio – di vetture sostanzialmente identiche (Fiat sedici e Suzuki sx4; Citroen c1, Peugeot 107 e Toyota Aygo; Opel Agila e Suzuki Splash; etc.etc.).

Le diverse sfaccettature e le varie potenzialità della Coopetition emergono in modo evidente prendendo in considerazione un’altra celebre vicenda: la fornitura da parte di Samsung del nuovo ed innovativo schermo curvo Oled alla concorrente Apple per il suo iPhone X. Samsung, naturalmente, non fornendo ad Apple il proprio avanzato schermo avrebbe potuto intaccarne la leadership nel mercato degli smartphone premium, nel quale si trovano in competizione proprio il Samsung Galaxy e l’Apple iPhone.

Però, ove Samsung non si fosse dimostrata disponibile a fornirle lo schermo Oled, certamente Apple si sarebbe rivolta ad altri operatori del comparto, ad esempio LG (che produce gli schermi Oled per i telefoni Pixel 3 di Google) oppure Boe (che fornisce schermi Oled per i telefoni Mate 20 Pro di Huawei).

Teniamo conto anche che Apple, notoriamente, adotta la politica di dare un fattivo supporto ai propri fornitori, al fine di consentirne un rapido miglioramento in termini di efficienza e qualità. Samsung, dunque, ha deciso di collaborare con la competitor Apple, non solo per i notevoli benefici che ne sarebbero derivati in termini di fatturato, ma anche – e, probabilmente, soprattutto – per non determinare un rafforzamento dei suoi concorrenti ed un inevitabile assottigliarsi del proprio vantaggio competitivo.

L’operazione, naturalmente, è risultata conveniente anche dalla prospettiva di Apple. La casa di Cupertino, infatti, ha ritenuto un sacrificio sopportabile quello di apportare risorse finanziarie ad una temibile concorrente, a fronte del cruciale beneficio di poter disporre del miglior schermo curvo presente sul mercato, in modo da tenere a sua volta a distanza i competitor a caccia della leadership dell’iPhone.

La pandemia da Coronavirus ha reso ancora più attuali e vincenti le dinamiche della Coopetition, enfatizzando i vantaggi di una più stretta collaborazione tra le aziende, spingendo molte imprese a rafforzare ed accorciare le filiere e catene di valore. La Coopetition, calata nel nostro Paese, può determinare delle opportunità più significative che altrove, ma al tempo stesso incontra difficoltà del tutto specifiche e peculiari.

Il tessuto imprenditoriale italiano, come noto, è costituito in larga parte da piccole e medie imprese. Tra queste, una quota significativa è rappresentata da una tipologia aziendale tipica dello Stivale: le cosiddette Multinazionali Tascabili, che altrove ho definito anche Imprese Innovazionali, dal mix tra gli aggettivi Innovative e Internazionali. Si tratta, per sottolinearne i tratti accomunanti, di aziende di medie dimensioni, usualmente con una spiccata carica innovativa, che competono sui mercati internazionali con concorrenti di solito considerevolmente più grandi.

Le nostre imprese hanno in genere un punto di forza in una tipologia di innovazione dai tratti fortemente caratteristici: progressiva e incrementale, di processo e di prodotto, che nasce dal crivello dell’esperienza quotidiana, mentre – nella maggior parte dei casi – non dispone del supporto di veri reparti di ricerca e sviluppo, comuni invece nei conglomerati industriali di dimensioni maggiori.

Evidenti appaiono, alla luce di quanto sopra, i vantaggi che potrebbero derivare per il nostro Sistema Paese dal diffondersi e dal radicarsi di meccanismi coopetitivi. In primo luogo, in aziende fisiologicamente alle prese con scarsità di risorse, risparmi di costi ed economie di scala apporterebbero benefici sensibili e diretti.

In secondo luogo, a fronte di una innovazione incrementale e diffusa, lo scambio di competenze tecniche determinerebbe un immediato valore aggiunto. In terzo luogo, le pratiche coopetitive consentirebbero di esaltare le sinergie tra aziende di medie dimensioni, tipicamente bisognose di integrazioni complementari per processi e cicli.

In quarto luogo, un maggiore raccordo tra le nostre imprese consentirebbe loro di fare fronte con più efficacia alla concorrenza delle multinazionali di altri Paesi. Abbiamo già a disposizione una serie di strumenti per implementare in modo rapido ed efficace meccanismi di Coopetition: accordi di partnership e best friendship, contratti di rete, network di distretto, joint venture contrattuali e societarie, strutture consortili, societarie e non. Però, come si accennava sopra, le dinamiche coopetitive nella realtà italiana incontrano alcuni specifici ostacoli. La Coopetition, a ben vedere, rappresenta una peculiare declinazione, una applicazione radicale del concetto di Open Innovation.

Alla base di ogni intesa coopetitiva vi è una componente fiduciaria: condizione necessaria e imprescindibile per dare luogo ad un accordo efficace è la propensione a condividere con il partner/competitor informazioni e competenze. Le aziende coinvolte nell’iniziativa, in altri termini, devono fare uno sforzo di fiducia, accettando rapporti di interazione trasparente ed accantonando il timore che il coopetitor possa acquisire nuove conoscenze a proprio discapito.

Un tale genere di rapporti non è semplice da instaurare, in modo particolare tra imprese del nostro Paese. Alla base di questa difficoltà risiede, tra l’altro, una caratteristica tipica delle aziende italiane, che rappresenta al tempo stesso anche un freno al diffondersi delle logiche di Open Innovation. Le nostre imprese, ed in particolare le Multinazionali Tascabili o Imprese Innovazionali, presentano di solito – come già si accennava – una capacità di innovazione dai tratti molto peculiari: progressiva e incrementale, fortemente collegata al processo e/o al prodotto.

Una simile valenza innovativa solitamente non si traduce in titoli di proprietà intellettuale titolati (brevetti, design, etc.), ma vive nelle pieghe – quasi nell’aria – dell’impresa, sotto forma di Know-How aziendale. Il Know-How, diritto IP a tutti gli effetti, rappresenta notoriamente il più intangibile tra gli intangible asset dell’impresa: privo di un documento certificativo, difficile da perimetrare, mancante di un attestato rilasciato da autorità terze.

Il Know-How, dunque, costituisce elemento cruciale e caratterizzante del patrimonio conoscitivo di larga parte delle aziende italiane, che in esso fondano usualmente il proprio vantaggio competitivo, la propria capacità di stare con successo sui mercati. Orbene, il Know-How rappresenta un cespite che è particolarmente problematico da mettere a fattor comune: consistendo in conoscenze e competenze in senso lato, non perimetrate e codificate da diritti titolati, esso è estremamente complicato da utilizzare in condivisione.

Un brevetto, ad esempio, prevede una delimitazione esplicita e documentata della propria portata, definisce con esattezza le conoscenze relative al trovato inventivo tutelato, stabilisce in modo articolato i diritti in capo al titolare della privativa, il quale potrà con chiarezza definire l’ambito delle prerogative che intende condividere o non condividere con i soggetti terzi.

Il Know-How, invece, rappresenta un bene molto più fragile, che affonda le sue radici in profondità – spesso nell’essenza stessa – dell’impresa; esso incorpora in modo informale e non codificato il patrimonio conoscitivo, si potrebbe dire quasi l’anima, dell’azienda. Si tratta di una ricchezza sommersa, nascosta, invisibile, vitale, di una delicatezza tale che la condivisione può metterne a repentaglio addirittura la stessa esistenza.

Nel calare i principi della Coopetition nella realtà del nostro Paese, dunque, dobbiamo fare i conti con questa difficoltà del tutto specifica e peculiare: il patrimonio conoscitivo delle nostre imprese è costituito in larga parte da Know-How, bene intangibile particolarmente difficile da condividere e mettere a fattor comune.

Ma queste difficoltà vanno affrontate e superate: la Coopetition e l’Open Innovation sono dinamiche imprescindibili, espressioni ineludibili dello spirito del contemporaneo, che le aziende italiane non devono ignorare e dalle quali non possono restare al riparo, oppure – peggio ancora – escluse.

Esistono già modalità e tecniche di protezione del Know-How, che consentono alle imprese di difendere e valorizzare il proprio patrimonio conoscitivo, facendone un proprio punto di forza e traendone il massimo vantaggio competitivo: pratiche di perimetrazione, sistemi di segretazione, architetture contrattuali.

Molto si può fare, per migliorare da subito le tecniche di convergenza e condivisione in merito all’Innovazione espressa dalle nostre aziende, anche sotto forma di Know-How. Certamente utile, tra l’altro, risulterà una larga diffusione delle norme UNI EN ISO 56000, che definiscono il vocabolario di base, i principi e i fondamenti dell’Innovation Management, stabilendo alcuni criteri di base della disciplina e generando un comune quadro concettuale e terminologico.

L’auspicio è che il Know-How sia con urgenza oggetto di adeguata considerazione anche da parte del Legislatore, che – tradizionalmente – dedica all’istituto scarsa attenzione e spesso lo tratta come il parente povero di altri IPRs. Il Know-How, di contro, rappresenta il bene intangibile più importante e diffuso nelle aziende del Paese, che in esso trovano un proprio prezioso e caratteristico tratto distintivo.

Tale bene, dunque, deve trovare maggiore cura e tutela in tutta una serie di previsioni normative: da quelle attinenti alla difesa della proprietà intellettuale, a quelle concernenti le misure agevolative e incentivanti l’innovazione. Perché il Know-How rappresenta l’elemento chiave per determinare una reale apertura delle nostre aziende a innovative forme di partnership, realizzando nuovi ecosistemi intersettoriali, in modo da creare valore in termini di sviluppo e sostenibilità.

Un Know-How delle nostre imprese più forte e tutelato costituisce l’elemento decisivo per incrementare nel Paese i meccanismi di Open Innovation e le pratiche di Coopetition, dando così un forte impulso alla competitività dell’intero Sistema Italia.

Da "www.linkiesta.it" Puntare sulla “coopetition” per far ripartire le aziende nel post pandemia di Alberto Improda

Come funziona il mercato dei vaccini

Lunedì, 12 Aprile 2021 00:00

VIDEO


I vaccini sono la principale strategia di uscita dalla pandemia e questa novità sta trasformando l’industria farmaceutica. Il mercato globale dei farmaci nel 2019 ha prodotto un giro d’affari da 1.300 miliardi di dollari, ma i vaccini hanno rappresentato solo il 3 per cento del totale, perché la loro produzione è considerata costosa, complessa e poco redditizia. Con l’arrivo del covid-19 le cose sono cambiate: nuove aziende hanno cominciato a produrre vaccini e sono state scoperte e sviluppate tecnologie innovative.

Il video del Financial Times spiega come funziona il processo di sviluppo di un vaccino, quanto costa produrlo e come la pandemia di covid-19 sta influendo sull’industria, con importanti effetti anche nella lotta contro altre malattie.


Da "https://www.internazionale.it/" Come funziona il mercato dei vaccini

La folla solitaria

Venerdì, 09 Aprile 2021 00:00


Carlo Bordoni nel suo “L’intimità pubblica” (La Nave di Teseo) fa i conti con la triste “de-socializzazione” in cui siamo piombati.

Spero di non aver frainteso le parole del sociologo Carlo Bordoni che usa questa espressione nel suo “L’intimità pubblica” uscito con la Nave di Teseo, però mi sembra che la triste “de-socializzazione” in cui siamo piombati con la pandemia prometta un futuro orribile, più misero, più arido, più desolante.

La fine della società avvizzisce emozioni e conoscenze. La religione del distanziamento, destinata a depositarsi nel fondo dei nostri automatismi, rende sospetto il calore del contatto, della contiguità, della vicinanza. Gli uffici svuotati mortificano la creatività nel lavoro che si alimenta di tempi morti, di sguardi, di scambi, di intese, di ironia, di chiacchiere anche: lo smart-working razionalizza forse le catene produttive, ma mortifica idee, intuizioni, fraseggi tra i colleghi, come quelli che si realizzano con il pallone in un campo di calcio. La scuola distanziata forse fa andare avanti nei programmi, ma azzera tutto l’intorno sociale, amicale, sentimentale che fa ricordo e che nella vita adulta viene custodito come esperienza preziosa.

Ecco, la “de-socializzazione” individuata da Bordoni come tratto costitutivo della nostra epoca, svuota l’esperienza sociale come orizzonte che trascenda il mero valore d’uso delle cose che si fanno. Andare allo stadio con gente che si affolla non è solo guardare una partita: è esperienza sociale. Andare al cinema non è solo vedere un film, è esperienza sociale. Andare al ristorante non è solo mangiare, è esperienza sociale. Andare a scuola non è solo apprendere una lezione, è esperienza sociale. “Società” è imparare più cose di quelle che servono a uno scopo pratico. La sua fine è tristezza infinita, perché la vita è un equilibrio di sociale e di privato, di socializzazione e di solitudine. E se la società finisce, anche la solitudine rischia di perdere la sua bellezza


Da "www.huffingtonpost.it" La folla solitaria. Dopo la pandemia ci accorgeremo che la società è finita di Pierluigi Battista

Zuckerberg dice che tra 10 anni la realtà virtuale sarà la nostra quotidianità. Ne abbiamo parlato con Stefano Quintarelli, autore di "Capitalismo immateriale": "Il futuro è super calcolo, A.I. e Internet delle cose".

“Entro il 2030 le nuove generazioni di Oculus permetteranno agli utenti di teletrasportarsi da un luogo all’altro senza muoversi dal divano. Non solo per giochi e intrattenimento, ma anche per lavoro. E questa evoluzione porterà enormi benefici anche all’ambiente, perché ridurrà in modo drastico le emissioni provocate da aerei e auto”. Mark Zuckerberg, ospite di una puntata del podcast The Information’s 411, ha annunciato che in un decennio la realtà virtuale farà parte della nostra quotidianità. Quindi siamo destinati a vivere in un mondo dove per incontrarci indosseremo occhiali e visori? Ne abbiamo parlato con Stefano Quintarelli, imprenditore, informatico e blogger italiano, che nel libro “Capitalismo immateriale” affronta il tema dell’economia immateriale e racconta come la rivoluzione digitale sia un drastico e radicale punto di rottura nella vita di ciascun essere umano.

Professor Quintarelli, in “Capitalismo immateriale” lei scrive che nel 2030 arriveremo a cinquecento miliardi di dispositivi connessi alla rete con una conseguente, enorme crescita dell’economia immateriale. Mark Zuckerberg racconta che entro il 2030 il “teletrasporto” sarà realtà. Lei che ne pensa?

“Cominciamo col dire che non credo allo sviluppo della realtà virtuale immersiva di Zuckerberg. Ricordo la foto in cui il fondatore di Fb si aggirava con gli Oculus e raccontava per la prima volta che la realtà virtuale sarebbe stata il futuro. Non ci credo innanzitutto per una questione ergonomica: non si può pensare di imporre Oculus alla gente per una giornata intera, basti pensare a quanto ci infastidisca oggi la mascherina. E poi perché la linea di sviluppo dell’informatica va in un’altra direzione”.

Ci spieghi meglio.

“La quantità di elaborazione di dati di un computer dipende dalla densità dei componenti presenti sulla superficie del chip. Più piccoli sono e più calcoli possiamo fare. Arriverà presto un momento in cui la miniaturizzazione si arresterà perché scatteranno fenomeni quantistici. A quel punto i computer non potranno più aumentare di potenza e la competizione non si giocherà più sulle performance ma sul prezzo, il prezzo dell’elettronica, dei chip, crollerà. I computer saranno ovunque e genereranno sempre più dati, la rete continuerà a raccoglierli in sterminati archivi, e i big data saranno sempre più big. Quando avremo computer dappertutto, nelle case, negli occhiali, nelle lampadine, sarà fondamentale l’intelligenza artificiale, necessaria ad estrarre ed elaborare tutte queste informazioni. In ambito industriale servirà il 5g, che consentirà di collegare fino a un milione di dispositivi per chilometro quadrato (la vera applicazione regina del 5G). Il futuro è super calcolo, AI e internet delle cose. La realtà virtuale invece è troppo lontana dal mercato. Ci sarà chi la userà ma sarà il suo utilizzo sarà marginale. Possiamo dire che ci saranno casi d’uso assai limitati e delle bellissime demo”.

In altre parole, scenderà il prezzo della tecnologia, i computer saranno ovunque e la realtà virtuale sarà destinata a restare tale.

“Il termine “virtuale”, spesso viene usato nel linguaggio comune per contraddistinguere ciò che non è materiale. Ma il dizionario ci dice che il termine proveniente dal latino medievale virtualis, che significa “ciò che è solo in potenza; potenziale. La realtà è virtuale essa stessa, è in potenza: Hollywood ci proietta una immagine irrealistica, non si avvererà”.

Facciamo un passo indietro. Nel suo libro parla di “materiale” ed “immateriale”. Ci aiuti a capire meglio la differenza con reale e virtuale.

“Noi viviamo in quella che il filosofo Luciano Floridi chiama “Infosfera”, uno spazio relazionale né online né offline dove tutto è sempre connesso. Non è fisico, non è virtuale. Io guardo dentro “l’infosfera” e vedo che questa è la somma di una dimensione materiale, fatta di beni tangibili, e di una immateriale. Per questo materiale e immateriale non sono sinonimi di reale e virtuale. Il reale può essere materiale o immateriale. Nell’economia immateriale produrre, riprodurre, archiviare e spedire informazioni non costa nulla, per questo è destinata a crescere. E a questa crescita corrisponderà una decrescita dell’energia utilizzata per ogni punto di Pil prodotto. Internet ci aiuterà ad essere sempre più sostenibili”.

Perché Zuckerberg parla di realtà virtuale se il mercato va in direzione opposta?

“Le più grandi compagnie di intermediazione (nomi conosciuti come Facebook, Google, Amazon, Apple, Airbnb, Uber, ma anche molti altri, meno noti al grande pubblico) hanno fatturati che spesso superano quelli di una nazione, con margini da capogiro. Naturalmente osteggiano ogni trasformazione dannosa per i loro profitti. Zuckerberg è pesantemente sotto pressione perché l’amministrazione Biden vuole penalizzare Facebook; sempre più si parla dell’ipotesi di un suo smembramento, Facebook messanger, Instragram, Whatsapp. Ha rapporti molto tesi con Apple. Stiamo assistendo a uno shift tra modelli sostenuti dalla pubblicità o modelli pay, ovvero Facebook Versus Apple.

Insomma, se il futuro sarà a pagamento Zuckerberg dire qualcosa.

“La tecnologia ha un costo marginale nullo, i servizi di intermediazione pubblicitaria si riducono di prezzo, la pubblicità costa meno, e se la pubblicità costa meno ed il calo non è compensato dalla crescita degli utenti e del tempo che loro passano sui suoi servizi, Zuck perde ricavi. Se il futuro di Internet non è più solo centrato sulla pubblicità, Google cerca di conquistare nuove fette a danno di Facebook cambiando il meccanismo dei cookie, Apple lo fa eliminando la pubblicità profilata. Allora Facebook ha bisogno di una narrazione favorevole e quindi parla di realtà virtuale dicendo che tra 10 anni tutti vivremo così, quindi gli utenti aumenteranno, il tempo speso sui suoi servizi aumenterà e l’azienda può continuare a crescere”.

Sono necessarie delle “regole” che disciplinino tutte queste dinamiche?

“La dinamica principale nei prossimi anni sarà quello di un intervento legislativo per ridurre il potere politico degli operatori monopolisti, arriveremo a regole specifiche di antitrust digitale, ma a anche ad una nuova affermazione di diritti digitali. Basti pensare al diritto all’autodeterminazione della propria identità: tutto l’insieme dei nostri dati delle nostre relazioni, che aspetti della mia identità posso condividere nei confronti degli altri. Il diritto alla disconnessione. Il diritto alla Privacy, eccetera. I diritti digitali sono la sfida politica del 21esimo secolo”.

Il problema dei deepfake è collegabile ai diritti individuali?

“Lo pensi o lo sai? Lo pensi perché l’hai sentito dire? O perché l’hai verificato, andando cioè a cercare una fonte affidabile? È uno slogan che uso sempre! Il deepfake è come il venditore dei pacchi che possiamo incontrare a lato della strada. Riconosciamo la truffa nella dimensione materiale, ma nella dimensione immateriale non siamo abituati a riconoscere fenomeni come i Deepfake. Non abbiamo nessuna possibilità di sapere se un contenuto audio o video sia vero oppure no, quindi abbiamo bisogno del contesto e di chi ci fornisce il contesto, perché è il contesto che dice se una cosa è vera o no, un ruolo importante per chi fornisce informazione, per gli editori che svolgono una funzione sociale imprescindibile”.

In pratica lei dice che dovrebbe finire l’era del “l’ho letto su internet”?

“La speranza è che le nuove generazioni imparino ad andare alla fonte. Per contrastare fenomeni come quello dei Deepfake si può arginare insegnando ai ragazzi ad essere curiosi. A insegnare nelle scuole l’esame critico delle fonti”.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Stefano Quintarelli: "La realtà virtuale di Zuckerberg non si avvererà" di Adele Sarno