Come decidiamo quale prodotto comprare? Da tempo sappiamo che in genere non prendiamo decisioni sempre razionali. Anzi, sembrerebbe coinvolto anche il corpo


Per meglio comprendere il perché le persone sono spinte a un acquisto piuttosto che a un altro, è importante spiegare le modalità con cui l’uomo compie una decisione, azione insita nel processo di acquisto dei consumatori.


Si sceglie impulsivamente “di pancia” o razionalmente “di testa”?

Shopping: come prendiamo decisioni?


In generale, una decisione può essere definita come una risposta a una situazione nella quale sono presenti comportamenti alternativi che, conducendo a esiti diversi, determinano conseguenze differenti.

Molti studiosi si sono interrogati sulle modalità con cui l’uomo prende una decisione e dunque sceglie tra possibili corsi di azione. Inizialmente, i ricercatori hanno proposto un modello teorico secondo cui l’essere umano è razionale: in base a tale ipotesi il processo decisionale si conclude nell’opzione che reca un maggior guadagno al decisore, in base al valore attribuito da quest’ultimo alle conseguenze degli esiti dei corsi di azione valutati (utilità attesa) (Von Neumann, J., & Morgenstern, O., 2007). Tuttavia, dati empirici hanno messo in discussione tale assunto di base, evidenziando come gran parte delle scelte non vengono compiute mediante criteri razionali. Herbert Simon, economista, psicologo e informatico statunitense – focalizzando l’attenzione oltre che sugli esiti anche sulle procedure con cui le persone prendono le decisioni – ha introdotto il concetto di razionalità limitata che evidenzia i limiti della mente umana, i quali non rendono il processo decisionale razionale: le persone non dispongono di informazioni complete o di un sistema di preferenze stabile (Simon, H. A., 1978).

Studi successivi hanno messo in luce come alla base dei processi decisionali e valutatavi vi siano bias cognitivi, frutto dalle limitate risorse cognitive possedute dalle persone e dalle emozioni vissute da quest’ultime (Shefrin, H., & Statman, M., 2003; Zajonc, R.B., 1998; Tversky, A., & Kahneman, D., 1992).

Shopping: in quale modo le emozioni influenzano le nostre scelte?


Antonio Damasio – neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese – ha formulato l’esistenza dei marcatori somatici, ossia sensazioni piacevoli o spiacevoli – associate a segnali corporei più o meno intensi – che permettono di anticipare le emozioni che si provano in seguito a una scelta, influenzando quest’ultima (Bechara, A., & Damasio, A. R., 2005).

Egli ritiene che le esperienze emozionali siano radicate nel corpo umano e che vengano coinvolte in maniera decisiva durante le fasi decisionali. A sostegno di tale ipotesi, evidenze scientifiche hanno messo in luce come le persone con danni celebrali nelle aree prefrontali ventromediali, pur presentando un’intelligenza e una capacità sociale a livello normale, hanno difficoltà nei processi decisionali a causa di una mancata attivazione dei segnali corporei associati alle emozioni (marcatori somatici).

Secondo tale teoria, i suddetti marcatori gestiscono i comportamenti di evitamento e di avvicinamento: quando in una determinata situazione nell’organismo si presenta un segnale corporeo positivo – associato ad esempio alla gioia – esso viene espresso con un comportamento inconscio di avvicinamento, mentre quando si verificano segnali corporei negativi, associati ad esempio alla paura o alla vergogna, questi determinano di solito l’evitamento di situazioni analoghe.

In altre parole, i segnali corporei (marcatori somatici) sono lo step precedente al processo decisionale razionale, rappresentando una sorta di “pre-decisione” e collegano reazioni emozionali con i ricordi di determinati avvenimenti, creando una sorta di memoria emozionale: se si è nuovamente esposti a uno stimolo che precedentemente ha suscitato una determinata emozione, quest’ultima viene rivissuta – in quanto associata al segnale corporeo (positivo o negativo) precedentemente attivato – e determina una scelta anziché un’altra.

Le emozioni, infatti, agiscono come una sorta di sistema di guida che orienta in una determinata direzione gli esseri umani quando sono in procinto di compiere una scelta. (Damasio. A., 1995)

Shopping: perché compriamo proprio un prodotto e non un altro
Ogni comunicazione pubblicitaria e ogni strategia di marketing stimola un’emozione positiva che determina inequivocabilmente un marcatore somatico, il quale viene attivato ogni volta che il consumatore entra in contatto con il prodotto o con la marca sponsorizzata, finendo inevitabilmente per influenzare le decisioni d’acquisto: tale processo avviene associando al prodotto in vendita una rappresentazione mentale e stimoli fisici gradevoli o valorizzando il consumatore.

Ad esempio, se ad un determinato capo di abbigliamento viene associato un profumo piacevole, in quanto caratterizzante il punto vendita, il marcatore somatico elicitato dalla gradevolezza del profumo si attiverà anche semplicemente al contatto con il capo di abbigliamento stesso favorendo l’acquisto del capo stesso.

In altre parole, tendiamo ad acquistare i prodotti che riescono ad attivare con più frequenza e intensità sensazioni corporee piacevoli.

 

Da "www.stateofmind.it" Perché proprio quel prodotto e non un altro?

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Da "it.euronews.com" 19 gennaio 2019: Matera diventa "Capitale Europea della Cultura" di Marta Brambilla

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Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

Per un giorno di festa

I giornali ci riportano la cronaca di dibattiti infiniti, discussioni mai concluse, insanabili divergenze.

Arrivano i neri; no, arrivano i cinesi; no, arrivano gli immigrati; no, arrivano i musulmani; no, arrivano i leghisti; no, arrivano i cinque stelle; no, arrivano i pochi comunisti rimasti.

Poi arrivano anche i tedeschi con lo spread; i francesi con la grandeur; anche i greci che stanno risanando il debito; gli spagnoli che manderanno da noi i catalani; poi, infine, arrivano anche i robot che ci manderanno tutti al diavolo e si sistemeranno al posto di comando.

Poi arrivano le feste; no, sono già passate; no arrivano le stagioni; no, non sono più di moda; arrivano i figli; no, sono andati e non tornano; arrivano i pagamenti; no, siamo evasori; arrivano i salvatori; no, ce n’era uno e lo hanno messo in croce.

Ecco l’Italia è pressappòco questa: terra di frontiera e confine insieme; terra di immigrati e emigranti insieme; terra di disperazione e di speranza insieme; terra di fantasia e di sfessati insieme; terra di tutti e di nessuno; terra dove tutto si può perché niente si deve; terra dove tutto trova un posto perché nessuno rimane al suo posto; terra dove i fiori, i figli, i gigli, il sole, le albe e i tramonti si intrecciano e si abbracciano; terra dove il sole fa corona insieme alle nuvole che lo corteggiano; terra per i grandi e per i piccoli; terra dove tutto va perché deve andare; terra dove la politica si attarda e si impegna; dove i politici si stabilizzano in un eterno presente; dove i giornalisti si esercitano con le parole di carta; dove noi siamo più forti degli eroi, più tenaci dei disperati, più italiani degli italiani.

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Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Hollyvood e Babilonia

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

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Lunedì, 06 Novembre 2017 00:00

La sinistra fa di ogni erba un fascio

A sinistra si fa di ogni erba un Fascio,  Pietrangelo buttafuoco

La destra non fa più la destra, ma la plebe. E tra i democratici si mima una lingua estranea. Per non perdere l’elettorato in fuga verso Lega e M5s

La sinistra non dice più cose di sinistra. Matteo Renzi, titolare del marchio, ruba perfino lo slogan all’altro Matteo, Salvini, e di fronte alla marea di disperati naufraghi nel Mediterraneo, urla: «Aiutiamoli a casa loro!». La destra, invece, non fa più la destra. Fa la plebe. La destra si fa carico della schiuma degli avvinazzati al seguito del populismo occidentalista Barabba nel frattempo che la sinistra – affidatasi ai banchieri – nel non dire più certe cose realizza il blocco sociale delle élite. La sinistra sta a destra e viceversa. Uomini un tempo forgiati alle Frattocchie – la scuola quadri del Partito comunista – al calduccio delle commissioni di bilancio della Ue vivono oggi lo stesso ruolo di Maria Antonietta di Francia quando, a un passo del patibolo, al popolo che non trovava pane, diceva: «Mangiate brioche».

Tutto il contrario della destra che, fattasi plebe, incapace di darsi un’avanguardia – una qualunque elaborazione politica – passa direttamente alla fase estrema dell’indistinta rabbia: l’infantilismo. Latra l’intero repertorio populista, la destra. Arraffa le budella della plebe più avvelenata, non sente ragioni non avendo testa per nessuna ragione ed è coerente solo alla caricatura disegnata dagli avversari: «Ecco le zoccole che fanno perdere la testa ai bravi ragazzi dell’Arma». Fin qui uno dei commenti sullo stupro di Firenze giusto a saggiare il web, la casa d’identificazione e domicilio di una massa il cui orizzonte tutto semplificato, tra le liane della complessità globale, è degno di un selvatico non ancora folgorato da Jane: «Io Tarzan, tu Cita»…

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Martedì, 01 Agosto 2017 00:00

Perchè si scrive

Perché si scrive? Ecco l’opinione di Primo Levi:

Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.

4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6) Per liberarsi da un’angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi apre giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

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Mercoledì, 28 Giugno 2017 00:00

Le primarie

Le primarie al tempo delle primarie

La discussione sulle primarie sembra non terminare mai e la questione dei gazebo appare, ogni volta che se ne torna a parlare, sempre più zeppa di gracili e inconcludenti assunti ideologici. Quando, invece che di politica, si ragiona con delle sterili petizioni di principio si entra in un vicolo cieco. E allora bisognerebbe scavare nei fenomeni reali, non rinchiudersi nei postulati astratti circa la strutturale diversità qualitativa dei partiti. Non esiste alcuna teoria coerente delle coalizioni che predefinisca il campo incerto della lotta politica e precluda esiti sgraditi a chi immagina di avere per diritto di natura riservata la funzione del comando. Se si trovano davvero partiti che già in partenza dichiarano che per identità e funzione aspirano a svolgere solo un ruolo marginale bisognerebbe radiarli dall’albo ideale dei partiti desiderabili. Persino Vendola, che non conta neppure su un deputato, aspira alla leadership. Nessun partito, per identità e funzione, si priva già in partenza del possibile ruolo centrale in un sistema politico, aspetta, prima di abdicare, per lo meno di conoscere il responso delle urne. Non si può certo stabilire per decreto la funzione e il peso dei partiti e indurli a comportarsi di conseguenza alla luce della loro identità preventivamente accertata. Ma esistono momenti in cui non è consentito perdere, pena un arretramento considerevole della democrazia. E in tali circostanze (quando gli eventi suggeriscono per evitare collassi di portata storico-politica di stringere non già comode coalizioni omogenee con ruoli prefissati, ma accordi difficili con culture molto diverse) le deroghe al principio quantitativo come metro principale per assegnare un ruolo ai partiti sono del tutto ammissibili. Servono per fissare un punto di equilibrio non scontato tra i contraenti eterogenei del patto, sono richieste per mettere insieme soggetti potenzialmente alternativi tra loro e che però, soprattutto per ragioni storico-politiche d’ordine eccezionale, scelgono di compiere una importante esperienza di governo presentandosi insieme al voto come alleati. Per questo invoca, quale condizione inappellabile, che il candidato a palazzo Chigi sia appannaggio del partito maggiore perché così accade ovunque. E allora qui, dal piano delle metafisiche tesi e degli assiomi razionali sulle coalizioni ottimali, egli si sposta al livello più prosaico delle consuetudini effettuali. Ne è proprio sicuro però che la fisiologia sia sempre rispettata quasi per una spontanea accondiscendenza dei minori verso il partito più grande? Solo per poco più di trent’anni questa fisiologica accettazione del ruolo guida del partito di maggioranza relativa è stata rispettata in Italia. Dagli anni Ottanta è invece caduta in desuetudine con le richieste certo esorbitanti dei partiti laici minori e nessuna «teoria coerente» l’ha recuperata come meritava una clausola «fisiologica» e quindi razionale, coerente. Ogni volta che nell’Italia della Seconda Repubblica sono state allestite coalizioni plurali ampie, mai la leadership è andata al partito maggiore della sinistra, ma a Prodi e a Rutelli che non erano certo alla testa della forza più rappresentativa. Più che di teoria non falsificabile che assegna la guida di una coalizione al leader di un partito, qui si parla di dati concreti di esperienza sempre mutevoli e contingenti. E a essi conviene sempre attenersi. La realtà è ben più complessa degli schemi razionali costruiti per catturarla con eccessiva e ingannevole facilità. È sempre possibile che su un leader non ci sia la convergenza necessaria degli alleati e che per sviluppare maggiori chance competitive sia magari preferibile puntare su un diverso cavallo. Non ci sono regole fisiologiche da seguire comunque, ma valutazioni realistiche che suggeriscono di volta in volta la ricerca di un candidato che si presenti come il migliore garante di un equilibrio altrimenti impossibile da raggiungere. In condizioni non bipartitiche, ma a bipolarismo forzato, non esistono affatto dei postulati ferrei cui restare fedeli e occorre con pazienza consegnarsi alle necessità multiformi della prassi. L’accettazione di un leader diverso dal segretario non è necessariamente una capitolazione, può anche essere una scelta consapevole e realistica in determinate circostanze. Ciò si verifica quando la rinuncia a esercitare una leadership, sprovvista dei requisiti sistemici necessari per la possibile vittoria, si può ben giustificare con il raggiungimento, attraverso una alleanza più ampia, di un obiettivo storico-politico più prezioso (la vittoria elettorale e con essa una alternativa di sistema politico per la fuoriuscita dalla stagione del populismo). Ci sono condizioni politiche del tutto peculiari entro cui la coincidenza tra il segretario e il candidato premier non è automatica se, poniamo, in campo c’è l’imperativo supremo di definire una strategia più ampia di coalizione per segnare una discontinuità storico istituzionale. La difficile costruzione di una alleanza inedita con forze prima appartenenti a un altro campo culturale, rende la coincidenza tra capo di partito e premier nient’affatto scontata, può esserci come non esserci, dipende dalle condizioni. La politica e non un punto fermo venerabile come un assioma di per sé indiscutibile è quello che conta. Lo stesso statuto del Pd, non prevedendo la simultaneità tra la stagione dei congressi di partito e le elezioni politiche nazionali, non dà per scontato che il premier sia sempre il segretario. È palese che la sfasatura temporale tra congressi e elezioni sia piuttosto illogica e poco funzionale alla coincidenza auspicata tra leadership di organizzazione e ruolo istituzionale perché essa determina il ricorso a due primarie per ciascuna legislatura. Le primarie devono essere aperte perché altrimenti con i soli iscritti si pagherebbe salata la «distanza sociologica e politica dei militanti rispetto agli elettori», ma sebbene aperte, le primarie devono rimanere limitate al solo Pd perché così richiede il rispetto della vocazione maggioritaria che non può rifluire. La strada prescelta apre un doppio e potenzialmente dirompente circuito, quello interno riservato agli iscritti consultati in regolari congressi, e quello esterno aperto agli elettori indifferenziati che potrebbe stridere con le risultanze delle assise svoltesi nei territori. Che le primarie di coalizione siano «un non senso» è indubbio, ma che una coalizione plurale sia da cementare sulla base delle scelte per tutti obbliganti anche se compiute da un solo partito magari alcuni anni prima è altrettanto un non senso se l’alleanza non si limita a forze minori attigue, ma si allarga a poli di media grandezza portatori di istanze e culture lontane su punti nodali. Le primarie di coalizione, richieste dal movimento monotematico di Vendola come supremo atto di fede verso una presunta democrazia diretta che degli ingordi uomini di apparato vorrebbero cancellare, sono un non-senso e non certo perché Bersani le perderebbe determinando così il definitivo big bang del partito ma perché urtano contro tutte le ragioni del fare politica. È davvero irenico (e quindi da sprovveduti) che un partito largamente maggioritario in uno schieramento possa giocarsi tutto e accettare una gara con partiti satelliti da cui avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare. Nessun partito ricorre alla primarie di coalizione nelle quali, senza trovare alcuna convenienza o plusvalore politico, corre il rischio di concedere la leadership a partner molto minoritari. Se proprio deve perdere alle elezioni, un partito più grande preferisce farlo incamerando almeno qualche esiguo vantaggio competitivo (leadership della coalizione). Il timore di una sconfitta comunque non c’entra nulla (basta un semplice accorgimento, quello di collegare la designazione del candidato premier con una lista di candidati per la selezione degli aspiranti locali al seggio parlamentare, per evitare ogni sorpresa e scongiurare la scarsa fedeltà di un partito che resta poco strutturato e quindi sottoposto a guerre intestine e spinte centrifughe che rischiano di alimentare spinte di conquista), nella ripulsa delle primarie di coalizione conta piuttosto la loro conclamata disfunzionalità. Il problema più rilevante non è certo quello di schivare un potenziale pericolo proveniente da una candidatura radicale che certo non garantirebbe un punto accettabile di sintesi e di equilibrio alla coalizione. Il vero tema da affrontare è quello di definire i modi più efficaci per una politica convincente oggi richiesta per andare oltre il sistema politico in crisi strutturale. Non è molto sensato fare delle primarie competitive per scegliere un capo senza aver stipulato, prima dell’apertura dei gazebo, delle intese programmatiche solide per allestire una coalizione elettorale coesa e vincente. È inoltre del tutto disfunzionale la pretesa di conferire, attraverso le prove selettive delle primarie, la leadership a un candidato premier che poi non avrebbe dalla sua il controllo di un partito maggioritario. Si incrocia qui la completa irrazionalità di un ricorso alle primarie (strumento congeniale ai regimi che prevedono l’elezione diretta di una carica monocratica) in un sistema parlamentare con governi di coalizione. Anche le difese deboli delle primarie, ovvero la esaltazione della loro carica mobilitante indispensabile per smuovere dal torpore settori cruciali di un elettorato altrimenti sfiduciato, non sembrano persuasive dinanzi alla crescita prolungata dell’astensionismo che ha radici profonde. Il meccanismo delle primarie non sollecita la riattivazione di soggetti critici e delusi verso le esperienze della politica e nemmeno riavvicina alla partecipazione politica porzioni di ceti sociali più periferici che avvertono una carenza di rappresentanza. Le primarie sono diventate un palese elemento di blocco sistemico, sono cioè una parte del bileaderismo odierno, non sono una tappa per conquistare una diversa qualità democratica. Anche la ricetta di Scalfari, di confidare a esse per una resurrezione postuma di Veltroni da lui auspicata, come evento da verificarsi in concomitanza del voto, sembra una alchimia escogitata per obiettivi parziali che non va al cuore del problema, quello di abbattere un meccanismo perverso come quello del bipolarismo coatto di cui si riscontra in realtà la malattia mortale. Per andare oltre il bipolarismo, colto nelle forme degenerative attualmente sperimentate, occorre una drastica contrazione della porzione leaderistica della contesa politica che le primarie convocate per una carica inesistente (l’elezione diretta del Presidente del consiglio) contribuiscono a sprigionare nel sistema politico. Le primarie sono una robusta forma di freno all’innovazione oggi indispensabile, sono cioè un argine opprimente che inibisce la maturazione di forze nuove e obbliga al mantenimento del sistema politico populistico della Seconda Repubblica. Contro i partiti puramente parlamentari e asfittici di oggi le primarie sono forse la ritrovata linfa vitale di una partecipazione di massa? Le primarie sono sempre più una maldestra (sregolata, improvvisata, strumentale) caricatura della politica americana. Esse sono utilizzate in modo abnorme (per tentare scalate a partiti a cui non si appartiene; per sconvolgere i consolidati rapporti di forza tra i potenziali alleati di una coalizione ancora da costruire) e senza le condizioni istituzionali (l’elezione diretta di una carica monocratica: siamo per fortuna, o meglio, grazie al referendum costituzionale già dimenticato del 2006 che bocciò il premierato assoluto, ancora in un regime parlamentare) e senza le condizioni politiche (un assetto fortemente frantumato e coalizionale e nient’affatto bipartitico).

Pubblicato in Passaggi del presente
Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Ideologia divide

L'ideologia divide, la vera dottrina unisce

Le divisioni c’erano anche nella prima comunità cristiana. Lo ricorda papa Francesco nella sua omelia a Santa Marta commentando la prima Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: «C’erano gelosie, lotte di potere, qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere», dice Bergoglio. «Siamo umani, siamo peccatori e sempre ci sono stati problemi». Anche nella prima comunità c’è «il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Gli apostoli discutono tra loro e alla fine si mettono d’accordo: «Ma non è un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze. Soltanto, questi che dicono: non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime».

La libertà dello Spirito Santo li ha messi d’accordo anche sul fatto che i pagani potessero entrare nella Chiesa «senza passare per la circoncisione». Si è trattato, in fondo di un «primo Concilio della Chiesa: lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme» riuniti «per chiarire la dottrina». E questo è un «dovere della Chiesa, chiarire la dottrina affinché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo Spirito dei Vangeli».

Ma le cose non sono semplici: «Sempre c’è stata quella gente che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no. Questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa…”. E sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana. E questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa - quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo - diventa ideologia. E questo è il grande sbaglio di questa gente».

Questi individui, dice papa Francesco, «non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo. Invece, gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva. E dopo la discussione è parso allo Spirito e a noi».

E allora non bisogna farsi spaventare dalle «opinioni degli ideologi della dottrina. La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo, che è sempre aperta, sempre libera, perché la dottrina unisce, i concili uniscono la comunità cristiana, mentre l’ideologia divide».

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Venerdì, 09 Giugno 2017 00:00

Da Genoveffa a Geneviève

Da Genoveffa a Geneviève.

Genoveffa che in Italia è un nome racchio in Francia diventa Geneviève. E così i politici italiani – genoveffi tutti a Roma – genuflessi al cospetto di Macron all’Eliseo, diventano, giusto battesimo dato dal direttore di questo giornale, macronettes. E sono solo lodi, arrivederci e baci.

Il cammino di Matteo Renzi in cancelletto-incammino diventa la marcia di Emmanuel Macron in cancelletto-inmarcia. Le primarie del Pd nei gazebo sono già le presidenziali nei bistrot. Certo, queste sono vere elezioni mentre di quelle, invece, mancano i numeri reali; ma neppure importa che il partito di Renzi in Francia, il partito socialista, sia stato spazzato via perché Renzi, infatti – e la storia lo reclama – è il Macron d’Italia mentre Macron, è solo il Renzi francese. E a dirla tutta, coi giornali che svolazzano, senza il trionfo di Matteo alle primarie, Macron se lo sognava di vincere a Parigi.

Anche il loden di Mario Monti è il mantello da moschettiere del giovane Emmanuel; Enrico Letta, allocato nei pressi della Senna prima di tutti, è il Richelieu di Macron, ancora meglio, è il Voltaire di Macron, anzi, no: è il Pierrot di Macron. Ma la macronette che sferruzza al meglio e più di tutti è Berlusconi, il cavaliere Silvio, chansonnier di solida schiatta.

Anche il partito di Berlusconi in Francia, il partito gollista – se mai zio Silvio avesse un partito –, è stato spazzato via. Macron, figlio delle banche, cugino dei tecnocrati, nipote di Angela Merkel nonché marito della bella Brigitte, ha fatto tabula rasa. Macron, rispetto all’estetica della bella destra che fu, quella delle Nicole Minetti per fare un esempio, è fuori target, ma Parigi val bene una Genoveffa.

A proposito di Genoveffa. In tutto questo fiorir di macronettes, c’è comunque Maria Elena Boschi e lei, secondo voi, s’accoda alla Marsigliese o si prepara una fuga all’inglese? È sempre lì, o lì o là, è la sentenza di Giufà.

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Giovedì, 13 Aprile 2017 00:00

Post verità ...bufale

Non è tanto la post-verità, quanto la coglioneria (la risposta ce la dà Gramsci)

Giulio Cavalli

«Mentre eravamo tutti distratti dalla tragedia del terremoto, il Senato ha approvato – con ben 303 voti a favore e solo 116 contrari – la modifica dell’articolo 126 ter del cod. della strada che prevede l’ottenimento della patente GRATIS (scritto così, maiuscolo, eh nda) per (minuscolo nda) TUTTI GLI IMMIGRATI (arieccolo il maiuscolo nda) che la richiedono, e con ben 30 punti iniziali anziché 20 come NOI »

e poi sotto il solito «SCRIVI BASTA E CONDIVIDI»

Accanto alla foto l’amministratore commenta a nome della pagina: “Adesso basta siamo stanchi di queste ingiustizie poi dobbiamo vederli ubriachi che fanno le stragi” e il solito invito a condividere.

Sotto il solito proliferare di beceri commenti razzisti. Un’orda di imbecilli pronta a farsi massa alla prima coglionata.

E fa niente che l’articolo 126 ter del Codice della Strada non esista. E fa niente che i voti dei senatori sarebbero 303+116 e quindi 419 quando in Senato sono 315 in tutto (più i Senatori a vita). Fa niente che la didascalia sia scritta con un analfabetismo degno di un discorso di Salvini in inglese. Tutti incazzosi, tutti pronti a indignarsi. Solo ieri pomeriggio erano 58.514 le persone che avevano condiviso sulle proprie bacheche. Un virus. Gente che non si informa perché intende le notizie (e la politica) solo come occasioni di vendetta: se sono funzionali alla bile vanno bene, vere o non vere.

Qui non è questione di post-verità ma di coglioneria. Gente che usa la propria tessera elettorale per affettare i nemici sull’onda di odio indotto.

Se ne conoscete qualcuno, se lo incrociate virtualmente o dal vivo fategli un piacere, leggetegli ciò che scriveva Antonio Gramsci ne “L’Ordine Nuovo” il 26 aprile del 1921:

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri.

Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”

Ah, specificategli che è morto, Gramsci.

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