Lunedì, 13 Febbraio 2017 00:00

PapaFrancesco leader inclusivo

Papa Francesco, leader inclusivo nell’epoca degli etno-nazionalismi, Riccardo Cristiano

 

Nelle ore in cui Donald Trump giura su due Bibbie – quella di Lincoln e quella della sua famiglia – e si insedia alla Casa Bianca, quale prodotto anche di quel cristianesimo poco misericordioso, intriso di “guerre culturali” e da subito ostile a papa Francesco, a Roma tanti studiosi si confrontano su “il cristianesimo al tempo di papa Francesco”. Forse parlare di “cristianesimi” sarebbe stato più chiaro. Anche perché le diversità tra quello che applaude ai confini e quello che vuole superarli sono apparse evidenti, già con le relazioni “americane” di Massimo Franco e Gianni La Bella.

Con il linguaggio ecclesiale che è proprio di un cardinale, Walter Kasper ha presentato così la grande novità-Bergoglio: “per lui il Concilio Vaticano II non è un tema da approfondire, ma un punto di partenza”. Senza sapere cosa sia stato il Vaticano II e il cinquantennale confronto sulla sua interpretazione è difficile capire. Ha aiutato il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e animatore della conferenza, dicendo che chi pensa di capire la riforma di Bergoglio mettendo insieme gli accorpamenti dei Pontifici Consigli difficilmente arriverà al punto: la riforma di papa Francesco è un processo al cui centro c’è una rivoluzione culturale. Chiesa dei poveri, Chiesa delle periferie, Chiesa del governo dal basso che come modello salva la democrazia in un’epoca in cui lo stato napoleonico non funziona più, sono i punti cruciali della predicazione di Bergoglio, che non la cala dall’alto, non la impone, ma avvia processi.

In effetti si può dire che il Concilio Vaticano II è stato una rivoluzione culturale, basata sul dialogo con l’ebraismo, le altre religioni e la modernità, e quella rivoluzione papa Francesco non intende “interpretarla”, ma farla procedere, dotandola degli strumenti necessari per interloquire con gli uomini del Terzo Millennio, della globalizzazione, o forse delle post-globalità. Così seguire il convegno romano è interessantissimo per capire quale cristianesimo ci sia oggi e quale sia il nostro tempo. Il tempo in cui è “sovrano” il papa del dialogo con il mondo, in un mondo però che sembra rifluire negli etno-nazionalismi, nella paura dell’altro.

Secondo l’ultimo rapporto Demos papa Francesco ha la fiducia dell’82% degli italiani, mentre solo il 44% ha fiducia nella Chiesa. “Il credito di un papa straordinario che ha ribaltato la condizione di un papato che sembrava in crisi mortale- ha detto Andrea Riccardi- non passa facilmente alla vita ordinaria della Chiesa”. I problemi e i motivi sono tanti, ma uno tra quelli citati colpisce. La Chiesa cattolica può adeguarsi al mondo post-europeo eleggendo il primo papa non europeo, ma come può vivere, debitrice com’è della struttura dell’impero romano, con diocesi che mappano ogni angolo del mondo, come potrà coprire il territorio con la sua rete parrocchiale ma senza clero? E come pensarlo comunque in un mondo nel quale nel 2020 nove città avranno oltre venti milioni di abitanti? Trova qui radicamento la discussione sulle nuove figure che potranno accompagnare il sacerdote, ma soprattutto la scelta “missionaria” di papa Francesco. Non limitarsi alla proiezione ecclesiale nello spazio, ma puntare sul tempo, e sulla missione. Ecco il papa che parla, interloquisce con il mondo, con i fedeli, direttamente, parlando loro della fede con tenerezza, con un linguaggio accessibile a ciascuno.

Creare dunque un popolo non in termini “etnici”, o nazionali. Superare il limite dello spazio e così facendo far emergere anche la sete di leader spirituali che la secolarizzazione non ha eliminato. Bergoglio dunque è un leader inclusivo, che parla con Scalfari come si parla con un proprio simile, non con un “laico”. Non è il leader di un cattolicesimo “minoranza creativa”, compatto dietro i valori non negoziabili issati come vessillo: e infatti ha un proprio seguito tra i cattolici, ma anche al di fuori di essi, perché mira a costruire un popolo che in quanto tale non ha “limiti”. Il motivo per cui non indica ai suoi valori non negoziabili forse potrebbe essere detto anche così: per lui tutti i valori non sono negoziabili. Ma il professor Andrea Riccardi ha preferito essere più esaustivo, ed ha citato l’intervista al direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, nella quale Bergoglio ha detto: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale, e uso dei metodi contraccettivi. Essere profeti significa fare ruido, non so come si dice… La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. M in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo.” Dunque Bergoglio ha davvero una prospettiva inclusiva, non limitata a un “popolo ben configurato”. E allora si fa “telepredicatore” per raggiungere e portare la profezia tra i poveri, i diseredati, i dimenticati, i periferici, aprendo a loro le porte del Collegio Cardinalizio dove inserisce prelati di Capo Verde, Papua Nuova Guinea, Haiti, Tonga, Centrafrica, Bangladesh, Burkina Faso, Birmania, Etiopia… La riforma di papa Francesco è per Andrea Riccardi una rivoluzione culturale proprio per questo: “non ha una cultura istituzionale”, smonta la corte è vero, ma non lo Stato, perché non è fine a sé stessa ma a un processo di conversione. Dunque tutto dipenderà da come verrà recepita. Una riforma come questa deve generare dissenso, e il dissenso si è manifestato come mai negli ultimi tempi. Questo è importante e per il papa può essere positivo: se questo libererà anche il consenso e la manifestazione del consenso, le sue forme di aggregazione, il popolo che segue Bergoglio, dentro la Chiesa ma anche fuori di essa, riuscirà a riconoscersi e a prendere forma. Nell’epoca buia degli etno-nazionalismi, frutto di paura e smarrimento, sarebbe una controtendenza “provvidenziale”.

Pubblicato in Fatti e commenti
Giovedì, 09 Febbraio 2017 00:00

Misericordia et misera

Misericordia et misera

Marinella Perroni biblista , propone una lettura al femminile della Lettera apostolica di papa Francesco

“In questi tempi in cui siamo tutti molto sensibili all’utilizzo che si fa della simbologia femminile, è interessante notare che Papa Francesco, per aprire la Lettera Apostolica ‘Misericordia et misera’, abbia scelto, dal Vangelo di Luca e da quello di Giovanni, come icone della vita di fede e del rapporto misericordioso con Dio, proprio due donne”. A notarlo è Marinella Perroni, teologa e docente di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo S. Anselmo.

“La prima, l’adultera dell’episodio del Capitolo 8 di Giovanni, richiama l’atteggiamento fondamentale che Dio ha, diversamente dagli uomini della legge – ma io direi diversamente dagli uomini ‘maschi’ – rispetto alla colpa. Cioè, un atteggiamento di ristabilimento della dignità della persona colpevole, a partire dal monito nei confronti di coloro che vogliono un’applicazione ostruttiva, chiusa, della legge”.

Perdono e misericordia

“La seconda donna citata dal Papa – prosegue la Perroni – la peccatrice anonima di cui parla Luca al Capitolo 7 e che cosparge di profumo i piedi di Gesù – è l’espressione che il cammino di misericordia comincia sempre con un atto di perdono. Esprime cioè il legame molto stretto che c’è tra misericordia e perdono che mi sembra una sintesi della comprensione di tutta la storia biblica”.

L’ottusità degli uomini della legge

“Si può certamente pensare – aggiunge la teologa – e spero che venga fatto con l’utilizzazione di questa Lettera del Papa, di leggere queste due figure in rapporto sia al fariseo di Luca 7, sia agli uomini dell’episodio dell’adultera.Chiedersi, cioè, come mai ci sia questa difficoltà da parte della religiosità interpretata dagli uomini – almeno dell’epoca di Gesù –  a capire che Dio muove per altre strade. Perché ci sia questa incapacità a intuire che non sono le strade del sistema religioso nella sua chiusura, nella sua rigidità, ad interpretare il modo di agire di Dio, ma la strada è quella della relazione, del rapporto, sempre positivo e costruttivo piuttosto che colpevolizzante ed escludente”.

Il pericolo dello gnosticismo

“La Lettera apostolica del Papa che chiude il Giubileo mi sembra si possa dividere in due parti”, aggiunge la Perroni. “La prima corrisponde a una preoccupazione molto seria che Francesco ha sempre avuto e che cioè il cristianesimo sia vissuto solo in una dimensione ‘gnostica’: tutti sanno le cose ma nessuno le mette in pratica. E quindi, per il Papa, è importante capire che ciò che abbiamo fatto nei riti dell’anno giubilare non è chiuso in se stesso, ma è aperto verso il futuro. Verso una dimensione di vita che si fa espressione della misericordia ricevuta e della misericordia donata. Un’espressione molto concreta che non permette fughe in avanti di tipo mitologico”.

Rinnovamento della prassi ecclesiale

“Nella seconda parte – conclude la Perroni – assolutamente consequenziale alla prima, il Papa ripercorre tutta la prassi ecclesiale, da quella sacramentaria a quella catechetica, dando una normativa molto precisa e stabilendo qualcosa di molto preciso. E’ la dimostrazione che tutta la prassi ecclesiale può essere riproposta alla luce di una misericordia ormai acquisita come codice fondamentale del rapporto con Dio e del rapporto con i fratelli”.

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Lunedì, 06 Febbraio 2017 00:00

Un dibattito sempre attuale

Un dibattito sempre attuale

RM

Il dibattito che spessissimo infiamma le prime pagine dei giornali, riguarda la presenza nel nostro Paese di una cultura teo-con la quale sempre più si va confrontando con i caratteri di una cultura laica non del tutto ancora definiti. Lasciando fuori della discussione il fatto che da sempre si verifica in Italia un assorbimento passivo delle mode fossero anche culturali provenienti dall’America che fanno dire ad alcuni osservatori che il nostro Paese è “prateria americana”, voglio soffermarmi celermente sul fatto che tale polemica, teo-con/laicismo, incrocia quello dell’identità, anch’esso di attualità dopo la sortita dell’ex presidente del senato Marcello Pera sui “meticci e sul meticciato. Questi eventi come dire, caricano di anticipazione il prologo del vangelo di Giovanni cher ci accompagna nella liturgia del Natale. Quali le motivazioni che inducono a questa conclusione?

L’ambiente in cui si diffonde il vangelo di Giovanni è un ambiente cosmopolita: quello giudaico della tradizione nel quale si parlavano almeno tre lingue, (l’aramaico, il greco ellenistico e l’ebraico) e nel quale convivevano diverse correnti religiose (accanto ai farisei e ai sadducei ce ne erano altre che si riflettono nella letteratura intertestamentaria, nel movimento di Qumran, nel movimento suscitato dal Battista, per non parlare dei partiti opposti e degli erodiani. Da un punto di vista culturale si confrontavano la filosofia popolare ellenistica (sotto l’influsso del platonismo) e la gnosi pre cristiana (soltanto se guardiamo ai filoni principali) insieme con l’ambiente del Nuovo Testamento. Proprio questa realtà così complessa ha fatto si che alcuni studiosi dicano che il vangelo di Giovanni è adatto ad un itinerario di nuova evangelizzazione in società complesse nelle quali è sostanzialmente in crisi il senso dell’uomo che rimanda ad una domanda più profonda intorno al senso della vita.

Il vangelo di Giovanni è infatti il vangelo della vita e come scriveva un fine studioso giovanneo quale fu Origene “…se bisogna…dire che di tutte le Scritture i vangeli sono la primizia … tra i vangeli la primizia è quello di Giovanni”. Perché possiamo concordare ancora oggi con questa affermazione? Per diverse ragioni ma non ultima è quella che ci proviene dal testo giovanneo: nessuna risposta sul senso della vita ha senso se non rimanda al senso ultimo della mia come della storia di tutti gli uomini che si compie oggi nell’atto di decisione della fede. L’uomo postmoderno, aperto a tutto e incapace di spiegare la realtà (viene sempre dall’America l’eco mai sopita del confronto tra sostenitori della teoria creazionista e di quelli della teoria evoluzionista), può malgrado le difficoltà nelle quali si dibatte costituire il luogo a partire dal quale il messaggio giovanneo diventa attuale. In principio, bereschit, occorre ritornare al principio, nel punto nel quale il Principio in principio si è fatto uomo in Gesù Cristo. Allora l’espressione di Genesi 1 “ad immagine e somiglianza” che ad una lettura e comprensione superficiale si carica dell’ambizione umana di fare un Dio a propria immagine, diventa invece il codice genetico dell’umanità che in Cristo ha il prototipo dell’umanità redenta che vive la realtà nuova della risurrezione alla quale dalla creazione in poi tutti e tutto apparteniamo.

Viene così esaltato non solo il principio unitario dell’origine ma anche quello dell’unità che si esalta nel principio ma anche nei termini del compimento. Possiamo riattualizzare nella difesa che lo Statuto dell’Associazione fa del principio della unitarietà come pienezza espressiva di una totalità che conosce differenze composte grazie al dono della pace. Schalom: reintegrazione, ritorno all’origine, partecipazione ad un modello che si definisce solo se articolato. Da qui potremmo anche arrivare a parlare se il tempo ce lo consentisse di un altro elemento che attualizza il vangelo giovanneo: quello della missionarietà, quello della chiamata, quello del servizio, quello del confronto, e così via fino a quello della universitas personarum rerum così importante in tempi come quelli che viviamo di globalizzazione che stenta a coniugarsi con la strenua difesa di tutto quanto è locale.

Anche per l’otto marzo abbiamo scelto un tema la cui parola chiave era sempre bereschit, in principio. Anzi la parola ebraica con la quale ha inizio l’Antico Testamento meglio tradotta suona: “in un inizio”. Questo inizio resta ancora indefinito, non è stato preceduto da altri inizi in quanto il tempo è creato con il mondo. La nuova creazione delineata nel Prologo giovanneo tende a farci riflettere sulla manifestazione di Cristo nella storia: anzi potremmo dire che Cristo decifra la storia ma la storia decifra Cristo. Questa è la risposta ai laici nostrani e anche a quelli che da oltre Oceano chiedono udienza al di là del Tevere perché, dicono. di conoscere Dio ma di non aver incontrato Cristo. Balle. La comunicazione di Dio avviene nella sua carne.

Ultima sottolineatura. A nessuno deve sfuggire che nel testo ebraico la prima parola bereschit ha la radice comune con Berit, Alleanza. A nessuno può sfuggire che la alleanza stabilita in Principio nel Principio-Cristo- con il mondo e con l’uomo rimanda però ad una domanda di senso più radicale: l’inizio rivela il primato di colui che precede e segna l’inizio in quanto è inizio. Allora dobbiamo veramente fare i conti con il nostro pensiero antropocentrico e trovare un differente punto di partenza per un’etica ed una fede in cui la nostra stessa posizione invece è stata sempre centrale. Tempi nuovi e azione nuova per tutte noi nella nostra associazione.

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Lunedì, 06 Febbraio 2017 00:00

Un dibattito sempre attuale

Un dibattito sempre attuale

RM

Il dibattito che spessissimo infiamma le prime pagine dei giornali, riguarda la presenza nel nostro Paese di una cultura teo-con la quale sempre più si va confrontando con i caratteri di una cultura laica non del tutto ancora definiti. Lasciando fuori della discussione il fatto che da sempre si verifica in Italia un assorbimento passivo delle mode fossero anche culturali provenienti dall’America che fanno dire ad alcuni osservatori che il nostro Paese è “prateria americana”, voglio soffermarmi celermente sul fatto che tale polemica, teo-con/laicismo, incrocia quello dell’identità, anch’esso di attualità dopo la sortita dell’ex presidente del senato Marcello Pera sui “meticci e sul meticciato. Questi eventi come dire, caricano di anticipazione il prologo del vangelo di Giovanni cher ci accompagna nella liturgia del Natale. Quali le motivazioni che inducono a questa conclusione?

L’ambiente in cui si diffonde il vangelo di Giovanni è un ambiente cosmopolita: quello giudaico della tradizione nel quale si parlavano almeno tre lingue, (l’aramaico, il greco ellenistico e l’ebraico) e nel quale convivevano diverse correnti religiose (accanto ai farisei e ai sadducei ce ne erano altre che si riflettono nella letteratura intertestamentaria, nel movimento di Qumran, nel movimento suscitato dal Battista, per non parlare dei partiti opposti e degli erodiani. Da un punto di vista culturale si confrontavano la filosofia popolare ellenistica (sotto l’influsso del platonismo) e la gnosi pre cristiana (soltanto se guardiamo ai filoni principali) insieme con l’ambiente del Nuovo Testamento. Proprio questa realtà così complessa ha fatto si che alcuni studiosi dicano che il vangelo di Giovanni è adatto ad un itinerario di nuova evangelizzazione in società complesse nelle quali è sostanzialmente in crisi il senso dell’uomo che rimanda ad una domanda più profonda intorno al senso della vita.

Il vangelo di Giovanni è infatti il vangelo della vita e come scriveva un fine studioso giovanneo quale fu Origene “…se bisogna…dire che di tutte le Scritture i vangeli sono la primizia … tra i vangeli la primizia è quello di Giovanni”. Perché possiamo concordare ancora oggi con questa affermazione? Per diverse ragioni ma non ultima è quella che ci proviene dal testo giovanneo: nessuna risposta sul senso della vita ha senso se non rimanda al senso ultimo della mia come della storia di tutti gli uomini che si compie oggi nell’atto di decisione della fede. L’uomo postmoderno, aperto a tutto e incapace di spiegare la realtà (viene sempre dall’America l’eco mai sopita del confronto tra sostenitori della teoria creazionista e di quelli della teoria evoluzionista), può malgrado le difficoltà nelle quali si dibatte costituire il luogo a partire dal quale il messaggio giovanneo diventa attuale. In principio, bereschit, occorre ritornare al principio, nel punto nel quale il Principio in principio si è fatto uomo in Gesù Cristo. Allora l’espressione di Genesi 1 “ad immagine e somiglianza” che ad una lettura e comprensione superficiale si carica dell’ambizione umana di fare un Dio a propria immagine, diventa invece il codice genetico dell’umanità che in Cristo ha il prototipo dell’umanità redenta che vive la realtà nuova della risurrezione alla quale dalla creazione in poi tutti e tutto apparteniamo.

Viene così esaltato non solo il principio unitario dell’origine ma anche quello dell’unità che si esalta nel principio ma anche nei termini del compimento. Possiamo riattualizzare nella difesa che lo Statuto dell’Associazione fa del principio della unitarietà come pienezza espressiva di una totalità che conosce differenze composte grazie al dono della pace. Schalom: reintegrazione, ritorno all’origine, partecipazione ad un modello che si definisce solo se articolato. Da qui potremmo anche arrivare a parlare se il tempo ce lo consentisse di un altro elemento che attualizza il vangelo giovanneo: quello della missionarietà, quello della chiamata, quello del servizio, quello del confronto, e così via fino a quello della universitas personarum rerum così importante in tempi come quelli che viviamo di globalizzazione che stenta a coniugarsi con la strenua difesa di tutto quanto è locale.

Anche per l’otto marzo abbiamo scelto un tema la cui parola chiave era sempre bereschit, in principio. Anzi la parola ebraica con la quale ha inizio l’Antico Testamento meglio tradotta suona: “in un inizio”. Questo inizio resta ancora indefinito, non è stato preceduto da altri inizi in quanto il tempo è creato con il mondo. La nuova creazione delineata nel Prologo giovanneo tende a farci riflettere sulla manifestazione di Cristo nella storia: anzi potremmo dire che Cristo decifra la storia ma la storia decifra Cristo. Questa è la risposta ai laici nostrani e anche a quelli che da oltre Oceano chiedono udienza al di là del Tevere perché, dicono. di conoscere Dio ma di non aver incontrato Cristo. Balle. La comunicazione di Dio avviene nella sua carne.

Ultima sottolineatura. A nessuno deve sfuggire che nel testo ebraico la prima parola bereschit ha la radice comune con Berit, Alleanza. A nessuno può sfuggire che la alleanza stabilita in Principio nel Principio-Cristo- con il mondo e con l’uomo rimanda però ad una domanda di senso più radicale: l’inizio rivela il primato di colui che precede e segna l’inizio in quanto è inizio. Allora dobbiamo veramente fare i conti con il nostro pensiero antropocentrico e trovare un differente punto di partenza per un’etica ed una fede in cui la nostra stessa posizione invece è stata sempre centrale. Tempi nuovi e azione nuova per tutte noi nella nostra associazione.

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La lettera di Saviano a Renzi sulla "morte del Sud", sabato, 1 agosto 2015
"Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, torno a scriverle dopo quasi due anni e lo faccio nella speranza di poter ottenere una risposta anche questa volta. La prima volta Le scrissi quando il suo governo aveva appena iniziato la propria azione di "riforma radicale della società italiana". Oggi non si può certo pretendere dal Suo esecutivo la soluzione di problemi endemici come la "questione meridionale": ma non ci si può neppure esimere dal valutare le linee guida della sua azione. Game Over. Questa è la scritta immaginaria che appare leggendo il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. Game Over. Per giorni i media di tutto il mondo sono stati con il fiato sospeso in attesa di un accordo che scongiurasse l'uscita della Grecia dalla zona euro: oggi apprendiamo che il Sud Italia negli ultimi quindici anni ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. La crisi è ben peggiore: ed è nel cuore dell'Italia. Il lavoro come nel 1977, nascite come nel 1860.

Tra i fattori di grave impoverimento della società meridionale ci sono il decremento del tasso di natalità e l'aumento esponenziale dell'emigrazione che coinvolge soprattutto i giovani più brillanti: quelli formati a caro prezzo, nelle tante Università meridionali, funzionali più agli interessi dei docenti che a quelli degli studenti.

Ci sono meno nascite perché un figlio è diventato un lusso e averne due, di figli, è ormai una follia. Chi nasce, poi, cresce con l'idea di scappare: via dall'umiliazione di non vedere riconosciute le proprie capacità. Questo è diventato il meridione d'Italia: spolpato dai tanti don Calogero Sedara che non si rassegnano ad abbandonare il banchetto dell'assistenzialismo.

Ed è in questo contesto che si ripropongono nostalgie borboniche: l'incapacità del governo e la non linearità della sua azione resuscitano bassi istinti già protagonisti della nostra storia.

"Fate Presto" era il titolo de Il Mattino all'indomani del terremoto del 1980. Andy Warhol ne fece un'opera d'arte. E oggi quella prima pagina si trova a Casal di Principe, in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che ospita una esposizione patrocinata dal Museo degli Uffizi di Firenze. Le consiglio di andarci, caro Premier: Le farebbe bene camminare per le strade del paese, Le farebbe bene vedere con i suoi occhi quanto c'è ancora da fare e come il tempo, qui, sia oramai scaduto. Per com'è messo oggi il Sud Italia, anche quel "Fate Presto" è ormai sintesi del ritardo.

Potrei dunque dirLe che agire domani sarebbe già tardi: ma sarebbe inutile retorica. Le dico invece che - nonostante il tempo sia scaduto e la deindustrializzazione abbia del tutto desertificato l'economia e la cultura del lavoro del Mezzogiorno - Lei ha il dovere di agire. E ancora prima di ammettere che ad oggi nulla è stato fatto. Solo così potremo ritrovare la speranza che qualcosa possa essere davvero fatto.

Le istituzioni italiane devono infatti chiedere scusa a quei milioni di persone che sono state considerate una palla al piede e, allo stesso tempo, sfruttati come un serbatoio di energie da svuotare. Sì, qualche tempo fa c'è stato pure chi ha pensato di tenere il consiglio dei ministri a Caserta, a Napoli. Ma di che s'è trattato? Di pura comunicazione: nient'altro. Che cosa ha invece opposto la politica italiana al dissanguamento generato dalla crisi? Dal 2008 a oggi contiamo 700mila disoccupati in più. Sono certo che Lei mi risponderà che la Sua riforma del mercato del lavoro va in questa direzione: vuole fermare il dissanguamento. Ma a me corre l'obbligo di dirLe che anche una buona riforma - e se quella attuale lo è lo capiremo solo negli anni - può generare effetti perversi se calata in un sistema-Paese claudicante.

Nel frattempo, la retorica del Paese più bello del mondo ha ridotto il Mezzogiorno a una spiaggia sulla quale cuocere al sole di agosto: per poi scappar via. Ammesso che ci si riesca ad arrivare, su quella spiaggia, dato che - come è accaduto alla Salerno-Reggio Calabria - si può incappare in interruzioni sine die (secondo le indagini, tra l'altro, frutto ancora una volta della brama di denaro da parte di funzionari infedeli). Non creda che nelle mie parole ci sia rancore da meridionalista fuori tempo: ma, mi scusi, che cosa crede che sarebbe successo se le interruzioni avessero riguardato un'arteria cruciale del Nord Italia?

Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l'economia meridionale. E' Lei che ha l'ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l'economia.

Massimiliano Capalbo si definisce imprenditore "eretico" e legge nella desertificazione industriale un elemento positivo. Se desertificazione significa che impianti come l'Ilva di Taranto o la Pertusola di Crotone o l'Italsider di Bagnoli scompariranno dalle terre del Sud, questa - argomenta gente come Capalbo - può essere anche una buona notizia: vuol dire che il Sud potrà crescere diversamente. Aiutare il Sud non vuol dire continuare ad "assisterlo" ma lasciarlo libero di diventare laboratorio, permettergli di crescere diversamente: con i suoi ritmi, le sue possibilità, le sue particolarità. Non dare al Sud prebende, non riaprire Casse del Mezzogiorno, ma permettere agli imprenditori con capacità e talenti di assumere, di non essere mangiati dalla burocrazia, dalle tasse, dalla corruzione. La corruzione più grave non è quella del disonesto che vuole rubare: la vergogna è quella dell'onesto che - se vuole un documento, se vuole un legittimo diritto, se vuole fare impresa o attività - deve ricorrere appunto alla corruzione per ottenere ciò che gli spetta. A sud i diritti si comprano da sempre: e Lei non può non ricordarlo.

No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi. Provi a cogliere le mie parole come la "rappresentanza" di una terra che smette di essere al centro dell'attenzione qundo non si parla di maxiblitz o sparatorie (tra parentesi, perché non è questo l'oggetto di della discussione: tanti studi ormai spiegano che certi exploit della violenza criminale al Sud siano anche l'"effetto" di "cause" dall'origine geografica ben più lontana).

Caro Presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova - costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E' un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell'emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non "investono" ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all'estero il loro sporco giro d'affari. Sì, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insaguinato che fino agli anni '90 le mafie facevano circolare...

Il Sud è scomparso da ogni dibattito per una semplice ragione: perché tutti, ma proprio tutti, vanno via. Quando milioni di italiani partirono da Napoli per le Americhe Lei lo sa che cosa succedeva al molo dell'Immacolatella? Le famiglie si presentavano con un gomitolo di lana: le donne davano un filo al marito, al figlio, alla figlia che partiva. E mentre la nave si allontanava, il gomitolo si scioglieva, girando nelle mani di chi restava. Era un modo per sentirsi più vicini nel momento del distacco. Ma anche per dare un simbolo al dolore: al distacco immediato.

La speranza era che quel filo che i migranti conservavano nelle tasche potesse continuare a essere mantenuto dai due capi così lontani.
Faccia presto, caro Presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai s'è rotto anche il filo della speranza.

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La fragile storia del paese che fu, Giovanni D'Alessandro


L'uomo è indifeso di fronte ad eventi come il terremoto, che tre giorni fa è tornato a colpire Lazio, Marche e, in misura molto minore, Umbria e Abruzzo. Il terremoto è in effetti un'icona del male per la sua imprevedibilità, indomabilità, distruttività. Consegna l'essere umano al bisogno, alla precarietà, al dolore, quando non alla morte. Lo fa sentire abbandonato a se stesso. Gli fa rivolgere più o meno inconfessate domande a quel Cielo che non interviene. Il terremoto è un volto della natura matrigna, di questo mistero della forza opposta a Dio, e da lui solo conosciuta – il male appunto – nucleo centrale di ogni teologia, quello da cui tramite le parole insegnateci dal Cristo alla fine del Padrenostro chiediamo di essere liberati.

Per i non credenti è un'evenienza e basta (a volte nascosta dietro il pietoso nome di 'fatalità', stadio intermedio tra l'umano e il divino, che in fondo non significa alcunché); evenienza a volte segnata da terrificanti contingenze, come quelle che in questi giorni stiamo apprendendo dai media: la bambina di 18 mesi, nata da una madre scampata al sisma aquilano del 2009, ritrovatasi a morire in un'altra zona terremotata; la ragazza che era andata in visita dai nonni prima di cominciare le scuole superiori, che non frequenterà mai; gli ospiti di un albergo mezzo vuoto durante l'anno, a fine estate qui attirati da una festa, il cinquantesimo dell'amatriciana; tante altre storie. Storie che ci sono state in passato – esattamente in queste zone il 14 gennaio del 1703, quando il tributo fu di migliaia di vite – e che si rimodellano sempre sugli stessi passi. Un mondo incomparabilmente diverso da allora, oggi avanzato, tecnologico, non così dominato dalla miseria esistenziale, si scopre del tutto vulnerabile. I sentimenti sono uguali. Le parole, perfino, si rifanno uguali, scavalcando un lessico arcaico come quello del 1703; ricollocandosi nel medesimo alveo, scavato dal dolore, il quale le rende volitantia viva per ora virum – per citare un poeta romano – cioè che nel tempo «volano vive di bocca in bocca tra gli umani».

Così è avvenuto in piazza San Pietro, nella stravolta udienza generale di mercoledì scorso, per bocca del Santo Padre, dopo essere state pronunciate dal sindaco di Amatrice. E' raro, per intuibili ragioni, che un Papa riporti esternazioni fatte da chi rivesta una carica, istituzionale o amministrativa, in una nazione, ma qui è stato citato l'uomo, non il sindaco, come rappresentante di una collettività ferita. A poche ore da quella notte, il papa ha detto: «Sentire il Sindaco di Amatrice dire: 'Il paese non c'è più', e sapere che tra i morti ci sono anche bambini, mi commuove». Era successo anche tre secoli fa, quando un'identica frase venne scritta dal commissario inviato in quei luoghi terremotati dal viceré di Napoli. Il marchese Marco Garofalo della Rocca scrisse «la città – l'Aquila in questo caso, ma si riferiva al medesimo circondario del 2016, aquilano all'epoca – fu. Non è». E parole analoghe si leggono nei documenti pontifici del papa Clemente IX, che fu tra i primi a soccorrere quest'ovile. Leggendo le relazioni e i documenti compaiono gli stessi nomi di Amatrice, Accumoli, Arquata, Montereale: le aree-incudine del nemico di sempre, la forza sollevatasi dalle viscere della terra per scrollarla. Vi si colgono la preoccupazione e a tratti la commozione, non parole di circostanza, o prammatiche scritte da una segreteria: lo provano le straordinarie largizioni disposte al tempo e oggi le tante architetture, ecclesiastiche o civili, rase al suolo e poi grazie a quei fondi rialzate, con fabbriche, cioè cantieri, che si protrassero per decenni. Vi ricompare la stessa articolazione logicoverbale, col ricorso a grumi di straziate sillabe – «fu»; «non è»; «non c'è più» – che consegnano l'essere, di un borgo, al passato. Vi si legge l'ansia del soccorso, col disporre misure d'urgenza in fondo non tanto diverse da quelle odierne: destinazioni di somme, sgravi fiscali, baracche per ospitare i senza casa; forni all'aperto – oggi mense – per dar loro da mangiare. Cambiano i tempi, ma la creatura umana, la sua condizione, la sua fragilità no. Ecco perchè le parole ch'esse lo inducono a pensare, e poi a pronunciare, sono sempre le stesse.

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Cambogia low cost: 30mila dollari per un figlio

La vita umana sembra essere sempre più una merce come tutte le altre. E, proprio come ogni merce, risponde alle logiche di mercato che impongono servizi uguali a costi sempre inferiori, se ci si vuole affermare nel settore. È il caso della Cambogia, affermatasi in pochi mesi come nuova frontiera dell'utero in affitto a basso costo. Con 30mila dollari è possibile portare a casa un bambino bello e sano, tenuto in pancia per nove mesi da una sconosciuta, la cui parcella per il servizio offerto è di appena 10mila dollari. L'importante, avvertono i "fortunati" diventati genitori tramite surrogazione di maternità, è non fare troppa pubblicità, per evitare che Phnom Penh faccia la fine di altri Paesi asiatici ben più noti.

La prima a mettere un freno alla pratica è stata la Thailandia, vietando la surrogazione commerciale agli stranieri nel luglio 2015. A settembre è stata la volta del Nepal, dove la Corte suprema ha dichiarato illegale ogni forma di maternità surrogata. Ma il colpo più duro è arrivato il 4 novembre 2015, quando l'India – snodo per eccellenza a livello mondiale – ha vietato l'utero in affitto agli stranieri.

Con la chiusura dei rubinetti a Bangkok, Kathmandu e New Delhi – almeno sulla carta –, le coppie etero e omosessuali in cerca di utero in affitto sono rimaste con poche opzioni e per lo più costose: in California, Stato "principe" del settore, avere un figlio in questo modo può arrivare a costare anche 120mila dollari. Restavano il Messico (nello specifico, solo lo Stato di Tabasco) e l'Ucraina, dove il servizio viaggia fra i 60mila e i 42mila dollari.

Così la Cambogia ha deciso di riempire il vuoto lasciato dai "vicini" asiatici, mantenendosi al momento in una confortevole zona grigia. Secondo Hor Samnang, titolare di una clinica dove dal 2014 è attivo il primo programma di fecondazione in vitro del Paese, se legalizzata la surrogazione commerciale potrebbe fruttare fra i 500 milioni e il miliardo di dollari l'anno. Il governo ha dichiarato di voler dare un quadro legislativo alla pratica, ma nulla è ancora stato fatto. Il mercato è nelle mani di broker thailandesi, che hanno spostato a Phnom Penh le loro attività e molte delle loro madri surrogate. Dal 2015 a oggi decine di agenzie sono sorte sul territorio cambogiano.

Questo proliferare senza freni del mercato ha già allertato gruppi anti-surrogazione, preoccupati anzitutto per le donne reclutate come surrogate, cui verrebbe paventata la possibilità di un guadagno facile senza però conoscere i possibili rischi. Un po' come accaduto in India, con donne costrette ad affittare il proprio utero da mariti e padri, e alle quali sono stati impiantati anche quattro embrioni per aumentare le possibilità di successo, salvo poi procedere con rischiosi aborti selettivi in caso di gravidanza multipla.

Intanto in Cambogia sono nati i primi figli dell'utero in affitto. Fra questi c'è Mickey, venuto al mondo a San Valentino, per volontà di Greg e del suo compagno. Contattati dal >Phnom Penh Post, quotidiano cambogiano in lingua inglese, hanno però rifiutato ogni intervista.

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Salvate il soldato david di wlodek goldkorn - da tel aviv

AllahAkba—

Se il cecchino che ha ucciso mio figlio anziché sparargli fosse sceso dalla collina, gli avesse parlato e preso un caffè insieme, i due sarebbero diventati amici, ne sono sicura. Roby Damelin arrivò in Israele dal Sudafrica dell'apartheid nel lontano 1967. Suo zio era uno degli avvocati di Nelson Mandela. Nello Stato ebraico pensava a una vita diversa, in un paese certo non pacifico ma dai valori saldi, e in cui era chiaro da che parte sta il Bene e dove il Male. Suo figlio David, 29 anni, tenente della riserva è stato ammazzato a uno dei mille posti di blocco in Cisgiordania. Con lui altri sei soldati e due civili caduti per mano di un cecchino palestinese. Oggi, mamma Roby piange, come tutte le madri cui è stato tolto un figlio. Ma oltre le lacrime c'è la rabbia. Che la signora ha deciso di rendere pubblica, "perché il lutto in una guerra inutile e dannosa per quanto intimo sia, non è una vicenda privata". Roby Damelin è una delle migliaia e migliaia di donne israeliane che non vogliono più stare zitte. E che dicono ad alta voce che l'occupazione dei Territori palestinesi, gli atti di brutalità quotidiani perpetrati dai soldati nei campi profughi e nelle città di Gaza e Cisgiordania non solo ledono i diritti di un altro popolo, ma stanno minando fin dalle fondamenta le basi stesse dell'esistenza dello Stato ebraico, perché seminano odio, risentimento, voglia di vendetta. Per questo stanno sorgendo, spontaneamente, come funghi dopo la pioggia, gruppi, organizzazioni, comitati di persone, soprattutto donne, madri e mogli dei soldati che chiedono: riportate i nostri uomini a casa. I nomi sono i più fantasiosi: Quinta madre, Nuovo profilo, Sorelle, Settimo giorno. Ma la rivendicazione è sempre la stessa: la fine immediata dell'impiego delle forze armate israeliane oltre la linea verde, il confine del 1967. Una linea di frontiera con la Cisgiordania, travolta durante la guerra dei Sei giorni e che sempre più israeliani chiedono di ripristinare. Perché è l'unico modo, dicono, di sopravvivere da società civile che crede nei valori umani.

Entri in un salotto a Tel Aviv nord, in una qualsiasi di quelle case comode, confortevoli, mobili del design italiano, quadri di pittori famosi sulle pareti, figli a studiare in prestigiose università americane e voglia matta di appartenere all'Europa, in cui abitano gli intellettuali e i professionisti israeliani, e ti accorgi della schizofrenia che regna nel paese. Mentre si parla delle prossime vacanze in Toscana, di quelle passate a sciare sulle nevi austriache e delle nuove qualità di grappa che un importatore ha introdotto nel mercato, qualcuno accende la tv. È l'ora del notiziario. Le immagini sono uno choc.

La telecamera accompagna un gruppo di soldati durante un rastrellamento nel campo profughi Al Amari vicino a Ramallah. Una di quelle durissime azioni di rappresaglia contro atti di kamikaze a Gerusalemme e nei pressi di Tel Aviv in cui muoiono israeliani innocenti, e per i quali il premier Ariel Sharon ritiene responsabile Yasser Arafat. I militari sono vestiti come cavalieri dell'Apocalisse: elmetti con antenne che spuntano da tutte le parti, giubbotti antiproiettile alti da nascondere la parte inferiore della faccia, stivaloni ai piedi e fucili enormi in mano, entrano nel salotto di una casa. Un salotto, a una sessantina di chilometri dai salotti di Tel Aviv. Hanno l'ordine di perquisire la casa, poi di sfondare il muro della stanza per entrare nell'appartamento adiacente. Una ragazzina, dimostra forse nove o dieci anni, dispone le mani in un gesto da preghiera. "Please", per favore, implora in inglese, la lingua comune dell'occupante e delle vittime, l'ufficiale che comanda. Ma lui inflessibile procede. Mentre la parete salta e si apre un buco verso la casa accanto, la madre cade per terra. La figlia scoppia in lacrime, suo fratellino le fa un gesto di "coraggio non piangere davanti al nemico". Più tardi, il padre, angosciato, urla all'ufficiale: "L'ambulanza è bloccata a un check point". Infine si vede la donna evacuata. Arriverà morta all'ospedale. Un soldato occhialuto si chiede, guardando la telecamera: "Che ci faccio qui, ragazzo ebreo perbene, lontano dalla patria?".

"Ma cosa siamo diventati?", esclama scossa la padrona della bella casa di Tel Aviv. Una domanda retorica, cui dà una risposta fortissima, forse un po' sopra i toni, ma indicativa di un certo stato d'animo del paese, la signora Michal Pundak. Una delle fondatrici del movimento Reot, sorelle, dichiara al quotidiano "Yediot Aharonot" (15-03-2002): "Per me la situazione è riassunta in una foto. Un nostro soldato, senza volto, punta il fucile contro due bambini palestinesi con le mani alzate in un gesto di resa".

Per qualsiasi israeliano, per qualsiasi ebreo nel mondo, l'associazione è immediata e non necessita spiegazioni. La signora Pundak allude all'immagine del bambino nel ghetto di Varsavia, pantaloncini corti, mani in alto, davanti a un gendarme nazista con fucile in mano. È la foto simbolo della Shoah. Poi rincara la dose: "Ho pensato, quel soldato potrebbe essere mio figlio. Eppure l'abbiamo perfino mandato in Polonia a visitare i luoghi dell'Olocausto". Chiosa Ataliah Baumel, veterana del movimento delle madri contro la guerra: "L'esercito ci porta via i nostri figli e ce li restituisce morti, oppure con una profonda ferita nell'animo". Gruppi marginali? Belle anime? Mammismo esasperato? Macché. Tra le donne che non vogliono più sentire dei loro figli (ma anche dei mariti) costretti a diventare carnefici ci sono signore che vengono da case con antica tradizione militare. Ofra Meirsohn è moglie di Rafael Eitan, ex capo di Stato maggiore dello Tsahal, le Forze di Difesa d'Israele, e madre di due ufficiali di riserva. Ai figli ha chiesto, pubblicamente, di rifiutarsi di servire nei Territori palestinesi: meglio in galera che boia. Nurit Peled Elhanan è figlia di Matti Peled, generale, eroe di tutte le guerre, diventato poco prima di morire pioniere del dialogo con Arafat. La figlia Smadar è morta 14enne, vittima di un terrorista palestinese a Gerusalemme. "Il Talmud parla di quattro donne profete", dice: "Tamar, Yokhabad, Rebecca e Vashti. La profezia femminile significa da sempre sovversione e rifiuto, per assicurare una vita ai figli".

Le donne che rifiutano la guerra pensano che per arrivare alla pace e salvare "l'ombra divina in noi stessi", quella che l'Onnipotente diede ad Adamo ed Eva, occorre sovvertire alcune verità vecchie come il mondo. Chi ha detto che gli uomini debbono difendere le donne?, si chiedono. Rispondono: d'ora in poi, difenderemo noi i nostri uomini. Come? Incitandoli al rifiuto. Ma anche disturbando i loro stupidi giochi di guerra. Chiedono alle madri, mogli e fidanzate dei soldati di chiamare i loro maschi al telefonino ogni mezz'ora. Domandare dove sono, cosa stanno facendo e se non provano vergogna, un sentimento che per Primo Levi era il massimo dell'umiliazione.

Una vergogna diventata pubblica. Raccontata sui giornali (i soldati che rompono frigoriferi nuovi, mangiano i cioccolatini dei padroni di case perquisite e rubano i soldi). La distruzione di Betlemme da parte dell'esercito di Sharon è stata paragonata a quella di Grozny, capitale della Cecenia. E il campo profughi di Deheyshe, dove abitano i più poveri dei poveri, a Sarajevo assediata. Monta la protesta. Non solo delle donne. Quelli dell'associazione dei medici per i diritti umani vanno a dare una mano ai colleghi palestinesi negli ospedali di Nablus, Ramallah, Jenin durante i weekend. Al museo di Tel Aviv è stata allestita una mostra con centinaia di bare simboliche dei palestinesi e israeliani caduti. A Gerusalemme, professionisti che per più di trent'anni non facevano politica stanno tornando sulla breccia. Spiega Leon Sfard, ex sessantottino: "Finora noi della sinistra avevamo un orizzonte troppo politico. Volevamo un accordo di pace. Non più. Oggi il paradigma è il Vietnam. Non importa chi e come, basta che il governo israeliano, qualsiasi esso sia, riporti i ragazzi a casa. E non ci interessano i giochi sporchi di Sharon e Arafat sulla pelle dei nostri figli". Shimon Peres ex leader della sinistra è ormai considerato "un venditore di inizative virtuali privo di ogni autorità morale" ("Haaretz" 18-03-2002).

 

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C'è un filosofo cattolico che ha contestato proprio un punto capitale del pensiero di Joseph Ratzinger: quello sulla legge naturale e il relativismo.

Questo filosofo è Dario Antiseri, professore di metodologia delle scienze sociali alla Libera Università Internazionale degli Studi Sociali di Roma.

Antiseri è cattolico, e cattolico obbediente. Assieme a Giovanni Reale – grande specialista del pensiero greco e curatore degli scritti filosofici di Karol Wojtyla – ha scritto il manuale di storia della filosofia più diffuso nei licei italiani, tradotto in varie lingue. La sua bibliografia è ricca. Ha introdotto in Italia il pensiero di Popper, di Hayek e della Scuola di Vienna. È letto e apprezzato anche negli Stati Uniti, dove è in sintonia con pensatori cattolici come Michael Novak e Robert Sirico dell'Acton Institute. In anni passati aveva dibattuto degli stessi temi anche con il cardinale Camillo Ruini, in un botta e risposta poi raccolto in un libro.

La sua critica Antiseri l'ha argomentata sul numero 5, 2005 di "Vita e Pensiero", la rivista ufficiale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Nell'articolo – riprodotto più sotto – Antiseri prende le difese proprio di quel relativismo che Ratzinger ha condannato come "una dittatura che non riconosce nulla come definitivo", in un memorabile passaggio dell'omelia da lui pronunciata in San Pietro la mattina del 18 aprile, poche ore prima dell'ingresso in conclave.

Non solo. Nello stesso articolo Antiseri difende anche il nichilismo, come "riconquista dello spazio del sacro".

E viceversa rifiuta che possano avere un fondamento razionale incontrovertibile quei diritti "inscritti nella natura stessa della persona umana e pertanto rinviabili ultimamente al Creatore", di cui ha scritto Benedetto XVI in un suo recente messaggio, inviato a un convegno su "Libertà e laicità" tenuto il 15-16 ottobre a Norcia, la città natale di san Benedetto.

Nello stesso numero di "Vita e Pensiero" replicano ad Antiseri due altri filosofi cattolici, concordi invece con le posizioni di Ratzinger su relativismo, nichilismo e legge naturale: Gianfranco Dalmasso, professore di filosofia teoretica all'Università di Roma Tor Vergata, e Michele Lenoci, professore di storia della filosofia contemporanea all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Un altro filosofo cattolico attestato sulle posizioni di Ratzinger, invece che su quelle di Antiseri, è Vittorio Possenti, che a proposito della legge naturale ha così commentato il messaggio di Benedetto XVI al convegno di Norcia, in un editoriale di prima pagina del quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", il 18 ottobre:

"Le parole di Benedetto XVI evocano la grandiosa tradizione della legge naturale, già rilanciata con vigore dall'enciclica 'Veritatis Splendor' di Giovanni Paolo II. È una tradizione che ha ispirato le fasi più alte del pensiero politico europeo, e di cui vi è chiaro segno nella Dichiarazione di indipendenza americana (1776), che presenta i fondamentali diritti umani come provenienti dalla mano di Dio e appartenenti in modo inalienabile all'uomo come tale".

Ma ecco, qui di seguito, il saggio di Antiseri nelle parti in cui l'autore discute di relativismo e nichilismo:

Una spia a servizio dell'Altissimo

di Dario Antiseri

Nella disputa sul relativismo c'è bisogno urgente di maggior cautela. Il pluralismo delle concezioni etiche, delle visioni filosofiche del mondo e delle fedi religiose è un innegabile dato di fatto. Di fronte a siffatta realtà c'è chi afferma che un sistema etico vale l'altro, che tutti i sistemi etici sono uguali, che niente vale, e cioè che nessun valore vale davvero. E questo è il relativismo che oggi è sotto accusa ed è oggetto di rifiuto.

Ma questa concezione del relativismo, questo "lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina" – per usare un'espressione di denuncia dell'allora cardinale Joseph Ratzinger – non coglie il punto di fondo del pluralismo, in quanto la prima cosa che emerge dal pluralismo delle concezioni etiche è che queste non sono affatto tutte uguali, quanto piuttosto sono tutte diverse. "Ama il prossimo tuo come te stesso" è cosa ben diversa dall'imperativo: "occhio per occhio, dente per dente".

Stabilito, però, che le concezioni etiche sono diverse, l'ulteriore e inevitabile domanda è la seguente: abbiamo a disposizione un criterio razionale, valido per tutti, per decidere quale etica sia migliore in quanto razionalmente fondata?

Ebbene, un interrogativo del genere, nucleo di ogni teoria dell'etica, non può ricevere una risposta positiva, se regge la "legge di Hume". La legge di Hume ci dice che dalle descrizioni non sono logicamente derivabili prescrizioni, con la conseguenza che i valori di fondo di un sistema etico, i principi etici fondamentali, risultano fondati, in ultima analisi, sulle scelte di coscienza di ogni singola persona e non su argomentazioni di natura razionale.

Certo, esistono scelte ad occhi chiusi e scelte ad occhi aperti, e queste ultime sono quelle scelte che si fanno ponendo attenzione continua alle conseguenze dei principi abbracciati. Ma l'accettazione delle conseguenze è anch'essa oggetto di scelta. In questo senso, la legge di Hume è la base logica della libertà di coscienza.

Esistono spiegazioni e previsioni scientifiche, ma non esistono spiegazioni e previsioni etiche. Da tutta la scienza non possiamo estrarre un grammo di morale. La scelta dei valori supremi – quei valori per i quali si può vivere o morire – trova la sua base non nella scienza, ma nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna. Scelta, dunque libertà. Libertà, dunque responsabilità.

È falso, pertanto, sostenere che tutte le etiche sono uguali. Ma non si può dar torto a quanti affermano che i valori supremi non sono né teoremi dimostrati né assiomi autoevidenti e autofondantisi.

E allora, se per relativismo si intende la non fondabilità razionale di differenti sistemi etici, il relativismo è forse evitabile?

È possibile la società aperta, una società democratica, là dove ci si arroga il diritto di essere in possesso di una verità assoluta e di valori esclusivi?

Il primo e fondamentale bene comune sono le regole della convivenza. La società aperta descritta da Karl Popper è fatta appunto di quelle regole che permettono la convivenza del maggior numero possibile di idee e di ideali diversi e magari contrastanti; ed è chiusa solo agli intolleranti. E l'intollerante è colui che presume di sapere in che cosa consiste il vero bene, di essere in possesso di quel bene assoluto che egli si sente legittimato ad imporre ai suoi simili, magari con lacrime e sangue.

Chiedo – e lo chiedo soprattutto agli amici cattolici: è nel torto Popper?

Hans Kelsen ha scritto che "la causa della democrazia risulta disperata se si parte dall'idea che sia possibile la conoscenza della verità assoluta, la comprensione di valori assoluti". Invece, colui il quale "ritiene inaccessibili alla conoscenza umana la verità assoluta e i valori assoluti non deve considerare come possibile soltanto la propria opinione, ma anche l'opinione altrui. Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l'idea democratica suppone".

Chiedo se Kelsen sia nel torto. E chiedo se sia possibile accettare il pluralismo senza accettare quella forma di relativismo intesa come non fondabilità razionale dei diversi sistemi etici.

Di fronte ad una simile posizione si straccia le vesti tutta una turba di anti-relativisti, che sempre più s'ingrossa. In ogni caso, vorrei rivolgere un'altra domanda a quegli amici cattolici i quali si affannano a dimostrare con il solo aiuto della ragione, al di fuori dell'annuncio di fede, la validità di valori supremi.

A questi amici chiedo: un cristiano che pensa di poter conoscere e fondare razionalmente principi etici assoluti non è forse caduto nella tentazione del serpente "eritis sicut dei cognoscentes bonum et malum"?

Così, tanto per esemplificare, l'idea di persona sacra e inviolabile sin dal concepimento è un messaggio religioso o è l'esito di qualche ragionamento filosofico?

Per un cristiano, ciò che è bene e ciò che è male lo stabilisce il Vangelo o la ragione umana? E se lo stabilisse la ragione umana, non dovremmo allora dare ragione ai sostenitori della "dea ragione", per i quali "mestier non era parturir Maria"?

Per un cristiano solo Dio è assoluto, per cui tutto ciò che è umano non può essere che storico, contestabile, relativo.

Il cristiano, pena la sua metamorfosi in idolatra, può predicare l'assolutezza di qualche cosa umana, comprese le proposte etiche?

Scrive Blaise Pascal in uno dei suoi "Pensieri", il 300: "Ho trascorso molto tempo della mia vita credendo che ci fosse una giustizia; e non mi ingannavo, dacché ce n'è una, secondo a Dio piacque di rivelarcela. Ma non la intendevo così, e in ciò mi sbagliavo: perché credevo che la nostra giustizia fosse per essenza giusta e mi stimavo capace di conoscerla e di giudicarne. Sennonché mi sono trovato tante volte senza un retto criterio di giudizio che, alla fine, ho preso a diffidare di me e poi degli altri. Ho veduto tutti i paesi e gli uomini cambiare; e così, dopo molti cambiamenti di giudizio nei confronti della vera giustizia, mi sono convinto che la nostra natura non è se non continuo mutamento, e da allora non ho più mutato [giudizio]. E se mutassi ancora, confermerei con ciò la mia opinione".

Che cosa è, dunque, la giustizia? Pascal parte dalla presunzione che sia possibile venire a capo di questo problema; parte cioè dall'idea che sia possibile sapere in che cosa consista la giustizia e di darne ragioni valide per tutti. Ben presto, però, dovrà arrendersi: il problema non è razionalmente risolvibile. E si chiede e chiede: su che cosa fonderà l'uomo "l'economia del mondo", cioè l'ordinamento civile e sociale? Lo fonderà "sul capriccio del singolo? Quale confusione! Sulla giustizia? La ignora". Non è giustizia l'arbitrio del singolo. Volgiamoci, allora, ad una giustizia universale – ma in che cosa consisterà tale giustizia universale? È essa alla portata della mente umana? L'uomo è in grado di conoscerla? No, risponde Pascal a questo nevralgico e perenne interrogativo: l'uomo non conosce la vera giustizia, poiché "se la conoscesse egli non avrebbe certo stabilita questa massima, la più generale tra quante han corso tra gli uomini: ognuno si attenga alle costumanze del proprio paese". Una massima, questa, che Pascal riprende da quel saggio ed equilibrato conoscitore dell'uomo che è stato Michel de Montaigne ("Saggi", I, XXII).

Non possediamo un criterio razionale per decidere cosa sia giusto e cosa sia ingiusto. E quel che vale per la giustizia, vale anche nel campo del bene e della virtù. La ricerca di un "fundamentum inconcussum rationale" è destinata, ad avviso di Pascal, a naufragare. L'umana ragione non è capace di fondare in modo univoco e incontrovertibile i valori, e la morale non trova il suo porto nella ragione. Lo trova nella fede, nel Dio dei cristiani. "La vera religione c'insegna i nostri doveri". La vera giustizia è quella "secondo a Dio piacque di rivelarcela". Solo Dio è "il vero bene" dell'uomo. In fondo, tutti i nostri "lumi" potranno solo farci conoscere che in noi non troveremo "né la verità né il bene". In breve, "senza la fede l'uomo non può conoscere né il suo vero bene né la giustizia". E la fede cristiana – dono da parte di Dio e scelta da parte dell'uomo – è una fede che va predicata, proposta e testimoniata, e non imposta. E se Pascal ha ragione, la presunzione di sapere, di conoscere, al di fuori della Sacra Rivelazione, che cosa sia il vero bene, non è forse una presunzione anticristiana?
* * *

Anche sul "nichilismo" c'è bisogno di una discussione razionale. Ci sono accezioni del concetto di nichilismo sicuramente insostenibili, inaccettabili e disumane. Ma ce ne sono altre sostenibili e umane, molto umane.

Per esempio, se per nichilismo si intende – e questa ne è una accezione diffusa e argomentabile – l'impossibilità da parte dell'uomo di costruire un senso assoluto della vita dei singoli e dell'intera storia umana; se nichilismo, in altri termini, significa un "nihil", un niente di senso assoluto costruito con mani umane, allora il nichilismo è una concezione razionalmente sostenibile e umanamente ricca: sorgente di tolleranza e insieme riconquista dello spazio del sacro.

Sorgente di tolleranza, anzitutto, poiché fonte di intolleranza e di immani tragedie si sono rivelate, invece, tante verità presunte assolute alle quali sono appesi milioni e milioni di morti. Dietro ad ogni totalitarismo si annida sempre la presunzione fatale di verità totali e definitive e di valori esclusivi. Metafisiche della razza eletta o della classe destinata a redimere il mondo intero hanno inzuppato la terra di sangue innocente. Schiere di intellettuali – tutt'altro che nichilisti – hanno difeso quelle verità stando alle quali il male assoluto si annidava, per esempio, nell'altra razza, nella nazione al di là del confine, nella classe borghese o nei fedeli di un'altra fede. Non pochi dei neofondamentalisti che oggi si scagliano contro il relativismo e il nichilismo – mali assoluti dell'Occidente – soltanto ieri erano abbarbicati come ostriche alla presunta verità assoluta del materialismo dialettico, che predicavano come "concezione vera perché giusta" dell'ineluttabile senso della storia umana.

E poi nichilismo come riconquista dello spazio del sacro. Se il nichilismo consiste nella consapevolezza dell'impossibilità di costruire da parte dell'uomo un senso assoluto della vita – un assoluto terrestre che poi, il più delle volte, altro non è che puntuale negazione dell'assoluto trascendente – allora il nichilismo equivale alla ricostruzione razionale della possibilità della domanda religiosa.

In realtà, non è la scienza che nega lo spazio della fede. Questo spazio hanno preteso di cancellarlo filosofie – esiti di pensiero forte – nelle quali, con motivazioni differenti, si è creduto di divinizzare l'uomo ed eliminare Dio. Così, se per i materialisti la trascendenza è illusione, per i positivisti Dio è un'ipotesi inutile e per gli idealisti – si pensi ad Hegel – le verità di fede non sono la rivelazione di Dio all'uomo, quanto piuttosto rappresentazioni mitiche di cui va scoperto il nocciolo razionale. Per Marx le cose vanno ben oltre, in quanto "la religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato. Essa è l'oppio del popolo". E Freud vede nella religione "una nevrosi ossessiva universale". Per l'esistenzialismo ateo di Sartre, Merlau-Ponty o Camus, Dio è se non altro inopportuno. E dopo gli esistenzialisti ecco i loro avversari, gli strutturalisti, i quali in nome di una "ragione nascosta" hanno preteso di cancellare ogni traccia di trascendenza. Alla domanda su che cosa sperare, Jacques Lacan ha risposto: "Non si può sperare assolutamente niente. Non vi è alcuna specie di speranza". E cumuli di non-sensi sarebbero per i neopositivisti viennesi i concetti e le proposizioni che parlano di Dio, di anima immortale, di trascendenza, di provvidenza: non-sensi perché concetti e proposizioni inverificabili. Dice Carnap: "Né Iddio né alcun diavolo potranno mai darci una metafisica". E per Ayer gli asserti di fede, insieme alle teorie metafisiche, sono soltanto materiale per lo psicanalista.

Queste ora accennate sono prospettive filosofiche che nel Novecento si sono configurate come la truppa d'assalto contro la possibilità di credere in un Dio trascendente: assoluti terrestri quali negazioni dell'assoluto trascendente; verità presunte definitive, propagate come indubitabili e incontrovertibili da intellettuali che erano decisi avversari del nichilismo e del relativismo.

Ma se il Novecento si è aperto con imponenti movimenti filosofici accomunati dall'idea che "homo homini deus est" – come l'idealismo, il positivismo, il marxismo – sempre il Novecento si è chiuso con la lucida consapevolezza di una riconquistata contingenza: con una luce chiara sui limiti della ragione umana.

Non è la scienza a dirci quello che dobbiamo fare né ad insegnarci in che cosa possiamo sperare. È per principio che la scienza non risponde alle domande per noi più importanti. La "sola cosa necessaria" esula dalla ragione scientifica. E non è possesso nemmeno della ragione filosofica: la filosofia non salva. Ma "proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l'uomo – è il laico Norberto Bobbio a parlare – rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio, che caratterizzano l'età moderna e ancor più quella contemporanea".

L'uomo rimane un essere religioso non perché abbia a disposizione le grandi risposte, ma proprio perché queste non sono alla sua portata. Se l'uomo fosse costruttore e padrone del "senso", Dio sarebbe semplicemente un'illusione inutile, inopportuna o addirittura dannosa. Ma così non è – come già posto in luce dalla tradizione dello "scetticismo cristiano" (Montaigne, Charron, Pascal, Huet), da quella del cattolicesimo kantiano (Reuss, Mutschelle), o anche dall'esistenzialismo cristiano (da Kierkegaard a Marcel, a Pareyson).

L'uomo è e rimane un mendicante di senso. È questa una consapevolezza che riapre lo spazio della fede: consapevolezza che è conseguenza immediata del nichilismo inteso, a sua volta, come consapevolezza della inconsistenza teorica delle grandi risposte, degli assoluti terrestri.

È così, allora, che il nichilismo, in questa prospettiva, viene davvero a configurarsi come una spia a servizio dell'Altissimo. Oltre ad essere un presupposto della tolleranza e quindi della democrazia.

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Cos'è il burkini e perché se ne parla, Le Monde, Francia, 17 agosto 2016 17:18

Il burkini è al centro di varie polemiche estive in Francia. Il 9 agosto, vicino a Marsiglia, un evento privato organizzato in un parco acquatico, e nel quale le donne erano invitate a indossare questo costume da bagno che copre il corpo e la testa, è stato annullato in seguito alle polemiche.
Qualche giorno dopo, un'ordinanza municipale che a Cannes (regione Alpi-Marittime) vietava d'indossare abiti religiosi in spiaggia ha scatenato una battaglia giuridica tra il Collettivo contro l'islamofobia in Francia (Ccif) e il comune. Infine, una simile decisione è stata presa il 15 agosto dal sindaco di Sisco (Alta Corsica), dopo una rissa scoppiata su una spiaggia della cittadina.
Come e quando questo capo d'abbigliamento è apparso nelle piscine e nelle spiagge di tutto il mondo? Come viene percepito in altre parti del pianeta? Da dove viene il nome burkini? Ecco alcune informazioni che aiutano a capire.
Una tenuta inventata in Australia
La creazione di questa tenuta è attribuita ad Aheda Zanetti, un'australiana di origine libanese. Zanetti racconta di avere avuto l'idea nel 2004 a Sydney, osservando sua nipote che giocava a netball (una variante con sette giocatori della pallacanestro). A suo avviso, la ragazzina era in difficoltà con il suo lungo hijab (il velo che copre la parte superiore del corpo) e la tuta. "Avevo fatto alcune ricerche e non avevo trovato nessuna tenuta adatta alle donne che fossero sportive ma anche pudiche", racconta a Le Monde.
L'australiana ha immaginato allora l'hijood, contrazione di hijab e hood (cappuccio in inglese), una tuta conforme al "pudore" religioso. L'idea del burkini, destinato a quante fino ad allora facevano il bagno velate, le è venuta in seguito, visto che vive in un paese dove gli sport acquatici sono onnipresenti.
Marchio registrato
Aheda Zanetti crea quindi la sua società, Ahiida, registra il design dei suoi prodotti nel 2004 e comincia a commercializzarli. Nel 2006 deposita anche i marchi "burkini" e "burqini" in Australia e in vari altri paesi.
La maggior parte dei marchi registrati legati ai nomi "burkini" e "burqini" che Le Monde è riuscito a reperire fanno capo alla società Ahiida Pty Ltd.
Anche se la creatrice sostiene che nel momento in cui s'è lanciata in questa attività aveva in mente la comodità delle donne che indossano il velo, il burkini si è rivelato anche un ottimo affare commerciale. La domanda è rapidamente cresciuta, afferma l'imprenditrice, secondo la quale in una decina d'anni sono stati venduti "oltre cinquecentomila costumi". Nel 2016 le vendite sarebbero cresciute del 40 per cento.
A prova dell'attrattiva generata da questo mercato, molte aziende hanno seguito la strada di Ahiid, compresi alcuni importanti nomi non specializzati in moda islamica, come Marks & Spencer. Su scala mondiale, i consumatori musulmani hanno speso nel 2013 266 miliardi di dollari (236 miliardi di euro) in "vestiti e calzature", secondo uno studio di Thomson Reuters.
Aheda Zanetti peraltro non si limita ai vestiti destinati alla comunità musulmana. La sua società propone anche dei modelli simili al burkini ma che non coprono i capelli, per le donne che vogliono semplicemente proteggersi dal sole.
Perché burkini?
Come spiega Aheda Zanetti sul sito, è stata la stessa inventrice del burkini ad adottare il termine, fusione delle parole burqa e bikini. Una scelta che ha lo svantaggio di essere ingannevole. Il burqa, vestito imposto dai taliban afgani, copre infatti la totalità del corpo e del viso, lasciando semplicemente un lembo o una "griglia" di tessuto per permettere di vedere.
Il burkini, nonostante il nome, lascia invece il volto scoperto. Nelle sue forme meno larghe somiglia semmai a un semplice hijab combinato con un costume a due pezzi. Le sue versioni larghe somigliano invece a un jilbab, che copre il resto del corpo. Si potrebbe quindi parlare di "jilbab da bagno".
Aheda Zanetti contesta una simile presentazione. Secondo lei "un burqa non copre il viso. Quello è il niqab" (ma secondo la maggior parte delle definizioni attuali, sia francesi sia anglosassoni, entrambi i capi d'abbigliamento coprono il viso). "Mi sono detta: il nostro costume da bagno è più leggero di un burqa e ha due pezzi come un bikini, e quindi l'ho chiamato burkini. Si tratta semplicemente di un termine che ho inventato per dare un nome al mio prodotto".
Anche l'assonanza con il termine bikini può suscitare qualche dubbio, poiché quest'ultimo è stato inventato, al contrario, per scoprire il corpo. Ma l'utilizzo del suffisso -kini non è assurdo. Quest'ultimo viene infatti utilizzato in molti nomi di costumi da bagno e non necessariamente tra i più arditi, dal monokini al facekini.
Il burkini è illegale in Francia?
Dal momento che lascia il viso scoperto, questa tenuta non infrange la legge sul velo integrale nei luoghi pubblici. Il suo carattere religioso non potrebbe, da solo, giustificarne il divieto, come ha ricordato su radio Europe 1 Jean-Pierre Chevènement, in lista per prendere la guida della Fondazione per l'islam francese: "Le persone sono libere di fare il bagno con il costume o meno. Io sono a favore della libertà, a meno che non ci siano necessità di ordine pubblico".
Il concetto di "pericolo per l'ordine pubblico" è comunque stato invocato da alcuni sindaci, come quello di Cannes, per giustificarne il divieto. Il decreto municipale della città afferma in particolare: "Un costume da bagno che richiama in maniera ostensibile un'appartenenza religiosa, quando la Francia e i luoghi di culto religioso sono attualmente bersaglio di attentati terroristici, è tale da creare pericoli per l'ordine pubblico che è necessario evitare".
Questo testo è stato convalidato dal tribunale amministrativo, ma è probabile che questa decisione non segni la fine del dibattito giuridico sul burkini in Francia, dal momento che sono in corso altre procedure.
Il burkini può anche essere vietato in edifici pubblici e privati per motivi igienici. Alcuni ritengono che, anche se usato per il nuoto, il costume può essere indossato fuori dall'acqua e quindi non è ammesso, come accade per i pantaloncini da bagno. Vari casi del genere sono stati evocati dalla stampa, per esempio a Douai (regione Nord) nel 2011 o a Emerainville (Seine-et-Marne) nel 2009. Difficile, tuttavia, applicare lo stesso ragionamento alle spiagge.
Un'eccezione francese?
Altre polemiche simili a quelle osservate in Francia sono esplose negli ultimi anni con l'arrivo del burkini nelle spiagge e nelle piscine. Il suo divieto ha scatenato discussioni a Charleroi (Belgio), a Costanza (Germania) oppure in alcuni alberghi del Marocco. In Spagna, il quotidiano El País sostiene che la polemica ha ormai varcato le frontiere.
Sarebbe dunque riduttivo presentare il dibattito sul burkini come esclusivamente francese. Tuttavia le dimensioni assunte quest'estate dalla diatriba hanno provocato alcuni commenti polemici sulla stampa internazionale. "Le autorità dovranno imparare a cogliere le differenze", ironizza la Bbc, che mostra, una accanto all'altra, le foto di una donna in burkini e quella di un uomo in tenuta da immersione. "La Francia individua la nuova minaccia alla sua sicurezza: il burkini", rincara l'edizione internazionale del New York Times.
La creatrice della tenuta al centro delle polemiche, Aheda Zanetti, respinge seccamente le critiche: "Mi piacerebbe porre una domanda: i sindaci e i politici francesi vogliono bandire il burkini, o semplicemente tutti i musulmani? Il burkini è il benvenuto in Australia e non importa che siate musulmano, cristiano, indù, ebreo o che altro. Siete tutti i benvenuti qui".
Alla domanda se abbia avuto problemi o ricevuto minacce, Zanetti replica: "No. A dire il vero, anzi, le vendite sono aumentate. Grazie".
(Traduzione di Federico Ferrone)

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