Sabato, 24 Luglio 2021 00:00

Do ut gas

Washington ha dovuto cedere sul completamento del gasdotto che attraverso il Mar Baltico trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa. Ma potrebbe avere come contropartita una politica estera ed economica più aggressiva di Berlino verso la Cina.

Mercoledì sera i governi tedesco e statunitense hanno annunciato, in un comunicato congiunto, di aver raggiunto un importante accordo in merito a Nord Stream 2, il gasdotto attualmente in costruzione (e quasi ultimato) che farà arrivare a Berlino il gas di Mosca, da tempo al centro di tensioni sia geopolitiche che economiche.

Come suggerisce il nome, Nord Stream 2 si affiancherebbe al già presente Nord Stream, ma la prospettiva dell’ampliamento dei canali di rifornimento tedeschi è stata da subito al centro di una serie di polemiche, tanto interne quanto esterne. Alcuni partiti (come i Verdi) hanno fatto dell’opposizione al gasdotto una loro battaglia, e sia Bruxelles che Washington criticano da tempo il progetto.

Più recentemente, l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny aveva riportato al centro la questione, arrivando a far diventare concreta l’ipotesi di annullare il progetto, scatenando anche conflitti tra il governo federale e i Länder orientali e aumentando la pressione internazionale sul governo di Angela Merkel.

Negli Stati Uniti si guarda da tempo con preoccupazione a Nord Stream 2, che aumenterebbe le interconnessioni tra Mosca e Berlino, oltre che la dipendenza energetica della Germania dalla Russia, Paese verso cui sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno attivato sanzioni. Washington ha spesso minacciato sanzioni contro il gasdotto, in alcuni casi attivandole verso singole aziende. Ma non è solo l’aspetto geopolitico a interessare agli Stati Uniti: se da un lato è chiaro che non vedono di buon occhio il potere che Nord Stream 2 attribuirebbe al Cremlino, c’è da considerare anche un piano più economico, legato alla volontà d’inserirsi meglio nelle catene di fornitura di Berlino. Proprio per questo, secondo quanto rivelato dalla Zeit, già diversi mesi fa il ministro delle Finanze Olaf Scholz avrebbe proposto agli Stati Uniti un compromesso: accettare la realizzazione di Nord Stream 2 senza sanzioni, a fronte però dell’impegno della Germania a varare una serie d’investimenti pubblici fino a un miliardo di euro, che avrebbero finanziato la costruzione di due terminali (a Brunsbüttel e Wilhelmshaven) per la ricezione del gas americano.

L’accordo di mercoledì prevede la conclusione dei lavori di Nord Stream 2, con la rinuncia da parte degli Stati Uniti ad attivare sanzioni verso le aziende tedesche. Inoltre, per tutelare l’Ucraina, Berlino si è impegnata ad aiutare Kiev a prolungare di dieci anni gli accordi con la Russia per il transito del gas, oltre che a istituire un fondo per supportare la transizione verde ucraina. Sul fronte geopolitico, l’accordo prevede che il governo tedesco prenda provvedimenti (incluso sanzioni) contro Mosca nel caso la Russia commetta «atti aggressivi» verso l’Ucraina, e che si faccia portavoce di queste istanze anche in sede europea.

L’accordo concluso consente alle due parti di salvaguardare interessi importanti. Per Berlino, infatti, era fondamentale distendere la tensione con Washington sul tema, specialmente dopo gli anni dell’era Trump, che hanno visto scemare sensibilmente l’intesa tra i due Paesi. Per gli Stati Uniti, parallelamente, mantenere una buona relazione con la prima economia europea è una priorità, e per farlo potrebbe valere la pena di veder concluso il gasdotto.

È probabile infatti che l’intesa si sposti ora su altri piani: cedere su Nord Stream 2, incassando un colpo sulla Russia, potrebbe avere come contropartita per gli Stati Uniti una politica estera ed economica più aggressiva verso la Cina da parte della Germania. Se infatti la Repubblica Popolare è uno dei principali partner commerciali per Berlino, è vero che sempre più settori della politica tedesca sottolineano la necessità di stabilire dei confini netti al dialogo con la Cina, e nell’opinione pubblica aumentano quelli che guardano con diffidenza a Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero molto interesse a introdursi in questa dinamica.

L’accordo, ovviamente, ha anche dei costi: non si parla (per ora) di far arrivare gas americano in Germania, e sia la Russia che l’Ucraina lo hanno criticato. Anatoli Antonow, ambasciatore russo negli Stati Uniti, pur esprimendo soddisfazione per l’impegno a terminare la costruzione del gasdotto, ha definito l’accordo un «attacco politico» verso la Russia per il riferimento ai possibili atti aggressivi, che costituirebbe vera e propria russofobia. L’Ucraina, invece, ha richiesto un dialogo con Berlino e Bruxelles, e in un comunicato congiunto con il governo polacco ha lamentato come l’intesa «crei una minaccia politica, militare ed energetica per l’Ucraina e l’Europa centrale, al tempo stesso aumentando la capacità della Russia di destabilizzare la sicurezza europea, dividendo Paesi NATO e membri dell’Unione europea».

L’esistenza stessa dell’accordo, inoltre, fa crollare quella che finora è stata argomentazione usata dalla Germania per difendere il progetto. Il governo, infatti, ha sempre fatto leva sul fatto che Nord Stream 2 fosse realizzato da aziende private per sostenere che esso non dovesse essere visto come un tema geopolitico. Come è facile immaginare, si tratta di una linea apparsa da sempre debole, ma che ora, a fronte di un accordo con la prima potenza mondiale che ha portato a esprimersi altri tre Paesi, viene smentita nei fatti dallo stesso governo.

I partiti di maggioranza in Germania, però, escono rinforzati dall’accordo: sia CDU che SPD sono infatti storicamente favorevoli al progetto, anche al netto di alcuni cambi di fronte negli ultimi mesi seguite al caso Navalny e alle pressioni di Bruxelles. I Verdi, che da sempre pongono la tutela dei diritti umani e dei valori democratici al centro delle relazioni internazionali e che sulla base di questo sono contrari a Nord Stream 2, incassano una sconfitta, malgrado questa non sia assolutamente definita e possa, anzi, permettere loro di fare leva sull’opinione pubblica negativa al progetto, provando a risollevarsi da una serie di problemi avuti in campagna elettorale. La loro opposizione al gasdotto, inoltre, non si basava soltanto sulla condanna alla Russia sul piano politico e democratico, ma si spiega anche con il fatto che l’europeismo dei Grüne si accompagna a un certo atlantismo, seppur declinato in senso non militarista. Non è certo un mistero, infatti, che i Verdi siano da sempre per una politica estera meno accondiscendente verso Mosca e Pechino, all’interno di un disegno che vede Washington e Bruxelles affiancate.

L’accordo su Nord Stream 2, tuttavia, mostra le questioni aperte per la Germania sullo scenario globale: la necessità di ricostruire rapporti forti con gli Stati Uniti pur nelle differenze di prospettive, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo chiaro in Europa centrale e forse persino la volontà di farlo, il tentativo di non mischiare economia e geopolitica con la Russia (una linea che molti in Germania vorrebbero riprodurre con la Cina). In questo senso, l’accordo potrebbe rappresentare la fine della vicenda Nord Stream 2 da un lato, ma dall’altro rendere ancora più evidente la necessità di fare chiarezza su alcuni nodi.

 

Da "https://www.linkiesta.it/" Do ut gas Perché gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla Germania sul Nord Stream 2 di Luigi Daniele

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La situazione è drammatica ma non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Gli italiani sembrano non avere piena cognizione di uno scenario che, allo stato attuale, sembra inverosimile.

1. Da un mese all’altro milioni di famiglie, quasi senza reddito, potrebbero non essere più in grado di rimborsare i mutui per la casa o i prestiti per l’acquisto dell’auto.

Secondo i dati della Banca d’Italia, al 15 gennaio 2020 gli istituti di credito hanno ricevuto oltre 2,7 milioni di domande di moratoria su mutui e prestiti, per un valore complessivo di circa 300 miliardi di euro.

2. Potremmo ritrovarci nelle condizioni di non riuscire a pagare le tasse e le cartelle fiscali.

Sono oltre 9 milioni le cartelle congelate dall’8 marzo 2020 fino al 30 aprile 2021. Vanno ad alimentare un magazzino di residuo ancora da recuperare di circa 130 milioni di cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo. I contribuenti, sia persone giuridiche che persone fisiche, con debiti sono complessivamente circa 21 milioni. Per un valore di 1000 miliardi di euro di crediti non riscossi.

3. Molte attività commerciali stanno già scomparendo e le piccole e medie imprese non sempre riusciranno a costituire tesoreria sufficiente per ripartire. Migliaia di aziende rischieranno la bancarotta e gli imprenditori che hanno rilasciato garanzie personali (fideiussioni) potranno perdere gli immobili acquistati con tanti sacrifici.

Secondo le ultime stime, in Italia si contano 5 milioni di piccole e medie imprese (Pmi). Nel 2020, a causa dell’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi, ne sono scomparse circa 300.000, quasi tutte (l’85%) appartenenti al segmento delle piccole attività e situate prevalentemente al Sud, a cui si aggiungono 200mila lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva, operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Il rischio che l’escalation dei contagi da coronavirus, pur in assenza di un vero lockdown nazionale, possa essere devastante in futuro per imprese e lavoro viene sottolineato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro nell’indagine Crisi, emergenza e lavoro nelle Pmi: secondo lo studio, due imprese su dieci di quelle tuttora in attività potrebbero chiudere nel 2021. Stiamo parlando del 20 per cento del tessuto produttivo di un paese come l’Italia, che si regge proprio sulla piccola e media impresa.


4. Nei bilanci delle banche, questa drammatica situazione si tradurrà in prestiti non pagati, crediti inesigibili, fallimenti e pignoramenti. Aumenteranno vertiginosamente i “crediti deteriorati”. La stretta creditizia sarà quattro volte più dura di quella vissuta dopo la crisi del 2008.

Banca Ifis ha stimato, sulla base dei bilanci provvisori degli istituti di credito, che l’ammontare complessivo dei Npl nel 2020 avrebbe raggiunto quota 338 miliardi di euro (+5% sul 2019). Nel 2021 le esposizioni deteriorate potrebbero salire fino a 385 miliardi, con un incremento ulteriore nel 2022.

Numeri che fanno rabbrividire, ma che gli italiani sembrano non aver ancora metabolizzato. Perché gli aiuti istituzionali e un approccio di stand-by mentale, all’insegna del “mal comune, mezzo gaudio”, non permettono al momento di prendere piena coscienza delle reali conseguenze della pandemia e del blocco dell’economia.


L’incertezza regna sovrana, alimentando un sensibile calo della fiducia che, a sua volta, induce a diffusi atteggiamenti di rigetto che intaccano la resilienza e la facoltà di reagire da soli.

È ormai chiaro quanto sperare ed insistere su promesse politiche demagogiche renda in realtà più difficile e tardivo qualunque processo di gestione autonoma, razionale ed efficace della crisi. Cosa possiamo fare, allora, rispetto al futuro che ci aspetta? Per difendersi e reagire esiste un solo modo: anticipare i tempi e agire di iniziativa.


Da "https://www.ilfattoquotidiano.it" La crisi sarà devastante ma nessuno ne parla: le lobby rischiano troppo di Vincenzo Imperatore

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Il mondo sta per cambiare. A prepararci all’imminente scenario post-coronavirus è il co-fondatore di Microsoft Bill Gates, che disegna uno scenario preciso della nostra quotidianità una volta superata la fase più acuta della pandemia tuttora in pieno corso.

Per Gates va innanzitutto variato l’approccio delle persone al pensiero del futuro: è infatti scorretto - evidenzia - chiedersi quando torneremo alla normalità, occorre piuttosto cercare di capire come potrà cambiare la suddetta normalità:

“Sento spesso le persone chiedere e chiedersi quando torneremo a una vita normale. Ma non noto quasi mai ragionamenti su cosa può essere considerato normale dopo un periodo come quello che stiamo vivendo, che di normale ha ben poco”.

Quella ’normalità’ va infatti rivista “per molti anni” secondo l’imprenditore, con modi di lavorare e interagire che andranno incontro a radicali metamorfosi.

Bill Gates avverte: “Ecco come cambierà il mondo”
Prima di tutto - nota Gates - a cambiare sarà lo scenario lavorativo, con lo smart working che ha già rivoluzionato la quotidianità e che, andando avanti, diventerà una costante con tutte le conseguenze in termini di “diminuzione di traffico urbano, ferroviario e aereo”:

“La mia previsione è che circa il 50% dei viaggi di lavoro verrà meno, e passeremo più del 30% in meno di giorni in ufficio”.

Meno viaggi e meno circolazione in generale quindi e, come conseguenza diretta, un impatto molto positivo sull’ambiente ma “meno amicizie” , aspetto che Gates riconosce come molto grave e per cui afferma esplicitamente che “si dovrà fare molto per ovviare a questo”:


“Si moltiplicheranno mezzi e modalità che consentiranno di lavorare da casa quasi al 100%, ma al contempo assisteremo a una decisa penalizzazione nelle interazioni tra colleghi e nei rapporti d’amicizia; su questo aspetto dovrà essere fatto molto”.

Gates, seconda persona più ricca del mondo secondo Forbes, è spesso intervenuto in questo periodo per dire la sua sull’emergenza sanitaria in corso e soprattutto in ottica vaccino, di cui si è fatto diretto promotore e finanziatore.

Da "https://www.money.it/" Bill Gates avverte: “Ecco come cambierà il mondo”

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Il linguista attacca il negazionismo di Trump e appoggia il programma verde di Biden: « Gli Usa devono nazionalizzare e convertire le grandi aziende per un Green New Deal ». E torna sulla sua scelta di firmare la lettera contro la «cancel culture» a sinistra.

Questo articolo — pubblicato nella sezione Sette Green sul numero 41 del magazine in edicola il 9 ottobre — fa parte della grande inchiesta con cui il sistema «Corriere» racconta la terra (e noi): indagini, newsletter, storie e approfondimenti (come spiega qui Edoardo Vigna). Torna, gratis, anche il mensile verde Pianeta 2021. E proprio 7 ha realizzato attraverso i propri canali social l’ultima (in ordine di tempo) ricerca sulla sensibilità degli italiani rispetto ai temi legati all’ambiente: alle varie domande in pochissime ore hanno risposto oltre 10 mila lettori, ribadendo che la pandemia non ha allentato le scelte virtuose.

Causa Covid ci sono intellettuali che hanno perso un po’ del loro bene dell’intelletto, arrivando a negare la realtà dell’epidemia, come leader populisti pre-ricovero. Ci sono poi attivisti dei diritti civili che per arrivare a destinazione prima premono sull’acceleratore e pazienza se si investe qualche diritto... Poi, per fortuna, c’è chi resta lucido, anche perché è da anni che scruta il buio che stiamo attraversando, in termini di libertà e diritti al futuro, al lavoro e alla felicità che sono a rischio. Tra questi, l’americano Noam Chomsky, da decenni punto di riferimento della sinistra radicale e di chiunque rispetti chi, oltre ad aver ri-fondato da giovanissimo la linguistica moderna, critica con coerenza i mali del capitalismo neoliberista, i suoi seguaci e i falsi oppositori. Senza fare sconti, come quando già nel 1969 nel saggio I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America criticava i “mandarini” comunisti, oltre i fiancheggiatori dell’imperialismo come Walt Rostow, di cui però difese il diritto di insegnare a Cambridge quando i movimenti pacifisti lo stavano spazzando via. Perciò Chomsky, oggi 91enne, può firmare appelli come quello di Haper’s magazine contro le derive liberticide della cancel culture di sinistra senza venire strumentalizzato da destra, o parlare dei danni di Trump senza scivolare nella semplificazione fascistoide.


«No alla ‘cancel culture’ a sinistra: la richiesta di protezione per alcune categorie discriminate non può diventare intimidazione»

In gioco non c’è una ideologia da difendere, ma il genere umano, il cui progresso è possibile solo in un’ottica di pace ed ecologia del vivere, condivise da tutti. Lei cosa si aspetta dalle elezioni presidenziali del 3 novembre?
«Trump ha già dichiarato in pubblico che potrebbe non accettare il risultato del voto. La sua personalità, al limite della psicopatologia, non gli permette di accettare l’idea della sconfitta. Anche perché fuori dalla Casa Bianca ci sono molti guai giudiziari ad attenderlo».

Crede che la democrazia americana sia in pericolo?
«C’è chi dice che gli Stati Uniti siano una democrazia a partito unico, il partito degli affari, del quale democratici e repubblicani sono soltanto due fazioni. Ora i repubblicani hanno rotto la simmetria, sono diventati un partito di ultradestra, hanno molto in comune con i partiti neofascisti europei. L’amministrazione Trump persegue due soli obiettivi: far diventare i ricchi sempre più ricchi, e collocare a tutti i livelli dell’ordinamento giudiziario magistrati di destra. E un sistema giudiziario in mano a funzionari fedeli alla destra sarà in grado di bloccare per molti anni a venire ogni possibile riforma anche moderatamente redistributiva. La Costituzione americana del diciottesimo secolo era molto progressista. Ma il sistema politico in questo momento è ultraconservatore».

Trump ha acceso lo scontro sociale, fino a dove può arrivare?
«Trump non ha mandato l’esercito regolare a fronteggiare le manifestazioni legate al movimento Black Lives Matter, perché temeva che i comandi militari potessero disobbedire ai suoi ordini. Penso all’uso della polizia di frontiera e altre formazioni di polizia federale come forze paramilitari per reprimere le proteste, in contrasto con i sindaci e i governatori. L’escalation della violenza può fornire un pretesto per lo stato d’emergenza, e allora perfino lo svolgimento regolare delle elezioni sarebbe a rischio. Non immagino un governo militare o apertamente fascista. Il fascismo era un’ideologia e aveva una dottrina, cose fuori dalla portata di Trump. Lui somiglia più al piccolo dittatore di una repubblica delle banane, che agisce per tornaconto personale e per salvaguardare gli interessi di chi lo sostiene».

Quanto peserà sul voto la malagestione dell’emergenza Covid?
«Trump non ha ascoltato gli esperti, ha cercato di sfruttare l’epidemia per attaccare la Cina, ha accreditato le teorie del complotto. È direttamente responsabile per la morte di decine di migliaia di cittadini, e per questo cerca disperatamente qualcuno da incolpare, l’Oms, la Cina, i democratici».

Quali sarebbero le conseguenze di una rielezione di Trump?
«Una catastrofe per il mondo. Trump non è solo negazionista rispetto all’emergenza climatica, tutti i suoi atti legislativi contribuiscono a spingere il pianeta verso il disastro. È l’unico leader al mondo, insieme forse solo a Bolsonaro, che continua a favorire l’utilizzo crescente di carburanti fossili, a negare la necessità di ridurre le emissioni nocive, a rifiutarsi di riconoscere la realtà scientifica della crisi climatica. Sembra voler correre più velocemente possibile verso l’abisso. Il suo ruolo tossico riguarda anche altre questioni, dallo sdoganamento del suprematismo bianco, alla corsa al riarmo, al fiancheggiamento dei cosiddetti movimenti “pro-life”, che sono in realtà movimenti antiabortisti e oscurantisti in materia di diritti civili. Trump sta smantellando il sistema di controllo e contenimento della proliferazione di armi nucleari, tentando di alterare i trattati internazionali. E ha approvato un piano di rifinanziamento del Pentagono per sviluppare nuove armi ad alto potenziale distruttivo. È a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta e dell’umanità. Sono le elezioni politiche più importanti della storia umana».

In caso di sconfitta di Trump, cosa si augura che avvenga?
«Per prima cosa l’intera industria dei carburanti fossili andrebbe progressivamente dismessa: il governo dovrebbe nazionalizzarla e avviare un processo di conversione, per raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero. Serve un nuovo regime di controllo sulla proliferazione di armi nucleari, fino a proibire l’impiego dell’energia nucleare a scopi militari... Atti concreti, che potrebbero in poco tempo restituire agli Usa la leadership morale».

«Black lives matter? Non si tratta solo di proteste contro le violenze della polizia, ma di un movimento contro le disuguaglianze e il razzismo istituzionale»
Quali sono gli elementi che la rendono più ottimista?
«Dopo la morte di George Floyd è nato forse il più grande movimento sociale nella storia degli Usa che ha contagiato il mondo intero. Non si tratta solo di proteste contro le violenze della polizia, ma di un movimento contro le disuguaglianze e il razzismo istituzionale. Poi penso a quanto arrivato da Sanders nella campagna di Joe Biden, per spingerla su posizioni più progressiste. Il programma di Biden sulle questioni ambientali, scritto con un gruppo ecologista radicale, Sunrise, prevede investimenti di milioni di dollari per lo sviluppo delle energie rinnovabili, e l’adozione di un Green New Deal tra le priorità dell’agenda legislativa. I democratici sanno che non possono deludere i giovani attivisti spinti verso la politica dall’allarme per il clima».

Italia ed Europa guardano alle elezioni con preoccupazione.
«I Paesi europei dovrebbero rafforzare la propria cooperazione. L’Europa deve superare le divisioni interne, valorizzare la propria unione economica e politica, e diventare una potenza autonoma, libera da influenze esterne, per contribuire a ridefinire gli equilibri mondiali».

Perché ha firmato l’appello sulla “cancel culture” a sinistra?
«La lettera non nominava mai la cancel culture, ma è significativo che sia stata interpretata all’interno di quel contesto. Si riferiva anche alle azioni di alcuni settori della sinistra che rischiano di creare un’atmosfera tossica, in cui la richiesta legittima di protezione per le categorie discriminate diventa una forma di intimidazione che limita la libertà d’espressione. Ma è una porzione minuscola della vera cancel culture. Le “cancellazioni”, le pressioni dirette o indirette che impediscono a qualcuno di parlare e di esprimere la propria opinione, praticate dall’establishment, da chi detiene il potere, e quindi in questo momento dalla destra, vanno contro chi contesta il sistema, e quindi molto più spesso la sinistra».


Da "https://www.corriere.it/" Noam Chomsky: «L’ambiente ha riportato i giovani alla politica, non deludiamoli» di Luca Mastrantonio

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Lunedì, 12 Ottobre 2020 00:00

Negare le crisi


Riscaldamento globale, sesta estinzione, COVID-19: perché neghiamo le crisi e come possiamo, invece, reagire.
Massimo Sandal (La Spezia, 1981) è stato ricercatore in biologia molecolare, specializzato in dinamica delle proteine. Ha conseguito un dottorato in biofisica sperimentale a Bologna e uno in biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con Le Scienze, Wired e altre testate.

ualche settimana fa la rivista scientifica Nature sceglie, come nulla fosse, “Scioccante declino nell’abbondanza della vita sulla Terra” come titolo della rassegna stampa quotidiana. L’attuale crisi della biosfera è accertata e drammatica, con un tasso di estinzione che va dalle centinaia alle decine di migliaia di volte rispetto alla norma delle epoche geologiche immediatamente passate.

Ma tra le crisi che ci circondano, quella della biodiversità è forse quella di cui è più difficile dedurre i danni che, anche quando sono tangibili e globali come l’avvento di zoonosi quali la COVID-19, ne derivano in modo complesso e indiretto. Non sorprende troppo quindi che qualcuno non voglia guardare in faccia quello che è difficile e doloroso vedere. Il “negazionismo della sesta estinzione” è in ascesa, come denuncia un appello di agosto della rivista scientifica Nature Ecology & Evolution. Un’ondata di disinformazione e menzogna che ha radici profonde le cui origini potrebbero darci un altro punto di vista su di un problema più generale: perché neghiamo le crisi, e cosa fare al riguardo?

Gli Dei non sprecano
Prima ancora che venisse scoperto, il concetto stesso di estinzione era già stato negato. L’idea che le specie possano estinguersi è stata, fino a pochi secoli fa, semplicemente inconcepibile. I fossili erano noti fin dalla notte dei tempi, ma non erano interpretati come resti di specie estinte. Spesso i fossili erano considerati resti di creature mitologiche: memoria di un passato di giganti, ad esempio secondo gli autori greci Pausania e Flegonte di Tralles; o resti di draghi, cattivo presagio per i contadini nella cultura popolare della Cina antica.

Un’altra scuola di pensiero, promossa da intellettuali come Athanasius Kircher o Georg Agricola, li voleva emanazioni di una vis plastica che creava forme organiche spontaneamente nella roccia, simili ai cristalli (e alcune formazioni minerali imitano vagamente, in effetti, forme viventi). Secondo il naturalista francese Jean-Baptiste Robinet, nel suo De la nature del 1768, i fossili non erano testimonianze del passato, bensì gli schizzi preparatori delle forze naturali che avrebbero plasmato anche i viventi: una biblioteca di possibilità biologiche mai realizzate o da realizzarsi in futuro. Continuando su questa strada, il naturalista creazionista britannico Philip Henry Gosse giunse alla conclusione, nel suo Omphalos pubblicato ormai nel 1857, che i fossili sono i riverberi onirici dell’immaginazione divina, febbri creative tramutate in roccia; la sequenza precisa delle flore e delle faune nient’altro che uno sguardo cristallizzato nel dormiveglia di Dio.

Dio non poteva sprecare la sua creazione, formando una pletora di viventi per poi spazzarli via senza lasciarne che le ossa e le conchiglie. Anche durante il Diluvio Universale si preoccupa che un’arca salvi le sue creature. Più in generale, l’estinzione era in contrasto con la fede in una cosiddetta “economia della natura” in cui tutto si trasforma e si riutilizza, senza che nulla vada mai perduto o creato. Ai naturalisti che, nel Diciassettesimo secolo, iniziarono a congetturare la possibilità di specie estinte, come Robert Hooke, veniva risposto che tali specie dovevano esistere ancora in qualche angolo del pianeta. Nel 1697, analizzando i resti dell’alce preistorica Megaloceros, Sir Thomas Molyneux esordiva seccamente:


Nessuna vera Specie di Creature Viventi è così completamente estinta da essere stata completamente perduta dal Mondo, da che le specie sono state Create; questa è l’opinione di molti Naturalisti; ed è fondata su di un Principio della Provvidenza, che si prende Cura in generale degli Animali che Produce, così buono da meritare il nostro assenso. È possibile però che grandi Vicissitudini possano aver influito sulle Opere della Natura… e che intere Specie di Animali, precedentemente Comuni, anzi addirittura numerose in certi Paesi siano diventate, nel Proseguire del tempo, così perfettamente perdute da essere, in quel luogo, del tutto sconosciute…ma di cui la specie è stata accuratamente preservata in qualche altra parte del mondo.
Traccia di questa difficoltà a credere all’estinzione resta oggi nella cultura della criptozoologia, la ricerca di animali sconosciuti, che sebbene sia anche una disciplina scientificamente rigorosa, è nota per le sue deviazioni irragionevoli, tipo la ricerca di creature come il mostro di Loch Ness o il sasquatch come prove della sopravvivenza di dinosauri o antropoidi ancestrali. Allo stesso modo numerosi naturalisti e appassionati continuano ostinatamente a cercare tracce di animali carismatici quasi sicuramente estinti da decenni, come il tilacino o ‘lupo marsupiale’ australiano.

Quando Georges Cuvier, alla fine del Settecento, dimostrò finalmente l’esistenza di specie estinte in passato, scoprì anche che nel corso del tempo si sono susseguiti, sul nostro pianeta, dei mondi. Mondi che Cuvier immaginava, senza andare troppo lontano dalla verità, separati da catastrofi. Un cambiamento nella nostra visione del mondo simile alla rivoluzione copernicana, ma che è stato messo in ombra dalla conseguente scoperta dell’evoluzione per selezione naturale da parte di Darwin.

Joel Black, nel bellissimo contributo The hermeneutics of extinction: denial and discovery in scientific literature (Comparative Criticism 13: Literature and Science, ed. E. S. Shaffer (Cambridge University Press, 1991), pp. 147–69), nota come al rifiuto dell’ipotesi dell’estinzione seguì la repressione della scoperta: messa in disparte, resa secondaria dalla filosofia gradualista di geologi come Charles Lyell secondo cui nel grande schema delle cose tutto cambia affinché nulla cambi, le specie si estinguono e risorgono in un flusso che è, in ultima analisi, monotono – l’idea che la storia della vita sia stata punteggiata da crisi repentine come le estinzioni di massa non tornerà in auge fino agli anni Ottanta del Ventesimo secolo.

Prima ancora che venisse scoperto, il concetto stesso di estinzione era già stato negato. L’idea che le specie possano estinguersi è stata, fino a pochi secoli fa, semplicemente inconcepibile.
La storia della Terra rivelata da Cuvier cozza completamente con la nostra idea istintiva di un mondo, nelle sue grandi linee, immutabile nel tempo. L’estinzione di massa lavora su scale a noi non accessibili: è portatrice di rivoluzione inimmaginabile e allo stesso tempo è impercettibile, diluita com’è in anni, secoli, millenni (eccetto i casi in cui un asteroide cambia tutto in un attimo). È un evento enorme eppure fuori dalla nostra portata.

Scricchiolii
Però sappiamo che le cose stanno cambiando. Lo sa chi studia il problema, chi vede le specie e gli ecosistemi scomparire; ma lo dicono anche, appunto, le fiamme della California o la pandemia in corso. Sentiamo i primi scricchiolii, vediamo le prime crepe che potrebbero spalancare il buco nero di un pianeta completamente mutato, sia dal punto di vista del sistema-Terra sia della nostra società.

Questo buco nero di cui non conosciamo l’interno e da cui una volta caduti non si torna indietro è, inutile girarci intorno, conseguenza diretta della struttura economica, politica, sociale dell’umanità. Non stiamo continuando a passo fermo su questa strada: stiamo accelerando la nostra caduta nel buco nero. Sterzare per evitare le crisi (o almeno tamponarne le conseguenze) significa cambiare radicalmente le strutture in cui viaggia il nostro mondo.

La nostra struttura sociale, politica, economica è una casa, familiare e artificiale come gli esagoni di un alveare per le api. A differenza delle api, possiamo creare moltissimi tipi di strutture sociali ed economiche, possiamo cambiare. Ma ancora più difficile da afferrare e immaginare è proprio la necessità di dover cambiare il nido che ci siamo costruiti, di dover cambiare noi stessi. E dovrà cambiare parecchio: il lockdown ha dimostrato che perfino fermare buona parte della nostra società per mesi ha permesso solo un minimo di sollievo dal punto di vista delle emissioni di CO2.

Cambiare casa fa paura, però – specie per chi in quella casa era confortevole e aveva una stanza comoda, molto probabilmente a spese altrui. La nostra società infatti non è una società armonica, ma è paradossalmente abbastanza simile agli ecosistemi che divora, che non conoscono l’armonia, non conoscono l’equilibrio. Viviamo un flusso di conflitti – di classe, di identità, economici – e alleanze, che verranno scardinate in ogni caso dallo schianto con l’Antropocene. La famosa vignetta di Joel Pett dove uno si alza a un summit sul clima e chiede “E se tutto questo fosse una bufala e avessimo creato un mondo migliore per niente?” espone un paradosso solo apparente. Un mondo migliore per tanti dovrà togliere privilegi ad alcuni. Come dice il Comandante Waterford nel Racconto dell’ancella di Margaret Atwood: “Meglio non significa mai il meglio per tutti”. Per chi rischia di perdere la propria ricchezza o la propria identità, c’è solo un imperativo.

Nulla cambierà il mio mondo
I negazionismi non sono quasi mai semplici dinieghi letterali della realtà: sono narrazioni che vogliono evitare la realtà. Il sociologo Stanley Cohen, in Stati di negazione: la rimozione del dolore nella società contemporanea. (Carocci, 2002) ha identificato tre livelli di negazionismo.

Il primo e più semplice è quello letterale: non sta succedendo. La temperatura media della Terra non si sta alzando, la pandemia non esiste, eccetera. Di norma è il primo a essere messo sul piatto, quando le evidenze della crisi in atto possono ancora essere discusse, ed è quindi anche quello più fragile – a un certo punto quasi nessuno potrà, in buona fede, negare l’evidenza davanti all’opinione pubblica. Il secondo livello è detto interpretativo. Come nella gag della moglie che trova il marito a letto con l’amante, “posso spiegarti tutto, non è quello che sembra”. Il cambiamento climatico c’è ma è solo una fluttuazione naturale; le specie si stanno estinguendo ma non è veramente colpa nostra, eccetera.

Molti sono naturalmente portati a credere che la soluzione a un problema causato dalla tecnologia sia un’altra tecnologia. Ma confondiamo un fattore necessario con un fattore sufficiente.
Il terzo livello è quello implicativo, ovvero in cui non si nega la questione ma se ne rifiutano le conseguenze. La crisi sta passando, o se è una crisi ne verremo fuori con qualche aggiustamento, qualche bacchetta magica che consentirà a tutto il resto di andare avanti come prima. Il cambiamento climatico lo risolveremo a suon di carbon capture o di energia nucleare; per la crisi della biosfera basterà proteggere qualche ambiente particolarmente in pericolo; per la pandemia basta proteggere gli anziani nelle RSA e aspettare il vaccino.

A fomentare questa visione è il fatto che siamo una specie tecnologica di successo e molti, specie nelle scienze e nell’ingegneria, sono naturalmente portati a credere che la soluzione a un problema causato dalla tecnologia sia un’altra tecnologia. Il che non è necessariamente falso: abbiamo e avremo bisogno di tecnologia avanzata per uscire dalla crisi mantenendo un livello accettabile di vita (pensiamo alla ricerca sulle energie rinnovabili). Ma confondiamo un fattore necessario con un fattore sufficiente. La tecnica non basta senza immergerla in un contesto, in un piano globale.

Guerra per la biosfera
Spesso si dipingono i negazionismi come pseudoscienze, e le pseudoscienze come un mero problema di sfiducia nella scienza. È una semplificazione, nella migliore delle ipotesi. È vero però, come spiega Antonio Sgobba, che in questi casi è in pericolo il monopolio della cosiddetta autorità epistemica, ovvero delle istituzioni o persone che hanno la capacità di imporre un punto di vista su un determinato argomento (non necessariamente esperti, ma anche comunicatori della scienza) sostituito da un conflitto tra autorità alternative. Spesso separate prima da linee ideologiche e poi scientifiche, in cui ciascuno segue i colori della propria bandiera.

Di fronte alle crisi, la disgregazione del monopolio è guidata da fazioni che cercano disperatamente di autopreservarsi. Chi vede il pericolo e decide di preservare l’umanità, e chi invece vuole preservare un preciso stile di vita e una struttura sociale, se non i propri privilegi economici. E se il destino è contro di noi, peggio per lui. Non è necessariamente una reazione ridicola: di fronte alla crisi rischiamo di dover rinegoziare diritti e libertà che finora davamo per scontate. Una delle manifestanti di Berlino contro le restrizioni anti-COVID ha dichiarato “Crisi del coronavirus o no, dobbiamo difendere le nostre libertà”, e sebbene sia risibile pensare che stiamo “perdendo la libertà” mettendoci una mascherina al supermercato, non è di per sé stupido stare in guardia per evitare restrizioni davvero inaccettabili.

La nostra impossibilità di fare i conti con l’iperoggetto-crisi, buio, inaccessibile, incerto e spaventoso, è reale, ma è il substrato su cui prospera una guerra epistemica. Tale conflitto non è necessariamente una limpida lotta tra le “Scienze del Bene” e le “Fake News del Male”: la scienza a volte è un pretesto ideologico per entrambi i contendenti. Ma di fronte a crisi del clima, biosfera e pandemia la linea è abbastanza netta. Da un lato c’è chi riconosce la necessità di reagire al pericolo e dall’altro chi ci mette a rischio per profitto a breve-medio termine. Sapendo bene che le nostre distorsioni cognitive e concettuali giocano dalla loro parte: abbiamo la tendenza a pensare che lo status quo sia preferibile a un mutamento potenzialmente pericoloso; abbiamo la tendenza a non voler abbandonare ciò che ci è familiare. Siamo da sempre capaci di ignorare i segnali di pericolo finché non diventa troppo tardi; è quello che viene chiamato la normalizzazione della devianza. Se finora è andato tutto bene, allora andrà sempre tutto bene: è così che, ad esempio, lo Space Shuttle Challenger è esploso nel 1986. Non vogliamo lasciare la nostra casa, anche se la casa brucerà; preferiamo perire con essa.

Quando parlo di guerra, intendo una metafora fino a un certo punto. Basta leggere il documentatissimo Mercanti di dubbi di Naomi Oreskes e Erik M. Conway (Edizioni Ambiente, 2019) per sapere che sono esistite ed esistono davvero campagne di disinformazione, massicciamente finanziate, che cercano in tutti i modi di negare problemi e crisi in atto (soprattutto quelle ambientali), o quantomeno di insinuare un “ragionevole dubbio” allo scopo di proteggere industrie insostenibili, da quella del tabacco a quella dei combustibili fossili. Sforzi che hanno avuto successo nel rallentare o indebolire gli sforzi per rimediare alle crisi in atto, anche se possono fallire sul lungo periodo (oggi pressoché nessuno nega più che il fumo sia dannoso per la salute, per esempio). In molti casi è sicuro che, senza queste campagne, tale disinformazione sarebbe meno diffusa e meno importante.

Dietro al negazionismo dell’estinzione esistono allo stesso modo interessi economici in gioco, almeno da un secolo. Nel 1921 Willoughby Devar denunciava alla Royal Society of Arts come i commercianti di piume –all’epoca un articolo di moda richiestissimo, e che richiedeva l’uccisione di numerosi uccelli anche rari – negassero gli effetti delle proprie attività:


I sostenitori del commercio, naturalmente, rispondono con un opaco diniego quando parliamo dei pericoli dello sterminio [di uccelli]. Esclamano che non possiamo puntare a nessuna singola specie di uccello che loro abbiano spazzato via dalla faccia della Terra […] Mancano il punto della nostra crociata. Non vogliamo punire, vogliamo prevenire […] Se i cacciatori di piume non hanno ancora ucciso l’ultima coppia di una determinata specie, quello che vogliamo è impedire loro di farlo in futuro.
Il 22 maggio 2019, all’indomani della pubblicazione del famoso rapporto IPBES sulla crisi ecologica, il Congresso americano ha invitato tra gli altri due spin doctors, Patrick Moore e Marc Morano, i quali hanno rifiutato le conclusioni del rapporto chiamandolo “propaganda” e “una tattica di terrore per spaventare il pubblico”. Moore e Morano sono noti per essere sulla prima linea del negazionismo climatico, e tra le altre cose lavorano in collaborazione con due cosiddetti think tank, l’Heartland Institute e il Committee for a Constructive Tomorrow (CFACT), che a loro volta sono generosamente finanziati, nell’ordine di centinaia di migliaia o milioni di dollari, da aziende del petrolio o del carbone, come ExxonMobil, e da trust anonimi conservatori come DonorsTrust.

Quando i contanti non bastano, c’è il sangue. Attivisti e giornalisti sul fronte di questo conflitto, dove si scontrano interessi economici, conservazione ambientale e tutela dei lavoratori, pagano con la vita. 212 attivisti ambientalisti sono stati uccisi nel 2019, e 13 giornalisti che si occupavano di ambiente sono stati uccisi negli ultimi 10 anni.

Doomscrolling
I venditori di dubbi negazionisti sperano di essere abbastanza privilegiati da cavarsela, o cinicamente non si curano di danni che pagheranno le generazioni future. Ma, come disse Petrarca durante una crisi simile a quella attuale, “è accaduto spesso che una fuga dalla morte diventi una fuga verso la morte”. Prima o poi i nodi verranno al pettine, e del resto il significato originario del termine Apocalisse è “disvelamento, rivelazione”. Le crisi globali dell’Antropocene stanno iniziando a rivelarsi e si riveleranno. Sembra di vedere Gog e Magog che combattono comunque con l’Anticristo contro il Signore, anche se sanno – devono sapere – che saranno sconfitti.

La prospettiva futura non è serena, non abbiamo un’idea precisa di quali saranno le conseguenze finali, tra un secolo, delle crisi che iniziano a disvelarsi ora, ma tutto fa pensare non saranno buone. Dalle fiamme di una crisi climatica sorgerà un mondo più povero, affamato, assetato e instabile; a sua volta reso fragile e malsano dall’estinzione di massa e dallo sfaldarsi della biosfera. Questa pandemia non sarà l’ultima. Tenere in mente questo è deprimente, ma è realistico. Non è una coincidenza, forse: la depressione, forse, è uno stato più coerente con una visione lucida della realtà. È la tesi del cosiddetto “realismo depressivo”: proposta nel 1979, era già stata affermata dal filosofo e psicologo americano William James, quando scrive:

Non c’è dubbio che la salute mentale sia una dottrina filosofica inadeguata, perché gli orrori che si rifiuta di prendere in considerazione sono una porzione non trascurabile della realtà; e potrebbero anche essere la chiave migliore per comprendere il significato della vita, e forse gli unici strumenti per accedere a un livello più profondo della realtà.
Chiunque abbia avuto esperienza della depressione sa però che la depressione non è esattamente uno stato mentale in cui vi sia urgenza di agire, anzi, è l’assenza di interesse verso sé stessi e il mondo. È facile abbandonarsi al doomscrolling, l’assorbimento masochistico nella timeline infinita dei social network che sprofonda da una pessima notizia alla successiva, fino al punto di restare paralizzati e insonni dall’ansia. L’ansia e la depressione stancano. Lo stato di allerta permanente sfinisce: lo vediamo adesso con la pandemia, quanto sia difficile parlare nuovamente di lockdown e misure di sicurezza di fronte alla seconda ondata. Stare a ripetersi che saremo soverchiati dall’apocalisse finisce per avere solo due risultati: o farci rifiutare quanto accade, o rassegnarci ad attendere. Come dice il filosofo nigeriano Bayo Akomolafe, forse l’Antropocene è il segnale che dobbiamo venire a patti con il nostro essere transienti:

I riti di passaggio sono modi di morire con saggezza […] accogliere la perdita e la transitorietà dell’esistenza, accorgersi di noi stessi in una rete vitale che non privilegia i corpi umani o il feticcio della sopravvivenza […] Qualcosa di antico ci chiede di dare conto della nostra centralità.
Qualcosa deve morire: noi, la nostra normalità, le specie viventi che coabitano con noi. Questa morte va gestita. Come scrive Francesco d’Isa in Trilogia della catastrofe (Effequ, 2020), citando la Terror Management Theory della psicologia:

La maggior parte degli atti umani è, in ultima analisi, un tentativo di gestire la morte… Molte delle sovrastrutture umane deriverebbero dalla ricerca di significato, a sua volta dovuta al tentativo di gestire l’ansia per la nostra mortalità.
Scommettere su una crisalide
E se usassimo quest’ansia per costruire? La vecchia fantascienza anglosassone dipingeva le catastrofi come lirica propaganda per lo spirito dell’umanità, rinsaldata finalmente di fronte all’avversità. Si sbagliava; per ora le crisi hanno portato divisione, rimozione, inazione. Possiamo ritrovare quella narrazione? Reagire non è agire: reagire è essere il Nero nell’apertura di una partita di scacchi, che deve rispondere all’apertura del Bianco. Prevenire, ancora peggio, di per sé non porta alcuna gloria, perché il risultato di una prevenzione eccellente è che non accada assolutamente niente. Stare in trincea in difesa è frustrante e passivo. È chiaro che, se continua così, negare il problema sarà sempre la soluzione più rassicurante. Quello che ci serve è andare all’attacco.

Di “ecologismo all’attacco” si parla da tempo, ma finora lo si fa nei circoli tecnovisionari come quello di Stewart Brand che cerca soluzioni tecnologiche all’estinzione sperando di clonare i mammut (a suo modo, un esempio di negazionismo implicativo della crisi ecologica: la de-estinzione come bacchetta magica). Quello che invece serve è una visione organica e globale di un’economia e società che siano compatibili con il pianeta e con la nostra felicità, una rivoluzione sotto ogni punto di vista per creare un mondo nuovo.

Serve una visione organica e globale di un’economia e società che siano compatibili con il pianeta e con la nostra felicità.
Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, non sarà un pacifico tenersi per mano in un girotondo intorno agli alberi, ci saranno probabilmente rabbia, dolore e paura, e sarà una metamorfosi in cui è certamente possibile rimanere impigliati, come nella tragica morte di una farfalla che non si libera dal bozzolo. Ma se impigliarsi è un rischio, la metamorfosi è l’unica possibilità di salvezza: il bruco che vi rinuncia muore e non lascia niente dietro di sé.

Credo che la nostra unica possibilità sia costruire un orizzonte di utopia, perché senza un obiettivo di cui essere fieri non si costruisce niente. Nella storia della Terra le estinzioni di massa sono spartiacque tra mondi diversi. Al di qua e al di là di un’estinzione di massa ci sono due Terre che non solo sono popolate da specie differenti ma di cui sono diversi i cicli geochimici, le strutture degli ecosistemi, i modi di vita possibili e impossibili. Possiamo essere noi a decidere che mondo vogliamo. Possiamo lasciarci naufragare nel buco nero o cercare un’altra orbita. Dal buio della crisalide, precaria e preziosa, deve nascere la farfalla.


Da "https://www.iltascabile.com/" Negare le crisi

Pubblicato in Passaggi del presente

Secondo uno studio pubblicato sul magazine «Nature Communications Earth & Environment» anche se si arrestasse il riscaldamento climatico la calotta glaciale sarebbe compromessa.

Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia è arrivato al «punto di non ritorno». É ciò che afferma uno studio pubblicato sulla rivista «Nature Communications Earth and Environment» che prende in esame osservazioni trentennali della calotta glaciale presente sull’isola dell’oceano Atlantico. La ricerca afferma che ormai si è infranto l’equilibrio che, fino agli anni novanta dello scorso secolo, vedeva la neve accumulata compensare sostanzialmente la quantità di ghiaccio sciolto. Anche se oggi si arrestasse il riscaldamento climatico - dichiara lo studio - la situazione sarebbe comunque compromessa.

L’equivalente di 7 piscine olimpioniche
Nel 2019 la Groenlandia ha perso 1 milione di tonnellate di ghiaccio al minuto, in tutto 532 miliardi di tonnellate, segnando un record millenario. L’analisi di immagini e dati dei satelliti Grace della Nasa rivelano che i ghiacciai sciolti sono sprofondati nell’oceano, riempiendolo ogni secondo dell’equivalente di 7 piscine olimpioniche, innalzando ulteriormente il livello dei mari che già mettono in pericolo le aree costiere del mondo. In uno scenario di scioglimento totale della Groenlandia, il livello mondiale dei mari si innalzerebbe di 6 metri.


Riduzione dei ghiacciai
Secondo Michalea King, ricercatrice presso il Byrd Polar and Climate Research Center, anche in caso di interventi mirati contro il riscaldamento globale, la calotta glaciale continuerebbe a sciogliersi: ««Abbiamo preso in considerazione le osservazioni satellitari, le nevicate invernali non riescono a contrastare lo scioglimento del ghiaccio - dichiara King -. I ghiacciai si sono ridotti abbastanza da far sì che molti di loro si trovino in acque più profonde, il che significa che è aumentata la quantità di ghiaccio a contatto con l’acqua, che scioglie ulteriormente il ghiaccio e rende ancora più arduo il ritorno alle condizioni precedenti».


Da "www.corriere.it" Groenlandia, lo scioglimento dei ghiacciai è arrivato al «punto di non ritorno» di Francesco Tortora

Pubblicato in Studi e ricerche
Venerdì, 21 Agosto 2020 00:00

Ecco l'identikit del camminatore

Per la prima volta il numero di persone che percorre i Cammini in Italia supera quello degli italiani che hanno affrontato il celebre Cammino di Santiago di Compostela. Lo segnala un sondaggio effettuato dalla casa editrice Terre di Mezzo che mostra per la prima volta il sorpasso.

Sono infatti 32.338 le persone che nel 2018 hanno chiesto la credenziale per uno degli itinerari nel Belpaese, contro i 27.009 italiani arrivati alla Cattedrale di Santiago (è la nazionalità più numerosa, dopo gli spagnoli). “Non era mai successo. Segno che c’è un potenziale per i cammini italiani”, sottolinea Miriam Giovanzana, direttore editoriale di Terre di mezzo che ha condotto un’ampia indagine sia sulla base dei dati forniti dalle associazioni o enti che accolgono i pellegrini che su un questionario lanciato su Facebook, al quale hanno risposto 2.930 camminatori.

In Italia il Cammino preferito resta la Via Francigena, con 17.092 credenziali richieste, seguita dai cammini francescani (Via di Francesco e Di qui passò Francesco, 7.352), dalla Via degli Dei (3.800), dal Cammino di San Benedetto (2.106), dai Cammini francigeni di Sicilia (1.426) e dalla Via Romea Germanica (652). Nel 2017 in Italia su questi Cammini sono state consegnate 23.547 credenziali, salite nell’anno successivo appunto a 32.338 con una crescita del 37,3%. Interessanti anche i dati sugli attestati rilasciati nei luoghi in cui i cammini si concludono. A Roma (punto di arrivo di più Cammini) li hanno ritirati 9.372 pellegrini, ad Assisi 3.950 e a Montecassino 700.


Ed ecco nel dettaglio i risultati approfonditi della ricerca condotta da Terre di mezzo.

L’identikit del camminatore
Sono in maggioranza uomini (57%), con un buon livello culturale: diplomati e laureati entrambi al 44%. Il 73% ha un impiego, come dipendente (49%) o libero professionista (18%). I camminatori in Italia sono in maggioranza over 40: il 19,7% tra 41 e 50 anni, il 28,9% ha tra 51 e 60 anni, il 24,1% tra 61 e 70 anni. Il 74% ha fatto più di un cammino, non solo in Italia. I camminatori italiani vivono soprattutto nelle regioni del centro nord: 28% in Lombardia, 13% in Emilia, 11% in Veneto, 10% nel Lazio, 8% in Piemonte e 8% in Toscana.

Le ragioni e lo stile del camminare
Il 25% sostiene di mettersi in cammino per motivi religiosi, più alte le percentuali di chi risponde “per fare trekking” (52%), “per stare nella natura” (50%) o “per scoprire il territorio” (46%). Pochi quelli che affrontano il pellegrinaggio in bici, l’11%. Moltissimi si cimentano nell’impresa nel periodo primaverile o estivo: i picchi si registrano a maggio (19% di chi ha risposto) e in agosto (21%). Il 51% fa tutto il cammino in una sola volta. Sulla Via Francigena solo il 16% parte e arriva in una sola stagione, gli altri preferiscono dividere il cammino in più anni. Sono percorsi interamente invece i percorsi più brevi, come la Via degli Dei (90%), la Magna Via Francigena in Sicilia (82%), Italia coast to coast (64%) e il Cammino di San Benedetto (51%). Per la maggioranza dei camminatori il viaggio dura al massimo due settimane. Preferiscono camminare in coppia (il 38%) o in gruppo, mentre uno su tre sceglie l’avventura in solitaria.

La preparazione e le ricadute sul territorio
Il cammino inizia prima della partenza. Ben il 75% si allena in anticipo, approfittando del tempo libero. Inoltre, l’81% si procura la credenziale (e il 72% di chi è arrivato alla meta ha ritirato il testimonium), e non parte senza aver prima acquistato una guida cartacea (75,6%). Il 45% spende in media dai 30 ai 50 euro al giorno. Il 65,4% pernotta in un B&B, il 57,1% in strutture religiose, il 28,4% in agriturismi e il 23,8% in alberghi. E se il 73% pranza con i panini, il 52% poi si concede una cena al ristorante e il 27% sceglie strutture che offrono il menu per pellegrini. Prima di partire, il 42% ha acquistato calzature, il 39% abbigliamento tecnico e il 31% attrezzatura come zaino, borraccia o bastoncini. Il 34% sostiene che ha scoperto i Cammini d’Italia attraverso il cosiddetto passaparola. Per il 32% la fonte è stata Internet, per il 14% Facebook e per l’8% tv, radio o giornali.

Da "https://www.repubblica.it/" Dalla Francigena alla via degli Dei: i percorsi italiani “battono” Santiago de Compostela. Ecco l'identikit del camminatore

Pubblicato in Comune e globale

La comparsa di un nuovo virus è un fatto naturale, la pandemia no: la crisi sanitaria e i suoi effetti economici, sociali e politici “sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita”; un modello “nocivo e dannoso per noi individui, per le comunità, per la natura”. Esordisce così il documento intitolato “Per un manifesto di ecologia popolare”, elaborato da un gruppo di attivisti e ricercatori che durante i mesi di sospensione delle attività e degli spostamenti in Italia si sono interrogati sulle origini della crisi che stiamo attraversando, convinti che le premesse del disastro fossero tutte visibili ancora prima che arrivasse il nuovo coronavirus.

“Gli ingredienti di una pandemia sono gli stessi che muovono la crescita illimitata”, scrivono: lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra e degli allevamenti animali; la densità abitativa delle grandi città; la crescente interconnessione di un mondo globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta, gli standard sanitari e alimentari inadeguati. Insomma: la crisi del covid-19 deve spingerci a ripensare “un modello di crescita autodistruttivo improntato solo al benessere economico”.

Gli autori del manifesto vivono e lavorano per lo più a Napoli, anche se hanno orizzonti più ampi. Il gruppo è eterogeneo: ricercatori universitari, artisti, educatori, giornalisti. Hanno creato la rete Terre in movimento e si presentano con un’identità collettiva. Il nome che ciascuno usa è Ecopop, seguito da un numero per gli uomini e una lettera per le donne: questo perché, spiegano, “vogliamo dare voce a tutti i gruppi che si battono per la giustizia ambientale”. Aggiungono che l’anonimato è anche una sorta di tutela, “perché in molti conflitti ambientali i cittadini non hanno di fronte solo le istituzioni ma anche altre forze, inclusa la criminalità organizzata”.

La crisi dei rifiuti
Per spiegare cosa intendano con “ecologia popolare”, gli autori del manifesto citano la crisi dei rifiuti vissuta dalla Campania per circa un decennio a partire del 2001. “Era un conflitto ambientale tipicamente moderno”, osserva Ecopop 1, “chiamava in causa il ciclo dei rifiuti, la speculazione, i meccanismi illegali che trasferivano gli sversamenti industriali delle regioni più ricche alle zone più povere nel sud dell’Italia, un po’ come si mandavano le navi di rifiuti tossici in Africa. Eppure sui mezzi di informazione non è stato descritto come un conflitto ambientale, soprattutto all’inizio: si parlava di cattiva gestione, di traffici illegali, di camorra, ma la salute di quelle persone e l’ambiente entravano di rado nel discorso”.

Le proteste degli abitanti erano descritte più che altro come “egoismi localisti”. È nato allora il nomeTerra dei fuochi. “Si discuteva di inceneritori e di dove collocare le discariche dando per scontato che chi viveva in quei luoghi non avesse una coscienza ambientale”, continua Ecopop 1. “Ma era vero il contrario. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano proprio loro. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente. Ci sono voluti anni di battaglie perché questo fosse riconosciuto”.

“Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali perché nel nostro paese manca una cultura politica ecologica”, si legge nel manifesto. Si parla di “analfabetismo ecologico”. La sinistra italiana ha una “tradizione industrialista” che l’ha portata anche in tempi recenti a difendere scelte come la Tav, affermano gli autori. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, “per darsi un volto presentabile”. “Vogliamo che la questione ambientale sia la chiave di lettura per tutti i temi della politica e della società”, dice Ecopop B.

La grande cecità
“Bisogna mettere l’accento sul legame tra il contagio e la cecità del modello di sviluppo”, si legge ancora nel manifesto. La pandemia, il degrado ambientale, le mutazioni del clima “sono tutti prodotti di un modello di crescita improntato al solo benessere economico che nasconde una sistematica volontà autodistruttiva”. Riecheggia quella che lo scrittore Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità” di fronte al cambiamento climatico, e in effetti gli autori dichiarano di aver tratto ispirazione da quel saggio: “La grande cecità è quella degli esseri umani che non riconoscono alla natura un ruolo protagonista”, riassume Ecopop 1.

Gli autori del manifesto criticano in particolare l’idea di “sviluppo sostenibile”, che considerano una contraddizione in termini: “Si basa sull’idea di un buon uso delle risorse per una crescita economica compatibile con la natura. È il tentativo delle élites ‘avvedute’ di mediare tra l’ambiente e il capitalismo”, dice Ecopop 1: “Ma è una mediazione impossibile. La logica del capitalismo è la ricerca continua di profitto, non la tutela dell’ambiente o della salute della collettività. Al dunque, profitto e natura sono in conflitto”. E poi, “che mediazione può fare una cultura autodistruttiva?”. Al contrario, per “ribaltare il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi attuale” serve un’ecologia “partecipata e dal basso proprio come era successo nella Terra dei fuochi”. Citano i comitati che si battono per la bonifica nei numerosi siti industriali inquinati in Italia, i movimenti No Tav e quelli No Tap (che si oppongono al gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe approdare in Puglia).

La giustizia ambientale “è il nuovo spartiacque del conflitto sociale”, dicono in definitiva gli autori del manifesto di ecologia popolare. Il documento evoca “pratiche di mutualismo” nelle comunità fondate sul “diritto collettivo al cibo, alla salute, la terra, l’acqua come capisaldi del diritto alla vita”. Vedono un esempio positivo nelle esperienze di mutuo soccorso nate nelle settimane del confinamento, da Scampia a Rosarno. Guardano anche più lontano, alle reti di comunità indigene dell’Amazzonia in difesa della foresta o gli ecovillaggi del Rojava.

Il collettivo Terre in movimento si è dato degli obiettivi pratici. Mapperà i conflitti ambientali a cominciare dalle esperienze locali di difesa del territorio e della salute “e qui nel sud ne abbiamo molti casi, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di Taranto”. Avvierà un’inchiesta sul bacino del fiume Sarno, caso esemplare di dissesto e inquinamento: durante il confinamento il fiume si era ripulito e gli abitanti rivendicano una bonifica duratura. Poi un’indagine sul parco dei Camaldoli, 135 ettari di area protetta con un castagneto secolare, vero polmone verde alle porte di Napoli che però resta inspiegabilmente chiuso. L’obiettivo, dicono, è mettere in collegamento esperienze popolari, locali e globali. E diffondere una “vera cultura politica ecologica”.

Da "https://www.internazionale.it/" In Italia c’è bisogno di una nuova ecologia popolare di Marina Forti

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 25 Maggio 2020 00:00

OGM, un fallimento di successo

Diciassette milioni di utenti soddisfatti in 26 Paesi. 191 milioni di ettari ospitanti. Un beneficio economico per i Paesi che l’hanno utilizzata pari a 186 miliardi di dollari. 670 milioni di kg di agrofarmaci utilizzati in meno, eppure un aumento della produzione di 657 milioni di tonnellate. Potremmo conteggiare anche i benefici ambientali (27 miliardi di kg di emissioni di CO2 annue in meno; più di 180 milioni di ettari di ambiente naturale risparmiato), quelli in termini di salubrità di alimenti e di mangimi ottenuti e quelli di miglioramento delle condizioni di vita di tante famiglie di agricoltori.

È forse questo il ritratto di una tecnologia fallimentare?
Le colture transgeniche (impropriamente e tendenziosamente chiamate OGM) hanno rivoluzionato il modo di fare miglioramento genetico, contrariamente a quanto sostiene qualcuno, perché hanno permesso di approfondire la conoscenza del funzionamento dei meccanismi di espressione e regolazione del genoma e la conoscenza di nuove tecniche per migliorarli, conoscenza che ha contribuito anche a mettere a punto le attuali tecnologie di evoluzione assistita.

Non hanno soddisfatto le aspettative che avevano solleticato? In parte è vero: si era promesso troppo, accesi da facili entusiasmi e si sa, non si dovrebbe mai dire gatto se non lo si ha nel sacco. Ma d’altra parte, come investire e ottenere il meglio da una tecnologia così avversata dall’opinione pubblica mondiale, spaventata da associazioni pseudo-ambientaliste che hanno una potenza di fuoco mediatico e una capacità comunicativa da fare scuola? La pesante, ridondante regolamentazione messa in atto per contenere questa tecnica l’ha frenata, non ha permesso alla ricerca – pubblica in particolare – di metterla al servizio delle peculiari esigenze dei territori, di specifiche produzioni locali. Questo almeno è quel che è successo in Italia, mentre invece in alcuni Paesi asiatici e africani è stata applicata a coltivazioni locali per ridurne la dipendenza dalla difesa con agrochimica. Questo deve farci riflettere: come arginare un messaggio che parla alle paure e alla pancia delle persone? Come smontare una narrazione che si serve delle più capaci menti del marketing e può spendere molto per farlo? Con un solo potentissimo strumento: i dati scientifici, che su questo argomento parlano molto chiaramente di benefici per produttori, ambiente e consumatori.

Leggere frasi che parlano del “sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura. Perché di fallimento si tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM” è un’offesa nei confronti dei tanti scienziati italiani che hanno dovuto abbandonare promettenti ricerche, magari vederle andare letteralmente in fumo e cenere. Ed è un affronto agli agricoltori italiani, che ancora oggi sono beffati da un mercato che acquista e utilizza merce che essi non sono autorizzati a produrre. Il comparto del mais italiano, filiera alla base del Made in Italy agroalimentare, ha subito perdite dell’ordine di 200 milioni di € all’anno, vedendo dimezzata (dimezzata!) la produzione nazionale per l’incapacità di competere con la qualità e il prezzo del prodotto estero. Altrettanto ha perso il comparto della zootecnia. Sono affermazioni che ricordano i proclami coldirettiani “gli OGM hanno fallito in Europa” perché scarsamente coltivati, ignorando volutamente che nemmeno il miglior maratoneta può avere performance interessanti se lo si fa correre con mani e piedi legati, con un pubblico a bordo strada che lo insulta e giudici di gara che lo boicottano per soddisfare la sete di sangue degli astanti.

Non è rinnegando i dati che usciremo da questa trappola mediatica, ma restando coerenti con essi. Abbiamo per vent’anni, dati alla mano, difeso l’utilità delle tecnologia della transgenesi e la sicurezza dei prodotti messi in commercio e da essa derivati. Dovremmo oggi dire che è stata un fallimento? Quando invece il fallimento è stato quello di un’intera società incapace di trovare al proprio interno gli anticorpi per espellere dal consenso mediatico narrazioni fraudolente. Mai mettere il bavaglio alle opinioni, ma mostrare all’opinione pubblica dove si trovano informazioni verificate e dove invece si vende se stessi per avere visibilità, soldi e comprarsi falsa autorevolezza con denari altrui. Vorrei vedere un rapporto responsabile con la società, che sia in grado di coinvolgerla nelle problematiche da risolvere e nella conoscenza delle soluzioni a disposizione per farlo.
Dovremmo chiedere un impegno politico a favorire il processo di approvazione all’uso di piante e prodotti derivanti da qualsiasi tecnica biotecnologica, anche nel rispetto delle attuali normative.

Le tecnologie di evoluzione assistita sono promettenti, sicure, efficaci, dispiace vederle lanciate usando messaggi che hanno il sapore di un immeritato tradimento ai danni di chi, agricoltori per primi, ha sempre difeso il lavoro dei ricercatori e ha fatto della propria fiducia nel metodo scientifico una bandiera, una guida nel proprio lavoro di imprenditori, uno strumento – l’unico! – per conoscere il mondo e discernere fra sirene e maestri, fra tritoni e maestre.

Da "https://www.stradeonline.it/" OGM, un fallimento di successo di Deborah Piovan

Pubblicato in Comune e globale

Persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti. Il settore rischia di perdere il 60 per cento del fatturato: 12 miliardi di euro. Bisogna tutelare le aziende e incentivare la domanda.


Non possiamo sbagliare: i momenti di crisi rivelano le competenze e le leadership collettive e l’impatto dell’epidemia sul turismo è la più grave crisi della nostra storia (persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti). Non possiamo sbagliare perché il futuro della nostra industria dell’ospitalità si scrive in questi giorni.

Abbiamo bisogno di un Recovery Plan, di un piano per la nostra industria dell’ospitalità, fatto di poche cose: molto puntuali, molto concrete, molto realistiche, con il timing giusto e con la lucidità necessaria per intervenire nei punti (e nei modi) appropriati, con mente aperta e con cognizione di causa. Niente vestiti per tutte le stagioni, niente ritorni al già detto, ma comprensione della situazione inedita e focus sul che fare qui e ora.

Intanto, il quadro della situazione: il fatturato complessivo degli alberghi italiani è di circa 20 miliardi di euro all’anno. Tenendo conto dei tassi d’occupazione mensili, e della situazione clienti-zero di alcuni mesi, e pronosticando una ripresa lenta in estate e autunno (vi risparmio i metodi di calcolo) si arriva alla conclusione che la perdita netta del settore è di almeno il 60 per cento del fatturato (considerando l’intero 2020).

Perciò le entrate perse ammontano a circa 12 miliardi di euro. Un salasso e probabilmente nessun settore è danneggiato quanto il turismo. L’impressione (per forza dev’essere un’impressione, visto che si tratta di un virus inedito) è che il ritorno alla situazione con un fatturato pari a quello pre-crisi si avrà 18 mesi dopo il picco di contagi, perciò nel terzo trimestre del 2021. Questa è la situazione oggi.

Quello di cui stiamo parlando è la caduta della domanda, che dipende da due fattori: la legge e la psiche. La prima dipende direttamente (o quasi) dall’andamento della curva dell’epidemia, per cui è inutile qualunque iniziativa sulla domanda, fintanto che i movimenti delle persone non siano liberi; i trasporti aerei non riprendano e così via; il secondo fattore è più sottile e più potente, perché il consumo di vacanze (ben diverso è il segmento business) non è un consumo obbligato, perciò se la gente non si sente tranquilla non parte. Questa base psicologia probabilmente durerà più a lungo del lockdown.

Quindi, abbiamo due problemi immediati: salvare le aziende e incentivare la domanda. Per le aziende ci vorrà qualcosa che possa riparare il danno, non interamente (economicamente impossibile) ma in qualche misura sì. Le aziende hanno bisogno della liquidità per riprendere l’attività, pagare gli stipendi e, grazie ai provvedimenti del governo, avranno il credito necessario.

Il credito però è l’altra faccia del debito, perciò queste imprese che, per loro natura non potranno vendere nessuno stock accumulato, si dovranno accontentare di entrate che andranno a rilento e nell’intanto dovranno cominciare a ripagare sia il debito di oggi che quello di ieri. Come potranno investire nei cambiamenti che dovranno fare in queste settimane? Il 10 per cento del fatturato perso, erogato a fondo perduto, sulla base dell’ultimo bilancio presentato, potrebbe essere una riparazione del danno equa: costerebbe al massimo 1,2 miliardi di euro, una cifra importante, ma sostenibile.

Quando si parla di turismo si parla sempre, come ci fosse un pilota automatico, della promozione, della comunicazione, insomma della domanda e mai dell’offerta, perché si fa coincidere l’offerta (implicitamente) con le nostre spiagge, il patrimonio storico-artistico, i nostri paesaggi, ma queste, in economia, sono le risorse, non il prodotto. Quello che si vende è il prodotto, cioè il modo come quelle risorse sono combinate tra loro in una maniera economicamente attraente.

Bisogna lavorare anche sull’offerta e il cuore dell’offerta sono gli alberghi. Tutti (o molti) dicono che il mondo post-epidemia non sarà uguale a quello di prima: è la consueta, scontata retorica del “mai più come prima”? Non sappiamo. Sappiamo però che l’epidemia è un formidabile acceleratore di fenomeni già in atto.

Certamente la qualità degli alberghi rappresenta il biglietto di visita più rassicurante del paese: perché è possibile tracciare ogni presenza, e nel caso di contagio, sapere esattamente chi ha rifatto la stanza, chi ci ha dormito prima e dopo il contagio (ricordo la perfetta gestione – senza alcun contagio – dei primi due turisti cinesi con il coronavirus, provenienti da Wuhan che hanno soggiornato in un albergo romano: se fossero stati in una casa sarebbe stato più difficile ogni controllo).

Saranno in grado di assicurare una sanificazione in tempo reale dei luoghi e, com’è avvenuto per le cucine a vista, che prima si cercava di nascondere, le cameriere adesso dovranno/potranno essere viste, perché la loro presenza è rassicurante; probabilmente raddoppieranno la cadenza delle pulizie (da una volta al giorno a due, come avviene oggi solo negli alberghi di categoria elevata); la domotica e la digitalizzazione permetteranno in tempo reale di controllare entrate/uscite dall’albergo; il bagno e l’igiene diventeranno centrali, per cui ci sarà bisogno di ristrutturare e ammodernare gli impianti; tutti chiederanno un mondo più sicuro.

Questo lavoro richiede costi, investimenti e cambiamenti. Se si farà, ci ripresenteremo migliori di come ci siamo lasciati. E sarà un vantaggio competitivo non irrilevante.

Veniamo agli incentivi alla domanda. Si parla molto dei voucher, strumento che in tempi normali sarebbe perfetto, ma oggi bisogna capirne la reale efficacia. Rappresentano uno sconto, ma funzionano quando c’è il desiderio dell’acquisto (cioè la tranquillità per affrontare un viaggio e stare fuori casa); funzionano quando sono automatici (credito d’imposta o sconto automatico sul conto). Devono essere mirati nel tempo: servono a riempire presto gli alberghi in estate, altrimenti nei mesi successivi non c’è più la disponibilità di tempo per le famiglie di utilizzarli.

C’è poi il target giusto: porre un limite troppo basso di reddito per il voucher rischia di includere solo persone che non li utilizzerebbero comunque, per motivi intuibili proprio guardando al reddito. Il costo dell’alloggio oggi pesa per non più del 20-30 per cento del costo complessivo di una vacanza. Perciò ok ai voucher con l’attenta calibratura, ricordando che oggi l’ostacolo fondamentale verso gli alberghi non è il costo, ma la legge e la psiche, come si diceva prima.

Il Recovery Plan, oltre al lavoro sull’offerta, lo stimolo immediato alla domanda per l’estate 2020, dovrà avere un orizzonte più ampio, perché dovremo reimmaginare (e forse reinventare) la strategia di comunicazione: sempre meno fiere (lo si sapeva già, ma adesso è palese…) e più digitale. Oggi il problema non è far conoscere l’Italia, che è già non solo ben conosciuta, ma è la più desiderata, almeno lo era prima del malefico virus asiatico. Non c’è più bisogno di mass market, ma di un marketing one-to-one (oggi è possibile farlo) e, data la circostanza epidemica, “a geografia variabile”.

Dovremo selezionare i paesi secondo criteri nuovi, non (solo) quelli demografici, ma i nuovi criteri che l’epidemia mette in evidenza: percezione dell’Italia qui e ora; propensione a viaggiare all’estero (e all’interno); ranking della sicurezza nella scala di preferenze; quota-parte dei viaggi business rispetto ai viaggi leisure. Insomma, bisogna delineare, passo passo, analizzando il fenomeno, i contorni del “new normal” del soggiorno turistico.

E nel mondo a venire l’Italia ha nuove chances: nuove rispetto al passato (ne riparleremo), senza perdere quelle già note, cambiando quelle che già adesso i nostri ospiti indicano come i “limiti” del nostro sistema di ospitalità: il sistema delle file, prima scomposte e affollate, nei luoghi di maggiore attrazione; la piena trasparenza nell’erogazione dei servizi (lotta all’abusivismo dovunque); la confusione nell’offerta delle seconde residenze (oggi fuori controllo).

È incredibile come il virus abbia messo in ginocchio, in così pochi giorni, un sistema ospitale fra i più solidi del mondo, ma è ancora più sorprendente pensare che, con la strategia (e la tattica) giuste, possiamo diventare un sistema ospitale incredibilmente più forte.


Da "www.linkiesta.it" Come salvare il turismo italiano dal fallimento di Antonio Preiti

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