Lunedì, 15 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /1

Le elezioni come una pagina bianca. Anche il presidente Mattarella, nella sobria comunicazione di fine anno, ha fatto ricorso a quest’immagine. Che corrisponde alla realtà, ma solo fino ad un certo punto.

Ogni scadenza elettorale, infatti, è pagina bianca nel senso che si azzera e si elegge ex novo il Parlamento, ma sul foglio, come in filigrana, sono impresse le tracce di quel che è accaduto sia nel corso della legislatura che termina sia nel cumulo di tutte le fasi precedenti. Non solo le leggi ma anche le virtù e i vizi – i costumi – di un popolo.

Voto senza copia
Così è difficile dare credibilità ad una suggestione che trascuri il peso (il valore, la vergogna e altro) delle cose accadute; e lo conferma il fatto che anche l’evocazione della pagina bianca è saggiamente accompagnata dall’esortazione a non oscurare il messaggio del passato. Anche il presidente Mattarella ne ha fatto giustamente uso.

Da questa considerazione preliminare ne discende un’altra non meno importante. E cioè che non esistono elezioni-copia. Ogni momento di esercizio della sovranità popolare – che di questo si tratta – ha uno svolgimento proprio: di tempo, di modo, di luogo. Ed è quel che condiziona, se non determina, il comportamento dei protagonisti – “attivi” gli elettori, “passivi” gli eletti –, anche quando si tratta delle stesse figure che mutano orientamento per prolungare nel tempo il proprio potere.

Una guida nel labirinto
È probabilmente anche in questo misto di variabili, di novità e di tradizione, di rispetto del passato e di apertura al futuro che consiste il segreto della “durata” dei regimi democratici e della loro superiorità, al netto delle contraddizioni e degli errori che si rinvengono sul loro cammino.

Che però assomiglia – il cammino – più a un labirinto in cui è facile perdersi che ad un’autostrada sulla quale correre fino ad… esaurimento delle ambizioni terrene. Che le prove elettorali – è una costante –, per un verso, moltiplicano e, per un altro, comprimono.

Eccitazione e depressione
La campagna elettorale – anche questa è una costante – è il passaggio in cui avviene il massimo della eccitazione politica, nel senso dell’enunciazione di ciò che è più desiderabile nel momento dato e, contemporaneamente, si verifica il massimo della depressione. Questa si verifica nella presa di coscienza dello scarto tra il “dire” delle promesse” e il “fare” delle realizzazioni concretamente possibili.

Un’analisi del prodursi e riprodursi nel tempo di un simile scarto ne mette in luce gli effetti devastanti sulle aspettative, che degradano in delusioni, e permette di trovare una spiegazione del fenomeno della crescente fuga dalle urne che accompagna la democrazia nelle sue fasi mature.

Speranza e futuro
Chi scrive ha l’età per ricordare le grandi speranze che in Italia (e in tutta l’Europa) animarono i dibattiti (e gli scontri) della fase costituente dopo la seconda guerra mondiale. Il loro denominatore comune era quello della speranza.

L’atteggiamento prevalente dei protagonisti dell’epoca – quelli che andavamo ad ascoltare nei liberi comizi dopo l’esperienza delle adunate obbligatorie della dittatura – era di segno profetico: uno stimolo alle coscienze per alimentare il sogno di un mondo diverso.

Diverso da che cosa? Ci voleva poco a rendersi conto della distanza che correva tra l’irreggimentazione della società, in cui bisognava “credere, obbedire, combattere”, perché “Mussolini ha sempre ragione”, e il nuovo contesto in cui eri tu, in prima persona, convocato a concorrere, con il libero voto e con la partecipazione, a definire il futuro della comunità.

L’altra parola, coniugata a speranza, era infatti “futuro”.

Stato etico ed etica dello stato
Sull’idea della possibilità di costruire una nuova società fondata su valori umani universali si ritrovavano forze di origine e orientamenti diversi. Tutte però erano impegnate in un tentativo che superò più di una prova, a cominciare dalla redazione della Costituzione. Nella quale il tassativo rifiuto dello “stato etico” di impronta fascista dava risalto a principi fondamentali che configuravano un’“etica dello stato” come istanza di una moralità esigente nell’esercizio della vita pubblica.

Il vero miracolo italiano
Contrariamente a quel che successivamente è stato sostenuto dalla pubblicistica moderato-borghese, ho sempre ritenuto che il miracolo della democrazia italiana sia consistito – a parte i successi vantati in campo economico – nel fatto che, a edificare il nuovo edificio politico, abbiano dato opera entità culturali e sociali che originariamente erano ostili alla democrazia, come i cattolici, o l’accettavano solo come strumento di conquista del potere, come i comunisti e i socialisti.

Un “miracolo” che si protrasse anche dopo lo scontro delle elezioni del 1948, dando luogo a una dialettica tanto aspra negli atteggiamenti e nelle parole quanto reciprocamente prudente nella salvaguardia delle istituzioni della Repubblica. Tant’è che ad una comune solidarietà nazionale si ritenne di poter fare appello, con Moro e Berlinguer, quando negli anni 70 del ’900, il logoramento del tessuto democratico stava aprendo varchi regressivi pericolosi per il destino del sistema delle libertà.

Il prima e il dopo del voto
Tutto quel che precede dovrebbe fornire spunti adeguati a sostenere che ci si può accostare anche alla prossima scadenza elettorale – il 4 marzo 2018 – tentando di leggerne il significato come quello di un capitolo importante, ma non il primo né l’ultimo, della storia della democrazia italiana. Semmai, proprio la migliore conoscenza dei momenti più significativi di essa può riattivare qualche connessione oggi usurata nella coscienza dei cittadini; e così rimotivare una corrispondente volontà di partecipazione.

Qui ci si imbatte inevitabilmente nel discorso sulle virtù civiche che si esercitano – va detto con chiarezza – non solo nel voto ma anche e soprattutto prima del voto e dopo il voto.

La democrazia non esiste pienamente se non si alimenta della partecipazione dei cittadini. E questa non può essere limitata all’accesso alle urne. Si può lasciare in pace l’iperbole di Lenin, per il quale, «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo stato» e si debbono convenientemente criticare la esorbitanze dei sopraggiunti cultori delle qualità magiche dell’“uno vale uno”, peraltro rapidamente archiviato. Ma non si può non riflettere sui concetti di Pio XII circa il deficit di democrazia che si verifica quando il cittadino comune teme che «dietro la facciata di quello che si chiama stato si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati».

Lo stato della partecipazione
Forse prima di intraprendere una ricerca su quelle che potremmo chiamare le virtù civiche del XXI secolo, varrebbe la pena soffermarsi su questo aspetto costitutivo della vita democratica che convenzionalmente si chiama partecipazione. Che non è soltanto presenza ai comizi elettorali ma anche e soprattutto “ingerenza” assidua e attenta nelle vicende della vita sociale comune.

La Costituzione evoca una molteplicità di istanze e di organismi in cui la partecipazione può mettersi alla prova a servizio della comunità. Dagli enti locali ai partiti, ai sindacati al mondo associativo al volontariato, agli enti intermedi nella loro molteplicità e varietà. Per tacere della scuola dove pure si avviò negli anni 70 un tentativo di partecipazione triangolare (insegnanti, genitori, studenti) che è rimasto in piedi nella forma ancorché svuotato nella sostanza.

Interessi immediati e bene comune
Non è il caso di procedere ad un esame analitico di tutti i possibili varchi aperti dalle singole istanze e dal loro intreccio pluralistico. È invece doveroso chiedersi se e quanto e come abbiano funzionato come luoghi di attivazione politica dei rispettivi ambiti.

Nessuno può negare, con riguardo all’Italia, la vastità e profondità del fenomeno dell’ espansione di quelle che vengono definite come espressioni del terzo settore (ultimamente disciplinato per legge) in una visione che comprende sia l’economia sociale che il volontariato propriamente detto. E tuttavia rimane l’interrogativo se, a tale dilatazione nelle comunità locali e nei territori, abbia corrisposto una simmetrica espansione della coscienza sociale oltre le dimensioni degli interessi immediatamente percepiti e tutelati.

C’è da chiedersi insomma se la giusta preoccupazione per la salvaguardia di diritti acquisiti o rivendicati – in ambiti comunque ristretti (ad esempio “i residenti” nelle vertenze cittadine) non indebolisca la capacità di comprendere la dimensione effettiva dei problemi che oggi, non ieri, condizionano la coesistenza delle persone e ne alimentano il desiderio di cambiare.

Il punto decisivo più che mai questo: se si immagina di poter elaborare soluzioni valide per l’intera comunità (“uscirne insieme”, come diceva don Milani) oppure ci si limita a perimetrare tanti piccoli recinti privati di un’aleatoria sicurezza.

Prima e più ancora di ogni altro aspetto, quello del recupero di una dimensione sociale, cioè di bene comune, sembra essere il tema più serio e urgente da utilizzare come griglia critica per il giudizio sulle suggestioni elettorali oggi in campo e, soprattutto, per una riqualificazione dell’impegno dei cittadini ben oltre l’orizzonte della scadenza di marzo.

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una pagina bianca ma non vuota - di Domenico Rosati - 5/01/2018

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Auguri ai curiali

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 01 Dicembre 2017 00:00

Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema

Spigolando tra le pagine della relazione del capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, si individua un punto che spiega molto del collasso di Banca Monte dei Paschi e di un sistema rimasto inerte nella prevenzione, che doveva essere politica prima che normativa.

«Un ruolo significativo lo ha avuto l’ex socio di riferimento, la Fondazione, che ha inteso mantenere a lungo, anche quando non ce ne erano più le condizioni, una posizione di dominio o comunque di rilievo, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi. A una tale situazione la banca ha risposto con politiche di sostegno incondizionato del reddito. Tali politiche sono risultate di difficile perseguimento dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta, per l’onerosità dell’impegno finanziario che ne è conseguito e per il progressivo aggravarsi della crisi economico-finanziaria, prima internazionale, poi domestica. Esse sono state realizzate dapprima attraverso pratiche creditizie e commerciali espansive, rischiose e a condizioni non in grado, in prospettiva, di coprire i costi (es. mutui con cap); in seguito, mediante scelte gestionali che comportavano un minor assorbimento patrimoniale, ma rendevano il bilancio della banca fortemente esposto ai rischi finanziari. Alcune delle perdite che andavano emergendo venivano dissimulate con pratiche irregolari».

Che si traduce così: la Fondazione non era in grado di sostenere le ricapitalizzazioni necessarie all’ambiziosa espansione della banca, ma dalla quale al contempo necessitava di continuare a ricevere cospicui dividendi, per mantenere intatta la pioggia di dolcetti e regalini vari sul territorio. Così, quando è apparso chiaro (non esattamente a tutti, a Siena, dove qualcuno viveva e vive in condizioni di perenne disconnessione dal mondo e dalla realtà) che l’acquisizione di Antonveneta aveva messo una pietra al collo della banca, e non avendo tutti i soldini necessari per tenere in piedi la baracca, sono arrivati i magheggi finanziari ma anche l’ordine alla banca di premere l’acceleratore del credito, per fare reddito.

In questo paragrafo si concentra la causa prima del dissesto del “sistema Siena”, un dissesto fatto di arroganza e mal riposto senso di superiorità antropologica, nell’indifferenza o nella complicità della politica nazionale. Il collasso della banca è stato indotto da politiche di credito molto espansive, per usare un gentile eufemismo. Ma sarebbe anche utile prendere atto che, almeno nel caso senese, il monte di sofferenze non è frutto di pochi grandi “debitori di sistema” che hanno spolpato la banca, come invece vuole la vulgata popolare e gentista. Sempre Barbagallo:

«I crediti anomali di MPS – che a fine 2016 erano ripartiti tra quasi 190.000 debitori – sono frazionati e distribuiti lungo tutto il territorio nazionale; per l’84 per cento essi riguardano imprese, in larga parte medio-piccole; i prenditori che hanno ricevuto prestiti singolarmente superiori a 25 milioni sono 107 e rappresentano, per ammontare, il 12,7 per cento del credito deteriorato totale. I dati disponibili non mostrano un contributo decisivo di Banca Antonveneta agli NPL di MPS. All’atto dell’acquisizione, i prestiti della ex banca veneta presentavano una rischiosità più accentuata rispetto a quelli del Monte, ma la loro incidenza su quelli del gruppo era di poco superiore al 20 per cento. Inoltre, a fine 2016, la quota di crediti deteriorati erogati nel Nord-Est è pari al 18 per cento degli NPL del gruppo».

Questa era una banca che ha fatto il passo ben più lungo della gamba, che è stata protetta dalla politica nazionale o che ha potuto contare sulla benevola negligenza di essa, che non aveva mezzi patrimoniali per attuare una strategia di espansione ma il cui azionista di controllo, peraltro in reiterata e protratta violazione delle disposizioni della legge Amato-Ciampi sulle Fondazioni (altra dormita della politica nazionale ma anche dei banchieri italiani, che all’epoca dormivano il sonno del giusto) doveva ad ogni costo e con ogni mezzo restare padrone, in un momento in cui era in corso un processo di consolidamento continentale. Gli anglosassoni chiamano queste situazioni overstretch.

Quando iniziarono a palesarsi criticità sui prestiti, ben prima che l’Italia venisse travolta dall’euro-pandemonio, i vertici della banca ritennero di dover trovare fonti alternative di reddito nella finanza, ma così aumentarono ulteriormente la probabilità di rovina. Ancora Barbagallo:

«Nella seconda metà del 2009 la Vigilanza intensifica i controlli sulla liquidità del sistema bancario italiano, che comincia a presentare aspetti di criticità; in tale contesto, il vaglio delle condizioni finanziarie del gruppo MPS fa emergere operazioni strutturate su BTP a lungo termine di elevato ammontare che, date le peggiorate condizioni di mercato, determinano un forte assorbimento dei margini di liquidità. Si dispone pertanto una verifica ispettiva mirata alla gestione della liquidità e ai rischi finanziari del gruppo».

Questo è il disperato tentativo di recuperare redditività, visto il peggioramento del mercato del credito.

«Gli accertamenti ispettivi (condotti dal maggio all’agosto 2010; doc. 129 e 157) si concludono con un giudizio “parzialmente sfavorevole” (4 in una scala da 1 a 6). Emerge che, per compensare la caduta degli spread commerciali, MPS aveva “deciso di sostenere il margine d’interesse accentuando la trasformazione delle scadenze e attuando manovre finanziarie di carry e d’investimento a leva in titoli di Stato italiani”. Si rileva il valore assai cospicuo (circa 25 miliardi) e l’elevata durata finanziaria degli investimenti in titoli pubblici. La posizione di liquidità, i cui saldi sono assai volatili, risente di due repo strutturati su titoli di Stato effettuati, rispettivamente, con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati da MPS. Si tratta di componenti delle operazioni Santorini e Alexandria, che risulteranno in seguito connotate da significative irregolarità».

Se riflettete su questa sequenza di errori ed orrori, potrete giungere alla conclusione che si tratta di schema classico nella storia dell’umanità: cercare di recuperare una perdita, frutto di errori di valutazione strategica, con ulteriori rilanci, verso l’all-in. Nel frattempo, la vigilanza sapeva, tentava di mettere toppe di un’improbabile moral suasion ma non poteva, anche in base ai suoi poteri formali, spingersi oltre un certo limite, forse per autocensura verso la politica. Ed ecco quindi che cadono le foglie, soprattutto di fico:

«Non emergono dall’ispezione elementi probanti sotto il profilo sanzionatorio o per avviare una segnalazione all’Autorità giudiziaria. Considerati i possibili riflessi di carattere generale connessi con le modalità di contabilizzazione adottate con riferimento al veicolo Santorini, la Banca d’Italia, che non ha poteri in materia di valutazioni di bilancio, decide di sottoporre la questione ad approfondimenti nell’ambito del “Tavolo Tecnico” istituito con Consob e ISVAP (poi IVASS)».

Eh sì, perché non sanzionare la contabilizzazione a nominale anziché a fair value di un derivato in perdita “strutturale” esorbita dalle funzioni della Vigilanza. Meglio aprire un bel “tavolo tecnico”: la politica terrà presente questa squisita sensibilità.

Ecco perché parlo di sistema malato, ed ecco perché le responsabilità non possono essere ricondotte al capro espiatorio del governatore pro tempore della Banca d’Italia. Già che ci siamo, ricordiamo anche che la Fondazione MPS, per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca, è stata costretta a ricorrere all’indebitamento, dopo aver dato fondo alle proprie risorse patrimoniali. E ricordiamo anche che il ministro dell’Economia dell’epoca, tal Giulio Tremonti, che da anni continuate a leggere ed a vedere in ostensione mediatica e con la fama dell’unico che aveva capito tutto del destino dell’umanità, autorizzò la Fondazione ad indebitarsi.

Il sistema proteggeva lo status quo, che nel frattempo era diventato tossico-nocivo. Così MPS è saltata.


Da http://phastidio.net/ "Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema" - 24/11/2017

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Azione studentesca è un movimento attivo fra gli studenti delle scuole superiori, che si sta facendo strada a forza di slogan che ricordano il ventennio. E qual è la risposta degli istituti?


Sulla loro pagina Facebook campeggia la scritta: «Tutto per la patria. Il futuro si conquista combattendo». Occorre «ribellarsi», dicono, e «difendere la Patria», dove oggi «imperano il multiculturalismo e la mescolanza» e dove assistiamo alla «invasione migratoria che alimenta il business dell’accoglienza, che ci espone ai rischi del terrorismo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini o CasaPound. E invece sono stralci del manifesto di Azione Studentesca, il movimento dichiaratamente di destra attivo tra gli studenti delle scuole superiori che negli ultimi mesi che, come dice a Linkiesta il suo coordinatore nazionale Anthony La Mantia, «è cresciuto a livelli esponenziali».


Solo nell’ultimo mese Azione Studentesca è sbarcata a Modena, Montecatini, Arezzo, Lecce, Rovigo, Cassino. E poi manifestazioni e volantinaggio in ogni parte d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per Puglia, Lazio e Campania. Ma il risultato più eclatante, ottenuto in questi giorni, è arrivato nella roccaforte del Pd, a Firenze. Dopo i casi di Pistoia e Prato, infatti, anche nella città gigliata le elezioni della Consulta provinciale degli studenti sono state un trionfo della destra. I numeri parlano chiaro: 18mila voti ottenuti e 32 eletti su 58, con la presidenza finita appunto a un ragazzo di Azione Studentesca. «La nostra forza è il programma», dice La Mantia, che ci tiene a riconoscere come il movimento sia indipendente da partiti e forze politiche, «anche se collaboriamo attivamente in diverse realtà con Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia».


Insomma, a suon di slogan che ricordano il ventennio, tanti studenti non ancora maggiorenni o appena sbarcati nella maggiore età virano verso la destra nazionalista e identitaria. Il responsabile fiorentino di Azione Studentesca, Dario Bordoni, lo dice senza giri di parole: «Il fascismo? Noi la vediamo come un'esperienza da non rinnegare». Fa niente se la nostra Costituzione, che pur si dovrebbe studiare a scuola, si fondi su principi antifascisti. Ma la lettura di La Mantia è lucida anche su quest’aspetto: «Riconosco che la componente identitaria ha giocato un ruolo importante. Prendiamo Firenze: in una città fondamentalmente di sinistra, essere di destra oggi è un’alternativa, un’alternativa valida». Una visione, questa, che coincide con quella del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano: «C’è un cambiamento in atto – dice a Linkiesta - La sinistra rappresenta il potere costituito: si è schiacciata sul pensiero unico che è quello che vige nella comunicazione del globalismo. E i giovani vanno dall’altra direzione». D’altronde, continua Di Stefano, «se le battaglie all’interno delle scuole devono essere per i bagni per i transessuali, dall’altra parte c’è più concretezza quando si riesce a parlare di valori, di lavoro, di patria».


«Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Che qualcosa sia venuto meno è riconosciuto anche da Alice Da Boit, rappresentante della Rete degli Studenti Medi, organizzazione studentesca di sinistra, che sarà vicepresidente della Consulta fiorentina. «Quanto accaduto qui – dice – non è una cosa da poco. È il segno di un cambiamento, dovuto a due ragioni: da una parte gli slogan populisti della destra che colpiscono alla pancia, dall’altra il disinteressamento da parte degli studenti per la vita politica studentesca». Di chi la colpa? Una lucida risposta arriva dalla neopresidente Anpi, Carla Nespolo: «Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Valori e ideali, forse, andati perduti. Perché, sottolineano ancora dalla Rete degli Studenti Medi, la vittoria di Azione Studentesca non nasce dal nulla. Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte. E i dirigenti in tutto questo? «La ragazza in questione – ci spiega Alice – era andata anche a parlare con la preside, ma poi la questione è morta lì». Non è un caso che la stessa Nespolo sottolinei come «molto resta da fare, sul piano politico e civile. Per il lavoro, l'ambiente, la salute e soprattutto per la pace. Ma partiamo da quello che i partigiani hanno conquistato per noi. Per proporre ai giovani e prima di tutto agli studenti questo ragionamento: in questo occorre un ruolo attivo della scuola, ma anche dell'informazione, della famiglia e di ogni forma di associazionismo».


Progetti importanti. Ma che per ora si scontrano con l’avanzata esponenziale di Azione Studentesca che rispediscono al mittente ogni tipo di accusa, convinti che si debba cambiare modo di intendere la società attuale e la storia passata. Ragazzi e ragazze che il 25 aprile, dicono, preferiscono andare al cimitero di Trespiano a commemorare i repubblichini di Salò. Per poi pubblicare video e foto della loro iniziativa sui social. E poi slogan e striscioni con tanto di font littoriano. E citazioni. «Tra mille infamie e mille tradimenti, passi sicuri, passi pesanti e lenti», si legge in un post. Così recitava l’inno di Terza Posizione, la formazione eversiva di destra attiva negli anni di piombo.


Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte.

 

Da www.linkiesta.it "L'estrema destra avanza tra i giovani (e non stiamo facendo abbastanza per impedirlo)" di Carmine Gazzanni

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Venerdì, 08 Dicembre 2017 00:00

Volontariato

Non a caso l’Italia è riconosciuta come il Paese dove meglio fiorisce e attecchisce il fiore del Volontariato. Non si tratta semplicemente di una questione di numeri, ma dell’humus, della buona terra che alimenta una pianta tanto delicata. Parliamo della “solidarietà” uno dei sentimenti, o delle qualità, sarebbe meglio dire delle virtù, che ci qualificano e che fa sì che nel mondo siamo conosciuti come un popolo di “buona gente”. Il fenomeno dell’immigrazione ne è la prova e non parliamo anche in questo caso di numeri né della modalità con cui viene organizzata l’accoglienza (perché su questo piano si potrebbe fare sempre diversamente e meglio), ma dell’egoismo degli altri Paesi che non sbagliano9 mai in quanto praticano la “politica delle mani nette”: La solidarietà dicevamo che è alla base del fenomeno del volontariato che, soltanto negli ultimi anni, quasi incalzato dalla crisi economica, secondo alcuni studi sembra essere entrato nel cono d’ombra della crisi. Anche il tempo, che è la “merce” che il volontario dona, sembra diventata una merce anch’essa di lusso, quindi poco disponibile ad essere impegnata. Certo se paragoniamo i numeri attuali con quelli degli anni settanta, quando, grazie al superamento del sistema diadico, costituito dal Mercato e dallo Stato, non più in grado di soddisfare tutti i bisogni e le istanze emergenti da una società che si andava articolando, ce ne è da dolersene. Perché allora, la società civile più ricca e differenziata, e quindi complessa, in ragione della crescita dei ceti medi risentì di una forte spinta partecipativa. Allora Il Terzo settore – denominato anche „terzo sistema‟, „economia civile‟, „terza dimensione‟ „privato sociale‟ o genericamente „non profit‟ - cominciò a costituire una galassia quantitativamente rilevante e piuttosto differenziata al suo interno per tipi e forme giuridiche diverse. Oggi, scavalcato il secondo millennio, in presenza, come accennavamo, di una crisi di sistema che in Occidente non ha avuto paragoni, il volontariato sembra quasi regredire verso la terra delle origini: fortemente connotato da una valenza assistenziale, compensativa o caritativa, dalla funzione assistenziale e riparativa, dimentico del perseguimento di pratiche di prevenzione e di promozione sociale, nell’intento di contribuire a rimuovere le cause che producono emarginazione e disagio sociale, degrado ambientale, bassa qualità della vita. In questo panorama due aspetti colpiscono: la partecipazione, dei soci, saltuaria e valutata di volta in volta, ad attività ed iniziative che producono risultati immediati e immediatamente misurabili; la fidelità nei confronti della propria associazione che deve fare i conti con le fasi della vita di ciascuno, con la dispersione del tempo che sembra diventato breve rispetto agli impegni cui diamo importanza. Un cono che si è rovesciato: se fino al secolo scorso l’associazione cui eravamo iscritte contribuiva a dichiarare cosa eravamo e volevamo, la nostra idea di società e di futuro, quindi tra soggetto e associazione si stabiliva un rapporto duale, oggi il rapporto è solo unidirezionale: l’associazione deve darmi l’identità che non ho e che ambisco ad avere e riconosciuta come attestazione in ambito sociale.

L’associazione svolge nei confronti delle proprie iscritte un’azione di ricerca, confronto, formazione integrale, riflessione in vista di un impegno verso la società che si considerata fondata su rapporti di solidarietà e condivisione. La partecipazione alla vita dell’associazione non può essere dunque né saltuaria né solitaria: non si tratta di condividerne le ragioni contingenti e/o legate alla necessità di far fronte alle carenze del sistema pubblico, ma sono anche strutturali e culturali e rispondono ad un’assunzione di responsabilità nei confronti delle comunità. Si tratta soltanto di creare beni e servizi di utilità sociale? No, almeno non solo: la gratuità, quale caratteristica di chi opera con spirito di dono e di reciprocità con gli altri; e la solidarietà, come fine esclusivo della propria azione per la tutela dei diritti e l’aiuto di terzi in stato di bisogno o per la tutela, l’ampliamento o la maggiore fruibilità dei beni comuni che presiedono alla qualità della vita dei cittadini., sono le parole d’ordine del volontariato.

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Lunedì, 30 Ottobre 2017 00:00

Zaia e i 5 stelle

Messa così ha il retrogusto dello smacco per il Carroccio, ma Luca Zaia ha trionfato anche grazie ai voti 5 stelle. L'elettorato che, in valore assoluto, potrebbe aver contribuito di più alla vittoria del Sì al referendum per l'autonomia del Veneto non è quello della Lega, come sarebbe lecito immaginare, ma del Movimento 5 Stelle. Analizzando i numeri riportati dall'Istituto Cattaneo di Bologna, un dato salta subito all'occhio: i grillini (ripetiamo, chi nel 2013 ha votato M5s nelle due circoscrizioni venete) si sono schierati compattamente e unanimemente per l'autonomia in tre delle maggiori città della loro Regione. È un dato che conferma una tendenza ormai consolidata per gli studiosi di flussi elettorali: in ogni votazione, il "partito di Grillo" identifica un chiaro obiettivo politico e il suo elettorato agisce di conseguenza, scrive il Cattaneo nella sua analisi.

La promozione dell'autonomia del Veneto è stata, evidentemente, percepita come uno strumento da utilizzare contro il "sistema" a cui il M5s si oppone.

Lo studio del Cattaneo prende come riferimento tre dei maggiori centri della Regione: Venezia, Treviso e Padova. Come era naturale aspettarsi, gli elettori del Carroccio si sono recati in massa per chiedere maggiore autonomia regionale e liberarsi dai "lacciuoli" imposti dai Palazzi romani. E così hanno fatto anche i grillini.

Partendo dai dati forniti dall'istituto bolognese su come hanno votato gli elettori dei singoli partiti al referendum di domenica nelle tre città, può essere interessante fare un confronto con quanti voti hanno preso gli stessi partiti, in Veneto, alle ultime elezioni politiche. E da qui ricavarne una stima di massima sul comportamento dei bacini elettorali di Lega, M5S, Pd e via dicendo - al netto dei naturali cambiamenti che hanno di certo interessato in cinque anni le varie formazioni politiche - e sull'impronta lasciata sull'esito referendario.

Quindi i numeri: nelle due circoscrizioni in cui è diviso il territorio veneto, la Lega ha preso 310mila voti nel 2013 contro i 775.718 dei Cinque Stelle. È evidente che per arrivare al risultato finale del referendum consultivo di domenica (57% l'affluenza, circa 2,3 milioni i votanti, 2,2 milioni i Sì) il solo apporto leghista era di gran lunga insufficiente. Se gli elettori M5S degli altri centri del Veneto si sono comportati come a Venezia, Treviso e Padova - ma questo al momento non è dato saperlo - il contributo numerico dei grillini sarebbe predominante.

Un'altra analisi, sempre del Cattaneo, mette in evidenza il dato della partecipazione nella regione guidata da Luca Zaia, nonostante la natura puramente consultiva del referendum, che risulta in media con gli ultimi tre referendum costituzionali. In attesa di dati più precisi sul "colore" dei voti in tutti i centri del territorio, il Cattaneo mette in luce come la spinta maggiore all'affluenza (e quindi al Sì) sia arrivato dalle province di Vicenza, Verona e in parte Padova. Non solo: ad eccezione di Belluno, la partecipazione è nettamente superiore nei comuni non capoluogo di provincia (un divario di quasi 10 punti percentuali con i comuni capoluogo). Si palesa, in sostanza, il carattere altamente "periferico" della consultazione grazie all'elevata adesione nelle periferie o comunque nei territori distanti dai grandi centri urbani. Periferie, beninteso, terreno fertile per un partito anti-sistema come M5S.

Il contributo del Movimento si delinea perciò come rilevante in termini numerici, decisivo forse in termini politici. Perché dimostra come il comportamento in massa del "corpaccione" M5S riesca a influenzare le diverse partite che si giocano su scala politica nazionale (su quella locale molto meno). Anche quando in quelle partite i grillini non giocano da prima punta: a maggior ragione per un referendum promosso dalla Lega come quello del Veneto, dai risvolti regionali ma di elevata caratura nazionale. In questo senso è da leggere il commento del blog di Grillo sul referendum: "Non è la vittoria della Lega e dei partiti. Autonomia e partecipazione - è la premessa - sono da sempre le stelle polari del movimento 5 stelle. I cittadini di Lombardia e Veneto hanno partecipato, votato e deciso: non possono rimanere inascoltati". E poi, la Lega "si è comportata vergognosamente, sventolando il tema dei residui fiscali delle regioni, che con non c'entrano niente".

Tornando alla coalizione di centrodestra, nel "fu" Popolo delle libertà non ci sarebbe stata, per i ricercatori del Cattaneo, altrettanta unanimità. L'elettorato che nel 2013 scelse il Pdl fa emergere qualche defezione dal momento che una quota di un certo rilievo (pari al 20% a Treviso, al 28% a Padova e al 68% a Venezia) ha disertato le urne. "Un risultato che appare in linea con precedenti consultazioni elettorali,ossia con la tradizionale refrattarietà di una parte dell'elettorato 'berlusconiano' ad impegnarsi nelle consultazioni referendarie".

Un altro dato interessante arriva invece dal Partito Democratico. In questo caso a prevalere è la scelta dell'astensione ma c'è una buona fetta di elettorato dem veneto, quantificabile in un terzo, che si è recata alle urne seguendo le indicazioni di alcuni esponenti del partito per votare a favore dell'autonomia. Un elettore veneto Pd (nel 2013) su tre ha quindi votato Sì. Anche in questo caso può essere utile ricordare i voti alle politiche di cinque anni fa per farsi un'idea: nelle due circoscrizioni venete i dem hanno ottenuto 628.166 voti. Un terzo è quindi pari a poco più di 200mila Sì al referendum veneto. Ma per il Pd vale, più che per gli altri partiti, la cautela sulla composizione attuale dell'elettorato, dal momento che rispetto al 2013 ha subìto una profonda scissione, perdendo l'ala più a sinistra del partito.


Da "HuffPost" 23/10/2017 - In Veneto decisivi anche i voti 5 Stelle di Claudio Paudice

Pubblicato in Aggiornamenti
Mercoledì, 22 Marzo 2017 00:00

Legge parità di genere

ANSA.it, Politica

Legge sulla parità di genere, da due anni in Parlamento. Chi fine ha fatto?

Mentre le donne scendono in piazza contro le violenze e le discriminazioni nei loro confronti con lo slogan 'Non una di meno' è al palo in Parlamento da due anni la legge quadro per la parità di genere.

Il testo, a prima firma della parlamentare del Pd Antonella Incerti, e sottoscritto da un folto gruppo di deputate Dem, è stato infatti presentato a Montecitorio il 13 novembre del 2014, ma non ne è ancora stato avviato l'esame. 

Il provvedimento prende le mosse dalla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata a New York il 18 dicembre 1979 e dallaConvenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011, adottata dall'Italia nel giugno 2013. E ha come obiettivo la rimozione di ogni forma di disuguaglianza pregiudizievole, nonché di ogni discriminazione diretta o indiretta nei confronti delle persone, in particolare delle bambine, delle ragazze e delle donne, che di fatto ne limiti la libertà e impedisca il pieno sviluppo della personalità e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. 

SI PARTE DALLE SCUOLE - Il testo prevede che lo Stato sostenga progetti e iniziative nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università volti a perseguire gli obiettivi di educazione e di formazione alla cittadinanza di genere e alla cultura di non discriminazione, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale, delle opinioni e dello status economico e sociale.

LINGUAGGIO E MEDICINA DI GENERE - Lo Stato si impegna ad assumere tutti gli strumenti necessari alla promozione di un uso non sessista della lingua. Tutela il diritto alla salute garantendo parità di trattamento e di accesso alle cure con particolare riguardo alle differenze di genere e alle relative specificità.

POLITICHE ANTI-VIOLENZA - Lo Stato opera per prevenire ogni tipo di violenza e discriminazione di genere in quanto lesivo della libertà, della dignità e dell’inviolabilità della persona; riconosce la violenza alle donne come fenomeno sociale e culturale da contrastare in tutte le sue forme, come violazione dei diritti umani ed espressione di una cultura discriminatoria e stereotipata basata su relazioni di potere diseguale tra uomini e donne; promuove la cultura e l’educazione nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, delle differenze di genere e dell’uguaglianza tra uomini e donne; sviluppa politiche di prevenzione e di sostegno alle vittime e ai minori coinvolti, nonché programmi di recupero degli uomini maltrattanti.

SOSTEGNO AI CENTRI - Le regioni riconoscono la funzione essenziale dei centri antiviolenza e li sostengono nella loro "azione di supporto e rafforzamento dell’autonomia delle donne offese da violenza mediante progetti personalizzati tesi all’autodeterminazione, all’inclusione e al rafforzamento sociale".

INTERVENTI ANCHE PER GLI UOMINI MALTRATTANTI - Per favorire il raggiungimento dell’uguaglianza tra i sessi ai fini della prevenzione contro la violenza sulle donne, lo Stato sostiene e promuove specifici progetti e servizi sperimentali dedicati agli uomini maltrattanti, affinché attivino nuove modalità relazionali che escludono l’uso della violenza nelle relazioni intime.

MINORI TESTIMONI DI VIOLENZA - Lo Stato attua interventi per minori testimoni di violenza di genere finalizzati al superamento del trauma subìto e al recupero del benessere psico-fisico e delle
capacità relazionali.

DISCRIMINAZIONE DELL'IMMAGINE FEMMINILE - Lo Stato, ai fini delle proprie politiche di genere, considera fondamentale promuovere un uso responsabile di tutti gli strumenti di comunicazione fin dai primi anni di vita affinché i messaggi, sotto qualunque forma e mezzo espressi, discriminatori o degradanti basati sul genere e gli stereotipi di genere siano compresi, decodificati e superati.

Pubblicato in Le parole delle donne
Giovedì, 11 Febbraio 2016 00:00

Come pensare oggi la differenza

Come pensare oggi la differenza sessuale

Susy Zanardo

Come pensare oggi la differenza sessuale lontano da vuoti stereotipi e sterili generalizzazioni? Qual è il suo valore specifico? Dove e come si radica nel corpo femminile e in quello maschile? Nel numero di dicembre di Aggiornamenti Sociali entra nel dibattito sulla questione gender con un articolo di Susy Zanardo, professore associato di Filosofia morale all'Università Europea di Roma. Di seguito pubblichiamo il paragrafo conclusivo dell'articolo.

La coppia umana, per la complessità e pervasività di tutti i livelli di differenza (corporea, affettiva, psichica, cognitiva, di memoria e tradizione), appare come la forma dell’intersoggettività originaria. Ogni uomo e ogni donna, del resto, la portano in sé, poiché la coppia genitoriale è all’origine di ciò che essi sono.

Eppure essa appare in sofferenza: un tempo data per scontata, statica e granitica anche nelle forme di assoggettamento e prevaricazione, oggi è fortemente indebolita e accerchiata da forme alternative di legame. Ci si dibatte fra il sentimento di indifferenziazione e intercambiabilità di identità e ruoli maschili e femminili – per cui la differenza rischia di ricadere nell’insignificanza – e il disincanto o la rassegnazione, per cui la differenza viene vissuta come un luogo inospitale, di aperte e insistenti conflittualità. L’aspetto più inquietante è che, nella coppia, appare un vuoto di ideazione e creatività, come se fra i due non scorresse più la linfa del desiderio o come se il desiderio dell’altro fosse contratto nell’istantaneità del presente oppure proiettato in un futuro come minaccia e pericolo.

In questa inconsistenza della coppia, i figli hanno spesso più madri e padri, entrando in diverse costellazioni familiari. Ciò che manca loro è, in molti casi, l’esperienza del legame genitoriale o della relazione creativa della coppia. Diventano “orfani della coppia”. Sono perciò privati del nutrimento affettivo che proviene dalla circolazione del dono (di sé) e culmina nella trasmissione del desiderio (di senso, di fede, di amore). Se non c’è un legame fra i genitori come coppia, il bambino sperimenta un’esperienza incompleta.

Nei lenti millenni della cultura patriarcale la differenza sessuale è stata per lo più considerata come luogo di divisione; i vigorosi tentativi dei più recenti movimenti delle donne hanno rischiato di riprodurre una simile unilateralità, anche se per evitare che fossero sempre le donne a dover pagare il prezzo della differenza. La spinta all’indifferenziazione non è che l’ultima manifestazione sintomatica della diffidenza tra i differenti.

Tuttavia, la differenza sessuale può diventare anche la scommessa per nuovi cammini di umanità. Essa infatti è il luogo dove ci si educa al desiderio dell’altro. Ciò che caratterizza il desiderio è di non essere quello che origina il movimento, ma quello che è originato. Il desiderio non occupa mai il primo posto, ma si tiene al secondo, perché altri lo trae a sé. Desiderare è infatti l’attivo sperare di ricevere un bene. In questo senso la differenza è la cosa più preziosa che ho, perché essa è il “posto vuoto” custodito per l’altro. Se mi bastassi o se nell’altro amassi ancora la mia immagine riflessa, in una rassicurante specularità, allora resterei dentro il recinto della mia solitudine. La mancanza che la differenza apre non è una privazione da riempire con ogni sorta di interventi tecnici, politici o legislativi; è piuttosto l’esperienza dello svuotamento interiore per ricevere ancora e altro amore. In reciprocità. Solo così la differenza può nutrire l’infinito, generando oltre se stessa: mondo, figli, pensiero, civiltà, futuro.

Pubblicato in Comune e globale

L’Italia scivola sempre più in basso nella classifica mondiale della parità di genere, diminuisce ancora la partecipazione delle donne al settore economico L’Italia è al 69° posto su 142 Paesi (ha guadagnato due posizioni rispetto al 2013) nella classifica mondiale sulla parità di genere, ma scende al 114° posto (dal 97° dello scorso anno) per quanto riguarda la partecipazione delle donne al settore economico e al 129° per la parità degli stipendi. Sono i dati appena pubblicati dal World economic forum (Wef) e non c'è certo rallegrarsi per quei due scalini rimontati dall'anno scorso, né tantomeno per l'ipotetico traguardo dell'effettiva parità, individuato nel 2095. 81 anni: anche a volerci credere, sono troppi, una beffa. Quindi, se tutto va bene (si fa per dire), della disuguaglianza soffriranno ancora le nostre figlie e le nostre nipoti. L'Italia perde tutte le scommesse sulle pari opportunità e scivola ancora più in basso nella lista dei Paesi insensibili alle discriminazioni di genere. Se guardiamo il mondo del lavoro, il tasso di impiego maschile fotografato dall'Istat nel luglio scorso è del 64,8% contro il 46,3% di quello femminile; al sud, poi, la disoccupazione supera il 50% fra le giovani e una donna su cinque resta a casa dopo un anno e mezzo dalla nascita del primo figlio. Incredibile? Non tanto: i servizi scarseggiano, gli asili chiudono, e chi si deve occupare di bambini e anziani? Se poi si aggiunge la crisi economica, è evidente che le prime a farne le spese sono le donne, anche se sono considerate una “risorsa e un valore aggiunto” per l'economia del Paese. Se in una coppia uno dei due – in mancanza di alternative o di sostegno familiare – deve lasciare il lavoro per badare ai figli, inutile chiedersi chi rinuncerà allo stipendio; anche perché, di nuovo, quasi sempre chi guadagna di più è l'uomo. Dunque è un circolo vizioso in cui le donne sono sempre più intrappolate. E questo, nonostante altri dati confermino – e lo sappiamo bene – che sono proprio le ragazze a ottenere i risultati migliori a scuola e all'università. Riassunto: sono più brave ma trovano meno lavoro dei loro colleghi maschi, sono pagate meno e rischiano di essere licenziate appena diventano madri.

Eppure la disuguaglianza non è una condanna “naturale”, ma una condizione sociale cui si può – si deve – fare fronte: certamente chiedendo a Governo e istituzioni di mettere in agenda come prioritari e accessibili i servizi alla famiglia ma anche liberando i generi dai ruoli a cui vengono inchiodati sin dalla più tenera età e contribuendo a smontare quel sottile ma persistente condizionamento culturale che vorrebbe le bambine più docili, più remissive, più passive, dunque destinate, di fatto, a una vita casalinga e di “supporto” all'uomo, oggi come ieri. Non è un'esagerazione: dalle analisi sui libri di testo della scuola primaria si è scoperto che le professioni ritenute adatte per i maschi sono 80 e quelle per le femmine soltanto 15 (indovinate quali? Mamma, maestra, ballerina, estetista...). Riconoscere e smontare i modelli culturali sessisti che limitano le scelte delle bambine non è facile: per questo l'educazione di genere, che in Italia incontra tante resistenze e che viene fatta solo in modo troppo sporadico e grazie all'intervento di alcune associazioni laiche, è fondamentale. L'otto per mille della Chiesa valdese, per esempio, ha finanziato la scorsa primavera “Gli adulti imparano, gli adulti insegnano la relazione fra uomini e donne”, un corso per genitori e insegnanti proposto dall'associazione ZeroViolenzaDonne, cinque incontri in quattro istituti comprensivi di altrettante periferie romane, proprio per contribuire a riconoscere e a combattere gli stereotipi nella scuola. Per cambiare i numeri del Wef non bisogna aspettare che riparta la crescita economica, bisogna innanzitutto modificare la prospettiva. Il mondo non è necessariamente rosa o azzurro e invertire i ruoli può essere rivoluzionario.

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 30 Giugno 2014 00:00

Lumen fidei

 

 

             

. F R A N C E S C O - L E T T E R A E N C I C L I C A

di vita, proprio la coerenza di vita! Una coerenza di vita che è vivere il cristianesimo

come un incontro con Gesù che mi porta agli altri e non come un fatto sociale».

Qui è ricompresa tutta la sua insistenza sulla Chiesa che non è organizzazione

bensì amore fraterno. Per questo «deve uscire da sé stessa, verso le periferie

esistenziali, qualsiasi esse siano». Alla Domus Sanctae Marthae, nell’omelia

del giorno 4 giugno, ha stigmatizzato l’ipocrisia, così viva nella cultura

contemporanea, ma anche nella Chiesa, come dissimulazione e contraffazione della

verità, svuotamento del suo contenuto, anche quando ne salvaguarda l’apparenza.

Ancora una sferzata alla mondanità della Chiesa e degli ecclesiastici.

Ai nunzi pontifici, radunati il 21 giugno in occasione dell’Anno della fede, in un

discorso che non solo non ne sminuisce la figura, ma anzi ne rilancia la funzione,

ha ricordato come per gli uomini di Chiesa ci sia sempre il pericolo di «cedere

a quella che io chiamo, riprendendo un’espressione di De Lubac, la “mondanità

spirituale”: cedere allo spirito del mondo, che conduce ad agire per la propria

realizzazione e non per la gloria di Dio (…). Ma noi siamo pastori!».

Nel «delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali» ha

raccomandato loro: «Siate attenti che i candidati siano pastori vicini alla gente.

(…). Che siano padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino

la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità

e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “principi”. Siate attenti

che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato (…). E che siano sposi

di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra. Siano capaci di “sorvegliare”

il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per tutto ciò che lo

mantiene unito; di “vigilare” su di esso, di avere attenzione per i pericoli che lo

minacciano; ma soprattutto siano capaci di “vegliare” per il gregge, di fare la veglia,

di curare la speranza, che ci sia sole e luce nei cuori, di sostenere con amore

e con pazienza i disegni che Dio attua nel suo popolo». Ha fatto seguito, il 23,

lo strappo della sua assenza, all’ultimo minuto, al concerto organizzato in suo

onore in occasione dell’Anno della fede. Al suo posto la sedia lasciata visibilmente

vuota. Nel chirografo che istituisce la Pontificia commissione referente sullo IOR

(il 24 giugno), la motivazione dichiarata è quella di consentire una migliore

della Chiesa universale e della Sede apostolica. Sul tema ecumenico dell’unità

della Chiesa, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, ha negato lo stile di un

ecumenismo della riconquista cattolica, affermando: «Uniti nelle differenze: non

c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito

cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù!».

Il 30 giugno, all’Angelus, ha affrontato il tema della fede di Gesù come paradigma

della nostra fede. La ferma decisione di Gesù di andare a Gerusalemme,

cioè incontro alla sua passione, resa centrale nel Vangelo di Luca, afferma,

ci dice Francesco, «l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza:

l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla». «Una decisione presa

nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con

lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà.

E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel

Padre Gesù trovava la forza e la luce per

il suo cammino. E Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole

noi cristiani liberi come lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il

Padre, da questo dialogo con Dio».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Parlare di noi
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