Fare della Corea del Nord un Paese normale, se non addirittura ricco: ecco qual è l'obiettivo strategico di Kim Jong Un. Oggi tutti esultano, ma domani una Corea unita potrebbe diventare un problema per Cina e Giappone.

Che cosa spinge Kim Jong-Un a fare la pace con la Corea del Sud e forse anche con gli Stati Uniti? “It’s the economy, stupid”, risponderebbe Bill Clinton con lo slogan che gli fece vincere la campagna elettorale del 1992 contro Bush senior. Negli anni Sessanta la Corea del Nord, dopo la disastrosa guerra del 1950-53 che fece tre milioni di vittime, era più sviluppata della Corea del Sud: oggi è un Paese impoverito dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale che si è diffusa negli ultimi anni. Se scoppia la pace le cose sono destinate a cambiare rapidamente, a cominciare da Kaesong, la zona economica congiunta tra le due Coree.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo americano dai tempi della guerra di Corea, il Paese è nel mirino delle risoluzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate l’anno scorso, le sanzioni interessano quasi ogni settore, dalle forniture militari agli articoli di lusso, ai beni commerciali più comuni e diffusi come il sapone. Diverse aziende nordcoreane sono sotto embargo, le operazioni finanziarie sono in pratica quasi bloccate se non con la Cina e la Russia e sono state congelate anche le esportazioni di carbone e quelle minerarie.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo
Ma questo sistema non è ermetico. Mosca e Pechino, che pure hanno votato nel 2017 a favore di nuove sanzioni, tengono ancora a galla la Corea del Nord e la Cina continua a esportare petrolio verso Pyongyang. Non solo, le zone economiche speciali con la Cina e la Russia riforniscono la Corea di Kim del necessario per sopravvivere.

In realtà la Corea del Nord è diventata nel tempo assai abile nell’aggirare le sanzioni e anche il Paese non è più così chiuso, almeno sotto il profilo economico, come in passato. Anzi pur restando il regime una sorta di fortezza ideologica c’è stata anche un’evoluzione verso l’economia di mercato, alimentata dai traffici di merci e di valuta: si è creata quella che gli osservatori definiscono una nuova “borghesia rossa” costituita da arricchiti all’ombra del regime.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo don Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”
La Corea di Kim non è un Paese sull’orlo di una crisi perenne come appare in certi rapporti occidentali e come lo fu certamente durante la carestia degli anni Novanta. E qui si viene forse alla vera motivazione che ha spinto il leader nordcoreano alla trattativa con il Sud e con gli Stati Uniti: Kim vorrebbe fare del Nord un Paese ricco. Queste ambizioni erano state espresse dal giovane leader nella sua linea strategica definita “Byungjin”, il Progresso Duale, che consiste nella creazione di zone economiche speciali e nello sviluppo dell’economia civile, finora sempre sopravanzata dagli investimenti militari nel settore nucleare e missilistico.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo con Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”. Con una ricetta che i cinesi conoscono bene: liberalizzazione economica e stretto controllo della sfera politica. Adeguandosi al modello di sviluppo asiatico, Kim punta a far rientrare il Paese nell’ordine regionale: questa è in sintesi la transizione coreana. Ma non è detto che una Corea del Nord “normale” possa piacere davvero alla Cina o al Giappone, soprattutto se un giorno cominciassero a soffiare i venti di una possibile riunificazione. Parafrasando Andreotti sulla Germania, si potrebbe dire che i vicini della Corea la amano a tal punto che ne vorrebbero sempre due.

Da "http://www.linkiesta.it" La riunificazione delle due Coree? Per Cina e Giappone è un incubo che diventa realtà di Alberto Negri

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Lunedì, 09 Aprile 2018 00:00

Il patto con il diavolo

Mohammed bin Salman ha offerto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali all'Inghilterra e si prepara al possibile collocamento dell’Aramco (la maggiore società petrolifera del mondo)
alla Borsa inglese. E agli inglesi questi soldi fanno comodo. Per pagare i costi della Brexit


Quando si parla di denaro, soldi e potere gli autocrati arabi diventano improvvisamente dei brillanti riformatori: è il caso di Mohammed bin Salman che a Londra ha messo sul piatto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali e si prepara al possibile collocamento alla Borsa inglese dell’Aramco, la maggiore società petrolifera del mondo, la cassaforte della famiglia reale saudita. Un evento epocale che però probabilmente non avverrà prima del 2019: il motivo è che il principe e i suoi consiglieri non hanno ancora ottenuto la quota di 2mila miliardi di valutazione della società, un traguardo considerato indispensabile prima di collocarne il 5 per cento sui mercati internazionali. Tutti ormai lo chiamano il “big deal”, oltre 100 miliardi di dollari.

Una boccata d’ossigeno per la Gran Bretagna che deve pagare i costi della Brexit. Gli inglesi vorrebbero accelerare i tempi perché temono la concorrenza degli americani, da sempre i grandi sponsor del regno wahabita: ed proprio a Washington che andrà tra qualche giorno il principe dove troverà, a oltre Donald Trump, il genero del presidente Jared Kushner, che sfruttando il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente e l’amicizia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu è diventato grande amico dell’erede al trono saudita. Sarebbe stato Kushner a incoraggiare una visita segreta del principe in Israele per fare fronte comune contro l’Iran sciita e il suo alleato siriano Bashar Al Assad.

Pur di fare affari con Riad, si attutisce l’impatto devastante della guerra saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti (9 milioni a rischio di carestia), l’assedio e le sanzioni al Qatar, i finanziamenti in questi decenni del Regno wahabita i tutto il mondo musulmano agli integralisti a agli imam più retrogradi: quello con i sauditi è un altro “patto con il diavolo” cui Londra e Washington non vogliono e possono rinunciare.


Dall’inizio del conflitto gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale
È così che gli inglesi hanno appena venduto ai sauditi 48 caccia Eurofighter Typhoon -di cui una quota consistente è della Leonardo-Finmeccanica - per un valore di 10 miliardi di sterline: si tratta della maggiore commessa militare da quando il principe Mohammed bin Salma, MBS per i media, è diventato nel 2015 ministro della Difesa. Dall’inizio del conflitto, una sorta di Vietnam arabo che i sauditi non riescono a vincere neppure con il sostegno degli americani, gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale: la British Aereospace ha 30mila dipendenti e recentemente ha dovuto lasciare a casa 1.400 lavoratori.

Per rendere meno indigesta la pillola all’opinione pubblica britannica il principe a Londra ha generosamente versato 100 milioni di sterline a un fondo destinato ai Paesi poveri e si sottolineano le riforme saudite, da quelle economiche a quelle del costume (patente alle donne e loro presenza allo stadio e nell’esercito), lasciando un po’ da parte che da quando il principe è al comando si sono intensificate le condanne a morte. Mentre dalla classifica di Forbes sono spariti 10 miliardari sauditi, che qualche tempo fa insieme al principe Walid bin Talal sono stati rinchiusi in alberghi di lusso e costretti a lasciare sul tavolo i loro patrimoni con l’accusa di corruzione.

Vale la pena ricordare come è cominciato il rapporto con l’Arabia Saudita, che con Israele è il pilastro della politica occidentale in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita è di gran lunga il maggior partner commerciale americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi - oltre 100-120 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni secondo il Congresso - e anche uno dei maggiori investitori in dollari e buoni del Tesoro Usa.

In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata dalla Standard Oil nel 1938 e dall’Aramco, la società di Stato, fondata da tre compagnie Usa. Il bollino di garanzia sul Regno verrà incollato qualche anno dopo da Roosevelt. Pur di compiacere i dettami islamici del suo ospite saudita, il monarca Abdulaziz Ibn Saud, Franklin Delano Roosevelt 73 anni fa si nascose a fumare l’amato Avana nell’ascensore dell’incrociatore Quincey ormeggiato nel canale di Suez. Si era informato bene: qualche tempo prima il Re saudita non aveva sopportato né il sigaro di Churchill né le sue bevute di wiskey. Era il 14 febbraio 1945, dieci giorni dopo Yalta, Stati Uniti e Arabia Saudita stavano per stringere un patto fondamentale negli equilibri del Medio Oriente: petrolio e basi aeree a Dahran in cambio della protezione americana del Regno.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton sia stata finanziata da Riad.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy. Ma oltre al petrolio Roosevelt chiese un’altra cosa al sovrano, rappresentante della versione più puritana dell’Islam e custode della Mecca: il suo appoggio all’emigrazione ebraica in Palestina. Ibn Saud declinò, affermando che avrebbe urtato gli interessi degli arabi. Il 5 aprile Roosevelt in una lettera si impegnò a non sostenere il ritorno degli ebrei. Ma il successore Harry Truman rinnegò l’impegno e votò all’Onu nel ’47 la spartizione della Palestina: scelse Israele al posto del petrolio, senza naturalmente rinunciarvi. Essere superpotenza significa anche sfruttare posizioni inconciliabili a proprio vantaggio.

Ed è quello che probabilmente farà anche Donald Trump, che essendo contrario all'accordo sul nucleare voluto da Obama con l'Iran nel 2015 ha sicuramente dei punti di vantaggio sul suo predecessore.

Del resto nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale e la Saudi Arabia Monetary Agency convincendo Ibn Saud a investire tutto in dollari - ancora oggi l’85% delle riserve di Riad, 600 miliardi, sono in dollari e titoli Usa - e a oltrepassare il divieto della sharia, la legge islamica, che vieta i prestiti con interessi. Facevano tutto gli americani, che con i soldi sauditi hanno finanziato il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che andassero alle aste. Con una clausola: mai nessuno avrebbe rivelato i nomi degli investitori sauditi.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton - per ammissione proprio del principe -sia stata finanziata da Riad. Ma questi sono dettagli trascurabili per un businessman e un uomo di mondo.


Da "http://www.linkiesta.it" Il patto con il diavolo: così i sauditi mettono nel sacco Washington e Londra di di Alberto Negri

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Non c’è nemmeno l’elettricità nella baracca che si è costruito con le sue mani. Mike ha messo una catena con un lucchetto per tenere chiusa la porta quando si allontana dalla sua stanza due metri per tre fatta di tavole, coperte e cartoni. “Non ho niente che si possa rubare e in fondo non me ne importa niente, entrino pure”, dice amareggiato in un perfetto inglese.

È nigeriano, ha 23 anni, è arrivato dalla Libia in Italia due anni fa, è stato trasferito in un centro di accoglienza in Sardegna, ma è scappato perché voleva raggiungere degli amici a Roma per lavorare. Nella capitale non ha trovato quello che sperava: un lavoro e una casa. Sta aspettando che la sua richiesta di asilo sia esaminata, ma intanto ha perso ogni diritto all’accoglienza, perché si è allontanato per più di tre giorni dal centro. Così è finito a vivere in una fabbrica abbandonata lungo via Tiburtina.

Nella struttura alloggiano 150 persone: il doppio rispetto a giugno del 2017 quando un altro capannone abbandonato della zona è stato sgomberato dalla polizia. Quello che sarebbe dovuto essere il distretto industriale di Roma, sulla via Tiburtina, si è trasformato in un quartiere fantasma tra sale giochi, cantieri stradali e capannoni abbandonati come quelli dell’ex fabbrica di penicillina Leo.

Espulsi dalla città
Decine di edifici industriali sono diventati un rifugio per le famiglie e le persone sole che hanno perso la casa o non ne hanno mai avuta una: c’è la tendopoli del Baobab in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, c’è l’occupazione dell’ex sede del quotidiano La Stampa, quella di “palazzo Sudan”, e poi Tor Cervara, via Vannina, via Fabio Costi. Una città ai margini della città, una dimensione invisibile di baracche e stamberghe senza elettricità, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Gli sgomberi avvenuti negli ultimi mesi hanno aggravato la situazione, costringendo molte persone rimaste senza casa a trovare rifugio nelle altre occupazioni già affollate.


Mike aveva saputo da alcuni amici che nella periferia orientale di Roma, oltre il carcere di Rebibbia – tra l’Aniene e il Grande raccordo anulare – avrebbe potuto trovare un letto per dormire. Quando è arrivato non riusciva a credere ai suoi occhi: un palazzo fatiscente su due piani, piccole costruzioni di fortuna – una a fianco all’altra all’interno dell’edificio – e sul retro un’enorme discarica abitata da topi enormi. Una scala esterna porta al secondo piano dove si apre un altro ambiente. Le costruzioni di legno si avvicendano in un serpentone, alla fine si apre uno spazio comune usato per cucinare e mangiare, dove ci sono un tavolo, delle sedie e perfino un divano.

Anche farsi da mangiare non è facile, perché i fornelli funzionano solo con le bombole del gas, così gli abitanti dell’occupazione si sono organizzati in una specie di gestione collettiva. Alcuni cucinano e distribuiscono i pasti a tutti gli altri. C’è anche un piccolo negozio al secondo piano che vende i beni di prima necessità, perché i negozi più vicini sono a qualche chilometro di distanza. Mike viene da una famiglia del ceto medio dello stato nigeriano del Delta, dove faceva il musicista. Dopo un passaggio traumatico in Libia è arrivato in Italia via mare, sperando di ricominciare la sua vita e poter studiare e lavorare. Ma ora, se potesse, tornerebbe indietro.

“Non trovo nemmeno una cosa positiva in questo paese, se solo ottenessi i documenti me ne andrei”, afferma. Tuttavia anche tornare indietro non è facile, non ha i soldi per l’aereo e ha paura di non trovare niente di quello che ha lasciato. Le giornate passano tutte uguali: al piano terra nell’enorme stanzone circondato dalle baracche alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco per riscaldarsi, la fuliggine e l’odore di fumo annebbia tutto. Una radio trasmette musica reggae. “A volte piango da solo nella mia stanza perché non vedo un futuro”, dice Mike.

Il fallimento dell’accoglienza
Dal novembre del 2017 l’edificio è presidiato da un’équipe di Medici senza frontiere (Msf) che arriva con un camper una volta ogni quindici giorni. “Abbiamo fatto diverse visite perché volevamo sapere se le persone hanno accesso ai servizi sanitari”, spiega Ahmad al Rousan, coordinatore del progetto. “Abbiamo capito che molti di loro non sanno di avere diritto all’assistenza sanitaria. Per esempio abbiamo avuto un ragazzo che si è completamente ustionato e non è andato al pronto soccorso nonostante le ustioni gravissime”, continua. “Oltre a questo edificio, stiamo monitorando tutto il territorio cittadino e a Roma stiamo documentando delle situazioni davvero critiche, dei veri e propri ghetti”, spiega Al Rousan.

Nel rapporto Fuori campo pubblicato l’8 febbraio, Msf denuncia una situazione diffusa di cattiva accoglienza in Italia che favorisce la nascita di ghetti e di aree disagiate in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, sia in contesti urbani sia in quelli rurali. Secondo il rapporto, sono diecimila le persone che vivono in queste condizioni con “limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Gli insediamenti informali sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.


Al livello legislativo, inoltre, Medici senza frontiere denuncia un processo in atto che tende a rendere l’accoglienza nei centri sempre più una concessione e non un diritto. “Tra aprile e luglio 2016 la Commissione europea ha presentato un intero pacchetto di proposte di riforma del sistema di protezione internazionale dell’Unione tese a rimodellare ogni aspetto della procedura di accoglienza”, scrive Msf nel rapporto. Per esempio l’accoglienza può essere ridotta o revocata se i richiedenti asilo non rispettano le regole del centro a cui sono stati assegnati.

“Già ora tra le persone che vivono in queste condizioni ce ne sono molte che sono state mandate via dai centri di accoglienza per futili motivi”, continua Al Rousan. L’espulsione dai centri alimenta una specie di circuito parallelo di insediamenti informali che ha dei fulcri storici nella penisola: i ghetti pugliesi della Capitanata e quelli calabresi, la provincia di Caserta, gli edifici occupati di Roma, a cui dal 2016 si sono aggiunti gli insediamenti informali sorti vicino alle aree di frontiera come Ventimiglia, Como, il Brennero, Udine e Gorizia.

Chi non ce la fa a passare la frontiera torna negli insediamenti informali, spesso spostandosi da una città all’altra in cerca di un lavoro. Nell’ottobre del 2017 il ministero dell’interno ha varato il Piano nazionale integrazione, che contiene indicazioni generali sulla questione abitativa dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ma non prevede lo stanziamento di risorse specifiche per favorire l’inclusione sociale.

Il problema della residenza
A Roma sono state censite più di cento occupazioni, alcune sono organizzate dai diversi movimenti di lotta per la casa. In questi insediamenti vivono almeno 600 richiedenti asilo e rifugiati, pari al 20 per cento degli occupanti, secondo il rapporto di Msf. Soprattutto negli ultimi cinque anni, le occupazioni hanno svolto un ruolo di decompressione rispetto alla carenza di posti nel sistema di accoglienza. Nelle occupazioni, italiani e stranieri spesso convivono e condividono gli stessi problemi.

Nell’ex sede dell’Inpdap occupata nel 2012, vivono circa 400 persone, tra le quali un centinaio di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Tra i residenti ci sono anche italiani. Le attività all’interno dell’edificio comprendono uno sportello di orientamento legale, corsi di italiano, laboratori di falegnameria, serigrafia e corsi di teatro in collaborazione con scuole del quartiere. Gli occupanti hanno anche sviluppato un progetto di accoglienza temporanea – dai 3 ai 12 mesi – che coinvolge quasi esclusivamente richiedenti asilo e rifugiati (dodici in tutto) inseriti in specifici percorsi di integrazione sociale, come corsi di formazione professionale.

Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. - Alessandro Penso, Msf Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. (Alessandro Penso, Msf)
Anche nella ex sede dell’Inps di viale delle Province, occupata nel 2012, tra i circa 500 occupanti vivono poco meno di cento tra richiedenti asilo e titolari di protezione. Insieme a palazzo Selam e a palazzo Naznet – le due occupazioni storiche di rifugiati provenienti dall’Eritrea e dal resto del corno d’Africa, la cui popolazione si è ulteriormente ingrandita dopo lo sgombero di piazza Indipendenza dell’agosto 2017 – l’edificio è inserito nella lista dei siti da sgomberare in via prioritaria inclusa nella delibera numero 50 del 2016 dell’ex commissario straordinario Tronca.

Nel “palazzo Sudan” vivono un centinaio di rifugiati sudanesi, che erano stati sgomberati dall’”hotel Africa”, un altro insediamento informale vicino alla stazione Tiburtina. La struttura è stata finanziata nel corso degli anni da programmi di accoglienza pubblici. Quando sono finiti i fondi, i rifugiati sono rimasti nella palazzina senza alcuna forma di intervento dello stato. Negli ultimi mesi, la fornitura di gas è stata tagliata e l’erogazione di energia elettrica ridotta.


“La cronica carenza di posti in accoglienza e gli sgomberi in assenza di soluzioni abitative alternative stanno determinando il moltiplicarsi di insediamenti spontanei, in edifici abbandonati lontani dal centro, dove l’invisibilità si accompagna a condizioni di vita di assoluto degrado, con uomini, donne e minori che non riescono ad accedere ai beni più elementari”, scrive il rapporto. Uno dei problemi principali è la difficoltà a ottenere la residenza anagrafica in base al cosiddetto decreto Lupi (il decreto legge 47 del 2014) sull’emergenza abitativa. La mancanza di questo requisito implica la difficoltà ad accedere a molti servizi di base come le cure mediche presso il servizio sanitario nazionale.

Dal marzo del 2017, l’amministrazione comunale di Roma ha deciso di usare la residenza anagrafica fittizia di via Modesta Valenti, già usata per i senza dimora, anche per i migranti presenti negli insediamenti informali. Ma il rapporto Fuori campo di Msf denuncia che l’applicazione della delibera resta discrezionale e non funziona allo stesso modo in tutti i municipi della città. “Le principali differenze riguardano non solo i tempi per il rilascio della residenza, ma anche le modalità di accesso e l’elenco dei documenti richiesti”. Di recente la questura di Roma ha cominciato a chiedere la residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, provocando una situazione in cui i migranti rimangono ingabbiati nella burocrazia, senza possibilità di riuscire a ottenere nessuno dei due documenti.

 


Da "https://www.internazionale.it/" Fuori campo, perché i migranti finiscono nei ghetti di Annalisa Camilli 8/02/2018

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Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità.


Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.


Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo
Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

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Venerdì, 16 Febbraio 2018 00:00

La tentazione delle “vie di fatto”

Questa campagna elettorale, cominciata all’insegna delle promesse iperboliche, si è andata progressivamente imbarbarendo fino a prefigurare l’incubo di circuiti incontrollabili.

Le peggiori ipotesi si sono materializzate in fatti che rivelano scosse telluriche nel profondo della società e scuotono la stessa resistenza delle istituzioni.

Non è rilevante che l’epicentro del sisma politico si sia manifestato in una remoto capoluogo di provincia, come Macerata, e non in un’area metropolitana presuntivamente più esposta.
Semmai deve far riflettere proprio la circostanza che l’epifania di certe pulsioni non controllate sia avvenuta al livello dei capillari della società, là dove si presume che la regola sia l’ordine e che non c’è (non ci sarebbe) spazio per il suo contrario.

Un meccanismo ricorrente
Vi sono segni che portano ad affermare che qualcosa si è rotto nell’equilibrio dei fattori che regolano il vivere civile; e ciò riduce l’area della sorpresa per lasciare campo ad una realtà ancora non analizzata, con la quale comunque si devono fare i conti.

In realtà, quanto è accaduto a Macerata e dintorni mette in chiaro il funzionamento di un meccanismo ricorrente che, in circostanze e con motivazioni molteplici, apre la via a comportamenti che convenzionalmente chiamiamo anomali, ma che continuamente ritornano nelle vicende delle società organizzate.

Nel circuito di Caino
È la stessa dinamica che opera nelle relazioni tra le persone e viene descritta come il passaggio alle “vie di fatto”, ossia il transito da un confronto verbale, anche eccitato e alterato (metti in osteria) al… mettere mano al coltello, o alla pistola o al mitra.

Non c’è bisogno di cambiare analisi per ogni episodio, che pure si presenta con caratteristiche particolari e non sovrapponibili. Il punto cruciale della ricerca è l’individuazione del punto in cui, precisamente, un individuo o un gruppo entrano nel… circuito di Caino.

Le motivazioni possono essere le più diverse, dalle più enfatiche alle più futili, ma in tutti i casi c’è qualcosa che si rompe in termini di legalità, di fedeltà alle istituzioni, di rispetto per l’altro e gli altri. Il pensiero, come atteggiamento razionale e riflessivo, viene sopraffatto dall’azione, che diventa autonoma e incontrollata quando si invera nella forma della violenza.

La “soluzione finale”
Ciò avviene, per dirla in modo comprensibile dai contemporanei, quando si accede alla prospettiva di attuare la “soluzione finale”, ossia l’annientamento anche fisico dell’avversario di turno, nel presupposto che in tal modo si ristabiliscono l’ordine e la quiete là dove il turbamento aveva imposto la sua legge.

Vale per i conflitti individuali e per le contese globali. La logica della guerra rientra in questo ambito così come, per fare un esempio a noi più vicino, la logica del terrorismo.

Il mito della lotta armata
Chi ha memoria del “68”, di cui molti stanno celebrando i fasti anniversari, non può dimenticare di aver udito, non solo nelle agitate assemblee studentesche dell’epoca, ma anche in altri abitualmente più composti consessi di lavoratori, frasi che affermavano l’ineluttabilità, data la situazione, del ricorso alla “lotta armata”.

Alla quale poi, fortunatamente, non tutti si applicarono (ché anzi ne presero le distanza al manifestarsi dei primi sintomi), ma che ebbe un fascino per i cultori di un “cambiamento” che si voleva completo e istantaneo come effetto di una “presa del potere” ritenuta salvifica.

Gli invasori della casa accanto
Non credo di sbagliare se affermo che, anche sul versante opposto, quello della destra neofascista, queste fossero le pulsioni di fondo, a partire dalla convinzione dell’irreformabilità di un sistema che si poteva redimere solo rovesciandolo.

Ecco, a Macerata e dintorni dev’essere accaduto qualcosa che ricalca la descrizione che precede. L’arrivo di gente straniera, diversa anche nel colore della pelle, e sempre più insistentemente descritto come “invasione”, ha sviluppato in un soggetto particolare, già nutrito – per così dire – a pane e mein kampf, la convinzione che altro non ci fosse da fare se non attuare una personale, privatissima, soluzione finale verso quegli invasori della casa accanto, identificati in modo semplice come una “razza” malefica da eliminare.

Il ruolo della propaganda
Quale connessione abbiano le amplificazioni politiche della propaganda sullo stato d’animo di un soggetto già in qualche modo predisposto; quanto influsso abbiano esercitato le conversazioni di bar o di palestra a proposito del peso del “disturbo” recato alla convivenza dalla massa dei “negri”; quanto, infine, può aver scatenato il raptus stragista l’avvenimento di un delitto orrendo consumato sul territorio con l’uccisione di una ragazza innocente: tutto questo e altri elementi rientrano nell’ambito degli accertamenti giudiziari attorno al “caso”.

Un malessere esteso
Quanto all’effetto che esso ha prodotto nel clima e nel contesto della campagna elettorale in corso, si può ritenere con certezza che ne è derivato un inasprimento delle posizioni contrapposte sul tema dell’immigrazione. E proprio non se ne sentiva il bisogno.

Ma soprattutto dev’essere motivo di allarme la constatazione dell’estensione del malessere popolare attorno ai temi dell’ingresso e dell’accoglienza degli stranieri.

«Chi non era razzista lo sta diventando»: parole del sindaco di Macerata sulle quali conviene meditare. Non per inseguire il razzismo nelle sue stolte operazioni di aggiornamento, ma per rappresentare la necessità e fattibilità di un’alternativa in cui l’accoglienza e l’integrazione siano parte costitutiva di una convivenza che esclude l’odio e cerca sempre la pienezza della condizione umana.

Pochi giorni per non sbagliare
La logica delle contrapposizioni appare indubbiamente la più praticabile, specie se si inasprisce il contrasto con il fascismo di ritorno che è disseminato in più d’una delle posizioni in campo e non solo in quelle dichiaratamente di destra.

Ma contrapporsi non basta se non si riesce a persuadere che, oltre il contrasto ideale e culturale, che va mantenuto e alimentato, è indispensabile individuare soluzioni che si accreditino con l’evidenza delle cose buone e diventino per ciò stesso persuasive.

Ci sono pochi giorni per fare qualcosa prima del 4 marzo. Soprattutto per non fare cose sbagliate. Ma, siccome il problema viene da lontano, occorre mettere in cantiere un’impresa di riabilitazione del costume e del metodo democratico come unico vaccino contro la tentazione della violenza risolutrice. Che oggi si ripropone dal profondo delle nostre comunità.

 

Da "http://www.settimananews.it" La tentazione delle “vie di fatto” di Domenico Rosati - 10/02/2018

 

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 02 Febbraio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /4

Scorrendo le gesta e i detti di questa campagna elettorale, ormai decisamente avviata verso lo sbocco del 4 marzo, si ha l’impressione che in Italia la politica si stia consumando nella ricerca di un futuro che non riesce più ad immaginare. E che, anzi, tenda a ritrarsi nel ventre caldo di un passato in cui crede di trovare le certezze che non ha. Tanto da rivalutarne anche il peggio di quei rottami.

Il fenomeno si presenta con le dimensioni tragiche del ricorso alla violenza – privata o di stato, praticata o minacciata – per la soluzione di non importa quale contrasto.

Ne è icona attendibile il presidente americano Trump sia quando scatena, nel suo paese, l’ennesima guerra dei ricchi contro i poveri, sia quando si cimenta nella disfida dei bottoni (nucleari) con l’altrettanto pittoresco dittatore coreano.

La scala domestica
Pulsioni e suggestioni tutte al di sotto dei livelli di relativa tranquillità raggiunti dalla comunità internazionale dopo le prove del XX secolo.

In un diverso scenario e in una scala ovviamente domestica, sono dello stesso segno i sempre più frequenti riferimenti di esponenti politici a utensili dell’armamentario totalitario e fascista. A parte il folklore dei saluti romani e di altre pratiche evocative, pesano certi riferimenti storici di segno encomiastico sui presunti meriti del “duce”.

E poi ci sono le uscite di stampo razzista, come quella del candidato della destra unita alla guida della Lombardia, per il quale i migranti non solo invadono l’Italia, non solo vengono per delinquere, ma soprattutto minacciano la “razza bianca”.

Il “noi” contro “loro”
Più ancora colpisce che, per sviare le proteste suscitate dal “lapsus”, si sia voluto sostenere che anche la nostra Costituzione usa il termine “razza”, omettendo di aggiungere che lo fa in modo inequivoco per esorcizzare ogni incarnazione di razzismo o di discriminazione.

D’altra parte, a tali risultati si giunge inevitabilmente nel momento in cui si adotta, come criterio del giudizio politico, una separazione arbitraria tra “noi” e “loro”; un criterio che conduce inevitabilmente ad una diminuzione della qualità umana di ogni “diverso” e, dunque, autorizza ogni forma di repressione per contenerne il presunto pericolo.

Il saccheggio dei “precedenti”
C’è, infine, un “ricorso al passato” meno truculento anche se non privo di insidie per la corretta formazione del giudizio politico. Ed è il saccheggio per fini elettorali del bagaglio di progetti e di promesse già esibiti in precedenti consultazioni.

Qui non si può fare a meno di censurare, a scelta, o per recidiva o per inadempienza contrattuale, il fatto che Berlusconi, nel formulare il programma per il 2018, abbia riprodotto, cambiando le parole, quel “contratto con gli italiani” che firmò davanti al… notaio Vespa in una non dimenticata performance televisiva nel 2001.

Inadempienza contrattuale
Una scelta, quella del Cavaliere, che si offre alla critica non per il contenuto opinabile delle scelte in materia fiscale, di previdenza, di opere pubbliche e di lavoro (materie per le quali, del resto, anche i competitori non lesinano le promesse), ma per la circostanza che, in base al citato contratto, quegli impegni avrebbero dovuto essere adempiuti entro i 5 anni di governo a partire da quelle elezioni.

Di più: c’era una clausola di chiusura per cui – era scritto – «nel caso in cui, al termine dei cinque anni di governo, almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero stati raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche». Seguiva firma, naturalmente “in fede”.

Qui, però, non c’entrano né il trumpismo né il fascismo di ritorno perché si tratta di un caso di candidatura a figurare nella galleria delle facce di bronzo.

Il discorso su questa vana ricerca del futuro perduto come timbro dell’attuale fase politica esige invece qualche ulteriore sviluppo.

Viaggio nella “retrotopia” di Bauman
In questa direzione spinge l’ultima opera di Zygmunt Bauman, il cui titolo – “Retrotopia” – descrive la tendenza generalizzata ad un “ritorno al passato” nel momento stesso in cui si è chiamati a governare il futuro.

Tanti sono gli spunti offerti dall’analisi del grande sociologo polacco sui quali sarebbe utile chiamare ad intrattenersi coloro che hanno responsabilità politiche.

Il primo e più importante, a mio avviso, è quello che segnala la «progressiva globalizzazione del potere» mentre «la politica conserva ancora una dimensione locale».

La “nazione-tribù”
Così la politica – e, per essa, lo stato – ha perso non tanto il monopolio della forza quanto la prerogativa di determinare il confine tra l’uso legittimo e illegittimo di essa.

Ne sono consapevoli gli statisti attualmente in carica o aspiranti tali?

Quanto è diffusa la coscienza di quello che Bauman chiama «il ritorno alle tribù»?

Quell’istituzione arcaica oggi prende corpo nelle manifestazioni del nazionalismo chiuso e nel rifiuto crescente delle istituzioni di integrazione, per quanto perfettibili, come l’Unione Europea.

E quanto i fautori della moltiplicazione delle frontiere fortificate hanno presente che la condizione feriale della politica, nei prossimi decenni, dovrà confrontarsi con un miliardo di sfollati?

La rivincita della ricchezza
La sfida non è dunque quella di fabbricare piccoli recinti ma di rendersi conto che, «dopo la globalizzazione dei capitali e delle merci, è finalmente giunta l’ora della globalizzazione dell’umanità»; con la quale bisogna misurarsi se davvero si vuole incidere sul futuro.

La descrizione del “grande ritorno” al passato si arricchisce poi con la ricognizione della povertà e della disuguaglianza nonché della rivincita che esse stanno ottenendo sull’idea, diffusa tra gli economisti e lungamente accreditata in politica, che fosse possibile realizzare un equilibrio tra il capitalismo che crea ricchezza e l’intervento pubblico che garantisce il pieno impiego.

L’attività umana
C’è da chiedersi se anche le tante più o meno attendibili suggestioni di interventi perequativi oggi in circolazione non siano l’esito di un definitivo abbandono di quella via maestra che, sulle due sponde dell’Atlantico, è stata percorsa dal riformismo nelle sue varie versioni.

Più radicalmente, c’è da interrogarsi sulla fondatezza della prospettiva che riduce o cancella il lavoro umano (così come è venuto realizzandosi) da una prospettiva di lungo periodo, attrezzandosi però non a compiere un tamponamento mediante sussidi o altri espedienti ma a individuare nuove e inedite dimensioni di espansione socializzante dell’attività umana.

Il grembo materno
L’ultimo capitolo di Bauman che qui usiamo per completare una provocazione rispetto all’insufficienza dell’analisi politica corrente e della percezione della portata dei problemi che incombono, è quello dedicato al «ritorno al grembo materno», tradotto nel fenomeno della «privatizzazione della speranza», con conseguente caduta della propensione alla solidarietà.

È materia complessa che intreccia la politica con la sociologia e la psicologia. Del resto, già in uno dei precedenti articoli si evocava un crescente deficit di energia solidale con un conseguente invito a riabilitare o a reinventare i luoghi e le fonti di riabilitazione di tale risorsa.

Organizzare la speranza
Ma se il compito che abbiamo (la politica ha) è quello di «innalzare l’integrazione umana a livello dell’umanità intera», allora dobbiamo prepararci ad un periodo piuttosto lungo «di domande più che di risposte», sapendo che il successo è difficile e il fallimento possibile.

È uno sfondo che cambia il colore delle questioni in discussione anche nelle prove elettorali in svolgimento, e costringe, se si vuole incidere in modo non superficiale o strumentale, a guardare davvero più alto e più lontano.

Non dimenticando che compito della politica, come dicevano i giovani cattolici degli anni 30 del ’900, è quello di «organizzare la speranza».


Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /4 Come ritrovare il futuro perduto - di Domenico Rosati - 24/01/2018

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 29 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /3

Al di là della raffigurazione geometrica – e perciò fredda, statica e un po’ arbitraria – dei requisiti e degli obiettivi del buon governo, è necessario spostare l’attenzione su un altro fattore, fondamentale, dell’azione politica. Meridiani e paralleli servono infatti a dare riferimenti spazio-temporali ad un movimento umano che concerne la rotta che si sceglie di seguire.

L’energia solidale
Si può chiamare in vari modi: passione politica o ideologia, o “visione”, tutti indicatori di un finalismo più o meno definito in funzione del quale si mette in azione la forza motrice delle volontà collettive, necessaria per realizzare il disegno in un tempo dato. È evidente che qui siamo fuori dallo schema matematico e ci inoltriamo nel campo dell’intuizione, là dove, secondo il Pascal dell’esprit de finesse, ci si avvicina al “dover essere” dell’esistenza umana.

Nella nostra Costituzione questa spinta propulsiva, o forza d’impulso, volta a tradurre in realtà storica i modelli elaborati dal pensiero, può essere individuata in una “energia solidale” che avvolge l’insieme dei fattori politici e li orienta verso una finalità di bene comune.

Vocazione umanistica
Se ne parla poco, anche perché si dà per scontata la sua esistenza, ma si tratta di una dimensione decisiva. Oltre a conferire un significato etico all’agire politico, la dimensione solidale ne qualifica la vocazione umanistica che respinge l’approccio totalitario o paternalistico o semplicemente autoritario. Non coltiva sudditi obbedienti ma cittadini pensanti.

Ora questa energia solidale non viene fornita in misura costante. Vi sono intermittenze, alti e bassi nell’erogazione, corrispondenti a diversi periodi storici e a situazioni peculiari.

Diritti, doveri e tensione all’uguaglianza
Fondamentale è l’enunciato dell’art. 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia singolo che nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica , economica e sociale».

Altrettanto impegnativo è il secondo comma dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

La prova della penuria
Quale sia lo stato dell’arte nel campo della solidarietà nella sua esplicazione tendenziale verso l’uguaglianza è un’indagine difficile e rischiosa. I fenomeni sociali sono sempre gomitoli aggrovigliati nei quali è arduo individuare il filo che rivela la tendenza.

Si può solo constatare una variabilità di atteggiamenti non tutti riconducibili a situazioni oggettive.

All’inizio degli anni ’70, l’esplosione della crisi petrolifera impose alcune “novità” che contrastavano le abitudini dei miracolosi anni ’60. Si parlò persino di mobilitazione delle energie sacrificali e si auspicò un ritorno all’economia di guerra.

L’austerità rifiutata

Le “domeniche a piedi” ne furono l’esperienza più pittoresca per via della riabilitazione di mezzi di trasporto diversi dalle automobili, come i calessini e persino le diligenze trainate dai cavalli. Ma le limitazioni erano tante e di diverso impatto, a partire dalla riduzione dell’illuminazione delle strade. E, all’insieme delle misure adottate, si dava senza disagio il nome di “austerità”.

Ma, sul finire degli anni ’80, quando il segretario comunista Berlinguer propose di instaurare un regime di austerità per affrontare e risolvere la crisi economica e promuovere un nuovo modello di sviluppo, la risposta dell’opinione pubblica e del ceto politico fu una chiassosa ripulsa. L’austerità non mobilita le masse, si affermò con asprezza, e a Berlinguer toccò di essere effigiato in pantofole.

Le regole cambiate
Alti e bassi, si diceva. Corrente alternata. Ma complessivamente quale è stata la tendenza? Ultimamente il premio Nobel, Joseph Stigliz, noto come scienziato non meno che come alfiere della finanza, ha constatato che «le regole del gioco sono state cambiate a vantaggio di quelli in alto e a svantaggio di quelli in basso, aumentando la disuguaglianza».

Parrebbe questo il tema da svolgere, ma non si vedono all’orizzonte iniziative organiche adatte a ridurre i dislivelli che il cambio delle regole del gioco ha provocato. Irriducibilità del sistema o carenza conclamata di energia solidale?

La risposta coinvolge entrambi gli aspetti. Il meccanismo capitalistico, dopo aver sbaragliato il comunismo reale, si è orientato a compiere scelte che, assecondando la rivoluzione tecnologica, hanno dato luogo ad un attacco frontale alle strutture e alle forze che, in Occidente, hanno caratterizzato il così detto “compromesso socialdemocratico”, a partire dal welfare.

La competizione delle promesse
Questo attacco – che è ancora in corso – ha già prodotto più di una divisione nel campo delle sensibilità sociali. C’è chi pensa di riattivare un “rosso antico” denso di ideologia alternativa e chi spera in una presa di coscienza comune per un nuovo intreccio delle compatibilità. Con un quadro che comunque risulta più complicato per effetto della… conversione capitalistica dei regimi di Russia e di Cina, quest’ultimo ancora rigorosamente agganciato all’impianto comunista.

Tracce delle divisioni si notano anche nell’area politica più motivata sui temi dell’uguaglianza. In Italia, ad esempio, coloro che hanno abbandonato il Pd gli rimproverano, sostanzialmente, di aver compiuto scelte proprie del campo avverso. Ma, in generale, l’insieme dei soggetti politici sembra attestarsi più che attorno a un grumo di valori da affermare, attorno ad un metodo “pubblicitario” da accreditare, nel quale si consuma una competizione “al maggiore offerente” di promesse e ammiccamenti vari.

Quantità e volumi
Nei remoti anni ’60, alcuni studiosi dimostrarono che, tra i programmi elettorali dei partiti dell’epoca, c’erano più convergenze che divergenze; e allora c’erano ideologie ostinate e divisive. Oggi il quadro è cambiato: tutti si muovono nell’orbita del realismo della concretezza; e, non sussistendo più differenze di qualità, si punta tutto sul gioco delle quantità e dei volumi.

Fantasia al ribasso
Gli opinionisti fanno bene ad ironizzare sul fenomeno. C’è la tendenza generale all’abbattimento delle tasse, più misurata nel Pd, più semplificata nel centrodestra che inalbera il vessillo della flat tax al 15% o al 25%, fate voi.

E anche un compassato Pietro Grasso, che alla riduzione generalizzata è contrario, brucia il suo granello d’incenso all’accesso gratuito all’università

A sua volta Renzi si smarca con la trovata di cancellare del tutto il canone Rai, appena dopo averlo messo in bolletta, mentre il Movimento 5Stelle, oltre ad insistere sul suo “reddito di cittadinanza”, si espone su un’idea di ridurre in 10 anni di 40 punti il rapporto tra debito e Pil.

Un fondo condiviso di menzogna
Ma Berlusconi non si fa strappare il servizio: lui opera a quota mille. Il suo reddito di dignità a 1000 euro è più pesante di quello di Di Maio, che si ferma a 780; e pure a 1000 euro posta l’asticella delle pensioni minime. E poi la consueta inondazione di misure “dedicate” come l’abolizione delle tasse automobilistiche e le provvidenze per gli animali di compagnia.

E le coperture? I soldi si trovano, rispondono in coro i protagonisti della saga elettorale inimitabili nella disinvoltura con cui piegano le quattro operazioni alle esigenze della propria propaganda.

L’andamento di questa spregiudicata corsa al rialzo, nella quale la non partecipazione del Presidente del Consiglio sembra offrire una insperata sponda di saggezza, impone di ritornare al punto del “non mentire”, lasciato in sospeso nel precedente articolo.

Ora, in tanto mulinare di promesse, si cela un fondo condiviso di menzogna ed è dunque in nome di un cumulo di bugie che si chiede il consenso degli elettori.

Chi sa mentire meglio?
I cultori della materia possono evocare, al riguardo, un quesito che appassionò l’autore dei Viaggi di Gulliver, Jonathan Swift, mentre si accingeva a scrivere su L’arte della menzogna in politica. Il quesito era «se una menzogna sia contraddetta meglio dalla verità o da un’altra menzogna». E la risposta dell’autore era che «il modo più appropriato per contraddire una menzogna è un’altra menzogna», magari più grossa della precedente.

«Chi sa mentire meglio, i Tories o i Vhigs?» si domandava il nostro autore. E noi oggi come potremmo fargli eco? Tra i concorrenti ci sono professionisti patentati (una nota biografia di Berlusconi si intitola Il venditore) e dilettanti allo sbaraglio che si autodispensano da ogni saggia ricerca, e anche esseri – come dire? – refrattari alla materia, che però si sforzano di non rimanere indietro. Ma allora come scegliere?

Diamoci un taglio
Una modesta proposta sarebbe quella di sottoporre ogni cifra connessa ad una promessa ad un taglio lineare consistente, almeno sopra il 20%.

Un’altra suggestione, visto che è chiamato in causa, viene da un pensiero dello stesso Swift: «Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di aver avuto torto, che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto fosse ieri».

Ma, siccome non è il caso di immaginare che a cambiare siano i protagonisti della competizione in corso, pare più saggio confidare in un sussulto di saggezza del corpo elettorale. Che eserciti senza ritegno il suo “diritto al dubbio”, dichiari senza reticenza la propria incredulità davanti al quadro delle promesse farlocche e faccia capire che la conseguenza sarà la negazione del consenso.

Non sarà la piena rivincita della verità, ma si potrà evitare il trionfo delle bugie.


Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /3 Poca uguaglianza, un oceano di bugie - di Domenico Rosati - 14/01/2018

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Lunedì, 22 Gennaio 2018 00:00

Al mercato delle promesse elettorali

"Per l'Unione europea la priorità principale del nuovo governo italiano dovrebbe essere la riduzione dell'enorme debito pubblico", scrive in un ricco paper Credit Suisse, che analizza la situazione economica dell'Italia in vista delle elezioni del 4 marzo. "Tuttavia – continua l'istituto svizzero – le coalizioni politiche stanno facendo promesse costose durante la campagna".

Le promesse elettorali più care sono quelle del centro destra (Lega e Forza Italia): il conto totale stimato da Credit Suisse è compreso tra 86 e 112 miliardi di euro, dal 5,4 al 7 per cento del pil. Se si considera anche il costo annuale della promessa di riduzione dell'età pensionabile si arriva ad un tetto massimo compreso tra 104 e 130 miliardi di euro (6,5 - 8,1% del pil). Lega e Forza Italia sono fiduciosi di raccogliere i fondi per finanziare queste promesse dall'emersione dell'economia sommersa come conseguenza della riduzione di imposte, adeguamenti delle spese fiscali, riduzione della spesa pubblica e maggiore flessibilità. Anche la campagna del M5s è costosa e si basa su riduzione delle tasse, un minimo di "reddito di cittadinanza" per famiglie a basso reddito. Il conto totale è tra i 53 e i 59 miliardi di euro, pari al 3-4 per cento del pil italiano. Mentre, sempre secondo l'istituto svizzero, "la coalizione di sinistra sembra quella con il programma più ragionevole da una prospettiva finanziaria": conto totale compreso tra 18 e 21 miliardi di euro, pari all'1 per cento del pil.

Credit Suisse aggiunge: "Chiaramente i programmi dovrebbero essere coerenti con gli impegni finanziari stabiliti con l'Unione europea, principalmente perché il Quantitative Easing finirà presto. Mancano ancora i programmi dettagliati delle coalizioni e la campagna è appena iniziata: i partiti politici non sembrano prendere in considerazione come affrontare la riduzione del debito pubblico. L'Europa e il debito pubblico sono i grandi assenti dell'attuale discussione politica italiana. Nelle prossime settimane, avvicinandosi al 4 marzo, l'esito dei sondaggi potrebbe causare una certa volatilità nel mercato italiano. Una vittoria dei partiti populisti potrebbe aumentare lo spread e potenzialmente colpire le banche italiane, tuttavia non possiamo escludere che qualunque sarà il risultato delle elezioni, una grande coalizione potrebbe limitare i rischi di un governo dei populisti".

 

Da "www.ilfoglio.it" Al mercato delle promesse elettorali. Quanto ci costano davvero i programmi economici dei partiti di Enrico Cicchetti 19/01/2018

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Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /2

«Hai presenti gli “assi cartesiani”, quelli che, secondo il matematico-filosofo francese, consentono di individuare con procedimento matematico determinati punti nello spazio? Non ti ricordi, hai studiato male?». E poi: «Cambia qualcosa se gli assi principali anziché con X e Y, o come “ascisse” e “coordinate”, vengono indicati come “meridiani” e “paralleli” e applicati su una mappa che, a quel punto, diventa carta geografica o progetto politico»?

Avevo provocato un mio amico matematico sul punto se fosse possibile inquadrare in una formula algebrica i problemi del “che fare” in politica. E il professore mi aveva impartito l’intera lezione della quale, per non offendere la sua scienza, ho trattenuto e trascrivo solo alcune libere deduzioni.

Meridiani e paralleli
Sull’asse dei “meridiani” (che in politica tradurremo con “asse delle condizioni”) collochiamo quelli che possono essere considerati come i requisiti fondamentali del comportamento di chi voglia concorrere all’edificazione del “buon governo”; e li identifichiamo nei tre comandamenti del non uccidere, non rubare, non mentire.

Sull’asse dei “paralleli” (che in politica tradurremo come “asse degli obiettivi”) sistemiamo invece quelle che possiamo considerare come le finalità di un agire politico orientato alla piena umanizzazione della vita di ogni persona e di tutte le persone. E qui, con una scelta soggettiva, ma non arbitraria, indichiamo i tre concetti di “pace, lavoro, democrazia”, riservandoci ulteriori specificazioni.

Oltre la geometria
Si dovrà successivamente inserire un terzo asse da dedicare a quella che potremo indicare come l’energia di traino del processo politico e che non appare traducibile in formule matematiche.

Per rimanere ai tempi di Cartesio, ci faremo aiutare da Pascal per assegnare all’esprit de geometrie i concetti distribuiti sui due primi assi e all’esprit de finesse quelli assegnati al secondo asse. Per il momento lasciamo in pace il terzo.

“Non uccidere”: condiviso, ma…
Andiamo a verificare ora – cioè oggi, a inizio 2018, vigilia delle elezioni generali in Italia – quale sia la condizione dei “beni” fin qui elencati e quale possa essere il destino della loro interconnessione nelle condizioni date.

Sull’asse dei meridiani, cioè delle condizioni del buon governo, la percezione soggettiva dei tre comandamenti evocati è ancora largamente diffusa, oltre che scolpita in tanti documenti dell’ordine internazionale.

Ma tra i testi delle dichiarazioni e gli atteggiamenti feriali dei cittadini (e dei responsabili) sembra intercorrere una distanza sempre maggiore.

Il comandamento del non uccidere, ad esempio, è quotidianamente trasgredito in ogni angolo della terra; ma i fatti e i misfatti che le cronache registrano si stemperano in una indifferenza che li ignora o li minimizza, o si rifugia nel recinto dell’impotenza.

Quel mosaico mostruoso
Né un comportamento esemplare viene dai livelli della responsabilità politica. Ciò vale per quella che è stata chiamata l’attuale «guerra mondiale a pezzi», fatta sia di episodi cruenti che compongono un mosaico mostruoso, sia dall’indotto, non meno crudele, di un’“economia che uccide”.

È quel che avviene quando si subordina la crescita della ricchezza all’aumento della povertà e quando a vaste porzioni di umanità si impone la legge bronzea della sopravvivenza a livelli insopportabili di miseria e di fame.

Poiché il “non uccidere” riguarda sia i singoli che le comunità, la sua trasgressione non avviene solo quando si compie fisicamente il gesto di Caino ma anche quando non si interviene per impedire che altri lo compia.

D’altra parte, l’umanità è stata messa in grado, nel corso dei secoli, e segnatamente nel ’900, di conoscere a fondo e direttamente il “flagello” degli attacchi alla vita umana; e ha persino adottato, meritoriamente, le misure di prevenzione e di contrasto che sono garantite da istituzioni basate sul consenso dei popoli.

Questa circostanza dovrebbe attenuare l’onere dell’opposizione alla guerra e ai suoi derivati, ma, nel contempo, lo aggrava quando si lasciano fuori campo o si mettono fuori uso le strutture di prevenzione e di composizione dei conflitti o delle situazioni di disordine e/o di oppressione.

I movimenti disgregatori
Tanto maggiore si fa poi la responsabilità in questo campo quando, come oggi accade, si è in presenza di attacchi diretti al ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Delle quali si dichiara il superamento o addirittura l’inutilità quando – ed è il momento peggiore – non ci si comporta come se non esistessero.

Non uccidere significa allora contrastare i movimenti disgregatori che in varia forma – comprese le manifestazioni di sovranismo nazionalista – mettono in discussione i livelli pur minimi di collaborazione fin qui raggiunti, a partire dall’Europa.

L’espansione del “rubare”

Sempre sull’asse dei “meridiani” il comandamento del “non rubare” presenta il suo vasto campionario di inadempienze.

Ma l’atto tipico del “rubare” – la sottrazione fisica di un bene a chi lo detiene legittimamente e l’impossessamento di esso da parte di chi non ne ha titolo – appare sempre di più come un’entità minimale rispetto all’espandersi di altre dimensioni. Cresce infatti la mole dei fenomeni di scardinamento delle regole dell’economia e dello stesso diritto di proprietà che ne è il cardine.

Il vizio endemico moltiplicato
Le violazioni tradizionali – corruzione, concussione, appropriazione indebita ecc. – impallidiscono di fronte al proliferare di altre forme di speculazione e di intermediazione dolosa.

Queste si avvalgono sempre di più anche delle imponenti risorse offerte dalla possibilità di elaborazione e di trasmissione delle informazioni in tempo reale.

Per quanto il rubare sia un vizio endemico di impianto secolare, si direbbe che la tendenza odierna registra un rubare di più, un rubare più facile e più rapido.

Ne segue un effetto dimostrativo assolutamente inedito con il coinvolgimento di masse sempre più vaste di cittadini, indotti ad adottare come virtuosi i comportamenti rappresentati come “vincenti”, salvo dolersi poi degli infortuni subiti per malriposta fiducia.

Il tema del lavoro
Nel capitolo del “non rubare” va anche inclusa la cosiddetta “infedeltà fiscale”, alla quale tuttavia – per la sua importanza e attualità – converrà dedicare una specifica trattazione.

Lo stesso dicasi per il “non mentire”, di cui si parlerà nel prossimo articolo.

Quanto ai beni sistemati nella categoria degli obiettivi, come entità desiderabili ai fini della realizzazione secondo giustizia dello sviluppo integrale delle persone, un cenno particolare va fatto sulla questione del lavoro. Il tema della pace è stato infatti appena trattato, mentre a quello della democrazia diffusa è stato dato un certo spazio nel precedente articolo.

Guardando le cose in retrospettiva, si può constatare che, nel tempo, il problema-lavoro è stato per così dire declassato da materia con dignità autonoma a sottosezione dell’economia. E analoga sorte è toccata alle agenzie di tutela e di promozione del lavoro, in primo luogo i sindacati.

Tutto questo è avvenuto nel corso del mezzo secolo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio e rappresenta, più che un cambio politico, un mutamento culturale significativo.

Parlavamo il “keynesiano”
Subito dopo la conclusione del conflitto, sulle due sponde dell’Atlantico si parlava il “keiynesiano”, quell’idioma economico in base al quale, dovendosi realizzare come bene primario il pieno impiego di tutti i lavoratori (gente che prende il salario e lo spende e così alimenta l’economia) tutti gli sforzi andavano orientati a tale obiettivo.

Per stare in Italia, su tale linea era attestata la CGIL di Di Vittorio – 1949 – in dissenso con la casa-madre del PCI, e altrettanto dicasi di quelle tendenze cattoliche, impersonate da La Pira, dalle quali veniva una sollecitazione per «un governo con un solo obiettivo: il lavoro».

Nello stesso tempo (1952), le Acli reclamavano «una grande politica del lavoro», ritenendo possibile realizzare e mantenere, nel tempo e con l’opportuna strumentazione, «un alto e stabile livello di occupazione».

Occupazione e Costituzione
Il fatto è che, allora, per “piena occupazione” non si intendeva qualcosa di diverso da quanto scritto nell’art. 4 della Costituzione e cioè che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»; che era logicamente correlato con il dovere di ciascuno di «svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

Da Keynes a Friedman
Questa nota universalistica si mantiene succcssivamente anche quando, con lo “schema Vanoni” (1954), il traguardo del pieno impiego si procrastina nel tempo (un decennio) e si condiziona al mantenimento di alcune condizioni economiche, come la crescita del reddito nazionale al 5% che, per motivi vari, non si sarebbero realizzate.

I governi di centrosinistra ripresero poi l’idea del “piano” (1965) nel quale il pieno impiego era il risultato di uno sviluppo complessivo trainato soprattutto dall’ espansione dei consumi pubblici.

La scelta di approvare il piano per legge – come una sorta di gigantesca “finanziaria” – irrigidì la logica del piano che non giunse mai a piena realizzazione (se non per alcuni capitoli come la sanità). E il destino del lavoro rimase sempre più appeso alle fluttuazioni congiunturali.

La “massima occupazione”
Fu in questa fase che l’espressione “pieno impiego” venne sostituita da “massima occupazione”.

Non era una variante formale; quel “massima” stava ad indicare il livello consentito dagli equilibri complessivi del sistema.

La dottrina economica continuava a parlare keynesiano ma la sostanza delle scelte era sempre più vicina agli schemi neoliberisti di Milton Friedman. Che sarebbero… andati al potere con Ronald Reagan e Margaret Tatcher. Il resto è cronaca.

La nuova riconversione
La notazione storica resta importante, perché invita a rintracciare i momenti genetici della svolta liberista, che poi si è coniugata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.

Occorre accettare l’onere di una simile operazione, che comporta più di un’autocritica, per rendersi conto non solo della portata del cambiamento intervenuto ma anche del numero e dell’importanza delle forze che, anche a sinistra, lo hanno sostenuto.

Vale per la valutazione del passato ma vale anche per le sfide da affrontare a partire da oggi o, se si vuole, in Italia dal 4 marzo.

L’analisi dell’evoluzione intervenuta, abbozzata qui liberamente nel riferimento alle condizioni e agli obiettivi collocati sugli “assi cartesiani”, pare indispensabile per un approccio realistico e non ingannevole all’esigenza di una nuova riconversione. Che è necessaria per riportare il lavoro al posto che la dignità umana reclama e che la Costituzione ha stabilito fin dal suo incipit.

Ma che ascolto si può dare alle voci che si sovrappongono nella grande arena della contesa elettorale?

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una mappa… cartesiana per aiutare le scelte - di Domenico Rosati - 5/01/2018

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Lunedì, 15 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /1

Le elezioni come una pagina bianca. Anche il presidente Mattarella, nella sobria comunicazione di fine anno, ha fatto ricorso a quest’immagine. Che corrisponde alla realtà, ma solo fino ad un certo punto.

Ogni scadenza elettorale, infatti, è pagina bianca nel senso che si azzera e si elegge ex novo il Parlamento, ma sul foglio, come in filigrana, sono impresse le tracce di quel che è accaduto sia nel corso della legislatura che termina sia nel cumulo di tutte le fasi precedenti. Non solo le leggi ma anche le virtù e i vizi – i costumi – di un popolo.

Voto senza copia
Così è difficile dare credibilità ad una suggestione che trascuri il peso (il valore, la vergogna e altro) delle cose accadute; e lo conferma il fatto che anche l’evocazione della pagina bianca è saggiamente accompagnata dall’esortazione a non oscurare il messaggio del passato. Anche il presidente Mattarella ne ha fatto giustamente uso.

Da questa considerazione preliminare ne discende un’altra non meno importante. E cioè che non esistono elezioni-copia. Ogni momento di esercizio della sovranità popolare – che di questo si tratta – ha uno svolgimento proprio: di tempo, di modo, di luogo. Ed è quel che condiziona, se non determina, il comportamento dei protagonisti – “attivi” gli elettori, “passivi” gli eletti –, anche quando si tratta delle stesse figure che mutano orientamento per prolungare nel tempo il proprio potere.

Una guida nel labirinto
È probabilmente anche in questo misto di variabili, di novità e di tradizione, di rispetto del passato e di apertura al futuro che consiste il segreto della “durata” dei regimi democratici e della loro superiorità, al netto delle contraddizioni e degli errori che si rinvengono sul loro cammino.

Che però assomiglia – il cammino – più a un labirinto in cui è facile perdersi che ad un’autostrada sulla quale correre fino ad… esaurimento delle ambizioni terrene. Che le prove elettorali – è una costante –, per un verso, moltiplicano e, per un altro, comprimono.

Eccitazione e depressione
La campagna elettorale – anche questa è una costante – è il passaggio in cui avviene il massimo della eccitazione politica, nel senso dell’enunciazione di ciò che è più desiderabile nel momento dato e, contemporaneamente, si verifica il massimo della depressione. Questa si verifica nella presa di coscienza dello scarto tra il “dire” delle promesse” e il “fare” delle realizzazioni concretamente possibili.

Un’analisi del prodursi e riprodursi nel tempo di un simile scarto ne mette in luce gli effetti devastanti sulle aspettative, che degradano in delusioni, e permette di trovare una spiegazione del fenomeno della crescente fuga dalle urne che accompagna la democrazia nelle sue fasi mature.

Speranza e futuro
Chi scrive ha l’età per ricordare le grandi speranze che in Italia (e in tutta l’Europa) animarono i dibattiti (e gli scontri) della fase costituente dopo la seconda guerra mondiale. Il loro denominatore comune era quello della speranza.

L’atteggiamento prevalente dei protagonisti dell’epoca – quelli che andavamo ad ascoltare nei liberi comizi dopo l’esperienza delle adunate obbligatorie della dittatura – era di segno profetico: uno stimolo alle coscienze per alimentare il sogno di un mondo diverso.

Diverso da che cosa? Ci voleva poco a rendersi conto della distanza che correva tra l’irreggimentazione della società, in cui bisognava “credere, obbedire, combattere”, perché “Mussolini ha sempre ragione”, e il nuovo contesto in cui eri tu, in prima persona, convocato a concorrere, con il libero voto e con la partecipazione, a definire il futuro della comunità.

L’altra parola, coniugata a speranza, era infatti “futuro”.

Stato etico ed etica dello stato
Sull’idea della possibilità di costruire una nuova società fondata su valori umani universali si ritrovavano forze di origine e orientamenti diversi. Tutte però erano impegnate in un tentativo che superò più di una prova, a cominciare dalla redazione della Costituzione. Nella quale il tassativo rifiuto dello “stato etico” di impronta fascista dava risalto a principi fondamentali che configuravano un’“etica dello stato” come istanza di una moralità esigente nell’esercizio della vita pubblica.

Il vero miracolo italiano
Contrariamente a quel che successivamente è stato sostenuto dalla pubblicistica moderato-borghese, ho sempre ritenuto che il miracolo della democrazia italiana sia consistito – a parte i successi vantati in campo economico – nel fatto che, a edificare il nuovo edificio politico, abbiano dato opera entità culturali e sociali che originariamente erano ostili alla democrazia, come i cattolici, o l’accettavano solo come strumento di conquista del potere, come i comunisti e i socialisti.

Un “miracolo” che si protrasse anche dopo lo scontro delle elezioni del 1948, dando luogo a una dialettica tanto aspra negli atteggiamenti e nelle parole quanto reciprocamente prudente nella salvaguardia delle istituzioni della Repubblica. Tant’è che ad una comune solidarietà nazionale si ritenne di poter fare appello, con Moro e Berlinguer, quando negli anni 70 del ’900, il logoramento del tessuto democratico stava aprendo varchi regressivi pericolosi per il destino del sistema delle libertà.

Il prima e il dopo del voto
Tutto quel che precede dovrebbe fornire spunti adeguati a sostenere che ci si può accostare anche alla prossima scadenza elettorale – il 4 marzo 2018 – tentando di leggerne il significato come quello di un capitolo importante, ma non il primo né l’ultimo, della storia della democrazia italiana. Semmai, proprio la migliore conoscenza dei momenti più significativi di essa può riattivare qualche connessione oggi usurata nella coscienza dei cittadini; e così rimotivare una corrispondente volontà di partecipazione.

Qui ci si imbatte inevitabilmente nel discorso sulle virtù civiche che si esercitano – va detto con chiarezza – non solo nel voto ma anche e soprattutto prima del voto e dopo il voto.

La democrazia non esiste pienamente se non si alimenta della partecipazione dei cittadini. E questa non può essere limitata all’accesso alle urne. Si può lasciare in pace l’iperbole di Lenin, per il quale, «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo stato» e si debbono convenientemente criticare la esorbitanze dei sopraggiunti cultori delle qualità magiche dell’“uno vale uno”, peraltro rapidamente archiviato. Ma non si può non riflettere sui concetti di Pio XII circa il deficit di democrazia che si verifica quando il cittadino comune teme che «dietro la facciata di quello che si chiama stato si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati».

Lo stato della partecipazione
Forse prima di intraprendere una ricerca su quelle che potremmo chiamare le virtù civiche del XXI secolo, varrebbe la pena soffermarsi su questo aspetto costitutivo della vita democratica che convenzionalmente si chiama partecipazione. Che non è soltanto presenza ai comizi elettorali ma anche e soprattutto “ingerenza” assidua e attenta nelle vicende della vita sociale comune.

La Costituzione evoca una molteplicità di istanze e di organismi in cui la partecipazione può mettersi alla prova a servizio della comunità. Dagli enti locali ai partiti, ai sindacati al mondo associativo al volontariato, agli enti intermedi nella loro molteplicità e varietà. Per tacere della scuola dove pure si avviò negli anni 70 un tentativo di partecipazione triangolare (insegnanti, genitori, studenti) che è rimasto in piedi nella forma ancorché svuotato nella sostanza.

Interessi immediati e bene comune
Non è il caso di procedere ad un esame analitico di tutti i possibili varchi aperti dalle singole istanze e dal loro intreccio pluralistico. È invece doveroso chiedersi se e quanto e come abbiano funzionato come luoghi di attivazione politica dei rispettivi ambiti.

Nessuno può negare, con riguardo all’Italia, la vastità e profondità del fenomeno dell’ espansione di quelle che vengono definite come espressioni del terzo settore (ultimamente disciplinato per legge) in una visione che comprende sia l’economia sociale che il volontariato propriamente detto. E tuttavia rimane l’interrogativo se, a tale dilatazione nelle comunità locali e nei territori, abbia corrisposto una simmetrica espansione della coscienza sociale oltre le dimensioni degli interessi immediatamente percepiti e tutelati.

C’è da chiedersi insomma se la giusta preoccupazione per la salvaguardia di diritti acquisiti o rivendicati – in ambiti comunque ristretti (ad esempio “i residenti” nelle vertenze cittadine) non indebolisca la capacità di comprendere la dimensione effettiva dei problemi che oggi, non ieri, condizionano la coesistenza delle persone e ne alimentano il desiderio di cambiare.

Il punto decisivo più che mai questo: se si immagina di poter elaborare soluzioni valide per l’intera comunità (“uscirne insieme”, come diceva don Milani) oppure ci si limita a perimetrare tanti piccoli recinti privati di un’aleatoria sicurezza.

Prima e più ancora di ogni altro aspetto, quello del recupero di una dimensione sociale, cioè di bene comune, sembra essere il tema più serio e urgente da utilizzare come griglia critica per il giudizio sulle suggestioni elettorali oggi in campo e, soprattutto, per una riqualificazione dell’impegno dei cittadini ben oltre l’orizzonte della scadenza di marzo.

 

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