Venerdì, 14 Febbraio 2020 00:00

Libia, decisione grave passata sotto silenzio

Forse perché troppo assorbiti dalle inquietanti notizie riguardanti il coronavirus e dai febbrili preparativi per il festival di Sanremo, gli italiani non hanno fatto molto caso al fatto che pochi giorni fa, il 2 febbraio scorso, è stato prorogato per altri tre anni il memorandum Italia-Libia, firmato dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 (peraltro, già allora, senza la ratifica del Parlamento in violazione di quanto previsto dall’art. 80 della Costituzione).

Una proroga – questo è il punto più problematico – che non ha introdotto alcuna modifica dell’accordo rispetto alle condizioni previste in quello di tre anni fa, ignorando i reiterati appelli provenienti non solo dalle ONG, ma dal Consiglio d’Europa, che proprio qualche giorno addietro, attraverso il suo commissario dei Diritti umani, Dunja Mijatovic, aveva chiesto all’Italia di «sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest’ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani».

Ma già anche l’ONU, lo scorso ottobre, aveva chiesto al Governo italiano di non rinnovare l’accordo Italia-Libia, per mettere fine «a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente».

Le proteste delle organizzazioni umanitarie
Tutto ciò non è bastato a impedire il rinnovo del memorandum, senza alcuna modifica. Non stupisce che una vibrante protesta si levi adesso da parte delle più qualificate organizzazioni impegnate nell’assistenza ai fuggiaschi dalla Libia.

Così Medici Senza Frontiere: «Ignorare le conseguenze di questi accordi è impossibile, oltre che disumano. Anche grazie al supporto dell’Italia persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia o sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato».

Così padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, gestito dai gesuiti, che racconta di «uomini e donne che portano negli occhi la paura per ciò che hanno vissuto in Libia» e denunzia con forza gli abusi spaventosi che quell’accordo del governo italiano con quello libico ha avallato e favorito finora. «Torture e violenze» – ha sottolineato padre Ripamonti – «ritornano nei racconti dei migranti che accogliamo e sempre più spesso assistiamo persone segnate nel corpo da percosse e abusi. Per ciascuno dei migranti che incontriamo e per i tanti che rimangono intrappolati nell’inferno libico vogliamo ribadire la grave responsabilità che l’Italia ha nel rimanere ferma e nel rinnovare tacitamente un accordo con la Libia, inaccettabile già nel 2017».

Non indifferenza, ma complicità
Non si tratta solo di indifferenza, ma di complicità. Sia il governo Gentiloni, che quello Conte 1, che l’attuale governo Conte 2, hanno continuato a sostenere economicamente governo di Tripoli, finanziando la formazione di personale locale nei centri di detenzione ufficiali e la fornitura di mezzi terresti e navali alla Guardia costiera libica, che tra l’altro, come denunciato dalle Nazioni unite, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani, per un costo di oltre 150 milioni di euro, cresciuto di anno in anno: circa 47,2 di euro nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e oltre 56 milioni nel 2019.

Grazie a questi aiuti italiani, denunzia il Centro Astalli, «migliaia di migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia contro la loro volontà». Secondo stime plausibili, almeno quarantamila rifugiati e migranti dal 2017, anno in cui è stato sottoscritto il memorandum Italia-Libia, hanno subìto questa sorte. Oltre 1000 solo nei primi giorni del 2020.

E non è vero, come strombazzato da certa stampa, che tutto ciò sia servito a porre fine alle morti in mare e al traffico di esseri umani. Nel 2019, 692 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale con un tasso di mortalità sui tentativi di traversata balzato al 3,5 per cento dal 2,1 per cento del 2017.


L’“aiuto” dei libici
«Nei miei ventidue anni in Medici Senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana», aveva detto Joanne Liu, la presidente internazionale di “Medici senza frontiere”, in un’intervista al «Corriere della Sera» del 1 febbraio 2018. La dottoressa Liu (è una pediatra canadese di origine cinese) si riferiva ai centri libici per la detenzione di migranti e rifugiati. «Ne ho visitati due vicino Tripoli nel settembre scorso. Non li chiamerei campi. Sono depositi di persone». Raccontava di essere entrata in un locale delle dimensioni di una palestra, dove gli internati erano «così tanti che non potevano stendersi per terra. Molti, seduti, trattenevano con le mani le ginocchia piegate».

Ma ancor prima, il 6 novembre 2017, in occasione del naufragio nel Mediterraneo di un barcone, un filmato documentava con evidenza agghiacciante il tipo di “aiuto” che i libici prestavano ai migranti. Nel filmato si sentiva chiaramente l’appello da parte di un elicottero della Marina italiana a una motovedetta libica perché si fermasse e vedeva per tutta risposta la nave militare dei libici lanciarsi a piena velocità, trascinando nel vortice e facendo annegare una parte dei naufraghi, mentre il suo equipaggio colpiva gli altri con corde e bastoni per impedire di salire a bordo.

La denuncia dell’ONU
Così, non stupisce che, a metà novembre di quell’anno, durante la riunione del comitato delle Nazioni Unite a Ginevra, l’Alto commissario ONU per i diritti umani Zeid Raad al Hussein avesse bollato con parole durissime il patto stretto con Tripoli dal governo Gentiloni, peraltro sostenuto dall’Unione Europea: «La politica Ue di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

L’Alto commissario aveva quindi citato le valutazioni degli osservatori dell’Onu inviati nel Paese nordafricano a verificare sul campo la situazione: «Sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi basilari».

In questo quadro, lascia esterrefatti che l’allora ministro italiano degli Interni, Minniti, avesse «elogiato gli sforzi libici nella lotta contro il contrabbando di esseri umani» e ribadito che «l’Italia è al fianco della Libia ed è impegnata a continuare il buon lavoro congiunto per sradicare la rete di trafficanti e trattare con umanità le loro vittime».

La svolta che non c’è stata
Tutto questo accadeva già sotto il governo “di sinistra”. Salito al potere quello 5stelle-Lega, il nuovo ministro degli Interni Salvini non aveva fatto altro, in definitiva, che continuare la politica del suo predecessore, spettacolarizzandola con clamorose sceneggiate mediatiche (i porti chiusi) e arricchendola con slogan della serie «La Libia è un paese sicuro», contando sull’allergia di gran parte degli italiani per l’informazione seria per non essere sommerso da un’ondata di legittima indignazione. E anche davanti all’acuirsi della guerra civile fra Al Sarraj e il generale Haftar, con le conseguenti stragi di innocenti, gli accordi e il sostegno economico erano rimasti. Anzi Salvini si era recato personalmente in Libia per confermarli e rinsaldarli.

Ci si poteva aspettare che il Conte 2 cambiasse qualcosa. Invece, non solo non ha fatto nulla per disdire quel cinico memorandum, ma adesso l’ha rinnovato senza chiedere alcuna modifica. Il governo risponde all’ondata di indignazione suscitata dalla sua scelta, rassicurando tutti che il rinnovo non preclude l’avvio dei negoziati con Tripoli, che sarebbero stati già preannunciati l’11 novembre dal premier Conte alle controparti libiche.

Ma il fatto che a stringere gli accordi con la Libia, nel 2017, sia stato un governo sostenuto, come quello attuale, dal Partito Democratico (anzi, guidato da esso), non è certo rassicurante. Come non lo è, in generale, il comportamento del Conte 2, estremamente restìo, ancora dopo diversi mesi, a cancellare o almeno rivedere radicalmente i Decreti sicurezza imposti da Salvini, e tuttora incapace di trovare una linea convincente sul problema-chiave del rapporto fra accoglienza e integrazione.

Perché non basta aumentare di qualche euro, come è stato fatto in questi giorni, la somma destinata al mantenimento e alla cura dei migranti sbarcati. La misura in sé necessaria per evitare che i bandi restassero deserti e nessuno si facesse carico di queste misure urgenti – si pone però ancora all’interno di una logica dell’emergenza. Quando invece, sia nelle richieste da fare alla Libia, sia nelle scelte relative alla gestione dei migranti sul nostro territorio, è urgente una svolta radicale, che porti a un vero progetto di ampio respiro per il futuro.


Da "http://www.settimananews.it/" Libia, decisione grave passata sotto silenzio di Giuseppe Savagnone

Pubblicato in Passaggi del presente

«Hanno inventato un nuovo peccato?»: è stata questa la domanda spontanea di molti quando i media hanno diffuso la notizia che il Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (DF), approvato a fine ottobre, propone all’attenzione della Chiesa e del mondo la considerazione del peccato ecologico. Questo viene sinteticamente definito «come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le future generazioni e si manifesta negli atti e nelle abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, nelle trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344)» (n. 82). Poche settimane dopo la conclusione del Sinodo, il 15 novembre, papa Francesco ha ripreso e fatto propria questa espressione, all’interno del Discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale, nei passaggi dedicati alla tutela giuridico-penale dell’ambiente.

La novità dell’espressione peccato ecologico è relativa (cfr box alla p. seguente); in ogni caso la sua portata si può cogliere in pienezza all’interno del quadro di riferimento proposto dall’enciclica Laudato si’ (LS), a partire dall’esplicitazione di quel legame fondamentale per cui ogni azione od omissione contro l’ambiente è anche un peccato contro Dio, il prossimo, la comunità e le future generazioni. L’espressione contiene anche qualcosa di molto tradizionale e consolidato quale il concetto di peccato, che per il cristianesimo rimanda a una esperienza fondamentale di ogni essere umano. Il mondo in cui siamo inseriti è infatti percorso dal richiamo della pienezza di vita e della gioia, che esprime ciò che Dio desidera per tutte le sue creature, ma è misteriosamente attraversato anche da una logica opposta, che sembra promettere la felicità ma conduce invece alla morte. Si commette un peccato quando ci si inganna e anziché la logica della vita si segue quella della morte. Riconoscere l’esistenza del peccato ecologico dunque non significa cedere a una moda, ma affermare che anche nel rapporto con l’ambiente si può scegliere la morte anziché la vita. Per molti secoli non si è fatto caso a questo aspetto, ma la gravità dell’attuale crisi ci obbliga ad aprire gli occhi sull’impatto, a volte devastante, dei comportamenti umani sull’ambiente e sulle conseguenze che ciò provoca per la nostra stessa vita: «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi» (LS, n. 56). È l’ascolto della realtà dei nostri giorni a fornire la base di una nuova consapevolezza che la Chiesa esprime con il linguaggio che le è proprio, indicando ai cristiani e all’intera umanità un ambito di responsabilità particolarmente cruciale, ma anche un terreno su cui fare esperienza di conversione, misericordia e salvezza.

Veri e propri “ecocidi”
Parlare di peccato ecologico richiede di avere davanti agli occhi la concretezza della realtà a cui si fa riferimento. Nel discorso all’Associazione internazionale di diritto penale, papa Francesco lo fa ricorrendo alla categoria di ecocidio, in cui inserisce «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema», o, con un linguaggio più tecnico, «la perdita, il danno o la distruzione di ecosistemi di un territorio determinato, in modo che il suo godimento per parte degli abitanti sia stato o possa vedersi severamente pregiudicato». Chiede quindi che sia dato un riconoscimento giuridico a questa categoria di «crimini contro la pace», dopo aver denunciato l’impunità di cui spesso gode «la macro-delinquenza delle grandi imprese e delle multinazionali» che è «all’origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l’ambiente».


Alcuni testi di riferimento

L’enciclica Laudato si’ (LS) sulla cura della casa comune non usa esplicitamente l’espressione peccato ecologico, ma ricorre ad altre che vi sono molto vicine, in particolare quella di «peccati contro la creazione» (LS, n. 8), quali la distruzione della biodiversità, l’inquinamento o la compromissione dell’integrità della terra; riconoscendo il fondamentale contributo del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo nell’aver sviluppato la riflessione a riguardo, ne cita queste parole, pronunciate nel 1997 «“un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (ivi). Anche per Benedetto XVI – lo ricorda la LS al n. 6 – il degrado ambientale, al pari di quello sociale, è la conseguenza del ripiegamento egoistico dell’essere umano su di sé (cfr enciclica Caritas in veritate [2009], n. 34). «Lo spreco della creazione – affermò Benedetto XVI durante l’incontro con il clero della diocesi di Bressanone il 6 agosto 2008 – inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi».

Si tratta dello stesso percorso compiuto dal Sinodo, che fa risalire agli «interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e di alcuni leader indigeni» (DF, n. 10), la responsabilità per il degrado ambientale dell’Amazzonia, per le violazioni della dignità umana, le violenze e la disgregazione di molte comunità. Del resto già il cap. I della LS aveva concluso la rassegna dei principali problemi ecologici del mondo contemporaneo (inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, questione dell’acqua, ecc.) con la denuncia delle debolezze della politica (cfr LS, n. 54) e del fatto che «i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente» (LS, n. 56).

Non si tratta di fenomeni che riguardano solo regioni lontane:
dinamiche analoghe affliggono il nostro Paese. Il dissesto idrogeologico e la scorretta gestione del territorio, causati dalla corruzione, dalla speculazione o da progetti di sviluppo miope (pensiamo ad esempio alla laguna di Venezia) provocano vittime e ingentissimi danni ogni anno, mentre numerose indagini segnalano quanto siano frequenti gli intrecci tra corruzione, interessi della malavita e gestione dei rifiuti, che si tratti della crisi ormai endemica di alcune aree urbane o della contaminazione di interi territori – la Terra dei fuochi, ma non solo – con pesanti conseguenze per la salute dei loro abitanti. Né possiamo dimenticare le vicissitudini della città di Taranto, icona degli intrecci tra interessi economici (anche di grandi gruppi multinazionali), tutela dell’occupazione e della salute, salvaguardia dell’ambiente. Non a caso sarà la città pugliese a ospitare, nel febbraio 2021, la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata proprio a questi temi e intitolata “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”.

Il rompicapo della responsabilità
L’analisi delle situazioni concrete ne evidenzia le responsabilità. In alcuni casi non si fa fatica a identificare mandanti, complici e conniventi di clamorosi ecocidi. In altri emerge invece una catena ramificata. Ma quanto è lunga? In altre parole il peccato ecologico riguarda solo un numero ristretto di persone o ci coinvolge potenzialmente tutti? E in che senso possiamo o dobbiamo sentirci responsabili di vicende che si svolgono dall’altra parte del pianeta? Si tratta di domande scomode, ma non possiamo evitarle se alla diagnosi del male vogliamo far seguire un’azione contraria, che ci aiuti «ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS, n. 163).

La scomodità di questi interrogativi spiega perché la questione sia spesso affrontata in chiave di fuga o di negazione, ad esempio sulla base della considerazione che l’intreccio delle responsabilità e dei coinvolgimenti è così complesso da scoraggiare qualsiasi tentativo di ricostruirlo, con la conseguente paralisi dell’azione. Come nota la LS, «Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito» (n. 56), con la conseguenza che il disinteresse generale blocca la ricerca di soluzioni alla crisi ambientale quanto e forse più dell’opposizione di chi non vuole alcun cambiamento. E questo fa il gioco di chi ha interesse ad addormentare le coscienze perché trae profitto dall’attuale situazione.

Un’altra reazione diffusa e non troppo diversa di fronte alla complessità è quella di semplificare il quadro recidendo o ignorando alcuni legami. La LS lo definisce riduzionismo, che è il rifiuto (più o meno consapevole) di considerare legami e connessioni. La sua principale forma spinge alla ricerca della massimizzazione del profitto a ogni costo, senza alcuna considerazione per le conseguenze sociali e ambientali, ma dalla stessa matrice vengono anche una fiducia cieca nelle capacità della tecnica di risolvere tutti i problemi, uno stile di vita consumista o persino un impegno ecologico superficiale, che si accontenta di soluzioni parziali senza inserire i problemi in un quadro più completo. I comportamenti che rientrano nella definizione di peccato ecologico sono quasi sempre la conseguenza di una qualche forma di riduzionismo, della incapacità o non volontà di tenere conto di legami e connessioni tra i fenomeni.

Invece è proprio la consapevolezza dell’interdipendenza e dei collegamenti il modo per affrontare in maniera costruttiva la questione delle responsabilità, consentendo di dare l’esatta misura, anche morale, ai singoli gesti che compiamo, nel bene e nel male. Di generazione in generazione, i comportamenti individuali di attenzione o di disattenzione per l’ambiente – quelli dei manager e dei politici, quelli degli insegnanti e dei ricercatori, quelli dei normali cittadini e lavoratori, quelli degli attivisti e di coloro che lottano per cambiare le cose – si aggregano e si sedimentano, dando forma a una cultura della cura oppure dello scarto, che si traducono a loro volta in strutture e istituzioni (enti pubblici, ma anche imprese, associazioni e organizzazioni di vario genere). Questo impatto aggregato supera di gran lunga quello che può produrre ciascuno di questi gesti preso singolarmente, perché cultura e strutture definiranno l’orizzonte di riferimento della collettività e le opzioni disponibili alle generazioni successive, indirizzando in modo più o meno stringente le scelte dei singoli. Il clima è un buon esempio: le scelte energetiche di ogni singolo consumatore (rispetto ai mezzi di trasporto, al riscaldamento e all’aria condizionata, ecc.) hanno con tutta evidenza un impatto trascurabile sui cambiamenti climatici, ma è altrettanto vero che le generazioni future erediteranno un pianeta più o meno ospitale a seconda di come si sono comportate quelle che le hanno precedute, compresa la nostra.

Inoltre, scelte di attenzione all’ambiente trasformano la cultura e stimolano altri a compierne di analoghe. Le dinamiche collettive sono sempre il risultato del concorso di comportamenti personali, a loro volta condizionati e orientati dalla complessa rete in cui ciascuno è inserito. Tanto per fare un esempio: operare scelte di consumo consapevole e responsabile dipende dalla concreta disponibilità di prodotti che rispettino determinati standard etici, che non è la stessa ovunque nel mondo. Le possibilità si ampliano quando molti consumatori adottano comportamenti analoghi: sarà questa pressione collettiva a far aumentare la disponibilità di prodotti che soddisfino anche le loro esigenze etiche. In un mondo in cui tutto è connesso, solo collegandosi si ottengono dei risultati.

Una nuova consapevolezza si fa avanti, quella della solidarietà nella responsabilità. Rendersi conto di essere parte di un gruppo, di una comunità, di un’impresa, di una generazione, di una collettività nazionale o di una certa cultura fa comprendere che è impossibile rescindere questi legami e azzerare una quota di responsabilità per le scelte collettive che danno forma al mondo in cui viviamo, a prescindere dagli atti che ciascuno compie individualmente. Per la stessa ragione, di fronte alle catastrofi ambientali o agli ecocidi, la spinta a cercare un capro espiatorio è una scorciatoia seducente, ma anche ingannevole. Le responsabilità individuali, a livello morale e anche penale, sono un capitolo importante, ma non esauriscono la questione.

Gli ecocidi, così come le buone pratiche di cura della casa comune – che pure ci sono e vanno valorizzate – ci fanno percepire la forza del legame che unisce i membri di una collettività, per cui le azioni compiute da alcuni coinvolgono tutti: nel male, come nel bene, vi è una profonda solidarietà. Provare a rifiutarla, magari sulla spinta dell’individualismo dominante, non la elimina, ma ci preclude possibilità di azione efficace sulla realtà. Un buon esempio viene da tutte quelle dinamiche che intaccano il capitale sociale o ne favoriscono il recupero. Gli atti di corruzione non hanno un impatto solo su chi li commette (corruttori e corrotti), ma sull’intera società, diffondendo la propria logica perversa e provocando la degenerazione del tessuto sociale circostante. Lo stesso vale, ma in direzione opposta, per tutte quelle azioni che favoriscono la coesione della società: per questo il volontariato, così come tutte le esperienze di gratuità, rappresentano una componente insostituibile del capitale sociale. Lo vediamo bene anche in campo ambientale!

Così, riflettere sulla questione della responsabilità all’interno dell’intricata rete di connessioni e interdipendenze che è la trama del nostro mondo ci porta a scoprire una tensione ineliminabile, ma feconda, tra due livelli differenti (anche in termini di imputabilità morale), ma in relazione: quello collettivo e quello personale. Il condizionamento (negativo e positivo) che viene dalla cultura e dalle strutture prodotte dalla sedimentazione delle scelte compiute da chi ci ha preceduto non può essere ignorato, ma questo non azzera lo spazio della libertà e quindi della responsabilità personale: piccolo o grande, c’è sempre un margine di scelta tra comportamenti ispirati alla logica della vita o a quella della distruzione. E questa scelta contribuirà a configurare le opportunità di cui potrà disporre chi verrà dopo di noi.

Peccato e conversione
Questo margine di scelta è anche la condizione di possibilità di una inversione di rotta, evitando di chiuderci nel senso di solitudine o di impotenza. Rileggere la crisi socioambientale in termini morali attraverso la categoria di peccato ecologico fa emergere dinamiche e responsabilità che facilmente tendiamo a occultare o sminuire, ma consente anche di guardarle in una diversa prospettiva. Nella teologia e nella spiritualità cristiana, infatti, considerare i peccati commessi, e ancor di più la trama di peccato in cui tutti siamo inseriti, non è un esercizio di autocommiserazione o di autoflagellazione per cercare di placare i sensi di colpa. Per il cristiano, il peccato può diventare il luogo di incontro con la misericordia di Dio, che dona la salvezza e apre un cammino di conversione. Questo vale anche per gli ecocidi e gli errori che sono alla radice dei disastri ambientali del nostro mondo. È questa la radice della speranza che percorre l’intero testo della LS e da cui siamo invitati a lasciarci contagiare: «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205). In altre parole, scegliere la logica del bene, che abita la nostra realtà a fianco di quella del male, resta una possibilità sempre aperta per la libertà della coscienza umana. Non è un caso che nel DF la menzione del peccato ecologico appaia in un paragrafo intitolato «Appello profetico e messaggio di speranza a tutta la Chiesa e al mondo intero».

L’incontro gratuito con la salvezza donata da Dio non risolve tutti i problemi in modo magico o estrinseco, ma suscita l’impegno a incamminarsi in un percorso di conversione ecologica: abbandonare le abitudini, le scelte, i comportamenti riconosciuti come sbagliati, farsi carico delle loro conseguenze, spesso tanto drammatiche quanto irrevocabili, e dirigersi in direzione del bene.

Tuttavia, nessun cambio di rotta, per quanto deciso e profondo, potrà eliminare la complessità del reticolo di interazioni che abbiamo considerato nel paragrafo precedente, compresi i fattori che potranno limitare il nostro slancio. Anche questi limiti dovranno essere assunti e integrati. Del resto, ogni conversione, anche quella ecologica, orienta al bene concretamente possibile oggi, sapendo che compierlo equivale a fare un passo avanti che dischiuderà maggiori possibilità di bene domani. In questo senso la LS è attenta a inserirci in un orizzonte di progressione, specie quando si tratta di intervenire su assetti economici e sociali che hanno dato vita a strutture estremamente solide e ramificate. Parlando ad esempio della necessità di abbandonare al più presto i combustibili fossili, essa riconosce che questo non è realizzabile dall’oggi al domani. Nel frattempo «è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie» (LS, n. 165), a condizione che questo non diventi un pretesto per rallentare il processo o per scaricare sui più deboli i costi della transizione energetica o del ritardo nel compierla.

Ugualmente bisogna tenere conto che le possibilità di azione dipendono dal ruolo occupato da ciascuno all’interno del sistema economico e sociale: i poveri che vivono nelle periferie degradate non hanno la stessa possibilità di incidere e quindi la stessa responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni ai livelli più alti delle organizzazioni internazionali, delle amministrazioni pubbliche o delle grandi imprese multinazionali.

La considerazione della complessità strutturale della conversione ecologica introduce un altro elemento di grande rilevanza: essa è un compito per il genere umano nella sua totalità: «mentre l’umanità del periodo postindustriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ivi). Insieme all’impegno personale è indispensabile il concorso di tutti: il peccato ecologico ci coinvolge collettivamente, come umanità o, più precisamente, come famiglia universale composta da «noi tutti esseri dell’universo […] uniti da legami invisibili» (LS, n. 89). E proprio come rischiamo di sprofondare tutti insieme, è altrettanto chiaro che nessuno si potrà salvare da solo.

La profezia della gratuità
In conclusione, il peccato ecologico è una lettura di una delle più gravi emergenze del nostro tempo, che fa tesoro delle ricchezze della tradizione per sostenere lo slancio verso il cambiamento e contrastare la tentazione della chiusura nello scoraggiamento o nei sensi di colpa. Lo stupore che ha suscitato la menzione del peccato ecologico nel DF è la spia che questa dinamica non ci è familiare, almeno a livello di consapevolezza condivisa e in riferimento alle questioni ambientali. Per aiutarci a scoprire come introdurre la dimensione ecologica nelle pratiche della vita cristiana, già nel 2016 papa Francesco aveva proposto un esame di coscienza ecologico e l’inserimento della cura della casa comune nel tradizionale elenco delle opere di misericordia (cfr. Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, 1° settembre 2016). La nostra Rivista ha fin da subito mostrato attenzione a questi stimoli e continuerà anche nei prossimi numeri a dar spazio a contributi a sostegno di percorsi di conversione ecologica a diversi livelli.

Considerare ecocidi e disastri ambientali come peccati ecologici ci lancia davvero una sfida radicale. Ci ricorda infatti che non sarà possibile farvi fronte solo con la logica del conteggio dei danni e dei relativi indennizzi, o di qualche forma di compensazione che non cambia radicalmente le cose ma aiuta chi sa di aver sbagliato “a mettersi a posto la coscienza”. Per la teologia cristiana è chiaro che solo la grazia può vincere il peccato. Per questo la LS non cessa di sottolineare l’importanza di tutte le esperienze personali e collettive di gratuità, dalla fruizione della bellezza (naturale o artistica) alla difesa di spazi sociali di riposo e celebrazione sottratti alla logica del consumo e del profitto, agli impegni di volontariato e azione per la giustizia, in cui persone e ambiente sono oggetto di rispetto e non di sfruttamento. Tutto ciò che è gratuito appartiene all’ordine della grazia e per questo ha efficacia salvifica. Ma la brutalità e la violenza del peccato ecologico su scala globale sono così intense che possiamo affrontarle solo entrando in una prospettiva di gratuità ancora più integrale e capace di debordare, di eccedere ogni misura, cioè nella gratuità del dono di sé. Famosi o sconosciuti, cattolici o non cattolici, i martiri ecologici del nostro tempo – tra cui non poche donne, quali Berta Cáceres e suor Dorothy Stang – ci aprono profeticamente questa strada.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" Peccato ecologico, un appello alla responsabilità di Giacomo COSTA e Paolo FOGLIZZO

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente

È uscito in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) il Rapporto dell’UNHCR e anche quest’anno ci ricorda una serie di dati che non troviamo facilmente sui grandi media. Anzitutto la crescita delle persone che sono state costrette a lasciare la propria casa: 70,8 milioni a fine 2018, 2,3 milioni in più dello scorso anno. Uno su due sono minorenni. Due su tre vengono da cinque Paesi soltanto: nell’ordine Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia. Non esistono conflitti soltanto locali, privi di ripercussioni per le regioni circostanti.

Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza, le sorprese non mancano rispetto a quanto comunemente si crede. La maggior parte dei rifugiati sono sfollati interni (nel gergo internazionale, IDP: Internal displaced people), ossia hanno cercato scampo in un’altra regione del proprio Paese. Si tratta di 41,3 milioni, il 58,3% del totale.

Quanto ai rifugiati internazionali (25,9 milioni più 3,5 milioni di richiedenti asilo), quattro su cinque si fermano nei Paesi che confinano con quello di origine, con i Paesi in via di sviluppo in prima fila. Ospitano infatti l’84% dei rifugiati internazionali. Troviamo al primo posto la Turchia (3,7 milioni, perlopiù siriani), seguita dal Pakistan (1,4 milioni, in gran parte afghani), dall’Uganda (1,2 milioni, provenienti soprattutto da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo) e dal Sudan (1,1 milioni, dovuti soprattutto agli arrivi dal Sud Sudan). Tra i Paesi ai primi posti della classifica, l’unico a sviluppo economico avanzato, oltre che appartenente all’UE, è la Germania.

I Paesi più deboli, collocati nelle ultime posizioni nella graduatoria basata sull’Indice di sviluppo umano dell’ONU, accolgono 6,7 milioni di persone, ossia un rifugiato su tre. Sono Paesi molto poveri come Uganda, Bangladesh, Etiopia, Ciad, Yemen. Rappresentano il 13% della popolazione mondiale e appena l’1,25% dell’economia globale.

Molto istruttivo anche il dato che confronta il numero dei rifugiati con quello dei residenti. Qui spicca il primo posto del piccolo e travagliato Libano, con 156 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi. Segue la Giordania con 72, poi la Turchia con 45. Gli unici Paesi dell’UE tra i primi dieci in questo caso sono la Svezia, con 25, e Malta, con 20. E l’Italia? A dispetto di tante polemiche, siamo lontani da questi numeri. Secondo l’ONU, a fine 2018 accoglievamo 295.599 richiedenti asilo e rifugiati, pari a circa 5 persone su 1.000 residenti. La distanza tra le narrazioni e la realtà è strabiliante.

Da "www.aggiornamentisociali.it" I numeri sui rifugiati: dalle narrazioni alla realtà di Maurizio Ambrosini

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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

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Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

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“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 11 Gennaio 2019 00:00

Pensiero elastico

Il vecchio sistema di pensiero, solido, inamovibile, non funziona più. È in crisi. Servono nuovi spunti, nuove forme di intelligenza e di lettura della realtà.


Il mondo sta affrontando un grande cambiamento e per andargli incontro senza farsi travolgere, o spezzare, serve un approccio nuovo. Un modo di pensare diverso e innovativo. Questo filmato della Bbc Ideas lo chiama “pensiero elastico”.

Non è difficile svilupparlo. Ecco qui cinque modi per raggiungere un buon grado di elasticità.

Prendere un’idea al giorno, che si considera assurda, e cominciare a crederci. La cosa più efficace è immaginare che la sostenga qualcuno che goda di un certo rispetto. Questo altro non è che un continuo esercizio di una esperienza che, quando capita, si cerca di nascondere o di dimenticare: l’errore. Ci si allena, insomma, ad avere torto. E a essere pronti a cambiare idea quando se ne incontra una nuova e più convincente anziché restare ancorati alle proprie convinzioni solo perché sono proprie.

Sperimentare. Il caso del ristorante è il più efficace. Si deve andare in un posto nuovo, uno in cui di solito (per qualche ragione che non sia la salute) non si andrebbe. E poi si ordini una pietanza nuova, una che di solito (per qualsiasi ragione che non sia, ancora, la salute) non si ordinerebbe. Aiuta ad aprirsi a nuove idee, nuove percezioni di gusto, relativizzando le proprie preferenze. E poi, dicono i ricercatori, aiuta la creatività.


Parlare con gli sconosciuti. I genitori, saggi e apprensivi, hanno sempre consigliato il contrario. Ma una volta superata l’infanzia e la giovinezza – e in generale l’età dell’ingenuità – incontrare e conoscere sconosciuti è, al contrario, una cosa che si deve fare. Meglio farlo con persone che provengono da culture e pensieri diversi. Non è necessario cercare l’emigrato di Trinidad e Tobago. Uno potrebbe anche cercare l’elettore del partito rivale. E scoprire cose che lo lasceranno senza fiato.

Visitare le mostre d’arte. Secondo la Bbc è meglio Damien Hirst anziché Rembrandt ma noi di LinkPop ci permettiamo di dissentire. È un loro limite, tutto anglosassone, legato al loro scarso sistema scolastico. L’importante è vedere, incontrare e conoscere opere di pensieri diversi e nuovi. E non è detto che Hirst sia più originale e provocatorio di Rembrandt. Questo lo si vedrà tra 400 anni: Rembrandt ci sarà ancora, Hirst chissà.


Da "www.linkiesta.it" Pensiero elastico. Come promuovere un nuovo modo di pensare che sia al passo con i tempi

Pubblicato in Studi e ricerche

Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

Pubblicato in Comune e globale

Gli italiani non si informano, e non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni probabilità anche a causa dell’introduzione dei paywall (i sistemi che obbligano a pagare qualcosina per accedere a contenuti di qualità in rete).

A dire tutto questo è l’Ansa, citando l’ultimo rapporto della Commissione europea sullo sviluppo digitale. Il rapporto prende in esame diverse aree, ma quello che qui ci interessa è il capitolo 3 (pagina 8) che riguarda l’uso dei servizi internet. Dunque: usiamo la rete più o meno in media con gli altri cittadini europei per cercare musica, video e giochi, per fare videochiamate e per frequentare i social network.

La usiamo meno degli altri per accedere ai servizi bancari o per comprare cose. La usiamo molto meno degli altri per leggere notizie. Del resto, per rendersi conto di tutto ciò basta fare un giro in metropolitana e sbirciare quanto appare sugli schermi degli onnipresenti telefoni.

Tutto ciò denota una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati

Ma, ormai è noto, non leggiamo notizie nemmeno sui quotidiani di carta, che negli ultimi dieci anni, secondo il Censis, hanno perso un quarto dei loro utenti, soltanto una minima frazione dei quali è passata alla lettura online.

Già che ci sono, ricordo che meno di un italiano su due (il 45,7 per cento) legge libri, e che per dichiararsi “lettore” basta aver aperto un singolo libro nell’arco di un anno, ricettari di cucina, guide turistiche e manuali di autoaiuto compresi.

Ho lo sconfortante sospetto che tutto ciò denoti una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati, a far la fatica di selezionare e verificare le fonti e a prendersi l’ulteriore onere di ragionarci sopra applicando un minimo di pensiero critico.

Per carità: tutto ciò andrebbe anche bene, se contemporaneamente non decrescesse la fiducia riposta nelle istituzioni e negli attori che per ruolo o per professione dovrebbero, appunto, considerare ed elaborare fatti e dati per conto di chi non avesse la voglia, il tempo o la capacità di farlo.

Insomma: è come se pretendessimo di guadagnarci tutto il godimento, il brivido, la soddisfazione e il protagonismo connessi con la disintermediazione, senza accollarci l’obbligo di fare il lavoro in precedenza svolto da chi intermediava.

In altre parole: è come se dicessimo “ehi, basta con gli agenti, ce lo organizziamo noi alla grande, il nostro viaggio verso il futuro, e che sarà mai?”, ma poi non avessimo voglia di controllare mete e costi, orari e itinerari, le variazioni climatiche stagionali, le soste possibili. E pazienza se facendo così, ahi ahi ahi, diventiamo turisti-fai-da-te delle opinioni e delle decisioni che riguardano, prima ancora che la collettività, noi stessi.

E ancora. Sembra che le emozioni siano diventate non il principale, ma addirittura l’unico strumento disponibile per comunicare (cioè: per trasmettere informazione) catturando l’attenzione, e di conseguenza l’interesse e il consenso, di pubblici disorientati e definitivamente sovrastati dall’eccesso di stimoli, di proposte e di complessità.

Chiariamoci: non è certo una novità che per comunicare qualsiasi fatto, per proporre qualsiasi idea, per incentivare a prendere qualsiasi decisione (e anche per vendere qualsiasi cosa) sia, più che opportuno, indispensabile agire anche, o soprattutto, sulla leva emozionale.

Del resto, già un paio di millenni fa Cicerone affermava che, per comunicare efficacemente, il bravo oratore deve docere o probare, delectare, movere o flectere. Cioè: l’oratore dev’essere capace non solo di spiegare, ma anche di intrattenere e di coinvolgere emotivamente.

Però. Però potrebbe sembrare che oggi il suscitare e il trasmettere emozioni si vada trasformando da mezzo efficace per comunicare a obiettivo ultimo dell’atto stesso della comunicazione. È l’engagement, bellezza: il nuovo mito della comunicazione disintermediata.

Tutto ciò appare paradossale in un tempo in cui l’informazione di qualità a disposizione di tutti è più accessibile che mai. E poi: siamo davvero certi che sia più utile, e perfino più gratificante, volendo davvero essere protagonisti del proprio futuro, sentirsi engaged che essere informati?

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Disinformati, disintermediati, ma molto coinvolti di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

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