Giovedì, 20 Aprile 2017 00:00

paradosso nordico

Il paradosso nordico, paesi migliori per le donne ma anche più violenti

I 4 Paesi al mondo che più rispettano l’uguaglianza fra i sessi e i diritti delle donne sono tutti incastonati nel Nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia. Sono, come dicono in coro il World Economic Forum, l’Unesco e l’Ocse, le 4 «best countries for women», le 4 nazioni dove per una donna è meglio vivere e lavorare. Eppure, tre fra loro -Finlandia, Norvegia e Svezia- hanno anche un primato opposto e raggelante: molto più che nei Paesi del Sud-Europa, le donne vi sono maltrattate, offese e anche uccise dai loro partner diretti.

Il femminicidio, e altre barbarie, non conoscono confini. È il cosiddetto «paradosso nordico» cui i ricercatori non hanno ancora trovato una risposta sicura. La Finlandia, per esempio: è seconda nella classifica delle «best countries», è riuscita a colmare l’85% delle differenze di genere fra i sessi, ma secondo varie ricerche e uno studio più recente del giugno 2016 comparso su Social science and medicine il 30% delle sue donne subisce durante l’arco della vita quella che viene definita «violenza fisica, violenza sessuale, stalking e aggressione psicologica da un partner attuale o passato»; mentre la stessa media nell’Unione Europea è del 22%.

E la Svezia? Quarta fra le «best countries», ma con un 28% di violenze domestiche subite in media dalle sue donne. E la Danimarca? Numero 19 fra le «best countries», agghiacciante primo posto (32% di casi nell’arco di una vita) per abusi, botte, umiliazioni con vittime femminili. Mentre Italia, Portogallo o Spagna –Paesi del Sud tradizionalmente associati a immagini di “machismo” o comunque di pesante disuguaglianza fra i sessi (che comunque esistono davvero, non sembrano essere solo luoghi comuni) restano al di sotto del 30%. Il «paradosso nordico» ha trovato finora due sole ipotesi di spiegazione. Primo, dipende molto dal numero delle denunce, in un Paese che garantisce loro parità di genere e (in teoria) pieni diritti civili, le vittime si sentono più libere di denunciare ciò che loro accade. Seconda ipotesi: garantendo pieni diritti civili alle donne, le «best countries» provocano la reazione di uomini che si sentono minacciati nel proprio potere e nelle propria identità, perciò rispondono sempre più con l’unica arma che conoscono, la violenza. Può essere: ma è un’ipotesi che fa rabbrividire.

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 17 Aprile 2017 00:00

Vento radical populista

Il vento radical-populista che scuote le democrazie

Di Fortunato Musella

I partiti dell’estrema destra per la prima volta conquistano larghe fette dell’elettorato, candidandosi per la guida di alcuni dei più importanti paesi occidentali. Riallacciandosi allo spirito populista del tempo, fanno leva sulla crisi della rappresentanza e su importanti cambiamenti strutturali della società. Una sintonia che tuttavia non assicura la legittimità di forze che fanno traballare, dall’interno, le democrazie europee.

Sono stati a lungo considerati un’insidiosa sopravvivenza del passato, spia del malessere covato in seno alle democrazie consolidate. Con la complicità della crisi, economica e politica insieme, i partiti di estrema destra guadagnano ora terreno in numerosi paesi europei, raggiungendo proporzioni elettorali insperate sino qualche anno fa. Per i governi in carica, e i cittadini moderati, il pericolo di una loro affermazione, per il momento scampato, resta tuttavia in agguato.

Dopo l’offensiva terroristica di Parigi del novembre del 2015, giudi­cato come l’attacco più grave subito dal paese dalla seconda guerra mondiale, solo il meccanismo del doppio turno ha potuto fermare l’avanzata del partito ultranazionalista Front National di Marine Le Pen alle elezioni regionali. Alle recenti presidenziali austriache solo un pugno di voti separano il candidato di estrema destra Norbert Hofer dalla conquista della carica al ballottaggio, dopo aver ripor­tato un netto vantaggio al primo turno. E la decisione della Corte Suprema austriaca di annullare il voto per irregolarità darà presto all’ultradestra una nuova chance. In Inghilterra, alle elezioni euro­pee del 2013, il partito Independence Party guidato da Nigel Farage ottiene visibilità internazionale per aver conquistato un quarto dei voti, presentando un programma antieuropeista. I suoi attivisti sono stati tra i principali sostenitori del sì al referendum per la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, al quale i cittadini inglesi hanno dato responso positivo. Nell’Europa centrorientale i partiti di destra estrema godono di largo seguito: si può fare l’esempio del partito di estrema destra Jobbik in Ungheria, il cui leader Gábor Vona si è candidato per la premiership e ha su­perato il 20% dei voti alle ultime elezioni parla­mentari. E tutto ciò avviene mentre negli Stati Uniti Donald Trump corre per la presidenza americana impostando la sua campagna eletto­rale su posizioni populiste e ultraconservatrici, come mostra ad esempio il costante attacco agli immigrati islamici. Si tratta di leader che offro­no un riferimento anche per alcuni partiti italia­ni, che dalla Lega di Salvini al Movimento 5 Stelle di Grillo ben si inseriscono nel parterre internazionale dei partiti radical-populisti. Italia, Francia, Inghilterra, tante terre accomunate dal revival della destra radicale, che punta al cuore dei sistemi democratici attraverso la via dell’urna.

Già negli anni Novanta Marco Tarchi, in un interessante articolo di rassegna della letteratura sui partiti di estrema destra, avvertiva che tali partiti non dovevano essere sbrigativamente trattati con le metafore mediche sulle “diagnosi” e le “cure”, come fenomeno ano­malo e magari passeggero da arginare in qualche modo.1 Se allora tali formazioni politiche sembravano destinate a consolidarsi sul piano elettorale e organizzativo, in seguito esse hanno costituito uno dei fe­nomeni più dinamici e dirompenti nei sistemi politici europei. Forze che in passato raggiungevano successi elettorali solo limitati per en­tità, e piuttosto episodici, hanno occupato importanti spazi lasciati liberi dalle formazioni tradizionali.

Come ha confermato uno degli autori di alcuni importanti testi sul populismo di destra, si è passati dal notare una normale patologia delle democrazie contemporanee al costatare una normalità patolo­gica:2uno scenario in cui partiti che si collocano ideologicamente al di fuori dei canoni classici della democrazia liberale, e che la osteg­giano apertamente, ne diventano attori cruciali. Tanto più che in alcuni casi i partiti radicali di destra, a livello sia nazionale che locale, partecipano già al potere, presentandoci un quadro del tutto inedito e aperto all’analisi.3 I partiti di destra radicale sono inoltre un feno­meno “in larga misura nuovo e sui generis”.4 Se mantengono dei legami con le vecchie ideologie fasciste, essi più che ancorarsi alla mera nostalgia del passato, traggono slancio da temi e rivendicazioni nuovi. Costituiscono una vera e propria “famiglia di partito”, con atteggiamenti condivisi, quali l’orgoglio nazionale, il bisogno di sicu­rezza, l’ostilità verso gli immigrati, l’opposizione all’Unione europea, la critica radicale alle forme e agli attori della politica democratica. Si ricollegano dunque allo spirito del tempo,5 vale a dire a quel po­pulismo che è stato oggetto di migliaia di libri, articoli ed editoriali, la cui circoscrizione analitica è apparsa come “definire l’indefinibile”, per la sua ampiezza semantica e per il numero di esperienze che a esso si ricollegano. Ma che proprio per questo è da considerarsi come una delle categorie più inclini a cogliere il zeitgeist contemporaneo.

I partiti di destra estrema – o, meglio, i partiti populisti di destra ra­dicale – possono essere compresi a partire da un’ideologia che separa la società in due gruppi ben distinti, in maniera quasi manichea: il popolo dei puri e quello dei corrotti, alzando una barriera tra un noi e gli altri. La politica diventa il mezzo per dare voce e azione alla volontà generale del primo popolo, senza alcun tipo di compromesso. Per i populismi che si col­locano all’estrema destra, tale atteggiamento, in netto contrasto con la teoria e la pratica della liberaldemocrazia, si tinge di colori ancora più foschi, dal momento che la nozione di popolo si carica di significati nazionalisti.

Esiste un comune retroterra all’exploit dei po­pulismi radicali in Europa. La parola che più di tutte accompagna il loro sviluppo è conosciuta da tutti gli studiosi del campo: si chiama crisi. Innanzitutto crisi dello Stato democratico in grado di garantire per decenni un effi­cace scambio con i cittadini: consenso al posto di beni collettivi. Col cosiddetto compromesso democratico, la democrazia rappre­ sentativa confermava la sua legittimità attraverso un sistema che ga­rantiva sviluppo economico, occupazione, protezione previdenziale. Prometteva conseguimenti che tuttavia hanno fatto parte di una platea sempre più estesa, con un conseguente crescendo di aspetta­tive da parte dei cittadini: prima la difesa e l’ordine pubblico, poi l’istruzione, la sicurezza sociale, il benessere. Fa bene Sabino Cassese a ricordare che chiediamo allo Stato di giocare davvero il ruolo di Provvidenza, tanto che oggi ci rivolgiamo allo Stato anche per pre­stare assicurazione contro i rischi che derivano dai terremoti e da tutti gli eventi naturali.6

Il patto democratico che è durato per decenni, e ha fatto la fortuna dei regimi partitocratici, oggi ha perso però la sua forza propulsiva. Ed è sempre più insostenibile, soprattutto in fasi calanti dell’econo­mia. In questo modo, ad alzarsi è il vento del malcontento da parte degli elettori, facile richiamo di quelle forze politiche che chiedo­no di ridare centralità al popolo, contro i suoi “nemici”: la casta, l’Europa, gli immigrati – il bersaglio di volta in volta adottato non è così importante quanto la necessità di protesta. In alternativa, i cittadini vanno a ingrossare le file del partito del non voto, che di consultazione in consultazione aumenta progressivamente le proprie dimensioni. Tanto più che da ultimo lo Stato nazionale si trova in difficoltà non solo per il mantenimento delle promesse di benessere, ma anche rispetto al nucleo funzionale attorno al quale esso è nato: la garanzia di sicurezza per il cittadini. Dal crollo delle Torri Gemelle al Bataclan, la sensazione di vulnerabilità del cittadino occidentale produce atteggiamenti di chiusura, trasformati facilmente dalle forze populiste in attacco al diverso e allo straniero.

Una seconda spinta alla espansione della destra radicale deriva dal cambiamento strutturale dei sistemi di partito. Come alcuni contri­buti classici della scienza politica confermano,7 i sistemi di partito delle democrazie occidentali si sono articolati – o per meglio dire congelati – per secoli intorno a grandi fratture che hanno attraver­sato le società occidentali, dallo scontro tra datori di lavoro e ope­rai, alla tensione tra Stato e Chiesa. Ciò ne dettava una notevole stabilità, tanto che i principali cleavages della politica novecentesca risalivano ai macroprocessi storici della formazione degli Stati mo­derni e dell’industrializzazione. Tuttavia, ai nostri giorni, la perdita di salienza delle tradizionali linee di conflittualità politica ha por­tato i sistemi di partito a traballare.8 In primo luogo rispetto alla loro prima caratteristica: il numero dei partiti cresce in quasi tutti i paesi occidentali, e anche i casi storici di bipartitismo, come quello inglese e spagnolo, non resistono alla prova del voto. Senza parlare dell’Italia, che a fronte dell’introduzione di meccanismi maggioritari di traduzione dei voti in seggi negli anni Novanta, ha lasciato riscon­trare altissimi livelli di frammentazione dell’offerta elettorale. Col ri­sultato che, dopo l’abbaglio costituzionale del modello Westminster, abbiamo avuto maggioranze fragili e assemblee con una quantità di gruppi tra le più alte nella storia repubblicana.

A ciò si aggiunga che muta notevolmente anche la seconda impor­tante caratteristica dei sistemi di partito: la sua dinamica, vale a dire le relazioni reciproche tra i suoi componenti. L’asse destra-sinistra risulta sempre meno saliente, tanto che leader e partiti sono alla ricerca di un consenso trasversa­le, che attraversa le tradizionali appartenenze po­litiche. Non a caso il marketing politico orienta le campagne elettorali per tutti i livelli di gover­no, con un approccio molto vicino a quella te­oria economica della democrazia messa a punto da Anthony Downs9 per gli Stati Uniti a metà del secolo scorso, e ora perfettamente applicabile anche al Vecchio continente. La crisi dei sistemi di partito tradizionali apre così una finestra di opportunità per forze che mobilitano l’elettorato su nuovi fronti di divisione politico-sociale, come ad esempio la con­trapposizione tra popolo e Palazzo, per la quale, secondo i populisti, il mondo della politica si iscrive, senza grandi distinzioni, nei confini della corruzione o del malaffare.

La nuova destra estrema trae alimento anche da un’altra forma di crisi, che si esprime questa volta dal lato della domanda politica. E che è premessa, dal punto di vista sia logico che storico, alla crisi delle forme rappresentative. Le classi sociali sono state le principali inter­locutrici della politica novecentesca. Esprimevano comportamenti di voto piuttosto stabili, tali da garantire un consenso duraturo ai partiti che le rappresentavano. Con le recenti trasformazioni della struttura sociale, l’elettorato è sembrato invece sempre più incapace di esprimere forme di aggregazione durature. Non a caso sono i lea­der, più che i partiti, ad attrarre il consenso di un elettorato sempre più diviso al suo interno, potremmo dire tendenzialmente atomizza­to. Gli unici in grado di sviluppare un nuovo senso di identificazione che si presta a costituire un sostituto funzionale del vecchio spirito di appartenenza ai partiti. I leader forse non più come in passato porta­tori di una missione, ma fattore di coagulo di un popolo-massa, sulla base di un efficace mix di immagine e carisma.

Rispetto a questo mutato contesto i partiti di estrema destra si trova­no a godere di alcuni vantaggi competitivi, che come si vede stanno mettendo a frutto. Essi, sulla base di un’organizzazione già persona­lizzata per storia e impostazione culturale,10 riescono a imporre temi forti, a presa rapida su un elettorato che ha smarrito i suoi principali riferimenti collettivi. Con parole e moduli comunicativi semplici, in grado di parlare all’uomo della strada e di stimolarne l’emotività. Essi, inoltre, possono offrire alla massa idee di “popolo” alle quali ri­collegarsi, spesso un popolo-nazione, come comunità ideale costruita dalla storia, dalla geografia e/o dal sangue.11 Come si spiega in una recente opera sui concetti della politica, i partiti populisti di destra si oppongono all’individualismo tipico della società odierna con un co­munitarismo che insiste sull’unità del popolo, creando «una barriera di difesa nei confronti dei corruttori delle virtù del popolo: trasgres­sori (di qui l’insistenza sulla prospettiva di law and order), devianti, rappresentanti di una cultura “altra”».12 Un discorso identitario che non rinuncia mai dunque a veicolare atteggiamenti radicali e aggres­sivi rispetto a coloro che non lo condividono.

Fissiamo però un punto in merito allo sviluppo dei partiti radi­cal-populisti. Come visto, il rafforzarsi dei partiti radicali deriva dalle trasformazioni, potremmo dire strutturali, della società e della poli­tica che la riflette. Inoltre, per la prima volta, essi sono depositari di ampio supporto elettorale, in molti casi a doppia cifra. Per quanto la democrazia si affidi agli elettori per la scelta dei governanti, questi due fattori non sono tuttavia sufficienti a garantire la legittimità di una forza politica. I partiti di destra estrema presentano posizioni e punti di vista che contrastano con le acquisizioni della liberal-de­mocrazia. Per essere più chiari essi sono spesso irrimediabilmente incostituzionali. Sia in relazione alle procedure della democrazia, che sovente disprezzano, e ta­lora calpestano, lamentando un eccesso di lun­gaggine e farraginosità elettorale nei meccanismi istituzionali; sia per quanto riguarda i contenuti politici, perchè il loro attacco a quanti non con­dividono la stessa “heartland”, il posto dove se­condo l’immaginario populista risiede il popolo virtuoso e unificato,13 pone in dubbio la validità dei diritti espressi nelle costituzioni. Per alcuni non c’è più dubbio che accademici e commentatori abbiano celebra­to prematuramente la vittoria universale della democrazia.14 Sicura­mente i partiti di destra minacciano la democrazia che più di tutte mostra ancora una sua intrinseca fragilità, vale a dire la democrazia europea, ancora in ritardo nel consolidare i processi di rappresen­tanza e partecipazione dei cittadini. A essa ha inflitto un duro colpo la vittoria dei sì al referendum sulla Brexit britannica, conducendo probabilmente a una spirale di recessione e forse a un effetto domino anche in altri paesi.

È curioso notare la novità dei partiti di estrema destra in un conti­nente in cui, meno di un secolo fa, si è registrata la più importan­te involuzione autoritaria che la storia abbia conosciuto. Le nuove destre nascono infatti in uno scenario politico e per ragioni molto diverse rispetto al passato. Fanno leva sulle pulsioni emotive e spesso aggressive di un elettorato spaesato, che si trova a vivere sfide inedite quali la globalizzazione e il terrorismo internazionale. Per la prima volta privato del riferimento ideologico e organizzativo dei partiti tradizionali.

Sono in molti, però, a non trovare, accanto a questi elementi di no­vità, anche rilevanti fattori di continuità storica con il passato delle destre radicali, dalle posizioni xenofobe e razziste ai toni egualmen­te minacciosi. Saranno in molti a restare col fiato sospeso, elezione dopo elezione, paventando l’affermazione di forze che partecipano alle elezioni ma che si pongono ai confini, o al di fuori, delle nostre democrazie. Sperando, di volta in volta,15 che lo spettro che si aggira per l’Europa non prenda lo scettro del comando.


[1] M. Tarchi, Estrema destra e neopopulimo in Europa, in “Rivista italiana di scienza politica”, 2/1998, pp. 379-89.

[2] Si tratta di C. Mudde, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press, Cambridge 2007.

[3] Il tema di come i partiti populisti si comportino al potere, e delle strategie messe in atto per reagire alle forze populiste, è al centro di un emergente filone di ricerca della scienza politica. Il numero monografico a cura di P. Taggart e C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government (in “Democratization”, 2/2016) offre primi elementi di inquadramento della problematica.

[4] P. Merkl, Why they are so strong now? Comparative reflections on the revival of the radi­cal right in Europe, in P. H. Merkl, L. Weinberg (a cura di), The Revival of Right Wing Extremism in the Nineties, Routledge, Londra 1997, p. 18.

[5] C. Mudde, The Populist Zeitgeist, in “Government and Opposition”, 4/2004, pp. 542-63.

[6] S. Cassese, L. Torchia, Diritto amministrativo. Una conversazione, il Mulino, Bologna 2014.

[7] Già nello studio comparato S. M. Lipset, S. Rokkan, Party Systems and Voter Align­ments: Cross-National Perspectives, Free Press, New York-Londra 1967.

[8] Di Parties without system ha parlato Mauro Calise in S. Passigli (a cura di), La politica come scienza. Scritti in onore di Giovanni Sartori, Passigli Editore, Firenze 2015, illustrando la stretta relazione tra personalizzazione della politica e crisi dei sistemi di partito.

[9] A. Downs, An Economic Theory of Democracy, Harper, New York 1957.

[10] Per una recente ricognizione empirica sulla personalizzazione dei partiti politici, si veda il numero monografico a cura di F. Musella e P. Webb, Personal Leaders in Contemporary Party Politics, in “Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica”, 3/2015.

[11] È, questo popolo, tra i tre tipi presenti in Y. Meny, Y. Surel, Populismo e democrazia, il Mulino, Bologna 2014.

[12] A. Criscitiello, Populismo, in M. Calise, T.J. Lowi, F. Musella, Concetti chiave. Ca­pire la scienza politica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione. Si veda anche M. Canovan, Populism, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1981.

[13] Secondo la definizione di P. Taggart in Populism, Open University Press, Buckingam 2000.

[14] P. Taggart, C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government cit., pp. 201-20.

[15] Non a caso la metafora dello spettro ha animato diversi contributi sul tema. Si veda, ad esempio, B. Arditi, Populism as a Spectre of Democracy: A Response to Canovan, in “Political Studies”, 1/2004, pp. 135-43, e il capitolo D. Albertazzi, D. McDonnell, Introduction: The Sceptre and the Spectre, in D. Albertazzi, D. McDonnell (a cura di) Twenty First Century Populism, Palgrave, Londra 2008, pp. 1-14.

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 10 Aprile 2017 00:00

Post verità e televisione

La post-verità può arrivare in televisione

Un giornalista di Fox News ha incalzato l'autore di una notizia falsa durante il suo programma, e ne è uscita una cosa surreale

Il 17 gennaio, Tucker Carlson, un giornalista di Fox News, il principale network televisivo conservatore americano, ha invitato nel suo programma Dom Tullipso, presidente di “Demand Protest”, un’associazione che, secondo il suo sito, si occupa di fornire manifestanti “politicamente motivati” a pagamento e per qualsiasi causa. Nei giorni precedenti, “Demand Protest” aveva pubblicato diversi annunci di lavoro in circa venti città americane in cui si offriva di pagare manifestanti per protestare a pagamento contro l’insediamento di Trump e diversi media conservatori americani avevano ripresa la notizia dandola per vera. Naturalmente si tratta di una bufala: la società di Tullipso non esiste, il sito è online da pochi giorni e lo stipendio promesso negli annunci di lavoro, tra le altre cose, non è credibile: 2.500 dollari al mese per i dipendenti fissi più 50 dollari all’ora per ogni “evento di protesta”. Carlson, durante la trasmissione, ha iniziato proprio da questo, e ha chiesto a Tullipso «Questa è una truffa, la sua società non è reale, il vostro sito web è finto, quello che dite sono bugie e tutto quello che state facendo è uno scherzo. Ma mi permetta di cominciare dall’inizio, dal suo nome: Dom Tullipso, che non è il suo vero nome. È un nome falso, abbiamo fatto delle verifiche tramite fonti della polizia e questo nome non esiste. Quindi cominciamo dalla verità. Mi dica qual è il suo vero nome».

Nonostante le evidenti prove sulla falsità di quello che diceva, Tullipso ha negato che tutta l’operazione fosse uno scherzo, ha fatto notare che il fatto stesso di essere in televisione fosse prova dell’autenticità della sua società e dopo pochi minuti ha detto che la sua associazione era passata dall’essere anti-Trump a pro-Trump circa 30 minuti prima dell’intervista. L’intervista è poi proseguita con toni surreali, perché Tullipso non è uscito dal personaggio fino alla fine dell’intervista, quando ha ammesso di essere molto sorpreso da quanto fosse stato facile ottenere un’ampia copertura mediatica alla sua iniziativa. Poi ha aggiunto immediatamente che non stava davvero ammettendo di essere l’autore di uno scherzo. Carlson a quel punto è scoppiato a ridere. Secondo il giornalista di Fox News, l’operazione di “Tullipso” aveva lo scopo di ingannare i media conservatori per poi mostrare la loro credulità davanti alle notizie false. In passato, il presidente eletto Donald Trump ha spesso accusato le persone che protestavano contro di lui di essere pagate da organizzazioni politiche a lui ostili

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 06 Marzo 2017 00:00

Post verità

La POST VERITA’

Tratto dall’Accademia della Crusca

Il lessema post-verità (che da qui in avanti chiameremo meno tecnicamente “parola” per comodità) è esploso nella nostra lingua a seguito della Brexit e più recentemente delle elezioni americane vinte da Trump: al 22 novembre 2016, ricercando con Google sulle pagine italiane del web, si contavano oltre 30.000 risultati (tenendo conto, oltre che di post-verità, anche delle varianti post verità e postverità). Si tratta di un adattamento dall’inglese post-truth (sul cui significato torneremo a breve) e non stupisce che le occorrenze della parola siano aumentate proprio in concomitanza di due eventi storici di rilievo entrambi di ambiente anglofono (dove la frequenza d’uso della parola nel 2016 è salita del 2000% rispetto al 2015). La larga diffusione di post-truth nella stampa inglese e americana, e nel web, ha fatto sì che la parola abbia conosciuto una grandissima fortuna nella nostra lingua, in questo caso (come ormai raramente accade per gli anglismi) anche ricorrendo al calco post-verità. La forma non adattata è comunque presente sul web con frequenza sostanzialmente paritaria al calco post-verità: effettuando una ricerca con Google limitatamente alle pagine italiane, si rintracciano infatti circa 34.000 risultati di post-truth(includendo i risultati con la variante grafica senza trattino post truth). La frequenza d’uso di post-verità è del resto destinata a crescere, almeno nel futuro immediato, dal momento che, proprio in questi giorni, la controparte inglese post-truth è diventata essa stessa notizia, con la decisione degli Oxford Dictionaries di eleggerla parola dell’anno per il 2016. E la definizione della parola inglese, un aggettivo, è rimbalzata dai giornali al web e viceversa: ‘relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali’.

La scelta degli Oxford Dictionaries, che con questa iniziativa intendono premiare una parola che sia particolarmente significativa nell’anno e che abbia buone speranze di consolidarsi nella lingua, appare per il 2016 particolarmente azzeccata. La post-verità, infatti, sembra davvero permeare a fondo la società contemporanea, se una falsa notizia sui soldi spesi dalla Gran Bretagna per l’Europa (dato verificabile) può spostare in parte il voto sulla sua adesione alla UE; o se mettere in dubbio il luogo di nascita di un cittadino americano (dato verificabile) può influenzare l’elezione del presidente degli Stati Uniti; o se il fatto che l’Accademia della Crusca non compili un dizionario (dato verificabile) non serve a far capire che non può metterci dentro petaloso; o se i profili social sono spesso autonarrazione svincolata e svincolabile da dati obiettivi, perché quel che conta non è chi siamo, ma l’emotività e la simpatia con cui si è accolti. L’impatto del concetto veicolato da questa parola sulla società del nostro tempo è quindi decisamente di larga scala e coinvolge sia i micro che i macrocosmi.

Si discute molto sul fatto che in fondo non si tratti di un fenomeno nuovo: da sempre nelle campagne politiche lo screditamento dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato, e la propaganda di regime da un certo punto di vista è una post-verità; dall’antichità a oggi molteplici sono poi gli esempi, anche al di fuori della politica, in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In fondo più che di lingua stiamo parlando di mancanza di correttezza e di morale; e questo è un problema endemico purtroppo non strettamente legato al nostro tempo. Le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle varie post-verità; e poi la generalità e genericità degli attori che possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti improvvisati. E se tutto questo riguarda la produzione della post-verità, non meno preoccupante è l’analisi della sua ricezione: perché c’è una complicità molto forte da parte di chi “subisce” il dato emotivamente accattivante o di parte, visto che il dato è quasi sempre facilmente verificabile con mezzi endogeni, facilmente accessibili attraverso la stessa rete (mentre all’interno di un regime, ad esempio, non è certo facile contrastare la non veridicità dell’informazione della propaganda).

Del resto la lingua sarà uno degli strumenti che col tempo ci aiuterà a capire se davvero siamo di fronte a un fenomeno nuovo: se al di là della moda del momento la parola attecchirà nella lingua (la nostra, ma anche le altre lingue del mondo visto che il fenomeno è globale) evidentemente avrà riempito una casella semantica vuota riservata a descrivere un concetto caratterizzante, se non un’era, almeno una specifica congiuntura storica.

La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione “oltre la verità”. ‘Oltre’ è il significato che qui sembra assumere il prefisso post-(invece del consueto ‘dopo’): si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella “verità dei post” (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).

Gli Oxford Dictionaries ci indicano anche la prima attestazione di post-truth per l’inglese: il 1992. In quell’anno Steve Tesich, in un articolo apparso sulla rivista "The Nation", scriveva a proposito dello scandalo e della guerra del Golfo Persico: «we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world» (noi, come popolo libero, abbiamo liberamente deciso che vogliamo vivere in una sorta di mondo post-verità). Non è forse un caso che una delle prime attestazioni di post-verità (la prima finora rintracciata) sia in un articolo apparso sulla "Repubblica" il 1° maggio 2013, firmato da Barbara Spinelli, proprio in riferimento alla guerra del Golfo: «Sarà verità sovversiva, dice Letta, e invece siamo tuttora immersi in quella che è stata chiamata – da quando Bush iniziò la guerra in Iraq – l’era della post-verità: degli eufemismi che imbelliscono i fatti, dei vocaboli contrari a quel che intendono». Qui siamo di fronte a usi ancora settoriali; nel 2016 la parola è diventata viralmente comune.

In italiano post-verità è usato fin dalle prime attestazioni sia con valore di aggettivo sia come sostantivo, proprio per le peculiari trasformazioni funzionali all’adattamento: i sintagmi inglesi in cui si ritrova più facilmente (post-truth politics, post-truth society, post-truth era) favoriscono infatti, per le regole morfologiche italiane, il trapasso al sostantivo. Si veda ad esempio il sopracitato post-truth world, che diventa più naturalmente “mondo della post-verità” che “mondo post-verità” (in cui sarebbe privilegiato il costrutto anglizzante, per altro in grande ascesa nella nostra lingua recente); e, d’altro canto, l’era della post-verità della Spinelli cela un post-truth era, con post-truth aggettivo.

L’uso di post-verità come sostantivo è stato contrastato da alcuni (sulla base dello specifico significato che post-truth assume in inglese), ma è ormai molto diffuso sul web e sui giornali in riferimento alla pseudo-verità basata sull’emotività e sulle convinzioni personali a discapito dei fatti oggettivi; anzi, sembra ormai addirittura prevalente e con questo specifico significato è usato in quasi tutti i contesti e le accezioni in cui si potrebbe ricorrere a verità (la post-verità, le post-verità, ecc.), come del resto si è fatto anche in questo testo.

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 27 Marzo 2017 00:00

Non approvano il loro lavoro: uccise

Afghanistan – Kandahar Non approvavano il loro lavoro, così le hanno uccise

Doriana Goracci ,

Archivio, RI-VISTA: opinioni, recensioni

Erano cinque donne, dipendenti di una compagnia privata che effettua le ispezioni di sicurezza sui bagagli e sulle passeggere nell’aereoporto internazionale, erano colleghe che avevano già denunciato, in passato, le minacce subite da criminali maschi che non approvavano il loro lavoro: sono state uccise, con l’autista, mentre erano sul piccolo mezzo che le portava all’aereoporto di Kandahar. Sono scappati i vigliacchi con le moto dopo essersi accertati che erano morte tutte.

“L’ufficio del procuratore generale afghano ha registrato più di tremilasettecento casi di violenza contro le donne nei primi otto mesi del 2016, con cinquemila casi registrati in tutto l’anno precedente.”

Oggi riporto solo questa tristissima notizia, che purtroppo sta a testimoniare di come la violenza ha continuato a camminare e come le donne riescono ciononostante a lottare per il loro diritto, di lavoro e vita. E dire che l’Islam talebano vietava alle bambine di andare a scuola e alle donne di lavorare dal 1996 al 2001 e che non sono più gli anni in cui “Barbara Bush pensava che il burqa fosse un piatto della cucina araba”.

Vale la pena ricordare quanto scritto su Wikipedia: “Nel corso del 20° secolo, l’Afghanistan continua ad essere un paese dominato da tribù e gli uomini hanno continuato ad avere il massimo controllo sulle donne. Nel 1973 lo Stato è stato dichiarato una repubblica e durante gli anni 1970 e 1980 un gruppo comunista, chiamato Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) ha assunto e ha tentato di riformare ancora una volta le leggi sul matrimonio, le leggi di salute delle donne, e ha incoraggiato l’educazione delle donne. Durante questo periodo ha fatto progressi significativi verso la modernizzazione.

Le minoranze di donne sono stati in grado di tenere lavori come scienziati, insegnanti, medici e funzionari pubblici e ha avuto una notevole quantità di libertà con significative opportunità di istruzione. La maggior parte delle donne, tuttavia, ha vissuto in povertà e sono stati esclusi da queste opportunità. Nel 1977, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA) è stata fondata da Meena Keshwar Kamal a Kabul, ma il suo ufficio è stato trasferito a nel vicino Pakistan, dove fu assassinato nel 1987. RAWA opera ancora nella regione del Pakistan e in Afghanistan.”

Era maggio del 2006 quando riportai “La guerra dalla parte delle donne“, il racconto per la rete di Malalai Joya.

Sono ancora tempi in cui si cerca nonostante tutto di vivere, nonostante la guerra, mai cercata dalle donne, seppure sostantivo femminile come la pace, in cui speriamo sempre, e da costruire giorno per giorno.

Pubblicato in Parlare di noi
Mercoledì, 22 Marzo 2017 00:00

Legge parità di genere

ANSA.it, Politica

Legge sulla parità di genere, da due anni in Parlamento. Chi fine ha fatto?

Mentre le donne scendono in piazza contro le violenze e le discriminazioni nei loro confronti con lo slogan 'Non una di meno' è al palo in Parlamento da due anni la legge quadro per la parità di genere.

Il testo, a prima firma della parlamentare del Pd Antonella Incerti, e sottoscritto da un folto gruppo di deputate Dem, è stato infatti presentato a Montecitorio il 13 novembre del 2014, ma non ne è ancora stato avviato l'esame. 

Il provvedimento prende le mosse dalla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata a New York il 18 dicembre 1979 e dallaConvenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011, adottata dall'Italia nel giugno 2013. E ha come obiettivo la rimozione di ogni forma di disuguaglianza pregiudizievole, nonché di ogni discriminazione diretta o indiretta nei confronti delle persone, in particolare delle bambine, delle ragazze e delle donne, che di fatto ne limiti la libertà e impedisca il pieno sviluppo della personalità e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. 

SI PARTE DALLE SCUOLE - Il testo prevede che lo Stato sostenga progetti e iniziative nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università volti a perseguire gli obiettivi di educazione e di formazione alla cittadinanza di genere e alla cultura di non discriminazione, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale, delle opinioni e dello status economico e sociale.

LINGUAGGIO E MEDICINA DI GENERE - Lo Stato si impegna ad assumere tutti gli strumenti necessari alla promozione di un uso non sessista della lingua. Tutela il diritto alla salute garantendo parità di trattamento e di accesso alle cure con particolare riguardo alle differenze di genere e alle relative specificità.

POLITICHE ANTI-VIOLENZA - Lo Stato opera per prevenire ogni tipo di violenza e discriminazione di genere in quanto lesivo della libertà, della dignità e dell’inviolabilità della persona; riconosce la violenza alle donne come fenomeno sociale e culturale da contrastare in tutte le sue forme, come violazione dei diritti umani ed espressione di una cultura discriminatoria e stereotipata basata su relazioni di potere diseguale tra uomini e donne; promuove la cultura e l’educazione nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, delle differenze di genere e dell’uguaglianza tra uomini e donne; sviluppa politiche di prevenzione e di sostegno alle vittime e ai minori coinvolti, nonché programmi di recupero degli uomini maltrattanti.

SOSTEGNO AI CENTRI - Le regioni riconoscono la funzione essenziale dei centri antiviolenza e li sostengono nella loro "azione di supporto e rafforzamento dell’autonomia delle donne offese da violenza mediante progetti personalizzati tesi all’autodeterminazione, all’inclusione e al rafforzamento sociale".

INTERVENTI ANCHE PER GLI UOMINI MALTRATTANTI - Per favorire il raggiungimento dell’uguaglianza tra i sessi ai fini della prevenzione contro la violenza sulle donne, lo Stato sostiene e promuove specifici progetti e servizi sperimentali dedicati agli uomini maltrattanti, affinché attivino nuove modalità relazionali che escludono l’uso della violenza nelle relazioni intime.

MINORI TESTIMONI DI VIOLENZA - Lo Stato attua interventi per minori testimoni di violenza di genere finalizzati al superamento del trauma subìto e al recupero del benessere psico-fisico e delle
capacità relazionali.

DISCRIMINAZIONE DELL'IMMAGINE FEMMINILE - Lo Stato, ai fini delle proprie politiche di genere, considera fondamentale promuovere un uso responsabile di tutti gli strumenti di comunicazione fin dai primi anni di vita affinché i messaggi, sotto qualunque forma e mezzo espressi, discriminatori o degradanti basati sul genere e gli stereotipi di genere siano compresi, decodificati e superati.

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 20 Marzo 2017 00:00

Bauman

Bauman. Cosa si deve imparare dall’insuccesso storico della sua lezione, gennaio 2017 Pier Giacomo Ghirardini

Zygmunt Bauman è morto a novantun anni. Il sociologo, teorico della “società liquida”, ci lascia una lettura della fine della società che dovrebbe interrogare tutti. Non solo la “sinistra”. Certo, in Italia, stante la debolezza dei nostri fondamentali e del conformismo, ciò che è stato un dramma per la sinistra europea è divenuto una farsesca tragedia, declinata nella mutazione Pci-Pds-Ds-Pd.

Ma in buona parte di Europa, in quest’ultimo quinquennio, ciò che rimane delle grandi tradizioni socialiste e socialdemocratiche – il pensiero va alla Francia e alla Germania – è stato schiacciato sotto il tacco chiodato dell’ordoliberalismo merkeliano e immolato sull’altare della barbarie sacrificale dell’austerity: per la sinistra europea o c’è stato il semplice allineamento con l’establishment, o la totale marginalizzazione, come fenomeno “protestatario” folkloristico.

Due anni fa, quando è uscito il libro Babel, in cui Ezio Mauro dialogava con Zygmunt Bauman, è stato facile per Giuliano Ferrara prendersi gioco di questa perfetta iconostasi della decadenza della sinistra: il grande maître à penser assieme al direttore di quello che diverrà l’house organ del Pd renziano – nemmeno la consueta cattiveria dell’Elefantino supera in ferocia l’autoironia implicita in questa paradossale giustapposizione. Ma non sono d’accordo con Ferrara. Perché Bauman, alla fine, ci ha offerto una diagnosi cruda – tremenda – dell’irreparabilità della distruzione sociale operata da un capitalismo lasciato alla sua foia tecno-nichilista: in questo nuovo tempo qualunque cosa ti venga tolta, ti è tolta per sempre.

Questa “irreparabilità” della distruzione operata dal neoliberismo estremo di qualsiasi istituzione sociale, dal diritto del lavoro al welfare, dalla sicurezza personale alla famiglia, è in realtà una intuizione profondamente cristiana, e costituisce quella prescienza sul futuro della società umana che si chiama Apocalisse. Ed è per questo che il pensiero di Bauman e della “sinistra vera” va criticato non per l’acutezza della sua pars destruens, ma nella sua virtuale assenza di una credibile pars construens.

Un pensiero che ti presenta l’Apocalisse senza la speranza di una Parusia ti consegna alla follia. Ciò che si dovrebbe forse imparare dal sostanziale insuccesso storico della pur grande lezione di Bauman è che ciò che pare irreparabile sul piano di una visione materialistica dell’evoluzione della storia, potrebbe essere solo una grottesca sagoma di cartone, il cui spauracchio viene ingigantito solo dalla paura della nostra libertà e della nostra responsabilità.




Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 13 Marzo 2017 00:00

Dopo la globalizzazione

1)

Dopo la globalizzazione.

Noi siamo gli eredi di un mondo che è stato e non sarà più. Questa è la differenza capitale con il recente passato. Perchè la continuità che è stata per venti secoli, e soltanto se contiamo quelli a partire dall'era cristiana, non è più il filo che conduce, riannoda, svolge, avviluppa  gli eventi conducendoli a soluzioni, anche se parziali e destinate ad essere superate. Quando è cominciato? Gli  economisti, ma con il cotè dei sociologi e dei politici, ci dicono che la frattura è avvenuta nel decennio sessanta -settanta e gli eventi di quegli anni, a cominciare dai movimenti studenteschi di Berkeley e Nanterre, hanno annunciato la svolta epocale. Dobbiamo aggiungere che la crisi finanziaria, che quegli eventi annunciavano e che si è appalesata tra il 2007/2009, ha condotto a quella che possiamo definire la “soluzione finale” del neoliberismo che aveva fatto della mondializzazione la carta vincente. Lo possiamo dire: l'utopia della società industriale ove ognuno avrebbe avuto il suo posto al sole  è svanita, evaporata quasi, sotto la montagna di un debito colossale caricato sulle spalle proprio di quelli,  milioni di “nuovi poveri” ( l'aggettivo non ci conduca ad un facile ottimismo) convinti che almeno un raggio di quel sole li avrebbe raggiunti. Perché sì: la crisi economica col suo modello di governance mondiale ha accelerato la tendenza alla separazione tra sistema economico e i suoi attori sociali che, colpiti dalla crisi, sono diventati disoccupati anche sul piano delle idee, mentre gli attori politici si rappresentano nel tentativo di traghettare le società  verso quella che viene identificata, in mancanza ancora di chiarezza, “situazione post-socile”. Nel frattempo, il conflitto è la condizione, quasi permanete, che esalta le capacità dialettiche dei  “decisori” in quanto, lo sappiamo, il conflitto è la categoria, non soltanto verbale sebbene ideologica, che supporta la mancanza di prospettiva o, come si dice oggi, di visione. Se diamo alla modernità il senso più corrente di tendenza al cambiamento e alla differenziazione, possiamo dire che la globalizzazione ha perseguito la rottura delle appartenenze in un mondo non più circolare (perché anche un cerchio ha il suo confine), ma universale ove “universale” sta per l'abbattimento delle costanti storiche quali lo spazio ed il tempo. Ed allora i diritti? E allora la soggettività? E allora la

2)

persona? E allora l'essere umano? E allora lo sviluppo indistinto ed inesauribile? E allora la felicità? E potremmo continuare.  Molte sono le analisi che suggeriscono una possibile uscita da quella stessa globalizzazione tanta agognata e tanto lumeggiata anche da lontano ( riductio ad unum): quattro sintetizzando al massimo. La prima: ritorno allo status quo ante. Domanda: si può tornare indietro  e per dirla con Natanaale nel ventre della madre? La seconda: volgere le spalle alle classi  politiche “strutturate”  per affidarsi alla democrazia della comunicazione che non coincide, però, con la democrazia della conoscenza. La terza ipotesi:  può essere definita la “ipotesi di Tocqueville” e consiste nel permettere un nuovo soggettivismo democratico del demos. La quarta ipotesi potrebbe realizzarsi se non si profilasse nell'immediato un progetto sociale e politico capace di definire i nuovi equilibri. Essa vede nel self governement la sola risposta capace di  contrastare gli errori della globalizzazione. Infatti in questa quarta ipotesi i gruppi locali (le comunità) avrebbero la possibilità di prendere la parola sui problemi generali. Dobbiamo però condurre alle estreme conseguenze l'analisi riguardante gli errori  comunemente commessi nell’analizzare la globalizzazione. Essi sono essenzialmente tre. Il primo, una sorta di determinismo economico, che consiste nel ritenere la globalizzazione un processo ineluttabile in cui non si ha alcun margine di manovra. Una sensazione di impotenza di fronte ai cambiamenti che avvengono fuori dal nostro controllo. È essenziale che sia la persona umana ad essere posta al centro del processo di sviluppo. Questo richiede il pieno rispetto della libertà umana e di non ridurre le persone a meri strumenti economici. In questo modo la globalizzazione viene vista non come una questione tecnica ma come un processo che deve essere guidato. I processi economici e tecnici possono certamente avvicinarci, ma non per questo renderci più uniti.  Un secondo errore è quello del riduzionismo che semplicemente scarica sulla globalizzazione tutti i problemi e tutti i cambiamenti sociali, senza assicurare un’adeguata analisi ad ogni situazione perché, se è vero che l’impatto della globalizzazione su molti aspetti della nostra vita è innegabile,  è sbagliato dire

3)

semplicemente che tutti i mali del mondo derivano da essa.  Il terzo errore è simile al secondo e consiste nel pensare che il mondo sia già tutto globalizzato. Dobbiamo comunque essere consapevoli della parzialità di tante prese di posizione in quanto  le conseguenze della globalizzazione si sono rivelate complesse e in ogni modo non in grado di produrre l’effetto della omogeneizzazione sociale, economica e culturale che si pensava potesse produrre, come eliminare la sovranità degli Stati, azzerare i confini allargando a dismisura l’orizzonte fino ad escludere ogni linea di demarcazione Vale la pena riportare in chiusura le parole di Touraine che notava come «la pruduzione del soggetto è possibile solo se la coscienza non separa né il corpo individuale dai ruoli sociali, né le figure antiche del soggetto dalla volontà presente di costruire se stesso come personaD

Pubblicato in Parlare di noi
Giovedì, 09 Marzo 2017 00:00

Errori di Renzi

Ecco il decalogo degli errori di Renzi Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall'ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini.

1.. La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.

2. Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.

3. Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori). Anche l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.

4. Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore-Come si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.

5. Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente dalla Banca d’Italia , ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile, comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che costituzionale.

6. E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l’implementazione.

7. Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del 1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000, tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc, frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione, all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di recupero di evasione.Contemporaneamente l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse nell’informatica. Ma più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti, contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative -è bene ricordarlo- a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura (tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali, una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria), alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti “imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap, imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione. La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile, il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.

8. Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero. Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.

9. La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare, per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un ‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi, tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.

10. La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico, meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.

11. La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale, peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta. Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi avanti.

12. Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi di ordine amministrativo e costituzionale.

13. Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta. L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe dirigente ancora meno qualificata.

Pubblicato in Aggiornamenti
Giovedì, 02 Marzo 2017 00:00

Ancora sulla globalizzazione

Il termine globalizzazione ha avuto le più svariate applicazioni ed è stato adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. In economia indica fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni tanto che le ‘imprese’, le quali  operano in un mercato globale, hanno attuato economie di scala per vendere lo stesso prodotto in tutto il mondo. Per questo sono state adottate dai singoli Stati  strategie uniformi che hanno richiesto  una progressiva liberalizzazione, cioè la riduzione degli ostacoli alla libera circolazione di persone, mezzi e capitali. Anche la diffusione degli stili di vita, delle diverse culture, delle idee si è giovata della ‘globalizzazione’. Ma, come è sotto gli occhi di tutti, come  la ‘globalizzazione’ sia fenomeno complesso e contraddittorio. Valga per tutto la considerazione che, partendo dall’agire economico, si è insediata in altri campi della vita sociale globalizzando il convincimento che, come in economia, devono essere abbattute tutte le barriere che siano limite all’agire umano. Questo ha significato che, sistemi tecnici sufficientemente potenti, hanno potuto ampliare indefinitamente la propria  libertà d’azione. Inoltre, nel capitalismo attuale che  alcuni definiscono  “tecno-nichilista”, l’economia ha perso qualunque scopo sociale realizzando la parte più negativa del modello immaginato che dava per scontato che la giustizia sociale e la cure della persona si realizzassero per mero effetto secondario. Ciò  non è stato (su questo ha scritto, tra gli altri, Z. BAUMAN, Vite di scarto, Laterza, Bari, 2006). Infine, la separazione dalla realtà dei corpi sociali complessi, ha determinato l’effetto a cascata della globalizzazione, anche se non voluto,  della velocità con la quale si sarebbe realizzata la crescita. Essa, la crescita, era una prospettiva entro la quale si inseriva soprattutto il riferimento al “senso” della stessa che, comportava anche una valutazione extratecnica interessando l’ordine sociale, politico o morale delle società. Volendo risalire alla radice, la questione è, in ultima istanza, antropologica, perché la tecnica – compreso l’ambito economico e finanziario - ha fatto enormi passi in avanti nell’ultimo scorcio di secolo senza che il nostro pensiero (e le nostre pratiche) siano ancora in grado di governarli. Tali mutamenti, associati alla cultura prevalente e alle trasformazioni istituzionali che li hanno reso possibili, hanno favorito il formarsi di una concezione unilaterale della libertà, che – pensandosi come ‘ab-soluta’ – ha finito per essere “immaginaria”. A ben guardare, se proviamo a comprendere la lezione che viene dalla crisi, il problema che abbiamo di fronte consiste nel ri-costruire una relazione rispettosa della realtà, considerata sotto l’aspetto del limite alla nostra volontà di potenza (come desiderio e come tecnica). Concretamente significa abbandonare l’idea secondo la quale tutto ciò che viene creato dall’azione umana è, di per sé, giusto. Nella realtà, le cose non stanno così, perché le forme sociali hanno sempre a che fare con il problema di gestire un limite; mobile e negoziabile fin che si vuole, ma che pure va rispettato. Da questo punto di vista, il tempo che stiamo attraversando è portatore di una straordinaria opportunità. La crisi, infatti, riorganizza l’agenda della nostra vita personale e collettiva, costringendoci a confrontarci con il problema della gestione dei costi umani e sociali che essa produce e, più in generale, della definizione di una nuova relazione tra economia e società. In fondo, essa costituisce un nuovo forte campanello d’allarme che permette di cogliere le contraddizioni del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi vent’anni. Da questo punto di vista, essa costringe alla ricerca di un pensiero nuovo. Se la questione sociale e quelle legate al “senso” riproposte dalla crisi non dovessero venire recuperate, ciò che ci dobbiamo aspettarci è un incattivimento dei rapporti sociali, con la radicalizzazione delle disuguaglianze (già significativamente aumentate negli ultimi vent’anni) e dei rischi globali. A differenza del passato, la soluzione di cui abbiamo bisogno non va cercata con riferimento solo al piano nazionale. Proprio l’’avvenuta ‘globalizzazione’ fa sì che una crisi delle dimensioni di quella che stiamo ancora vivendo, comporti la costruzione di nuovi assetti culturali e istituzionali. Anche su questo piano, la crisi pone questioni di vasta portata. Al fondo, l’interrogativo attorno a cui ci dobbiamo  interrogare concerne l’eventuale emergenza di un “nuovo immaginario della libertà” in grado di allontanare l’ossessione del desiderio individuale e di reintrodurre, anche se in forma del tutto nuova, una dimensione “sociale di significato”. Si tratta, in ultima istanza, di costruire una strada che eviti le due derive opposte cui siamo esposti: da un lato quella individualistica, che pensa il “sé” come un atomo indipendente, senza legami, schiavo del desiderio, e dall’altro, quella collettivistica la quale  continuamente si ripropone nella forma di fondamentalismi più o meno mascherati: religiosi, etnici, territoriali. La strada, non è facile come non è facile riconoscere la centralità delle l’espressione è di M. Magatti): la  relazionale e quella del senso. Per fare emergere questo nuovo immaginario ci vorrà tempo, ci vorranno nuovi  soggetti sociali, ci sarà bisogno di nuove idee (cfr. M. MAGATTI, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, 2009).

Pubblicato in Studi e ricerche