Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via.

Da ascoltare
Sarebbe meglio se i nostri leader politici ammettessero di non sapere cosa fare? Charles Eisenstein ne discute nel suo intervento intitolato The fertile ground of bewilderment.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" La rigidità non aiuta ad affrontare il caos della vita di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente

Gli italiani non si informano, e non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni probabilità anche a causa dell’introduzione dei paywall (i sistemi che obbligano a pagare qualcosina per accedere a contenuti di qualità in rete).

A dire tutto questo è l’Ansa, citando l’ultimo rapporto della Commissione europea sullo sviluppo digitale. Il rapporto prende in esame diverse aree, ma quello che qui ci interessa è il capitolo 3 (pagina 8) che riguarda l’uso dei servizi internet. Dunque: usiamo la rete più o meno in media con gli altri cittadini europei per cercare musica, video e giochi, per fare videochiamate e per frequentare i social network.

La usiamo meno degli altri per accedere ai servizi bancari o per comprare cose. La usiamo molto meno degli altri per leggere notizie. Del resto, per rendersi conto di tutto ciò basta fare un giro in metropolitana e sbirciare quanto appare sugli schermi degli onnipresenti telefoni.

Tutto ciò denota una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati

Ma, ormai è noto, non leggiamo notizie nemmeno sui quotidiani di carta, che negli ultimi dieci anni, secondo il Censis, hanno perso un quarto dei loro utenti, soltanto una minima frazione dei quali è passata alla lettura online.

Già che ci sono, ricordo che meno di un italiano su due (il 45,7 per cento) legge libri, e che per dichiararsi “lettore” basta aver aperto un singolo libro nell’arco di un anno, ricettari di cucina, guide turistiche e manuali di autoaiuto compresi.

Ho lo sconfortante sospetto che tutto ciò denoti una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati, a far la fatica di selezionare e verificare le fonti e a prendersi l’ulteriore onere di ragionarci sopra applicando un minimo di pensiero critico.

Per carità: tutto ciò andrebbe anche bene, se contemporaneamente non decrescesse la fiducia riposta nelle istituzioni e negli attori che per ruolo o per professione dovrebbero, appunto, considerare ed elaborare fatti e dati per conto di chi non avesse la voglia, il tempo o la capacità di farlo.

Insomma: è come se pretendessimo di guadagnarci tutto il godimento, il brivido, la soddisfazione e il protagonismo connessi con la disintermediazione, senza accollarci l’obbligo di fare il lavoro in precedenza svolto da chi intermediava.

In altre parole: è come se dicessimo “ehi, basta con gli agenti, ce lo organizziamo noi alla grande, il nostro viaggio verso il futuro, e che sarà mai?”, ma poi non avessimo voglia di controllare mete e costi, orari e itinerari, le variazioni climatiche stagionali, le soste possibili. E pazienza se facendo così, ahi ahi ahi, diventiamo turisti-fai-da-te delle opinioni e delle decisioni che riguardano, prima ancora che la collettività, noi stessi.

E ancora. Sembra che le emozioni siano diventate non il principale, ma addirittura l’unico strumento disponibile per comunicare (cioè: per trasmettere informazione) catturando l’attenzione, e di conseguenza l’interesse e il consenso, di pubblici disorientati e definitivamente sovrastati dall’eccesso di stimoli, di proposte e di complessità.

Chiariamoci: non è certo una novità che per comunicare qualsiasi fatto, per proporre qualsiasi idea, per incentivare a prendere qualsiasi decisione (e anche per vendere qualsiasi cosa) sia, più che opportuno, indispensabile agire anche, o soprattutto, sulla leva emozionale.

Del resto, già un paio di millenni fa Cicerone affermava che, per comunicare efficacemente, il bravo oratore deve docere o probare, delectare, movere o flectere. Cioè: l’oratore dev’essere capace non solo di spiegare, ma anche di intrattenere e di coinvolgere emotivamente.

Però. Però potrebbe sembrare che oggi il suscitare e il trasmettere emozioni si vada trasformando da mezzo efficace per comunicare a obiettivo ultimo dell’atto stesso della comunicazione. È l’engagement, bellezza: il nuovo mito della comunicazione disintermediata.

Tutto ciò appare paradossale in un tempo in cui l’informazione di qualità a disposizione di tutti è più accessibile che mai. E poi: siamo davvero certi che sia più utile, e perfino più gratificante, volendo davvero essere protagonisti del proprio futuro, sentirsi engaged che essere informati?

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Disinformati, disintermediati, ma molto coinvolti di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Imparare a vivere con la complessità

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

Pubblicato in Passaggi del presente

Chiamerò sindrome di Giachetti l’incapacità di entrare in relazione con lo studente attribuendo a lui soltanto ogni fallimento del processo educativo. In omaggio al maestro Benigni di Non ci resta che piangere il cui motto è: «Giachetti? Io quello lo boccio» (qui).

Gli studenti

«Vorrei che una volta entrati in classe i professori ci dicessero che sarà un anno impegnativo, ma divertente»; «I professori dovrebbero insegnarci ad esprimere le nostre opinioni, coinvolgendoci all’interno della lezione rendendoci partecipi»; «Mi piacerebbe sentirmi dire che non è così importante avere il 10 a tutte le materie, ma sarebbe molto importante uscire dalla scuola con la capacità di seguire un telegiornale e capirlo». (classe prima, ITIS)

Queste sono alcune delle voci raccolte in un progetto di ricerca della Cassa di risparmio di Firenze e della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia coordinato da Federico Batini. Ragazzi e ragazze che sono stati coinvolti nel tentativo di dare una risposta plausibile e soddisfacente alla domanda: cosa è la dispersione scolastica?

La domanda non è retorica. La dispersione scolastica non è un fenomeno marginale. Chiedere anche agli studenti cosa si può fare per arginare questa frana del sistema educativo non è solo un esercizio di stile, vedremo perché.

Intanto partiamo da alcuni dati ufficiali anche se non recentissimi (il calcolo della dispersione è infatti su base triennale).

«Possiamo affermare oggi che quasi uno studente italiano su tre abbandona la scuola secondaria di secondo grado senza aver completato il percorso e senza aver conseguito alcun titolo. Il panorama, così desolante, emerge dai dati del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati da «Tuttoscuola» nel Dossier “Dispersione” del 2014. Il dossier si apre con una cifra strabiliante: sono quasi tre milioni (2.900.000) i ragazzi che, negli ultimi quindici anni, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Sono quasi 170mila i ragazzi che, in un quinquennio, cioè solo nella scuola secondaria di secondo grado, abbandonano il percorso di istruzione».

Così Mauro Piras: «quasi un terzo di abbandoni tra gli iscritti alla secondaria di secondo grado tra 2005 e 2010; quasi un terzo della coorte generazionale più recente che non ha un titolo per accedere alla formazione terziaria: questi dati mostrano che la secondaria di secondo grado respinge i più deboli, rende loro il percorso difficile e li espelle dal sistema» (qui).

L’Atlante di Save the Children 2017 dedicato alla scuola riporta che «se si esaminano i ragazzi con i livelli più bassi di competenza nei saperi irrinunciabili della matematica di base e della lettura (low achievers), il 36% dei quindicenni figli di poveri non raggiunge le competenze minime in matematica e il 29% in lettura e comprensione di semplici testi. Così un quindicenne su cinque ha gravi difficoltà ad analizzare e comprendere il significato dei testi scritti, e un alunno su tre non raggiunge la sufficienza (livello 2) in almeno una delle tre discipline ritenute fondamentali da OCSE per l’esercizio del diritto di cittadinanza».

Ovviamente questo non significa necessariamente che la nostra scuola è “peggiore” di quella, mettiamo, di 20 anni fa, ma che da alcuni anni a questa parte si è iniziato a raccogliere anche questo tipo di informazioni.

Cause socio economiche dietro l’insufficienza formativa e l’abbandono. Ma non solo. «Ogni scuola affaccia su una strada, un quartiere, un mondo con il quale, volente o nolente, deve dialogare ogni giorno, non fosse altro per il via vai degli alunni che la frequentano. Il fenomeno della dispersione scolastica è strettamente correlato alla difficoltà della scuola di aprirsi, farsi comunità educante e mettersi in rete con i propri territori di appartenenza… I territori sono segnati da profonde differenze in termini di spazi, servizi, attività culturali e produttive, condizioni occupazionali, culturali, sociali. Veri e propri baratri in certi casi, che hanno il potere di condizionare le stesse regole di ingaggio della sfida educativa», così Save the Children.

Le aree interne del paese, per esempio, come messo in luce da Filippo Tantillo che coordina il progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ridefinisce la zone di sottosviluppo in base a criteri non meramente economici, soffrono di problemi non imputabili direttamente alla crisi, i redditi spesso sono nella media nazionale, eppure il sistema scolastico è in emergenza per mancanza di insegnanti che vivendo stabilmente lì, per esempio, riescono a integrarsi nella vita della comunità e così facendo farla crescere.

Il riferirsi ai diversi dati disponibili deve fare i conti con tutto questo e, perciò, in primo luogo, con i differenti contesti e soprattutto con le storie dei ragazzi che perdiamo per strada.

Cosa è la dispersione?

Secondo la definizione del MIUR nel concetto di dispersione rientrano:

– gli alunni che interrompono la frequenza senza valida motivazione prima della conclusione dell’anno scolastico nella scuola secondaria di I e di II grado;

– gli alunni che abbandonano (nei due ordini di scuola) nel passaggio all’anno successivo dopo aver frequentato tutto l’anno;

– gli alunni che lasciano nel passaggio alla scuola secondaria.

Il MIUR, da anni, indica nella dispersione uno dei più gravi problemi del sistema educativo italiano. Marco Rossi Doria ha istituito una Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa e ha pubblicato a gennaio del 2018 l’ultimo documento sul formativo, evidenziando la mole di lavoro e di conoscenze accumulate negli ultimi anni alla quale, si spera, i prossimi governi vorranno dare seguito.

Scrive Save the Children: «il recente documento MIUR ci consente di sapere quanti alunni «a rischio dispersione in corso d’anno» rientrino nel sistema scolastico a settembre e, così, di “pulire” (nelle regioni che hanno condiviso le banche dati aderendo nel 2015-16 al programma di Iscrizioni on-line) il dato del rischio di abbandono da quello dei trasferimenti ad altri sistemi di formazione, in particolare la Formazione professionale che è in capo alle regioni. Tale sguardo, più affinato che in passato, ci permette di scremare il rischio dispersione di quasi 42.000 alunni rientrati nel sistema di istruzione o di formazione professionale nei diversi tasselli individuati (in corso d’anno nella scuola secondaria di I e II grado, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, tra i frequentanti che non si iscrivono all’anno successivo). Così ora sappiamo che ben 25.000 alunni (sui 34.000 dati per dispersi) in realtà trasmigrano alla formazione professionale nel passaggio dal primo al secondo ciclo».

Concentriamoci ora su chi si ritira entro il 15 marzo e non rientra a settembre; sui «trasferiti non più frequentanti». Circa il 70% degli alunni che comunicano di trasferirsi ad altra scuola nella secondaria di I e II grado senza completare il passaggio nel corso dell’anno, non rientrano nel sistema l’anno successivo. Si tratta di 15.000 ragazzi». E poi ci sono gli alunni che non tornano a scuola pur avendo concluso l’anno regolarmente. «7.000 alunni nei primi due anni della scuola secondaria di I grado e più di 71.000 nei primi quattro anni della scuola superiore (con un picco nel primo biennio)». Una massa da prendere in considerazione nota Save the Children «anche se è plausibile che si trasferiscano ad altra scuola senza comunicarlo. E questo conferma l’estrema difficoltà di ogni conteggio dei “persi alla scuola” che spesso non lo sono davvero e altrettanto spesso lo sono, invece, e non lo sappiamo. I recenti dati del MIUR ci consentono, in ogni modo, di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado».

Ma la percentuale non convince: 4,3% nella secondaria di II grado è un dato che contrasta con l’elaborazione di Tuttoscuola che nel 2014 indicava in un terzo della popolazione scolastica il dato preoccupante dell’abbandono. E un semplice colpo d’occhio in una classe qualsiasi del biennio delle superiori di una zona a rischio fa apparire una situazione completamente diversa. Inoltre la trasmigrazione alla formazione professionale non è un tema da trascurare, non si può infatti considerare un’alternativa equivalente alla scuola se scelta in seguito a una bocciatura per esempio o a un percorso scolastico segnato da cattiva qualità dell’insegnamento, mancanza di tempo pieno nella primaria con conseguente enfatizzazione delle differenze familiari di partenza e insegnanti che cambiano ogni anno.

Questa definizione di dispersione è troppo generosa rispetto alle falle interne del sistema formativo poiché addossa quasi tutta la responsabilità a una dimensione socio economica (non a caso nel documento MIUR si cita spesso la Lettera a una professoressa (1967) come modello analitico utile per il presente senza rendersi conto però che le povertà educative odierne non sono sempre generate da miseria materiale). Vorrei dunque proporre di abbracciare una definizione più ampia di dispersione, data da Olga Bombardelli: «c’è dispersione di talenti ogni volta che ci si trova di fronte ad un sentimento di grave malessere che impedisce all’alunno di vivere un’esperienza scolastica pienamente formativa. Si tratta di un problema individuale e sociale”».

Quali soluzioni?

Innanzitutto serve un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata faccia da fondamento a ogni futuro ragionamento (qui).

Dallo studio coordinato da Batini emergono poi indicazioni più precise: «una prima tappa nella realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico», scrive Roland Pfefferkorn.

Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola. Perché se è vero che l’abbandono cresce nella povertà materiale possiamo dire senza tema di essere smentiti che il suo anticorpo più importante sta nella relazione scuola/ragazzi. Infatti al disagio materiale della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione (qui una utile riflessione contro il consiglio orientativo). Mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche e questo è un dato strutturale della storia della scuola se, fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonnella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile».

E allora torniamo ai punti proposti dai ragazzi intervistati dalla ricerca coordinata da Federico Batini. Salta agli occhi l’analogia con la proposta degli allievi di Barbiana.

– A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

– Agli svogliati basta dargli uno scopo.

– Non bocciare.

Nessun ragazzo lo dice dice, ma quello lo aggiungo io: nella scuola dell’obbligo non bocciare.

Primo: non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché come abbiamo visto tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo. Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, l’obbligo scolastico oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Chiaro che finché i cicli non saranno riformati la risposta non potrà essere in termini generici che un no. Eppure anche oggi come 50 anni il punto centrale è proprio questo. Mettere in discussione la bocciatura come strumento di valutazione e di educazione perché l’obbligo è innanzitutto quello che lo Stato ha di dare un percorso diversificato e di qualità a tutti.

Il tempo pieno. Nel documento del MIUR del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro e le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Io lo so perché l’ho fatto. Oggi mia figlia che ha 11 anni e fa il tempo pieno in prima media lavora tutto il giorno. Tutto. Lei può farlo. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna ad essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (qui una riflessione dei Maestri di strada).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Spesso mi è stato chiesto, in questo anno passato a parlare del mio libro quale è l’attualità oggi di Lettera a una professoressa. Ecco: questo libro chiede agli studenti di ragionare sulla loro scuola sulle cose che non vanno su quelle che vorrebbero vedere cambiare. Quella voce che viene da lontano dice chiaramente prendete la parola e dite cosa è la scuola e come la vorreste.

Anche se la risposta rimane sempre la stessa, da 50 anni a questa parte.

Primo: non bocciare.

Secondo: a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Terzo: agli svogliati basta dargli uno scopo.

 

Da "http://www.doppiozero.com" La sindrome di Giachetti. O della bocciatura, della dispersione, dello scoraggiamento di Vanessa Roghi

 

Pubblicato in Fatti e commenti

Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità.


Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.


Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo
Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 09 Febbraio 2018 00:00

Viaggio nell'Italia di oggi

Poche nazioni come l’Italia sono segnate dalla grande varietà dei suoi luoghi e delle sue città. Una varietà che da sempre è all’origine della sua forza e della sua bellezza, ma anche delle sue difficoltà di governo. Le realtà, così come le rappresentazioni, dei luoghi dell’Italia sono assai persistenti: molte analisi del presente finiscono per richiamare l’annessione di Padova alla Serenissima nel 1405, la ricostruzione di Ragusa e dell’Aquila dopo i terremoti del 1693 e del 1703, l’editto sul porto franco di Trieste del 1719. Appare l’ambivalenza del tempo lungo. Ci ricorda la forza del nostro Paese; le radici profonde di risorse e capacità; la resilienza a mutamenti strutturali. Non è un fenomeno solo italiano: è straordinario come siano riemerse all’inizio del XXI secolo le differenze che caratterizzavano i luoghi dell’Europa centro-orientale all’inizio del XX, come se due guerre e quarant’anni di comunismo fossero stati piccoli accidenti di percorso nella «lunga durata». Ma, se è simile l’importanza dei retaggi storici, da noi mancano le grandi trasformazioni che stanno segnando oggi l’Europa orientale. In Italia è più forte il rischio di vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere. Leggiamo ancora oggi, a La Spezia come in Sardegna, di dinamiche che hanno origine già dalla fine del miracolo economico negli anni Settanta; come è stato detto di Genova, «l’ombra del Novecento vive ancora qui». Corriamo il rischio di non trovare nuove narrazioni del presente e del futuro; di finire, come forse sta avvenendo soprattutto a Venezia, «prigionieri della storia»; di essere come l’Italia degli anni Cinquanta raccontata da Guido Piovene, «un Paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capire con chiarezza il perché».

Nei nostri racconti, i cambiamenti di questo scorcio del XXI secolo sembrano relativamente limitati. Eppure ci sono, in parte conseguenze della gravissima crisi economica dell’ultimo decennio, la peggiore della storia unitaria. Vi sono dinamiche all’interno delle grandi aree territoriali. Al Nord sono forti i processi di gerarchizzazione a vantaggio di Milano. In non poche delle terre del Centro Italia è evidente la preoccupazione di perdere quella combinazione fra benessere privato e coesione sociale frutto del secondo Novecento: affiorano vicende di difficoltà profonde, come quelle di Siena, mutazioni strutturali come quelle di Prato, lo «scivolamento verso il basso» delle Marche. Colpisce il declino di Roma. Si approfondiscono, in un quadro d’insieme negativo, grandi differenze all’interno del Mezzogiorno, leggibili percorrendo i pochi chilometri che separano Salerno da Casal di Principe, Ragusa da Gela. Spiccano le straordinarie difficoltà di Taranto.

Nell’insieme, due sembrano i temi che maggiormente connotano le realtà e le dinamiche di molti luoghi dell’Italia. Da un lato, la demografia: sono le variazioni della popolazione, già registrate o prevedibili, a influenzare significativamente realtà e prospettive di molti luoghi italiani, nel bene e nel male. Dall’altro il rafforzarsi o il venir meno di istituzioni, pubbliche o private, con un raggio d’azione sovralocale, capaci di essere nodi di flussi interregionali e internazionali di idee, capitali, beni e servizi e soprattutto di giovani qualificati.

Su queste dinamiche riescono a incidere molto poco visioni e azioni strategiche esplicite, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. La speranza, alimentata da non poche interessanti esperienze, è che iniziative locali, spontanee, riescano a influenzare positivamente questi cambiamenti; il timore è che esse siano insufficienti in un quadro di straordinaria debolezza della politica e delle politiche; che in molti luoghi si miri più a sfruttare rendite di posizione (per chi le ha) che non a mettere in moto gli investimenti, materiali e immateriali, che sono necessari.

I più forti cambiamenti di questo scorcio di secolo sono, ovunque, nelle dinamiche demografiche. L’arrivo di 5 milioni di stranieri in un lasso di tempo breve, contemporaneo al calo della natalità e all’aumento della vita media e quindi all’invecchiamento della popolazione. La presenza di tanti immigrati è ormai una caratteristica strutturale, nuova, dell’Italia; ma le differenze fra luogo e luogo sono profonde. La presenza degli stranieri è molto maggiore al Nord rispetto che al Sud; ha una valenza decisiva in città e territori dove arriva a sfiorare ormai il 20% della popolazione. Quali conseguenze ne stanno derivando?

Nei luoghi in cui è maggiore l’afflusso di immigrati, i nostri racconti segnalano con chiarezza che quel che conta è l’integrazione socio-economica e quindi culturale, che scaturisce dalla disponibilità di lavoro e dalla capacità di presa in carico della rete dei servizi, dalla scuola alle strutture socio-sanitarie e assistenziali. Da molti luoghi vengono segnali positivi: città che divengono più articolate; famiglie e imprese che traggono vantaggio da una nuova offerta di lavoro, spesso a costi assai contenuti; l’accresciuta domanda espressa da una maggiore popolazione che mantiene toniche le economie locali. In non pochi casi, come a Bergamo, «la ricchezza accumulata negli anni precedenti funge da ammortizzatore sociale». Non mancano problemi, naturalmente, in un processo così ampio e rapido. Tensioni latenti o palesi, conflitti fra le frange più deboli o chiuse della società (aizzate da imprenditori politici della paura) e gli immigrati, fra gli ultimi e i penultimi, esemplificate dalle vicende di via Anelli a Padova. Preoccupazioni per la tenuta del buon livello dei servizi, anche per la penuria complessiva di risorse degli enti locali, come a Pistoia.

Dalla presenza degli immigrati scaturiscono però anche interrogativi. Ad esempio sulle tendenze di molte attività economiche, nelle quali la disponibilità di nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti può forse suggerire strategie imprenditoriali più basate sui prezzi che sull’innovazione; specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati in Italia, ormai da molti anni. Interrogativi sugli scenari futuri. Sulle relazioni fra «una popolazione che invecchia e fa sempre meno figli» e «un’immigrazione che guadagna rapidamente posizioni e che presto potrebbe essere maggioranza», come a Modena; con una possibile anticipazione nelle vicende di Prato, dove ormai l’imprenditoria cinese copre l’80% della produzione di abbigliamento, con una mutazione radicale – che non si ritrova in altri luoghi – delle caratteristiche del distretto industriale. Sulle dinamiche della popolazione di città come Milano, in cui già oggi un sesto degli abitanti ha più di 75 anni e un quarto vive da solo.

Il modesto apporto dell’immigrazione, insieme al diminuire della popolazione indigena, è invece la cifra di altri luoghi italiani. Emergono i problemi di tante aree interne, dalla Val Borbera all’Umbria, alle Madonie, nelle quali i cinque milioni di italiani «a guardia di un terzo del nostro territorio» sono nel pieno di un circolo vizioso nel quale il contrarsi della popolazione rende ancora più sottile la presenza di servizi fondamentali di istruzione, salute, mobilità, rafforzando l’emigrazione. A Bovino, già capoluogo di sottoprefettura nel Foggiano, si è passati negli ultimi sessant’anni da 9.500 a 3.500 abitanti; la Basilicata ha perso un ventesimo della sua popolazione dall’inizio del secolo. Fenomeni più forti al Sud ma ben presenti anche al Centro Nord, specie lungo la fascia appenninica, che mettono a rischio gli equilibri complessivi del Paese, la sua capacità di manutenere e valorizzare risorse fondamentali, naturalistiche così come culturali, dei suoi luoghi più interni. Invecchiamento, spopolamento e abbandono assai difficili da contrastare.

Ma le dinamiche demografiche negative segnano profondamente anche i centri urbani più deboli del Paese, prevalentemente al Sud. Luoghi caratterizzati in passato dalla prevalenza dell’attività edile e di intermediazione commerciale, con l’invecchiamento e la riduzione della popolazione vedono prosciugarsi le tradizionali attività lavorative. L’edilizia langue, non solo per i colpi fortissimi della crisi ma per dinamiche ormai strutturali; e così il commercio al dettaglio. Lì paiono ormai arrivate al culmine le attività edilizie per la realizzazione di centri commerciali all’esterno delle cinte urbane: hanno dato per un periodo un po’ di nuova linfa alle costruzioni, ma hanno contribuito all’impoverimento del commercio. Con il contrarsi della popolazione calano il gettito fiscale e la capacità di finanziare i servizi pubblici, specie in un quadro nazionale di trasferimenti fortemente decrescenti; diminuisce la domanda di servizi privati e di spazi abitativi (in un Paese dove già una casa su cinque non è occupata, ma una su tre nei piccoli comuni della provincia di Terni o in Calabria); decrescono i valori immobiliari, con un effetto-ricchezza negativo specie per i piccoli proprietari. Meno bambini e dunque meno insegnanti, meno scuole, meno ospedali, meno negozi, meno abitazioni. A ciò si somma la riduzione di presenze che per decenni hanno segnato la vita dei capoluoghi di provincia e animato le loro economie, dalle Camere di Commercio alle sedi di istituzioni nazionali, agli stessi organi amministrativi delle oramai defunte Province. Con grande preoccupazione ci si interroga sul futuro di realtà come Cosenza o Catanzaro: che succede, con il passar dei lustri, a città e paesi nei quali la popolazione diminuisce? È difficile attendersi flussi dall’esterno che li rivitalizzino. Anche alla luce di una delle grandi tendenze che permeano l’economia contemporanea in Italia e in Europa: gli investimenti «Nord-Sud», da luoghi densi e ricchi e per questo con costi più elevati verso luoghi a minor costo di produzione, ormai non sono più ristretti dalle dimensioni nazionali, ma fluiscono liberamente verso destinazioni anche lontane. Le organizzazioni produttive si strutturano su catene del valore globali, delle quali decrescenti costi di trasporto e possibilità di interazione a distanza consentono controllo ed economicità. In altri termini: per le aree deboli nazionali l’attrazione di investimenti da quelle forti è sempre più difficile; in Europa queste interrelazioni si strutturano sempre più lungo la dimensione Ovest-Est che Nord-Sud.

L’economia contemporanea è caratterizzata dall’intensificarsi dei flussi: di beni e servizi, di capitali, ma soprattutto di idee e di persone, specie giovani e a elevata qualifica. Le sorti dei luoghi sono sempre più determinate dall’essere, almeno in parte, nodi di queste relazioni, origini e destinazioni dei flussi; dalla lorocapacità di esportare, a distanza breve, media o lunga, idee, prodotti e servizi, e dalla conseguente capacità di importarne e di modificare così continuamente le proprie capacità produttive. Questa capacità dipende dall’esistenza nei luoghi di istituzioni, pubbliche e private, di rango non locale; dalla presenza, ad esse collegati, di risorse cognitive e capitale umano; dalla valorizzazione di competenze in grado di differenziare e specializzare, nel quadro nazionale e continentale, le funzioni urbane.

La presenza delle teste pensanti di imprese di media o grande dimensione diviene fattore sempre più decisivo. La grande crisi economica italiana, com’è noto, è stata selettiva: ha prodotto un’ulteriore, significativa diminuzione delle imprese più grandi. Tuttavia, insieme al ripiegamento di tanti segmenti della nostra capacità produttiva, ha prodotto il riorganizzarsi e il consolidarsi di imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi. E così si nota ancor più negli ultimi anni la realtà di Cuneo, sede di grandi imprese globali e luogo di competenze specialistiche nell’alimentazione; si difende bene Parma; resta forte, ma meno che in passato, Varese, a causa delle «defezioni dell’imprenditoria locale»; mentre Torino si interroga preoccupata sul futuro, sulla «ritirata silenziosa» delle imprese, sull’effettiva capacità di superare virtuosamente la monocultura automobilistica. Fortunatamente non è alle viste alcuna rust belt italiana, come nel Nord dell’Inghilterra, ma non sono pochi i casi di gravi crisi di rilevanti produttori, al Nord e al Sud: in quest’ultimo caso con evidenti e pericolosi segnali di deindustrializzazione prematura.

Crescono le differenze nei risultati fra i distretti industriali e fra le imprese al loro interno: le dinamiche sembrano migliori per quelle aree che associano alle abilità produttive sul territorio attività terziarie tipicamente urbane; per quelle in cui sono maggiormente presenti le produzioni di beni di investimento rispetto a quelle dove ci sono solo beni tradizionali di consumo; per quelle in cui emergono imprese in grado di associare processi di innovazione tecnologica basati sul ridisegno organizzativo all’insegna della digitalizzazione, con il controllo – o quantomeno la partecipazione con un ruolo rilevante – di catene del valore, e presenze commerciali in ampie porzioni del mondo. Si rafforzano Modena, Vicenza, Padova e Treviso, centri di riferimento di imprese di grande successo e di distretti, apparentemente più di quanto riescano a fare Udine o Ancona.

Rilevantissimo è ciò che accade nei servizi. Molto è cambiato nel sistema bancario con il forte ripiegamento di Siena e delle stesse Treviso e Vicenza, ma non di Modena. Con la perdita dei grandi quartieri generali di istituzioni creditizie sembra forte il ridimensionamento di diverse città del Centro Nord a tutto vantaggio di Milano. Anche il sistema fieristico si concentra su Milano; ma con persistenze importanti a Rimini, a Parma e a Verona. Si rafforzano nuovi nodi della distribuzione e della logistica, da Piacenza a Nola, ed eccellenze nelle cure sanitarie, da Milano a Pisa. Restano molto rilevanti per le economie e le società locali quelle fondazioni di origine bancaria che sono riuscite a diversificare i propri investimenti.

Conta moltissimo la presenza dei grandi mezzi di informazione, di case editrici: per il ruolo diretto nell’economia, per la capacità di leggere e raccontare le dinamiche locali e di promuoverne la conoscenza. Nell’ultimo decennio si è ridimensionato e riconfigurato il sistema universitario, più resiliente nei luoghi a maggior reddito e in forte declino altrove, specie al Centro Sud, anche per l’effetto diretto di scelte politiche esplicite; emerge l’importanza di istituzioni universitarie speciali come a Pisa, o europee o internazionali come a Firenze e Bologna, o di centri di ricerca avanzati come a Trieste o, nascenti, all’Aquila. Conta la presenza delle istituzioni europee, come il Jrc a Ispra (Varese) o l’Efsa a Parma; o delle prestigiose istituzioni culturali, come i grandi musei (e i nuovi, di Roma e Napoli); delle eccellenze sportive (che hanno a lungo caratterizzato Treviso e Siena); dei grandi, consolidati eventi, come la Biennale. In un quadro in cui i flussi di investimenti produttivi dall’estero in Italia restano modesti, essi si concentrano nei luoghi più densi di istituzioni, sia per acquisire il controllo di imprese – con esiti ambivalenti nel lungo periodo – sia per giovarsi di complementarità. Presenze, crisi e sviluppi stanno ridisegnando ruoli e gerarchie fra le aree urbane.

Decisive sono anche le integrazioni a breve raggio. Si conferma la vitalità di sistemi territoriali policentrici e diversificati: come è in parte l’intero Veneto, certamente la Romagna e, su scala inferiore, la Murgia dei trulli o l’area degli Iblei; e le difficoltà dei luoghi che invece si «attraversano» come Ventimiglia o l’intero Lazio non urbano. Interessanti appaiono i processi di riconfigurazione della grandissima, complessa ma vitale, area urbana napoletana. Ovunque si segnalano difficoltà di governo dei territori: il sostanziale fallimento dell’esperienza delle città metropolitane e le difficoltà per le aree vaste che scaturiscono dall’abolizione delle Province; in molti luoghi, si confermano debolezze nei servizi di rete, il persistere di confini nelle competenze (come nei collegamenti dal Friuli all’aeroporto di Treviso), di piccole rendite e veti incrociati nella gestione dei servizi; in alcune grandi città del Centro Sud anche nella gestione dei rifiuti. Risulta cruciale la capacità delle città di offrire buoni servizi di mobilità alle persone, a partire dalla assai difficile situazione dei 700 mila pendolari giornalieri su Roma: capacità indebolita dal disinvestimento delle ferrovie sulle tratte metropolitane (a vantaggio delle più lucrose connessioni ad alta velocità), dalle difficoltà finanziarie degli enti locali, talvolta dalla cattiva gestione delle aziende di trasporto. Anche in questo ambito Milano mostra dinamiche assai migliori di altre città; ma non mancano altre esperienze interessanti, nei tram di Firenze e di Palermo o nel faticoso ma decisivo sviluppo della rete della metropolitana a Napoli.

La capacità delle politiche nazionali di influenzare le dinamiche dei luoghi è stata, in questo scorcio di secolo, particolarmente modesta. Ciononostante si sono determinati almeno due grandi cambiamenti di rilievo. Il primo è la realizzazione della rete dell’alta velocità ferroviaria. Anch’essa sta ridisegnando le gerarchie urbane. Fra i territori che ne sono interessati e quelli che ne sono esclusi, riproponendo forse a più di un secolo di distanza un vantaggio strutturale della dorsale tirrenica su quella adriatica, che resta ancora priva persino del doppio binario, fra Ripalta e Termoli; e con Matera non ancora raggiunta dalla rete ferroviaria nazionale. Fra i luoghi che ne sono terminali e quelli che ne sono attraversati ma scavalcati: come le pur forti città emiliane, con la significativa eccezione di Reggio Emilia e della sua nuova stazione. Fra i luoghi che attraggono e quelli che divengono stazioni prevalentemente di partenza: la dinamica delle relazioni fra Milano e Torino – dopo una lunga stagione di forte ripresa dell’antica capitale – pare oggi segnata decisamente dalla superiore capacità attrattiva della prima.

Il secondo è la profonda evoluzione della rete dei collegamenti aerei, nazionali e soprattutto internazionali. La liberalizzazione delle tratte ha permesso lo strutturarsi di una rete di collegamenti «da punto a punto», ormai prevalenti rispetto al vecchio sistema di «centri e raggi»: come testimoniato dal netto sorpasso operato da Ryanair nei confronti di Alitalia.

L’esistenza di uno scalo aeroportuale ben gestito è divenuta un fattore fondamentale; diversi centri medio-grandi e medi se ne sono avvantaggiati, da Venezia a Catania, da Bergamo a Bari, da Brindisi a Comiso-Ragusa. Specie laddove, come a Bologna e a Pisa, ma anche a Napoli, si punta su una forte integrazione funzionale aeroporto-stazione ferroviaria. Assai meno è cambiato in altre fondamentali relazioni: nelle reti di collegamento transalpine, dove, pur con progressi infrastrutturali già compiuti o in realizzazione, restano condizioni per cui il Friuli, che «al centro dell’Europa c’è da sempre», sembra ancora sentirsi «calpestato dagli zoccoli dei cavalli dei tanti eserciti in transito», più che protagonista a pieno titolo della reintegrazione europea. Aosta fa storia a sé; Bolzano e Trento sono forse più agganciate alla «locomotiva tedesca» che al resto del Paese. Nelle relazioni adriatiche, per le quali l’approdo della nave «Vlora» a Bari nel 1991 sembrava prefigurare un futuro solo in parte realizzato. In generale nella proiezione mediterranea: nonostante i buoni segnali di Salerno, Trieste rischia di perdere colpi a vantaggio di Capodistria, Taranto traffico a vantaggio del Pireo e Gioia Tauro attività a vantaggio di altri grandi porti di transhipment.

In quasi tutti i luoghi italiani è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali. Ci sono molte condizioni favorevoli: dalla grandissima e differenziata disponibilità di fattori attrattivi ai nuovi collegamenti aerei; dalle tendenze di lungo periodo del turismo internazionale verso vacanze più brevi e frequenti alle condizioni che oggi riducono la concorrenza di altre mete mediterranee. Alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari, si aggiunge così un’offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani.

Specie per le città più deboli sotto il profilo manifatturiero, si tratta di percorsi interessanti, basati sulla valorizzazione di risorse architettoniche, culturali, ambientali, naturali; sui positivi processi di risanamento e rivitalizzazione dei centri storici che si sono realizzati in molte città del Sud, da Salerno a Matera (anche per questo Capitale europea della Cultura 2019), da Bari a Lecce, da Siracusa a Ragusa.

Cambiamenti assai positivi, in un Paese che ha fatto del dissennato consumo di suolo e del deturpamento di città e campagne la sua cifra per decenni. La crescita dei flussi turistici e della stessa notorietà e immagine dei luoghi può portare ricadute per la commercializzazione di produzioni alimentari o vinicole che più con quei luoghi si identificano, con un aumento dell’occupazione e del reddito. Non mancano però rischi in queste strategie: quella dello scenario di città-museo, con eventi di corto respiro, organizzata per la gestione di flussi di presenze mordi-e-fuggi, con la trasformazione dei centri storici in strutture e servizi di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario. Appare l’ambivalenza dei possibili effetti della «sharing economy» di Airbnb, con il rischio della concentrazione delle ricadute reddituali positive sulla grande rendita immobiliare. La difficile convivenza di Firenze con queste dinamiche è storia esemplare.

Al di là dei luoghi specializzati del turismo marino o montano, per le città di maggiore dimensione è sempre necessaria una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza. Uno sviluppo «polifonico» come quello che ad esempio si sta cercando di costruire, riuscendo solo in parte, nel Salento. Il binomio cultura-turismo non può essere solo passivamente messo a rendita, perché con il tempo deperisce: va continuamente rivitalizzato con investimenti su attività di alta qualità, permanenti, radicate, con lo sviluppo di risorse cognitive nuove, originali. Più facile a dirsi che a farsi, visto il tracollo dei complessivi investimenti in cultura nell’intero Paese e la sottovalutazione della formazione umanistica; ma non mancano segnali, come a Bologna o a Ferrara.

In questo scenario emerge in tutta la sua rilevanza, e si consolida, la frattura fra il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole dall’altro. Il Centro Nord è denso di istituzioni; per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’esterno. Il Mezzogiorno, al contrario, «non esiste». Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità di popolazione è maggiore, come intorno a Napoli o Bari. Vi sono flussi Sud-Nord, ma quasi mai Sud-Sud; come non vi è alcun treno che colleghi le due maggiori città del Mezzogiorno continentale. Fino all’isolamento della Sardegna, o al paradosso dei luoghi siciliani, poco connessi anche fra loro. Questo rende la domanda potenziale per ogni nuova attività spesso assai modesta.

Allo stesso tempo spicca la centralità di Milano: cuore di flussi nazionali e grande porta di interscambio con il resto dell’Europa e del mondo; nettamente la più forte, se non l’unica di rango superiore. Specie se la si compara alla paralisi della Capitale: nella situazione, nelle dinamiche, e forse – quel che più conta – nella sua percezione; dato che «una città è in grande misura ciò che i suoi cittadini pensano che sia».

Ancora, da tutti questi punti di vista, va segnalato il ruolo fondamentale degli italiani più giovani, delle loro interconnessioni, anche grazie ai social network, e della loro mobilità. Ne sappiamo e ce ne interessiamo troppo poco, per l’assenza di ricerca e di riflessione. Anche per le difficoltà delle misurazioni statistiche: la mobilità non è più solo leggibile con i cambiamenti di residenza; attendiamo nuove ricerche basate sui «big data» dei flussi. Sappiamo che complessivamente la loro vita è incerta, le loro esperienze di lavoro alterne, le loro aspettative decrescenti: i giovani italiani fanno molti meno figli che in passato, e sempre più tardi. Sappiamo che molti ragazzi e molte ragazze ad alta qualificazione vanno all’estero, e che c’è una forte polarizzazione dei flussi interni verso alcuni centri urbani, ancora una volta su tutti Milano, grazie alla sua domanda di lavoro qualificato e alla sua vivacità culturale. Ma non solo: Pisa «cosmopolita e dinamica, con una ricchezza immateriale fatta di incontri e presenze»; il centro storico dell’Aquila rivitalizzato dai giovani dopo il terremoto del 2009. Vi è certamente un forte drenaggio dalle aree interne e dal Sud; ma anche da Genova e da altre medio-piccole città del Centro Nord. Sappiamo poco dei rapporti con i luoghi di giovani che sono assai mobili fisicamente e virtualmente: dovremmo interrogarci sulle nuove possibilità offerte da migrazioni che divengono circolari, dall’esistenza di forme di collaborazione e lavoro a distanza. Ci interessiamo troppo poco dei tanti giovani che investono in una nuova ruralità multifunzionale nelle aree interne, di quelli che vivacizzano Roma e Napoli, dell’azione di coloro che, «come gli indispensabili di Brecht», continuano ad animare la Calabria.

Da più parti giungono segnali assai confortanti di vivacità nella costruzione dal basso di percorsi futuri, specie dove è forte la presenza giovanile. Il nostro viaggio segnala, per fortuna, che non c’è solo un adagiarsi sulle rendite del passato ma anche tanto investimento collettivo. L’Italia è innervata da piccoli e grandi gruppi che si formano per realizzare progetti, per rivitalizzare aree e quartieri dismessi, per accogliere e integrare i migranti o per dare forma a nuove attività culturali. Anche di questo fervore sappiamo relativamente poco, e la scarsa conoscenza impedisce misurazioni e valutazioni d’insieme; cosa ancor più grave, ne riduce la visibilità e quindi le possibilità di collaborazione o la messa in rete sovralocale di queste esperienze, la replicabilità di quelle migliori.

Appaiono molto poco nei nostri luoghi amministrazioni pubbliche capaci di incidere. Non mancano; ma spesso i racconti testimoniano di gruppi di potere che gestiscono rendite locali, anche di contrasto all’innovazione sociale. Gruppi autoreferenziali; non poche volte, come accaduto «ai padroni del Veneto», protagonisti in negativo della cronaca. Affiorano racconti di commistioni con la criminalità organizzata, non solo nelle tradizionali aree di insediamento, ma anche in molti luoghi del Centro Nord. Allarma ma non sorprende.

È coerente con lo scollamento dei cittadini dalle loro istituzioni rappresentative che emerge dal forte calo della partecipazione elettorale; con il destrutturarsi di quel che restava dei partiti e dei movimenti politici e il loro ristrutturarsi intorno a singole personalità; con le esperienze che mostrano che un’immagine ben coltivata e una permanente fedeltà ai leader nazionali sono, molto più che il buon governo locale, passaporti per le carriere nazionali. Come è stato detto di Torino, ma l’osservazione vale per tanti altri luoghi, vi è «l’impressione di un disegno incompleto, come se fosse venuta meno, a un certo punto, una mano che mettesse a posto le tessere del mosaico e che soprattutto aggiungesse quelle che mancano per dare una forma compiuta a una trama interrotta».

Assai distratta è la politica nazionale. Certo per la difficoltà della collaborazione in azioni di governo multilivello, specie in un periodo di risorse scarse. Ma anche per scelta strategica: mai come in questo periodo gli investimenti pubblici sono stati così modesti. Forse anche per lo scarso interesse o l’incapacità di comprendere il Paese, per l’ottica di brevissimo periodo in cui si muove (a fronte dei tempi lunghissimi dei cambiamenti dei luoghi), per la preponderanza dell’apparire sulla concretezza delle realizzazioni come metro del successo. Probabilmente anche per distorsione ideologica: per la prevalenza di visioni che richiamano uno Stato minimo, nel quale non serve un’azione nazionale perché le dinamiche dei luoghi non sono e non debbono essere che il risultato di meccanismi di competizione fra loro. Al di là di quanto si è detto per treni ed aerei, c’è ben poco sul taccuino degli ultimi quindici anni. Anzi, anche nei casi in cui le politiche pubbliche hanno profondamente plasmato il quadro, come le scelte discrezionali che sono state compiute sulla configurazione territoriale del sistema universitario, vi è stato un programmatico disinteresse per l’impatto che ciò andava producendo sui luoghi. Si conferma invece, ad esito delle difficoltà di finanza pubblica e del confuso ridisegno operato con la riforma costituzionale del 2001 e con la legislazione sul federalismo fiscale del 2009, un persistente e sordo conflitto fra territori per le risorse pubbliche. Fino a far emergere, in alcuni di quelli più ricchi, il desiderio di un’autonomia fiscale e politica che distacchi le sorti di intere Regioni da quelle del resto del Paese. Si scontrano pulsioni di «piccole patrie» e rigurgiti neo-centralisti. Sembra abbandonato il progetto di vero governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento di poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale che garantisca pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

Il dinamismo dal basso è fondamentale: nessun attore esterno può rilanciare comunità territoriali senza che esse siano protagoniste dei processi di cambiamento e trovino «collettivamente un senso per l’agire». È condizione necessaria ma insufficiente: un Paese non si trasforma e cresce solo con «cento fiori» dal basso. Percorsi di sviluppo delle aree interne sono possibili e credibili se c’è un forte investimento delle comunità locali, ma anche se le loro azioni e le loro esperienze sono accompagnate da una coerente direzione delle grandi politiche nazionali, dall’istruzione ai trasporti, come si cerca con fatica di fare con la Strategia nazionale ad esse dedicata. La carenza di politiche nazionali si avverte meno dove le dotazioni materiali e immateriali sono più rilevanti, la società più coesa e l’economia più dinamica; si avverte maggiormente laddove – come purtroppo in molti luoghi del Paese, e certamente non solo nel Sud – queste condizioni non sono tutte contemporaneamente soddisfatte.

Più di tanti altri Paesi avanzati, l’Italia è ciò che sono i suoi luoghi; ma la sua storia non può essere solo la somma algebrica dei loro cambiamenti spontanei. Il nostro viaggio ci consegna, forte, la necessità di non stare solo a guardare, incrociando le dita. Di provare a mettere in atto, con gli strumenti e l’intensità che i tempi consentono ma con l’ambizione di un grande Paese, le azioni necessarie per abilitare e rendere possibili i cambiamenti che nei suoi luoghi possono determinarsi; per catalizzare percorsi di crescita differenti ma diffusi; per connetterli e così rafforzarli in un sistema nazionale. È la storia lunga delle nostre città ad insegnarcelo: il futuro si costruisce consapevolmente.

 

Da "http://www.doppiozero.com" Viaggio nell'Italia di oggi di Gianfranco Viesti

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 05 Febbraio 2018 00:00

Smart working

Si entra nella sede, o in una delle sedi, della propria azienda e ci si siede liberamente dove si trova posto, tanto bastano un pc e una connessione per essere efficienti. E la cara vecchia scrivania? Meglio liberarsene: è un rifugio che può diventare una trappola.


Quando parliamo di smart working il nostro pensiero corre immediatamente alla possibilità di lavorare da casa; ma smart working in realtà, per un numero crescente di aziende, significa e significherà anche l’addio alla postazione fissa di lavoro. Si entra nella sede, o in una delle sedi, della propria azienda e ci si siede liberamente dove si trova posto, tanto bastano un pc e una connessione per essere perfettamente efficienti. E la mia cara vecchia scrivania? La piantina da annaffiare? Le foto dei bimbi? La tazza per il tè? L’attestato di partecipazione all’ultima maratona?

Non vogliamo ironizzare. La postazione di lavoro è uno spazio di identità personale che risponde a un preciso bisogno di autoaffermazione e di autoprotezione. Per molti di noi è l’equivalente “adulto” della nostra stanzetta di adolescenti, il tempio della nostra autoconsapevolezza. Insomma la fine della postazione fissa non è solo una profonda trasformazione organizzativa. Impatta significativamente sulla nostra esperienza umana al lavoro. È un tema delicato che dovrebbe impegnare la riflessione attenta della psicologia del lavoro.

Premessa dunque la necessità di considerare approfonditamente il diso-rientamento del “nomadismo digitale”, è importante enfatizzare i vantaggi di un mondo dove il nostro “posto” in ufficio è ovunque ci sia una connessione e un pc:

1) Energia e autostima.
La postazione di lavoro è la trasposizione fisica del concetto di “zona di comfort”, uno spazio in cui ci sentiamo perfettamente a nostro agio, protetti, sicuri, un nostro “giardino di proprietà privata”. Probabilmente questo è il contesto giusto per un impiegato chiamato a svolgere mansioni ripetitive secondo rituali ben consolidati. Se però consideriamo che oggi il lavoro è sempre di più autonomia, energia, intraprendenza personale allora lavorare in un ambiente senza “zone di comfort” può aiutarci a raccogliere con più coraggio le nostre quotidiane sfide professionali. Non solo, scoprire di poter fare a meno delle nostre piccole certezze e abitudini è uno straordinario balsamo per l’autostima.

2) Creatività.
Muoversi in uno spazio di lavoro aperto, senza postazioni fisse, significa cambiare continuamente punti di vista e prospettive. I processi innovativi nascono così: ci troviamo per caso a guardare un fenomeno da un’angolazione insolita e scopriamo improvvisamente un nuovo volto, una nuova funzione, un nuovo significato. Inoltre lo smartworking inevitabilmente riduce il numero di consuetudini e di rituali. Trovarsi più frequentemente in spazi nuovi e dunque in situazioni nuove ci rende più flessibili e dunque più esposti allo spirito creativo.

3) Empatia.
A tutti piace avere “il compagno di banco”, “il vicino di casa” con cui intrattenersi in lunghe chiacchierate. Eppure quando trascorriamo tutto il nostro tempo con le stesse persone i nostri muscoli relazionali si atrofizzano, perdiamo elasticità. Non avere una postazione di lavoro fissa in cui rifugiarsi appena possibile ci costringe ad aumentare il numero di persone con cui interagiamo e le occasioni di interazione e di confronto. Più stiamo con gli altri più impariamo a tenere conto degli altri, ad ascoltare, a metterci in discussione.

 

Da "http://www.linkiesta.it" Smart working non significa lavorare da casa ma abbandonare il mito della postazione fissa di Lorenzo Cavalieri

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

I lavori del futuro

Sempre più spesso si parla di automazione industriale, intelligenza artificiale e del loro impatto sul mercato del lavoro. Le numerose opinioni divergenti sul tema ci permettono di comprendere la portata di un fenomeno dominato da un'inedita accelerazione tecnologica, i cui esiti sono necessariamente incerti.

L'obsolescenza del lavoro umano e la conseguente minaccia di una massiccia disoccupazione che si delineano in questo quadro rappresentano una realtà che affronteremo nei prossimi anni, alla quale la società sarà chiamata a rispondere.

Se da una parte il progresso permette l'ottimizzazione dei processi di produzione industriali e il miglioramento delle condizioni di lavoro, rendendolo più dignitoso, dall'altra esso comporta notevoli cambiamenti sia all'interno che all'esterno delle realtà aziendali in cui dispiega il suo potenziale. Il rischio è che un numero significativo di persone venga lasciato indietro.

Secondo un rapporto del World Economic Forum dello scorso anno, l'era delle macchine che imparano determinerà una perdita globale netta di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L'autore e futurologo americano Martin Ford ha affermato la necessità di un ripensamento del sistema economico e dell'introduzione, in una società futura minacciata da stagnazione e disoccupazione dilagante, di un reddito minimo garantito per tutti.

Quest'ultima soluzione è stata proposta anche da Elon Musk, prospettando un futuro in cui si dovrà lavorare meno e ci sarà più tempo libero.

In un panorama occupazionale in cui sempre più professioni saranno sostituite da tecnologia e robotica, oltre la metà di esse nei prossimi 20 anni secondo una previsione effettuata del 2013 da un gruppo di economisti della Oxford University, la riqualificazione dei lavoratori rappresenta la chiave di volta di ogni possibile equilibrio concepibile.

Sicuramente, infatti, i mutati contesti produttivi comporteranno l'emergere di nuove figure professionali, un rapporto della società di consulenza Cognizant Technology Solutions prova ad anticiparne alcune: Data Detective, Ethical Sourcing Manager, AI Business Development Manager e Man-Machine Teaming Manager tra i lavori che compariranno entro i prossimi cinque anni. Altri, tra cui Personal Data Broker e Genetic Diversity Officer, faranno la loro comparsa entro i prossimi dieci.

In questo clima d'incertezza, quello che sembra potersi ravvisare è la necessità di trovare nuovi modelli d'inclusione, nuove soluzioni in grado di creare valore, mettendo l'individuo al centro e collegando la propria attività ad obiettivi di sviluppo sociale, come Social Economy e Social Entrepreneurship insegnano.

L'umanità, che per definizione è prerogativa esclusiva delle persone, è l'unica via verso un futuro mission-driven che incontri il profitto passando attraverso il dialogo.

In fin dei conti, sono le scelte che compiamo a determinare se saremo sostituibili.


Da "http://www.huffingtonpost.it/" I lavori del futuro di Oliver Page - 08/01/2018

Pubblicato in Comune e globale

I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

Pubblicato in Passaggi del presente
Pagina 1 di 22