Lungi dall’essere solo un conflitto locale, i fattori scatenanti dell’indipendentismo catalano vanno ricercati innanzitutto su scala globale nell’impoverimento del progetto europeista e della società dopo la crisi finanziaria del 2008. L’illusoria narrazione dei nazionalisti e la rigidità dello Stato iberico hanno fatto il resto.

 

La crisi in Catalogna ha sorpreso l’opinione pubblica europea, suscitando opinioni antitetiche sui mezzi di comunicazione internazionali. Uno dei territori più prosperi di Spagna, con 7,5 milioni abitanti e un pil superiore ai 200 miliardi di euro, sta attraversando una crisi politica e istituzionale dalla portata difficilmente prevedibile.

La successione degli eventi – che ha raggiunto lo zenit con la celebrazione del «referendum sull’autodeterminazione» del 1° ottobre, la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre e il conseguente commissariamento della comunità – ha dato luogo a situazioni senza precedenti in gran parte dell’Europa occidentale.

Perché uno dei movimenti sociali più longevi e massicci degli ultimi decenni (ri)affiora in un territorio relativamente agiato, caratterizzato da un’alta qualità di vita media e cosmopolita? Perché, dopo un periodo di quasi quarant’anni nei quali la Catalogna ha potuto disporre dei maggiori livelli di autogoverno della storia contemporanea, l’anelito indipendentista ha raggiunto una trasversalità e un livello di rappresentanza parlamentare inedite? Perché una percentuale così ampia della popolazione mostra una profonda disaffezione verso lo Stato spagnolo?

È possibile rispondere soltanto analizzando le diverse crisi che convergono e si intersecano nella questione catalana.

C’è una crisi sociale, figlia dei costi e delle minacce poste dalla globalizzazione e dal predominio delle politiche neoliberali – esacerbate a partire dalla crisi economica del 2008 – che si riverberano su classe media e gruppi meno agiati.

C’è una crisi politica, condivisa da buona parte dei paesi europei, dovuta al discredito della politica istituzionale e del progetto europeista.

E c’è una crisi nazionale, frutto dell’indebolimento del sistema vestfaliano, inasprita in Spagna dalle storiche difficoltà nel processo di costruzione dello Stato, dai divari tra territori, dall’esistenza di forti sentimenti di appartenenza e dall’utilizzo che ne fanno le forze politiche.

Una triplice crisi, dunque, espressione dei mutamenti che scuotono le società europee, che si articola su scale plurime. Da qui la rilevanza di un’analisi geografica e geopolitica.


Il contesto globale

Lungi dall’essere un mero conflitto locale, i fattori scatenanti della crisi vanno ricercati innanzitutto su scala globale.

La Catalogna è, sin dal XIX secolo, una delle principali aree industriali dell’Europa meridionale e la sua travagliata storia contemporanea risponde a risultati e conflitti sociali prodotti da tale condizione. A partire dal 1986, con l’ingresso della Spagna nella Comunità europea, l’economia catalana è stata segnata da un’apertura che ha reso la Catalogna la prima comunità autonoma di Spagna in termini di esportazioni – il 25,5% del totale spagnolo. Il pil pro capite è passato da livelli inferiori alla media europea, al momento dell’adesione, a superarli di 22 punti percentuali nel 2006. Lo sviluppo economico e la costruzione dello Stato sociale in Spagna hanno determinato una significativa riduzione delle diseguaglianze a partire dagli anni Ottanta. Da qui il paradosso che quando in gran parte d’Europa si iniziava a mettere in dubbio e a ridurre lo Stato sociale, in Catalogna (e nel resto del paese) se ne cominciavano appena a percepire i benefici.

In tale contesto, dal 2008 la crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto acuto su classi lavoratrici e medie che generalmente avevano visto migliorare le proprie condizioni di vita nei tre decenni precedenti. Gli effetti della crisi hanno evidenziato la fragilità dei meccanismi di ascesa sociale. In relazione all’Europa, il reddito pro capite catalano è tornato a decrescere, attestandosi nel 2015 a soli 7 punti percentuali sopra la media, mentre le diseguaglianze aumentavano. Tale evoluzione è stata accompagnata anche da consistenti tagli al welfare, senza che apparentemente alcuna forza politica (da destra a sinistra) fosse in grado di offrire un’alternativa.

La rivendicazione nazionale ha così offerto l’illusione di una via d’uscita, un’identità, un rifugio a fronte della crescita apparentemente irrefrenabile dei costi derivanti dall’integrazione economica e dalle politiche che l’accompagnano. Nondimeno, né il movimento sovranista né le sue espressioni politiche costituiscono in Catalogna un fenomeno paragonabile ai movimenti nazionalisti xenofobi proliferati in altri paesi europei. Al contrario, essi incarnano valori normalmente associati a politiche progressiste – come la maggiore coesione sociale o la difesa del settore pubblico – e tendenzialmente inclusivi e trasversali. In questo senso, il 18 febbraio si è celebrata a Barcellona una delle maggiori manifestazioni d’Europa in favore dell’accoglienza dei rifugiati. La marcia ha visto protagonisti movimenti sociali e forze politiche eterogenei, compresi esponenti e formazioni indipendentiste.

Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco.

Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali.


Il puzzle iberico

Tali dinamiche costituiscono indubbiamente fattori rilevanti, ma non sufficienti a spiegare l’ascesa del movimento indipendentista catalano. Altre regioni d’Europa e di Spagna vivono situazioni analoghe senza porsi l’obiettivo dell’autogoverno e, ancor meno, quello dell’indipendenza con una simile intensità. Compresi quei territori con livelli di reddito medio e pressione fiscale paragonabili alla Catalogna. Perciò è necessario analizzare il difficile inquadramento istituzionale della Catalogna in Spagna.

Le difficoltà dello Stato nazionale spagnolo hanno profonde radici storiche, risalenti quantomeno alla rivoluzione borghese e alla modernizzazione economica del paese nel corso dei secoli XIX e XX. La costituzione spagnola del 1978 sembrò offrire una soluzione, prevedendo un assetto decentralizzato che riconosceva a nazionalità e regioni capacità di autogoverno.

Eppure, agli albori del XXI secolo, in Catalogna gran parte dell’opinione pubblica e la totalità delle forze rappresentate in parlamento, a eccezione del Partito popolare, ritenevano necessario riformare il sistema delle autonomie. Stando ai suoi sostenitori, il progetto si sarebbe dovuto concretizzare in un nuovo statuto che permettesse di consolidare l’autogoverno, stabilire un nuovo sistema fiscale, porre un freno alle tendenze (ri)centralizzatrici e contenere il regresso nell’uso della lingua.

Lo statuto fu approvato nel settembre 2005 con una maggioranza schiacciante – 120 voti a favore e 15 contrari – dal Parlament della Catalogna. Il testo fu quindi inviato alle Cortes, che diedero avvio all’iter legislativo mentre si accendeva sui media una forte campagna volta a screditarlo. Alla fine del procedimento, le Cortes approvarono un nuovo testo che restringeva sensibilmente le istanze iniziali. Questo fu sottoposto alla volontà popolare della Catalogna che – con un referendum svoltosi il 18 giugno 2006, al quale partecipò il 48,9% degli aventi diritto – lo approvò con il 73,9% dei voti.

Il nuovo statuto fu promulgato dal re ed entrò in vigore. Ma il Partito popolare e diverse comunità autonome governate da suoi esponenti presentarono riscorso al Tribunale costituzionale. La sentenza, emanata il 28 giugno 2010 dopo quattro anni di travagliato procedimento, dichiarò incostituzionali o reinterpretò restrittivamente diversi aspetti fondamentali della norma vigente già sottoposta a referendum. Il verdetto provocò una decisa reazione della società catalana nella manifestazione del 10 luglio 2010, convogliata al grido di «Som una nació. Nosaltres decidim» (Siamo una nazione. Decidiamo noi). È rimasta negli annali poiché fu una delle prima occasioni in cui slogan ed emblemi indipendentisti furono protagonisti in una manifestazione di massa.

I sondaggi segnalano come questo momento sia stato decisivo. Per anni un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica catalana aveva considerato insufficiente il livello di autogoverno (dal 2007, almeno il 60%). Eppure, l’opzione indipendentista era sempre stata nettamente minoritaria. Anche durante la primavera 2006, quando già si avvertiva insoddisfazione per l’iter legislativo dello statuto, solamente il 13,9% della popolazione era favorevole all’indipendenza, mentre quanti sostenevano che la Catalogna dovesse costituire una comunità autonoma o uno Stato federale all’interno della Spagna raggiungevano, rispettivamente, il 38,2% e il 33,4%.

A partire dall’estate del 2010, contestualmente alla sentenza emessa dal Tribunale, la percentuale di fautori dell’indipendenza iniziò ad aumentare sino a raggiungere in alcune fasi il 48,3%. Ma nel luglio 2017, la somma dei favorevoli a una Catalogna come comunità autonoma all’interno della Spagna (30,5%) e di quanti volevano che fosse uno Stato federato (21,7%) superava ampiamente coloro che optavano per l’indipendenza (34,7%). A conferma delle perplessità sull’adeguatezza di un referendum binario Sì/No sull’indipendenza.

Gli sviluppi successivi – i fallimentari tentativi di negoziato in materia fiscale, gli investimenti infrastrutturali incompiuti, il diniego allo svolgimento di una consultazione concordata e l’interpretazione restrittiva della sentenza da parte del governo centrale – hanno fornito nuove argomentazioni alla narrazione indipendentista. E hanno favorito la formazione di quelle che il politologo Josep Maria Vallès chiama due maggioranze contrapposte – quella dell’opinione pubblica catalana e quella del resto di Spagna – circa il modello di Stato e la questione dell’autogoverno.

Attorno a queste posizioni – delle quali i rispettivi governi sono alfieri e al contempo ostaggi – sono state imbastite strategie divergenti e difficilmente armonizzabili. Se l’esecutivo di Mariano Rajoy ha deciso di seguire una linea puramente legalista e poliziesca, l’operato del governo presieduto da Carles Puigdemont si è basato soprattutto su mobilitazione, presenza mediatica e appelli emotivi.


Il quadro catalano

Sarebbe comunque fuorviante e tendenzioso attribuire la crisi catalana esclusivamente a fattori esogeni. L’attuale situazione si deve anche alle contraddizioni della società catalana stessa, flagellata dagli effetti della triplice crisi menzionata in apertura che ha inficiato l’attività economica, la coesione sociale e la fiducia nel sistema politico.

A dispetto delle interpretazioni che riducono il conflitto a strumento politico dei partiti, il movimento indipendentista poggia innanzitutto sulla società civile e gode di una notevole autonomia rispetto alle compagini partitiche. Tanto che la sua organizzazione fa perno su enti civici, la Assemblea nacional de Catalunya e Òmnium Cultural, che nel 2015 potevano contare rispettivamente su 80 mila e 52 mila iscritti [9]. A conferma delle diverse anime di cui si compone il movimento e di come quest’ultimo si sia potuto servire di referenti politici agli antipodi – come il Partit demòcrata europeu català (fautore di politiche neoliberali), Esquerra republicana de Catalunya (d’ispirazione socialdemocratica) e Candidatura d’unitat popular (a favore di una piena indipendenza).

Così, per una parte considerevole della società catalana, l’indipendenza è diventata un progetto vago ma esaltante, che ha reso possibile aspirare a un futuro migliore. Le formazioni partitiche hanno dovuto fare i conti con l’impulso della società, non il contrario. Anche se, dalle istituzioni catalane alle controparti del governo spagnolo, ne hanno guadagnato in termini elettorali. Da una parte, l’onnipresenza del dibattito sull’indipendenza ha fatto il gioco di entrambi gli esecutivi, catalano e spagnolo, che sono riusciti a sviare l’attenzione da altri temi quali il deterioramento delle condizioni di vita, le politiche anti-crisi o la corruzione. Dall’altra, la battaglia giocata sull’emotività ha consentito loro di avere la meglio sugli avversari e in particolare su quelli attestati su posizioni intermedie, screditati e ridotti al silenzio da ambo i fronti.

Ne scaturisce un paradosso: le forze politiche al cui interno albergano opinioni diverse sulla questione indipendentista e caratterizzate da un approccio più equilibrato alla complessità della società catalana sono bollate come «ambigue» ed «equidistanti». Un esempio di tale dinamica su scala spagnola è l’Asamblea de Cargos Electos promossa da Podemos e celebrata a Saragozza il 24 settembre 2017 per reclamare l’apertura del dialogo istituzionale tra i due governi e la realizzazione di un referendum in Catalogna concordato con lo Stato. Malgrado riunisse forze politiche rappresentative di circa un terzo della Camera, i risultati dell’incontro sono stati screditati da entrambe le parti della contesa.

In tale quadro assume rilevanza anche la complessa interrelazione tra il movimento indipendentista e quello nato in seguito alle manifestazioni del 15 maggio 2011. Quest’ultimo, gli «Indignados», ha dato luogo alle formazioni «Barcelona en Comú» – guidata da Ada Colau, che governa il Comune di Barcellona – e «En Comú Podem», prima coalizione alle ultime elezioni generali in Catalogna. Tali compagini, nelle quali convivono indipendentisti e non, si sono dichiarate a favore della celebrazione di un referendum concordato. Invece di pronunciarsi apertamente a favore dell’indipendenza, propongono di vagliare altre strade d’intesa con lo Stato spagnolo e difendono soprattutto priorità politiche di carattere sociale. Questo ha permesso alle forze indipendentiste di scagliarsi ripetutamente contro i «Comuni» ed evitare – con successo – una loro espansione ad altri ambiti istituzionali.

Dell’interazione tra partiti e movimento indipendentista ha approfittato anche quest’ultimo. Giacché le istituzioni hanno affermato non soltanto che l’indipendenza è possibile, ma anche che avrebbe costi irrisori in termini economici e politico-istituzionali. Così le più alte istanze del governo e delle istituzioni catalane – al pari dei mezzi di comunicazione filoindipendentisti – hanno contribuito a creare un’opinione diffusa secondo la quale la creazione di una nuova repubblica avrebbe raccolto il favore internazionale, le autorità europee l’avrebbero accettata e lo Stato spagnolo avrebbe dunque dovuto cedere, mentre le imprese non avrebbero subìto contraccolpi. Con il risultato di rafforzare l’illusione e la plausibilità dell’opzione indipendentista. La constatazione delle resistenze all’avanzamento del progetto sperimentate nelle ultime settimane ha dunque provocato un’indignazione e un’inquietudine alla base della drammatica spirale degli eventi.

È stato certificato che lo Stato spagnolo, benché non disponga dei mezzi necessari a piegare il movimento indipendentista, non è disposto a farsi umiliare e cedere facilmente. Anzi, è oramai manifesto che la bilancia dei rapporti di forza – equilibri internazionali, magistratura, poteri economici, ricorso alla forza in extrema ratio – pende nettamente a favore dello Stato.

Parimenti, è evidente che né le istituzioni europee né i governi di alcuna potenza straniera sono favorevoli alla dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Le sponde internazionali ricevute pubblicamente sono finora state limitate ad appelli generici al dialogo per una via d’uscita concordata e alla condanna delle violenze. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiaramente esplicitato: «Se permettessimo la secessione della Catalogna, altri seguiranno il precedente, e non voglio che ciò accada. (…) Non voglio un’Unione Europea composta da qui a 15 anni da 98 Stati. È già relativamente complicato con 28 e con 27 non sarà più semplice, ma con 98 sarebbe impossibile».

La fuga delle imprese dalla Catalogna, inoltre, costituisce un limpido esempio dei limiti della politica. In un mondo globalizzato l’ubicazione delle aziende ha un’importanza crescente. Proprio grazie alla facilità di circolazione dei capitali, si fanno vieppiù rilevanti i vantaggi offerti da una località rispetto alle altre. Tra questi rientrano la sicurezza giuridica e il libero accesso ai mercati che un’eventuale indipendenza della Catalogna metterebbe a rischio. Una parte sostanziale del tessuto economico catalano ha difatti deciso di spostare la sede al di fuori della comunità autonoma. Ed è riuscito a farlo con estrema facilità.

Da ultimo, l’avanzata del movimento indipendentista ha evidenziato che una parte considerevole della società catalana non ne condivide gli obiettivi. Le circostanze in cui si sono tenuti i referendum del 9 novembre 2014 e del 1° ottobre 2017 impediscono di tracciare un parallelo rigoroso tra i rispettivi risultati. È tuttavia evidente come tra le due consultazioni non si sia prodotto un aumento straordinario del numero di voti favorevoli all’indipendenza. Le ultime elezioni del Parlament catalano, celebratesi nel 2015, mostrano anche come le formazioni pienamente favorevoli all’indipendenza rappresentino circa la metà dell’elettorato; una quota considerevole, ma non una maggioranza schiacciante.

In seguito al referendum del 1° ottobre, la drammaticità delle scene ripetute fino alla nausea dai mezzi di comunicazione e dai social network ha evidenziato la gravità della crisi e contribuito a rafforzare la plausibilità dell’indipendenza. Con l’effetto, solo parzialmente paradossale, di mobilitare quei settori della popolazione che non la bramano.

Lungi dal costituire una fragilità, tale complessità sociale potrebbe persino rappresentare la base per un accordo. Purché le parti in causa siano disposte ad abbandonare la convinzione che lo scontro sia più proficuo. In ogni caso, la dichiarazione di indipendenza da parte del parlamento catalano e il commissariamento dell’autonomia deciso dal governo spagnolo, avvenute simultaneamente il 27 ottobre, non inducono ottimismo e annunciano piuttosto un lungo periodo di instabilità.

 

 2/11/2017 - Da "http://www.limesonline.com" di Oriol Nel·lo Colom

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Hollyvood e Babilonia

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

Pubblicato in Aggiornamenti
Sabato, 30 Dicembre 2017 00:00

Integrare

La parola d’ordine, in questa nuova e difficilissima fase della vita dell’Unione europea, è “integrazione differenziata”. Un ossimoro che segna un cambiamento radicale nel discorso relativo al processo di integrazione del continente, che non punterebbe più, come avvenuto finora, verso obiettivi comuni e il traguardo della condivisione della sovranità, ma si adagerebbe sugli effimeri vantaggi di una diversificazione strutturale della dinamica europea. Di questo disallineamento, e della conseguente, oggettiva difficoltà di “recuperi” futuri, è difficile rallegrarsi. Soprattutto perché in tal modo non si offrirebbe una soluzione definitiva ed efficace ai dilemmi e alle crisi che attanagliano l’Unione.

A sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza. Il referendum britannico per l’uscita dall’Unione è un colpo grave al processo di integrazione, che dimostra come anche la disintegrazione sia possibile. Nato come una “opzione B” rispetto al fallimento del progetto costituzionale, il Trattato di Lisbona rischia paradossalmente di passare alla storia soprattutto per il famigerato articolo 50, che prevede, per la prima volta nella vicenda dei Trattati europei, un meccanismo di recesso volontario di un paese dall’Unione, effettivamente attivato poi dalla Gran Bretagna.

La defezione inglese (nei tempi e nei modi in cui potrà essere sancita) ha messo in moto un pericoloso meccanismo di prospettive nazio­nali, se non addirittura nazionalistiche, che rischia di amplificare le fratture e le divergenze emerse nella politica europea molto prima del referendum inglese. I nodi fondamentali sono gli stessi da alcuni anni: la questione del ruolo dell’Europa per incoraggiare e sostenere la crescita economica soprattutto nell’area dell’euro; l’immigrazio­ne come sfida politica, economica, sociale e soprattutto culturale; la questione della sicurezza e della difesa comune in un momento di grave turbolenza nelle relazioni internazionali soprattutto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Su questi temi l’Unione europea avreb­be dovuto rinsaldare la sua coesione interna, mentre invece hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste.

In questo rimescolamento di ruoli e posizioni, il metodo del cosid­detto “direttorio” (Germania, Francia, possibilmente Italia) non è detto che funzioni. Anzi, si constata il sorgere di formati alternativi, come il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria) che raggruppa alcuni paesi dell’Europa orientale, accomu­nati da politiche di crescente chiusura rispetto alla crisi dei rifugiati e da una visione dell’UE che mette in risalto le specificità nazionali rispetto al processo integrativo e a un ruolo crescente delle istituzioni comunitarie.

Come risultato, lo stato attuale dell’integrazione è ben descritto dall’espressione “pace a bassa intensità” o “pace fredda”. La stabili­tà “interna” nei rapporti tra gli Stati membri non suscita più entu­siasmi, benché rimangano valide le ragioni che hanno condotto al conferimento all’Unione europea del Premio Nobel per la pace nel 2013. E in ogni caso l’Unione è oggi inserita in un quadro di “guerre calde”: Ucraina, Siria, Libia.

Questa volta non basta la manutenzione ordinaria, l’Unione ha biso­gno, per restare in piedi, di una profonda ristrutturazione. La parola d’ordine di questa nuova fase è “integrazione differenziata”. A ben guardare, un ossimoro, che segna però un cam­biamento radicale nella “narrativa” sul processo politico europeo. Integrazione, nell’ortodossia “comunitaria”, ha significato sinora, in maniera coerente, puntare in modo corale verso obietti­vi comuni, verso la condivisione di sovranità. Se l’integrazione si differenzia, allora le finalità non sono più necessariamente convergenti. Può essere una necessità stori­ca e politica, ma non possiamo certamente rallegrarci di questo esito dalle conseguenze incerte. Dunque, non di integrazione differenziata occorrerebbe parlare, ma di “differenziazione integrata”: la diversificazione viene inserita in modo strutturale nella dinamica europea.

Per alcuni, questa prospettiva, lungi dall’essere una novità, sarebbe già iscritta nella condizione esistenziale dell’Europa di oggi. Si ri­chiamano alcuni precedenti macroscopici: Schengen, da un parte, e soprattutto l’Unione monetaria, dall’altra (esempi a parte di diffe­renziazione sono lo Strumento europeo di stabilità o il Fiscal Com­pact, nati in un contesto inter-governativo). Ma la diversità di tali casi, rispetto a una frantumazione istituzionalizzata, è evidente. In entrambe le circostanze si è trattato di sviluppi destinati realmente a trainare, in futuro, i non partecipanti, mentre per l’integrazione differenziata, nelle condizioni attuali dell’Unione, si dovrebbe piut­tosto parlare di un destino strutturalmente disgiunto. La possibilità di “recuperi” futuri è, realisticamente, molto ridotta, se si considera­no i precedenti di Stati membri che hanno deciso di restare fuori da formati integrativi.

Questo dibattitto non nasce ora. Basti pensare agli scenari e alle ti­pologie che sono state prospettate negli ultimi decenni. La termino­logia, in questo caso, è sostanza: «Il concetto di Europa a più velocità si riferisce a una modalità di integrazione differenziata in base alla quale il perseguimento di comuni obiettivi è guidato da un gruppo interno, da un nucleo di Stati membri che sono al contempo capa­ci e desiderosi di procedere oltre, nell’assunto di fondo che gli altri potranno unirsi in seguito. È una nozione che ha come riferimento principale il tempo. L’idea di Europa a geometria variabile riguarda una modalità di integrazione differenziata che, concependo la pos­sibilità di una separazione permanente o irreversibile tra un “nucleo duro” e unità integrative meno sviluppate, ammette l’esistenza di un divario incolmabile nella struttura integrativa complessiva. È una no­zione che ha come riferimento principale lo spazio. Infine, l’Europa à la carte è concepita come una modalità di integrazione differenziata in cui gli Stati membri possono scegliere (pick-and-choose), come da un menu, a quali politiche intendono prendere parte, condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni. È una nozione che ha come riferimento principale la materia».1

Nella prospettiva attuale, il disallineamento sarebbe amplificato dal fatto che l’eventuale integrazione a più livelli dovrebbe necessaria­mente coinvolgere i settori della politica “alta”, quelli nei quali più di ogni altro si svolge la trama della sovranità. Si discute, ad esempio, della difesa, della politica economica, della gestione comune e inte­grata delle migrazioni. Ciò non sarebbe senza effetto sulla costruzio­ne complessiva dell’Unione, e non è difficile immaginare – stante l’oggettiva compenetrazione dei mercati e delle economie europee – l’impatto distorcente di una condivisione di sovranità in settori eco­nomici ad alta sensibilità politica come la politica industriale, gli in­vestimenti, la fiscalità sulla integrazione a bassa intensità in settori economici “tecnici” (traspor­ti, mercato unico). Il meno che si possa dire è che aumenterebbe inevitabilmente la complessi­tà di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intellegibile, senza parlare dei problemi di governance (duplicazio­ni, doppi ruoli, raccordo tra organi) e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero.

Il pericolo di una dispersione e frantumazione è talmente reale e presente che gli analisti euro­pei parlano della necessità di ancoraggi saldi per le aree di differenziazione, a partire ad esempio dall’eurozona, dalla Cooperazione strutturata per­manente nell’ambito della difesa e dallo spazio Schengen. Inoltre, sarebbe a rischio la coerenza istituzionale dell’Unione, se le attuali istitu­zioni dovessero svolgere ruoli marginali o dovessero addirittura essere escluse nei diversi formati della differenziazione.

Ciò posto, non si può non ricordare che l’Unione costituisce già ora una compagine formata da diversi aggregati anche al di là degli esempi segnalati, se a essi si aggiungono, ad esempio, i cosiddetti “opt-outs”, vale a dire le clausole di esenzione concesse a diversi Stati membri a titolo permanente in occasione della firma di molteplici trattati europei. Il caso più macroscopico è proprio il Regno Uni­to, che per sua scelta, e ben prima del referendum sull’appartenenza all’Unione, è già fuori dall’Unione monetaria, fuori da Schengen, fuori dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia, fuori dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (oltre che fuori, ad altro titolo, dal Fiscal Compact e dall’Unione bancaria).

Ma anche altri Stati membri usufruiscono della clausola di esenzio­ne permanente: l’Irlanda non partecipa a Schengen e allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Danimarca non partecipa alle inizia­tive riguardanti la difesa e si è auto-esclusa dall’Unione monetaria nonché dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Polonia non partecipa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Più in generale, la questione dell’integrazione differenziata ripro­pone l’alternativa, iscritta geneticamente nella vicenda dell’Unione, tra l’integrazione negativa e l’integrazione positiva.2 L’UE ha avuto successo (relativamente) in tutte le politiche che hanno implicato lo smantellamento di frontiere, di regolazione, di strutture. L’esempio di Schengen non richiede particolari precisazioni, ma anche politiche ap­parentemente integrative in senso positivo sono in realtà misure deregolatorie. È il caso dello stesso euro che, se ha creato istituzioni e norme centralizzate (la Banca centrale, i criteri di Maastricht) ha in misura molto maggiore eliminato caratteri della sovranità nazionale in campo monetario (e non è certo un male). Persino la libera circolazione delle persone e dei lavoratori (oggi anch’essa minacciata), spacciata troppo spesso, erroneamente, come un’espressione della “cit­tadinanza europea”, rientra senz’altro nell’inte­grazione negativa. Con le eccezioni qualificate e parziali (oggi, non a caso, sempre più contestate), della politica agri­cola comune e dei fondi strutturali, tutte le misure che implicano, al contrario, la costruzione di nuove forme di condivisione di sovrani­tà attiva, di integrazione positiva (la difesa, le migrazioni, la politica estera, l’armonizzazione fiscale, una politica economica integrata) rimangono da decenni a livello di meri obiettivi da raggiungere.

Può darsi che la soluzione risieda, come ha scritto Sergio Fabbrini, nello “sdoppiamento”:3 da una parte, una più ristretta unione poli­tica (esclusiva) di tipo federale (non uno “Stato europeo”), costruita a partire dagli Stati membri dell’eurozona e basata su un accordo di tipo costituzionale; dall’altra, una più ampia (inclusiva) comuni­tà economica basata su un trattato interstatale. In parte analoga la prospettiva di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli di un’Europa “né centauro né chimera”:4 la compresenza di “due Europe”, distinte, parallele e non conflittuali, una a vocazione tendenzialmente sovra­nazionale, e una – intergovernativa – centrata sulla razionalizzazione del mercato.

La proposta delle due organizzazioni separate ma connesse ha il me­rito della chiarezza, anche se non risolve tutti i problemi. Ad esem­pio, un’Europa dei mercati implica, in ogni caso, una regolazione istituzionalizzata e potenti organismi di controllo, in un contesto ben più strutturato di una semplice area di libero scambio o degli standard dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il sovrani­smo di cui è pervaso il continente accetterà tali riferimenti o tenterà di destrutturarli?

Rimane poi da stabilire un punto importante per l’unione federale. Nella federazione americana, i poteri degli Stati sono reali, e riguar­dano quasi tutte le materie non rientranti nella difesa, nella politica monetaria, nei rapporti internazionali, nella giustizia costituzionale. Il processo integrativo europeo ha seguito un percorso inverso: la tendenza verso iper-regolazione centralistica (la famosa “armonizzazione”), benché incoerente e frammentaria, delle materie “tecniche” (le “politiche”), che negli Stati Uniti sono quasi interamente lasciate agli Stati, e il controllo da parte degli Stati membri dell’UE (anche in questo caso in modo speculare rispetto agli USA) delle funzioni “regaliane” (la “politica”), come appunto la difesa e la politica estera. L’ipertrofia regolamentare tecnica ha finito per creare l’impressione (e talvolta la mitologia), in gran parte infondata, di una pervasiva intrusività dell’Unione nei più remoti interstizi della vita economica e sociale, suscitando reazioni identitarie, vagamente autarchiche e comunitariste.

Insomma, l’integrazione differenziata è sicuramente uno strumento in grado di garantire la flessibilità, ma non ci si può illudere di aver trovato la soluzione dei dilemmi e delle crisi multiple dell’Unione. Non esiste un sistema politico-istituzionale, nemmeno per l’Europa, che possa ritenersi stabile nel senso di immobile o immutabile. Una “repubblica di molte repubbliche”, una repubblica composita è “un processo, non una istituzione”, articolata sulla base di una inelimina­bile tensione, in un ambito politico dove permangono molti centri e una separazione multipla dei poteri.5 In ogni caso, il dibattito sull’integrazione differenziata, per quanto rilevante, non può oscurare le grandi questioni politiche emergenti e urgenti: le nuove euro-frattu­re nord/sud, est/ovest, le crescenti polarizzazioni socio-economiche interne, l’orientamento inclusivo/esclusivo, le migrazioni (e non solo l’immigrazione), il rapporto dell’Unione con il vicinato orientale e meridionale, la divaricazione euro-atlantica, i rapporti con la Russia. Cerchi concentrici, forze centrifughe, linee di faglia che permarran­no nell’agenda politica quale che sia l’ingegneria istituzionale escogi­tata per superare lo stallo. E nessuna configurazione strutturale potrà mai sostituire la necessità di un consenso democratico informato, di politiche originali che escano dalla doxa liberista e globalista, della capacità di visione strategica.6

 


[1] P. Ferrara, Non di solo Euro. La filosofia politica dell’Unione Europea, Città Nuova, Roma 2002, pp. 164-65; C.-D. Ehlermann, Increased Differentiation or Stronger Uni­formity, EUI Working Paper n. 95/21, Istituto Universitario Europeo, Firenze 1995, disponibile su cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/1396/95_21.pdf;sequence=1

[2] F. Scharpf, Governare l’Europa, il Mulino, Bologna 1999.

[3] S. Fabbrini, Lo sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa, Laterza, Bari-Roma 2017.

[4] A. Armellini, G. Mombelli, Né centauro né chimera. Modesta proposta per un’Europa plurale, Marsilio, Venezia 2017.

[5] S. Fabbrini, op. cit., pp. 123-63.

[6] Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il punto di vista dell’autore e non dell’istituzione di appartenenza.

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Quando sembra vero

Sembrano storielle innocue, battute ben riuscite ma prive di conseguenze. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Invece sono piccole, continue gocce di veleno, e il sedimento che lasciano in giro arriva a intaccare il terreno stesso della democrazia. Ad animare la produzione delle bufale in rete non è il talento burlone di qualche individuo, ma un potente motore economico – perché i click, si noti bene, generano ricchezza – e una forte motivazione politica: sfigurare l’avversario, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Perché le fake news possano attecchire sono però necessari altri due ingredienti: la fragilità culturale e la rabbia sociale. Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ce ne sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione.

“Boldrini shock: Togliete i santi dal calendario, la loro presenza è offensiva per le altre religioni”. È una delle tante false e strampalate affermazioni che mi vengono attribuite in rete. Si può immaginare il tenore dei commenti, per citare solo quelli riferibili: “perché non se ne va in un paese musulmano?”, “non si permetta di cambiare le nostre tradizioni”, “perché non rimane col burqa?”, “di questo passo ci toglieranno il Natale e il Capodanno”, “voglio sentire cosa ne pensa il papa di questa squallida traditrice”. Così per centinaia di volte, mentre in tanti si affrettano a condividere la ghiotta “notizia”. Solo pochissimi provano a insinuare il dubbio che si tratti di una bufala, ma vengono respinti con sdegno e insulti da chi “la sa lunga e non si fa infinocchiare dal potere”.

Ormai ho messo insieme una discreta collezione. Prima di prender­mela coi santi, avrei proposto di rendere obbligatorio il burqa per le donne italiane, di dare le case popolari innanzitutto ai rom, di regalare un bonus di 50 euro agli immigrati, di tassare pesantemente i

consumi di carne di maiale per compiacere gli islamici. Senza con­tare le invenzioni più dolorose e infami: come quella riguardante mia sorella – in realtà morta da anni, purtroppo – che invece a 35 anni vivrebbe spassandosela con diecimila euro al mese di pensione; oppure, secondo un’altra versione non meno spregevole, si arricchi­rebbe coi fondi delle cooperative di assistenza ai migranti, grazie al fatto di essere mia parente.

Siamo in tanti a subire queste invenzioni, che investono chiunque abbia un ruolo pubblico così come chi non lo ha. Paolo Gentiloni non aveva fatto ancora in tempo a sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio che già gli veniva attribuito un tweet urticante: “Gli italiani imparino a fare i sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Virale in pochi minuti, proprio l’ideale per avviare un rapporto di fiducia coi cittadini italiani!

Il problema riguarda tutti perché il sedimento che lasciano in giro queste piccole, continue gocce di veleno, arriva a intaccare il terreno della democrazia.

Sì, gocce di veleno. Può sembrare un’espressione pesante, perché spesso le fake news si presentano con l’aspetto accattivante della battuta ben riuscita, che sa strapparti un sorriso. E si immagina che dietro ci sia qualche giovane burlone, incline alla goliardia. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Siamo diventati così grigi e autoritari che non sopportiamo più gli sberleffi della satira?

Ma le cose non stanno così. C’è voluto Trump, c’è voluto Putin, ma alla fine abbiamo capito che bisognava accantonare una visione troppo ingenua. La macchina delle bufale non è alimentata da qualche umorista di talento che in rete trova la sua gratificazione. Il fenomeno è ben più complesso, e ha motivazioni per nulla disinteressate.

Il primo motore è quello economico. Il nostro click sembra il più gratuito dei gesti, ma se ripetuto da decine di migliaia di persone genera ricchezza. Il sito che sa attrarre la curiosità dei navigatori con “notizie-shock” – non importa se vere – acquista valore per gli inserzionisti pubblicitari. E cosa c’è di meglio, per farsi leggere, che spararla grossa ai danni di qualcuno? L’importante è che ci sia almeno una piccola quota di

verosimiglianza: la Boldrini non è quella solidale con gli immigrati? Allora sarà anche plausibile che voglia infilare a forza il burqa a tutte le italiane.

Ma la motivazione economica, per quanto spregiudicata, non è la più pericolosa. Le recenti cronache nazionali e internazionali ci hanno insegnato che l’intenzionalità politica è il carburante più potente: bisogna sfigurare l’avversario/a, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe pensare: “calunniate calunniate, qualcosa resterà!” non è mica una frase di Mark Zuckerberg. Ma il web consente oggi una pervasività e una impunità di cui i diffamatori del passato non avevano mai potuto godere.

Certo, le bufale prosperano perché possono attecchire su utenti predisposti ad accoglierla, su uno strato di “credulità” che stupisce soltanto chi non tenga a mente le statistiche sui livelli di istruzione. In un paese che storicamente legge e si informa poco, l’alfabetizzazione digitale – nel senso minimo di saper navigare e scrivere in rete – non sempre si accompagna alla capacità di decifrare criticamente i messaggi e la loro autenticità. E così riescono ad avere mercato piccoli trucchi da truffatori delle parole: il sito ilfattoquotiDAIno.it che conta di essere scambiato per ilfattoquotiDIAno.it; il sitoliberogiornale.it, che richiama due testate in una ma non c’entra nulla con nessuna delle due; e via imbrogliando.

Non dobbiamo pensare che sia soltanto un male italiano. Anche negli Stati Uniti, patria di ogni innovazione, il confronto con la parola scritta crea imbarazzi. Una recente ricerca condotta tra gli studenti di Stanford, in California, si chiude certificando “una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news”.

Sì, c’è tanta fragilità culturale che naviga in rete e sulla quale gli strateghi del falso possono contare. Quella per la quale, nei suoi ultimi anni, ha avuto parole sferzanti Umberto Eco. E di cui si è preoccupato per una vita Tullio De Mauro, lanciando ripetuti allarmi sulla carente “cultura degli italiani” e sulle sue conseguenze politico-sociali: «Quasi quindici milioni di semianalfabeti. Altri quindici

milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Parole scritte non negli anni Sessanta, ai tempi dell’uscita dalla società contadina, ma nel 2004, quando già cominciavamo a essere digitali.

Eppure, questi ritardi da soli non bastano a spiegare la rapidità con cui le fake news fanno presa. C’è bisogno di un altro ingrediente essenziale, ed egualmente diffuso: la rabbia sociale. Le bufale attecchiscono bene perché trovano un ambiente psicologicamente predisposto ad accogliere anche le invenzioni più assurde, se permettono a chi sta male di individuare un capro espiatorio della propria sofferenza: “deve esserci un responsabile della mia condizione, devo potermela prendere con qualcuno”. Gli imprenditori dell’odio sanno mettere a profitto il disagio, l’emarginazione, la diseguaglianza.

Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ci sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione. Sapendo che sono illusorie, anzi pericolose, le scorciatoie che sono state talvolta proposte dal dibattito di questi mesi.

Adire le vie legali non è quasi mai possibile, né lo riterrei consigliabile. Non è come per l’hate speech, per il discorso pubblico di incitamento all’odio. Violenze verbali, minacce, insulti intasano la rete di spazzatura e meritano di essere colpite online esattamente come avverrebbe offline, che sia su un giornale o in una strada. Per le bufale è diverso. Come si fa a tracciare un limite tra la burla e la calunnia? E come può esistere un’autorità pubblica – anche questa ipotesi è stata prospettata – che abbia come compito quello di vigilare sulla “verità” dei messaggi circolanti sul web? Il suo sarebbe un mandato quantitativamente improbo, dati i miliardi di comunicazioni quotidiane, ma soprattutto qualitativamente scivolosissimo, in quanto vicino al rischio di apparire come una censura delle fantasie sgradite al potere di turno.

Non per questo, però, bisogna lasciare campo libero ai falsari. Non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci. La diffusione massiccia delle fake news mette in questione il funzionamento stesso della democrazia, perché chi crea “fatti” falsi avvelena le opinioni che ne derivano e dunque distorce il meccanismo di formazione del consenso

e del dissenso. “Droga”, per così dire, i pareri che ciascun cittadino liberamente si forma sulle vicende pubbliche. E allora, se viene messa a rischio la base di ogni discorso comune, le istituzioni non possono restare a guardare. Devono prendersi le loro responsabilità e agire.

Alla Camera lo stiamo facendo attraverso varie iniziative. A partire da una nuova, doverosa, attenzione ai fenomeni digitali. Per strano che possa sembrare, tra le 14 Commissioni permanenti di Montecitorio nessuna ha il mandato di occuparsi del web. Per questo, all’inizio della legislatura ho voluto costituire una Commissione sui “diritti e i doveri in internet”, composta da deputati di tutte le forze politiche attivi sui temi dell’innovazione tecnologica, da studiosi, da operatori del settore e rappresentanti di associazioni, coordinata da Stefano Rodotà. Ha prodotto una sorta di “carta costituzionale” della rete, oggetto poi di una mozione approvata in Aula all’unanimità nel novembre del 2015.

Con la stessa composizione “mista” – un deputato per ogni gruppo politico, rappresentanti di organizzazioni sovranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni, esperti come Tullio De Mauro e Chiara Saraceno – ho voluto istituire una Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, che in rete spesso sono proprio le fake news ad alimentare.

È in questo clima che è maturato, a febbraio di quest’anno, “Basta­bufale”, l’appello per il diritto a una corretta informazione, elaborato d’intesa con quattro tra i più noti esperti della materia: Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrociocchi. Ho deciso di lanciarlo proprio perché sono una “tifosa” della rete, convinta che sia un essenziale strumento di conoscenza e di partecipazione, e dunque vada difesa da operazioni spregiudicate e dannose. La rispondenza che l’appello ha avuto – in poche settimane 22.000 firme e l’adesione di popolari testimonial – conferma che sempre di più i cittadini avvertono la necessità di rendere “frequentabile”, non inquinato, lo spazio della rete; e che la politica e le istituzioni devono occuparsene. Perciò intorno all’appello abbiamo raccolto alla

Camera decine di sigle, soggetti pubblici e privati, tutti chiamati a esercitare la propria quota di responsabilità professionale e civile.

Di importanza cruciale è stato il tavolo dedicato ai temi della scuola, dell’università e della ricerca. Si trova lì, tra i banchi e le cattedre, il motore primo per creare gli anticorpi necessari a contrastare la disinformazione. Insegnare a usare gli strumenti per distinguere tra fonti affidabili o meno dovrebbe essere sempre più una priorità del sistema educativo, con l’obiettivo di sviluppare senso critico e cultura della verifica.

La formazione delle nuove generazioni è la prima soluzione di lun­go termine al problema. Per questo motivo Camera dei deputati e MIUR realizzeranno insieme, a partire dal prossimo anno scolastico, un progetto di “educazione civica digitale” rivolto a tutte le scuole. L’obiettivo – abbiamo convenuto con la ministra Fedeli – è quello di promuovere il protagonismo delle studentesse e degli studenti per la realizzazione di un decalogo che li aiuti a riconoscere le notizie false e che fornisca loro indicazioni su come informarsi in modo corretto e completo.

Ma non è solo il mondo della scuola a doversi impegnare. Questo progetto di educazione civica digitale vedrà coinvolti come parte attiva anche Confindustria, la RAI, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), Facebook e Google. C’è lavoro per tutti.

Per il mondo dell’impresa: perché le fake news, come abbiamo visto, sono un affare per molti, che speculano ai danni della collettività o delegittimando privati o aziende. E sono notevoli i ricavi derivanti dai banner pubblicitari nei siti che pubblicano scientemente notizie false. Le imprese devono perciò sentire una responsabilità: non mettere loro inserzioni pubblicitarie su siti specializzati nella creazione e diffusione di false notizie, per non finanziare, anche involontariamente, la disinformazione e per non associare i propri prodotti al business della menzogna.

Per il mondo dell’informazione “tradizionale”, chiamiamola così: in questo momento è di primaria importanza che i giornalisti e tutti gli operatori aumentino lo sforzo del fact-checking, del debunking – l’atti­vità che consente di smascherare le bufale – e della verifica delle fonti. Così come gli editori dovrebbero, attraverso un investimento mirato, dotare le redazioni di un garante della qualità che sia in contatto quo­tidiano e diretto con i lettori, come già avviene in alcune testate.

Infine – ma forse bisognerebbe dire soprattutto – c’è lavoro, tanto lavoro che attende i social network. Giganti digitali che sono entrati nelle nostre vite con affascinante invadenza, acquisendo dimensioni e poteri che fanno impallidire quelli delle istituzioni e della politica. Imprese che hanno bilanci superiori al fatturato di non pochi Stati nazionali. È soprattutto per gli over-the-top che è scoccata l’ora della responsabilità. Devono finalmente riconoscere di essere media com­pany, non semplici autostrade sulle quali transitano prodotti altrui, e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare le fake news è essen­ziale che i social network sappiano incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come è necessario un loro maggiore investimento in risorse umane e tecno­logie adeguate a fronteggiare il problema, anche attraverso l’apertura di uffici territoriali destinati al controllo dei contenuti e al rapporto con gli utenti. I capitali per farlo sanno dove trovarli, visti gli ingentissimi profitti accumulati anche grazie a normative fiscali troppo generose nei loro confron­ti. Di recente tanto il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg, quanto il co-fondatore di Twitter, Evan Williams, hanno mostrato a parole una qualche consapevolezza dei danni gravi che le loro crea­ture possono concorrere a determinare. Ma le parole non bastano: attendiamo queste imprese alla prova dei fatti.

Pubblicato in Parlare di noi
Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Tealtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 11 Dicembre 2017 00:00

Il populismo

La capacità delle forze populiste di sfruttare dal punto di vista elettorale le esplosioni di emotività collettiva suscitate dall’opposizione all’immigrazione e dalla protesta antipolitica non basta a spiegarne pienamente il successo. Diverse sono le ipotesi interpretative a riguardo, che da una parte sottolineano la capacità di questi partiti di combinare il radicalismo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, dall’altra tendono a spiegarne il ruolo crescente inserendoli all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, da un’altra ancora ne evidenziano la capacità di risposta all’inquietudine di molti cittadini europei di fronte a fenomeni ai quali non erano preparati, in primo luogo la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale.

L’ascesa del Front National a primo partito francese nel primo turno delle elezioni regionali dell’autunno 2015, il clamoroso risultato del candidato della FPÖ Norbert Hofer nel ballottaggio delle presiden­ziali austriache del maggio 2016 e il successo della campagna pro-Brexit guidata dall’UKIP di Nigel Farage hanno consolidato l’im­magine di una nuova ondata elettorale delle formazioni populiste europee e riacceso un dibattito aperto ormai da quasi due decenni sulle ragioni di questo consenso.

Nella polemica politico-giornalistica, molti osservatori hanno ricon­dotto il fenomeno o a una ricaduta della predicazione antipolitica in­nescata dai frequenti episodi di corruzione dei più recenti decenni, o al riproporsi sotto mentite spoglie delle eterne ambizioni antidemocrati­che della destra estrema, oppure, sul versante opposto, a una ribellio­ne di strati sociali trascurati e inquieti all’autoreferenzialità di un ceto dirigente cieco o incosciente di fronte al manifestarsi dei lati oscuri della globalizzazione. Argomenti che hanno senz’altro in sé frammen­ti di verità e servono a lanciare campagne politiche, ma che in sede scientifica abbisognano quantomeno di sostanziose integrazioni, che il dibattito fra gli studiosi di questo tema si sforza di offrire.

Fra politologi e sociologi ha infatti sempre meno credito la tesi che fa dei partiti populisti dei movimenti monotematici, la cui capacità di presa sugli elettori sarebbe legata esclusivamente all’emersione di due temi che suscitano forti esplosioni di emotività collettiva e di cui, per diverse ragioni, i concorrenti non sono in grado di approfittare: l’op­posizione all’immigrazione e la protesta antipolitica. Entrambe que­ste tematiche hanno svolto una funzione importante nel sottrarre le formazioni populiste alla marginalità, ma è azzardato sostenere che, da sole, l’una o l’altra abbiano potuto condurre all’attuale situazione.

L’immigrazione di massa ha certamente immesso nel clima sociale dei paesi industrializzati preoccupazioni psicologiche in grado di in­taccare le preesistenti identificazioni dell’elettorato nei partiti tradi­zionali. Non vi è dubbio che la condanna delle politiche permissive di molti governi verso un fenomeno in costante crescita, attivando meccanismi di difesa da minacce culturali (come la perdita dell’a­bituale stile di vita conviviale e la forzata accettazione di compor­tamenti inusuali dettati da costumi religiosi e/o etnici sconosciuti o mal conosciuti) ed economiche (la presunta insidia del posto di lavoro, il timore di veder calare i benefici del welfare state dovendoli spartire con i lavoratori stranieri) ha favorito i partiti populisti. In alcuni casi li ha fatti conoscere al pubblico, consentendo loro di dis­sodare in perfetta solitudine un campo nel quale i concorrenti non osavano mettere piede temendo l’inevitabile accusa di xenofobia e i costi connessi. In altri li ha collocati al centro del dibattito politi­co, sia pure nella scomoda posizione di pecore nere, di trasgressori dell’imperativo etico della solidarietà verso i diseredati e di alfieri dell’egoismo e dell’emarginazione dei più deboli. In entrambi i casi ha consentito loro di proiettare un’immagine ben diversa da quella dei combattenti di anacronistiche battaglie di retroguardia che pesa­va sulle forze politiche neofasciste.

Quanto invece all’atteggiamento antipolitico, di cui questi par­titi hanno fatto una bandiera, è possibile che esso, degradandoli a espressione degli umori protestatari che investono ciclicamente i sistemi democratici, ne abbia fatto ritenere poco credibile l’aspira­zione a svolgere ruoli di governo; ma i vantaggi ottenuti critican­do sistematicamente l’establishment e l’insensibilità dei politici di professione hanno ampiamente bilanciato le perdite sul versante della rispettabilità. Sfidare le regole del politi­cally correct è diventato anzi, per loro, un modo privilegiato per distinguersi dagli avversari e ac­cusarli di conformismo. In un’epoca nella quale il richiamo delle ideologie è sempre più flebile e l’attenzione ai risultati concreti conseguiti dai governi sta diventando la bussola più utilizzata per orientare i comportamenti di voto, i partiti populisti hanno dato espressione a una delusio­ne diffusa rispetto al funzionamento dei sistemi democratici, riscuotendo nelle urne i dividendi dell’investimento fatto. In particolare, il tenden­ziale avvicinamento dei programmi dei partiti di destra e di sinistra, nonché delle politiche da essi praticate quando hanno assunto responsabilità di governo a livello centrale o locale, ha accen­tuato la visibilità di questi partiti di protesta ra­dicale. E a creare un terreno fertile alla predicazione populista hanno contribuito l’affievolimento delle passioni politiche ideologiche, il ridimensionamento organizzativo dei partiti che di esse avevano fat­to uno strumento di educazione civica e integrazione psicologica dei cittadini e la delegittimazione del ceto politico professionale, in un contesto in cui élite tecnocratiche e gruppi di potere economico non nascondono l’ambizione di guidare direttamente gli affari pubblici senza dover sottostare ai controlli e alle lungaggini del processo di investitura democratica.

Tutte le formazioni populiste hanno assegnato un grande rilievo a questi temi nel loro discorso, contando sul vantaggio dato dalla pos­sibilità di appropriarsene; solo alcune hanno però saputo farvi leva efficacemente. In vari paesi, i movimenti che hanno fatto degli im­migrati o della partitocrazia l’unico bersaglio di propaganda sono rimasti allo stadio gruppuscolare o sono rapidamente regrediti dopo qualche episodico successo elettorale. Ciò dimostra che enfatizzare un unico argomento di campagna non giova al successo di questi partiti, una delle cui caratteristiche consiste nel sapersi conquistare una base di sostenitori che attraversa i confini delle preesistenti ap­partenenze politiche ed è attratta non tanto da proposte monotema­tiche quanto piuttosto dalla natura composita e ad ampio raggio del programma che le viene proposto. Questo dato è stato colto da quasi tutti gli studiosi del fenomeno populista, i quali tuttavia lo interpre­tano seguendo due schemi diversi e, in più punti, alternativi.

Il primo filone interpretativo connette il successo di questi partiti alla capacità di porre in atto una strategia che combina il radicali­smo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, producendo tribuni ancora capaci di infiammare le masse dei seguaci dall’alto di un palco comiziale ma a proprio agio anche nei salotti da talk show televisivo, nei dibattiti con esponenti della politica ufficiale. L’uso di toni estremi è per questi “telepopulisti” solo uno strumento verbale, utile, più che per conquistare i favori delle frange più esasperate dell’elettorato conservatore, per attrarre i settori dell’opinione pubblica più delusi dalla politica o meno attratti dalle sue controversie astratte, primi fra tutti gli astensionisti, calcan­do i toni dell’attacco ai bersagli preferiti, connessi a preoccupazioni concrete e immediate. Fra questi figurano da un lato lo status quo di una società in stallo, garantito dai sindacati e dai governi socialdemocratici ma anche dagli esecutivi conservatori amanti del quieto vivere e poco propensi a dar seguito ai propositi di ri­voluzioni liberali, che proteggono i privilegi dei lavoratori inseriti nei settori economici sussi­diati direttamente o indirettamente dallo Stato abbandonando alla deriva gli operatori della piccola e media industria, e dall’altro la società multiculturale, distruttrice delle tradizioni e dei modi di vita indigeni.

Secondo questa interpretazione i partiti populi­sti, agitando il modello di una democrazia ideale sottratta alla corruttrice egemonia di classi poli­tiche interessate esclusivamente al proprio torna­conto, promettono di dar voce alla gente comune e di armonizzarne gli interessi alla luce del buonsenso e di un’etica produttivistica che attribuisce valore agli individui nella misura in cui il loro impegno offre un contributo all’intera comunità. Da ciò discendono la cele­brazione delle virtù del popolo laborioso, oppresso dal fisco e sfrut­tato da un’oligarchia di burocrati e maneggioni, e l’insistente ricorso alla dicotomia noi contro loro, la gente ordinaria titolare della sovra­nità contro l’oligarchia che se ne è distaccata e ne tradisce le aspet­tative. Questo stato d’animo si traduce nella richiesta di sostanziali riduzioni delle tasse, del ridimensionamento della spesa pubblica a fini assistenziali (o dell’esclusione degli stranieri dalla possibilità di usufruirne) e dell’avvio di privatizzazioni su larga scala, ma anche nella promozione di strumenti di democrazia diretta – in primo luo­go il referendum – che consentono di scavalcare la mediazione dei partiti e dei politici di professione. A queste rivendicazioni si affianca la promozione di un nazionalismo economico che vede nella grande finanza, negli speculatori di borsa e nelle società multinazionali gli artefici di un sistema di sperequazioni sociali di cui l’immigrazione di massa dai paesi poveri, che garantisce il contenimento dei salari ope­rai e alimenta forme di concorrenza sleale a danno dei commercianti al dettaglio, è una pedina fondamentale.

Una diversa linea di lettura dei successi dei movimenti populisti li colloca all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, che vedrebbe contrapporsi una Nuova Sinistra partecipativa e libertaria, favorevole alla combinazio­ne di un intervento statale mirato alla redistribuzione dei redditi nel­la sfera economica e della massima autonomia individuale nella sfera culturale, e una Nuova Destra autoritaria, liberista in economia ma legata a una visione gerarchica della vita sociale, che contempla espli­cite limitazioni della diversità e dell’autonomia culturale dei singoli. In questa visione, più che a una reazione di circostanza connessa a specifici problemi, la forza dei partiti populisti, definiti appunto di Nuova Destra, andrebbe collegata all’emersione di un vero e pro­prio contro-movimento, attivo sui piani intellettuale e politico. Il loro atteggiamento, sollecitato più dallo “sciovinismo del benessere” che da nostalgie autoritarie, non può essere definito antisistemico in senso proprio, giacché essi assumono posizioni estreme ma collocate all’interno dell’ordine costituzionale e, pur operando ideologicamen­te lungo lo stesso asse politico che ha caratterizzato l’estrema destra qualche decennio addietro, ne ammorbidiscono le rivendicazioni per introdurle nell’agenda politica ufficiale, fungendo da cerniera, ma anche da linea di separazione, fra i settori dell’opinione pubblica mo­derata resi più inquieti dalla disgregazione del vecchio ordine morale e sociale e gli ambienti dell’estremismo antidemocratico.

Tenendo conto di queste interpretazioni, ma senza abbracciarne to­talmente nessuna, si possono ricondurre le cause del fenomeno a due dati fondamentali. Da un lato vi è l’intensificazione, a causa della globalizzazione economica, di trasformazioni strutturali che hanno messo in crisi il precedente meccanismo di politicizzazione dei con­flitti sociali e i partiti che se ne erano giovati, inceppando i sistemi di mediazione politica imperniati sul rapporto triangolare governi-par­titi-sindacati. Dall’altro vi è la crisi di legittimità della classe politica, aggravata dalla perdita di sovranità degli Stati nazionali, che ha por­tato al progressivo logoramento di gran parte dei regimi democratici europei e li ha esposti a sempre più frequenti e vivaci accuse di inef­ficienza e corruzione.

Ponendo questi fenomeni in stretto rapporto, Dominique Reynié ha avanzato l’ipotesi che meglio si adatta alle dinamiche attuali, co­niando la formula del populismo patrimoniale. Facendo notare che i partiti populisti hanno ottenuto il sostegno di settori sociali che vanno al di là delle vittime delle politiche neoliberali indotte dalla globalizzazione e hanno avuto successo anche in paesi o regioni le cui condizioni socioeconomi­che avrebbero dovuto ridurre, anziché fomenta­re, angosce e proteste, Reynié invita a tener con­to del ruolo svolto da stati d’animo diversi dal mero risentimento.

Un peso importante va attribuito, in questo qua­dro, all’inquietudine che si è insinuata in molti cittadini europei di fronte all’insorgere di feno­meni ai quali non erano psicologicamente pre­parati. Fra questi, la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale. «L’attuale immigrazione – scrive Reynié – si verifica nel contesto pregnante della globalizzazione. È una raffigurazione della globalizzazione. Manifesta in maniera spettacolare l’intrusione del mondo nelle nostre vite» e determina la percezione di un’alterità culturale che suscita inquietu­dine. Anche quando le cifre ufficiali ne ridimensionano la portata, questo sentimento tende a persistere, perché: «In materia di immi­grazione, le impressioni contano più delle statistiche. […] La percen­tuale degli stranieri all’interno di una popolazione nazionale descrive la realtà giuridica di una situazione demografica ma non traduce il mondo percepito dall’opinione pubblica. […] Nel mondo ordinario, l’identità nazionale si legge spesso nell’apparenza fisica, nel colore della pelle, in un accento, negli abiti o nella religione».1 L’immigra­zione apre, agli occhi di chi la percepisce in questo modo, un duplice contenzioso, economico e culturale. Qui si inseriscono, con il loro messaggio, i populisti, che invocano la crisi identitaria perché san­no di toccare una ferita collettiva reale. Affiancando all’inquietudine identitaria quelle socioeconomiche e politiche, essi affiancano isla­mofobia, euroscetticismo, adesione all’economia di mercato e anti­fiscalismo.

È sulla base della difesa di questo duplice patrimonio ereditato – un livello di vita e un modo di vita – che i partiti populisti hanno gettato le basi dei loro attuali successi. Ed è su questo terreno che i loro av­versari sono chiamati ad affrontarli.

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Azione studentesca è un movimento attivo fra gli studenti delle scuole superiori, che si sta facendo strada a forza di slogan che ricordano il ventennio. E qual è la risposta degli istituti?


Sulla loro pagina Facebook campeggia la scritta: «Tutto per la patria. Il futuro si conquista combattendo». Occorre «ribellarsi», dicono, e «difendere la Patria», dove oggi «imperano il multiculturalismo e la mescolanza» e dove assistiamo alla «invasione migratoria che alimenta il business dell’accoglienza, che ci espone ai rischi del terrorismo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini o CasaPound. E invece sono stralci del manifesto di Azione Studentesca, il movimento dichiaratamente di destra attivo tra gli studenti delle scuole superiori che negli ultimi mesi che, come dice a Linkiesta il suo coordinatore nazionale Anthony La Mantia, «è cresciuto a livelli esponenziali».


Solo nell’ultimo mese Azione Studentesca è sbarcata a Modena, Montecatini, Arezzo, Lecce, Rovigo, Cassino. E poi manifestazioni e volantinaggio in ogni parte d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per Puglia, Lazio e Campania. Ma il risultato più eclatante, ottenuto in questi giorni, è arrivato nella roccaforte del Pd, a Firenze. Dopo i casi di Pistoia e Prato, infatti, anche nella città gigliata le elezioni della Consulta provinciale degli studenti sono state un trionfo della destra. I numeri parlano chiaro: 18mila voti ottenuti e 32 eletti su 58, con la presidenza finita appunto a un ragazzo di Azione Studentesca. «La nostra forza è il programma», dice La Mantia, che ci tiene a riconoscere come il movimento sia indipendente da partiti e forze politiche, «anche se collaboriamo attivamente in diverse realtà con Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia».


Insomma, a suon di slogan che ricordano il ventennio, tanti studenti non ancora maggiorenni o appena sbarcati nella maggiore età virano verso la destra nazionalista e identitaria. Il responsabile fiorentino di Azione Studentesca, Dario Bordoni, lo dice senza giri di parole: «Il fascismo? Noi la vediamo come un'esperienza da non rinnegare». Fa niente se la nostra Costituzione, che pur si dovrebbe studiare a scuola, si fondi su principi antifascisti. Ma la lettura di La Mantia è lucida anche su quest’aspetto: «Riconosco che la componente identitaria ha giocato un ruolo importante. Prendiamo Firenze: in una città fondamentalmente di sinistra, essere di destra oggi è un’alternativa, un’alternativa valida». Una visione, questa, che coincide con quella del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano: «C’è un cambiamento in atto – dice a Linkiesta - La sinistra rappresenta il potere costituito: si è schiacciata sul pensiero unico che è quello che vige nella comunicazione del globalismo. E i giovani vanno dall’altra direzione». D’altronde, continua Di Stefano, «se le battaglie all’interno delle scuole devono essere per i bagni per i transessuali, dall’altra parte c’è più concretezza quando si riesce a parlare di valori, di lavoro, di patria».


«Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Che qualcosa sia venuto meno è riconosciuto anche da Alice Da Boit, rappresentante della Rete degli Studenti Medi, organizzazione studentesca di sinistra, che sarà vicepresidente della Consulta fiorentina. «Quanto accaduto qui – dice – non è una cosa da poco. È il segno di un cambiamento, dovuto a due ragioni: da una parte gli slogan populisti della destra che colpiscono alla pancia, dall’altra il disinteressamento da parte degli studenti per la vita politica studentesca». Di chi la colpa? Una lucida risposta arriva dalla neopresidente Anpi, Carla Nespolo: «Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Valori e ideali, forse, andati perduti. Perché, sottolineano ancora dalla Rete degli Studenti Medi, la vittoria di Azione Studentesca non nasce dal nulla. Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte. E i dirigenti in tutto questo? «La ragazza in questione – ci spiega Alice – era andata anche a parlare con la preside, ma poi la questione è morta lì». Non è un caso che la stessa Nespolo sottolinei come «molto resta da fare, sul piano politico e civile. Per il lavoro, l'ambiente, la salute e soprattutto per la pace. Ma partiamo da quello che i partigiani hanno conquistato per noi. Per proporre ai giovani e prima di tutto agli studenti questo ragionamento: in questo occorre un ruolo attivo della scuola, ma anche dell'informazione, della famiglia e di ogni forma di associazionismo».


Progetti importanti. Ma che per ora si scontrano con l’avanzata esponenziale di Azione Studentesca che rispediscono al mittente ogni tipo di accusa, convinti che si debba cambiare modo di intendere la società attuale e la storia passata. Ragazzi e ragazze che il 25 aprile, dicono, preferiscono andare al cimitero di Trespiano a commemorare i repubblichini di Salò. Per poi pubblicare video e foto della loro iniziativa sui social. E poi slogan e striscioni con tanto di font littoriano. E citazioni. «Tra mille infamie e mille tradimenti, passi sicuri, passi pesanti e lenti», si legge in un post. Così recitava l’inno di Terza Posizione, la formazione eversiva di destra attiva negli anni di piombo.


Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte.

 

Da www.linkiesta.it "L'estrema destra avanza tra i giovani (e non stiamo facendo abbastanza per impedirlo)" di Carmine Gazzanni

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Venerdì, 08 Dicembre 2017 00:00

Volontariato

Non a caso l’Italia è riconosciuta come il Paese dove meglio fiorisce e attecchisce il fiore del Volontariato. Non si tratta semplicemente di una questione di numeri, ma dell’humus, della buona terra che alimenta una pianta tanto delicata. Parliamo della “solidarietà” uno dei sentimenti, o delle qualità, sarebbe meglio dire delle virtù, che ci qualificano e che fa sì che nel mondo siamo conosciuti come un popolo di “buona gente”. Il fenomeno dell’immigrazione ne è la prova e non parliamo anche in questo caso di numeri né della modalità con cui viene organizzata l’accoglienza (perché su questo piano si potrebbe fare sempre diversamente e meglio), ma dell’egoismo degli altri Paesi che non sbagliano9 mai in quanto praticano la “politica delle mani nette”: La solidarietà dicevamo che è alla base del fenomeno del volontariato che, soltanto negli ultimi anni, quasi incalzato dalla crisi economica, secondo alcuni studi sembra essere entrato nel cono d’ombra della crisi. Anche il tempo, che è la “merce” che il volontario dona, sembra diventata una merce anch’essa di lusso, quindi poco disponibile ad essere impegnata. Certo se paragoniamo i numeri attuali con quelli degli anni settanta, quando, grazie al superamento del sistema diadico, costituito dal Mercato e dallo Stato, non più in grado di soddisfare tutti i bisogni e le istanze emergenti da una società che si andava articolando, ce ne è da dolersene. Perché allora, la società civile più ricca e differenziata, e quindi complessa, in ragione della crescita dei ceti medi risentì di una forte spinta partecipativa. Allora Il Terzo settore – denominato anche „terzo sistema‟, „economia civile‟, „terza dimensione‟ „privato sociale‟ o genericamente „non profit‟ - cominciò a costituire una galassia quantitativamente rilevante e piuttosto differenziata al suo interno per tipi e forme giuridiche diverse. Oggi, scavalcato il secondo millennio, in presenza, come accennavamo, di una crisi di sistema che in Occidente non ha avuto paragoni, il volontariato sembra quasi regredire verso la terra delle origini: fortemente connotato da una valenza assistenziale, compensativa o caritativa, dalla funzione assistenziale e riparativa, dimentico del perseguimento di pratiche di prevenzione e di promozione sociale, nell’intento di contribuire a rimuovere le cause che producono emarginazione e disagio sociale, degrado ambientale, bassa qualità della vita. In questo panorama due aspetti colpiscono: la partecipazione, dei soci, saltuaria e valutata di volta in volta, ad attività ed iniziative che producono risultati immediati e immediatamente misurabili; la fidelità nei confronti della propria associazione che deve fare i conti con le fasi della vita di ciascuno, con la dispersione del tempo che sembra diventato breve rispetto agli impegni cui diamo importanza. Un cono che si è rovesciato: se fino al secolo scorso l’associazione cui eravamo iscritte contribuiva a dichiarare cosa eravamo e volevamo, la nostra idea di società e di futuro, quindi tra soggetto e associazione si stabiliva un rapporto duale, oggi il rapporto è solo unidirezionale: l’associazione deve darmi l’identità che non ho e che ambisco ad avere e riconosciuta come attestazione in ambito sociale.

L’associazione svolge nei confronti delle proprie iscritte un’azione di ricerca, confronto, formazione integrale, riflessione in vista di un impegno verso la società che si considerata fondata su rapporti di solidarietà e condivisione. La partecipazione alla vita dell’associazione non può essere dunque né saltuaria né solitaria: non si tratta di condividerne le ragioni contingenti e/o legate alla necessità di far fronte alle carenze del sistema pubblico, ma sono anche strutturali e culturali e rispondono ad un’assunzione di responsabilità nei confronti delle comunità. Si tratta soltanto di creare beni e servizi di utilità sociale? No, almeno non solo: la gratuità, quale caratteristica di chi opera con spirito di dono e di reciprocità con gli altri; e la solidarietà, come fine esclusivo della propria azione per la tutela dei diritti e l’aiuto di terzi in stato di bisogno o per la tutela, l’ampliamento o la maggiore fruibilità dei beni comuni che presiedono alla qualità della vita dei cittadini., sono le parole d’ordine del volontariato.

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Marina Corradi giovedì 23 novembre 2017


Una giornata qualsiasi di questo novembre. A Milano, cielo incolore. Si va a scuola, si lavora.
L’autunno è lento, calca adagio i suoi passi, mentre la sera il buio cala sempre prima. E domenica,
andremo a Messa. Da cattolici quali siamo. Ci andremo forse anche perché ci si va, da sempre.
Magari qualche volta con stanchezza, con smemoratezza del senso di quel gesto che si ripete. Con
insofferenza addirittura, se l’omelia lunga, o noiosa. Ma che cos’ è, andare a Messa? Perché ci
andiamo? A che cosa ci serve? Ieri il Papa in Udienza ha ricordato quale è il cuore di questo nostro
andare doveroso, fedele, ma, può accadere, ingrigito.
Come questo cielo di novembre, a Milano. La Messa, ha detto Francesco, è «entrare nella Passione,
morte, Resurrezione, Ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al
Calvario». La Messa, memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Di quel soffrire, morire, scendere
agli Inferi, faccia a faccia con la morte; e vincerla, infine, la morte, nostra ostinata compagna. «Noi,
nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna», ha detto
Francesco. Ecco cosa facciamo, andando a Messa. Sedendo un po’ distratti su una panca, rispettosi
ma abituati a quel settimanale rito uguale. Andando sì, come sempre, ma non aspettandoci molto.
Lo sappiamo a memoria, l’avvicendarsi di letture e preghiere. Conosciamo quel brano di Vangelo.
Che potrà darci di nuovo, un’altra Messa? Andiamo in chiesa tutti con i nostri affanni e dolori. O
con il peso, addosso, degli anni. Invecchiando, può diventare più difficile sperare. Avendo visto che
questo mondo procede come sempre, può farsi arduo credere che possa infine vincere il bene,
credere in un ricominciamento radicale. «È possibile rinascere quando si è vecchi?», chiedeva
Nicodemo. A una certa età è una domanda che ci si pone. Perseverare nella speranza, con gli anni è
faticoso.
Ma proprio per questo ci è data, nel cammino, questa stazione, la domenica. Per ritrovare fiato, e
gambe. Il Papa: «La Messa ci rende partecipi della vittoria di Cristo sulla morte, e dà significato
pieno alla nostra vita». E non è soltanto un ricordo, è di più - ha aggiunto - è fare presente quello
che è accaduto venti secoli fa. Fare presente: dietro di Lui sul sentiero del Calvario, sulle spalle il
peso della croce. Gli insulti, e quella atroce totale solitudine, quella tremenda percezione di
abbandono.
Morire, in dono estremo a un Padre, per un lungo istante come assente. Morire per tutti, e per
ognuno. Per ogni dimenticato, abbandonato, sofferente, per ogni volto oltraggiato. Giù, dentro
l’oscuro e algido tempo del Sabato, tempo sospeso, tempo in bilico su un vertiginoso crinale. E poi,
poi la pietra del sepolcro è abbattuta. «Maria!!». «Rabbuni!». Come un sole che si alza e dissolve
ogni nebbia e ogni tenebra. «Ogni celebrazione dell’Eucaristia ha insegnato ieri il Papa - è un
raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa significa entrare nella
vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore». Non succede a molti,
di percepire fisicamente tutto questo. Ma più importante che il 'sentire' è il sapere, avere memoria di
ciò che oggettivamente la Messa è. Tornare sui passi del martirio di Cristo.
Accompagnarlo, giù negli abissi, al fondo del buio, e poi in una incommensurabile luce. Come di
sole chiaro di solstizio, allo zenit. Ogni domenica, un raggio di questo eterno sole. Per questo,
andiamo a Messa. Per risanarci, scaldarci al vigore di una gran luce. E quanto ne abbiamo bisogno,
affannati e smemorati come siamo, oppressi dal male. Invecchiati, magari, e alcuni quasi cinici
ormai. Ogni domenica «il suo sangue ci libera dalla morte e dalla paura della morte», ci ricorda il
Papa. Per tutti noi affaticati e stanchi quella fontana d’acqua viva, la domenica. Ogni domenica
quella nuova aurora.

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Sabato, 18 Novembre 2017 00:00

L'approdo oltre l'alta marea

L’approdo oltre l’alta marea

Il 7 settembre u.s. in diretta televisiva, Antonio Di Pietro, già leader e fondatore dell’Italia dei Valori, ex poliziotto, ex magistrato, attualmente avvocato, in diretta televisiva, scatenando l’incredulità dei presenti, affermava: «Io porto con me una conseguenza. Ho fatto l'inchiesta Mani Pulite, con cui si è distrutta l’intera Prima Repubblica: il male, e ce n'era tanto con la corruzione, ma anche le idee. Ed è così che sono nati i cosiddetti partiti personali: Di Pietro, Bossi, Berlusconi e quant’altro. Ovvero partiti che hanno al massimo il tempo della persona». Una data precisa, se non un responsabile, cui far risalire la cesura storica segnata dal passaggio (1994) dalla Prima alla cosiddetta “seconda Repubblica”. Sempre nelle parole di Antonio Di Pietro si individua anche cosa ad essa seguì: la nascita dei partiti personali, leaderistici che soppiantarono quelli tradizionali i quali facevano riferimento a sistemi ideologici che, già nati alla fine dell’1800, da Teun Adrianus van Dijk sono definiti “sistemi di credenze condivise”. Per questo la loro formazione è attribuita al crollo dei sistemi di valori tradizionali col compito di giustificare e promuovere nuovi assetti politici. L’ideologia sorgerebbe, dunque, quando il mutare della situazione politica porta alla costruzione di un nuovo ordine sociale e politico ed in ogni caso, le ideologie si diffondono, si esprimono e si articolano attraverso discorsi pubblici e/o attraverso linguaggi complessi, come gli audiovisivi. Le ideologie sono dunque pervasive, tendono a stabilizzarsi in un gruppo sociale o si estendono all’intera comunità di appartenenza ed esse assumono una natura sistematica che dà forma al modo di agire e di pensare del gruppo o della società che le ha prodotte. Questo è stato anche nel nostro passato, quello, per capirci della prima repubblica iniziata cronologicamente nel 1948, è terminata nel 1994 a seguito, appunto, delle inchieste di “mani pulite”. Quali i sistemi di riferimento delle ideologie tardo ottocentesche e novecentesche? il pensiero liberale, il socialismo (prima utopico poi scientifico) ed il magistero cattolico sociale. Nel film di Scola (“Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”) «Che cosa può fare il partito per me?» chiedeva Marcello Mastroianni, nei panni di un muratore tradito dalla sua donna, a un compagno durante una manifestazione del PCI. Questo sentimento di far parte di una chiesa, quella comunista o quella democristiana, ha caratterizzato la vita politica italiana dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla caduta dei sistemi comunisti. Si sono succeduti governi, classi politiche, dirigenti di grande prestigio: tutto affondato nella melma di Tangentopoli che, mentre seppelliva la vecchia classe politica ed il suo potere, lasciava gli italiani a fare i conti con una nuova divisione destra/sinistra, indotta dall'introduzione della legge elettorale maggioritaria e con la necessità di una ricollocazione politica attorno ai nuovi temi imposti dalla fine del bipolarismo USA/URSS e dal fenomeno della globalizzazione. Contro i politici di professione tuonavano i leaders dei nuovi partiti come la Lega o appartenenti della società civile che militavano nel Movimento Referendario o nella Sinistra dei Club. Anche i vecchi partiti si sono trasformati cambiando nome e ideologie, come il PCI che si è tramutato in PDS, spaccandosi in più parti o la Democrazia Cristiana tramutatasi in Partito Popolare, CDU, CCD…. Ulivo, PD. Ma non si è trattato semplicemente di un travaso di uomini politici e di elettori dai vecchi partiti di sinistra o di destra nelle nuove formazioni di sinistra e di destra. Il passaggio è stato molto più complesso e contraddittorio di quanto ci si potesse aspettare: esponenti del vecchio PCI come Ferrara, Adornato o Bondi si ritrovano oggi a destra, mentre buona parte dei grandi vecchi democristiani, come De Mita o Gerardo Bianco, sono collocati nelle forze moderate di sinistra. La convinzione dominante è fondata sull'idea che non vi sia una differenza significativa nelle posizioni politiche dei partiti, che sia la destra che la sinistra difendano i medesimi interessi e facciano parte di un unico sistema di potere. Questa percezione è stata facilitata dalla vittoria del liberismo sulle dottrine marxiste e dalla globalizzazione che ha imposto politiche economiche analoghe in tutti i paesi, richiedendo tagli al welfare, flessibilità in campo occupazionale, bilanci statali in ordine… pena l'uscita di scena dal grande mercato globale. Si è affermata una politica, anche quando al potere si trova la sinistra, impostata sulla diminuzione di garanzie sociali che sono state la maggiore caratteristica dei sistemi politici dell'Europa occidentale. Almeno nella percezione di una parte apparentemente non così infima dell'elettorato, specie quello giovanile, vi è la convinzione che vi sia sempre qualcosa di destra nella politica di sinistra, ma anche qualcosa di sinistra in quella della destra, mentre si ingrossa il partito del non voto. Non si tratta di persone apolitiche o indifferenti ma, al contrario sono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti, laici e tolleranti che dopo l’esperienza degli ultimi anni si sentono traditi. Non si riconoscono neppure nella società italiana, si sentono estranei in patria, provano fastidio e non indignazione per gli italiani, si mettono ai margini del campo dove si gioca la partita ed osservano con fastidio, quasi con una noia assuefatta. Dove passa, dunque, la cesura sociale che fino alla metà del novecento determinava l’appartenenza ai partiti, definiva i contesti sociali e i riferimenti di appartenenza, contendeva tra lib-lab gli innovatori ed i conservatori? Dove sono finite le grandi dispute ideologiche della archeo politica segnata da scomuniche, ambiguità, ipocrisie? Per dirla con Pirandello restano in campo i “vecchi” ed i “giovani” costretti ad una ambigua alleanza che non permette ai primi di invecchiare pacificamente e ai secondi di diventare definitivamente adulti: il nostro welfare non consente più contrapposizioni, sospinge soltanto a spiaggiamenti temporanei e, come i cetacei, smarriti i punti di riferimento che ci permettevano di guardare lontano, ci areniamo sulla spiaggia sperando che la marea ci sospinga in avanti senza sommergerci.

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