Tra il 2012 e il 2016 hanno lasciato il Sud Italia 783 mila giovani. In 16 anni andate via 2 milioni di persone. Verso il Nord e l'estero. I motivi: disoccupazione e malasanità. Il governo giallo-verde interverrà?


Il tema dell'immigrazione è tornato a monopolizzare l'agenda governativa. Eppure c'è un altro problema, sempre legato al flusso di persone costrette a trasferirsi per mancanza di opportunità e lavoro, che continua a essere ignorato dalla politica: quello dei migranti economici italiani. Sono sempre di più e partono soprattutto dal Sud. Molti emigrano all'estero, ma altrettanti prendono il treno per raggiungere il Settentrione, come fecero i loro nonni attorno alla metà del XX secolo.

ll Sud è vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo

La questione meridionale continua a essere rilevante, anche a livello economico. Se l'Italia cresce meno e più lentamente degli altri Paesi europei la colpa è parte del "fardello" del Sud, vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo. Tutto questo nel più totale disinteresse del legislatore: secondo i dati dell'Ufficio valutazione impatto del Senato, nella XVII legislatura (quella prima dell'arrivo dei giallo-verdi) la Camera Alta ha dedicato alla questione solo lo 0,3% dei disegni di legge presentati.

L'ESODO: VIA 783 MILA GIOVANI DAL 2012 AL 2016
Tra il 2012 e il 2016 sono stati 783 mila i giovani meridionali emigrati. È come se si fosse svuotata l'intera città di Palermo, sobborghi rurali annessi. In un Paese già afflitto dalla questione della denatalità, un simile dato si ripercuote non solo sulla stabilità del mercato del lavoro, ma anche su quella del welfare, a iniziare dalle pensioni.

SVUOTATO IL SUD: IN 16 ANNI PARTITI IN 2 MILIONI
Se si allarga il periodo di tempo in esame fino a ricomprendere gli ultimi 16 anni, l'esodo allora assume contorni biblici: circa 2 milioni di persone trasferite altrove, come se a spopolarsi fosse buona parte della Capitale. La metà di questi nuovi migranti italiani è composta da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Un dato che non ha subito controtendenze nemmeno nel 2016, quando il Paese ha agganciato una timida ripresa economica. Tra le regioni meridionali, le più colpite dal fenomeno sono la Sicilia, che ha perso 9,3 mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).

EMIGRAZIONE QUALIFICATA: SOPRATTUTTO DOTTORI
Rispetto alla metà del 1900, l'emigrazione meridionale ha cambiato pelle: oggi salgono al Nord soprattutto diplomati e laureati. Questo aspetto incrementa ulteriormente il divario tra Settentrione e Meridione. Gli esperti dello Svimez, l'associazione che si occupa dello sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, rilevano come la migrazione dei laureati provochi al Sud una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata pari a circa 2 miliardi l’anno (che equivale a un risparmio di pari importo per le regioni del Centro-Nord). Allo stesso modo, si legge nel report, il valore dei consumi pubblici e privati annui attivati dall’emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord è di circa 3 miliardi di euro (causando una perdita di pari importo per le regioni meridionali). Come vuole la teoria dei vasi comunicanti, l'emigrazione meridionale fa male al Sud e genera ricchezza al Nord, che ha bisogno di un capitale umano su cui investire, stante la bassa natalità nel Paese.

MIGRANTI SANITARI: PEREGRINAZIONI PER MALATTIA
L'arretratezza meridionale ha generato un altro problema, che gli esperti dello Svimez definiscono “cittadinanza limitata”. La mancanza di servizi, soprattutto ospedalieri, costringe infatti i cittadini del Sud a lunghe e penose peregrinazioni in caso di malattia. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sanitaria sono Calabria, Campania e Sicilia. Le mete dei malati meridionali sono ovviamente quelle in cui la sanità funziona meglio: la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Il rapporto Svimez parla poi di “povertà sanitaria”: l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. In Italia, nel 2015, l’1,4% delle famiglie italiane si è impoverito per sostenere le spese non coperte dal Servizio sanitario nazionale; nelle regioni meridionali la percentuale raggiunge il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria e il 2,7% in Sicilia, mentre all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

UFFICI PUBBLICI LOCALI: UN DIVARIO DI PERFORMANCE
I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa, non solo ospedalieri. La Svimez ha costruito un indice sintetico della performance delle Pubbliche amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige) emerge che quelle meridionali, a eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, arrancano e si trovano tutte al di sotto della metà: Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43.


CAPORALATO 2.0: I WORKING POOR
Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta - scrivono gli analisti di Svimez - di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Preoccupante il fenomeno dei working poor: il lavoro a bassa retribuzione dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario.

PREVISIONI NEGATIVE: PALLA AL GOVERNO
Mai come nel 2018 l'azione del nuovo esecutivo è determinante per capire se il Sud potrà finalmente invertire la rotta e iniziare a crescere. Se, infatti, per Svimez, nel 2018 il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, ancora in misura maggiore di quello delle regioni del Sud ferme a +1%, per quanto concerne il 2019 molto dipenderà invece dal Documento di economia e finanza dell'autunno. Attualmente le previsioni non sono rosee: si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale, con una crescita del prodotto interno lordo pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.

Con maggiori investimenti infrastrutturali sarebbe il Sud a crescere più del Nord, portando un beneficio per l’intero Paese

GLI ANALISTI SVIMEZ
Per questo, gli analisti Svimez scrivono che «in assenza di una politica adeguata, anche l’anno prossimo il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente (nel 2010). Se, invece, nel 2019 fosse possibile favorire in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno, ciò darebbe luogo a una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale (+0,8%), rispetto a quella prevista (appena un +0,7%), per cui il differenziale di crescita tra Centro-Nord e Mezzogiorno sarebbe completamente annullato, anzi, sarebbe il Sud a crescere di più, con beneficio per l’intero Paese». Insomma, tutto è nelle mani del governo giallo-verde: la coperta però è corta. La Lega accetterà di destinare maggiori risorse al Meridione rischiando di scontentare il proprio elettorato composto da imprenditori settentrionali?


Da "www.lettera43.it" La questione meridionale tra migranti economici e caporalato 2.0 di Carlo Terzano

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Il caso dell’albergatore di Ischia, costretto a ritrattare il suo sostegno a Salvini per le disdette dei suoi clienti, tradisce la natura cazzara degli abitanti del Belpaese. Quando fanno i razzisti, così come quando fanno gli antirazzisti
Secondo lo storico inglese Denis M. Smith, un episodio illuminante per capire la vera natura degli Italiani era quello che vedeva protagonista un viaggiatore straniero che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, si era trovato ad attraversare il Belpaese in treno. Costui era rimasto stupefatto nel sentire i passeggeri raccontarsi barzellette su Mussolini senza il minimo timore reverenziale: mentre in Germania il nome di Hitler veniva pronunciato sottovoce, tale era il rispetto che il popolo nutriva nei suoi confronti, in Italia il Duce era lo sfortunato protagonista di storielle in cui veniva immancabilmente fregato, derubato o sodomizzato, per il sollazzo dei passeggeri dello scompartimento, Carabinieri inclusi.
Neppure il fascismo, insomma, era in grado di arginare la proverbiale cazzoneria degli Italiani, l’unico popolo sulla Terra per cui la situazione è sempre grave, ma mai seria. E infatti, a decenni di distanza dall’episodio narrato da Smith e dalla massima di Flaiano, basta leggere del caso di Aldo Presutti, l’albergatore simpatizzante di Salvini, per capire che non ci siamo mossi di un millimetro. Dopo che la sua promessa di sconti per chiunque avesse manifestato via Twitter il proprio sostegno per il Ministro degli Interni si è rivelata un terribile boomerang, costatogli numerose disdette e una valanga di insulti, il Presutti racconta di essere vittima di un colossale fraintendimento. Razzismo? Macché. Lui voleva solo esprimere “solidarietà” a un “Ministro della Repubblica” – uno a caso, eh? – colpito dall’onta di essere stato additato come persona “non gradita” dalla sfrontata isola iberica di Maiorca. Puro spirito patriottico, dunque, amplificato dalla sua “non totale padronanza della lingua”, come egli stesso rivela gettandosi la croce addosso, chiedendo asilo nel cuore dei tanti che, in questi giorni, lo hanno travolto di offese.
Che tenerezza: pare di sentire uno di quei bambini che fino a un momento prima si vantavano con gli amichetti delle loro bravate e un secondo dopo, quando vengono beccati, scoppiano a piangere dicendo di non averlo fatto apposta, di essersi fatti trascinare dalla situazione. L’albergatore conclude la retromarcia definendosi “italiano fino in fondo” e probabilmente nemmeno lui si rende conto di quanto sia vera questa definizione. Già, perché questo tentativo di giustificare, di ridimensionare, di correre ai ripari il giorno dopo argomentando con il piglio di un affannato Azzeccagarbugli, tradisce un sentimento unico, diverso sia dal razzismo ottuso dei suprematisti bianchi dell’Illinois, sia da quello aggressivo e sprezzante che impazza nei Paesi dell’Est Europa.
Si tratta infatti di “razzismo alle cozze”, un particolare tipo di razzismo italiano come il parmigiano o il San Daniele, il modo in cui la pancia del Paese ha digerito un fenomeno presente a livello mondiale e lo ha espulso sotto forma di farsa grottesca, in totale accordo con il proprio costume.
Intendiamoci: i delinquenti ci sono anche da noi – vedi Macerata o la banda dell’uovo molesto – e pure quelli che trafficano con svastiche e croci uncinate. Ma come dimostrano le percentuali ridicole ottenute dalla ridda di nani e nanerelli neri alle ultime elezioni, si tratta di minoranze esigue come capelli sulla testa di Adriano Galliani. Quello che da noi è davvero mainstream è invece un sentimento generico ma diffuso, una smargiassata che serve a sfogare la frustrazione accumulata da una situazione economica deprimente.
 
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quegli “antirazzisti” che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri
Succedeva lo stesso negli anni ’90 con i meridionali usati come pallina anti-stress: se si entrava nei bar del Nord Italia si favoleggiava di eserciti di contadini bergamaschi pronti a calare su Roma e sui muri delle strade di montagna si leggevano frasi che incitavano alla pulizia etnica contro i napoletani. C’erano episodi di intolleranza, esattamente come adesso: ma di rivolte armate nemmeno l’ombra. L’unica idea vincente di Salvini, a dispetto dei peana che per settimane hanno infestato le pagine dei quotidiani, è stata allora questa, il declinare l’originale intuizione di Bossi in chiave moderna. Proprio come i bambini, gli italiani adorano far la voce grossa e dar la colpa agli altri: ai tempi dell’Umberto lo facevano con i terroni, in questi del Matteo con gli Africani, ma quello che dicono, nella stragrande maggioranza dei casi, è da prendere tra le virgolette: alle pistole preferiscono le pistole ad acqua, alle bombe i gavettoni. Siamo, e rimaniamo, al massimo, un popolo di bagnini.
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale: non solo nelle periferie rurali, come negli Stati Uniti, o nelle grigie periferie, come ai bordi di città balcaniche dai nomi impronunciabili, ma anche nei locali alla moda degli aperitivi, in coda alla macchinetta del caffè, ai tavoli dei ristoranti etnici chic. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quelli che ogni giorno si lanciano in appassionati panegirici a sostegno degli immigrati “che ci pagano la pensione” o che “fanno i lavori che noi non vogliamo fare”. Loro non lo sanno – proprio come non lo sa il Presutti – ma tirate del genere tradiscono un pregiudizio evidentissimo ed italiano fino all’osso: che lo straniero sia sempre a noi subordinato e che le uniche possibilità a cui possa ambire da noi siano lavoretti usuranti e malpagati, come il consegnarci a domicilio il sushi in biciletta in cambio di una paga da schifo.
Sono, insomma, quelli che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri, a cui lanciare gli avanzi da portare a casa e magari qualche spicciolo di mancia. E che si stupiscono, quando – improvvisamente – scoprono che lo straniero è in realtà una persona vera e propria, con i suoi pregi e i suoi difetti, e che quando sentono parlare Daisy sgranano gli occhi per la meraviglia. “Ma come parla bene l’italiano la nostra Daisy!” urlano stupefatti, come se stessero assistendo ad un prodigio, al numero da circo di una foca, e non al fatto normalissimo di una persona che si esprime correttamente nella propria lingua madre.
Questo antirazzismo paternalista, quindi, non è che una forma diversa dello stesso sentimento che fa straparlare il Presutti e quelli come lui: dietro c’è la stessa convinzione di appartenere alla parte buona e giusta del mondo, una convinzione granitica che unisce Centocelle a Capalbio, e prospera sereno dalle periferie giallo-verdi incazzatissime fino ai lussuosi poderi in Toscana. I razzisti, quando passano il segno, possono essere identificati. I lanciatori di uova arrestati. Ma per bonificare la nostra cultura di massa dal razzismo alle cozze serviranno ancora decenni.
 
Da "www.linkiesta.it" Benvenuti nell’Italia del razzismo alle cozze, dove anche l’intolleranza è una farsa grottesca di Francesco Francio Mazza
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Mercoledì, 25 Luglio 2018 00:00

Caccia a Tito Boeri

Adesso tocca a Tito Boeri finire nel mirino dei complottisti del Decreto Dignità. Il presidente dell’INPS è “reo” di aver materialmente redatto la tabella allegata alla relazione tecnica del provvedimento varato dal governo che ha certificato la perdita di 8000 posti di lavoro per effetto delle norme contenute. E per questo ieri, mentre Di Maio individuava una “manina” maligna insieme a Giovanni Tria (riferendosi al Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco), Salvini da Mosca – dove è andato a vedere la finale dei Mondiali, come Renzi a Flushing Meadows nel 2015 – coglieva la palla al balzo per invitarlo a dimettersi: «Il presidente dell’Inps continua a dire che la legge Fornero non si tocca, che gli immigrati ci servono perché ci pagano le pensioni, che questo decreto crea disoccupazione. Se non sei d’accordo con la linea politica di un governo ti dimetti».

La caccia a Tito Boeri, reo di aver fatto una tabella
Prima, nel comunicato congiunto del ministro dell’Economia e del vicepremier, Tria aveva speso tutta la sua autorità professorale per definire “priva di basi scientifiche” la tabella incriminata, fornendo così un bell’assist politico a Di Maio e preservando la sua posizione al ministero dell’Economia, traballante a causa del M5S. La risposta di Boeri arriva nel pomeriggio: “Le dichiarazioni contenute nella nota congiunta dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici nel nostro paese e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e all’opinione pubblica. Nel mirino l’INPS, reo di avere trasmesso una relazione “priva di basi scientifiche” e, di fatto, anche la stessa Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell’Inps”.

La vergognosa caccia di Salvini e Di Maio a Tito Boeri di Alessandro D'Amato

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Nei prossimi dieci anni, dei cinquecentomila studenti impegnati quest'anno nella maturità, circa un quarto saranno impiegati in Paesi più dinamici del nostro. La politica deve dare una prospettiva a questi ragazzi, altrimenti continueremo a formare giovani per gli altri. E il futuro rimarrà altrove.


Guardate bene le foto dei cinquecentomila ragazzi impegnati nella maturità e cercate di raffigurarveli schierati in file, mille file di cinquecento ragazzi allineati con ordine. Nell'arco dei prossimi dieci anni o poco più, circa un quarto di questo esercito di debuttanti della vita così teneri, così impegnati, così carini, sarà sparito, cancellato. Saranno a Londra, Francoforte, Madrid, persino a Taiwan o a Shenzen, ovunque sparsi ma non in Italia. Le competenze di cui la scuola italiana li ha attrezzati – la capacità di leggere e commentare un testo di Giorgio Bassani, oppure di articolare un discorso sulla solitudine a partire da una poesia della Merini o da un quadro di Hopper – saranno impiegate in Paesi più dinamici del nostro o semplicemente più furbi. Con loro se ne andranno la matematica, la filosofia, le scienze, e tutto ciò che il nostro sistema di istruzione si è dannato a insegnargli. E, ovviamente, anche i loro futuri redditi: faranno shopping altrove, affitteranno case altrove, pagheranno tasse altrove.

L'ultimo Rapporto Ocse sulle migrazioni, diffuso ieri, rovescia sensibilmente il discorso che ci stiamo facendo sui pericoli che corre il nostro Paese. Nelle tabelle del biennio 2016/17 segna un deciso “meno” il numero dei migranti arrivati in Italia via mare (meno 34%). C'è un meno davanti al numero dei nuovi permessi di soggiorno (meno 4%) e un altro meno in materia di immigrati disoccupati (meno 1%). Due soli “più”: i richiedenti asilo, che sono cresciuti di diecimila unità, e gli italiani che hanno fatto le valige e sono andati a studiare o a lavorare all'estero. Gli italiani in fuga sono aumentati dell'11 per cento e ammontano ufficialmente a 114mila unità, ma l'Ocse stessa avverte che l'emigrazione dichiarata «è probabilmente molto inferiore a quella reale» perché nel 2017 «sarebbe piuttosto compresa tra le 125mila e le 300mila persone».

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri
Fra cinque anni, forse anche prima, la vera emergenza rischia di rivelarsi non l'invasione degli stranieri ma l'esodo oltre confine dei nostri connazionali, e in particolare dei giovani di tutte le classi sociali: semplici diplomati e super-specializzati, camerieri e latinisti, infermieri e laureati in fisica. Il numero degli italiani stabilmente residenti all'estero ha superato da un pezzo la soglia-simbolo dei cinque milioni, con un incremento del 60 per cento negli ultimi dieci anni (dati Migrantes). La fascia d'età tra i 18 e i 34 anni è quella in più rapido incremento, con un balzo del 23 per cento tra il 2016 e il 2017. I nostri diplomi, le nostre lauree, i nostri tirocini, già da un pezzo stanno scappando dove trovano miglior accoglienza e remunerazione, e pure se il lavoro è raccogliere patate almeno lo si farà con un salario decente e le malattie pagate.

Poi dice che tante aziende “non trovano”. Che mancano le competenze, la formazione, la voglia di impegnarsi, o chissà che cosa. Non manca niente, c'è tutto. Solo che se ne è andato o sta per andarsene. Non c'è progetto di vita dei giovani italiani scolarizzati – salvo quelli con beni al sole e reddito famigliare garantito: insomma, i figli di papà – che non comprenda la frase «Penso di trasferirmi all'estero». E hai voglia a coltivare sensibilità umanistiche, la Merini e Bassani, oppure lucide competenze scientifiche, artistiche, tecnologiche: stiamo lavorando in conto terzi, per Paesi meno fuffosi dove il capitale umano ha un valore e fa gola a molti.

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri. Oppure no, magari resteremo fermi qui, a commentare deliziati l'alto numero di ammessi alla maturità, l'assoluto incanto delle tracce – così moderne, così suggestive – e a rifriggerci per l'ennesima volta la storia di Notte prima degli esami, mentre quelli non vedono l'ora di finire, prenotarsi un volo e ciao carissimi, il futuro è altrove.

Da "http://www.linkiesta.it" Un quarto dei giovani fugge dall’Italia. O li fermiamo, o non abbiamo futuro di Flavia Perina

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Il mondo che siamo stati abituati a conoscere congela ogni cosa in titoli e mansioni precise. Un sistema in cui conta più la quantità che la qualità. Ma con lo sviluppo della tecnologia sta cambiando tutto: ora la sfida per è specializzarsi in ciò che ci piace e lavorare in base ai risultati

Tutti noi viviamo immersi in un paradosso che ci stressa, ci spaventa e ci impedisce di dare il meglio: se tendiamo a specializzarci abbiamo più possibilità di trovare un impiego, di fare carriera e di crescere nel nostro lavoro, ma rischiamo di restare a piedi se quel che sappiamo fare così bene a un certo punto è superato o non serve più. Oppure se viene automatizzato e affidato ad una macchina.

Se tendiamo ad acquisire competenze più trasversali, invece, probabilmente una possibilità di impiego la troveremo con più facilità, perché un “jolly” fa sempre comodo alle aziende, soprattutto a quelle più piccole, anche mentre cercano super specialisti ed esperti con competenze verticali, che quasi di sicuro guarderemo dal basso verso l’alto per il resto della nostra carriera.

Del resto questo vale anche al di fuori del lavoro, nella vita di tutti i giorni. Chi vorrebbe un amico o un partner monotematico, capace di fare solamente una cosa e poco o per niente duttile? Chi ama stare con gente fissata per uno sport, una squadra, un’attività e che altro non ha per la testa che questo? Al contrario è fantastico avere al proprio fianco qualcuno che ha sempre una risposta per tutto e che conosce il mondo, la sua storia, le culture e chissà quanto altro ancora.

Ma se parliamo esclusivamente di lavoro e di futuro qual è la scelta migliore da fare? Ovviamente ciascuno di noi ha la sua inclinazione, quindi non esiste una scelta che valga per tutti, ma di certo è vera una cosa: quale che sia la nostra inclinazione, il solo modo per crescere in modo sostenibile è fare al meglio ciò che sappiamo fare e che ci stimola a fare sempre meglio, invece che sempre di più. Lavorare sulla quantità è una scelta miope, che porta benefici nell’immediato e problemi in prospettiva. Ecco perché anche le specializzazioni più importanti possono diventare un ostacolo, quando diventano “iper”. Soprattutto se esse non sono frutto del nostro desiderio di andare oltre e di fare sempre meglio, ma una mera necessità e il solo modo per poter ottenere un lavoro o per mantenerlo.

In futuro la necessità di specializzazione arriverà a livelli mai toccati prima. Il motivo è semplice: intelligenza artificiale e machine learning stanno formando un esercito di AI iperspecialistiche, al cospetto delle quali nessun uomo potrà tenere il passo. Men che meno quelli che non sono naturalmente portati verso la specializzazione. Al contrario, sembra ancora lontana la possibilità di creare AI generali, che se la cavino bene su più fronti.

Questo sembrerebbe agevolare di molto la scelta, ma non tutti abbiamo le stesse possibilità e gli stessi talenti, perciò la vera scelta che dobbiamo fare richiede un notevole sforzo introspettivo, che ci porti a capire chi siamo davvero, cosa siamo in grado di fare e quanto potremo sopportare questa nostra scelta in futuro.

Ma se gli iperspecialisti non avranno vita facile, nel prossimo futuro, nemmeno i maghi del multitasking se la passeranno bene, a quanto pare. Questi ultimi soffrono già oggi di un costante e cronico sovraccarico di attività e di lavori, spesso molto diversi tra loro, che ne complicano l’esistenza e che generano stress e frustrazione.

Come fare a camminare senza inciampare (o almeno rialzandosi ogni volta) su questo filo sottile e insidioso? La soluzione è una sola: non cadere mai nella trappola del “sempre di più a ogni costo”. Non bisogna essere dei geni per capire che una crescita continua e infinita è del tutto insostenibile in termini meramente quantitativi. È invece sulla qualità che dobbiamo puntare, perché soltanto questa può crescere pressoché all’infinito, senza mai arrivare ad un punto di stallo insormontabile (la perfezione è sempre lontana anni luce). Ma perché questo avvenga è necessario che ci siano dei prerequisiti.

I miglioramenti qualitativi sono infatti figli di un processo non banale, che richiede metodo, costanza, capacità di analisi e disponibilità a mettere in gioco ogni volta sé stessi, il proprio lavoro e le proprie competenze.

Il sistema in cui siamo stati sinora immersi tendeva invece a congelare ogni cosa in titoli, incarichi, mansioni precise dalle quali ci si aspettava sempre e ancora di più, soprattutto in termini quantitativi. Il risultato? Per moltissimi una curva in crescita durante i primi anni di lavoro e poi un lento ma inesorabile declino fino alla pensione, quando ci si catapultava fuori dalle finestre dell’azienda come Fantozzi, finalmente liberi dal peso opprimente di un lavoro che normalmente non si sopportava più.

Perché le persone non sono arance da spremere e non sono nemmeno nate per lavorare una vita intera con la sola soddisfazione del compenso economico. Le persone vivono di desideri, di aspettative, di nuovi traguardi da raggiungere, non soltanto in termini di carriera.

Cosa serve, dunque, per fare un salto quantico dalla mentalità quantitativa a quella qualitativa? Ognuno ha il suo percorso e le sue possibilità, ma ci sono pilastri che possono valere per tutti:

ascoltare noi stessi e scegliere consapevolmente;
acquisire competenze multidisciplinari, oltre a quelle verticali;
imparare a conoscere bene aziende e opportunità, prima di spedire curricula “urbi et orbi”;
definire attentamente le nostre aspettative e le nostre priorità;
comprendere una volta per tutte che il lavoro consisterà sempre più nell’ottenere dei risultati, piuttosto che nell’essere fisicamente e/o mentalmente in azienda per alcune ore al giorno;
comprendere che i risultati si ottengono con il tempo, ma soprattutto con il metodo, con la progettualità e con la passione per quello che si fa.
È questo l’unico segreto possibile: imparare a fare di meno e a fare meglio e farlo per tutta la carriera lavorativa, puntando a diminuire le ore lavorate e ad aumentare la qualità del lavoro; tutto questo bilanciando verticalità e trasversalità e facendo squadra con specialisti con i quali sappiamo almeno dialogare, pur non conoscendo a fondo la loro materia. Questa, che potremmo definire capacità di project management, è di certo uno degli skill più apprezzati dalle aziende e ci serve anche quando lavoriamo in proprio.


Da "http://www.centodieci.it/" Fai meno, fai meglio, fai ciò che ti piace fare di Claudio Gagliardini

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Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via.

Da ascoltare
Sarebbe meglio se i nostri leader politici ammettessero di non sapere cosa fare? Charles Eisenstein ne discute nel suo intervento intitolato The fertile ground of bewilderment.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" La rigidità non aiuta ad affrontare il caos della vita di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 01 Giugno 2018 00:00

Come rivoluzionare la rivoluzione digitale?

Cosa significa essere rivoluzionari dopo la rivoluzione digitale? Per Evgenij Morozov non si tratta di sicuro di riaffermare un pensiero luddista, né di provare un disgusto morale nei confronti della tecnologia. “Posso pensare a modalità veramente differenti per mettere l’intelligenza artificiale al servizio delle persone? Certo. Mi piacerebbe non farlo? No”. Per il sociologo bielorusso, evitare un ingaggio diretto sul destino del rapporto tra tecnologia e umanità significherebbe tornare indietro a un modello passato, quindi uno spreco di tempo. “La domanda che dovremmo farci è, allora, come arrivare a un nuovo modello”.

Il primo tassello, per Morozov, è non reificare la narrazione della tecnologia come se prima non vi fosse nulla e osservarla all’interno di un più ampio “sistema socio-politico e socio-economico di cui abbiamo perso il controllo tempo fa”. Questo implica riconoscere che, qualsiasi uso si possa fare della tecnologia, finisce comunque sempre a seguire la logica di quel sistema, uscendo così da un atteggiamento ingenuo.

Riconoscere questa situazione è già di per sé un gesto rivoluzionario e così, incontrando Morozov alla giornata inaugurale del festival Fotografia Europea a Reggio Emilia, quest’anno proprio dedicato al tema “Rivoluzione”, ne abbiamo approfittato per discutere insieme dell’argomento. Proviamo ad applicare questo ragionamento, per esempio, alla sharing economy, così, tanto per toglierci da dosso un po’ di ingenuità: “Non c’è niente di sbagliato, in astratto, nell’idea che si possano usare le risorse in modo più efficiente permettendo alle persone di accedervi in tempo reale e di decidere in che modo usarle”.

Tuttavia, oggi è un chiaro esempio di quanto l’emancipazione derivata dal digitale abbia un carattere “predatorio” e per certi versi assolutista. Se pensiamo all’economia della condivisione come a un ciclo, nella prima parte ci sentiamo liberati e responsabili dell’universo; nella seconda parte del ciclo, invece, lo idealizziamo come se fosse qualcosa di unico. Eppure, non c’è niente che arrivi dal nulla.

“Già negli anni Sessanta, ad Amsterdam, le persone avevano iniziato a condividere le biciclette tra di loro, in modo gratuito, per spostarsi nella città, senza bisogno di scaricare nessuna app. Il fatto che tutti questi processi di condivisione e di vita in comune siano stati rimodulati e riproposti, con l’avvento di aziende quali Airbnb e Uber, come se non si fossero mai verificati in precedenza, è qualcosa di molto rilevante”.

La narrazione è una chiave essenziale. Come si raccontano le multinazionali della tecnologia rispetto alla storia e al capitalismo?

“Si presentano come fossero fuori dal capitalismo e un caso unico della storia. Steve Jobs, tanto per fare un esempio, raccontava come avesse sviluppato Apple in un garage insieme a Steve Wozniak, mentre invece è cresciuta per decenni grazie a fondi militari per la ricerca informatica indirizzati a Stanford, di cui hanno beneficiato. Quando dico che un’azienda come Apple si presenta come se fosse fuori dalla storia, mi riferisco alla tendenza narrativa di omettere l’impatto della Guerra Fredda sull’industria informatica statunitense e di favorire, di conseguenza, quella per cui si nega tale prospettiva e si pretende che tutto sia stato creato da un gruppo di geni che lavoravano in strada.”

Agli inizi, internet era visto come una grande opportunità di libertà, una risorsa che rendeva possibile una conversazione più ampia, su scala globale. Se pensiamo al concetto di capitalismo della sorveglianza o all’immagine di software che prendono il comando, parafrasando il titolo di un libro di Lev Manovich, internet non è mai stato libero.

“Sono quel tipo di persona che non crede all’esistenza di Internet, quindi dovremmo chiederlo a qualcun altro. Cosa è internet se non un protocollo Tcp/Ip che regola il traffico di dati tra punti differenti? Di altro, ci sono piuttosto i discorsi su internet ed è a questo che ci possiamo riferire. Se avessimo chiesto a un insieme di persone che lavoravano al MIT cosa fosse internet nel 1982, avrebbero risposto ‘un’abbreviazione per il protocollo Tcp/Ip che regola il modo con cui diversi nodi scambiano traffico di dati tra di loro’, affermando la natura egualitaria di questo scambio. La risposta alla stessa domanda, rivolta alle persone nel 1999, sarebbe stata AOL. Se chiediamo in giro, ora, cosa sia internet, la risposta sarebbe, invece, Facebook o Skype. Dal mio punto di vista, considero internet qualcosa da studiare, piuttosto che da spiegare. Per me non esiste internet come oggetto stabile di cui puoi tracciare la storia in modo lineare, in quanto la storia in sé stessa varia sulla base di particolari contingenze storiche, interpretazioni ed equilibri di forze politiche. Per le persone che vivono in Africa, internet è una cosa molto diversa rispetto all’esperienza che ne hanno, per esempio, i norvegesi. In questo senso, la maggior parte dei problemi nella nostra narrativa è legata a questa sciocca concezione di internet come medium, che puoi paragonare alla televisione o ai giornali. Dal mio punto di vista, non è mai stata una buona idea neppure parlare della televisione come medium, in quanto è indeterminata. Se ci basiamo sui protocolli tecnologici che la fanno funzionare, non è possibile arrivare a conclusioni definitive sulla sua forma sociale, politica e culturale. Certamente si possono proporre analisi circoscritte, ma di certo non è possibile descrivere in dettaglio, per esempio, l’impatto della televisione via cavo focalizzandosi solo su come la sua natura tecnica ne modella il contenuto. Non credo in quella teoria.”

Insomma, ci dice che il medium non è il messaggio e che bisogna considerare il sistema all’interno del quale è prodotto. Non le pare che la sua posizione metta da parte anche le teorie che analizzano la specificità dei media visivi proprio a partire dalla dimensione dello schermo, e da quello che sullo schermo viene mostrato?

“Nella storia dell’arte vi sono discorsi relativi alla specificità dei media che mi portano a suggerire che non vi sia una idea fissa e condivisa di cosa sia un medium, in quanto non è ovvio cosa sia. Quando inizi a riflettere su un qualsiasi medium, di solito è già nelle mani delle persone che lo utilizzano e ne modellano usi e consumi. Ho studiato molte ricerche sulle origini della televisione via cavo e ho trovato interessante i numerosi riferimenti a queste persone hippy, radicali e anarchiche che pensavano come la televisione via cavo potesse liberarli dal dominio dei network televisivi che imponevano i propri contenuti, in modo tale che le persone di una stessa comunità di quartiere usufruissero della televisione via cavo per trasmettere, in modalità anche ristretta, le loro produzioni. Per quale motivo non è successo tutto questo? Per il fatto che la battaglia politica, legale ed economica per renderla tale ha fallito e che vi sono elementi inerenti al sistema della televisione via cavo che sono per forza centralizzati.”

Questa storia ha molte analogie con i primi visionari del web. Mi ricorda molto le posizioni di John Perry Barlow, il paroliere dei Grateful Dead, che come altri pensava a internet secondo lo schema di un’utopia digitale per cui il cyberspazio fosse un mondo a cui chiunque poteva accedere, senza privilegi di sorta o pregiudizi. Mi viene da pensare che, allora, sebbene cambi la forma e la sostanza, in fondo i processi restano immutati.

“La capacità di sviluppare i media in modo tale che fossero uno strumento di emancipazione è sempre stata presente, ma c’è una ragione per la quale non ha avuto successo. Da una parte, ha a che fare con l’inabilità dei sostenitori di questi media nel loro potenziale emancipatorio di mobilitare la folla perché condivida e segua la loro visione dei media. Dall’altra parte, ha a che fare con una visione deterministica dei media. Se osserviamo la televisione via cavo nei primi anni Settanta, troviamo Marshall McLuhan che domina la scena con la sua teoria dei media e su come sia possibile confrontare i diversi media tra loro. Così, se iniziamo a fare paragoni tra la televisione e il libro, emerge una idea statica di medium. Ciò può avere un senso nel caso del libro, perché per oltre quattrocento anni vi è stata una ricorsività distintiva e condivisa di quello che è, influenzata da dinamiche storiche e forze di potere che hanno contribuito a risolvere problemi di copyright, design, pirateria e così via. Nel caso della televisione, al contrario, la situazione è diversa, molto più fluida.

Il risultato è che i confronti proposti da McLuhan, sebbene bizzarri, hanno avuto un effetto performativo. Più le sue dichiarazioni si sono diffuse, più hanno avuto un impatto sul modo di vedere il mondo e di intendere gli strumenti che lo rappresentano, soprattutto in relazione all’accettazione, nel senso comune, che vi sia qualcosa di fisso e immutabile nella natura della televisione.

Internet, invece, ha vissuto un processo diverso, in quanto la quantità di soldi investiti e la composizione del capitale che arriva in questo settore industriale sono tali per cui stabili tendenze non hanno prospettive a lungo termine, poiché esiste sempre qualcuno con soldi e potere in grado di essere più disruptive. Adesso, per esempio, vi sono talmente tanti investimenti sull’implementazione della blockchain, che tutti parlano di blockchain e nessuno di internet, in quanto vi sono più risorse a sostegno di una nuova narrativa che presenta la blockchain come un elemento contrastante rispetto a internet, che viene ora presentato come una grande forza centralizzata, esattamente il contrario del racconto degli albori. Il tono e la direzione della narrazione sulle tecnologie sono parte del funzionamento e delle condizioni materiali della tecnologia stessa.”


A proposito di nuovi trend e potere, la serie tv Mr. Robot parla di tensioni politiche tra corporation, software houses, hackers e governi nazionali, in particolare tra Usa e Cina. Se software e internet sono elementi dominanti della società, in che modo i giganti del web giocano una partita non solo a livello economico ma a livello geopolitico?

“Non c’è niente di digitale nella battaglia sul digitale, visto che ha come obiettivo il dominio sull’economia. Di certo non ha nulla a che fare con il controllo sulla speculazione mondiale che produce i meme sui gatti. Per intenderci, non stiamo parlando di un dibattito sui social media, ma su chi è in grado di accumulare il maggior numero di dati per creare il più efficiente e attento software che implementi sistemi di intelligenza artificiale, come per esempio il riconoscimento cognitivo e visivo di facce o di oggetti. Si tratta della nuova colonna vertebrale intorno alla quale il capitalismo si sta ristrutturando.

Inoltre, se guardiamo alle forme in cui il capitalismo si esprime, tendono a essere razionali, sebbene possano, a livello generale, avere un atteggiamento irrazionale. A livello individuale, infatti, vengono applicati modelli di conseguenza logici e sistematici. Se per ottenere qualcosa nel modo meno costoso fosse necessario delegare interamente, che so, ad Amazon, determinate operazioni, questo verrebbe fatto, anche a costo di causare un collasso dell’intera economia, perché non è un loro problema. Quindi, potremmo dire che i cinesi hanno semplicemente capito cosa sta accadendo a livello delle maggiori aziende e che queste aziende hanno bisogno di dati per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale, così come dieci anni fa avevano bisogno del cloud computing. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto questo trend anni fa non solo a livello aziendale, ma anche a livello politico. A questo possiamo ricondurre la questione Cambridge Analytica, che mi sembra utile solo a mobilitare l’attenzione pubblica. Il digitale viene scomodato per avere titoli sui giornali e sui notiziari, ma non perché ci sia il digitale, ma perché c’è Trump, secondo la supposizione per cui l’aver fatto qualcosa di sbagliato abbia portato all’elezione di Trump, il che giustifica la quantità infinita di articoli dedicati a Facebook e a Cambridge Analytica. In termini più concreti, cosa mai è stato fatto? Facebook ha fatto quello che fa ogni giorno.”

Se prendiamo il caso delle fake news, una serie di articoli del Nieman Reports di Harvard mostra come già in passato ve ne fossero tracce, a partire dalla stampa scandalistica, il cosiddetto yellow journalism. In Italia, in epoca fascista, venivano prodotte le cosiddette veline, fogli d'ordine con disposizioni su come presentare determinati fatti e opinioni che il regime impartiva alla stampa quotidiana e periodica. Insomma, le bufale non sono nate oggi, ma ieri. Cosa è cambiato nel frattempo?

“È vero che storie e cose fuori dalla realtà sono sempre state prodotte, come è vero che vi sono sempre state persone fuori dalla realtà che hanno prodotto idiozie. Il problema non è allora paragonare forme di giornalismo nel corso del tempo, ma piuttosto individuare la vera natura del problema: la velocità con cui le notizie sono distribuite e la ragione per cui la distribuzione delle notizie è cambiata così radicalmente.

Gli incentivi offerti dalle grandi piattaforme per il social networking, che lavorano sul traffico di contenuti, sono allineati; sono gli incentivi di persone e organizzazioni che hanno interesse a diffondere determinate informazioni. Per essere chiari, Google, Twitter e Facebook fanno tutto il possibile per massimizzare click e condivisioni perché così riescono a massimizzare quello che sanno su ogni utente, creando un sistema che facilita la circolazione delle informazioni. Se le fake news rappresentano un problema serio, non lo sono in quanto responsabili dell’elezione di Trump, ma piuttosto alla luce della correlazione tra il modello di business di Google, Twitter e Facebook e le persone che fanno circolare notizie false con precise intenzioni.

Se si vogliono eliminare le fake news esiste un solo modo per ottenerlo: eliminare la pubblicità come modalità di pagamento per la circolazione dei contenuti. Lo scenario peggiore è che saranno proprio i colossi dei social media a risolvere il problema e chiederanno agli utenti il conto da pagare. Insomma, queste social media companies, che hanno creato il danno con i loro business model, arriveranno a mettere sul mercato un sistema di intelligenza artificiale che risolva la diffusione delle fake news, avvallati addirittura dai politici che chiedono a queste stesse aziende proprio la risoluzione del danno. E allora che possiamo farci? Paghiamole queste aziende, per sradicare un problema che esiste solo a causa loro.”

Con l’avvento del digitale, sono emersi movimenti che sognano una democrazia diretta, online, connessa, più partecipata e mediata da software. Pensiamo al ruolo del Movimento 5 Stelle, per esempio. Tuttavia, è opportuno riflettere sul fatto che il software non è mai neutrale, ma sia preimpostato e gestito da chi lo ha implementato sulla base di azioni che si vogliono far fare agli utenti. Cosa ne pensa della democrazia del software?

“Trovo così ridicola la critica al Movimento 5 Stelle, a partire da una sorta di idea astratta di democrazia italiana, che non riesco a trattenermi dal ridere. Abbiamo altre opzioni? La democrazia delle banche è meglio della democrazia dei click? Che basi ci sono per criticare la loro versione naif della democrazia? Si può continuare a sostenere che loro hanno una concezione bizzarra della democrazia, ma la verità è che la situazione è già bizzarra di suo. Intendo dire che se si arrivasse ad avere la democrazia dei click, invece della democrazia che vi è ora, dovremmo essere tutti felici. Questa è solo la mia personale opinione. Se si spende l’intera giornata a leggere Habermas, allora potrebbe avere senso criticare quelli del M5S e affermare che la loro proposta sia pura follia; se, al contrario, seguissimo il dibattito quotidiano della politica italiana, bisognerebbe chiedersi perché mai siano così criticati. La democrazia dei click sarebbe fantastica se si riuscisse a metterla in piedi nel modo migliore, qui, in Italia. Il punto è che non sono neanche capaci di farla funzionare. Questo è il problema del Movimento 5 Stelle, non lo faranno, al di là delle loro promesse.”

Le nuove piattaforme, come Google e Facebook, sono studiate per attrarre. L’iperconnettività ci porta lontano dalla socialità del porta a porta. Cosa si deve fare per costruire una alternativa possibile? Disconnettersi per costruire una nuova ecologia cognitiva e nuove forme di resilienza, oppure proporre un possibile nuovo modo di vedere internet e di ingaggiare le comunità localmente?

“È una domanda che merita una risposta molto pragmatica, in termini sia politici sia economici. Il capitalismo si è sempre basato sul surplus del lavoro e sull’accaparramento di risorse non protette. Adesso non si va più a saccheggiare le risorse in America Latina o in Africa per portarle in Europa con le navi, ma si saccheggia virtualmente e digitalmente la nostra vita, attraverso la raccolta dei dati su quello che facciamo online e che sono sfruttati, per esempio, nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, che imparano da quello che gli utenti fanno online.

Se iniziamo a capire in che modo il valore è generato, ci rendiamo conto che l’intuizione di Marx di studiare i modi di produzione è corretta. Tuttavia, i modi di produzione se ne sono andati altrove; oggi i dati sono già mezzi di produzione, il che implica che per presentare un modello alternativo dovremmo chiederci chi detiene la proprietà di questi mezzi e fino a che punto sia possibile ridefinire l’economia digitale tanto da stimolare nuovi e differenti processi di emancipazione, nuovi di tipi di lavoro, nuovi tipi di organizzazione sociale a livello della città o del quartiere.

Non sto proponendo un governo centralizzato che entri nel mercato e fondi il proprio Google nazionale, o piuttosto una sorta di versione europea, come molti nella Commissione Europea vorrebbero realizzare; sto proponendo un modello molto differente, che si basa sulla socializzazione e regolamentazione dei dati, dell’intelligenza artificiale e del loro accesso, in modo tale che l’imprenditoria e l’economia locale ne possa beneficiare. I cittadini potrebbero ottenere dei finanziamenti per costruire la propria app. In questo modo, per avere qualsiasi genere di informazioni relative al proprio quartiere o alla propria città, non si deve aspettare Google o scaricare le app distribuite su Google Store, ma ogni cittadino lo può fare direttamente con i dati prodotti e socializzati da altri cittadini su una piattaforma mediata direttamente dall’amministrazione comunale e non da aziende multinazionali che generano profitto su questi dati.”

Come rendere gli utenti pienamente consapevoli di questa dimensione economica della loro socialità digitale? Come far capire che i dati da loro prodotti sono i mezzi di produzione del nuovo capitalismo? Mi verrebbe dare dire, retoricamente, quanto serva più educazione, ma quale?

Google finanzia programmi formativi di educazione ai media digitali. Sono sicuro che sul tema delle fake news introdurranno nuovi percorsi di sensibilizzazione. Il punto è come viene fatta l’educazione ai media e in che modo questa viene collegata a una cornice più ampia, così da formare alla consapevolezza dell’economia politica dei media digitali. Se ci si limita alle basi, si formano persone che non acquisiscono gli strumenti per pensare in termini complessi e cogliere la complessità dei processi in corso: sono educate a comportarsi da utenti e a pensare come utenti. È questa l’educazione ai media che voglio incoraggiare? No. Sono per il pensiero complesso e multimodale, e allora non dobbiamo abbandonare le domande basilari sui processi economici e politici. La comprensione del sistema dei media digitali, e con esso degli sviluppi industriali sull’intelligenza artificiale, sono molto più importanti dell’educazione ai media, che invece viene solo in un secondo momento.

Da "http://www.doppiozero.com" Come rivoluzionare la rivoluzione digitale? di Damiano Razzoli

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 18 Maggio 2018 00:00

Governano i peggiori? Digressioni bibliche

Governano i peggiori? È una domanda antica che con il trascorrere del tempo non perde d’attualità. Uno dei fattori in gioco per formulare la risposta è il modo in cui i governanti hanno conquistato il potere; se ciò è avvenuto attraverso la violenza, il giudizio tende a orientarsi in senso negativo. Così però non capitò nella lunga stagione delle moderne rivoluzioni politiche, durante la quale venne legittimato l’uso di una determinata violenza.

Non si tratta però solo del ricorso alla forza fisica. I regimi democratici (o sedicenti tali), pur esenti da colpi di stato o da altre forme di violenza armata, non sempre sono al riparo né da forme d’intimidazione, manipolazione, propaganda demagogica, persuasione occulta (fattore sempre meno circoscrivibile nell’era massmediatica), né dalla comparsa di improvvise fascinazioni legate a mirabolanti promesse.

La Bibbia, assai familiare con un potere conquistato o mantenuto attraverso lo spargimento di sangue, non ignora però neppure procedure legate a forme in cui il consenso è catturato in modi incruenti. È il caso, per esempio, di Assalonne. Nella sua vicenda, non per nulla, fanno la loro comparsa alcuni consiglieri (Ioab, Achitòfel, Cusài), figure tipiche di chi usa l’intelligenza e l’astuzia al fine di raggiungere o mantenere il potere.

Il quadro interpretativo generale della storia legata alla famiglia di Davide è saldamente teologico, il suo fil rouge è ascrivibile alla storiografia deuteronomistica che spiega gli accadimenti negativi imputandoli alla presenza del peccato e ai successivi interventi punitivi di Dio; tuttavia, se si presta attenzione ai particolari, nella Scrittura si vedono all’opera dinamiche ampiamente trascrivibili in termini più «laici» e attuali.

Come era stato preannunciato dal profeta Natan, nonostante il pentimento del re, il peccato di Davide provoca una serie di torbide conseguenze: Amnon violenta la sorellastra Tamar, Assalonne (fratello di quest’ultima) fa assassinare il colpevole dell’infamia arrecata alla sorella e fugge (cf. 2Sam 13); tuttavia, grazie a uno stratagemma ideato da Iaob, in seguito è riammesso a Gerusalemme, gli è però precluso di vedere il padre. Assalonne, uomo dall’aspetto bellissimo (cf. 2Sam 14,25-27), il che ha, come sempre, un suo peso, cominciò a promettere aiuto a coloro che si recavano a Gerusalemme per discutere la loro causa di fronte al re; la sua fortuna inizia da qui.

Non essendo tra le pagine più conosciute della Bibbia conviene trascriverla: Assalonne si procurò un carro, cavalli e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui. Assalonne si alzava al mattino presto e si metteva da un lato della via di accesso alla porta della città. Quando qualcuno aveva una lite e veniva dal re per il giudizio, Assalonne lo chiamava e gli diceva: «Di quale città sei?».

L’altro gli rispondeva: «Il tuo servo è di tale tribù d’Israele». Allora Assalonne gli diceva: «Vedi le tue ragioni sono buone e giuste, ma nessuno ti ascolta per conto del re». Assalonne aggiungeva: «Se facessero me giudice del paese! Chiunque avesse una lite o un giudizio verrebbe da me e io gli farei giustizia». Quando uno gli si accostava per prostrarsi davanti a lui, gli porgeva la mano, l’abbracciava e lo baciava. Assalonne faceva così con tutti gli Israeliti che venivano dal re per il giudizio; in questo modo Assalonne si accattivò il cuore degli Israeliti (2Sam 15,1-6).

Il crescente consenso goduto dal figlio di Davide lo portò alla ribellione nei confronti del padre (cf. 2Sam 15,7-18,18). Da qui in poi il racconto conosce il versamento di molto sangue; tuttavia, il suo inizio è imperniato non sulla violenza bensì sui modi atti ad accattivarsi la simpatia collettiva mediante l’ostentazione e le facili promesse.

In un tempo in cui non vigeva la divisione dei poteri, assicurare da parte di un membro della casa reale il proprio sostegno nelle cause giudiziarie era operazione dotata di una capacità di convincimento paragonabile a quella con la quale oggi si promettono riduzioni di tasse, sussidi a pioggia, posti di lavoro garantiti, riforme palingenetiche, ordine e sicurezza prive di smagliature.

Il tutto, allora come ora, sostenuto da una fastosa e accattivante messa in scena posta al servizio di colui che si dimostra affabile e familiare nei confronti della gente. Nei nostri anni, almeno in Occidente, le rivoluzioni, le congiure, i colpi di stato non sono moneta corrente. Il discorso invece è ben diverso rispetto agli altri fattori sopraindicati; essi, con le grandi varianti del caso, sono tutti ancora all’ordine del giorno.

Ciascuno dà i propri frutti. La Bibbia dà grande spazio alla violenza collegata alla conquista e all’esercizio del potere. Tra i molti esempi ve n’è uno il quale, soprattutto perché sceglie d’anticipare la vicenda attraverso un apologo favolistico, sembra destinato a imprimere la convinzione secondo cui governano i peggiori.

Si tratta di una serie di avvenimenti contenuti nel libro dei Giudici. Abimèlec, figlio di Gedeone, in combutta con i signori di Sichem, conquistò il potere facendo uccidere, su una sola pietra, i suoi settanta fratelli (cf. Gdc 9,1-6). Dalla carneficina si salvò il solo Iotam. A quest’ultimo si deve il fantasioso apologo degli alberi rivolto ai signori di Sichem. Iotam raccontò che gli alberi si misero in cammino per eleggere sopra di loro un re.

L’ulivo, il fico, la vite non vollero rinunciare ai loro frutti per andarsi a librare sopra i loro colleghi. Alla fine, ci si rivolse al rovo, il peggiore, che accettò subito la nomina accompagnandola con parole di oscura minaccia: «Se davvero mi ungete re su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e distrugga i cedri del Libano» (Gdc 9,7-21).

Nella Bibbia l’apologo diviene una specie di profezia. Nel resto del capitolo si parla, infatti, della rottura avvenuta tra i signori di Sichem e Abimelèc. Il quadro interpretativo è di nuovo teologico: «Questa avvenne perché la violenza fatta ai settanta figli di Ierub-Baal [Gedeone; nda] ricevesse castigo» (Gdc 9,24).

Dopo una serie di scontri reciproci, ci fu una prima conclusione atroce. Tutti i signori di Sichem si erano radunati nei sotterranei del tempio di El-Berit. Abimèlec e i suoi uomini vi appiccarono il fuoco: «Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne» (Gdc 9,49). Segue un episodio in cui Abimèlec si reca a Tebes; giuntovi, cinge d’assedio una torre in cui si erano rifugiati i signori della città.

La sua intenzione era anche questa volta d’incendiarla, tuttavia una donna dall’alto fece cadere una macina sul cranio di Abimèlec e quest’ultimo ordinò al proprio scudiero di trafiggerlo perché non si dicesse che fosse stato ucciso da una donna. L’episodio si conclude con la chiosa secondo la quale Dio fece ricadere su Abimèlec e sui signori di Sichem tutto il male da loro compiuto: «Così si avverò su di loro la maledizione di Iotam» (Gdc 9,57).

Assunto nel suo contesto, l’apologo è una maledizione efficace perché conforme alla visione deuteronomistica della storia; tuttavia, la suggestione delle sue immagini paradossali trascende l’ambientazione specifica. Grazie a esse, da un lato constatiamo il rifiuto di darsi alla politica da parte di coloro che producono frutti nella società (ulivo, fico, vite), dall’altro registriamo la volontà di occupare quel posto a opera di coloro che sono improduttivi sul piano economico e culturale (rovo).

Un dramma della politica è che non si può fare a meno del governo; eppure, di frequente, il potere cade nelle mani dei peggiori; ciò avviene anche perché i migliori rifiutano di assumere le responsabilità pubbliche che a loro competerebbero. Il discorso però è meno schematico di quanto non appaia. Lo è se si tiene conto della motivazione espressa dagli alberi fruttiferi, i quali concordemente sostengono di rinunciare alla carica perché la sua assunzione impedirebbe loro di produrre frutti.

In altri termini, governano i peggiori anche perché è l’esercizio stesso del potere a rendere le persone peggiori. Sciolte da ogni contesto teologico legato a un Dio che regge la storia (in modi peraltro non più accettabili dalle nostre coscienze), riflessioni legate al «governo dei peggiori» sono presenti nella componente autobiografica della settima Lettera di Platone.

Da giovane il grande filosofo pensava di dedicarsi alla politica, anzi era stato invitato a farlo anche da alcuni suoi familiari e conoscenti che rientravano nella cerchia dei Trenta tiranni. In effetti, egli allora riteneva che essi avrebbero potuto purificare la città dall’ingiustizia; tuttavia il loro comportamento ben presto fece apparire oro il governo precedente. Non andò meglio con la democrazia restaurata, la quale mise addirittura a morte Socrate.

Platone dovette quindi constatare che era sempre più difficile «partecipare all’amministrazione dello stato rimanendo onesti». La conclusione è nota: «Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle generazioni umane, se prima al potere politico non fossero pervenuti uomini veramente schiettamente filosofi, o i capi politici della città fossero divenuti, per qualche corte divina, veri filosofi».

Avendo ormai alle spalle sia la convinzione che Dio regga la storia attraverso punizioni atroci volte a suscitare pentimenti risanatori, sia la fiducia che la ragione filosofica possa rigenerare la politica, la nostra priorità si concentra sull’impegno che l’ulivo, il fico e la vite continuino a produrre i loro frutti nonostante l’incombere dei rovi; se risanamento ci sarà, non potrà cominciare che da lì.

Da "http://www.retesicomoro.it" Governano i peggiori? Digressioni bibliche di Piero Stefani

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Imparare a vivere con la complessità

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

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