Mark Zuckerberg ha delineato il futuro di Facebook: diventare un metaverso, un mondo interconnesso, virtuale e digitale, senza distanze e con maggiori possibilità di crescita individuale. Un’idea ai limiti della fantascienza ma che è già in via di sviluppo

Nonostante molti leader del Tech abbiano preso la via per lo spazio, Mark Zuckerberg punta al metaverso, un mondo fantascientifico in cui ogni persona può traslare la propria realtà, eliminando le distanze e potenziando le capacità di internet. Il metaverso è un concetto ideato da Neal Stephenson nel 1992, quando scrisse un libro di fantascienza in cui descriveva un mondo completamente virtuale, dentro ad internet e dove ogni personaggio aveva un proprio avatar – quindi una propria rappresentazione digitale di sé. Oggi, questa idea creata per un libro cyberpunk potrebbe diventare realtà proprio grazie a Zuckerberg.

Il fondatore del più grande social network al mondo ha, infatti, recentemente annunciato al proprio staff la volontà di spingere Facebook verso una realtà virtuale e non essere più soltanto la piattaforma dove gli utenti scambiano idee, opinioni e pubblicano foto. Il metaverso dovrà unire il mondo “vero”, fisico, a quello virtuale, avere un’economia propria, essere facilmente fruibile, contenere numerosi utenti ed essere completamente autonomo. Inoltre, il metaverso non potrà essere solamente un’evoluzione di internet, ha precisato il venture capitalist Matthew Ball nel suo blog, ma dovrà essere un sistema decentralizzato, con uno spazio e un universo virtuale che potrà essere utilizzato come un gioco ma anche un mondo parallelo al proprio.

È il mondo descritto da Ball e da Stephenson che vorrebbe creare Zuckerberg e che grazie alla divisione Oculus di Facebook, che produce i visori per la realtà aumentata Quest, sta già iniziando a sviluppare.

Questo mondo virtuale “porterà enormi opportunità: ai creatori individuali e agli artisti; agli individui che vogliono lavorare e possedere case lontano dai centri urbani di oggi; e alle persone che vivono in luoghi dove le opportunità di istruzione o ricreazione sono più limitate. Un metaverso realizzato potrebbe essere la cosa che più si avvicina a un dispositivo di teletrasporto funzionante,” ha detto Zuckerberg in modalità Star Trek durante l’incontro con il proprio staff raccontato da Casey Newton su The Verge.

Oltre a poter assistere alla riunione, Newton ha intervistato Zuckerberg, che ha confessato di voler creare una realtà vera, virtuale e digitale sin dai tempi del liceo. Questo perché, quando il piccolo leader del mondo Tech era giovane, aveva solo un amico interessato ai computer, senza il quale non avrebbe mai creato Facebook. Con il metaverso, un mini-Zuckerberg del futuro potrà conoscere migliaia di persone interessate al mondo Tech perché si cancelleranno completamente le distanze e si creeranno nuove opportunità per miliardi di persone.

L’annuncio per la creazione di un metaverso ha, inoltre, una tempistica da non sottovalutare, dato che arriva proprio nel momento in cui il Congresso Usa sta decidendo le sorti di Facebook, Instagram e WhatsApp. L’ideazione del metaverso potrebbe quindi frenare le proposte sul sul tavolo dei parlamentari e porre ulteriori dubbi e incertezze sul futuro del web, ma anche sul suo potere e la sua governabilità.

Da "formiche.net" Facebook ha conquistato l’universo e ora punta a creare il metaverso di Giulia V. Anderson

Coloro che hanno affondato l’ultimo pugnale nel corpo già martoriato del Libano erano le stesse persone che avrebbero dovuto risollevarlo e rilanciare il ruolo di questo popolo nel mondo arabo.

Il presidente Michel Aoun non ha accettato il governo proposto dal primo ministro designato Saad Hariri. Quest’ultimo si è dimesso pochi minuti dopo, epilogo di un dramma che dura da nove mesi. Immediatamente sono crollate sia il valore della fragile valuta nazionale sia le speranze della popolazione di porre fine alle miserie quotidiane che affliggono ogni aspetto della sua vita.

Una volta ancora il popolo libanese trattiene oggi collettivamente il fiato, in attesa di un’altra lunga crisi politica che coinvolgerà i leader dei principali partiti, il cui dominio assoluto ha devastato il paese negli ultimi anni. Ma questi leader sembrano determinati a continuare il loro gioco egoistico che consiste nel mantenere il potere a tutti i costi.

Questo ciclo di contrasti tra politici settari ed egoisti si è intensificato da quando è cominciata la crisi attuale, due anni fa. Ma stalli politici come lo scontro “muro contro muro” tra Hariri e Aoun, che hanno sospeso l’attività di governo, si sono verificati con regolarità negli ultimi decenni.

Il lento collasso dell’attività di governo, dell’economia e della vita quotidiana come la conosciamo in tutto il Libano – specialmente nelle grandi città dove vive la maggior parte delle persone – è la prova che oggi non assistiamo solo a una crisi politica tra due persone ideologicamente contrapposte.

Di fronte abbiamo, piuttosto, una più profonda crisi della statualità che non è solo tragica per il Libano, ma colpisce anche altri paesi arabi in maniera analoga. È tempo di riconoscere i difetti strutturali del sistema statale libanese e di altri paesi della regione, che ci hanno fatto toccare un punto così basso.

Come distruggere uno stato
Il costo della crisi è diventato chiaro per ogni famiglia libanese, a esclusione della clientela, dei partner commerciali, del personale di sicurezza e dei dipendenti dell’élite oligarchica al potere. Oltre al leader sunnita Hariri e al leader cristiano maronita Aoun, di questa élite fanno parte il presidente della camera Nabih Berri, il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il leader druso Walid Jumblatt, e alcuni uomini meno potenti che tuttavia partecipano al funesto gioco politico libanese con la stessa determinazione e gli stessi catastrofici risultati.

Sono tutti maschi, molti di loro stanno invecchiando, la maggior parte di loro ha ereditato la sua posizione dalla famiglia o dai propri sodali, e ognuno ha fornito al mondo arabo l’esempio più spettacolare di come distruggere uno stato, un tempo dignitoso, e far sprofondare i suoi cinque milioni di abitanti nella disperazione e nella povertà.

Le notizie che arrivano ogni giorno dal Libano descrivono una sofferenza costante delle famiglie. L’energia elettrica è praticamente scomparsa, il che significa che l’aria condizionata, internet, i frigoriferi e gli ascensori funzionano solo sporadicamente. La benzina è difficile da trovare e più costosa ogni settimana che passa. Il prezzo del cibo aumenta costantemente mentre il valore della lira diminuisce di pari passo. Le medicine essenziali per i neonati o gli anziani sono quasi introvabili. L’acqua potabile è fornita in modo irregolare. E le banche che custodiscono i risparmi di una vita sono diventate un territorio inaccessibile.

Anche quando è possibile prelevare contanti, il tasso di cambio fissato dalla Banca centrale fa sì che chi ha versato del denaro ottiene in realtà circa il venti per cento del valore del suo deposito originario. Il sistema scolastico è per lo più in caduta libera, e nuovi posti di lavoro decenti non esistono.

Sempre più aziende essenziali accettano solo dollari in contanti, che sono fuori dalla portata della maggior parte dei libanesi comuni. Sempre più persone sopravvivono ricorrendo a mense collettive, elemosina, prestiti, coltivando il proprio cibo nei loro antichi villaggi di montagna, o impegnandosi in attività economiche fondate sul baratto.

Quelli che possono emigrare lo fanno il più velocemente possibile, ma la maggior parte non può. Il risultato sono milioni di libanesi e profughi arrabbiati, frustrati, impauriti e impotenti, che si sentono così vulnerabili e umiliati che faticano ad articolare il loro dolore a parole. Molti sono stati ridotti in uno stato di disumanizzazione, e si sentono trattati come animali dai loro stessi dirigenti politici e nazionali.

L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese

Questa situazione estrema è molto drammatica perché non è la conseguenza della guerra, bensì il risultato della cattiva gestione, della corruzione e del disprezzo dell’élite al potere nei confronti del benessere e dei diritti dei cittadini.

La crisi attuale, come ha riconfermato lo spettacolo Hariri-Aoun della scorsa settimana, è il segno della convergenza di diverse crisi (politica, economica, fiscale, bancaria, energetica, ambientale), tutte dovute ai cattivi o inesistenti processi decisionali dell’élite al potere che controlla il Libano dalla fine della guerra civile nel 1990.

La verità, tuttavia, è che questa élite ha controllato lo stato per molto più tempo, a dire il vero per la maggior parte di tutto il secolo scorso. L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza egoistica dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese.

È importante tenere a mente la cronologia di un intero secolo, dal 1920 a oggi, perché rivela diversi fili che stanno contribuendo alla debolezza e alla lenta implosione dello stato e dell’economia libanesi.

Molti dei fattori che contribuiscono a questa situazione possono essere ricondotti a quattro dinamiche, tutte dipanatesi nel corso del secolo scorso: 1) le conseguenze, a scoppio ritardato, delle decisioni coloniali prese dagli europei intorno al 1920, da cui sono nati molti stati arabi; 2) le conseguenze del conflitto arabo-israeliano (anch’esso vecchio di un secolo); 3) la mancanza di un’autentica partecipazione dei cittadini nel processo decisionale o di attribuzione delle responsabilità politiche negli stati arabi; 4) la continua interferenza, nei paesi arabi, delle potenze vicine o straniere, che rendono la sovranità degli stati una finzione comunemente accettata.

Negli ultimi cento anni queste quattro dinamiche ci hanno portato a un punto in cui Libano, Siria, Iraq, Palestina, Yemen e Libia, per citare solo i casi più evidenti, hanno sperimentato una grave sofferenza nazionale, riducendo lo stato in ginocchio e i cittadini alla disperazione o all’emigrazione.

In tutto il mondo arabo sta emergendo una situazione comune che oggi colpisce anche il Libano: la maggioranza dei cittadini è povera, vulnerabile e politicamente impotente, mentre i governi e le istituzioni statali tengono sempre più sotto controllo la rabbia e la ribellione dei cittadini attraverso, più di ogni altra cosa, misure militari e di sicurezza.

Il Libano è nato nel tumulto regionale della creazione degli stati arabi indipendenti dopo il 1920. E oggi sta implodendo nel contesto delle continue pressioni di un’attività statale disfunzionale, sua e di altri territori arabi vicini, dovuta allo stesso quartetto di cause risalenti a un secolo intero fa.

Il Libano ci ricorda che l’affermazione di stati arabi stabili, democratici, produttivi e realmente sovrani è ancora un obiettivo sfuggente.

Da "https://www.internazionale.it/" Il crollo del Libano è la spia di una crisi del mondo arabo di Rami Khouri

Do ut gas

Sabato, 24 Luglio 2021 00:00

Washington ha dovuto cedere sul completamento del gasdotto che attraverso il Mar Baltico trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa. Ma potrebbe avere come contropartita una politica estera ed economica più aggressiva di Berlino verso la Cina.

Mercoledì sera i governi tedesco e statunitense hanno annunciato, in un comunicato congiunto, di aver raggiunto un importante accordo in merito a Nord Stream 2, il gasdotto attualmente in costruzione (e quasi ultimato) che farà arrivare a Berlino il gas di Mosca, da tempo al centro di tensioni sia geopolitiche che economiche.

Come suggerisce il nome, Nord Stream 2 si affiancherebbe al già presente Nord Stream, ma la prospettiva dell’ampliamento dei canali di rifornimento tedeschi è stata da subito al centro di una serie di polemiche, tanto interne quanto esterne. Alcuni partiti (come i Verdi) hanno fatto dell’opposizione al gasdotto una loro battaglia, e sia Bruxelles che Washington criticano da tempo il progetto.

Più recentemente, l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny aveva riportato al centro la questione, arrivando a far diventare concreta l’ipotesi di annullare il progetto, scatenando anche conflitti tra il governo federale e i Länder orientali e aumentando la pressione internazionale sul governo di Angela Merkel.

Negli Stati Uniti si guarda da tempo con preoccupazione a Nord Stream 2, che aumenterebbe le interconnessioni tra Mosca e Berlino, oltre che la dipendenza energetica della Germania dalla Russia, Paese verso cui sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno attivato sanzioni. Washington ha spesso minacciato sanzioni contro il gasdotto, in alcuni casi attivandole verso singole aziende. Ma non è solo l’aspetto geopolitico a interessare agli Stati Uniti: se da un lato è chiaro che non vedono di buon occhio il potere che Nord Stream 2 attribuirebbe al Cremlino, c’è da considerare anche un piano più economico, legato alla volontà d’inserirsi meglio nelle catene di fornitura di Berlino. Proprio per questo, secondo quanto rivelato dalla Zeit, già diversi mesi fa il ministro delle Finanze Olaf Scholz avrebbe proposto agli Stati Uniti un compromesso: accettare la realizzazione di Nord Stream 2 senza sanzioni, a fronte però dell’impegno della Germania a varare una serie d’investimenti pubblici fino a un miliardo di euro, che avrebbero finanziato la costruzione di due terminali (a Brunsbüttel e Wilhelmshaven) per la ricezione del gas americano.

L’accordo di mercoledì prevede la conclusione dei lavori di Nord Stream 2, con la rinuncia da parte degli Stati Uniti ad attivare sanzioni verso le aziende tedesche. Inoltre, per tutelare l’Ucraina, Berlino si è impegnata ad aiutare Kiev a prolungare di dieci anni gli accordi con la Russia per il transito del gas, oltre che a istituire un fondo per supportare la transizione verde ucraina. Sul fronte geopolitico, l’accordo prevede che il governo tedesco prenda provvedimenti (incluso sanzioni) contro Mosca nel caso la Russia commetta «atti aggressivi» verso l’Ucraina, e che si faccia portavoce di queste istanze anche in sede europea.

L’accordo concluso consente alle due parti di salvaguardare interessi importanti. Per Berlino, infatti, era fondamentale distendere la tensione con Washington sul tema, specialmente dopo gli anni dell’era Trump, che hanno visto scemare sensibilmente l’intesa tra i due Paesi. Per gli Stati Uniti, parallelamente, mantenere una buona relazione con la prima economia europea è una priorità, e per farlo potrebbe valere la pena di veder concluso il gasdotto.

È probabile infatti che l’intesa si sposti ora su altri piani: cedere su Nord Stream 2, incassando un colpo sulla Russia, potrebbe avere come contropartita per gli Stati Uniti una politica estera ed economica più aggressiva verso la Cina da parte della Germania. Se infatti la Repubblica Popolare è uno dei principali partner commerciali per Berlino, è vero che sempre più settori della politica tedesca sottolineano la necessità di stabilire dei confini netti al dialogo con la Cina, e nell’opinione pubblica aumentano quelli che guardano con diffidenza a Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero molto interesse a introdursi in questa dinamica.

L’accordo, ovviamente, ha anche dei costi: non si parla (per ora) di far arrivare gas americano in Germania, e sia la Russia che l’Ucraina lo hanno criticato. Anatoli Antonow, ambasciatore russo negli Stati Uniti, pur esprimendo soddisfazione per l’impegno a terminare la costruzione del gasdotto, ha definito l’accordo un «attacco politico» verso la Russia per il riferimento ai possibili atti aggressivi, che costituirebbe vera e propria russofobia. L’Ucraina, invece, ha richiesto un dialogo con Berlino e Bruxelles, e in un comunicato congiunto con il governo polacco ha lamentato come l’intesa «crei una minaccia politica, militare ed energetica per l’Ucraina e l’Europa centrale, al tempo stesso aumentando la capacità della Russia di destabilizzare la sicurezza europea, dividendo Paesi NATO e membri dell’Unione europea».

L’esistenza stessa dell’accordo, inoltre, fa crollare quella che finora è stata argomentazione usata dalla Germania per difendere il progetto. Il governo, infatti, ha sempre fatto leva sul fatto che Nord Stream 2 fosse realizzato da aziende private per sostenere che esso non dovesse essere visto come un tema geopolitico. Come è facile immaginare, si tratta di una linea apparsa da sempre debole, ma che ora, a fronte di un accordo con la prima potenza mondiale che ha portato a esprimersi altri tre Paesi, viene smentita nei fatti dallo stesso governo.

I partiti di maggioranza in Germania, però, escono rinforzati dall’accordo: sia CDU che SPD sono infatti storicamente favorevoli al progetto, anche al netto di alcuni cambi di fronte negli ultimi mesi seguite al caso Navalny e alle pressioni di Bruxelles. I Verdi, che da sempre pongono la tutela dei diritti umani e dei valori democratici al centro delle relazioni internazionali e che sulla base di questo sono contrari a Nord Stream 2, incassano una sconfitta, malgrado questa non sia assolutamente definita e possa, anzi, permettere loro di fare leva sull’opinione pubblica negativa al progetto, provando a risollevarsi da una serie di problemi avuti in campagna elettorale. La loro opposizione al gasdotto, inoltre, non si basava soltanto sulla condanna alla Russia sul piano politico e democratico, ma si spiega anche con il fatto che l’europeismo dei Grüne si accompagna a un certo atlantismo, seppur declinato in senso non militarista. Non è certo un mistero, infatti, che i Verdi siano da sempre per una politica estera meno accondiscendente verso Mosca e Pechino, all’interno di un disegno che vede Washington e Bruxelles affiancate.

L’accordo su Nord Stream 2, tuttavia, mostra le questioni aperte per la Germania sullo scenario globale: la necessità di ricostruire rapporti forti con gli Stati Uniti pur nelle differenze di prospettive, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo chiaro in Europa centrale e forse persino la volontà di farlo, il tentativo di non mischiare economia e geopolitica con la Russia (una linea che molti in Germania vorrebbero riprodurre con la Cina). In questo senso, l’accordo potrebbe rappresentare la fine della vicenda Nord Stream 2 da un lato, ma dall’altro rendere ancora più evidente la necessità di fare chiarezza su alcuni nodi.

 

Da "https://www.linkiesta.it/" Do ut gas Perché gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla Germania sul Nord Stream 2 di Luigi Daniele

La verità è breve. O no?

Lunedì, 19 Luglio 2021 00:00

Ogni ricerca, si sa, è un contributo alla crescita di tutti più che una verità assoluta. Ma proprio perché servono a farci crescere, ci sono ricerche che non vanno ignorate.
Prendete la lotta alle fake news. Se ne parla da anni, al punto che anche sul termine, «fake news», ormai c’è una certa confusione (per alcuni anche un refuso o una critica sono ormai «fake news», mentre dovrebbero esserlo solo «le notizie create ad arte per screditare qualcuno»). Premesso che chiunque abbia in ogni modo contrastato qualunque «fake news» non solo ha fatto bene ma ha tutta la mia stima, c’è un aspetto di questa vicenda che rischiamo di avere dimenticato. Una delle ragioni è probabilmente legata al fatto che quando pensiamo agli altri li raffiguriamo prendendo spunto dalle persone che conosciamo. E così dimentichiamo che una fetta sempre più grande della popolazione digitale non è come la immaginiamo, non solo perché comprende tipologie di persone che non frequentiamo quasi mai ma anche perché (come abbiamo capito tutti da tempo) anche quelli che conosciamo, a volte, hanno comportamenti «on-line» molto diversi rispetto a quando li incontriamo dal vivo.

C’è un recente studio di Mohsen Mosleh, Cameron Martel, Dean Eckles e David Rand che dovrebbe farci riflettere. Anzitutto perché è partito da una domanda molto pratica. E cioè: quando un utente (in questo caso di Twitter) riceve una correzione pubblica a una fake news che ha pubblicato o anche solo condiviso, starà più attento nei suoi tweet successivi?

CHI PUBBLICA FAKE NEWS E VIENE SCOPERTO SI VERGOGNA?
Succedesse a me e alle persone che conosco, sarei pronto a giurare che ci vergogneremmo come ladri per essere stati ripresi per avere condiviso una fake news e faremmo tantissima attenzione a ogni nostra mossa digitale successiva. Questa ricerca, però, ci svela un altro scenario. Per arrivarci i ricercatori hanno creato una serie di profili con i quali hanno pubblicato 1.500 correzioni ad alcuni tweet con informazioni false di oltre un migliaio di utenti. I risultati fanno pensare: «Gli utenti di Twitter che hanno ricevuto una risposta che smentiva un'affermazione fatta in uno dei loro post, nelle 24 ore successive hanno pubblicato più contenuti da fonti poco affidabili».


Avete letto bene: chi è stato beccato a pubblicare notizie false non solo non si è vergognato minimamente di averlo fatto, ma il fatto di essere stato ripreso pubblicamente invece che frenarlo l'ha spinto ad aumentare la pubblicazione di contenuti falsi.

Il che ci porta a un punto nodale: come si corregge il comportamento di una persona che, se pescata sul fatto e sbugiardata, reagisce in maniera opposta a quello che ci aspetteremmo? Allargando il discorso: come facciamo a far cambiare idea a persone che non vengono minimamente toccate dai convegni, dagli studi, dalle analisi, dai libri e dai dibattiti (tutti benemeriti, per carità) sulle fake news?

Molti esperti sostengono che l’imponente e importante lavoro sulle fake news va fatto per quella che viene definita «la maggioranza silente dei social», cioè da quel numero enorme di persone che non lascia traccia della propria presenza digitale (non mette like, non commenta, non condivide) ma legge (e tanto) ciò che viene scritto nei post come nei commenti.

Per quel che vale anche io sono convinto che sia un lavoro indispensabile e che serva anzitutto alla maggioranza delle persone che frequentano i social, ma tutto questo non risponde minimamente alla nostra domanda: come si comunica con chi passa il proprio tempo pubblicando falsità sui social e non viene toccato dai «metodi tradizionali»?

SAPER RISPONDERE VELOCEMENTE, CON UGUALE FORZA, SENZA ESSERE BANALI
La questione è grande e mette in discussione il modo col quale ognuno di noi comunica oggi. A partire dal fatto che noi (noi giornalisti, noi professori, noi esperti) per comunicare usiamo le parole e i ragionamenti articolati quando in Italia ben 11 milioni di persone (fonte Ocse) non sono in grado di comprendere scritti mediamente complessi. E così non li raggiungiamo.

Non solo. Abituati come siamo ad usare tante parole per spiegare le nostre idee e le nostre posizioni ci stiamo dimenticando che una parte del mondo comunica sui social (e non solo lì) usando slogan, «meme» (cioè, foto, mini video o disegni che attirano l’attenzione degli utenti diventando virali), foto accompagnate da frasi brevissime, storie di Instagram e video di TikTok. Non ci vuole niente, per esempio, a creare un video di pochi secondi per attaccare la Chiesa, accusandola delle peggiori nefandezze, ma ci vuole una bravura tutt’altro che scontata (e che in larga parte dobbiamo ancora imparare) per saper rispondere in pochi secondi con uguale forza senza cadere in un banale (quando poco coinvolgente) «non è vero».

Noi possiamo anche andare avanti all’infinito con (ribadisco: i benemeriti) convegni, webinar, lezioni, laboratori e dibattiti sulle fake news, ma dobbiamo al più presto accettare che il futuro della comunicazione passerà anche dalla nostra capacità di essere sintetici ed efficaci. Di usare ogni mezzo «nuovo» (che ormai, a ben vedere, così nuovo non è) per arrivare a più gente possibile.

In caso contrario ci troveremo a parlare sempre più solo tra noi (noi bravi, educati, amanti delle buone letture e delle buone maniere) in ambiti sempre più ristretti. E quindi a diventare sempre di più marginali. Nel digitale e non solo lì.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" La verità è breve. O no? di Gigio Rancilio

Alessandro Carrera

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Ne cambierà solo i termini, perché delle piattaforme digitali non si farà più a meno. Anche stando in classe, sarà sempre più comune collegarsi con qualche studioso che si voleva invitare ma, o non ci sono i soldi per pagargli tutte le spese, oppure è lo studioso stesso che preferisce dare la sua lezione direttamente da casa. Si faceva anche prima, ma c’erano resistenze da entrambe le parti. Pareva che senza la presenza fisica non ci fosse davvero “l’evento”. Ora, quando ci sarà la presenza fisica, sarà davvero un evento.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Be’, io non mi mettevo in giacca e cravatta, però avevo cura di scegliere almeno un maglioncino presentabile. Si impara. Rivedendo alcuni dei miei primi interventi durante la pandemia, alcuni dei quali finiti su youtube, ho potuto constatare che la luce era orribile, in una particolare collocazione dietro di me la stanza non era per niente in ordine, e che insomma dovevo fare di meglio. Ho cercato subito di dare al tutto un aspetto più professionale, e non volevo usare gli sfondi fasulli che contornano la figura umana come un ologramma venuto dallo spazio. Devo dire però che per una buona qualità di trasmissione la piccola telecamera montata sul computer non sempre basta, e il microfono degli auricolari nemmeno; ci vuole il kit usato da coloro che hanno un canale su youtube.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

So che alcuni miei colleghi non riescono nemmeno a incominciare la lezione se non vedono in faccia tutti gli studenti. Io mi sono sforzato di pensare che stavo conducendo una trasmissione radio interattiva, in cui gli ascoltatori possono farsi sentire/vedere oppure no, possono rivolgermi domande per iscritto, per voce, oppure no. Nell’università americana poi c’è un’enorme attenzione per la privacy degli studenti. Se non vogliono mostrare l’interno delle loro case (ben pochi usano gli sfondi pre-programmati, mi sa che non piacciono proprio a nessuno), io non li posso costringere e non voglio neanche insistere. Certo, in alcuni casi avrei preferito capire con chi avevo a che fare, perché, sempre nelle università americane, bisogna sempre stare attenti a non dire niente di insensitive, e per essere sicuro che non stai offendendo qualcuno sarebbe meglio poterlo guardare in faccia e sapere di che razza è, di che sesso è, di che gender è, ecc. ecc. Però la mia impressione dopo due semestri e mezzo di insegnamento online (dal marzo 2020 al maggio 2021) è che la partecipazione è stata più o meno la stessa che avrei avuto in classe, e nemmeno c’è stata una disparità tra le domande che mi rivolgevano gli studenti e quelle rivolte dalle studentesse. Anzi, le domande erano in numero maggiore di quelle che normalmente ricevo in classe. Gli studenti americani (ma non credo siano solo loro) sono molto competitivi tra loro e se non fanno domande è anche perché non vogliono “esporsi” ai loro compagni di classe. Ma da casa forse si sentivano più sicuri. Abbiamo avuto discussioni che non mi sarei aspettato.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Nelle università americane tutti gli studenti devono essere frequentanti, non è ammesso presentarsi solo agli esami. Se io so che uno è uno studente lavoratore posso chiudere un occhio su qualche assenza, ma non più di tanto, altrimenti lo farei oggetto di un favoritismo a danno di chi in classe ci viene sempre. Piuttosto, ho avuto studenti che non erano riusciti a venire fisicamente negli Stati Uniti per via delle restrizioni ai viaggi e hanno seguito l’intero semestre dalla Cina.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Alla fine del primo semestre “misto” (gennaio-maggio 2020) una studentessa ha scritto nelle sue valutazioni che io in classe ero molto più naturale, e non faccio fatica a crederci. Il cambiamento era stato brusco, più o meno da una settimana all’altra. Per quanto spesso l’insegnamento a distanza si riveli molto comodo (ma per quello che insegno io non ho bisogno né di laboratori né di un contatto continuo; per i miei colleghi che insegnano, ad esempio, i primi anni di lingue straniere non è stato facile per niente), non può sostituire completamente la presenza fisica. Esistono infiniti fattori prossemici che sono parte integrante dell’insegnamento, come ti muovi, chi guardi, il tono di voce che usi, e così via. Ma devo anche aggiungere che alcuni colleghi davanti allo schermo del computer si sono trovati più a loro agio di quanto credessero. Se in classe si dimostravano magari rigidi per nascondere l’insicurezza, a casa loro, esattamente come i loro studenti, si sentivano più a loro agio. Saranno stati certamente una minoranza, ma insomma ci sono anche loro. E adesso temono il momento in cui torneranno in classe…

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Il fatto che molte classi abbiano sempre lo stesso numero di iscritti è uno dei fattori che fa aumentare i costi dell’istruzione. Tutto col tempo aumenta: la manutenzione, l’equipaggiamento, anche gli stipendi (poco). Mentre, per dire, le aule dove insegno io sono sempre programmate per venticinque-trenta persone. Ce ne sono di più grandi, ma poche, e sono riservate ai corsi introduttivi generali. Poter insegnare in modalità hybrid o HyFlex (high flexibility), con una parte degli studenti in classe e l’altra online, certamente può contribuire ad abbattere i costi e risolvere in parte il problema delle aule, ma non è la migliore delle soluzioni, né per gli insegnanti né per gli studenti. Vuol dire che non ti puoi muovere dal computer che c’è in classe, che devi pensare molto di più a chi ti segue in remoto che a chi sta lì davanti a te. È come essere sempre al telefono, e si sa che se qualcuno ti telefona la persona in carne e ossa davanti a te passa in secondo piano. Meglio decidere: o tutto in presenza o tutto online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’anno scorso si diceva “Andrà tutto bene”, e abbiamo visto che non è andato tutto bene. Non vorrei dare l’impressione che con l’insegnamento a distanza sia andato tutto bene, perché non è così, ma è anche vero che io parlo da un punto di vista privilegiato. Io insegno tre argomenti generali: cultura italiana (letteratura, cinema e musica), storia delle idee della modernità, teoria del cinema. L’approccio non cambia, né in presenza né in remoto. Ma siccome la maggior parte dei miei studenti non ha mai studiato questi argomenti prima di venire da me, e tutto quello che gli dico io è nuovo, solo raramente posso davvero approfondire. Devo mantenermi su un livello di divulgazione e anche, per forza, di intrattenimento, perché non posso “stancarli” riempiendoli di informazioni che per loro non hanno significato, o l’avrebbero soltanto se fossero già in possesso di una conoscenza di base. Questo per dire che mi sentivo un commentatore radiofonico o il conduttore di un programma televisivo di divulgazione culturale anche prima della pandemia e del passaggio alla didattica a distanza. Mi sono chiesto spesso se quello che faccio da molti anni in qua sia davvero un insegnare. Forse no. Forse sono solo un disc jokey della cultura. Metto su questo, metto su quello, vedo quale mix è migliore di altri mix, lo ripropongo, lo cambio, faccio qualche esperimento, sento quali richieste mi arrivano dalla pista da ballo (la classe) o dagli ascoltatori/spettatori che mi mandano messaggi, ed è tutto molto interessante, stimolante, e anche divertente, ma non è insegnare, o almeno non è l’insegnamento come l’ho vissuto io, dal liceo all’università, in Italia negli anni settanta, pur in mezzo a tutto ciò che succedeva in quegli anni. Quella era un’altra cosa, e mi manca, come mi manca la possibilità di riprodurre la profondità, l’intensità di quel modello di insegnamento. Non che non avesse difetti, per carità, ma non era dee-jaying, certamente no. Solo quando ho dei dottorandi posso avvicinarmi a quello che davvero ho imparato dai miei insegnanti, ma nella mia università mi capita di rado. Detto questo, il mestiere di dj della cultura ha il suo fascino, anzi in certi casi può essere l’unico approccio che funziona. E ha questo vantaggio, che non cambia molto se si passa dalla presenza al remoto o viceversa. Se ti sai giostrare su quello che la rete e i servizi di streaming ti mettono a disposizione, te la cavi.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Quello che è sempre stata. La trasmissione di un entusiasmo, di una passione. Lo studente deve capire che tu sei lì a parlargli perché l’hai voluto e che non cambieresti il tuo mestiere con nessun altro al mondo. Potrà anche dimenticare il contenuto del corso il giorno dopo l’esame finale, ma non dimenticherà quella scossa elettrica che gli hai passato, saprà che insegnare e imparare valeva la pena, anche se magari sul momento non è stato in grado di approfittarne ed era perso in tutt’altri problemi. Sto pensando che nell’ultima canzone che finora ha pubblicato, Murder Most Foul, Bob Dylan passa dieci minuti su diciassette a chiedere al leggendario dj Wolfman Jack di “mettere su” questo o quel pezzo per commemorare l’uccisione del presidente Kennedy. Ma non gli chiede di “mettere su” solo brani di musica, bensì anche classici film hollywoodiani o Il mercante di Venezia. In altre parole, Dylan sta chiedendo a Wolfman Jack di “mettere su” l’intera cultura e di diffonderla in remoto, attraverso l’etere. Credo che nell’ultimo anno gli insegnanti siano stati tutti un po’ come Wolfman Jack, ostinati a lanciare messaggi nello spazio, sperando che qualcuno li raccogliesse.

Davide Sisto

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Personalmente, ho patito la “fatica digitale” soprattutto nei mesi primaverili del 2020, quindi nella parte iniziale della pandemia, la quale mi ha colto impreparato. Tra l’autunno 2020 e la primavera 2021 ho cercato di affrontare nel modo più razionale possibile il ricorso esclusivo alle piattaforme digitali, creandomi delle strategie puntuali per contrapporre all’isolamento digitale qualche piccola via di fuga offline (per esempio, lunghe passeggiate distensive nei ritagli di tempo). Certamente, gli aspetti più negativi sono stati il senso di alienazione provocato dallo stare da solo sempre nello stesso luogo (lo studio casalingo) e la precarietà della connessione. Ritengo necessario, tuttavia, una volta terminata l’emergenza sanitaria, studiare collettivamente le modalità più opportune per rendere una consuetudine positiva l’uso delle piattaforme digitali in determinate circostanze: riunioni di lavoro in cui non è necessaria la presenza fisica, colloqui tra persone che vivono in città o, addirittura, in nazioni distanti, i concorsi universitari per abbattere i costi delle trasferte, ecc. Tali modalità implicano un deciso irrobustimento della connessione wifi, una lotta attenta contro il digital divide (ogni cittadino di ogni ceto sociale dovrebbe essere messo nella condizione di accedere in egual modo ai contenuti offerti dalle piattaforme digitali), nonché uno studio attento delle dinamiche “teatrali” che caratterizzano la specifica interazione online tramite le piattaforme. Se è probabilmente disumanizzante la partecipazione a conferenze e convegni solo online, non lo è per niente porre un limite a riunioni in presenza che, il più delle volte, rappresentano solo enormi perdite di tempo.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dal mio punto di vista, è stato un problema di non poco conto, essendo obbligato a fare lezione in una stanza con tre finestre davanti alla scrivania. Non sono riuscito ancora a trovare un tipo di luce adatta, ritrovandomi ad avere un’immagine o troppo scura o troppo “spettrale”, con una parte di volto “sbiancata”. Ritengo necessario riuscire a comprendere, anche nella fase post pandemia, quale sia il miglior tipo di lampada o di postazione per offrire la miglior immagine possibile agli studenti. Credo, infatti, che non torneremo indietro, adottando molto spesso le piattaforme digitali per evitare gli spostamenti più superflui o costosi.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Ho lasciato a studenti e studentesse la totale libertà di scelta. Insegnando in tre corsi a cui ho voluto dare un taglio molto interattivo, gli ho lasciato la libertà di intervenire a telecamera accesa o spenta. Addirittura, la libertà di intervenire tramite chat pubblica o chat privata, nel caso in cui la timidezza avesse rappresentato un ostacolo insormontabile per l’interazione reciproca. Sono soddisfatto della partecipazione, sempre molto attiva, da parte di studenti e studentesse. Non ho percepito in alcun modo una differenza, in senso negativo, tra l’interazione in presenza e quella a distanza. Soprattutto, penso che la chat possa rappresentare – almeno, parzialmente – un escamotage per limitare i timori che inibiscono molto spesso gli studenti. Credo, infine, che occorra capire le dinamiche sociali e comunicative delle generazioni più giovani, le quali sono abituate a interagire a distanza. Intercettando questo tipo di dinamiche, è possibile generare forme di dialogo non meno proficue rispetto a quelle sviluppate in presenza.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Non saprei valutare in maniera oggettiva. Certamente, il caricamento a posteriori delle lezioni, tenute in diretta, sulla piattaforma Moodle ha permesso agli studenti non frequentanti di poter guardare in differita le lezioni, contando anche su molteplici ampliamenti delle tematiche affrontate: per ogni registrazione ho, infatti, aggiunto articoli o video inerenti al tema della lezione. Ritengo un’opportunità preziosa, soprattutto in vista della preparazione degli esami, la disponibilità delle intere lezioni in differita per gli studenti lavoratori che sono obbligati a saltare quelle in diretta. Opportunità preziosa anche per chi non è particolarmente capace a prendere appunti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Sebbene preferisca l’interazione in presenza fisica, anche per “cambiare aria” e non essere sempre nello stesso ambiente (il mio studio casalingo), trovo estremamente vantaggiosa la dimensione a distanza per creare lezioni che alternano alla mia voce immagini, testi scritti e video. Le lezioni che reputo meglio riuscite sono, infatti, quelle in cui il mio ruolo è consistito nel coordinare in maniera razionale e ragionata immagini fotografiche, citazioni scritte e video. Tali lezioni hanno generato un collage di esperienze educative, le quali hanno messo gli studenti nella condizione di immergersi in modo completo all’interno del tema affrontato, non perdendo l’attenzione e ampliando gli spunti a partire dai quali aprire un dibattito.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

L’unico svantaggio, a mio avviso, è la scarsa mobilità del docente. A me piace, generalmente, stare in piedi, camminare e muovermi mentre parlo. Il live streaming obbliga una immobilità fisica che può creare qualche disagio nel mio modo di esprimermi e può creare una certa distanza rispetto agli studenti in aula. Sono, comunque, convinto che i pregi superino i difetti proprio per la possibilità di dar vita a lezioni più “creative”, che uniscono alle parole espresse a voce anche immagini e video.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’esperienza della didattica a distanza è stata particolarmente educativa per migliorare l’efficacia nell’uso del power point e per la possibilità di rendere più completo l’argomento trattato tramite un insieme di parole scritte, immagini fotografiche e videoregistrazioni, mettendo a frutto le molteplici opportunità offerte dalla Rete. Sono totalmente convinto che internet non sia ancora utilizzato come si deve nella preparazione e nell’esposizione delle lezioni universitarie, soprattutto per quanto riguarda le discipline umanistiche. Le uniche forme di lezione a distanza che capisco poco, in realtà, sono quelle in differita, poiché impediscono qualsivoglia forma di dialogo e di interazione. A meno che non diventino uno spunto per una discussione dei contenuti trattati nella successiva lezione in diretta.

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione non equivale, a mio avviso, a un docente che parla per due o tre ore di seguito, partendo dal presupposto che la sola trasmissione vocale del sapere sia pertinente per l’insegnamento accademico. Ritengo, invece, che le tecnologie digitali, determinando un prolungamento della nostra presenza fisica tramite la condivisione e la registrazione di testi scritti, immagini fotografiche e video, possano favorire la creazione di lezioni ibride, in cui l’insieme dei dati prenda letteralmente corpo, valorizzando le diverse caratteristiche narrative che contraddistinguono la scrittura, la fotografia e le videoregistrazioni. In tal modo, gli studenti hanno la possibilità di immergersi maggiormente all’interno dell’argomento trattato, limitando i pericoli della distrazione. Ancor di più, l’interazione tra docenti e studenti può trarre benefici importanti dall’applicazione alle lezioni universitarie dei metodi comunicativi adottati sui social media o nei blog. Dal punto di vista del docente, occorre – a mio avviso – sviluppare un po’ di fantasia e di creatività per ampliare il proprio modo di comunicare.

Vanni Codeluppi

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

La pandemia di Covid-19 ha legittimato un ricorso massiccio alla vita online in tutte le sue forme. Non è possibile attualmente prevedere se effettivamente nei prossimi mesi ci sarà un ritorno alla situazione precedente alla pandemia, ma, nell’eventualità che ciò si avverasse, rimarrà comunque consistente la quantità di tempo dedicato dalle persone alla vita online. E pertanto continueranno ad essere rilevanti anche le conseguenze generate da tale condizione di vita, a cominciare dalla cosiddetta digital fatigue.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dato che probabilmente il peso della comunicazione digitale rimarrà consistente, sarebbe opportuno un massiccio intervento di formazione dei docenti. Prima della pandemia si faceva ben poca formazione dei docenti, ma a maggior ragione sarebbe opportuno farla oggi, con un massiccio impiego di strumenti digitali, i quali, per poter essere sfruttati al meglio, richiedono nuove competenze.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Nelle università delle grandi città, le elevate quantità di studenti presenti normalmente nelle lezioni impediscono di fare utilizzare le telecamere agli studenti durante le lezioni. Si utilizzano i microfoni e le chat. Ovviamente, le piattaforme digitali, per quanto siano sofisticate, rimangono grossolane e deficitarie rispetto alle lezioni in presenza. Pertanto, nelle lezioni online l’intensità di partecipazione degli studenti è decisamente inferiore rispetto a quelle in presenza. Non ho notato invece grandi differenze tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

La possibilità data agli studenti da quasi tutte le università di ascoltare le registrazioni delle lezioni, ha fatto sì che sia calato sensibilmente il numero di studenti che hanno seguito in streaming. Ciò indubbiamente ha dato una maggiore flessibilità d’uso agli studenti e ha favorito chi abitualmente non frequenta, spesso per ragioni di lavoro. Questi però, a mio avviso, sono un numero ridotto di studenti e ciò pertanto non compensa la riduzione d’interattività che la fruizione della registrazione delle lezioni comporta per la maggior parte degli studenti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Nella didattica è estremamente importante il rapporto che si stabilisce tra i corpi degli studenti e quelli dei docenti. Con l’online ovviamente il ruolo dei corpi s’indebolisce e al momento è stato trovato ben poco per poter sopperire a questa mancanza.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Probabilmente in futuro questa sarà una strada inevitabile. Gli svantaggi sono quelli già detti e causati dalle attuali limitazioni tecniche della didattica online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

La didattica a distanza mi ha insegnato che la comunicazione online è molto più complessa di quello che può sembrare a prima vista e richiede un notevole impegno e molti investimenti.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione può essere caratterizzata da tanti aspetti differenti, ma occorre sempre tener presente che si tratta comunque di una forma di comunicazione e che quindi, in quanto tale, è anche una forma di condivisione.

Da "https://www.doppiozero.com" L'università dopo lo scossone della pandemia di Alessandro Carrera, Davide Sisto, Vanni Codeluppi

Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

Quelle che rompono il soffitto di cristallo

Venerdì, 02 Luglio 2021 00:00

Le samaritane: donne che alzano la posta, ieri come oggi

Le samaritane: femminile plurale. Secondo il vangelo di Giovanni, Gesù parla con una Samaritana e, secondo il vangelo di Luca, Gesù indica un qualsiasi Samaritano come figura esemplare di obbedienza alla Legge mosaica. Imponendo, nell’uno e nell’altro caso, di uscire dal sistema.

Da tempo, infatti, i Samaritani avevano costruito un loro tempio sul monte Garizim perché i Giudei li consideravano scismatici a causa della loro contaminazione etnica e religiosa e impedivano loro di partecipare al culto ufficiale di Gerusalemme. È Gesù, quindi, il primo che è uscito dal sistema.

La donna di Samaria

Mi sono sempre domandata come mai a uno dei più famosi templi parigini dell’era consumistica sia stato dato il nome “La Samaritaine”. La motivazione è tutt’altro che insignificante: sulla facciata della prima pompa idraulica fatta porre dal re Enrico IV (1553-1610) sul più antico ponte di Parigi, Pont Neuf, c’era un gruppo scultoreo che rappresentava l’incontro di Gesù con la Samaritana e, proprio su quello stesso ponte, aveva una botteguccia Ernest Cognacq, che con la moglie Marie-Louise Jaÿ fonderà, intorno al 1870, i celebri magazzini della Ville lumière. Quando ancora la memoria biblica faceva da ordito alla vita dell’Europa, insomma, era naturale associare all’acqua il ricordo della donna di Samaria evangelica.
Sconosciuta ai tre vangeli sinottici, la Samaritana [Gv 4,4-42] è invece per Giovanni una vera e propria protagonista del suo vangelo. Il suo incontro con Gesù avviene nella città di Sicàr, importante dal punto di vista religioso perché collegata, per la presenza di un pozzo d’acqua venerato ancora oggi, alla memoria del patriarca Giacobbe e di suo figlio Giuseppe. Non deve stupire, allora, che il pozzo, l’acqua e un’anfora siano per l’evangelista chiari indizi narrativi del significato che ha per lui l’intero racconto, centrato sul primo lungo discorso con il quale Gesù da inizio alla sua rivelazione pubblica.
C’era stato, è vero, l’incontro immediatamente precedente con Nicodemo [Gv 3,1-21] ma, se si considera l’insieme narrativo, sembra quasi che il dialogo con l’importante rabbino di Gerusalemme, uomo del sistema, sia utile soprattutto a preparare quello con qualcuno che è, invece, doppiamente fuori dal sistema perché donna e perché Samaritana. Nicodemo va da Gesù intenzionalmente, ma l’incontro avviene di notte, quasi che non voglia compromettersi, il loro dialogo avanza a fatica. Anche Nicodemo fa domande, cerca di sapere chi è quell’uomo, ma le risposte di Gesù si trasformano presto in un lungo monologo perché Nicodemo, silenziosamente, esce di scena.
L’incontro tra la donna di Samaria e Gesù è invece occasionale, e ha luogo alla piena luce del giorno e si sviluppa fino a culminare in una confessione della condizione messianica di Gesù da parte della donna che intraprende perfino una fortunata azione missionaria nei confronti dei suoi concittadini.

La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»

Al centro del dialogo non può esserci che l’acqua, e la strategia retorica dei fraintendimenti, cara all’evangelista, consente di mettere a fuoco che il vero fulcro del dialogo sta nel riconoscimento che l’acqua, simbolo della sapienza che dà la vita, è nello stesso tempo anche figura dell’insegnamento di Gesù e del dono dello Spirito. La brocca lasciata accanto al pozzo è segno che la donna di Samaria lo ha capito: come le ha detto Gesù, se accoglie il suo insegnamento non avrà più «sete in eterno». Il protagonismo della Samaritana è, per l’evangelista, tutt’altro che secondario: è lei l’interlocutrice insieme alla quale Gesù elabora il primo dei suoi discorsi di rivelazione, è l’incedere delle sue domande che, in un movimento a spirale, obbliga Gesù a uscire sempre più allo scoperto e a dichiararsi apertamente come il Messia. Perché incalzato dalla Samaritana Gesù pronuncia un discorso fortemente radicato nella tradizione anticotestamentaria, ma anche visionario, proteso verso la novità del dono messianico dello Spirito.

Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati incittà a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? […] Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Dal canto suo, anche la donna acquista sempre maggiore consapevolezza grazie alle sue stesse domande e capisce che, per accogliere la novità messianica, anche lei deve mettere in discussione il suo sistema religioso. Purtroppo, oggi come ieri, molti interpreti preferiscono ritenere che l’improvvisa richiesta fattale da Gesù di andare a chiamare suo marito si riferisca al suo disordine sessuale, dato che è costretta ad ammettere di non avere marito e sembra accettare il suo biasimo per averne avuti ben più di uno. Se, piuttosto che all’instabilità della vita matrimoniale della donna, il riferimento ai suoi “cinque mariti” viene inteso per quello che vuole essere, cioè una denuncia da parte di Gesù delle molteplici divinità a cui i Samaritani rendevano culto insieme a quello di Yhwh, allora è in perfetta linea con il resto del discorso e prepara alla dirompente rivelazione del nuovo culto, che ha luogo ormai «in spirito e verità», e a cui tutti, tanto i giudei che i samaritani, dovranno convertirsi.

Per un evangelista come Giovanni, che attinge a una tradizione spirituale che scorre a fianco del sistema della “grande chiesa”, il protagonismo della donna di Samaria serve ad alludere al fatto che la rivelazione di Dio si scontra, da una parte, con il misterioso rifiuto di coloro che avrebbero potuto recepirla e, dall’altra, con l’inattesa accoglienza da parte di coloro ritenuti ad essa più estranei. Non può certo stupire, allora che siano proprio le donne, all’epoca già sospinte progressivamente fuori dai margini delle prime comunità cristiane, a giocare invece un ruolo quanto mai importante nello sviluppo della trama teologica di un vangelo che vuole essere, se non proprio trasgressivo, almeno alternativo: Maria di Nazareth vigila sull’inizio e sul compimento della missione messianica di suo figlio; Marta di Betania pronuncia la più alta confessione cristologica di tutto il vangelo; sua sorella Maria, oltre ad assistere alla risurrezione del loro fratello Lazzaro, unge profeticamente i piedi e il capo di Gesù nella cena che precede il cammino della passione; Maria di Magdala è la destinataria della prima apparizione del Risorto e riceve da lui la prima consegna apostolica. Con loro, anche la donna di Samaria, l’eretica.
La buona samaritana

Doveva essere la fine degli anni ’60: messa domenicale di mezzogiorno nella chiesa del Gesù di Roma. Predica un padre gesuita che conoscevo molto bene e che azzarda un’attualizzazione della parabola del “buon samaritano”: due macchine, la prima targata SCV , Stato città del Vaticano, e la seconda DC , Democrazia Cristiana, passano senza accorgersi di un ferito sulla strada mentre da una terza, targata URSS , Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scende qualcuno che si prende cura del malcapitato. Accostamenti un po’ ingenui, forse, che in noi più giovani non hanno ingenerato nessuno scandalo, ma che al gesuita sono invece costati un mese di interdetto dalla predicazione. Una sanzione che non deve stupire: a Gesù, in fondo, è toccata una sorte ben peggiore. D’altro canto, affermare che un eretico eredita la vita eterna perché rispetta la Legge più di due esponenti della religione ufficiale non deve aver fatto certamente piacere a molti.
La parabola, una delle più note del vangelo, viene pronunciata da Gesù per rispondere a una sfida mossagli da un dottore della Legge che mette in discussione il suo diritto di insegnare visto che non è ufficialmente accreditato a farlo e, come sempre, ribalta la prospettiva dell’interlocutore: a un poveretto che i briganti hanno lasciato ferito sul ciglio della strada prestano soccorso non due figure istituzionali, un sacerdote e un levita, bensì un eretico, un samaritano che si prende cura di lui fino a pagargli il ricovero in un albergo.
In scena tutti maschi: lo sventurato che incappa nei briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, un albergatore.

D’altro canto, si può bene supporre che, al tempo di Gesù, nessuna donna avrebbe potuto avventurarsi da sola sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Se dovessimo rappresentarla oggi, però, potremmo certamente immaginare un casting tutto, o almeno in parte, femminile. Oltre tutto, poiché la parabola comincia con un generico “un uomo” e poiché dobbiamo sempre ritenere che con questo termine non si voglia intendere obbligatoriamente un maschio, allora è del tutto lecito immaginare che chi viene aggredito dai briganti e chi se ne prende cura possano anche essere donne.
Se oggi noi rileggessimo così una delle più famose parabole del vangelo nessuno potrebbe stupirsi. Non tanto per via del politically correct, ma perché un dato di fatto, forse per nulla casuale, è ormai sotto gli occhi di tutti: l’ambito della carità è stato il primo “soffitto di cristallo” che, nella Chiesa, le donne sono riuscite a infrangere, e un gran numero di loro occupa posti di rilievo negli organigrammi delle organizzazioni umanitarie di tutte le chiese e di tutti gli stati. Ho partecipato anni fa a una riunione internazionale di donne in cui hanno preso la parola responsabili di grandi istituzioni di diversi paesi che lavorano, e spesso anche vivono, a stretto contatto con situazioni emergenziali di povertà, malattia, guerra, soccorso in mare, deportazione. Sono tante le donne che, nelle Caritas, nelle Misereor, nella Croce Rossa internazionale, in Medici senza Frontiere, ma anche nei mille rivoli di una dedizione che non ha bisogno di telecamere, si fanno prossimo di infiniti sventurati di tutto il mondo. Sono tante che si spendono nelle missioni o ai bordi delle strade delle nostre città. In questi mesi non ne abbiamo forse viste tante fronteggiare nei nostri ospedali l’emergenza pandemica facendosi silenziosamente prossimo anche di chi era costretto a morire in solitudine?
Non è certo una novità. Lungo i secoli cristiani le buone samaritane sono state innumerevoli, alcune riconosciute e portate a esempio o perfino beatificate e santificate, altre, e sono la maggioranza, anonime, come il samaritano della parabola. E sulle nostre strade molte sono le “eretiche”, donne che consideriamo estranee al nostro sistema sociale e, spesso, anche a quello religioso, ma che non si sottraggono alla cura e alla dedizione verso i tanti “malcapitati” della società del benessere. Anche le samaritane, capaci di farsi prossimo di chiunque sia in difficoltà, non sono meno provocatorie del samaritano del vangelo. A conclusione della parabola, infatti, Gesù pronuncia non un insegnamento, ma un monito:
«Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così» (Lc 10, 36s).

Ci potremmo domandare in quanti saremmo disponibili a prendere esempio da qualcuna che viene da un paese lontano, che ha un colore della pelle diverso, che non ha tutti i permessi necessari per essere dentro il sistema, che appartiene a un’altra chiesa o onora un altro Dio, solo perché fa del bene.

Eppure, ieri come oggi le samaritane evangeliche sono lo specchio dei ministeri che molte donne esercitano nella Chiesa nell’ambito della carità, ma anche dell’insegnamento teologico e della catechesi. Fuori dal sistema? Forse, è venuto il tempo - ed è questo – in cui comincia a non essere più vero.

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Quelle che rompono il soffitto di cristallo di Marinella Perroni