Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

Pubblicato in Passaggi del presente

“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 11 Gennaio 2019 00:00

Pensiero elastico

Il vecchio sistema di pensiero, solido, inamovibile, non funziona più. È in crisi. Servono nuovi spunti, nuove forme di intelligenza e di lettura della realtà.


Il mondo sta affrontando un grande cambiamento e per andargli incontro senza farsi travolgere, o spezzare, serve un approccio nuovo. Un modo di pensare diverso e innovativo. Questo filmato della Bbc Ideas lo chiama “pensiero elastico”.

Non è difficile svilupparlo. Ecco qui cinque modi per raggiungere un buon grado di elasticità.

Prendere un’idea al giorno, che si considera assurda, e cominciare a crederci. La cosa più efficace è immaginare che la sostenga qualcuno che goda di un certo rispetto. Questo altro non è che un continuo esercizio di una esperienza che, quando capita, si cerca di nascondere o di dimenticare: l’errore. Ci si allena, insomma, ad avere torto. E a essere pronti a cambiare idea quando se ne incontra una nuova e più convincente anziché restare ancorati alle proprie convinzioni solo perché sono proprie.

Sperimentare. Il caso del ristorante è il più efficace. Si deve andare in un posto nuovo, uno in cui di solito (per qualche ragione che non sia la salute) non si andrebbe. E poi si ordini una pietanza nuova, una che di solito (per qualsiasi ragione che non sia, ancora, la salute) non si ordinerebbe. Aiuta ad aprirsi a nuove idee, nuove percezioni di gusto, relativizzando le proprie preferenze. E poi, dicono i ricercatori, aiuta la creatività.


Parlare con gli sconosciuti. I genitori, saggi e apprensivi, hanno sempre consigliato il contrario. Ma una volta superata l’infanzia e la giovinezza – e in generale l’età dell’ingenuità – incontrare e conoscere sconosciuti è, al contrario, una cosa che si deve fare. Meglio farlo con persone che provengono da culture e pensieri diversi. Non è necessario cercare l’emigrato di Trinidad e Tobago. Uno potrebbe anche cercare l’elettore del partito rivale. E scoprire cose che lo lasceranno senza fiato.

Visitare le mostre d’arte. Secondo la Bbc è meglio Damien Hirst anziché Rembrandt ma noi di LinkPop ci permettiamo di dissentire. È un loro limite, tutto anglosassone, legato al loro scarso sistema scolastico. L’importante è vedere, incontrare e conoscere opere di pensieri diversi e nuovi. E non è detto che Hirst sia più originale e provocatorio di Rembrandt. Questo lo si vedrà tra 400 anni: Rembrandt ci sarà ancora, Hirst chissà.


Da "www.linkiesta.it" Pensiero elastico. Come promuovere un nuovo modo di pensare che sia al passo con i tempi

Pubblicato in Studi e ricerche

Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

Pubblicato in Comune e globale

Gli italiani non si informano, e non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni probabilità anche a causa dell’introduzione dei paywall (i sistemi che obbligano a pagare qualcosina per accedere a contenuti di qualità in rete).

A dire tutto questo è l’Ansa, citando l’ultimo rapporto della Commissione europea sullo sviluppo digitale. Il rapporto prende in esame diverse aree, ma quello che qui ci interessa è il capitolo 3 (pagina 8) che riguarda l’uso dei servizi internet. Dunque: usiamo la rete più o meno in media con gli altri cittadini europei per cercare musica, video e giochi, per fare videochiamate e per frequentare i social network.

La usiamo meno degli altri per accedere ai servizi bancari o per comprare cose. La usiamo molto meno degli altri per leggere notizie. Del resto, per rendersi conto di tutto ciò basta fare un giro in metropolitana e sbirciare quanto appare sugli schermi degli onnipresenti telefoni.

Tutto ciò denota una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati

Ma, ormai è noto, non leggiamo notizie nemmeno sui quotidiani di carta, che negli ultimi dieci anni, secondo il Censis, hanno perso un quarto dei loro utenti, soltanto una minima frazione dei quali è passata alla lettura online.

Già che ci sono, ricordo che meno di un italiano su due (il 45,7 per cento) legge libri, e che per dichiararsi “lettore” basta aver aperto un singolo libro nell’arco di un anno, ricettari di cucina, guide turistiche e manuali di autoaiuto compresi.

Ho lo sconfortante sospetto che tutto ciò denoti una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati, a far la fatica di selezionare e verificare le fonti e a prendersi l’ulteriore onere di ragionarci sopra applicando un minimo di pensiero critico.

Per carità: tutto ciò andrebbe anche bene, se contemporaneamente non decrescesse la fiducia riposta nelle istituzioni e negli attori che per ruolo o per professione dovrebbero, appunto, considerare ed elaborare fatti e dati per conto di chi non avesse la voglia, il tempo o la capacità di farlo.

Insomma: è come se pretendessimo di guadagnarci tutto il godimento, il brivido, la soddisfazione e il protagonismo connessi con la disintermediazione, senza accollarci l’obbligo di fare il lavoro in precedenza svolto da chi intermediava.

In altre parole: è come se dicessimo “ehi, basta con gli agenti, ce lo organizziamo noi alla grande, il nostro viaggio verso il futuro, e che sarà mai?”, ma poi non avessimo voglia di controllare mete e costi, orari e itinerari, le variazioni climatiche stagionali, le soste possibili. E pazienza se facendo così, ahi ahi ahi, diventiamo turisti-fai-da-te delle opinioni e delle decisioni che riguardano, prima ancora che la collettività, noi stessi.

E ancora. Sembra che le emozioni siano diventate non il principale, ma addirittura l’unico strumento disponibile per comunicare (cioè: per trasmettere informazione) catturando l’attenzione, e di conseguenza l’interesse e il consenso, di pubblici disorientati e definitivamente sovrastati dall’eccesso di stimoli, di proposte e di complessità.

Chiariamoci: non è certo una novità che per comunicare qualsiasi fatto, per proporre qualsiasi idea, per incentivare a prendere qualsiasi decisione (e anche per vendere qualsiasi cosa) sia, più che opportuno, indispensabile agire anche, o soprattutto, sulla leva emozionale.

Del resto, già un paio di millenni fa Cicerone affermava che, per comunicare efficacemente, il bravo oratore deve docere o probare, delectare, movere o flectere. Cioè: l’oratore dev’essere capace non solo di spiegare, ma anche di intrattenere e di coinvolgere emotivamente.

Però. Però potrebbe sembrare che oggi il suscitare e il trasmettere emozioni si vada trasformando da mezzo efficace per comunicare a obiettivo ultimo dell’atto stesso della comunicazione. È l’engagement, bellezza: il nuovo mito della comunicazione disintermediata.

Tutto ciò appare paradossale in un tempo in cui l’informazione di qualità a disposizione di tutti è più accessibile che mai. E poi: siamo davvero certi che sia più utile, e perfino più gratificante, volendo davvero essere protagonisti del proprio futuro, sentirsi engaged che essere informati?

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Disinformati, disintermediati, ma molto coinvolti di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Parlare di noi

Chiamerò sindrome di Giachetti l’incapacità di entrare in relazione con lo studente attribuendo a lui soltanto ogni fallimento del processo educativo. In omaggio al maestro Benigni di Non ci resta che piangere il cui motto è: «Giachetti? Io quello lo boccio» (qui).

Gli studenti

«Vorrei che una volta entrati in classe i professori ci dicessero che sarà un anno impegnativo, ma divertente»; «I professori dovrebbero insegnarci ad esprimere le nostre opinioni, coinvolgendoci all’interno della lezione rendendoci partecipi»; «Mi piacerebbe sentirmi dire che non è così importante avere il 10 a tutte le materie, ma sarebbe molto importante uscire dalla scuola con la capacità di seguire un telegiornale e capirlo». (classe prima, ITIS)

Queste sono alcune delle voci raccolte in un progetto di ricerca della Cassa di risparmio di Firenze e della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia coordinato da Federico Batini. Ragazzi e ragazze che sono stati coinvolti nel tentativo di dare una risposta plausibile e soddisfacente alla domanda: cosa è la dispersione scolastica?

La domanda non è retorica. La dispersione scolastica non è un fenomeno marginale. Chiedere anche agli studenti cosa si può fare per arginare questa frana del sistema educativo non è solo un esercizio di stile, vedremo perché.

Intanto partiamo da alcuni dati ufficiali anche se non recentissimi (il calcolo della dispersione è infatti su base triennale).

«Possiamo affermare oggi che quasi uno studente italiano su tre abbandona la scuola secondaria di secondo grado senza aver completato il percorso e senza aver conseguito alcun titolo. Il panorama, così desolante, emerge dai dati del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati da «Tuttoscuola» nel Dossier “Dispersione” del 2014. Il dossier si apre con una cifra strabiliante: sono quasi tre milioni (2.900.000) i ragazzi che, negli ultimi quindici anni, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Sono quasi 170mila i ragazzi che, in un quinquennio, cioè solo nella scuola secondaria di secondo grado, abbandonano il percorso di istruzione».

Così Mauro Piras: «quasi un terzo di abbandoni tra gli iscritti alla secondaria di secondo grado tra 2005 e 2010; quasi un terzo della coorte generazionale più recente che non ha un titolo per accedere alla formazione terziaria: questi dati mostrano che la secondaria di secondo grado respinge i più deboli, rende loro il percorso difficile e li espelle dal sistema» (qui).

L’Atlante di Save the Children 2017 dedicato alla scuola riporta che «se si esaminano i ragazzi con i livelli più bassi di competenza nei saperi irrinunciabili della matematica di base e della lettura (low achievers), il 36% dei quindicenni figli di poveri non raggiunge le competenze minime in matematica e il 29% in lettura e comprensione di semplici testi. Così un quindicenne su cinque ha gravi difficoltà ad analizzare e comprendere il significato dei testi scritti, e un alunno su tre non raggiunge la sufficienza (livello 2) in almeno una delle tre discipline ritenute fondamentali da OCSE per l’esercizio del diritto di cittadinanza».

Ovviamente questo non significa necessariamente che la nostra scuola è “peggiore” di quella, mettiamo, di 20 anni fa, ma che da alcuni anni a questa parte si è iniziato a raccogliere anche questo tipo di informazioni.

Cause socio economiche dietro l’insufficienza formativa e l’abbandono. Ma non solo. «Ogni scuola affaccia su una strada, un quartiere, un mondo con il quale, volente o nolente, deve dialogare ogni giorno, non fosse altro per il via vai degli alunni che la frequentano. Il fenomeno della dispersione scolastica è strettamente correlato alla difficoltà della scuola di aprirsi, farsi comunità educante e mettersi in rete con i propri territori di appartenenza… I territori sono segnati da profonde differenze in termini di spazi, servizi, attività culturali e produttive, condizioni occupazionali, culturali, sociali. Veri e propri baratri in certi casi, che hanno il potere di condizionare le stesse regole di ingaggio della sfida educativa», così Save the Children.

Le aree interne del paese, per esempio, come messo in luce da Filippo Tantillo che coordina il progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ridefinisce la zone di sottosviluppo in base a criteri non meramente economici, soffrono di problemi non imputabili direttamente alla crisi, i redditi spesso sono nella media nazionale, eppure il sistema scolastico è in emergenza per mancanza di insegnanti che vivendo stabilmente lì, per esempio, riescono a integrarsi nella vita della comunità e così facendo farla crescere.

Il riferirsi ai diversi dati disponibili deve fare i conti con tutto questo e, perciò, in primo luogo, con i differenti contesti e soprattutto con le storie dei ragazzi che perdiamo per strada.

Cosa è la dispersione?

Secondo la definizione del MIUR nel concetto di dispersione rientrano:

– gli alunni che interrompono la frequenza senza valida motivazione prima della conclusione dell’anno scolastico nella scuola secondaria di I e di II grado;

– gli alunni che abbandonano (nei due ordini di scuola) nel passaggio all’anno successivo dopo aver frequentato tutto l’anno;

– gli alunni che lasciano nel passaggio alla scuola secondaria.

Il MIUR, da anni, indica nella dispersione uno dei più gravi problemi del sistema educativo italiano. Marco Rossi Doria ha istituito una Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa e ha pubblicato a gennaio del 2018 l’ultimo documento sul formativo, evidenziando la mole di lavoro e di conoscenze accumulate negli ultimi anni alla quale, si spera, i prossimi governi vorranno dare seguito.

Scrive Save the Children: «il recente documento MIUR ci consente di sapere quanti alunni «a rischio dispersione in corso d’anno» rientrino nel sistema scolastico a settembre e, così, di “pulire” (nelle regioni che hanno condiviso le banche dati aderendo nel 2015-16 al programma di Iscrizioni on-line) il dato del rischio di abbandono da quello dei trasferimenti ad altri sistemi di formazione, in particolare la Formazione professionale che è in capo alle regioni. Tale sguardo, più affinato che in passato, ci permette di scremare il rischio dispersione di quasi 42.000 alunni rientrati nel sistema di istruzione o di formazione professionale nei diversi tasselli individuati (in corso d’anno nella scuola secondaria di I e II grado, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, tra i frequentanti che non si iscrivono all’anno successivo). Così ora sappiamo che ben 25.000 alunni (sui 34.000 dati per dispersi) in realtà trasmigrano alla formazione professionale nel passaggio dal primo al secondo ciclo».

Concentriamoci ora su chi si ritira entro il 15 marzo e non rientra a settembre; sui «trasferiti non più frequentanti». Circa il 70% degli alunni che comunicano di trasferirsi ad altra scuola nella secondaria di I e II grado senza completare il passaggio nel corso dell’anno, non rientrano nel sistema l’anno successivo. Si tratta di 15.000 ragazzi». E poi ci sono gli alunni che non tornano a scuola pur avendo concluso l’anno regolarmente. «7.000 alunni nei primi due anni della scuola secondaria di I grado e più di 71.000 nei primi quattro anni della scuola superiore (con un picco nel primo biennio)». Una massa da prendere in considerazione nota Save the Children «anche se è plausibile che si trasferiscano ad altra scuola senza comunicarlo. E questo conferma l’estrema difficoltà di ogni conteggio dei “persi alla scuola” che spesso non lo sono davvero e altrettanto spesso lo sono, invece, e non lo sappiamo. I recenti dati del MIUR ci consentono, in ogni modo, di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado».

Ma la percentuale non convince: 4,3% nella secondaria di II grado è un dato che contrasta con l’elaborazione di Tuttoscuola che nel 2014 indicava in un terzo della popolazione scolastica il dato preoccupante dell’abbandono. E un semplice colpo d’occhio in una classe qualsiasi del biennio delle superiori di una zona a rischio fa apparire una situazione completamente diversa. Inoltre la trasmigrazione alla formazione professionale non è un tema da trascurare, non si può infatti considerare un’alternativa equivalente alla scuola se scelta in seguito a una bocciatura per esempio o a un percorso scolastico segnato da cattiva qualità dell’insegnamento, mancanza di tempo pieno nella primaria con conseguente enfatizzazione delle differenze familiari di partenza e insegnanti che cambiano ogni anno.

Questa definizione di dispersione è troppo generosa rispetto alle falle interne del sistema formativo poiché addossa quasi tutta la responsabilità a una dimensione socio economica (non a caso nel documento MIUR si cita spesso la Lettera a una professoressa (1967) come modello analitico utile per il presente senza rendersi conto però che le povertà educative odierne non sono sempre generate da miseria materiale). Vorrei dunque proporre di abbracciare una definizione più ampia di dispersione, data da Olga Bombardelli: «c’è dispersione di talenti ogni volta che ci si trova di fronte ad un sentimento di grave malessere che impedisce all’alunno di vivere un’esperienza scolastica pienamente formativa. Si tratta di un problema individuale e sociale”».

Quali soluzioni?

Innanzitutto serve un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata faccia da fondamento a ogni futuro ragionamento (qui).

Dallo studio coordinato da Batini emergono poi indicazioni più precise: «una prima tappa nella realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico», scrive Roland Pfefferkorn.

Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola. Perché se è vero che l’abbandono cresce nella povertà materiale possiamo dire senza tema di essere smentiti che il suo anticorpo più importante sta nella relazione scuola/ragazzi. Infatti al disagio materiale della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione (qui una utile riflessione contro il consiglio orientativo). Mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche e questo è un dato strutturale della storia della scuola se, fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonnella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile».

E allora torniamo ai punti proposti dai ragazzi intervistati dalla ricerca coordinata da Federico Batini. Salta agli occhi l’analogia con la proposta degli allievi di Barbiana.

– A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

– Agli svogliati basta dargli uno scopo.

– Non bocciare.

Nessun ragazzo lo dice dice, ma quello lo aggiungo io: nella scuola dell’obbligo non bocciare.

Primo: non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché come abbiamo visto tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo. Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, l’obbligo scolastico oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Chiaro che finché i cicli non saranno riformati la risposta non potrà essere in termini generici che un no. Eppure anche oggi come 50 anni il punto centrale è proprio questo. Mettere in discussione la bocciatura come strumento di valutazione e di educazione perché l’obbligo è innanzitutto quello che lo Stato ha di dare un percorso diversificato e di qualità a tutti.

Il tempo pieno. Nel documento del MIUR del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro e le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Io lo so perché l’ho fatto. Oggi mia figlia che ha 11 anni e fa il tempo pieno in prima media lavora tutto il giorno. Tutto. Lei può farlo. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna ad essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (qui una riflessione dei Maestri di strada).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Spesso mi è stato chiesto, in questo anno passato a parlare del mio libro quale è l’attualità oggi di Lettera a una professoressa. Ecco: questo libro chiede agli studenti di ragionare sulla loro scuola sulle cose che non vanno su quelle che vorrebbero vedere cambiare. Quella voce che viene da lontano dice chiaramente prendete la parola e dite cosa è la scuola e come la vorreste.

Anche se la risposta rimane sempre la stessa, da 50 anni a questa parte.

Primo: non bocciare.

Secondo: a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Terzo: agli svogliati basta dargli uno scopo.

 

Da "http://www.doppiozero.com" La sindrome di Giachetti. O della bocciatura, della dispersione, dello scoraggiamento di Vanessa Roghi

 

Pubblicato in Fatti e commenti

I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 15 Dicembre 2017 00:00

Obbligazioni e azioni

Che cos’è un’azione? Che cos’è un’obbligazione? In molti in Italia non hanno una risposta precisa a domande come questa. Le indagini svolte negli ultimi anni, OCSE-PISA tra gli studenti e Global Finlit Survey tra gli adulti, dipingono un quadro di vera emergenza in termini di informazione finanziaria collocando il nostro Paese all’ultimo posto tra quelli europei.
Una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini è fondamentale e l’educazione finanziaria dovrebbe essere una componente essenziale delle politiche di tutela del risparmio con il fine di dare ad ognuno gli strumenti necessari per muoversi e fare le scelte giuste in una realtà sempre più complessa e mutevole come quella attuale. La non conoscenza dei basilari meccanismi economici rischia infatti di rivelarsi l’ennesimo moltiplicatore delle diseguaglianze sociali, le indagini mostrano come i soggetti meno informati siano proprio quelli appartenenti alle categorie maggiormente a rischio: anziani, donne e giovani. Una diffusa educazione finanziaria – e anche assicurativa e previdenziale – potrebbe rivelarsi un utile strumento di equità sociale.
Il presente articolo si propone di fornire alcuni rudimenti riguardo obbligazioni ed azioni accompagnandoli con riflessioni ed esempi chiarificatori.


Fondamenti teorici

Un’obbligazione è un titolo di debito. Aristotele direbbe che il genere sommo di un’obbligazione è il debito e la differenza specifica è l’essere un titolo. Occupiamoci quindi in primo luogo di cosa sia un debito. Un debito comporta un trasferimento di denaro iniziale da un’entità ad un’altra. Tali entità possono essere sia imprese che individui. Per semplicità consideriamo il caso di due persone fisiche: il signor A dà al signor B una somma pari a 100 euro e contestualmente per il signor B sorge l’obbligazione di restituire al signor A una certa quantità di denaro in futuro. La somma di denaro che sarà restituita in futuro sarà composta dal capitale inizialmente prestato (i 100 euro iniziali) e da una somma di denaro chiamata interesse, nel nostro caso diciamo che saranno restituiti 110 euro. Dicesi tasso di interesse il rapporto tra il capitale prestato e l’ammontare degli interessi, in questo caso il tasso di interesse è pari al 10% (10/100).
Vi sono vari fattori che rendono particolare un’obbligazione rispetto ad un debito/credito ma la più rilevante ai fini di questo articolo è che un’obbligazione è incorporata in un titolo. Esemplificando, un titolo è un pezzo di carta strutturato in modo da renderne legalmente possibile la circolazione. Nel caso il signor A presti al signor B 100 euro, il signor B può dargli un pezzo di carta, detto titolo di credito, in cui vi è scritto che dietro presentazione di questo stesso titolo alla scadenza il signor B pagherà al suo portatore 100 euro. La forma del titolo di credito rende possibile per il signor A vendere con facilità il suo titolo di credito al signor C, che a sua volta lo può rivendere al signor D e così via diciamo fino ad un certo Signor X che invece decide di mantenere il titolo fino alla sua scadenza e che in tale data riscuoterà capitale ed interessi presso il signor B (il concetto di vendita di una obbligazione sarà chiarito meglio nel seguito). Nel caso in cui il signor B non riesca ad onorare la sua obbligazione costui andrà incontro a procedura di fallimento: tutto il suo patrimonio sarà liquidato e sarà distribuito proporzionalmente tra i suoi creditori. Default è il termine inglese equivalente a fallimento. Le obbligazioni possono essere emesse anche da stati: in questo caso vengono chiamate titoli di stato. Non tutte le obbligazioni hanno lo stesso livello di “privilegio”, o in inglese di “seniority”: è possibile che un debitore emetta obbligazioni così dette subordinate, in quanto il loro rimborso è subordinato al rimborso di tutte le altre obbligazioni emesse. In caso di default verranno prima interamente rimborsate tutte le obbligazioni non subordinate e solamente qualora residui del patrimonio si procederà a ripartirlo tra i creditori subordinati.
Consideriamo ora le azioni. Un’azione è un titolo, così come lo sono anche le obbligazioni. Un’azione tuttavia non rappresenta una obbligazione di pagare una somma di denaro in futuro bensì rappresenta una quota di partecipazione in una società. Comprare un’azione della società XYZ equivale a diventare proprietari di un pezzo dell’azienda XYZ. Le azioni beneficiano del cosiddetto principio della responsabilità limitata: non è possibile che vengano richiesti al possessore di un’azione versamenti di denaro obbligatori ed aggiuntivi rispetto al prezzo pagato per acquistarla. Nel caso ad esempio XYZ fallisca e residui un debito di svariati miliardi, non sarà presentato nessun conto da pagare ai possessori di azioni XYZ. Il principio di responsabilità limitata è stato introdotto per incoraggiare l’investimento, vale a dire per incanalare i risparmi degli individui verso le aziende e quindi attività produttive; senza il principio della responsabilità limitata difficilmente un buon padre di famiglia investirebbe in borsa sapendo che se i suoi investimenti andassero male potrebbe perdere la casa. I possessori di azioni di una società sono detti soci della società. Un’azione non comporta nessuna obbligazione di pagamenti regolari; d’altra parte lo scopo delle aziende è generare utili e restituirli ai proprietari, quindi è normale che un’azienda ripaghi i suoi soci. Le aziende “ricompensano” i loro soci pagando loro una somma di denaro, in genere annualmente, detta dividendo. Si noti che il pagamento del dividendo non è un obbligo e che nulla vieta che un’azienda decida di reinvestire la totalità degli utili senza pagare alcun dividendo o che al contrario decida di distribuire un dividendo sebbene sia in perdita.
Il valore di un’azione dipende dall’andamento economico della società e non da un obbligo di ripagare una somma di denaro determinata. Per questo le azioni sono generalmente considerate più rischiose delle obbligazioni. In caso di default inoltre saranno prima rimborsati gli obbligazionisti senior, successivamente quelli subordinati e solamente qualora residui ancora patrimonio questo verrà ripartito tra i soci. Al contrario, nel caso l’azienda vada molto bene e ad esempio raddoppi o decuplichi il suo valore, gli obbligazionisti avranno diritto solamente ad un pagamento limitato e pari alla somma di capitale ed interesse mentre tutta la ricchezza residua sarà di proprietà degli azionisti.


Determinazione del prezzo delle obbligazioni

Il prezzo di un’obbligazione è legato al suo tasso di interesse. Consideriamo l’esempio di cui sopra in cui il signor A presta al signor B 100 euro a un tasso del 10%. Supponiamo tuttavia che il signor A abbia improvvisamente bisogno di denaro per spese urgenti e non possa attendere la scadenza dell’obbligazione ed il suo rimborso. Di conseguenza il signor A decide di vendere l’obbligazione al signor C: ma il prezzo a cui viene venduta l’obbligazione non è necessariamente 100. Considerato il bisogno di denaro del signor A, il signor C potrebbe ad esempio spuntare un buon prezzo e comprare l’obbligazione a 90 euro. In questo caso il tasso di interesse per il signor C è pari al rapporto tra il tasso di interesse ed il capitale cioè in questo caso 20/90=22,2%. Una diminuzione del prezzo è legata ad un innalzamento del tasso di interesse e a perdite per i possessori attuali del titolo che vogliano venderlo. Al contrario l’aumento del tasso di interesse determina lauti guadagni per coloro che acquistano titoli. Viceversa per un calo del tasso di interesse: se il signor A riuscisse a spuntare un buon prezzo, diciamo di 109, il tasso di interesse per il signor C sarebbe un magro 0,9%. La relazione tra tasso di interesse e prezzo è quindi inversamente proporzionale.
L’attività di compravendita di titoli in modo sistematico è detta trading e può portare guadagni o perdite a seconda delle oscillazioni dei prezzi (e quindi dei tassi di interesse). Nel caso un investitore voglia immunizzarsi da tali oscillazioni è sufficiente che porti a scadenza tutti i titoli che acquista: tali investitori sono detti in gergo “cassettisti” e per costoro, nel caso il debitore non faccia default, il rendimento sarà uguale a quello calcolato al momento dell’acquisto. In altre parole se il signor A fosse certo che il signor B ripagherà il suo debito e fosse certo di portare a scadenza l’obbligazione, percepirebbe certamente nel giorno della scadenza dell’obbligazione 110 euro e quindi un tasso di interesse del 10% e ciò indipendentemente dalle fluttuazioni di prezzi e tassi di interesse. Generalmente la maggior parte delle famiglie italiane sono avverse al rischio e dovrebbe essere trattata dalle banche come un cassettista. Può talvolta accadere che ignari investitori retail vengano consigliati di intraprendere improbabili operazioni di compravendita, magari in previsione di lauti guadagni: ricordate sempre che la banca percepisce commissioni per ogni operazione di compravendita effettuata.
Accade spesso che qualcuno venda o compri obbligazioni e non le porti più semplicemente a scadenza? Si. In realtà voi stessi, se mai avete acquistato titoli di stato italiano, avete agito comprando non dallo stato ma da un qualche signor A che aveva inizialmente prestato allo stato e che ha poi deciso di rivendervi il suo credito. Solamente pochi operatori, tra i quali non vi sono le persone fisiche, possono prestare direttamente allo stato e tutti gli acquisti di obbligazioni della clientela retail avvengono tramite acquisti da altri signori A.
Come vengono determinati il prezzo e il tasso di interesse delle obbligazioni? Il tasso di interesse di un’obbligazione è composto da due parti. La prima è il cosiddetto tasso privo di rischio o componente di duration pura. Prestare è scomodo e richiede un premio: anche se fosse assolutamente certo che il signor B non farà default, per il signor A è scomodo rendersi indisponibili i suoi stessi soldi prestandoli al signor B e questo richiede un premio. Tale premio è quello espresso dal tasso di interesse privo di rischio, generalmente identificato con il tasso di interesse di emittenti estremamente sicuri come ad esempio la Germania o gli USA. A tutti gli altri emittenti, più rischiosi in termini di possibile default, viene richiesto un premio per il rischio aggiuntivo detto spread. La differenza tra il tasso pagato dal debitore stato italiano e stato tedesco è detto appunto spread e rispecchia la possibilità che l’Italia non riesca a ripagare i suoi debiti e faccia default. Similmente il tasso di interesse pagato dalla Grecia è più alto di quello di molti altri stati europei e ciò in considerazione delle difficoltà economiche di questo stato e della conseguente possibilità di default. Si noti che, come spiegato sopra, nel caso non vi sia default, oscillazioni di prezzo anche forti non impattano il ritorno dei cassettisti e nemmeno quello del debitore sui titoli già emessi (nell’esempio precedente il signor B ha già preso a prestito 100 e ripagherà comunque 110 anche nel caso il suo debito abbia un valore di mercato molto più basso). D’altra parte ogni aumento del tasso di interesse ha impatto sui titoli emessi dal momento dell’aumento del tasso di interesse in poi. Tutta la parte di debito pubblico italiano non in scadenza nel periodo dei forti movimenti speculativi del 2011-2012 non è stato impattato dall’innalzamento dei tassi di interesse; al contrario la parte di debito italiano in scadenza in quel periodo è stata rinnovata a tassi di interesse molto alti e comporta un notevole costo per il nostro paese.
Considerata la loro maggiore rischiosità, i titoli di debito subordinato hanno generalmente rendimenti più elevati. Vengono quindi talvolta venduti ai clienti con la prospettiva di rendimenti sostanziosi; il maggiore guadagno non è tuttavia un pasto gratis ma è giustificato dal maggior rischio come insegnano alcuni recenti casi di fallimenti bancari in cui i detentori di bond subordinati hanno perso tutto mentre invece i detentori di bond “senior” sono usciti sostanzialmente indenni.


Determinazione del prezzo delle azioni

Le azioni sono strumenti finanziari molto diversi dalle obbligazioni. Un’azione non fa sorgere alcuna obbligazione a pagamenti futuri (se non in misura del patrimonio residuo in caso di liquidazione della società). Il prezzo di un’azione è tuttavia calcolato seguendo gli stessi criteri utilizzati per quello di un’obbligazione. Come spiegato sopra, il prezzo di un’obbligazione viene calcolato utilizzando il tasso di interesse ed i pagamenti futuri. Per un’azione vengono calcolati dagli analisti i dividendi attesi futuri ed il loro valore presente, che è quello dell’azione stessa, è calcolato utilizzando un tasso di interesse che rispecchia la rischiosità delle attività dell’azienda in questione. Sia nel caso delle obbligazioni che delle azioni, le formule matematiche utilizzate per calcolare il prezzo “equo” (in inglese “fair”) sono estremamente più complesse di quanto mostrato finora, ma in ultima analisi la complessità matematica risponde alle logiche di cui sopra. In altre parole il valore di un’azienda non dipende da quello che produce, dalla sua collocazione all’interno di un certo settore merceologico o dalla sua tatticità e rilevanza o progresso tecnologico. Il valore economico di un’azienda dipende dai flussi di cassa futuri attesi e dalla rischiosità del suo business; i fattori di cui sopra (ad esempio settore merceologico e progresso tecnologico) sono rilevanti solamente qualora comportino maggiori flussi di cassa futuri attesi oppure una minore rischiosità.
Sia il calcolo dei flussi di cassa futuri che quello del tasso di interesse adeguato al loro sconto sono fondamentali per calcolare correttamente il prezzo equo di un’azione e quindi il valore di un’azienda. Calcolare il valore dei flussi di cassa futuri di un’azienda o il giusto tasso di interesse a cui scontarli è estremamente complesso e tutt’altro che facile. Il valore di un’azienda dipende da una quantità numerosissima di fattori: il capitale umano, il capitale fisico, il progresso tecnologico, variazioni del suo mercato di riferimento, sviluppi della regolamentazione. Negli ultimi anni il prezzo del petrolio (e così quello delle società petrolifere) è prima incrementato notevolmente, poi è crollato a seguito della scoperta di una tecnica di estrazione innovativa negli USA (“fracking”) che avrebbe potuto scalzare il ruolo dell’OPEC ed infine sta nuovamente incrementando. Valutare un’azienda che opera nel settore del petrolio vuole dire avere uno scenario riguardo il prezzo futuro del petrolio e quindi sullo sviluppo delle tecnologie rinnovabili, degli incentivi statali legati a queste e ad esempio al futuro degli accordi di Parigi, al successo o meno delle politiche dell’OPEC nel limitare l’offerta, negli sviluppi del mercato del petrolio da un punto di vista dei consumi (quanto crescerà la Cina e quindi i suoi consumi nei prossimi anni?). Di conseguenza le previsioni degli analisti sono spesso niente affatto precise e talvolta sorge il dubbio che per uno che non ci prende un altro invece ci azzecchi con una distribuzione piuttosto casuale.
Un modo più pratico di calcolare il prezzo di un’azione è quello di fare dei confronti con altre aziende del settore. Ad esempio consideriamo di volere calcolare il valore di un’azione della società XYZ: potremmo confrontare il suo fatturato, i suoi utili e magari il suo dividendo con altre aziende simili ed infine utilizzare il confronto per assegnare un valore ad XYZ. Ad esempio se XYZ avesse circa metà del fatturato e degli utili di un’altra azienda, ebbene il suo valore dovrebbe essere pari a metà del valore di questa. I principi di prezzatura che rispondono ai criteri di cui sopra sono denominati metodo dei multipli. Sebbene il metodo dei multipli sia utile da un punto di vista pratico, questo è di minore interesse per lo studioso che ricerchi la basi teoriche del calcolo del prezzo “equo” di un’azione. Il metodo dei multipli equivale ad accettare l’esistente per quel che è, senza capire perché è così.


Dalla teoria alla pratica

Nei capitoli precedenti è stata descritta la spiegazione teorica del livello dei prezzi esistente in un mercato. Negli ultimi anni sono stati prodotti modelli matematici complessi e notevoli energie finanziarie ed intellettuali sono state spese per comprendere le leggi della formazione dei prezzi. C’è da dire che il mercato ha sempre determinato i prezzi anche nei secoli in cui tali teorie non esistevano. Il metodo “pratico” con cui concretamente vengono determinati i prezzi è quello della domanda e dell’offerta. Se molte persone vogliono comprare, allora il prezzo sale e viceversa quando prevalgono gli ordini di vendita.
È interessante notare come le oscillazioni dei prezzi di mercato possono essere molto ampie. Ciò è evidente nei casi di crisi di borsa, in cui nel giro di poche settimane o anche giorni i prezzi subiscono variazioni molto ampie. Tali fenomeni sono spiegati con una variazione del tasso di interesse di riferimento a cui vengono scontate le obbligazioni oppure dello scenario riguardo i dividendi futuri attesi delle aziende per le azioni. Tale spiegazione teorica equivale a dire in termini più pratici che gli investitori hanno semplicemente cambiato idea o, utilizzando un altro punto di vista, stato d’animo. Talvolta, come nel caso del crollo di borsa di inizio 2016, le crisi non sono giustificate da nuovi flussi di informazione ma semplicemente da una diversa pesatura e lettura di informazioni già esistenti. A inizio 2016 si sparsero timori riguardo un possibile rallentamento della crescita in Cina, peraltro senza che tale sospetto fosse sostenuto da nuovi dati attendibili. In pochi giorni i principali indici mondiali subirono forti perdite. Nel giro di un mese tutti recuperarono poiché i timori erano infondati.
Il caso di cui sopra, così come altri simili, suggerisce che i prezzi sono più instabili di quanto suggerisca a prima vista una formula matematica. I prezzi sono formati dalle contrattazioni tra uomini: non rispondono a leggi di necessità fisiche ma derivano da relazioni umane. Per questo motivo le loro fluttuazioni sono causate anche da fattori psicologici come crisi di panico di massa o esuberanza irrazionale (che talvolta gonfia le famigerate bolle finanziarie). Tali crisi di panico ed esuberanze si succedono abbastanza regolarmente nei mercati finanziari. È interessante osservare il crescente interesse da parte dell’ambiente accademico verso le teorie economiche che tentano di affrontare situazioni di razionalità limitata o imperfetta. Per esempio, l’ultimo premio Nobel nel campo dell’economia è stato assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale, così definita da Wikipedia:
“La finanza comportamentale e l’economia comportamentale sono campi di studio strettamente legati, che applicano la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche e come queste si riflettano nei prezzi di mercato e nell’allocazione delle risorse. Entrambe si interessano della razionalità, o meglio della sua mancanza, da parte degli agenti economici. I modelli studiati in questi campi tipicamente integrano risultati della psicologia cognitiva con l’economia neoclassica.”
Finora si è dimostrato utile tentare di modellizzare matematicamente l’andamento dei prezzi ed esistono varie teorie quantitative che ne spiegano aspetti interessanti. D’altra parte nessuna teoria è ancora riuscita a fornirne una spiegazione definitiva e nessuno studioso può dire di essere in grado di predire le quotazioni di borsa future con certezza. Chiudo l’articolo con un richiamo al buon senso, su cui inoltre sono fondate la maggior parte delle teorie economiche moderne: il rischio finanziario è proporzionale al rendimento atteso. Diffidate di chi promette guadagni facili, sia che siano azioni di Veneto Banca o debito subordinato del Monte dei Paschi o diamanti; siate sempre consapevoli che un rendimento elevato è semplicemente specchio del fatto che in qualche modo state rischiando molto. Chi non risica non perde.


Da "www.pandorarivista.it" Obbligazioni e azioni: che cosa sono e come si determina il prezzo? di Gianluca Piovani

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Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Hollyvood e Babilonia

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

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Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Tealtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

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