Alessandro Carrera

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Ne cambierà solo i termini, perché delle piattaforme digitali non si farà più a meno. Anche stando in classe, sarà sempre più comune collegarsi con qualche studioso che si voleva invitare ma, o non ci sono i soldi per pagargli tutte le spese, oppure è lo studioso stesso che preferisce dare la sua lezione direttamente da casa. Si faceva anche prima, ma c’erano resistenze da entrambe le parti. Pareva che senza la presenza fisica non ci fosse davvero “l’evento”. Ora, quando ci sarà la presenza fisica, sarà davvero un evento.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Be’, io non mi mettevo in giacca e cravatta, però avevo cura di scegliere almeno un maglioncino presentabile. Si impara. Rivedendo alcuni dei miei primi interventi durante la pandemia, alcuni dei quali finiti su youtube, ho potuto constatare che la luce era orribile, in una particolare collocazione dietro di me la stanza non era per niente in ordine, e che insomma dovevo fare di meglio. Ho cercato subito di dare al tutto un aspetto più professionale, e non volevo usare gli sfondi fasulli che contornano la figura umana come un ologramma venuto dallo spazio. Devo dire però che per una buona qualità di trasmissione la piccola telecamera montata sul computer non sempre basta, e il microfono degli auricolari nemmeno; ci vuole il kit usato da coloro che hanno un canale su youtube.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

So che alcuni miei colleghi non riescono nemmeno a incominciare la lezione se non vedono in faccia tutti gli studenti. Io mi sono sforzato di pensare che stavo conducendo una trasmissione radio interattiva, in cui gli ascoltatori possono farsi sentire/vedere oppure no, possono rivolgermi domande per iscritto, per voce, oppure no. Nell’università americana poi c’è un’enorme attenzione per la privacy degli studenti. Se non vogliono mostrare l’interno delle loro case (ben pochi usano gli sfondi pre-programmati, mi sa che non piacciono proprio a nessuno), io non li posso costringere e non voglio neanche insistere. Certo, in alcuni casi avrei preferito capire con chi avevo a che fare, perché, sempre nelle università americane, bisogna sempre stare attenti a non dire niente di insensitive, e per essere sicuro che non stai offendendo qualcuno sarebbe meglio poterlo guardare in faccia e sapere di che razza è, di che sesso è, di che gender è, ecc. ecc. Però la mia impressione dopo due semestri e mezzo di insegnamento online (dal marzo 2020 al maggio 2021) è che la partecipazione è stata più o meno la stessa che avrei avuto in classe, e nemmeno c’è stata una disparità tra le domande che mi rivolgevano gli studenti e quelle rivolte dalle studentesse. Anzi, le domande erano in numero maggiore di quelle che normalmente ricevo in classe. Gli studenti americani (ma non credo siano solo loro) sono molto competitivi tra loro e se non fanno domande è anche perché non vogliono “esporsi” ai loro compagni di classe. Ma da casa forse si sentivano più sicuri. Abbiamo avuto discussioni che non mi sarei aspettato.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Nelle università americane tutti gli studenti devono essere frequentanti, non è ammesso presentarsi solo agli esami. Se io so che uno è uno studente lavoratore posso chiudere un occhio su qualche assenza, ma non più di tanto, altrimenti lo farei oggetto di un favoritismo a danno di chi in classe ci viene sempre. Piuttosto, ho avuto studenti che non erano riusciti a venire fisicamente negli Stati Uniti per via delle restrizioni ai viaggi e hanno seguito l’intero semestre dalla Cina.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Alla fine del primo semestre “misto” (gennaio-maggio 2020) una studentessa ha scritto nelle sue valutazioni che io in classe ero molto più naturale, e non faccio fatica a crederci. Il cambiamento era stato brusco, più o meno da una settimana all’altra. Per quanto spesso l’insegnamento a distanza si riveli molto comodo (ma per quello che insegno io non ho bisogno né di laboratori né di un contatto continuo; per i miei colleghi che insegnano, ad esempio, i primi anni di lingue straniere non è stato facile per niente), non può sostituire completamente la presenza fisica. Esistono infiniti fattori prossemici che sono parte integrante dell’insegnamento, come ti muovi, chi guardi, il tono di voce che usi, e così via. Ma devo anche aggiungere che alcuni colleghi davanti allo schermo del computer si sono trovati più a loro agio di quanto credessero. Se in classe si dimostravano magari rigidi per nascondere l’insicurezza, a casa loro, esattamente come i loro studenti, si sentivano più a loro agio. Saranno stati certamente una minoranza, ma insomma ci sono anche loro. E adesso temono il momento in cui torneranno in classe…

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Il fatto che molte classi abbiano sempre lo stesso numero di iscritti è uno dei fattori che fa aumentare i costi dell’istruzione. Tutto col tempo aumenta: la manutenzione, l’equipaggiamento, anche gli stipendi (poco). Mentre, per dire, le aule dove insegno io sono sempre programmate per venticinque-trenta persone. Ce ne sono di più grandi, ma poche, e sono riservate ai corsi introduttivi generali. Poter insegnare in modalità hybrid o HyFlex (high flexibility), con una parte degli studenti in classe e l’altra online, certamente può contribuire ad abbattere i costi e risolvere in parte il problema delle aule, ma non è la migliore delle soluzioni, né per gli insegnanti né per gli studenti. Vuol dire che non ti puoi muovere dal computer che c’è in classe, che devi pensare molto di più a chi ti segue in remoto che a chi sta lì davanti a te. È come essere sempre al telefono, e si sa che se qualcuno ti telefona la persona in carne e ossa davanti a te passa in secondo piano. Meglio decidere: o tutto in presenza o tutto online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’anno scorso si diceva “Andrà tutto bene”, e abbiamo visto che non è andato tutto bene. Non vorrei dare l’impressione che con l’insegnamento a distanza sia andato tutto bene, perché non è così, ma è anche vero che io parlo da un punto di vista privilegiato. Io insegno tre argomenti generali: cultura italiana (letteratura, cinema e musica), storia delle idee della modernità, teoria del cinema. L’approccio non cambia, né in presenza né in remoto. Ma siccome la maggior parte dei miei studenti non ha mai studiato questi argomenti prima di venire da me, e tutto quello che gli dico io è nuovo, solo raramente posso davvero approfondire. Devo mantenermi su un livello di divulgazione e anche, per forza, di intrattenimento, perché non posso “stancarli” riempiendoli di informazioni che per loro non hanno significato, o l’avrebbero soltanto se fossero già in possesso di una conoscenza di base. Questo per dire che mi sentivo un commentatore radiofonico o il conduttore di un programma televisivo di divulgazione culturale anche prima della pandemia e del passaggio alla didattica a distanza. Mi sono chiesto spesso se quello che faccio da molti anni in qua sia davvero un insegnare. Forse no. Forse sono solo un disc jokey della cultura. Metto su questo, metto su quello, vedo quale mix è migliore di altri mix, lo ripropongo, lo cambio, faccio qualche esperimento, sento quali richieste mi arrivano dalla pista da ballo (la classe) o dagli ascoltatori/spettatori che mi mandano messaggi, ed è tutto molto interessante, stimolante, e anche divertente, ma non è insegnare, o almeno non è l’insegnamento come l’ho vissuto io, dal liceo all’università, in Italia negli anni settanta, pur in mezzo a tutto ciò che succedeva in quegli anni. Quella era un’altra cosa, e mi manca, come mi manca la possibilità di riprodurre la profondità, l’intensità di quel modello di insegnamento. Non che non avesse difetti, per carità, ma non era dee-jaying, certamente no. Solo quando ho dei dottorandi posso avvicinarmi a quello che davvero ho imparato dai miei insegnanti, ma nella mia università mi capita di rado. Detto questo, il mestiere di dj della cultura ha il suo fascino, anzi in certi casi può essere l’unico approccio che funziona. E ha questo vantaggio, che non cambia molto se si passa dalla presenza al remoto o viceversa. Se ti sai giostrare su quello che la rete e i servizi di streaming ti mettono a disposizione, te la cavi.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Quello che è sempre stata. La trasmissione di un entusiasmo, di una passione. Lo studente deve capire che tu sei lì a parlargli perché l’hai voluto e che non cambieresti il tuo mestiere con nessun altro al mondo. Potrà anche dimenticare il contenuto del corso il giorno dopo l’esame finale, ma non dimenticherà quella scossa elettrica che gli hai passato, saprà che insegnare e imparare valeva la pena, anche se magari sul momento non è stato in grado di approfittarne ed era perso in tutt’altri problemi. Sto pensando che nell’ultima canzone che finora ha pubblicato, Murder Most Foul, Bob Dylan passa dieci minuti su diciassette a chiedere al leggendario dj Wolfman Jack di “mettere su” questo o quel pezzo per commemorare l’uccisione del presidente Kennedy. Ma non gli chiede di “mettere su” solo brani di musica, bensì anche classici film hollywoodiani o Il mercante di Venezia. In altre parole, Dylan sta chiedendo a Wolfman Jack di “mettere su” l’intera cultura e di diffonderla in remoto, attraverso l’etere. Credo che nell’ultimo anno gli insegnanti siano stati tutti un po’ come Wolfman Jack, ostinati a lanciare messaggi nello spazio, sperando che qualcuno li raccogliesse.

Davide Sisto

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Personalmente, ho patito la “fatica digitale” soprattutto nei mesi primaverili del 2020, quindi nella parte iniziale della pandemia, la quale mi ha colto impreparato. Tra l’autunno 2020 e la primavera 2021 ho cercato di affrontare nel modo più razionale possibile il ricorso esclusivo alle piattaforme digitali, creandomi delle strategie puntuali per contrapporre all’isolamento digitale qualche piccola via di fuga offline (per esempio, lunghe passeggiate distensive nei ritagli di tempo). Certamente, gli aspetti più negativi sono stati il senso di alienazione provocato dallo stare da solo sempre nello stesso luogo (lo studio casalingo) e la precarietà della connessione. Ritengo necessario, tuttavia, una volta terminata l’emergenza sanitaria, studiare collettivamente le modalità più opportune per rendere una consuetudine positiva l’uso delle piattaforme digitali in determinate circostanze: riunioni di lavoro in cui non è necessaria la presenza fisica, colloqui tra persone che vivono in città o, addirittura, in nazioni distanti, i concorsi universitari per abbattere i costi delle trasferte, ecc. Tali modalità implicano un deciso irrobustimento della connessione wifi, una lotta attenta contro il digital divide (ogni cittadino di ogni ceto sociale dovrebbe essere messo nella condizione di accedere in egual modo ai contenuti offerti dalle piattaforme digitali), nonché uno studio attento delle dinamiche “teatrali” che caratterizzano la specifica interazione online tramite le piattaforme. Se è probabilmente disumanizzante la partecipazione a conferenze e convegni solo online, non lo è per niente porre un limite a riunioni in presenza che, il più delle volte, rappresentano solo enormi perdite di tempo.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dal mio punto di vista, è stato un problema di non poco conto, essendo obbligato a fare lezione in una stanza con tre finestre davanti alla scrivania. Non sono riuscito ancora a trovare un tipo di luce adatta, ritrovandomi ad avere un’immagine o troppo scura o troppo “spettrale”, con una parte di volto “sbiancata”. Ritengo necessario riuscire a comprendere, anche nella fase post pandemia, quale sia il miglior tipo di lampada o di postazione per offrire la miglior immagine possibile agli studenti. Credo, infatti, che non torneremo indietro, adottando molto spesso le piattaforme digitali per evitare gli spostamenti più superflui o costosi.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Ho lasciato a studenti e studentesse la totale libertà di scelta. Insegnando in tre corsi a cui ho voluto dare un taglio molto interattivo, gli ho lasciato la libertà di intervenire a telecamera accesa o spenta. Addirittura, la libertà di intervenire tramite chat pubblica o chat privata, nel caso in cui la timidezza avesse rappresentato un ostacolo insormontabile per l’interazione reciproca. Sono soddisfatto della partecipazione, sempre molto attiva, da parte di studenti e studentesse. Non ho percepito in alcun modo una differenza, in senso negativo, tra l’interazione in presenza e quella a distanza. Soprattutto, penso che la chat possa rappresentare – almeno, parzialmente – un escamotage per limitare i timori che inibiscono molto spesso gli studenti. Credo, infine, che occorra capire le dinamiche sociali e comunicative delle generazioni più giovani, le quali sono abituate a interagire a distanza. Intercettando questo tipo di dinamiche, è possibile generare forme di dialogo non meno proficue rispetto a quelle sviluppate in presenza.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Non saprei valutare in maniera oggettiva. Certamente, il caricamento a posteriori delle lezioni, tenute in diretta, sulla piattaforma Moodle ha permesso agli studenti non frequentanti di poter guardare in differita le lezioni, contando anche su molteplici ampliamenti delle tematiche affrontate: per ogni registrazione ho, infatti, aggiunto articoli o video inerenti al tema della lezione. Ritengo un’opportunità preziosa, soprattutto in vista della preparazione degli esami, la disponibilità delle intere lezioni in differita per gli studenti lavoratori che sono obbligati a saltare quelle in diretta. Opportunità preziosa anche per chi non è particolarmente capace a prendere appunti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Sebbene preferisca l’interazione in presenza fisica, anche per “cambiare aria” e non essere sempre nello stesso ambiente (il mio studio casalingo), trovo estremamente vantaggiosa la dimensione a distanza per creare lezioni che alternano alla mia voce immagini, testi scritti e video. Le lezioni che reputo meglio riuscite sono, infatti, quelle in cui il mio ruolo è consistito nel coordinare in maniera razionale e ragionata immagini fotografiche, citazioni scritte e video. Tali lezioni hanno generato un collage di esperienze educative, le quali hanno messo gli studenti nella condizione di immergersi in modo completo all’interno del tema affrontato, non perdendo l’attenzione e ampliando gli spunti a partire dai quali aprire un dibattito.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

L’unico svantaggio, a mio avviso, è la scarsa mobilità del docente. A me piace, generalmente, stare in piedi, camminare e muovermi mentre parlo. Il live streaming obbliga una immobilità fisica che può creare qualche disagio nel mio modo di esprimermi e può creare una certa distanza rispetto agli studenti in aula. Sono, comunque, convinto che i pregi superino i difetti proprio per la possibilità di dar vita a lezioni più “creative”, che uniscono alle parole espresse a voce anche immagini e video.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’esperienza della didattica a distanza è stata particolarmente educativa per migliorare l’efficacia nell’uso del power point e per la possibilità di rendere più completo l’argomento trattato tramite un insieme di parole scritte, immagini fotografiche e videoregistrazioni, mettendo a frutto le molteplici opportunità offerte dalla Rete. Sono totalmente convinto che internet non sia ancora utilizzato come si deve nella preparazione e nell’esposizione delle lezioni universitarie, soprattutto per quanto riguarda le discipline umanistiche. Le uniche forme di lezione a distanza che capisco poco, in realtà, sono quelle in differita, poiché impediscono qualsivoglia forma di dialogo e di interazione. A meno che non diventino uno spunto per una discussione dei contenuti trattati nella successiva lezione in diretta.

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione non equivale, a mio avviso, a un docente che parla per due o tre ore di seguito, partendo dal presupposto che la sola trasmissione vocale del sapere sia pertinente per l’insegnamento accademico. Ritengo, invece, che le tecnologie digitali, determinando un prolungamento della nostra presenza fisica tramite la condivisione e la registrazione di testi scritti, immagini fotografiche e video, possano favorire la creazione di lezioni ibride, in cui l’insieme dei dati prenda letteralmente corpo, valorizzando le diverse caratteristiche narrative che contraddistinguono la scrittura, la fotografia e le videoregistrazioni. In tal modo, gli studenti hanno la possibilità di immergersi maggiormente all’interno dell’argomento trattato, limitando i pericoli della distrazione. Ancor di più, l’interazione tra docenti e studenti può trarre benefici importanti dall’applicazione alle lezioni universitarie dei metodi comunicativi adottati sui social media o nei blog. Dal punto di vista del docente, occorre – a mio avviso – sviluppare un po’ di fantasia e di creatività per ampliare il proprio modo di comunicare.

Vanni Codeluppi

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

La pandemia di Covid-19 ha legittimato un ricorso massiccio alla vita online in tutte le sue forme. Non è possibile attualmente prevedere se effettivamente nei prossimi mesi ci sarà un ritorno alla situazione precedente alla pandemia, ma, nell’eventualità che ciò si avverasse, rimarrà comunque consistente la quantità di tempo dedicato dalle persone alla vita online. E pertanto continueranno ad essere rilevanti anche le conseguenze generate da tale condizione di vita, a cominciare dalla cosiddetta digital fatigue.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dato che probabilmente il peso della comunicazione digitale rimarrà consistente, sarebbe opportuno un massiccio intervento di formazione dei docenti. Prima della pandemia si faceva ben poca formazione dei docenti, ma a maggior ragione sarebbe opportuno farla oggi, con un massiccio impiego di strumenti digitali, i quali, per poter essere sfruttati al meglio, richiedono nuove competenze.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Nelle università delle grandi città, le elevate quantità di studenti presenti normalmente nelle lezioni impediscono di fare utilizzare le telecamere agli studenti durante le lezioni. Si utilizzano i microfoni e le chat. Ovviamente, le piattaforme digitali, per quanto siano sofisticate, rimangono grossolane e deficitarie rispetto alle lezioni in presenza. Pertanto, nelle lezioni online l’intensità di partecipazione degli studenti è decisamente inferiore rispetto a quelle in presenza. Non ho notato invece grandi differenze tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

La possibilità data agli studenti da quasi tutte le università di ascoltare le registrazioni delle lezioni, ha fatto sì che sia calato sensibilmente il numero di studenti che hanno seguito in streaming. Ciò indubbiamente ha dato una maggiore flessibilità d’uso agli studenti e ha favorito chi abitualmente non frequenta, spesso per ragioni di lavoro. Questi però, a mio avviso, sono un numero ridotto di studenti e ciò pertanto non compensa la riduzione d’interattività che la fruizione della registrazione delle lezioni comporta per la maggior parte degli studenti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Nella didattica è estremamente importante il rapporto che si stabilisce tra i corpi degli studenti e quelli dei docenti. Con l’online ovviamente il ruolo dei corpi s’indebolisce e al momento è stato trovato ben poco per poter sopperire a questa mancanza.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Probabilmente in futuro questa sarà una strada inevitabile. Gli svantaggi sono quelli già detti e causati dalle attuali limitazioni tecniche della didattica online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

La didattica a distanza mi ha insegnato che la comunicazione online è molto più complessa di quello che può sembrare a prima vista e richiede un notevole impegno e molti investimenti.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione può essere caratterizzata da tanti aspetti differenti, ma occorre sempre tener presente che si tratta comunque di una forma di comunicazione e che quindi, in quanto tale, è anche una forma di condivisione.

Da "https://www.doppiozero.com" L'università dopo lo scossone della pandemia di Alessandro Carrera, Davide Sisto, Vanni Codeluppi

Pubblicato in Studi e ricerche

La domanda «Come trasmettere la complessita??» comporta una questione preliminare: come conoscere, o riconoscere, la complessita?? Vorrei insistere, per cominciare, sul fatto che le conoscenze che ci sono dispensate dall’informazione o dai media, cosi? come le conoscenze dispensate dall’insegnamento, non ci preparano a riconoscere la complessita?.
Prendo il termine “complessita?” anzitutto in un senso primario, derivato dal termine latino complexus, che indica cio? che e? tessuto insieme. Gli eventi non sono mai isolati; sono in un contesto, il quale a sua volta sta in un sovracontesto. C’e? sempre un tessuto comune. Pascal, nel XVII secolo, aveva una visione estremamente perspicace quando diceva che «tutte le cose essendo causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte dialogando tra loro attraverso un legame naturale e impercettibile che lega le piu? distanti e le piu? diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non piu? di quanto lo sia conoscere il tutto senza conoscere le parti». Ecco quale sfida gigantesca ci attende.

Quelle che vengono chiamate informazioni, provenienti dai media, mi fanno pensare a un’altra frase pertinente del grande poeta T.S. Eliot: «Qual e? la conoscenza che perdiamo nell’informazione?

E qual e? la saggezza che perdiamo nella conoscenza?». Quale conoscenza perdiamo nell’informazione? Le informazioni disperse sono come una pioggia, una nube, se non c’e? un sistema di conoscenza in grado di organizzarle e di dare loro un senso. E poi bisogna che questo sistema organizzatore abbia una qualche pertinenza. Che non derivi esso stesso da un manicheismo o da una mutilazione della realta?. Inoltre Eliot parlava molto giustamente di saggezza, ossia della necessita? di incorporare quello che sappiamo nelle nostre vite, nei nostri comportamenti. Anche qui, non ci sono saggezza e arte di vivere possibili davanti a conoscenze puramente oggettivate.

Si puo? dire allora che per fortuna abbiamo un sistema educativo che consente di organizzare le conoscenze. Ebbene, questo sistema educativo e? fondato, appunto, sulla separazione, il frazionamento e la disgregazione del tessuto comune di tutte le cose. Questo principio, del resto, e? stato fecondissimo per lo sviluppo delle conoscenze, a partire dallo slancio delle scienze moderne che si sono incanalate nelle discipline. Ma queste ultime, sempre piu? separate, isolate le une dalle altre, fanno si? che tra loro si formino enormi buchi neri: ci rendono ciechi su un certo numero di realta? e di problemi essenziali e vitali. Questo sistema educativo comincia nella primaria, prosegue nella secondaria e culmina nell’insegnamento superiore. In fin dei conti tutte le realta?, tutti i grandi problemi, vengono disgregati.

La questione dell’umano
Prendiamo la realta? fondamentale che riguarda ciascuno: che cosa significa essere “umano”? Naturalmente ci sono le scienze umane e sociali, che si dividono in economia, sociologia, psicologia, scienza delle religioni. Ma comunicano spesso male tra loro e rischiano di conoscere solo frammenti di realta?. Oltretutto, non ci sono solo le scienze sociali e umane. Tutta una parte della realta? umana e? una realta? biologica. Noi siamo esseri viventi. Persino il nostro cervello, senza il quale non potremmo conoscere e pensare, e? un organo biologico. Ebbene, questa realta? biologica viene completamente separata dall’altra realta? umana. O gli uni dimenticano che noi siamo esseri viventi e riducono l’umano al culturale e allo spirituale. O gli altri riducono tutto quello che c’e? di culturale e di spirituale a geni o a comportamenti presenti gia? nel mondo animale. Si e? come incapaci di pensare questa realta? duplice. Oggi, sapendo piu? che in passato che la realta? biologica e? costituita da molecole e da atomi che si trovano nella natura, ci rendiamo conto che il nostro rapporto con il mondo fisico e? molto piu? profondo di quanto avremmo creduto. Le nostre particelle si sono forse formate nei primi secondi dell’universo. Gli atomi necessari alla vita si sono costituiti in un sole anteriore al nostro. Insomma, partecipiamo a tutta una storia cosmica. Ma questa storia rimane invisibile fintanto che tutti gli elementi restano separati.

Inoltre non ci sono solo le scienze: la letteratura e la poesia sono anch’esse mezzi di conoscenza dell’umano. Direi addirittura mezzi che comportano l’integrazione di quello che le scienze sono obbligate a distruggere: ossia la realta? soggettiva di ciascun individuo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. Lo mostra il romanzo, il grande romanzo, da Balzac fino a Proust, passando per Dostoevskij. Quanto alla poesia, non e? solo un lusso della letteratura. Ci inizia a quella cosa essenziale che e? la qualita? poetica della vita, contrapposta al suo aspetto prosaico, che consiste nel fare le cose necessarie, talora obbligatorie, indispensabili a guadagnarsi la vita, ma che ignora la comunione, l’amore, l’estasi, il gioco.

L’era planetaria e il dialogo fra le civilta?
«Dove andiamo?» e? la seconda grande domanda che ci si puo? porre a partire dal secondo grande buco nero del nostro sistema educativo: la globalizzazione. Questa e? il prodotto ultimo, cominciato alla fine del XV secolo, di un processo che si dispiega a partire dal XVI secolo, dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione della Terra: l’era planetaria. Essa si e? sviluppata attraverso la dominazione, lo schiavismo, l’oppressione, ma sono pochissime le menti in Occidente ad avere percepito quello che stava accadendo. Da un lato, Bartolomeo de Las Casas fa ammettere alla Chiesa che gli amerindi hanno un’anima, benche? Cristo non abbia viaggiato in America. E Montaigne afferma che quelli che vengono chiamati “barbari” semplicemente appartengono a un’altra civilta?. Cosi? comincia quel processo di autocritica dell’Occidente ancora minoritario, ma tanto necessario. Ecco dunque quest’epoca planetaria che oggi si e? sviluppata con il crollo delle economie sedicenti socialiste e con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione immediata. Ne e? risultata un’economia ormai globale, ma che purtroppo manca di regolazione.

E? importante riconoscere i precedenti di quest’epoca planetaria e i suoi aspetti ambivalenti. Infatti non esiste un’unica globalizzazione. Ce ne sono forse parecchie. Ce n’e? stata almeno una seconda: quella che e? cominciata con Montaigne e Bartolomeo de Las Casas e? proseguita con l’umanesimo europeo, poi con l’internazionalismo e oggi con l’altromondismo. E? la globalizzazione incompiuta, incerta, delle idee di democrazia, diritti dell’uomo, diritti della donna. Ci sono ambivalenze straordinarie. Gia? Marx, nel XIX secolo, diceva che il capitalismo avrebbe creato condizioni per una vera e propria letteratura mondiale. Cosa che si sta in effetti realizzando, e non solo per e?lite ristrette in differenti Paesi. Cosi? ora conosciamo traduzioni di romanzi cinesi, giapponesi, latinoamericani.

Il groviglio del presente, l’incertezza del futuro
Per comprendere quest’epoca planetaria e? necessario che esista un insegnamento di fondo sul tema, come sulla condizione e l’identita? umana. Ebbene, esso e? totalmente assente dalle strutture del nostro insegnamento. Oltretutto, e? una conoscenza difficile. Perche?? Anzitutto, e? difficilissimo prendere coscienza di quanto sta accadendo. Il filosofo spagnolo Jose? Ortega y Gasset diceva appunto: «Non sappiamo cosa sta accadendo, e sta accadendo proprio questo», ossia la nostra ignoranza di quel che accade. Per di piu?, ci vuole sempre un certo tempo per prendere coscienza di quanto accade. Si puo? citare, in proposito, un altro filosofo, Hegel, che diceva: «L’uccello di Minerva spicca il volo al crepuscolo». Ossia l’uccello della razionalita?, della saggezza, della comprensione arriva sempre troppo tardi, o almeno molto tardi.

E? dunque difficile comprendere cio? che avviene; difficile comprendere un presente aggrovigliato. E? questa la complessita?. Quando si semplifica, alcuni vedono solo processi demografici. Altri vedono solo conflitti tra religioni, altri ancora solo derive del capitalismo eccetera. Il grande problema e? come tutti questi processi interagiscano tra loro in un nodo gordiano inestricabile. Questa conoscenza, perche? difficile, e? necessaria; e richiede un modo di conoscenza complesso.

Ecco il problema della conoscenza di cio? che accade. Ma in piu? si pone il problema del futuro. Non esiste piu? quella filosofia che ci diceva che il futuro era gia? in strada verso il progresso. Non crediamo piu? che la locomotiva della storia traini l’umanita? sempre verso il meglio.

Non solo questa fede nel progresso e il mito di una storia teleguidata verso un bel futuro, che si credevano razionali, sono crollati, ma sappiamo che esiste un’incertezza di fondo. Nessuno puo? predire il domani. L’11 settembre 2001, o l’implosione dell’Unione Sovietica, per la maggior parte degli osservatori furono imprevisti. Come diceva gia? Euripide, cinque secoli prima della nostra era: «Ad accadere non e? il previsto, e? quasi sempre l’imprevisto». Ebbene, non siamo pronti ad affrontare questo imprevisto. Non siamo pronti a pensare il mondo com’e?. Non solo le realta? vengono totalmente disintegrate, ma i grandi problemi vengono ignorati.

Che cos’e? la conoscenza? Che cos’e? la comprensione?
Si insegnano conoscenze, ma non si insegna mai che cosa sia la conoscenza. Ossia qualcosa che corre sempre il rischio dell’errore e dell’illusione. Come sappiamo tutti riguardo a conoscenze che in passato sembravano evidenti e che oggi ci appaiono puerili, ridicole e false. Chi ci dice che non sia lo stesso per le nostre convinzioni di oggi? Dieci o quindici anni fa il liberalismo economico sembrava un dogma, oggi appare un’ideologia sempre piu? minata e sminuita. C’e? stato il mito del comunismo prima, ce ne sono stati altri. Significa che viviamo nell’illusione che il presente sia lucido e che gli errori siano riservati al passato. Qui sta il problema: conoscere la conoscenza, le trappole della conoscenza. Trappole presenti nella psicologia di ciascuno, nella cultura, nei rapporti umani. La conoscenza della conoscenza, che e? solo un piccolo capitolo per specialisti della filosofia, deve essere un problema centrale insegnato fin dall’infanzia.

Inoltre non ci si interroga sulla comprensione: che cos’e? la comprensione umana? Ossia qualcosa di vitale non solo per i nostri rapporti con le altre nazioni, le altre culture, ma anche per i rapporti all’interno del nostro mondo, delle nostre famiglie, del nostro lavoro. Finche? non ci sara? maggior progresso nelle nostre capacita? di comprendere, non ci sara? progresso nei rapporti tra esseri umani.

Ebbene, non si insegna la comprensione dei rapporti umani. Non si insegna nemmeno ad affrontare le incertezze. Anche qui: si insegnano certezze, proprio quando le scienze piu? avanzate devono confrontarsi con l’incertezza, con l’aleatorio. Vale per le scienze umane come la storia, ma non parliamo oggi della microfisica o della scienza del cosmo, che non puo? dirci dove va il nostro universo. Tanto l’origine quanto il futuro restano avvolti dal mistero. La parola Big Bang e? solo una metafora.

Le scienze imparano sempre piu? a lavorare con l’incertezza, ma questo e? un problema per ognuno. Ogni destino individuale e? un destino il cui futuro e? incerto. Fin dalla nascita, nessuno sa quale sara? il suo sviluppo, le sue malattie, quali saranno gli incontri che fara?, se la coppia che formera? sara? felice... Il giorno della nostra morte e? sconosciuto, per quanto la morte sia una certezza. Quello che e? vero per il destino degli individui e? vero per il destino delle societa? e del pianeta.

Crisi dell’intelligibilita?, assenza di progetto
Questo per dire che le conoscenze fondamentali, principali, non vengono insegnate. Del resto c’e? una crisi dell’intelligibilita?, una crisi dell’intelligenza. L’intelligenza che trionfa, quella degli esperti che popolano i ministeri, quella degli specialisti che vivono solo all’interno della loro specialita? senza guardare cio? che succede intorno, e? un’intelligenza cieca. Da? visioni unilaterali qualunque sia l’evento che si guarda: la crisi delle periferie come la crisi planetaria.

In quest’assenza di futuro, senza la possibilita? di provare a elaborare, se non un programma, almeno una strada per affrontare l’incertezza del futuro, i politici e le persone vivono alla giornata. Naturalmente le famiglie fanno progetti sui figli, sulla loro progenie. Si puo? vivere alla giornata anche guardando la televisione, partendo per il fine settimana. Ma pensiamo che nella maggior parte delle regioni del mondo vivere alla giornata significa vivere nell’angoscia e nella miseria, non solo materiale. Miseria dell’umiliazione e della subordinazione. Allora, quando la politica stessa vive alla giornata e si riduce all’economia, quando l’economia funziona solo sul calcolo e quando il calcolo stesso ignora le realta? umane – le passioni, i sentimenti, l’amore, l’odio, la sofferenza, l’umiliazione – si diventa incapaci di capire. Ogni volta che c’e? un problema – si tratti di un’inondazione nel Terzo Mondo, dell’Aids in Africa o della crisi delle periferie – si individua la causa nella mancanza di soldi. Bisogna aumentare i mezzi! I soldi, naturalmente, sono necessari. Ma si dimentica il problema fondamentale: l’umiliazione, le discriminazioni e tutti quegli atteggiamenti umani dissolti in una visione in cui il calcolo e? re.

Per un pensiero transdisciplinare
La situazione e? questa. Si dira?: «Si?, bisogna collegare le conoscenze, riformare il pensiero, riformare la conoscenza». Ma cio? non puo? avvenire per pii desideri, mettendo una accanto all’altra le diverse discipline in modo che vadano naturalmente ad articolarsi le une con le altre. No! Non possono farlo. Hanno ciascuna il proprio linguaggio, il proprio sistema di pensiero. Quello che serve e? un pensiero in gra do di creare gli strumenti transdisciplinari che possano articolare le conoscenze derivanti dalle diverse discipline. Qui non ho il tempo di andare piu? a fondo; ho dedicato parecchi volumi a un lavoro che mi ha occupato per alcune decine di anni. Quello che voglio dire, qui, e? che esistono modalita? di pensiero che permettono di collegare le cose.

Ad esempio, il principio ologrammatico. Consiste nel dire, nel concepire, che non solo la parte sta in un tutto, ma che il tutto e? anch’esso all’interno della parte. E? un’idea che puo? sembrare del tutto paradossale, ma che e? incessantemente convalidata almeno biologicamente. In ogni cellula del mio organismo, comprese le cellule della mia pelle, e? iscritta la totalita? del mio patrimonio genetico. Naturalmente vi si trova espressa una sola parte, quella che permette di formare la pelle. La totalita? e? presente in ogni cellula di ogni organo specializzato. Noi, in quanto individui, possiamo dire che il tutto della societa? e? presente in noi attraverso il linguaggio, le culture, le idee. Allo stesso modo il tutto della specie in quanto organizzazione genetica e sistema di riproduzione e? presente in ciascuno di noi. Il tutto e? nella parte, la quale e? nel tutto.

Altro esempio: il principio ricorsivo tratto dal mondo della matematica, ossia il principio secondo il quale in un sistema i prodotti e gli effetti sono necessari alla loro stessa produzione. Puo? apparire assolutamente paradossale. Riflettiamo un po’. Siamo individui umani, siamo prodotti di un sistema di riproduzione biologica. Questo sistema di riproduzione puo? andare avanti solo con l’aiuto degli individui umani, sempre che vogliano accoppiarsi, nell’attesa che il sistema si metta a funzionare da solo tramite clonazione o incubatrice! Cio? significa che siamo al tempo stesso prodotti e produttori. Lo stesso accade nei nostri rapporti con la societa?: siamo i prodotti di una societa?, di una cultura, e ne siamo al tempo stesso i produttori, poiche? sono le interazioni tra gli individui a produrre incessantemente la societa?. C’e? dunque la necessita? di abbandonare un pensiero lineare con un inizio e una fine. E? il grande merito di quello che Norbert Wiener ha chiamato il feed-back, la retroazione: in particolare, la retroazione negativa che si verifica in un sistema di riscaldamento regolato da un termostato. Esiste un ciclo dove il prodotto retroagisce sulla causa e la regola. Il sistema e? ad anello e non piu? lineare. Questo permette di conoscere e di collegare aspetti della realta? complessi e disgiunti.

Ultimo esempio di questa rapida panoramica e? la dialogica, erede della dialettica di Hegel e di Marx. Due istanze antagoniste, contraddittorie, sono necessarie per comprendere un fenomeno complesso. Esse sono al tempo stesso complementari e antagoniste. Abbiamo dunque bisogno di poter cambiare le strutture del nostro pensiero. Lavoro difficilissimo. I pochi rapporti logici chiave che comandano inconsciamente il nostro modo di conoscere – possiamo definirli un paradigma – sono i prodotti di una storia. Il mondo occidentale vive sotto il dominio di un paradigma che ci ingiunge di separare, dissociare e ridurre il complesso al semplice per conoscere meglio. Quando obbediamo a questo principio, dissolviamo la complessita?. Pensiamo che essa non abbia alcun interesse, alcun senso, che sia pura illusione o apparenza. Ebbene, bisogna saper separare, conoscere gli elementi, e poi essere capaci di ricomporre. C’e?, in questo, una carenza di pensiero. Abbiamo bisogno di principi per collegare, per riconnettere.

Come pensare il nostro rapporto di essere umano con la nostra realta? animale? Un paradigma ci dice che per comprendere l’umano bisogna respingere l’animalita? e vedere solo cio? che in noi e? spirito e cultura. Un altro ci dice che bisogna ridurre l’uomo all’animalita?, se lo si vuole comprendere. Ma e? il nesso tra i due che bisogna trovare: mostrare che siamo forse al 100% animali e al 100% qualcosa di diverso dagli animali con la nostra coscienza, il nostro spirito, la nostra cultura. Siamo al tempo stesso i figli di questo cosmo e fuori da questo cosmo. Tutto cio? e? un modo per comprenderci meglio e per comprendere meglio la nostra realta?.

Una riforma indispensabile per il destino dell’umanita?
La comprensione delle differenti complessita? che intessono il nostro universo e la riforma dell’educazione, della conoscenza e del pensiero sono ormai una necessita? vitale per gli individui. Jean-Jacques Rousseau faceva dire al suo educatore nell’Emilio: «Voglio insegnargli a vivere». E? un po’ ambizioso dire che si insegna a qualcuno a vivere: si aiuta qualcuno ad affrontare la vita, a imparare da se? la vita. Ma il sapere e la conoscenza sono cose vitali per ciascuno, per poter affrontare il proprio mondo, il proprio destino, i propri problemi, le proprie contraddizioni.

Questa riforma non e? necessaria solo per gli individui. Lo e? per i problemi sociali e per il modo in cui le politiche li affrontano. Se oggi in Europa viviamo una tale miseria, un tale grado zero del pensiero politico non dipende ne? dall’imbecillita? ne? dalla cattiveria degli uni o degli altri. Dipende dal fatto che ci si trova all’interno di un sistema di pensiero e di conoscenze dove non ci sono vie d’uscita diverse da quella di vedere le cose separate, a compartimenti o ridotte all’economia. Il problema e? nazionale, europeo.

Sono convinto che continuiamo su una strada che porta alla catastrofe. La strada dello sviluppo, blandita o ammorbidita dalla parola “sostenibile” o “durevole”, porta al degrado della biosfera, che invece per noi e? indispensabile. La navicella spaziale Terra oggi e? spinta da tre motori, nessuno dei quali e? controllato o guidato: la scienza, che produce le cose piu? meravigliose ma anche armi di distruzione e di manipolazione; la tecnica, ambivalente per essenza; l’economia, attualmente votata al profitto e non regolata da istanze planetarie.

Oggi e? in gioco il destino dell’umanita?. Spero dunque che si potranno trovare nuove strade. Lavori e riflessioni finora dispersi e non collegati gli uni agli altri stanno la? per prepararci. E? l’incapacita? di collegare che conduce alla cecita? attuale. La causa dell’umanita?, di tutta l’umanita?, oggi cosi? importante, cosi? globale, cosi? drammatica, richiede questa riforma della conoscenza. Ne siamo lontani, ma non per questo mi sento scoraggiato.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)


Edgar Morin
Edgar Morin è uno dei più noti pensatori contemporanei. Nato a Parigi nel 1921, appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia a Salonicco, città dell’Impero ottomano, per poi stabilirsi nella capitale francese. Da anni ha elaborato una personale riflessione sulla complessità ed è impegnato in un progetto di riforma dell’educazione.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" L’età planetaria e la crisi dell’intelligenza di Edgar Morin

Pubblicato in Studi e ricerche

Dopo gli enormi cambiamenti sociali ed economici che hanno interessato la Cina dalla fine degli anni Settanta ad oggi, ci si chiede il Paese sia più uno stato comunista che ha abbracciato l’economia di mercato, oppure un paese capitalista governato da un partito comunista. La risposta corretta potrebbe essere “entrambe le cose, e nessuna delle due”.
La Cina infatti definisce il suo capitalismo come “capitalismo statale”, cioè gestito e controllato dallo stato, più che dalle imprese private, e per questo inserito all’interno della cornice di governo del Partito Comunista Cinese (PCC). Per capire meglio come due elementi così antitetici come “comunismo” e “capitalismo” possano coesistere in un singolo Stato, aiuta ricordare come il pragmatismo abbia tradizionalmente caratterizzato la cultura cinese. Il popolo cinese è sempre stato estremamente pragmatico, non scandalizzandosi anche di fronte ad aperte contraddizioni, e quelli che in Occidente vengono considerati paradossi non sono percepiti come tali in Cina. Deng Xiaoping stesso, fautore del “socialismo con caratteristiche cinesi”, incarnava tale indole pragmatica: è famosa la sua massima secondo cui “non importa che il gatto sia bianco o nero, purché prenda il topo”. È in questi termini puramente pragmatici dunque che va considerato l’approccio cinese alla filosofia marxista.

La Cina è comunista?
Se quindi a prima vista può risultare estremamente difficile per un pubblico occidentale vedere la Cina come una società comunista e al tempo stesso capitalista, sapere che i due termini non risultano in un’esclusione l’uno dell’altro può sicuramente favorire il superamento di questa apparente contraddizione. In Occidente infatti pensiamo al comunismo riconducendolo a Marx e alla sua teoria di una società senza classi né proprietà privata, dove i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente. In Cina, però, il Comunismo è l’obiettivo da raggiungere solo dopo aver attraversato una serie di fasi ad esso precedenti. La Cina non ha attraversato la prima rivoluzione industriale così come l’Occidente, e alla sua nascita nel 1921, il Partito Comunista Cinese si è fondato sul sostegno del settore agricolo piuttosto che sulla classe proletaria urbana. Per poter giungere al vero comunismo, dunque, la Cina riteneva necessario diventare prima di tutto un Paese capitalista – grazie allo sviluppo del mondo contadino insieme a quello industriale – poi socialista – stadio in cui si classifica oggi – e, infine, comunista.

Il processo di progressiva apertura e privatizzazione dell’economia cinese è esposto molto chiaramente in Capitalism, Alone, di Branko Milanovic, dove l’autore mostra come l’economia cinese si sia ‘liberalizzata’ da prima delle riforme ad oggi. Il processo di privatizzazione dell’economia cinese è particolarmente evidente nel settore industriale: mentre prima del 1978 le imprese statali producevano l’intero prodotto industriale, nel corso di 20 anni il loro contributo era sceso al 50% del totale, mentre nel 2015 si trovava attorno al 20%. Nello stesso testo, Milanovic mostra anche come la proporzione di lavoratori urbani impiegati nel pubblico sia scesa dall’80% del totale prima delle riforme del ‘78, al circa 16% nel 2016. La minor ingerenza dello Stato nell’economia è evidenziata anche dall’abolizione della determinazione centralizzata dei prezzi: nel 1978, oltre il 93% dei prezzi sui prodotti agricoli, merci al dettaglio e la totalità di quelli sui prodotti industriali erano determinati centralmente, mentre già negli anni Novanta i prezzi erano determinati centralmente solo per il 21% dei prodotti agricoli, 7% delle merci al dettaglio e il 19% dei prodotti industriali.


La Cina ha poi seguito un lungo percorso per riprodurre i modelli economici di successo in occidente all’interno della propria economia. Il processo, lento e graduale, è stato reso possibile grazie alla creazione di imprese sia statali che “private”, libere di operare con relativa autonomia. La maggior parte delle piccole e medie imprese, soprattutto dedite all’export, sono infatti ora private, anche se l’accezione del termine nella realtà cinese diverge da quella occidentale (le aziende in Cina sono private in quanto fondate da privati cittadini, ma mantengono sempre stretti rapporti con il governo locale).

D’altro canto, la quasi totalità delle grandi imprese cinesi sono ancora di natura statale, e persino i colossi privati come Huawei, Lenovo o Alibaba mostrano forti legami con il governo centrale, con cui spesso collaborano. Le aziende pubbliche rimangono dominanti in molti settori, soprattutto in quelli più strategici come quello energetico (Sinopec e China National Petroleum Corporation per il petrolchimico e petrolifero e State Grid Corp. of China per la rete elettrica), bancario (Bank of China) ed edilizio (China State Construction Engineering). Seguono altre aziende in settori cruciali come quello assicurativo, automobilistico, chimico e delle telecomunicazioni. Quasi tutte le 20 principali aziende cinesi per fatturato annuale sono ancora, almeno in parte, di proprietà statale o governativa. In questo senso, l’economia cinese appare ancora fortemente socialista.

Il Paese si è però ampiamente aperto ad investimenti esteri e al commercio globale, in particolare dal 2001, quando con l’ingresso nel WTO la Cina è diventata rapidamente il principale partner commerciale di moltissimi Paesi. Anche la finanza cinese è esplosa: i suoi mercati finanziari sono oggi tra i più dinamici e profittevoli e l’indice CSI 300, che racchiude le performance dei principali titoli delle borse di Shanghai e Shenzhen, ha guadagnato il 30% nel 2019, contro il 26.6% dell’S&P americano, attestandosi come l’indice di borsa più performante dell’anno.

Nonostante le contraddizioni, la Cina si considera comunque socialista poiché il Partito Comunista detiene un ampio potere sull’economia del paese, che può guidare e influenzare in maniera centralizzata, muovendo risorse pubbliche e private per dare la precedenza ad obiettivi sociali definiti dal partito. L’idea dell’unione di dinamiche di mercato ad una parziale pianificazione economica serve a formare partnership tra attori pubblici, privati e misti, rafforzando allo stesso tempo il controllo politico del PCC e le performance economiche del Paese e delle aziende pubbliche. Il partito risulta vittorioso in entrambi gli ambiti: la leadership di Xi sembra più forte che mai, e il Pil pro capite reale del Paese è cresciuto con una media annua del 9.27% tra il 1989 al 2020.


La Cina è capitalista?
Sotto alcuni parametri la società cinese potrebbe apparire capitalista. Ad esempio, le piccole medie imprese (Pmi) producono il 60% del valore aggiunto e impiegano l’80% dei lavoratori cinesi, mentre le aziende statali – sebbene i dati disponibili siano molto parziali – contribuirebbero tra il 23 e il 28% del Pil e tra il 5 e il 16% dell’impiego totale. Tali statistiche vanno però adattate al contesto cinese, dove la distinzione tra pubblico e privato non è chiara come nelle principali economie occidentali.

In un’analisi del “capitalismo ibrido cinese”, l’Economist cerca di spiegare queste distinzioni. Per quanto riguarda le aziende pubbliche, molte possono avere investitori privati ed essere quotate sui mercati finanziari. Ciò è fatto per permettere alle aziende statali di muoversi in regimi almeno in parte concorrenziali, costringendole ad un efficientamento dei costi. Le aziende pubbliche hanno però il vantaggio di poter accedere a sussidi e regole preferenziali, sebbene i criteri per avervi accesso siano spesso poco chiari, lasciando ampia autonomia decisionale alla burocrazia cinese e permettendo al Partito di fare un uso strategico di tali strumenti. Il Partito nomina anche manager e altre figure professionali su base spesso politica, e ogni azienda ha al suo interno commissioni di partito che da un lato ne influenzano l’operato negli interessi del PCC, dall’altro svolgono per loro attività analoghe al lobbying occidentale.

Anche le aziende private hanno al loro interno cellule di partito. Finché non sono in contrasto con gli obiettivi del governo, esse sono però più libere di operare autonomamente. Cosa sia esattamente un’azienda privata in Cina è però più difficile da definire, e la domanda conduce a un nodo centrale dell’analisi dell’economia cinese: i diritti sulla proprietà.

I diritti di proprietà in Cina
La numerosità, complessità e varietà delle forme di proprietà – e i diversi gradi di coinvolgimento Statale – rendono infatti difficile definire la proprietà con la chiarezza necessaria al funzionamento di un’economia capitalista. L’ambiguità che ne consegue, nell’analisi di Milanovic, non è un difetto del sistema ma una sua specifica caratteristica: il controllo politico del capitalismo cinese avviene soprattutto grazie alla applicazione arbitraria del diritto e all’ampia autonomia che questo lascia ai tribunali e alla burocrazia cinese, entrambi sotto il controllo del PCC.

Per poter operare, questo “capitalismo di stato” ha quindi bisogno di poter agire in condizioni di indipendenza da limitazioni legali o costituzionali. Da una simile autonomia deriva però un alto tasso di corruzione che è “endemico” al sistema e deve essere tenuto ciclicamente sotto controllo per evitare di “compromettere l’integrità della burocrazia e la sua capacità di condurre politiche economiche che producono un alto tasso di crescita”. Vista in quest’ottica, la campagna anti-corruzione indetta da Xi Jinping che ha punito oltre 1 milione di membri del partito sembrerebbe più un tentativo di limitare la corruzione, piuttosto che non di debellarla.

In conclusione, mentre i principali Paesi capitalisti si basano su costituzioni democratiche e limitazioni costituzionali ai poteri dello stato, il Partito Comunista ha l’indiscusso controllo del potere politico. A livello locale, questo può essere molto ampio e avere limiti non ben definiti che risiedono negli spazi di manovra concessi da Pechino e negli obiettivi stabiliti per i vari burocrati locali. L’assenza, in Cina, delle libertà politiche e della tutela dei diritti individuali necessari al funzionamento di una società democratica e di un capitalismo liberale rappresenta dunque la distinzione più netta tra due sistemi.

Per il momento, come testimonia la sua crescita inarrestabile, l’economia cinese sembra poter continuare a fiorire anche senza le suddette libertà. Lo stesso Xi Jinping ha recentemente lodato il socialismo con caratteristiche cinesi come più efficace rispetto al semplice capitalismo, mentre He Yiting, vice presidente della scuola di Partito in Cina, ha definito Xi Jinping come emblema del “marxismo nel XXI secolo.” In futuro sarà di certo interessante capire se una volta raggiunta la frontiera tecnologica – ossia quando sarà l’innovazione a determinare la crescita economica, piuttosto che l’adattamento e l’importazione di tecnologie produttive dall’estero – l’assenza di un “libero mercato per le idee” potrebbe seriamente limitare le potenzialità dell’economia cinese.

Da "https://www.orizzontipolitici.it/" Capitalismo o comunismo? Lo storico enigma cinese di Sem Manna

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 04 Dicembre 2020 00:00

La politica scelga tra salute o povertà

Il fisico veronese condanna la troppa specializzazione dei saperi, grande danno del ’900. Ritornare al modello dello scienziato-filosofo alla Lucrezio. La tecnologia non spiega tutto.

I folti capelli grigi scompigliati danno a Carlo Rovelli l'aria da mad doctor, lo scienziato pazzo dei film Horror di Serie B. Se sia voluto o meno, il look, che però ben si confà al physique du role della persona, di certo fa assomigliare un po' il 64enne veronese ad Albert Einsten.

Ed è proprio al grande scienziato del ‘900 che il Guardian paragona Rovelli, il cervello più brillante d'Italia al momento. Il prestigioso giornale inglese, espressione dell'intellighenzia radical chic, lo ha invitato per un incontro, purtroppo solo virtuale in tempi di distanziamento sociale. L'occasione è la pubblicazione, in lingua inglese, del suo ultimo libro “Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza“, raccolta di scritti di fisica e filosofia. La pubblicazione non avviene a caso: il Regno Unito è la culla della scienza moderna.

Non a caso Rovelli esordisce con una captatio benevolentiae elogiando il concittadino della sua platea Isaac Newton. Non che l'Inghilterra abbia bisogno di un promemoria sul suo gigante: a Cambridge è ancora conservato, come un reliquia sacra, l'albero da dove cadde la famosa mela della gravità.


I veri geni si riconoscono dall'essere controcorrente: pur essendo uno dei maggiori scienziati viventi, Rovelli non è un adoratore invasato della scienza. Anzi, pensa che la scienza abbia fatto un grave danno al mondo dividendosi e frammentandosi in tante discipline.

Guardando il singolo albero, si perde di vista la foresta. Il ‘900 ha ucciso Dio, ma questo l'avevano già detto Nietzsche e Marx, ma ha ucciso, sbagliando, anche i filosofi: grazie al progresso tecnologico si crede ciecamente che la scienza possa spiegare tutto. Il Covid sta dimostrando che non è così.

L’antica lezione dei filosofi-scienziati
I primi scienziati della storia erano prima ancora dei sapienti: Talete, che previde con esattezza un'eclisse di sole, cosa che ne farebbe oggi un astronomo, è passato alla storia come il primo filosofo del mondo occidentale.Il professore italiano è già ritenuto da molti l'erede di Stephen Hawking, il più grande scienziato dell'ultimo secolo.

Come il grande fisico di Cambridge, anche Rovelli ha la grande capacità della divulgazione: riesce a spiegare concetti astrusi come tempo e spazio anche alla casalinga di Voghera. E i 900 inglesi collegati in remoto per ascoltarlo parlare di Big Bang, fisica quantistica e cosmologia, sono numeri da rockstar per un incontro via zoom: il professore italiano è una sorta di celebrity.

Il 2020 ha incoronato i virologi nuove star di tv, radio, giornali e internet.

Ma Rovelli, oggi professore di fisica all'Università di Aix-Marseille, dopo aver insegnato a Pittsburgh non cavalca la facile onda dei virologi-superstar. Anzi è in prima fila contro l'abuso di scienza.

Nel 2020, anno del Covid che sconvolse il mondo, “la scienza è entrata di forza nella politica e a governare il mondo”. Tra la Gran Bretagna del record dei morti per Covid, e le girandole di Boris Johnson, prima cinico teorico dell'immunità di gregge poi, e l'Italia auto-proclamatasi il miglior paese, Rovelli sceglie Taiwan, unico esempio al mondo per gestione ottimale della pandemia. “Loro sono riusciti a contrastare il virus perché il loro primo ministro è un epidemiologo”.

Il che, a prima vista, porta acqua al mulino dell'abdicazione della politica in favore dei “tecnici”, in questo caso medici.

La Repubblica dei Virologi
Il mondo sembra oggi una variante medica della Repubblica di Platone, dove però non ci sono i filosofi a governare, ma i virologi. Una deriva preoccupante per Rovelli. Quattro secoli dopo la feroce e crudele diatriba tra fede e scienza, che infiammò la Controriforma, facendo morti, come Giordano Bruno, e imponendo autocensure, come l'Eppur Si Muove di Galileo Galilei, oggi si ripropone la stessa dicotomia. Nessuna dottrina tolemaica, con la Terra al centro dell'Universo, da difendere.

La versione moderna dello scontro è tra Scienza e Politica. E Rovelli, che pure è la punta di diamante del mondo della scienza non ha dubbi su dove schierarsi: con la politica. “Le decisioni vanno sempre prese dalla politica. La scienza non si può sostituire ai decisori. Chi governa deve tenere conto di tanti fattori”. Il “burden”, il fardello di chi ha sulle spalle la responsabilità di un paese, espressione inglese usata per la Corona, non può essere scaricato sull'affidamento al numero di contagi e di tamponi. Non si può governare solo con gli Rt, ma ci vuole una visione dell'intera società.

Certo, ammette Rovelli, “è difficile trovare un punto di equilibrio perché constata, col dono della sintesi, che “Si tratta di scegliere tra la salute o la povertà”. Semplice, diretto e chiaro più di ore e ore di talk show e notiziari.

Il modello Lucrezio
Rovelli è oggi l'ultima incarnazione di una razza scomparsa da secoli: quella del sapiente antico che riuniva insieme conoscenze scientifiche e una dottrina filosofica del mondo. Non a caso, il nume ispiratore dello studioso italiano non è nessun scienziato moderno, nemmeno Hawking, ma un poeta-filosofo dell'antica Roma: quel Lucrezio che nel De Rerum Natura unisce scienza e filosofia nella forma di un poema in strofe.

Anche il poeta latino è stato il un grande divulgatore del passato: diceva di cospargere la tazza di amaro assenzio (ossia la verità) con del miele (un racconto avvincente e gradevole), per renderla bevibile al bambino. Metafora che secoli dopo riprenderà anche Torquato Tasso, un altro personaggio tormentato tra fede e scienza. Mille anni prima di Einstein, ricorda Rovelli, Lucrezio teorizza la fisica atomica in una opera di poesia.

La ricetta di Rovelli per uscire dalla dittatura della scienza è semplice: avere un approccio “olistico”, termine purtroppo oggi abusato, alla società e alla vita, intesa come forme di vita. In natura non esiste la divisione tra discipline: medicina, fisica, geografia sono singoli saperi separati dall'uomo. Ma la realtà è unica, è fatta di materia che è un tutt'uno con l'universo.

Da "amp24.ilsole24ore.com" Rovelli contro l’idolatria della scienza: “La politica scelga tra salute o povertà” di Simone Filippetti

Pubblicato in Fatti e commenti

La vera distanza sociale è quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo.

La pandemia ha scoperto una sorta di vaso di Pandora che, in realtà, in molti conoscevano ma hanno tenuto sempre lontano dai post sui social, dai tavoli del Ministero, dalle riviste e dai siti specializzati, dagli assessorati competenti, persino dalla stessa comunità scolastica a volte. È la vera distanza sociale, quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo: «Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Certo di strada in positivo da allora se ne è percorsa, tuttavia si sente ancora la necessità del modello e dell’esperienza di Barbiana. Paradossalmente il Coronavirus ha gridato e grida che ancora “il re è nudo”!

La didattica a distanza è ritenuta insufficiente e limitata anche perché rischia di lasciare indietro chi non ha la possibilità di connettersi o manca degli strumenti per farlo; se poi ciò tocca pure studenti che vivono in situazioni di disagio familiare o economico, cadere nella dispersione scolastica è certamente più facile. Prima di interrogarci su cosa si è fatto in questi mesi e cosa si può fare per arginare il problema, bisogna compiere un balzo indietro fino a metà febbraio, quando tutto si svolgeva “normalmente”.

Dobbiamo essere onesti intellettualmente nell’affermare che la dispersione scolastica c’era ugualmente e i problemi di connessione o di device pure, solo che ci si faceva caso appena, poiché la presenza in aula – pur saltuaria spesso - copriva per la maggior parte quelle mancanze. Restavano questioni legate ad alcuni casi in certe scuole, cosiddette di periferia, lasciate all’impegno generoso e competente di ottimi colleghi che facevano pure da assistenti sociali. Insomma, perché a questi ragazzi non ci abbiamo pensato tutti prima ed in tempo di pace? Non era comunque grave che, nell’era di internet, fossero costretti a esserne fuori o ai margini, al massimo cibandosi delle briciole dell’uso dei social, tra l’altro senza un’educazione specifica e quindi ad altro rischio? In questi mesi sono state messe delle pezze per coprire le distanze, innanzitutto grazie ai sacrifici di molte famiglie, poi di tanti insegnanti, di associazioni di volontariato, di realtà ecclesiali, di singoli benefattori, fino a che il governo e le amministrazioni locali non hanno posto in campo persone e fondi per le istituzioni scolastiche dedicati a tal fine.

Sappiamo, però, che la didattica a distanza ci accompagnerà ancora e persino alla ripresa della scuola, dunque in questi mesi non sarebbe il caso che ogni scuola censisse con moltissima cura quegli studenti che hanno mostrato difficoltà per tali ragioni, creando a stretto giro un tavolo di lavoro con le istituzioni locali per superare il problema in vista di settembre? Certo non è solo una questione di denaro e di strumenti, ma di avere un progetto e persone adeguate ed attente, non burocrati bensì educatori ed esperti nel sociale, visto che non basterebbe dare un pc e 50 giga senza prendersi cura pienamente dello studente.

Da "http://www.vita.it/" Scuola, la pandemia ha alzato il vaso di Pandora di Marco Pappalardo

Pubblicato in Passaggi del presente

AUDIO 

Ospiti della puntata: Stefano Molina, Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4: Maria Luisa Parmigiani, consigliere Delegato della Fondazione Unipolis; Marco Rossi Doria, Forum Disuguaglianze e Diversità.

Puntata di "Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole" di lunedì 16 marzo 2020 , condotta da Valeria Manieri con gli interventi di Maria Luisa Parmigiani (consigliere delegato della Fondazione Unipolis), Marco Rossi Doria (professore, redattore presso il Forum Disuguaglianze Diversità), Elis Viettone (giornalista), Stefano Molina (ricercatore della Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore per il Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Ambiente, Asvis, Autonomia, Banche, Credito, Cultura, Disabili, Discriminazione, Docenti, E-book, Economia, Emergenza, Epidemie, Formazione, Geopolitica, Informatica, Internet, Istituzioni, Istruzione, Lavoro, Malattia, Occupazione, Politica, Poverta', Precari, Prevenzione, Salute, Sanita', Scuola, Societa', Studenti, Tecnologia, Utenti.

Da "www.radioradicale.it/" Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole di Valeria Manieri

Pubblicato in Passaggi del presente

La prospettiva chiave per affrontare i futuri cambiamenti è l’innovazione delle competenze. Il mondo della quarta rivoluzione industriale cambierà profondamente il nostro modo di vivere; i ragazzi di oggi vivranno la loro età adulta in un mondo che neppure possiamo immaginare.

Si tratta della rivoluzione più complessa che la storia abbia mai affrontato: nei prossimi due decenni il 47% dei lavori è destinato ad automatizzarsi e il 49% delle ore lavorate potrebbero essere computerizzate. Si perderanno milioni di posti di lavoro ma tanti altri verranno creati.

Già nel 2015 uno studio del World Economic Forum ci segnalava che il 65% dei bambini che inizia la scuola primaria farà da adulto un lavoro che oggi non esiste. In questo quadro si stanno vanno delineando due visioni diametralmente opposte: una pessimista che preconizza una società automatizzata che produrrà l’esclusione di milioni di cittadini dal mondo del lavoro e un’altra che ritiene che le tecnologie digitali sostituiranno molte delle attuali forme di lavoro e impresa ma ne costituiranno altre migliori.

La sfida che ci aspetta è non arrenderci a questa visione pessimista della rivoluzione in corso ma promuovere con urgenza uno sviluppo delle potenzialità umane per trarre benefici dai cambiamenti in corso in termini di sviluppo e benessere collettivo. Gli effetti della rivoluzione che stiamo attraversando possono essere determinati prima di tutto attraverso cospicui investimenti in formazione e ricerca, dando a milioni di ragazzi e lavoratori la possibilità di formarsi nel modo adeguato.

Tutte le analisi recenti certificano come nel nostro Paese non manchi il lavoro, ma le competenze per svolgerlo. Nell’ultimo anno il 33% delle professionalità ricercate dalle aziende è risultato irreperibile per la carenza di persone con le competenze per occupare i posti di lavoro disponibili.

Quando parliamo di digital transformation, industria 4.0, economia della conoscenza facciamo riferimento a una realtà socio-economica sempre più articolata e complessa che richiede di investire proprio sulle nuove competenze e sulla capacità degli studenti di acquisire capacità idonee al mercato del lavoro che l’economia dell’innovazione produce.

Sempre il World Economic Forum ha pubblicato il report “New Vision for Education Unlocking the Potential of Technology” con cui ha stilato la lista delle 16 “skills” del ventunesimo secolo, cioè le capacità che il sistema educativo deve garantire già oggi.

Investire in formazione, anche continua, unendola a una politica che abbia un vasto orizzonte temporale e non quello del giorno dopo. Una politica che pensi ai giovani e allo sviluppo del capitale umano. L’investimento in questa direzione è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione per rafforzare la competitività del Paese, per crescere con una maggiore velocità ed efficacia e per dare agli studenti opportunità concrete di accedere a un mondo del lavoro che sta profondamente cambiando il suo paradigma.

In questo senso, tutto il nostro sistema di istruzione dovrebbe essere messo nelle condizioni di costruire nuove conoscenze innovative, ma anche trasversali, ibride, superando le tradizionali “materie” nei vari livelli di istruzione e ricerca.

Le competenze necessarie per il futuro vanno oltre il semplice studio delle materie tradizionali. E’ necessario che le scuole rendano strutturali le competenze tecnologiche, promuovendo anche curricula flessibili per l’apprendimento trasversale, seri programmi di alternanza scuola-lavoro, modelli di orientamento realmente efficaci.

Dobbiamo trovare il modo di incentivare i ragazzi a scegliere conoscenze multiple per andare incontro al fabbisogno del sistema di produzione industriale e rafforzare il sistema di formazione tecnica e professionale. Dobbiamo favorire la sinergia tra università, centri di ricerca, enti di formazione e società con l’obiettivo di produrre, trasferire e diffondere innovazione, perché nei prossimi anni nessuno sia escluso, per non lasciare un’intera generazione nella condizione di non poter competere ad alti livelli o di essere estromessa.

Alla rivoluzione in atto nel mondo del lavoro deve corrispondere una rivoluzione nel mondo dei saperi. Il tema del rafforzamento dell’innovazione didattica deve diventare centrale nell’agenda di qualsiasi governo che abbia l’obiettivo di una crescita a lungo periodo del Paese. Nella quarta rivoluzione industriale, formazione e competenze sono gli strumenti per garantire alle nuove generazioni il diritto al futuro.

Da "https://www.linkiesta.it/" Innovare la formazione per garantire il diritto al futuro di Vanna Iori

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 27 Dicembre 2019 00:00

Esisterà

Esisterà

Dove sono i bambini che non hanno
l’albero di Natale
con la neve d’argento, i lumini
e i frutti di cioccolata?
Presto, presto, adunata, si va
nel Pianeta degli alberi di Natale,
io so dove sta.

Che strano, beato Pianeta…
Qui è Natale ogni giorno.
Ma guardatevi attorno:
gli alberi della foresta,
illuminati a festa,
sono carichi di doni.
Crescono sulle siepi i panettoni,
i platani del viale
sono platani di Natale.
Perfino l’ortica,
non punge mica,
ma tiene su ogni foglia
un campanello d’argento
che si dondola al vento.

In piazza c’è il mercato dei balocchi.
Un mercato coi fiocchi,
ad ogni banco lasceresti gli occhi.
E non si paga niente, tutto gratis.
Osservi, scegli, prendi e te ne vai.
Anzi, anzi, il padrone
ti fa l’inchino e dice: “Grazie assai,
torni ancora domani, per favore:
per me sarà un onore…”

Che belle le vetrine senza vetri!
Senza vetri, s’intende,
così ciascuno prende
quello che più gli piace: e non si passa
mica alla cassa, perché
la cassa non c’è.

Un bel Pianeta davvero
anche se qualcuno insiste
a dire che non esiste…
Ebbene, se non esiste, esisterà:
che differenza fa?

Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra (Einaudi 1960)

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

Pubblicato in Comune e globale
Pagina 1 di 51