La comparsa di un nuovo virus è un fatto naturale, la pandemia no: la crisi sanitaria e i suoi effetti economici, sociali e politici “sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita”; un modello “nocivo e dannoso per noi individui, per le comunità, per la natura”. Esordisce così il documento intitolato “Per un manifesto di ecologia popolare”, elaborato da un gruppo di attivisti e ricercatori che durante i mesi di sospensione delle attività e degli spostamenti in Italia si sono interrogati sulle origini della crisi che stiamo attraversando, convinti che le premesse del disastro fossero tutte visibili ancora prima che arrivasse il nuovo coronavirus.

“Gli ingredienti di una pandemia sono gli stessi che muovono la crescita illimitata”, scrivono: lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra e degli allevamenti animali; la densità abitativa delle grandi città; la crescente interconnessione di un mondo globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta, gli standard sanitari e alimentari inadeguati. Insomma: la crisi del covid-19 deve spingerci a ripensare “un modello di crescita autodistruttivo improntato solo al benessere economico”.

Gli autori del manifesto vivono e lavorano per lo più a Napoli, anche se hanno orizzonti più ampi. Il gruppo è eterogeneo: ricercatori universitari, artisti, educatori, giornalisti. Hanno creato la rete Terre in movimento e si presentano con un’identità collettiva. Il nome che ciascuno usa è Ecopop, seguito da un numero per gli uomini e una lettera per le donne: questo perché, spiegano, “vogliamo dare voce a tutti i gruppi che si battono per la giustizia ambientale”. Aggiungono che l’anonimato è anche una sorta di tutela, “perché in molti conflitti ambientali i cittadini non hanno di fronte solo le istituzioni ma anche altre forze, inclusa la criminalità organizzata”.

La crisi dei rifiuti
Per spiegare cosa intendano con “ecologia popolare”, gli autori del manifesto citano la crisi dei rifiuti vissuta dalla Campania per circa un decennio a partire del 2001. “Era un conflitto ambientale tipicamente moderno”, osserva Ecopop 1, “chiamava in causa il ciclo dei rifiuti, la speculazione, i meccanismi illegali che trasferivano gli sversamenti industriali delle regioni più ricche alle zone più povere nel sud dell’Italia, un po’ come si mandavano le navi di rifiuti tossici in Africa. Eppure sui mezzi di informazione non è stato descritto come un conflitto ambientale, soprattutto all’inizio: si parlava di cattiva gestione, di traffici illegali, di camorra, ma la salute di quelle persone e l’ambiente entravano di rado nel discorso”.

Le proteste degli abitanti erano descritte più che altro come “egoismi localisti”. È nato allora il nomeTerra dei fuochi. “Si discuteva di inceneritori e di dove collocare le discariche dando per scontato che chi viveva in quei luoghi non avesse una coscienza ambientale”, continua Ecopop 1. “Ma era vero il contrario. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano proprio loro. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente. Ci sono voluti anni di battaglie perché questo fosse riconosciuto”.

“Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali perché nel nostro paese manca una cultura politica ecologica”, si legge nel manifesto. Si parla di “analfabetismo ecologico”. La sinistra italiana ha una “tradizione industrialista” che l’ha portata anche in tempi recenti a difendere scelte come la Tav, affermano gli autori. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, “per darsi un volto presentabile”. “Vogliamo che la questione ambientale sia la chiave di lettura per tutti i temi della politica e della società”, dice Ecopop B.

La grande cecità
“Bisogna mettere l’accento sul legame tra il contagio e la cecità del modello di sviluppo”, si legge ancora nel manifesto. La pandemia, il degrado ambientale, le mutazioni del clima “sono tutti prodotti di un modello di crescita improntato al solo benessere economico che nasconde una sistematica volontà autodistruttiva”. Riecheggia quella che lo scrittore Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità” di fronte al cambiamento climatico, e in effetti gli autori dichiarano di aver tratto ispirazione da quel saggio: “La grande cecità è quella degli esseri umani che non riconoscono alla natura un ruolo protagonista”, riassume Ecopop 1.

Gli autori del manifesto criticano in particolare l’idea di “sviluppo sostenibile”, che considerano una contraddizione in termini: “Si basa sull’idea di un buon uso delle risorse per una crescita economica compatibile con la natura. È il tentativo delle élites ‘avvedute’ di mediare tra l’ambiente e il capitalismo”, dice Ecopop 1: “Ma è una mediazione impossibile. La logica del capitalismo è la ricerca continua di profitto, non la tutela dell’ambiente o della salute della collettività. Al dunque, profitto e natura sono in conflitto”. E poi, “che mediazione può fare una cultura autodistruttiva?”. Al contrario, per “ribaltare il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi attuale” serve un’ecologia “partecipata e dal basso proprio come era successo nella Terra dei fuochi”. Citano i comitati che si battono per la bonifica nei numerosi siti industriali inquinati in Italia, i movimenti No Tav e quelli No Tap (che si oppongono al gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe approdare in Puglia).

La giustizia ambientale “è il nuovo spartiacque del conflitto sociale”, dicono in definitiva gli autori del manifesto di ecologia popolare. Il documento evoca “pratiche di mutualismo” nelle comunità fondate sul “diritto collettivo al cibo, alla salute, la terra, l’acqua come capisaldi del diritto alla vita”. Vedono un esempio positivo nelle esperienze di mutuo soccorso nate nelle settimane del confinamento, da Scampia a Rosarno. Guardano anche più lontano, alle reti di comunità indigene dell’Amazzonia in difesa della foresta o gli ecovillaggi del Rojava.

Il collettivo Terre in movimento si è dato degli obiettivi pratici. Mapperà i conflitti ambientali a cominciare dalle esperienze locali di difesa del territorio e della salute “e qui nel sud ne abbiamo molti casi, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di Taranto”. Avvierà un’inchiesta sul bacino del fiume Sarno, caso esemplare di dissesto e inquinamento: durante il confinamento il fiume si era ripulito e gli abitanti rivendicano una bonifica duratura. Poi un’indagine sul parco dei Camaldoli, 135 ettari di area protetta con un castagneto secolare, vero polmone verde alle porte di Napoli che però resta inspiegabilmente chiuso. L’obiettivo, dicono, è mettere in collegamento esperienze popolari, locali e globali. E diffondere una “vera cultura politica ecologica”.

Da "https://www.internazionale.it/" In Italia c’è bisogno di una nuova ecologia popolare di Marina Forti

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 25 Maggio 2020 00:00

OGM, un fallimento di successo

Diciassette milioni di utenti soddisfatti in 26 Paesi. 191 milioni di ettari ospitanti. Un beneficio economico per i Paesi che l’hanno utilizzata pari a 186 miliardi di dollari. 670 milioni di kg di agrofarmaci utilizzati in meno, eppure un aumento della produzione di 657 milioni di tonnellate. Potremmo conteggiare anche i benefici ambientali (27 miliardi di kg di emissioni di CO2 annue in meno; più di 180 milioni di ettari di ambiente naturale risparmiato), quelli in termini di salubrità di alimenti e di mangimi ottenuti e quelli di miglioramento delle condizioni di vita di tante famiglie di agricoltori.

È forse questo il ritratto di una tecnologia fallimentare?
Le colture transgeniche (impropriamente e tendenziosamente chiamate OGM) hanno rivoluzionato il modo di fare miglioramento genetico, contrariamente a quanto sostiene qualcuno, perché hanno permesso di approfondire la conoscenza del funzionamento dei meccanismi di espressione e regolazione del genoma e la conoscenza di nuove tecniche per migliorarli, conoscenza che ha contribuito anche a mettere a punto le attuali tecnologie di evoluzione assistita.

Non hanno soddisfatto le aspettative che avevano solleticato? In parte è vero: si era promesso troppo, accesi da facili entusiasmi e si sa, non si dovrebbe mai dire gatto se non lo si ha nel sacco. Ma d’altra parte, come investire e ottenere il meglio da una tecnologia così avversata dall’opinione pubblica mondiale, spaventata da associazioni pseudo-ambientaliste che hanno una potenza di fuoco mediatico e una capacità comunicativa da fare scuola? La pesante, ridondante regolamentazione messa in atto per contenere questa tecnica l’ha frenata, non ha permesso alla ricerca – pubblica in particolare – di metterla al servizio delle peculiari esigenze dei territori, di specifiche produzioni locali. Questo almeno è quel che è successo in Italia, mentre invece in alcuni Paesi asiatici e africani è stata applicata a coltivazioni locali per ridurne la dipendenza dalla difesa con agrochimica. Questo deve farci riflettere: come arginare un messaggio che parla alle paure e alla pancia delle persone? Come smontare una narrazione che si serve delle più capaci menti del marketing e può spendere molto per farlo? Con un solo potentissimo strumento: i dati scientifici, che su questo argomento parlano molto chiaramente di benefici per produttori, ambiente e consumatori.

Leggere frasi che parlano del “sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura. Perché di fallimento si tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM” è un’offesa nei confronti dei tanti scienziati italiani che hanno dovuto abbandonare promettenti ricerche, magari vederle andare letteralmente in fumo e cenere. Ed è un affronto agli agricoltori italiani, che ancora oggi sono beffati da un mercato che acquista e utilizza merce che essi non sono autorizzati a produrre. Il comparto del mais italiano, filiera alla base del Made in Italy agroalimentare, ha subito perdite dell’ordine di 200 milioni di € all’anno, vedendo dimezzata (dimezzata!) la produzione nazionale per l’incapacità di competere con la qualità e il prezzo del prodotto estero. Altrettanto ha perso il comparto della zootecnia. Sono affermazioni che ricordano i proclami coldirettiani “gli OGM hanno fallito in Europa” perché scarsamente coltivati, ignorando volutamente che nemmeno il miglior maratoneta può avere performance interessanti se lo si fa correre con mani e piedi legati, con un pubblico a bordo strada che lo insulta e giudici di gara che lo boicottano per soddisfare la sete di sangue degli astanti.

Non è rinnegando i dati che usciremo da questa trappola mediatica, ma restando coerenti con essi. Abbiamo per vent’anni, dati alla mano, difeso l’utilità delle tecnologia della transgenesi e la sicurezza dei prodotti messi in commercio e da essa derivati. Dovremmo oggi dire che è stata un fallimento? Quando invece il fallimento è stato quello di un’intera società incapace di trovare al proprio interno gli anticorpi per espellere dal consenso mediatico narrazioni fraudolente. Mai mettere il bavaglio alle opinioni, ma mostrare all’opinione pubblica dove si trovano informazioni verificate e dove invece si vende se stessi per avere visibilità, soldi e comprarsi falsa autorevolezza con denari altrui. Vorrei vedere un rapporto responsabile con la società, che sia in grado di coinvolgerla nelle problematiche da risolvere e nella conoscenza delle soluzioni a disposizione per farlo.
Dovremmo chiedere un impegno politico a favorire il processo di approvazione all’uso di piante e prodotti derivanti da qualsiasi tecnica biotecnologica, anche nel rispetto delle attuali normative.

Le tecnologie di evoluzione assistita sono promettenti, sicure, efficaci, dispiace vederle lanciate usando messaggi che hanno il sapore di un immeritato tradimento ai danni di chi, agricoltori per primi, ha sempre difeso il lavoro dei ricercatori e ha fatto della propria fiducia nel metodo scientifico una bandiera, una guida nel proprio lavoro di imprenditori, uno strumento – l’unico! – per conoscere il mondo e discernere fra sirene e maestri, fra tritoni e maestre.

Da "https://www.stradeonline.it/" OGM, un fallimento di successo di Deborah Piovan

Pubblicato in Comune e globale

Persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti. Il settore rischia di perdere il 60 per cento del fatturato: 12 miliardi di euro. Bisogna tutelare le aziende e incentivare la domanda.


Non possiamo sbagliare: i momenti di crisi rivelano le competenze e le leadership collettive e l’impatto dell’epidemia sul turismo è la più grave crisi della nostra storia (persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti). Non possiamo sbagliare perché il futuro della nostra industria dell’ospitalità si scrive in questi giorni.

Abbiamo bisogno di un Recovery Plan, di un piano per la nostra industria dell’ospitalità, fatto di poche cose: molto puntuali, molto concrete, molto realistiche, con il timing giusto e con la lucidità necessaria per intervenire nei punti (e nei modi) appropriati, con mente aperta e con cognizione di causa. Niente vestiti per tutte le stagioni, niente ritorni al già detto, ma comprensione della situazione inedita e focus sul che fare qui e ora.

Intanto, il quadro della situazione: il fatturato complessivo degli alberghi italiani è di circa 20 miliardi di euro all’anno. Tenendo conto dei tassi d’occupazione mensili, e della situazione clienti-zero di alcuni mesi, e pronosticando una ripresa lenta in estate e autunno (vi risparmio i metodi di calcolo) si arriva alla conclusione che la perdita netta del settore è di almeno il 60 per cento del fatturato (considerando l’intero 2020).

Perciò le entrate perse ammontano a circa 12 miliardi di euro. Un salasso e probabilmente nessun settore è danneggiato quanto il turismo. L’impressione (per forza dev’essere un’impressione, visto che si tratta di un virus inedito) è che il ritorno alla situazione con un fatturato pari a quello pre-crisi si avrà 18 mesi dopo il picco di contagi, perciò nel terzo trimestre del 2021. Questa è la situazione oggi.

Quello di cui stiamo parlando è la caduta della domanda, che dipende da due fattori: la legge e la psiche. La prima dipende direttamente (o quasi) dall’andamento della curva dell’epidemia, per cui è inutile qualunque iniziativa sulla domanda, fintanto che i movimenti delle persone non siano liberi; i trasporti aerei non riprendano e così via; il secondo fattore è più sottile e più potente, perché il consumo di vacanze (ben diverso è il segmento business) non è un consumo obbligato, perciò se la gente non si sente tranquilla non parte. Questa base psicologia probabilmente durerà più a lungo del lockdown.

Quindi, abbiamo due problemi immediati: salvare le aziende e incentivare la domanda. Per le aziende ci vorrà qualcosa che possa riparare il danno, non interamente (economicamente impossibile) ma in qualche misura sì. Le aziende hanno bisogno della liquidità per riprendere l’attività, pagare gli stipendi e, grazie ai provvedimenti del governo, avranno il credito necessario.

Il credito però è l’altra faccia del debito, perciò queste imprese che, per loro natura non potranno vendere nessuno stock accumulato, si dovranno accontentare di entrate che andranno a rilento e nell’intanto dovranno cominciare a ripagare sia il debito di oggi che quello di ieri. Come potranno investire nei cambiamenti che dovranno fare in queste settimane? Il 10 per cento del fatturato perso, erogato a fondo perduto, sulla base dell’ultimo bilancio presentato, potrebbe essere una riparazione del danno equa: costerebbe al massimo 1,2 miliardi di euro, una cifra importante, ma sostenibile.

Quando si parla di turismo si parla sempre, come ci fosse un pilota automatico, della promozione, della comunicazione, insomma della domanda e mai dell’offerta, perché si fa coincidere l’offerta (implicitamente) con le nostre spiagge, il patrimonio storico-artistico, i nostri paesaggi, ma queste, in economia, sono le risorse, non il prodotto. Quello che si vende è il prodotto, cioè il modo come quelle risorse sono combinate tra loro in una maniera economicamente attraente.

Bisogna lavorare anche sull’offerta e il cuore dell’offerta sono gli alberghi. Tutti (o molti) dicono che il mondo post-epidemia non sarà uguale a quello di prima: è la consueta, scontata retorica del “mai più come prima”? Non sappiamo. Sappiamo però che l’epidemia è un formidabile acceleratore di fenomeni già in atto.

Certamente la qualità degli alberghi rappresenta il biglietto di visita più rassicurante del paese: perché è possibile tracciare ogni presenza, e nel caso di contagio, sapere esattamente chi ha rifatto la stanza, chi ci ha dormito prima e dopo il contagio (ricordo la perfetta gestione – senza alcun contagio – dei primi due turisti cinesi con il coronavirus, provenienti da Wuhan che hanno soggiornato in un albergo romano: se fossero stati in una casa sarebbe stato più difficile ogni controllo).

Saranno in grado di assicurare una sanificazione in tempo reale dei luoghi e, com’è avvenuto per le cucine a vista, che prima si cercava di nascondere, le cameriere adesso dovranno/potranno essere viste, perché la loro presenza è rassicurante; probabilmente raddoppieranno la cadenza delle pulizie (da una volta al giorno a due, come avviene oggi solo negli alberghi di categoria elevata); la domotica e la digitalizzazione permetteranno in tempo reale di controllare entrate/uscite dall’albergo; il bagno e l’igiene diventeranno centrali, per cui ci sarà bisogno di ristrutturare e ammodernare gli impianti; tutti chiederanno un mondo più sicuro.

Questo lavoro richiede costi, investimenti e cambiamenti. Se si farà, ci ripresenteremo migliori di come ci siamo lasciati. E sarà un vantaggio competitivo non irrilevante.

Veniamo agli incentivi alla domanda. Si parla molto dei voucher, strumento che in tempi normali sarebbe perfetto, ma oggi bisogna capirne la reale efficacia. Rappresentano uno sconto, ma funzionano quando c’è il desiderio dell’acquisto (cioè la tranquillità per affrontare un viaggio e stare fuori casa); funzionano quando sono automatici (credito d’imposta o sconto automatico sul conto). Devono essere mirati nel tempo: servono a riempire presto gli alberghi in estate, altrimenti nei mesi successivi non c’è più la disponibilità di tempo per le famiglie di utilizzarli.

C’è poi il target giusto: porre un limite troppo basso di reddito per il voucher rischia di includere solo persone che non li utilizzerebbero comunque, per motivi intuibili proprio guardando al reddito. Il costo dell’alloggio oggi pesa per non più del 20-30 per cento del costo complessivo di una vacanza. Perciò ok ai voucher con l’attenta calibratura, ricordando che oggi l’ostacolo fondamentale verso gli alberghi non è il costo, ma la legge e la psiche, come si diceva prima.

Il Recovery Plan, oltre al lavoro sull’offerta, lo stimolo immediato alla domanda per l’estate 2020, dovrà avere un orizzonte più ampio, perché dovremo reimmaginare (e forse reinventare) la strategia di comunicazione: sempre meno fiere (lo si sapeva già, ma adesso è palese…) e più digitale. Oggi il problema non è far conoscere l’Italia, che è già non solo ben conosciuta, ma è la più desiderata, almeno lo era prima del malefico virus asiatico. Non c’è più bisogno di mass market, ma di un marketing one-to-one (oggi è possibile farlo) e, data la circostanza epidemica, “a geografia variabile”.

Dovremo selezionare i paesi secondo criteri nuovi, non (solo) quelli demografici, ma i nuovi criteri che l’epidemia mette in evidenza: percezione dell’Italia qui e ora; propensione a viaggiare all’estero (e all’interno); ranking della sicurezza nella scala di preferenze; quota-parte dei viaggi business rispetto ai viaggi leisure. Insomma, bisogna delineare, passo passo, analizzando il fenomeno, i contorni del “new normal” del soggiorno turistico.

E nel mondo a venire l’Italia ha nuove chances: nuove rispetto al passato (ne riparleremo), senza perdere quelle già note, cambiando quelle che già adesso i nostri ospiti indicano come i “limiti” del nostro sistema di ospitalità: il sistema delle file, prima scomposte e affollate, nei luoghi di maggiore attrazione; la piena trasparenza nell’erogazione dei servizi (lotta all’abusivismo dovunque); la confusione nell’offerta delle seconde residenze (oggi fuori controllo).

È incredibile come il virus abbia messo in ginocchio, in così pochi giorni, un sistema ospitale fra i più solidi del mondo, ma è ancora più sorprendente pensare che, con la strategia (e la tattica) giuste, possiamo diventare un sistema ospitale incredibilmente più forte.


Da "www.linkiesta.it" Come salvare il turismo italiano dal fallimento di Antonio Preiti

Pubblicato in Passaggi del presente

Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.


Un allevamento di polli a Taizhou, nella provincia cinese di Jiangsu, 26 febbraio 2020. (China Daily/Reuters/Contrasto)
SCIENZA
C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?
Laura Spinney, The Guardian, Regno Unito
8 aprile 2020
FacebookTwitterEmailPrint
Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

È possibile, ma per niente certo, che l’influenza sia giunta a noi circa quattromila anni fa, quando i cinesi cominciarono ad allevare le anatre attirando per la prima volta quel serbatoio animale nelle nostre comunità. Eppure possiamo scambiarcela (contrarla e trasmetterla) anche con il maiale, un altro animale accanto a cui viviamo da millenni. Alcuni anni fa Worobey ha avanzato l’ipotesi – controversa – secondo cui i volatili potrebbero non essere sempre stati i principali ospiti intermedi dei virus influenzali trasmessi all’essere umano. Fino a circa un secolo fa forse l’influenza si prendeva dai cavalli. Poiché più o meno al tempo in cui i veicoli a motore hanno soppiantato i cavalli si stava doffondendo l’allevamento del pollame nell’emisfero occidentale, Worobey ritiene possibile che i volatili abbiano assunto all’epoca il ruolo di principali ospiti intermedi.

Questa teoria non convince tutti. Se è vero che in passato i cavalli erano i principali ospiti intermedi del virus influenzale, osserva la virologa dell’Imperial College London Wendy Barclay, “la maggior parte dei virus aviari dovrebbe contenere l’adattamento ai mammiferi”, mentre non è così. Per David Morens del National institute of allergy and infectious diseases di Bethesda, in Maryland, è più probabile che il cavallo sia stato una parentesi e che i principali ospiti intermedi del virus influenzale siano sempre stati gli uccelli, specie gli esemplari selvatici. Tutti però concordano sul fatto che siamo stati noi a modificare le relazioni ospite-agente patogeno tramite lo sfruttamento dei terreni e delle altre specie animali. Tra l’altro, fa notare Worobey, vista la smisurata crescita della popolazione mondiale viene da pensare che in questo secolo si tratti di uno sfruttamento senza precedenti. Secondo i suoi calcoli, oggi le anatre allevate potrebbero essere più di quelle selvatiche.

Sono molto solide le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne ha contribuito alla comparsa del covid-19

E il fenomeno non riguarda solo i volatili. Gilbert è convinto che l’aumento della virulenza dei virus si stia verificando anche tra i maiali. La sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, descritta per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta, si è ormai diffusa in tutto il mondo e i ceppi individuati da non molto in Cina sono più virulenti dei primi scoperti negli Stati Uniti. In uno studio del 2015 Martha Nelson e i colleghi dei National institutes of health statunitensi hanno mappato le sequenze genetiche dei virus dell’influenza suina scoprendo che i principali esportatori mondiali di maiali – i paesi europei e gli Stati Uniti – sono anche i principali esportatori dell’influenza suina.

Nei social media circolano commenti, postati anche da vegani, secondo cui se si mangiasse meno carne il covid-19 non ci sarebbe stato. Curioso come certi post siano stati bloccati dai mezzi d’informazione tradizionali perché ritenuti “in parte falsi”. In fondo sono anche in parte veri. Se i collegamenti che individuano sono troppo semplicistici, le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne – non solo in Cina – ha contribuito alla comparsa del covid-19 sono invece molto solide.


Un allevamento di polli a Taizhou, nella provincia cinese di Jiangsu, 26 febbraio 2020. (China Daily/Reuters/Contrasto)
SCIENZA
C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?
Laura Spinney, The Guardian, Regno Unito
8 aprile 2020
FacebookTwitterEmailPrint
Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

È possibile, ma per niente certo, che l’influenza sia giunta a noi circa quattromila anni fa, quando i cinesi cominciarono ad allevare le anatre attirando per la prima volta quel serbatoio animale nelle nostre comunità. Eppure possiamo scambiarcela (contrarla e trasmetterla) anche con il maiale, un altro animale accanto a cui viviamo da millenni. Alcuni anni fa Worobey ha avanzato l’ipotesi – controversa – secondo cui i volatili potrebbero non essere sempre stati i principali ospiti intermedi dei virus influenzali trasmessi all’essere umano. Fino a circa un secolo fa forse l’influenza si prendeva dai cavalli. Poiché più o meno al tempo in cui i veicoli a motore hanno soppiantato i cavalli si stava doffondendo l’allevamento del pollame nell’emisfero occidentale, Worobey ritiene possibile che i volatili abbiano assunto all’epoca il ruolo di principali ospiti intermedi.

Questa teoria non convince tutti. Se è vero che in passato i cavalli erano i principali ospiti intermedi del virus influenzale, osserva la virologa dell’Imperial College London Wendy Barclay, “la maggior parte dei virus aviari dovrebbe contenere l’adattamento ai mammiferi”, mentre non è così. Per David Morens del National institute of allergy and infectious diseases di Bethesda, in Maryland, è più probabile che il cavallo sia stato una parentesi e che i principali ospiti intermedi del virus influenzale siano sempre stati gli uccelli, specie gli esemplari selvatici. Tutti però concordano sul fatto che siamo stati noi a modificare le relazioni ospite-agente patogeno tramite lo sfruttamento dei terreni e delle altre specie animali. Tra l’altro, fa notare Worobey, vista la smisurata crescita della popolazione mondiale viene da pensare che in questo secolo si tratti di uno sfruttamento senza precedenti. Secondo i suoi calcoli, oggi le anatre allevate potrebbero essere più di quelle selvatiche.

Sono molto solide le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne ha contribuito alla comparsa del covid-19

E il fenomeno non riguarda solo i volatili. Gilbert è convinto che l’aumento della virulenza dei virus si stia verificando anche tra i maiali. La sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, descritta per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta, si è ormai diffusa in tutto il mondo e i ceppi individuati da non molto in Cina sono più virulenti dei primi scoperti negli Stati Uniti. In uno studio del 2015 Martha Nelson e i colleghi dei National institutes of health statunitensi hanno mappato le sequenze genetiche dei virus dell’influenza suina scoprendo che i principali esportatori mondiali di maiali – i paesi europei e gli Stati Uniti – sono anche i principali esportatori dell’influenza suina.

Nei social media circolano commenti, postati anche da vegani, secondo cui se si mangiasse meno carne il covid-19 non ci sarebbe stato. Curioso come certi post siano stati bloccati dai mezzi d’informazione tradizionali perché ritenuti “in parte falsi”. In fondo sono anche in parte veri. Se i collegamenti che individuano sono troppo semplicistici, le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne – non solo in Cina – ha contribuito alla comparsa del covid-19 sono invece molto solide.


Come affermano Fearnley e Lynteris, è ovvio che per prevenire o quantomeno rallentare la nascita di nuove zoonosi occorre regolamentare meglio i mercati cinesi, ma è anche necessario andare oltre i mercati e riflettere su come viene prodotto a livello globale il cibo che mangiamo.

Adesso non ci sembrerà così, dice Wallace, ma con questo nuovo coronavirus abbiamo avuto fortuna perché è di gran lunga meno letale sia dell’H7N9, che uccide circa un terzo di quelli che infetta, sia dell’H5N1, che uccide perfino di più. Secondo lui ci viene offerta l’occasione di analizzare il nostro stile di vita – perché se il pollo costa un milione di vite umane non è a buon mercato – ed eleggere politici che impongano al settore agroindustriale standard di sostenibilità ecologica, sociale ed epidemiologica più alti. “Con un po’ di fortuna”, dice, “cambieremo le nostre pratiche di produzione agricola, utilizzo del suolo e conservazione”.


Da "www.internazionale.it" C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus? di Laura Spinney

Pubblicato in Passaggi del presente

Impegniamoci per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini


Dopo il Regno Unito, l’Irlanda e la città di Parigi anche l’Europarlamento ha dichiarato l’emergenza climatica. Un segnale incoraggiante in vista Vertice Onu sul Clima che si apre la prossima settimana a Madrid, ma anche per a milioni di giovani europei che seguendo l’esempio di Greta Thunberg hanno protestato con i climate-strike e torneranno a farlo venerdì 29. Arrivato grazie soprattutto alla spinta dei Verdi Europei.

E l’Italia? Lunedì scorso è andata in discussione generale alla Camera, e andrà al voto la prossima settimana, una mozione di maggioranza a mia prima firma per dichiarare anche l’Italia in emergenza climatica e per affrontarla con politiche adeguate. Sarebbe importante venisse approvata. Tanto più visti i tempi che corrono.

Settimane di allerta meteo, valli e paesi isolati, blackout, trombe d’aria, bombe d’acqua, allagamenti, ma anche onde di calore, siccità e agricoltura in ginocchio. E poi smottamenti in tutto il Paese. O forse è meglio dire che è il Paese a franare, proprio come quei 30 metri di viadotto sulla Torino-Savona. Fatti che dovrebbero bastare a convincere anche i più scettici: non è maltempo, ma crisi climatica. Proprio l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi è uno dei sintomi più evidenti dei mutamenti climatici, che sono causati dall’uomo e sono già in atto.

E i numeri lo confermano. Nel 2018 la concentrazione di anidride carbonica per l’Organizzazione meteorologica mondiale ha raggiunto un nuovo record: 407,8 parti per milione (ppm), contro le 405,5 del 2017. Alla viglia del summit sul clima, l’Unep ha gelato il mondo mettendo nero su bianco quando siamo lontani dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi: gli attuali impegni assunti dagli Stati non bastano a contenere la febbre del pianeta a 1,5°C ma porteranno a un aumento della temperatura di 3,2°C. Con effetti devastanti.

Per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo di sempre e dal rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici emerge che lo scorso anno il Paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Perché il clima è già cambiato e sta presentando il conto. Ora ci restano solo una manciata di anni per invertire la rotta.

L’Italia è un paese fragile, dove i rischi sono acuiti dalla cattiva gestione del territorio e dagli effetti dei mutamenti climatici. Eppure ci ostiniamo a trattare questi fenomeni come singole emergenze - pagando il conto dei danni a ogni nuova alluvione, tempesta, o siccità - anziché prevenire.

In media investiamo circa 300 milioni l’anno per opere di prevenzione del rischio idrogeologico, mentre spendiamo circa un miliardo l’anno per riparare i danni dopo la tempesta. Esattamente quello che non ci possiamo più permettere. Basta alle soluzioni tampone. Per mettere in sicurezza i cittadini e affrontare in modo adeguato la crisi climatica, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.

A partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza climatica, dal rafforzamento del Piano energia e clima, dal graduale taglio dei 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi e da un piano strutturale per la messa in sicurezza del territorio, la mitigazione del rischio e l’adattamento al climate-change. Proprio come chiede la mozione a mia prima firma.

Ai molti politici che negli ultimi mesi sono andati in piazza accanto ai giovani avevo già proposto da tempo che rispondessimo ai ragazzi della ‘generazione Greta’ approvando leggi importanti per l’ambiente. Dal contrasto al consumo di suolo allo stop ai sussidi alle fonti fossili, passando per una forma di carbon-tax e per la promozione della generazione energetica diffusa e rinnovabile. Temi prioritari su cui sono a disposizione del Parlamento diverse mie proposte.

Ma intanto per dare un segnale forte è importante approvare la mozione sull’emergenza climatica che ho presentato a Montecitorio. L’atto impegna il governo a lavorare per l’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione, per ridurre le emissioni di CO2 in tempi più rapidi e certi e per spingere il sistema Italia verso la conversione ecologica.

La mozione sollecita un programma di investimenti pubblici orientati alla sostenibilità che coinvolga i principali settori produttivi. Il governo dovrà anche impegnarsi per promuovere l’economia circolare, razionalizzare e stabilizzare gli incentivi previsti per l’efficientamento energetico e la sostenibilità in edilizia, per una mobilità e una produzione industriale sostenibili e per l’obiettivo delle zero emissioni nette al 2050.

Insomma per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini. Affrontare con coraggio la crisi climatica, infatti, non è solo necessario, ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia più sostenibile, inclusiva, competitiva e quindi più capace di futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Basta chiamarlo maltempo, siamo in piena crisi climatica di Rossella Muroni

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 08 Novembre 2019 00:00

COMECE: ecologia e demografia

Il tema che ha delineato l’orizzonte dell’assemblea della COMECE, svoltasi tra il 23 e il 25 ottobre scorso a Bruxelles – la prima per il nuovo segretario generale, lo spagnolo don Manuel Barrios Prieto –, non poteva che essere quello delle prospettive per il prossimo quinquennio su cui intende muoversi la nuova Commissione Europea, ormai in procinto di entrare nel pieno esercizio delle sue funzioni anche se con un leggero ritardo.

Già da qualche mese disponiamo di un testo di riferimento al riguardo, con il discorso tenuto al Parlamento Europeo il 16 luglio scorso dalla presidente eletta Ursula von der Leyen, corredato dalle linee politiche della nuova Commissione.

Gli ambiti di tali orientamenti sono il proposito e la volontà di «un Green Deal europeo», di «un’economia che lavora per le persone», di «un’Europa pronta per l’era digitale», di «proteggere il nostro stile di vita europeo», di «un’Europa più forte nel mondo», di «un nuovo slancio per la democrazia europea». Ognuno di questi ambiti richiede un’esplorazione adeguata alla complessità delle questioni che abbraccia.

La questione ecologica
All’attenzione dell’assemblea sono state poste soprattutto la prevista creazione di un Commissario Europeo incaricato per la questione demografica, la preoccupazione per l’ambiente, la responsabilità per il bene comune.

Nonostante le possibilità non illimitate offerte dalle attuali competenze dell’Unione, questo rinnovato interesse per la demografia va visto positivamente e si intreccia con le scelte economiche da adottare, con il problema ecologico, con la questione migranti/richiedenti asilo, ma anche, più in generale, con la tenuta della democrazia, per non parlare della famiglia, pur restando la disciplina sostanziale di questa materia di competenza dei singoli paesi dell’Unione. Sembra comunque che demografia ed ecologia si profilino tra gli interessi principali della prossima Commissione.

La questione ecologica ha assorbito l’impegno maggiore dell’assemblea, che ha voluto incontrare e ascoltare non solo figure istituzionali della Commissione Europea, ma anche soggetti espressione della società civile e del mondo cattolico, come il Movimento cattolico globale per il clima, il CIDSE, Caritas Europa e la FAFCE. Ciò che emerge è, per un verso, il quadro di un tessuto sociale ed ecclesiale in fermento.

La coincidenza con lo svolgimento del Sinodo per la regione Panamazzonica – al quale ha partecipato come membro nominato il presidente della COMECE, l’arcivescovo Jean-Claude Hollerich, creato cardinale alla vigilia del Sinodo – ha rafforzato la percezione di questo clima, da cui emerge una sensibilità crescente anche se diffusa in maniera non uniforme.

D’altra parte, la presentazione di un’informazione sia pure essenziale sulla situazione ecologica attuale desta, a dir poco, grande preoccupazione. In tale contesto si apprende, con senso di fiducia, l’intenzione programmatica della nuova Commissione di emanare la prima legge europea sul clima con l’obiettivo della neutralità climatica per il 2050 e, insieme ad altre misure, la proposta di un patto europeo per il clima che riunisca tutti gli enti regionali e locali, la società civile, l’industria e le scuole, come pure obiettivi climatici e misure collegate per passare da un’economia lineare a un’economia circolare, nella quale le risorse non vengano più consumate e irreversibilmente distrutte, ma rigenerate e riutilizzate.

La presenza della Chiesa cattolica
La domanda sui compiti che la Chiesa ha di fronte a tali sviluppi trova facile risposta nella ripresa della Laudato si’ di papa Francesco e nelle molteplici iniziative che sono nate e continuano a nascere sulla scia della sua recezione. Si coglie con grande evidenza, anche su un piano europeo, la conoscenza e la considerazione dell’enciclica ben oltre i confini ecclesiali; qualcuno, anzi, insinua più fuori di essi che dentro.

L’idea che si afferma sempre di più è che il compito dei soggetti ecclesiali deve essere rivolto alla promozione e alla diffusione di una visione integrale della questione ecologica, quale insegnata dall’enciclica, secondo cui la cura dell’ambiente non è separata e non si contrappone alla cura della persona nella sua integralità, ma ormai ne costituisce il contesto e la condizione. In questo senso, si può parlare di conversione ecologica, che rilegge e pone in nuova luce il messaggio biblico, la teologia della creazione, una spiritualità corrispondente e un’etica conseguente.

Assemblea COMECE

Proprio tali sviluppi della riflessione sulla questione ecologica impongono una considerazione più generale sulla missione della COMECE e sul rapporto tra la Chiesa nelle varie nazioni dell’Unione e l’Unione stessa. Ora si vede più chiaramente la differenza tra la Chiesa cattolica – come pure le altre Chiese, oltre che le altre confessioni e religioni – e le organizzazioni che fanno lobby presso l’Unione (peraltro in maniera trasparente, secondo un registro e regole definite).

Alcuni potrebbero, infatti, erroneamente etichettare l’azione della Chiesa cattolica come quella di un soggetto, sia pure sopranazionale, che abbia da difendere interessi di parte. Proprio il caso della preoccupazione per la cura dell’ambiente mostra invece che ci sono soprattutto fondamentali interessi comuni a richiedere il dialogo e la collaborazione della Chiesa con l’Unione e viceversa, soprattutto quando la Chiesa di cui si parla non è solo l’istituzione internazionale – quale ad esempio configurata nella Santa Sede e nella sua rappresentanza diplomatica – ma l’espressione legittima e riconosciuta delle comunità di credenti presenti nelle diverse nazioni.

Si tratta di un popolo europeo di credenti, che concorre alla vita dell’Unione in mezzo e insieme a tutti i popoli che trovano la loro organizzazione sociale e politica, statuale e costituzionale, ciascuno nella propria nazione. È tale configurazione che permette di riconoscere, anche nelle sedi istituzionali dell’Unione, che la Chiesa e la stessa COMECE, in quanto espressione degli episcopati nazionali, formano relazioni e reti di cittadini che coprono trasversalmente tutta l’Unione, costituendo così un fattore essenziale di integrazione che fornisce linfa vitale al progetto europeo. Un compito, questo, che la COMECE favorisce e assolve da quasi quarant’anni (l’anniversario ricorre l’anno prossimo) crescendo in esperienza e in capacità di riflessione, di relazione e di comunicazione. Ciò che la Chiesa si trova perciò a svolgere è un’opera di integrazione che le è connaturale per la sua identità comunionale, e si riflette in vari gradi e a vari livelli nelle dinamiche sociali e istituzionali nazionali e sopranazionali.

Essa porta nella dinamica sociale, culturale e politica pubblica il plesso di valori e di ideali che scaturiscono dalla fede comune che crea ed edifica la comunità ecclesiale, quali ad esempio quelli consegnati nel vivo e creativo insegnamento sociale della Chiesa, come fino ad oggi si sperimenta con il magistero di papa Francesco.

È naturale e necessario che emergano differenze, anche non marginali, di sensibilità e di orientamento ideale ed etico tra i popoli e dentro ciascuno di essi, ma ciò non impedisce di condividere aspetti importanti degli obiettivi comuni che i processi sociali vedono perseguiti nel cammino delle singole nazioni e dell’Unione Europea nel suo insieme. Per questo l’Europa ha bisogno della Chiesa, e questa può trovare in essa lo spazio in cui non solo esprimere la sua identità e missione, ma in cui trovare le condizioni per maturare più pienamente l’una e l’altra.

L’azione della COMECE
Di fatto un luogo di incontro degli episcopati diventa anche un luogo di confronto, e come un laboratorio, dove le differenze di storia e di tradizione, di cultura e di politica, dei singoli territori trovano una stanza di compensazione tra le diversità alla ricerca di una sintesi, che può rifluire esemplarmente e costruttivamente nel cammino di mai finita integrazione dell’Unione Europea.

L’ambito ecologico – ma con esso anche quello demografico, con tutte le questioni connesse a livello economico e sociale – è solo un esempio di spazio di convergenza e di condivisione di interessi e di obiettivi che stanno a cuore a tutti per un bene comune indivisibile.

A conferma di quest’opera di integrazione culturale e sociale, ispirata dalla fede e aperta ad ogni forma di relazione che non escluda nessuno, proprio in questa assemblea la COMECE ha adottato alcune forme di collaborazione, come quella con Iustitia et Pax Europa, o anche l’Alleanza europea Laudato si’ (ELSi’A) che raccoglie diverse sigle impegnate nella salvaguardia della casa comune, che esprimono da sole il lavoro di integrazione che intende compiere all’interno della comunità ecclesiale e nello spazio pubblico della società europea, oltre che nelle sedi istituzionali dell’Unione Europea.

Merita, infine, di essere segnalata la dichiarazione, di imminente pubblicazione, firmata dai vescovi delegati in occasione del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con la quale si vuole ricordare un evento decisivo per il superamento di una divisione dolorosa dell’Europa e per l’allargamento a est della stessa Unione, con il ritorno alla democrazia di tutto il continente.

Assemblea COMECE

Ora, a distanza di tempo, quell’evento chiama a nuove esigenze e apre a nuove speranze, che guardano verso un futuro oppresso da pesanti nubi ma nondimeno non privo di promesse, soprattutto dalle nuove generazioni, insieme alle quali molti guardano a un’Unione più giusta e democratica, più vicina ai popoli, ma anche più solida e forte nell’affrontare le sfide che le si presentano nei rapporti con i vicini e negli equilibri geopolitici del mondo di oggi.

«Essere Chiesa in Europa – ha detto il presidente introducendo i lavori – significa anche impegnarsi a fondo per unire i popoli, per fare in modo che essi vedano fratelli e sorelle gli uni negli altri, che cooperino per il Bene Comune, gettando ponti tra le rispettive realtà, condividendo le rispettive ricchezze e imparando dalle stesse».

La Missa pro Europa, che è stata celebrata nel contesto dell’assemblea in occasione della Presidenza finlandese di turno del Consiglio UE, ha confermato tutti nella certezza che ogni impegno è reso veramente fecondo dalla preghiera e dalla fede che lo animano, dalle quali unicamente esso riceve energia e sempre nuovo slancio.

Da "http://www.settimananews.it/" COMECE: ecologia e demografia di Mariano Crociata

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 27 Settembre 2019 00:00

Nuovo rapporto Onu sul clima

I danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, dicono gli scienziati. Unico possibile rimedio: limitare decisamente l’innalzamento della temperatura mondiale.

I cambiamenti climatici stanno già causando enormi conseguenze sugli oceani e sui ghiacciai. E i danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, con straripamenti dei fiumi, inondazioni e alluvioni sempre più frequenti. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite sullo stato delle calotte polari, diffuso a poche ore dal vertice Onu dedicato ai cambiamenti climatici.

Il clima sempre più caldo, dicono gli scienziati, sta già uccidendo le barriere coralline, sovraccaricando le tempeste e aumentando le temperature dei mari. E il futuro sarà ancora più catastrofico, se le emissioni di gas serra rimarranno incontrollate. Con alluvioni e inondazioni sempre più violente e frequenti.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali, secondo l’Ipcc. E se le emissioni continuassero ad aumentare, i livelli globali del mare potrebbero crescere di oltre un metro entro la fine di questo secolo, circa il 12% in più rispetto al gruppo stimato nel 2013. Provocando danni enormi all’approvvigionamento idrico e alla pesca.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali

«A causa dell’eccesso di gas serra nell’atmosfera, già oggi l’oceano è più alto, più caldo, più acido, meno produttivo e contiene meno ossigeno», ha spiegato Jane Lubchenco, ex amministratore della National Oceanic and Atmospher Administration. «La conclusione è inevitabile: gli impatti dei cambiamenti climatici sull’oceano sono ben avviati. A meno che non prendiamo provvedimenti molto seri molto presto, questi impatti peggioreranno, molto, molto peggio». Conseguenze profonde e potenzialmente devastanti si prospettano per la vita marina, gli ecosistemi artici e intere società umane, quindi, se i cambiamenti climatici continueranno senza sosta.

Già lo scorso autunno, l’Ipcc aveva avvertito in un suo rapporto la necessità di apportare rapidi e radicali cambiamenti sul fronte dell’energia e dei trasporti per mantenere il riscaldamento al di sotto di un aumento di 1,5 gradi, la soglia chiave individuata nell'accordo sul clima di Parigi.

«L'emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma è una gara che possiamo vincere se cambiamo le nostre strade adesso», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel corso del summit sul clima. «Quello che una volta era chiamato “cambiamento climatico” ora è veramente una “crisi climatica”. Stiamo assistendo a temperature senza precedenti, tempeste inarrestabili e prove scientifiche innegabili».


Da "https://www.linkiesta.it" Il nuovo rapporto Onu sul clima: inondazioni e alluvioni saranno inevitabili

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Pagina 1 di 10