Venerdì, 14 Dicembre 2018 00:00

"La grande accellerazione"

Proponiamo questa recensione come primo contributo all’interno di un breve ciclo sui problemi della crescita incontrollata per come si è data fino ad oggi. L’occasione di questo percorso è data dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’IPCC (International Panel for Climate Change), l’ente mondiale più qualificato per lo studio del cambiamento climatico. Si tratta senza dubbio del rapporto più catastrofico e disincantato di sempre. Tutti gli anni l’ente pubblica un rapporto, ma quello attuale è senza precedenti. Non solo si prospetta un maggiore tasso di distruzione ambientale a causa del cambiamento climatico già in atto (inevitabile, ormai, viene considerato un aumento medio delle temperature all’1,5%), ma si annuncia un anticipo del manifestarsi pieno (già molti sono i segnali in atto) di tale trasformazione ecosistemica. Il rapporto non lascia sperare altro che un contenimento minimo di tale crescita delle temperature (e per farlo bisognerebbe ridurre moltissimo le emissioni entro il 2030) in modo da non superare i due gradi. A titolo esemplificativo, le barriere coralline sarebbero perdute con un aumento di 2 gradi centigradi, mentre verrebbero distrutte al 70-90% con l’aumento (ormai inevitabile) di 1,5 gradi.

A fronte di dati tanto rilevanti, non si può non notare inesistenza di una discussione pubblica, almeno nel nostro paese, sul tema. Un rapporto dal tono apocalittico viene sostanzialmente ignorato. Da cosa deriva questo? Per dare qualche contributo per poter tentare una risposta a questa domanda fondamentale proveremo a illuminare, con l’aiuto di due libri da poco usciti, il contesto storico in cui la crisi ecologica assume potenza e i suoi effetti sulla dimensione globale e locale allo stesso tempo. Il primo elemento che emergerà sarà che la crisi ecologica non riguarda solo la crisi climatica, ma suscita tutta una serie di problematiche del tutto particolari, legate al fatto che l’essere umano vive effettivamente in un mondo e in un ambiente specifico, che è quantomeno quello terrestre tipico dell’Olocene (ed ora in trasformazione). Il secondo sarà che la gravità degli effetti della cosiddetta “Grande Accelerazione” è tale che rende semplicemente preoccupante l’indifferenza di fronte ai fenomeni di distruzione ambientale ed eco-sistemica.


Quando, più di anno fa, ci chiedevamo che cos’è l’Antropocene, facevamo riferimento più ai vari significati che quel termine poteva avere, più che addentrarci in una ricostruzione storica. In effetti, ricostruire storicamente l’Antropocene (cioè farne una storia) non è possibile se non a partire da un’idea di Antropocene.

L’ipotesi di McNeill, già autore di un grande classico nella storia dell’ambiente globale, Nulla di nuovo sotto il sole, e di Engelke, è che finora Antropocene e Grande Accelerazione si siano identificati. Già questa è una posizione del tutto originale, e non condivisa dalla gran parte dei discorsi sull’Antropocene. Paul Crutzen, l’inventore del termine Antropocene, ritiene ad esempio che tale epoca geologica sia iniziata alla fine del 1700, con l’invenzione della macchina a vapore. Altri ritengono che l’Antropocene sia iniziato con il neolitico; altri ancora nei tardi anni Cinquanta. Per McNeill e Engelke, invece, l’Antropocene inizia nel 1945. Lo stesso anno in cui inizia la cosiddetta Grande Accelerazione, cui il libro è dedicato.

Abbiamo qui il caso di un termine coniato dagli scienziati del clima per descrivere un momento storico (è stato infatti Jan Zalasiewicz nel 2004 a coniare il termine in un famosissimo articolo, almeno per chi si occupa di storia geologica) che viene accettato dagli storici stessi (o almeno, da McNeill e Engelke) e diviene l’argomento di un libro monografico dedicato all’argomento. Già da questo il testo acquisisce un interesse tutto particolare: è un esempio di come le storie che noi riteniamo solitamente “culturale” e quella “naturale” stiano venendo a confondersi e ad interagire, non solo al livello dell'”oggetto” (cioè, ciò di cui si parla) ma anche nelle discipline stesse, se è vero che quello che probabilmente è lo storico dell’ambiente più noto al mondo (McNeill) dedica un intero suo libro a spiegare cosa sia la Grande Accelerazione. Che cos’è, dunque, questa Grande Accelerazione? Si tratta del movimento che comincia nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, assolutamente eccezionale sul piano storico, e che consiste nell’allargamento indefinito dell’influenza dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, attraverso l’esplosione dei processi di accumulazione di risorse, di crescita della popolazione, di crescita dell’utilizzo energetico, di distruzione di ecosistemi e forme di vita, di espansione abnorme dei complessi urbani, etc.


Il libro è diviso in quattro grandi capitoli, ma la divisione fondamentale è nascosta, tra una prima e una seconda parte. Vi è infatti una differenza sostanziale tra i primi tre capitoli ed il quarto. I primi tre, infatti, su Energia e popolazione, Clima e diversità biologica, Città ed economia, descrivono la Grande Accelerazione nel suo svilupparsi e nella sua “presa” sul pianeta, marcando la differenza rispetto alla storia dell’umanità che ha preceduto il 1945 (che ha certamente posto le condizioni per questa Grande Accelerazione ma è qualitativamente diversa da quella post 1945).

Il quarto invece cerca una spiegazione, che McNeill e Engelke non considerano onniesplicativa ma fondamentale, alle dimensioni immani di questa Grande Accelerazione, trovandola nella Guerra Fredda. La Guerra Fredda, infatti, viene analizzata come spazio competitivo all’interno del quale si è dato storicamente uno sviluppo indeterminato nei suoi esiti. Un larghissimo spazio viene dedicato dai due autori all’analisi della distruzione della natura all’interno del blocco sovietico, nonché della Cina di Mao. Non solo: spazio viene dato anche alla descrizione dei processi di distruzione della natura a causa delle guerre (Vietnam, Corea, etc.) che hanno reso più “calda” la Guerra Fredda. In generale lo sviluppo senza limiti del blocco comunista viene letto non tanto (anche) come prodotto di un’idea prometeica dell’umano interna al socialismo reale (l’uomo deve dominare la natura) quanto come esito di uno scontro tutto concentrato sulla crescita (non da ultimo a causa dell’imitazione scaturita per quell’Unione Sovietica che grazie ad uno sviluppo repentino della sua industria pesante aveva sconfitto il nazismo) in cui a venire sconfitto è stato in primo luogo l’ecosistema dei paesi in cui il socialismo reale aveva trionfato.

Lo scenario che emerge da quest’ultimo capitolo illumina l’origine storica dell’Antropocene legandola ad una serie di contingenze storiche, prima delle quali è quello scontro al rialzo (in termini di crescita) e allo stesso tempo al ribasso (in termini di conservazione dell’ecosistema terrestre olocenico) che McNeill e Engelke considerano la Guerra Fredda. Quel tipo di competizione è come la molla che ha dato quella spinta esplosiva che i due autori chiamano Grande Accelerazione. Ecco perché di essa si può parlare solo a partire dal 1945. Ma in cosa consiste tale fenomeno? Riassumiamo alcuni passaggi centrali.


I passaggi chiave della Grande Accelerazione
L’espansione energetica. Dal 1945 in poi non solo l’uso del carbone a livello globale assume dimensioni mai viste prima, ma si comincia a fare un utilizzo massiccio del petrolio. Il ché non ha solo un’influenza sull’inquinamento atmosferico, ma anche sulla distruzione di spazi ecologici mediante la costruzione di pozzi ed in generale di strumenti per l’estrazione. La descrizione di McNeill e Engelke si concentra su alcuni luoghi del mondo (ad esempio la foresta amazzonica ed il Niger) che hanno subito più di altri l’accelerazione dello sviluppo globale. Non solo l’estrazione, ma anche la costruzione di un’infrastruttura globalizzata di trasporto dell’energia ha creato (sia per la costruzione – oleodotti – che per l’innumerevole numero di disastri nel trasporto) l’Antropocene, nel senso che ha costruito quell’ambiente globale “distrutto” in cui ci troviamo a vivere oggi. Tutto questo, senza contare la dimensione di veri e propri “killer” di cui gli autori rendono partecipi il carbone ed il petrolio (come il nucleare): ancora intorno al 2000, i gas di scarico in Europa occidentale uccidevano quanto gli incidenti stradali.

La posizione di McNeill e Engelke non è però, mai, in nessun passaggio del testo, di auto-commiserazione dell’Occidente nemico della natura perché indissolubilmente legato alla tecnica. Al contrario, essi non perdono occasione per sottolineare come il rapporto tra tecnica e sostenibilità ecologica sia ambiguo: da un lato, certamente la Grande Accelerazione, nella sua dimensione distruttiva, è stata possibile grazie allo sviluppo tecnico. Dall’altro, lo sviluppo tecnologico ha reso in diverse occasioni possibili mitigazioni degli effetti di quella stessa accelerazione (gli autori fanno, tra gli altri, l’esempio dei frigoriferi odierni – che consumano 10 volte meno rispetto a quelli di anche solo vent’anni fa). Non vi è quindi alcuna paura della tecnica in quanto tale; se gli effetti della plastica minacciano di permanere nei millenni sul pianeta (al punto che si pensa di affiancare al nome di Antropocene quello di Plasticocene) è anche vero che non ogni tecnologia è distruttiva come la plastica. Questo tipo di approccio alla tecnica porterà gli autori alla fine ad “aprire” alla geo-ingegneria, cioè alla gestione, mediante la tecnica, dell’Antropocene.

Il processo di espansione demografica è certamente caratteristico, nonché unico ed irripetibile, della Grande Accelerazione. Dopo averne spiegato gli effetti e la portata, però, i due autori tendono ad evidenziare che la crescita demografica non è l’origine di tutti i problemi che spesso vengono ad essa ricondotti, come il consumo di suolo e della popolazione animale. Per i due autori, a volte la popolazione non c’entra affatto, e sono numerosi gli eventi che riportano (dalla pesca che ha distrutto l’ecosistema marino oceanico all’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera) dei quali sostengono che si può affermare con certezza che l’incremento demografico non ha rivestito alcun ruolo. L’aumento della popolazione, che certamente ha giocato un ruolo decisivo, non sempre e non dappertutto lo ha giocato in modo chiaro e ovvio. Può essere stato così per le grandi deforestazioni dell’Africa occidentale; non lo è stato per nulla nel caso della distruzione di diverse specie di balene. Alla caccia delle balene McNeill aveva dedicato molto spazio già in Nulla di nuovo sotto il sole, e riporta anche in queste pagine una serie di studi che dimostrano che l’intensificarsi della caccia ai grandi cetacei è più legata all’esigenza di ridurre il prezzo della materia prima piuttosto che all’aumento della popolazione umana.

Lo sviluppo spaventoso delle città, elemento costituente della Grande Accelerazione, tanto che essa potrebbe essere definita a partire da questo spropositato sviluppo. Tale crescita è apprezzabile sia in termini numerici (gli abitanti delle città) sia in termini di estensione: le città divengono veri e propri buchi neri di energia e di risorse a partire dal 1945. Nonostante questo, McNeill e Engelke tengono ad evidenziare il proliferare nel mondo di esempi di città che provano ad instaurare con il proprio ambiente un rapporto di sostenibilità al di là della città tipica della grande accelerazione. Peraltro, il problema della città non è semplicemente il suo impatto ambientale, ma anche le condizioni di vita precarie da un punto di vista ecologico-biologico-ambientale in cui versano gli abitanti (soprattutto quelli poveri) di questi macro-complessi urbani. Un altro elemento che emerge da questi passaggi sulle città ma che è trasversale a tutto il libro è l’interesse dei due autori per le specificità dei fenomeni, per quanto inseriti in una scala globale, addirittura “terrestre”, sia in una senso sincronico (lo spazio globale) sia diacronico (l’Antropocene come pezzo della storia della Terra). Ogni forma di inquinamento, come ogni forma di risposta ad esso, si colloca in un orizzonte locale che ha elementi particolari irriducibili nella loro interezza al contesto di una Grande Accelerazione globale. Da questo deriva sia un certo atteggiamento di accettazione di tale processo nella sua portata storica, sia l’idea che in fondo è possibile dare risposte (che avranno esiti, appunto, locali) a questi processi globali curvati su realtà particolari.

Questo processo non ha avuto luogo senza resistenze e senza scontri, anche violenti. La Grande Accelerazione si è fondata sulla distruzione di tutta una serie di ecosistemi, come abbiamo visto, che comprendevano spesso e volentieri anche delle forme sociali specifiche. L’ecologismo dei poveri è quindi la reazione immediata, locale, delle popolazioni povere (soprattutto nelle aree rurali). Da questo punto di vista McNeill e Engelke ritengono che non possa esserci alcun movimento di grande sviluppo economico come quello che abbiamo vissuto nella seconda metà del Novecento senza una costante nascita di resistenze e di pratiche di lotta. Storicamente, queste pratiche di lotta non sono però da ricondurre esclusivamente a quell’ecologismo dei poveri (che consisteva, appunto, in uno scontro localizzato e specifico), ma anche a movimenti nati nelle aree più ricche del mondo dalla generazione più ricca ed allo stesso tempo più rivoluzionaria della storia contemporanea (quella del ’68). Nel ’68 infatti affonda le radici il movimento ambientalista globale, anche nella sua dimensione di massa, sfociato poi nella costruzione di veri e propri partiti che, pur rimanendo sostanzialmente minoritari, si sono istituzionalizzati ed hanno acquisito un loro spazio in molte (non in Italia, ad esempio) delle democrazie occidentali. La massificazione dell’ambientalismo peraltro, cioè il suo divenire praticamente un brand pubblicitario con i fenomeni di cosiddetto green washing, non va senza problemi: spesso e volentieri la brandizzazione dell’ecologia e dell’ambientalismo portano ad un sostanziale depotenziamento del discorso critico insito nelle rivendicazioni ecologiche e quindi ad uno stato di stallo dal punto di vista delle politiche effettive di trasformazione del rapporto uomo-natura che è quello in cui ci troviamo.

Concludendo: se è vero che finora Antropocene e Grande Accelerazione (di cui abbiamo ripercorso alcuni grandi passaggi descritti dai due autori) hanno finora coinciso, è anche vero che questo loro andare insieme sta per terminare. In che termini? Per McNeill e Engelke, la Grande Accelerazione è finita, o sta per finire. Tale processo infatti, da un lato si scontra con limiti oggettivi alla sua espansione (l’esaurimento delle materie prime), dall’altro con limiti interni (la crescita demografica è in calo già da diversi anni). La Grande Accelerazione terminerà presto, dunque, mentre l’Antropocene continuerà indefinitamente.

Poiché l’Antropocene consiste nei segni che l’uomo ha lasciato sul pianeta, e questi segni permarranno nei millenni, come la concentrazione di CO2 nell’atmosfera; al contrario, il processo espansivo della Grande Accelerazione invece non durerà ancora a lungo. Certo, non è chiaro se per i due autori tale crescita si interromperà a partire da problemi interni allo stesso meccanismo di crescita (cioè dal suo sviluppare problemi interni -popolazione- e/o esterni -fine dei combustibili fossili-) o se si tratterà di arrestare il processo attraverso una presa di consapevolezza. Se pensiamo alla nostra situazione odierna, almeno quella del nostro Paese, in cui il tema dell’ambiente sembra completamente messo da parte, abbiamo qualche problema a credere in questa ottimistica profezia.

Da "www.pandorarivista.it" “La Grande accelerazione” di John R. McNeill e Peter Engelke

Pubblicato in Studi e ricerche
Venerdì, 16 Novembre 2018 00:00

Londra piange, Bruxelles non ride

All’apparenza l’accordo è un successo dell’Ue e uno smacco per Downing Street: in realtà non sarà mai ratificato e quella con Londra sarà solo l’ultima crisi che l’Europa non è riuscita a risolvere. Colpa di una governance che non funziona, da rottamare prima possibile.


Fa persino tenerezza, Theresa May, avviata verso una delle più umilianti sconfitte che un Premier di Sua Maestà a Westminster abbia mai conosciuto. Sulla Brexit dopo due anni di negoziato che hanno assorbito l’intero capitale politico e l’attenzione della classe dirigente di uno dei Paesi più importanti dell’Occidente, si marcia spediti verso un non risultato che era prevedibile sin dall’inizio. E, tuttavia, la probabile bocciatura dell’accordo raggiunto dopo due anni di negoziazioni difficili da parte del Parlamento britannico, sarà una sconfitta – ugualmente grave – per un’Europa che non riesce più a risolvere neppure una delle crisi che si trova a dover gestire. L’uscita del Regno Unito sarebbe, in fondo, dannosa soprattutto perché priverebbe un dibattito sul futuro dell’Europa che, ormai, è urgentissimo, del punto di vista di un socio polemico ma indispensabile per immaginare un’Unione che sopravviva alla sua obsolescenza.

Indubbiamente, alla fine la montagna ha partorito un topolino. Destinato, peraltro, ad una vita assai breve. È questo il risultato di migliaia di ore di lavoro, di interminabili vertici, di numerose dimissioni, ripensamenti e drammi politici. E che, alla fine, ha prodotto la bozza di un accordo di 580 pagine che rimanda lo scioglimento di alcuni dei nodi politici e mette insieme i peggiori degli esiti possibili.

L’accordo che la May sta presentando al Parlamento mentre i ministri del suo governo – incluso quello responsabile dei negoziati – si dimettono, riesce nell'impresa di svuotare di significato il referendum sull’uscita, perché la Gran Bretagna resta nell’unione doganale senza più poter influenzare le regole che dovrà rispettare e ciò porta all’opposizione di diversi conservatori. Non solo: mette a rischio l’unità del Regno – l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico allontanandola da Londra e ciò provoca l’opposizione degli Unionisti dell’Ulster che sono indispensabili per ottenere la maggioranza e, infine, accetta di pagare alla Commissione Europea un maxi assegno di separazione 40 miliardi di sterline per impegni già presi, che rende, ancora più forte, l’opposizione dei laburisti che potrebbero ritrovarsi a dover ereditare un fardello che stroncherebbe qualsiasi ipotesi di politica espansiva che Corbyn avesse in mente per quando dovesse arrivare al governo.

E, tuttavia, ciò che rende la situazione surreale, è che tutto era già previsto ed inevitabile. Proprio per come è costruita la stessa Unione Europea. Che non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni – da quelle di Schengen sulla libera circolazione senza frontiere comuni, al patto di stabilità sull’Euro che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare – nelle quali si entra senza convinzione, che nessuno riesce a modificare e dalla quali è difficile, persino, uscire, semmai uno Stato non ritenesse più conveniente l’adesione.


L’Unione Europea non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare

Sulla Brexit ha sbagliato molto il Regno Unito, a partire dal fatto di aver indetto un referendum del quale nessuno – e ciò è incredibile per una macchina amministrativa così organizzata – aveva, davvero, previsto le conseguenze. Ma ha sbagliato tanto anche l’Unione Europea (cioè gli altri ventisette Stati) a porsi nell’atteggiamento di chi deve essere convinto delle ragioni di chi era, comunque, considerato, da sempre, il membro più scettico del club.

Se, indubbiamente, è vero che le banche di Londra rischiano un’altra crisi se perdono il passaporto europeo, è altrettanto vero che i grandi costruttori automobilistici tedeschi perdono il mercato nel quale esportano di più. Saranno, forse, contenti quelli che si nutrono di invidia nel Continente, ma un’Europa che si allontana da Oxford e da Oxfam è più povera di idee. Soprattutto, in un momento nel quale, l’Europa avrà bisogno di contributi originali per poter superare una crisi politica non meno drammatica di quella che potrebbero vivere a Londra nei prossimi mesi.

Oggi l’Europa sembra, prima di ogni altra cosa, prigioniera di una retorica che è servita il secolo scorso – quella di aver garantito, ed è un grosso merito, la pace nel continente che ha avviato le due guerre mondiali – e che, però, oggi non può più bastare. I Paesi membri sono, infatti, ormai indecisi a tutto, tranne che a bastonare chi si pone fuori – nel caso del Regno Unito - o contro – nel caso dell’Italia sulle regole di stabilità - un sistema che, aldilà delle argomentazioni sballate dei sovranisti, non funziona oggettivamente più.

Dovremo abbandonare le ambiguità di un’Unione che viene caricata di troppe responsabilità dagli Stati Nazionali solo per essere usata come capro espiatorio quando i problemi non vengono risolti. Dovremo, se vogliamo salvarla, focalizzare le istituzioni su un numero più ridotto di politiche per le quali gli Stati – consultando i cittadini – decidano di trasferire, in maniera completa, pezzi di sovranità. Prevedendo, peraltro, meccanismi di uscita senza i quali gli accordi europei si trasformano in matrimoni senza clausola di uscita che, come succedeva per le unioni irreversibili tra persone prima della legge sul divorzio, si trasformano in gabbie fatte di tradimenti che vivono di promesse d’amore senza più contenuto.

Se vogliamo salvare l’Unione dalla obsolescenza avremmo bisogno che gli inglesi tornassero indietro (con un altro referendum) per contribuire a portare avanti l’Europa nel ventunesimo secolo. Un’Europa che così com’è rischia di disunirsi ancora più velocemente di quel Regno che deve, ancora, avere il pragmatismo che sembra ver perso in questi ultimi mesi e che all’Europa serve per ripensare se stessa.

 

Da https://www.linkiesta.it Londra piange, Bruxelles non ride: ecco perché l’accordo sulla Brexit inguaia anche l’Unione Europea

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 05 Ottobre 2018 00:00

Film

Tra la caotica e spesso fugace proliferazione di immagini da cui siamo quotidianamente bombardati, anche su un argomento di stretta e perenne attualità come l'immigrazione, alcune più di altre si fissano drammaticamente, arrivando a comporre un ipotetico immaginario. Tali immagini si sedimentano poi nella memoria condivisa dal web e ricompaiono come flash di una cattiva coscienza, che sempre più spesso, negli ultimi tempi, la vulgata furoreggiante su social e forum tende a trasporre in inviolabili principi di sovranità nazionale. Nell'orrenda immediatezza di raffigurazioni come quella di Aylan, il bambino siriano di tre anni riverso con la sua maglietta rossa sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, o in quella di un padre e un figlio in fuga sgambettati da una reporter al confine tra Serbia e Ungheria o ancora nell'occhio vitreo di Josefa cristallizzato dal terrore dopo essere rimasta due giorni aggrappata a un pezzo di legno alla deriva nel Mediterraneo, convogliano sentimenti solo apparentemente (e illusoriamente) univoci. I tratti comuni di queste immagini-simbolo di fasi differenti dello stesso problema sono l'iconicità e la conseguente viralità, non la commozione o l'indignazione, per quanto possa sembrare assurdo. Ma assurdo non è, si tratta soltanto di una questione di prospettive, le stesse che originano una divaricazione tra le lacrime di compassione di qualcuno, i like degli engagé da salotto e i meme dei buontemponi notturni, gli strali da tastiera degli haters più oltranzisti e le decisioni ora concilianti ora intransigenti dei vari governi.

L'immagine vive esclusivamente negli occhi e per gli occhi di chi guarda e vivifica grazie al suo potenziale di trasmissione che fagocita tutto il resto (il piccolo Aylan aveva un fratello maggiore di due anni morto nello stesso viaggio e nelle medesime drammatiche condizioni, ma il suo non essersi tramutato in immagine lo ha di fatto condannato all'oblio). Il dramma si fa quindi segno, diventa un veicolo di lettura istantanea di una realtà altrimenti esclusa o di cui giungerebbe eco attenuata sui quotidiani, nei notiziari o una pallida distorsione da parte dei social. E la prospettiva assunta diventa dirimente. Crea schieramenti, moltiplica consensi alle elezioni, attiva discussioni rabbiose o induce allo sdegno sprezzante.

Per noi occidentali si tratta sempre di una prospettiva sul migrante. Le uniche possibilità di adottare una visione altra, ossia del migrante, sono ricorrere a una memoria ancestrale (per molti che risiedono nell'attuale Nord Italia), fare il cooperante oppure assumere in sé simulacri di realtà mediati dal cinema, perlomeno quello più sensibile ad alcune delle dinamiche attuali della nostra società. Non fidandoci completamente della prima ipotesi e pur ammirando chi decide di realizzare la seconda, per comodità – non del tutto casuale la rima con viltà – ci soffermiamo sulla terza e su come l'immigrato, inserito in un preciso disegno narrativo, non rappresenti soltanto un controverso oggetto di discussione sociale e politica, quanto una figura osservante e percipiente che guarda la realtà da un'angolazione sempre esterna, come se questa fosse un diaframma attraverso cui scrutare, decifrare e interpretare un mondo, il nostro mondo, spesso dato per scontato e sicuramente mai esaminato da un punto di vista estraneo alle nostre categorie abituali, per quanto illuminate e progressiste queste possano essere. In alcuni dei film recenti incentrati sul problema dell'immigrazione e su quello conseguente della convivenza tra le parti, il punto di vista e la sua traduzione tecnica, la soggettiva e l'intera aura dei suoi equivalenti funzionali, assumono una prospettiva d'indagine particolarmente interessante, poiché la parabola dello sguardo dei singoli personaggi si erge a soggetto privilegiato della narrazione, o di una parte decisiva di essa, diventando contemporaneamente oggetto di comprensione, trasmissione e classificazione. Comprensione del personaggio all'interno della narrazione, trasmissione della prospettiva in un'ottica di condivisione con lo spettatore e classificazione dell'esperienza secondo un filtro finzionale creato e gestito dall'autore. Ciò a cui si assiste è un complesso movimento di assunzione e inevitabile separazione, a causa del quale lo sguardo dei migranti è il risultato di una differenza aritmetica tra soggettiva e impostazione narrativa, tra vita e racconto, tra dramma individuale e sua trascrizione empatica.

Tendenzialmente, il cinema italiano, recente e di un passato che si può far risalire alla prima ondata di immigrazione proveniente dalle coste albanesi (la cui traduzione in immagini, circa tre anni dopo, fu Lamerica di Gianni Amelio, uscito nel 1994), ha sempre modulato lo sguardo dei personaggi in due forme essenziali. Attraverso i criteri dell’avvicinamento e dell’accesso, modalità di osservazione che conducono anche a due strutture narrative differenti, anche se convoglianti nel medesimo luogo. Il primo è il punto di vista che si fissa sull’immigrato, cercando di coglierne la realtà, di comprendere la diversità per stemperarla attraverso un percorso di formazione (casuale, il più delle volte) volto a congiungere le opposte polarità e condurre all’accoglienza. Si tratta della tipologia di pellicole meno recenti, propedeutiche al fenomeno e alla sua narrazione, bisognose di indirizzare lo spettatore quasi pedagogicamente verso una riflessione non compromessa dal pregiudizio. Il suo scopo è avvicinare progressivamente due realtà differenti, spesso tendenti all’opposizione, per testimoniare un percorso di crescente consapevolezza con il quale accompagnare per mano il pubblico.
L’esempio più maturo e compiuto di questa tipologia è probabilmente Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana. Il protagonista, il dodicenne Sandro, è un’ovvia figura vicaria dello spettatore. Attraverso i suoi occhi ancora innocenti passa la curiosità di chi osserva la superficie delle cose, riflette con la limitazione propria della sua età e della sua scarsa conoscenza del mondo su aspetti che non comprende totalmente o perlomeno in parte, fino a quando la drammaticità del caso non lo porta a provare in prima persona il problema. È l’unico figlio, accudito e coccolato, di una famiglia benestante, aperta nei confronti della diversità ma formalmente estranea a una realtà drammatica che si affaccia soltanto con la presenza ormai assodata di qualche operaio di colore nella piccola azienda che il padre gestisce. Il punto di partenza dell’avvicinamento di Sandro è proprio una soggettiva, dapprima parziale, poi più ampia, ma non per questo più chiara, come se Giordana avesse voluto sottolineare quello su cui, nel passato, hanno dibattuto i narratologi del cinema, ossia che vedere non è necessariamente comprendere.

Mentre si reca a scuola (mentre cioè vive la sua quotidianità), Sandro vede un uomo di colore disperato in una cabina telefonica. Non riesce a prendere la linea e urla tutta la sua frustrazione. Sembra folle, perché la prima inquadratura che restituisce lo sguardo di Sandro (tecnicamente una semisoggettiva) tiene fuoricampo ciò che invece mostrerà la seconda, un avviso su un cartone posto in alto, “Non in funzione”. Scarto fondamentale: l’uomo non è pazzo, è solo privo di una conoscenza che gli permetta di comprendere l’italiano e quindi capire la realtà intorno a lui. Il film denuncia la parzialità dell’impressione e invita ad ampliare la prospettiva, andando oltre l’ingenuità di qualunque luogo comune, anche quello che pretende di considerare gli africani come una categoria granitica con cui si racchiude genericamente il nero, l’altro-da-sé (Sandro chiede di tradurre una frase proferita dall’uomo della cabina all’operaio che lavora per il padre, convinto dell’unicità di una supposta lingua africana). Per tentare di comprendere il dramma dell’uomo della cabina che tanto lo ha incuriosito e di tutti gli uomini, ognuno con le sue specificità e la sua storia, vedere non basta, bisogna esperire: Sandro passerà attraverso una necessaria immersione (reale e metaforica) che non gli fornirà la verità sulle cose, ma che consentirà di introdursi in un’altra dimensione, in cui coesistono speranza e incubo, verità e menzogna, giusto e sbagliato.

Quando sei nato non puoi più nasconderti segna un punto di passaggio nella filmografia sull’immigrazione, perché la prospettiva si predispone a una sua reversibilità, non priva di alcune ambiguità che fanno sì che il percorso di formazione del protagonista non mostri la perfezione inattaccabile di un romanzo a tesi, quanto l'approfondimento di una realtà complessa che pur se analizzata più da vicino continua a frantumarsi in mille dubbi e contraddizioni.

Il secondo sguardo, quello relativo all’accesso, appartiene a una fase più recente delle pellicole sui migranti. Una fase in cui l’intento educativo si è affievolito per mutazione sociale (nel bene e nel male) e per esigenze di rinnovamento narrativo. I migranti condividono lo sguardo con lo spettatore. La soggettiva, in questo caso, è una chiave d'ingresso, la possibilità di approdare a una reciprocità da sempre preclusa, per etnocentrismo, cultura, formazione ed esperienza, indipendentemente dalla buona volontà di ognuno. Il cinema di Andrea Segre e Jonas Carpignano (soprattutto Mediterranea), ma anche i film degli esordienti Roberto De Paolis (Cuori puri) e Andrea Magnani (Easy – Un viaggio facile facile), senza dimenticare il rigoroso punto di vista interno di un nuovo autore come Suranga Katugampala (Per un figlio), immigrato di seconda generazione di origine cingalesi, mostrano esempi indicativi di questa tendenza. L’assunzione recente di un punto di vista da parte dei personaggi su cui, fino a qualche anno fa, lo sguardo convogliava per raccontarne da una prospettiva esterna l’ingresso in un mondo avvertito come estraneo e problematico, pare rispondere a una reale esigenza. Un’esigenza di attestazione attraverso cui si tenta di accedere direttamente, senza intermediazioni, a un’esistenza in cui lo sguardo ha la possibilità di chiarire e infondere sensazioni, reazioni, volontà.

Ma l’esigenza è anche espressiva, perché mostra un bisogno di colmare lo iato esistente tra insieme e soggetto, tra lo sfondo in cui più facile appare la generalizzazione e l’individualità con le sue distintive peculiarità. In questa direzione vanno i recenti esperimenti di cinema dal basso realizzati in prima persona e in perfetta autonomia dai migranti stessi: non personaggi ma autori con un preciso punto di vista sull’Italia, su ciò che significa guardare un paese con occhi davvero differenti, rievocando quell'ingenuità poetica propria del fanciullino pascoliano, ancora capace di scrutare il dettaglio ormai scontato, di meravigliarsene e di rioffrirlo con la sua purezza a un pubblico costretto a riconsiderare sotto una luce nuova le sue certezze quotidiane. La freschezza di iniziative come Tumaranké (in cui 38 minori giunti in Italia senza accompagnamento riprendono la loro vita nel nostro paese) o come Reverse Angle (installazione su tre schermi concepita da Davide Ferrario a seguito di un suo workshop a Pecetto, nel torinese, con un gruppo di 28 ragazzi immigrati chiamati a riprendere l'universo in cui sono approdati nelle sue varie forme di manifestazione) risiede proprio nell'immediatezza di uno sguardo che si fa registrazione spontanea attraverso l'uso dello smartphone.

Uno sguardo spontaneo e la sua sedimentazione istantanea all'interno di una memoria condivisa diventano la testimonianza di un bisogno e di una trasformazione in atto, anche nel cinema narrativo.

I film dei registi citati in precedenza hanno poco in comune, se non la volontà di oltrepassare un confine per porsi dall'altra parte, superando una prospettiva che talvolta, nel passato, si era adagiata per osservare rispettosamente ma senza forzare l'ingresso in una realtà ulteriore. Ne L'ordine delle cose di Andrea Segre (2017), tale movimento di ideale infiltrazione è reso quasi plastico dalla progressione delle inquadrature. Attraverso il protagonista, Corrado Rinaldi, funzionario del Ministero dell'Interno che indaga sul traffico di immigrati partiti dalle coste libiche, queste inquadrature passano dalla semplice denotazione esterna del problema a inserirsi spazialmente in esso per tentare di risolverlo. Se Corrado, infatti, guarda dapprima in piani ampi le immagini di un salvataggio sullo schermo del suo computer, una volta giunto in Libia gli stessi piani si restringono, la macchina da presa si avvicina al suo volto, cogliendo insieme punto di vista e assorbimento rispetto a ciò che le immagini mostrano, per poi diventare una soggettiva in senso stretto quando il filmato mostra le condizioni drammatiche dei profughi. Questa penetrazione per mezzo delle inquadrature è ribadita simbolicamente dal fissarsi del riflesso del dramma sulle lenti di Rinaldi, prodromo di quel contatto personale che il funzionario intratterrà con una profuga somala, Swada, consentendo al privato originato dalla visione personale d'introdursi nell'istituzionale e che l'emotività s'impossessi del suo ruolo, anche se solo per un arco di tempo relativamente breve. Sottratto l'oggetto alla vista, una volta rientrato definitivamente in Italia, Rinaldi deciderà di non intercedere più per la donna, frustrando la speranza di salvezza di questa e tornando a quell'ordine delle cose che ha sempre caratterizzato la sua vita.

Segre sembra dire che lo sguardo dell'italiano, per quanto disposto all'ibridazione e allo scambio, così come mostrano anche gli altri suoi film di fiction precedentemente realizzati (Io sono Li del 2011 e La prima neve del 2013), è disposto all'immedesimazione pur rifiutando infine l'assunzione, decidendo di rimanere al di qua del confine ideale posto tra le due realtà. Un pessimismo di fondo che si allinea a quello invece piuttosto scanzonato di Andrea Magnani, che in Easy - Un viaggio facile facile (2017) connota l'immigrato ucraino defunto da riportare in patria come perennemente contiguo al corpulento autista italiano ma formalmente assente, giungendo all'estremo di fargli osservare tramite improprie soggettive dalla sua bara il grottesco viaggio di ritorno a casa oppure di diventare muto interlocutore del suo compagno che gli parla come se fosse la testa di Alfredo Garcia nel film di Peckinpah. E anche parte della visione proposta da Roberto De Paolis in Cuori puri (2017) pare non essere aliena rispetto a questa tendenza. In un film in cui è evidente la separazione netta tra i Rom stanziati a ridosso di un parcheggio per i lavoratori di un supermercato e gli italiani che nella zona vi risiedono, l’immigrato non nomade è pressoché cancellato dall’inquadratura, esiliato in un fuoricampo da cui provengono solo le timide proteste per l’atto di prevaricazione in corso. È quello che succede al titolare cingalese di un minimarket, escluso dai piani e da qualunque controcampo nel corso della rapina che il protagonista Stefano e il suo amico perpetrano ai suoi danni, quasi si trattasse di un dettaglio (reso) insignificante nel corso di un’azione che nasce come un normale acquisto serale, diventa uno sfottò sulle abitudini religiose del titolare e sfocia con naturalezza nell’estorsione successiva.

Sul motivo della negazione dello sguardo è incentrato interamente Per un figlio (2017), opera prima dalla messa in scena rigorosa di Suranga D. Katugampala, che narra del conflitto tra un ragazzo cingalese cresciuto in un piccolo centro dell'Italia settentrionale e di sua madre, ancorata alle tradizioni e alle usanze del paese di provenienza e il cui unico contatto con il mondo occidentale è lavorare a tempo pieno come badante per un'anziana. Katugampala colma la sua storia di densi silenzi ma soprattutto esprime la diversità inconciliabile dei due protagonisti in alcune brevi scene in cui essi si ritrovano per pranzare in un angusto cucinino, evitando attentamente che le traiettorie dei due sguardi s'incrocino pur nell’esiguità dello spazio a disposizione. Un conflitto che investe la modernità, l’esplorazione del sesso, il bisogno antropologico di maternità e la necessità di svellere il cordone ombelicale, la stessa lingua usata per comunicare; un'inconciliabilità che non sembra ricomporsi neanche nell’ultima scena, quando il ragazzo, ancora una volta a tavola, cerca finalmente lo sguardo della madre in una tarda ricerca di contatto che però la madre non accoglie, continuando a pelare le patate e frustrando il tentativo.

È però Jonas Carpignano in Mediterranea (2015) a compiere il più grande sforzo di penetrazione soggettiva all'interno di una realtà altra. Nel narrare la storia di Ayiva, giovane del Burkina Faso che tornerà come personaggio di contorno nel successivo A Ciambra (2017), il regista s'inserisce di fatto nella sua stessa messa in scena per fornire una prospettiva quanto più interna possibile rispetto al problema che intende raccontare. Permutando il proprio punto di vista con quello individuale e collettivo, la visione s'immerge nel dramma, inserendosi prima tra i corpi dei migranti che si sforzano di salire sulle rocce del deserto al confine tra Algeria e Libia, con l'obiettivo della macchina da presa lambito addirittura dagli svolazzi dei loro abiti, poi, rimanendo in prima fila quando gli stessi migranti sono vittime dei predoni. Infine, con intenzione ancora più drammatica, il protagonismo della macchina da presa si palesa anche sul barcone in mezzo al mare, tramutandosi in una delle vittime delle mareggiate e del temporale, rischiando a ogni scossone di cadere, aprendosi alla speranza nell'udire la sirena di una nave, disperandosi al suo allontanamento, giocandosi la vita quando cade in acqua insieme agli altri corpi sbraccianti e urlanti fino all'arrivo della guardia costiera italiana.

Carpignano non fa altro che creare uno stato di empatia con i personaggi così com'è stato teorizzato da Murray Smith in Engaging Characters: Fiction, Emotion, and the Cinema (Clarendon Press, Oxford 1995): penetrando nelle viscere del dramma condivide l'esperienza più che assumere semplicemente un punto di vista soggettivo, simula emotivamente la situazione (Emotional Situation), si rispecchia nelle emozioni del gruppo (Affective mimicry) e proietta il pubblico all'interno dello stimolo predisposto (Automatic Reactions). Si tratta, con ogni probabilità, del tentativo più ardito di trasmigrazione delle componenti logiche e affettive tra fiction e pubblico in film di questo tipo. Il punto di vista non sostituisce lo sguardo di un personaggio ma punta deliberatamente, pur con tutti i suoi limiti estetici e psicologici, all'assunzione dell'esperienza. La potenzialità empatica del piano s'impossessa della documentazione visiva e stimola la conoscenza diretta, resa ancora più acuta e disperata dal montaggio convulso, dai rumori incontrollati, dalle grida disperate di persone e da un mancato ancoraggio oculare, a causa del quale le immagini si percepiscono febbrilmente senza che si padroneggino.

Se è indubbio che ci sia una motivazione etica alla base della realizzazione di queste pellicole, esiste allo stesso modo una morale di questi piani empatici che puntano alla coincidenza tra personaggi e pubblico, eliminando le distanze e rendendo aderenti motivazioni e reazioni? Questo tipo di rappresentazione, avendo l'evidente scopo di collocare il pubblico all'interno dello spazio narrativo, sollecitandone la responsabilità, ha un intento formativo rispetto alle persone cui si rivolge? Il suo è un tentativo di incanalare socialmente il pensiero del pubblico?

È probabile, al di là dell'urgenza ideologica dei singoli registi, ma assolutamente velleitario. Perché, ammettendo la plausibile risposta affermativa ai quesiti posti precedentemente, bisogna riconoscere che l'intento di tali opere è di conferma, non di convincimento. Questi lavori si rivolgono a un pubblico ben determinato e comunque (sempre più) esiguo, progressista e antirazzista, che volontariamente si reca al cinema o decide di guardare i film autonomamente nella propria abitazione. Il rapporto è duplice: il film conferma le sue tesi democratiche a un pubblico che si rispecchia in valori che condivide e che vede semplicemente convalidati. Ma il circolo è chiuso e il bacino sempre più limitato, se anche la popolarità di Papa Francesco è scesa per le sue prese di posizione sui migranti (dall'88 al 71%, secondo un sondaggio Demos-Coop del luglio scorso). L'ordine delle cose, Cuori puri, Easy – Un viaggio facile facile, Per un figlio, Mediterranea sono tentativi encomiabili, esteticamente apprezzabili, mostrano una vitalità intellettuale del nostro giovane cinema ma si rivolgono esclusivamente a un pubblico già performato ideologicamente che si conforta nel riflesso del suo stesso pensiero.

È anche questo uno svilente gioco di assunzione di precise prospettive, laddove la maggioranza preferisce adagiarsi sulle fake news e sugli allarmi relativi a un'emergenza sociale avvertita come sempre più pressante. È la visione del mondo preponderante, quasi soverchiante, in questo preciso momento storico.

E non si tratta più solo di cinema, purtroppo.


Da "http://www.doppiozero.com" Lo sguardo del migrante di Giampiero Frasca

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I racconti dei miei pazienti nella stanza della psicoterapia riguardano spesso la paura, la vulnerabilità, lo stress e i traumi che hanno provato o che potrebbero provare, la sensazione di essere sempre a rischio. Se devo basarmi sulla mia esperienza professionale, non c’è alcun dubbio che l’emozione predominante della nostra epoca sia proprio la paura. Lo dicono i check in militarizzati degli aeroporti, le telecamere di sicurezza posizionate ovunque, le porte blindate, i muri che si alzano tra le nazioni, i blocchi di villette residenziali blindati come compound dell’esercito.


Se dovessi mettere in ordine le paure che ho incontrato mentre esercitavo la mia professione, dalla più leggera alla più intensa, direi: il cambiamento climatico, le epidemie che provengono da Paesi lontani, una emigrazione fuori controllo, la criminalità, il terrorismo. Alcune di queste paure sono ormai intrecciate tra loro. La paura del crimine, di essere aggredito, derubato, di subire violenza, sta diventando un problema a sé, una grave fonte di ansia e di tensione, e senz’altro peggiore, del rischio concreto di essere vittima. Tanto che ormai, sempre più spesso l’obiettivo principale che porto avanti nei confronti dei miei pazienti è aiutarli nella gestione della paura.

Tutti i maggiori reati sono in calo, così come il numero di immigrati sbarcati (lo dicono le statistiche ufficiali). Altre ricerche confermano che l’immigrazione non ha ricadute drammatiche sulla quantità di crimini commessi. Dati che dovrebbero rinfrancarci, ma non ci riescono. Un ispettore di polizia mi ha confessato di essere convinto che questi dati siano influenzati dalla sempre minor propensione dei cittadini a denunciare i reati. Mi domando però se la sua sia un’analisi attendibile, o una paura come quella di chiunque altro.

Purtroppo non saranno le statistiche ad aiutarci a sedare la paura. È sufficiente un nuovo attentato in qualche parte del mondo perché subito nella scuola con cui collaboro scatti di nuovo l’allarme e vengano chieste dai genitori misure di sicurezza sempre più stringenti. Il problema è che anche quando applichiamo misure di sicurezza molto rigide, questo non riesce comunque a fugare le nostre ansie, che rimangono pervicaci e indeterminate.

Quello che ritengo il mio maestro nel campo della psicoterapia mi ha raccontato che da giovane ha potuto raggiungere via terra l’India, passando dall’Afganistan, senza mai esibire il passaporto. Oggi una cosa del genere sarebbe inimmaginabile. Avalliamo politiche che come unico risultato aumentano le spese per la sicurezza a discapito di investimenti che sarebbero molto più utili – per la ricerca e lo sviluppo, ad esempio, o per fronteggiare la povertà – mentre le nostre libertà diminuiscono.

Una vita completamente libera dalla paura è probabilmente impossibile, dato che si tratta di uno stimolo naturale. Proviamo paura quando percepiamo pericolo, vero o presunto, e siamo spinti a produrre gli ormoni che ci permettono di metterci in salvo. La paura è un’emozione ancestrale, sviluppata in tempi lontanissimi come risposta immediata di fronte a pericoli contingenti, come ad esempio gli animali feroci o gli agenti atmosferici. I nostri progenitori erano scarsamente attrezzati contro i pericoli a cui il loro ambiente li esponeva, che erano comunque sufficienti a tenerli concentrati su paure concrete, piuttosto che su quelle generiche e astratte che invece tormentano noi. Di conseguenza il loro rapporto con ciò che li spaventava era molto più diretto del nostro.

Come ha scritto Zygmunt Bauman in Paura liquida, “Se un tempo la paura aveva un nome preciso, nel mondo contemporaneo essa si scatena da cause apparentemente serie, ma di fatto è una forma di continua insicurezza, di vulnerabilità, di sensazione di essere perennemente esposti a pericoli che possono arrivare da qualunque parte, senza più difese.” Abbiamo domato molti aspetti pericolosi o sgradevoli della realtà, ma la paura non è scomparsa, perché, a ben vedere, la paura non dipende realmente dai pericoli effettivi che ci circondano. La paura è una nostra percezione di pericolo, è dentro di noi. E questo senso di allarme, come detto, è sempre più diffuso.

Fino a un paio di generazioni fa, per far fronte alla paura si faceva riferimento allo Stato. Anche lo Stato è nato dalla paura dei nostri predecessori – lo ha scritto Thomas Hobbes già a metà del Cinquecento nel suo Leviatano – ed è sempre prosperato grazie alla paura e alla guerra, come ha aggiunto Niccolò Machiavelli nei suoi Discorsi (II, 25). Almeno quando non li spingeva in guerra, lo Stato ricambiava i sui cittadini dandogli sicurezza, garantendo per quanto possibile la loro incolumità e i loro beni, in seguito raccogliendo risorse e poi ridistribuendole, più o meno equamente, sotto forma di diritti: se perdevi il lavoro, o ti ammalavi, lo Stato ti erogava sussidi e cure mediche. Eri al sicuro.

Oggi quest’ultima roccaforte illusoria si sta lentamente dissolvendo. Lo Stato tramonta, e a contare sono sempre più gli individui il cui orizzonte d’azione è il pianeta, persone capaci di giocare partite che trascendono le frontiere nazionali: finanzieri che operano su mercati mondiali, imprenditori che delocalizzano, o artisti e giocatori di calcio la cui nomea non ha confini. Sono le loro scelte, le loro mosse e il loro stile a creare scenari nuovi, inauditi, sconosciuti ai più. Chi non sa adattarsi ai nuovi assetti globali perché si sente posto davanti all’ignoto – e l’ignoto spaventa – finisce con interpretare questi orizzonti come “pericolosi” – anche perché alcune conseguenze di questa partita lo sono. Ecco la paura.


Una paura a cui lo Stato non dà più soluzioni, sempre più privata, che lascia l’individuo solo con se stesso. Questo però non rende la paura un fatto intimo, interiore. Anzi, al contrario, oggi si tratta sempre più un fatto sociale. Sono gli altri a dirci che cosa ci deve fare paura. Lo ha spiegato molto bene Norbert Elias in Potere e civiltà: i tipi di paura e di ansia che proviamo, la loro intensità, non dipendono dalla nostra natura intima. Ormai sono “determinati dalla storia e dalla struttura attuale della relazione con gli altri”. In altre parole, non siamo nemmeno titolari delle nostre paure. È sempre qualcun altro che stabilisce quali dobbiamo provare.

C’è comunque una cosa che non è mai cambiata: la reazione che sviluppiamo quando siamo spaventati è sempre la stessa. La paura provoca tensione, uno stato di allerta continuo, un senso di offuscamento della realtà; ci spinge a chiuderci in noi stessi, e quindi ad alzare barriere verso gli altri, o nel caso peggiore a chiedere a terzi che una qualche barriera venga alzata tra noi e ciò che ci terrorizza.


È esattamente in questo meccanismo che si insinua l’uso politico della paura. Ormai in larga parte inabili a fornire soluzioni concrete, alcuni politici le fomentano sapientemente con pericoli che dipingono come imminenti, dichiarando che il loro obiettivo è proprio far fronte al senso di insicurezza che hanno creato. I più scaltri sanno che abbinare tra loro due paure ne quadruplica l’effetto. Un esempio è l’abbinamento “barconi di immigrati” e “terrorismo islamico”. I due fenomeni, già presi separatamente, suscitano paura, ma sostenere a gran voce che “i terroristi viaggiano attraverso i barconi” ha un effetto ancora più destabilizzante.


Questo naturalmente succede nel momento di raccolta del consenso, quando le elezioni possono trasformare la paura indotta in altrettanti voti. Ma non è più necessario, anzi, potrebbe diventare controproducente, quando si è a un passo dal governo del Paese. Così, il brutale assassinio della diciottenne Pamela Mastropietro avvenuto a Macerata cinque settimane prima delle elezioni è stato ampiamente strumentalizzato. E un uomo che la paura ha riempito di odio, Luca Traini, è arrivato addirittura a esprimere in proprio, sparando a persone di colore, una malintesa “giustizia”. Mentre la scoperta che i responsabili della tragedia di Piazza San Carlo a Torino sono un gruppo di rapinatori di origine nordafricana non è stata strumentalizzata in chiave politica, ed è quasi passata sotto silenzio. Le elezioni d’altronde erano ormai già avvenute.


Annamaria Testa, su Internazionale, ha desunto da alcuni studi scientifici che i cervelli delle persone con un orientamento più conservatore sono dotati di una minor quantità di materia grigia nella neocorteccia (la parte cognitiva, più recente, che sa gestire l’incertezza e le informazioni contraddittorie) e hanno amigdale più grandi. L’amigdala è una piccola porzione di materia grigia di forma ovoidale (amygdala in greco significa mandorla) che fa parte della porzione primitiva del cervello ed è associata alle emozioni – prima fra tutte la paura – con la memoria emozionale e con la cosiddetta reazione fight or flight (attacca o scappa).

Di conseguenza, come dice Testa, “chi fa leva sulla paura o agita lo spettro di un qualsiasi ‘nemico’ […] sta promuovendo istanze di destra”. Purtroppo il fenomeno è meno circoscritto di quanto venga dipinto. Alcuni politici dimostrano di essere molto abili nel trasformare le calamità altrui in vantaggi personali, proponendo false soluzioni, come fortificare i confini e mettere uno stop alle ondate migratorie. Ma la capacità di sfruttare politicamente le nostre paure non ha una precisa coloritura politica, e le vittime non sono soltanto i cervelli orientati a destra.

Non è facile metterci al riparo dalla politica della paura, ma c’è una strategia a cui cerco di far arrivare i miei pazienti che soffrono di ansia e hanno subito gravi traumi che li rendono ancora più esposti. È la stessa che impieghiamo davanti alle manifestazioni più basiche della paura, come un rumore in casa che di notte ci sveglia di soprassalto. Andiamo a vedere, e non appena ci accorgiamo che non c’è nessun ladro, ma che è stato il nostro gatto a far cadere un oggetto, riusciamo facilmente a riprendere sonno.


Da "https://thevision.com" LA POLITICA DELLA PAURA E I SUOI EFFETTI SULLA NOSTRA VITA DI MARIARITA VALENTINI

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"Voi sapete come me qual è la verità", Emma Bonino critica la politica migratoria applicata dal governo

Emma Bonino al Senato critica la politica migratoria del governo e la scelta di fornire ai libici 12 motovedette con un intervento duro e battendo le mani sul tavolo: “Voi sapete, come me, qual è la verità”.

“Voi sapete come me che non c’è pacchia che tenga. Voi sapete come me che i migranti non sono in crociera. Voi sapete come me che non ci sono i taxi del mare”, dichiara la leader di Più Europa nel corso della 26esima seduta dell’Assemblea.

Interrotta dagli insulti, la Bonino prosegue. “Io so che in quest’aula tutto mi è ostile ma non è possibile che una delle pochissime voci in disaccordo debba subire minacce, insulti e mancanza di rispetto”.

La scelta del governo di donare 12 motovedette alla Libia

Durante il question time alla Camera del 27 giugno, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato la decisione di donare 12 motovedette alla Libia con “conseguente formazione degli equipaggi per continuare a proteggere vite nel Mediterraneo”.


Secondo indiscrezioni, le imbarcazioni sarebbero 6 e non 12, dal prezzo unitario di circa 10mila euro.

Le navi – secondo quanto affermato dal ministro dell’Interno e leader della Lega – andranno alla guardia costiera libica. Quella stessa pattuglia che, un anno fa, venne accusata di aver aperto il fuoco contro la ong ProActiva Open Arms. Quello stesso corpo che dipende dalla marina militare locale che, a sua volta, è governata dal governo di Al-Serraj, riconosciuto dall’Onu, ma di fatto privato di qualsiasi potere.

In Libia Al-Serraj è in un angolo, mentre il resto del paese è retto – semplificando la situazione politica – dal governo di Tobruk guidato dal generale Khalifa Haftar, che – tra l’altro – in questo momento è reduce da un ricovero misterioso di qualche mese fa (addirittura è stato dato per morto in diverse circostanze).

La donazione delle motovedette italiane rischia di finire nel caos.


La situazione totalmente ingestibile di uno stato che è sull’orlo del fallimento ormai da diversi anni – e che manda i sindaci di alcune cittadine (veri e propri capi-tribù) a negoziare con i rappresentanti delle istituzioni straniere – non garantisce un buon esito della transazione.

Ma le “donazioni” fatte alla Libia rientravano già in un piano molto più vasto realizzato dal suo predecessore Marco Minniti.

Già nello scorso anno, infatti, si parlò di una operazione ampia – costata anche 800 milioni di euro e che già scatenò fortissimi dubbi – che prevedeva la cessione alla Libia di imbarcazioni, ma anche di ambulanze, jeep, automobili, telefoni satellitari, mute da sub, bombole per l’ossigeno, binocoli diurni e notturni.

Minniti diffondeva i numeri degli sbarchi, soddisfatto. Meno 32 per cento dall’inizio dell’anno, meno 67 per cento a luglio, il mese in cui l’Italia ha imposto il Codice di condotta alle Ong presenti nel Mediterraneo, minacciando di chiudere i porti e incassando al vertice di Tallin la disponibilità dell’Europa per un maggiore impegno per far fronte alla crisi migratoria.

A fronte dei 173 mila migranti sbarcati nei primi undici mesi del 2016 nel nostro paese, nel 2017 ne sono arrivati 117 mila. 55 mila in meno.

La svolta ci fu il 28 giugno 2017, quando Minniti adottò una delle decisioni più eloquenti sui numeri e le difficoltà a reperire le strutture di accoglienza di fronte all’emergenza migranti: durante un volo istituzionale diretto negli Stati Uniti dispose il dietrofront aereo per tornare in Italia e ridiscutere della gestione dei flussi migratori col premier Paolo Gentiloni.

Il ministro valutò attentamente l’intensificazione della collaborazione con la guardia costiera libica, formata da nostro personale e dotata di 10 motovedette ristrutturate dall’Italia, e la guardia libica di frontiera, lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad e Nigeria.

Questa possibilità rappresentò sicuramente un punto di svolta, quanto mai prezioso quindi una presa di posizione chiara e inequivocabile da parte del presidente del Consiglio. Un suo intervento in questa direzione avrebbe certamente un peso specifico importante per cambiate le carte in tavola.

Il 9 gennaio 2017, Minnito volò a Tripoli per gettare le basi di un’intesa con il governo di unità nazionale libico di Fayez al Serraj sulla gestione dell’immigrazione, il controllo delle frontiere e il contrasto al traffico di esseri umani.

Durante la conferenza stampa Minniti diede qualche indicazione in più sul memorandum d’intesa. “Tenendo conto degli accordi già fatti tra Italia e Libia, uno nel 2008, l’altro più recente nel 2012, abbiamo comunemente deciso di raggiungere un accordo nei tempi più brevi possibili, che consenta a Italia e Libia di combattere insieme gli scafisti”.

Da allora i rapporti con il paese nordafricano si sono sempre più intensificati.

Nell’ultimo anno è cambiato tutto nel contrasto ai flussi migratori con la politica intrapresa da Minniti e dal governo Gentiloni con l’intenzione di creare due sale operative: un centro marittimo di soccorso e una sala operativa di contrasto. Lo spiegò, per esempio, il generale Stefano Screpanti, capo del III Reparto-Operazioni della Guardia di Finanza, il 5 luglio al Comitato Schengen.

Screpanti disse che “la Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia di frontiera con l’Unione Europea sta mettendo a punto un progetto per creare queste due strutture. Nel Mrcc libico (la sala operativa di soccorso, ndr) ci dovrebbe essere l’apporto della Guardia Costiera italiana”. Nell’altra “ci dovrebbe essere il supporto principale della Guardia di Finanza, anche per svolgere azioni di contrasto e investigative”. L’annuncio del premier libico potrebbe riguardare quest’ultima ipotesi.

Nell’ultimo incontro di dicembre tra Al-Sarraj e Minniti si parlò di altri due argomenti fondamentali: il controllo delle frontiere meridionali e la chiusura delle decine di centri gestiti da criminali dove i migranti sono tenuti in condizioni disumane.

Gli stessi centri per i quali il ministro Salvini ha parlato di falsa “retorica”.

 

 

Da "www.tpi.it" Migranti, il discorso di Emma Bonino che scuote il Senato

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Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via.

Da ascoltare
Sarebbe meglio se i nostri leader politici ammettessero di non sapere cosa fare? Charles Eisenstein ne discute nel suo intervento intitolato The fertile ground of bewilderment.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" La rigidità non aiuta ad affrontare il caos della vita di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

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Gli italiani non si informano, e non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni probabilità anche a causa dell’introduzione dei paywall (i sistemi che obbligano a pagare qualcosina per accedere a contenuti di qualità in rete).

A dire tutto questo è l’Ansa, citando l’ultimo rapporto della Commissione europea sullo sviluppo digitale. Il rapporto prende in esame diverse aree, ma quello che qui ci interessa è il capitolo 3 (pagina 8) che riguarda l’uso dei servizi internet. Dunque: usiamo la rete più o meno in media con gli altri cittadini europei per cercare musica, video e giochi, per fare videochiamate e per frequentare i social network.

La usiamo meno degli altri per accedere ai servizi bancari o per comprare cose. La usiamo molto meno degli altri per leggere notizie. Del resto, per rendersi conto di tutto ciò basta fare un giro in metropolitana e sbirciare quanto appare sugli schermi degli onnipresenti telefoni.

Tutto ciò denota una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati

Ma, ormai è noto, non leggiamo notizie nemmeno sui quotidiani di carta, che negli ultimi dieci anni, secondo il Censis, hanno perso un quarto dei loro utenti, soltanto una minima frazione dei quali è passata alla lettura online.

Già che ci sono, ricordo che meno di un italiano su due (il 45,7 per cento) legge libri, e che per dichiararsi “lettore” basta aver aperto un singolo libro nell’arco di un anno, ricettari di cucina, guide turistiche e manuali di autoaiuto compresi.

Ho lo sconfortante sospetto che tutto ciò denoti una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati, a far la fatica di selezionare e verificare le fonti e a prendersi l’ulteriore onere di ragionarci sopra applicando un minimo di pensiero critico.

Per carità: tutto ciò andrebbe anche bene, se contemporaneamente non decrescesse la fiducia riposta nelle istituzioni e negli attori che per ruolo o per professione dovrebbero, appunto, considerare ed elaborare fatti e dati per conto di chi non avesse la voglia, il tempo o la capacità di farlo.

Insomma: è come se pretendessimo di guadagnarci tutto il godimento, il brivido, la soddisfazione e il protagonismo connessi con la disintermediazione, senza accollarci l’obbligo di fare il lavoro in precedenza svolto da chi intermediava.

In altre parole: è come se dicessimo “ehi, basta con gli agenti, ce lo organizziamo noi alla grande, il nostro viaggio verso il futuro, e che sarà mai?”, ma poi non avessimo voglia di controllare mete e costi, orari e itinerari, le variazioni climatiche stagionali, le soste possibili. E pazienza se facendo così, ahi ahi ahi, diventiamo turisti-fai-da-te delle opinioni e delle decisioni che riguardano, prima ancora che la collettività, noi stessi.

E ancora. Sembra che le emozioni siano diventate non il principale, ma addirittura l’unico strumento disponibile per comunicare (cioè: per trasmettere informazione) catturando l’attenzione, e di conseguenza l’interesse e il consenso, di pubblici disorientati e definitivamente sovrastati dall’eccesso di stimoli, di proposte e di complessità.

Chiariamoci: non è certo una novità che per comunicare qualsiasi fatto, per proporre qualsiasi idea, per incentivare a prendere qualsiasi decisione (e anche per vendere qualsiasi cosa) sia, più che opportuno, indispensabile agire anche, o soprattutto, sulla leva emozionale.

Del resto, già un paio di millenni fa Cicerone affermava che, per comunicare efficacemente, il bravo oratore deve docere o probare, delectare, movere o flectere. Cioè: l’oratore dev’essere capace non solo di spiegare, ma anche di intrattenere e di coinvolgere emotivamente.

Però. Però potrebbe sembrare che oggi il suscitare e il trasmettere emozioni si vada trasformando da mezzo efficace per comunicare a obiettivo ultimo dell’atto stesso della comunicazione. È l’engagement, bellezza: il nuovo mito della comunicazione disintermediata.

Tutto ciò appare paradossale in un tempo in cui l’informazione di qualità a disposizione di tutti è più accessibile che mai. E poi: siamo davvero certi che sia più utile, e perfino più gratificante, volendo davvero essere protagonisti del proprio futuro, sentirsi engaged che essere informati?

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Disinformati, disintermediati, ma molto coinvolti di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Imparare a vivere con la complessità

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

Pubblicato in Passaggi del presente

Chiamerò sindrome di Giachetti l’incapacità di entrare in relazione con lo studente attribuendo a lui soltanto ogni fallimento del processo educativo. In omaggio al maestro Benigni di Non ci resta che piangere il cui motto è: «Giachetti? Io quello lo boccio» (qui).

Gli studenti

«Vorrei che una volta entrati in classe i professori ci dicessero che sarà un anno impegnativo, ma divertente»; «I professori dovrebbero insegnarci ad esprimere le nostre opinioni, coinvolgendoci all’interno della lezione rendendoci partecipi»; «Mi piacerebbe sentirmi dire che non è così importante avere il 10 a tutte le materie, ma sarebbe molto importante uscire dalla scuola con la capacità di seguire un telegiornale e capirlo». (classe prima, ITIS)

Queste sono alcune delle voci raccolte in un progetto di ricerca della Cassa di risparmio di Firenze e della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia coordinato da Federico Batini. Ragazzi e ragazze che sono stati coinvolti nel tentativo di dare una risposta plausibile e soddisfacente alla domanda: cosa è la dispersione scolastica?

La domanda non è retorica. La dispersione scolastica non è un fenomeno marginale. Chiedere anche agli studenti cosa si può fare per arginare questa frana del sistema educativo non è solo un esercizio di stile, vedremo perché.

Intanto partiamo da alcuni dati ufficiali anche se non recentissimi (il calcolo della dispersione è infatti su base triennale).

«Possiamo affermare oggi che quasi uno studente italiano su tre abbandona la scuola secondaria di secondo grado senza aver completato il percorso e senza aver conseguito alcun titolo. Il panorama, così desolante, emerge dai dati del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati da «Tuttoscuola» nel Dossier “Dispersione” del 2014. Il dossier si apre con una cifra strabiliante: sono quasi tre milioni (2.900.000) i ragazzi che, negli ultimi quindici anni, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Sono quasi 170mila i ragazzi che, in un quinquennio, cioè solo nella scuola secondaria di secondo grado, abbandonano il percorso di istruzione».

Così Mauro Piras: «quasi un terzo di abbandoni tra gli iscritti alla secondaria di secondo grado tra 2005 e 2010; quasi un terzo della coorte generazionale più recente che non ha un titolo per accedere alla formazione terziaria: questi dati mostrano che la secondaria di secondo grado respinge i più deboli, rende loro il percorso difficile e li espelle dal sistema» (qui).

L’Atlante di Save the Children 2017 dedicato alla scuola riporta che «se si esaminano i ragazzi con i livelli più bassi di competenza nei saperi irrinunciabili della matematica di base e della lettura (low achievers), il 36% dei quindicenni figli di poveri non raggiunge le competenze minime in matematica e il 29% in lettura e comprensione di semplici testi. Così un quindicenne su cinque ha gravi difficoltà ad analizzare e comprendere il significato dei testi scritti, e un alunno su tre non raggiunge la sufficienza (livello 2) in almeno una delle tre discipline ritenute fondamentali da OCSE per l’esercizio del diritto di cittadinanza».

Ovviamente questo non significa necessariamente che la nostra scuola è “peggiore” di quella, mettiamo, di 20 anni fa, ma che da alcuni anni a questa parte si è iniziato a raccogliere anche questo tipo di informazioni.

Cause socio economiche dietro l’insufficienza formativa e l’abbandono. Ma non solo. «Ogni scuola affaccia su una strada, un quartiere, un mondo con il quale, volente o nolente, deve dialogare ogni giorno, non fosse altro per il via vai degli alunni che la frequentano. Il fenomeno della dispersione scolastica è strettamente correlato alla difficoltà della scuola di aprirsi, farsi comunità educante e mettersi in rete con i propri territori di appartenenza… I territori sono segnati da profonde differenze in termini di spazi, servizi, attività culturali e produttive, condizioni occupazionali, culturali, sociali. Veri e propri baratri in certi casi, che hanno il potere di condizionare le stesse regole di ingaggio della sfida educativa», così Save the Children.

Le aree interne del paese, per esempio, come messo in luce da Filippo Tantillo che coordina il progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ridefinisce la zone di sottosviluppo in base a criteri non meramente economici, soffrono di problemi non imputabili direttamente alla crisi, i redditi spesso sono nella media nazionale, eppure il sistema scolastico è in emergenza per mancanza di insegnanti che vivendo stabilmente lì, per esempio, riescono a integrarsi nella vita della comunità e così facendo farla crescere.

Il riferirsi ai diversi dati disponibili deve fare i conti con tutto questo e, perciò, in primo luogo, con i differenti contesti e soprattutto con le storie dei ragazzi che perdiamo per strada.

Cosa è la dispersione?

Secondo la definizione del MIUR nel concetto di dispersione rientrano:

– gli alunni che interrompono la frequenza senza valida motivazione prima della conclusione dell’anno scolastico nella scuola secondaria di I e di II grado;

– gli alunni che abbandonano (nei due ordini di scuola) nel passaggio all’anno successivo dopo aver frequentato tutto l’anno;

– gli alunni che lasciano nel passaggio alla scuola secondaria.

Il MIUR, da anni, indica nella dispersione uno dei più gravi problemi del sistema educativo italiano. Marco Rossi Doria ha istituito una Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa e ha pubblicato a gennaio del 2018 l’ultimo documento sul formativo, evidenziando la mole di lavoro e di conoscenze accumulate negli ultimi anni alla quale, si spera, i prossimi governi vorranno dare seguito.

Scrive Save the Children: «il recente documento MIUR ci consente di sapere quanti alunni «a rischio dispersione in corso d’anno» rientrino nel sistema scolastico a settembre e, così, di “pulire” (nelle regioni che hanno condiviso le banche dati aderendo nel 2015-16 al programma di Iscrizioni on-line) il dato del rischio di abbandono da quello dei trasferimenti ad altri sistemi di formazione, in particolare la Formazione professionale che è in capo alle regioni. Tale sguardo, più affinato che in passato, ci permette di scremare il rischio dispersione di quasi 42.000 alunni rientrati nel sistema di istruzione o di formazione professionale nei diversi tasselli individuati (in corso d’anno nella scuola secondaria di I e II grado, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, tra i frequentanti che non si iscrivono all’anno successivo). Così ora sappiamo che ben 25.000 alunni (sui 34.000 dati per dispersi) in realtà trasmigrano alla formazione professionale nel passaggio dal primo al secondo ciclo».

Concentriamoci ora su chi si ritira entro il 15 marzo e non rientra a settembre; sui «trasferiti non più frequentanti». Circa il 70% degli alunni che comunicano di trasferirsi ad altra scuola nella secondaria di I e II grado senza completare il passaggio nel corso dell’anno, non rientrano nel sistema l’anno successivo. Si tratta di 15.000 ragazzi». E poi ci sono gli alunni che non tornano a scuola pur avendo concluso l’anno regolarmente. «7.000 alunni nei primi due anni della scuola secondaria di I grado e più di 71.000 nei primi quattro anni della scuola superiore (con un picco nel primo biennio)». Una massa da prendere in considerazione nota Save the Children «anche se è plausibile che si trasferiscano ad altra scuola senza comunicarlo. E questo conferma l’estrema difficoltà di ogni conteggio dei “persi alla scuola” che spesso non lo sono davvero e altrettanto spesso lo sono, invece, e non lo sappiamo. I recenti dati del MIUR ci consentono, in ogni modo, di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado».

Ma la percentuale non convince: 4,3% nella secondaria di II grado è un dato che contrasta con l’elaborazione di Tuttoscuola che nel 2014 indicava in un terzo della popolazione scolastica il dato preoccupante dell’abbandono. E un semplice colpo d’occhio in una classe qualsiasi del biennio delle superiori di una zona a rischio fa apparire una situazione completamente diversa. Inoltre la trasmigrazione alla formazione professionale non è un tema da trascurare, non si può infatti considerare un’alternativa equivalente alla scuola se scelta in seguito a una bocciatura per esempio o a un percorso scolastico segnato da cattiva qualità dell’insegnamento, mancanza di tempo pieno nella primaria con conseguente enfatizzazione delle differenze familiari di partenza e insegnanti che cambiano ogni anno.

Questa definizione di dispersione è troppo generosa rispetto alle falle interne del sistema formativo poiché addossa quasi tutta la responsabilità a una dimensione socio economica (non a caso nel documento MIUR si cita spesso la Lettera a una professoressa (1967) come modello analitico utile per il presente senza rendersi conto però che le povertà educative odierne non sono sempre generate da miseria materiale). Vorrei dunque proporre di abbracciare una definizione più ampia di dispersione, data da Olga Bombardelli: «c’è dispersione di talenti ogni volta che ci si trova di fronte ad un sentimento di grave malessere che impedisce all’alunno di vivere un’esperienza scolastica pienamente formativa. Si tratta di un problema individuale e sociale”».

Quali soluzioni?

Innanzitutto serve un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata faccia da fondamento a ogni futuro ragionamento (qui).

Dallo studio coordinato da Batini emergono poi indicazioni più precise: «una prima tappa nella realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico», scrive Roland Pfefferkorn.

Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola. Perché se è vero che l’abbandono cresce nella povertà materiale possiamo dire senza tema di essere smentiti che il suo anticorpo più importante sta nella relazione scuola/ragazzi. Infatti al disagio materiale della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione (qui una utile riflessione contro il consiglio orientativo). Mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche e questo è un dato strutturale della storia della scuola se, fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonnella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile».

E allora torniamo ai punti proposti dai ragazzi intervistati dalla ricerca coordinata da Federico Batini. Salta agli occhi l’analogia con la proposta degli allievi di Barbiana.

– A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

– Agli svogliati basta dargli uno scopo.

– Non bocciare.

Nessun ragazzo lo dice dice, ma quello lo aggiungo io: nella scuola dell’obbligo non bocciare.

Primo: non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché come abbiamo visto tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo. Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, l’obbligo scolastico oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Chiaro che finché i cicli non saranno riformati la risposta non potrà essere in termini generici che un no. Eppure anche oggi come 50 anni il punto centrale è proprio questo. Mettere in discussione la bocciatura come strumento di valutazione e di educazione perché l’obbligo è innanzitutto quello che lo Stato ha di dare un percorso diversificato e di qualità a tutti.

Il tempo pieno. Nel documento del MIUR del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro e le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Io lo so perché l’ho fatto. Oggi mia figlia che ha 11 anni e fa il tempo pieno in prima media lavora tutto il giorno. Tutto. Lei può farlo. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna ad essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (qui una riflessione dei Maestri di strada).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Spesso mi è stato chiesto, in questo anno passato a parlare del mio libro quale è l’attualità oggi di Lettera a una professoressa. Ecco: questo libro chiede agli studenti di ragionare sulla loro scuola sulle cose che non vanno su quelle che vorrebbero vedere cambiare. Quella voce che viene da lontano dice chiaramente prendete la parola e dite cosa è la scuola e come la vorreste.

Anche se la risposta rimane sempre la stessa, da 50 anni a questa parte.

Primo: non bocciare.

Secondo: a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Terzo: agli svogliati basta dargli uno scopo.

 

Da "http://www.doppiozero.com" La sindrome di Giachetti. O della bocciatura, della dispersione, dello scoraggiamento di Vanessa Roghi

 

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