L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
ITALIA
Perché è fondamentale costruire comunità di cura
Valentina Pigmei, giornalista
17 maggio 2021
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L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. - Fondazione Reggio childrenIl progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

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“Tutti abbiamo bisogno di cura”, dice Guerra, “non è un problema che può essere rimosso: che sia nostra madre o nostra figlia o una badante, qualcuno si è preso o dovrà prendersi cura di noi. C’è bisogno di risposte sistemiche perché queste non sono questioni identitarie, ma materiali”.

Secondo Carla Rinaldi “abbiamo trasformato la cura in accudimento, dimenticandoci che è un valore, abbiamo scordato la sua parte nobile, l’abbiamo delegata e questo è un vero delitto”.

Le comunità di cura, l’autogestione, i progetti educanti tuttavia non sono sufficienti: in un paese come l’Italia dove si registra il 51 per cento di disoccupazione femminile, dove la redistribuzione dei compiti all’interno del nucleo familiare è ancora del tutto insufficiente, forse è necessario che anche la politica se ne prenda carico, lavorando a un vero e proprio “stato di cura”.

Da "https://www.internazionale.it/" Perché è fondamentale costruire comunità di cura di Valentina Pigmei

Per la terza volta si dice indisponibile al bis. Ma sa che di fronte a un'impasse potrebbe essere costretto ad accettarlo.

In più occasioni Sergio Mattarella ha lasciato intendere di non essere disponibile per un secondo mandato presidenziale. Lo ha fatto en passant nel discorso di fine anno con quel “care concittadine e cari concittadini, quello che inizia sarà il mio ultimo anno da presidente della Repubblica”. Lo ha fatto indirettamente, a inizio febbraio, ricordando Antonio Segni a 130 anni dalla nascita e, in particolare, una proposta che l’ex capo dello Stato avanzò agli inizi degli anni Sessanta. Riguardava, non a caso, l’opportunità di introdurre in Costituzione la non rieleggibilità del capo dello Stato.

Stavolta, parlando ai bambini della scuola elementare Geronimo Stilton di Roma, l’ha messa giù con inequivocabile chiarezza, introducendo un elemento personale: “Il mio è un lavoro impegnativo, ma tra otto mesi il mio incarico termina, potrò riposarmi, sono vecchio”. Il prossimo 23 luglio Mattarella compirà 80 anni che non è propriamente un’età incompatibile col ruolo. Sandro Pertini, al momento dell’elezione di anni ne aveva 82. Napolitano, alla seconda elezione 88, il che significa che alla prima ne aveva 81. Più che il riferimento anagrafico, evidentemente vale il senso complessivo del messaggio, in relazione al rumore di sottofondo che si ode nei Palazzi sull’eventualità del suo bis, resistente anche alle insistenti precisazioni. Anzi, i più maliziosi, avvezzi ad attribuire ai democristiani l’antica arte della simulazione e della dissimulazione, proprio in questa insistenza nel negare, vedono una preparazione ad una eventualità che deve consumare fino in fondo i suoi rituali dell’eccezionalità: l’indisponibilità, gli scatoloni a palazzo Giustiniani, fino alla grande chiamata in assenza di alternative.

La sensazione del cronista è che non ci sono ragioni per dubitare della sincerità di Mattarella. Già in tempi non sospetti, prima del default politico che ha imposto una situazione di emergenza, ha espresso le sue perplessità sul considerare ordinaria la rielezione di un capo dello Stato perché sette anni sono già un tempo congruo e raddoppiarli significa portare ai vertici delle istituzioni una anomalia politica e in fondo anche costituzionale. Proprio il citato Segni, nel presentare la sua proposta, definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato” e aggiungeva che l’introduzione della ineleggibilità “vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Il che non è certo il caso di Mattarella, ma il punto è proprio questo: quanto la sua permanenza al Quirinale ne altererebbe, nella percezione e nella sostanza, il ruolo? Inevitabilmente, dopo due bis, ogni inquilino del Colle verrebbe percepito come il primo successore di se stesso e, anche involontariamente, i suoi atti durante il settennato potrebbero essere letti sotto questa luce.

E fin qui c’è la dottrina, le buone intenzioni di oggi, la stanchezza di anni pesanti, soprattutto l’ultima legislatura, iniziata con la richiesta di impeachment e le effervescenze populiste, e terminata con un governo del presidente per far fronte alla più drammatica emergenza degli ultimi cinquant’anni. Poi c’è la situazione concreta. Domanda: si può escludere che, di fronte a una impasse di straordinaria gravità, con i partiti che non riescono a mettersi d’accordo su un nome, l’ennesimo scenario di emergenza nel quale garantire la continuità di un governo di emergenza, l’effervescenza dei mercati, Mattarella sia “costretto” a piegarsi alla ragion di Stato? La risposta è no.

E dunque, le ultime uscite del capo dello Stato, dalla convocazione dei presidenti delle Camere al Colle per sollecitare i partiti a mettere la testa sul Recovery all’appello ad evitare inutili tensioni, raccontano proprio questo: la consapevolezza che, per concedersi un meritato riposo, la precondizione è che il quadro politico sia in sicurezza. Se altrimenti l’attuale maggioranza affronta la partita del Quirinale in ordine sparso si crea automaticamente un contesto che giustifica l’appello a rimanere contro le sue intenzioni. Il tema politico è questo: se Draghi, l’unico che può avere un consenso largo in un Parlamento in cui né centrodestra né centrosinistra sono in grado di eleggersi il capo dello Stato da soli, è costretto a rimanere nella sala macchine di palazzo Chigi come garanzia sul Recovery, si può, ed è opportuno, cambiare presidente in una fase emergenziale di governo del presidente senza contraccolpi? O in fondo c’è una missione comune da portare a termine che al dunque sarà più forte delle inclinazioni soggettive?


Da "https://www.huffingtonpost.it" Mattarella dice di no, non potendo escludere il sì di Alessandro De Angelis

Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno concordato criteri meno rigidi per l’ingresso legale dei lavoratori extra-comunitari, abbassandro le soglie salariali. Ma rimane lo stallo nelle trattative tra gli Stati membri sulla redistribuzione delle persone approdate a Lampedusa e sulle coste italiane, così come quelle sul Pact on Migration. E dall’inizio dell’anno sono già 685 le vittime dei mancati soccorsi nel Mediterraneo.

Da una parte l’Unione europea apre le porte ai cittadini extracomunitari e al loro «importante contributo» all’economia. Dall’altra non riesce a trovare soluzioni per chi è arrivato senza invito, né a impedire tragedie quasi quotidiane a largo delle sue coste. Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato un accordo sulla revisione della Blue Card, il sistema che permette l’ingresso nell’UE ai lavoratori provenienti da Paesi terzi, a condizione di soddisfare determinati requisiti. Il testo della direttiva risale al 2009 ed è stato aggiornato concedendo criteri d’ingresso meno stringenti.

A un lavoratore straniero che vuole entrare in uno Stato europeo sarà sempre richiesto di avere in mano un contratto o un’offerta vincolante di lavoro, ma il minimo della durata di questo accordo scende da 12 a sei mesi. Tra i criteri di ammissione ci sono anche le qualifiche professionali relative al lavoro da svolgere, che l’applicante deve presentare prima della partenza: un nuovo sistema di regole dovrebbe facilitare il riconoscimento delle competenze possedute.

Soprattutto, le nuove regole abbassano la soglia salariale che un cittadino extracomunitario deve raggiungere. Fino a ora il minimo dello stipendio necessario per una Blue Card era 1,5 volte la retribuzione media annuale lorda nello Stato in cui il lavoratore si spostava. Per trasferirsi in Italia, ad esempio, serviva un contratto di lavoro da quasi 25mila euro lordi all’anno. Da ora in poi, invece, basterà una busta paga uguale alla media nazionale.

Chi entra nell’Unione con una Blue Card potrà poi cambiare lavoro nei primi 12 mesi restando nello Stato membro d’arrivo e trasferirsi in un altro Paese dopo un anno. I migranti qualificati saranno autorizzati anche portare con sé i propri familiari, a cui sarà consentito accedere al mercato del lavoro. Ultima ma non meno significativa novità, al permesso lavorativo potranno accedere anche i beneficiari di protezione internazionale, cosa che dovrebbe facilitarne l’integrazione.

La nuova direttiva dovrà ora essere approvata formalmente prima dalla Commissione Libertà Civili e poi dalla plenaria dell’Eurocamera, così come dai rappresentanti degli Stati Membri riuniti nel Consiglio europeo: una formalità, prevista nelle prossime settimane.

La Blue Card è un valido strumento per favorire la migrazione legale, anche se fino a ora i numeri registrati negli Stati europei non sembrano esaltanti. Stando agli ultimi dati disponibili, il meccanismo si è dimostrato efficace soltanto in Germania, dove sono stati rilasciati quasi 27mila permessi di lavoro nel 2018. Tra gli altri membri dell’UE, solo la Francia ha superato quota mille Blue Card, l’Italia si è fermata a 301 (dati del 2017) e la Spagna solo a 39. Cipro e Grecia non hanno rilasciato nessun permesso.

«L’accordo di oggi ci consentirà di sopperire alle carenze di competenze e renderà più facile l’ingresso per i professionisti altamente qualificati», ha commentato il commissario alla Promozione dello stile di vita europeo, Margaritis Schinas. Parole di elogio sono arrivate anche dalla commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson. Ma se questa manodopera qualificata è ben accolta per «l’importante contributo all’economia comunitaria», lo stesso non si può dire per i protagonisti delle rotte migratorie irregolari, in questi giorni al centro delle preoccupazioni della Commissione.

Schinas e la presidente Ursula von der Leyen hanno espresso solidarietà alla Spagna, dopo che migliaia di cittadini marocchini sono entrati, a nuoto, nell’enclave di Ceuta in questi giorni. Johansson, in un’intervento al Parlamento europeo, si è soffermata sui naufragi avvenuti di recente nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico, tra l’Africa e le isole Canarie, ribadendo che «salvare le vite in mare è un dovere morale è un obbligo legale». Parole già sentite nell’emiciclo: come ha ricordato il deputato francese dei Verdi Damien Carême, dall’inizio della legislatura questo è il quarto dibattito sul tema, più di sette ore di discorsi che non hanno portato risultati.

In mare, infatti, si continua a morire: dall’inizio dell’anno sono già 685 le vittime nel solo Mediterraneo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. È un dramma senza tregua: due imbarcazioni con quasi cento persone a testa rischiano il naufragio a largo di Malta, secondo l’ultimo allarme dell’Ong Mediterranea. Nel frattempo a Bruxelles va in scena l’ennesimo «ridicolo rito del dolore», come lo definisce nel suo intervento l’europarlamentare del Partito Democratico Pietro Bartolo.

Le operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi sono competenze degli Stati Membri e resteranno tali: la Commissione europea si è limitata ad emanare una raccomandazione lo scorso settembre e può fare poco altro, vista la reticenza di alcuni Paesi a finanziare operazioni che, nella loro ottica, potrebbero favorire nuove partenze. Per questo motivo, ricerca e salvataggio sono esclusi anche dal mandato della missione navale Irini, che tra l’altro viene valutata ogni quattro mesi proprio per assicurarsi che non costituisca un pull factor per i migranti.

Le buone intenzioni superano di gran lunga gli atti concreti pure per quanto riguarda la redistribuzione di coloro che in Europa sono riusciti ad arrivare. A fronte dei recenti approdi sull’isola di Lampedusa, oltre duemila persone in pochi giorni, la Commissione si è attivata per richiedere agli Stati europei di accogliere sul proprio territorio parte dei migranti. Al momento, senza risultati apprezzabili: solo l’Irlanda ha accettato di ricollocare dieci persone, un impegno ai limiti del simbolico, che comunque Johansson non ha mancato di applaudire.

Può sembrare un controsenso, del resto, chiedere con insistenza sforzi volontari e non è pensabile intavolare una diversa, estenuante trattativa a ogni incremento dei flussi migratori. Anche per questo la Commissione aveva proposto una modifica strutturale nel suo Pact on Migration, presentato lo scorso settembre. Il meccanismo ideato non sarebbe la soluzione a ogni situazione, ma perlomeno attiverebbe ricollocamenti obbligatori (sostituibili con rimpatri a proprio carico) quando uno dei Paesi del Sud Europa si trova sotto pressione. La distribuzione per quote si applicherebbe, tra l’altro, anche a tutte le persone salvate in mare, cosa che spingerebbe, forse, i Paesi costieri a favorire le Ong impegnate nei salvataggi anziché ostacolarle.

I negoziati sul pacchetto di politiche migratorie faticano però ad avanzare. Di recente la commissaria agli Affari Interni ha definito i progressi “lenti” e pure il ministro degli interni portoghese Eduardo Cabrita, incaricato di trovare una posizione comune fra i suoi omologhi europei, ha ammesso che si tratta di uno dei temi più complicati in agenda.

Non è un mistero che i Paesi del blocco di Visegrad siano piuttosto ostili alle proposte del Pact on Migration, che per la verità non sembrano convincere nemmeno diverse capitali del Nord Europa. Le trattative negli incontri di Bruxelles si annunciano lunghe e complicate; l’estate sulle rotte migratorie anche.


Da "https://www.linkiesta.it" Non basta l’accordo sulla blue card per risolvere il problema dell’immigrazione di Vincenzo Genovese

La situazione è drammatica ma non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Gli italiani sembrano non avere piena cognizione di uno scenario che, allo stato attuale, sembra inverosimile.

1. Da un mese all’altro milioni di famiglie, quasi senza reddito, potrebbero non essere più in grado di rimborsare i mutui per la casa o i prestiti per l’acquisto dell’auto.

Secondo i dati della Banca d’Italia, al 15 gennaio 2020 gli istituti di credito hanno ricevuto oltre 2,7 milioni di domande di moratoria su mutui e prestiti, per un valore complessivo di circa 300 miliardi di euro.

2. Potremmo ritrovarci nelle condizioni di non riuscire a pagare le tasse e le cartelle fiscali.

Sono oltre 9 milioni le cartelle congelate dall’8 marzo 2020 fino al 30 aprile 2021. Vanno ad alimentare un magazzino di residuo ancora da recuperare di circa 130 milioni di cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo. I contribuenti, sia persone giuridiche che persone fisiche, con debiti sono complessivamente circa 21 milioni. Per un valore di 1000 miliardi di euro di crediti non riscossi.

3. Molte attività commerciali stanno già scomparendo e le piccole e medie imprese non sempre riusciranno a costituire tesoreria sufficiente per ripartire. Migliaia di aziende rischieranno la bancarotta e gli imprenditori che hanno rilasciato garanzie personali (fideiussioni) potranno perdere gli immobili acquistati con tanti sacrifici.

Secondo le ultime stime, in Italia si contano 5 milioni di piccole e medie imprese (Pmi). Nel 2020, a causa dell’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi, ne sono scomparse circa 300.000, quasi tutte (l’85%) appartenenti al segmento delle piccole attività e situate prevalentemente al Sud, a cui si aggiungono 200mila lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva, operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Il rischio che l’escalation dei contagi da coronavirus, pur in assenza di un vero lockdown nazionale, possa essere devastante in futuro per imprese e lavoro viene sottolineato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro nell’indagine Crisi, emergenza e lavoro nelle Pmi: secondo lo studio, due imprese su dieci di quelle tuttora in attività potrebbero chiudere nel 2021. Stiamo parlando del 20 per cento del tessuto produttivo di un paese come l’Italia, che si regge proprio sulla piccola e media impresa.


4. Nei bilanci delle banche, questa drammatica situazione si tradurrà in prestiti non pagati, crediti inesigibili, fallimenti e pignoramenti. Aumenteranno vertiginosamente i “crediti deteriorati”. La stretta creditizia sarà quattro volte più dura di quella vissuta dopo la crisi del 2008.

Banca Ifis ha stimato, sulla base dei bilanci provvisori degli istituti di credito, che l’ammontare complessivo dei Npl nel 2020 avrebbe raggiunto quota 338 miliardi di euro (+5% sul 2019). Nel 2021 le esposizioni deteriorate potrebbero salire fino a 385 miliardi, con un incremento ulteriore nel 2022.

Numeri che fanno rabbrividire, ma che gli italiani sembrano non aver ancora metabolizzato. Perché gli aiuti istituzionali e un approccio di stand-by mentale, all’insegna del “mal comune, mezzo gaudio”, non permettono al momento di prendere piena coscienza delle reali conseguenze della pandemia e del blocco dell’economia.


L’incertezza regna sovrana, alimentando un sensibile calo della fiducia che, a sua volta, induce a diffusi atteggiamenti di rigetto che intaccano la resilienza e la facoltà di reagire da soli.

È ormai chiaro quanto sperare ed insistere su promesse politiche demagogiche renda in realtà più difficile e tardivo qualunque processo di gestione autonoma, razionale ed efficace della crisi. Cosa possiamo fare, allora, rispetto al futuro che ci aspetta? Per difendersi e reagire esiste un solo modo: anticipare i tempi e agire di iniziativa.


Da "https://www.ilfattoquotidiano.it" La crisi sarà devastante ma nessuno ne parla: le lobby rischiano troppo di Vincenzo Imperatore

L’anno dalla pandemia ha segnato il trionfo del delivery in tutte le sue forme. Durante i mesi del lockdown più duro è stata un’àncora di salvezza fondamentale. Ma l’inedita “esperienza domiciliare” di questi mesi è andata molto oltre: a casa nostra non sono arrivati soltanto inconsueti quantitativi di pacchi o di cibo pronto, ma anche (per la prima volta nel corso della modernità) il lavoro e la scuola. Remote working e Didattica a Distanza sono diventati esperienza quotidiana per moltissimi, talvolta per quasi tutti.

La trasformazione in esperienza di massa della triade delivery + remote working + DAD, con l’aggiunta della chiusura di ogni forma di intrattenimento extra domestico e la rarefazione coatta delle relazioni sociali, ci sta rendendo sempre più avvezzi alla sedentarietà. A cui, forse, siamo ormai fin troppo abituati. Dovremo dunque fare i conti con la stabilizzazione di una inedita “società comoda”: un modello di cui vedevamo le tracce già prima, ma che con la pandemia si è imposta come possibile forma di organizzazione sociale. Un modello certamente ricco di vantaggi, ma anche di non pochi rischi.

TUTTO IN UN CLICK: MOLTO COMODO, MA CON UN "LATO OSCURO"
Tutte le trasformazioni determinate da questa triade ci hanno spinto a ridisegnare la vita direttamente a casa nostra. Con l’unica fatica di un click. Abbiamo scoperto certamente molte cose interessanti e utili: non è più necessario uscire di casa per fare certi acquisti; è possibile ripensare l’organizzazione del lavoro superando il quotidiano obbligo della vita in ufficio (con i suoi costi in termini di denaro, di tempo, di stress) aiutando la conciliazione dei ritmi della vita con quelli professionali; abbiamo molti strumenti per evitarci inutili viaggi, attese, scocciature; l’istruzione a tutti i livelli può essere “digitalmente aumentata”, innovando un modello di istruzione per molti versi superato.

Se questa esperienza potrebbe apparire luminosa, viverla in prima persona ce ne ha fatto tuttavia scoprire un “lato oscuro” che occorre mettere a fuoco in fretta. Perché l’impatto più generale e pervasivo della pandemia si è abbattuto sulle relazioni. Ed è proprio da qui, come consigliano Donati e Maspero nel recentissimo Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni, che occorre mettersi al lavoro per iniziare la ricostruzione. Sapendo però (ce lo insegna la Storia) che ricostruire mal si concilia con la comodità. Ciò vale anche nelle relazioni, poiché l’Altro è sempre scomodo.

TIRARE LE SOMME DI UN'ESPERIENZA CONTRADITTORIA
Dovremo capire innanzitutto se sono davvero plausibili (e soprattutto, utili all’inestinguibile bisogno di felicità dell’uomo) le narrazioni incantate sul futuro del “lavoro agile” e addirittura sulla “fine dell’ufficio”: se il lavoro non è solo produzione, ma innanzitutto relazione sociale, la sua eccessiva remotizzazione (o addirittura la sua domiciliarizzazione) toglie un pezzo rilevante del suo significato. E appare simbolicamente rilevante che i primi a capirlo siano stati giganti del digitale, come Google e Cisco, orientati a un rapido rientro in ufficio (seppur nella prospettiva di un hybrid workplace). Lavorare in un team senza incontrare quasi mai i colleghi rischia di non generare una squadra, di rendere difficile la costruzione di un senso di appartenenza e di comune identità.

Nella scuola e nell’università dovremo poi capire tutti, docenti e studenti, come maneggiare la “didattica aumentata digitalmente”. Ne abbiamo compreso le potenzialità, ne abbiamo benedetto l’esistenza che ha evitato lo stallo. Ma ne abbiamo visto i limiti insuperabili, perché la presenza in un rapporto educativo non è mai sostituibile. Soprattutto, quando dovremo decidere quale mix tra presenza e distanza inventarci, dovremo fare i conti proprio con la comodità che tanto nei docenti quanto negli studenti si propone come seduzione non priva di minacce.

Dovremo capire se la didattica remotizzata (in forma blended o addirittura registrata) possa essere un’opportunità per garantire il diritto allo studio (per chi lavora, per chi vive in aree lontane dai poli universitari di eccellenza, o semplicemente per chi non ha voglia di scomodarsi) oppure una pericolosa illusione che complica la relazione educativa trasformandola in un trasferimento funzionalistico di contenuti specialistici.

Così come illusoria (per i giovani innanzitutto) ci appare già oggi la narrazione del south working, l’idea cioè di lavorare per un’azienda del Nord continuando a vivere nella zona in cui si è nati. Nello studio come nel lavoro (e innanzitutto nella ricerca del lavoro, così come nella progressione di carriera) le relazioni dirette, i dialoghi tra pari a lezione o tra colleghi in ufficio, le chiacchiere nei chiostri o alla macchinetta del caffè, sono elementi insostituibili. Già negli anni Settanta il sociologo Mark Granovetter parlava di “forza dei legami deboli” come di un elemento indispensabile per sviluppare pienamente i propri talenti, per trovare lavoro, per costruire una carriera.

I RITI CHE RENDONO RESISTENTI LA VITA
C’è un ultimo aspetto, che mette in guardia dai rischi della “società comoda”. Nel suo recente La scomparsa dei riti il filosofo sud coreano (ma tedesco di adozione) Byung-Chul Han ci avverte del fatto che la scomparsa delle dimensioni rituali dell’esistenza rappresenta una perdita non sostituibile per la vita umana. La loro ripetitività rappresenta infatti un elemento centrale nella stabilizzazione dell’esperienza, rendendo così la vita resistente e capace di un rapporto armonico tra ciascuno e il complesso delle altre persone e delle “cose” con cui siamo soliti rapportarci.

Se scompaiono i riti (anche quelli della vita quotidiana come l’andare a scuola, in università, al lavoro, con i loro tempi, i loro luoghi, le scomodità che richiedono) si impone la logica del consumo applicata a tutte le dimensioni dell’umano, si perdono per strada la durata e lo scopo a favore di un unico obiettivo: performare meglio per produrre di più. Il digitale può essere un (imperfetto) succedaneo in termini produttivi, ma la corporeità resta insostituibile per umanizzare la realtà.

La “società comoda” e on-life (secondo la visionaria definizione di Luciano Floridi) può dunque rappresentare un guadagno ma nasconde un inganno. Ci potrà restituire più tempo di vita, forse. Ma ci potrà anche togliere relazioni e spazi di libertà, riducendo l’umano alla logica produttivista. Proprio per questo, sarà bene avere a mente (ce lo ricordano Magatti e Giaccardi nel loro Nella fine è l’inizio) che “l’obiettivo sensato per la prossima fase della crescita non è più l’aumento quantitativo della produzione” bensì “scommettere sulla qualità delle persone e dei legami sociali”.

Con uno slogan potremmo ricordare che bisogna scomodarsi per prendersi cura di sé, dell’altro e del mondo. In un tempo di ricostruzione, la “società comoda” ci imporrà insomma ogni giorno una scelta figlia di un negoziato che andrà fatto innanzitutto con noi stessi: appartarci (seppur in collegamento) o connetterci (ovvero, intrecciarci con le vite degli altri).

Da "https://rivista.vitaepensiero.it" DOPO LA PANDEMIA: LA SOCIETÀ COMODA E I SUOI RISCHI di Luca Pesenti

Nell’arco di quarantott’ore la natura del conflitto è cambiata. Gli scontri tra i manifestanti palestinesi e le forze dell’ordine a Gerusalemme si sono trasformati in una guerra aperta nella Striscia di Gaza, e il bilancio si è improvvisamente aggravato, con almeno quaranta morti.

È l’escalation nell’uso delle armi ad aver fatto impennare il numero delle vittime. Centinaia di razzi sono stati lanciati da Hamas contro Israele dalla Striscia di Gaza. Alcuni hanno superato la “cupola d’acciaio”, il sistema antimissile israeliano.

Cinque israeliani sono stati uccisi dai razzi, mentre a Gaza 35 palestinesi, tra cui dodici bambini, sono morti a causa della rappresaglia israeliana. Nel pomeriggio dell’11 maggio ottanta aerei israeliani hanno bombardato la Striscia, e in serata le sirene hanno suonato a Tel Aviv per avvisare di un nuovo lancio di razzi.

Conflitto irrisolto
Come siamo passati dalle violenze nelle piazze a una guerra combattuta con aerei e razzi, che rischia di non fermarsi? Come sempre succede in questa regione, gli incidenti isolati risvegliano conflitti mai risolti.

Nella sua cronologia degli eventi, il quotidiano israeliano Haaretz fa risalire lo scoppio della crisi al primo giorno di Ramadan, quando le autorità israeliane hanno cambiato il dispositivo di sicurezza alla porta di Damasco, principale via d’accesso alla città vecchia e ai luoghi di preghiera. Davanti alla porta, c’è il quartiere storico di Sheikh Jarrah, già in fibrillazione a causa delle espulsioni dei residenti palestinesi. I palestinesi si sono rifiutati di rispettare le nuove regole sulla sicurezza, giudicate “umilianti”.

C’è un vuoto di potere sia sul fronte israeliano sia su quello palestinese

Poi un video pubblicato su TikTok ha mostrato un giovane palestinese che schiaffeggiava un giovane ebreo ultraortodosso a Gerusalemme. Il video è diventato virale, come una sfida puerile lanciata dagli adolescenti all’onnipotente stato ebraico. A quel punto alcuni israeliani di estrema destra hanno lanciato una caccia all’uomo nei quartieri palestinesi, e la violenza si è messa in moto. Cominciata su TikTok e finita con i bombardamenti: è la guerra del ventunesimo secolo.

Ma questo non basta a spiegare tutto. Esiste anche il contesto politico. Sul fronte israeliano c’è un vuoto di potere nonostante tre elezioni nell’arco di poco tempo. Benjamin Netanyahu dovrebbe limitarsi agli affari correnti, eppure ha il potere di decidere se fare la guerra e la pace.

Sul versante palestinese il vuoto è ancora più sorprendente. Da quindici anni i palestinesi sono divisi tra la Striscia di Gaza, controllata dagli islamisti di Hamas, e l’Autorità palestinese in Cisgiordania, guidata da un Abu Mazen, il cui mandato è terminato da tempo, così come il suo credito politico.

Scatenando la battaglia a partire dal suo feudo, Hamas rivendica la leadership palestinese e prova ad approfittare dell’indebolimento del suo rivale storico, Al Fatah, la formazione in passato guidata da Yasser Arafat e ormai senza un capo né un progetto politico.

I giovani palestinesi, dal canto loro, non hanno fiducia in questi partiti che non sono in grado di offrirgli un futuro. Ma il rifiuto di un’occupazione senza speranze e senza fine assume la forma di un’ondata di violenza di cui nessuno può prevedere la fine.


Da "https://www.internazionale.it" Un mese di violenze, dalle strade di Gerusalemme ai cieli di Gaza di Pierre Haski, France Inter, Francia

Il gesuita p. Karl Rahner è stato uno dei primi a riconoscere che il Concilio Vaticano II aveva trasformato la Chiesa cattolica occidentale in una Chiesa mondiale. Egli ha affermato: «Il Concilio Vaticano II è stato il primo grande evento ufficiale, in cui la Chiesa si è attuata come Chiesa mondiale»[1]. Se infatti nel Concilio Vaticano I erano presenti anche vescovi di Paesi non occidentali, essi tuttavia erano per lo più vescovi missionari di origine europea e nordamericana. I vescovi intervenuti al Vaticano II provenivano da 116 Paesi, la maggior parte dei quali erano nativi: il 36% venivano dall’Europa, il 23% dall’America Latina, il 12% dal Nord America, il 20% dall’Asia e dall’Oceania e il 10% dall’Africa. Nel Sinodo straordinario dei vescovi del 1985, a Roma, il 74% dei vescovi proveniva da Paesi diversi dall’Europa o dall’America settentrionale, e questo rispecchiava la proporzione (più del 70%) dei cattolici in tutto il mondo.

La più antica istituzione del mondo, la Chiesa cattolica, è davvero una Chiesa globale[2]. Con 1,3 miliardi di membri, essa rappresenta oltre il 50% dei 2,5 miliardi di cristiani nel mondo. Questi enormi numeri e l’organizzazione internazionale ne fanno un attore transnazionale. Stime recenti attestano la percentuale dei protestanti a circa il 37%, e quella delle varie Chiese ortodosse al 12%. Altre comunità, meno tradizionali, come cristiani scientisti, mormoni, testimoni di Geova, rappresentano circa l’1%. E oggi sono in rapida crescita le comunità pentecostali, carismatiche o del Rinnovamento, con oltre 682 milioni di membri[3].

Cambiamenti demografici

Tuttavia il volto del cristianesimo mondiale oggi sta cambiando. Le principali Chiese europee e nordamericane continuano a perdere membri, e ciò avviene in misura particolarmente rilevante in quelle cattoliche. In America Latina, patria di circa 425 milioni di cattolici, con la crescita del cristianesimo evangelico e pentecostale c’è stato un esodo dalla Chiesa cattolica di decine di milioni di membri. I pentecostali oggi si attribuiscono circa il 70% di tutti i protestanti latinoamericani. Basandosi su un culto soprannaturale, emotivo, e sulle preghiere di guarigione, spesso predicano il «vangelo della prosperità», o vangelo della salute e della ricchezza, che affonda le radici nel pentecostalismo statunitense[4]. Proprio il pentecostalismo, nelle sue varie forme, si è dimostrato particolarmente attraente per i poveri dell’America Latina. I pentecostali sono evangelizzatori efficaci, con il loro zelo nel comunicare la loro fede, l’accento posto sui doni carismatici e un’esperienza soggettiva di Dio. Tutti elementi che la teologia occidentale ha perso di vista da lungo tempo.

Negli Stati Uniti la percentuale di cattolici è scesa dal 23 al 20%, con la maggiore diminuzione nel Nord-est[5]. Le perdite sono più sensibili tra i giovani adulti. Il 36% dei post-Millennial (giovani fra i 18 e i 24 anni) non ha rapporti con alcuna tradizione religiosa. Essi spesso vengono chiamati «i non», per la risposta negativa che danno alle domande sulla propria affiliazione religiosa.

Nel 1910 l’Europa ospitava il 65% dei cattolici del mondo, a fronte dell’esiguo 24% odierno[6]. Questo calo è dovuto, tra l’altro, ai bassi tassi di fertilità, al fatto che la maggior parte dei cristiani è anziana e aumentano le persone che abbandonano il cristianesimo. Il numero delle persone che partecipano alla Messa continua a diminuire. Il declino non riguarda soltanto i cattolici: un’indagine di Stephen Bullivant ha rilevato che in 12 dei 22 Paesi europei da lui esaminati oltre la metà dei giovani adulti dichiara di non identificarsi con una particolare religione o denominazione.

Tuttavia, mentre in Occidente è in declino, il cristianesimo sta esplodendo in Africa, in Asia e in America Latina, ovvero nelle zone che di solito vengono denominate «il Sud del mondo». Secondo un’inchiesta del Pew Research Forum, più di 1,3 miliardi di cristiani (61%) vivono nel Sud del mondo, rispetto ai circa 860 milioni che vivono in Europa e Nord America (39%)[7].

In Africa, la crescita del cristianesimo è stata straordinaria: dai nove milioni del 1900 ai circa 380 milioni di oggi. Secondo Todd Johnson e i suoi collaboratori, «entro il 2050 probabilmente ci saranno più cristiani in Africa (1,25 miliardi) che in America Latina (705 milioni) ed Europa (490 milioni) messe insieme»[8]. Questo significa che cesserà il dominio numerico dell’Europa sul cristianesimo globale, come avveniva in passato.

In Asia il cristianesimo continua a crescere, soprattutto nelle sue espressioni evangeliche e pentecostali. I 17 milioni di evangelici e pentecostali asiatici presenti nel 1970 oggi si sono moltiplicati fino a superare i 200 milioni. A Singapore, nella Corea del Sud e nelle Filippine esistono Mega-Chiese con decine di migliaia di membri. In Indonesia e in Malesia l’adesione al cristianesimo cresce tra buddisti e confuciani. Molte di queste Chiese predicano il vangelo della prosperità. In Cina il cristianesimo continua a progredire, nonostante gli sforzi dell’attuale governo per controllarlo. Si stima che i cattolici oscillino tra i 10 e i 12 milioni, con una crescita lenta. I cristiani evangelici e pentecostali sono tra i 40 e i 60 milioni, anche se c’è chi ipotizza numeri più elevati, fino a 100 milioni.

Sfide

Sebbene il Concilio Vaticano II abbia fatto molto per rinnovare e rivitalizzare la Chiesa, essa oggi si trova ad affrontare molte sfide, oltre al calo dei suoi membri. Gravi danni sono stati causati dagli abusi sessuali su minori da parte di esponenti del clero, ossia dalla crisi più grave che la Chiesa abbia dovuto affrontare dai tempi della Riforma a oggi. Il problema, inizialmente liquidato da alcuni a Roma come una questione americana, adesso è mondiale[9].

Un’altra sfida è quella della carenza di sacerdoti, a mano a mano che molti di quelli finora attivi raggiungono l’età della pensione e che le nuove vocazioni al ministero ordinato diminuiscono. In Europa molte parrocchie vengono chiuse o riunite in centri pastorali. Alcuni Paesi dipendono sempre più dal clero nato all’estero.

Chiare sfide sono costituite anche dalla diversità culturale e dal pluralismo religioso. In quanto comunità globale, la Chiesa cattolica è presente in Paesi sempre più laici e convive con altre religioni non sempre ben disposte nei suoi confronti. Se in America Latina i cattolici si adoperano con scarso successo per stabilire relazioni migliori con le fiorenti Chiese pentecostali, in Cina, in India e in alcuni Paesi islamici devono fare i conti con governi ostili, pressioni politiche, assenza di libertà religiosa, e persino persecuzioni. Molte Chiese nazionali sono lacerate da fazioni interne che rappresentano una minaccia per l’unità. Infine, si dovrà vedere come le Chiese si riprenderanno dalle chiusure dovute alla pandemia e dal conseguente cambiamento delle pratiche religiose.

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco si è impegnato a spingere la Chiesa in avanti, proiettandola verso un mondo tanto bisognoso del Vangelo e distogliendola da una focalizzazione «autoreferenziale» su se stessa e sui propri problemi. Il Papa immagina un discepolato missionario, capace di combattere i «miti della modernità» («individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole»[10]) e di portare la buona notizia alle periferie, a tutti gli esclusi: i poveri, i migranti, i sofferenti. Egli desidera che la Chiesa venga conosciuta non per ciò a cui è contraria, ma per quello a cui è favorevole, una Chiesa che costruisce ponti. Quale aspetto potrebbe assumere una Chiesa siffatta?

Guardare avanti

Nel 2009 John Allen ha pubblicato un libro sulla Chiesa del futuro. A partire dalla considerazione dello spostamento demografico della maggioranza dei cristiani dall’Europa e dall’America settentrionale verso il Sud del mondo, prevedeva che il cattolicesimo futuro sarebbe stato molto diverso. Esso sarà per lo più non occidentale, non bianco e non ricco, più conservatore sulle questioni sessuali, più liberale sui temi della giustizia sociale; sarà contrario alla guerra, favorevole alle Nazioni Unite e diffidente verso il capitalismo del libero mercato; più biblico ed evangelico nell’affrontare le questioni culturali; più attento alla propria forte identità cattolica di fronte al pluralismo religioso. La Chiesa del futuro sarà più giovane, più ottimista e più aperta alla pratica religiosa indigena[11].

Che cosa potremmo aggiungere, alla luce degli sforzi che papa Francesco sta compiendo per rinnovare la Chiesa, soprattutto di fronte alle sfide che abbiamo considerato?

Una Chiesa policentrica

La Chiesa di domani sarà policentrica anziché eurocentrica. Francesco auspica che venga maggiormente riconosciuta l’autorità magisteriale delle Conferenze episcopali nazionali e regionali ed esorta a pensare con tutta la Chiesa, non solo con la gerarchia. Mette in risalto la «sinodalità», vale a dire il «camminare insieme», resistendo alla tentazione di governare in modo verticale, dall’alto verso il basso[12]. In un contesto di pluralità di culture, la sinodalità svolgerà un ruolo sempre più importante, favorendo la varietà nella teologia, nella liturgia e nella pratica pastorale. In qualche misura questo processo è già in atto nel lavoro che le Chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina stanno compiendo per inculturare la loro fede.

Il pentecostalismo ha lasciato il segno nelle liturgie e nella catechesi dell’America Latina. I teologi africani si stanno impegnando per sviluppare una teologia autenticamente africana, dove le donne hanno un ruolo sempre più importante. Le Chiese asiatiche, soprattutto quella che è in India, lottano per presentare Gesù come Parola di Dio e salvatore in un contesto di pluralismo religioso e in una condizione di minoranza. In futuro ci potranno essere nuovi centri di autorità, basati sulle Conferenze episcopali nazionali o regionali, sul modello della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) con sede a Washington, e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc). Un processo del genere potrà svilupparsi se si realizzerà la visione che Francesco ha di una Chiesa più sinodale.

Una «governance» più inclusiva

Una Chiesa decentralizzata e policentrica sarà caratterizzata da una governance più inclusiva. Le Chiese del Sud del mondo parlano sempre più con voce propria e pongono questioni vitali per la loro vita e missione ecclesiale. Spesso apportano nuovi problemi, avvalendosi anche della simultaneità delle comunicazioni moderne e dei social media. Molti cattolici si sforzano di essere più inclusivi riguardo a coloro che sono diversi.

Dato che a tutt’oggi i vescovi cattolici sono circa 5.600, le difficoltà logistiche connesse a un eventuale nuovo Concilio ecumenico fanno pensare che negli anni a venire il Sinodo dei vescovi svolgerà un ruolo sempre più importante. Potrebbe anche rendersi necessario un cambiamento nella struttura del Sinodo, affinché esso divenga qualcosa di più che un semplice Sinodo di vescovi in cui il diritto di voto spetta solo al clero[13]. Talvolta è accaduto che laici, uomini e donne, abbiano preso parte a gruppi linguistici sinodali, e si possono trovare altre modalità per coinvolgerli in maniera efficace.

I due Sinodi sul matrimonio e sulla famiglia (2014-15) e il Sinodo dell’ottobre 2019 sull’Amazzonia sono stati molto diversi da quelli che li hanno preceduti. Al loro interno si è sviluppata una libera discussione su questioni controverse, come non si verificava dal Concilio Vaticano II. Con quello che è stato definito un «esercizio di sinodalità» i vescovi francesi hanno allargato la loro Assemblea plenaria del novembre 2019, consentendo a ciascun vescovo di essere accompagnato da due fedeli, uomini o donne, ordinati o laici, per riflettere insieme a loro sulla missione futura della loro diocesi. Anche la Germania sta sviluppando un processo sinodale.

I laici, uomini e donne, potrebbero essere rappresentati meglio anche nei dicasteri vaticani e dovrebbero avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi. L’attuale sistema non sempre riesce a essere rappresentativo di tutte le voci ecclesiali. Un sistema di candidature da parte delle diocesi locali, con il diritto del Papa di prendere la decisione finale, potrebbe rendere possibili al tempo stesso la partecipazione locale e la supervisione papale.

Verso le periferie

Papa Francesco esorta i cattolici – anzi, tutti i cristiani – a «uscire dalla propria comodità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium [EG], n. 20). Egli mette al centro delle sue preoc­cupazioni i poveri, gli svantaggiati e i migranti. E se la Chiesa vuole riuscire a evangelizzare le diverse culture in cui vive, deve inculturarsi (cfr EG 68; 116-128). Significativi sono, a questo riguardo, la scelta, da parte di papa Francesco, di cardinali provenienti da sedi non tradizionali e l’inclusione delle voci delle Conferenze episcopali regionali nelle sue lettere apostoliche, come pure la sua insistenza sulla sinodalità.

Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica ne costitui­sce un esempio. Nella regione amazzonica, che abbraccia, in tutto o in parte, la Bolivia, il Brasile, la Colombia, l’Ecuador, la Guyana francese, la Guyana, il Perù, il Venezuela e il Suriname, vivono circa 34 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Si tratta di una regione minacciata, sottoposta a incendi che distruggono migliaia di chilometri di quella foresta pluviale che viene spesso chiamata «il polmone del Pianeta». In gran parte quegli incendi sono dolosi, provocati al fine di liberare spazio per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. L’utilizzo di pesticidi, l’inquinamento di fiumi, laghi e corsi d’acqua e l’estrazione mineraria illegale mettono in pericolo la salute degli abitanti. Tra le problematiche sociali vanno segnalate in particolare l’evacuazione delle popolazioni indigene, la criminalizzazione di rifugiati e migranti, il traffico sessuale di persone, in particolare donne, e l’accresciuto consumo di alcol e droghe.

Il Sinodo cercava una «Chiesa dal volto amazzonico», con una forma di governo sinodale più partecipativa, collegiale, caratterizzata, come sostiene p. Antonio Spadaro, da una comunione più forte e da nuove strutture per assisterla nell’affrontare queste realtà[14]. Dopo numerose sessioni di ascolto, il documento finale del Sinodo è stato approvato con una maggioranza di due terzi, compresa la votazione – con 128 voti a favore e 41 contrari – sui preti sposati, ossia sui cosiddetti viri probati o anziani di provata virtù, come pure quella sulle diaconesse, con 137 voti a favore e 30 contrari. Si è raccomandato anche un rito speciale per l’Amazzonia, sebbene non siano mancati alcuni voti contrari[15]. Ci sono state richieste di approfondimento e suggerimenti, che ora sono nelle mani del Papa.

Ma il Sinodo ha anche suscitato una forte opposizione. Un cardinale tedesco ha definito «eretico» il documento di lavoro, imputando a chi lo aveva redatto l’intento di trasformare la Chiesa in una Ong laica. Un cardinale americano ha definito il Sinodo un attacco diretto alla signoria di Cristo. Altre forti critiche sono giunte da alcuni gruppi di destra, fondati negli anni Sessanta per fare da baluardo contro gli influssi «comunisti» nella società e nella Chiesa. Qualcuno si è opposto a quella che definiva la «teologia indigenista» del Sinodo, considerandola «una radicalizzazione della fede cristiana dietro la maschera dell’ecologia»[16].

Anche i milioni di migranti e rifugiati abbandonati oggi nelle periferie stanno molto a cuore a papa Francesco. Il mondo intero è in movimento, con famiglie che fuggono da violenze e conflitti, da persecuzioni religiose, da una povertà opprimente o da cambiamenti climatici (cfr LS 25). Nel 2019 l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha riferito che il numero delle persone in fuga nel mondo aveva toccato i 70,8 milioni, il livello più alto mai registrato[17]. Ne fanno parte anche le persone che sono ammassate al confine meridionale degli Stati Uniti, molte delle quali sono state separate dai propri figli sotto l’amministrazione Trump.

I ministeri laicali

Nessuno si aspettava l’esplosione dei ministeri laicali, che ha fatto seguito ai passi compiuti dal Concilio Vaticano II per sviluppare una teologia dei laici e la loro partecipazione al sacerdozio di Cristo e alla missione della Chiesa. Oggi nelle comunità locali e nelle diocesi molti posti di responsabilità sono sempre più affidati a laici, e soprattutto a laiche.

In Africa e in America Latina, da tempo catechisti laici e agenti pastorali guidano comunità locali. In Africa il sostentamento dei catechisti è generalmente a carico delle loro comunità; essi non sono necessariamente remunerati in denaro, ma vengono forniti di vitto, alloggio e motociclette per spostarsi. L’Africa oggi può contare anche su una nuova generazione di teologi e professionisti della Chiesa, uomini e donne, sacerdoti e suore, molti dei quali si sono formati in Europa o negli Stati Uniti.

In Europa e in America Latina ci sono ministri laici, donne comprese, che officiano i funerali religiosi, presiedono la liturgia della Parola e predicano nei gruppi di preghiera quando non è disponibile un sacerdote. Alcune Chiese negli Stati Uniti hanno «amministratori parrocchiali laici», che svolgono importanti funzioni pastorali in tutti gli aspetti, tranne che nel ministero sacramentale.

Un sacerdozio rinnovato

In molte parti del mondo la carenza di sacerdoti è un problema serio. Nel 2017 il numero globale dei presbiteri è diminuito, cosa che non accadeva dal 2010. In una diocesi nel Nord del Brasile il 70% delle comunità vede un sacerdote solo una o due volte l’anno, e quindi il battesimo diventa il sacramento fondamentale.

Il sistema dei seminari, che un tempo ha avuto una riforma significativa, deve essere ancora rinnovato. Se si collocano i seminaristi in strutture tutte maschili e semi-claustrali, dando luogo a una «formazione per isolamento», non li si prepara ad affrontare le sfide del mondo attuale[18]. Molti di loro hanno scarsa percezione delle sfide della vita familiare o dei rapporti di lavoro equi con i ministri laici. La maturità affettiva e psicosessuale e il clericalismo sono questioni cruciali da affrontare, come ha dimostrato la crisi degli abusi sessuali. La teologia di un «cambiamento ontologico» in seguito all’ordinazione oggi è di difficile comprensione e rischia di favorire un elitarismo clericale. I seminaristi che si preparano al ministero dovrebbero frequentare classi miste, al fianco di uomini e donne, e i loro insegnanti e formatores, sia uomini sia donne, dovrebbero avere voce in capitolo per approvarne l’ordinazione[19].

Riguardo alla propria disciplina sacramentale, la Chiesa ha molto più margine di libertà di quanto finora sia stata disposta a riconoscere. Molti diaconi svolgono un eccellente ministero negli ospedali: perché non si potrebbe avviare una nuova riflessione sull’amministrazione del sacramento degli infermi e sulla remissione dei peccati ad esso connessa, valutando alcune circostanze e condizioni per le quali a celebrarlo possano essere i diaconi? Queste e altre questioni non sono state mai discusse dalla Chiesa intera, valendosi di tutte le sue risorse teologiche e pastorali, né è stato fatto alcuno sforzo per valutare il sensus fidelium sulla questione.

Perdita di privilegi

La Chiesa oggi non gode più di uno status speciale e privilegiato tra le istituzioni. La crisi degli abusi sessuali e la crescente secolarizzazione hanno portato a ridefinire i rapporti tra essa e lo Stato in modo significativo. La cultura laica di molti Paesi occidentali ha messo in discussione anche antiche politiche di istituzioni cattoliche relative all’insegnamento della Chiesa in materia di vita, sessualità e famiglia.

In Argentina, Australia, Belgio, Canada, Cile, India, Irlanda e Stati Uniti le autorità civili hanno avviato indagini sulle Chiese locali, chiedendo l’accesso ai documenti delle cancellerie. In India, Pakistan e Cina i cattolici devono affrontare tensioni.

Dialogo con la cultura

Se la Chiesa vuole che la sua voce oggi venga ascoltata, deve imparare un nuovo modo di insegnare. Non può fermarsi a deprecare una crescente secolarizzazione, la perdita della moralità tradizionale o i nuovi atteggiamenti verso la sessualità, il genere, l’etica medica e le questioni di fine vita. I giorni in cui poteva limitarsi a imporre la propria visione morale alla società tramite le leggi civili – l’antica alleanza fra il trono e l’altare – sono finiti in gran parte del mondo. La Chiesa ha bisogno di dialogare con la cultura, portandole il contributo delle sue tante risorse personali e istituzionali. È la via seguita da papa Francesco, che invoca «un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato»[20].

Per molti oggi l’autorità non deriva dalla dottrina, ma dall’esperienza. Si apprezzano i diritti individuali, l’autodeterminazione e l’autenticità della persona. Allo stesso tempo la Chiesa non può semplicemente abbracciare l’ethos della cultura, che in gran parte è profondamente contrario al Vangelo. Un radicale individualismo si contrappone al profondo impegno cattolico per il bene comune, per la dignità della persona e per la rivalutazione dell’importanza della comunità. Su tutti questi problemi la voce della Chiesa deve risuonare nella pubblica piazza.

Ma la Chiesa non ha la risposta a tutte le domande, e riconosce una certa autonomia delle realtà terrene (cfr Gaudium et spes, n. 36). Ha bisogno di appellarsi al senso della fede (sensus fidei) e dei fedeli (sensus fidelium). L’immagine bipartita di una Chiesa docente (ecclesia docens) e di una Chiesa discente (ecclesia discens) non è più appropriata, e forse non lo è mai stata[21]. La Chiesa ha bisogno di ascoltare anche i suoi teologi, i suoi studiosi e le altre Chiese.

Un nuovo ecumenismo

La crescita esplosiva delle «nuove» Chiese nel Sud del mondo – evangeliche, neopentecostali e indipendenti africane – rappresenta una nuova sfida per l’ecumenismo. Molte sono non tradizionali; poche costituiscono comunità sacramentali o liturgiche; la maggior parte non celebra l’Eucaristia. Poiché credono in un mondo ricco di spiriti, molte Chiese mettono in primo piano la guerra spirituale e gli esorcismi. La maggior parte di esse predica il «vangelo della prosperità». Poche sono interessate all’ecumenismo o all’unità visibile della Chiesa. Queste nuove Chiese considerano l’ecclesiologia occidentale troppo occidentale, eurocentrica e non sufficientemente in sintonia con la loro esperienza.

Le Chiese antiche e confessionali non possono semplicemente ignorare queste nuove Chiese, ma, per entrare in relazione con esse, dovranno sviluppare un nuovo ecumenismo più inclusivo. Queste nuove Chiese si curano meno delle dichiarazioni di consenso che hanno caratterizzato l’ecumenismo tradizionale, e apprezzano di più le testimonianze personali, condividono storie sulla vita nello Spirito e un senso di missione basato sui valori del Vangelo. L’approccio di papa Francesco è simile: sottolinea il camminare, il lavorare e il pregare insieme.

Le Chiese occidentali e quelle del Sud del mondo possono imparare molto le une dalle altre[22]. Dotate di un forte senso della loro missione evangelica e dei doni dello Spirito, le nuove Chiese sono comunità vitali, sebbene abbiano bisogno di andare oltre la loro predicazione su salute e ricchezza; di imparare che fede e ragione collaborano; e di ricercare l’unità visibile con le altre Chiese. Le Chiese occidentali possono avere un contatto più forte con la tradizione storica della Chiesa e con le dimensioni sociali della sua missione, ma la loro teologia troppo spesso è stata inquinata dal razionalismo illuminista, per cui oggi è necessaria una maggiore attenzione all’esperienza e alla percezione della vicinanza di Dio.

Il Vangelo chiama tutti i cristiani a vivere in comunione gli uni con gli altri. Può il vescovo di Roma diventare non solo un simbolo di unità, ma mettersi davvero al suo servizio, senza esigere che tutte le Chiese riconoscano la sua autorità giuridica? L’autorità è sempre maggiore quando viene riconosciuta piuttosto che rivendicata. L’unità è finalizzata alla missione, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). I cristiani devono riconoscersi l’un l’altro come fratelli e sorelle nel Signore. L’ecumenismo inizia sempre dall’amicizia.

Dialogo interreligioso

Esperti e giornalisti sono soliti parlare della morte della religione, ma molti conflitti oggi hanno radici religiose, sono provocati da fondamentalismi che in vario modo rappresentano una risposta alla modernità – amplificata dalla globalizzazione – da parte di molti che temono il cambiamento e di perdere potere e privilegi religiosi, politici o di altro genere.

Il fondamentalismo islamico, in Africa e in varie parti del Medio Oriente, è un problema che spesso porta alla violenza, ma il dialogo con l’islam è ancora nelle sue fasi iniziali, e sui rapporti con l’islam l’Europa è fortemente divisa. Non è alla religione in sé o alle sue pratiche che molti si oppongono, ma piuttosto all’ordine sociale e politico instaurato in molti Paesi musulmani, nei quali vengono negate, fra l’altro, la libertà di coscienza, la conversione religiosa e la piena uguaglianza delle donne e delle minoranze religiose. Il alcuni Stati dell’India sia i cristiani sia i musulmani hanno subìto persecuzioni.

Per papa Francesco il dialogo resta una priorità. Quando si è recato in Marocco, nel marzo 2019, egli ha sottolineato che la via per combattere il terrorismo è quella di un dialogo autentico; la «semplice tolleranza» non è sufficiente. «Nel rispetto delle nostre differenze, la fede in Dio ci porta a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili»[23]. È un messaggio che tutte le religioni dovrebbero condividere.

Identità ecclesiale

L’identità ecclesiale è una questione conclusiva. Oggi molti giovani cattolici non hanno familiarità con la propria tradizione e con i protocolli delle divisioni ecclesiali, o spesso li ignorano. Un’esperienza di comunità è più importante dell’identità istituzionale. Non è insolita la condivisione eucaristica non ufficiale. Alcuni parlano di «doppia appartenenza». Negli Stati Uniti, se a una coppia non viene concesso dalla Chiesa cattolica il permesso di celebrare il matrimonio «in giardino», essa si rivolge a pastori episcopaliani o metodisti, senza per questo considerarsi meno cattolica. In Nigeria e altrove, alcuni cattolici frequentano sia la propria chiesa sia una congregazione pentecostale. Pertanto, i «muri» ecclesiali oggi sono spesso porosi. Il facile attraversamento dei confini denominazionali può costituire di per sé un segno di quanto sia cambiato il paesaggio ecumenico.

Quando papa Francesco si è recato in Marocco, ha ammonito i cattolici a non preoccuparsi di operare conversioni: «In altre parole, le vie della missione […] non passano attraverso il proselitismo, che porta sempre a un vicolo cieco, ma attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri. Quindi il problema non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cfr Mt 5,13-15)»[24]. La sfida è quella di rimanere sempre aperti e accoglienti, senza smarrire il senso dei doni e delle convinzioni della nostra tradizione cattolica.

Conclusione

Il fenomeno della globalizzazione sta avvicinando le diverse culture del mondo, anche se non sempre in modo pacifico. Il cattolicesimo, in quanto Chiesa globale, riflette in misura notevole questa diversità. Il suo carisma originale è stato la sua capacità di tenere insieme unità e diversità in una tensione creativa.

Secondo Massimo Faggioli, la visione di papa Francesco è globale, ma apporta una nuova prospettiva. Il Papa vede che la Chiesa e il mondo si trovano entrambi in un processo di riassestamento globale, e ci invita a non guardarlo dal centro verso le periferie, ma dalle periferie verso il centro o, più precisamente, nella prospettiva di una Chiesa policentrica[25]. La Chiesa odierna ha più che mai bisogno di attingere alle numerose fonti di sapienza di cui dispone, ai suoi pastori e ministri, ai suoi studiosi e teologi, alle sue istituzioni educative, ai ministeri sociali e alla fede dei suoi popoli. Deve continuare a cercare una maggiore unione con le altre Chiese e comunità cristiane, e impegnarsi per una maggiore comprensione interreligiosa, se vuole realizzare la visione della Chiesa che è stata proposta dal Concilio Vaticano II: sacramento di unità con Dio e con tutto il popolo di Dio.

Da "https://www.laciviltacattolica.it" Sfide contemporanee del cattolicesimo globale di Thomas P. Rausch

Dopo gli enormi cambiamenti sociali ed economici che hanno interessato la Cina dalla fine degli anni Settanta ad oggi, ci si chiede il Paese sia più uno stato comunista che ha abbracciato l’economia di mercato, oppure un paese capitalista governato da un partito comunista. La risposta corretta potrebbe essere “entrambe le cose, e nessuna delle due”.
La Cina infatti definisce il suo capitalismo come “capitalismo statale”, cioè gestito e controllato dallo stato, più che dalle imprese private, e per questo inserito all’interno della cornice di governo del Partito Comunista Cinese (PCC). Per capire meglio come due elementi così antitetici come “comunismo” e “capitalismo” possano coesistere in un singolo Stato, aiuta ricordare come il pragmatismo abbia tradizionalmente caratterizzato la cultura cinese. Il popolo cinese è sempre stato estremamente pragmatico, non scandalizzandosi anche di fronte ad aperte contraddizioni, e quelli che in Occidente vengono considerati paradossi non sono percepiti come tali in Cina. Deng Xiaoping stesso, fautore del “socialismo con caratteristiche cinesi”, incarnava tale indole pragmatica: è famosa la sua massima secondo cui “non importa che il gatto sia bianco o nero, purché prenda il topo”. È in questi termini puramente pragmatici dunque che va considerato l’approccio cinese alla filosofia marxista.

La Cina è comunista?
Se quindi a prima vista può risultare estremamente difficile per un pubblico occidentale vedere la Cina come una società comunista e al tempo stesso capitalista, sapere che i due termini non risultano in un’esclusione l’uno dell’altro può sicuramente favorire il superamento di questa apparente contraddizione. In Occidente infatti pensiamo al comunismo riconducendolo a Marx e alla sua teoria di una società senza classi né proprietà privata, dove i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente. In Cina, però, il Comunismo è l’obiettivo da raggiungere solo dopo aver attraversato una serie di fasi ad esso precedenti. La Cina non ha attraversato la prima rivoluzione industriale così come l’Occidente, e alla sua nascita nel 1921, il Partito Comunista Cinese si è fondato sul sostegno del settore agricolo piuttosto che sulla classe proletaria urbana. Per poter giungere al vero comunismo, dunque, la Cina riteneva necessario diventare prima di tutto un Paese capitalista – grazie allo sviluppo del mondo contadino insieme a quello industriale – poi socialista – stadio in cui si classifica oggi – e, infine, comunista.

Il processo di progressiva apertura e privatizzazione dell’economia cinese è esposto molto chiaramente in Capitalism, Alone, di Branko Milanovic, dove l’autore mostra come l’economia cinese si sia ‘liberalizzata’ da prima delle riforme ad oggi. Il processo di privatizzazione dell’economia cinese è particolarmente evidente nel settore industriale: mentre prima del 1978 le imprese statali producevano l’intero prodotto industriale, nel corso di 20 anni il loro contributo era sceso al 50% del totale, mentre nel 2015 si trovava attorno al 20%. Nello stesso testo, Milanovic mostra anche come la proporzione di lavoratori urbani impiegati nel pubblico sia scesa dall’80% del totale prima delle riforme del ‘78, al circa 16% nel 2016. La minor ingerenza dello Stato nell’economia è evidenziata anche dall’abolizione della determinazione centralizzata dei prezzi: nel 1978, oltre il 93% dei prezzi sui prodotti agricoli, merci al dettaglio e la totalità di quelli sui prodotti industriali erano determinati centralmente, mentre già negli anni Novanta i prezzi erano determinati centralmente solo per il 21% dei prodotti agricoli, 7% delle merci al dettaglio e il 19% dei prodotti industriali.


La Cina ha poi seguito un lungo percorso per riprodurre i modelli economici di successo in occidente all’interno della propria economia. Il processo, lento e graduale, è stato reso possibile grazie alla creazione di imprese sia statali che “private”, libere di operare con relativa autonomia. La maggior parte delle piccole e medie imprese, soprattutto dedite all’export, sono infatti ora private, anche se l’accezione del termine nella realtà cinese diverge da quella occidentale (le aziende in Cina sono private in quanto fondate da privati cittadini, ma mantengono sempre stretti rapporti con il governo locale).

D’altro canto, la quasi totalità delle grandi imprese cinesi sono ancora di natura statale, e persino i colossi privati come Huawei, Lenovo o Alibaba mostrano forti legami con il governo centrale, con cui spesso collaborano. Le aziende pubbliche rimangono dominanti in molti settori, soprattutto in quelli più strategici come quello energetico (Sinopec e China National Petroleum Corporation per il petrolchimico e petrolifero e State Grid Corp. of China per la rete elettrica), bancario (Bank of China) ed edilizio (China State Construction Engineering). Seguono altre aziende in settori cruciali come quello assicurativo, automobilistico, chimico e delle telecomunicazioni. Quasi tutte le 20 principali aziende cinesi per fatturato annuale sono ancora, almeno in parte, di proprietà statale o governativa. In questo senso, l’economia cinese appare ancora fortemente socialista.

Il Paese si è però ampiamente aperto ad investimenti esteri e al commercio globale, in particolare dal 2001, quando con l’ingresso nel WTO la Cina è diventata rapidamente il principale partner commerciale di moltissimi Paesi. Anche la finanza cinese è esplosa: i suoi mercati finanziari sono oggi tra i più dinamici e profittevoli e l’indice CSI 300, che racchiude le performance dei principali titoli delle borse di Shanghai e Shenzhen, ha guadagnato il 30% nel 2019, contro il 26.6% dell’S&P americano, attestandosi come l’indice di borsa più performante dell’anno.

Nonostante le contraddizioni, la Cina si considera comunque socialista poiché il Partito Comunista detiene un ampio potere sull’economia del paese, che può guidare e influenzare in maniera centralizzata, muovendo risorse pubbliche e private per dare la precedenza ad obiettivi sociali definiti dal partito. L’idea dell’unione di dinamiche di mercato ad una parziale pianificazione economica serve a formare partnership tra attori pubblici, privati e misti, rafforzando allo stesso tempo il controllo politico del PCC e le performance economiche del Paese e delle aziende pubbliche. Il partito risulta vittorioso in entrambi gli ambiti: la leadership di Xi sembra più forte che mai, e il Pil pro capite reale del Paese è cresciuto con una media annua del 9.27% tra il 1989 al 2020.


La Cina è capitalista?
Sotto alcuni parametri la società cinese potrebbe apparire capitalista. Ad esempio, le piccole medie imprese (Pmi) producono il 60% del valore aggiunto e impiegano l’80% dei lavoratori cinesi, mentre le aziende statali – sebbene i dati disponibili siano molto parziali – contribuirebbero tra il 23 e il 28% del Pil e tra il 5 e il 16% dell’impiego totale. Tali statistiche vanno però adattate al contesto cinese, dove la distinzione tra pubblico e privato non è chiara come nelle principali economie occidentali.

In un’analisi del “capitalismo ibrido cinese”, l’Economist cerca di spiegare queste distinzioni. Per quanto riguarda le aziende pubbliche, molte possono avere investitori privati ed essere quotate sui mercati finanziari. Ciò è fatto per permettere alle aziende statali di muoversi in regimi almeno in parte concorrenziali, costringendole ad un efficientamento dei costi. Le aziende pubbliche hanno però il vantaggio di poter accedere a sussidi e regole preferenziali, sebbene i criteri per avervi accesso siano spesso poco chiari, lasciando ampia autonomia decisionale alla burocrazia cinese e permettendo al Partito di fare un uso strategico di tali strumenti. Il Partito nomina anche manager e altre figure professionali su base spesso politica, e ogni azienda ha al suo interno commissioni di partito che da un lato ne influenzano l’operato negli interessi del PCC, dall’altro svolgono per loro attività analoghe al lobbying occidentale.

Anche le aziende private hanno al loro interno cellule di partito. Finché non sono in contrasto con gli obiettivi del governo, esse sono però più libere di operare autonomamente. Cosa sia esattamente un’azienda privata in Cina è però più difficile da definire, e la domanda conduce a un nodo centrale dell’analisi dell’economia cinese: i diritti sulla proprietà.

I diritti di proprietà in Cina
La numerosità, complessità e varietà delle forme di proprietà – e i diversi gradi di coinvolgimento Statale – rendono infatti difficile definire la proprietà con la chiarezza necessaria al funzionamento di un’economia capitalista. L’ambiguità che ne consegue, nell’analisi di Milanovic, non è un difetto del sistema ma una sua specifica caratteristica: il controllo politico del capitalismo cinese avviene soprattutto grazie alla applicazione arbitraria del diritto e all’ampia autonomia che questo lascia ai tribunali e alla burocrazia cinese, entrambi sotto il controllo del PCC.

Per poter operare, questo “capitalismo di stato” ha quindi bisogno di poter agire in condizioni di indipendenza da limitazioni legali o costituzionali. Da una simile autonomia deriva però un alto tasso di corruzione che è “endemico” al sistema e deve essere tenuto ciclicamente sotto controllo per evitare di “compromettere l’integrità della burocrazia e la sua capacità di condurre politiche economiche che producono un alto tasso di crescita”. Vista in quest’ottica, la campagna anti-corruzione indetta da Xi Jinping che ha punito oltre 1 milione di membri del partito sembrerebbe più un tentativo di limitare la corruzione, piuttosto che non di debellarla.

In conclusione, mentre i principali Paesi capitalisti si basano su costituzioni democratiche e limitazioni costituzionali ai poteri dello stato, il Partito Comunista ha l’indiscusso controllo del potere politico. A livello locale, questo può essere molto ampio e avere limiti non ben definiti che risiedono negli spazi di manovra concessi da Pechino e negli obiettivi stabiliti per i vari burocrati locali. L’assenza, in Cina, delle libertà politiche e della tutela dei diritti individuali necessari al funzionamento di una società democratica e di un capitalismo liberale rappresenta dunque la distinzione più netta tra due sistemi.

Per il momento, come testimonia la sua crescita inarrestabile, l’economia cinese sembra poter continuare a fiorire anche senza le suddette libertà. Lo stesso Xi Jinping ha recentemente lodato il socialismo con caratteristiche cinesi come più efficace rispetto al semplice capitalismo, mentre He Yiting, vice presidente della scuola di Partito in Cina, ha definito Xi Jinping come emblema del “marxismo nel XXI secolo.” In futuro sarà di certo interessante capire se una volta raggiunta la frontiera tecnologica – ossia quando sarà l’innovazione a determinare la crescita economica, piuttosto che l’adattamento e l’importazione di tecnologie produttive dall’estero – l’assenza di un “libero mercato per le idee” potrebbe seriamente limitare le potenzialità dell’economia cinese.

Da "https://www.orizzontipolitici.it/" Capitalismo o comunismo? Lo storico enigma cinese di Sem Manna

5 tra i peggiori dittatori viventi

Lunedì, 03 Maggio 2021 00:00

La persona del dittatore viene comunemente vista come una persona autocratica, oppressiva, dispotica e tirannica. Quella che governa al di sopra della legge, esercitando un potere assoluto solitamente derivato attraverso un Colpo di Stato o inganni. La dittatura ha, quindi, il significato di predominio assoluto, autoritarismo, totalitarismo e consiste nella notevole diminuzione (fino alla totale assenza) delle libertà politiche e civili a causa della concentrazione del potere.

Tecnicamente la dittatura, è un caso di potere personale eccezionale che non nasce da legittimazione elettorale, non ne ha nessuna e non la ricerca. La storia dell'umanità ne ha conosciute tantissime di queste forme autoritarie imposte con la forza, dalle più violente, autoritarie e sanguinarie fino alle più blande.

I dittatori più sanguinari (e più duraturi) del ‘900 sono stati:

Mao Zedong (Periodo: 1949-1976 – Vittime: 50 milioni)
Adolf Hitler (Periodo: 1934-1945 – Vittime: 30 milioni)
Pol Pot (Periodo: 1975-1979 – Vittime: 2 milioni)
Tito (Periodo: 1944-1980 – Vittime: 1 milione)
Saddam Hussein (Periodo: 1973-2003 – Vittime: 1 milione)

Secondo l'associazione Freedom House, nei giorni nostri ben 44 Paesi del mondo sono not free, ossia dittature, su un totale di 192. Regimi dittatoriali restano prevalenti nell'area dell'ex URSS (Russia inclusa), in Medio Oriente, in Africa, in Cina e nei Paesi limitrofi. Attualmente l'Europa, tranne l'area dell'ex URSS (Russia inclusa), l'America Settentrionale, l'America Latina e l'Oceania sono continenti privi di regimi dittatoriali.

Oggi ci occuperemo di alcuni dittatori viventi, detentori di tanti poteri e ricchezze, e in particolare parleremo di 5 tra i peggiori al mondo, di cui Kim Jong-un, re Abdullah, Robert Mugabe, Teodoro Obiang e, infine, Omar al-Bashir.
Vediamoli insieme.

"I bambini devono crescere, e così è necessario che imparino dalla storia come la sobillazione e l’intolleranza possano trasformare facilmente gli esseri umani in inumani. Quando qualcuno dice di sé "io sono il più intelligente, il più forte, il più coraggioso e più talentuoso uomo al mondo" si rende ridicolo e imbarazzante, ma se al posto di "io" dice "noi", e sostiene che "noi" siamo i più intelligenti, i più forti, i più coraggiosi e i più talentuosi al mondo nella sua patria lo applaudono entusiasti e lo definiscono un patriota. Mentre tutto ciò non ha nulla a che vedere con il patriottismo. Si può infatti essere attaccati al proprio paese senza per questo dover sostenere che al di fuori di esso vive solo gentaglia inferiore. E invece più persone caddero in questa insensatezza, più la pace fu in pericolo". (da Breve storia del mondo di E. H. Gombrich).


1. Omar Hasan Ahmad al-Bashir (Sudan)

Omar Hasan Ahmad al-Bashir nacque nel 1944 ed è l'attuale Presidente del Sudan e il capo del Partito del Congresso Nazionale. Il Sudan, il più grande Stato africano, è tristemente celebre per il fatto di essere stato teatro di una complessa guerra civile che ha dilaniato il paese per 20 anni, causando 2 milioni di vittime e 4 milioni di profughi.

Al-Bashir, salito al potere a seguito di un colpo di Stato militare, ha sospeso immediatamente la costituzione, abolito l'assemblea legislativa e messo al bando i partiti e i sindacati. Ha tentato di negoziare un accordo di pace con i principali gruppi ribelli e ha sempre insistito affiché la nazione fosse governata secondo la Shari'a (la legge coranica), persino nel Sudan meridionale, dove la popolazione è cristiana e animista. Per via di questi avvenimenti, il Sudan fu fatto oggetto di numerose sanzioni internazionali.

Nel frattempo il suo esercito ha sistematicamente bombardato civili, oltre a torturare e massacrare la popolazione non araba, in particolare nelle zone meridionali, di produzione petrolifera. Le truppe sudanesi si sono anche resi responsabili di sequestri degli abitanti del Sud che sono stati ridotti in schiavitù. Al-Bashir è stato, inoltre, accusato di "progettare la carestia" nelle zone in cui vivono i suoi oppositori. Ha trasformato il proprio paese in un regime islamico dominato dalla sharia e in una delle retrovie di al Qaeda.

Dal 2003 ha scatenato contro le genti del Darfur le milizie arabe chiamate "diavoli a cavallo" che si sono rese responsabili di violenze raccapriccianti. Il dittatore ha una lunga storia di protezione di un'ampia gamma di terroristi ai quali poi ha voltato le spalle. Non solo ha consegnato il celeberrimo Carlos "lo sciacallo" alla Francia in cambio di aiuti finanziari e militari, ma nel 1996 ha cercato senza successo di "vendere" Osama Bin Laden al governo degli Stati Uniti.

Nel luglio 2008, il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha accusato al-Bashir di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur ma lui ha negato tutte le accuse, aggiungendo che "non valgono l'inchiostro con cui sono scritte". Il suo regime è direttamente responsabile della morte di 300.000 abitanti del Darfur e di oltre 2 milioni di rifugiati.

2. Kim Jong-un (Corea del Nord)

Kim Jong-un è nato il 1983 a Pyongyang (anche se la sua data di nascita esatta è ignota al di fuori della Corea) ed è l'attuale dittatore e leader della Corea del Nord e precisamente dal 18 dicembre 2011, giorno successivo alla morte del padre Kim Jong-il, che ancora oggi conserva il titolo di Presidente Eterno, con tanto di festività pubblica dedicata al Caro Leader. Il governo di Kim Jong-il si è dimostrato la dittatura più bruttale di qualsiasi altra dittatura al mondo.

Ogni anno, il gruppo per i diritti umani Freedom House classifica i Paesi in base alla situazione dei diritti politici e delle libertà civili presente in ciascuno di essi. La Corea del Nord è l'unica nazione ad avere ottenuto l'ultimo posto per più di 30 anni consecutivi. Secondo l'organizzazione Reporter Senza Frontiere, la Corea del Nord occupa inoltre l'ultimo posto nella classifica relativa alla libertà di stampa. Si calcola che nel Paese, 150.000 persone sono costrette ai lavori forzati in campi di prigionia creati per punire i presunti dissidenti politici e i loro familiari, nonché i coreani del Nord che sono fuggiti dal Paese verso la Cina ma sono stati fatti rientrare forzatamente dal governo cinese.

Attualmente Kim Jong-un ha instaurato un regime dittatoriale feroce, fatto di divieti assurdi e crimini efferati, degno successore nella tradizione di sangue del nonno e del padre. Human Rights Watch ha segnato un episodio sconvolgente, e cioè la condanna a morte di un cittadino colpevole di aver rubato una cornice con la mirabile foto del leader. Un altro caso molto significativo che ha fatto il giro del mondo, riguarda la recente fucilazione della sua ex fidanzata, la cantante Hyon Song-wol e di altri 11 componenti della sua Orchestra, accusata di pornografia per dei video amatoriali.

Il regime nord-coreano non si limita a punire il singolo. Ma viene condannata tutta la famiglia: genitori, nonni, figli. Tutti vengono spediti in campi di lavoro dove vengono obbligati ai lavori forzati. Kim Jong-un sarebbe responsabile per l'uccisione o la rimozione di almeno 31 ufficiali e alti funzionari da settembre 2010. Lo spietato e sanguinario dittatore, poi, avrebbe fatto punire, tra gli altri, il viceministro alla Difesa, Kim Chol, reo di aver violato, ubriacandosi, i 100 giorni di lutto nazionale imposti dal regime per la morte del padre.

3. Re Abd Allah bin Abd al-Aziz Al Sa?ud o meglio conosciuto come re Abdullah (Arabia Saudita)
Il re Abdullah è stato il reggente dell'Arabia Saudita da quando re Fahd, suo fratellastro, venne colpito da un infarto. Nacque a Riyad, nel 1924 ed è il sesto re dell'Arabia Saudita, salito al trono il 2005. Fu l'erede designato e reggente dal 1995, ma è stato ufficialmente insediato solo il 3 agosto 2005. Ha 25 figli e secondo la rivista Forbes, sarebbe il terzo monarca più ricco del mondo, con un patrimonio di circa 21 miliardi di dollari.

L'Arabia Saudita è una delle poche nazioni in cui non si sono mai tenute elezioni per molti decenni. Non esistono elezioni parlamentari, né partiti politici nel paese. Nel 2005 si sono tuttavia organizzate elezioni locali. Le donne non possono votare, viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso di un maschio della propria famiglia e a cui non è permesso in assoluto guidare un'automobile. Non possono testimoniare, inoltre, nel proprio interesse nei processi di divorzio, e in tutti i procedimenti giudiziari la testimonianza di un uomo vale il doppio di quella di una donna.

Stando alle promesse del re, le donne potranno votare ed essere elette, a partire dal 2015, alle elezioni dei consigli municipali. Secondo il dipartimento di Stato statunitense, l'Arabia Saudita continua a commettere arresti arbitrari e a praticare la tortura. Nel corso di una conferenza sui diritti umani tenutasi non molto tempo fa, le autorità saudite hanno arrestato protestanti pacifici che manifestavano per la libertà di espressione, e alcuni sono stati successivamente sottoposti alla fustigazione, pratica che viene regolarmente messa in atto per presunti reati politici e religiosi.

Sotto la pressione dell'opinione pubblica mondiale, il governo ha annunciato che i cittadini che vivono in Arabia Saudita possono praticare culti religiosi diversi da quelli islamici sunniti, ma solamente in forma privata, all'interno delle loro case. La polizia religiosa ha persino proibito ai bambini di giocare con el Barbie, definite "bambole ebree e simboli della decadenza dell'Occidente corrotto". Grazie a questo dittatore l'Arabia Saudita è un paese dove la vita delle persone vale meno di un barile di petrolio, dove la donna è schiava per legge e dove chiedere i propri diritti e come chiedere la condanna a morte.

4. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (Guinea Equatoriale)

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è nato nel 1942 ed è attualmente alla guida della Guinea Equatoriale. Questa minuscola nazione dell'Africa occidentale (500.000 abitanti) era una dittatura dimenticata dal mondo, finché non furono scoperte ingenti riserve di petrolio nel 1995. Da allora, società petrolifere statunitensi hanno riversato miliardi di dollari nel Paese. Nonostante il reddito pro capite annuale sia di 4.472 dollari, il 60% degli abitanti della Guinea
Equatoriale vive con meno di 1 dollaro al giorno.

La maggior parte del guadagno derivante dallo sfruttamento petrolifero viene incassato direttamente dal presidente Obiang, il quale ha dichiarato che: "Non vi è povertà in Guinea", ma che piuttosto "la popolazione è abituata a vivere diversamente". La radio di Stato ha persono annunciato che il presidente Obiang è un contatto permanente con "l'Onnipotente" e che quindi "può commettere omicidi senza rendere conto a nessuno, senza per questo andare all'inferno". In Guinea non esistono trasporti pubblici né giornali, e soltanto l'1% della spesa pubblica viene destinato alla sanità.

Interrogato sul perché la maggior parte del reddito da petrolio viene depositato direttamente sul suo conto corrente presso la Riggs Bank di Washington, il presidente Obiang ha risposto che preferisce controllare interamente il denaro al fine di "evitare episodi di corruzione". Si stima che il suo patrimonio personale si aggiri intorno ai 600 milioni di dollari e la rivista Forbes lo ha collocato all'ottavo posto nella classifica dei sovrani e dei dittatori più ricchi del mondo.

Secondo il rapporto dell'Amnesty International per il 2013 "A febbraio è stata promulgata una costituzione emendata che accresceva il potere del presidente. In attesa delle elezioni previste per il 2013 è stato nominato un governo di transizione. Sono pervenute notizie di uccisioni illegali per mano di soldati. Difensori dei diritti umani, così come attivisti politici e persone critiche nei confronti del governo sono stati vittime di vessazioni, arresti arbitrari e detenzioni. Alcuni detenuti sono stati sottoposti a torture. Un prigioniero di coscienza e almeno altri 20 prigionieri politici sono stati rilasciati a seguito di una grazia presidenziale. Le libertà d’espressione e di stampa hanno continuato a essere limitate e non erano ammesse critiche".

5. Robert Mugabe (Zimbabwe)

Robert Mugabe nacque nel 1924, ed è l'attuale leader del partito Zimbabwe African National Union (ZANU) e dal 31 dicembre 1987 ricopre anche la carica di Presidente della Repubblica dello Zimbabwe. L'ascesa al potere di Robert Mugabe riscosse un ampio consenso sia interno sia internazionale.

Dopo aver intrapreso con successo una guerra di liberazione anti-coloniale, fu eletto primo presidente dello Zimbabwe indipendente, ma ne corso degli anni ha evidenziato sempre più le sue tendenze dittatoriali: secondo Amnesty International nel solo 2002 il governo di Mugabe si rese colpevole di torture e uccisioni di 70.000 persone. La disoccupazione supera il 70% e l'inflazione raggiunge il 500%. Mugabe è stato accusato di bloccare gli aiuti alimentari in zone e a gruppi che sostengono il principale partito di opposizione.

Ha sempre indetto elezioni, ma ha ridotto la possibilità dell'opposizione di farsi propaganda elettorale, oscurando i mezzi di informazione che non lo sostenevano. Quando il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai ha ottenuto, nonostante tutto, il 42% dei voti, Mugabe lo ha fatto arrestare con l'accusa di tradimento. Nel momento in cui il favore della gente è venuta meno, Mugabe ha giocato la carta razziale, confiscando fattorie di proprietà dei bianchi e cedendole poi ai suoi sostenitori.

Sei mandati presidenziali, 25 anni di regime difeso strenuamente con il ricorso a brogli e alla violenza, fanno di Robert Mugabe un "dinosauro" delle dittature. Un despota che a contribuito principalmente a rendere lo Zimbabwe un paese afflitto da una profonda crisi economica, senza libertà di stampa e di espressione. Un paese che vede i giornalisti e i dissidenti vittime di intimidazioni, violenze e detenzioni. Un regime pervaso da intolleranza e violenza, nel quale vigono leggi contro gli omosessuali e dove gli abusi sessuali contro le donne sono un'arma politica.

 


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