Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

Pubblicato in Comune e globale

Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

Pubblicato in Fatti e commenti

Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

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Il reddito di cittadinanza crea nuovi disoccupati e fa crollare i salari. Quota 100 diminuisce il tasso di occupazione. E se il governo non ci fosse le cose andrebbero meglio. Questo dice il Documento di Economia e Finanza presentato ieri: i due vicepremier l’hanno letto, almeno?

Ci sono due possibilità: o Salvini e Di Maio non hanno letto il Def redatto da Giovanni Tria, o hanno bevuto il siero della verità e hanno improvvisamente deciso di mettere nero su bianco il loro fallimento. Non ci sono alternative. Perché a leggere i numeri del documento di economia e finanza sembra sia stato scritto dalle opposizioni, o da Juncker e Moscovici. Non c’è una riga, non una tabella che non racconti brutale quanto tutto quel che è stato fatto e speso lo scorso anno non sia servito a nulla. In compenso, ci sono righe e tabelle che mettono nero su bianco cose il nostro declino strutturale, aggravato da una spesa pubblica e da una tassazione complessivamente in crescita per i prossimi anni.

Partiamo dall’inizio, però. E precisamente dalla tabella a pagina 23, che mette a confronto lo scenario economico tendenziale e programmatico dell’Italia. In parole povere, quel che succederebbe se fossimo in esercizio provvisorio - cioè senza un governo nel pieno delle sue funzioni - e cosa invece dopo le misure previste dall’esecutivo. Crediamo sia un record, questo, perché per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione. Parliamo di un decimo di punto percentuale, peraltro proiettato sul 2022, ma rimane comunque un dato agghiacciante: dopo una finanziaria che c’è costata 40 miliardi, un mare di interessi sul debito pubblico e tutta la nostra credibilità internazionale residua, non succederà nulla. Zero, nada, nisba, per dirla alla Salvini.

Per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione

Peraltro, andando a guardare gli effetti delle due misure-icona nel dettaglio si scopre che sono proprio il reddito di cittadinanza e quota 100 l’epicentro del fallimento gialloverde. Ed è buffo che il governo non solo non nasconda la cosa, ma ci regali addirittura due belle tabelle attraverso cui certifica il disastro. Nel raccontare l’impatto macroeconomico del reddito di cittadinanza - a pagina 27 - mette nero su bianco che nel 2020 il tasso di partecipazione al mercato del lavoro aumenterà dell’1,2%, il tasso di disoccupazione dell’1,3% e il tasso di occupazione di soli 0,3 punti percentuali. In pratica, che per i prossimi dodici spenderemo 6 miliardi in sussidi e politiche attive del lavoro che aumenteranno il numero dei disoccupati anziché diminuirlo. Fosse solo questo: a pagina 34 si dice pure che se le politiche del lavoro avranno piena efficacia, i salari saranno destinati ad abbassarsi, di 0,48 punti percentuali. Peggio: si dice pure che più aumenterà l’efficacia di queste misure, più i salari si abbasseranno. Evviva.

Peggio ancora va con Quota 100, che nelle intenzioni dovrebbe essere un formidabile generatore di nuovi posti di lavoro per i più giovani. Nelle intenzioni. Perché la tabella del governo - pagina 29 - dice che l’occupazione diminuirà di mezzo punto di Pil per il 2020 e che calerà anche, seppur in misura minore, nei due anni successivi. Anche in questo caso, mandiamo in pensione gli anziani prima del termine, pagando 9 miliardi all’anno, per veder diminuire il numero dei posti di lavoro disponibili.

E se state facendo i conti di quanto ci costa questo giochetto, potete pure riporre la calcolatrice nel cassetto della scrivania a andare a pagina 35: sono 133 miliardi in tre anni di spese aggiuntive, alla faccia dell'austerità: 2 di tasse in più (sì, aumenta pure la pressione fiscale, nonostante non aumenti l’Iva), 13 di tagli e dismissioni per ora tutti sulla carta, e 115 di nuovo debito pubblico, tutto sulle spalle dei giovani che hanno votato festanti Lega e Movimento Cinque Stelle, convinti che gli avrebbero cambiato il futuro. Eccolo qua, il futuro. Nero su bianco. Più nero, che bianco.

Da "www.linkiesta.it" Salvini e Di Maio hanno distrutto l’Italia: lo dice il Def (e no, non è uno scherzo) di Francesco Cancellato

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Una strage silenziosa in un luogo perduto

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

Pubblicato in Passaggi del presente

Ford dà lezioni di guida alle donne dell’Arabia Saudita. Lo scorso settembre un decreto regio ha annullato il divieto che ha impedito finora alle cittadine saudite di guidare l’automobile: da giugno 2018 le donne potranno ottenere la patente “esattamente come gli uomini”, senza chiedere il permesso al marito o al padre. In vista della storica data, Ford ha adattato il suo programma sulla formazione delle competenze alla guida, Driving Skills for Life (Dsfl), creando un corso “For Her” per la Effat University, università privata femminile di Jeddah. L’annuncio è stato dato da Shams Hakim, studentessa di Business Hr dell’ateneo, che, in un video su YouTube, invita le altre studentesse a iscriversi e mettersi al volante.

SICUREZZA E AUTOSTIMA

Il primo Driving Skills For Llife For Her si svolge tra il 5 e l’8 marzo e accoglie oltre 250 studentesse della Effat University. “La libertà di muoversi spinge il progresso dell’umanità e siamo onorati di poter sostenere le donne saudite in questo momento storico e dar loro il benvenuto al posto di guida”, ha detto Jim Vella, presidente del Ford Motor Company Fund. “Il nostro programma Dsfl For Her dà accesso a un percorso di formazione che aiuterà le donne a sentirsi sicure delle propria abilità quando saranno al volante”.

DSFL ha un focus specifico sulla sicurezza e, nella personalizzazione “For Her”, contiene lezioni non solo sul funzionamento del motore o sul codice stradale, ma anche test di guida su strade private per acquisire “confidenza con la macchina”. “Crediamo in questa rivoluzione, ma crediamo anche nella necessità di guidare in modo sicuro”, ha sottolineato la dottoressa Haifa Jamalallail, presidente della Effat University, come riporta il sito Al Bawaba.

PRIMA CONCESSIONARIA AL FEMMINILE

Ford ha creato il programma Dsfl 15 anni fa insieme all’associazione per la sicurezza stradale Ghsa e ha investito oltre 40 milioni di dollari nelle iniziative globali per la formazione delle competenze alla guida. In Medio Oriente il programma è arrivato nel 2013 e la versione esclusiva “For Her” sarà riproposta in nuovi appuntamenti. Dopo l’annuncio del decreto regio che consente alle donne di guidare, Ford e diverse altre case automobilistiche – Volkswagen, General Motors, Nissan – hanno celebrato lo storico traguardo con messaggi su Twitter indirizzati alle cittadine dell’Arabia Saudita: non si tratta solo di un passo verso l’uguaglianza di genere ma dell’apertura del mercato a una nuova potenziale fascia di clienti danarose. A gennaio, nella stessa città di Jeddah in cui ha sede la Effat University, ha aperto i battenti la prima concessionaria auto per sole donne.

PERMESSO DI GUIDARE

Da giugno le donne saudite potranno guidare anche moto e camion, secondo un nuovo decreto regio arrivato a gennaio che rafforza la legge sulla guida annunciata a settembre. Tuttavia le conducenti coinvolte in incidenti stradali o che violino le leggi sul traffico saranno processate presso centri dedicati, gestiti esclusivamente da donne. Il Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum ha classificato l’Arabia Saudita come il settimo peggior paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere; le leggi continuano a imporre il “tutoraggio maschile”, secondo cui le donne devono avere il permesso di un membro maschio della famiglia per svolgere numerose attività, come viaggiare e studiare all’estero ma anche scegliere le strutture sanitarie, affittare una casa, sposarsi.

Il decreto sulla patente è un significativo cambio di marcia: il prossimo passo per chiudere quel divario sottolineato dal Wef potrebbero essere corsi di formazione che non debbano chiamarsi “For Her”.


Da "formiche.net" “For her”, lezioni di guida per le donne saudite di Gloria Smith

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Da "it.euronews.com" 19 gennaio 2019: Matera diventa "Capitale Europea della Cultura" di Marta Brambilla

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Devote dirlo all’inglese Theresa May. Sicuramente ha atteggiamento rigido e supponente, nel pieno buio. Tuttavia, nonostante la sua pretesa che “i giorni migliori sono davanti a noi”, le prospettive non promettono nulla di buono. Nel migliore dei casi, il Regno Unito naviga verso anni di disordini e di rimorsi e acrimonia politici che influenzeranno società, economia ed autorità di governo. Nel peggiore dei casi, stress e tensioni sul divorzio Brexit dall’Europa potrebbero vedere la famiglia delle quattro nazioni divisa da una crisi costituzionale. Dovremmo ricordare che mentre parti della storia culturale della Gran Bretagna hanno effettivamente un passato lungo ed eminente, la Magna Carta per esempio del 1215 che stabilì diritti legali e politici individuali, l’attuale struttura del “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord” ha meno di 100 anni. Il Regno Unito, come sappiamo, è il risultato di quando il resto dell’Irlanda si separò da uno Stato nazione dopo la guerra d’indipendenza del 1919-21. Probabilmente, il Regno Unito è un amalgama piuttosto traballante tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Quest’ultima regione vide un conflitto trentennale (1968-98) con decine di migliaia di truppe inglesi che occuparono la regione per mantenervi una parvenza di ordine. Scozia e Galles hanno movimenti separatisti, cogli scozzesi che promettono un secondo referendum sull’opportunità di dichiarare l’indipendenza dal governo centrale di Londra. La testimonianza della fragile configurazione costituzionale della Gran Bretagna è la questione del confine irlandese su cui la Brexit è fallita. L’incapacità di Londra di negoziare un pacifico divorzio dall’Unione Europea era dovuta al pantano politico e costituzionale creato dalla rivendicazione territoriale della Gran Bretagna verso l’Irlanda del Nord. La maggior parte del popolo d’Irlanda non vuole un confine netto con la Brexit, e nemmeno il resto dell’UE. Ciò significava che il governo inglese doveva elaborare l’attuale piano Brexit mantenendo il Regno Unito nella zona commerciale dell’UE, al fine di evitare la questione dei confini con l’Irlanda. Ecco perché i brexiteer nel partito conservatore al governo minacciano di rovesciare la leadership di Theresa May. Considerano il suo piano di accordo un tradimento del risultato del referendum del giugno 2016 per lasciare l’UE, perché la vaghezza sull’Irlanda è, per loro, un’erosione dell’integrità territoriale inglese. Ma cos’è l’integrità territoriale inglese?
Anche un grande collegio elettorale con popolazione inglese che vuole rimanere nell’UE non è felice. Vedono l’accordo proposto da May come “mezzo arrangiata” e una “casa di recupero” senza capo né coda. Gli elettori scozzesi pro-indipendenza hanno anche notato le anomalie sull’Irlanda. Ragionando, gli scozzesi dicono che se all’Irlanda del Nord viene assegnato uno status eccezionale, essendo ancora nell’UE per evitare il problema dei confini, allora richiedono anche loro delle eccezioni. Va notato che nel 2016 le maggioranze referendarie in Scozia e Irlanda del Nord votarono per restare nell’UE. Il problema della Brexit è che riflette le profonde divisioni nel Regno Unito. Divisioni che c’erano probabilmente da sempre, ma erano rappezzate da una carata da parati unitaria. La Brexit era essenzialmente uno slancio inglese, specialmente tra quei “piccoli inglesi ” nazionalisti del partito conservatore che nutrivano il sogno di riportare la Gran Bretagna all’antico dominio, alla gloriosa Britannia, quando un quarto della massa terrestre era sotto l’impero. In quasi 40 anni di appartenenza all’UE, il partito conservatore inglese era in stato di guerra cogli euroscettici e chi desiderava far parte del blocco europeo. Il referendum sulla Brexit fu concesso dall’ex-capo dei Tory David Cameron per placare gli euroscettici del suo partito. Ciò che la maggior parte della gente non si aspettava era che il voto per uscire vincesse al referendum. Si può ipotizzare che una componente cruciale del voto fosse guidata dalla protesta contro le autorità in Gran Bretagna e a Bruxelles, non tanto sull’appartenenza all’UE. In generale, si trattava di una protesta per l’austerità economica e la mancanza di rappresentanza democratica. In altre parole, la brigata neo-imperialista inglese del partito Tory fu fortunata attingendo all’ampia ondata di malcontento popolare. Si è poi verificato un problema in base al quale la Gran Bretagna era sulla via del divorzio dall’UE, ma senza mai raggiungere il consenso su come rendere accettabili i termini del divorzio. Quasi la metà della popolazione votante non l’ha mai voluto il divorzio. Ecco perché il governo di May ha avuto un compito impossibile negoziando il sistema della separazione. Come può Londra venire a patti quando il Regno Unito è così frammentato sulla questione? Theresa May stessa era per rimanere nell’UE. Eppure guida un governo che negozia la Brexit. Ci sarà conflitto di interessi e convinzione, che si manifesta come la classica confusa crisi inglese.
May è in una posizione poco invidiabile. Ha il compito di raggiungere un compromesso impossibile tra fazioni inconciliabili, sia nel suo partito, sia nel Parlamento e nel Paese. Dopo due anni di rudi trattative tra Londra e Bruxelles, il futuro della Gran Bretagna sembra ancora più incerto e traballante I coltelli sono agitati dai parlamentari stessi, nonostante si riferiscano a lei come “mia onorevole amica”. May potrebbe sopravvivere a una sfida alla leadership, in parte perché i brexiteer come Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg non sembrano avere lo stomaco di prendere il calice di veleno. La scommessa migliore di May è forse indurre il parlamento ad abbozzare e votare il suo accordo sulla Brexit, perché l’alternativa dell’uscita dall’UE a marzo anno sarebbe catastrofica per l’economia e la società. Di fronte a uno scenario negativo, i legislatori inglesi del suo partito e dei vari partiti di opposizione potrebbero solo appoggiare i suoi piani per la Brexit. Nella migliore tradizione inglese, il Paese continuerà a lavorare a un piano che pochi sostengono davvero. La transizione per uscire dall’UE potrebbe andare avanti per anni, discutendo di questo o di quello. Tale processo di decadimento porterà solo ad ulteriore alienazione tra gli inglesi verso l’establishment politico e le istituzioni governative. Ma il rancore spingerà anche a un dibattito aspro in Scozia, Galles e Irlanda del Nord sulla validità del costrutto noto come Regno Unito. Già la debacle della Brexit ha reso nettamente chiaro che l’Irlanda sarebbe stata meglio unificata ed indipendente dalla Gran Bretagna. Le contorsioni sul confine irlandese dimostrano che la rivendicazione territoriale di Londra sull’Irlanda del Nord è dubbia e viola la giustizia naturale dovuta agli irlandesi. Sembra solo questione di tempo prima che le varie regioni che compongono la Gran Bretagna inizino a rendersi conto che la loro governance va meglio se sottratta al controllo di Londra. Ecco l’ironia. La Brexit può essere stata ispirata dalla nostalgia inglese per reclamare la gloria imperiale e bucaniera. Ma cercando di riportare l’orologio a un’immaginaria fu grandezza, i brexiteer finiscono per smantellare il Regno Unito.

Da "http://aurorasito.altervista.org" Come la debacle della Brexit distrugge il Regno Disunito

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Lunedì, 26 Novembre 2018 00:00

Qualità della vita, perché Roma sprofonda

Bolzano è la città italiana dove si vive meglio mentre la qualità della vita sprofonda a Roma. I risultati dell’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane realizzata da Italia Oggi in collaborazione con l’università La Sapienza dicono che la Capitale paga soprattutto l’incapacità di affrontare questioni fondamentali, dai rifiuti ai trasporti pubblici,certificata dalla stessa Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici del Campidoglio. Le valutazioni peggiori si riscontrano in riferimento a rifiuti e trasporti. Nell’ultima indagine dell’Authority, infatti, i romani hanno assegnato un voto medio di 3,5 (su 10) alla pulizia delle strade e 3,8 alla raccolta della spazzatura. Insufficiente anche il trasporto su bus e tram (4,4). Su diciotto servizi pubblici locali soltanto undici erano risultati appena sufficienti. Come sempre, il MoVimento 5 Stelle, al governo della città da due anni e mezzo, dice che è colpa delle amministrazioni precedenti anche se le scelte decisive su ATAC e AMA sono state fatte in questi due anni e mezzo dai grillini.


Dopo il podio, interamente occupato dal Triveneto, dalla quarta alla decima posizione si trovano città che hanno recuperato terreno rispetto all’anno scorso a parte Treviso, che è passata dalla sesta alla nona posizione. Al quarto posto troviamo Siena, che ha recuperato sette posizioni (era undicesima), seguita da Pordenone, che passa dalla nona alla quinta, e da Parma, che ha guadagnato una posizione rispetto al 2017 (era settima). In forte ascesa Aosta e Sondrio, rispettivamente al 7° e 8° posto, partendo dal 18° e dal 16°. Decima Cuneo, che ha guadagnato tre posizioni. Nel 2018 si conferma tra l’altro all’acuirsi del divario fra piccoli centri (in cui si vive meglio) e grandi centri urbani, che soffrono maggiormente.

Da "www.nextquotidiano.it" Qualità della vita, perché Roma sprofonda

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Venerdì, 16 Novembre 2018 00:00

Londra piange, Bruxelles non ride

All’apparenza l’accordo è un successo dell’Ue e uno smacco per Downing Street: in realtà non sarà mai ratificato e quella con Londra sarà solo l’ultima crisi che l’Europa non è riuscita a risolvere. Colpa di una governance che non funziona, da rottamare prima possibile.


Fa persino tenerezza, Theresa May, avviata verso una delle più umilianti sconfitte che un Premier di Sua Maestà a Westminster abbia mai conosciuto. Sulla Brexit dopo due anni di negoziato che hanno assorbito l’intero capitale politico e l’attenzione della classe dirigente di uno dei Paesi più importanti dell’Occidente, si marcia spediti verso un non risultato che era prevedibile sin dall’inizio. E, tuttavia, la probabile bocciatura dell’accordo raggiunto dopo due anni di negoziazioni difficili da parte del Parlamento britannico, sarà una sconfitta – ugualmente grave – per un’Europa che non riesce più a risolvere neppure una delle crisi che si trova a dover gestire. L’uscita del Regno Unito sarebbe, in fondo, dannosa soprattutto perché priverebbe un dibattito sul futuro dell’Europa che, ormai, è urgentissimo, del punto di vista di un socio polemico ma indispensabile per immaginare un’Unione che sopravviva alla sua obsolescenza.

Indubbiamente, alla fine la montagna ha partorito un topolino. Destinato, peraltro, ad una vita assai breve. È questo il risultato di migliaia di ore di lavoro, di interminabili vertici, di numerose dimissioni, ripensamenti e drammi politici. E che, alla fine, ha prodotto la bozza di un accordo di 580 pagine che rimanda lo scioglimento di alcuni dei nodi politici e mette insieme i peggiori degli esiti possibili.

L’accordo che la May sta presentando al Parlamento mentre i ministri del suo governo – incluso quello responsabile dei negoziati – si dimettono, riesce nell'impresa di svuotare di significato il referendum sull’uscita, perché la Gran Bretagna resta nell’unione doganale senza più poter influenzare le regole che dovrà rispettare e ciò porta all’opposizione di diversi conservatori. Non solo: mette a rischio l’unità del Regno – l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico allontanandola da Londra e ciò provoca l’opposizione degli Unionisti dell’Ulster che sono indispensabili per ottenere la maggioranza e, infine, accetta di pagare alla Commissione Europea un maxi assegno di separazione 40 miliardi di sterline per impegni già presi, che rende, ancora più forte, l’opposizione dei laburisti che potrebbero ritrovarsi a dover ereditare un fardello che stroncherebbe qualsiasi ipotesi di politica espansiva che Corbyn avesse in mente per quando dovesse arrivare al governo.

E, tuttavia, ciò che rende la situazione surreale, è che tutto era già previsto ed inevitabile. Proprio per come è costruita la stessa Unione Europea. Che non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni – da quelle di Schengen sulla libera circolazione senza frontiere comuni, al patto di stabilità sull’Euro che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare – nelle quali si entra senza convinzione, che nessuno riesce a modificare e dalla quali è difficile, persino, uscire, semmai uno Stato non ritenesse più conveniente l’adesione.


L’Unione Europea non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare

Sulla Brexit ha sbagliato molto il Regno Unito, a partire dal fatto di aver indetto un referendum del quale nessuno – e ciò è incredibile per una macchina amministrativa così organizzata – aveva, davvero, previsto le conseguenze. Ma ha sbagliato tanto anche l’Unione Europea (cioè gli altri ventisette Stati) a porsi nell’atteggiamento di chi deve essere convinto delle ragioni di chi era, comunque, considerato, da sempre, il membro più scettico del club.

Se, indubbiamente, è vero che le banche di Londra rischiano un’altra crisi se perdono il passaporto europeo, è altrettanto vero che i grandi costruttori automobilistici tedeschi perdono il mercato nel quale esportano di più. Saranno, forse, contenti quelli che si nutrono di invidia nel Continente, ma un’Europa che si allontana da Oxford e da Oxfam è più povera di idee. Soprattutto, in un momento nel quale, l’Europa avrà bisogno di contributi originali per poter superare una crisi politica non meno drammatica di quella che potrebbero vivere a Londra nei prossimi mesi.

Oggi l’Europa sembra, prima di ogni altra cosa, prigioniera di una retorica che è servita il secolo scorso – quella di aver garantito, ed è un grosso merito, la pace nel continente che ha avviato le due guerre mondiali – e che, però, oggi non può più bastare. I Paesi membri sono, infatti, ormai indecisi a tutto, tranne che a bastonare chi si pone fuori – nel caso del Regno Unito - o contro – nel caso dell’Italia sulle regole di stabilità - un sistema che, aldilà delle argomentazioni sballate dei sovranisti, non funziona oggettivamente più.

Dovremo abbandonare le ambiguità di un’Unione che viene caricata di troppe responsabilità dagli Stati Nazionali solo per essere usata come capro espiatorio quando i problemi non vengono risolti. Dovremo, se vogliamo salvarla, focalizzare le istituzioni su un numero più ridotto di politiche per le quali gli Stati – consultando i cittadini – decidano di trasferire, in maniera completa, pezzi di sovranità. Prevedendo, peraltro, meccanismi di uscita senza i quali gli accordi europei si trasformano in matrimoni senza clausola di uscita che, come succedeva per le unioni irreversibili tra persone prima della legge sul divorzio, si trasformano in gabbie fatte di tradimenti che vivono di promesse d’amore senza più contenuto.

Se vogliamo salvare l’Unione dalla obsolescenza avremmo bisogno che gli inglesi tornassero indietro (con un altro referendum) per contribuire a portare avanti l’Europa nel ventunesimo secolo. Un’Europa che così com’è rischia di disunirsi ancora più velocemente di quel Regno che deve, ancora, avere il pragmatismo che sembra ver perso in questi ultimi mesi e che all’Europa serve per ripensare se stessa.

 

Da https://www.linkiesta.it Londra piange, Bruxelles non ride: ecco perché l’accordo sulla Brexit inguaia anche l’Unione Europea

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