Lunedì, 12 Novembre 2018 00:00

Ministero ordinato: una questione di sguardo

Esaminando il testo conclusivo del Sinodo 2018, al n. 148, intitolato Le donne nella Chiesa sinodale si resta colpiti da questa frase:

«Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

Mi pare che queste parole meritino un esame accurato: questa precisazione con cui si delimita – o comunque si determina – il ruolo femminile di partecipazione alla autorità ecclesiale, si concentra nella locuzione: «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

L’espressione può essere intesa in vari modi e una rassegna delle possibili interpretazioni può tornare di qualche utilità:

a) In un primo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» andrebbe intesa come una delimitazione di opportunità, essendo la partecipazione ai processi decisionali necessariamente riservata al “ministero ordinato”. Si potrebbe dire che la partecipazione delle donne al processo decisionale “entra necessariamente in rapporto con il ministero ordinato”;

b) In un secondo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» assumerebbe un valore più forte, delimitando strutturalmente la partecipazione femminile al di fuori del ministero ordinato, che avrebbe la esclusiva sulla autorità, cui la donna non potrebbe in alcun modo partecipare;

c) In un terzo senso, che suonerebbe qui come la “lectio difficilior”, si potrebbe intendere «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» come la eventualità per la quale il contributo femminile al processo decisionale sarebbe diverso a seconda che la donna entri a far parte o meno del “ministero ordinato”.

Evidentemente, alla radice di questa espressione sta una questione di “sguardo”. Lo sguardo ecclesiale sulla donna, e lo sguardo femminile sulla Chiesa, pongono la questione del “rispetto” in una regione particolarmente delicata della esperienza ecclesiale.

In che modo possiamo intrecciare il “rispetto della donna” con il “rispetto del ruolo del ministero ordinato”? Per capirlo dobbiamo brevemente sostare sulla parola “rispetto”.

Rispetto e sguardo
Ciò che chiamiamo “rispetto” non è altro che un certo modo di guardare. Su questo tema dello “sguardo” Evangelii gaudium ha la bellezza di 25 occorrenze. È una delle parole che ricorrono di più. E più volte si afferma che la “conversione pastorale” non è altro che un cambiamento dello “sguardo”, del modo di guardare.

Ora, a tal proposito accade che “respectus” sia, appunto, uno di questi modi di guardare e di essere guardati. Respectus, insieme a conspectus, aspectus, prospectus, despectus sono tutti composti dal termine “spectus” che è, appunto, sguardo.

Allora forse, nella interpretazione della frase del Documento sinodale, dobbiamo chiederci quale “sguardo” può sostenere meglio quella relazione tra le donne e il ministero ordinato.

Se il documento sinodale auspica apertis verbis una grande conversione ecclesiale, nel superare i pregiudizi che ostacolano il riconoscimento della autorità femminile nella Chiesa, allora appare chiaro che la interpretazione della espressione sul “rispetto” non possa essere interpretata nei termini della ipotesi b). Infatti, in questo caso, un ministero ordinato assolutamente impenetrabile alle logiche femminili rivendicherebbe il “rispetto” che si deve ad una autorità altra. Le donne dovrebbero al ministero ordinato il rispetto che si deve ad una “alterità da onorare”. Ma questo “sguardo” da parte femminile non sarebbe compatibile con lo sguardo reciproco da parte maschile.

Restano allora le due ipotesi sub a) e sub c).

La ipotesi sub a) implica una relazione di collaborazione con il ministero ordinato, per cui il “rispetto” avrebbe il senso di negare ogni”dispetto”. L’apprezzamento per il ministero ordinato, e quello reciproco verso le donne, sarebbe opportuno per ogni tipo di lavoro comune.

Infine, la ipotesi sub c), che, ripeto, appare la ermeneutica più azzardata, potrebbe avere un certo fondamento in una prospettiva – non esclusa in nessun modo – di un accesso delle donne alla ordinazione ministeriale, nella figura di una loro possibile ordinazione diaconale. In tale caso, la espressione ”nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” andrebbe intesa, addirittura, come la necessaria articolazione di funzioni autorevoli tra donne “ordinate” e donne non ordinate.

Chiesa sinodale e sguardo sinodale
Lo sguardo di cui dobbiamo diventare capaci ci è ancora difficile. Dobbiamo imparare a guardare diversamente. Per questo, certo, ci vuole rispetto. Ma rispettare il ruolo del ministero ordinato, per le donne, può significare tre cose, che non sono per nulla identiche:

1) rispettare una forma di attribuzione o di riconoscimento della autorità che esclude le donne per principio e rispetto a cui le donne possono sperimentare solo “autorità residuali”;
2) valorizzare una struttura di esercizio della autorità, rispetto a cui le donne possono trovare forme di integrazione, almeno indiretta;
3) aiutare a tradurre la tradizione maschile di ministero ordinato in una forma nuova, declinando anche al femminile la autorità ordinata nella Chiesa, sul piano dell’esercizio femminile del ministero diaconale.

Pertanto la espressione del documento finale del Sinodo, che per alcuni ha solo il significato n. 1, può rimandare certamente anche al significato n. 2 e non è affatto escluso che domani, secondo uno sviluppo ecclesiale tutt’altro che impossibile, noi tutti potremmo trovarci costretti ad interpretarla come una “velata profezia” del significato n. 3.


Da "www.cittadellaeditrice.com" Ministero ordinato: una questione di sguardo di Andrea Grillo

Pubblicato in Passaggi del presente

In God We Trust: questa è la frase impressa sulle banconote degli Stati Uniti d’America, che è anche l’attuale motto nazionale. Esso apparve per la prima volta su una moneta nel 1864, ma non divenne ufficiale fino al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso nel 1956. Significa: «In Dio noi confidiamo». Ed è un motto importante per una nazione che alla radice della sua fondazione ha pure motivazioni di carattere religioso. Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia.

Religione, manicheismo politico e culto dell’apocalisse

Specialmente in alcuni governi degli Stati Uniti degli ultimi decenni, si è notato il ruolo sempre più incisivo della religione nei processi elettorali e nelle decisioni di governo: un ruolo anche di ordine morale nell’individuazione di ciò che è bene e ciò che è male.

A tratti questa compenetrazione tra politica, morale e religione ha assunto un linguaggio manicheo che suddivide la realtà tra il Bene assoluto e il Male assoluto. Infatti, dopo che Bush a suo tempo ha parlato di un «asse del male» da affrontare e ha fatto richiamo alla responsabilità di «liberare il mondo dal male» in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, oggi il presidente Trump indirizza la sua lotta contro un’entità collettiva genericamente ampia, quella dei «cattivi» (bad) o anche «molto cattivi» (very bad). A volte i toni usati in alcune campagne dai suoi sostenitori assumono connotazioni che potremmo definire «epiche».

Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati. Infatti si è passati da un rifiuto di tutto ciò che è «mondano», com’era considerata la politica, al perseguimento di un’influenza forte e determinata di quella morale religiosa sui processi democratici e sui loro risultati.

Il termine «fondamentalismo evangelico», che oggi si può assimilare a «destra evangelicale» o «teoconservatorismo», ha le sue origini negli anni 1910-15. A quell’epoca un milionario del Sud della California, Lyman Stewart, pubblicò 12 volumi intitolati I fondamentali (Fundamentals). L’autore cercava di rispondere alla «minaccia» delle idee moderniste dell’epoca, riassumendo il pensiero degli autori di cui apprezzava l’appoggio dottrinale. In tal modo esemplificava la fede evangelicale quanto agli aspetti morali, sociali, collettivi e individuali. Furono suoi estimatori vari esponenti politici e anche due presidenti recenti come Ronald Reagan e George W. Bush.

Il pensiero delle collettività sociali religiose ispirate da autori come Stewart considera gli Stati Uniti una nazione benedetta da Dio, e non esita a basare la crescita economica del Paese sull’adesione letterale alla Bibbia. Nel corso degli anni più recenti esso si è inoltre alimentato con la stigmatizzazione di nemici che vengono per così dire «demonizzati».

Nell’universo che minaccia il loro modo di intendere l’ American way of life si sono avvicendati nel tempo gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani. Per sostenere il livello del conflitto, le loro esegesi bibliche si sono sempre più spinte verso letture decontestualizzate dei testi veterotestamentari sulla conquista e sulla difesa della «terra promessa», piuttosto che essere guidate dallo sguardo incisivo e pieno di amore del Gesù dei Vangeli.

Dentro questa narrativa, ciò che spinge al conflitto non è bandito. Non si considera il legame esistente tra capitale e profitti e la vendita di armi. Al contrario: spesso la guerra stessa è assimilata alle eroiche imprese di conquista del «Dio degli eserciti» di Gedeone e di Davide. In questa visione manichea, le armi possono dunque assumere una giustificazione di carattere teologico, e non mancano anche oggi pastori che cercano per questo un fondamento biblico, usando brani della Sacra Scrittura come pretesti fuori contesto.

Un altro aspetto interessante è la relazione che questa collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano, ha con il «creato». Vi è come una sorta di «anestesia» nei confronti dei disastri ecologici e dei problemi generati dai cambiamenti climatici. Il «dominionismo» che professano – che considera gli ecologisti persone contrarie alla fede cristiana – affonda le proprie radici in una comprensione letteralistica dei racconti della creazione del libro della Genesi, che colloca l’uomo in una situazione di «dominio» sul creato, mentre quest’ultimo resta sottoposto al suo arbitrio in biblica «soggezione».

In questa visione teologica, i disastri naturali, i drammatici cambiamenti climatici e la crisi ecologica globale non soltanto non vengono percepiti come un allarme che dovrebbe indurli a rivedere i loro dogmi ma, al contrario, sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in «cieli nuovi e terra nuova».

Si tratta di una formula profetica: combattere le minacce ai valori cristiani americani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, una resa dei conti finale tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana. In questo senso ogni «processo» (di pace, di dialogo ecc.) frana davanti all’impellenza della fine, della battaglia finale contro il nemico. E la comunità dei credenti, della fede (faith), diventa la comunità dei combattenti, della battaglia (fight). Una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può indurre ad anestetizzare le coscienze o a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria «terra promessa».

Il pastore Rousas John Rushdoony (1916-2001) è il padre del cosiddetto «ricostruzionismo cristiano» (o «teologia dominionista»), che grande impatto ha avuto nella visione teopolitica del fondamentalismo cristiano. Essa è la dottrina che alimenta organizzazioni e networks politici come il Council for National Policy e il pensiero dei loro esponenti quali Steve Bannon, attuale chief strategist della Casa Bianca e sostenitore di una geopolitica apocalittica[1].

«La prima cosa che dobbiamo fare è dare voce alle nostre Chiese», dicono alcuni. Il reale significato di questo genere di espressioni è che ci si attende la possibilità di influire nella sfera politica, parlamentare, giuridica ed educativa, per sottoporre le norme pubbliche alla morale religiosa.

La dottrina di Rushdoony, infatti, sostiene la necessità teocratica di sottomettere lo Stato alla Bibbia, con una logica non diversa da quella che ispira il fondamentalismo islamico. In fondo, la narrativa del terrore che alimenta l’immaginario degli jihadisti e dei neo-crociati si abbevera a fonti non troppo distanti tra loro. Non si deve dimenticare che la teopolitica propagandata dall’Isis si fonda sul medesimo culto di un’apocalisse da affrettare quanto prima possibile. E dunque non è un caso che George W. Bush sia stato riconosciuto come un «grande crociato» proprio da Osama bin Laden.

Teologia della prosperità e retorica della libertà religiosa

Un altro fenomeno rilevante, accanto al manicheismo politico, è il passaggio dall’originale pietismo puritano, basato su L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, alla «teologia della prosperità», propugnata principalmente da pastori milionari e mediatici e da organizzazioni missionarie con un forte influsso religioso, sociale e politico. Essi annunciano un «vangelo della prosperità», per cui Dio desidera che i credenti siano fisicamente in salute, materialmente ricchi e personalmente felici.

È facile notare come alcuni messaggi delle campagne elettorali e le loro semiotiche abbondino di riferimenti al fondamentalismo evangelicale. Accade per esempio di vedere immagini in cui leader politici appaiono trionfanti con una Bibbia in mano.

Una figura rilevante, che ha ispirato presidenti come Richard Nixon, Ronald Reagan e Donald Trump, è il pastore Norman Vincent Peale (1898-1993), il quale ha officiato il primo matrimonio dell’attuale Presidente. Egli è stato un predicatore di successo: ha venduto milioni di copie del suo libro Il potere del pensiero positivo (1952), pieno di frasi quali: «Se credi in qualcosa, la otterrai», «Se ripeti “Dio è con me, chi è contro di me?”, nulla ti fermerà», «Imprimi nella tua mente la tua immagine di successo, e il successo arriverà», e così via. Molti telepredicatori della prosperità mescolano marketing, direzione strategica e predicazione, concentrandosi più sul successo personale che sulla salvezza o sulla vita eterna.

Un terzo elemento, accanto al manicheismo e al vangelo della prosperità, è una particolare forma di proclamazione della difesa della «libertà religiosa». L’erosione della libertà religiosa è chiaramente una grave minaccia all’interno di un dilagante secolarismo. Occorre però evitare che la sua difesa avvenga al ritmo dei fondamentalisti della «religione in libertà», percepita come una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato.

L’ecumenismo fondamentalista

Facendo leva sui valori del fondamentalismo, si sta sviluppando una strana forma di sorprendente ecumenismo tra fondamentalisti evangelicali e cattolici integralisti, accomunati dalla medesima volontà di un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica.

Alcuni che si professano cattolici si esprimono talvolta in forme fino a poco tempo fa sconosciute alla loro tradizione e molto più vicine ai toni evangelicali. In termini di attrazione di massa elettorale, questi elettori vengono definiti value voters. L’universo di convergenza ecumenica, tra settori che paradossalmente sono concorrenti in termini di appartenenza confessionale, è ben definito. Quest’incontro per obiettivi comuni avviene sul terreno di temi come l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori. Sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici.

La prospettiva più pericolosa di questo strano ecumenismo è ascrivibile alla sua visione xenofoba e islamofoba, che invoca muri e deportazioni purificatrici. La parola «ecumenismo» si traduce così in un paradosso, in un «ecumenismo dell’odio». L’intolleranza è marchio celestiale di purismo, il riduzionismo è metodologia esegetica, e l’ultra-letteralismo ne è la chiave ermeneutica.

È chiara l’enorme differenza che c’è tra questi concetti e l’ecumenismo incoraggiato da papa Francesco con diversi referenti cristiani e di altre confessioni religiose, che si muove nella linea dell’inclusione, della pace, dell’incontro e dei ponti. Questo fenomeno di ecumenismi opposti, con percezioni contrapposte della fede e visioni del mondo in cui le religioni svolgono ruoli inconciliabili, è forse l’aspetto più sconosciuto e al tempo stesso più drammatico della diffusione del fondamentalismo integralista. È a questo livello che si comprende il significato storico dell’impegno del Pontefice contro i «muri» e contro ogni forma di «guerra di religione».

La tentazione della «guerra spirituale»

L’elemento religioso invece non va mai confuso con quello politico. Confondere potere spirituale e potere temporale significa asservire l’uno all’altro. Un tratto netto della geopolitica di papa Francesco consiste nel non dare sponde teologiche al potere per imporsi o per trovare un nemico interno o esterno da combattere. Occorre fuggire la tentazione trasversale ed «ecumenica» di proiet­tare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini. Francesco svuota dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari e del «dominionismo», che prepara all’apocalisse e allo «scontro finale»[2]. La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana.

Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari, perché essa è a servizio di tutti gli uomini. Le religioni non possono considerare alcuni come nemici giurati né altri come amici eterni. La religione non deve diventare la garanzia dei ceti dominanti. Eppure è proprio questa dinamica dallo spurio sapore teologico che tenta di imporre la propria legge e la propria logica in campo politico.

Colpisce una certa retorica usata per esempio dagli opinionisti di Church Militant, una piattaforma digitale statunitense di successo, apertamente schierata a favore di un ultraconservatorismo politico, che usa i simboli cristiani per imporsi. Questa strumentalizzazione è definita «autentico cristianesimo». Essa, per esprimere le proprie preferenze, ha creato una precisa analogia tra Donald Trump e Costantino, da una parte, e tra Hillary Clinton e Diocleziano, dall’altra. Le elezioni americane, in quest’ottica, sono state intese come una «guerra spirituale»[3].

Questo approccio bellico e «militante» appare decisamente affascinante ed evocativo per un certo pubblico, soprattutto per il fatto che la vittoria di Costantino – data per impossibile contro Massenzio, che aveva alle sue spalle tutto l’establishment romano – era da attribuirsi a un intervento divino: in hoc signo vinces.

Church Militant si chiede dunque se la vittoria di Trump si possa attribuire alla preghiera degli americani. La risposta suggerita è positiva. La consegna indiretta per il presidente Trump, nuovo Costantino, è chiara: deve agire di conseguenza. Un messaggio molto diretto, quindi, che vuole condizionare la presidenza, connotandola dei tratti di una elezione «divina». In hoc signo vinces, appunto.

Oggi più che mai è necessario spogliare il potere dei suoi panni confessionali paludati, delle sue corazze, delle sue armature arrugginite. Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista.

Lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come «uomo della Provvidenza».

Ed è anche per questo che la diplomazia della Santa Sede vuole stabilire rapporti diretti, fluidi con le superpotenze, senza però entrare dentro reti di alleanze e di influenze precostituite. In questo quadro, il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere. Quindi non c’è da immaginare uno «schieramento» per ragioni morali o, peggio ancora, spirituali.

Francesco rifiuta radicalmente l’idea dell’attuazione del Regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano Impero e di tutte le forme politiche e istituzionali similari, fino alla dimensione del «partito». Se fosse così inteso, infatti, il «popolo eletto» entrerebbe in un complicato intreccio di dimensioni religiose e politiche che gli farebbe perdere la consapevolezza del suo essere a servizio del mondo e lo contrapporrebbe a chi è lontano, a chi non gli appartiene, cioè al «nemico».

Ecco allora che le radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di «radici» e di «identità» non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. L’etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è, anzi, il contrario del cristianesimo. Il Papa, il 9 maggio, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, ha detto: «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio». E ancora: «L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista».

Contro la paura

Su quale sentimento fa leva la tentazione suadente di un’allean­za spuria tra politica e fondamentalismo religioso? Sulla paura della frattura dell’ordine costituito e sul timore del caos. Anzi, essa funziona proprio grazie al caos percepito. La strategia politica per il successo diventa quella di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo.

La religione a questo punto diventerebbe garante dell’ordine, e una parte politica ne incarnerebbe le esigenze. L’appello all’apocalisse giustifica il potere voluto da un dio o colluso con un dio. E il fondamentalismo si rivela così non il prodotto dell’esperienza religiosa, ma una concezione povera e strumentale di essa.

Per questo Francesco sta svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura. Occorre, dunque, combattere contro la manipolazione di questa stagione dell’ansia e dell’insicurezza. E pure per questo, coraggiosamente, Francesco non dà alcuna legittimazione teologico-politica ai terroristi, evitando ogni riduzione dell’islam al terrorismo islamista. E non la dà neanche a coloro che postulano e che vogliono una «guerra santa» o che costruiscono barriere di filo spinato. L’unico filo spinato per il cristiano, infatti, è quello della corona di spine che Cristo ha in capo[4].

Da "www.laciviltacattolica.it" Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo di Antonio Spadaro – Marcelo Figueroa

Pubblicato in Passaggi del presente

Cari amici, buongiorno!

Ho scritto un discorso da leggere, ma è un po’ lunghetto… Per questo preferisco dirvi due o tre parole dal cuore e poi salutarvi ad uno ad uno: questo per me è molto importante. Vi prego di non offendervi.

Discorso consegnato

Signor Cardinale,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle,

Sono lieto di accogliervi in occasione della Conferenza mondiale sul tema Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni mondiali (Roma, 18-20 settembre 2018). Saluto cordialmente i rappresentanti delle istituzioni delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, delle Chiese cristiane, in particolare del Consiglio Ecumenico delle Chiese, e delle altre religioni. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, per le cortesi espressioni che mi ha rivolto a nome di tutti i partecipanti.

Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società. Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali.

La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo.

Penso, anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i pregiudizi.

In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità.

Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato.

Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti che contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza – che va ben oltre la tolleranza – e sulla solidarietà.

In particolare, possano le Chiese cristiane farsi testimoni umili e operose dell’amore di Cristo. Per i cristiani, infatti, le responsabilità morali sopra menzionate assumono un significato ancora più profondo alla luce della fede.

La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.

La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.

E quando Gesù diceva ai Dodici: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20,26), non si riferiva solamente al dominio dei capi delle nazioni per quanto riguarda il potere politico, ma a tutto l’essere cristiano. Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente, a riconoscere, accogliere e servire Cristo stesso scartato nei fratelli.

Consapevole delle molteplici espressioni di vicinanza, di accoglienza e di integrazione verso gli stranieri già esistenti, mi auguro che dall’incontro appena concluso possano scaturire tante altre iniziative di collaborazione, affinché possiamo costruire insieme società più giuste e solidali.

Affido ciascuno di voi e le vostre famiglie all’intercessione di Maria Santissima, Madre della tenerezza, e di cuore imparto la Benedizione apostolica a voi e a tutti i vostri cari.


Da "http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/september/documents/papa-francesco_20180920_conferenza-razzismo.html" DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA MONDIALE SUL TEMA "XENOFOBIA, RAZZISMO E NAZIONALISMO POPULISTA, NEL CONTESTO DELLE MIGRAZIONI MONDIALI"

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 07 Settembre 2018 00:00

Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo

Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un nunzio - monsignor Carlo Maria Viganò - decida di far sapere poco diplomaticamente che papa Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire.

È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all'episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di fare di lui un Corvo in talare.

Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza, dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben altro. Ma il Papa - che preferiva a un segretario di Stato un confidente amico - si tenne la lealtà del cardinale Bertone e usò Bertello per risanare quell'ultimo e chiacchierato residuo di potere temporale.

Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla
segreteria generale del Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i colpevoli di una mala gestio che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a fare il
nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011 Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell'appartamento papale che va sotto il nome di Vatileaks.

A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce.
Invece niente: Francesco ha atteso che avesse età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli appartamento che il monsignore era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista (se Viganò sapeva più di tutti, più di tutti ha taciuto).

Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della berretta cardinalizia a McCarrick, prima dell'arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di saldare integrismo anti-bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della destra religiosa americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra Danzica e Roma, sogna di smantellare Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della Guerra.

Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare effetto di una bufera mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull'episcopato, sui teologi poi si vedrà.

Da "www.repubblica.it" Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. E nasconde un disegno: saldare i tradizionalisti con la destra religiosa DI ALBERTO MELLONI

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Auguri ai curiali

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Pubblicato in Fatti e commenti

Marina Corradi giovedì 23 novembre 2017


Una giornata qualsiasi di questo novembre. A Milano, cielo incolore. Si va a scuola, si lavora.
L’autunno è lento, calca adagio i suoi passi, mentre la sera il buio cala sempre prima. E domenica,
andremo a Messa. Da cattolici quali siamo. Ci andremo forse anche perché ci si va, da sempre.
Magari qualche volta con stanchezza, con smemoratezza del senso di quel gesto che si ripete. Con
insofferenza addirittura, se l’omelia lunga, o noiosa. Ma che cos’ è, andare a Messa? Perché ci
andiamo? A che cosa ci serve? Ieri il Papa in Udienza ha ricordato quale è il cuore di questo nostro
andare doveroso, fedele, ma, può accadere, ingrigito.
Come questo cielo di novembre, a Milano. La Messa, ha detto Francesco, è «entrare nella Passione,
morte, Resurrezione, Ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al
Calvario». La Messa, memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Di quel soffrire, morire, scendere
agli Inferi, faccia a faccia con la morte; e vincerla, infine, la morte, nostra ostinata compagna. «Noi,
nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna», ha detto
Francesco. Ecco cosa facciamo, andando a Messa. Sedendo un po’ distratti su una panca, rispettosi
ma abituati a quel settimanale rito uguale. Andando sì, come sempre, ma non aspettandoci molto.
Lo sappiamo a memoria, l’avvicendarsi di letture e preghiere. Conosciamo quel brano di Vangelo.
Che potrà darci di nuovo, un’altra Messa? Andiamo in chiesa tutti con i nostri affanni e dolori. O
con il peso, addosso, degli anni. Invecchiando, può diventare più difficile sperare. Avendo visto che
questo mondo procede come sempre, può farsi arduo credere che possa infine vincere il bene,
credere in un ricominciamento radicale. «È possibile rinascere quando si è vecchi?», chiedeva
Nicodemo. A una certa età è una domanda che ci si pone. Perseverare nella speranza, con gli anni è
faticoso.
Ma proprio per questo ci è data, nel cammino, questa stazione, la domenica. Per ritrovare fiato, e
gambe. Il Papa: «La Messa ci rende partecipi della vittoria di Cristo sulla morte, e dà significato
pieno alla nostra vita». E non è soltanto un ricordo, è di più - ha aggiunto - è fare presente quello
che è accaduto venti secoli fa. Fare presente: dietro di Lui sul sentiero del Calvario, sulle spalle il
peso della croce. Gli insulti, e quella atroce totale solitudine, quella tremenda percezione di
abbandono.
Morire, in dono estremo a un Padre, per un lungo istante come assente. Morire per tutti, e per
ognuno. Per ogni dimenticato, abbandonato, sofferente, per ogni volto oltraggiato. Giù, dentro
l’oscuro e algido tempo del Sabato, tempo sospeso, tempo in bilico su un vertiginoso crinale. E poi,
poi la pietra del sepolcro è abbattuta. «Maria!!». «Rabbuni!». Come un sole che si alza e dissolve
ogni nebbia e ogni tenebra. «Ogni celebrazione dell’Eucaristia ha insegnato ieri il Papa - è un
raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa significa entrare nella
vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore». Non succede a molti,
di percepire fisicamente tutto questo. Ma più importante che il 'sentire' è il sapere, avere memoria di
ciò che oggettivamente la Messa è. Tornare sui passi del martirio di Cristo.
Accompagnarlo, giù negli abissi, al fondo del buio, e poi in una incommensurabile luce. Come di
sole chiaro di solstizio, allo zenit. Ogni domenica, un raggio di questo eterno sole. Per questo,
andiamo a Messa. Per risanarci, scaldarci al vigore di una gran luce. E quanto ne abbiamo bisogno,
affannati e smemorati come siamo, oppressi dal male. Invecchiati, magari, e alcuni quasi cinici
ormai. Ogni domenica «il suo sangue ci libera dalla morte e dalla paura della morte», ci ricorda il
Papa. Per tutti noi affaticati e stanchi quella fontana d’acqua viva, la domenica. Ogni domenica
quella nuova aurora.

Pubblicato in Studi e ricerche
Martedì, 14 Novembre 2017 00:00

Lutero il riformatore

Lutero il riformatore

Il cinquecentenario della simbolica datazione della nascita della Riforma protestante, offre l’opportunità di rivolgersi al pensiero di Lutero che, anche a detta dei suoi detrattori, sta collocato nel nostro passato in un punto nevralgico dal quale prende luce la nascita del moderno contribuendo a fare del secolo XVI un vero e proprio crinale dal quale si può riconoscere un “prima” e un “dopo”. Prima c’è la cultura dei molti nazionalismi intrisi tutti, e perciò resi unanimi, dal monoculturalismo religioso; dopo c’è un confronto tra di essi grazie alla diversificazione delle confessioni cristiane.

Il monaco eremita agostiniano e professore di Wittenberg (al secolo Martin Luder) fin dall’inizio della disputa sulle indulgenze (1517), costituisce nella sua persona il punto di sutura delle opposte realtà e sistemi politici del tempo, compreso quello della Chiesa e soprattutto delle esperienze di trascendenza che riguardano gli impegni ultimi di Dio nei confronti degli uomini, la loro salvezza o la loro perdizione. Una persona insomma, quella di Lutero, che divise le coscienze segnando nel contempo una pausa di intersezione storica grazie alla realizzazione di un’originale e severa religione “riformata”, nata dalla protesta contro le condizioni della Chiesa esistente, all’origine della grande scissione all’interno della Chiesa e nel mondo cristiano.

Lutero fu anche un “personaggio pubblico” capace di suscitare dibattiti e lui stesso animatore di pubbliche confutazioni: una star mediatica della storia che seppe approfittare della rivoluzione dei mezzi di comunicazione della sua epoca rimanendone a sua volta vittima. Per questo gli studiosi si dividono non soltanto sulla valutazione teologica della sua “Riforma”, ma anche sulla complessità della personalità composta da una sorta di due nature entrambi essenziali: quella che rivela il monaco, il biblista, l’esegeta appartato nella meditazione della Scrittura e nel dialogo con Dio e quella del valente letterato, dell’agitatore, del combattente e del propagandista in lotta contro lo strapotere dei principi territoriali -per la libertà tedesca- e contro lo teologia scolastica considerata strumento dello strapotere di Roma.

C’è chi sostiene che all’origine della necessità di una radicale riforma della Chiesa sia l’indignazione contro la corruttela trionfante e dilagante della Roma "Babilonia" di Leone X, provata da Lutero durante il viaggio a Roma (tra l'autunno del 1510 e i primi mesi del 1511), per recare la protesta del suo monastero (Wittenberg o a Erfurt?) contro l'unione tra osservanti e conventuali caldeggiata dallo Staupitz, vicario generale dell'ordine. L’aneddotica riporta anche che mentre compiva devotamente la Scala santa, indicata fin dal 1300 da Bonifacio VIII tra le grandi remissioni e indulgenze dei peccati “secondo un'affidabile fede de gli antichi”, gli sarebbe sorto nell'anima il dubbio: "quis scit, an sit verum?" (“sarà vero?”). Attendibile o meno, l’episodio ci rivela un’anima tormentata alla ricerca della perfezione spirituale che non si esauriva né con l’adempimento degli obblighi monastici né con la lettura e la scrittura perché, come da lui sostenuto, i molti altri che avevano fatto di tutto per raggiungere la “pace della coscienza” diventavano, all’approssimarsi della morte, timorosi e trepidanti tanto da disperare della salvezza.

Cosa e chi può allora trarci dall’abisso della disperazione di una imperfezione insanabile di per sé? Soltanto l´accoglienza della misericordia di Dio. Privilegio misterioso quello di cui godono gli uomini, che solo la fede permette di risolvere grazie all’Incarnazione: inserzione dell’eterno nella dimensione storica e realizzazione anticipata della nostra propria storia. Ecco allora la proposta di Lutero fondata sull´essenziale: solo Cristo, sola Scrittura, sola fede. A ciò si aggiunge la disponibilità del testo sacro che tutti possono leggere nella loro lingua materna sperimentando nuove forme di partecipazione.

Lutero è consapevole che la lettura e la spiegazione letterale (sine glossa) del testo sacro, non è di per sé una “lettura ingenua” perché è pur sempre frutto di una traduzione, quindi di una interpretazione che predispone ad una comprensione orientata. Lutero però con questa affermazione colpisce i due pilastri principali della esegesi biblica cattolica posta sotto l’autorità dei Padri e della Tradizione. Alla prospettiva aperta, era essenziale l’alfabetizzazione per le donne, proprio come per gli uomini. La revisione dello statuto del ministero ecclesiastico, che d’ora in poi si giustificherà sulla base della trasmissione ordinata della parola atta a suscitare la fede, è il passaggio successivo e scontato. L’ordinazione non giustifica di per sè l’autorevolezza del ministro, ma la vocazione secondo il principio del sacerdozio universale e sebbene nella vita quotidiana e davanti alla legge uomini e donne presentano differenti compliti e talenti, non davanti a Dio. Perché la salvezza non si ottiene seguendo il proprio ruolo nella società, bensì grazie alla sola fede. Lutero distingue insomma la legge dal vangelo e ciò ha implicazioni importanti sulla Chiesa e sulla famiglia.

Sebbene nella Riforma del XVI secolo, l'abolizione dell'idea specificamente sacerdotale del ministero comporti qualche apertura verso la predicazione delle donne, essa resta, però, in buona parte teorica. È paradigmatica infatti la posizione di Martin Lutero, secondo cui lo Spirito elegge alla predicazione esclusivamente degli uomini – affermazione relativizzata con le parole «tranne in casi di emergenza» Sulla sua scia, l'argomento dell'«emergenza» sarà utilizzato fino al XX secolo per giustificare la predicazione delle donne.

Anche per questo Lutero è assurto al ruolo dei grandi timonieri: quelli che si trovano nei marosi della storia tanto forti da determinarne il destino,

Pubblicato in Passaggi del presente
Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Fons amoris

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

 

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».

Queste parole introducono il documentario dedicato all’Abbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.

Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.

Così scriveva Paul Valéry: «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata l’ignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».

Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.

Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché l’essenziale è una questione della fede...

Pubblicato in Aggiornamenti
Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Fons amoris

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

 

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».

Queste parole introducono il documentario dedicato all’Abbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.

Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.

Così scriveva Paul Valéry: «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata l’ignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».

Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.

Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché l’essenziale è una questione della fede...

Pubblicato in Aggiornamenti
Mercoledì, 05 Luglio 2017 00:00

Parola e silenzio

Benedetto XVI e il card. Robert Sarah, il silenzio da cui nasce la Parola e la bellezza della liturgia

Questo saggio, pubblicato sul sito del periodico cattolico statunitense First Things con il titolo With Cardinal Sarah, the Liturgy is in Good Hands, è stato scritto come postfazione al libro-intervista (con il giornalista Nicolas Dat) La force du silence. Contre la dictature du bruit (Fayard, Parigi 2017) del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e verrà incluso nelle prossime edizioni del testo.

 

“Se non entriamo nel silenzio non capiamo la Parola", di Benedetto XVI*

Un passaggio della Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia mi ha particolarmente colpito sin da quando, negli anni 1950, ne lessi per la prima volta le epistole: «È meglio tacere ed essere [cristiani], che dire e non essere. Insegnare è una cosa eccezionale, se colui che parla pratica ciò che insegna. Ora, vi è un solo Maestro che ha parlato e ciò che Egli ha detto è avvenuto. E persino ciò che Egli ha fatto silenziosamente è degno del Padre. Colui che ha davvero fatto proprie le parole di Gesù è anche capace di ascoltare il Suo silenzio onde essere perfetto: onde agire attraverso il suo dire ed essere cosciuto dal suo silenzio» (15). Cosa significa ascoltare il silenzio di Gesù e conoscerlo attraverso il suo silenzio? Dai Vangeli sappiamo che spesso Gesù trascorreva la notte da solo a pregare «sul monte», in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo dire, la sua parola viene dal silenzio e che può essere maturata solo lì. Dunque è logico che la sua parola possa essere intesa correttamente solo se si entra anche noi nel suo silenzio, se impariamo ad ascoltarla dal suo silenzio.

Per interpretare le parole di Gesù è certamente necessaria una cultura storica che c’insegni a capire il tempo e il linguaggio del tempo. Ma da sola la cultura storica non è sufficiente, se vogliamo sul serio comprendere il messaggio del Signore in profondità. Chi legga i commenti sempre più ampi che vengono fatti oggi al Vangelo resta alla fine deluso. Impara molte cose utili su quell’epoca così come tante ipotesi che ultimamente non contribuiscono affatto alla comprensione del testo. Alla fine si percepisce che in tutto quell’eccesso di parole manca qualcosa di essenziale: l’ingresso nel silenzio di Gesù, da cui è nata la parola. Se non siamo capaci di entrare nel suo silenzio, percepiremo sempre la parola solo alla superficie e quindi non la comprenderemo mai davvero.

Leggendo il nuovo libro del cardinal Robert Sarah, tutti questi pensieri sono tornati ad attraversare la mia anima. Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù, vera quiete interiore, e proprio in questo modo ci aiuta ad afferrare di nuovo la parola del Signore. Ovviamente di sé parla appena, ma qua e là ci lascia intravedere qualcosa della sua vita interiore. Rispondendo alla domanda di Nicolas Diat, «Nella sua vita ha mai pensato che le parole stessero diventando troppo ingombranti, troppo pesanti, troppo rumorose?», il cardinale risponde: «Nella preghiera e nella vita interiore ho sempre sentito il bisogno di un silenzio più profondo, più completo […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno assoluto sono stati di grande sostegno. Sono stati una grazia senza precedenti, una lenta purificazione e un incontro personale con […] Dio […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno, nutriti solo dalla Parola di Dio, permettono all’uomo di basare la propria vita su ciò che è essenziale».

Queste frasi rendono palese ciò di cui vive il cardinale, ciò che dà alle sue parole la loro profondità interiore. Da questa posizione privilegiata, egli può vedere i pericoli che minacciano di continuo la vita spirituale, anche dei sacerdoti e dei vescovi, e che quindi mettono pure a repentaglio la Chiesa stessa, nella quale non è raro che la Parola venga rimpiazzata da una verbosità che diluisce la grandezza della Parola. Vorrei citare solo un passo che può diventare un esame di coscienza di ogni vescovo: «Può succedere che un sacerdote buono e pio cada rapidamente nella mediocrità una volta elevato alla dignità episcopale, preoccupandosi solo del successo mondano. Sopraffatto dal peso dei doveri che incombono, preoccupato del potere, dell’autorità e delle necessità materiali del suo ministero, gradualmente esaurisce le energie».

Il cardinal Sarah è un maestro spirituale che parla dal profondo del silenzio con il Signore, dalla sua unione interiore con Lui, e per questo ha davvero qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco per avere nominato un tale maestro spirituale alla guida della congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa. È vero che anche per la liturgia, così come per l’interpretazione delle Sacre Scritture, è necessaria una cultura specialistica. Ma è altrettanto vero che la specializzazione può finire per parlare della questione essenziale senza capirla se non si basa sull’unione profonda, interiore con la Chiesa orante, la quale continua sempre a imparare di nuovo dal Signore stesso cosa sia l’adorazione. Con il cardinal Sarah, maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani.

Pubblicato in Studi e ricerche
Pagina 1 di 15