Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 02 Luglio 2021 00:00

Quelle che rompono il soffitto di cristallo

Le samaritane: donne che alzano la posta, ieri come oggi

Le samaritane: femminile plurale. Secondo il vangelo di Giovanni, Gesù parla con una Samaritana e, secondo il vangelo di Luca, Gesù indica un qualsiasi Samaritano come figura esemplare di obbedienza alla Legge mosaica. Imponendo, nell’uno e nell’altro caso, di uscire dal sistema.

Da tempo, infatti, i Samaritani avevano costruito un loro tempio sul monte Garizim perché i Giudei li consideravano scismatici a causa della loro contaminazione etnica e religiosa e impedivano loro di partecipare al culto ufficiale di Gerusalemme. È Gesù, quindi, il primo che è uscito dal sistema.

La donna di Samaria

Mi sono sempre domandata come mai a uno dei più famosi templi parigini dell’era consumistica sia stato dato il nome “La Samaritaine”. La motivazione è tutt’altro che insignificante: sulla facciata della prima pompa idraulica fatta porre dal re Enrico IV (1553-1610) sul più antico ponte di Parigi, Pont Neuf, c’era un gruppo scultoreo che rappresentava l’incontro di Gesù con la Samaritana e, proprio su quello stesso ponte, aveva una botteguccia Ernest Cognacq, che con la moglie Marie-Louise Jaÿ fonderà, intorno al 1870, i celebri magazzini della Ville lumière. Quando ancora la memoria biblica faceva da ordito alla vita dell’Europa, insomma, era naturale associare all’acqua il ricordo della donna di Samaria evangelica.
Sconosciuta ai tre vangeli sinottici, la Samaritana [Gv 4,4-42] è invece per Giovanni una vera e propria protagonista del suo vangelo. Il suo incontro con Gesù avviene nella città di Sicàr, importante dal punto di vista religioso perché collegata, per la presenza di un pozzo d’acqua venerato ancora oggi, alla memoria del patriarca Giacobbe e di suo figlio Giuseppe. Non deve stupire, allora, che il pozzo, l’acqua e un’anfora siano per l’evangelista chiari indizi narrativi del significato che ha per lui l’intero racconto, centrato sul primo lungo discorso con il quale Gesù da inizio alla sua rivelazione pubblica.
C’era stato, è vero, l’incontro immediatamente precedente con Nicodemo [Gv 3,1-21] ma, se si considera l’insieme narrativo, sembra quasi che il dialogo con l’importante rabbino di Gerusalemme, uomo del sistema, sia utile soprattutto a preparare quello con qualcuno che è, invece, doppiamente fuori dal sistema perché donna e perché Samaritana. Nicodemo va da Gesù intenzionalmente, ma l’incontro avviene di notte, quasi che non voglia compromettersi, il loro dialogo avanza a fatica. Anche Nicodemo fa domande, cerca di sapere chi è quell’uomo, ma le risposte di Gesù si trasformano presto in un lungo monologo perché Nicodemo, silenziosamente, esce di scena.
L’incontro tra la donna di Samaria e Gesù è invece occasionale, e ha luogo alla piena luce del giorno e si sviluppa fino a culminare in una confessione della condizione messianica di Gesù da parte della donna che intraprende perfino una fortunata azione missionaria nei confronti dei suoi concittadini.

La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»

Al centro del dialogo non può esserci che l’acqua, e la strategia retorica dei fraintendimenti, cara all’evangelista, consente di mettere a fuoco che il vero fulcro del dialogo sta nel riconoscimento che l’acqua, simbolo della sapienza che dà la vita, è nello stesso tempo anche figura dell’insegnamento di Gesù e del dono dello Spirito. La brocca lasciata accanto al pozzo è segno che la donna di Samaria lo ha capito: come le ha detto Gesù, se accoglie il suo insegnamento non avrà più «sete in eterno». Il protagonismo della Samaritana è, per l’evangelista, tutt’altro che secondario: è lei l’interlocutrice insieme alla quale Gesù elabora il primo dei suoi discorsi di rivelazione, è l’incedere delle sue domande che, in un movimento a spirale, obbliga Gesù a uscire sempre più allo scoperto e a dichiararsi apertamente come il Messia. Perché incalzato dalla Samaritana Gesù pronuncia un discorso fortemente radicato nella tradizione anticotestamentaria, ma anche visionario, proteso verso la novità del dono messianico dello Spirito.

Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati incittà a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? […] Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Dal canto suo, anche la donna acquista sempre maggiore consapevolezza grazie alle sue stesse domande e capisce che, per accogliere la novità messianica, anche lei deve mettere in discussione il suo sistema religioso. Purtroppo, oggi come ieri, molti interpreti preferiscono ritenere che l’improvvisa richiesta fattale da Gesù di andare a chiamare suo marito si riferisca al suo disordine sessuale, dato che è costretta ad ammettere di non avere marito e sembra accettare il suo biasimo per averne avuti ben più di uno. Se, piuttosto che all’instabilità della vita matrimoniale della donna, il riferimento ai suoi “cinque mariti” viene inteso per quello che vuole essere, cioè una denuncia da parte di Gesù delle molteplici divinità a cui i Samaritani rendevano culto insieme a quello di Yhwh, allora è in perfetta linea con il resto del discorso e prepara alla dirompente rivelazione del nuovo culto, che ha luogo ormai «in spirito e verità», e a cui tutti, tanto i giudei che i samaritani, dovranno convertirsi.

Per un evangelista come Giovanni, che attinge a una tradizione spirituale che scorre a fianco del sistema della “grande chiesa”, il protagonismo della donna di Samaria serve ad alludere al fatto che la rivelazione di Dio si scontra, da una parte, con il misterioso rifiuto di coloro che avrebbero potuto recepirla e, dall’altra, con l’inattesa accoglienza da parte di coloro ritenuti ad essa più estranei. Non può certo stupire, allora che siano proprio le donne, all’epoca già sospinte progressivamente fuori dai margini delle prime comunità cristiane, a giocare invece un ruolo quanto mai importante nello sviluppo della trama teologica di un vangelo che vuole essere, se non proprio trasgressivo, almeno alternativo: Maria di Nazareth vigila sull’inizio e sul compimento della missione messianica di suo figlio; Marta di Betania pronuncia la più alta confessione cristologica di tutto il vangelo; sua sorella Maria, oltre ad assistere alla risurrezione del loro fratello Lazzaro, unge profeticamente i piedi e il capo di Gesù nella cena che precede il cammino della passione; Maria di Magdala è la destinataria della prima apparizione del Risorto e riceve da lui la prima consegna apostolica. Con loro, anche la donna di Samaria, l’eretica.
La buona samaritana

Doveva essere la fine degli anni ’60: messa domenicale di mezzogiorno nella chiesa del Gesù di Roma. Predica un padre gesuita che conoscevo molto bene e che azzarda un’attualizzazione della parabola del “buon samaritano”: due macchine, la prima targata SCV , Stato città del Vaticano, e la seconda DC , Democrazia Cristiana, passano senza accorgersi di un ferito sulla strada mentre da una terza, targata URSS , Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scende qualcuno che si prende cura del malcapitato. Accostamenti un po’ ingenui, forse, che in noi più giovani non hanno ingenerato nessuno scandalo, ma che al gesuita sono invece costati un mese di interdetto dalla predicazione. Una sanzione che non deve stupire: a Gesù, in fondo, è toccata una sorte ben peggiore. D’altro canto, affermare che un eretico eredita la vita eterna perché rispetta la Legge più di due esponenti della religione ufficiale non deve aver fatto certamente piacere a molti.
La parabola, una delle più note del vangelo, viene pronunciata da Gesù per rispondere a una sfida mossagli da un dottore della Legge che mette in discussione il suo diritto di insegnare visto che non è ufficialmente accreditato a farlo e, come sempre, ribalta la prospettiva dell’interlocutore: a un poveretto che i briganti hanno lasciato ferito sul ciglio della strada prestano soccorso non due figure istituzionali, un sacerdote e un levita, bensì un eretico, un samaritano che si prende cura di lui fino a pagargli il ricovero in un albergo.
In scena tutti maschi: lo sventurato che incappa nei briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, un albergatore.

D’altro canto, si può bene supporre che, al tempo di Gesù, nessuna donna avrebbe potuto avventurarsi da sola sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Se dovessimo rappresentarla oggi, però, potremmo certamente immaginare un casting tutto, o almeno in parte, femminile. Oltre tutto, poiché la parabola comincia con un generico “un uomo” e poiché dobbiamo sempre ritenere che con questo termine non si voglia intendere obbligatoriamente un maschio, allora è del tutto lecito immaginare che chi viene aggredito dai briganti e chi se ne prende cura possano anche essere donne.
Se oggi noi rileggessimo così una delle più famose parabole del vangelo nessuno potrebbe stupirsi. Non tanto per via del politically correct, ma perché un dato di fatto, forse per nulla casuale, è ormai sotto gli occhi di tutti: l’ambito della carità è stato il primo “soffitto di cristallo” che, nella Chiesa, le donne sono riuscite a infrangere, e un gran numero di loro occupa posti di rilievo negli organigrammi delle organizzazioni umanitarie di tutte le chiese e di tutti gli stati. Ho partecipato anni fa a una riunione internazionale di donne in cui hanno preso la parola responsabili di grandi istituzioni di diversi paesi che lavorano, e spesso anche vivono, a stretto contatto con situazioni emergenziali di povertà, malattia, guerra, soccorso in mare, deportazione. Sono tante le donne che, nelle Caritas, nelle Misereor, nella Croce Rossa internazionale, in Medici senza Frontiere, ma anche nei mille rivoli di una dedizione che non ha bisogno di telecamere, si fanno prossimo di infiniti sventurati di tutto il mondo. Sono tante che si spendono nelle missioni o ai bordi delle strade delle nostre città. In questi mesi non ne abbiamo forse viste tante fronteggiare nei nostri ospedali l’emergenza pandemica facendosi silenziosamente prossimo anche di chi era costretto a morire in solitudine?
Non è certo una novità. Lungo i secoli cristiani le buone samaritane sono state innumerevoli, alcune riconosciute e portate a esempio o perfino beatificate e santificate, altre, e sono la maggioranza, anonime, come il samaritano della parabola. E sulle nostre strade molte sono le “eretiche”, donne che consideriamo estranee al nostro sistema sociale e, spesso, anche a quello religioso, ma che non si sottraggono alla cura e alla dedizione verso i tanti “malcapitati” della società del benessere. Anche le samaritane, capaci di farsi prossimo di chiunque sia in difficoltà, non sono meno provocatorie del samaritano del vangelo. A conclusione della parabola, infatti, Gesù pronuncia non un insegnamento, ma un monito:
«Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così» (Lc 10, 36s).

Ci potremmo domandare in quanti saremmo disponibili a prendere esempio da qualcuna che viene da un paese lontano, che ha un colore della pelle diverso, che non ha tutti i permessi necessari per essere dentro il sistema, che appartiene a un’altra chiesa o onora un altro Dio, solo perché fa del bene.

Eppure, ieri come oggi le samaritane evangeliche sono lo specchio dei ministeri che molte donne esercitano nella Chiesa nell’ambito della carità, ma anche dell’insegnamento teologico e della catechesi. Fuori dal sistema? Forse, è venuto il tempo - ed è questo – in cui comincia a non essere più vero.

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Quelle che rompono il soffitto di cristallo di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne

Alessandro Carrera

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Ne cambierà solo i termini, perché delle piattaforme digitali non si farà più a meno. Anche stando in classe, sarà sempre più comune collegarsi con qualche studioso che si voleva invitare ma, o non ci sono i soldi per pagargli tutte le spese, oppure è lo studioso stesso che preferisce dare la sua lezione direttamente da casa. Si faceva anche prima, ma c’erano resistenze da entrambe le parti. Pareva che senza la presenza fisica non ci fosse davvero “l’evento”. Ora, quando ci sarà la presenza fisica, sarà davvero un evento.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Be’, io non mi mettevo in giacca e cravatta, però avevo cura di scegliere almeno un maglioncino presentabile. Si impara. Rivedendo alcuni dei miei primi interventi durante la pandemia, alcuni dei quali finiti su youtube, ho potuto constatare che la luce era orribile, in una particolare collocazione dietro di me la stanza non era per niente in ordine, e che insomma dovevo fare di meglio. Ho cercato subito di dare al tutto un aspetto più professionale, e non volevo usare gli sfondi fasulli che contornano la figura umana come un ologramma venuto dallo spazio. Devo dire però che per una buona qualità di trasmissione la piccola telecamera montata sul computer non sempre basta, e il microfono degli auricolari nemmeno; ci vuole il kit usato da coloro che hanno un canale su youtube.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

So che alcuni miei colleghi non riescono nemmeno a incominciare la lezione se non vedono in faccia tutti gli studenti. Io mi sono sforzato di pensare che stavo conducendo una trasmissione radio interattiva, in cui gli ascoltatori possono farsi sentire/vedere oppure no, possono rivolgermi domande per iscritto, per voce, oppure no. Nell’università americana poi c’è un’enorme attenzione per la privacy degli studenti. Se non vogliono mostrare l’interno delle loro case (ben pochi usano gli sfondi pre-programmati, mi sa che non piacciono proprio a nessuno), io non li posso costringere e non voglio neanche insistere. Certo, in alcuni casi avrei preferito capire con chi avevo a che fare, perché, sempre nelle università americane, bisogna sempre stare attenti a non dire niente di insensitive, e per essere sicuro che non stai offendendo qualcuno sarebbe meglio poterlo guardare in faccia e sapere di che razza è, di che sesso è, di che gender è, ecc. ecc. Però la mia impressione dopo due semestri e mezzo di insegnamento online (dal marzo 2020 al maggio 2021) è che la partecipazione è stata più o meno la stessa che avrei avuto in classe, e nemmeno c’è stata una disparità tra le domande che mi rivolgevano gli studenti e quelle rivolte dalle studentesse. Anzi, le domande erano in numero maggiore di quelle che normalmente ricevo in classe. Gli studenti americani (ma non credo siano solo loro) sono molto competitivi tra loro e se non fanno domande è anche perché non vogliono “esporsi” ai loro compagni di classe. Ma da casa forse si sentivano più sicuri. Abbiamo avuto discussioni che non mi sarei aspettato.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Nelle università americane tutti gli studenti devono essere frequentanti, non è ammesso presentarsi solo agli esami. Se io so che uno è uno studente lavoratore posso chiudere un occhio su qualche assenza, ma non più di tanto, altrimenti lo farei oggetto di un favoritismo a danno di chi in classe ci viene sempre. Piuttosto, ho avuto studenti che non erano riusciti a venire fisicamente negli Stati Uniti per via delle restrizioni ai viaggi e hanno seguito l’intero semestre dalla Cina.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Alla fine del primo semestre “misto” (gennaio-maggio 2020) una studentessa ha scritto nelle sue valutazioni che io in classe ero molto più naturale, e non faccio fatica a crederci. Il cambiamento era stato brusco, più o meno da una settimana all’altra. Per quanto spesso l’insegnamento a distanza si riveli molto comodo (ma per quello che insegno io non ho bisogno né di laboratori né di un contatto continuo; per i miei colleghi che insegnano, ad esempio, i primi anni di lingue straniere non è stato facile per niente), non può sostituire completamente la presenza fisica. Esistono infiniti fattori prossemici che sono parte integrante dell’insegnamento, come ti muovi, chi guardi, il tono di voce che usi, e così via. Ma devo anche aggiungere che alcuni colleghi davanti allo schermo del computer si sono trovati più a loro agio di quanto credessero. Se in classe si dimostravano magari rigidi per nascondere l’insicurezza, a casa loro, esattamente come i loro studenti, si sentivano più a loro agio. Saranno stati certamente una minoranza, ma insomma ci sono anche loro. E adesso temono il momento in cui torneranno in classe…

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Il fatto che molte classi abbiano sempre lo stesso numero di iscritti è uno dei fattori che fa aumentare i costi dell’istruzione. Tutto col tempo aumenta: la manutenzione, l’equipaggiamento, anche gli stipendi (poco). Mentre, per dire, le aule dove insegno io sono sempre programmate per venticinque-trenta persone. Ce ne sono di più grandi, ma poche, e sono riservate ai corsi introduttivi generali. Poter insegnare in modalità hybrid o HyFlex (high flexibility), con una parte degli studenti in classe e l’altra online, certamente può contribuire ad abbattere i costi e risolvere in parte il problema delle aule, ma non è la migliore delle soluzioni, né per gli insegnanti né per gli studenti. Vuol dire che non ti puoi muovere dal computer che c’è in classe, che devi pensare molto di più a chi ti segue in remoto che a chi sta lì davanti a te. È come essere sempre al telefono, e si sa che se qualcuno ti telefona la persona in carne e ossa davanti a te passa in secondo piano. Meglio decidere: o tutto in presenza o tutto online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’anno scorso si diceva “Andrà tutto bene”, e abbiamo visto che non è andato tutto bene. Non vorrei dare l’impressione che con l’insegnamento a distanza sia andato tutto bene, perché non è così, ma è anche vero che io parlo da un punto di vista privilegiato. Io insegno tre argomenti generali: cultura italiana (letteratura, cinema e musica), storia delle idee della modernità, teoria del cinema. L’approccio non cambia, né in presenza né in remoto. Ma siccome la maggior parte dei miei studenti non ha mai studiato questi argomenti prima di venire da me, e tutto quello che gli dico io è nuovo, solo raramente posso davvero approfondire. Devo mantenermi su un livello di divulgazione e anche, per forza, di intrattenimento, perché non posso “stancarli” riempiendoli di informazioni che per loro non hanno significato, o l’avrebbero soltanto se fossero già in possesso di una conoscenza di base. Questo per dire che mi sentivo un commentatore radiofonico o il conduttore di un programma televisivo di divulgazione culturale anche prima della pandemia e del passaggio alla didattica a distanza. Mi sono chiesto spesso se quello che faccio da molti anni in qua sia davvero un insegnare. Forse no. Forse sono solo un disc jokey della cultura. Metto su questo, metto su quello, vedo quale mix è migliore di altri mix, lo ripropongo, lo cambio, faccio qualche esperimento, sento quali richieste mi arrivano dalla pista da ballo (la classe) o dagli ascoltatori/spettatori che mi mandano messaggi, ed è tutto molto interessante, stimolante, e anche divertente, ma non è insegnare, o almeno non è l’insegnamento come l’ho vissuto io, dal liceo all’università, in Italia negli anni settanta, pur in mezzo a tutto ciò che succedeva in quegli anni. Quella era un’altra cosa, e mi manca, come mi manca la possibilità di riprodurre la profondità, l’intensità di quel modello di insegnamento. Non che non avesse difetti, per carità, ma non era dee-jaying, certamente no. Solo quando ho dei dottorandi posso avvicinarmi a quello che davvero ho imparato dai miei insegnanti, ma nella mia università mi capita di rado. Detto questo, il mestiere di dj della cultura ha il suo fascino, anzi in certi casi può essere l’unico approccio che funziona. E ha questo vantaggio, che non cambia molto se si passa dalla presenza al remoto o viceversa. Se ti sai giostrare su quello che la rete e i servizi di streaming ti mettono a disposizione, te la cavi.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Quello che è sempre stata. La trasmissione di un entusiasmo, di una passione. Lo studente deve capire che tu sei lì a parlargli perché l’hai voluto e che non cambieresti il tuo mestiere con nessun altro al mondo. Potrà anche dimenticare il contenuto del corso il giorno dopo l’esame finale, ma non dimenticherà quella scossa elettrica che gli hai passato, saprà che insegnare e imparare valeva la pena, anche se magari sul momento non è stato in grado di approfittarne ed era perso in tutt’altri problemi. Sto pensando che nell’ultima canzone che finora ha pubblicato, Murder Most Foul, Bob Dylan passa dieci minuti su diciassette a chiedere al leggendario dj Wolfman Jack di “mettere su” questo o quel pezzo per commemorare l’uccisione del presidente Kennedy. Ma non gli chiede di “mettere su” solo brani di musica, bensì anche classici film hollywoodiani o Il mercante di Venezia. In altre parole, Dylan sta chiedendo a Wolfman Jack di “mettere su” l’intera cultura e di diffonderla in remoto, attraverso l’etere. Credo che nell’ultimo anno gli insegnanti siano stati tutti un po’ come Wolfman Jack, ostinati a lanciare messaggi nello spazio, sperando che qualcuno li raccogliesse.

Davide Sisto

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Personalmente, ho patito la “fatica digitale” soprattutto nei mesi primaverili del 2020, quindi nella parte iniziale della pandemia, la quale mi ha colto impreparato. Tra l’autunno 2020 e la primavera 2021 ho cercato di affrontare nel modo più razionale possibile il ricorso esclusivo alle piattaforme digitali, creandomi delle strategie puntuali per contrapporre all’isolamento digitale qualche piccola via di fuga offline (per esempio, lunghe passeggiate distensive nei ritagli di tempo). Certamente, gli aspetti più negativi sono stati il senso di alienazione provocato dallo stare da solo sempre nello stesso luogo (lo studio casalingo) e la precarietà della connessione. Ritengo necessario, tuttavia, una volta terminata l’emergenza sanitaria, studiare collettivamente le modalità più opportune per rendere una consuetudine positiva l’uso delle piattaforme digitali in determinate circostanze: riunioni di lavoro in cui non è necessaria la presenza fisica, colloqui tra persone che vivono in città o, addirittura, in nazioni distanti, i concorsi universitari per abbattere i costi delle trasferte, ecc. Tali modalità implicano un deciso irrobustimento della connessione wifi, una lotta attenta contro il digital divide (ogni cittadino di ogni ceto sociale dovrebbe essere messo nella condizione di accedere in egual modo ai contenuti offerti dalle piattaforme digitali), nonché uno studio attento delle dinamiche “teatrali” che caratterizzano la specifica interazione online tramite le piattaforme. Se è probabilmente disumanizzante la partecipazione a conferenze e convegni solo online, non lo è per niente porre un limite a riunioni in presenza che, il più delle volte, rappresentano solo enormi perdite di tempo.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dal mio punto di vista, è stato un problema di non poco conto, essendo obbligato a fare lezione in una stanza con tre finestre davanti alla scrivania. Non sono riuscito ancora a trovare un tipo di luce adatta, ritrovandomi ad avere un’immagine o troppo scura o troppo “spettrale”, con una parte di volto “sbiancata”. Ritengo necessario riuscire a comprendere, anche nella fase post pandemia, quale sia il miglior tipo di lampada o di postazione per offrire la miglior immagine possibile agli studenti. Credo, infatti, che non torneremo indietro, adottando molto spesso le piattaforme digitali per evitare gli spostamenti più superflui o costosi.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Ho lasciato a studenti e studentesse la totale libertà di scelta. Insegnando in tre corsi a cui ho voluto dare un taglio molto interattivo, gli ho lasciato la libertà di intervenire a telecamera accesa o spenta. Addirittura, la libertà di intervenire tramite chat pubblica o chat privata, nel caso in cui la timidezza avesse rappresentato un ostacolo insormontabile per l’interazione reciproca. Sono soddisfatto della partecipazione, sempre molto attiva, da parte di studenti e studentesse. Non ho percepito in alcun modo una differenza, in senso negativo, tra l’interazione in presenza e quella a distanza. Soprattutto, penso che la chat possa rappresentare – almeno, parzialmente – un escamotage per limitare i timori che inibiscono molto spesso gli studenti. Credo, infine, che occorra capire le dinamiche sociali e comunicative delle generazioni più giovani, le quali sono abituate a interagire a distanza. Intercettando questo tipo di dinamiche, è possibile generare forme di dialogo non meno proficue rispetto a quelle sviluppate in presenza.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Non saprei valutare in maniera oggettiva. Certamente, il caricamento a posteriori delle lezioni, tenute in diretta, sulla piattaforma Moodle ha permesso agli studenti non frequentanti di poter guardare in differita le lezioni, contando anche su molteplici ampliamenti delle tematiche affrontate: per ogni registrazione ho, infatti, aggiunto articoli o video inerenti al tema della lezione. Ritengo un’opportunità preziosa, soprattutto in vista della preparazione degli esami, la disponibilità delle intere lezioni in differita per gli studenti lavoratori che sono obbligati a saltare quelle in diretta. Opportunità preziosa anche per chi non è particolarmente capace a prendere appunti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Sebbene preferisca l’interazione in presenza fisica, anche per “cambiare aria” e non essere sempre nello stesso ambiente (il mio studio casalingo), trovo estremamente vantaggiosa la dimensione a distanza per creare lezioni che alternano alla mia voce immagini, testi scritti e video. Le lezioni che reputo meglio riuscite sono, infatti, quelle in cui il mio ruolo è consistito nel coordinare in maniera razionale e ragionata immagini fotografiche, citazioni scritte e video. Tali lezioni hanno generato un collage di esperienze educative, le quali hanno messo gli studenti nella condizione di immergersi in modo completo all’interno del tema affrontato, non perdendo l’attenzione e ampliando gli spunti a partire dai quali aprire un dibattito.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

L’unico svantaggio, a mio avviso, è la scarsa mobilità del docente. A me piace, generalmente, stare in piedi, camminare e muovermi mentre parlo. Il live streaming obbliga una immobilità fisica che può creare qualche disagio nel mio modo di esprimermi e può creare una certa distanza rispetto agli studenti in aula. Sono, comunque, convinto che i pregi superino i difetti proprio per la possibilità di dar vita a lezioni più “creative”, che uniscono alle parole espresse a voce anche immagini e video.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’esperienza della didattica a distanza è stata particolarmente educativa per migliorare l’efficacia nell’uso del power point e per la possibilità di rendere più completo l’argomento trattato tramite un insieme di parole scritte, immagini fotografiche e videoregistrazioni, mettendo a frutto le molteplici opportunità offerte dalla Rete. Sono totalmente convinto che internet non sia ancora utilizzato come si deve nella preparazione e nell’esposizione delle lezioni universitarie, soprattutto per quanto riguarda le discipline umanistiche. Le uniche forme di lezione a distanza che capisco poco, in realtà, sono quelle in differita, poiché impediscono qualsivoglia forma di dialogo e di interazione. A meno che non diventino uno spunto per una discussione dei contenuti trattati nella successiva lezione in diretta.

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione non equivale, a mio avviso, a un docente che parla per due o tre ore di seguito, partendo dal presupposto che la sola trasmissione vocale del sapere sia pertinente per l’insegnamento accademico. Ritengo, invece, che le tecnologie digitali, determinando un prolungamento della nostra presenza fisica tramite la condivisione e la registrazione di testi scritti, immagini fotografiche e video, possano favorire la creazione di lezioni ibride, in cui l’insieme dei dati prenda letteralmente corpo, valorizzando le diverse caratteristiche narrative che contraddistinguono la scrittura, la fotografia e le videoregistrazioni. In tal modo, gli studenti hanno la possibilità di immergersi maggiormente all’interno dell’argomento trattato, limitando i pericoli della distrazione. Ancor di più, l’interazione tra docenti e studenti può trarre benefici importanti dall’applicazione alle lezioni universitarie dei metodi comunicativi adottati sui social media o nei blog. Dal punto di vista del docente, occorre – a mio avviso – sviluppare un po’ di fantasia e di creatività per ampliare il proprio modo di comunicare.

Vanni Codeluppi

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

La pandemia di Covid-19 ha legittimato un ricorso massiccio alla vita online in tutte le sue forme. Non è possibile attualmente prevedere se effettivamente nei prossimi mesi ci sarà un ritorno alla situazione precedente alla pandemia, ma, nell’eventualità che ciò si avverasse, rimarrà comunque consistente la quantità di tempo dedicato dalle persone alla vita online. E pertanto continueranno ad essere rilevanti anche le conseguenze generate da tale condizione di vita, a cominciare dalla cosiddetta digital fatigue.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dato che probabilmente il peso della comunicazione digitale rimarrà consistente, sarebbe opportuno un massiccio intervento di formazione dei docenti. Prima della pandemia si faceva ben poca formazione dei docenti, ma a maggior ragione sarebbe opportuno farla oggi, con un massiccio impiego di strumenti digitali, i quali, per poter essere sfruttati al meglio, richiedono nuove competenze.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Nelle università delle grandi città, le elevate quantità di studenti presenti normalmente nelle lezioni impediscono di fare utilizzare le telecamere agli studenti durante le lezioni. Si utilizzano i microfoni e le chat. Ovviamente, le piattaforme digitali, per quanto siano sofisticate, rimangono grossolane e deficitarie rispetto alle lezioni in presenza. Pertanto, nelle lezioni online l’intensità di partecipazione degli studenti è decisamente inferiore rispetto a quelle in presenza. Non ho notato invece grandi differenze tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

La possibilità data agli studenti da quasi tutte le università di ascoltare le registrazioni delle lezioni, ha fatto sì che sia calato sensibilmente il numero di studenti che hanno seguito in streaming. Ciò indubbiamente ha dato una maggiore flessibilità d’uso agli studenti e ha favorito chi abitualmente non frequenta, spesso per ragioni di lavoro. Questi però, a mio avviso, sono un numero ridotto di studenti e ciò pertanto non compensa la riduzione d’interattività che la fruizione della registrazione delle lezioni comporta per la maggior parte degli studenti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Nella didattica è estremamente importante il rapporto che si stabilisce tra i corpi degli studenti e quelli dei docenti. Con l’online ovviamente il ruolo dei corpi s’indebolisce e al momento è stato trovato ben poco per poter sopperire a questa mancanza.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Probabilmente in futuro questa sarà una strada inevitabile. Gli svantaggi sono quelli già detti e causati dalle attuali limitazioni tecniche della didattica online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

La didattica a distanza mi ha insegnato che la comunicazione online è molto più complessa di quello che può sembrare a prima vista e richiede un notevole impegno e molti investimenti.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione può essere caratterizzata da tanti aspetti differenti, ma occorre sempre tener presente che si tratta comunque di una forma di comunicazione e che quindi, in quanto tale, è anche una forma di condivisione.

Da "https://www.doppiozero.com" L'università dopo lo scossone della pandemia di Alessandro Carrera, Davide Sisto, Vanni Codeluppi

Pubblicato in Studi e ricerche

L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
ITALIA
Perché è fondamentale costruire comunità di cura
Valentina Pigmei, giornalista
17 maggio 2021
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L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. - Fondazione Reggio childrenIl progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

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“Tutti abbiamo bisogno di cura”, dice Guerra, “non è un problema che può essere rimosso: che sia nostra madre o nostra figlia o una badante, qualcuno si è preso o dovrà prendersi cura di noi. C’è bisogno di risposte sistemiche perché queste non sono questioni identitarie, ma materiali”.

Secondo Carla Rinaldi “abbiamo trasformato la cura in accudimento, dimenticandoci che è un valore, abbiamo scordato la sua parte nobile, l’abbiamo delegata e questo è un vero delitto”.

Le comunità di cura, l’autogestione, i progetti educanti tuttavia non sono sufficienti: in un paese come l’Italia dove si registra il 51 per cento di disoccupazione femminile, dove la redistribuzione dei compiti all’interno del nucleo familiare è ancora del tutto insufficiente, forse è necessario che anche la politica se ne prenda carico, lavorando a un vero e proprio “stato di cura”.

Da "https://www.internazionale.it/" Perché è fondamentale costruire comunità di cura di Valentina Pigmei

Pubblicato in Comune e globale

L’anno dalla pandemia ha segnato il trionfo del delivery in tutte le sue forme. Durante i mesi del lockdown più duro è stata un’àncora di salvezza fondamentale. Ma l’inedita “esperienza domiciliare” di questi mesi è andata molto oltre: a casa nostra non sono arrivati soltanto inconsueti quantitativi di pacchi o di cibo pronto, ma anche (per la prima volta nel corso della modernità) il lavoro e la scuola. Remote working e Didattica a Distanza sono diventati esperienza quotidiana per moltissimi, talvolta per quasi tutti.

La trasformazione in esperienza di massa della triade delivery + remote working + DAD, con l’aggiunta della chiusura di ogni forma di intrattenimento extra domestico e la rarefazione coatta delle relazioni sociali, ci sta rendendo sempre più avvezzi alla sedentarietà. A cui, forse, siamo ormai fin troppo abituati. Dovremo dunque fare i conti con la stabilizzazione di una inedita “società comoda”: un modello di cui vedevamo le tracce già prima, ma che con la pandemia si è imposta come possibile forma di organizzazione sociale. Un modello certamente ricco di vantaggi, ma anche di non pochi rischi.

TUTTO IN UN CLICK: MOLTO COMODO, MA CON UN "LATO OSCURO"
Tutte le trasformazioni determinate da questa triade ci hanno spinto a ridisegnare la vita direttamente a casa nostra. Con l’unica fatica di un click. Abbiamo scoperto certamente molte cose interessanti e utili: non è più necessario uscire di casa per fare certi acquisti; è possibile ripensare l’organizzazione del lavoro superando il quotidiano obbligo della vita in ufficio (con i suoi costi in termini di denaro, di tempo, di stress) aiutando la conciliazione dei ritmi della vita con quelli professionali; abbiamo molti strumenti per evitarci inutili viaggi, attese, scocciature; l’istruzione a tutti i livelli può essere “digitalmente aumentata”, innovando un modello di istruzione per molti versi superato.

Se questa esperienza potrebbe apparire luminosa, viverla in prima persona ce ne ha fatto tuttavia scoprire un “lato oscuro” che occorre mettere a fuoco in fretta. Perché l’impatto più generale e pervasivo della pandemia si è abbattuto sulle relazioni. Ed è proprio da qui, come consigliano Donati e Maspero nel recentissimo Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni, che occorre mettersi al lavoro per iniziare la ricostruzione. Sapendo però (ce lo insegna la Storia) che ricostruire mal si concilia con la comodità. Ciò vale anche nelle relazioni, poiché l’Altro è sempre scomodo.

TIRARE LE SOMME DI UN'ESPERIENZA CONTRADITTORIA
Dovremo capire innanzitutto se sono davvero plausibili (e soprattutto, utili all’inestinguibile bisogno di felicità dell’uomo) le narrazioni incantate sul futuro del “lavoro agile” e addirittura sulla “fine dell’ufficio”: se il lavoro non è solo produzione, ma innanzitutto relazione sociale, la sua eccessiva remotizzazione (o addirittura la sua domiciliarizzazione) toglie un pezzo rilevante del suo significato. E appare simbolicamente rilevante che i primi a capirlo siano stati giganti del digitale, come Google e Cisco, orientati a un rapido rientro in ufficio (seppur nella prospettiva di un hybrid workplace). Lavorare in un team senza incontrare quasi mai i colleghi rischia di non generare una squadra, di rendere difficile la costruzione di un senso di appartenenza e di comune identità.

Nella scuola e nell’università dovremo poi capire tutti, docenti e studenti, come maneggiare la “didattica aumentata digitalmente”. Ne abbiamo compreso le potenzialità, ne abbiamo benedetto l’esistenza che ha evitato lo stallo. Ma ne abbiamo visto i limiti insuperabili, perché la presenza in un rapporto educativo non è mai sostituibile. Soprattutto, quando dovremo decidere quale mix tra presenza e distanza inventarci, dovremo fare i conti proprio con la comodità che tanto nei docenti quanto negli studenti si propone come seduzione non priva di minacce.

Dovremo capire se la didattica remotizzata (in forma blended o addirittura registrata) possa essere un’opportunità per garantire il diritto allo studio (per chi lavora, per chi vive in aree lontane dai poli universitari di eccellenza, o semplicemente per chi non ha voglia di scomodarsi) oppure una pericolosa illusione che complica la relazione educativa trasformandola in un trasferimento funzionalistico di contenuti specialistici.

Così come illusoria (per i giovani innanzitutto) ci appare già oggi la narrazione del south working, l’idea cioè di lavorare per un’azienda del Nord continuando a vivere nella zona in cui si è nati. Nello studio come nel lavoro (e innanzitutto nella ricerca del lavoro, così come nella progressione di carriera) le relazioni dirette, i dialoghi tra pari a lezione o tra colleghi in ufficio, le chiacchiere nei chiostri o alla macchinetta del caffè, sono elementi insostituibili. Già negli anni Settanta il sociologo Mark Granovetter parlava di “forza dei legami deboli” come di un elemento indispensabile per sviluppare pienamente i propri talenti, per trovare lavoro, per costruire una carriera.

I RITI CHE RENDONO RESISTENTI LA VITA
C’è un ultimo aspetto, che mette in guardia dai rischi della “società comoda”. Nel suo recente La scomparsa dei riti il filosofo sud coreano (ma tedesco di adozione) Byung-Chul Han ci avverte del fatto che la scomparsa delle dimensioni rituali dell’esistenza rappresenta una perdita non sostituibile per la vita umana. La loro ripetitività rappresenta infatti un elemento centrale nella stabilizzazione dell’esperienza, rendendo così la vita resistente e capace di un rapporto armonico tra ciascuno e il complesso delle altre persone e delle “cose” con cui siamo soliti rapportarci.

Se scompaiono i riti (anche quelli della vita quotidiana come l’andare a scuola, in università, al lavoro, con i loro tempi, i loro luoghi, le scomodità che richiedono) si impone la logica del consumo applicata a tutte le dimensioni dell’umano, si perdono per strada la durata e lo scopo a favore di un unico obiettivo: performare meglio per produrre di più. Il digitale può essere un (imperfetto) succedaneo in termini produttivi, ma la corporeità resta insostituibile per umanizzare la realtà.

La “società comoda” e on-life (secondo la visionaria definizione di Luciano Floridi) può dunque rappresentare un guadagno ma nasconde un inganno. Ci potrà restituire più tempo di vita, forse. Ma ci potrà anche togliere relazioni e spazi di libertà, riducendo l’umano alla logica produttivista. Proprio per questo, sarà bene avere a mente (ce lo ricordano Magatti e Giaccardi nel loro Nella fine è l’inizio) che “l’obiettivo sensato per la prossima fase della crescita non è più l’aumento quantitativo della produzione” bensì “scommettere sulla qualità delle persone e dei legami sociali”.

Con uno slogan potremmo ricordare che bisogna scomodarsi per prendersi cura di sé, dell’altro e del mondo. In un tempo di ricostruzione, la “società comoda” ci imporrà insomma ogni giorno una scelta figlia di un negoziato che andrà fatto innanzitutto con noi stessi: appartarci (seppur in collegamento) o connetterci (ovvero, intrecciarci con le vite degli altri).

Da "https://rivista.vitaepensiero.it" DOPO LA PANDEMIA: LA SOCIETÀ COMODA E I SUOI RISCHI di Luca Pesenti

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 29 Gennaio 2021 00:00

Trovate microplastiche nella placenta umana

I risultati di uno studio italiano dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche: "Bambini come cyborg, fatti non solo di cellule umane".

Per la prima volta nella storia particelle di microplastica sono state rintracciate nella placenta di feti umani. Lo studio condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche – dal titolo “Plasticenta: la prima prova della presenza di microplastiche nella placenta” è stato pubblicato sulla rivista “Environment International”. Gli scienziati hanno definito i risultati della ricerca “preoccupanti”: ”È come avere un bambino cyborg: non composto solamente di cellule umane, ma un misto tra entità biologica e entità inorganiche”, ha affermato Antonio Ragusa, direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli di Roma e primo autore della ricerca.

Come riporta anche il Guardian, lo studio ha analizzato le placente di sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso alla ricerca. I ricercatori hanno identificato nelle placente 12 frammenti di materiale artificiale. Tre sono stati chiaramente identificati come polipropilene, il materiale con cui vengono realizzati le bottiglie di plastica e i tappi. Nove frammenti sono di materiale sintetico verniciato. Cinque particelle sono state trovate nella parte di placenta attaccata al feto e che è parte integrante del feto, quattro nella parte attaccata all’utero materno e tre dentro le membrane che avvolgono il feto.

Ma qual è la quantità esatta delle particelle rintracciate? Calcolando che è stata analizzata soltanto il 4% di ogni placenta, è probabile che il numero totale di microplastiche sia molto più alto. I ricercatori hanno ribadito un fatto già noto: essendo molto piccole, queste particelle possono entrare in circolo nel flusso sanguigno. Potrebbero entrare in circolo anche nel feto? Al momento, a questa domanda non c’è una risposta.

Non è la prima volta che le microplastiche vengono rintracciate dove non ce l’aspetteremmo: sono state trovate in cima al monte Everest e negli oceani più profondi. Ma il fatto che si trovino anche nella placenta è una notizia che ha lasciato le madri sconvolte e interdette. Gli scienziati hanno concluso che “a causa del ruolo cruciale della placenta nello sviluppo del feto, è motivo di grande preoccupazione la scoperta della presenza di microplastiche. Altri studi permetteranno di capire se queste siano in grado di intaccare il sistema immunitario o se possano essere in qualche modo tossiche per il bambino che nascerà”.

Potrebbero, ad esempio, avere conseguenze sul peso e ridurne la crescita. “Sappiamo da altri studi internazionali che la plastica per esempio altera il metabolismo dei grassi - conclude Antonio Ragusa -. Riteniamo probabile che in presenza di frammenti di microplastiche anche la risposta del corpo e del sistema immunitario, possa essere diversa dalla norma”. Da medico e ricercatore Ragusa lancia il suo appello: “Penso che dobbiamo fermarci, stiamo distruggendo il Pianeta. Se non prendiamo provvedimenti più ecologici sarà la rovina per i nostri figli e i nostri nipoti”.


Da "www.huffingtonpost.it" Trovate microplastiche nella placenta umana: è la prima volta nella storia di Ilaria Betti

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Lunedì, 01 Febbraio 2021 00:00

Nuovi cammini per l’uomo d’oggi

Per l’uomo d’oggi e di tutti i tempi, credente e non credente, cristiano o no, il fenomeno del camminare, del pellegrinaggio, è sempre di grande attualità. L’essere pellegrino, in particolare, è intrinseco all’identità dei cristiani, «quelli della via» (At 9,2), quelli che camminano dietro a colui che propone se stesso come via da percorrere (Gv 14,6). In cammino è ogni uomo alla ricerca del “luogo del senso”: tra il simbolico e il sensibile, tra il reale e il virtuale, il camminare è paradigma dell’impegno a divenire se stessi. L’homo viator, pellegrino per vocazione, è l’inesausto cercatore di un incontro.

Su questo tema si è svolta la giornata di studio dal titolo “Quo vadis? Cammino, paradigma per Dio e per l’uomo” (15 dicembre 2020), promossa dal biennio di specializzazione della Facoltà teologica del Triveneto – Licenza in Teologia spirituale in collaborazione con la Licenza in Teologia pastorale –, con gli interventi del sociologo Enzo Pace, Giuseppe Milan (ordinario di pedagogia all’Università di Padova) e Lorenzo Voltolin (docente di comunicazione alla Facoltà teologica del Triveneto).

I cammini, vie larghe per riconoscersi
Enzo Pace (Cammini e cammino. Un fenomeno in crescita, analisi e lettura) ha mostrato come il fenomeno del pellegrinaggio attraversi tutte le grandi religioni mondiali e le epoche storiche e dica qualcosa sulla natura stessa della religione. Le pratiche di cammino, infatti, appaiono come un nucleo universale al di là dei confini delle religioni: si tratta di un fatto sociale.

Ci sono qua e là nel mondo, lungo le vie dei cammini, dei luoghi aperti e condivisi, anche se connotati dal punto di vista religioso, che rivelano la volontà di persone, anche di religioni diverse, di non dimenticare le radici e le tradizioni, di riscoprire e riappropriarsi di una memoria. I cammini di Santiago in Spagna o di sant’Olaf in Norvegia, per citarne un paio, sono “vie larghe” dove le persone sostengono una prova fisica e lo fanno insieme, per darsi coraggio nei passaggi difficili e farsi accompagnare nella fatica.

«Le vie antiche, luoghi di devozione secolare – ha spiegato il sociologo –, aprono a forme moderne del credere, al desiderio di riappropriarsi di parole, usate e abusate, della tradizione non rielaborandole concettualmente ma facendone esperienza diretta e lasciando riaffiorare l’interiorità». E in questa esperienza si lasciano coinvolgere tutti: credenti alla ricerca, credenti in mobilità, non credenti, credenti diversamente, credenti di altre fedi.

«La modernità dei cammini – ha spiegato Pace – sta nelle possibili, varie e impreviste combinazioni di tre dimensioni: corpo, mente-spirito, festa. Accanto alla prova fisica e al coltivare lo spirito, va posta la dimensione festiva – ha concluso – cioè l’esperienza del tempo liberato dal dominio dell’utile e dalla logica del calcolo, l’interruzione del tempo ordinario, e l’esperienza di una comunità di persone che si riconoscono per aver condiviso la prova fisico-spirituale del cammino».

L’homo viator e il viaggio educativo come ricerca del sé e dell’altro
Giuseppe Milan (Verso dove e per quale incontro. Il pellegrinaggio come itinerario della ricerca, del sé e dell’altro/Altro) ha affrontato il tema del cammino dall’angolatura pedagogica, evidenziando innanzitutto come la stessa domanda educativa chiede all’essere umano di essere “viator”, di uscire dal proprio spazio. Nel viaggio educativo la meta è il viaggio stesso: «Il cammino esistenziale, educativo – ha affermato – è autentico quando io lo abito e il cammino mi abita, quando incontro l’altro e l’altro mi abita: siamo mendicanti dell’incontro».

La nascita è la madre di ogni viaggio e l’educatore «è l’ostetrico che avvia il cammino intenzionale, dialogico, che dà vita al legame attraverso gli “interruttori dell’amore”; l’adulto è colui che rafforza l’autonomia e la progettualità di chi viene educato, allargandone lo spazio cognitivo, affettivo e sociale, e lo conduce a oltrepassarsi nel cammino di miglioramento».

L’esortazione educativa risveglia dal torpore, dall’assenza di domande e rimette nel cammino della ricerca, che è sempre incompiuto. «Il cammino educativo è difficile – ha sottolineato Milan –, conduce alla responsabilità, alla necessità di non restare spettatori di fronte al mondo ma di farci attori nella “dis-comfort zone”. L’educatore deve essere disponibile alla perdita delle certezze, a lasciare sempre una sedia vuota per ospitare l’imprevisto».

Ogni incontro autentico lascia un’eredità, un segno: insegna. «La lotta educativa – ha concluso – è incontro delle differenze per migliorare e creare tra di noi legami di umanità».

Viaggiare nel mondo web, il cammino virtuale come finzione
Lorenzo Voltolin (Viaggiare nel mondo web. Confronti tra viaggi paralleli. Nuovi interrogativi) ha letto il tema del viaggio alla luce delle moderne forme di comunicazione multimediale ponendo l’attenzione sulla struttura del mondo digitale e l’estetica virtuale.

«I linguaggi virtuali, con la loro struttura reticolare, immersiva e complessa – ha esordito –, vorrebbero essere il nuovo grande medium capace di riconfigurare l’esperienza dell’uomo, quindi anche il cammino».

I media digitali sono estensioni elettrificate dei sensi estetici e sostanzialmente essi tendono a proiettaree a far giungere le facoltà estetiche dell’umano oltre il “qui” e “ora”.

«I media digitali toccano il corpo e in questo sono molto simili al pellegrinaggio tradizionale, che si attua solo a partire dal corpo». Ma come e fino a che punto lo toccano? «La cosiddetta “rivoluzione digitale” si comprende solo superficialmente se la si intende come utilizzo di nuovi e più aggiornati strumenti – ha spiegato –. Essa piuttosto va a mutare il rapporto tra intra-corporeo e inter-corporeo, che viene mediato dall’elettricità. Come il pellegrinaggio tradizionalmente inteso ha sempre congiunto cammino del corpo (significante) con cammino dello spirito (significato), così i media digitali, in forza dell’elettricità, si muovono su una medesima grammatica di una correlazione tra “dentro” e “fuori”».

Ogni racconto – ha proseguito Voltolin – è un’opera di finzione letteraria nel senso che esso, libero dai soli intenti descrittivi e finalistici, soprattutto nella forma estetica dell’oralità, rimette in circolo cause, mezzi e fini, divenendo così un continuo produttore di senso. «Ciò accade anche nel racconto della storia della salvezza, che continuamente riconfigura gli eventi fondanti operando una finzione narrativa e producendo significati per la contemporaneità dell’uomo.

Se così non fosse, la Scrittura sarebbe legge, descrizione, definizione, quindi lettera morta. Il virtuale e i media digitali – ha concluso – indubbiamente hanno un potere riconfigurante: essi, facendo leva sulle facoltà estetiche, ovvero sul significante, riconfigurano rendendo percepibili esteticamente cause, mezzi e fini, producendo così significati per l’uomo contemporaneo».

Da "http://www.settimananews.it/" Nuovi cammini per l’uomo d’oggi di Roberta Carlini di Paola Zampieri

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Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera, racconta come da agosto in poi le aziende stanno spingendo sugli incentivi all’esodo volontario. E chi ha un’alta employability coglie l’occasione per chiudere il rapporto di lavoro e rientrare nel mercato in poco tempo.

Il blocco dei licenziamenti stabilito dal governo non ha fermato le uscite dei lavoratori dalle imprese. In particolare dal decreto agosto in poi, che ha previsto la possibilità della chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di incentivo all’esodo. Lo conferma Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del Gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera. «Negli ultimi mesi le aziende lo stanno proponendo in maniera sempre più vigorosa», spiega. «Con l’esodo incentivato, ci sono figure che escono anche per fa sì che ne entrino di nuove».

Come sta incidendo il blocco dei licenziamenti sulle aziende?
Le aziende hanno necessità di evoluzione come in qualsiasi momento storico. Oggi il blocco dei licenziamenti impedisce alle aziende anche quella naturale evoluzione che avrebbero in qualsiasi momento storico, anche senza Covid. Figuriamoci in un momento così.

Cosa sta succedendo dopo le deroghe al blocco dei licenziamenti introdotte nel decreto agosto?
Dal decreto agosto in poi è possibile anche la chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di esodo incentivato volontario. Questa è una cosa che negli ultimi mesi le aziende stanno proponendo ai lavoratori in maniera più vigorosa. L’obiettivo delle aziende è evitare il rischio che si arrivi al 31 marzo, quando dovrebbe scadere il blocco dei licenziamenti, con situazioni molto critiche.

Cosa potrebbe accadere quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti?
Il problema che si potrebbe avere, quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti, è avere una situazione di crisi molto più forte, in quanto per molto tempo c’è stato un blocco, appunto, ai movimenti del mercato. Di conseguenza il numero di persone colpite dalle uscite potrebbe essere più alto rispetto a quello che si potrebbe avere se oggi, un po’ alla volta, si riuscisse a favorire l’esodo a fronte di un incentivo economico.

Ci sono categorie di lavoratori più interessate da questi incentivi all’esodo?
Sicuramente si stanno facendo delle valutazioni sulla popolazione aziendale che può essere supportata per accedere alla pensione in maniera anticipata. Ma questi incentivi riguardano tutti i settori e tutte le età.

Come reagiscono i lavoratori?
Chi oggi ha una employability alta sicuramente guarda con favore all’incentivo all’esodo, perché incassa un bonus d’uscita avendo poi un livello di occupabilità tale che gli permette di rientrare subito sul mercato con una alta possibilità di ricollocazione. Anche perché se l’azienda sta proponendo questa formula, è chiaro che ha bisogno di una trasformazione. E se questa azione non viene fatta oggi, c’è il rischio che si proceda poi in futuro in maniera più critica.

Ma i lavoratori riescono a ricollocarsi in un momento di crisi?
La sorpresa è che noi stiamo vedendo gli stessi tassi di replacement del periodo pre-crisi tra le figure che assistiamo. Ci aspettavamo il 15-20% di decrescita. Noi siamo sempre stati intorno all’82% di replacement con una media di circa sei mesi in termini di tempo di ricollocazione. Oggi vediamo la stessa percentuale, solo con un mese in più di ricollocazione, soprattutto per quelle figure che hanno avuto la transizione con il mese di aprile in mezzo. Il blocco vero di ricollocamento, infatti, noi l’abbiamo visto ad aprile. Oggi invece il mercato c’è ancora e lo dimostrano anche le società di recruitment che stanno lavorando in maniera molto buona.

È certamente un mercato diversificato rispetto al pre-pandemia.
Certo. Ci sono settori trainanti oggi in cui c’è necessità di assunzioni: logistica, digitale, grande distribuzione, farmaceutico, health care e servizi alla persona. I settori maggiormente in difficoltà, come l’alberghiero, hanno avuto figure che si sono mosse verso settori più sicuri, ma i loro ruoli sono comunque necessari e quindi è stato necessario pensare a una sostituzione. Un po’ di movimento si osserva quindi anche in quesi settori più in crisi.

I lavoratori sono pronti a rispondere alle nuove richieste del mercato?
Quello che vediamo è ancora un costante mismatch tra le esigenze del mercato in termini di competenze e quella che è l’offerta dei candidati a livello di skill. Il problema dopo il 31 marzo sarà proprio la qualità non la quantità. Prevediamo centinaia di migliaia di offerte di lavoro in Italia nei prossimi anni in materie scientifiche o di analisi dei dati, legate a professionalità su cui non abbiamo grandi offerte in termini di candidati. Ci aspettiamo che il governo trovi una formula che vada a diminuire questo mismatch in termini di competenze e formazione.

Cosa serve?
Una volta era l’azienda che si occupava della crescita del lavoratore. Oggi deve pensarci il lavoratore stesso: ognuno di noi deve capire quai sono le competenze maturate fino a oggi e quali di queste sono necessarie per essere altamente collocabili nel breve periodo. Dobbiamo essere pronti, da un momento all’altro, a una variazione del mondo del lavoro, continuando a fare un lavoro di analisi personale e di valutazione del mercato del lavoro, e a portare avanti dei percorsi di formazione su di sé in modo da continuare a essere occupabili.

Su quali competenze investire?
Le tecnologie hanno un ciclo di vita sempre più breve. Una competenza in ambito informatico, per fare un esempio, 30 anni fa durava di più di quanto duri oggi. Oggi le competenze hanno una durata sempre più breve e quindi il lavoratore deve essere sempre più propenso a un apprendimento veloce e continuo. Nel prossimo periodo non cambieremo solo più velocemente lavoro, ma cambieremo anche più facilmente le competenze che ci necessitano per lavorare. Serve poi anche maggiore flessibilità in termini di spostamenti territoriali, che ci renderebbe ancora più occupabili.

I servizi di outplacement sono centrali in questo disegno?
L’outplacement offre molto supporto in questo momento perché ha il compito di rendere coscienti i lavoratori rispetto a quelli che sono i propri asset di competenza, rispetto alle richieste del mercato e a come aumentare la propria employability nel mondo professionale. Questo è uno strumento che andrebbe potenziato nelle aziende, come ha sottolineato anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Da "https://www.linkiesta.it/" Come investire sulla propria occupabilità per ricollocarsi sul mercato di Lidia Baratta

Pubblicato in Passaggi del presente

https://francescoeconomy.org/it/

I giovani, un patto, il futuro. Un processo in corso.

Cari giovani,
“le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”.

Da "https://francescoeconomy.org/it/"

Pubblicato in Passaggi del presente

I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.

Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome.

E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’inarticolato all’altezza del quale c’è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche definisce: «Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore».

E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato. Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.

Naturalmente con il mutare delle epoche mutano anche i valori. Prima della Rivoluzione francese, ad esempio, la società era ordinata da valori gerarchici, dopo la Rivoluzione da valori di cittadinanza e uguaglianza almeno formali. Questa trasmutazione non ha generato un’atmosfera nichilista, come invece accade quando un insieme di valori adottati da una comunità collassa e non se ne affermano altri, creando quella situazione che Hölderlin così descriveva: «Che più non son gli dèi fuggiti e ancor non sono i venienti», determinando quello che per Heidegger è «il tempo della povertà estrema».

Se la trasmutazione dei valori non è decisiva, decisive sono le prime due notazioni con cui Nietzsche definisce il nichilismo: «Manca il fine», per cui il futuro non è una promessa, ma si offre come un paesaggio imprevedibile che, oltre a non motivare, paralizza l’iniziativa e spegne l’entusiasmo tipico della giovinezza. E poi: «Manca la risposta al “perché?”». Perché devo stare al mondo? Che non significa che ci si debba suicidare, ma: che ci sto a fare in un mondo che non mi considera, che non mi chiama per nome, che mi vive non come una risorsa ma come un problema, che mi induce a dormire fino a mezzogiorno e a vivere di notte, per non assaporare di giorno e ogni giorno la mia assoluta insignificanza sociale?

Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo. E questo perché se l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, il disagio non è più psicologico, ma culturale.

E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime. E che dire di una società che non impiega il massimo della sua forza biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent’anni, progettando, ideando, generando, se appena si profila loro una meta realistica, una prospettiva credibile, una speranza in grado di attivare quella forza che essi sentono dentro di loro e poi fanno implodere anticipando la delusione per non vedersela di fronte? Non è in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della nostra cultura? Un segno ben più minaccioso dell’avanzare degli integralismi di altre culture, dell’efficientismo sfrenato di popoli che si affacciano nella nostra storia e con la nostra si coniugano, avendo rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro.

Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della “ragione strumentale” che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell’orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l’aridità del sentimento. Non si troverà qui un rimedio di facile e immediata attuazione – già questa ammissione di impotenza la dice lunga sulla natura di questo disagio –, si cercherà se non altro di far piazza pulita di tutti i rimedi escogitati senza aver intercettato la vera natura del disagio dei nostri giovani che, nell’atmosfera nichilista che li avvolge, non si interrogano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma – e questa, come ci ricorda Günther Anders, è un’enorme differenza – sul significato stesso della loro esistenza, che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso.

La negatività che il nichilismo diffonde, infatti, non investe la sofferenza che, con gradazioni diverse, accompagna ogni esistenza e intorno a cui si affollano le pratiche d’aiuto, ma più radicalmente la sottile percezione dell’insensatezza del proprio esistere.


Dal 2007, quando pubblicai L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007), a oggi non è cambiato granché, fatta eccezione per una percentuale forse non piccola di giovani che sono passati dal nichilismo passivo della rassegnazione al nichilismo attivo di chi non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni. I giovani che mi scrivono lo vogliono il futuro. E l’argomento che adducono è che, se non altro per ragioni biologiche, il futuro è comunque loro. Hanno una gran fretta di realizzare i loro sogni che non lasciano malinconicamente smarriti nell’“ottativo del cuore umano”, ma li declinano all’“indicativo presente” con un confronto serrato con la realtà. Sono gli stessi giovani che non credono al ribellismo generico e non cedono alla violenza, non perché sono maturati troppo in fretta, ma perché non confondono il gesto che per un attimo può scaldare il cuore con il lavoro paziente che obbliga a un quotidiano esame di realtà. Realtà nichilista, come abbiamo detto e come loro non si nascondono, davanti alla quale però non si rassegnano, ma dopo averne preso atto, proprio da lì prendono le mosse e non da altrove, per evitare il rischio di promuovere illusioni che poi si convertono in delusioni.

“Nichilismo attivo” dunque. Ben descritto da loro stessi con immagini ironicamente apocalittiche, o con espressioni quali “generazione dei sogni infranti”, o “generazione dei senza”. E tuttavia senza rassegnazione, con una sola preghiera rivolta agli adulti: non ci spezzate le ali e non proponeteci la vostra esperienza, perché l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé. Le vostre lezioni di “sano realismo” ci spengono la passione, e senza passione non si ha la forza di attraversare questa stagione nichilista dove il nulla fa la sua comparsa a ogni angolo. Infine, non dimenticate che questa stagione ce l’avete preparata voi. Ciononostante, non vi odiamo, anzi vi siamo riconoscenti se ci potete aiutare a realizzare quel che vogliamo diventare, perché un sogno ce l’abbiamo anche noi e non vogliamo vederlo spegnersi come si spengono le stelle cadenti. Noi, che a differenza di voi sappiamo cos’è per davvero il nichilismo, non vogliamo che ci parliate in nome di niente come spesso capita di sentire quando aprite bocca, e neppure in nome di quei valori riconducibili unicamente al denaro o all’immagine che uno costruisce di sé, perché se è vero che non ci sono più valori, come sembra dai vostri discorsi disfattisti, starà a noi trovarli. E quando li troviamo e poi li difendiamo, non diteci che sono utopie o ingenuità.

Nativi digitali come tutti, i giovani del nichilismo attivo nelle loro lettere mi chiedono: “Quanto incide l’uso dei mezzi informatici sui nostri processi cognitivi ed emotivi?”. Moltissimo, perché questi mezzi sono dei condizionatori del pensiero, non nel senso che ci dicono cosa dobbiamo pensare, ma nel senso che modificano in maniera radicale il nostro modo di pensare, trasformandolo da analogico, strutturato, sequenziale e referenziale, in generico, vago, globale, olistico. Inoltre, alterano il nostro modo di fare esperienza avvicinandoci il lontano e allontanandoci il vicino. Mettendoci in contatto non con il mondo, ma con la sua rappresentazione, ci consegnano una presenza senza respiro spazio-temporale, perché rattrappita nella simultaneità e nella puntualità dell’istante.

Che fare? Non possiamo rinunciare all’uso di questi mezzi perché equivarrebbe a una sorta di esclusione sociale. Il che la dice lunga sulla nostra libertà di far uso o meno dei mezzi informatici. Non potendo prescinderne, non resta che diventare consapevoli delle modificazioni che il nostro modo di pensare e di fare esperienza subisce. E di questo dovrebbe rendersi conto anche la scuola, che oggi ha a che fare con ragazzi che sanno cose, dalle più elementari alle più complesse, non per averle lette da qualche parte, ma per averle viste in televisione, al cinema o sullo schermo di un computer o di un telefonino, oppure sentite alla radio o da due cuffie applicate alle orecchie e collegate a un iPad.

È interessante che i giovani del nichilismo attivo si pongano questi problemi e comincino a togliersi da Facebook per sottrarsi alla dipendenza da quel monologo collettivo, dove chi scrive dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque, e chi legge ascolta le stesse cose che egli stesso potrebbe dire. “Siamo malati di social network?”, si chiedono. E poi si rispondono: “No, è quel modo di comunicare la vera malattia, perché ciò che si mostra in quella vetrina virtuale è quanto vorremmo che gli altri vedessero di noi, il desiderio mai morto di costruzione di un nuovo io, la ricerca di approvazione, più che di reale comprensione. L’aspirazione al miglioramento, pertanto, tende ad arrestarsi, bloccata dall’opinione (non del tutto consapevole) che lo scarto tra reale e ideale si sia colmato in quel profilo virtuale. E così il social finisce per veicolare istanze profonde, attese tradite, le quali, piuttosto che incentivare una spinta propulsiva, si cristallizzano in quella vuota vetrina”. Per non parlare della continua espansione dell’informatica nei posti di lavoro, dove i giovani, peraltro nativi digitali, al loro primo ingresso, mi scrivono preoccupati del “progressivo ‘assorbimento passivo’ nell’era digitale che sta avvenendo subdolamente e molto più rapidamente di quanto le nostre menti impotenti possano comprendere. Un mondo del tutto virtuale e meno reale è quello che ci proiettano i docenti, descrivendolo quasi come unica prospettiva logica e inevitabile, dove vita concreta e virtuale saranno un’unica grande realtà inscindibile”. È interessante constatare una sorta di disaffezione da parte dei nativi digitali nei confronti dei mezzi informatici. Possiamo pensare che il ritorno al mondo reale, dettato dalla nostalgia e dal bisogno, cominci proprio da loro?

Da "https://www.doppiozero.com/" Il disagio dei giovani nell’età del nichilismo di Umberto Galimberti

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