Zuckerberg dice che tra 10 anni la realtà virtuale sarà la nostra quotidianità. Ne abbiamo parlato con Stefano Quintarelli, autore di "Capitalismo immateriale": "Il futuro è super calcolo, A.I. e Internet delle cose".

“Entro il 2030 le nuove generazioni di Oculus permetteranno agli utenti di teletrasportarsi da un luogo all’altro senza muoversi dal divano. Non solo per giochi e intrattenimento, ma anche per lavoro. E questa evoluzione porterà enormi benefici anche all’ambiente, perché ridurrà in modo drastico le emissioni provocate da aerei e auto”. Mark Zuckerberg, ospite di una puntata del podcast The Information’s 411, ha annunciato che in un decennio la realtà virtuale farà parte della nostra quotidianità. Quindi siamo destinati a vivere in un mondo dove per incontrarci indosseremo occhiali e visori? Ne abbiamo parlato con Stefano Quintarelli, imprenditore, informatico e blogger italiano, che nel libro “Capitalismo immateriale” affronta il tema dell’economia immateriale e racconta come la rivoluzione digitale sia un drastico e radicale punto di rottura nella vita di ciascun essere umano.

Professor Quintarelli, in “Capitalismo immateriale” lei scrive che nel 2030 arriveremo a cinquecento miliardi di dispositivi connessi alla rete con una conseguente, enorme crescita dell’economia immateriale. Mark Zuckerberg racconta che entro il 2030 il “teletrasporto” sarà realtà. Lei che ne pensa?

“Cominciamo col dire che non credo allo sviluppo della realtà virtuale immersiva di Zuckerberg. Ricordo la foto in cui il fondatore di Fb si aggirava con gli Oculus e raccontava per la prima volta che la realtà virtuale sarebbe stata il futuro. Non ci credo innanzitutto per una questione ergonomica: non si può pensare di imporre Oculus alla gente per una giornata intera, basti pensare a quanto ci infastidisca oggi la mascherina. E poi perché la linea di sviluppo dell’informatica va in un’altra direzione”.

Ci spieghi meglio.

“La quantità di elaborazione di dati di un computer dipende dalla densità dei componenti presenti sulla superficie del chip. Più piccoli sono e più calcoli possiamo fare. Arriverà presto un momento in cui la miniaturizzazione si arresterà perché scatteranno fenomeni quantistici. A quel punto i computer non potranno più aumentare di potenza e la competizione non si giocherà più sulle performance ma sul prezzo, il prezzo dell’elettronica, dei chip, crollerà. I computer saranno ovunque e genereranno sempre più dati, la rete continuerà a raccoglierli in sterminati archivi, e i big data saranno sempre più big. Quando avremo computer dappertutto, nelle case, negli occhiali, nelle lampadine, sarà fondamentale l’intelligenza artificiale, necessaria ad estrarre ed elaborare tutte queste informazioni. In ambito industriale servirà il 5g, che consentirà di collegare fino a un milione di dispositivi per chilometro quadrato (la vera applicazione regina del 5G). Il futuro è super calcolo, AI e internet delle cose. La realtà virtuale invece è troppo lontana dal mercato. Ci sarà chi la userà ma sarà il suo utilizzo sarà marginale. Possiamo dire che ci saranno casi d’uso assai limitati e delle bellissime demo”.

In altre parole, scenderà il prezzo della tecnologia, i computer saranno ovunque e la realtà virtuale sarà destinata a restare tale.

“Il termine “virtuale”, spesso viene usato nel linguaggio comune per contraddistinguere ciò che non è materiale. Ma il dizionario ci dice che il termine proveniente dal latino medievale virtualis, che significa “ciò che è solo in potenza; potenziale. La realtà è virtuale essa stessa, è in potenza: Hollywood ci proietta una immagine irrealistica, non si avvererà”.

Facciamo un passo indietro. Nel suo libro parla di “materiale” ed “immateriale”. Ci aiuti a capire meglio la differenza con reale e virtuale.

“Noi viviamo in quella che il filosofo Luciano Floridi chiama “Infosfera”, uno spazio relazionale né online né offline dove tutto è sempre connesso. Non è fisico, non è virtuale. Io guardo dentro “l’infosfera” e vedo che questa è la somma di una dimensione materiale, fatta di beni tangibili, e di una immateriale. Per questo materiale e immateriale non sono sinonimi di reale e virtuale. Il reale può essere materiale o immateriale. Nell’economia immateriale produrre, riprodurre, archiviare e spedire informazioni non costa nulla, per questo è destinata a crescere. E a questa crescita corrisponderà una decrescita dell’energia utilizzata per ogni punto di Pil prodotto. Internet ci aiuterà ad essere sempre più sostenibili”.

Perché Zuckerberg parla di realtà virtuale se il mercato va in direzione opposta?

“Le più grandi compagnie di intermediazione (nomi conosciuti come Facebook, Google, Amazon, Apple, Airbnb, Uber, ma anche molti altri, meno noti al grande pubblico) hanno fatturati che spesso superano quelli di una nazione, con margini da capogiro. Naturalmente osteggiano ogni trasformazione dannosa per i loro profitti. Zuckerberg è pesantemente sotto pressione perché l’amministrazione Biden vuole penalizzare Facebook; sempre più si parla dell’ipotesi di un suo smembramento, Facebook messanger, Instragram, Whatsapp. Ha rapporti molto tesi con Apple. Stiamo assistendo a uno shift tra modelli sostenuti dalla pubblicità o modelli pay, ovvero Facebook Versus Apple.

Insomma, se il futuro sarà a pagamento Zuckerberg dire qualcosa.

“La tecnologia ha un costo marginale nullo, i servizi di intermediazione pubblicitaria si riducono di prezzo, la pubblicità costa meno, e se la pubblicità costa meno ed il calo non è compensato dalla crescita degli utenti e del tempo che loro passano sui suoi servizi, Zuck perde ricavi. Se il futuro di Internet non è più solo centrato sulla pubblicità, Google cerca di conquistare nuove fette a danno di Facebook cambiando il meccanismo dei cookie, Apple lo fa eliminando la pubblicità profilata. Allora Facebook ha bisogno di una narrazione favorevole e quindi parla di realtà virtuale dicendo che tra 10 anni tutti vivremo così, quindi gli utenti aumenteranno, il tempo speso sui suoi servizi aumenterà e l’azienda può continuare a crescere”.

Sono necessarie delle “regole” che disciplinino tutte queste dinamiche?

“La dinamica principale nei prossimi anni sarà quello di un intervento legislativo per ridurre il potere politico degli operatori monopolisti, arriveremo a regole specifiche di antitrust digitale, ma a anche ad una nuova affermazione di diritti digitali. Basti pensare al diritto all’autodeterminazione della propria identità: tutto l’insieme dei nostri dati delle nostre relazioni, che aspetti della mia identità posso condividere nei confronti degli altri. Il diritto alla disconnessione. Il diritto alla Privacy, eccetera. I diritti digitali sono la sfida politica del 21esimo secolo”.

Il problema dei deepfake è collegabile ai diritti individuali?

“Lo pensi o lo sai? Lo pensi perché l’hai sentito dire? O perché l’hai verificato, andando cioè a cercare una fonte affidabile? È uno slogan che uso sempre! Il deepfake è come il venditore dei pacchi che possiamo incontrare a lato della strada. Riconosciamo la truffa nella dimensione materiale, ma nella dimensione immateriale non siamo abituati a riconoscere fenomeni come i Deepfake. Non abbiamo nessuna possibilità di sapere se un contenuto audio o video sia vero oppure no, quindi abbiamo bisogno del contesto e di chi ci fornisce il contesto, perché è il contesto che dice se una cosa è vera o no, un ruolo importante per chi fornisce informazione, per gli editori che svolgono una funzione sociale imprescindibile”.

In pratica lei dice che dovrebbe finire l’era del “l’ho letto su internet”?

“La speranza è che le nuove generazioni imparino ad andare alla fonte. Per contrastare fenomeni come quello dei Deepfake si può arginare insegnando ai ragazzi ad essere curiosi. A insegnare nelle scuole l’esame critico delle fonti”.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Stefano Quintarelli: "La realtà virtuale di Zuckerberg non si avvererà" di Adele Sarno

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Venerdì, 21 Agosto 2020 00:00

Ecco l'identikit del camminatore

Per la prima volta il numero di persone che percorre i Cammini in Italia supera quello degli italiani che hanno affrontato il celebre Cammino di Santiago di Compostela. Lo segnala un sondaggio effettuato dalla casa editrice Terre di Mezzo che mostra per la prima volta il sorpasso.

Sono infatti 32.338 le persone che nel 2018 hanno chiesto la credenziale per uno degli itinerari nel Belpaese, contro i 27.009 italiani arrivati alla Cattedrale di Santiago (è la nazionalità più numerosa, dopo gli spagnoli). “Non era mai successo. Segno che c’è un potenziale per i cammini italiani”, sottolinea Miriam Giovanzana, direttore editoriale di Terre di mezzo che ha condotto un’ampia indagine sia sulla base dei dati forniti dalle associazioni o enti che accolgono i pellegrini che su un questionario lanciato su Facebook, al quale hanno risposto 2.930 camminatori.

In Italia il Cammino preferito resta la Via Francigena, con 17.092 credenziali richieste, seguita dai cammini francescani (Via di Francesco e Di qui passò Francesco, 7.352), dalla Via degli Dei (3.800), dal Cammino di San Benedetto (2.106), dai Cammini francigeni di Sicilia (1.426) e dalla Via Romea Germanica (652). Nel 2017 in Italia su questi Cammini sono state consegnate 23.547 credenziali, salite nell’anno successivo appunto a 32.338 con una crescita del 37,3%. Interessanti anche i dati sugli attestati rilasciati nei luoghi in cui i cammini si concludono. A Roma (punto di arrivo di più Cammini) li hanno ritirati 9.372 pellegrini, ad Assisi 3.950 e a Montecassino 700.


Ed ecco nel dettaglio i risultati approfonditi della ricerca condotta da Terre di mezzo.

L’identikit del camminatore
Sono in maggioranza uomini (57%), con un buon livello culturale: diplomati e laureati entrambi al 44%. Il 73% ha un impiego, come dipendente (49%) o libero professionista (18%). I camminatori in Italia sono in maggioranza over 40: il 19,7% tra 41 e 50 anni, il 28,9% ha tra 51 e 60 anni, il 24,1% tra 61 e 70 anni. Il 74% ha fatto più di un cammino, non solo in Italia. I camminatori italiani vivono soprattutto nelle regioni del centro nord: 28% in Lombardia, 13% in Emilia, 11% in Veneto, 10% nel Lazio, 8% in Piemonte e 8% in Toscana.

Le ragioni e lo stile del camminare
Il 25% sostiene di mettersi in cammino per motivi religiosi, più alte le percentuali di chi risponde “per fare trekking” (52%), “per stare nella natura” (50%) o “per scoprire il territorio” (46%). Pochi quelli che affrontano il pellegrinaggio in bici, l’11%. Moltissimi si cimentano nell’impresa nel periodo primaverile o estivo: i picchi si registrano a maggio (19% di chi ha risposto) e in agosto (21%). Il 51% fa tutto il cammino in una sola volta. Sulla Via Francigena solo il 16% parte e arriva in una sola stagione, gli altri preferiscono dividere il cammino in più anni. Sono percorsi interamente invece i percorsi più brevi, come la Via degli Dei (90%), la Magna Via Francigena in Sicilia (82%), Italia coast to coast (64%) e il Cammino di San Benedetto (51%). Per la maggioranza dei camminatori il viaggio dura al massimo due settimane. Preferiscono camminare in coppia (il 38%) o in gruppo, mentre uno su tre sceglie l’avventura in solitaria.

La preparazione e le ricadute sul territorio
Il cammino inizia prima della partenza. Ben il 75% si allena in anticipo, approfittando del tempo libero. Inoltre, l’81% si procura la credenziale (e il 72% di chi è arrivato alla meta ha ritirato il testimonium), e non parte senza aver prima acquistato una guida cartacea (75,6%). Il 45% spende in media dai 30 ai 50 euro al giorno. Il 65,4% pernotta in un B&B, il 57,1% in strutture religiose, il 28,4% in agriturismi e il 23,8% in alberghi. E se il 73% pranza con i panini, il 52% poi si concede una cena al ristorante e il 27% sceglie strutture che offrono il menu per pellegrini. Prima di partire, il 42% ha acquistato calzature, il 39% abbigliamento tecnico e il 31% attrezzatura come zaino, borraccia o bastoncini. Il 34% sostiene che ha scoperto i Cammini d’Italia attraverso il cosiddetto passaparola. Per il 32% la fonte è stata Internet, per il 14% Facebook e per l’8% tv, radio o giornali.

Da "https://www.repubblica.it/" Dalla Francigena alla via degli Dei: i percorsi italiani “battono” Santiago de Compostela. Ecco l'identikit del camminatore

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Lunedì, 23 Marzo 2020 00:00

Il lato luminoso della noia


La noia, scrive Scientific American, è una faccenda tutt’altro che noiosa, e sta progressivamente catturando l’interesse degli scienziati. Il motivo è semplice: la noia può influenzare in modo significativo il nostro modo di comportarci: per esempio, può farci mangiare più del necessario. O può incoraggiare una guida spericolata, e in generale i comportamenti arrischiati. Inoltre, influisce negativamente per un impressionante 25 per cento sulle prestazioni degli studenti (è lo stesso influsso esercitato, in positivo, dall’intelligenza innata).

La noia è da molti percepita come un cocktail amarognolo di senso di vuoto, demotivazione e malinconia.

Ci annoiamo quando ci sembra che attorno a noi non ci sia niente di interessante da fare (o quando siamo costretti a svolgere un compito monotono). Quando ci annoiamo ci sentiamo anche inutili: non è una bella sensazione. E poi: la noia altera il nostro senso del tempo (gli attimi sembrano ore). Anche questo è destabilizzante.

Misurare la noia
Insomma: la noia sembra essere proprio una condizione da evitare, potendo. Infatti tendiamo a riempire i nostri tempi vuoti, e potenzialmente noiosi, di passatempi e intrattenimenti: qualcosa da fare quando non abbiamo niente da fare.

Per studiare bene una cosa bisogna riuscire a misurarla. Già alla fine degli anni ottanta, i ricercatori mettono finalmente a punto una scala per misurare la noia (Bps– Boredom proneness scale). La prima evidenza emersa dalla sua applicazione è questa: esistono sia situazioni noiose, sia persone che si annoiano più facilmente e frequentemente di altre.

Si tratta di due distinti, e per certi versi opposti gruppi di persone. Da una parte, la noia affligge gli individui più impulsivi, iperattivi e meno dotati di autocontrollo. Dall’altra, tendono ad annoiarsi molto anche le persone più propense a mettersi sempre al riparo da tutto, e a non uscire mai dalla propria comfort zone.

La paura riguarda il futuro, il rimpianto riguarda il passato, la noia riguarda sempre il presente

Un’ampia sintesi delle ricerche esistenti sul tema, uscita su Perspectives on Psychological Science, ci dice che comunque la noia è una condizione che, con maggiore o minor frequenza, affligge il 90 per cento degli individui.

E ancora: la noia può rendere le persone inerti o irritabili. Accresce il loro senso di costrizione. Aumenta nelle situazioni che non si possono modificare e in cui ci si sente intrappolati.

Un punto interessante riguarda la relazione tra noia e tempo: mentre alcune emozioni spiacevoli (per esempio, la paura) possono riguardare il futuro, e altre (per esempio, il rimpianto) possono riguardare il passato, la noia riguarda sempre il presente.

Orientare l’attenzione
Ma anche l’attenzione riguarda il “qui e ora”. Si sta attenti “adesso”, così come ci si annoia “adesso”. Infatti la noia è strettamente connessa con la capacità di gestire e orientare l’attenzione, e diminuisce quanto più si trova qualcosa a cui vale la pena di stare attenti.

La maggior parte dei ricercatori (è ancora Scientific American ad affermarlo) concorda sul fatto che le persone siano disposte a darsi molto da fare per alleviare la noia: “La spinta a non annoiarsi può diventare così forte da far sì che le persone scelgano coscientemente di vivere un’esperienza spiacevole come alternativa”.

Per esempio: per ridurre la noia degli studenti di fisica, la Advanced Distributed Learning Initiative, un’azienda che sviluppa strumenti educativi per il dipartimento della difesa degli Stati Uniti, si è addirittura inventata un programma informatico che insulta chi sbaglia risposta alle domande, e loda maliziosamente chi dà risposte corrette.

Sembra che tutto ciò abbia convinto gli studenti a dedicare più tempo all’apprendimento per il semplice fatto che “gli insulti introducono un elemento di novità e contrastano la noia”.

Eppure.

Eppure se la noia continua ad affliggerci, deve pur avere qualche tipo di utilità evolutiva, no? Dopotutto, la paura ci aiuta a evitare rischi futuri, la tristezza e il rimpianto ci aiutano a evitare di ripetere gli errori del passato.

Che ci possiamo dunque fare, con la noia?

Eccoci al punto: la noia (è quanto afferma Heather Lench, psicologa alla Texas University) ci spinge a tirar fuori la nostra curiosità. E la curiosità è uno dei nostri beni più preziosi perché ci guida a cercare nuove opportunità. Al livello collettivo, è un grande motore di conoscenza. Al livello individuale, è un fattore di benessere e di salute mentale, anche in tarda età.

Ma non solo. Il fatto che ci stiamo annoiando, e che annoiarci non ci piace, può spingere la nostra mente a essere, per reazione alla monotonia, più creativa.

Tutto questo però succede a patto che non cerchiamo di contrastare la noia ricorrendo a gratificazioni istantanee (controllare per l’ennesima volta lo schermo del cellulare, aprire per l’ennesima volta il frigorifero).

Come se fosse la prima volta
Per chiarire il concetto, vi riporto qui un curioso esperimento che stabilisce una relazione diretta tra creatività e noia.

In una situazione di laboratorio, un gruppo di persone è coinvolto in un compito sommamente noioso (selezionare a uno a uno per colore i fagioli contenuti in una coppa).

Questo stesso gruppo è in seguito coinvolto in un compito che riguarda la produzione di idee creative. E ottiene risultati assai migliori di quelli ottenuti da un gruppo di controllo, costituito da persone che in precedenza sono state impegnate in un’attività divertente.


In sostanza, è come se il cervello annoiato cercasse una rivalsa. Se appena gli offriamo l’opportunità di cimentarsi, si dimostra più attivo. Più energico, e più vispo. Più capace di risolvere problemi.
Se accettiamo la sfida della noia potremmo perfino scoprire che nell’annoiarsi c’è un lato luminoso. E potremmo cominciare a usare consapevolmente la noia come carburante per alimentare la nostra curiosità e la nostra attitudine a inventare.

Lavoriamo sulla nostra capacità di prestare attenzione. A che cosa? A un dettaglio. A una storia che leggiamo, che ascoltiamo o che ci viene in mente. A un ricordo. A qualcosa che merita di essere aggiustato. A qualcuno, che potremmo provare a guardare come se fosse la prima volta.

Anche dentro una stanza possiamo scoprire, o immaginare, un mondo intero.

Andrà tutto bene.


Da "https://www.internazionale.it/" Il lato luminoso della noia di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Studi e ricerche
Venerdì, 17 Gennaio 2020 00:00

Ecco il trend tecnologico del 2020

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane. Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, oggetti autonomi, il potenziamento dell’edge computing
Cosa ci riserva il nuovo decennio? Quali sono le tendenze della tecnologia? Gartner, che negli ultimi anni si è affermata come società di consulenza e ricerca nel settore, ha elaborato un rapporto che prova ad individuare le principali sfide tecnologiche, non mancando di sottolineare ancora una volta come ogni tecnologia emergente ha la capacità di cambiare la nostra vita. Ma tutto dipende dall’uso, solo un utilizzo corretto e consapevole della tecnologia può migliorare il nostro modo di lavorare e le strategie aziendali.

Per il 2020 Gartner ha elaborato l’analisi dell’impatto delle nuove tecnologie in due grandi categorie: tecnologie umano centriche e tecnologie “smart spaces”,

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane.

Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, robotica, il potenziamento dell’edge compiuting

L’iper automazione ovvero la combinazione di più Machine Learning (ML), software e strumenti di automazione. Per questo è necessario che le aziende abbiano una totale comprensione di ogni momento dei meccanismi di automazione aziendale, per comprendere come gli stessi possono essere tra di essi ricombinati e coordinati. Sebbene ci siano delle similitudini con la Robotic Process Automation (RPA), l’iper automazione richiede anche una combinazione di strumenti per aiutare a supportare la replicazione di passaggi in cui una persona svolge un compito.

Per multiexperience si intende invece quel fenomeno, crescente per il quale l’esperienza con il quale le persone percepiscono il mondo digitale cambia. Si tratta di una modifica della percezione e dell’interazione che porta ad una diversa esperienza multisensoriale e multimodale. Le piattaforme stanno modificando infatti il modo con cui le persone interagiscono con le altre. Ma nel prossimo decennio, anche grazie alla disponibilità di maggiore banda in mobilità, la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata avranno maggiore diffusione, incidendo nella modifica delle modalità di interazione personale. Ovviamente le prime applicazioni saranno di tipo industriale, per coinvolgere poi ogni tipo di interazione persona-macchina e persona-persona. La novità è rappresentata anche dal fatto che le interazioni coinvolgeranno via via e sempre in misura maggiore più sensi oltre vista e udito.

Il tema della democratizzazione delle competenze è fondamentale per non lasciare nessuno indietro. Ciò consentirà esperienze radicalmente semplificate e senza richiedere una formazione estesa e costosa. Gli aspetti chiave di questa tendenza sono: democratizzazione dei dati e strumenti di analisi; democratizzazione dello sviluppo (mettendo al centro strumenti di IA da sfruttare in applicazioni sviluppate su misura); democratizzazione del design (attraverso l’espansione dei fenomeni low-code, no-code e con l’automazione di ulteriori funzioni di sviluppo di applicazioni); democratizzazione della conoscenza (per consentire a non informatici di accedere a strumenti e sistemi esperti che consentono di sfruttare e applicare competenze specializzate al di là delle proprie competenze e della propria formazione).

È sempre più crescente la consapevolezza del fatto che i dati personali hanno un valore e per questo devono essere controllati. La trasparenza e la tracciabilità sono elementi a sostegno di questa esigenza di etica digitale e di privacy. Si tratta di elementi che avranno una ricaduta diretta nelle policy nelle tecnologie utili per soddisfare i requisiti normativi. Ma il vantaggio sarà anche quello di preservare un approccio etico all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, rimediando alla caduta di fiducia nelle aziende. Centrale sarà il tema della proprietà e controllo dei dati personali e di una progettazione delle applicazioni allineata dal punto di vista etico.

La questione più controversa inserita da Gartner nella categoria delle tecnologie umano centriche riguarda l’aumento delle capacità umane, esistono già fenomeni di biohacker (o bodyhacker), persone che hanno impiantato sotto pelle microchip o inoculano vaccini fai da te o il proprio dna modificato. L’aumento può avere due aspetti uno fisico e uno cognitivo, in un caso si tratterà della possibilità di modificare le proprie capacità fisiche intrinseche, impiantando un dispositivo tecnologico nel corpo, ovvero anche in modalità indossabili. Nell’altro attraverso l’accesso alle informazioni e lo sfruttamento massivo di applicazioni su sistemi informatici tradizionali con l’emergente interfaccia multi-experience. Ciò avrà un effetto sui dipendenti delle aziende che cercheranno di sfruttare i loro miglioramenti personali – e persino di estenderli – per migliorare il loro ambiente di lavoro nel suo complesso.

Nell’ambito delle tecnologie smart spaces prima tra tutte rientra lo sviluppo del cloud. Il territorio del cloud si espande e sarà sempre più distribuito. Ciò significa che la distribuzione dei servizi di cloud pubblico avverrà in diverse località, mentre il fornitore si assumerà la responsabilità del funzionamento, della governance, degli aggiornamenti e dell’evoluzione dei servizi. Ciò rappresenta un significativo cambiamento rispetto al modello centralizzato della maggior parte dei servizi cloud pubblici e porterà a una nuova era nel cloud computing.

La blockchain ha il potenziale per rimodellare le industrie aumentando la trasparenza e la fiducia nello scambio di valore tra i diversi ecosistemi aziendali. Ciò consentirà anche di ridurre i costi di controllo e ridurrà i tempi di riconciliazione. Le aziende potranno apprezzare la tracciabilità dei beni riducendo i rischi di prodotti contraffatti: ciò avrà effetti anche nel settore alimentare dove maggiori sono i rischi di sfruttamento dei nomi di origine per vendere prodotti di scarsa qualità. Un altro settore nel quale la blockchain ha un potenziale di crescita sono gli smart contract, nonostante questo la blockchain può rimanere ancora per molto tempo non adeguata alle implementazioni aziendali a causa di una serie di problemi tecnici, tra cui la scarsa scalabilità e interoperabilità. Però proprio per questo le aziende dovrebbero iniziare a studiare l’utilizzo della blockchain nell’ambito del proprio business, anche se non ne prevedono un’adozione nel breve termine.

L’Intelligenza Artificiale e l’apprendimento automatico (machine learning) continueranno ad essere applicati sempre di più. Se ciò porta indubbiamente ad aumentare le capacità aziendali, dall’altro espone il business a nuovi rischi connessi alla sicurezza informatica. Le questioni chiave saranno quindi: proteggere i sistemi in cui è utilizzata l’intelligenza artificiale; sfruttare la stessa IA per migliorare la sicurezza; anticipare gli attacchi da parte degli aggressori.

Il prossimo decennio sarà quello della robotica. L’utilizzo di dispositivi fisici che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per automatizzare funzioni precedentemente svolte dall’uomo, sarà sempre più massivo. Le forme attuali più riconoscibili sono i robot, i droni, i veicoli/navi autonomi e gli elettrodomestici. L’automazione andrà oltre rigidi modelli di programmazione grazie all’intelligenza artificiale per una migliore e più naturale interazione con l’ambiente circostante e con le persone. Inoltre con il miglioramento della capacità tecnologica, con una maggiore regolamentazione (e una crescente accettazione sociale), gli oggetti autonomi saranno sempre più diffuse negli spazi pubblici.

L’edge computing è una modalità con cui l’elaborazione dei dati, la raccolta di contenuti e la consegna avviene più vicino alle fonti dei dati stessi, agli archivi e agli utilizzatori delle informazioni. Di fatto è una tecnologia che cerca di mantenere il traffico e l’elaborazione locale per ridurre la latenza. L’attenzione per l’edge computing deriva dalla necessità per i sistemi di IoT di fornire capacità disconnesse o distribuite nel mondo dell’IoT embedded per settori specifici come la produzione o la vendita al dettaglio. Per questo L’edge computing può diventare un fattore dominante in quasi tutti i settori industriali, aumentando i casi d’uso, grazie al fatto che risorse di calcolo sempre più sofisticate e specializzate, così come una maggiore capacità di storage, sono fattori sempre più diffusi. Inoltre complessi dispositivi, tra cui robot, droni, veicoli autonomi e sistemi operativi accelereranno il potenziamento dell’edge computing.

Da "https://formiche.net/" Ecco il trend tecnologico del 2020 di Sergio Boccadutri

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Come decidiamo quale prodotto comprare? Da tempo sappiamo che in genere non prendiamo decisioni sempre razionali. Anzi, sembrerebbe coinvolto anche il corpo


Per meglio comprendere il perché le persone sono spinte a un acquisto piuttosto che a un altro, è importante spiegare le modalità con cui l’uomo compie una decisione, azione insita nel processo di acquisto dei consumatori.


Si sceglie impulsivamente “di pancia” o razionalmente “di testa”?

Shopping: come prendiamo decisioni?


In generale, una decisione può essere definita come una risposta a una situazione nella quale sono presenti comportamenti alternativi che, conducendo a esiti diversi, determinano conseguenze differenti.

Molti studiosi si sono interrogati sulle modalità con cui l’uomo prende una decisione e dunque sceglie tra possibili corsi di azione. Inizialmente, i ricercatori hanno proposto un modello teorico secondo cui l’essere umano è razionale: in base a tale ipotesi il processo decisionale si conclude nell’opzione che reca un maggior guadagno al decisore, in base al valore attribuito da quest’ultimo alle conseguenze degli esiti dei corsi di azione valutati (utilità attesa) (Von Neumann, J., & Morgenstern, O., 2007). Tuttavia, dati empirici hanno messo in discussione tale assunto di base, evidenziando come gran parte delle scelte non vengono compiute mediante criteri razionali. Herbert Simon, economista, psicologo e informatico statunitense – focalizzando l’attenzione oltre che sugli esiti anche sulle procedure con cui le persone prendono le decisioni – ha introdotto il concetto di razionalità limitata che evidenzia i limiti della mente umana, i quali non rendono il processo decisionale razionale: le persone non dispongono di informazioni complete o di un sistema di preferenze stabile (Simon, H. A., 1978).

Studi successivi hanno messo in luce come alla base dei processi decisionali e valutatavi vi siano bias cognitivi, frutto dalle limitate risorse cognitive possedute dalle persone e dalle emozioni vissute da quest’ultime (Shefrin, H., & Statman, M., 2003; Zajonc, R.B., 1998; Tversky, A., & Kahneman, D., 1992).

Shopping: in quale modo le emozioni influenzano le nostre scelte?


Antonio Damasio – neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese – ha formulato l’esistenza dei marcatori somatici, ossia sensazioni piacevoli o spiacevoli – associate a segnali corporei più o meno intensi – che permettono di anticipare le emozioni che si provano in seguito a una scelta, influenzando quest’ultima (Bechara, A., & Damasio, A. R., 2005).

Egli ritiene che le esperienze emozionali siano radicate nel corpo umano e che vengano coinvolte in maniera decisiva durante le fasi decisionali. A sostegno di tale ipotesi, evidenze scientifiche hanno messo in luce come le persone con danni celebrali nelle aree prefrontali ventromediali, pur presentando un’intelligenza e una capacità sociale a livello normale, hanno difficoltà nei processi decisionali a causa di una mancata attivazione dei segnali corporei associati alle emozioni (marcatori somatici).

Secondo tale teoria, i suddetti marcatori gestiscono i comportamenti di evitamento e di avvicinamento: quando in una determinata situazione nell’organismo si presenta un segnale corporeo positivo – associato ad esempio alla gioia – esso viene espresso con un comportamento inconscio di avvicinamento, mentre quando si verificano segnali corporei negativi, associati ad esempio alla paura o alla vergogna, questi determinano di solito l’evitamento di situazioni analoghe.

In altre parole, i segnali corporei (marcatori somatici) sono lo step precedente al processo decisionale razionale, rappresentando una sorta di “pre-decisione” e collegano reazioni emozionali con i ricordi di determinati avvenimenti, creando una sorta di memoria emozionale: se si è nuovamente esposti a uno stimolo che precedentemente ha suscitato una determinata emozione, quest’ultima viene rivissuta – in quanto associata al segnale corporeo (positivo o negativo) precedentemente attivato – e determina una scelta anziché un’altra.

Le emozioni, infatti, agiscono come una sorta di sistema di guida che orienta in una determinata direzione gli esseri umani quando sono in procinto di compiere una scelta. (Damasio. A., 1995)

Shopping: perché compriamo proprio un prodotto e non un altro
Ogni comunicazione pubblicitaria e ogni strategia di marketing stimola un’emozione positiva che determina inequivocabilmente un marcatore somatico, il quale viene attivato ogni volta che il consumatore entra in contatto con il prodotto o con la marca sponsorizzata, finendo inevitabilmente per influenzare le decisioni d’acquisto: tale processo avviene associando al prodotto in vendita una rappresentazione mentale e stimoli fisici gradevoli o valorizzando il consumatore.

Ad esempio, se ad un determinato capo di abbigliamento viene associato un profumo piacevole, in quanto caratterizzante il punto vendita, il marcatore somatico elicitato dalla gradevolezza del profumo si attiverà anche semplicemente al contatto con il capo di abbigliamento stesso favorendo l’acquisto del capo stesso.

In altre parole, tendiamo ad acquistare i prodotti che riescono ad attivare con più frequenza e intensità sensazioni corporee piacevoli.

 

Da "www.stateofmind.it" Perché proprio quel prodotto e non un altro?

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Video

Da "it.euronews.com" 19 gennaio 2019: Matera diventa "Capitale Europea della Cultura" di Marta Brambilla

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Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

Per un giorno di festa

I giornali ci riportano la cronaca di dibattiti infiniti, discussioni mai concluse, insanabili divergenze.

Arrivano i neri; no, arrivano i cinesi; no, arrivano gli immigrati; no, arrivano i musulmani; no, arrivano i leghisti; no, arrivano i cinque stelle; no, arrivano i pochi comunisti rimasti.

Poi arrivano anche i tedeschi con lo spread; i francesi con la grandeur; anche i greci che stanno risanando il debito; gli spagnoli che manderanno da noi i catalani; poi, infine, arrivano anche i robot che ci manderanno tutti al diavolo e si sistemeranno al posto di comando.

Poi arrivano le feste; no, sono già passate; no arrivano le stagioni; no, non sono più di moda; arrivano i figli; no, sono andati e non tornano; arrivano i pagamenti; no, siamo evasori; arrivano i salvatori; no, ce n’era uno e lo hanno messo in croce.

Ecco l’Italia è pressappòco questa: terra di frontiera e confine insieme; terra di immigrati e emigranti insieme; terra di disperazione e di speranza insieme; terra di fantasia e di sfessati insieme; terra di tutti e di nessuno; terra dove tutto si può perché niente si deve; terra dove tutto trova un posto perché nessuno rimane al suo posto; terra dove i fiori, i figli, i gigli, il sole, le albe e i tramonti si intrecciano e si abbracciano; terra dove il sole fa corona insieme alle nuvole che lo corteggiano; terra per i grandi e per i piccoli; terra dove tutto va perché deve andare; terra dove la politica si attarda e si impegna; dove i politici si stabilizzano in un eterno presente; dove i giornalisti si esercitano con le parole di carta; dove noi siamo più forti degli eroi, più tenaci dei disperati, più italiani degli italiani.

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Hollyvood e Babilonia

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 06 Novembre 2017 00:00

La sinistra fa di ogni erba un fascio

A sinistra si fa di ogni erba un Fascio,  Pietrangelo buttafuoco

La destra non fa più la destra, ma la plebe. E tra i democratici si mima una lingua estranea. Per non perdere l’elettorato in fuga verso Lega e M5s

La sinistra non dice più cose di sinistra. Matteo Renzi, titolare del marchio, ruba perfino lo slogan all’altro Matteo, Salvini, e di fronte alla marea di disperati naufraghi nel Mediterraneo, urla: «Aiutiamoli a casa loro!». La destra, invece, non fa più la destra. Fa la plebe. La destra si fa carico della schiuma degli avvinazzati al seguito del populismo occidentalista Barabba nel frattempo che la sinistra – affidatasi ai banchieri – nel non dire più certe cose realizza il blocco sociale delle élite. La sinistra sta a destra e viceversa. Uomini un tempo forgiati alle Frattocchie – la scuola quadri del Partito comunista – al calduccio delle commissioni di bilancio della Ue vivono oggi lo stesso ruolo di Maria Antonietta di Francia quando, a un passo del patibolo, al popolo che non trovava pane, diceva: «Mangiate brioche».

Tutto il contrario della destra che, fattasi plebe, incapace di darsi un’avanguardia – una qualunque elaborazione politica – passa direttamente alla fase estrema dell’indistinta rabbia: l’infantilismo. Latra l’intero repertorio populista, la destra. Arraffa le budella della plebe più avvelenata, non sente ragioni non avendo testa per nessuna ragione ed è coerente solo alla caricatura disegnata dagli avversari: «Ecco le zoccole che fanno perdere la testa ai bravi ragazzi dell’Arma». Fin qui uno dei commenti sullo stupro di Firenze giusto a saggiare il web, la casa d’identificazione e domicilio di una massa il cui orizzonte tutto semplificato, tra le liane della complessità globale, è degno di un selvatico non ancora folgorato da Jane: «Io Tarzan, tu Cita»…

Pubblicato in Passaggi del presente
Martedì, 01 Agosto 2017 00:00

Perchè si scrive

Perché si scrive? Ecco l’opinione di Primo Levi:

Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.

4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6) Per liberarsi da un’angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi apre giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

Pubblicato in Studi e ricerche
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