La vera distanza sociale è quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo.

La pandemia ha scoperto una sorta di vaso di Pandora che, in realtà, in molti conoscevano ma hanno tenuto sempre lontano dai post sui social, dai tavoli del Ministero, dalle riviste e dai siti specializzati, dagli assessorati competenti, persino dalla stessa comunità scolastica a volte. È la vera distanza sociale, quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo: «Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Certo di strada in positivo da allora se ne è percorsa, tuttavia si sente ancora la necessità del modello e dell’esperienza di Barbiana. Paradossalmente il Coronavirus ha gridato e grida che ancora “il re è nudo”!

La didattica a distanza è ritenuta insufficiente e limitata anche perché rischia di lasciare indietro chi non ha la possibilità di connettersi o manca degli strumenti per farlo; se poi ciò tocca pure studenti che vivono in situazioni di disagio familiare o economico, cadere nella dispersione scolastica è certamente più facile. Prima di interrogarci su cosa si è fatto in questi mesi e cosa si può fare per arginare il problema, bisogna compiere un balzo indietro fino a metà febbraio, quando tutto si svolgeva “normalmente”.

Dobbiamo essere onesti intellettualmente nell’affermare che la dispersione scolastica c’era ugualmente e i problemi di connessione o di device pure, solo che ci si faceva caso appena, poiché la presenza in aula – pur saltuaria spesso - copriva per la maggior parte quelle mancanze. Restavano questioni legate ad alcuni casi in certe scuole, cosiddette di periferia, lasciate all’impegno generoso e competente di ottimi colleghi che facevano pure da assistenti sociali. Insomma, perché a questi ragazzi non ci abbiamo pensato tutti prima ed in tempo di pace? Non era comunque grave che, nell’era di internet, fossero costretti a esserne fuori o ai margini, al massimo cibandosi delle briciole dell’uso dei social, tra l’altro senza un’educazione specifica e quindi ad altro rischio? In questi mesi sono state messe delle pezze per coprire le distanze, innanzitutto grazie ai sacrifici di molte famiglie, poi di tanti insegnanti, di associazioni di volontariato, di realtà ecclesiali, di singoli benefattori, fino a che il governo e le amministrazioni locali non hanno posto in campo persone e fondi per le istituzioni scolastiche dedicati a tal fine.

Sappiamo, però, che la didattica a distanza ci accompagnerà ancora e persino alla ripresa della scuola, dunque in questi mesi non sarebbe il caso che ogni scuola censisse con moltissima cura quegli studenti che hanno mostrato difficoltà per tali ragioni, creando a stretto giro un tavolo di lavoro con le istituzioni locali per superare il problema in vista di settembre? Certo non è solo una questione di denaro e di strumenti, ma di avere un progetto e persone adeguate ed attente, non burocrati bensì educatori ed esperti nel sociale, visto che non basterebbe dare un pc e 50 giga senza prendersi cura pienamente dello studente.

Da "http://www.vita.it/" Scuola, la pandemia ha alzato il vaso di Pandora di Marco Pappalardo

Pubblicato in Passaggi del presente

AUDIO 

Ospiti della puntata: Stefano Molina, Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4: Maria Luisa Parmigiani, consigliere Delegato della Fondazione Unipolis; Marco Rossi Doria, Forum Disuguaglianze e Diversità.

Puntata di "Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole" di lunedì 16 marzo 2020 , condotta da Valeria Manieri con gli interventi di Maria Luisa Parmigiani (consigliere delegato della Fondazione Unipolis), Marco Rossi Doria (professore, redattore presso il Forum Disuguaglianze Diversità), Elis Viettone (giornalista), Stefano Molina (ricercatore della Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore per il Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Ambiente, Asvis, Autonomia, Banche, Credito, Cultura, Disabili, Discriminazione, Docenti, E-book, Economia, Emergenza, Epidemie, Formazione, Geopolitica, Informatica, Internet, Istituzioni, Istruzione, Lavoro, Malattia, Occupazione, Politica, Poverta', Precari, Prevenzione, Salute, Sanita', Scuola, Societa', Studenti, Tecnologia, Utenti.

Da "www.radioradicale.it/" Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole di Valeria Manieri

Pubblicato in Passaggi del presente

La prospettiva chiave per affrontare i futuri cambiamenti è l’innovazione delle competenze. Il mondo della quarta rivoluzione industriale cambierà profondamente il nostro modo di vivere; i ragazzi di oggi vivranno la loro età adulta in un mondo che neppure possiamo immaginare.

Si tratta della rivoluzione più complessa che la storia abbia mai affrontato: nei prossimi due decenni il 47% dei lavori è destinato ad automatizzarsi e il 49% delle ore lavorate potrebbero essere computerizzate. Si perderanno milioni di posti di lavoro ma tanti altri verranno creati.

Già nel 2015 uno studio del World Economic Forum ci segnalava che il 65% dei bambini che inizia la scuola primaria farà da adulto un lavoro che oggi non esiste. In questo quadro si stanno vanno delineando due visioni diametralmente opposte: una pessimista che preconizza una società automatizzata che produrrà l’esclusione di milioni di cittadini dal mondo del lavoro e un’altra che ritiene che le tecnologie digitali sostituiranno molte delle attuali forme di lavoro e impresa ma ne costituiranno altre migliori.

La sfida che ci aspetta è non arrenderci a questa visione pessimista della rivoluzione in corso ma promuovere con urgenza uno sviluppo delle potenzialità umane per trarre benefici dai cambiamenti in corso in termini di sviluppo e benessere collettivo. Gli effetti della rivoluzione che stiamo attraversando possono essere determinati prima di tutto attraverso cospicui investimenti in formazione e ricerca, dando a milioni di ragazzi e lavoratori la possibilità di formarsi nel modo adeguato.

Tutte le analisi recenti certificano come nel nostro Paese non manchi il lavoro, ma le competenze per svolgerlo. Nell’ultimo anno il 33% delle professionalità ricercate dalle aziende è risultato irreperibile per la carenza di persone con le competenze per occupare i posti di lavoro disponibili.

Quando parliamo di digital transformation, industria 4.0, economia della conoscenza facciamo riferimento a una realtà socio-economica sempre più articolata e complessa che richiede di investire proprio sulle nuove competenze e sulla capacità degli studenti di acquisire capacità idonee al mercato del lavoro che l’economia dell’innovazione produce.

Sempre il World Economic Forum ha pubblicato il report “New Vision for Education Unlocking the Potential of Technology” con cui ha stilato la lista delle 16 “skills” del ventunesimo secolo, cioè le capacità che il sistema educativo deve garantire già oggi.

Investire in formazione, anche continua, unendola a una politica che abbia un vasto orizzonte temporale e non quello del giorno dopo. Una politica che pensi ai giovani e allo sviluppo del capitale umano. L’investimento in questa direzione è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione per rafforzare la competitività del Paese, per crescere con una maggiore velocità ed efficacia e per dare agli studenti opportunità concrete di accedere a un mondo del lavoro che sta profondamente cambiando il suo paradigma.

In questo senso, tutto il nostro sistema di istruzione dovrebbe essere messo nelle condizioni di costruire nuove conoscenze innovative, ma anche trasversali, ibride, superando le tradizionali “materie” nei vari livelli di istruzione e ricerca.

Le competenze necessarie per il futuro vanno oltre il semplice studio delle materie tradizionali. E’ necessario che le scuole rendano strutturali le competenze tecnologiche, promuovendo anche curricula flessibili per l’apprendimento trasversale, seri programmi di alternanza scuola-lavoro, modelli di orientamento realmente efficaci.

Dobbiamo trovare il modo di incentivare i ragazzi a scegliere conoscenze multiple per andare incontro al fabbisogno del sistema di produzione industriale e rafforzare il sistema di formazione tecnica e professionale. Dobbiamo favorire la sinergia tra università, centri di ricerca, enti di formazione e società con l’obiettivo di produrre, trasferire e diffondere innovazione, perché nei prossimi anni nessuno sia escluso, per non lasciare un’intera generazione nella condizione di non poter competere ad alti livelli o di essere estromessa.

Alla rivoluzione in atto nel mondo del lavoro deve corrispondere una rivoluzione nel mondo dei saperi. Il tema del rafforzamento dell’innovazione didattica deve diventare centrale nell’agenda di qualsiasi governo che abbia l’obiettivo di una crescita a lungo periodo del Paese. Nella quarta rivoluzione industriale, formazione e competenze sono gli strumenti per garantire alle nuove generazioni il diritto al futuro.

Da "https://www.linkiesta.it/" Innovare la formazione per garantire il diritto al futuro di Vanna Iori

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 27 Dicembre 2019 00:00

Esisterà

Esisterà

Dove sono i bambini che non hanno
l’albero di Natale
con la neve d’argento, i lumini
e i frutti di cioccolata?
Presto, presto, adunata, si va
nel Pianeta degli alberi di Natale,
io so dove sta.

Che strano, beato Pianeta…
Qui è Natale ogni giorno.
Ma guardatevi attorno:
gli alberi della foresta,
illuminati a festa,
sono carichi di doni.
Crescono sulle siepi i panettoni,
i platani del viale
sono platani di Natale.
Perfino l’ortica,
non punge mica,
ma tiene su ogni foglia
un campanello d’argento
che si dondola al vento.

In piazza c’è il mercato dei balocchi.
Un mercato coi fiocchi,
ad ogni banco lasceresti gli occhi.
E non si paga niente, tutto gratis.
Osservi, scegli, prendi e te ne vai.
Anzi, anzi, il padrone
ti fa l’inchino e dice: “Grazie assai,
torni ancora domani, per favore:
per me sarà un onore…”

Che belle le vetrine senza vetri!
Senza vetri, s’intende,
così ciascuno prende
quello che più gli piace: e non si passa
mica alla cassa, perché
la cassa non c’è.

Un bel Pianeta davvero
anche se qualcuno insiste
a dire che non esiste…
Ebbene, se non esiste, esisterà:
che differenza fa?

Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra (Einaudi 1960)

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

Pubblicato in Comune e globale

Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

Pubblicato in Fatti e commenti

Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

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Il reddito di cittadinanza crea nuovi disoccupati e fa crollare i salari. Quota 100 diminuisce il tasso di occupazione. E se il governo non ci fosse le cose andrebbero meglio. Questo dice il Documento di Economia e Finanza presentato ieri: i due vicepremier l’hanno letto, almeno?

Ci sono due possibilità: o Salvini e Di Maio non hanno letto il Def redatto da Giovanni Tria, o hanno bevuto il siero della verità e hanno improvvisamente deciso di mettere nero su bianco il loro fallimento. Non ci sono alternative. Perché a leggere i numeri del documento di economia e finanza sembra sia stato scritto dalle opposizioni, o da Juncker e Moscovici. Non c’è una riga, non una tabella che non racconti brutale quanto tutto quel che è stato fatto e speso lo scorso anno non sia servito a nulla. In compenso, ci sono righe e tabelle che mettono nero su bianco cose il nostro declino strutturale, aggravato da una spesa pubblica e da una tassazione complessivamente in crescita per i prossimi anni.

Partiamo dall’inizio, però. E precisamente dalla tabella a pagina 23, che mette a confronto lo scenario economico tendenziale e programmatico dell’Italia. In parole povere, quel che succederebbe se fossimo in esercizio provvisorio - cioè senza un governo nel pieno delle sue funzioni - e cosa invece dopo le misure previste dall’esecutivo. Crediamo sia un record, questo, perché per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione. Parliamo di un decimo di punto percentuale, peraltro proiettato sul 2022, ma rimane comunque un dato agghiacciante: dopo una finanziaria che c’è costata 40 miliardi, un mare di interessi sul debito pubblico e tutta la nostra credibilità internazionale residua, non succederà nulla. Zero, nada, nisba, per dirla alla Salvini.

Per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione

Peraltro, andando a guardare gli effetti delle due misure-icona nel dettaglio si scopre che sono proprio il reddito di cittadinanza e quota 100 l’epicentro del fallimento gialloverde. Ed è buffo che il governo non solo non nasconda la cosa, ma ci regali addirittura due belle tabelle attraverso cui certifica il disastro. Nel raccontare l’impatto macroeconomico del reddito di cittadinanza - a pagina 27 - mette nero su bianco che nel 2020 il tasso di partecipazione al mercato del lavoro aumenterà dell’1,2%, il tasso di disoccupazione dell’1,3% e il tasso di occupazione di soli 0,3 punti percentuali. In pratica, che per i prossimi dodici spenderemo 6 miliardi in sussidi e politiche attive del lavoro che aumenteranno il numero dei disoccupati anziché diminuirlo. Fosse solo questo: a pagina 34 si dice pure che se le politiche del lavoro avranno piena efficacia, i salari saranno destinati ad abbassarsi, di 0,48 punti percentuali. Peggio: si dice pure che più aumenterà l’efficacia di queste misure, più i salari si abbasseranno. Evviva.

Peggio ancora va con Quota 100, che nelle intenzioni dovrebbe essere un formidabile generatore di nuovi posti di lavoro per i più giovani. Nelle intenzioni. Perché la tabella del governo - pagina 29 - dice che l’occupazione diminuirà di mezzo punto di Pil per il 2020 e che calerà anche, seppur in misura minore, nei due anni successivi. Anche in questo caso, mandiamo in pensione gli anziani prima del termine, pagando 9 miliardi all’anno, per veder diminuire il numero dei posti di lavoro disponibili.

E se state facendo i conti di quanto ci costa questo giochetto, potete pure riporre la calcolatrice nel cassetto della scrivania a andare a pagina 35: sono 133 miliardi in tre anni di spese aggiuntive, alla faccia dell'austerità: 2 di tasse in più (sì, aumenta pure la pressione fiscale, nonostante non aumenti l’Iva), 13 di tagli e dismissioni per ora tutti sulla carta, e 115 di nuovo debito pubblico, tutto sulle spalle dei giovani che hanno votato festanti Lega e Movimento Cinque Stelle, convinti che gli avrebbero cambiato il futuro. Eccolo qua, il futuro. Nero su bianco. Più nero, che bianco.

Da "www.linkiesta.it" Salvini e Di Maio hanno distrutto l’Italia: lo dice il Def (e no, non è uno scherzo) di Francesco Cancellato

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Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Una strage silenziosa in un luogo perduto

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

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