Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

Pubblicato in Passaggi del presente

Il gesuita p. Karl Rahner è stato uno dei primi a riconoscere che il Concilio Vaticano II aveva trasformato la Chiesa cattolica occidentale in una Chiesa mondiale. Egli ha affermato: «Il Concilio Vaticano II è stato il primo grande evento ufficiale, in cui la Chiesa si è attuata come Chiesa mondiale»[1]. Se infatti nel Concilio Vaticano I erano presenti anche vescovi di Paesi non occidentali, essi tuttavia erano per lo più vescovi missionari di origine europea e nordamericana. I vescovi intervenuti al Vaticano II provenivano da 116 Paesi, la maggior parte dei quali erano nativi: il 36% venivano dall’Europa, il 23% dall’America Latina, il 12% dal Nord America, il 20% dall’Asia e dall’Oceania e il 10% dall’Africa. Nel Sinodo straordinario dei vescovi del 1985, a Roma, il 74% dei vescovi proveniva da Paesi diversi dall’Europa o dall’America settentrionale, e questo rispecchiava la proporzione (più del 70%) dei cattolici in tutto il mondo.

La più antica istituzione del mondo, la Chiesa cattolica, è davvero una Chiesa globale[2]. Con 1,3 miliardi di membri, essa rappresenta oltre il 50% dei 2,5 miliardi di cristiani nel mondo. Questi enormi numeri e l’organizzazione internazionale ne fanno un attore transnazionale. Stime recenti attestano la percentuale dei protestanti a circa il 37%, e quella delle varie Chiese ortodosse al 12%. Altre comunità, meno tradizionali, come cristiani scientisti, mormoni, testimoni di Geova, rappresentano circa l’1%. E oggi sono in rapida crescita le comunità pentecostali, carismatiche o del Rinnovamento, con oltre 682 milioni di membri[3].

Cambiamenti demografici

Tuttavia il volto del cristianesimo mondiale oggi sta cambiando. Le principali Chiese europee e nordamericane continuano a perdere membri, e ciò avviene in misura particolarmente rilevante in quelle cattoliche. In America Latina, patria di circa 425 milioni di cattolici, con la crescita del cristianesimo evangelico e pentecostale c’è stato un esodo dalla Chiesa cattolica di decine di milioni di membri. I pentecostali oggi si attribuiscono circa il 70% di tutti i protestanti latinoamericani. Basandosi su un culto soprannaturale, emotivo, e sulle preghiere di guarigione, spesso predicano il «vangelo della prosperità», o vangelo della salute e della ricchezza, che affonda le radici nel pentecostalismo statunitense[4]. Proprio il pentecostalismo, nelle sue varie forme, si è dimostrato particolarmente attraente per i poveri dell’America Latina. I pentecostali sono evangelizzatori efficaci, con il loro zelo nel comunicare la loro fede, l’accento posto sui doni carismatici e un’esperienza soggettiva di Dio. Tutti elementi che la teologia occidentale ha perso di vista da lungo tempo.

Negli Stati Uniti la percentuale di cattolici è scesa dal 23 al 20%, con la maggiore diminuzione nel Nord-est[5]. Le perdite sono più sensibili tra i giovani adulti. Il 36% dei post-Millennial (giovani fra i 18 e i 24 anni) non ha rapporti con alcuna tradizione religiosa. Essi spesso vengono chiamati «i non», per la risposta negativa che danno alle domande sulla propria affiliazione religiosa.

Nel 1910 l’Europa ospitava il 65% dei cattolici del mondo, a fronte dell’esiguo 24% odierno[6]. Questo calo è dovuto, tra l’altro, ai bassi tassi di fertilità, al fatto che la maggior parte dei cristiani è anziana e aumentano le persone che abbandonano il cristianesimo. Il numero delle persone che partecipano alla Messa continua a diminuire. Il declino non riguarda soltanto i cattolici: un’indagine di Stephen Bullivant ha rilevato che in 12 dei 22 Paesi europei da lui esaminati oltre la metà dei giovani adulti dichiara di non identificarsi con una particolare religione o denominazione.

Tuttavia, mentre in Occidente è in declino, il cristianesimo sta esplodendo in Africa, in Asia e in America Latina, ovvero nelle zone che di solito vengono denominate «il Sud del mondo». Secondo un’inchiesta del Pew Research Forum, più di 1,3 miliardi di cristiani (61%) vivono nel Sud del mondo, rispetto ai circa 860 milioni che vivono in Europa e Nord America (39%)[7].

In Africa, la crescita del cristianesimo è stata straordinaria: dai nove milioni del 1900 ai circa 380 milioni di oggi. Secondo Todd Johnson e i suoi collaboratori, «entro il 2050 probabilmente ci saranno più cristiani in Africa (1,25 miliardi) che in America Latina (705 milioni) ed Europa (490 milioni) messe insieme»[8]. Questo significa che cesserà il dominio numerico dell’Europa sul cristianesimo globale, come avveniva in passato.

In Asia il cristianesimo continua a crescere, soprattutto nelle sue espressioni evangeliche e pentecostali. I 17 milioni di evangelici e pentecostali asiatici presenti nel 1970 oggi si sono moltiplicati fino a superare i 200 milioni. A Singapore, nella Corea del Sud e nelle Filippine esistono Mega-Chiese con decine di migliaia di membri. In Indonesia e in Malesia l’adesione al cristianesimo cresce tra buddisti e confuciani. Molte di queste Chiese predicano il vangelo della prosperità. In Cina il cristianesimo continua a progredire, nonostante gli sforzi dell’attuale governo per controllarlo. Si stima che i cattolici oscillino tra i 10 e i 12 milioni, con una crescita lenta. I cristiani evangelici e pentecostali sono tra i 40 e i 60 milioni, anche se c’è chi ipotizza numeri più elevati, fino a 100 milioni.

Sfide

Sebbene il Concilio Vaticano II abbia fatto molto per rinnovare e rivitalizzare la Chiesa, essa oggi si trova ad affrontare molte sfide, oltre al calo dei suoi membri. Gravi danni sono stati causati dagli abusi sessuali su minori da parte di esponenti del clero, ossia dalla crisi più grave che la Chiesa abbia dovuto affrontare dai tempi della Riforma a oggi. Il problema, inizialmente liquidato da alcuni a Roma come una questione americana, adesso è mondiale[9].

Un’altra sfida è quella della carenza di sacerdoti, a mano a mano che molti di quelli finora attivi raggiungono l’età della pensione e che le nuove vocazioni al ministero ordinato diminuiscono. In Europa molte parrocchie vengono chiuse o riunite in centri pastorali. Alcuni Paesi dipendono sempre più dal clero nato all’estero.

Chiare sfide sono costituite anche dalla diversità culturale e dal pluralismo religioso. In quanto comunità globale, la Chiesa cattolica è presente in Paesi sempre più laici e convive con altre religioni non sempre ben disposte nei suoi confronti. Se in America Latina i cattolici si adoperano con scarso successo per stabilire relazioni migliori con le fiorenti Chiese pentecostali, in Cina, in India e in alcuni Paesi islamici devono fare i conti con governi ostili, pressioni politiche, assenza di libertà religiosa, e persino persecuzioni. Molte Chiese nazionali sono lacerate da fazioni interne che rappresentano una minaccia per l’unità. Infine, si dovrà vedere come le Chiese si riprenderanno dalle chiusure dovute alla pandemia e dal conseguente cambiamento delle pratiche religiose.

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco si è impegnato a spingere la Chiesa in avanti, proiettandola verso un mondo tanto bisognoso del Vangelo e distogliendola da una focalizzazione «autoreferenziale» su se stessa e sui propri problemi. Il Papa immagina un discepolato missionario, capace di combattere i «miti della modernità» («individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole»[10]) e di portare la buona notizia alle periferie, a tutti gli esclusi: i poveri, i migranti, i sofferenti. Egli desidera che la Chiesa venga conosciuta non per ciò a cui è contraria, ma per quello a cui è favorevole, una Chiesa che costruisce ponti. Quale aspetto potrebbe assumere una Chiesa siffatta?

Guardare avanti

Nel 2009 John Allen ha pubblicato un libro sulla Chiesa del futuro. A partire dalla considerazione dello spostamento demografico della maggioranza dei cristiani dall’Europa e dall’America settentrionale verso il Sud del mondo, prevedeva che il cattolicesimo futuro sarebbe stato molto diverso. Esso sarà per lo più non occidentale, non bianco e non ricco, più conservatore sulle questioni sessuali, più liberale sui temi della giustizia sociale; sarà contrario alla guerra, favorevole alle Nazioni Unite e diffidente verso il capitalismo del libero mercato; più biblico ed evangelico nell’affrontare le questioni culturali; più attento alla propria forte identità cattolica di fronte al pluralismo religioso. La Chiesa del futuro sarà più giovane, più ottimista e più aperta alla pratica religiosa indigena[11].

Che cosa potremmo aggiungere, alla luce degli sforzi che papa Francesco sta compiendo per rinnovare la Chiesa, soprattutto di fronte alle sfide che abbiamo considerato?

Una Chiesa policentrica

La Chiesa di domani sarà policentrica anziché eurocentrica. Francesco auspica che venga maggiormente riconosciuta l’autorità magisteriale delle Conferenze episcopali nazionali e regionali ed esorta a pensare con tutta la Chiesa, non solo con la gerarchia. Mette in risalto la «sinodalità», vale a dire il «camminare insieme», resistendo alla tentazione di governare in modo verticale, dall’alto verso il basso[12]. In un contesto di pluralità di culture, la sinodalità svolgerà un ruolo sempre più importante, favorendo la varietà nella teologia, nella liturgia e nella pratica pastorale. In qualche misura questo processo è già in atto nel lavoro che le Chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina stanno compiendo per inculturare la loro fede.

Il pentecostalismo ha lasciato il segno nelle liturgie e nella catechesi dell’America Latina. I teologi africani si stanno impegnando per sviluppare una teologia autenticamente africana, dove le donne hanno un ruolo sempre più importante. Le Chiese asiatiche, soprattutto quella che è in India, lottano per presentare Gesù come Parola di Dio e salvatore in un contesto di pluralismo religioso e in una condizione di minoranza. In futuro ci potranno essere nuovi centri di autorità, basati sulle Conferenze episcopali nazionali o regionali, sul modello della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) con sede a Washington, e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc). Un processo del genere potrà svilupparsi se si realizzerà la visione che Francesco ha di una Chiesa più sinodale.

Una «governance» più inclusiva

Una Chiesa decentralizzata e policentrica sarà caratterizzata da una governance più inclusiva. Le Chiese del Sud del mondo parlano sempre più con voce propria e pongono questioni vitali per la loro vita e missione ecclesiale. Spesso apportano nuovi problemi, avvalendosi anche della simultaneità delle comunicazioni moderne e dei social media. Molti cattolici si sforzano di essere più inclusivi riguardo a coloro che sono diversi.

Dato che a tutt’oggi i vescovi cattolici sono circa 5.600, le difficoltà logistiche connesse a un eventuale nuovo Concilio ecumenico fanno pensare che negli anni a venire il Sinodo dei vescovi svolgerà un ruolo sempre più importante. Potrebbe anche rendersi necessario un cambiamento nella struttura del Sinodo, affinché esso divenga qualcosa di più che un semplice Sinodo di vescovi in cui il diritto di voto spetta solo al clero[13]. Talvolta è accaduto che laici, uomini e donne, abbiano preso parte a gruppi linguistici sinodali, e si possono trovare altre modalità per coinvolgerli in maniera efficace.

I due Sinodi sul matrimonio e sulla famiglia (2014-15) e il Sinodo dell’ottobre 2019 sull’Amazzonia sono stati molto diversi da quelli che li hanno preceduti. Al loro interno si è sviluppata una libera discussione su questioni controverse, come non si verificava dal Concilio Vaticano II. Con quello che è stato definito un «esercizio di sinodalità» i vescovi francesi hanno allargato la loro Assemblea plenaria del novembre 2019, consentendo a ciascun vescovo di essere accompagnato da due fedeli, uomini o donne, ordinati o laici, per riflettere insieme a loro sulla missione futura della loro diocesi. Anche la Germania sta sviluppando un processo sinodale.

I laici, uomini e donne, potrebbero essere rappresentati meglio anche nei dicasteri vaticani e dovrebbero avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi. L’attuale sistema non sempre riesce a essere rappresentativo di tutte le voci ecclesiali. Un sistema di candidature da parte delle diocesi locali, con il diritto del Papa di prendere la decisione finale, potrebbe rendere possibili al tempo stesso la partecipazione locale e la supervisione papale.

Verso le periferie

Papa Francesco esorta i cattolici – anzi, tutti i cristiani – a «uscire dalla propria comodità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium [EG], n. 20). Egli mette al centro delle sue preoc­cupazioni i poveri, gli svantaggiati e i migranti. E se la Chiesa vuole riuscire a evangelizzare le diverse culture in cui vive, deve inculturarsi (cfr EG 68; 116-128). Significativi sono, a questo riguardo, la scelta, da parte di papa Francesco, di cardinali provenienti da sedi non tradizionali e l’inclusione delle voci delle Conferenze episcopali regionali nelle sue lettere apostoliche, come pure la sua insistenza sulla sinodalità.

Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica ne costitui­sce un esempio. Nella regione amazzonica, che abbraccia, in tutto o in parte, la Bolivia, il Brasile, la Colombia, l’Ecuador, la Guyana francese, la Guyana, il Perù, il Venezuela e il Suriname, vivono circa 34 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Si tratta di una regione minacciata, sottoposta a incendi che distruggono migliaia di chilometri di quella foresta pluviale che viene spesso chiamata «il polmone del Pianeta». In gran parte quegli incendi sono dolosi, provocati al fine di liberare spazio per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. L’utilizzo di pesticidi, l’inquinamento di fiumi, laghi e corsi d’acqua e l’estrazione mineraria illegale mettono in pericolo la salute degli abitanti. Tra le problematiche sociali vanno segnalate in particolare l’evacuazione delle popolazioni indigene, la criminalizzazione di rifugiati e migranti, il traffico sessuale di persone, in particolare donne, e l’accresciuto consumo di alcol e droghe.

Il Sinodo cercava una «Chiesa dal volto amazzonico», con una forma di governo sinodale più partecipativa, collegiale, caratterizzata, come sostiene p. Antonio Spadaro, da una comunione più forte e da nuove strutture per assisterla nell’affrontare queste realtà[14]. Dopo numerose sessioni di ascolto, il documento finale del Sinodo è stato approvato con una maggioranza di due terzi, compresa la votazione – con 128 voti a favore e 41 contrari – sui preti sposati, ossia sui cosiddetti viri probati o anziani di provata virtù, come pure quella sulle diaconesse, con 137 voti a favore e 30 contrari. Si è raccomandato anche un rito speciale per l’Amazzonia, sebbene non siano mancati alcuni voti contrari[15]. Ci sono state richieste di approfondimento e suggerimenti, che ora sono nelle mani del Papa.

Ma il Sinodo ha anche suscitato una forte opposizione. Un cardinale tedesco ha definito «eretico» il documento di lavoro, imputando a chi lo aveva redatto l’intento di trasformare la Chiesa in una Ong laica. Un cardinale americano ha definito il Sinodo un attacco diretto alla signoria di Cristo. Altre forti critiche sono giunte da alcuni gruppi di destra, fondati negli anni Sessanta per fare da baluardo contro gli influssi «comunisti» nella società e nella Chiesa. Qualcuno si è opposto a quella che definiva la «teologia indigenista» del Sinodo, considerandola «una radicalizzazione della fede cristiana dietro la maschera dell’ecologia»[16].

Anche i milioni di migranti e rifugiati abbandonati oggi nelle periferie stanno molto a cuore a papa Francesco. Il mondo intero è in movimento, con famiglie che fuggono da violenze e conflitti, da persecuzioni religiose, da una povertà opprimente o da cambiamenti climatici (cfr LS 25). Nel 2019 l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha riferito che il numero delle persone in fuga nel mondo aveva toccato i 70,8 milioni, il livello più alto mai registrato[17]. Ne fanno parte anche le persone che sono ammassate al confine meridionale degli Stati Uniti, molte delle quali sono state separate dai propri figli sotto l’amministrazione Trump.

I ministeri laicali

Nessuno si aspettava l’esplosione dei ministeri laicali, che ha fatto seguito ai passi compiuti dal Concilio Vaticano II per sviluppare una teologia dei laici e la loro partecipazione al sacerdozio di Cristo e alla missione della Chiesa. Oggi nelle comunità locali e nelle diocesi molti posti di responsabilità sono sempre più affidati a laici, e soprattutto a laiche.

In Africa e in America Latina, da tempo catechisti laici e agenti pastorali guidano comunità locali. In Africa il sostentamento dei catechisti è generalmente a carico delle loro comunità; essi non sono necessariamente remunerati in denaro, ma vengono forniti di vitto, alloggio e motociclette per spostarsi. L’Africa oggi può contare anche su una nuova generazione di teologi e professionisti della Chiesa, uomini e donne, sacerdoti e suore, molti dei quali si sono formati in Europa o negli Stati Uniti.

In Europa e in America Latina ci sono ministri laici, donne comprese, che officiano i funerali religiosi, presiedono la liturgia della Parola e predicano nei gruppi di preghiera quando non è disponibile un sacerdote. Alcune Chiese negli Stati Uniti hanno «amministratori parrocchiali laici», che svolgono importanti funzioni pastorali in tutti gli aspetti, tranne che nel ministero sacramentale.

Un sacerdozio rinnovato

In molte parti del mondo la carenza di sacerdoti è un problema serio. Nel 2017 il numero globale dei presbiteri è diminuito, cosa che non accadeva dal 2010. In una diocesi nel Nord del Brasile il 70% delle comunità vede un sacerdote solo una o due volte l’anno, e quindi il battesimo diventa il sacramento fondamentale.

Il sistema dei seminari, che un tempo ha avuto una riforma significativa, deve essere ancora rinnovato. Se si collocano i seminaristi in strutture tutte maschili e semi-claustrali, dando luogo a una «formazione per isolamento», non li si prepara ad affrontare le sfide del mondo attuale[18]. Molti di loro hanno scarsa percezione delle sfide della vita familiare o dei rapporti di lavoro equi con i ministri laici. La maturità affettiva e psicosessuale e il clericalismo sono questioni cruciali da affrontare, come ha dimostrato la crisi degli abusi sessuali. La teologia di un «cambiamento ontologico» in seguito all’ordinazione oggi è di difficile comprensione e rischia di favorire un elitarismo clericale. I seminaristi che si preparano al ministero dovrebbero frequentare classi miste, al fianco di uomini e donne, e i loro insegnanti e formatores, sia uomini sia donne, dovrebbero avere voce in capitolo per approvarne l’ordinazione[19].

Riguardo alla propria disciplina sacramentale, la Chiesa ha molto più margine di libertà di quanto finora sia stata disposta a riconoscere. Molti diaconi svolgono un eccellente ministero negli ospedali: perché non si potrebbe avviare una nuova riflessione sull’amministrazione del sacramento degli infermi e sulla remissione dei peccati ad esso connessa, valutando alcune circostanze e condizioni per le quali a celebrarlo possano essere i diaconi? Queste e altre questioni non sono state mai discusse dalla Chiesa intera, valendosi di tutte le sue risorse teologiche e pastorali, né è stato fatto alcuno sforzo per valutare il sensus fidelium sulla questione.

Perdita di privilegi

La Chiesa oggi non gode più di uno status speciale e privilegiato tra le istituzioni. La crisi degli abusi sessuali e la crescente secolarizzazione hanno portato a ridefinire i rapporti tra essa e lo Stato in modo significativo. La cultura laica di molti Paesi occidentali ha messo in discussione anche antiche politiche di istituzioni cattoliche relative all’insegnamento della Chiesa in materia di vita, sessualità e famiglia.

In Argentina, Australia, Belgio, Canada, Cile, India, Irlanda e Stati Uniti le autorità civili hanno avviato indagini sulle Chiese locali, chiedendo l’accesso ai documenti delle cancellerie. In India, Pakistan e Cina i cattolici devono affrontare tensioni.

Dialogo con la cultura

Se la Chiesa vuole che la sua voce oggi venga ascoltata, deve imparare un nuovo modo di insegnare. Non può fermarsi a deprecare una crescente secolarizzazione, la perdita della moralità tradizionale o i nuovi atteggiamenti verso la sessualità, il genere, l’etica medica e le questioni di fine vita. I giorni in cui poteva limitarsi a imporre la propria visione morale alla società tramite le leggi civili – l’antica alleanza fra il trono e l’altare – sono finiti in gran parte del mondo. La Chiesa ha bisogno di dialogare con la cultura, portandole il contributo delle sue tante risorse personali e istituzionali. È la via seguita da papa Francesco, che invoca «un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato»[20].

Per molti oggi l’autorità non deriva dalla dottrina, ma dall’esperienza. Si apprezzano i diritti individuali, l’autodeterminazione e l’autenticità della persona. Allo stesso tempo la Chiesa non può semplicemente abbracciare l’ethos della cultura, che in gran parte è profondamente contrario al Vangelo. Un radicale individualismo si contrappone al profondo impegno cattolico per il bene comune, per la dignità della persona e per la rivalutazione dell’importanza della comunità. Su tutti questi problemi la voce della Chiesa deve risuonare nella pubblica piazza.

Ma la Chiesa non ha la risposta a tutte le domande, e riconosce una certa autonomia delle realtà terrene (cfr Gaudium et spes, n. 36). Ha bisogno di appellarsi al senso della fede (sensus fidei) e dei fedeli (sensus fidelium). L’immagine bipartita di una Chiesa docente (ecclesia docens) e di una Chiesa discente (ecclesia discens) non è più appropriata, e forse non lo è mai stata[21]. La Chiesa ha bisogno di ascoltare anche i suoi teologi, i suoi studiosi e le altre Chiese.

Un nuovo ecumenismo

La crescita esplosiva delle «nuove» Chiese nel Sud del mondo – evangeliche, neopentecostali e indipendenti africane – rappresenta una nuova sfida per l’ecumenismo. Molte sono non tradizionali; poche costituiscono comunità sacramentali o liturgiche; la maggior parte non celebra l’Eucaristia. Poiché credono in un mondo ricco di spiriti, molte Chiese mettono in primo piano la guerra spirituale e gli esorcismi. La maggior parte di esse predica il «vangelo della prosperità». Poche sono interessate all’ecumenismo o all’unità visibile della Chiesa. Queste nuove Chiese considerano l’ecclesiologia occidentale troppo occidentale, eurocentrica e non sufficientemente in sintonia con la loro esperienza.

Le Chiese antiche e confessionali non possono semplicemente ignorare queste nuove Chiese, ma, per entrare in relazione con esse, dovranno sviluppare un nuovo ecumenismo più inclusivo. Queste nuove Chiese si curano meno delle dichiarazioni di consenso che hanno caratterizzato l’ecumenismo tradizionale, e apprezzano di più le testimonianze personali, condividono storie sulla vita nello Spirito e un senso di missione basato sui valori del Vangelo. L’approccio di papa Francesco è simile: sottolinea il camminare, il lavorare e il pregare insieme.

Le Chiese occidentali e quelle del Sud del mondo possono imparare molto le une dalle altre[22]. Dotate di un forte senso della loro missione evangelica e dei doni dello Spirito, le nuove Chiese sono comunità vitali, sebbene abbiano bisogno di andare oltre la loro predicazione su salute e ricchezza; di imparare che fede e ragione collaborano; e di ricercare l’unità visibile con le altre Chiese. Le Chiese occidentali possono avere un contatto più forte con la tradizione storica della Chiesa e con le dimensioni sociali della sua missione, ma la loro teologia troppo spesso è stata inquinata dal razionalismo illuminista, per cui oggi è necessaria una maggiore attenzione all’esperienza e alla percezione della vicinanza di Dio.

Il Vangelo chiama tutti i cristiani a vivere in comunione gli uni con gli altri. Può il vescovo di Roma diventare non solo un simbolo di unità, ma mettersi davvero al suo servizio, senza esigere che tutte le Chiese riconoscano la sua autorità giuridica? L’autorità è sempre maggiore quando viene riconosciuta piuttosto che rivendicata. L’unità è finalizzata alla missione, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). I cristiani devono riconoscersi l’un l’altro come fratelli e sorelle nel Signore. L’ecumenismo inizia sempre dall’amicizia.

Dialogo interreligioso

Esperti e giornalisti sono soliti parlare della morte della religione, ma molti conflitti oggi hanno radici religiose, sono provocati da fondamentalismi che in vario modo rappresentano una risposta alla modernità – amplificata dalla globalizzazione – da parte di molti che temono il cambiamento e di perdere potere e privilegi religiosi, politici o di altro genere.

Il fondamentalismo islamico, in Africa e in varie parti del Medio Oriente, è un problema che spesso porta alla violenza, ma il dialogo con l’islam è ancora nelle sue fasi iniziali, e sui rapporti con l’islam l’Europa è fortemente divisa. Non è alla religione in sé o alle sue pratiche che molti si oppongono, ma piuttosto all’ordine sociale e politico instaurato in molti Paesi musulmani, nei quali vengono negate, fra l’altro, la libertà di coscienza, la conversione religiosa e la piena uguaglianza delle donne e delle minoranze religiose. Il alcuni Stati dell’India sia i cristiani sia i musulmani hanno subìto persecuzioni.

Per papa Francesco il dialogo resta una priorità. Quando si è recato in Marocco, nel marzo 2019, egli ha sottolineato che la via per combattere il terrorismo è quella di un dialogo autentico; la «semplice tolleranza» non è sufficiente. «Nel rispetto delle nostre differenze, la fede in Dio ci porta a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili»[23]. È un messaggio che tutte le religioni dovrebbero condividere.

Identità ecclesiale

L’identità ecclesiale è una questione conclusiva. Oggi molti giovani cattolici non hanno familiarità con la propria tradizione e con i protocolli delle divisioni ecclesiali, o spesso li ignorano. Un’esperienza di comunità è più importante dell’identità istituzionale. Non è insolita la condivisione eucaristica non ufficiale. Alcuni parlano di «doppia appartenenza». Negli Stati Uniti, se a una coppia non viene concesso dalla Chiesa cattolica il permesso di celebrare il matrimonio «in giardino», essa si rivolge a pastori episcopaliani o metodisti, senza per questo considerarsi meno cattolica. In Nigeria e altrove, alcuni cattolici frequentano sia la propria chiesa sia una congregazione pentecostale. Pertanto, i «muri» ecclesiali oggi sono spesso porosi. Il facile attraversamento dei confini denominazionali può costituire di per sé un segno di quanto sia cambiato il paesaggio ecumenico.

Quando papa Francesco si è recato in Marocco, ha ammonito i cattolici a non preoccuparsi di operare conversioni: «In altre parole, le vie della missione […] non passano attraverso il proselitismo, che porta sempre a un vicolo cieco, ma attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri. Quindi il problema non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cfr Mt 5,13-15)»[24]. La sfida è quella di rimanere sempre aperti e accoglienti, senza smarrire il senso dei doni e delle convinzioni della nostra tradizione cattolica.

Conclusione

Il fenomeno della globalizzazione sta avvicinando le diverse culture del mondo, anche se non sempre in modo pacifico. Il cattolicesimo, in quanto Chiesa globale, riflette in misura notevole questa diversità. Il suo carisma originale è stato la sua capacità di tenere insieme unità e diversità in una tensione creativa.

Secondo Massimo Faggioli, la visione di papa Francesco è globale, ma apporta una nuova prospettiva. Il Papa vede che la Chiesa e il mondo si trovano entrambi in un processo di riassestamento globale, e ci invita a non guardarlo dal centro verso le periferie, ma dalle periferie verso il centro o, più precisamente, nella prospettiva di una Chiesa policentrica[25]. La Chiesa odierna ha più che mai bisogno di attingere alle numerose fonti di sapienza di cui dispone, ai suoi pastori e ministri, ai suoi studiosi e teologi, alle sue istituzioni educative, ai ministeri sociali e alla fede dei suoi popoli. Deve continuare a cercare una maggiore unione con le altre Chiese e comunità cristiane, e impegnarsi per una maggiore comprensione interreligiosa, se vuole realizzare la visione della Chiesa che è stata proposta dal Concilio Vaticano II: sacramento di unità con Dio e con tutto il popolo di Dio.

Da "https://www.laciviltacattolica.it" Sfide contemporanee del cattolicesimo globale di Thomas P. Rausch

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 22 Marzo 2021 00:00

Francesco e l’islam

A pochi giorni dal compimento dell’ottavo anno di pontificato di Jorge Mario Bergoglio e a poche ore dalla sua partenza dall’Iraq, arriva la notizia che l’Iraq ha invitato l’imam di al-Azhar, lo sceicco al-Tayyeb, a visitare il paese.

Co-firmatario del Documento sulla fratellanza umana con Francesco, dunque al-Tayyeb si recherà con gioia nel Paese dove risiede l’ayatollah al-Sistani, incontrato nella sua Najaf dal papa pochi giorni fa, proprio per parlare di fratellanza.

Francesco è riuscito, nel nome della fratellanza, a riavvicinare due delle massime autorità islamiche, espressioni di quei sunnismo e sciismo che vengono usati per giustificare la guerra civile islamica? Al-Tayyeb in Iraq vedrà al-Sistani? Se sarà, non sarà un caso.

Civiltà che non possiamo perdere
In questi otto anni di pontificato il tema “islam” ha ricoperto un ruolo molto importante, forse cruciale. Le stesse indicazioni chiave sulla sua idea di Chiesa spiegano perché: “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo” sono espressioni a tutti note, e difficilmente un odierno ospedale da campo potrebbe essere indifferente a quanto accade in Libia, Egitto, Yemen, Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan, per citare solo i più noti e devastati campi di battaglia.

Guardando all’insieme di quella che viene chiamata “la casa dell’islam” la storia sembra darci un solo termine di paragone, il XIII secolo, i tempi delle invasioni di mongoli. Davvero tre grandi civiltà, come l’ottomana, l’araba e la persiana hanno solo distruzione e campi profughi da offrire ai loro figli?

È innegabile il concorso esterno, l’aiuto lungo la discesa in questi odierni inferi di potenze neo e vetero-coloniali che hanno trasformato queste terre anche in campi neutri dove le grandi potenze combattono per i loro interessi energetici e strategici. Ma oltre alle sofferenze atroci e incalcolabili di generazioni condannate a non avere presente e probabilmente futuro, resta il problema di tre grandi civiltà da salvare, da recuperare al cammino dell’umanità.

Tutto questo a Francesco è stato chiaro fin dal 2013, quando in Evangelii Gaudium scrisse: “La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”.

L’urbanizzazione fallita – dal Cairo a Teheran – è colta da Francesco come causa originante tante crisi in un mondo che ha fatto della ricchezza del suo sottosuolo la croce di chi lo vive. E le piazze così sono state capite già allora, all’inizio del pontificato, come un soggetto politico e culturale, il motore di una repressa volontà di riscatto di queste grandi civiltà.

Il cammino verso il ferito islam, deturpato da imperialismi che si avvalgono di ideologie religiose eretiche, come la teocrazia iraniana e il puritanesimo wahhabita alleato dei sauditi (in una sorta di scontro tra teocrazia e cesaropapismo) determinati a conquistare l’Islam, è partito dunque dalla comprensione della ferita interna tra le masse che invocano l’unicità di Dio che ci rende uguali, mentre le eresie perseguono la loro unicità nel nome di Dio.

In questa visione la fratellanza di Bergoglio è stata un medico delle piaghe altrui, piaghe contagiose. Il nichilismo islamico diffusosi in questi territori tra enormi acquitrini di abbandonati che non potevano più credere nell’Islam ufficiale, nella solidarietà araba, nella comunità internazionale, è divenuto la linfa vitale di visione apocalittiche, pronto a raccogliere qualsiasi bandiera, anche quella dell’Isis, pur di esprimere con l’amplificatore più potente a portata di mano la propria sete di violenza.

Questo nichilismo islamico ha prodotto come rigetto un’islamofobia occidentale che origina nella paura, ma giova ai cattivi maestri dell’odio nel mondo islamico che la usano per dimostrare che il problema in Europa non è l’integrazione, ma il pregiudizio verso l’islam e quindi bisogna combattere, perché l’odio è questione di fede, non d’altro.

Dal Cairo ad Abu Dhabi
Ma l’ospedale da campo non è un laboratorio, Francesco ci crede perché crede che l’uomo è un essere relazionale. E quindi è andato a incontrare questo mondo, ricucendo il rapporto con l’università islamica più importante, quella di al-Azhar, nel 2017. In quel centro, ridotto a un ufficio governativo che fabbrica fatwa e poco altro, ha voluto entrarci di persona e ha perfettamente compreso il dramma psicologico degli eredi di un grande passato luminoso vissuto come espressione di inaccettabile cupo declino: “Fin dall’antichità, la civiltà sorta sulle rive del Nilo è stata sinonimo di civilizzazione: in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa.

La ricerca del sapere e il valore dell’istruzione sono state scelte feconde di sviluppo intraprese dagli antichi abitanti di questa terra. Sono anche scelte necessarie per l’avvenire, scelte di pace e per la pace, perché non vi sarà pace senza un’educazione adeguata delle giovani generazioni. E non vi sarà un’educazione adeguata per i giovani di oggi se la formazione loro offerta non sarà ben rispondente alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale”.

È anche questo che gli ha consentito quel rapporto personale con l’imam di al-Azhar che in mesi di segreti incontri, conversazioni, di preghiera e di email ha reso possibile un documento che ha portato la Chiesa e al-Azhar non solo a raggiungere il Concilio Vaticano II, ma addirittura a procedere nel suo solco: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Fratellanza
Per chiunque conosca la storia teologica islamica questo testo o sbalordisce o rallegra. Rallegra i credenti musulmani che sanno che nell’Islam delle origini non c’è stato islamico: la Costituzione di Medina, che si ritiene scritta da Maometto, era per tutti. Sbalordisce chi invece sa che da tempi immemori la teologia islamica si è strutturata sul concetto di “protezione”, riservata ai popoli del libro in cambio di una tassa e della perdita di alcuni diritti.

Così le società sono state divise in comunità chiuse, sempre più impenetrabili l’una all’altra. Se in un tempo lontano infatti questo sistema poteva essere preferibile a quello europeo dell’intolleranza verso gli ebrei e i musulmani, con il mutare della realtà europea e poi con la globalizzazione è divenuto intollerabile.

Il grande passo avanti di Abu Dhabi, la città dove questo documento è stato solennemente firmato, ha cominciato a riverberare il suo senso nelle piazze della rinnovata protesta araba, soprattutto a Baghdad e Beirut, dove si scontrano il settarismo identitario del vecchio sistema e il pensiero ibrido dei giovani, in protesta pacifica dal 2019.

Proprio come in Francesco, questa protesta ha saputo ricorrere addirittura all’ironia. A Bagdad, in piazza della Liberazione, sotto il fuoco dei cecchini delle milizie identitarie, un giovane seppe scrivere su un muro: “se ti sembra che tutto vada bene vuol dire che bevi troppo”. Era un invito a unirsi alla protesta per cambiare, non contro qualche comunità.

Francesco così ha capito che la piaga della Terra dell’Islam è diventata una piaga che ci riguarda tutti, che coinvolge l’intero complesso euro-asiatico. Il solo modo per prosciugare i serbatoi del nichilismo islamico, che fa da manodopera a basso costo ai diversi centri dell’Islam apocalittico, è la fratellanza e quindi la costruzione di stati sovrani nella sovranità di tutti i loro cittadini.

In visita a Najaf
Per riuscirci occorrere togliere il pretesto della divisione tra sunniti e sciiti, ricchezze diverse ma non incompatibili dell’islam. Per questo è andato fino a Najaf, per stabilire con il leader sciita che rifiuta la deriva teocratica quel nesso fraterno che poteva consentire un dialogo tra sunniti e sciiti, il reciproco riconoscimento come fratelli. Un mediatore credente in una disputa tra altri credenti, perché no? O forse: chi altro?

È stato questo il senso del suo viaggio, il primo dopo lo stop della pandemia, in Iraq. Così ha offerto ai cristiani la possibilità di tornare essi stessi “mediatori”, o meglio, molto meglio, finestre arabe del mondo arabo, per uscire dalla paranoia della paranoia della protezione, prima imposta e poi richiesta davanti al terrorismo.

Questa chiusura danneggia loro, ma danneggia anche l’islam, isolato in sé stesso e nei suoi problemi che solo insieme agli altri potrà risolvere per tornare a brillare. Per spingere in questa direzione Francesco ha avuto la forza di esortare i cristiani a essere, anche lì, Chiesa in uscita, a non rinchiudersi nel silenzio delle proprie comunità.

Un’esortazione forte e che richiede forza e coraggio, perché senza coraggio non si cambia la realtà. Ma se sopravvivere è meglio di morire, sopravvivere non può bastare, bisogna osare. E questi otto anni di pontificato hanno osato così tanto che il cambiamento nella terra del dolore arabo sembra poter diventare possibile.

L’invito in Iraq dello sceicco sunnita al-Tayyeb è solo un barlume di luce, ma era impensabile. Ora c’è, è il frutto di otto anni spesi nel nome della fratellanza.

Da "http://www.settimananews.it/" Francesco e l’islam di Riccardo Cristiano

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Venerdì, 05 Marzo 2021 00:00

Donna Sapienza fin dal principio

Salomone lo conoscono più o meno tutti. Se non altro per quello stratagemma di voler far tagliare in due un bambino conteso tra due madri: una storia raccontata nel primo libro dei Re (3, 16-28). Forse, alcuni sanno anche che la saggezza del figlio di Davide e di Betsabea, l’adultera, è divenuta proverbiale perché il regno di Salomone ha assicurato a Israele non soltanto pace e stabilità, ma anche il contatto con le altre grandi culture del Vicino Oriente e, quindi, un tempo di grande vivacità culturale e di progresso civile. Per questo Israele ha attribuito al re Salomone tutta la riflessione sapienziale che sta alla base di alcuni libri della Bibbia, scritti in realtà in epoche diverse (dal secolo V al II prima di Cristo), che contengono sentenze, orientamenti e norme che hanno di mira una vita proficua e felice. Quasi nessuno però sa che quella sapienza che ha reso famoso Salomone è una raffigurazione che, accanto ad altre due figure, la Legge e il Messia, consente di capire perché, ma soprattutto come, Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Ed è figura femminile.

Donna-Sapienza

Tra le tante cose degne di stupore emerse grazie al restauro della Cappella Sistina (1980-1994) una è, a mio avviso, tutt’altro che marginale. Nell’affresco della creazione, che occupa la volta, l’attenzione viene catturata dal vigore dell’Adamo e dalla grandiosa potenza espressiva con cui Michelangelo ha saputo rendere conto del rapporto di vicinanza e al contempo di distanza tra il creatore e la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Eppure, il restauro ha fatto riemergere un particolare per troppi secoli rimasto del tutto oscurato: tra i putti che circondano e sostengono Dio nel suo atto creativo domina una figura femminile che Dio vincola a sé in un abbraccio. Eva? Inevitabile che in molti lo sostengano, anche se, in realtà, alla creazione di Eva il pittore dedica un riquadro specifico nelle storie della Genesi che corredano la volta.
Se gli storici dell’arte propendono per l’identificazione con Eva, i biblisti azzardano invece un’altra ipotesi, tutt’altro che fantasiosa perché molto ben accreditata dagli scritti sapienziali della Bibbia. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. […] Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, […] io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 22-31). È la Sapienza stessa che si presenta come colei che presiede alla creazione, come la forza creativa che fa della creazione un’opera che — ce lo dice il racconto che apre il libro della Genesi — Dio considera una «cosa molto buona» (Genesi 1, 31). La reciprocità che Dio stabilisce con l’opera delle sue mani riflette, insomma, il rapporto ludico che intercorre tra Dio e la Sapienza. Il discorso sarebbe lungo: basti solo dire che, nonostante la struttura sociale di Israele fosse fortemente caratterizzata in senso patriarcale e nonostante ciò abbia spesso imposto alle donne anche pesanti restrizioni, nella letteratura biblica emergono invece, sia pure in modo carsico, attestazioni del ruolo decisivo giocato dalle donne nello sviluppo della storia di Dio con il suo popolo nonché riflessioni, spunti, allusioni che rivelano un immaginario religioso in cui la presenza femminile gioca un ruolo di primo piano. Al riguardo, gli scritti sapienziali sono una vera e propria miniera.

Il termine italiano “sapienza”, come quello greco sofia, possono ingenerare un fraintendimento rispetto a quello ebraico hochmah, che ha una storia molto antica e rimanda a una qualità superiore che alcune persone hanno e altre no, l’aspirazione presente nelle radici più antiche della nostra cultura a saper orientare i nostri atteggiamenti di fondo nel mestiere di vivere. La sapienza non si insegna, ma questo non significa che la sapienza non si impari: il significato più arcaico di hakam è l’uomo abile, l’artigiano, in particolare, l’orefice, colui che conosce bene un mestiere.

La sapienza biblica tradizionale non ha quindi la pretesa di essere frutto di una rivela zione divina, per questo è stata definita una sapienza laica. E i libri sapienziali non contengono racconti mitici e nemmeno sono opere filosofiche o speculative, come quelle dei grandi pensatori greci. Sono un distillato di sapere pratico e di riflessioni sulla realtà vissuta, non vi si trovano discorsi edificanti e tanto meno devote esortazioni. La sapienza non trasmette neppure un facile moralismo religioso, ma piuttosto richiede, e in termini molto esigenti dal punto di vista umano, di saper riflettere e prendere posizione nei confronti di insegnamenti a volte perfino tra loro contraddittori. Per questo il valore della sapienza è inestimabile.

Un esempio eloquente

La divisione del libro dei Proverbi in sette sezioni potrebbe richiamare la dichiarazione che apre il c. 9 «La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne» e alludere così al fatto che, chi legge i proverbi e i discorsi di ammonimento contenuti nel libro, accoglie l’invito della sapienza a farsi ospitare nella sua casa. Molto ci sarebbe da dire su indubbi tratti di misoginia presenti nel testo, ma non bisogna neppure dimenticare che, più ancora che nel testo, l’androcentrismo è stata una delle dominanti della storia della sua interpretazione. Da qui la forte diffidenza nei confronti soprattutto di un brano come l’elogio della donna forte (31, 10-31) che appariva come una vera e propria esaltazione della moglie ideale che vive solo in funzione del suo uomo e dei suoi figli. Il capitolo è intitolato Parole di Lemuèl, re di Massa, «che egli apprese da sua madre» e si deve quindi supporre che si tratti di insegnamenti che la madre di un re trasmette a suo figlio. Non stupisce che per lungo tempo anche il ritratto della donna forte che suggella il libro sia stato interpretato come una raccolta di suggerimenti della madre al futuro re perché scelga una sposa appropriata. A ben guardare, però, il poemetto si chiude chiamando in causa direttamente una tra le “molte figlie” e questo lascia lecitamente supporre che, se la prima parte del discorso della madre è rivolta al futuro re, l’ultima parte è invece l’elogio di una figlia che «ha compiuto cose eccellenti», a cui bisogna essere «riconoscenti per il frutto delle sue mani» e di cui va tessuta lode pubblica «alle porte della città». Ben lungi dall’essere l’elogio di una futura nuora da parte di una suocera illustre, dunque, il brano contiene gli insegnamenti funzionali all’ideale di educazione del principe Lemuèl e di una principessa, di cui non si dice il nome, ma che viene interpellata direttamente. Studi archeologici e storico-sociali hanno poi messo in luce che, all’epoca, le donne erano proprietarie terriere ed erano attive in tutti gli ambiti menzionati nel nostro testo, dal commercio alla produzione e alla vendita dei tessuti di lusso, ben lontane cioè dall’ideale casalingo che ne faceva le regine del focolare. Per non dire, infine, che i tessuti preziosi delle sue vesti (v. 22), il lino e la porpora, sono gli stessi che arredano l’arca che guida il popolo nel deserto o che vestono i sacerdoti del Tempio e che oltre a lei (v. 25), in tutta la Bibbia solo Yahweh veste di forza (Salmo 93, 1).
Descritta dunque con tratti caratteristici dell’epoca, la donna forte con cui l’autore del libro dei Proverbi suggella il suo scritto, è Donna-Sapienza, la personificazione della Sapienza di Dio. A lei deve legarsi il re, come mostra la straordinaria preghiera per ottenere la sapienza che, non a caso, viene attribuita a Salomone (Sapienza 9, 1-18). Non è la casalinga, ma colei che, costruita la sua casa, «ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: “Chi è inesperto venga qui!”. A chi è privo di senno ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (Proverbi 9, 3-6).

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Donna Sapienza fin dal principio di Marinella Perroni, Biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo

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A qualche settimana dall’annuncio che il 2021 sarà «uno speciale anno di san Giuseppe», appena commentato qui su Re-blog da Daniele Menozzi, papa Francesco, durante l’Angelus di domenica 27 dicembre, ha annunciato per il 2021-2022 un «anno della famiglia amoris laetitia», nel quinquennale dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia e in vista del X Incontro mondiale delle famiglie (Roma, giugno 2022). Il tutto è stato affidato al Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che ha installato un sito apposito.
L’istituzione di «anni», ovvero l’iniziativa di suggerire ai vescovi di far convergere tutte o parte delle attività liturgiche, pastorali e divulgative su un determinato tema, non è nuova né per il pontificato bergogliano (prima dell’anno santo della misericordia 2015-2016 aveva già indetto un anno della vita consacrata 2014-2016), né per quelli che l’hanno preceduto: basterà ricordare, durante il papato di Benedetto XVI, l’anno paolino (2008-2009), l’anno sacerdotale (2009-2010) e soprattutto l’anno della fede (2012-2013), che però risultò di fatto incompiuto – malgrado l’evidente investimento che papa Ratzinger vi aveva posto – per la decisione di quest’ultimo di rinunciare all’esercizio del ministero petrino.
Tuttavia, basta guardare le retrospettive, che in questi giorni di fine dicembre abbondano, sull’«anno della pandemia» che abbiamo appena trascorso (ad esempio, il bel servizio video di Vania De Luca per Rainews24), e che nei programmi doveva essere un anno speciale di ripresa della Laudato si’, o pensare all’esplosione, proprio durante l’anno sacerdotale, dello scandalo delle violenze del clero sui minori, per confermarsi in qualcosa che, per fede, dovremmo ben sapere: anche dal punto di vista ecclesiale, così come nelle nostre vite personali, gli «anni» non sono mai quelli che programmiamo.

Da "https://re-blog.it/" L’anno che è venuto, gli anni che verranno di Guido Mocellin

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Venerdì, 25 Dicembre 2020 00:00

natale 2020

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Alla Casa Bianca non c’è più un anti-Francesco, ma per paradosso i rapporti con i vescovi americani potrebbero peggiorare. Il multilateralismo di Biden sarà ben accolto dal Papa, ma sullo sfondo c’è la questione cinese. E il Vaticano non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali… Conversazione di Formiche.net con Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, nelle librerie con “L’enigma Bergoglio” (Ed. Solferino)

A scanso di sorprese, il democratico Joe Biden sembra essere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Molti si sono affrettati a sottolineare che si tratta del secondo cattolico dopo John Kennedy ad entrare alla Casa Bianca, e che peraltro in questi anni ha già incontrato più volte Papa Francesco. Tra le varie analisi che si sono lette, si è affacciata la speranza di vedere la fine delle tensioni che hanno caratterizzato nell’ultimo decennio Usa e Vaticano, sia per quanto nel dialogo tra Obama e Ratzinger che in seguito tra Trump e Bergoglio. Il vaticanista statunitense John Allen jr. si è spinto ad affermare che il rapporto tra Biden e Francesco potrebbe riportare nientemeno che a quello tra Reagan e Giovanni Paolo II. Sul Corriere della Sera il giornalista Massimo Franco, da poco nelle librerie con “L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato” (Ed. Solferino, 241 p.), invita tuttavia alla cautela. Il rapporto tra i due, come spiega anche in questa conversazione con Formiche.net, non sarà affatto scevro da difficoltà e conflitti. Una buona parte della gerarchia della Chiesa americana infatti non vedeva di cattivo occhio il presidente Trump, mentre ora il rischio è che Biden possa cedere all’ala più radicale dei democratici, in particolare su temi fortemente divisivi come aborto e unioni omosessuali.


A suo avviso, come cambieranno i rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede rispetto al passato?

Certamente nell’immaginario comune, Trump era visto come l’anti- Francesco. Da questo punto di vista, credo che l’elezione di Biden significherà innanzitutto che non c’è più alla Casa Bianca un anti-Francesco. C’è però un problema: per paradosso, potrebbero accentuarsi gli attriti con i vescovi americani. Questo perché la Conferenza episcopale americana è molto spaccata, e in fondo ad alcuni vescovi e cardinali conservatori americani Trump non stava poi così male. Perché era contro l’aborto e le unioni omosessuali. Mentre invece Biden rappresenta un Partito democratico del quale la Conferenza episcopale statunitense ha sempre diffidato: da tre decenni, almeno, lo considera troppo relativista, legato a temi da loro definiti contro la vita. Quindi, dal punto di vista dei rapporti con il Papa, probabilmente le cose miglioreranno. Mentre invece con i vescovi statunitensi non è scontato che sarà così. A quel punto, bisognerà vedere se ciò rischia di influire anche sui rapporti tra la Casa Bianca e il Papa stesso.

La nomina da parte di Francesco del primo cardinale afro-americano, l’arcivescovo metropolita di Washington Wilton Gregory, a pochi giorni dal voto americano, a molti è sembrato un segnale da parte di Bergoglio in una direzione ben precisa. Pensa che i rapporti di forza nell’episcopato americano siano destinati a cambiare nel futuro, o si andrà inevitabilmente a una collisione?

Il Papa sta facendo di tutto perché migliorino, e le sue nomine vanno in quel senso. Il problema però è che non sembra che stiano avendo molto successo. Ho l’impressione che alcune delle persone nominate da Francesco, come Blase J. Cupich a Chicago o Wilton Gregory a Washington, non abbiano un grande successo all’interno delle loro diocesi. Il Papa sta cercando di andare in una direzione ben precisa, come sta facendo anche in Italia e altrove. Ma negli Stati Uniti bisogna comprendere che ci sono forti resistenze.

I vescovi americani hanno però accolto il nuovo presidente con un lungo e accorato messaggio, subito messo in luce dal Vaticano, in cui c’è stato un appello a uno spirito di unità nazionale. Anche il gesuita padre Antonio Spadaro, commentando l’elezione di Biden, si è focalizzato sul tema dell’unità. A vedere come si sta comportando Trump in queste ore, sembra tuttavia un auspicio molto lontano. Ci si chiede se ci sia un ruolo positivo che può giocare la Santa Sede su questo punto.

La Santa Sede secondo me non molto; i vescovi americani, forse, sì. Però il problema è la spaccatura. Intanto, bisogna dire che il Vaticano non si è ancora congratulato con Biden. Lo ha fatto solo l’arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez, presidente della Conferenza episcopale statunitense. Ma il Vaticano non ha fatto ancora alcuna dichiarazione ufficiale.

Si pensa abbia intenzione di farlo a gennaio, quando ci sarà l’insediamento del nuovo capo di governo.

Però ad ora quasi tutti i capi di governo, a parte Xi Jinping e Putin, si sono già congratulati con Biden. L’arcivescovo di Los Angeles ha poi dato un giudizio positivo per ciò che riguarda la vittoria, ma è stato anche molto cauto sotto altri aspetti. Nel suo messaggio si legge: preghiamo perché sia sempre difesa la vita. Ciò dimostra che c’è consapevolezza tra i vescovi americani che Biden potrebbe essere fortemente condizionato dall’ala radicale dei democratici. Soprattutto da Alexandria Ocasio-Cortez, più ancora che da Kamala Harris. Quindi, ciò che si intravede è una certa preoccupazione.

Si può dire che i primi che rischiano di essere spaccati sono proprio i cattolici. In effetti c’è da dire che parecchi, anche tra i fedeli stessi, non vedono affatto positivamente Biden.

La mia opinione, perciò, è che forse John Allen jr. corre troppo avanti. Diciamo che potrebbe anche esserci un’intesa come quella tra Reagan e Giovanni Paolo II. Però, su quali basi potrà avvenire? Sul piano internazionale, tanto per essere chiari, all’epoca ci fu una tale concordia che nel 1984, per la prima volta, Stati Uniti e Vaticano stabilirono relazioni diplomatiche piene. Questo fu considerato una sorta di riconoscimento che veniva dato alla Santa Sede di Giovanni Paolo II come alleata nella lotta contro l’impero sovietico e il comunismo.

C’è in effetti una certa differenza da allora.

Sì, perché oggi gli Stati Uniti considerano come nuovo principale nemico la Cina, e c’è un Papa che ha fatto un accordo segreto e provvisorio di altri due anni con la Cina in nome della distensione. Se Biden vuole fare una lega delle democrazie, occidentali e asiatiche, per contenere la Cina, allora col Vaticano non so come possano andare le cose.

In effetti, sullo sfondo c’è la questione cinese, sulla quale la presidenza Trump è stata molto dura verso la Santa Sede. Complessivamente, la geopolitica di Francesco troverà ora negli Stati Uniti di nuovo un alleato, o viceversa?

Da una parte sì, perché Biden sarà un presidente più multilateralista. Da questo punto di vista credo che sia un elemento positivo per il Papa e il Vaticano, perché in un mondo multilaterale l’influenza vaticana cresce. Però non so se questo sia sufficiente: è tutto da vedere.

Lei nel suo ultimo libro, “L’enigma Bergoglio”, affronta anche il tema della “guerra fredda strisciante tra il Vaticano di Francesco e i gruppi di interesse che si muovono dietro la Casa Bianca”, citando il Red Hat Report. Con l’elezione di Biden questa guerra come è destinata ad evolvere, e come può incidere di riflesso negli equilibri vaticani?

Continuerà come prima perché è una guerra che in qualche modo prescindeva dalla presenza di Trump. Credo quindi che le cose continueranno. Bisogna vedere che forza avranno, e soprattutto che forza avrà il Papa. Io credo che la sconfitta di Trump non decreti di certo la fine di quella corrente culturale negli Stati Uniti, anzi: probabilmente sarà ancora più decisa a farsi sentire.

Ieri è stato reso noto il lungo e articolato rapporto sul caso dell’ex cardinale McCarrick. C’è chi ha vociferato che la Santa Sede potrebbe avere aspettato le elezioni americane per pubblicarlo.

Non so se l’abbiano fatta apposta, allora potevano farlo anche tra qualche settimana. Credo che la decisione vada letta con logiche interne al mondo cattolico, e ai rapporti con il mondo cattolico americano, più che nei confronti di Biden o Trump. Anche perché bisogna capire quali saranno gli sviluppi del Rapporto McCarrick, e non credo affatto che la storia sia finita. Si tratta di un inizio.

L’ex nunzio Viganò, a cui l’episcopato americano riserva certamente un occhio benevolo, è stato chiamato in causa dalla Santa Sede nel Rapporto che è stato stilato. Viganò ha risposto in maniera molto dura, parlando di “surreale opera di mistificazione”. Lo scontro insomma è ben aperto.

Lo scontro resta molto aperto, anche se Viganò è piuttosto screditato in Italia, perché attacca a testa bassa il Papa sempre e comunque. Però non si deve trascurare il peso che continua ad avere negli ambienti cattolici conservatori americani. Ha tanti documenti che si è portato con sé. Certo è incredibile che un esponente così in vista nell’episcopato cattolico si scagli in questa maniera contro il Papa: un fatto abbastanza sconcertante. Però, attenzione, perché ha molte cose da dire, e soprattutto ha alleati potenti dalla sua parte.

Da "https://formiche.net/" Perché tra Biden e Francesco non sarà tutto rose e fiori. Parla Massimo Franco di Francesco Gnagni

Pubblicato in Passaggi del presente

Non è più mera retorica parlare di un possibile collasso della democrazia negli Stati Uniti d’America. Questi ultimi quattro anni di presidenza Trump hanno significato un progressivo degrado dello stato di diritto: un’anticipazione di quello che potrebbe succedere con un secondo mandato, viste le dichiarazioni e gli atti degli ultimi mesi durante la campagna elettorale, non solo da parte del presidente, ma anche del suo partito e delle forze che lo sostengono.

Questione cattolica…
Questa crisi americana ha un lato ecclesiale. È un problema di per sé l’allineamento delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche a un partito politico in un sistema a due partiti come negli Stati Uniti.

Lo è ancora di più quando il Partito repubblicano di Trump è diventato quello del risentimento razziale, delle teorie cospirazioniste, dell’isolazionismo suprematista, dell’anti-scienza. A leggere gli scritti degli ideologi del cattolicesimo vicino a Trump negli USA è evidente, nel furore della propaganda, anche un allineamento alla piattaforma del trumpismo.

Anche perché c’è un secondo allineamento, di un ecumenismo «culture war», di cui aveva scritto tre anni fa La Civiltà cattolica, tra cattolicesimo e evangelicalismo bianco negli Stati Uniti: questo comporta un’accentuazione delle venature nazionaliste da sempre presenti nel cattolicesimo americano, ma anche un impoverimento del livello intellettuale in una Chiesa che ha nel proprio DNA un certo anti-intellettualismo, come già notava negli anni Cinquanta uno dei maggiori storici della Chiesa (J.T. Ellis, «American Catholics and the intellectual life», in Thought 30[1955] 3, 351-388).

… e questione cristiana
Fin qui la questione cattolica nell’America di Trump. Ma c’è anche una questione teologica e religiosa più profonda e generale, che va oltre la Chiesa cattolica e che attraversa tutto il cristianesimo negli USA.

Come spiegò Tocqueville quasi due secoli fa, la vita della democrazia in America è inseparabile dal tessuto sociale e civile costituito dalle Chiese. Non si tratta di un tessuto nel senso di un sistema di coalizioni tattiche tra fedi diverse, costituzionalmente garantito come in alcuni stati contemporanei. Quella americana è una democrazia che nasce come arco di fedi religiose e umanistiche illuministiche diverse ma capaci di coesistere, un’alleanza o covenant con un sostrato teologico intenzionalmente vago e imprecisato dal punto di vista dottrinale, ma concorde nel sostegno o almeno indifferente rispetto al progetto democratico.

Si tratta di un progetto democratico che è stato capace di correggersi nel tempo, anche grazie all’evoluzione di quell’alleanza di fedi religiose e umanistiche: dalla guerra civile del 1861-1865, che porta all’abolizione della schiavitù come sistema legale, al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta, che inizia a smantellare la segregazione razziale ancora imperante in molti stati e in tutti i settori della vita in America.

C’è da decenni un’innegabile polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni su questioni morali ed etiche tra i due partiti, che sono lo specchio della polarizzazione e radicalizzazione all’interno del mondo religioso americano: sulle questioni di etica sessuale, familiare e matrimoniale, di identità sessuale; sull’immigrazione; sulla libertà religiosa.

Ma oggi ci troviamo in una fase diversa e successiva a quella iniziata negli anni Settanta-Ottanta. La delegittimazione, da parte del trumpismo, delle traiettorie di quei due eventi genetici non è solo storica e politica, ma mina anche le radici religiose della guerra civile e del movimento per i diritti civili. La crisi americana esacerbata dalla presidenza Trump è infatti anche una crisi religiosa e teologica.

Gli zombie e gli esclusi
La distopia politica dell’America di oggi è infatti inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, come morti che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di «global south» religioso che sono gli USA.

La pandemia ha messo in evidenza alcuni di questi istinti. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e Chiesa, con la Chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come Chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici. C’è un istinto anti-scientifico che vede, per esempio, anche noti e rispettati teologi asserire in pubblico che Galileo aveva torto e Bellarmino aveva ragione. C’è una cultura millenarista e apocalittica ben radicata nel paese, ben oltre le mire di Hollywood di sbancare il botteghino con l’ultimo film catastrofista.

Alla base della crisi americana c’è una crisi sociale ed economica, il grido degli esclusi dal «sogno americano», che il trumpismo sfrutta cinicamente. Ma c’è anche il ritorno, in versione postmoderna, di visioni religiose che puntano non a una dialettica battagliera ma ordinata tra religione e secolarità: puntano invece a un’eversione del sistema costituzionale democratico in nome di un’ideologia religiosa con chiari accenti etno-nazionalisti ed esclusivisti. Non è un caso il ritorno di popolarità di Carl Schmitt tra i più importanti giuristi cattolici negli USA.

La capacità delle Chiese di conciliarsi con la democrazia pluralista e di nutrire la «religione civile» americana potrebbe essersi esaurita. Il risultato delle elezioni presidenziali del 3 novembre è cruciale, ma dal punto di vista del lungo periodo delle idee e mentalità religiose non risolutivo.

Potremmo trovarci di fronte a una mutazione genetica degli Stati Uniti: forse l’inizio della fine dell’esperimento americano in quanto tale, e non soltanto la fine dell’esperimento che è, da due secoli a questa parte, il cattolicesimo «made in USA».

Da "http://www.ilregno.it/blog" La crisi della democrazia americana come crisi religiosa di Massimo Faggioli - storico della Chiesa e insegna teologia e studi religiosi alla Villanova University di Philadelphia (USA).

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 17 Agosto 2020 00:00

Sempre più donne nei dicasteri chiave

Bergoglio accelera il processo di valorizzazione femminile nelle gerarchie ecclesiastiche. Ieri sei laiche sono state nominate nel Consiglio per l’Economia.

Nei Sacri Palazzi vaticani sono aumentate le donne impiegate, soprattutto ai piani alti. Non era mai capitato nella bimillenaria storia di Santa Romana Chiesa. La mattina di Capodanno papa Francesco, un po’ a sorpresa, aveva scandito: la donna «va pienamente associata ai processi decisionali». Sembrava solo un inciso della prima omelia del 2020, si sta rivelando un programma, che ieri ha registrato un nuovo capitolo con la nomina nel Consiglio per l'Economia di sei laiche, scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza. Sono le tedesche Charlotte Kreuter-Kirchhof e Marija Kolak; le spagnole Eva Castillo Sanz e María Concepción Osákar Garaicoechea; le britanniche Leslie Jane Ferrar (in passato Tesoriere di Carlo, Principe di Galles) e Ruth Maria Kelly. L'unico ingresso maschile tra i laici è di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni (ed ex Generali). Bergoglio sta accelerando il processo - lungo, complesso e spesso controverso - di valorizzazione delle donne nelle gerarchie ecclesiastiche.

La presenza femminile nel personale a servizio del Pontefice e della Santa Sede negli ultimi dieci anni è cresciuta sia in numero assoluto che in percentuale. Ma a imprimere una sterzata è il recente incremento in ruoli di rilievo. Nel 2010, con Benedetto XVI, erano impiegate in Vaticano 4.053 persone, di cui 697 donne, circa il 17%. Nel 2019 invece, la Santa Sede e la Città del Vaticano assommavano insieme 4.618 dipendenti, di cui il 22% (1.016) donne. Un dato sottolineato dal sito Vatican News riguarda «l’aumento del numero di occupate presso la Santa Sede, cioè la Curia romana con tutte le sue entità che aiutano il Papa nell'amministrazione della Chiesa universale». Nel 2010 erano 385, nel 2019 649, «per cui la loro quota è passata dal 17,6 a più del 24%». Meno avanzata resta la situazione nell’apparato statale vaticano, dove la crescita è più lenta e interessa soprattutto le posizioni meno qualificate. Con un'eccezione d’impatto: dal 2016 Barbara Jatta è direttrice dei Musei Vaticani.

Per quanto riguarda la Curia, il livello più alto raggiunto è di sottosegretario, che generalmente occupa il terzo posto nell’ordine gerarchico, dopo i prefetti o presidenti, e i segretari. Francesco ha raddoppiato le sottosegretarie, da due a quattro. Su un totale di ventiquattro, cioè una su sei. E a gennaio, pochi giorni dopo il «proclama» di Capodanno, la scelta più importante: Francesca Di Giovanni è diventata sottosegretario nella Sezione per i Rapporti con gli Stati, nel centro nevralgico del Vaticano. Mai una donna aveva ricevuto un incarico così apicale Oltretevere, a maggior ragione in Segreteria di Stato e nell’ambito della diplomazia. Questa sua mansione la colloca al disopra di alcuni vescovi, in particolare dei nunzi. Una svolta storica.

Mentre all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ci sono Gabriella Gambino e Linda Ghisoni. Entrambe sono madri di famiglia, un'altra novità a questi livelli. La religiosa spagnola Carmen Ros Nortes lavora invece alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata.

Anche nel Dicastero per la Comunicazione ci sono signore leader. La slovena Natasa Govekar è direttore del dipartimento teologico-pastorale; la brasiliana Cristiane Murray è vicedirettrice della Sala stampa. Claudia Di Giovanni dirige la Filmoteca vaticana. A Radio Vaticana il capo della redazione francese è Helene Destombes. Il desk italiano è guidato da Gabriella Ceraso. Dell’inglese si occupa suor Bernadette Reis. Mentre la responsabile del programma giapponese è Hiroe Yamamoto.

E ancora. Papa Francesco ha da poco chiamato nel consiglio direttivo dell'Autorità di Informazione finanziaria (Aif), l’ente anti-riciclaggio, Antonella Sciarrone Alibrandi, pro-rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E l’altra fresca promozione papale è a capo ufficio della Biblioteca apostolica: Raffaella Vincenti.

Spicca poi suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica, nominata dal Papa nel 2019 consigliere di Stato. Ecco anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il più grande in Europa: dal 2015 è diretto da Mariella Enoc.

Punto di riferimento intellettuale per chi lavora a un cambio di passo femminile nelle Sacre Stanze è “donne chiesa mondo”, la rivista dell’Osservatore Romano diretta da Rita Pinci. Fanno parte del comitato di direzione Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello, Amy-Jill Levine, Elena Buia Rutt, Silvia Guidi, Giulia Galeotti, Carola Susani, Valeria Pendenza, Silvina Pérez e Marta Rodríguez Díaz. L’inserto non risparmia denunce e stoccate contro lo strapotere maschile. «Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un Sinodo composto di sole donne che prendano decisioni anche per loro? Credo di no», vi sostiene per esempio la storica e teologa Adriana Valerio. «Le donne, al contrario, da secoli subiscono l’esclusione istituzionale da tutti gli organi di governo della Chiesa». Ma a distanza di poche pagine Romilda Ferrauto riconosce che «la presenza in posti chiave sembra destinata ad affermarsi». Anche se a oggi nessuna «occupa ancora la carica di Prefetto. Però non è vietato sperare poiché dal 2018, per la prima volta, un laico, uomo, porta il titolo di Prefetto in Vaticano (Paolo Ruffini, Comunicazione, ndr)».

«Chissà, forse quel giorno non è più così lontano», sospira una suora.


Da "https://www.lastampa.it/" Sempre più donne nei dicasteri chiave. La rivoluzione rosa di Papa Francesco di DOMENICO AGASSO JR

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