Il confronto con le istanze delle donne è una sfida a cui la Chiesa, come tutte le altre istituzioni, non si può più sottrarre, ma si tratta di una sfida quanto mai tentacolare, che chiede coraggio profetico, ma anche lucidità teologica. Chiama infatti in causa sia l’impianto dottrinale che la prassi pastorale della chiesa cattolico-romana. Ma chiede anche consapevolezza storica di sé e della propria identità e, soprattutto, volontà politica: la Chiesa è stata in grado di vivere (e non solo sopravvivere) per due millenni perché ha saputo, sia pure con grande lentezza, intercettare i segni dei tempi e leggerli alla luce del vangelo di Gesù di Nazareth, della sua persona e della sua predicazione, riconoscendo valore salvifico universale alla sua morte e rischiando la propria credibilità sulla fede nella sua risurrezione. Per dirla evocando una splendida espressione di Luis Sepúlveda: la Chiesa ha saputo rispettare solo il limite dell’orizzonte e mai e poi mai una frontiera. È, in fondo, la prospettiva della solenne finale del vangelo di Matteo (28,16-20).

Una spina nel fianco
Un pontificato, d’altro canto, appartiene alla cronaca, ma al contempo appartiene alla storia e valutarlo con lenti multifocali non è facile. Bisogna accettare che qualsiasi giudizio possa essere miope o presbite, ottuso o lungimirante. Credo però che, al netto di tutto questo, per la Chiesa di Francesco le donne continuino a essere una spina nel fianco. Non solo per lui, ma per tutto l’apparato in cui a governare sono anziani signori che sostengono a spada tratta che la verità immutabile ed eterna di Dio coincide con l’uso di dare la comunione sulla lingua oppure con la difesa della pena di morte, come ha dichiarato l’ex Nunzio Carlo M. Viganò in una recente intervista a un giornale portoghese, che dovremmo rileggere ogni tanto per non perdere di vista la situazione in cui ci troviamo dato che, ne sono convinta, molta parte della gerarchia cattolica la condivide. Da 150 anni le donne rappresentano l’elemento di rottura dell’ordine costituito, non solo di quello sociale, cioè il patriarcato, ma di quello ideologico, cioè l’androcentrismo. Di un ordine che per molti secoli si è ritenuto voluto da Dio stesso e nel quale la distribuzione del potere avveniva non soltanto per censo o per classe ma, addirittura, per sesso.

L’attenzione alle ingiustizie e allo sfruttamento
La posizione di Francesco nei confronti delle donne e, soprattutto, nei confronti del loro pensiero e delle loro pratiche che interpellano anche la Chiesa perché stanno così profondamente cambiando la cultura di tutti i paesi del mondo, non è del tutto facile da interpretare.

Le istanze delle donne rispetto alla vita ecclesiale impongono infatti di assumere un punto di vista sistemico. Chiamano in causa l’antropologia teologica, la teologia biblica e quella sistematica per non parlare della teologia morale e di quella pastorale, discipline che più di altre obbligano a fare i conti con la concretezza della vita e della storia.

Sono conti che Francesco sa fare molto bene quando si tratta di guardare alle ingiustizie di cui le donne sono costrette a pagare il prezzo più alto soprattutto al di fuori della Chiesa. Come non apprezzare la forza con cui ha denunciato – e non solo una volta – la violenza sulle donne? Ora che la forzata reclusione tra le mura domestiche a causa dell’emergenza virus ha reso ancora più drammatica la situazione di molte donne che, con i loro figli, sono rese oggetto di sopraffazione fisica e psicologica,

Francesco ha preso posizione con forza il lunedì dell’Angelo, dopo la preghiera del Regina coeli, dicendo che sono sottoposte a «una convivenza di cui portano un peso troppo grande». Ma lo aveva detto anche in altri momenti e in diversi paesi del mondo, riconoscendo così che non si tratta di situazioni congiunturali, ma piuttosto di una piaga che può affettare le famiglie in modo strutturale, che dilaga e che culmina spesso nel femminicidio.

Come non si è mai stancato di insistere sullo sfruttamento delle donne in tutti gli ambiti lavorativi compresi perfino quelli ecclesiastici, dichiarando apertamente che troppo spesso è dato per scontato che tante suore vivano una sorta di schiavitù (servidumbre). Né si può dimenticare l’attenzione che ha rivolto al dramma degli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle religiose.

I suoi detrattori clericali continuano ad accusare Francesco di adulterare la vera dottrina con la sociologia e danno così prova, oltre che di tipica “arroganza di stato”, anche di ignoranza teologica.

Per le donne, infine, il coraggio che Francesco mostra ogni volta che attacca il clericalismo – e lo affronta ben sapendo che è un’idra a sette teste ma, proprio per questo, è la vera grande malattia che si annida e corrode ogni religione – è motivo di speranza oltre che di gratitudine perché è parola profetica che pone la scure alla radice degli alberi (cfr. Lc 3,9). Francesco sa molto bene, però, che non spetta al profeta recidere gli alberi e guarda, con deciso spirito ignaziano, alla sorte del Maestro e Signore perché «è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!» (Mt 10,25).

Esaltare per escludere
Non sarebbe giusto però tralasciare di osservare quante volte le parole di Francesco hanno fatto l’effetto di un freno tirato in una macchina in corsa. Fin dall’inizio ha imboccato la pericolosa scorciatoia di quel “principio mariano-petrino” che modella l’ecclesiologia sul patriarcato, esalta il femminile, ma per escluderlo da ogni esercizio di autorità. Purtroppo, come i suoi predecessori, anche Francesco fa fatica a liberarsi da una costrizione del maschile-femminile dentro uno schematismo che non è meno asfittico e pericoloso quando se ne stabiliscono Pietro e Maria come figure simboliche di riferimento e si riserva, a Pietro, il ministero dell’autorità e a Maria il carisma dell’amore.

Un’impressione di fondo che si è andata chiarificando sempre più nel corso di questi sette anni di pontificato: quando si riferisce ai soprusi che vengono perpetrati contro le donne nella società civile, Francesco tiene con coraggio la barra dritta e sa molto bene che oggi la lotta per la giustizia vede in primo piano i diritti delle donne ma, quando guarda alla Chiesa, il suo passo si fa più incerto e le sue scelte contraddittorie.

Sappiamo bene infatti che non ha difficoltà a inserire, sia pure con grandissima cautela e, di conseguenza, con un’efficacia molto contenuta, alcune donne in ruoli di curia fino a oggi assoluto appannaggio di chierici, ma quando si tratta di affrontare uno dei grandi problemi della Chiesa cattolico-romana, quello dell’attuazione dell’ecclesiologia della costituzione conciliare Lumen gentium, Francesco si ritrae. Allarmato, si dice, dalla minaccia di scisma che, a ogni pie’ sospinto, gli lanciano i suoi nemici. Non però, evidentemente, dallo scisma silenzioso che, progressivamente, erode il popolo di Dio, in modo tutto particolare per quanto riguarda le donne.

Alcuni chiavistelli ecclesiali
Che dire dell’ecclesiologia tracciata nell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia (nn. 61-110) che, dopo l’ampio respiro dei primi tre sogni – sociale, culturale e ecologico – fa ripiombare la chiesa amazzonica e la Chiesa universale nell’incubo delle scorie di una chiesa pre-conciliare e che ha ricevuto, sì, il plauso dell’ex-Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, ma ha anche registrato lo sgomento di donne e uomini di fede che giocano la loro vita nell’appartenenza ecclesiale?

E, come se non bastasse, a quei chiavistelli ecclesiali di Querida Amazonia che bloccano alle donne ogni accesso al riconoscimento di quanto già svolgono, cioè il ministero diaconale, si è aggiunto l’avallo alle scelte della Congregazione per la dottrina della fede riguardo alla nuova commissione di studio per il diaconato femminile. Francesco non può non sapere che non c’è più nulla da studiare e, viste le persone scelte per la commissione, è difficile non avere il sospetto che l’intenzione reale sia quella di confondere quanto già è stato studiato e chiarito.

Mi diceva sconsolato uno dei membri della commissione precedente: così seppelliamo tutto per altri trecento anni! D’altra parte, non solo noi teologhe, ma anche stimati teologi abbiamo provato a dirlo in tutti i modi: il diaconato femminile non deve esistere, il diaconato, come il battesimo, è uno solo e a esso dovrebbero aver accesso sia uomini che donne. Molto ci sarebbe ancora da dire. Forse è vero che la Chiesa, anche quella di Francesco, non è pronta al salto che l’attuale consapevolezza delle donne ha chiesto a tutte le istituzioni. La domanda però si impone: è forse pronta a questa paralisi che la depaupera giorno dopo giorno dell’energia di “pietre vive” e la riempie di detriti?

Marinella Perroni
Professore emerito di NT al Pontificio Istituto sant’Anselmo di Roma.

Da "https://www.viandanti.org/" ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO LA SFIDA DELLE DONNE di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne
Domenica, 12 Aprile 2020 00:00

Pasqua 2020

con l'augurio di una buona Pasqua

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 27 Marzo 2020 00:00

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea
Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»
Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti
Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.

Da "http://www.ilregno.it/" Senza presbitero no, senza popolo sì? di Simona Segoloni Ruta

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 10 Gennaio 2020 00:00

2020: la riforma della curia

Il 2020 sarà l’anno della riforma della curia romana. Il via libera del consiglio dei cardinali in dicembre 2019 lo prefigura. A sette anni dall’elezione di Francesco al soglio di Pietro si completerà la faticosa ristrutturazione dell’apparato vaticano. L’opera di rinnovamento sollecitata e pretesa dai cardinali nei dialoghi pre-conclave ha subìto torsioni e sobbalzi per le emergenze economico-finanziarie e per il peso dei provvedimenti anti-abusi.

Il metodo di operare prima sui singoli punti e dicasteri, di costruire a pezzi il progetto complessivo, ha reso possibile le verifiche, ma ha allungato i tempi.

Si dava come probabile l’approvazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium prima nel 2018, poi per la festa dei santi Pietro e Paolo a giugno del 2019. L’originale modo di coinvolgere il gruppo dei 9 cardinali (diventati 6) è apparso da subito alla curia particolarmente esposto a imprecisioni ed errori. Solo i cardd. Parolin e Bertello conoscono a fondo la “macchina”.

L’ultima bozza, firmata dal card. Maradiaga e mandata in lettura ai dicasteri e alle conferenze episcopali nel maggio 2019, ha ricevuto molti rilievi critici, talora contraddittori. Per alcuni il discusso profilo della Segreteria di stato (ai tempi del card. Tarcisio Bertone si denunciava un “secondo papa”) non solo non è stato ridotto, ma francamente aumentato. L’aggiunta di una terza sezione dedicata al rapporto con i nunzi e il ruolo di moderazione per l’intera curia (a scapito della suggerita figura del moderator curiae) conferma e rafforza il ruolo primaziale della Segreteria.

«Si dovrebbe fare astrazione dalle persone – mi diceva un autorevole osservatore. I giusti consensi verso l’attuale responsabile, il card. Pietro Parolin, non dovrebbero condizionare un testo che regolerà l’insieme per diversi anni, forse decenni».

Una seconda osservazione critica riguarda il riequilibrio fra Santa Sede e conferenze episcopali. Se, nella prima parte del testo, le enunciazioni a favore di una specifica responsabilità dei vescovi sono molto chiare, meno precise sono le regole e le norme contenute nella seconda parte del testo di carattere più direttivo. Il superamento dell’Apostolos suos non è ancora avvenuto. Più evocazioni di stile che norme precise.

È tutto da definire un nuovo dipartimento, una “segreteria papale” che avrebbe il compito di convocare i responsabili dei dicasteri per un’azione di coordinamento e di valutazione di priorità, anche senza la presenza del papa. Giusta risposta all’isolamento delle attuali Congregazioni, ma ancora una volta in capo, con ogni probabilità, alla Segreteria di stato. Per altri è in questione il legame diretto fra il papa e la curia. Se si appanna, non cede soltanto il rilievo dei curiali, ma il servizio stesso alle Chiese locali. Senza contare le numerose incertezze relative ai ruoli e ai compiti dei vari dipartimenti all’interno dei dicasteri.

Critiche e criteri
Le lagnanze e le osservazioni critiche si potrebbero ulteriormente evocare ma non si può ignorare l’urgenza di una riforma da tutti condivisa e la qualità dei riferimenti a cui risponde:

a) la necessità che la riforma abbia anzitutto una qualità spirituale e morale oltre che strutturale;

b) la priorità dell’urgenza dell’annuncio evangelico su quella del controllo delle Chiese;

c) un riequilibrio delle responsabilità fra curia romana e conferenze episcopali;

d) la sinodalità come stile di governo e di vita ecclesiale;

e) una struttura capace di rispondere ai cambiamenti dei tempi e alla dislocazione a Sud della maggioranza dei cattolici.

Tutti elementi assai lucidamente presenti nella prima parte del documento che comprende un «prologo» e i «criteri e principi» (decentramento, ruolo dei laici, la dimensione di servizio ai vescovi oltre che al pontefice, comunicazione interna).

Sette discorsi alla curia
Ai tratti ispirativi si rifanno i sette discorsi alla curia in occasione degli auguri di Natale. Dopo l’annuncio della riforma curiale (13 aprile 2013), il primo discorso verteva sulla professionalità dei curiali.

Nel 2014-2015 si affrontano le tentazioni e le virtù che interessano la curia, ma che si possono estendere alle comunità cristiane. Quindici le tentazioni e dodici le virtù.

Nel 2016 il discorso ruotava attorno ai criteri della riforma: dalla conversione personale a quella pastorale, dalla priorità dell’evangelizzazione alla razionalizzazione della curia con i caratteri della funzionalità, aggiornamento, sobrietà, sussidiarietà, sinodalità, cattolicità, professionalità e gradualità. All’elenco dei criteri seguiva il riferimento alle 19 decisioni che segnano il procedere della riforma: dalle disposizioni relative al comparto economico e finanziario alla creazione della Segreteria e del Consiglio dell’economia, dalla Commissione per la tutela dei minori alla Segreteria della comunicazione, dalla riforma del processo canonico all’erezione dei dicasteri per i laici e lo sviluppo umano integrale.

Nel 2017 l’attenzione andava all’attività esterna della curia, «ossia il rapporto della curia con le nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’islam e le altre religioni».

Nel 2018 il discorso è volto soprattutto a denunciare gli abusi di potere, di coscienza e sessuali in previsione della riunione dei presidenti delle conferenze episcopali che si sarebbe svolta nel febbraio 2019. «Sia chiaro che dinanzi a questi abomini la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti. La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso».

Un corpo vivo e un ritardo intollerabile
Torna direttamente sul tema della riforma della curia il discorso del 21 dicembre 2019. «Nell’incontro odierno vorrei soffermarmi su alcuni altri dicasteri (oltre a quelli già accennati nei discorsi precedenti; ndr) partendo dal cuore della riforma, ossia dal primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione». La Congregazione per la dottrina della fede e quella per l’evangelizzazione dei popoli hanno direttamente a che fare con l’urgenza dell’annuncio del Vangelo.

In un tempo ormai di post-cristianità («Non siamo più in regime di cristianità»), davanti alla progressiva secolarizzazione della società e rispetto a fenomeni come l’espansione ormai prevalente del sistema urbano, dobbiamo «trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del vangelo di Cristo». In un contesto in cui «non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati».

Il dicastero della comunicazione, l’impresa più complessa della riforma perché ha unificato nove enti che si occupavano di informazione, deve rispondere a una cultura ampiamente digitalizzata «che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri».

Il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale è istituito per «promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Senza fretta, senza rigidità e mettendo in conto qualche errore, la riforma vorrebbe rispondere all’accorata affermazione del compianto card. Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

La quarta revisione
Dalla fondazione della nuova curia nel 1588 soltanto tre pontefici hanno avuto il coraggio di ristrutturare il suo apparato: Pio X nel 1908, dopo il concilio Vaticano I e la perdita dello stato pontificio e Paolo VI nel 1967 dopo il concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II nella costituzione Pastor bonus si limitò ad alcuni miglioramenti minori.

Quella avviata da Francesco è, quindi, la quarta riforma curiale. Le 9 Congregazioni e i 12 Pontifici consigli si ridurranno a 15 dicasteri, tutti giuridicamente uguali. Il termine “segreteria” viene riservato alla Segreteria di stato. Dopo di essa si snodano i vari dicasteri.

Quello per l’evangelizzazione sarà diviso in due sezioni: una per i problemi fondamentali riguardanti l’evangelizzazione nel mondo di oggi; la seconda col compito di offrire accompagnamento e sostegno alle nuove Chiese locali che non rientrano nella competenza del dicastero per le Chiese orientali.

Il dicastero per la dottrina della fede perde rilievo (non sarà più indicata come “suprema”) ma allarga i suoi compiti: non solo per il controllo dell’ortodossia, ma anche come stimolo alla ricerca teologica.

Segue il dicastero della carità, che eredita la tradizione della elemosineria apostolica, ora elevata allo stato di dicastero, guidato quindi da un prefetto.

Il dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti si dedicherà anzitutto alla promozione della sacra liturgica secondo l’insegnamento del Vaticano II, chiamato a “confermare” (non a giudicare) le traduzioni legittimamente preparate dalle conferenze episcopali.

Nel dicastero per i laici, la famiglia e la vita si dovrà percepire il nuovo ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, a confronto con le recenti problematiche familiari.

Il dicastero per lo sviluppo umano integrale dovrà appunto sostenere «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Trasversali a tutti i dicasteri saranno l’attenzione e i ruoli dei laici, il rapporto non solo con il papa ma anche coi vescovi, la particolare attenzione alle conferenze episcopali.

Il personale di curia (ora circa 2.500 persone) dovrà considerarsi al servizio del papa e, allo stesso tempo, dei vescovi. Gli ufficiali dovranno avere alle proprie spalle almeno quattro anni di esperienza nel servizio pastorale.

Prima la conversione, poi la funzionalità
La verifica partirà dal testo ufficiale che verrà approvato e nella pratica dei prossimi anni. Ma la riforma curiale è certamente un segno della vivacità della Chiesa. «È necessario ribadire con forza – dice il papa nel discorso alla curia del 2016 – che la riforma non è fine a sé stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale… La riforma della curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto, una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità, lo sforzo funzionale sarebbe vano».


Da "http://www.settimananews.it/" 2020: la riforma della curia di Lorenzo Prezzi

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 29 Novembre 2019 00:00

L’ultimo samurai

Il Papa dei confini del mondo non era giunto mai così vicino alla fine del mondo,
dando quasi la sensazione di avvertirla. Di percepirla prossima e incombente.
“L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è un crimine. E’ immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche”.
Alla stregua di un “ultimo samurai”, posto a difesa dell’umanità che muore,
Bergoglio brandisce a due mani la spada dell’angelo vendicatore, dall’Atomic Bomb Hypocenter di Nagasaki al Peace Memorial di Hiroshima, unendo concetti giuridici e precetti evangelici, dogmi teologici e paradigmi ecologici, ragionamenti e sentimenti, paesaggi e messaggi, davanti all’escalation degli arsenali, che proliferano e lo accerchiano, uscendo allo scoperto e gettando la maschera. Moderna versione ai suoi occhi del drago a sette teste, o testate multiple. Nel luogo in cui l’apocalisse ha inferto il primo colpo e offerto allo sguardo dell’uomo il proprio volto demoniaco.
Il Giappone è l’alfa e l’omega di Francesco. Non solo in senso biblico, bensì
biografico. Il primo amore, con cui avresti voluto trascorrere la vita, che ti è sfuggito da giovane ma ritrovi e da vecchio riprendi ad inseguire. Come se gli anni non fossero passati. L’azzardo iniziale, inibitogli mezzo secolo addietro per motivi di salute dai superiori, e il traguardo conclusivo, quando il superiore, assoluto, sei diventato tu e nessuno può dirti ormai di no.
La patria elettiva, dopo quella nativa. Che ha reso significativamente questo viaggio un ritorno alle origini, molto più dell’Argentina.
Il prologo e l’epilogo del pontificato portegno, partito dall’Estremo Ovest e diretto
agli antipodi, verso l’Estremo Est, lungo un arco di diciottomila chilometri, quanto
distano Tokyo e Buenos Aires, mollando gli schemi e gli ormeggi, logici e teologici, della Chiesa di Roma, mentalmente ancorata in Occidente.
“Preparando questo incontro”, aveva riconosciuto in Thailandia, “ho potuto leggere, con una certa pena, che per molti la fede cristiana è una fede straniera”. Donde l’invito a lasciare “che il Vangelo si svesta di vestiti buoni ma stranieri …
Lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è attaccato addosso lungo la strada”.

Simbiosi e nemesi. Terra promessa e scommessa irredenta, nell’orma e nell’onda dell’altro celebre Francesco, patrono universale delle missioni, che su di lui esercita, un ascendente non meno intenso dell’assisiate: Francisco de Javier, o Saverio che dir si voglia, gesuita di Navarra, che navigò tremila miglia e peregrinò tre anni fra intenti e stenti, grandiosi entrambi, nell’arcipelago. Conquistato - anziché conquistatore - dai suoi abitanti: “La migliore razza che si sia conosciuta fino ad oggi”. Per poi salpare di lì verso la Cina e approdare, arrestandosi, nell’isola di Sancian, un palmo di mano e una manciata di chilometri dalla costa, come un Mosè sulla vetta del Nebo, quando dal monte vide la meta e non vi poté mettere piede. Sconfitto e vincitore.

Alfa o omega? Il viaggio nel paese del Sol Levante disvela in omaggio al nome
l’avvento di un’alba nuova per la Chiesa, inaugurando l’era della “teologia
panasiatica”, temerariamente pionieristica e sperimentalmente sincretica, precorsa su Civiltà Cattolica e ancora però da definire? Oppure incornicia un crepuscolo, per quanto suggestivo, nell’area del pianeta che già costituisce il centro gravitazionale del Terzo Millennio e dove il cattolicesimo appare fermo, relegato al tre per cento (0,50, mezzo punto appena, in Thailandia e Giappone): ai margini del mondo e della storia. Religione di “periferia”, verrebbe da dire, ma non nell’intendimento auspicato dal Pontefice.

Quale sarà il destino di Bergoglio? Emulare il suo mentore, arenato in dirittura di
arrivo – allora sull’avamposto prospiciente il Guangdong e adesso sullo scoglio
diplomatico di Hong Kong, tra prova d’amore, pretesa da Xi, e prova d’onore, attesa dall’opinione pubblica - oppure andare oltre, rieditando il pragmatismo della Ostpolitik e confidando nell’assioma in base al quale il tempo è superiore allo spazio e l’importante è iniziare processi, come il silenzio del Successore di Pietro, per non irritare il governo di Pechino, lascia intendere?
Con l’instancabile confratello ispanico, che alla Sorbona fu room mate e compagno della prim’ora d’Ignazio di Loyola, Bergoglio ha condiviso la rotta e le tappe di avvicinamento alla Cina: il Regno del Siam e il Trono del Crisantemo, colmando il gap di Benedetto e completando il periplo che in un lustro lo ha condotto dalla Corea (2014), allo Sri Lanka e alle Filippine (2015), dal Myanmar e Bangladesh (2017) sino in Thailandia e al fine in Giappone, posizionando strada facendo una rete di “basi” e porpore cardinalizie: Cotabato e Seul (2014), Bangkok, Hanoi e Yangon (2015), Dacca e Kuala Lumpur (2016), Paksé -Vientiane (2017), Karachi e Osaka (2018), Giacarta (2019). E’ questo il pivot to Asia del Vaticano, mutuando la terminologia del Pentagono e rovesciandone gli scopi. Strategia di corteggiamento che ricalca geograficamente, ma non politicamente, il tratto di quella perseguita in funzione opposta, di contenimento, dagli Stati Uniti, senza distinzione di sorta e soluzione di continuità tra le amministrazioni democratica e repubblicana di Barack Obama e Donald Trump.
“Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno”. Nell’universo immaginifico
di Francesco il volo per Hiroshima e Nagasaki aveva decollato in anticipo di una
Domenica, sull’ala profetica del libro di Malachia. Visione che una settimana dopo si è inverata e ha preso corpo, fisicamente, nel flashback e racconto da film horror di un sopravvissuto: “C’erano persone che camminavano fianco a fianco come fantasmi. Persone il cui corpo era così bruciato che non riuscivo a differenziarli tra uomini e donne”.
Dai luoghi della bomba, Bergoglio ha lanciato due missili a lungo e corto raggio. Il primo verso Washington e Mosca, in seguito all’abbandono agostano del trattato che fu sottoscritto da Reagan e Gorbaciov negli anni ’80. Gesto che rischia ora, secondo la diplomazia d’Oltretevere, di attivare un effetto domino e portare allo “smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. L’altro nel braccio di mare che separa il Giappone dalla Corea, superando il trentottesimo parallelo e bussando, discreto e concreto, alla reggia del tiranno di Pyongyang, tra enfasi nucleari e crisi alimentari: “Dove milioni di famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi per fabbricare armi sono un attentato continuo che grida al cielo”.
Messaggi “Urbi et Orbi”, facilmente decrittabili ancorché in codice: dai superstiti
delle città distrutte alle leadership di un pianeta distratto, vastamente interconnesso e intensamente manomesso, diviso ed esplosivo al proprio interno. “Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni”.
Come una lama di Okazaki Masamune (il cui nome significa essenza divina della
giustizia eterna), leggendario forgiatore di katane, la Parola di Dio nei discorsi di
Francesco si fa “più tagliente di ogni spada”. Scende nei siti nucleari e discerne i
disegni del potere, senza bisogno d’ispettori. Sanzionando la precarietà di un’epoca e sezionandola, biblicamente, “sino al midollo e alle giunture”. tra chimere e preghiere, ottimismo della volontà e pessimismo della ragione, urani arricchiti e rischi sovrumani, soli levanti e devastanti tramonti.

Da "www.huffingtonpost.it/" L’ultimo samurai di Piero Schiavazzi

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 18 Novembre 2019 00:00

Ai poveri non basta la carità

Siamo ormai abituati a parlare di povertà coi numeri statistici. Pensiamo al dato e poi la mente visualizza qualche “barbone” che vediamo per strada o negli interstizi della nostra città. Li vediamo... a intermittenza: a volte con la coda dell’occhio o fingendo di non vederli; a volte il nostro sguardo frettoloso non ci bada proprio, sente solo l’odore. Stabilizzare lo sguardo sarebbe già un bel passo in avanti.

I poveri sono sofferenza fatta carne: sono uomini, donne, bambini. Il messaggio del Papa per la III Giornata mondiale dei poveri chiama tutti - politici, associazioni e società civile, - ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alle vecchie e nuove povertà che ogni giorno minano il futuro di numeri consistenti di persone: popolazioni intere, devastate dalle guerre e dai cambiamenti climatici.

Quello del Papa è un appello a non voltarsi dall’altra parte di fronte “alle nuove forme di schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini”, schiavi della povertà e degli interessi della criminalità organizzata, di politiche “economiche miopi”, di violenze e umiliazioni. Ma poi si va oltre. Nella concretezza che caratterizza questo Papa, parte l’appello affinché non ci si fermi alle sporadiche iniziative di carità. Papa Francesco chiede qualcosa di più, ovvero restituire a queste persone la speranza e la fiducia nel futuro a chi la speranza l’ha persa e a chi il futuro non sa cosa sia: a non dar loro la colpa della povertà, lo stigma dell’inadeguatezza.

In Italia, secondo i dati diffusi dall’Istat (eccoci ai dati), l’incidenza della povertà assoluta sulle famiglie con 4 componenti è dell’8,9%, del 19,6% se i componenti salgono a 5; mentre per gli stranieri è del 30%. E sono 1,26 milioni i minori che vivono in povertà assoluta, contro gli 1,2 dell’anno prima. Questa condizione coinvolge 52mila minori in più rispetto al 2017: 52mila minori che non hanno accesso al minimo indispensabile per vivere una quotidianità dignitosa.

Tra questi poveri non sono conteggiati gli stranieri in fuga: quella è un’altra storia ancora. “Si possono costruire tanti muri - spiega Papa Bergoglio - e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre”, perché ogni genitore scalerà quel muro per portare il figlio al sicuro, ogni madre navigherà ogni mare su una piccola barca per la propria prole, ogni bambino attraverserà il deserto per arrivare in un posto senza bombe e fame sperando di sedersi a un banco di scuola. I cristiani non possono essere indifferenti di fronte a questa realtà: e in alcun caso non possiamo affermare che c’è un “prima qualcuno” perché, come dice Francesco, c’è un intero popolo, quello cristiano, “che, sparso tra tante nazioni, ha la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza”. È per questo che Francesco dà un compito spiegato attraverso quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Le questioni sono dunque tante e complesse. Ma non è la complessità a spaventarci: abbiamo la tecnica e la conoscenza per limitare il problema e portarlo a qualche soluzione positiva. Occorre solo una forte volontà politica a non fermarsi a qualche dichiarazione o a qualche provvedimento ancora molto imperfetto.

In Italia, ad esempio, occorrerebbe una revisione del Reddito di cittadinanza, che va riequilibrato in favore dei minori e degli stranieri, almeno ripristinando la situazione esistente al tempo del Rei. Sarebbero poi necessari degli investimenti di medio e lungo periodo, per un vero piano contro la povertà assoluta, che punti su formazione e inclusione, rafforzando tutti i soggetti coinvolti nella presa in carico dei cittadini in povertà. Infine servirebbe rivedere il nostro sistema di sostegno alla famiglia: le politiche familiari, come al solito, sono al palo.

E poi non ci sono solo le politiche direttamente orientate a contrastare la povertà. Ci sono anche quelle indirette. E tra queste non possiamo dimenticare la necessità che il Paese si doti di una seria politica industriale. Il caso dell’Ilva ci dice anche questo: non avere un disegno a medio periodo conduce un’impresa a fallire e una città a rischiare di morire o di impoverirsi significativamente. La povertà si cura anche partendo da altri punti: siccome tutto è connesso, allora anche la povertà si può contrastare così.

La povertà è una questione che non riguarda solo i poveri. È anche un mistero che continua ad accompagnarci nella storia del mondo: perché non si risolve pur sapendo quasi tutto sul tema? Il povero - scriveva don Primo Mazzolari - è una protesta contro le nostre ingiustizie, è una polveriera. Maneggiare con cautela, potremmo dire, allora: ma mai perdere la presa e la volontà di tenere.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Ai poveri non basta la carità di Roberto Rossini

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne

Il Sinodo speciale dei Vescovi del prossimo ottobre sarà sull’Amazzonia, una regione con molteplici caratteristiche e problematiche, un paradigma di applicazione dell’ecologia integrale che dimostra come tutto è connesso, a livello locale e globale, e che tutto ci riguarda.

Un nuovo appuntamento sinodale attende la Chiesa: dal 6 al 27 ottobre si svolgerà l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, dal titolo «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale»1. L’attenzione si concentra su un territorio di cui si riafferma la specificità: «L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multietnica, pluriculturale e plurireligiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa» (DP, Introduzione). Essa oggi sperimenta «una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una “cultura dello scarto” e una mentalità estrattivista». Al tempo stesso le riflessioni del Sinodo, che non a caso si svolgerà in Vaticano e vedrà tra i suoi membri anche rappresentanti di Paesi e Chiese molto lontani dall’Amazzonia, «superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta» (ivi).

Per questa ragione occuparci del Sinodo per l’Amazzonia non è una fuga esotica dai nostri problemi locali, comunque non trascurabili. Nelle pagine che seguono proveremo a ragionare sulla rilevanza di questo Sinodo per noi “non amazzonici”, offrendo alcune informazioni fondamentali per comprenderne il percorso e soprattutto mostrandone la fecondità anche per il nostro contesto.

Connessioni tra globale e locale
Questo Sinodo è un esperimento, il primo probabilmente, di articolazione tra la dimensione locale e quella globale all’interno del paradigma dell’ecologia integrale. L’attenzione a legami e connessioni permette di cogliere ciò che fa dell’Amazzonia una unità peculiare, al di là delle frontiere che la percorrono, e obbliga a non dimenticare ciò che la collega al resto del pianeta, il contributo che essa offre in termini ambientali e di biodiversità, lo sfruttamento che patisce e che rappresenta una minaccia per il mondo intero.

Proprio l’articolazione tra globale e locale è la chiave interpretativa principale per comprendere lo sviluppo di questo percorso sinodale e capire come parteciparvi autenticamente, seppur con modalità differenziate. Con tutta evidenza il Sinodo interpella in modo diverso chi vive in Amazzonia e tutti noi che ne siamo fuori: la questione riguarda tutti, ma non allo stesso modo. È di vitale importanza rispettare la scelta di focalizzare il Sinodo su una regione peculiare, evitando di imporre prospettive estrinseche o di “globalizzarlo”, aggiungendo temi rilevanti in altri contesti. Lo stesso atteggiamento sarà richiesto nei confronti delle conclusioni, che risulteranno appropriate solo a quel contesto sociale ed ecclesiale, e non potranno essere applicate altrove o a scala globale in modo automatico e acritico senza tradirne la specificità.

Sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale

Questo non vuol dire che il Sinodo sull’Amazzonia sia lontano o irrilevante per tutti noi “non amazzonici”. Al contrario: esso ci chiede la disponibilità all’ascolto profondo sia di una prospettiva sul mondo a cui non siamo abituati, con la fatica e la ricchezza che questo comporta, sia delle richieste pressanti che l’Amazzonia rivolge al resto del pianeta per superare la crisi che l’attanaglia, a vantaggio di tutti. In secondo luogo, sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale.

Un soggetto originale: il bioma amazzonico
Un primo passo indispensabile per seguire il Sinodo è mettere a fuoco la complessità dell’Amazzonia, le caratteristiche che la rendono per molti versi un unicum. Si tratta di un territorio enorme, di circa 7,5 milioni di kmq (25 volte l’Italia), suddiviso tra 9 Paesi (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, più la Guyana francese), nessuno dei quali però si trova interamente nella regione amazzonica: la maggioranza della popolazione di questi Paesi vive nelle porzioni di territorio ad essa esterne, dunque per quanto vasta, l’Amazzonia si trova sempre in una condizione di minoranza.

Tra gli abitanti di questo immenso territorio vi sono quasi 3 milioni di indigeni, appartenenti a circa 390 popoli e nazionalità differenti, oltre a un numero di popoli indigeni in condizione di isolamento volontario, stimato tra 110 e 130. Si esprimono in 330 lingue diverse, metà delle quali parlate da meno di 500 persone. Ben più numerosi sono gli abitanti di origine diversa, arrivati lungo i secoli, che parlano le lingue nazionali dei Paesi di origine (principalmente spagnolo e portoghese) e rappresentano la maggioranza della popolazione urbana della regione. Di recente è comparsa una nuova categoria, quella degli indigeni urbanizzati, di cui alcuni restano riconoscibili, mentre altri tendono a essere assimilati dalla popolazione maggioritaria.

Del tutto peculiare è anche l’importanza dell’Amazzonia dal punto di vista ambientale: essa è la principale riserva di biodiversità, ospitando tra il 30% e il 50% delle specie viventi (animali e vegetali) del pianeta. Contiene inoltre circa il 20% dell’acqua dolce non congelata di tutta la superficie terrestre, e svolge un ruolo di polmone climatico per l’intera America latina e non solo.

In questa immensa varietà, che consente di parlare di una pluralità di Amazzonie, è l’acqua, «attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti» (DP, n. 1). Questo vale per l’ambiente naturale, come per la popolazione umana, in termini tanto economici quanto culturali e simbolici, visto che proprio i fiumi permettono di spostarsi in una regione coperta quasi per intero da una fittissima foresta.

Il termine scelto dai documenti sinodali per esprimere questa identità complessa, che è insieme geografica, antropica e ambientale, è bioma, cioè una porzione ampia di biosfera caratterizzata da una certa vegetazione o fauna dominante. Il termine è applicato anche ad altri contesti analoghi: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero guaranì. Potremmo aggiungere probabilmente le regioni artiche e, con l’importante variante dell’assenza di una popolazione stabile e quindi di culture specifiche, quelle antartiche.

La scelta di un termine tanto tecnico indica che le ordinarie categorie, basate sui confini politici o amministrativi (cioè lo Stato e le sue suddivisioni), non sono sufficienti a rendere ragione della realtà che abbiamo descritto e dell’equilibrio che i popoli che la abitano hanno saputo costruire con l’ambiente lungo i secoli. È questa realtà a chiederci lo sforzo di aumentare il numero delle prospettive con cui l’avviciniamo o di ricomporle in maniera più adeguata. Rinunciare a farlo provoca, come insegna l’enciclica Laudato si’, l’incapacità di mettere a fuoco tutte le dimensioni di un problema e preclude la possibilità di trovare soluzioni davvero efficaci. Questo vale anche a livello ecclesiale: è decisamente innovativo dedicare un Sinodo speciale a un territorio che non corrisponde a un insieme di Conferenze episcopali, che ordinariamente sono organizzate a base nazionale.

Per noi “non amazzonici” questo diventa un invito a rimettere in discussione confini, prospettive e categorie a cui facciamo usualmente ricorso per caratterizzare un territorio e analizzarne le problematiche, in quanto insufficienti a rendere ragione della realtà. Un esempio che ci può aiutare è quello delle regioni alpine: a prescindere dai confini politici e amministrativi, sono caratterizzate da una significativa omogeneità ambientale e naturalistica, e le loro popolazioni sono portatrici di tratti culturali comuni, oltre che di una storia di rapporti che le lega le une alle altre. Ciò che visto dalla pianura sembra una barriera insormontabile, non lo è per chi vi abita. L’arco alpino e le sue popolazioni condividono con l’Amazzonia il fatto di essere suddivisi tra una pluralità di Paesi, in cui rappresentano sempre una minoranza. Con frequenza emergono così tensioni e conflitti verso “la pianura” e la sua popolazione, che esplodono soprattutto attorno ai grandi progetti infrastrutturali (in Italia pensiamo al caso TAV) o alla gestione di risorse (l’acqua che fa funzionare le centrali idroelettriche), i cui benefici non sono distribuiti in maniera proporzionale ai costi.

Le dinamiche presentano analogie, pur senza raggiungere i livelli di sfruttamento e di violenza che sperimenta l’Amazzonia. L’ultima caratteristica che oggi la segna in modo drammatico è infatti il rapporto con il resto del mondo, che la vede innanzi tutto come una gigantesca riserva di risorse da utilizzare e spesso da saccheggiare, senza tener conto dei diritti di chi la abita da sempre.

Un tesoro di saggezza
«Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018). Mettersi in ascolto dei popoli indigeni e di tutte le comunità che vivono in Amazzonia è fondamentale anche dalla nostra prospettiva, che non è solo globale ma anche “altrimenti locale”. Prima che «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause», offrire soluzioni o ancor peggio imporre loro la nostra agenda e i nostri problemi, siamo chiamati «ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, n. 198). Non è facile, soprattutto a distanza, anche se negli ultimi tempi «i popoli indigeni hanno iniziato a scrivere la loro storia e a descrivere in modo più preciso le loro culture, abitudini, tradizioni e saperi» (DP, n. 3), rendendo più accessibile la loro visione del mondo.

Questa “cosmovisione” e lo stile di vita che ne consegue è spesso indicata con l’espressione buen vivir (in italiano “buon vivere”), che traduce in spagnolo espressioni di diverse lingue amazzoniche, come sumak kawsay, alli káusai o shien pujut. Si tratta di un modo di vivere che affonda le radici nelle tradizioni indigene e fa riferimento non a una dottrina compiuta, ma a pratiche di creazione di relazione tra le persone e i gruppi attraverso il legame con il territorio. Al centro si trovano quindi le relazioni tra acqua, territorio, ambiente naturale, vita comunitaria e cultura. Come afferma il n. 12 dell’IL, citando un documento ufficiale dei popoli amazzonici, «Si tratta di vivere in “armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, perché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non esiste chi esclude né chi è escluso, e che tra tutti si possa forgiare un progetto di vita piena”». Buen vivir è questione di contemplazione, rispetto e cura del bioma di cui si è parte (cfr ivi, n. 95), con «effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la “Madre Terra”, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio» (ivi, n. 121).

Le culture amazzoniche sono una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni

Per noi occidentali è fondamentale ascoltare queste parole sgomberando la nostra mente da molti retaggi che ci condizionano: dal mito del “buon selvaggio” alla dialettica tra arretratezza e modernità. Le culture amazzoniche sono tutt’altro: una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni, invidia, rabbia, violenza, aggressioni, corruzione, ecc. Il buen vivir non è una condizione idilliaca data una volta per tutte, ma un cammino tanto concreto quanto fragile. Né esclude il rapporto con altre culture: la sua logica incorpora ad esempio l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e agli altri diritti fondamentali di cui gli indigeni godono come tutti gli altri cittadini.

L’importante resta rispettare la loro autonomia nel definire i parametri e le componenti del buen vivir, senza applicare indicatori di povertà, benessere o sviluppo che a loro risultano estranei e probabilmente incomprensibili. La definizione occidentale di qualità della vita non può prescindere da un certo agio economico e dal raggiungimento di determinati livelli di consumo e questo ci rende molto difficile capire come persone con scarsi beni materiali e con una notevole insicurezza di vita, come la maggior parte dei popoli amazzonici, possano vantarsi di buen vivir.

Si apre qui un interrogativo radicale sulla definizione di “vita buona” alla base del nostro modello di progresso. Per poter accogliere questa provocazione salutare, abbiamo bisogno di liberarci da stereotipi e pregiudizi che non ci consentono di prendere sul serio questi popoli e di entrare con loro in un dialogo autentico, sgombro da qualsiasi paternalismo. Come riconosce il n. 111 dell’IL, il problema riguarda anche la Chiesa: «A volte c’è la tendenza a imporre una cultura estranea all’Amazzonia che ci impedisce di comprendere i suoi popoli e di apprezzare le loro cosmovisioni», tanto che alcune critiche radicali rivolte alla Chiesa sostengono che nessun progetto di evangelizzazione sia scevro dalla prospettiva coloniale. Papa Francesco ci sprona a non cadere in questi rischi: «È urgente accogliere l’apporto essenziale che [i popoli indigeni] offrono a tutta la società, non fare delle loro culture una idealizzazione di uno stato naturale e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo. La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura» (Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, cit.).

Per noi “non amazzonici” questo significa abituarci a vedere la realtà da più punti di vista e accettare di essere messi in discussione da quelli degli altri, non per assumerli supinamente – il complesso di colpa dell’Occidente –, ma per esserne stimolati e a nostra volta stimolarli. Sono legittimi quei rilievi che segnalano limiti e debiti ideologici in certe argomentazioni e letture dei fenomeni sociali ed economici che provengono dai contesti latinoamericani, ma a condizione che accettiamo di lasciarci dire che, visto dalla loro prospettiva, il nostro ideale di “vita buona”, anche nella sua versione migliore, è intriso di materialismo, che la nostra cultura, anche ecclesiale, trasuda non solo secolarizzazione, ma secolarismo, e fatica a lasciare uno spazio riconoscibile per la trascendenza, e infine che l’individualismo in cui siamo immersi senza più nemmeno accorgercene ci rende incapaci di pensare in termini di soggetti collettivi, comunità e popoli.

Qualcosa di analogo vale anche in una chiave più esplicitamente cristiana e teologica: rintracciare in certe espressioni sospetti echi di paganesimo deve andare di pari passo con la rinuncia all’idea che esiste una cultura cristiana per antonomasia, paradigma di riferimento che giudica le altre, senza che queste possano metterla in discussione. La prospettiva poliedrica dell’Evangelii gaudium e la centralità del dialogo che segna il paradigma dell’ecologia integrale hanno valore anche tra forme di cristianesimo inculturate in contesti diversi, aprendo ciascuno al riconoscimento e alla riconoscenza per il contributo degli altri.

Strade nuove
Il titolo del Sinodo ne indica anche l’obiettivo: «nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale». «Nuovo» va inteso qui nel senso radicale che il termine assume nell’enciclica Laudato si’ quando parla di conversione ecologica, affermando che è indispensabile «allargare nuovamente lo sguardo» se vogliamo costruire un progresso «più sano, più umano, più sociale e più integrale» (n. 112). Per questo un’autentica cultura ecologica «non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (ivi, n. 111). Una entità così delicata e ricca di intrecci tra le sue diverse dimensioni quale il bioma amazzonico è un esempio paradigmatico di questa necessità.

Il termine «cammini» scelto per il titolo del Sinodo ci suggerisce una immagine della sfida che ci attende, quella delle vie di comunicazione, uno dei punti critici per l’Amazzonia. Il “nuovo” di cui essa ha bisogno non è rappresentato dalle autostrade che molti vogliono moltiplicare al suo interno, contribuendo alla sua distruzione, con gravi conseguenze per l’intero pianeta. “Nuovo” non è nemmeno riproporre la piroga che solca i fiumi, se questo significa rinchiudere i popoli dell’Amazzonia nell’idealizzazione del passato. Vedremo come l’Assemblea sinodale e il processo che ne scaturirà riusciranno concretamente a tracciare questi “nuovi cammini”, coinvolgendo innanzi tutto le comunità e i popoli dell’Amazzonia in tutte le loro articolazioni, nella consapevolezza che «dare forma a una Chiesa dal volto amazzonico ha una dimensione ecclesiale, sociale, ecologica e pastorale, spesso conflittuale» (IL, n. 111).

Anche al di fuori dei confini dell’Amazzonia non mancano situazioni in cui questo approccio potrebbe risultare risolutivo. È il caso del Mediterraneo

Questa ricerca coinvolge noi “non amazzonici” più di quanto pensiamo: in primo luogo perché beneficiamo degli effetti positivi della regione amazzonica in termini ambientali globali; e poi perché le contraddizioni che ne minacciano la sopravvivenza hanno origine altrove e si intrecciano con il funzionamento della nostra economia globale, con modelli di progresso e di crescita economica che ancora vedono nell’ambiente una risorsa da saccheggiare, con le scelte di grandi imprese multinazionali che si muovono solo in vista della massimizzazione del profitto a breve termine, con stili di vita improntati alle logiche del consumismo. Da sola l’Amazzonia non potrà resistere a queste pressioni formidabili: perché essa possa continuare a esistere con il suo volto, ha bisogno che il resto del mondo le lasci lo spazio per farlo. È questa una responsabilità che ci coinvolge in quanto consumatori, investitori, cittadini ed elettori, facendo appello alla creatività di tutti in vista della costruzione di alternative autenticamente sostenibili.

Mentre ci impegniamo in questa direzione, potremo anche lasciarci ispirare non tanto dalle soluzioni a cui il percorso sinodale giungerà – difficilmente risulteranno appropriate ad altri contesti –, ma dal suo invito alla creatività e dal suo esempio di inclusione di una pluralità di prospettive: anche al di fuori dei confini dell’Amazzonia non mancano situazioni in cui questo approccio potrebbe risultare risolutivo. È il caso del Mediterraneo, con molte analogie e altrettante differenze rispetto all’Amazzonia: una regione con una identità ambientale precisa, in cui millenni di relazioni, commerci e conflitti hanno intrecciato le culture che su di esso si affacciano, conferendo una impronta comune al di là delle differenze linguistiche, religiose ed etniche, anche a livello di cultura materiale e popolare (basta pensare al cibo, anche oltre la suggestione di un brand globalizzato come la dieta mediterranea). Al centro di tutto questo un mare – ancora una volta l’acqua – che da sempre unisce le sue rive, mettendo in comune (nel bene e nel male) ciò che hanno e ciò che sono, ma che oggi si vorrebbe trasformare in una barriera per tenere lontane persone percepite come minaccia e che troppo spesso diventa la loro tomba.

Davvero non riusciamo a guardare al Mediterraneo da prospettive alternative, capaci di farci superare le contraddizioni in cui continuiamo a inciampare e i problemi a cui non riusciamo a dare soluzione? Mentre promuoveva il Sinodo amazzonico e ne accompagnava la preparazione, papa Francesco ha realizzato alcune iniziative che mettono in nuova luce le questioni mediterranee: dal Documento sulla fratellanza umana siglato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, (febbraio 2019), al viaggio in Marocco (marzo 2019), al discorso pronunciato a Napoli il 21 giugno scorso, dedicato proprio al ruolo della teologia nel contesto del Mediterraneo. In questa linea, perché non sognare anche un Sinodo mediterraneo, senza con questo scaricare sul Papa l’onere di assumere tutte le iniziative? I nuovi cammini dell’ecologia integrale riguardano l’Amazzonia, ma non solo.


1 L’Assemblea è stata preceduta da un articolato cammino di avvicinamento e dalla pubblicazione del Documento preparatorio (DP, 8 giugno 2018) e dell’Instrumentum laboris (IL, 17 giugno 2019). I testi, insieme a molto altro materiale informativo, sono disponibili sul sito <www.sinodoamazonico.va>. Inedito è il ruolo svolto nella preparazione del Sinodo dalla Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), nata nel 2014 con l’obiettivo di trovare le modalità migliori «per incarnare il Vangelo in una porzione particolarmente vulnerabile del popolo di Dio», secondo le parole usate dal suo coordinatore, Mauricio López, sul numero di giugno-luglio di Aggiornamenti Sociali.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it" Sinodo per l’Amazzonia: perché coinvolgerci e come? di Giacomo Costa

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 19 Agosto 2019 00:00

Gli oppositori alla Chiesa di Francesco

Introduzione storica
Non è la prima volta né è strano che nella Chiesa ci siano gruppi dissenzienti e oppositori, a partire da Paolo che affrontò Cefa ad Antiochia (Gal 2,14) fino ai giorni nostri.

Ci furono dai primi concili e fino agli ultimi due. Nel concilio Vaticano I (1870) un gruppo di vescovi e teologi furono contrari alla definizione dell’infallibilità pontificia. Alcuni non accettarono il concilio e si separarono da Roma dando origine ai cosiddetti Vetero-cattolici. Altri, senza abbandonare la Chiesa, non vollero partecipare né assistere all’ultima votazione conciliare sull’infallibilità e qualcuno di essi fu così indispettito da gettare tutti i documenti conciliari nel Tevere.

Un secolo dopo (1970) emerse nuovamente la problematica sull’infallibilità, con dispute teologiche tra la voce critica di Hans Küng, da un lato, e Karl Rahner, Walter Kasper e altri teologi tedeschi più concilianti, dall’altro. La controversia proseguì tra storici critici del Vaticano I, come A.B. Hasler discepolo di Küng, e altri storici più ponderati come Yves Congar, Hoffman e Walter Kasper. Küng fu rimosso dall’insegnamento teologico.

Al tempo di Pio XII, quando, nel 1950, pubblicò l’enciclica Humani generis contro la cosiddetta Nouvelle théologie, furono destituiti dalle loro cattedre alcuni teologi gesuiti di Fourvière-Lyon come Henri de Lubac e Jean Daniélou e alcuni teologi domenicani di Le Saulchoir-Paris, come Yves Congar e Dominique Chénu. Più tardi alcuni di costoro divennero gli “esperti” al concilio Vaticano II convocato da papa Giovanni XXIII.

Durante il Vaticano II si sviluppò una forte opposizione guidata dal vescovo francese Marcel Lefèbvre che respinse il concilio Vaticano II perché lo riteneva neo-modernista e neo-protestante e finì per essere scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988, quando iniziò a ordinare vescovi al di fuori di Roma per la sua Fraternità San Pio X.

Paolo VI, in seguito alla sua enciclica Humanae vitae del 1968 sul controllo delle nascite, fu rispettosamente contestato da numerose conferenze episcopali che, senza negare i valori del suo contenuto, chiedevano una maggiore integrazione e puntualizzazione.

Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, più di 100 teologi furono indagati, ammoniti, messi a tacere, alcuni rimossi dalle loro cattedre e uno addirittura scomunicato.

Questo preambolo storico serve a non meravigliarsi se anche oggi, davanti alla nuova immagine di Chiesa che Francesco propone, sono sorte delle voci discordi e critiche fortemente contrarie al suo pontificato.


Attraverso l’andirivieni della storia si desume che il tipo e l’orientamento dell’opposizione dipendono sempre dal momento storico che si vive: si tratta di voci progressiste e profetiche nei momenti della classica cristianità o neo-cristianità e di voci reazionarie, fondamentaliste e conservatrici nei momenti di una riforma ecclesiale che vuole tornare alle fonti evangeliche e allo stile di Gesù.

Critiche a Francesco
Attualmente esiste un forte gruppo di opposizione contro la Chiesa di Francesco: laici, teologi, vescovi e cardinali che vorrebbero le sue dimissioni o la sua rapida scomparsa e aspettano un nuovo conclave per cambiare il corso della Chiesa attuale.

Non vogliamo qui fare un’indagine socio-storica, e nemmeno uno show mediatico, tipo western, tra buoni e cattivi, perciò preferiamo non citare i nomi e i cognomi degli oppositori che oggi stanno “spellando vivo” Francesco, quanto piuttosto rilevare quali sono le linee di fondo teologiche che soggiacciono a questa sistematica opposizione a Francesco, e sapere qual è il motivo della polemica.

Le critiche a Francesco hanno due dimensioni, una teologica e un’altra piuttosto sociopolitica, anche se, come vedremo più avanti, molte volte entrambe le linee convergono tra loro.

Critica teologica
La critica teologica parte dalla convinzione che Francesco non è un teologo, ma uno che viene dal Sud, dalla fine del mondo, e che questa mancanza di professionalità teologica spiega le sue inesattezze e persino i suoi errori dottrinali.

Questa mancanza di professionalità teologica di Francesco viene messa a confronto con la competenza accademica di Giovanni Paolo II e naturalmente di Josef Ratzinger-Benedetto XVI.

La mancanza di teologia di Francesco spiegherebbe le sue pericolose affermazioni sulla misericordia di Dio in Misericordiae vultus (MV), la sua tendenza filocomunista verso i poveri e i movimenti popolari e la pietà popolare come luogo teologico in Evangelii gaudium (EG 197-201); la sua mancanza di teologia morale nell’aprire la porta ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia e, in alcuni casi, previo discernimento personale ed ecclesiale, alle coppie cattoliche separate e risposate, come appare in una nota del capitolo ottavo di Amoris laetitia (AL 305, nota 351); la sua scarsa competenza scientifica ed ecologica si manifesterebbe nella sua enciclica sulla cura della casa comune (Laudato si’); e scandalizza la sua eccessiva enfasi sulla misericordia divina (Misericordiae vultus), che riduce a buon prezzo la grazia e la croce di Gesù.

Davanti a queste accuse, vorrei ricordare un’affermazione classica di Tommaso d’Aquino che distingue tra la cattedra magisteriale, propria dei teologi professori delle università, e la cattedra pastorale che corrisponde ai vescovi e ai pastori della Chiesa. Newman riprende questa tradizione affermando che, sebbene a volte tra le due cattedre ci possa essere tensione, alla fine c’è convergenza tra di esse.

Questa distinzione viene applicata a Francesco il quale, sebbene come gesuita padre Jorge Mario Bergoglio abbia studiato e insegnato teologia pastorale a San Miguel de Buenos Aires, ora i suoi pronunciamenti appartengono alla cattedra pastorale del vescovo di Roma. Non presume di sedersi su questa cattedra come teologo, ma come pastore. Come è stato detto con un certo umorismo, dobbiamo passare dal Bergoglio della storia al Francesco della fede.

Ciò che, in fondo, indispone i suoi detrattori è il fatto che la sua teologia parta dalla realtà, dalla realtà dell’ingiustizia, della povertà e della distruzione della natura e dalla realtà del clericalismo ecclesiale.

Non disturba il fatto che abbracci i bambini e i malati, ma indispone che vada a visitare Lampedusa e i campi profughi e migranti come a Lesbo, indispettisce che dica che non si devono costruire muri contro i rifugiati ma ponti di dialogo e di ospitalità; dà fastidio che, al seguito di Giovanni XXIII, affermi che la Chiesa dev’essere povera e dei poveri, che i pastori devono sentire l’odore della pecora, che la Chiesa dev’essere una Chiesa in uscita che va alle periferie e che i poveri sono un luogo teologico.

Disturba che dica che il clericalismo è la lebbra della Chiesa ed enumeri le 14 tentazioni della curia vaticana che vanno dal sentirsi essenziali e necessari alla smania di ricchezza, alla doppia vita e all’Alzheimer spirituale.

Infastidisce che aggiunga che queste sono anche tentazioni delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità religiose.

Importuna che dica che la Chiesa deve essere una piramide rovesciata, con i laici in alto e il papa e i vescovi in basso e che dica anche che la Chiesa è poliedrica e soprattutto sinodale, e che facciamo tutti insieme lo stesso cammino, che dobbiamo ascoltarci e dialogare; dà fastidio che in Episcopalis communio si parli di Chiesa sinodale e della necessità di ascoltarsi reciprocamente.

Irrita i gruppi conservatori che Francesco abbia ringraziato Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Jon Sobrino, José María Castillo per i loro contributi teologici e abbia annullato le sospensioni a divinis a Miguel d’Escoto e a Ernesto Cardenal; sorprende che a Küng, che scrisse a Francesco sulla necessità di ripensare l’infallibilità, abbia risposto chiamandolo “caro confratello” (Lieber Mitbruder) e che avrebbe preso in considerazione le sue osservazioni, disposto a dialogare sull’infallibilità.

E infastidisce molti che Francesco abbia canonizzato Romero, il vescovo martire salvadoregno, tacciato da molti come comunista e utile idiota della sinistra, la cui causa era rimasta bloccata per anni.

Infastidisce che dica che non spetta a lui giudicare gli omosessuali, che affermi che la Chiesa è femminile e che, se le donne non vengono ascoltate, la Chiesa resterà impoverita e parziale.

La sua invocazione alla misericordia, una misericordia che è al centro della rivelazione biblica, non gli impedisce di parlare di tolleranza zero contro gli abusi di membri significativi della Chiesa verso i minori e le donne, un crimine mostruoso, del quale si deve chiedere perdono a Dio e alle vittime, riconoscere il silenzio complice e colpevole della gerarchia, cercare di riparare, proteggere i giovani e i bambini impedendo che accada di nuovo. E non gli trema la mano quando degrada e destituisce dai suoi incarichi il colpevole, sia esso cardinale, nunzio, vescovo o presbitero.

È chiaro che egli non è un teologo, ma che la sua teologia è pastorale: Francesco passa dal dogma al kerigma, dai principi teorici al discernimento pastorale e alla mistagogia. E la sua teologia non è coloniale, ma del Sud e questo disturba il Nord.

Critica socio-politica
Di fronte a coloro che accusano Francesco di essere terzomondista e comunista, occorre affermare che i suoi messaggi sono in perfetta continuità con la tradizione profetica, biblica e con la dottrina sociale della Chiesa.

Ciò che infastidisce è la sua chiaroveggenza profetica: no a un’economia di esclusione e di disuguaglianza, no a un’economia che uccide, no a un’economia senza volto umano, no a un sistema sociale ed economico ingiusto che si cristallizza in strutture sociali ingiuste, no a una globalizzazione dell’indifferenza, no all’idolatria del denaro, no a un denaro che governa anziché servire, no a una disuguaglianza che genera violenza, e al fatto che nessuno deve strumentalizzare Dio per giustificare la violenza, no all’insensibilità sociale che ci anestetizza di fronte alla sofferenza altrui, no agli armamenti e all’industria della guerra, no al traffico di esseri umani e a qualsiasi forma di morte provocata (EG 52-75).

Francesco non fa altro che aggiornare il comandamento di non uccidere e difende il valore della vita umana, dall’inizio sino alla fine e ripete a noi oggi la domanda di YHWH a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

Inoltre, disturba la critica al paradigma antropocentrico e tecnocratico che distrugge la natura, inquina l’ambiente, attacca la biodiversità ed esclude i poveri e gli indigeni da una vita umana dignitosa (LS 20-52).

Disturba le multinazionali che egli critichi le imprese forestali, petrolifere, le compagnie idroelettriche e minerarie che distruggono l’ambiente, danneggiano gli indigeni di quel territorio e minacciano il futuro della nostra casa comune. Infastidisce la sua critica ai leader politici incapaci di prendere risoluzioni coraggiose (LS 53-59).

E comincia a infastidire l’annuncio del prossimo sinodo di ottobre 2019 sull’Amazzonia, che è un esempio concreto della necessità di proteggere l’ambiente e salvare i gruppi amazzonici indigeni dal genocidio. Alcuni alti dignitari della Chiesa hanno affermato che l’Instrumentum laboris o Documento preparatorio del sinodo è eretico, panteista e nega la necessità della salvezza in Cristo.

Altri commentatori si sono concentrati esclusivamente sulla proposta di ordinare uomini sposati indigeni per poter celebrare l’eucaristia in luoghi remoti dell’Amazzonia, ma hanno completamente ignorato la denuncia profetica che questo Documento preparatorio fa contro la distruzione estrattiva perpetrata in Amazzonia, che è causa di povertà e di esclusione delle popolazioni indigene, probabilmente mai tanto minacciate come oggi.

A modo di conclusione
Senza dubbio c’è una convergenza tra la critica teologica e la critica sociale nei riguardi di Francesco, i gruppi reazionari ecclesiali si allineano con i potenti gruppi economici e politici, specialmente del Nord. Possiamo anche chiederci se questa recente esplosione di abusi sessuali che colpisce direttamente la figura di Francesco, che è allo stesso tempo pastore riformista ecclesiale e leader mondiale, sia stata una pura casualità e una semplice coincidenza.

In definitiva, l’opposizione a Francesco è un’opposizione al concilio Vaticano II e alla riforma evangelica della Chiesa che Giovanni XXIII intendeva promuovere. Francesco si pone sulla linea di tutti i profeti che volevano riformare la Chiesa, insieme a Francesco di Assisi, Ignazio di Loyola, Caterina da Siena e Teresa di Gesù, Angelo Roncalli, Helder Cámara, Dorothy Stang, Pedro Arrupe, Ignazio Ellacuría e il nonagenario vescovo Casaldáliga.

Francesco ha ancora molti argomenti in sospeso per una riforma evangelica della Chiesa. Non sappiamo quale e come sarà la sua traiettoria futura, né cosa accadrà nel prossimo conclave.

I papi passano, ma il Signore Gesù continua ad essere presente e a sostenere la Chiesa fino alla fine dei secoli, quel Gesù che era considerato un mangione e un beone, un amico dei peccatori e delle prostitute, un indemoniato, fuori di sé, sedizioso e blasfemo. E crediamo che lo Spirito del Signore che discese sulla Chiesa primitiva nella Pentecoste non l’abbandonerà mai e non permetterà che il peccato, alla fine, trionfi sulla santità.

E intanto, come chiede sempre Francesco fin dalla sua prima apparizione sul balcone di San Pietro in Vaticano come vescovo di Roma e ancor oggi, preghiamo il Signore per lui, affinché la sua speranza non venga meno e confermi la fede dei suoi fratelli. E se non possiamo pregare o non siamo credenti, auguriamogli almeno che sia in buon forma.

 

Da "http://www.settimananews.it" Gli oppositori alla Chiesa di Francesco di Víctor Codina

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Domenica, 21 Aprile 2019 00:00

Pasqua 2019

BUONA PASQUA

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