Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente

’accaparramento delle terre da parte di aziende e Stati ha sottratto ai paesi emergenti 88 milioni di ettari di terra. Una ferita aperta che spreme le risorse ambientali e alimenta la crisi dei migranti in Europa. La situazione già grave, adesso, rischia di precipitare con il climate change

Porti chiusi, sbarchi bloccati e, perché no, la pacchia è finita. L’iter si ripete, come del resto si ripetono le immagini strazianti di quelle persone costrette a rischiare la propria vita solo per averne una decente. Così simili in ogni passaggio ed emozione suscitata, che spesso si dimentica perché sono lì. E se guerre e torture non bastano per giustificare l’azzardo, grazie al land grabbing l’Europa - prima di quanto possa immaginare - sarà teatro della più grande crisi di migranti della storia.

Il land grabbing non è nient’altro che l’accaparramento delle terre, venduta ad aziende o governi di altri paesi, senza previo avvertimento alle comunità locali che vi abitano, per coltivare, produrre, raffinare e ottenere guadagni.
Una pratica vecchia come il mondo, che con fare da montagne russe ha toccato la cima di sensibilità grazie ai Nativi americani, per poi crollare nella noncuranza generale ai giorni nostri.


Nato dopo la crisi finanziaria come cuscinetto per attutire le perdite e creare capitale garantito, questo fenomeno dal 2008 a oggi è cresciuto del 1000%, colpendo le aree meno sviluppate del pianeta e spingendo alla fame e all’esodo coatto migliaia di contadini. Africa, Asia e America Latina le più colpite dal saccheggio fondiario, mentre Europa e Stati Uniti i principali carnefici ancora in attivo. Sì, proprio quell’Europa solidale e spesso in pensiero per le sorti del continente africano e i rapporti commerciali con le potenze internazionali, non si è fatta troppi scrupoli nello sfruttare – sia chiaro, in termini di legalità non viene infranta nessuna legge – le limitate risorse altrui.


Negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati

Per farsi un’idea: negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati
Sono invece 2.331 i contratti attivati nello stesso arco di tempo, concentrati soprattutto nei settori agricoli, delle energie rinnovabili e nella produzione di biocombustibili.

Tra i mattatori della scena invece troviamo in testa, per l’estensione degli ettari “conquistati”, l’America di Trump (10 milioni), seguita dalla Malesia (4,1) e la Cina (3,2). Mentre a subire quella che da molti è già stata considerata come una versione edulcorata di colonialismo, sono la Repubblica democratica del Congo (6,4 milioni di ettari ceduti), la Papa Nuova Guinea (3,8) e il Brasile (che in difesa cede 3,0 milioni di ettari e in attacco ne conquista 2,2).

Il risultato di tutto questo? Non si commette errore candidando il land grabbing come principale motivazione delle future migrazioni planetarie, in quanto (se le implicazioni etiche e sociali non hanno avuto effetto finora) il metodo intensivo utilizzato per le colture ospiti provoca conseguenze disastrose per il suolo, fino all’impoverimento totale.

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime.

Lembi e fazzoletti di terreno che, pertanto, finiscono a mo’ di pochette nel taschino delle grandi potenze mondiali, non solo private. La Banca Mondiale, per esempio, ha attivato durante gli anni svariati investimenti sulla terra, senza mai stabilire un tetto massimo o uno standard da seguire. Storia analoga per l’Ue: l’ambizioso piano EIP (External Investment Plan – Piano di Investimenti Esterni) per incoraggiare gli investimenti in Africa si potrebbe rivelare in realtà in grado di far maturare nuovi debiti nei Paesi in via di sviluppo, aggravarne il deficit e per giunta favorire la permanenza delle multinazionali (senza però garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali dei Paesi interessati).

L’acquisizione delle terre può essere quindi il detonatore di una depressione senza eguali. Di pari passo e con più di un punto in comune, in Camerun si sta consumando la più grave crisi di sfollati al mondo, si stima che siano più di 450.000, mentre al livello globale Oms e Unicef hanno stimato che una persona su tre non ha accesso all'acqua potabile sicura, primi su tutti la popolazione – senza troppe sorprese – africana. C’è poi la questione demografica. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, la popolazione africana supererò i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE).


Da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire

Insomma, se non bastano guerre e torture a smuovere gli animi politici, sicuramente ad allarmarli ci penserà il climate change. Oltre a creare rifugiati, il land grabbing fa sì che intere foreste vengano tagliate per lasciare spazio alle coltivazioni aggressive, prosciugando le già scrane riserve acquifere e mutando drasticamente la morfologia ambientale dei territori.

E se non è dato sapere chi gioca realmente questa partita, i fondi sovrani o le società private si nascondono dietro imprese schermo o investitori locali corrotti, le mosse in corso sono quasi sempre scontate. La Cina ha messo le mani su tre milioni di ettari dell’Ucraina e buona parte degli appalti per l'edilizia urbana e infrastrutturale nell'Africa, in cambio rispettivamente di grano e di materie prime per le apparecchiature tecnologiche; mentre gli emiri hanno fatto mambassa in Tanzania (senza preoccuparsi troppi delle tribù Masai che vi abitavano) e l’Italia nella familiare Etiopia.

Parafrasando “Se di molta terra abbia bisogno un uomo” di Lev Tolstoj, si potrebbe parlare di un'ossessione nell'acquistare sempre più terre sempre più grandi e fertili, fino a esaurimento scorta. Il nostro Paese ha comprato o affittato un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Paesi, fra cui l’Etiopia: le aziende italiane beneficiano di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro. Nel triennio 2013-2015 da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire.

Speculazione finanziarie e opportunità di mercato spingono, perciò, a una “febbre della terra”, con acquirenti che continuano assicurarsi un fabbisogno duraturo di biocombustibili, senza preoccuparsi troppo degli effetti innescati. Non esiste tutela sociale o ambientale, e il terreno per quanto possibile può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa. La sopravvivenza della popolazione dell’Africa, come di una buona parte dell’Asia, è messa a dura prova, con o senza i ben noti slogan a minimizzare il tutto. Non ci stupiamo poi se quella che per noi è solo casa, per altri è la terra promessa.

Da "www.linkiesta.it" Land grabbing: così l’Occidente sta distruggendo l’Africa e creando nuovi migranti di Pietro Mecarozzi

Pubblicato in Fatti e commenti

“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Pubblicato in Passaggi del presente

A Roma, chi abita fronte strada dovrà pulire il suo pezzo di marciapiede. Intanto Salvini vuole armarci e farci diventare tutti sceriffi. Benvenuti nell’Italia degli statalisti col lavoro degli altri


«Piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile è inutile. Arrangiatevi!» urla Totò affacciato alla finestra dell’ex casa chiusa in cui era andato ad abitare, rivolgendosi ai militari arrapati che continuavano a suonare al portone. E’ la scena più famosa del vecchio film di Mauro Bolognini, che raccontava un cambiamento epocale: la chiusura dei bordelli. Lo stesso grido «arrangiatevi» oggi arriva dalla finestra del Campidoglio pentastellato. Sempre di scopare si tratta, anche se in senso proprio, e c’entra sempre un bordello, anche se in senso figurato, cioè l’Ama, la municipalizzata per l’ambiente. Proprio stamattina a Roma viene discussa in Aula Giulio Cesare l’ultima delibera sull’emergenza rifiuti, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dei «frontisti» (cioè chi ha casa o negozio che dà sulla strada) nello spazzamento nei marciapiedi davanti alla propria porta.

Ma sì, piantiamola con le nostalgie di una nettezza urbana affidata a un’azienda municipalizzata. Aspettarsi che la cordigliera di pattume che attraversa la capitale venga smantellata da un intervento pubblico è inutile. Uno vale uno, ma chi fa da sé fa per tre. Quindi, popolo romano, corri alle ramazze: ogni «frontista», anziché lamentarsi, si responsabilizzi e pulisca la soglia di casa propria, possibilmente non limitandosi a spostarla davanti alla soglia del vicino. Per la giunta Raggi è un bel ribaltamento: volevano essere la scopa del sistema, e invece rivalutano il sistema della scopa. Se ci sforziamo di dimenticare che si tratta di una delibera grillina, presumibilmente elaborata in una chat di gruppo durante le feste, fra una pennichella digestiva e il tombolone di Capodanno, il provvedimento sembra la dottrina luterana del libero esame applicata alla gestione dei rifiuti: non servono più mediatori esterni fra il cittadino e il problema del pattume, ognuno deve avere un rapporto diretto con la propria monnezza e interpretarla personalmente. Ma l’idea potrebbe mai funzionare nella capitale del cattolicesimo, che predispone da secoli i romani ad aspettare interventi provvidenziali, tanto più se a proporla è un partito politico che dalla sua nascita non fa che promettere interventi provvidenziali?


Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi»

Il M5s non è il solo a incentivare il fai da te, o meglio, il «dài, fa’ te». Anzi, è uno dei pochi punti in cui i grillini vanno d’accordissimo con la Lega. Che in mano ai cittadini non vuole mettere in mano le scope, ma le pistole. Questo ci dice Matteo Salvini quando si esibisce sui social in divisa da poliziotto e solidarizza con il gommista pistolero di Arezzo: lo Stato non può difendervi giorno e notte, ognuno può essere il tutore dell’ordine per sé e per la propria famiglia, con il beneplacito del ministro dell’Interno. In sostanza, il messaggio del governo gialloverde agli italiani è: vi abbiamo messo in tasca i soldi del reddito di cittadinanza e vi mandiamo in pensione prima, ora però voi in cambio fate i bravi ometti e vi accollate un po’ del lavoro sporco che dovremmo fare noi, se non fossimo così impegnati con i selfie. Cià, prendete lo scopino e la rivoltella, e via andare. Se poi volete tenervi il pattume e i ladri, non venitevi a lamentare con noi. Anche perché, ricordatevelo bene, la colpa di tutto è sempre del Pd e dell’Europa.

Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi». Possibile che i grilloleghisti si comportino da statalisti solo quando si tratta di fare dispetti ai privati che gli stanno antipatici, e che per loro «pubblico» sia solo un sinonimo di audience? Viene da pensare che il vero mentore della politica gialloverde non sia Steve Bannon, ma lo svedese Ingvar Kamprad. Sì, il fondatore dell’Ikea, uomo non certo di sinistra, anzi, filonazista in gioventù e sempre vigorosamente nazionalista. Un vero genio del male, che è riuscito a farci trovare divertente passare le domeniche a schiacciarci le dita con i montanti di una libreria e slogarci il polso girando una brugola. Tanti indizi ci dicono che l’Italia sta diventando il laboratorio di un nuovo tipo di organizzazione politica, lo Stato-Arrangiatevi. Presto ci verranno forniti i kit in stile Ikea per i diversi servizi pubblici: la scopa per l’igiene ambientale, la pistola per la sicurezza e un giorno, chissà, pure uno stetoscopio e un bisturi per la sanità fatta in casa. Speriamo ci vengano almeno risparmiate le istruzioni scritte da Laura Castelli. Meglio leggerle direttamente in svedese.


Da "www.linkiesta.it" La Raggi ci vuole spazzini, Salvini ci vuole poliziotti: è l’Italia gialloverde, ma sembra l’Ikea

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Lunedì, 26 Novembre 2018 00:00

Qualità della vita, perché Roma sprofonda

Bolzano è la città italiana dove si vive meglio mentre la qualità della vita sprofonda a Roma. I risultati dell’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane realizzata da Italia Oggi in collaborazione con l’università La Sapienza dicono che la Capitale paga soprattutto l’incapacità di affrontare questioni fondamentali, dai rifiuti ai trasporti pubblici,certificata dalla stessa Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici del Campidoglio. Le valutazioni peggiori si riscontrano in riferimento a rifiuti e trasporti. Nell’ultima indagine dell’Authority, infatti, i romani hanno assegnato un voto medio di 3,5 (su 10) alla pulizia delle strade e 3,8 alla raccolta della spazzatura. Insufficiente anche il trasporto su bus e tram (4,4). Su diciotto servizi pubblici locali soltanto undici erano risultati appena sufficienti. Come sempre, il MoVimento 5 Stelle, al governo della città da due anni e mezzo, dice che è colpa delle amministrazioni precedenti anche se le scelte decisive su ATAC e AMA sono state fatte in questi due anni e mezzo dai grillini.


Dopo il podio, interamente occupato dal Triveneto, dalla quarta alla decima posizione si trovano città che hanno recuperato terreno rispetto all’anno scorso a parte Treviso, che è passata dalla sesta alla nona posizione. Al quarto posto troviamo Siena, che ha recuperato sette posizioni (era undicesima), seguita da Pordenone, che passa dalla nona alla quinta, e da Parma, che ha guadagnato una posizione rispetto al 2017 (era settima). In forte ascesa Aosta e Sondrio, rispettivamente al 7° e 8° posto, partendo dal 18° e dal 16°. Decima Cuneo, che ha guadagnato tre posizioni. Nel 2018 si conferma tra l’altro all’acuirsi del divario fra piccoli centri (in cui si vive meglio) e grandi centri urbani, che soffrono maggiormente.

Da "www.nextquotidiano.it" Qualità della vita, perché Roma sprofonda

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Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 09 Febbraio 2018 00:00

Viaggio nell'Italia di oggi

Poche nazioni come l’Italia sono segnate dalla grande varietà dei suoi luoghi e delle sue città. Una varietà che da sempre è all’origine della sua forza e della sua bellezza, ma anche delle sue difficoltà di governo. Le realtà, così come le rappresentazioni, dei luoghi dell’Italia sono assai persistenti: molte analisi del presente finiscono per richiamare l’annessione di Padova alla Serenissima nel 1405, la ricostruzione di Ragusa e dell’Aquila dopo i terremoti del 1693 e del 1703, l’editto sul porto franco di Trieste del 1719. Appare l’ambivalenza del tempo lungo. Ci ricorda la forza del nostro Paese; le radici profonde di risorse e capacità; la resilienza a mutamenti strutturali. Non è un fenomeno solo italiano: è straordinario come siano riemerse all’inizio del XXI secolo le differenze che caratterizzavano i luoghi dell’Europa centro-orientale all’inizio del XX, come se due guerre e quarant’anni di comunismo fossero stati piccoli accidenti di percorso nella «lunga durata». Ma, se è simile l’importanza dei retaggi storici, da noi mancano le grandi trasformazioni che stanno segnando oggi l’Europa orientale. In Italia è più forte il rischio di vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere. Leggiamo ancora oggi, a La Spezia come in Sardegna, di dinamiche che hanno origine già dalla fine del miracolo economico negli anni Settanta; come è stato detto di Genova, «l’ombra del Novecento vive ancora qui». Corriamo il rischio di non trovare nuove narrazioni del presente e del futuro; di finire, come forse sta avvenendo soprattutto a Venezia, «prigionieri della storia»; di essere come l’Italia degli anni Cinquanta raccontata da Guido Piovene, «un Paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capire con chiarezza il perché».

Nei nostri racconti, i cambiamenti di questo scorcio del XXI secolo sembrano relativamente limitati. Eppure ci sono, in parte conseguenze della gravissima crisi economica dell’ultimo decennio, la peggiore della storia unitaria. Vi sono dinamiche all’interno delle grandi aree territoriali. Al Nord sono forti i processi di gerarchizzazione a vantaggio di Milano. In non poche delle terre del Centro Italia è evidente la preoccupazione di perdere quella combinazione fra benessere privato e coesione sociale frutto del secondo Novecento: affiorano vicende di difficoltà profonde, come quelle di Siena, mutazioni strutturali come quelle di Prato, lo «scivolamento verso il basso» delle Marche. Colpisce il declino di Roma. Si approfondiscono, in un quadro d’insieme negativo, grandi differenze all’interno del Mezzogiorno, leggibili percorrendo i pochi chilometri che separano Salerno da Casal di Principe, Ragusa da Gela. Spiccano le straordinarie difficoltà di Taranto.

Nell’insieme, due sembrano i temi che maggiormente connotano le realtà e le dinamiche di molti luoghi dell’Italia. Da un lato, la demografia: sono le variazioni della popolazione, già registrate o prevedibili, a influenzare significativamente realtà e prospettive di molti luoghi italiani, nel bene e nel male. Dall’altro il rafforzarsi o il venir meno di istituzioni, pubbliche o private, con un raggio d’azione sovralocale, capaci di essere nodi di flussi interregionali e internazionali di idee, capitali, beni e servizi e soprattutto di giovani qualificati.

Su queste dinamiche riescono a incidere molto poco visioni e azioni strategiche esplicite, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. La speranza, alimentata da non poche interessanti esperienze, è che iniziative locali, spontanee, riescano a influenzare positivamente questi cambiamenti; il timore è che esse siano insufficienti in un quadro di straordinaria debolezza della politica e delle politiche; che in molti luoghi si miri più a sfruttare rendite di posizione (per chi le ha) che non a mettere in moto gli investimenti, materiali e immateriali, che sono necessari.

I più forti cambiamenti di questo scorcio di secolo sono, ovunque, nelle dinamiche demografiche. L’arrivo di 5 milioni di stranieri in un lasso di tempo breve, contemporaneo al calo della natalità e all’aumento della vita media e quindi all’invecchiamento della popolazione. La presenza di tanti immigrati è ormai una caratteristica strutturale, nuova, dell’Italia; ma le differenze fra luogo e luogo sono profonde. La presenza degli stranieri è molto maggiore al Nord rispetto che al Sud; ha una valenza decisiva in città e territori dove arriva a sfiorare ormai il 20% della popolazione. Quali conseguenze ne stanno derivando?

Nei luoghi in cui è maggiore l’afflusso di immigrati, i nostri racconti segnalano con chiarezza che quel che conta è l’integrazione socio-economica e quindi culturale, che scaturisce dalla disponibilità di lavoro e dalla capacità di presa in carico della rete dei servizi, dalla scuola alle strutture socio-sanitarie e assistenziali. Da molti luoghi vengono segnali positivi: città che divengono più articolate; famiglie e imprese che traggono vantaggio da una nuova offerta di lavoro, spesso a costi assai contenuti; l’accresciuta domanda espressa da una maggiore popolazione che mantiene toniche le economie locali. In non pochi casi, come a Bergamo, «la ricchezza accumulata negli anni precedenti funge da ammortizzatore sociale». Non mancano problemi, naturalmente, in un processo così ampio e rapido. Tensioni latenti o palesi, conflitti fra le frange più deboli o chiuse della società (aizzate da imprenditori politici della paura) e gli immigrati, fra gli ultimi e i penultimi, esemplificate dalle vicende di via Anelli a Padova. Preoccupazioni per la tenuta del buon livello dei servizi, anche per la penuria complessiva di risorse degli enti locali, come a Pistoia.

Dalla presenza degli immigrati scaturiscono però anche interrogativi. Ad esempio sulle tendenze di molte attività economiche, nelle quali la disponibilità di nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti può forse suggerire strategie imprenditoriali più basate sui prezzi che sull’innovazione; specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati in Italia, ormai da molti anni. Interrogativi sugli scenari futuri. Sulle relazioni fra «una popolazione che invecchia e fa sempre meno figli» e «un’immigrazione che guadagna rapidamente posizioni e che presto potrebbe essere maggioranza», come a Modena; con una possibile anticipazione nelle vicende di Prato, dove ormai l’imprenditoria cinese copre l’80% della produzione di abbigliamento, con una mutazione radicale – che non si ritrova in altri luoghi – delle caratteristiche del distretto industriale. Sulle dinamiche della popolazione di città come Milano, in cui già oggi un sesto degli abitanti ha più di 75 anni e un quarto vive da solo.

Il modesto apporto dell’immigrazione, insieme al diminuire della popolazione indigena, è invece la cifra di altri luoghi italiani. Emergono i problemi di tante aree interne, dalla Val Borbera all’Umbria, alle Madonie, nelle quali i cinque milioni di italiani «a guardia di un terzo del nostro territorio» sono nel pieno di un circolo vizioso nel quale il contrarsi della popolazione rende ancora più sottile la presenza di servizi fondamentali di istruzione, salute, mobilità, rafforzando l’emigrazione. A Bovino, già capoluogo di sottoprefettura nel Foggiano, si è passati negli ultimi sessant’anni da 9.500 a 3.500 abitanti; la Basilicata ha perso un ventesimo della sua popolazione dall’inizio del secolo. Fenomeni più forti al Sud ma ben presenti anche al Centro Nord, specie lungo la fascia appenninica, che mettono a rischio gli equilibri complessivi del Paese, la sua capacità di manutenere e valorizzare risorse fondamentali, naturalistiche così come culturali, dei suoi luoghi più interni. Invecchiamento, spopolamento e abbandono assai difficili da contrastare.

Ma le dinamiche demografiche negative segnano profondamente anche i centri urbani più deboli del Paese, prevalentemente al Sud. Luoghi caratterizzati in passato dalla prevalenza dell’attività edile e di intermediazione commerciale, con l’invecchiamento e la riduzione della popolazione vedono prosciugarsi le tradizionali attività lavorative. L’edilizia langue, non solo per i colpi fortissimi della crisi ma per dinamiche ormai strutturali; e così il commercio al dettaglio. Lì paiono ormai arrivate al culmine le attività edilizie per la realizzazione di centri commerciali all’esterno delle cinte urbane: hanno dato per un periodo un po’ di nuova linfa alle costruzioni, ma hanno contribuito all’impoverimento del commercio. Con il contrarsi della popolazione calano il gettito fiscale e la capacità di finanziare i servizi pubblici, specie in un quadro nazionale di trasferimenti fortemente decrescenti; diminuisce la domanda di servizi privati e di spazi abitativi (in un Paese dove già una casa su cinque non è occupata, ma una su tre nei piccoli comuni della provincia di Terni o in Calabria); decrescono i valori immobiliari, con un effetto-ricchezza negativo specie per i piccoli proprietari. Meno bambini e dunque meno insegnanti, meno scuole, meno ospedali, meno negozi, meno abitazioni. A ciò si somma la riduzione di presenze che per decenni hanno segnato la vita dei capoluoghi di provincia e animato le loro economie, dalle Camere di Commercio alle sedi di istituzioni nazionali, agli stessi organi amministrativi delle oramai defunte Province. Con grande preoccupazione ci si interroga sul futuro di realtà come Cosenza o Catanzaro: che succede, con il passar dei lustri, a città e paesi nei quali la popolazione diminuisce? È difficile attendersi flussi dall’esterno che li rivitalizzino. Anche alla luce di una delle grandi tendenze che permeano l’economia contemporanea in Italia e in Europa: gli investimenti «Nord-Sud», da luoghi densi e ricchi e per questo con costi più elevati verso luoghi a minor costo di produzione, ormai non sono più ristretti dalle dimensioni nazionali, ma fluiscono liberamente verso destinazioni anche lontane. Le organizzazioni produttive si strutturano su catene del valore globali, delle quali decrescenti costi di trasporto e possibilità di interazione a distanza consentono controllo ed economicità. In altri termini: per le aree deboli nazionali l’attrazione di investimenti da quelle forti è sempre più difficile; in Europa queste interrelazioni si strutturano sempre più lungo la dimensione Ovest-Est che Nord-Sud.

L’economia contemporanea è caratterizzata dall’intensificarsi dei flussi: di beni e servizi, di capitali, ma soprattutto di idee e di persone, specie giovani e a elevata qualifica. Le sorti dei luoghi sono sempre più determinate dall’essere, almeno in parte, nodi di queste relazioni, origini e destinazioni dei flussi; dalla lorocapacità di esportare, a distanza breve, media o lunga, idee, prodotti e servizi, e dalla conseguente capacità di importarne e di modificare così continuamente le proprie capacità produttive. Questa capacità dipende dall’esistenza nei luoghi di istituzioni, pubbliche e private, di rango non locale; dalla presenza, ad esse collegati, di risorse cognitive e capitale umano; dalla valorizzazione di competenze in grado di differenziare e specializzare, nel quadro nazionale e continentale, le funzioni urbane.

La presenza delle teste pensanti di imprese di media o grande dimensione diviene fattore sempre più decisivo. La grande crisi economica italiana, com’è noto, è stata selettiva: ha prodotto un’ulteriore, significativa diminuzione delle imprese più grandi. Tuttavia, insieme al ripiegamento di tanti segmenti della nostra capacità produttiva, ha prodotto il riorganizzarsi e il consolidarsi di imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi. E così si nota ancor più negli ultimi anni la realtà di Cuneo, sede di grandi imprese globali e luogo di competenze specialistiche nell’alimentazione; si difende bene Parma; resta forte, ma meno che in passato, Varese, a causa delle «defezioni dell’imprenditoria locale»; mentre Torino si interroga preoccupata sul futuro, sulla «ritirata silenziosa» delle imprese, sull’effettiva capacità di superare virtuosamente la monocultura automobilistica. Fortunatamente non è alle viste alcuna rust belt italiana, come nel Nord dell’Inghilterra, ma non sono pochi i casi di gravi crisi di rilevanti produttori, al Nord e al Sud: in quest’ultimo caso con evidenti e pericolosi segnali di deindustrializzazione prematura.

Crescono le differenze nei risultati fra i distretti industriali e fra le imprese al loro interno: le dinamiche sembrano migliori per quelle aree che associano alle abilità produttive sul territorio attività terziarie tipicamente urbane; per quelle in cui sono maggiormente presenti le produzioni di beni di investimento rispetto a quelle dove ci sono solo beni tradizionali di consumo; per quelle in cui emergono imprese in grado di associare processi di innovazione tecnologica basati sul ridisegno organizzativo all’insegna della digitalizzazione, con il controllo – o quantomeno la partecipazione con un ruolo rilevante – di catene del valore, e presenze commerciali in ampie porzioni del mondo. Si rafforzano Modena, Vicenza, Padova e Treviso, centri di riferimento di imprese di grande successo e di distretti, apparentemente più di quanto riescano a fare Udine o Ancona.

Rilevantissimo è ciò che accade nei servizi. Molto è cambiato nel sistema bancario con il forte ripiegamento di Siena e delle stesse Treviso e Vicenza, ma non di Modena. Con la perdita dei grandi quartieri generali di istituzioni creditizie sembra forte il ridimensionamento di diverse città del Centro Nord a tutto vantaggio di Milano. Anche il sistema fieristico si concentra su Milano; ma con persistenze importanti a Rimini, a Parma e a Verona. Si rafforzano nuovi nodi della distribuzione e della logistica, da Piacenza a Nola, ed eccellenze nelle cure sanitarie, da Milano a Pisa. Restano molto rilevanti per le economie e le società locali quelle fondazioni di origine bancaria che sono riuscite a diversificare i propri investimenti.

Conta moltissimo la presenza dei grandi mezzi di informazione, di case editrici: per il ruolo diretto nell’economia, per la capacità di leggere e raccontare le dinamiche locali e di promuoverne la conoscenza. Nell’ultimo decennio si è ridimensionato e riconfigurato il sistema universitario, più resiliente nei luoghi a maggior reddito e in forte declino altrove, specie al Centro Sud, anche per l’effetto diretto di scelte politiche esplicite; emerge l’importanza di istituzioni universitarie speciali come a Pisa, o europee o internazionali come a Firenze e Bologna, o di centri di ricerca avanzati come a Trieste o, nascenti, all’Aquila. Conta la presenza delle istituzioni europee, come il Jrc a Ispra (Varese) o l’Efsa a Parma; o delle prestigiose istituzioni culturali, come i grandi musei (e i nuovi, di Roma e Napoli); delle eccellenze sportive (che hanno a lungo caratterizzato Treviso e Siena); dei grandi, consolidati eventi, come la Biennale. In un quadro in cui i flussi di investimenti produttivi dall’estero in Italia restano modesti, essi si concentrano nei luoghi più densi di istituzioni, sia per acquisire il controllo di imprese – con esiti ambivalenti nel lungo periodo – sia per giovarsi di complementarità. Presenze, crisi e sviluppi stanno ridisegnando ruoli e gerarchie fra le aree urbane.

Decisive sono anche le integrazioni a breve raggio. Si conferma la vitalità di sistemi territoriali policentrici e diversificati: come è in parte l’intero Veneto, certamente la Romagna e, su scala inferiore, la Murgia dei trulli o l’area degli Iblei; e le difficoltà dei luoghi che invece si «attraversano» come Ventimiglia o l’intero Lazio non urbano. Interessanti appaiono i processi di riconfigurazione della grandissima, complessa ma vitale, area urbana napoletana. Ovunque si segnalano difficoltà di governo dei territori: il sostanziale fallimento dell’esperienza delle città metropolitane e le difficoltà per le aree vaste che scaturiscono dall’abolizione delle Province; in molti luoghi, si confermano debolezze nei servizi di rete, il persistere di confini nelle competenze (come nei collegamenti dal Friuli all’aeroporto di Treviso), di piccole rendite e veti incrociati nella gestione dei servizi; in alcune grandi città del Centro Sud anche nella gestione dei rifiuti. Risulta cruciale la capacità delle città di offrire buoni servizi di mobilità alle persone, a partire dalla assai difficile situazione dei 700 mila pendolari giornalieri su Roma: capacità indebolita dal disinvestimento delle ferrovie sulle tratte metropolitane (a vantaggio delle più lucrose connessioni ad alta velocità), dalle difficoltà finanziarie degli enti locali, talvolta dalla cattiva gestione delle aziende di trasporto. Anche in questo ambito Milano mostra dinamiche assai migliori di altre città; ma non mancano altre esperienze interessanti, nei tram di Firenze e di Palermo o nel faticoso ma decisivo sviluppo della rete della metropolitana a Napoli.

La capacità delle politiche nazionali di influenzare le dinamiche dei luoghi è stata, in questo scorcio di secolo, particolarmente modesta. Ciononostante si sono determinati almeno due grandi cambiamenti di rilievo. Il primo è la realizzazione della rete dell’alta velocità ferroviaria. Anch’essa sta ridisegnando le gerarchie urbane. Fra i territori che ne sono interessati e quelli che ne sono esclusi, riproponendo forse a più di un secolo di distanza un vantaggio strutturale della dorsale tirrenica su quella adriatica, che resta ancora priva persino del doppio binario, fra Ripalta e Termoli; e con Matera non ancora raggiunta dalla rete ferroviaria nazionale. Fra i luoghi che ne sono terminali e quelli che ne sono attraversati ma scavalcati: come le pur forti città emiliane, con la significativa eccezione di Reggio Emilia e della sua nuova stazione. Fra i luoghi che attraggono e quelli che divengono stazioni prevalentemente di partenza: la dinamica delle relazioni fra Milano e Torino – dopo una lunga stagione di forte ripresa dell’antica capitale – pare oggi segnata decisamente dalla superiore capacità attrattiva della prima.

Il secondo è la profonda evoluzione della rete dei collegamenti aerei, nazionali e soprattutto internazionali. La liberalizzazione delle tratte ha permesso lo strutturarsi di una rete di collegamenti «da punto a punto», ormai prevalenti rispetto al vecchio sistema di «centri e raggi»: come testimoniato dal netto sorpasso operato da Ryanair nei confronti di Alitalia.

L’esistenza di uno scalo aeroportuale ben gestito è divenuta un fattore fondamentale; diversi centri medio-grandi e medi se ne sono avvantaggiati, da Venezia a Catania, da Bergamo a Bari, da Brindisi a Comiso-Ragusa. Specie laddove, come a Bologna e a Pisa, ma anche a Napoli, si punta su una forte integrazione funzionale aeroporto-stazione ferroviaria. Assai meno è cambiato in altre fondamentali relazioni: nelle reti di collegamento transalpine, dove, pur con progressi infrastrutturali già compiuti o in realizzazione, restano condizioni per cui il Friuli, che «al centro dell’Europa c’è da sempre», sembra ancora sentirsi «calpestato dagli zoccoli dei cavalli dei tanti eserciti in transito», più che protagonista a pieno titolo della reintegrazione europea. Aosta fa storia a sé; Bolzano e Trento sono forse più agganciate alla «locomotiva tedesca» che al resto del Paese. Nelle relazioni adriatiche, per le quali l’approdo della nave «Vlora» a Bari nel 1991 sembrava prefigurare un futuro solo in parte realizzato. In generale nella proiezione mediterranea: nonostante i buoni segnali di Salerno, Trieste rischia di perdere colpi a vantaggio di Capodistria, Taranto traffico a vantaggio del Pireo e Gioia Tauro attività a vantaggio di altri grandi porti di transhipment.

In quasi tutti i luoghi italiani è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali. Ci sono molte condizioni favorevoli: dalla grandissima e differenziata disponibilità di fattori attrattivi ai nuovi collegamenti aerei; dalle tendenze di lungo periodo del turismo internazionale verso vacanze più brevi e frequenti alle condizioni che oggi riducono la concorrenza di altre mete mediterranee. Alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari, si aggiunge così un’offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani.

Specie per le città più deboli sotto il profilo manifatturiero, si tratta di percorsi interessanti, basati sulla valorizzazione di risorse architettoniche, culturali, ambientali, naturali; sui positivi processi di risanamento e rivitalizzazione dei centri storici che si sono realizzati in molte città del Sud, da Salerno a Matera (anche per questo Capitale europea della Cultura 2019), da Bari a Lecce, da Siracusa a Ragusa.

Cambiamenti assai positivi, in un Paese che ha fatto del dissennato consumo di suolo e del deturpamento di città e campagne la sua cifra per decenni. La crescita dei flussi turistici e della stessa notorietà e immagine dei luoghi può portare ricadute per la commercializzazione di produzioni alimentari o vinicole che più con quei luoghi si identificano, con un aumento dell’occupazione e del reddito. Non mancano però rischi in queste strategie: quella dello scenario di città-museo, con eventi di corto respiro, organizzata per la gestione di flussi di presenze mordi-e-fuggi, con la trasformazione dei centri storici in strutture e servizi di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario. Appare l’ambivalenza dei possibili effetti della «sharing economy» di Airbnb, con il rischio della concentrazione delle ricadute reddituali positive sulla grande rendita immobiliare. La difficile convivenza di Firenze con queste dinamiche è storia esemplare.

Al di là dei luoghi specializzati del turismo marino o montano, per le città di maggiore dimensione è sempre necessaria una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza. Uno sviluppo «polifonico» come quello che ad esempio si sta cercando di costruire, riuscendo solo in parte, nel Salento. Il binomio cultura-turismo non può essere solo passivamente messo a rendita, perché con il tempo deperisce: va continuamente rivitalizzato con investimenti su attività di alta qualità, permanenti, radicate, con lo sviluppo di risorse cognitive nuove, originali. Più facile a dirsi che a farsi, visto il tracollo dei complessivi investimenti in cultura nell’intero Paese e la sottovalutazione della formazione umanistica; ma non mancano segnali, come a Bologna o a Ferrara.

In questo scenario emerge in tutta la sua rilevanza, e si consolida, la frattura fra il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole dall’altro. Il Centro Nord è denso di istituzioni; per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’esterno. Il Mezzogiorno, al contrario, «non esiste». Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità di popolazione è maggiore, come intorno a Napoli o Bari. Vi sono flussi Sud-Nord, ma quasi mai Sud-Sud; come non vi è alcun treno che colleghi le due maggiori città del Mezzogiorno continentale. Fino all’isolamento della Sardegna, o al paradosso dei luoghi siciliani, poco connessi anche fra loro. Questo rende la domanda potenziale per ogni nuova attività spesso assai modesta.

Allo stesso tempo spicca la centralità di Milano: cuore di flussi nazionali e grande porta di interscambio con il resto dell’Europa e del mondo; nettamente la più forte, se non l’unica di rango superiore. Specie se la si compara alla paralisi della Capitale: nella situazione, nelle dinamiche, e forse – quel che più conta – nella sua percezione; dato che «una città è in grande misura ciò che i suoi cittadini pensano che sia».

Ancora, da tutti questi punti di vista, va segnalato il ruolo fondamentale degli italiani più giovani, delle loro interconnessioni, anche grazie ai social network, e della loro mobilità. Ne sappiamo e ce ne interessiamo troppo poco, per l’assenza di ricerca e di riflessione. Anche per le difficoltà delle misurazioni statistiche: la mobilità non è più solo leggibile con i cambiamenti di residenza; attendiamo nuove ricerche basate sui «big data» dei flussi. Sappiamo che complessivamente la loro vita è incerta, le loro esperienze di lavoro alterne, le loro aspettative decrescenti: i giovani italiani fanno molti meno figli che in passato, e sempre più tardi. Sappiamo che molti ragazzi e molte ragazze ad alta qualificazione vanno all’estero, e che c’è una forte polarizzazione dei flussi interni verso alcuni centri urbani, ancora una volta su tutti Milano, grazie alla sua domanda di lavoro qualificato e alla sua vivacità culturale. Ma non solo: Pisa «cosmopolita e dinamica, con una ricchezza immateriale fatta di incontri e presenze»; il centro storico dell’Aquila rivitalizzato dai giovani dopo il terremoto del 2009. Vi è certamente un forte drenaggio dalle aree interne e dal Sud; ma anche da Genova e da altre medio-piccole città del Centro Nord. Sappiamo poco dei rapporti con i luoghi di giovani che sono assai mobili fisicamente e virtualmente: dovremmo interrogarci sulle nuove possibilità offerte da migrazioni che divengono circolari, dall’esistenza di forme di collaborazione e lavoro a distanza. Ci interessiamo troppo poco dei tanti giovani che investono in una nuova ruralità multifunzionale nelle aree interne, di quelli che vivacizzano Roma e Napoli, dell’azione di coloro che, «come gli indispensabili di Brecht», continuano ad animare la Calabria.

Da più parti giungono segnali assai confortanti di vivacità nella costruzione dal basso di percorsi futuri, specie dove è forte la presenza giovanile. Il nostro viaggio segnala, per fortuna, che non c’è solo un adagiarsi sulle rendite del passato ma anche tanto investimento collettivo. L’Italia è innervata da piccoli e grandi gruppi che si formano per realizzare progetti, per rivitalizzare aree e quartieri dismessi, per accogliere e integrare i migranti o per dare forma a nuove attività culturali. Anche di questo fervore sappiamo relativamente poco, e la scarsa conoscenza impedisce misurazioni e valutazioni d’insieme; cosa ancor più grave, ne riduce la visibilità e quindi le possibilità di collaborazione o la messa in rete sovralocale di queste esperienze, la replicabilità di quelle migliori.

Appaiono molto poco nei nostri luoghi amministrazioni pubbliche capaci di incidere. Non mancano; ma spesso i racconti testimoniano di gruppi di potere che gestiscono rendite locali, anche di contrasto all’innovazione sociale. Gruppi autoreferenziali; non poche volte, come accaduto «ai padroni del Veneto», protagonisti in negativo della cronaca. Affiorano racconti di commistioni con la criminalità organizzata, non solo nelle tradizionali aree di insediamento, ma anche in molti luoghi del Centro Nord. Allarma ma non sorprende.

È coerente con lo scollamento dei cittadini dalle loro istituzioni rappresentative che emerge dal forte calo della partecipazione elettorale; con il destrutturarsi di quel che restava dei partiti e dei movimenti politici e il loro ristrutturarsi intorno a singole personalità; con le esperienze che mostrano che un’immagine ben coltivata e una permanente fedeltà ai leader nazionali sono, molto più che il buon governo locale, passaporti per le carriere nazionali. Come è stato detto di Torino, ma l’osservazione vale per tanti altri luoghi, vi è «l’impressione di un disegno incompleto, come se fosse venuta meno, a un certo punto, una mano che mettesse a posto le tessere del mosaico e che soprattutto aggiungesse quelle che mancano per dare una forma compiuta a una trama interrotta».

Assai distratta è la politica nazionale. Certo per la difficoltà della collaborazione in azioni di governo multilivello, specie in un periodo di risorse scarse. Ma anche per scelta strategica: mai come in questo periodo gli investimenti pubblici sono stati così modesti. Forse anche per lo scarso interesse o l’incapacità di comprendere il Paese, per l’ottica di brevissimo periodo in cui si muove (a fronte dei tempi lunghissimi dei cambiamenti dei luoghi), per la preponderanza dell’apparire sulla concretezza delle realizzazioni come metro del successo. Probabilmente anche per distorsione ideologica: per la prevalenza di visioni che richiamano uno Stato minimo, nel quale non serve un’azione nazionale perché le dinamiche dei luoghi non sono e non debbono essere che il risultato di meccanismi di competizione fra loro. Al di là di quanto si è detto per treni ed aerei, c’è ben poco sul taccuino degli ultimi quindici anni. Anzi, anche nei casi in cui le politiche pubbliche hanno profondamente plasmato il quadro, come le scelte discrezionali che sono state compiute sulla configurazione territoriale del sistema universitario, vi è stato un programmatico disinteresse per l’impatto che ciò andava producendo sui luoghi. Si conferma invece, ad esito delle difficoltà di finanza pubblica e del confuso ridisegno operato con la riforma costituzionale del 2001 e con la legislazione sul federalismo fiscale del 2009, un persistente e sordo conflitto fra territori per le risorse pubbliche. Fino a far emergere, in alcuni di quelli più ricchi, il desiderio di un’autonomia fiscale e politica che distacchi le sorti di intere Regioni da quelle del resto del Paese. Si scontrano pulsioni di «piccole patrie» e rigurgiti neo-centralisti. Sembra abbandonato il progetto di vero governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento di poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale che garantisca pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

Il dinamismo dal basso è fondamentale: nessun attore esterno può rilanciare comunità territoriali senza che esse siano protagoniste dei processi di cambiamento e trovino «collettivamente un senso per l’agire». È condizione necessaria ma insufficiente: un Paese non si trasforma e cresce solo con «cento fiori» dal basso. Percorsi di sviluppo delle aree interne sono possibili e credibili se c’è un forte investimento delle comunità locali, ma anche se le loro azioni e le loro esperienze sono accompagnate da una coerente direzione delle grandi politiche nazionali, dall’istruzione ai trasporti, come si cerca con fatica di fare con la Strategia nazionale ad esse dedicata. La carenza di politiche nazionali si avverte meno dove le dotazioni materiali e immateriali sono più rilevanti, la società più coesa e l’economia più dinamica; si avverte maggiormente laddove – come purtroppo in molti luoghi del Paese, e certamente non solo nel Sud – queste condizioni non sono tutte contemporaneamente soddisfatte.

Più di tanti altri Paesi avanzati, l’Italia è ciò che sono i suoi luoghi; ma la sua storia non può essere solo la somma algebrica dei loro cambiamenti spontanei. Il nostro viaggio ci consegna, forte, la necessità di non stare solo a guardare, incrociando le dita. Di provare a mettere in atto, con gli strumenti e l’intensità che i tempi consentono ma con l’ambizione di un grande Paese, le azioni necessarie per abilitare e rendere possibili i cambiamenti che nei suoi luoghi possono determinarsi; per catalizzare percorsi di crescita differenti ma diffusi; per connetterli e così rafforzarli in un sistema nazionale. È la storia lunga delle nostre città ad insegnarcelo: il futuro si costruisce consapevolmente.

 

Da "http://www.doppiozero.com" Viaggio nell'Italia di oggi di Gianfranco Viesti

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

I lavori del futuro

Sempre più spesso si parla di automazione industriale, intelligenza artificiale e del loro impatto sul mercato del lavoro. Le numerose opinioni divergenti sul tema ci permettono di comprendere la portata di un fenomeno dominato da un'inedita accelerazione tecnologica, i cui esiti sono necessariamente incerti.

L'obsolescenza del lavoro umano e la conseguente minaccia di una massiccia disoccupazione che si delineano in questo quadro rappresentano una realtà che affronteremo nei prossimi anni, alla quale la società sarà chiamata a rispondere.

Se da una parte il progresso permette l'ottimizzazione dei processi di produzione industriali e il miglioramento delle condizioni di lavoro, rendendolo più dignitoso, dall'altra esso comporta notevoli cambiamenti sia all'interno che all'esterno delle realtà aziendali in cui dispiega il suo potenziale. Il rischio è che un numero significativo di persone venga lasciato indietro.

Secondo un rapporto del World Economic Forum dello scorso anno, l'era delle macchine che imparano determinerà una perdita globale netta di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L'autore e futurologo americano Martin Ford ha affermato la necessità di un ripensamento del sistema economico e dell'introduzione, in una società futura minacciata da stagnazione e disoccupazione dilagante, di un reddito minimo garantito per tutti.

Quest'ultima soluzione è stata proposta anche da Elon Musk, prospettando un futuro in cui si dovrà lavorare meno e ci sarà più tempo libero.

In un panorama occupazionale in cui sempre più professioni saranno sostituite da tecnologia e robotica, oltre la metà di esse nei prossimi 20 anni secondo una previsione effettuata del 2013 da un gruppo di economisti della Oxford University, la riqualificazione dei lavoratori rappresenta la chiave di volta di ogni possibile equilibrio concepibile.

Sicuramente, infatti, i mutati contesti produttivi comporteranno l'emergere di nuove figure professionali, un rapporto della società di consulenza Cognizant Technology Solutions prova ad anticiparne alcune: Data Detective, Ethical Sourcing Manager, AI Business Development Manager e Man-Machine Teaming Manager tra i lavori che compariranno entro i prossimi cinque anni. Altri, tra cui Personal Data Broker e Genetic Diversity Officer, faranno la loro comparsa entro i prossimi dieci.

In questo clima d'incertezza, quello che sembra potersi ravvisare è la necessità di trovare nuovi modelli d'inclusione, nuove soluzioni in grado di creare valore, mettendo l'individuo al centro e collegando la propria attività ad obiettivi di sviluppo sociale, come Social Economy e Social Entrepreneurship insegnano.

L'umanità, che per definizione è prerogativa esclusiva delle persone, è l'unica via verso un futuro mission-driven che incontri il profitto passando attraverso il dialogo.

In fin dei conti, sono le scelte che compiamo a determinare se saremo sostituibili.


Da "http://www.huffingtonpost.it/" I lavori del futuro di Oliver Page - 08/01/2018

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Al supermercato di notte

ROMA. C’è un momento della notte, imprecisato ma non per questo meno inesorabile, in cui i supermercati romani si sincronizzano sul fuso di Manila. Al Carrefour di Tor Vergata, periferia meridionale della metropoli, succede a mezzanotte. Chiudono le porte alla clientela, ma le spalancano a una squadra di sei filippini dai venti ai trent’anni, piccoli di statura ma instancabili, che sgattaiolano dentro in maglietta rossa aziendale per farli sembrare ciò che non sono. In quello di viale Ciamarra, aperto h24, ne trovi altri chini sulle carcasse di bancali che hanno appena liberato dal cellophane a estrarre biscotti, tonno e sapone liquido per lavastoviglie da sistemare ognuno al suo posto. Ne avvicino un paio invano: o non parlano italiano o fingono per evitare grane. Altri ancora sono febbrilmente all’opera al quartiere Alessandrino non si sa da quanto, oppure al Pigneto o al Villaggio Olimpico. All’ultimo controllo sul sito del gruppo francese che ha introdotto l’apertura notturna in Italia nel 2012 sono 183 i punti vendita dove non tramonta mai il sole. Un boom che di recente ha spinto, nella capitale come altrove, anche chi non fa il tempo pieno a spostare in avanti le lancette della chiusura. Di questo passo l’ultima zona de-commercializzata della giornata sarà presto espugnata. Con la schizofrenia tipica del tardo capitalismo, da consumatori brindiamo per la maggiore comodità, mentre da cittadini rabbrividiamo quando scopriamo la retribuzione oraria degli scaffalisti asiatici che rendono possibile l’acquisto non-stop. Cinque euro e sedici dice la busta paga che ho davanti agli occhi. Che per un turno di quattro ore ne fa venti lordi con i quali, sì e no, potranno comprare i barattoli e le scatolette che sistemano in un minuto. Se la cosa non vi impressiona in assoluto, apprezzatela meglio in termini relativi: per fare lo stesso lavoro un vero dipendente dell’azienda prenderebbe circa il doppio. Grande distribuzione, grandissima ingiustizia.

Tu consumatore non lo sai, vedi addetti in divisa e pensi che tutti dipendano dal logo che hanno stampigliato all’altezza del cuore, ma non è così. Che imbocchi un corridoio o un altro, ti metta in fila a una cassa o in quella accanto, puoi incrociare valvassori, valvassini o servi della gleba. I primi sono gli assunti (paga oraria media 10 euro, straordinari, notturno, ferie). I secondi gli interinali, che per legge dovrebbero prendere quanto i primi ma in verità portano a casa sugli 8 euro (niente anzianità, niente straordinario). I terzi quelli delle cooperative, con paghe variabili dai 7 ai 5 euro, parliamo di lordo, no malattia, no quasi niente e se ti lamenti tanti saluti e avanti un altro. Judito, il filippino ventinovenne che incontro al McDonald’s di via Trionfale, rifugio con aria condizionata e wifi gratuito di tanti naufraghi metropolitani, appartiene all’ultima classe. Dice: «Negli ultimi due anni ho lavorato per due diverse cooperative trovate su Infojobs.it. Scaffalista per Conad e per Carrefour. Scarico la merce dal camion, la tolgo dai pallet, la carico sugli scaffali facendo la rotazione a seconda delle scadenze. Per 7 mila colli serve una squadra di cinque-sei persone. Per 10 mila otto». È veloce, gli fanno i complimenti, così a un certo punto fa notare che 5 euro e 50 sono proprio pochini. Almeno lo spostassero in un punto vendita più vicino casa, che è un aumento indiretto in moneta di tempo perso. Prima dicono di sì poi, l’impudenza va sanzionata, ci ripensano e gli offrono una sede ancora più lontana. Così trova un’altra cooperativa che di euro gliene dà 6,50, con lo straordinario al 20 per cento e un piccolo premio per il notturno. È felice sin quando non si accorge che il caporeparto pugliese fa fare tutto a lui e agli altri suoi connazionali mentre, sostiene, gli italiani se la prendono comoda ed escono per fumare. Sua moglie lavora tutto il giorno come domestica e spetta a lui portare alla materna il figlio di cinque anni che ora siede davanti a me fiero della sua maglietta di Spider Man. «Devo lavorare di notte per guardarlo, ma sono bravo e posso far meglio di così» motiva le sue ultime dimissioni. Su internet ha prenotato due colloqui con altrettante agenzie interinali ed è fiducioso che la sua vita migliorerà presto.

Valeria, nome di fantasia come la maggior parte degli altri, è già una «somministrata» ma non per questo si fa illusioni. Fa la cassiera in orari variabili dalle 20 alle 3 del mattino in una cittadina ligure e vengo a sapere della sua storia perché manda una richiesta di aiuto a Francesco Iacovone, dell’Unione sindacale di base, mentre mi fa da guida nel primo dei miei tour Supermarket-by-night. Quanto deve essere acuto il disagio affinché una quarantenne inequivocabilmente sana di mente mandi un WhatsApp dopo mezzanotte a un sindacalista con fama di combattività? Mi racconta dei suoi contratti, comunicati anch’essi via WhatsApp di settimana in settimana, orari inclusi. Del fatto che la maggiorazione notturna del 50 per cento dei colleghi assunti, per lei si ferma al 15 («Basta considerare come ordinarie le ore notturne»). Dello stress di dover correre a cambiare il rotolo delle etichette della bilancia quando finisce, o a dare la chiave a chi non riesce a entrare in bagno, quando sei l’unica in negozio assieme alla guardia e agli scaffalisti che, però, non devono avere contatti col pubblico. L’episodio più indigesto riguarda un cliente che, seccato per aver dovuto aspettare qualche minuto nella fascia oraria dove osa solo Marzullo, le ha detto con disprezzo «dovresti ringraziare di avere un lavoro»: «Io non devo ringraziare proprio nessuno, se non me, per questo lavoro di merda che ho». Ma il motivo per cui ha scritto a Iacovone è che il caporeparto le ha appena negato due settimane di ferie: «Ovviamente non pagate: solo uno stacco dopo un anno e mezzo, per prendere fiato col mio compagno che lavora anche lui da Carrefour ma di giorno, così non ci vediamo mai». Non può permettersi il rischio di trovare al rientro un’altra al posto suo ma neppure vuole correre quello, a forza di chinare la testa, di finire per strisciare.

Gianni Lanzi, della Filcams Cgil, ne ha viste troppe per meravigliarsi. Contesta in radice l’allargamento dell’orario («Ma sul serio, chi ha l’impellente bisogno di farsi una carbonara alle 4 di notte?») e denuncia «la disumanizzazione del lavoro» quando due che fanno la stessa identica cosa prendono uno la metà dell’altro. Per darmi la misura del Far West mi racconta anche di grosse catene romane che avrebbero praticamente solo personale che gli arriva via cooperative e che poi si vantano di laute elargizioni alla Caritas. O di fuoriusciti dalla Carrefour che avrebbero aperto cooperative che poi intrattengono con la ex alma mater relazioni preferenziali. È sempre lui ad aiutarmi a decrittare la busta paga di Judito: «Com’è possibile dargli così poco? Perché il contratto collettivo che gli applicano è quello Cisal, uno di quelli che noi definiamo contratti pirata» («Accusa infamante» è la risposta, però la vera infamia continuano a sembrarmi i 5,16 euro). Tant’è che Aneta, altra cooperativa altro contratto, di base ne prende 7,23 che è poco ma tanto di più. Però, da quando ha denunciato i suoi capi, non fa più vita: «Prima i turni erano settimanali, ora arrivano giorno per giorno. Così devi essere sempre pronta all’alba, anche se alla fine lavori di notte. E il responsabile bestemmia, mi umilia in pubblico: è diventato insopportabile!».

L’ufficio stampa di Carrefour, dal canto suo, è stato gentile e inutile in parti uguali. Gli ho chiesto un censimento di dipendenti, interinali e cooperativi, con relative differenze salariali, e mi ha risposto che «ovviamente tutti i lavoratori sono inquadrati anche da un punto di vista retributivo sulla base del contratto di riferimento aziendale». Ovviamente. È stato anche molto dettagliato su un progetto per valorizzare i prodotti lattiero-caseari piemontesi e su un «format gourmet (tipo Eataly) per privilegiare piccole produzioni autoctone». Ha rivendicato che le aperture notturne fanno lavorare ogni giorno centinaia di «giovani che vogliono arrotondare» (termine che andrebbe abolito per sempre) «e disoccupati che trovano un modo per guadagnare di più rispetto a un lavoro simile diurno» (magari). Infine ha aggiunto che in ogni caso le cooperative «devono rispettare precise regole e codici dell’azienda». Al che mi sono permesso di domandargli se questi codici fossero compatibili con i cinque euro e spiccioli, curiosità che lo ha letteralmente ammutolito. Christian Raimo, in uno sterminato, magistrale e raro reportage sul tema, stima in 3.000 i lavoratori delle coop rispetto ai 20 mila assunti Carrefour. Il muro di gomma aziendale mi ha fatto tornare in mente uno spot della Conad, sapidamente parodizzato, con la moglie di un socio Conad che aspetta invano nel parcheggio perché l’abnegazione dell’uomo è tale che, dalle sette quando doveva uscire, non si farà vivo che due ore dopo. E anche un passaggio di 24/7 (Einaudi) il saggio in cui Jonathan Crary racconta l’assalto del capitalismo al sonno: «L’enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti, rappresenta uno dei grandi atti di oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo contemporaneo». Una resistenza che, a quanto pare, stiamo perdendo.

C’è chi preferisce minimizzare, negando la novità del fenomeno: «I medici, gli infermieri, i poliziotti, i vigili del fuoco e i camerieri l’han sempre fatto». Iacovone, il sindacalista di base, sul suo sito si è dato la briga di risponder loro confrontando salari e condizioni complessive. Il punto è che la somma di due torti non fa mai una ragione (dovrebbero guadagnare meglio anche loro). E che nella grande distribuzione notturna la caratteristica di servizio pubblico essenziale scolora. Tanto vale far notare che siamo in buona compagnia. In The Fissured Workplace David Weil segnala che oggi in America un lavoratore su tre non è assunto dall’azienda che corrisponde al marchio del prodotto. Apple, per dire, a fronte a 63 mila dipendenti ha 750 mila contractors. Se le vendite del prossimo iPhone andranno meno bene del previsto, indovinate chi saranno i primi a saltare? Non c’è bisogno di licenziarli, basta non riassumerli. Magari con un iMessage gratuito. Quanto ai filippini non mi sorprende che accettino ciò che gli altri scartano. Hanno una soglia di sopportazione notoriamente alta. Di quella nazionalità è un terzo di tutti i marinai delle portacontainer e un terzo è anche la quota del loro stipendio rispetto a quello degli ufficiali europei. Però, come Judito dimostra, non bisogna esagerare. «Chiunque competa con gli schiavi, diventa uno schiavo» ammoniva Kurt Vonnegut, non sapendo di parlare a Salvini. Se oggi sono loro, domani saremo noi. Non expedit.


Da http://stagliano.blogautore.repubblica.it "Se andate al supermercato di notte ringraziate questi filippini" di Riccardo Staglianò 2-11-2017

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