Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via.

Da ascoltare
Sarebbe meglio se i nostri leader politici ammettessero di non sapere cosa fare? Charles Eisenstein ne discute nel suo intervento intitolato The fertile ground of bewilderment.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" La rigidità non aiuta ad affrontare il caos della vita di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 01 Giugno 2018 00:00

Come rivoluzionare la rivoluzione digitale?

Cosa significa essere rivoluzionari dopo la rivoluzione digitale? Per Evgenij Morozov non si tratta di sicuro di riaffermare un pensiero luddista, né di provare un disgusto morale nei confronti della tecnologia. “Posso pensare a modalità veramente differenti per mettere l’intelligenza artificiale al servizio delle persone? Certo. Mi piacerebbe non farlo? No”. Per il sociologo bielorusso, evitare un ingaggio diretto sul destino del rapporto tra tecnologia e umanità significherebbe tornare indietro a un modello passato, quindi uno spreco di tempo. “La domanda che dovremmo farci è, allora, come arrivare a un nuovo modello”.

Il primo tassello, per Morozov, è non reificare la narrazione della tecnologia come se prima non vi fosse nulla e osservarla all’interno di un più ampio “sistema socio-politico e socio-economico di cui abbiamo perso il controllo tempo fa”. Questo implica riconoscere che, qualsiasi uso si possa fare della tecnologia, finisce comunque sempre a seguire la logica di quel sistema, uscendo così da un atteggiamento ingenuo.

Riconoscere questa situazione è già di per sé un gesto rivoluzionario e così, incontrando Morozov alla giornata inaugurale del festival Fotografia Europea a Reggio Emilia, quest’anno proprio dedicato al tema “Rivoluzione”, ne abbiamo approfittato per discutere insieme dell’argomento. Proviamo ad applicare questo ragionamento, per esempio, alla sharing economy, così, tanto per toglierci da dosso un po’ di ingenuità: “Non c’è niente di sbagliato, in astratto, nell’idea che si possano usare le risorse in modo più efficiente permettendo alle persone di accedervi in tempo reale e di decidere in che modo usarle”.

Tuttavia, oggi è un chiaro esempio di quanto l’emancipazione derivata dal digitale abbia un carattere “predatorio” e per certi versi assolutista. Se pensiamo all’economia della condivisione come a un ciclo, nella prima parte ci sentiamo liberati e responsabili dell’universo; nella seconda parte del ciclo, invece, lo idealizziamo come se fosse qualcosa di unico. Eppure, non c’è niente che arrivi dal nulla.

“Già negli anni Sessanta, ad Amsterdam, le persone avevano iniziato a condividere le biciclette tra di loro, in modo gratuito, per spostarsi nella città, senza bisogno di scaricare nessuna app. Il fatto che tutti questi processi di condivisione e di vita in comune siano stati rimodulati e riproposti, con l’avvento di aziende quali Airbnb e Uber, come se non si fossero mai verificati in precedenza, è qualcosa di molto rilevante”.

La narrazione è una chiave essenziale. Come si raccontano le multinazionali della tecnologia rispetto alla storia e al capitalismo?

“Si presentano come fossero fuori dal capitalismo e un caso unico della storia. Steve Jobs, tanto per fare un esempio, raccontava come avesse sviluppato Apple in un garage insieme a Steve Wozniak, mentre invece è cresciuta per decenni grazie a fondi militari per la ricerca informatica indirizzati a Stanford, di cui hanno beneficiato. Quando dico che un’azienda come Apple si presenta come se fosse fuori dalla storia, mi riferisco alla tendenza narrativa di omettere l’impatto della Guerra Fredda sull’industria informatica statunitense e di favorire, di conseguenza, quella per cui si nega tale prospettiva e si pretende che tutto sia stato creato da un gruppo di geni che lavoravano in strada.”

Agli inizi, internet era visto come una grande opportunità di libertà, una risorsa che rendeva possibile una conversazione più ampia, su scala globale. Se pensiamo al concetto di capitalismo della sorveglianza o all’immagine di software che prendono il comando, parafrasando il titolo di un libro di Lev Manovich, internet non è mai stato libero.

“Sono quel tipo di persona che non crede all’esistenza di Internet, quindi dovremmo chiederlo a qualcun altro. Cosa è internet se non un protocollo Tcp/Ip che regola il traffico di dati tra punti differenti? Di altro, ci sono piuttosto i discorsi su internet ed è a questo che ci possiamo riferire. Se avessimo chiesto a un insieme di persone che lavoravano al MIT cosa fosse internet nel 1982, avrebbero risposto ‘un’abbreviazione per il protocollo Tcp/Ip che regola il modo con cui diversi nodi scambiano traffico di dati tra di loro’, affermando la natura egualitaria di questo scambio. La risposta alla stessa domanda, rivolta alle persone nel 1999, sarebbe stata AOL. Se chiediamo in giro, ora, cosa sia internet, la risposta sarebbe, invece, Facebook o Skype. Dal mio punto di vista, considero internet qualcosa da studiare, piuttosto che da spiegare. Per me non esiste internet come oggetto stabile di cui puoi tracciare la storia in modo lineare, in quanto la storia in sé stessa varia sulla base di particolari contingenze storiche, interpretazioni ed equilibri di forze politiche. Per le persone che vivono in Africa, internet è una cosa molto diversa rispetto all’esperienza che ne hanno, per esempio, i norvegesi. In questo senso, la maggior parte dei problemi nella nostra narrativa è legata a questa sciocca concezione di internet come medium, che puoi paragonare alla televisione o ai giornali. Dal mio punto di vista, non è mai stata una buona idea neppure parlare della televisione come medium, in quanto è indeterminata. Se ci basiamo sui protocolli tecnologici che la fanno funzionare, non è possibile arrivare a conclusioni definitive sulla sua forma sociale, politica e culturale. Certamente si possono proporre analisi circoscritte, ma di certo non è possibile descrivere in dettaglio, per esempio, l’impatto della televisione via cavo focalizzandosi solo su come la sua natura tecnica ne modella il contenuto. Non credo in quella teoria.”

Insomma, ci dice che il medium non è il messaggio e che bisogna considerare il sistema all’interno del quale è prodotto. Non le pare che la sua posizione metta da parte anche le teorie che analizzano la specificità dei media visivi proprio a partire dalla dimensione dello schermo, e da quello che sullo schermo viene mostrato?

“Nella storia dell’arte vi sono discorsi relativi alla specificità dei media che mi portano a suggerire che non vi sia una idea fissa e condivisa di cosa sia un medium, in quanto non è ovvio cosa sia. Quando inizi a riflettere su un qualsiasi medium, di solito è già nelle mani delle persone che lo utilizzano e ne modellano usi e consumi. Ho studiato molte ricerche sulle origini della televisione via cavo e ho trovato interessante i numerosi riferimenti a queste persone hippy, radicali e anarchiche che pensavano come la televisione via cavo potesse liberarli dal dominio dei network televisivi che imponevano i propri contenuti, in modo tale che le persone di una stessa comunità di quartiere usufruissero della televisione via cavo per trasmettere, in modalità anche ristretta, le loro produzioni. Per quale motivo non è successo tutto questo? Per il fatto che la battaglia politica, legale ed economica per renderla tale ha fallito e che vi sono elementi inerenti al sistema della televisione via cavo che sono per forza centralizzati.”

Questa storia ha molte analogie con i primi visionari del web. Mi ricorda molto le posizioni di John Perry Barlow, il paroliere dei Grateful Dead, che come altri pensava a internet secondo lo schema di un’utopia digitale per cui il cyberspazio fosse un mondo a cui chiunque poteva accedere, senza privilegi di sorta o pregiudizi. Mi viene da pensare che, allora, sebbene cambi la forma e la sostanza, in fondo i processi restano immutati.

“La capacità di sviluppare i media in modo tale che fossero uno strumento di emancipazione è sempre stata presente, ma c’è una ragione per la quale non ha avuto successo. Da una parte, ha a che fare con l’inabilità dei sostenitori di questi media nel loro potenziale emancipatorio di mobilitare la folla perché condivida e segua la loro visione dei media. Dall’altra parte, ha a che fare con una visione deterministica dei media. Se osserviamo la televisione via cavo nei primi anni Settanta, troviamo Marshall McLuhan che domina la scena con la sua teoria dei media e su come sia possibile confrontare i diversi media tra loro. Così, se iniziamo a fare paragoni tra la televisione e il libro, emerge una idea statica di medium. Ciò può avere un senso nel caso del libro, perché per oltre quattrocento anni vi è stata una ricorsività distintiva e condivisa di quello che è, influenzata da dinamiche storiche e forze di potere che hanno contribuito a risolvere problemi di copyright, design, pirateria e così via. Nel caso della televisione, al contrario, la situazione è diversa, molto più fluida.

Il risultato è che i confronti proposti da McLuhan, sebbene bizzarri, hanno avuto un effetto performativo. Più le sue dichiarazioni si sono diffuse, più hanno avuto un impatto sul modo di vedere il mondo e di intendere gli strumenti che lo rappresentano, soprattutto in relazione all’accettazione, nel senso comune, che vi sia qualcosa di fisso e immutabile nella natura della televisione.

Internet, invece, ha vissuto un processo diverso, in quanto la quantità di soldi investiti e la composizione del capitale che arriva in questo settore industriale sono tali per cui stabili tendenze non hanno prospettive a lungo termine, poiché esiste sempre qualcuno con soldi e potere in grado di essere più disruptive. Adesso, per esempio, vi sono talmente tanti investimenti sull’implementazione della blockchain, che tutti parlano di blockchain e nessuno di internet, in quanto vi sono più risorse a sostegno di una nuova narrativa che presenta la blockchain come un elemento contrastante rispetto a internet, che viene ora presentato come una grande forza centralizzata, esattamente il contrario del racconto degli albori. Il tono e la direzione della narrazione sulle tecnologie sono parte del funzionamento e delle condizioni materiali della tecnologia stessa.”


A proposito di nuovi trend e potere, la serie tv Mr. Robot parla di tensioni politiche tra corporation, software houses, hackers e governi nazionali, in particolare tra Usa e Cina. Se software e internet sono elementi dominanti della società, in che modo i giganti del web giocano una partita non solo a livello economico ma a livello geopolitico?

“Non c’è niente di digitale nella battaglia sul digitale, visto che ha come obiettivo il dominio sull’economia. Di certo non ha nulla a che fare con il controllo sulla speculazione mondiale che produce i meme sui gatti. Per intenderci, non stiamo parlando di un dibattito sui social media, ma su chi è in grado di accumulare il maggior numero di dati per creare il più efficiente e attento software che implementi sistemi di intelligenza artificiale, come per esempio il riconoscimento cognitivo e visivo di facce o di oggetti. Si tratta della nuova colonna vertebrale intorno alla quale il capitalismo si sta ristrutturando.

Inoltre, se guardiamo alle forme in cui il capitalismo si esprime, tendono a essere razionali, sebbene possano, a livello generale, avere un atteggiamento irrazionale. A livello individuale, infatti, vengono applicati modelli di conseguenza logici e sistematici. Se per ottenere qualcosa nel modo meno costoso fosse necessario delegare interamente, che so, ad Amazon, determinate operazioni, questo verrebbe fatto, anche a costo di causare un collasso dell’intera economia, perché non è un loro problema. Quindi, potremmo dire che i cinesi hanno semplicemente capito cosa sta accadendo a livello delle maggiori aziende e che queste aziende hanno bisogno di dati per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale, così come dieci anni fa avevano bisogno del cloud computing. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto questo trend anni fa non solo a livello aziendale, ma anche a livello politico. A questo possiamo ricondurre la questione Cambridge Analytica, che mi sembra utile solo a mobilitare l’attenzione pubblica. Il digitale viene scomodato per avere titoli sui giornali e sui notiziari, ma non perché ci sia il digitale, ma perché c’è Trump, secondo la supposizione per cui l’aver fatto qualcosa di sbagliato abbia portato all’elezione di Trump, il che giustifica la quantità infinita di articoli dedicati a Facebook e a Cambridge Analytica. In termini più concreti, cosa mai è stato fatto? Facebook ha fatto quello che fa ogni giorno.”

Se prendiamo il caso delle fake news, una serie di articoli del Nieman Reports di Harvard mostra come già in passato ve ne fossero tracce, a partire dalla stampa scandalistica, il cosiddetto yellow journalism. In Italia, in epoca fascista, venivano prodotte le cosiddette veline, fogli d'ordine con disposizioni su come presentare determinati fatti e opinioni che il regime impartiva alla stampa quotidiana e periodica. Insomma, le bufale non sono nate oggi, ma ieri. Cosa è cambiato nel frattempo?

“È vero che storie e cose fuori dalla realtà sono sempre state prodotte, come è vero che vi sono sempre state persone fuori dalla realtà che hanno prodotto idiozie. Il problema non è allora paragonare forme di giornalismo nel corso del tempo, ma piuttosto individuare la vera natura del problema: la velocità con cui le notizie sono distribuite e la ragione per cui la distribuzione delle notizie è cambiata così radicalmente.

Gli incentivi offerti dalle grandi piattaforme per il social networking, che lavorano sul traffico di contenuti, sono allineati; sono gli incentivi di persone e organizzazioni che hanno interesse a diffondere determinate informazioni. Per essere chiari, Google, Twitter e Facebook fanno tutto il possibile per massimizzare click e condivisioni perché così riescono a massimizzare quello che sanno su ogni utente, creando un sistema che facilita la circolazione delle informazioni. Se le fake news rappresentano un problema serio, non lo sono in quanto responsabili dell’elezione di Trump, ma piuttosto alla luce della correlazione tra il modello di business di Google, Twitter e Facebook e le persone che fanno circolare notizie false con precise intenzioni.

Se si vogliono eliminare le fake news esiste un solo modo per ottenerlo: eliminare la pubblicità come modalità di pagamento per la circolazione dei contenuti. Lo scenario peggiore è che saranno proprio i colossi dei social media a risolvere il problema e chiederanno agli utenti il conto da pagare. Insomma, queste social media companies, che hanno creato il danno con i loro business model, arriveranno a mettere sul mercato un sistema di intelligenza artificiale che risolva la diffusione delle fake news, avvallati addirittura dai politici che chiedono a queste stesse aziende proprio la risoluzione del danno. E allora che possiamo farci? Paghiamole queste aziende, per sradicare un problema che esiste solo a causa loro.”

Con l’avvento del digitale, sono emersi movimenti che sognano una democrazia diretta, online, connessa, più partecipata e mediata da software. Pensiamo al ruolo del Movimento 5 Stelle, per esempio. Tuttavia, è opportuno riflettere sul fatto che il software non è mai neutrale, ma sia preimpostato e gestito da chi lo ha implementato sulla base di azioni che si vogliono far fare agli utenti. Cosa ne pensa della democrazia del software?

“Trovo così ridicola la critica al Movimento 5 Stelle, a partire da una sorta di idea astratta di democrazia italiana, che non riesco a trattenermi dal ridere. Abbiamo altre opzioni? La democrazia delle banche è meglio della democrazia dei click? Che basi ci sono per criticare la loro versione naif della democrazia? Si può continuare a sostenere che loro hanno una concezione bizzarra della democrazia, ma la verità è che la situazione è già bizzarra di suo. Intendo dire che se si arrivasse ad avere la democrazia dei click, invece della democrazia che vi è ora, dovremmo essere tutti felici. Questa è solo la mia personale opinione. Se si spende l’intera giornata a leggere Habermas, allora potrebbe avere senso criticare quelli del M5S e affermare che la loro proposta sia pura follia; se, al contrario, seguissimo il dibattito quotidiano della politica italiana, bisognerebbe chiedersi perché mai siano così criticati. La democrazia dei click sarebbe fantastica se si riuscisse a metterla in piedi nel modo migliore, qui, in Italia. Il punto è che non sono neanche capaci di farla funzionare. Questo è il problema del Movimento 5 Stelle, non lo faranno, al di là delle loro promesse.”

Le nuove piattaforme, come Google e Facebook, sono studiate per attrarre. L’iperconnettività ci porta lontano dalla socialità del porta a porta. Cosa si deve fare per costruire una alternativa possibile? Disconnettersi per costruire una nuova ecologia cognitiva e nuove forme di resilienza, oppure proporre un possibile nuovo modo di vedere internet e di ingaggiare le comunità localmente?

“È una domanda che merita una risposta molto pragmatica, in termini sia politici sia economici. Il capitalismo si è sempre basato sul surplus del lavoro e sull’accaparramento di risorse non protette. Adesso non si va più a saccheggiare le risorse in America Latina o in Africa per portarle in Europa con le navi, ma si saccheggia virtualmente e digitalmente la nostra vita, attraverso la raccolta dei dati su quello che facciamo online e che sono sfruttati, per esempio, nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, che imparano da quello che gli utenti fanno online.

Se iniziamo a capire in che modo il valore è generato, ci rendiamo conto che l’intuizione di Marx di studiare i modi di produzione è corretta. Tuttavia, i modi di produzione se ne sono andati altrove; oggi i dati sono già mezzi di produzione, il che implica che per presentare un modello alternativo dovremmo chiederci chi detiene la proprietà di questi mezzi e fino a che punto sia possibile ridefinire l’economia digitale tanto da stimolare nuovi e differenti processi di emancipazione, nuovi di tipi di lavoro, nuovi tipi di organizzazione sociale a livello della città o del quartiere.

Non sto proponendo un governo centralizzato che entri nel mercato e fondi il proprio Google nazionale, o piuttosto una sorta di versione europea, come molti nella Commissione Europea vorrebbero realizzare; sto proponendo un modello molto differente, che si basa sulla socializzazione e regolamentazione dei dati, dell’intelligenza artificiale e del loro accesso, in modo tale che l’imprenditoria e l’economia locale ne possa beneficiare. I cittadini potrebbero ottenere dei finanziamenti per costruire la propria app. In questo modo, per avere qualsiasi genere di informazioni relative al proprio quartiere o alla propria città, non si deve aspettare Google o scaricare le app distribuite su Google Store, ma ogni cittadino lo può fare direttamente con i dati prodotti e socializzati da altri cittadini su una piattaforma mediata direttamente dall’amministrazione comunale e non da aziende multinazionali che generano profitto su questi dati.”

Come rendere gli utenti pienamente consapevoli di questa dimensione economica della loro socialità digitale? Come far capire che i dati da loro prodotti sono i mezzi di produzione del nuovo capitalismo? Mi verrebbe dare dire, retoricamente, quanto serva più educazione, ma quale?

Google finanzia programmi formativi di educazione ai media digitali. Sono sicuro che sul tema delle fake news introdurranno nuovi percorsi di sensibilizzazione. Il punto è come viene fatta l’educazione ai media e in che modo questa viene collegata a una cornice più ampia, così da formare alla consapevolezza dell’economia politica dei media digitali. Se ci si limita alle basi, si formano persone che non acquisiscono gli strumenti per pensare in termini complessi e cogliere la complessità dei processi in corso: sono educate a comportarsi da utenti e a pensare come utenti. È questa l’educazione ai media che voglio incoraggiare? No. Sono per il pensiero complesso e multimodale, e allora non dobbiamo abbandonare le domande basilari sui processi economici e politici. La comprensione del sistema dei media digitali, e con esso degli sviluppi industriali sull’intelligenza artificiale, sono molto più importanti dell’educazione ai media, che invece viene solo in un secondo momento.

Da "http://www.doppiozero.com" Come rivoluzionare la rivoluzione digitale? di Damiano Razzoli

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 18 Maggio 2018 00:00

Governano i peggiori? Digressioni bibliche

Governano i peggiori? È una domanda antica che con il trascorrere del tempo non perde d’attualità. Uno dei fattori in gioco per formulare la risposta è il modo in cui i governanti hanno conquistato il potere; se ciò è avvenuto attraverso la violenza, il giudizio tende a orientarsi in senso negativo. Così però non capitò nella lunga stagione delle moderne rivoluzioni politiche, durante la quale venne legittimato l’uso di una determinata violenza.

Non si tratta però solo del ricorso alla forza fisica. I regimi democratici (o sedicenti tali), pur esenti da colpi di stato o da altre forme di violenza armata, non sempre sono al riparo né da forme d’intimidazione, manipolazione, propaganda demagogica, persuasione occulta (fattore sempre meno circoscrivibile nell’era massmediatica), né dalla comparsa di improvvise fascinazioni legate a mirabolanti promesse.

La Bibbia, assai familiare con un potere conquistato o mantenuto attraverso lo spargimento di sangue, non ignora però neppure procedure legate a forme in cui il consenso è catturato in modi incruenti. È il caso, per esempio, di Assalonne. Nella sua vicenda, non per nulla, fanno la loro comparsa alcuni consiglieri (Ioab, Achitòfel, Cusài), figure tipiche di chi usa l’intelligenza e l’astuzia al fine di raggiungere o mantenere il potere.

Il quadro interpretativo generale della storia legata alla famiglia di Davide è saldamente teologico, il suo fil rouge è ascrivibile alla storiografia deuteronomistica che spiega gli accadimenti negativi imputandoli alla presenza del peccato e ai successivi interventi punitivi di Dio; tuttavia, se si presta attenzione ai particolari, nella Scrittura si vedono all’opera dinamiche ampiamente trascrivibili in termini più «laici» e attuali.

Come era stato preannunciato dal profeta Natan, nonostante il pentimento del re, il peccato di Davide provoca una serie di torbide conseguenze: Amnon violenta la sorellastra Tamar, Assalonne (fratello di quest’ultima) fa assassinare il colpevole dell’infamia arrecata alla sorella e fugge (cf. 2Sam 13); tuttavia, grazie a uno stratagemma ideato da Iaob, in seguito è riammesso a Gerusalemme, gli è però precluso di vedere il padre. Assalonne, uomo dall’aspetto bellissimo (cf. 2Sam 14,25-27), il che ha, come sempre, un suo peso, cominciò a promettere aiuto a coloro che si recavano a Gerusalemme per discutere la loro causa di fronte al re; la sua fortuna inizia da qui.

Non essendo tra le pagine più conosciute della Bibbia conviene trascriverla: Assalonne si procurò un carro, cavalli e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui. Assalonne si alzava al mattino presto e si metteva da un lato della via di accesso alla porta della città. Quando qualcuno aveva una lite e veniva dal re per il giudizio, Assalonne lo chiamava e gli diceva: «Di quale città sei?».

L’altro gli rispondeva: «Il tuo servo è di tale tribù d’Israele». Allora Assalonne gli diceva: «Vedi le tue ragioni sono buone e giuste, ma nessuno ti ascolta per conto del re». Assalonne aggiungeva: «Se facessero me giudice del paese! Chiunque avesse una lite o un giudizio verrebbe da me e io gli farei giustizia». Quando uno gli si accostava per prostrarsi davanti a lui, gli porgeva la mano, l’abbracciava e lo baciava. Assalonne faceva così con tutti gli Israeliti che venivano dal re per il giudizio; in questo modo Assalonne si accattivò il cuore degli Israeliti (2Sam 15,1-6).

Il crescente consenso goduto dal figlio di Davide lo portò alla ribellione nei confronti del padre (cf. 2Sam 15,7-18,18). Da qui in poi il racconto conosce il versamento di molto sangue; tuttavia, il suo inizio è imperniato non sulla violenza bensì sui modi atti ad accattivarsi la simpatia collettiva mediante l’ostentazione e le facili promesse.

In un tempo in cui non vigeva la divisione dei poteri, assicurare da parte di un membro della casa reale il proprio sostegno nelle cause giudiziarie era operazione dotata di una capacità di convincimento paragonabile a quella con la quale oggi si promettono riduzioni di tasse, sussidi a pioggia, posti di lavoro garantiti, riforme palingenetiche, ordine e sicurezza prive di smagliature.

Il tutto, allora come ora, sostenuto da una fastosa e accattivante messa in scena posta al servizio di colui che si dimostra affabile e familiare nei confronti della gente. Nei nostri anni, almeno in Occidente, le rivoluzioni, le congiure, i colpi di stato non sono moneta corrente. Il discorso invece è ben diverso rispetto agli altri fattori sopraindicati; essi, con le grandi varianti del caso, sono tutti ancora all’ordine del giorno.

Ciascuno dà i propri frutti. La Bibbia dà grande spazio alla violenza collegata alla conquista e all’esercizio del potere. Tra i molti esempi ve n’è uno il quale, soprattutto perché sceglie d’anticipare la vicenda attraverso un apologo favolistico, sembra destinato a imprimere la convinzione secondo cui governano i peggiori.

Si tratta di una serie di avvenimenti contenuti nel libro dei Giudici. Abimèlec, figlio di Gedeone, in combutta con i signori di Sichem, conquistò il potere facendo uccidere, su una sola pietra, i suoi settanta fratelli (cf. Gdc 9,1-6). Dalla carneficina si salvò il solo Iotam. A quest’ultimo si deve il fantasioso apologo degli alberi rivolto ai signori di Sichem. Iotam raccontò che gli alberi si misero in cammino per eleggere sopra di loro un re.

L’ulivo, il fico, la vite non vollero rinunciare ai loro frutti per andarsi a librare sopra i loro colleghi. Alla fine, ci si rivolse al rovo, il peggiore, che accettò subito la nomina accompagnandola con parole di oscura minaccia: «Se davvero mi ungete re su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e distrugga i cedri del Libano» (Gdc 9,7-21).

Nella Bibbia l’apologo diviene una specie di profezia. Nel resto del capitolo si parla, infatti, della rottura avvenuta tra i signori di Sichem e Abimelèc. Il quadro interpretativo è di nuovo teologico: «Questa avvenne perché la violenza fatta ai settanta figli di Ierub-Baal [Gedeone; nda] ricevesse castigo» (Gdc 9,24).

Dopo una serie di scontri reciproci, ci fu una prima conclusione atroce. Tutti i signori di Sichem si erano radunati nei sotterranei del tempio di El-Berit. Abimèlec e i suoi uomini vi appiccarono il fuoco: «Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne» (Gdc 9,49). Segue un episodio in cui Abimèlec si reca a Tebes; giuntovi, cinge d’assedio una torre in cui si erano rifugiati i signori della città.

La sua intenzione era anche questa volta d’incendiarla, tuttavia una donna dall’alto fece cadere una macina sul cranio di Abimèlec e quest’ultimo ordinò al proprio scudiero di trafiggerlo perché non si dicesse che fosse stato ucciso da una donna. L’episodio si conclude con la chiosa secondo la quale Dio fece ricadere su Abimèlec e sui signori di Sichem tutto il male da loro compiuto: «Così si avverò su di loro la maledizione di Iotam» (Gdc 9,57).

Assunto nel suo contesto, l’apologo è una maledizione efficace perché conforme alla visione deuteronomistica della storia; tuttavia, la suggestione delle sue immagini paradossali trascende l’ambientazione specifica. Grazie a esse, da un lato constatiamo il rifiuto di darsi alla politica da parte di coloro che producono frutti nella società (ulivo, fico, vite), dall’altro registriamo la volontà di occupare quel posto a opera di coloro che sono improduttivi sul piano economico e culturale (rovo).

Un dramma della politica è che non si può fare a meno del governo; eppure, di frequente, il potere cade nelle mani dei peggiori; ciò avviene anche perché i migliori rifiutano di assumere le responsabilità pubbliche che a loro competerebbero. Il discorso però è meno schematico di quanto non appaia. Lo è se si tiene conto della motivazione espressa dagli alberi fruttiferi, i quali concordemente sostengono di rinunciare alla carica perché la sua assunzione impedirebbe loro di produrre frutti.

In altri termini, governano i peggiori anche perché è l’esercizio stesso del potere a rendere le persone peggiori. Sciolte da ogni contesto teologico legato a un Dio che regge la storia (in modi peraltro non più accettabili dalle nostre coscienze), riflessioni legate al «governo dei peggiori» sono presenti nella componente autobiografica della settima Lettera di Platone.

Da giovane il grande filosofo pensava di dedicarsi alla politica, anzi era stato invitato a farlo anche da alcuni suoi familiari e conoscenti che rientravano nella cerchia dei Trenta tiranni. In effetti, egli allora riteneva che essi avrebbero potuto purificare la città dall’ingiustizia; tuttavia il loro comportamento ben presto fece apparire oro il governo precedente. Non andò meglio con la democrazia restaurata, la quale mise addirittura a morte Socrate.

Platone dovette quindi constatare che era sempre più difficile «partecipare all’amministrazione dello stato rimanendo onesti». La conclusione è nota: «Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle generazioni umane, se prima al potere politico non fossero pervenuti uomini veramente schiettamente filosofi, o i capi politici della città fossero divenuti, per qualche corte divina, veri filosofi».

Avendo ormai alle spalle sia la convinzione che Dio regga la storia attraverso punizioni atroci volte a suscitare pentimenti risanatori, sia la fiducia che la ragione filosofica possa rigenerare la politica, la nostra priorità si concentra sull’impegno che l’ulivo, il fico e la vite continuino a produrre i loro frutti nonostante l’incombere dei rovi; se risanamento ci sarà, non potrà cominciare che da lì.

Da "http://www.retesicomoro.it" Governano i peggiori? Digressioni bibliche di Piero Stefani

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Imparare a vivere con la complessità

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

Pubblicato in Passaggi del presente

Chiamerò sindrome di Giachetti l’incapacità di entrare in relazione con lo studente attribuendo a lui soltanto ogni fallimento del processo educativo. In omaggio al maestro Benigni di Non ci resta che piangere il cui motto è: «Giachetti? Io quello lo boccio» (qui).

Gli studenti

«Vorrei che una volta entrati in classe i professori ci dicessero che sarà un anno impegnativo, ma divertente»; «I professori dovrebbero insegnarci ad esprimere le nostre opinioni, coinvolgendoci all’interno della lezione rendendoci partecipi»; «Mi piacerebbe sentirmi dire che non è così importante avere il 10 a tutte le materie, ma sarebbe molto importante uscire dalla scuola con la capacità di seguire un telegiornale e capirlo». (classe prima, ITIS)

Queste sono alcune delle voci raccolte in un progetto di ricerca della Cassa di risparmio di Firenze e della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia coordinato da Federico Batini. Ragazzi e ragazze che sono stati coinvolti nel tentativo di dare una risposta plausibile e soddisfacente alla domanda: cosa è la dispersione scolastica?

La domanda non è retorica. La dispersione scolastica non è un fenomeno marginale. Chiedere anche agli studenti cosa si può fare per arginare questa frana del sistema educativo non è solo un esercizio di stile, vedremo perché.

Intanto partiamo da alcuni dati ufficiali anche se non recentissimi (il calcolo della dispersione è infatti su base triennale).

«Possiamo affermare oggi che quasi uno studente italiano su tre abbandona la scuola secondaria di secondo grado senza aver completato il percorso e senza aver conseguito alcun titolo. Il panorama, così desolante, emerge dai dati del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati da «Tuttoscuola» nel Dossier “Dispersione” del 2014. Il dossier si apre con una cifra strabiliante: sono quasi tre milioni (2.900.000) i ragazzi che, negli ultimi quindici anni, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Sono quasi 170mila i ragazzi che, in un quinquennio, cioè solo nella scuola secondaria di secondo grado, abbandonano il percorso di istruzione».

Così Mauro Piras: «quasi un terzo di abbandoni tra gli iscritti alla secondaria di secondo grado tra 2005 e 2010; quasi un terzo della coorte generazionale più recente che non ha un titolo per accedere alla formazione terziaria: questi dati mostrano che la secondaria di secondo grado respinge i più deboli, rende loro il percorso difficile e li espelle dal sistema» (qui).

L’Atlante di Save the Children 2017 dedicato alla scuola riporta che «se si esaminano i ragazzi con i livelli più bassi di competenza nei saperi irrinunciabili della matematica di base e della lettura (low achievers), il 36% dei quindicenni figli di poveri non raggiunge le competenze minime in matematica e il 29% in lettura e comprensione di semplici testi. Così un quindicenne su cinque ha gravi difficoltà ad analizzare e comprendere il significato dei testi scritti, e un alunno su tre non raggiunge la sufficienza (livello 2) in almeno una delle tre discipline ritenute fondamentali da OCSE per l’esercizio del diritto di cittadinanza».

Ovviamente questo non significa necessariamente che la nostra scuola è “peggiore” di quella, mettiamo, di 20 anni fa, ma che da alcuni anni a questa parte si è iniziato a raccogliere anche questo tipo di informazioni.

Cause socio economiche dietro l’insufficienza formativa e l’abbandono. Ma non solo. «Ogni scuola affaccia su una strada, un quartiere, un mondo con il quale, volente o nolente, deve dialogare ogni giorno, non fosse altro per il via vai degli alunni che la frequentano. Il fenomeno della dispersione scolastica è strettamente correlato alla difficoltà della scuola di aprirsi, farsi comunità educante e mettersi in rete con i propri territori di appartenenza… I territori sono segnati da profonde differenze in termini di spazi, servizi, attività culturali e produttive, condizioni occupazionali, culturali, sociali. Veri e propri baratri in certi casi, che hanno il potere di condizionare le stesse regole di ingaggio della sfida educativa», così Save the Children.

Le aree interne del paese, per esempio, come messo in luce da Filippo Tantillo che coordina il progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ridefinisce la zone di sottosviluppo in base a criteri non meramente economici, soffrono di problemi non imputabili direttamente alla crisi, i redditi spesso sono nella media nazionale, eppure il sistema scolastico è in emergenza per mancanza di insegnanti che vivendo stabilmente lì, per esempio, riescono a integrarsi nella vita della comunità e così facendo farla crescere.

Il riferirsi ai diversi dati disponibili deve fare i conti con tutto questo e, perciò, in primo luogo, con i differenti contesti e soprattutto con le storie dei ragazzi che perdiamo per strada.

Cosa è la dispersione?

Secondo la definizione del MIUR nel concetto di dispersione rientrano:

– gli alunni che interrompono la frequenza senza valida motivazione prima della conclusione dell’anno scolastico nella scuola secondaria di I e di II grado;

– gli alunni che abbandonano (nei due ordini di scuola) nel passaggio all’anno successivo dopo aver frequentato tutto l’anno;

– gli alunni che lasciano nel passaggio alla scuola secondaria.

Il MIUR, da anni, indica nella dispersione uno dei più gravi problemi del sistema educativo italiano. Marco Rossi Doria ha istituito una Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa e ha pubblicato a gennaio del 2018 l’ultimo documento sul formativo, evidenziando la mole di lavoro e di conoscenze accumulate negli ultimi anni alla quale, si spera, i prossimi governi vorranno dare seguito.

Scrive Save the Children: «il recente documento MIUR ci consente di sapere quanti alunni «a rischio dispersione in corso d’anno» rientrino nel sistema scolastico a settembre e, così, di “pulire” (nelle regioni che hanno condiviso le banche dati aderendo nel 2015-16 al programma di Iscrizioni on-line) il dato del rischio di abbandono da quello dei trasferimenti ad altri sistemi di formazione, in particolare la Formazione professionale che è in capo alle regioni. Tale sguardo, più affinato che in passato, ci permette di scremare il rischio dispersione di quasi 42.000 alunni rientrati nel sistema di istruzione o di formazione professionale nei diversi tasselli individuati (in corso d’anno nella scuola secondaria di I e II grado, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, tra i frequentanti che non si iscrivono all’anno successivo). Così ora sappiamo che ben 25.000 alunni (sui 34.000 dati per dispersi) in realtà trasmigrano alla formazione professionale nel passaggio dal primo al secondo ciclo».

Concentriamoci ora su chi si ritira entro il 15 marzo e non rientra a settembre; sui «trasferiti non più frequentanti». Circa il 70% degli alunni che comunicano di trasferirsi ad altra scuola nella secondaria di I e II grado senza completare il passaggio nel corso dell’anno, non rientrano nel sistema l’anno successivo. Si tratta di 15.000 ragazzi». E poi ci sono gli alunni che non tornano a scuola pur avendo concluso l’anno regolarmente. «7.000 alunni nei primi due anni della scuola secondaria di I grado e più di 71.000 nei primi quattro anni della scuola superiore (con un picco nel primo biennio)». Una massa da prendere in considerazione nota Save the Children «anche se è plausibile che si trasferiscano ad altra scuola senza comunicarlo. E questo conferma l’estrema difficoltà di ogni conteggio dei “persi alla scuola” che spesso non lo sono davvero e altrettanto spesso lo sono, invece, e non lo sappiamo. I recenti dati del MIUR ci consentono, in ogni modo, di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado».

Ma la percentuale non convince: 4,3% nella secondaria di II grado è un dato che contrasta con l’elaborazione di Tuttoscuola che nel 2014 indicava in un terzo della popolazione scolastica il dato preoccupante dell’abbandono. E un semplice colpo d’occhio in una classe qualsiasi del biennio delle superiori di una zona a rischio fa apparire una situazione completamente diversa. Inoltre la trasmigrazione alla formazione professionale non è un tema da trascurare, non si può infatti considerare un’alternativa equivalente alla scuola se scelta in seguito a una bocciatura per esempio o a un percorso scolastico segnato da cattiva qualità dell’insegnamento, mancanza di tempo pieno nella primaria con conseguente enfatizzazione delle differenze familiari di partenza e insegnanti che cambiano ogni anno.

Questa definizione di dispersione è troppo generosa rispetto alle falle interne del sistema formativo poiché addossa quasi tutta la responsabilità a una dimensione socio economica (non a caso nel documento MIUR si cita spesso la Lettera a una professoressa (1967) come modello analitico utile per il presente senza rendersi conto però che le povertà educative odierne non sono sempre generate da miseria materiale). Vorrei dunque proporre di abbracciare una definizione più ampia di dispersione, data da Olga Bombardelli: «c’è dispersione di talenti ogni volta che ci si trova di fronte ad un sentimento di grave malessere che impedisce all’alunno di vivere un’esperienza scolastica pienamente formativa. Si tratta di un problema individuale e sociale”».

Quali soluzioni?

Innanzitutto serve un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata faccia da fondamento a ogni futuro ragionamento (qui).

Dallo studio coordinato da Batini emergono poi indicazioni più precise: «una prima tappa nella realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico», scrive Roland Pfefferkorn.

Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola. Perché se è vero che l’abbandono cresce nella povertà materiale possiamo dire senza tema di essere smentiti che il suo anticorpo più importante sta nella relazione scuola/ragazzi. Infatti al disagio materiale della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione (qui una utile riflessione contro il consiglio orientativo). Mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche e questo è un dato strutturale della storia della scuola se, fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonnella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile».

E allora torniamo ai punti proposti dai ragazzi intervistati dalla ricerca coordinata da Federico Batini. Salta agli occhi l’analogia con la proposta degli allievi di Barbiana.

– A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

– Agli svogliati basta dargli uno scopo.

– Non bocciare.

Nessun ragazzo lo dice dice, ma quello lo aggiungo io: nella scuola dell’obbligo non bocciare.

Primo: non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché come abbiamo visto tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo. Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, l’obbligo scolastico oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Chiaro che finché i cicli non saranno riformati la risposta non potrà essere in termini generici che un no. Eppure anche oggi come 50 anni il punto centrale è proprio questo. Mettere in discussione la bocciatura come strumento di valutazione e di educazione perché l’obbligo è innanzitutto quello che lo Stato ha di dare un percorso diversificato e di qualità a tutti.

Il tempo pieno. Nel documento del MIUR del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro e le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Io lo so perché l’ho fatto. Oggi mia figlia che ha 11 anni e fa il tempo pieno in prima media lavora tutto il giorno. Tutto. Lei può farlo. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna ad essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (qui una riflessione dei Maestri di strada).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Spesso mi è stato chiesto, in questo anno passato a parlare del mio libro quale è l’attualità oggi di Lettera a una professoressa. Ecco: questo libro chiede agli studenti di ragionare sulla loro scuola sulle cose che non vanno su quelle che vorrebbero vedere cambiare. Quella voce che viene da lontano dice chiaramente prendete la parola e dite cosa è la scuola e come la vorreste.

Anche se la risposta rimane sempre la stessa, da 50 anni a questa parte.

Primo: non bocciare.

Secondo: a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Terzo: agli svogliati basta dargli uno scopo.

 

Da "http://www.doppiozero.com" La sindrome di Giachetti. O della bocciatura, della dispersione, dello scoraggiamento di Vanessa Roghi

 

Pubblicato in Fatti e commenti

Tempo libero e riposo non esprimono propriamente la stessa interpretazione del tempo. Il primo, infatti, rimanda alla libertà rispetto a un tempo schiavizzato dal lavoro; il secondo, invece, rimanda a una comprensione del lavoro come opportunità di esistenza umana.

Detto diversamente e seguendo Hannah Arendt,[1] il lavoro è la maniera umana di sperimentare la felicità di essere vivi, in quanto nell’azione l’uomo compie faticosamente se stesso e non solo «fa delle cose». Lavoro, dunque, come via privilegiata verso sé, perché nella cura operosa del qui e ora, propria del lavoro, l’uomo si conosce, si ritrova e si compie.

Quando il lavoro diventa un idolo
Tuttavia questo percorso non è automatico. Il rischio che il lavoro sia compreso in modo strumentale, cioè in vista di altro – e dunque in termini di «pausa dalla vita» – è sempre possibile. Al contrario, ma seguendo una stessa logica interpretativa, si trova l’assolutizzazione del lavoro: il lavoro esaurisce il tempo della vita diventando un idolo.

Entrambe queste prospettive sono povere e inadatte al interpretare il tempo dell’esistenza come tempo propizio di vita.

Il tempo del riposo apre una prospettiva nuova. Il riposo, non solo come bisogno di recuperare le forze per lavorare meglio, ma come «dovere» inscritto nelle leggi della biologia e del cosmo, ridona la giusta prospettiva al lavoro. Infatti inserisce quest’ultimo in un’ermeneutica più ampia dell’esistere umano: quella del dare e del ricevere.

C’è un tempo per ogni cosa…
Nel ciclo sonno-veglia e riposo-lavoro, infatti, s’inscrive la verità dell’uomo: c’è un tempo per dare e un tempo per ricevere, un tempo per collaborare attivamente alla costruzione del mondo e un tempo per abbandonarsi.

Il riposo, dunque, si propone sia come abbandono fiducioso di chi accetta che non tutto dipenda da lui, sia come una condivisione del tempo di chi sa dare e sa ricevere. Detto diversamente: riposo colto come riconoscimento del primato della relazione, come sospensione della presa della realtà in nome di quest’ultima.[2]

In quest’ottica il riposo acquisisce priorità sul lavoro, altrimenti quest’ultimo cessa di essere cura per il qui e ora per diventare un fine in sé, una forma disperante di distrazione da sé.

In altri termini, il lavoro rischia di separarsi dal lavoratore, perdendo il senso per la sua vita. Al contrario, il lavoro è il lavoratore che nell’atto stesso del lavorare vive la sua vita e il riposo è propriamente ciò che apre questa possibilità.

Il riposo come astensione
Ma il significato del riposo non si ferma qui. Nella Bibbia il sabato è l’unica opera che il Creatore benedice e consacra (cf. Gen 2,3), cioè riserva per sé. Ne consegue che in questo giorno che Dio riserva per sé l’uomo è chiamato a partecipare coscientemente a quell’eternità che già vive in lui.

Il riposo si presenta così come ingresso in una dimensione più profonda del tempo, in cui la rinuncia al lavoro dice la relazione per eccellenza dell’uomo, quella con Dio. In altre parole, astenersi dal lavoro esprime la decisione di affidarsi: riposarsi, cioè, non solo dal lavoro, ma anche dal pensiero del lavoro. Questo è possibile in quanto si riconosce di non essere solipsisticamente padroni dello spazio manipolabile e del tempo fruibile, ma in relazione a un Altro che ha costituito e ha donato lo spazio e il tempo perché l’uomo potesse fare questa esperienza di libertà.

Se, infatti, l’uomo ha coscienza di sé e del mondo attraverso la propria opera, il riposo sabbatico, ordinato per ricordare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (Dt 5,15) consente di non divenirne schiavi. Il dovere del riposo serve per non dimenticarlo.

Da "http://www.ilregno.it" Il dovere di riposare: per non ritornare schiavi di Carla Corbella

Pubblicato in Passaggi del presente

Le nuove nomine ai vertici del governo e la riorganizzazione degli apparati statali, approvate durante la prima sessione della tredicesima Assemblea nazionale del popolo, sono la prima conseguenza dell’ulteriore accentramento decisionale nelle mani di Xi Jinping. Xi è stato eletto all’unanimità capo di Stato per la seconda – e probabilmente non ultima – volta. L’eliminazione del limite di due mandati dalla costituzione gli permetterà infatti di svolgere questa carica anche dopo il 2022, assieme a quelle di segretario del Partito comunista cinese (Pcc) e di capo delle Forze armate.

La grande riforma del Consiglio di Stato, supremo organo amministrativo della Repubblica Popolare, ha tre obiettivi: rafforzare il controllo del Partito sull’esecutivo; ristrutturare il rapporto tra organizzazione centrale e autorità regionali; ridurre i costi ed elevare il grado di efficienza, fondendo gli istituti le cui competenze si sovrappongono ed eliminare quelli superflui. Tutto ciò è considerato necessario per gestire meglio lo sviluppo economico e finanziario del paese.

Un editoriale del Quotidiano del Popolo ha definito Xi “leader del popolo” e “timoniere dello Stato”. Quest’ultima formula ricorda quella con cui ci si riferiva al “grande timoniere” Mao Zedong, ma le parole cinesi utilizzate nel primo caso – guojia zhangduo zhe – sono diverse da quelle utilizzate per indicare il fondatore della Repubblica Popolare (duoshou). Forse per sottolineare che, malgrado il consolidamento di potere, Xi vuole traghettare verso il cosiddetto “risorgimento” una Cina diversa (più ricca e stabile) rispetto a quella fondata dal suo predecessore e che il suo modo di govenare non è lo stesso di Mao.

La riorganizzazione dell’esecutivo

Il Consiglio di Stato si comporrà di 26 enti tra ministeri e commissioni (di cui 7 nuovi e 4 riformati), a cui si aggiunge l’Ufficio generale.

Wang Qishan è diventato vicepresidente. Wang, alleato di Xi ed ex capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare (Ccdi), l’organo anticorruzione, si era ritirato dai vertici del Partito comunista cinese (Pcc) durante il 19° Congresso nazionale del Partito, secondo la regola informale del pensionamento a 68 anni. Il presidente potrebbe avergli assegnato questa nuova carica per conferirgli un ruolo di rilievo in politica estera.

In particolare, Wang dovrebbe occuparsi dei delicati rapporti con gli Stati Uniti, con cui spirano venti di guerra commerciale. A ciò si aggiunga che la Cina non ha preso bene l’introduzione da parte di Donald Trump del cosiddetto Taiwan Travel Act, che incoraggia lo scambio di visite tra funzionari di alto livello statunitensi e taiwanesi. Per Pechino, riportare Formosa sotto la sua sovranità rientra nel processo di risorgimento della Repubblica Popolare. Nel suo discorso all’Assemblea nazionale del popolo, Xi ha ribadito l’esistenza di “una sola Cina” e detto che qualunque tentativo di dividerla fallirà e incontrerà la “punizione della storia”.


La nuova Commissione di supervisione nazionale monitorerà la condotta di tutti i funzionari degli apparati statali, estendendo l’attività anticorruzione condotta dal Ccdi. Dalle aziende pubbliche agli ospedali, dalle scuole ai centri di ricerca. La nuova commissione sarà guidata da Yang Xiaodu, ex vicesegretario della Ccdi. La nomina potrebbe indicare che la lotta alla corruzione è ancora nelle mani del Partito.

Il nuovo ente assorbirà le funzioni di tre tipologie di agenzie: quelle che sottostavano alla Ccdi, quelle per la supervisione dei dipendenti pubblici e le procure che perseguivano i funzionari di Stato sospettati di corruzione. Le nuove commissioni di supervisione saranno istituite a livello nazionale, provinciale, cittadino e di contea.

Secondo Pechino, il provvedimento dovrebbe non solo estendere il raggio d’azione del monitoraggio ma anche ottimizzare le risorse, poiché l’80% dei dipendenti pubblici e il 95% degli alti funzionari sono membri del Pcc. La Commissione potrà interrogare e fermare i sospetti, congelare le loro risorse economiche ed effettuare perquisizioni.

Liu He, prima consigliere economico di Xi, è diventato uno dei quattro vicepremier alle dipendenze di Li Keqiang, che ha conservato il ruolo di primo ministro. Liu, ha studiato ad Harvard, parla fluentemente inglese e ha una profonda conoscenza delle questioni economiche cinesi. Negli ultimi mesi, Xi lo ha inviato sia al Forum economico mondiale di Davos sia negli Usa, per discutere i rapporti commerciali con Washington.

La nomina di Yi Gang a governatore della Banca del popolo cinese (l’istituto di credito centrale), potrebbe dare continuità alla politica monetaria cinese. Yi, ex vicegovernatore dell’ente, potrebbe svolgere un ruolo chiave nella riforma del settore finanziario. Tuttavia, i suoi studi accademici negli Stati Uniti non ne fanno necessariamente un liberale. Le designazioni di Liu e Yi indicano che Pechino vuole ridurre al minimo i rischi finanziari e quelli provenienti dagli alti livelli di debito della Repubblica Popolare.

In tale contesto rileva anche la formazione di due commissioni regolatorie: una supervisionerà il mercato statale, l’altra il settore bancario e delle assicurazioni. Per ottimizzare le risorse queste acquisiranno funzioni di alcuni enti preesistenti, che saranno smantellati.

Il ruolo della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (che guidava di fatto la crescita del paese) è stato ridimensionato, probabilmente per due ragioni. Primo, quest’organo interveniva nei settori più disparati, occupandosi troppo di approvare progetti e poco di introdurre significativi cambiamenti al sistema economico cinese. Secondo, membri della commissione sono stati coinvolti in scandali di corruzione.

Con la riforma, molte funzioni di questa commissione sono state ridistribuite ad altri organi. Per esempio, il nuovo ministero per le Risorse naturali si occuperà della creazione delle zone di sviluppo e quello per la Protezione ambientale si accaparrerà l’unità per il cambiamento climatico. Il ministero per l’Agricoltura e gli Affari rurali approverà invece gli investimenti nel settore agricolo e assumerà parte delle competenze di quelli responsabili rispettivamente del Commercio e delle Risorse terrestri e marine.

L’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo internazionale avrà invece il compito di promuovere le nuove vie della seta e coordinare meglio gli aiuti all’estero, elemento considerato chiave per la “diplomazia da grande paese”. L’iniziativa infrastrutturale promossa dalla Cina sta crescendo e con essa anche le difficoltà legate allo sviluppo degli accordi con i paesi partner e la resistenza dei rivali della Cina, come Usa, Giappone e India.

Il nuovo organo dovrebbe rendere lo sviluppo dei progetti più agevole, ma per ora non è chiaro come si interfaccerà con i molteplici enti statali che già si occupano della questione. Tra questi vi sono il gruppo ristretto per l’avanzamento dello sviluppo della Bri (che sottostava alla commissione per lo sviluppo e le riforme), vari ministeri, la Banca per gli investimenti infrastrutturali in Asia (Aiib), il Fondo per le nuove vie della seta e diverse imprese cinesi.

La creazione di un ministero per gli Affari dei veterani, simile all’ente ad hoc del governo federale Usa, rientra nel processo di modernizzazione delle Forze armate. Per certi versi anche quest’ultimo, che ha come obiettivo implementare il coordinamento tra le branche armate, ha preso spunto dall’apparato militare statunitense sul piano organizzativo e per quanto riguarda l’integrazione tra industria militare e civile. Il nuovo ente dovrebbe gestire le questioni legate ai militari in pensione, che in passato hanno protestato per questioni legate alle loro condizioni economiche.

La lotta all’inquinamento resta un argomento chiave. Il ministero per l’Ambiente ecologico sostituisce quello per la Protezione ambientale e ne espande le competenze, tra cui quella di contenere le emissioni di gas serra. Per Pechino e per la popolazione cinese l’inquinamento è uno dei problemi più urgenti, anche se complessivamente la situazione è in via di miglioramento. Negli ultimi quattro anni, la presenza di polveri sottili (pm 2.5) nell’aria delle città è diminuita del 32%, secondo delle statistiche prodotte dall’Università di Chicago.

Xi ha pertanto iniziato ad attuare i cambiamenti che non è riuscito a porre in essere durante il suo primo mandato. La nuova riorganizzazione lascia intendere l’inizio di un nuovo ciclo di riforme, mirate a un miglioramento della qualità dell’economia cinese. La possibilità di svolgere un terzo mandato da capo di Stato legittimerà ulteriormente la leadership di Xi, ma la creazione della Commissione di supervisione vazionale indica che la guardia resta alta contro coloro che si oppongono a questo percorso.


Da "http://www.limesonline.com" Stabilità e Stati Uniti: gli obiettivi del nuovo esecutivo di Xi Jinping

Pubblicato in Comune e globale

Oggetto di questo articolo è il piano sulle infrastrutture sociali presentato a Bruxelles il 23 gennaio 2018 dalla Task force dell’ELTI (Associazione Europea degli investitori a Lungo Termine) coordinata da Romano Prodi e Christian Sautter. Il testo integrale, Boosting investments in social infrastructure in Europe, curato da Lieve Fransen, Gino del Bufalo e Edoardo Reviglio, è scaricabile qui. Lo scopo di questo articolo è presentare la proposta, che ha ricevuto una limitata copertura mediatica in Italia, ai nostri lettori. Questo piano, sebbene non privo di criticità, costituisce un contributo interessante al più ampio dibattito sulla riforma dell’Unione Europea. Si tratta di uno spunto di cui negli ultimi mesi in Italia si è raramente discusso con serietà, e che può essere occasione e stimolo per un dibattito di grande rilevanza.


Fra le proposte circolate negli ultimi mesi, vanno sicuramente menzionate quelle promosse da Juncker per il completamento dell’Unione economica e monetaria, le quali tuttavia non si sono distinte per il loro carattere temerario. Le proposte della Commissione non sembrano aver fatto seriamente i conti con le contraddizioni e i problemi lasciati in eredità all’UE dopo un decennio segnato da politiche di austerità, dalla concorrenza economico-politica tra i singoli stati membri (in certi casi, da una vera e propria conflittualità), e dal deficit politico di un autentico approccio comunitario e federale ai problemi comuni sollevati dalla crisi. Le proposte avanzate dalla Commissione europea mancano della ambizione e della inventiva necessaria per affrontare la situazione attuale.

Al contrario, il piano in questione ha il merito di essere fondato su un ragionamento di medio-lungo periodo sviluppato a partire dall’analisi di alcuni elementi strutturali (politici, socio-economici, demografici). Il contesto politico è caratterizzato dalla crescente disaffezione dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni comunitarie, disaffezione che è senza dubbio legata, soprattutto nelle periferie dell’Unione, a politiche percepite come eccessivamente rigoriste e non interessate alle marginalità. Da un punto di vista socio-economico, la crescita economica dell’Unione, che sembra essere tornata a stabilizzarsi, non si sta rivelando una crescita inclusiva. Come rileva il rapporto, il gap complessivo fra ricchi e poveri in Europa è al livello più alto degli ultimi 30 anni. La maggiore ricchezza si distribuisce all’interno di una minoranza già benestante della popolazione europea. Per arginare questa dinamica intrinsecamente destabilizzante e lacerante – di cui è già possibile osservare sintomi preoccupanti – è auspicabile canalizzare la nuova ricchezza creata verso la maggioranza della popolazione europea che ancora non avverte gli effetti positivi della crescita economica.

L’ultimo elemento strutturale in cui questo piano si inserisce è quello demografico. L’Europa è una delle regioni del mondo in cui si vive più a lungo e si fanno meno figli. In un’ottica di medio termine, queste caratteristiche modificheranno profondamente la struttura della popolazione e le sue esigenze. L’allungamento della terza età, dovuto alla diffusione di diete più salutari e di servizi sanitari più efficienti, comporta un aumento della quota di popolazione non attiva e una decrescita relativa della popolazione attiva. Un numero relativamente più basso di persone attive, in Europa, dovrà sostenere una popolazione progressivamente più anziana. Si tratta di una sfida epocale ed estremamente complessa, in cui sarà necessaria una ristrutturazione dei sistemi di welfare, dalla sanità all’assistenza sociale. Saranno fondamentali la promozione della medicina preventiva e personalizzata, dell’accessibilità, dell’assistenza alla non-autonomia, dei servizi contro la solitudine e a favore della qualità della vita. Legata alla mutevole struttura della famiglia nelle società avanzate, la solitudine costituisce già oggi un vero problema di salute pubblica che colpisce soprattutto la popolazione più fragile (le donne, i redditi bassi, i bassi livelli di istruzione). Allo stesso tempo andranno potenziate le infrastrutture per facilitare la conciliazione dei ritmi vita-lavoro della popolazione attiva, che si troverà a lavorare per periodi diversi della propria vita e in modalità spesso mutate a causa dell’innovazione tecnologica.

Sullo sfondo di questo contesto, gli autori del piano sostengono che oggi l’Unione si trova impreparata ad affrontare questi profondi cambiamenti a causa di un forte deficit di investimenti nelle aree che saranno maggiormente affette da questi stessi cambiamenti. La proposta che viene avanzata è quindi di individuare specifiche condizioni, modalità e strategie per promuovere la mobilitazione di ingenti capitali, sia pubblici sia privati, nel settore delle infrastrutture sociali, distinte nei tre ambiti di istruzione, sanità ed edilizia sociale. Passiamo ora a vedere più in dettaglio in cosa consistono le proposte avanzate dalla task force coordinata da Romano Prodi.

I mutamenti sociali in corso
L’approfondirsi della globalizzazione e il progresso tecnologico, si rileva, hanno comportato crescenti difficoltà per segmenti sempre più ampi della popolazione europea e impongono di conseguenza un ripensamento degli strumenti con cui affrontare le sfide future. La crisi economica e con essa i mutamenti indotti dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica hanno esercitato una grande pressione sulla società europea, facendo crescere da un lato la domanda di infrastrutture sociali (istruzione, sanità, edilizia sociale) e imponendo dall’altro un ripensamento dei tradizionali strumenti di politica sociale a disposizione della politica.

L’esigenza di espandere le politiche sociali e di innovarne i modelli, sottolinea il rapporto, non deriva solo dagli effetti sociali prodotti dalla crisi economica, ma anche dai grandi cambiamenti demografici attualmente in corso. I bassi tassi di natalità (rapporto tra numero delle nascite e l’ammontare dell’intera popolazione) e dei tassi di fecondità (numero medio di figli per donna) stanno facendo crescere l’età media dei cittadini europei. Secondo i calcoli del rapporto si prevede che la quota della popolazione europea di età superiore ai 65 anni si espanderà dal 18,9% (2015) a circa il 29% nel 2060. Per via di una popolazione mediamente più anziana, sottolinea il rapporto, si assisterà a una crescita della domanda di cure e assistenza medica a prezzi non proibitivi. Questi cambiamenti richiedono necessariamente un ripensamento nell’organizzazione dei nostri sistemi sanitari e di welfare, dei servizi di cura e di assistenza alla persona e dell’edilizia sociale.

Il cambiamento tecnologico e la globalizzazione dei mercati, a loro volta, lanciano una serie di grandi sfide al nostro sistema produttivo e ai nostri sistemi educativi. In particolare il rapporto richiama l’attenzione su tre temi che acquisiranno sempre maggiore rilievo nei prossimi decenni e che richiederanno risposte adeguate: 1) un numero maggiore di donne sul totale della forza lavoro e con esso un aumento della domanda di strutture e servizi educativi come scuole, asili e nido; 2) il veloce e continuo cambiamento delle competenze e abilità richieste sul mercato del lavoro rende necessario un ripensamento dei nostri sistemi educativi e nuovi strumenti al servizio di una formazione continua dei lavoratori; 3) l’esigenza di sostenere maggiormente quelle fasce di popolazione che hanno difficoltà ad accedere agli attuali servizi e infrastrutture sociali.

Insufficienti investimenti in infrastrutture sociali
A fronte dei profondi mutamenti in corso, negli ultimi dieci anni si è assistito a un netto calo degli investimenti in infrastrutture sociali da parte dei governi europei. Il rapporto calcola che l’attuale livello di investimenti è molto lontano dal livello necessario per provvedere alle esigenze (presenti e future) della popolazione europea. Considerato infatti il livello odierno degli investimenti annuali su scala europea (170 miliardi di euro circa), il rapporto stima un gap di almeno 100-150 miliardi all’anno in infrastrutture sociali, per un totale di 1,5 trilioni di euro necessari per il periodo 2018-2030.

Si tratta di un gap, specifica il rapporto, che è dovuto non solo agli effetti della crisi economica (nel 2013, ad esempio, gli investimenti in infrastrutture sociali sono calati del 15% rispetto al livello pre-crisi del 2007) ma anche agli squilibri regionali interni all’UE. Parte degli investimenti in infrastrutture sociali, osserva il rapporto, sono infatti effettuati dalle autorità locali (come comuni e regioni) che nell’ultimo decennio hanno visto ridursi i propri budget per via dei piani di consolidamento fiscale stipulati in accordo con i governi centrali. A loro volta, le stesse autorità nazionali hanno dovuto limitare i propri margini di spesa durante gli anni della crisi. Il consolidamento e il riassesto delle finanze pubbliche degli stati hanno reso difficilmente sostenibili i sistemi di welfare caratteristici del modello europeo. A questo si deve aggiungere anche il fatto che gli squilibri e le disparità economiche tutt’ora presenti tra gli stati europei hanno contribuito in negativo all’approfondirsi del gap tra gli investimenti reali e quelli necessari per affrontare i cambiamenti in corso.

Il risultato, nel complesso, è un livello di investimenti infrastrutturali inadeguato alle sfide del futuro, specialmente nei settori sociali su cui il rapporto richiama l’attenzione. Nello specifico, a risultare duramente compromessa è stata la capacità politica delle istituzioni di rispondere agli effetti negativi della crisi e, soprattutto, di affrontare in maniera adeguata i grandi cambiamenti economici, sociali, demografici e ambientali in corso nelle società europee. Nel medio-lungo termine, come specifica il rapporto, efficienti infrastrutture sociali e investimenti in capitale umano sono fondamentali per il sostegno della crescita economica e del benessere europeo. Infine, una mobilitazione di investimenti in infrastrutture sociali costituirebbe una efficace strategia di lotta al disagio sociale, di promozione di una società resiliente ed inclusiva, di protezione dello stesso progetto europeo.

Colmare il gap negli investimenti in infrastrutture sociali. Nuovi modelli di finanziamento per le infrastrutture sociali
Il rilancio degli investimenti in infrastrutture sociali (IIS) e nella formazione del capitale umano costituisce l’autentico imperativo politico su cui il rapporto ELTI pone l’accento. Il rapporto si concentra su come rilanciare gli investimenti in modo da colmare il gap che per diverse ragioni si è venuto a formare nel corso degli ultimi decenni. A tal fine, il rapporto propone una serie di nuovi modelli di collaborazione tra settore pubblico e privato, tra competenze e obiettivi di interesse pubblico e capitali privati in cerca di investimenti a lungo termine. Uno dei principali problemi che il rapporto affronta è la scarsa attrattiva che tali infrastrutture esercitano nei confronti dei capitali privati.

Le infrastrutture sociali presentano alcune caratteristiche che possono renderle potenzialmente interessanti per investitori privati e istituzionali: 1) per via della piccola dimensione media del capitale investito,[1] offrono la possibilità di un’ampia diversificazione; 2) la loro bassa correlazione ad altri asset le rende meno esposte a crisi che si posso verificare in altri settori; 3) dal momento che tali infrastrutture sono finanziate dal pubblico, i loro ricavi sono caratterizzati da bassa volatilità, sono generalmente fissati ex ante, e sono tipicamente aggiustati per l’inflazione. Tuttavia, tipicamente a causa della piccola dimensione media dei progetti in infrastrutture sociali, dagli alti costi di transazione e dalla mancanza di intermediari finanziari per la gestione di tali investimenti, il settore delle infrastrutture sociali è poco attrattivo per investitori di lungo periodo. Il rapporto propone di andare ad agire su questo gap, delineando un insieme di proposte volte a rendere il settore delle infrastrutture sociali più favorevole agli investimenti.

Le principali fra le numerose proposte presentate nel rapporto, a cui rimandiamo per l’analisi dettagliata, possono essere riassunte come segue:

Promuovere la nascita di mercati liquidi di titoli di debito in investimenti in infrastrutture sociali (“social infrastructure finance”), con una particolare attenzione alle regioni con tassi di investimento più bassi. Promuovere lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari specificamente dedicati agli investimenti in infrastrutture sociali, quali i social bond. Il rapporto delinea varie linee guida per la definizione e la strutturazione di questi strumenti finanziari.[2]
Promuovere e potenziare il ruolo di investitori istituzionali regionali e nazionali (“national and regional promotional banks and institutions”), come la Cassa Depositi e Prestiti in Italia, in concerto con le loro controparti europee, come la European Investment Bank (EIB) o la Council of Europe Development Bank (CEBP). Queste istituzioni dovrebbero assumere un ruolo di intermediazione e di garanzia nello sviluppo dei mercati di cui sopra.
Contestualmente, lanciare delle piattaforme di investimento per la raccolta e la promozione di progetti in infrastrutture sociali su scala tematica e/o geografica, per la creazione di sinergie di costo, la promozione di raccolta dati, la condivisione di standard e di certificazioni.
Creazione di sistemi di assistenza tecnica a livello comunitario, nazionale e locale.
Disegnare con cura le condizionalità sia ex ante sia ex post per l’accesso ai fondi di coesione.
Promuovere sistemi di incentivi e di fiscalità favorevoli agli investimenti sociali.
Complessivamente, le misure proposte costituiscono un disegno multilivello il cui obiettivo è dotare il settore delle infrastrutture sociali europee di un mercato liquido di titoli di debito appetibili per investitori istituzionali sia pubblici sia privati. Da un punto di vista politico, il disegno complessivo in cui tutte queste proposte si inseriscono è quello della creazione di una agenda europea per le infrastrutture sociali. In altre parole, il piano delinea la proposta di una forma embrionale di welfare europeo.

Conclusioni: potenzialità e criticità
Si tratta di una proposta di ripensamento del modello europeo di welfare, che coniuga aspetti tradizionali a soluzioni di mercato e alla partecipazione di capitali non strettamente pubblici. Da un lato, il rapporto individua nelle condizioni contestuali un chiaro imperativo politico – la necessità di governare profondi mutamenti in un’ottica di sostenibilità e di convergenza – dall’altro propone una soluzione ibrida di incentivo e di mercato, in cui la collaborazione fra il capitale privato e quello pubblico ha un ruolo centrale.

Per quanto ambiziosa, la proposta non è priva di criticità e di coni d’ombra. A nostro avviso, sono almeno tre i principali punti critici presenti nelle proposte avanzate dal rapporto.

In primo luogo non è del tutto chiaro in che modo i servizi di welfare che tradizionalmente sono stati di dominio pubblico a causa della loro universalità e della loro non profittabilità possano diventare il sottostante di strumenti finanziari in grado di garantire un profitto appetibile per gli investitori. È possibile coniugare i profitti di mercato, giustamente attesi dagli investitori, con il carattere universale di servizi pubblici come asili, scuole, ospedali ed edilizia sociale? È possibile che simili strutture siano in grado di produrre profitti mantenendo al tempo stesso il loro carattere universale? Se sì, in che modo? Oppure si tratta di due elementi contraddittori e inconciliabili?

Una seconda criticità riguarda, a nostro avviso, la distribuzione e i meccanismi di ripartizione delle risorse raccolte. Non è infatti del tutto chiaro in che modo gli autori del piano prevedano di favorire la canalizzazione delle risorse verso i contesti a minore tasso di investimento. Come far sì che maggiori risorse vengano destinate ai contesti più bisognosi? Come evitare che la maggior parte degli investimenti venga effettuata nelle regioni meno colpite dalla crisi, dotate delle condizioni istituzionali più favorevoli, ma con tassi di investimento più alti delle regioni meno benestanti? Data la grande disparità dei contesti economici, istituzionali e sociali che caratterizzano attualmente l’Unione, non siamo del tutto persuasi che una semplice logica di mercato potrebbe risultare efficace in questo senso.

Infine, nonostante il piano vi accenni brevemente, potrebbe essere approfondita la questione del modo in cui l’azione degli investitori istituzionali (nazionali e comunitari) si inserirebbe all’interno degli attuali vincoli del Patto di Stabilità e Crescita.

Nel complesso si tratta di critiche che, da un punto di vista metodologico, non sono molto diverse da quelle sollevate da Paul Krugman intorno all’ultimo piano di investimento pubblico (1,5 trilioni di dollari) presentato negli USA dal Presidente Trump.

In conclusione, questo piano ha il merito di sollevare delle questioni importanti per il futuro della società europea e di presentarle all’interno di un’analisi strutturale di medio periodo. Offre inoltre un progetto interessante per cercare di affrontare tali questioni, e lo fa all’interno di uno scenario politico critico. Scenario che, accanto a partiti socialdemocratici sempre più deboli, vede crescere la forza dei partiti liberal-conservatori e soprattutto di partiti nazionalisti (specialmente a est) dalle tendenze marcatamente antiliberali e regressive. Le proposte contenute nel rapporto in questione non potranno evitare di fare i conti con il quadro politico presente e con i rapporti di forza che si definiranno prossimamente entro l’UE tra i suoi principali soggetti politici. Le proposte rappresentano un tentativo controcorrente per immaginare e per fornire all’UE uno strumento attivo per rilancio della crescita economica e per la cura del tessuto sociale dei suoi membri, tessuto sfibrato e sottoposto a gravi sforzi durante gli anni della crisi.


Da "www.pandorarivista.it" Sostenere gli investimenti in infrastrutture sociali in Europa? Il rapporto Prodi di Raffaele Danna e Lorenzo Mesini

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 19 Marzo 2018 00:00

La solitudine non esiste

È successo che mi sono ritrovato all’improvviso in un cocktail party, in una casa sontuosa, con la servitù filippina (mi sono informato) che insisteva a darti da bere del vino stupendo dentro bicchieri bellissimi. Negli angoli, tutti gli angoli, per ogni tipologia di oggetto c’era un’intera collezione, affascinante. Dalle grandi finestre si vedeva persino una collezione di giardini, un parco suddiviso in tante parti ciascuna tipizzata con piante e arredi caratteristici. Alle pareti pezzi d’autore, di grandi autori. Un paio di opere già le conoscevo, dai libri. Qualche chiacchiera di nessuna consistenza con alcune delle tante persone, mi spostavo come stordito, l’arredamento era completato da un certo numero di volti piuttosto noti. Lo stordimento veniva soprattutto dallo sbigottimento per me stesso: che cosa diavolo ci facevo lì?

Me ne sono uscito – il vino era davvero buonissimo – ripetendo tra me che no, così non va, lì c’era troppo poca malinconia. C’è chi pare vivere in un continuum di serenità complessiva, in uno stato di appagamento globale. Persone che vivono come in un microclima ideale staccato dalla realtà che li circonda. Lì c’è il denaro che aiuta parecchio, ma le atmosfere interiori, si sa, hanno bisogno anche di molto altro. Ci vuole un’energia speciale per dimenticarsi del resto del mondo, cioè della vita altrui.

Altra cosa è vivere in una corrente continua di inciampi e ostacoli e fatiche che accomuna la gran parte della gente. Pochi possono rifugiarsi in un’isola felice, anche perché in quell’isola felice bisogna saperci stare, bisogna sapere come si fa a non empatizzare con gli altri, meglio, a empatizzare solo con se stessi. Per starci devi tagliare fuori il mondo, per l’appunto.

C’è una foto di Paolo Villaggio (qui) che nei giorni della sua scomparsa (3 luglio 2017) ha continuato a girare nelle diverse testate dell’informazione ed è poi diventata l’immagine di traino di un’intera collana dedicata ai suoi libri e film. È un’immagine dolcissima, in cui l’attore sembra rientrato in sé, dopo i tortuosi e pericolosi viaggi nello spettacolo, pare riunirsi con i suoi propri sentimenti profondi, la pietas, la misericordia, la semplicità. La sua capacità di esercitare il più lucido esame di realtà e di scatenare la più feroce torsione sarcastica sugli uomini ridicoli del nostro tempo, si sono sempre accompagnate (di sicuro anche grazie all’understatement genovese) alla sua timidezza più pulita, fatta di ritegno, di senso di giustizia e di misura. In quell’immagine c’è un sorriso appena affiorante da sotto la barba, lo sguardo è di un momento di gioia mite, di mansueto appagamento. E in quello sguardo, secondo me, c’è tutto Paolo Villaggio, non l’attore, ma proprio l’uomo, con la sua evidente grande intelligenza e capacità di gentilezza umana. Era la malinconia a marcare la sua percezione del mondo, ma della malinconia di Villaggio non si è parlato molto, anche se tutti l’hanno grandemente amata. Quello era il sentimento che lo qualificava. Le miserie e le pochezze dei suoi personaggi, le loro debolezze e fragilità, le imbranatissime esplosioni di vanagloria, tutto era come retto dal fil di ferro psicologico della sua malinconia. Il ridicolo del mondo raccontato con energia e tenerezza.

Già, la malinconia. La più mite delle due gemelle tristi, depressione e malinconia. Naturalmente si assomigliano, ma sono distanti nella loro diversa accezione del misterioso male da cui provengono. Freud provò a definirla in Lutto e malinconia (1917), ma senza disperdere completamente le zone nebbiose della sua natura. La depressione ti annichilisce, mentre la malinconia, come dice un noto dizionario, è “uno stato d’animo doloroso ma calmo, caratterizzato da una certa dolcezza” (Garzantilinguistica.it). Nel confronto serrato quotidiano che abbiamo con tutte le diverse entità esistenziali (aspirazioni e realizzazioni, malanni e rasserenamenti, debiti e risarcimenti…) sono le difficoltà che via via emergono che ti ricordano costantemente chi e dove sei. La malinconia in particolare, con la sua mitezza, ti ricorda che sei un essere pieno di storture e con poche facilità. Il malinconico non dimentica mai di essere appeso allo stesso filo che lo lega a tutti gli altri.

Il punto è che le nostre esistenze sono sempre più orientate verso comportamenti di distacco, di allontanamento. Persino i legami personali tendono a sottostare a delle (nuove) leggi che determinano le nostre relazioni ad ogni livello: sentimenti compresi. Il problema non è individuale, le singole persone vivono come possono i loro sentimenti. È il sentimento collettivo che va considerato. Un sentire collettivo che deve molto a una socialità che è nelle mani della rete anche nelle sue dinamiche più sofisticate.

In modo inquietante il sociologo americano Rob Horning ci racconta del rischio oggettivo di vedere compromesse le nostre capacità di autodeterminazione come individui, proprio come nelle distopie classiche della fantascienza. C’è qualcosa che ci sta scollegando, che si frappone sempre più tra noi e la nostra possibilità di osservarci e decidere come reagire alle situazioni della vita. Forse presto, dice Horning, “dovremo cercare rifugio in quell’evocazione del «beato isolamento della vita intrauterina» come lo chiamava Freud – il «totale narcisismo» del sonno, dove i nostri gadget non possono raggiungerci” (Facebook e la scomparsa del Sé).

Sembrano cose vecchie come il cucco, roba da Manoscritti economico-filosofici di Marx, fantasmi adorniani che ritornano, cibi già mangiati e stradigeriti. Eppure i ragazzi più giovani sembrano andare – e con una certa allegria – incontro a un destino di, passate l’iperbole, perdizione e assomigliano sempre più a quei pinetti senza radici prodotti (esagerato dire coltivati) per l’ espace du matin natalizio, quegli abetelli usa e getta, alberi in tutto e per tutto, performanti, che essendo pressoché senza radici quasi non si meritano di essere conservati, e di fatto sono destinati a morire subito, cacciati tra le ramaglie della discarica per lasciare il posto ad altri abetelli senza radici che verranno l’anno prossimo. Insomma, delle povere creature che sono solo la loro prestazione. Succede nella società della “libertà costrittiva”, dove lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato (Riccardo Panattoni, Una stanchezza che cura).

Ma noi abbiamo la malinconia, che è molto molto utile perché ti ricorda lo spleen della vita. Ben inteso: la malinconia dell’individuo è un dato biologico provocato da alterazioni del parenchima e del funzionamento del cervello che ancora non si riescono a spiegare, come ha mostrato Jean Starobinski nel suo fondamentale L’inchiostro della malinconia (Einaudi 2014). Ma che sia un sentimento “culturale” – e dunque sociale – è altrettanto plausibile: lo sapevano Dürer (Melancholia I, 1514), ma soprattutto Robert Burton che l’ha tematizzata con l’Anatomia della malinconia (1621). I romantici ne fecero un “valore”. Lo storico dell’arte Aby Warburg la incluse nel suo Atlante di Mnemosyne (1929). Però del “sole nero della malinconia” (Nerval) credo che Émile Durkheim abbia detto la cosa socialmente più rilevante:

“È erroneo credere che la gioia pura sia lo stato normale della sensibilità. L’uomo non potrebbe vivere se fosse completamente refrattario alla tristezza. Tanti dolori vi sono, cui ci si adatta solo amandoli e il piacere che vi si trova ha necessariamente qualcosa di malinconico. La malinconia è patologica soltanto quando prende troppo posto nella vita, ma è pure patologico che essa ne sia completamente esclusa… Ciò che è patologico per gli individui può essere normale per la società. La nevrastenia è una malattia dal punto di vista della fisiologia individuale; ma cosa sarebbe una società senza nevrastenici e malinconici? Essi hanno un ruolo sociale da svolgere.” (Il suicidio, 1897, trad. italiana Rizzoli 2014)

Quanta gioventù si trova chiusa nel cul-de-sac tra anestetizzazione social e le fatiche del vivere? In queste circostanze avverse a molti millennials capita troppo spesso di essere tristi non perché riflettono sui destini generali e sulla vita, ma perché le loro performances non sono abbastanza soddisfacenti, ed è così che si sottomettono a un’offerta per una domanda che non è la loro, e ricevono da qualcuno ciò che non hanno mai chiesto. Che gli (ci) stiano rubando l’anima per davvero?

Le analisi sul depauperamento cognitivo dei più giovani si sprecano (ormai le opere d’arte si spiegano con la realtà aumentata se no non le capiscono), c’è un concreto rischio che anche i ragazzi, i bambini, siano allevati – a prescindere dalle buone intenzioni dei genitori – per compiere una sola azione, per diventare esseri che, come i pinetti natalizi, mai cresceranno in un vero giardino equilibrato e stabile, addestrati (esagerato dire cresciuti, educati) a vivere a basse temperature culturali, a sangue freddo, senza la spinta di un calore umano necessaria a generare evoluzione.

Ora, se è vero che rischiamo un crescente e incontrollabile “distacco del nostro sé”, ciò che ci rimarrebbe sarebbe la sola forza muscolare da esercitare tra noi. Ci confronteremmo a suon di pulsioni, ci tireremmo addosso gli istinti. Se perdessimo la capacità di “intelligere”, di riflettere e giudicare i nostri comportamenti, ci resterebbe solo una rudimentale physis a guidarci nel produrre le nostre povere performaces quotidiane: faremmo violenze di ogni tipo, perseguiremmo soprattutto i primati sportivi, raggiungeremmo i target economici, saremmo tutti competitività-e-competitors, agiremmo con le sole quantità. E il distacco cinico proprio dell’economia regnerebbe sovrano. E il cinismo spezzerebbe il legame con la realtà.

Ecco perché abbiamo bisogno della malinconia: se il cinico spezza il legame con la realtà, il malinconico lo rinsalda. La malinconia qualifica il sentimento umano, in questo sta la sua forza. Paolo Villaggio lo sapeva.

La solitude ça n’existe pas diceva il focoso Gilbert Bécaud picchiando sulla tastiera e urlando quanto il mondo fosse idiota e non vedesse che la solitudine non esiste, la depressione non esiste, la malinconia non esiste. Prendeva in giro il mondo dei sicuri di sé, degli sbruffoni senza paura (magari futuri azionisti di Google o Amazon), di quelli che la solitudine e la malinconia sono cose da bambini frignoni, tutti quegli “eroi del sé” che sanno come si fa. Sei sempre tu quello che ci cade dentro, non loro. Era il 1969. Bécaud se ne è andato nel 2001, ma non la solitudine né la malinconia, e nemmeno quelli che le negano.

La prossima volta al cocktail party ci andrò, ma cantando a squarciagola

Peut-être encore pour quelques loups,
Quelques malheureux sangliers,
Quelques baladins, quelques fous,
Quelques poètes démodés.
Y a toujours quelqu'un pour quelqu'un,
Y a toujours une société.
Non, ce n'est pas fait pour les chiens,
Le Club Méditerranée.

La solitude, ça n’existe pas.

(La solitudine non esiste / Forse per qualche lupo / per qualche cinghiale inferocito / qualche buffone, qualche pazzo / qualche poeta fuori moda. / C'è sempre qualcuno per qualcuno, / c'è sempre una società. / No, non è fatto per i cani / il Club Méditerranée. / La solitudine non esiste.)


Da "http://www.doppiozero.com" La solitudine non esiste di Mauro Portello

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