I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.

Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome.

E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’inarticolato all’altezza del quale c’è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche definisce: «Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore».

E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato. Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.

Naturalmente con il mutare delle epoche mutano anche i valori. Prima della Rivoluzione francese, ad esempio, la società era ordinata da valori gerarchici, dopo la Rivoluzione da valori di cittadinanza e uguaglianza almeno formali. Questa trasmutazione non ha generato un’atmosfera nichilista, come invece accade quando un insieme di valori adottati da una comunità collassa e non se ne affermano altri, creando quella situazione che Hölderlin così descriveva: «Che più non son gli dèi fuggiti e ancor non sono i venienti», determinando quello che per Heidegger è «il tempo della povertà estrema».

Se la trasmutazione dei valori non è decisiva, decisive sono le prime due notazioni con cui Nietzsche definisce il nichilismo: «Manca il fine», per cui il futuro non è una promessa, ma si offre come un paesaggio imprevedibile che, oltre a non motivare, paralizza l’iniziativa e spegne l’entusiasmo tipico della giovinezza. E poi: «Manca la risposta al “perché?”». Perché devo stare al mondo? Che non significa che ci si debba suicidare, ma: che ci sto a fare in un mondo che non mi considera, che non mi chiama per nome, che mi vive non come una risorsa ma come un problema, che mi induce a dormire fino a mezzogiorno e a vivere di notte, per non assaporare di giorno e ogni giorno la mia assoluta insignificanza sociale?

Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo. E questo perché se l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, il disagio non è più psicologico, ma culturale.

E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime. E che dire di una società che non impiega il massimo della sua forza biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent’anni, progettando, ideando, generando, se appena si profila loro una meta realistica, una prospettiva credibile, una speranza in grado di attivare quella forza che essi sentono dentro di loro e poi fanno implodere anticipando la delusione per non vedersela di fronte? Non è in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della nostra cultura? Un segno ben più minaccioso dell’avanzare degli integralismi di altre culture, dell’efficientismo sfrenato di popoli che si affacciano nella nostra storia e con la nostra si coniugano, avendo rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro.

Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della “ragione strumentale” che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell’orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l’aridità del sentimento. Non si troverà qui un rimedio di facile e immediata attuazione – già questa ammissione di impotenza la dice lunga sulla natura di questo disagio –, si cercherà se non altro di far piazza pulita di tutti i rimedi escogitati senza aver intercettato la vera natura del disagio dei nostri giovani che, nell’atmosfera nichilista che li avvolge, non si interrogano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma – e questa, come ci ricorda Günther Anders, è un’enorme differenza – sul significato stesso della loro esistenza, che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso.

La negatività che il nichilismo diffonde, infatti, non investe la sofferenza che, con gradazioni diverse, accompagna ogni esistenza e intorno a cui si affollano le pratiche d’aiuto, ma più radicalmente la sottile percezione dell’insensatezza del proprio esistere.


Dal 2007, quando pubblicai L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007), a oggi non è cambiato granché, fatta eccezione per una percentuale forse non piccola di giovani che sono passati dal nichilismo passivo della rassegnazione al nichilismo attivo di chi non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni. I giovani che mi scrivono lo vogliono il futuro. E l’argomento che adducono è che, se non altro per ragioni biologiche, il futuro è comunque loro. Hanno una gran fretta di realizzare i loro sogni che non lasciano malinconicamente smarriti nell’“ottativo del cuore umano”, ma li declinano all’“indicativo presente” con un confronto serrato con la realtà. Sono gli stessi giovani che non credono al ribellismo generico e non cedono alla violenza, non perché sono maturati troppo in fretta, ma perché non confondono il gesto che per un attimo può scaldare il cuore con il lavoro paziente che obbliga a un quotidiano esame di realtà. Realtà nichilista, come abbiamo detto e come loro non si nascondono, davanti alla quale però non si rassegnano, ma dopo averne preso atto, proprio da lì prendono le mosse e non da altrove, per evitare il rischio di promuovere illusioni che poi si convertono in delusioni.

“Nichilismo attivo” dunque. Ben descritto da loro stessi con immagini ironicamente apocalittiche, o con espressioni quali “generazione dei sogni infranti”, o “generazione dei senza”. E tuttavia senza rassegnazione, con una sola preghiera rivolta agli adulti: non ci spezzate le ali e non proponeteci la vostra esperienza, perché l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé. Le vostre lezioni di “sano realismo” ci spengono la passione, e senza passione non si ha la forza di attraversare questa stagione nichilista dove il nulla fa la sua comparsa a ogni angolo. Infine, non dimenticate che questa stagione ce l’avete preparata voi. Ciononostante, non vi odiamo, anzi vi siamo riconoscenti se ci potete aiutare a realizzare quel che vogliamo diventare, perché un sogno ce l’abbiamo anche noi e non vogliamo vederlo spegnersi come si spengono le stelle cadenti. Noi, che a differenza di voi sappiamo cos’è per davvero il nichilismo, non vogliamo che ci parliate in nome di niente come spesso capita di sentire quando aprite bocca, e neppure in nome di quei valori riconducibili unicamente al denaro o all’immagine che uno costruisce di sé, perché se è vero che non ci sono più valori, come sembra dai vostri discorsi disfattisti, starà a noi trovarli. E quando li troviamo e poi li difendiamo, non diteci che sono utopie o ingenuità.

Nativi digitali come tutti, i giovani del nichilismo attivo nelle loro lettere mi chiedono: “Quanto incide l’uso dei mezzi informatici sui nostri processi cognitivi ed emotivi?”. Moltissimo, perché questi mezzi sono dei condizionatori del pensiero, non nel senso che ci dicono cosa dobbiamo pensare, ma nel senso che modificano in maniera radicale il nostro modo di pensare, trasformandolo da analogico, strutturato, sequenziale e referenziale, in generico, vago, globale, olistico. Inoltre, alterano il nostro modo di fare esperienza avvicinandoci il lontano e allontanandoci il vicino. Mettendoci in contatto non con il mondo, ma con la sua rappresentazione, ci consegnano una presenza senza respiro spazio-temporale, perché rattrappita nella simultaneità e nella puntualità dell’istante.

Che fare? Non possiamo rinunciare all’uso di questi mezzi perché equivarrebbe a una sorta di esclusione sociale. Il che la dice lunga sulla nostra libertà di far uso o meno dei mezzi informatici. Non potendo prescinderne, non resta che diventare consapevoli delle modificazioni che il nostro modo di pensare e di fare esperienza subisce. E di questo dovrebbe rendersi conto anche la scuola, che oggi ha a che fare con ragazzi che sanno cose, dalle più elementari alle più complesse, non per averle lette da qualche parte, ma per averle viste in televisione, al cinema o sullo schermo di un computer o di un telefonino, oppure sentite alla radio o da due cuffie applicate alle orecchie e collegate a un iPad.

È interessante che i giovani del nichilismo attivo si pongano questi problemi e comincino a togliersi da Facebook per sottrarsi alla dipendenza da quel monologo collettivo, dove chi scrive dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque, e chi legge ascolta le stesse cose che egli stesso potrebbe dire. “Siamo malati di social network?”, si chiedono. E poi si rispondono: “No, è quel modo di comunicare la vera malattia, perché ciò che si mostra in quella vetrina virtuale è quanto vorremmo che gli altri vedessero di noi, il desiderio mai morto di costruzione di un nuovo io, la ricerca di approvazione, più che di reale comprensione. L’aspirazione al miglioramento, pertanto, tende ad arrestarsi, bloccata dall’opinione (non del tutto consapevole) che lo scarto tra reale e ideale si sia colmato in quel profilo virtuale. E così il social finisce per veicolare istanze profonde, attese tradite, le quali, piuttosto che incentivare una spinta propulsiva, si cristallizzano in quella vuota vetrina”. Per non parlare della continua espansione dell’informatica nei posti di lavoro, dove i giovani, peraltro nativi digitali, al loro primo ingresso, mi scrivono preoccupati del “progressivo ‘assorbimento passivo’ nell’era digitale che sta avvenendo subdolamente e molto più rapidamente di quanto le nostre menti impotenti possano comprendere. Un mondo del tutto virtuale e meno reale è quello che ci proiettano i docenti, descrivendolo quasi come unica prospettiva logica e inevitabile, dove vita concreta e virtuale saranno un’unica grande realtà inscindibile”. È interessante constatare una sorta di disaffezione da parte dei nativi digitali nei confronti dei mezzi informatici. Possiamo pensare che il ritorno al mondo reale, dettato dalla nostalgia e dal bisogno, cominci proprio da loro?

Da "https://www.doppiozero.com/" Il disagio dei giovani nell’età del nichilismo di Umberto Galimberti

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 13 Aprile 2020 00:00

La nuova fratellanza

I nazisti ci hanno insegnato la libertà, ha scritto una volta Jean Paul Sartre all’indomani della liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Per apprezzare davvero qualcosa come la libertà, bisognerebbe dunque perderla e poi riconquistarla? Ma non sta forse accadendo qualcosa di simile con la tremenda pandemia del coronavirus? La sua spietata lezione smantella in modo altamente traumatico la più banale e condivisa concezione della libertà. La libertà non è, diversamente dalla nostra credenza illusoria, una sorta di “proprietà”, un attributo della nostra individualità, del nostro Ego, non coincide affatto con la volubilità dei nostri capricci. Se così fosse, noi saremmo oggi tutti spogliati della nostra libertà. Vedremmo nelle nostre città deserte la stessa agonia a cui essa è consegnata. Ma se, invece, la diffusione del virus ci obbligasse a modificare il nostro sguardo provando a cogliere tutti i limiti di questa concezione “proprietaria” della libertà? È proprio su questo punto che il Covid-19 insegna qualcosa di tremendamente vero.

Questo virus è una figura sistemica della globalizzazione; non conosce confini, Stati, lingue, sovranità, infetta senza rispetto per ruoli o gerarchie. La sua diffusione è senza frontiere, pandemica appunto. Da qui nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. Non però quelle a cui ci ha abituati il sovranismo identitario, ma come un gesto di solidarietà e di fratellanza. Se i nazisti ci hanno insegnato ad essere liberi sottraendoci la libertà e obbligandoci a riconquistarla, il virus ci insegna invece che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio. Lo insegna, paradossalmente, consegnandoci alle nostre case, costringendoci a barricarci, a non toccarci, ad isolarci, confinandoci in spazi chiusi.
In questo modo ci obbliga a ribaltare la nostra idea superficiale di libertà mostrandoci che essa non è una proprietà dell’Ego, non esclude affatto il vincolo ma lo suppone. La libertà non è una manifestazione del potere dell’Ego, non è liberazione dall’Altro, ma è sempre iscritta in un legame. Non è forse questa la tremendissima lezione del Covid-19? Nessuno si salva da solo; la mia salvezza non dipende solo dai miei atti, ma anche da quelli dell’Altro. Ma non è forse sempre così? Ci voleva davvero questa lezione traumatica a ricordarcelo? Se i nazisti ci hanno insegnato la libertà privandocene, il coronavirus ci insegna il valore della solidarietà esponendoci all’impotenza inerme della nostra esistenza individuale; nessuno può esistere come un Ego chiuso su se stesso perché la mia libertà senza l’Altro sarebbe vana. Il paradosso è che questo insegnamento avviene proprio attraverso l’atto necessario del nostro ritiro dal mondo e dalle relazioni, del nostro rinchiuderci in casa.
Si tratta però di valorizzare la natura altamente civile e profondamente sociale, dunque assolutamente solidale, di questo apparente “isolamento” che, a ben guardare, tale non è. Non solo perché l’Altro è sempre presente anche nella forma della mancanza o dell’assenza, ma perché questa auto-reclusione necessaria è, per chi la compie, un atto di profonda solidarietà e non un semplice ritiro fobico-egoistico dal mondo. In primo piano non è qui tanto il sacrificio della nostra libertà, ma l’esercizio pieno della libertà nella sua forma più alta.
Essere liberi nell’assoluta responsabilità che ogni libertà comporta significa infatti non dimenticare mai le conseguenze dei nostri atti. L’atto che non tiene conto delle sue conseguenze è un atto che non contempla la responsabilità, dunque non è un atto profondamente libero. L’atto radicalmente libero è l’atto che sa assumere responsabilmente tutte le sue conseguenze. In questo caso le conseguenze dei nostri atti investono la nostra vita, quella degli altri e quella del nostro intero Paese. In questo modo il nostro bizzarro isolamento ci mette in rapporto non solo alle persone con le quali lo condividiamo materialmente, ma con altri, altri sconosciuti e fratelli al tempo stesso.
La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza senza la quale libertà e uguaglianza sarebbero parole monche. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia della polis . In questo modo siamo davvero pienamente sociali, siamo davvero pienamente liberi.


Da "https://francescomacri.wordpress.com/" La nuova fratellanza di Massimo Recalcati

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 30 Marzo 2020 00:00

Prepararsi al dopo

Armani, Eni, Ferrari e Lvmh. Le aziende cercano di trasmettere vicinanza, affidabilità, impegno. Per dimostrare che anche senza la socialità di prima, nessuno è solo.


Con poche righe appassionate, Giorgio Armani riempie intere pagine di giornali per esprimere la vicinanza, sua e di tutto il brand, agli operatori sanitari, in prima linea per contrastare il coronavirus. Fa lo stesso Eni, che punta sui medici di famiglia: fonte di energia – doppio senso non da poco – per stare uniti e bene. Meglio se a casa. C’è poi il mondo bancario, con i suoi servizi online, sinonimo non nuovo, ma a questo punto consolidato, di vicinanza al cliente, senza che debba uscire di casa, di sicurezza – anche in termini di privacy – e se vogliamo di pulizia. In questi giorni, meglio star lontani dai tasti unti dei bancomat. L’economia da quarantena non esclude dai giochi nessuno. Istituzioni, imprese, media e consumatori. Tutti sono chiamati a uno sforzo collettivo. L’obiettivo è tenere a bada la paura e prepararsi al dopo. Che non sarà più come prima.

Le aziende si stanno adeguando al contesto, rispondendo a questa improvvisa evoluzione del mercato, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante per la gestione dell’emergenza, come pure nella prospettiva – al momento senza una data certa – della ritornata stabilità. “Insieme ce la faremo!” Dice Massimo Doris di Banca Mediolanum in una campagna di comunicazione esteticamente scarna, ma che va dritto lì. Stay calm and stay at home, se vogliamo parafrasare gli inglesi. Quelli buoni, quelli del Blitz del 1941.

C’è chi nel trend si trova bene. Amazon ha appena lanciato una campagna mondiale di job recruitment per 100mila posti di lavoro. Altri invece, nell’attesa, devono comunque allinearsi. E quindi, se possono, convertono la linea produttiva. Come Ferrari, che a Maranello intende produrre ventilatori e respiratori. Oppure il gruppo Lvmh che ha dirottato tutte le sue controllate nel settore profumi verso la produzione di gel idroalcolico. Operazione molto più veloce rispetto a quella del cavallino rampante – nel primo caso basta sostituire le taniche, Ferrari invece deve studiare bene il progetto – e pure un po’ sciccosa.

In momenti come questi avere in borsetta il disinfettante griffato e con un bel packaging ci sta. Chi infine non può cavalcare l’onda, si limita a schierarsi con il messaggio collettivo di positività e sicurezza. Semplicemente per essere nel trend. Vedi Armani. Per quanto anche da re Giorgio ci aspettiamo un tocco di solidarietà ed eleganza. Magari con le mascherine. Sarebbe l’acclamazione di Myss Keta, da fenomeno underground a icona di stile.

«Il sistema Italia sta reagendo bene», dice Salvatore Sagone, presidente di Adc Group, l’editore di riferimento per gli operatori della pubblicità, del marketing, dei media e degli eventi. «Le imprese stanno dicendo ai consumatori che per gestire questo stato di paura serve responsabilità». Vicinanza, affidabilità, impegno. I concetti trasmessi danno sempre un senso di sostegno. Si vuol dare l’idea che, pur senza la socializzazione di prima, nessuno è solo.

C’è infatti una paura diffusa da governare. Diffusa e reale, a differenza di quelle soltanto percepite fino a neanche un mese fa. È una paura che sta fuori dalla porta e può covare nel proprio vicino di pianerottolo. «È una paura consapevole – dice ancora Sagone – da non fraintendere con il panico della notte dell’8 marzo, con le fughe in treno al Sud e gli assalti ai supermercati». Per trasmettere consapevolezza è anche il caso di calcare la mano. «Aveva funzionato in Inghilterra e Australia negli anni Ottanta, Novanta, con le campagne shock anti-Aids. Trasmettere scene raccapriccianti era risultato persuasivo. Oggi i mezzi di comunicazione, superati gli eccessi iniziali, hanno imboccato una strada giustamente incisiva. Bisogna stare a casa. È questo che dicono: un messaggio semplice, che tutti devono capire».

Come l’economia di guerra, anche quella da quarantena è totalizzante. Vuoi perché si cerca di uscire dall’emergenza il più presto possibile, vuoi perché molti spazi erano già stati pagati. Secondo Campaign, la più autorevole testata di comunicazione inglese, solo un certo numero di progetti pubblicitari, per lo più di piccola dimensione, sono stati resi funzionali al contesto Covid-19. Con la maggior parte delle campagne e delle presentazioni, una volta pagate, non si è potuto far nulla. Se non puntare tutto sull’awareness, sulla consapevolezza che si sta attraversando un’emergenza e non si sa fino a quando durerà, ma tutto è sotto controllo. «Siamo quindi di fronte a una comunicazione in parte slacciata dal vissuto, in cui i valori promossi paiono lontani anni luce, mentre invece si rifanno alla vita del mese scorso», commenta ancora Sagone. «D’altra parte, ci sono casi di improvvisa creatività».

Non ci sarà più lo spot di una volta. Sia a causa del Covid-19 sia perché in Italia si è finalmente colmato un gap tecnologico in termini di lavoro, modalità alternative di socializzazione e consumi. Non a caso Amazon ha scelto proprio LinkedIn per chiamare a raccolta i suoi nuovi centomila collaboratori. Mentre resta da chiedersi che fine farà la pubblicità fuori di casa. Può essere che nel mondo che ci attende, sia meno necessario camminare per strada, spostarsi da casa a ufficio, raggiungere da qualche parte un cliente. E allora quanto saranno utili i cartelloni pubblicitari? Quale sarà l’effettivo ritorno di un investimento nel far vedere il logo alla fermata di un autobus, o in una stazione della metropolitana?

Una volta usciti dall’urgenza e riottenuta la stabilizzazione del sistema, si dovrà cercare di rispondere a queste domande, senza dimenticare quello che abbiamo appena vissuto. «Servirà – dice Sagone – un nuovo patto tra imprese, agenzie di comunicazione, media e consumatori». Se non si potrà tornare indietro, bisognerà comunque pensare a chi si rischia di lasciare indietro. Ammesso e non concesso che recuperare i dispersi A) sia economicamente sostenibile; B) essi stessi intendano davvero rimettersi al passo.

Le grandi aziende, tra chi è attendista e chi invece è sul pezzo, sappiamo che sanno galleggiare. Ma le barche più piccole? Avvocati, dentisti, sarti, tatuatori, parrucchieri (siete liberi di continuare a proprio piacere l’elenco). Cani sciolti che fino all’altro ieri vantavano una professione di successo, ma che richiedeva anche un rapporto molto fisico con il cliente, come sapranno non soltanto convertire la propria identità produttiva, ma anche comunicare la loro presenza sul mercato? Quanto sarà strategica la targa di uno studio notarile su un portone di un palazzo di Piazza Barberini? E che fine faranno tutte le società di catering? Stiamo scoprendo che la socializzazione, per come è stata sempre intesa, non è più necessaria. Al momento è addirittura pericolosa. Si assisterà quindi a un’impennata di pubblicità e di comunicazione sui social network anche da parte di chi, fino a oggi, non ne ha sentito il bisogno.

«Si dovrà trasmettere un messaggio di sostenibilità concreta», sottolinea Sagone. «Sostenibilità occupazionale, di ambiente e di relazioni sociali». Aziende, professionisti, lavoratori dipendenti dovranno dimostrare di aver fatto tesoro di queste giornate campali.


Da "www.linkiesta.it/" Prepararsi al dopo. Come la pubblicità delle aziende risponde alla quarantena di Antonio Picasso

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 23 Marzo 2020 00:00

Il lato luminoso della noia


La noia, scrive Scientific American, è una faccenda tutt’altro che noiosa, e sta progressivamente catturando l’interesse degli scienziati. Il motivo è semplice: la noia può influenzare in modo significativo il nostro modo di comportarci: per esempio, può farci mangiare più del necessario. O può incoraggiare una guida spericolata, e in generale i comportamenti arrischiati. Inoltre, influisce negativamente per un impressionante 25 per cento sulle prestazioni degli studenti (è lo stesso influsso esercitato, in positivo, dall’intelligenza innata).

La noia è da molti percepita come un cocktail amarognolo di senso di vuoto, demotivazione e malinconia.

Ci annoiamo quando ci sembra che attorno a noi non ci sia niente di interessante da fare (o quando siamo costretti a svolgere un compito monotono). Quando ci annoiamo ci sentiamo anche inutili: non è una bella sensazione. E poi: la noia altera il nostro senso del tempo (gli attimi sembrano ore). Anche questo è destabilizzante.

Misurare la noia
Insomma: la noia sembra essere proprio una condizione da evitare, potendo. Infatti tendiamo a riempire i nostri tempi vuoti, e potenzialmente noiosi, di passatempi e intrattenimenti: qualcosa da fare quando non abbiamo niente da fare.

Per studiare bene una cosa bisogna riuscire a misurarla. Già alla fine degli anni ottanta, i ricercatori mettono finalmente a punto una scala per misurare la noia (Bps– Boredom proneness scale). La prima evidenza emersa dalla sua applicazione è questa: esistono sia situazioni noiose, sia persone che si annoiano più facilmente e frequentemente di altre.

Si tratta di due distinti, e per certi versi opposti gruppi di persone. Da una parte, la noia affligge gli individui più impulsivi, iperattivi e meno dotati di autocontrollo. Dall’altra, tendono ad annoiarsi molto anche le persone più propense a mettersi sempre al riparo da tutto, e a non uscire mai dalla propria comfort zone.

La paura riguarda il futuro, il rimpianto riguarda il passato, la noia riguarda sempre il presente

Un’ampia sintesi delle ricerche esistenti sul tema, uscita su Perspectives on Psychological Science, ci dice che comunque la noia è una condizione che, con maggiore o minor frequenza, affligge il 90 per cento degli individui.

E ancora: la noia può rendere le persone inerti o irritabili. Accresce il loro senso di costrizione. Aumenta nelle situazioni che non si possono modificare e in cui ci si sente intrappolati.

Un punto interessante riguarda la relazione tra noia e tempo: mentre alcune emozioni spiacevoli (per esempio, la paura) possono riguardare il futuro, e altre (per esempio, il rimpianto) possono riguardare il passato, la noia riguarda sempre il presente.

Orientare l’attenzione
Ma anche l’attenzione riguarda il “qui e ora”. Si sta attenti “adesso”, così come ci si annoia “adesso”. Infatti la noia è strettamente connessa con la capacità di gestire e orientare l’attenzione, e diminuisce quanto più si trova qualcosa a cui vale la pena di stare attenti.

La maggior parte dei ricercatori (è ancora Scientific American ad affermarlo) concorda sul fatto che le persone siano disposte a darsi molto da fare per alleviare la noia: “La spinta a non annoiarsi può diventare così forte da far sì che le persone scelgano coscientemente di vivere un’esperienza spiacevole come alternativa”.

Per esempio: per ridurre la noia degli studenti di fisica, la Advanced Distributed Learning Initiative, un’azienda che sviluppa strumenti educativi per il dipartimento della difesa degli Stati Uniti, si è addirittura inventata un programma informatico che insulta chi sbaglia risposta alle domande, e loda maliziosamente chi dà risposte corrette.

Sembra che tutto ciò abbia convinto gli studenti a dedicare più tempo all’apprendimento per il semplice fatto che “gli insulti introducono un elemento di novità e contrastano la noia”.

Eppure.

Eppure se la noia continua ad affliggerci, deve pur avere qualche tipo di utilità evolutiva, no? Dopotutto, la paura ci aiuta a evitare rischi futuri, la tristezza e il rimpianto ci aiutano a evitare di ripetere gli errori del passato.

Che ci possiamo dunque fare, con la noia?

Eccoci al punto: la noia (è quanto afferma Heather Lench, psicologa alla Texas University) ci spinge a tirar fuori la nostra curiosità. E la curiosità è uno dei nostri beni più preziosi perché ci guida a cercare nuove opportunità. Al livello collettivo, è un grande motore di conoscenza. Al livello individuale, è un fattore di benessere e di salute mentale, anche in tarda età.

Ma non solo. Il fatto che ci stiamo annoiando, e che annoiarci non ci piace, può spingere la nostra mente a essere, per reazione alla monotonia, più creativa.

Tutto questo però succede a patto che non cerchiamo di contrastare la noia ricorrendo a gratificazioni istantanee (controllare per l’ennesima volta lo schermo del cellulare, aprire per l’ennesima volta il frigorifero).

Come se fosse la prima volta
Per chiarire il concetto, vi riporto qui un curioso esperimento che stabilisce una relazione diretta tra creatività e noia.

In una situazione di laboratorio, un gruppo di persone è coinvolto in un compito sommamente noioso (selezionare a uno a uno per colore i fagioli contenuti in una coppa).

Questo stesso gruppo è in seguito coinvolto in un compito che riguarda la produzione di idee creative. E ottiene risultati assai migliori di quelli ottenuti da un gruppo di controllo, costituito da persone che in precedenza sono state impegnate in un’attività divertente.


In sostanza, è come se il cervello annoiato cercasse una rivalsa. Se appena gli offriamo l’opportunità di cimentarsi, si dimostra più attivo. Più energico, e più vispo. Più capace di risolvere problemi.
Se accettiamo la sfida della noia potremmo perfino scoprire che nell’annoiarsi c’è un lato luminoso. E potremmo cominciare a usare consapevolmente la noia come carburante per alimentare la nostra curiosità e la nostra attitudine a inventare.

Lavoriamo sulla nostra capacità di prestare attenzione. A che cosa? A un dettaglio. A una storia che leggiamo, che ascoltiamo o che ci viene in mente. A un ricordo. A qualcosa che merita di essere aggiustato. A qualcuno, che potremmo provare a guardare come se fosse la prima volta.

Anche dentro una stanza possiamo scoprire, o immaginare, un mondo intero.

Andrà tutto bene.


Da "https://www.internazionale.it/" Il lato luminoso della noia di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 16 Dicembre 2019 00:00

Vita lunga, vita immortale?


Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà.

Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore scrive sul rapporto della società contemporanea con la morte e il morire, tema molto significativo perché, sostiene, il modo in cui ci rapportiamo alla morte esprime quello che pensiamo di noi stessi, del nostro destino e del nostro ruolo nel mondo. Il pensiero di Manicardi si avvia dalla constatazione che la morte non è più percepita come un limite invalicabile fissato dalla natura stessa al nostro potere, egli perciò fa suo, mutuandolo dalla sociologa canadese Céline Lafontaine, il concetto di società postmortale per definire la nostra epoca "caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita". Per Manicardi si tratta di una società radicata nel biocontrollo la cui "preoccupazione centrale [è] la perfettibilità dell'individuo come essere biologico". In realtà non ha vinto la morte, ma semplicemente la rifiuta, la nega o la maschera.

Parafrasando la massima latina "si vis pacem para bellum", Sigmund Freud raccomandava: "si vis vitam, para mortem", ossia, se vuoi vivere davvero e pienamente preparati alla morte, prendila in considerazione come prospettiva finale capace di dare una direzione e un senso o un altro a tutto il tempo che la precede. Sin dalla notte dei tempi il mistero della morte e della sorte dell'uomo dopo di essa ha dato inizio e forma alla civiltà. È prevedibile perciò, sottolinea Manicardi, che l'attuale rifiuto dell'ineluttabilità della morte e l'obiettivo di procrastinarla all'infinito cambierà radicalmente – come sta già accadendo – la concezione antropologica.

Vita e morte sono come i due lati di una stessa medaglia, non c'è l'una senza l'altra. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché dobbiamo morire e cosa sia la morte. Si può rispondere, in modo solo apparentemente banale, che la morte sia una necessaria conseguenza della natura biologica e che la vita abbia bisogno della morte per continuare a rinnovarsi facendo spazio a nuovi viventi. Ma la domanda fondamentale, che nessuno probabilmente riesce a eludere, è quella che il giovane principe Naciketa rivolge al dio della morte Yama (Upanisad Vediche, Katha-Upanisad, Dialogo di Naciketa con la morte,): "C'è ancora l'uomo dopo la morte o non c'è più?" Per formulare una possibile risposta occorre riprendere il filosofo latino Seneca, il quale della morte diceva che essa è aut finis aut transitus, o fine della vita o passaggio verso un altrove, verso una condizione o uno stato immaginato in vario modo nelle differenti tradizioni culturali.


Questa seconda possibilità, la morte intesa come attraversamento di una soglia misteriosa che non porta all'annichilimento del vivente, è stata, e probabilmente è ancora oggi, la più diffusa in tutto il corso della storia umana. Ed esprime chiaramente quanto sia inaccettabile l'idea della fine assoluta per quanto si ritenga la morte un evento del tutto naturale. È un atteggiamento piuttosto contraddittorio, che merita attenzione perché il desiderio d'immortalità che abita il cuore dell'uomo non può essere liquidato come espressione di puro egoismo o di paura. Non soltanto, almeno. Dunque, perché abbiamo così tanta paura di morire e non riusciamo proprio a farcene una ragione? Non basta dire che è perché siamo materia aggregata e, siccome la morte è disgregazione della materia, ogni nostra singola cellula per istinto biologico vi si ribella. Se è vero che morte e vita appartengono in ugual modo alla stessa realtà, il contrario della vita non è la morte ma il nulla. Chi ha conosciuto la vita non riesce ad ammettere né a comprendere che il suo approdo sia il nulla, la sola idea provoca angoscia e terrore. Il desiderio d'immortalità esprime il rifiuto di ciò che nega ogni senso all'avere amato, gioito, sofferto; il destino del corpo ci turba, ma a sgomentarci è lo spreco, che il nulla ci prospetta, delle esperienze e della conoscenza accumulate, della saggezza raggiunta, delle relazioni intrecciate. Se il futuro a cui siamo destinati è il nulla, allora è come se non esistesse il futuro.

Oggi, sostiene Manicardi nel suo saggio, l'antica speranza di un'immortalità raggiungibile attraverso le religioni o le gesta eroiche o i figli ha preso forme diverse. La ricerca della salute ha sostituito la fama come obiettivo della collettività; sopravvivere nei propri figli non ha più presa "in un mondo che assolutizza il presente e l'individuo"; la tecnica ha preso il posto della religione e oggi ci si aspetta da lei, con fede e convinzione, una soluzione alla morte, ormai declassata da mistero a problema. Sugli effetti sociali, economici e politici del prolungamento della vita umana attraverso la tecnica ha scritto pagine molto interessanti lo storico israeliano Yuval N. Harari, e ne abbiamo già trattato su queste pagine. Rifiutare la vecchiaia ed emarginare chi ha un corpo imperfetto sono, per Luciano Manicardi, a un tempo i primi sintomi e i primi effetti del fatto che stiamo perseguendo "l'amortalità del corpo" anziché l'immortalità della persona che prospettano le fedi religiose. Il postmoderno "ha operato la decostruzione dell'immortalità", ha trasformato la morte, la vecchiaia e la malattia in problemi da risolvere o in sorgenti di rabbia e frustrazione; abbiamo dimenticato, ci ricorda il priore di Bose che morte, vecchiaia e malattia sono anche eventi spirituali e, quindi, toccano il senso della vita. Ci aiuterebbe di più, continua, "riscoprire il corpo nella sua dimensione spirituale" che non puntare ogni speranza sul raggiungimento dell'a-mortalità del corpo; purtroppo, invece, "abbiamo barattato la speranza di una vita eterna con l'ambizione di una vita lunga!"

Eppure è la vita stessa ad allenarci alla morte attraverso le tantissime piccole morti che la attraversano. Nulla permane, tutto muta e si trasforma perché la vita stessa è cambiamento continuo, qualcuno addirittura considera la morte l'unica via di fuga dal cambiamento, l'unico ingresso nella permanenza. Prima di arrivare all'ultima e definitiva tappa, avremo affrontato distacchi, abbandoni, passaggi di crescita. E non sono forse tutte piccole morti? Per essere donna non ho forse dovuto distaccarmi da me bambina? E un bambino che nasce siamo certi non viva, paradossalmente, un'esperienza non troppo diversa da quella di chi muore? Per cominciare a vivere il neonato deve uscire dal mondo in cui si è formato ed è sempre vissuto; mentre noi aspettiamo con ansia il suo urlo che ci dice che i polmoni sono entrati in funzione, lui forse crede di morire ma per noi sta nascendo. Nessuno sa se la morte sia così, ma non è assurdo sperarlo: "quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao-Tze sec.Va.C.).

Per Ireneo di Lione, vescovo e teologo del II sec., "la gloria di Dio è l’uomo vivente". In tal caso la morte dell'uomo è una sconfitta per Dio, una smentita della sua grandezza? Un destino votato al nulla coinvolgerebbe nell'insensatezza l'uomo e con lui Dio stesso, come esprime con un grido angosciato il poeta Rilke (Il libro d'ore):

"Che farai, Dio, se muoio?

Sono la tua brocca (e se mi spacco?).

Sono la tua acqua (e se m’appesto?).

Io sono la tua veste, il tuo strumento

senza di me non hai alcun senso.

Il tuo grande mantello t’abbandona.

Il tuo sguardo che caldo accolgo

sulle guance come su un cuscino

verrà a cercarmi a lungo

per cadere al tramonto

in mezzo a pietre estranee.

Che farai Dio? Ah! Che angoscia!"

La speranza che la morte non sia la fine di tutto si fonda sull'esigenza etica, morale e filosofica che sia possibile la giustizia per le vittime di ogni tempo, e che ogni singola vita e la Storia stessa abbiano un senso. Ogni sistema religioso ha elaborato una sua risposta. Le tradizioni orientali, la visione grandiosa del samsara (processo del divenire) e del karma (effetto delle azioni): dopo la morte ci attende la rinascita in un’altra vita la cui qualità dipende dalle azioni compiute in quella precedente. Se avremo agito con giustizia e fatto il bene, la nuova vita sarà buona, altrimenti sconteremo soffrendo i dolori che abbiamo provocato e le ingiustizie che abbiamo commesso. Lo scopo di queste continue rinascite è di riparare le colpe commesse e di progredire verso una vita sempre più spirituale che porterà all’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, e al ricongiungimento con l’Atman, il principio della vita, e fondersi con lui.

Le religioni occidentali, ebraismo cristianesimo e islam, aggiungendo all’esigenza della giustizia la necessità logica della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua parola hanno concepito, con sfumature diverse, l’idea di risurrezione della persona alla fine dei tempi o dopo la morte. Impossibile infatti credere che un Dio amante della vita la destini al nulla! Ecco perché un altro poeta, John Donne (Sonetti Sacri), eleva un canto di vittoria:

"Morte, non essere superba, pur se t’hanno chiamata

possente e terribile, perché tu non lo sei,

perché quelli che tu credi travolgere

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me;

Passato un breve sonno, noi ci destiamo in eterno,

e morte non sarà più; Morte, tu morirai." (John Donne, Meditazioni Sacre)


Da "www.doppiozero.com" Vita lunga, vita immortale? di Michela Dall'Aglio

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Lunedì, 22 Luglio 2019 00:00

Meditare la vita

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:

“meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).

Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare, che prende immediatamente le distanze da un uso strumentale della meditazione che è piuttosto presentata come un vero e proprio stile di vita, una postura grazie alla quale, zittendo il brusio del pensiero e delle sue rendicontazioni, ripristinare una certa intimità con il mondo. Meditare, come scriveva infatti María Zambrano, “è riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che apre la realtà del mondo” (Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 87). Non si pensi che questo significhi accedere a una dimensione straordinaria: si tratta piuttosto di apprendere a prestare attenzione a quelli che Chandra chiama “i miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato.” Riuscendo a fare “spazio intorno a quei gesti tanto ordinari”, la meditazione “li fa brillare e permette che aprano un varco nell’oscurità in cui si solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora pian piano si ricevono le visite di quella consapevolezza” (p. 19) che si rivela una “forma di amore” (p. 40), una premura e un’attenzione realmente maieutiche perché capaci di facilitare la fioritura di ciò di cui si prendono amorevolmente cura, rivelandosi capaci, prosegue idealmente Zambrano, di chiamarle “non solo a rivelarsi, ma a divenire, a divenire presenti» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Ed. Il lavoro, Roma, 2009, p. 246), a farsi vive, direbbe, altrove, Chandra.

Che vuol dire che questa particolare forma di «intimità» con ciò che accade, in noi e fuori di noi, è «impersonale»? Significa che essa non pone più l’io al centro della propria narrazione ma il Sé, ossia, come spiegava Jung, qualcosa che “anche noi siamo”. L’esperienza che ne consegue non è affatto spersonalizzante, essa chiama anzi in causa l’intero psichismo dell’individuo, ma si dà in virtù di quella che la psicoanalista Marion Milner definiva “una resa creativa” dell’ego, (M. Milner, Una vita tutta per sé, Moretti &Vitali, 2013, pp. 207, 12 euro) grazie alla quale il soggetto smette di girare attorno al proprio ombellico, a parlare sempre di sé, per provare piuttosto a essere davvero presente a sé e a osservarsi. Scrive Chandra:
“Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di non essere niente” (p. 62).

Una forma di meditazione zen invita a prendere coscienza dei propri pensieri e stati d’animo, a riconoscerli con chiarezza, a etichettarli con una definizione chiara (ad esempio “ansia”) e poi a dirsi, mentalmente, “non io”. Non siamo di fronte ad un invito alla negazione, tutt’altro, bisogna avere piena coscienza degli stati d’animo che ci attraversano, ma occorre imparare a non identificarsi con essi, ad esercitare quello che il buddismo chiama, “non attaccamento”. Questa capacità che “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto”, spiega Simone Weil, si chiama “attenzione” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, 2008, pp. 197) che a sua volta – come Chandra la consapevolezza e Zambrano il sapere filosofico – considera una forma d’amore.

Allo stesso modo, il pensiero non è affatto svilito nelle sue funzioni, al contrario; proprio perché non ha coperto le emozioni, sostituendosi ad esse, può rielaborarle e contribuire a chiarirne il senso, il significato, la portata, dando vita a quello che lo psicoanalista Thomas H. Ogden chiama “pensiero trasformativo”. Siamo di fronte ad un pensiero che segna “il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’esperienza emotiva disturbante, non mentalizzata, a una mentalità in cui si prova a sognare/pensare la propria esperienza e, più avanti, il passaggio dalla conoscenza della realtà della propria esperienza, al divenire la verità della propria esperienza” (Thomas H. Ogden, Vite non vissute. Esperienza in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 2016, p. 27).

Si capisce qui come quella sospensione del pensiero come atteggiamento giudicante o anche solo intellettualizzante che Chandra scorge al centro della meditazione e che, ancora una volta sotto altre forme, sta anche al cuore dell’analisi (“prego astenersi da giudizi” a vantaggio delle “libere associazioni”), non abbia nulla a che vedere con la condanna del pensiero, ma costituisca piuttosto un metodo per valorizzarlo appieno, imparando innanzitutto a prendere posizione sulle sue prese di posizione, permettendoci di comprendere come, spesso, gli schemi abituali attraverso i quali organizza la nostra esperienza non siano gli unici possibili. Per questa ragione, lo psicoanalista Christopher Bollas si spinge ad affermare che “la psicoanalisi è una forma speciale di pratica meditativa che permette agli assiomi del sé di emergere” (C. Bollas, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina, Raffaello Cortina Editore, 2013, p. 106). Nonostante si tratti di due percorsi di consapevolezza evidentemente differenti, è possibile scorgere tra loro alcune suggestive analogie che vorrei qui indicare: entrambi invitano a liberarsi dalle idealizzazioni per imparare ad essere se stessi e a stare con quel che (si) è, cosicché ciò che Chandra dice dell’esperienza della meditazione, vale senz’altro anche per quella della psicoanalisi: “non mi chiede di essere esemplare, non mi chiede di essere eroica, non mi chiede di tendere a niente di ideale, non cancella, non acuisce, sta. Con me. [mi permette di] Imparare a stare” (p. 4).

Non solo, dunque, non si tratta di percorsi per uscire dalla condizione che ci preoccupa ma, semmai, per imparare, come direbbe Hegel, “a soggiornarci, a guardarla faccia in ogni suo farsi,” (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Bompiani, Torino, 2000, p. 87.) al tempo stesso non per accettarla e rassegnarsi ad essa ma, come spiega bene Chandra, per accoglierla (p.75) e solo dopo averla accolta, poterla rielaborare, sino a cambiarle di segno e di significato.

Certo è possibile che si abbia l’impressione che simili svolte, le stesse che sottolinea Ogden, avvengano all’improvviso, come a seguito di un insight particolarmente fecondo; tuttavia esse sono piuttosto il frutto di una pratica costante che nel tempo ci ha esercitato a stare, ad ascoltare, a comprendere e poi, grazie a questi passi, a concepire e vivere diversamente, ciò che ci faceva problema; non solo a inquadrarlo da un altro punto di vista, ma anche a porci diversamente rispetto ad esso. Ma non si tratta di scoprire una verità profonda sull’esistenza, che si svela dietro le apparenze che la nascondevano, quanto, piuttosto, di sviluppare la possibilità di sperimentare, concepire e poi restare fedele, a una diversa maniera di vivere, di sentire, di concepire se stessi, il mondo e l’esistenza tutta. Una fedeltà che sarà stimolata da un senso di consonanza con ciò che nell’esercizio di queste pratiche sarà stato percepito come maggiormente autentico e significativo rispetto ai precedenti e abituali schemi di recettività e di elaborazione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

L’irriducibilità di questo processo a uno schema impersonale – nel senso, questa volta, di valido per tutti, indipendentemente dalle specificità di ciascuno –, sottolinea come tanto la meditazione, quanto la psicoanalisi nelle sue diverse forme, non siano tecniche ma arti (Chandra, p. 59): le prime indicano procedure valide in se stesse che, se correttamente applicate, conducono necessariamente a risultati prevedibili e già testati, le seconde sono invece attività che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non possono verificarsi che secondo i suoi personali talenti, ossia le peculiarità di ciascuno, assumendo una piega e uno sviluppo mai del tutto prevedibili a priori e sempre, in qualche modo, unici. Mentre le tecniche richiedono di compiere atti oggettivi, le arti chiamano in causa comportamenti soggettivi nei quali gli individui non sono semplici esecutori di procedure ma interpreti, proprio come lo si può affermare di un artista del quale si dice che ha dato prova di una straordinaria interpretazione, frutto non solo del suo sapere ma, non di meno, della sua personalità e del suo percorso di vita.

Per questo entrambe, da ultimo, restano depotenziate se confinate in una o due ore a settimana nelle loro reciproche stanze di riferimento e compiono davvero la loro missione solo se il soggetto assume su di sé la responsabilità di estenderne l’esperienza alla vita di tutti i giorni. Scrive Chandra:

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamo “il mio carattere”, se comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io”. (p. 60)

Che cosa c’è di male a sviluppare una vita un po’ più quieta e a incentrarla sull’io, vi chiederete? Niente in sé, ma non è per questo che nascono sia la meditazione che la psicoanalisi; entrambe, nel solco della filosofia antica, mirano piuttosto alla piena fioritura delle nostre potenzialità, che non significa diventare straordinari ma divenire, appieno, se stessi, compiendo quello che Jung chiamava il processo di individuazione. E non è forse delle possibilità di quel tanto vituperato io che comunque si parla in questo processo, non è lui che deve diventare se stesso? potreste chiedervi. No, spiega Jung, il soggetto di questo processo deve essere il Sé, centro della personalità non solo conscio e pienamente consapevole di non essere il padrone di casa, per citare Freud. In gioco, come intende sottolineare il titolo di questo articolo che mi accingo a concludere, non c’è l’io ma la vita. Meditare sulla vita permette di meditare anche sull’io, meditare sull’io rischia di non dischiudere mai le questioni della vita. Ma soprattutto chiunque meditasse a fondo sulla propria condizione esistenziale finirebbe per comprendere, per dirlo con le fulminanti parole del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, che “la mia vita non sono io” (M. Benasayag, Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 120), che, semmai, ne faccio parte.


Da "www.doppiozero.com" Meditare la vita di Moreno Montanari

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Lunedì, 10 Giugno 2019 00:00

C’è troppa gente troppo sola

Lo afferma un recente articolo di Scientific American: “La solitudine è in crescita e ci sta letteralmente uccidendo”. Da un quarto a metà degli statunitensi soffre di solitudine per la maggior parte del tempo, e il sentirsi soli (la cosa è già stata ampiamente dimostrata) ha ripercussioni non solo sulla stabilità mentale, ma pure sulla vulnerabilità nei confronti di una serie di malanni anche gravi e sulla durata media della vita.

La sensazione di solitudine oggi – è sempre Scientific American a segnalarlo – affligge soprattutto chi ha più di 65 anni e meno di 25 anni: un fatto che suggerisce quanto ampi potrebbero essere i vantaggi di favorire maggiori scambi tra le generazioni.

Un’altra buona strategia è incoraggiare il volontariato. Una ricerca dell’università di Oxford ci offre un dato non così sorprendente come potrebbe apparire: anziane vedove (categoria a massimo rischio di solitudine) che fanno volontariato per due ore o più ogni settimana si rimettono in pari, in termini di soddisfacenti rapporti sociali, con chi continua a vivere con un coniuge. Insomma: essere altruisti fa stare meglio, allunga anche la vita e le dà, o le restituisce, un senso.

Il ministero della solitudine
Il problema della solitudine sembra grave anche nel Regno Unito della Brexit. Una ricerca governativa ha addirittura scovato duecentomila anziani che nel mese precedente all’intervista non avevano avuto una singola conversazione con un parente o un amico.

Il dato complessivo nazionale è apparso così preoccupante da dare luogo, nel 2017, al lancio di una campagna per porre rimedio alla solitudine, sostenuta da finanziamenti pubblici e privati, e poi da convincere il governo a creare per primo al mondo, nel gennaio 2018, un ministero per la solitudine.

Anche in Australia ora si sta valutando l’opportunità di adottare una soluzione simile, mentre Francia, Canada e Stati Uniti stanno disponendo misure governative per affrontare il problema che, anche per via del progressivo invecchiamento della popolazione, di certo non potrà risolversi da solo.

L’Italia come gli altri
Però noi italiani siamo per carattere più estroversi. Abbiamo un solido tessuto di relazioni familiari e sociali. Abbiamo inventato le piazze proprio per poterci incontrare. Abbiamo paesaggi che allargano il cuore solo a vederli, una cucina così varia e gustosa che accresce il piacere di stare insieme a tavola, e migliaia di cittadine e borghi dove tutti si conoscono e si salutano. Dunque le cose qui in Italia dovrebbero andare meglio che negli altri paesi, no?

Eppure no, le cose da noi non vanno meglio per niente. Una ricerca realizzata nel 2015 da Eurostat, l’Istituto europeo di statistica, ci dice che un italiano su otto si sente solo, perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, o perché non ha nessuno con cui sente di poter parlare dei suoi problemi. Tutto ciò ci colloca in cima alla classifica continentale della solitudine.

La solitudine causa una diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale sensazione di freddo

Incrociando questi con altri dati, si scoprono due ulteriori fatti significativi. Questo è il primo: da noi è la povertà a rendere soli (notate che a scriverlo non è una pericolosa testata estremista, ma il Sole 24Ore, in un articolo assai documentato). Questo è il secondo: chi ha una migliore istruzione soffre meno di solitudine.
Rispetto al 2015, le cose non stanno certo migliorando. Secondo il rapporto Istat 2018 (pagina 12), “il 17 per cento degli individui si sente privo o quasi di sostegno, mentre oltre la metà degli individui si colloca in una posizione intermedia (55,1 per cento)”.

Il rapporto prosegue affermando che nel “confronto con l’Unione europea, l’Italia mostra una maggiore fragilità: per tutte le classi di età è più elevata la quota di chi dichiara la percezione di un sostegno debole (15,5 per cento la media Ue). La maggiore debolezza del sostegno percepito si osserva nelle aree più densamente popolate a eccezione delle isole, dove le differenze per grado di urbanizzazione si attenuano”.

Un curioso e poco noto effetto del sentirsi soli è questo: la diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale (non metaforica) sensazione di freddo.

Aumentano rabbia e paure
Un altro effetto poco noto (e un ulteriore buon motivo per occuparsi sul serio del tema) è che sentirsi soli incoraggia a credere alle teorie cospirazioniste. Il motivo è tutt’altro che banale: se ci si sente esclusi e la vita perde di senso, si va a cercare senso altrove, e anche nelle credenze più strane.

Inoltre: il sentirsi soli è connesso con la rabbia e il risentimento, con una sensazione di impotenza, con la paura, con le dipendenze.

Da tutti questi dati emerge un’immagine complessa ma netta. La solitudine, con tutto il suo contorno di rabbia, paura, malattie e perdita di senso, sembra essere una delle componenti di un circolo vizioso che comprende anche povertà, marginalità e minore istruzione.

È ovvio: ciascuno individualmente può fare qualcosa per sentirsi meno solo, specie se la sua situazione è transitoria e deriva da una specifica contingenza. Tuttavia la solitudine, sentimento sociale per eccellenza, e risultato di specifiche condizioni sociali, va affrontata nel suo complesso e attraverso un sistema integrato di politiche dedicate.

Dunque il problema, che riguarda la salute fisica e mentale collettiva, non si risolve senza investire sull’istruzione e portare la cultura nelle periferie, ridurre l’emarginazione, ricostruire il tessuto sociale lacerato e combattere, sul serio, la povertà. Senza contare che, in un paese più fragile, diventa più fragile anche la democrazia.

Da "www.internazionale.it" C’è troppa gente troppo sola di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

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Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Migranti senza volto

I Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina editore, 2018).

Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale – per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 – è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.

Questa lunga premessa serve a dire che l’estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:

I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi (A.C. Diener, J. Hagen: Borders. Oxford University Press, 2012)

Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla pietas per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell’équipe della Cattaneo emerge molto più della pietas. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).

È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:

Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia – ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana.

Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,

Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi – in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo – non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo…

Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:

Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee (Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. Ansa, 20.06.2018)

Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.

In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la pietas al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.

Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (…) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema pietas del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.

Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.


Da "http://www.settimananews.it" Migranti senza volto di Paolo Vineis

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Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

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Ford dà lezioni di guida alle donne dell’Arabia Saudita. Lo scorso settembre un decreto regio ha annullato il divieto che ha impedito finora alle cittadine saudite di guidare l’automobile: da giugno 2018 le donne potranno ottenere la patente “esattamente come gli uomini”, senza chiedere il permesso al marito o al padre. In vista della storica data, Ford ha adattato il suo programma sulla formazione delle competenze alla guida, Driving Skills for Life (Dsfl), creando un corso “For Her” per la Effat University, università privata femminile di Jeddah. L’annuncio è stato dato da Shams Hakim, studentessa di Business Hr dell’ateneo, che, in un video su YouTube, invita le altre studentesse a iscriversi e mettersi al volante.

SICUREZZA E AUTOSTIMA

Il primo Driving Skills For Llife For Her si svolge tra il 5 e l’8 marzo e accoglie oltre 250 studentesse della Effat University. “La libertà di muoversi spinge il progresso dell’umanità e siamo onorati di poter sostenere le donne saudite in questo momento storico e dar loro il benvenuto al posto di guida”, ha detto Jim Vella, presidente del Ford Motor Company Fund. “Il nostro programma Dsfl For Her dà accesso a un percorso di formazione che aiuterà le donne a sentirsi sicure delle propria abilità quando saranno al volante”.

DSFL ha un focus specifico sulla sicurezza e, nella personalizzazione “For Her”, contiene lezioni non solo sul funzionamento del motore o sul codice stradale, ma anche test di guida su strade private per acquisire “confidenza con la macchina”. “Crediamo in questa rivoluzione, ma crediamo anche nella necessità di guidare in modo sicuro”, ha sottolineato la dottoressa Haifa Jamalallail, presidente della Effat University, come riporta il sito Al Bawaba.

PRIMA CONCESSIONARIA AL FEMMINILE

Ford ha creato il programma Dsfl 15 anni fa insieme all’associazione per la sicurezza stradale Ghsa e ha investito oltre 40 milioni di dollari nelle iniziative globali per la formazione delle competenze alla guida. In Medio Oriente il programma è arrivato nel 2013 e la versione esclusiva “For Her” sarà riproposta in nuovi appuntamenti. Dopo l’annuncio del decreto regio che consente alle donne di guidare, Ford e diverse altre case automobilistiche – Volkswagen, General Motors, Nissan – hanno celebrato lo storico traguardo con messaggi su Twitter indirizzati alle cittadine dell’Arabia Saudita: non si tratta solo di un passo verso l’uguaglianza di genere ma dell’apertura del mercato a una nuova potenziale fascia di clienti danarose. A gennaio, nella stessa città di Jeddah in cui ha sede la Effat University, ha aperto i battenti la prima concessionaria auto per sole donne.

PERMESSO DI GUIDARE

Da giugno le donne saudite potranno guidare anche moto e camion, secondo un nuovo decreto regio arrivato a gennaio che rafforza la legge sulla guida annunciata a settembre. Tuttavia le conducenti coinvolte in incidenti stradali o che violino le leggi sul traffico saranno processate presso centri dedicati, gestiti esclusivamente da donne. Il Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum ha classificato l’Arabia Saudita come il settimo peggior paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere; le leggi continuano a imporre il “tutoraggio maschile”, secondo cui le donne devono avere il permesso di un membro maschio della famiglia per svolgere numerose attività, come viaggiare e studiare all’estero ma anche scegliere le strutture sanitarie, affittare una casa, sposarsi.

Il decreto sulla patente è un significativo cambio di marcia: il prossimo passo per chiudere quel divario sottolineato dal Wef potrebbero essere corsi di formazione che non debbano chiamarsi “For Her”.


Da "formiche.net" “For her”, lezioni di guida per le donne saudite di Gloria Smith

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