Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /2

«Hai presenti gli “assi cartesiani”, quelli che, secondo il matematico-filosofo francese, consentono di individuare con procedimento matematico determinati punti nello spazio? Non ti ricordi, hai studiato male?». E poi: «Cambia qualcosa se gli assi principali anziché con X e Y, o come “ascisse” e “coordinate”, vengono indicati come “meridiani” e “paralleli” e applicati su una mappa che, a quel punto, diventa carta geografica o progetto politico»?

Avevo provocato un mio amico matematico sul punto se fosse possibile inquadrare in una formula algebrica i problemi del “che fare” in politica. E il professore mi aveva impartito l’intera lezione della quale, per non offendere la sua scienza, ho trattenuto e trascrivo solo alcune libere deduzioni.

Meridiani e paralleli
Sull’asse dei “meridiani” (che in politica tradurremo con “asse delle condizioni”) collochiamo quelli che possono essere considerati come i requisiti fondamentali del comportamento di chi voglia concorrere all’edificazione del “buon governo”; e li identifichiamo nei tre comandamenti del non uccidere, non rubare, non mentire.

Sull’asse dei “paralleli” (che in politica tradurremo come “asse degli obiettivi”) sistemiamo invece quelle che possiamo considerare come le finalità di un agire politico orientato alla piena umanizzazione della vita di ogni persona e di tutte le persone. E qui, con una scelta soggettiva, ma non arbitraria, indichiamo i tre concetti di “pace, lavoro, democrazia”, riservandoci ulteriori specificazioni.

Oltre la geometria
Si dovrà successivamente inserire un terzo asse da dedicare a quella che potremo indicare come l’energia di traino del processo politico e che non appare traducibile in formule matematiche.

Per rimanere ai tempi di Cartesio, ci faremo aiutare da Pascal per assegnare all’esprit de geometrie i concetti distribuiti sui due primi assi e all’esprit de finesse quelli assegnati al secondo asse. Per il momento lasciamo in pace il terzo.

“Non uccidere”: condiviso, ma…
Andiamo a verificare ora – cioè oggi, a inizio 2018, vigilia delle elezioni generali in Italia – quale sia la condizione dei “beni” fin qui elencati e quale possa essere il destino della loro interconnessione nelle condizioni date.

Sull’asse dei meridiani, cioè delle condizioni del buon governo, la percezione soggettiva dei tre comandamenti evocati è ancora largamente diffusa, oltre che scolpita in tanti documenti dell’ordine internazionale.

Ma tra i testi delle dichiarazioni e gli atteggiamenti feriali dei cittadini (e dei responsabili) sembra intercorrere una distanza sempre maggiore.

Il comandamento del non uccidere, ad esempio, è quotidianamente trasgredito in ogni angolo della terra; ma i fatti e i misfatti che le cronache registrano si stemperano in una indifferenza che li ignora o li minimizza, o si rifugia nel recinto dell’impotenza.

Quel mosaico mostruoso
Né un comportamento esemplare viene dai livelli della responsabilità politica. Ciò vale per quella che è stata chiamata l’attuale «guerra mondiale a pezzi», fatta sia di episodi cruenti che compongono un mosaico mostruoso, sia dall’indotto, non meno crudele, di un’“economia che uccide”.

È quel che avviene quando si subordina la crescita della ricchezza all’aumento della povertà e quando a vaste porzioni di umanità si impone la legge bronzea della sopravvivenza a livelli insopportabili di miseria e di fame.

Poiché il “non uccidere” riguarda sia i singoli che le comunità, la sua trasgressione non avviene solo quando si compie fisicamente il gesto di Caino ma anche quando non si interviene per impedire che altri lo compia.

D’altra parte, l’umanità è stata messa in grado, nel corso dei secoli, e segnatamente nel ’900, di conoscere a fondo e direttamente il “flagello” degli attacchi alla vita umana; e ha persino adottato, meritoriamente, le misure di prevenzione e di contrasto che sono garantite da istituzioni basate sul consenso dei popoli.

Questa circostanza dovrebbe attenuare l’onere dell’opposizione alla guerra e ai suoi derivati, ma, nel contempo, lo aggrava quando si lasciano fuori campo o si mettono fuori uso le strutture di prevenzione e di composizione dei conflitti o delle situazioni di disordine e/o di oppressione.

I movimenti disgregatori
Tanto maggiore si fa poi la responsabilità in questo campo quando, come oggi accade, si è in presenza di attacchi diretti al ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Delle quali si dichiara il superamento o addirittura l’inutilità quando – ed è il momento peggiore – non ci si comporta come se non esistessero.

Non uccidere significa allora contrastare i movimenti disgregatori che in varia forma – comprese le manifestazioni di sovranismo nazionalista – mettono in discussione i livelli pur minimi di collaborazione fin qui raggiunti, a partire dall’Europa.

L’espansione del “rubare”

Sempre sull’asse dei “meridiani” il comandamento del “non rubare” presenta il suo vasto campionario di inadempienze.

Ma l’atto tipico del “rubare” – la sottrazione fisica di un bene a chi lo detiene legittimamente e l’impossessamento di esso da parte di chi non ne ha titolo – appare sempre di più come un’entità minimale rispetto all’espandersi di altre dimensioni. Cresce infatti la mole dei fenomeni di scardinamento delle regole dell’economia e dello stesso diritto di proprietà che ne è il cardine.

Il vizio endemico moltiplicato
Le violazioni tradizionali – corruzione, concussione, appropriazione indebita ecc. – impallidiscono di fronte al proliferare di altre forme di speculazione e di intermediazione dolosa.

Queste si avvalgono sempre di più anche delle imponenti risorse offerte dalla possibilità di elaborazione e di trasmissione delle informazioni in tempo reale.

Per quanto il rubare sia un vizio endemico di impianto secolare, si direbbe che la tendenza odierna registra un rubare di più, un rubare più facile e più rapido.

Ne segue un effetto dimostrativo assolutamente inedito con il coinvolgimento di masse sempre più vaste di cittadini, indotti ad adottare come virtuosi i comportamenti rappresentati come “vincenti”, salvo dolersi poi degli infortuni subiti per malriposta fiducia.

Il tema del lavoro
Nel capitolo del “non rubare” va anche inclusa la cosiddetta “infedeltà fiscale”, alla quale tuttavia – per la sua importanza e attualità – converrà dedicare una specifica trattazione.

Lo stesso dicasi per il “non mentire”, di cui si parlerà nel prossimo articolo.

Quanto ai beni sistemati nella categoria degli obiettivi, come entità desiderabili ai fini della realizzazione secondo giustizia dello sviluppo integrale delle persone, un cenno particolare va fatto sulla questione del lavoro. Il tema della pace è stato infatti appena trattato, mentre a quello della democrazia diffusa è stato dato un certo spazio nel precedente articolo.

Guardando le cose in retrospettiva, si può constatare che, nel tempo, il problema-lavoro è stato per così dire declassato da materia con dignità autonoma a sottosezione dell’economia. E analoga sorte è toccata alle agenzie di tutela e di promozione del lavoro, in primo luogo i sindacati.

Tutto questo è avvenuto nel corso del mezzo secolo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio e rappresenta, più che un cambio politico, un mutamento culturale significativo.

Parlavamo il “keynesiano”
Subito dopo la conclusione del conflitto, sulle due sponde dell’Atlantico si parlava il “keiynesiano”, quell’idioma economico in base al quale, dovendosi realizzare come bene primario il pieno impiego di tutti i lavoratori (gente che prende il salario e lo spende e così alimenta l’economia) tutti gli sforzi andavano orientati a tale obiettivo.

Per stare in Italia, su tale linea era attestata la CGIL di Di Vittorio – 1949 – in dissenso con la casa-madre del PCI, e altrettanto dicasi di quelle tendenze cattoliche, impersonate da La Pira, dalle quali veniva una sollecitazione per «un governo con un solo obiettivo: il lavoro».

Nello stesso tempo (1952), le Acli reclamavano «una grande politica del lavoro», ritenendo possibile realizzare e mantenere, nel tempo e con l’opportuna strumentazione, «un alto e stabile livello di occupazione».

Occupazione e Costituzione
Il fatto è che, allora, per “piena occupazione” non si intendeva qualcosa di diverso da quanto scritto nell’art. 4 della Costituzione e cioè che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»; che era logicamente correlato con il dovere di ciascuno di «svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

Da Keynes a Friedman
Questa nota universalistica si mantiene succcssivamente anche quando, con lo “schema Vanoni” (1954), il traguardo del pieno impiego si procrastina nel tempo (un decennio) e si condiziona al mantenimento di alcune condizioni economiche, come la crescita del reddito nazionale al 5% che, per motivi vari, non si sarebbero realizzate.

I governi di centrosinistra ripresero poi l’idea del “piano” (1965) nel quale il pieno impiego era il risultato di uno sviluppo complessivo trainato soprattutto dall’ espansione dei consumi pubblici.

La scelta di approvare il piano per legge – come una sorta di gigantesca “finanziaria” – irrigidì la logica del piano che non giunse mai a piena realizzazione (se non per alcuni capitoli come la sanità). E il destino del lavoro rimase sempre più appeso alle fluttuazioni congiunturali.

La “massima occupazione”
Fu in questa fase che l’espressione “pieno impiego” venne sostituita da “massima occupazione”.

Non era una variante formale; quel “massima” stava ad indicare il livello consentito dagli equilibri complessivi del sistema.

La dottrina economica continuava a parlare keynesiano ma la sostanza delle scelte era sempre più vicina agli schemi neoliberisti di Milton Friedman. Che sarebbero… andati al potere con Ronald Reagan e Margaret Tatcher. Il resto è cronaca.

La nuova riconversione
La notazione storica resta importante, perché invita a rintracciare i momenti genetici della svolta liberista, che poi si è coniugata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.

Occorre accettare l’onere di una simile operazione, che comporta più di un’autocritica, per rendersi conto non solo della portata del cambiamento intervenuto ma anche del numero e dell’importanza delle forze che, anche a sinistra, lo hanno sostenuto.

Vale per la valutazione del passato ma vale anche per le sfide da affrontare a partire da oggi o, se si vuole, in Italia dal 4 marzo.

L’analisi dell’evoluzione intervenuta, abbozzata qui liberamente nel riferimento alle condizioni e agli obiettivi collocati sugli “assi cartesiani”, pare indispensabile per un approccio realistico e non ingannevole all’esigenza di una nuova riconversione. Che è necessaria per riportare il lavoro al posto che la dignità umana reclama e che la Costituzione ha stabilito fin dal suo incipit.

Ma che ascolto si può dare alle voci che si sovrappongono nella grande arena della contesa elettorale?

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una mappa… cartesiana per aiutare le scelte - di Domenico Rosati - 5/01/2018

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Lunedì, 15 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /1

Le elezioni come una pagina bianca. Anche il presidente Mattarella, nella sobria comunicazione di fine anno, ha fatto ricorso a quest’immagine. Che corrisponde alla realtà, ma solo fino ad un certo punto.

Ogni scadenza elettorale, infatti, è pagina bianca nel senso che si azzera e si elegge ex novo il Parlamento, ma sul foglio, come in filigrana, sono impresse le tracce di quel che è accaduto sia nel corso della legislatura che termina sia nel cumulo di tutte le fasi precedenti. Non solo le leggi ma anche le virtù e i vizi – i costumi – di un popolo.

Voto senza copia
Così è difficile dare credibilità ad una suggestione che trascuri il peso (il valore, la vergogna e altro) delle cose accadute; e lo conferma il fatto che anche l’evocazione della pagina bianca è saggiamente accompagnata dall’esortazione a non oscurare il messaggio del passato. Anche il presidente Mattarella ne ha fatto giustamente uso.

Da questa considerazione preliminare ne discende un’altra non meno importante. E cioè che non esistono elezioni-copia. Ogni momento di esercizio della sovranità popolare – che di questo si tratta – ha uno svolgimento proprio: di tempo, di modo, di luogo. Ed è quel che condiziona, se non determina, il comportamento dei protagonisti – “attivi” gli elettori, “passivi” gli eletti –, anche quando si tratta delle stesse figure che mutano orientamento per prolungare nel tempo il proprio potere.

Una guida nel labirinto
È probabilmente anche in questo misto di variabili, di novità e di tradizione, di rispetto del passato e di apertura al futuro che consiste il segreto della “durata” dei regimi democratici e della loro superiorità, al netto delle contraddizioni e degli errori che si rinvengono sul loro cammino.

Che però assomiglia – il cammino – più a un labirinto in cui è facile perdersi che ad un’autostrada sulla quale correre fino ad… esaurimento delle ambizioni terrene. Che le prove elettorali – è una costante –, per un verso, moltiplicano e, per un altro, comprimono.

Eccitazione e depressione
La campagna elettorale – anche questa è una costante – è il passaggio in cui avviene il massimo della eccitazione politica, nel senso dell’enunciazione di ciò che è più desiderabile nel momento dato e, contemporaneamente, si verifica il massimo della depressione. Questa si verifica nella presa di coscienza dello scarto tra il “dire” delle promesse” e il “fare” delle realizzazioni concretamente possibili.

Un’analisi del prodursi e riprodursi nel tempo di un simile scarto ne mette in luce gli effetti devastanti sulle aspettative, che degradano in delusioni, e permette di trovare una spiegazione del fenomeno della crescente fuga dalle urne che accompagna la democrazia nelle sue fasi mature.

Speranza e futuro
Chi scrive ha l’età per ricordare le grandi speranze che in Italia (e in tutta l’Europa) animarono i dibattiti (e gli scontri) della fase costituente dopo la seconda guerra mondiale. Il loro denominatore comune era quello della speranza.

L’atteggiamento prevalente dei protagonisti dell’epoca – quelli che andavamo ad ascoltare nei liberi comizi dopo l’esperienza delle adunate obbligatorie della dittatura – era di segno profetico: uno stimolo alle coscienze per alimentare il sogno di un mondo diverso.

Diverso da che cosa? Ci voleva poco a rendersi conto della distanza che correva tra l’irreggimentazione della società, in cui bisognava “credere, obbedire, combattere”, perché “Mussolini ha sempre ragione”, e il nuovo contesto in cui eri tu, in prima persona, convocato a concorrere, con il libero voto e con la partecipazione, a definire il futuro della comunità.

L’altra parola, coniugata a speranza, era infatti “futuro”.

Stato etico ed etica dello stato
Sull’idea della possibilità di costruire una nuova società fondata su valori umani universali si ritrovavano forze di origine e orientamenti diversi. Tutte però erano impegnate in un tentativo che superò più di una prova, a cominciare dalla redazione della Costituzione. Nella quale il tassativo rifiuto dello “stato etico” di impronta fascista dava risalto a principi fondamentali che configuravano un’“etica dello stato” come istanza di una moralità esigente nell’esercizio della vita pubblica.

Il vero miracolo italiano
Contrariamente a quel che successivamente è stato sostenuto dalla pubblicistica moderato-borghese, ho sempre ritenuto che il miracolo della democrazia italiana sia consistito – a parte i successi vantati in campo economico – nel fatto che, a edificare il nuovo edificio politico, abbiano dato opera entità culturali e sociali che originariamente erano ostili alla democrazia, come i cattolici, o l’accettavano solo come strumento di conquista del potere, come i comunisti e i socialisti.

Un “miracolo” che si protrasse anche dopo lo scontro delle elezioni del 1948, dando luogo a una dialettica tanto aspra negli atteggiamenti e nelle parole quanto reciprocamente prudente nella salvaguardia delle istituzioni della Repubblica. Tant’è che ad una comune solidarietà nazionale si ritenne di poter fare appello, con Moro e Berlinguer, quando negli anni 70 del ’900, il logoramento del tessuto democratico stava aprendo varchi regressivi pericolosi per il destino del sistema delle libertà.

Il prima e il dopo del voto
Tutto quel che precede dovrebbe fornire spunti adeguati a sostenere che ci si può accostare anche alla prossima scadenza elettorale – il 4 marzo 2018 – tentando di leggerne il significato come quello di un capitolo importante, ma non il primo né l’ultimo, della storia della democrazia italiana. Semmai, proprio la migliore conoscenza dei momenti più significativi di essa può riattivare qualche connessione oggi usurata nella coscienza dei cittadini; e così rimotivare una corrispondente volontà di partecipazione.

Qui ci si imbatte inevitabilmente nel discorso sulle virtù civiche che si esercitano – va detto con chiarezza – non solo nel voto ma anche e soprattutto prima del voto e dopo il voto.

La democrazia non esiste pienamente se non si alimenta della partecipazione dei cittadini. E questa non può essere limitata all’accesso alle urne. Si può lasciare in pace l’iperbole di Lenin, per il quale, «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo stato» e si debbono convenientemente criticare la esorbitanze dei sopraggiunti cultori delle qualità magiche dell’“uno vale uno”, peraltro rapidamente archiviato. Ma non si può non riflettere sui concetti di Pio XII circa il deficit di democrazia che si verifica quando il cittadino comune teme che «dietro la facciata di quello che si chiama stato si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati».

Lo stato della partecipazione
Forse prima di intraprendere una ricerca su quelle che potremmo chiamare le virtù civiche del XXI secolo, varrebbe la pena soffermarsi su questo aspetto costitutivo della vita democratica che convenzionalmente si chiama partecipazione. Che non è soltanto presenza ai comizi elettorali ma anche e soprattutto “ingerenza” assidua e attenta nelle vicende della vita sociale comune.

La Costituzione evoca una molteplicità di istanze e di organismi in cui la partecipazione può mettersi alla prova a servizio della comunità. Dagli enti locali ai partiti, ai sindacati al mondo associativo al volontariato, agli enti intermedi nella loro molteplicità e varietà. Per tacere della scuola dove pure si avviò negli anni 70 un tentativo di partecipazione triangolare (insegnanti, genitori, studenti) che è rimasto in piedi nella forma ancorché svuotato nella sostanza.

Interessi immediati e bene comune
Non è il caso di procedere ad un esame analitico di tutti i possibili varchi aperti dalle singole istanze e dal loro intreccio pluralistico. È invece doveroso chiedersi se e quanto e come abbiano funzionato come luoghi di attivazione politica dei rispettivi ambiti.

Nessuno può negare, con riguardo all’Italia, la vastità e profondità del fenomeno dell’ espansione di quelle che vengono definite come espressioni del terzo settore (ultimamente disciplinato per legge) in una visione che comprende sia l’economia sociale che il volontariato propriamente detto. E tuttavia rimane l’interrogativo se, a tale dilatazione nelle comunità locali e nei territori, abbia corrisposto una simmetrica espansione della coscienza sociale oltre le dimensioni degli interessi immediatamente percepiti e tutelati.

C’è da chiedersi insomma se la giusta preoccupazione per la salvaguardia di diritti acquisiti o rivendicati – in ambiti comunque ristretti (ad esempio “i residenti” nelle vertenze cittadine) non indebolisca la capacità di comprendere la dimensione effettiva dei problemi che oggi, non ieri, condizionano la coesistenza delle persone e ne alimentano il desiderio di cambiare.

Il punto decisivo più che mai questo: se si immagina di poter elaborare soluzioni valide per l’intera comunità (“uscirne insieme”, come diceva don Milani) oppure ci si limita a perimetrare tanti piccoli recinti privati di un’aleatoria sicurezza.

Prima e più ancora di ogni altro aspetto, quello del recupero di una dimensione sociale, cioè di bene comune, sembra essere il tema più serio e urgente da utilizzare come griglia critica per il giudizio sulle suggestioni elettorali oggi in campo e, soprattutto, per una riqualificazione dell’impegno dei cittadini ben oltre l’orizzonte della scadenza di marzo.

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una pagina bianca ma non vuota - di Domenico Rosati - 5/01/2018

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I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

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Lunedì, 01 Gennaio 2018 00:00

I partiti alla conquista degli indecisi

Secondo una colorita ma efficace espressione coniata da SWG per definire gli elettori che non sanno se votare ed eventualmente per chi, il "clan degli indecisi" rappresenta il 20,1% del corpo elettorale (rilevazione del 4-6 dicembre). Poichè, secondo il sondaggio, coloro i quali non sono intenzionati a votare sono il 20,4% (per un'affluenza, dunque, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - fermarsi al 79,6%), gli indecisi sono destinati ad avere un ruolo cruciale nella competizione elettorale. In quel 20,1% (circa 9,5 milioni di persone) c'è un 68% di "orientati" (che hanno un'idea su una possibile scelta: li potremmo definire votanti quasi certi) e un 32% di "disorientati" (che non sanno se votare e, nel caso, per chi). Quest'ultima fetta costituisce il 6,4% dell'elettorato: si oscilla dunque - secondo i nostri calcoli - fra un'affluenza minima del 73,2% e una massima del 79,6% (intorno, dunque, al 75,2% del 2013). Più che sui "disorientati" (la gran parte dei quali potrebbe disertare le urne o andare per votare scheda bianca o nulla) i partiti si dovranno concentrare sugli "orientati" ma indecisi, cioè su chi voterà ma ha qualche dubbio nella scelta. Una rapida rielaborazione dei dati SWG ci porta a valutare in circa 6,9 milioni questi elettori. Un dato non dissimile da quello (6,8 milioni) che si ottiene ricalcolando i risultati di un sondaggio Tecnè svolto fra la seconda metà dello scorso mese e l'inizio di dicembre, che quantifica (stavolta rispetto alle europee 2014) in 1,7 milioni i voti che Pd, M5S e Centrodestra sembrano in grado di "sottrarre" alla concorrenza e in 5,1 milioni quelli recuperati dall'astensione. Il mercato elettorale, dunque, ci appare diviso in quattro aree: 1) chi ha deciso (ed è probabilmente fedele alla scelta della volta precedente: astenuti compresi, visto che fra 100 interpellati orientati a non votare ce ne sono 71 che non avevano votato neppure nel 2013) pari a circa il 59,5% degli aventi diritto; 2) chi voterà, ma ha una preferenza partitica da confermare (gli "orientati"), pari al 13,7%; 3) chi non sa se votare o non votare ("disorientati": 6,4%); 4) chi è certo di non partecipare (SWG definisce questo segmento "clan degli astensionisti": 20,4%). È nel secondo gruppo che si gioca la battaglia più dura, come dicevamo, perché se il terzo (i "disorientati") appare difficile da convincere se non con un'offerta politica molto attraente, il gruppo degli "orientati" può essere conteso fino all'ultimo minuto della campagna elettorale. Anche qui bisogna fare delle distinzioni. I voti conquistati a scapito di soggetti politici degli altri "poli" appaiono, secondo le stime, non superiori al 25% del totale dei "fluttuanti". Il grosso dei flussi avviene dunque fra partiti vicini: ciò giustifica la nascita di liste "di area" che possono catturare elettori "di frontiera" (i quali, magari, non vogliono votare il partito scelto nel 2013, ma intendono restare nella stessa "famiglia politica"). Differenziando posizioni e offerta, si finisce per trattenere all'interno del proprio polo gran parte dei voti in uscita. Tuttavia, presentare liste "troppo appetibili" per gli indecisi può causare un marcato indebolimento dei partiti maggiori: anche se non conta per la competizione fra poli e nei collegi, è però rilevante ai fini della "graduatoria" finale (ma può disperdere i voti dei soggetti sotto l’1%). Arrivare al primo o al secondo posto fra i partiti nazionali non è politicamente irrilevante, come dimostra la battaglia fra Pd e M5S; è importante anche la competizione per il terzo posto fra FI e Lega, perché può segnare la prevalenza di Berlusconi e dell'anima moderata del centrodestra su quella sovranista di Salvini (il leader leghista, peraltro, ha affermato che il suo partito, se avrà più voti di quello del Cavaliere, rivendicherà la presidenza del Consiglio). Potremmo assistere, insomma, ad una campagna elettorale "mirata": da un lato, per la conquista di chi è incerto fra un polo e l'altro (in parte, anche per recuperare astenuti: compito che però appare più difficile); dall'altro lato, per spostare, nei collegi, le poche migliaia di voti in grado di determinare la vittoria nella gara maggioritaria. È dunque possibile che, scartato quell'80% sicuro di votare per un partito o di non votare affatto, il marketing elettorale si concentri su un segmento preciso. Per conquistarlo si cercherà di alzare i toni e di aumentare l'offerta (ad esempio in termini di spesa pubblica o tagli fiscali) valutando le esigenze tipiche di quella fascia di aventi diritto al voto, anche se non necessariamente del tutto collimanti con quelle degli elettori “fedeli”.


Da "www.mentepolitica.it" I partiti alla conquista degli indecisi di Luca Tentoni

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Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Auguri ai curiali

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Italia referenda est

Torniamo sul tema del mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro, rilanciato dal candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Il quale ha detto che, se l’Europa non accogliesse le nostre richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita, stante l’impossibilità di ottenere il trenino elettrico richiesto alla Ue. Vediamo che accadrebbe, anche se dentro di voi una petulante vocina ve lo spiega da anni.

Intanto, il referendum. Prendiamo a prestito le parole di Barbara Lezzi, cittadina specialista in lettura della produzione industriale, così come consegnate al suo Facebook:

"Il referendum per uscire dall’Euro di cui ha parlato Di Maio sarebbe solo un referendum consultivo, come quello del 1989, ma ribadiamo che si tratta dell’ultima ratio nel caso in cui l’Europa continuasse a ignorare le richieste dell’Italia. Speriamo di non dover mai arrivare a tanto, ma in quel caso il M5S chiederebbe un mandato chiaro agli italiani."

Dunque: referendum consultivo, come quello del 1989 sul potere costituente del Parlamento europeo, che trovate spiegato qui. Intanto, noterete che, per fare svolgere quell’idealistico referendum, servì una legge costituzionale, che fu approvata all’unanimità delle due camere e come tale non richiese referendum confermativo. Come i più perspicaci tra voi avranno notato, anche senza leggere la voce Wikipedia, quello fu un referendum a carattere plebiscitario, di quelli che segnano il trionfo dei buoni sentimenti.

Qualcuno sano di mente pensa che l’eventuale governo Di Maio disporrebbe della maggioranza parlamentare per fare approvare una legge costituzionale senza passare dal referendum confermativo? Anche no. Quindi, segnate: serve un referendum confermativo della legge costituzionale necessaria per introdurre il referendum consultivo sull’uscita dall’euro. Ma possiamo farcela: il premier Di Maio e il M5S iniziano una martellante campagna a favore dei due referendum concatenati. Qualcuno, alla comunicazione del movimento, pensando ad un brillante spin con hashtag carpiato in demi-volée, gioca col latino e con reminiscenze scolastiche che si rivelano purtroppo mal metabolizzate. Il paese si riempie quindi di cartelloni pubblicitari tricolori con la scritta: “Italia referenda est“. Sconcerto tra le cancellerie europee.

Sull’abbrivio del patriottico entusiasmo, il referendum confermativo della legge costituzionale che introduce il quesito da sottoporre a referendum consultivo (avete notato il sublime chiasmo?) viene approvato dalla maggioranza dei cittadini. E qui iniziano i problemi. I mercati fiutano il sangue, prevedendo la vittoria del sì anche al secondo referendum, quello decisivo: inizia una violenta fuga di capitali, ed un attacco speculativo massivo ai nostri titoli di stato.

Il premier Di Maio si presenta in tv a reti unificate, e annuncia solenne: “prima la nostra Costituzione, poi i mercati”. Di conseguenza, vengono introdotti controlli sui capitali e limitati i prelievi di contante dai bancomat, ai quali la popolazione si dirige a passo spedito, dopo aver preso consapevolezza che forse torna la lira.

Nel frattempo, è il caos. In televisione, sempre a reti unificate, compare Beppe Grillo con Davide Casaleggio, per rassicurare la popolazione che il progetto di reddito di cittadinanza non subirà ritardi, e che verranno introdotti miniassegni del Tesoro, in attesa che il referendum si celebri. Di più, scandisce Di Maio:

"Poiché siamo sotto attacco di forze occulte straniere e dobbiamo resistere, gli stipendi dei dipendenti pubblici verranno pagati in miniassegni del Tesoro. Le aziende private avranno la possibilità di fare lo stesso, attingendo ad un conto di anticipazione del Tesoro, sempre in miniassegni, per risparmiare euro da destinare a pagamento delle importazioni, in attesa dell’esito del referendum e di avere una moneta tutta nostra."

La popolazione non la prende bene e si verificano i primi scontri di piazza. Nel frattempo, i rendimenti alle aste dei Btp schizzano alle stelle mentre la Bce si astiene dall’intervenire, visto peraltro che sta procedendo alla fuoriuscita dal QE.

Di Maio resiste, va a Bruxelles e chiede con forza che l’Italia possa fare più deficit e più debito, minacciando in caso contrario di confermare il referendum consultivo. I partner europei si guardano negli occhi, poi lo guardano in faccia: “ma benedetto figliolo, se il referendum è già convocato, e state messi così, che vuoi esattamente da noi?”. “Vi sto dando l’ultima chance”, replica paonazzo ma sempre molto composto il giovane premier, che rientra in Italia mentre i disordini infuriano, con assalti agli uffici postali e violenze fuori dagli sportelli bancari.

A poche settimane dal traguardo del referendum consultivo, le aziende iniziano a licenziare massicciamente. La cittadina Laura Castelli appare a sua volta in televisione, dicendo che questa impennata di licenziamenti aumenta effettivamente il nostro output gap e costringerà quindi l’Europa a farci fare più deficit, ben oltre il 3% del Pil. “Ecco la prova provata che le ricette del MoVimento sono le uniche in grado di farci ottenere da Bruxelles quello che ci spetta! Abbiamo vinto, chiedeteci scusa!”, dichiara festante a Ottoemezzo da Lilli Gruber, prima di uscire da una porta secondaria per sfuggire alla folla inferocita radunatasi fuori dallo studio televisivo.

Arriva il giorno del referendum consultivo. Gli italiani, prostrati da settimane di caos monetario e civile, lo respingono plebiscitariamente. Il premier Di Maio appare in televisione a reti unificate, dalla località segreta dove nel frattempo è riparato a causa del precipitare della situazione. Indossando un visore della banca online che intendeva trasformare nella nuova Banca d’Italia 4.0, proclama: “il popolo italiano ha parlato, dandomi sicurezza: restiamo nell’euro”, riconoscendo al contempo il governo di unità nazionale formatosi giorni addietro a Roma e guidato da Mario Draghi, autorizzato dai partner europei a ricoprire in via del tutto eccezionale il ruolo di presidente della Bce (agli ultimi mesi di mandato) e di premier italiano, per tentare di riportare la calma nel paese.

Di Maio, duramente provato dalla drammatica esperienza ed abbandonato da tutti i suoi concittadini di partito, si dimette da parlamentare e va a fare il webmaster in Africa dichiarando “voglio restituire ai più sfortunati del pianeta tutto quello che la vita mi ha donato”. Qualcuno giura di averlo avvistato sugli spalti dello stadio di Monrovia. Grillo inizia una tournée teatrale intitolata “Ve lo do io l’euro”, ottenendo enorme successo. “Vi ho preso per il culo tutti questi anni, vi rendete conto?”, strepita sul palcoscenico mentre prende a mazzate una stampante 3D, accolto da vere e proprie ovazioni.

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Custodire le relazioni

Nelle scorse settimane il Parlamento ha riaperto la discussione sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT): la Camera dei Deputati ha approvato un progetto di legge che è ora all’esame del Senato. Il Gruppo di studio sulla bioetica di Aggiornamenti Sociali (vedi in fondo la lista dei componenti) ha ritenuto opportuno analizzarne il contenuto, a prescindere dall’esito dell’iter di approvazione, legato anche alla possibilità di una conclusione anticipata della legislatura. La valutazione, qui di seguito sinteticamente argomentata (e pubblicata anche sul numero di agosto-settembre della rivista), è che il testo approvato dalla Camera contenga numerosi elementi positivi e rappresenti un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso. 

***Aggiornamento - Il 14 dicembre 2017, con il voto favorevole del Senato, la legge sul biotestamento è stata definitivamente approvata. Il testo licenziato al Senato è lo stesso su cui si è espresso il nostro Gruppo di studio sulla bioetica***


Le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società, abitata da un forte pluralismo morale. Il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia. 

Pur suscettibile di miglioramenti, la sua approvazione dovrebbe essere considerata un passo avanti. Esplicitiamo qui alcune considerazioni a sostegno di questa posizione.

1. Il dibattito sulle DAT mette in luce grandi questioni umane, etiche e culturali, la cui densità coinvolge credenti e non credenti, in un processo di dialogo e apprendimento reciproco. Autonomia e relazione, sollecitudine e soggettività, possono diventare fecondo terreno di incontro sociale e politico. Affrontando la questione delle DAT, come società ci misuriamo con l’inquietudine dell’esperienza del morire e di una tecnologia medica capace di mantenere sospeso il momento del trapasso senza restituire la salute. Così fortemente personale, la morte implica una relazione e non può ridursi nel “privato”. Vedendo l’altro che muore, io conosco la mia morte, come l’esperienza anticipata di essere sottratto a me stesso. Nella sua morte ne va di me, come nella mia morte sono coinvolti altri, in specie i familiari e gli amici. La sfida sta nel custodire le relazioni fino all’ultimo, anche nel caso della perdita di coscienza. Nella cura per l’altro, di cui la medicina è forma eminente, siamo chiamati ad attestare quanto la sua vita mortale per noi sia unica e preziosa. 

2. Le riflessioni qui proposte si collocano al livello etico che, al di là degli schieramenti partitici, è implicato nel dibattito politico e giuridico sulle DAT. Uno Stato democratico è composto di cittadini impegnati a rispettare le differenti etiche, visioni del mondo e religioni, in un contesto di reciproca inclusione e sincera ospitalità, senza che una pretenda di imporsi sulle altre. Lo Stato democratico non è però neutrale, poiché la convivenza pacifica ha un rapporto inscindibile con l’esperienza del bene comune e questo implica il riconoscimento del legame tra soggetti liberi e moralmente uguali. Per questo la giustizia delle leggi non è riducibile ad accordi procedurali. Questa prospettiva impedisce di spingere la tolleranza ad un eccesso in cui essa imploderebbe trasformandosi in indifferenza. Le leggi, soprattutto quelle umanamente più significative, custodiscono la qualità etica dei rapporti civili, nella misura del possibile e nel dialogo reciproco. In ciò consiste il compito culturale della politica. Questo investe anche la legislazione in campo medico e sanitario.

3. La medicina è, fondamentalmente, relazione di cura. Il progetto di legge sembra assumere un orientamento che supera il tradizionale paternalismo, senza cadere negli eccessi di una autonomia assoluta, ma promuovendo l’efficacia della relazione di cura grazie a scelte condivise. In particolare, la pianificazione delle cure (art. 5) ha luogo quando il paziente soffre di una patologia cronica, caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, di cui ha piena consapevolezza. Egli condivide con il medico che lo sta curando quali trattamenti siano coerenti con il suo progetto di vita e siano da attuare quando non sia più in grado di esprimersi, coinvolgendo se lo desidera i familiari. Questa procedura non si focalizza unicamente sui trattamenti da attuare o rifiutare, ma attesta la necessità di un percorso relazionale al termine del quale il paziente decide di sé. In questa prospettiva, la pianificazione anticipata risulta vincolante per il medico. 

4. Le DAT, invece, possono essere redatte da un cittadino anche quando non è malato (art. 4) e al di fuori della relazione con il medico, in previsione di una sua eventuale definitiva incapacità di esprimere la propria volontà. Esse gli permettono di vedere riconosciute le proprie preferenze di cura, così che l’équipe curante possa definire in modo più preciso il beneficio per il paziente all’interno del quadro clinico oggettivo. Il rilievo conferito alle DAT riceve una migliore configurazione se posto in continuità con il consenso informato come prassi di condivisione del processo terapeutico, che integra l’autonomia decisionale del paziente con l’impegno del medico a definire la terapia appropriata (art. 1.2). Le DAT non costituiscono l’unico elemento da considerare nel processo decisionale, in quanto non possono prevedere tutti i possibili casi particolari: è quindi necessario interpretarle alla luce delle effettive condizioni cliniche del paziente e delle terapie disponibili (art. 4.5). Tuttavia, in caso di definitiva incapacità decisionale, esse rappresentano il riferimento prioritario di valutazione: il loro valore, infatti, pur non vincolante l’atto medico in senso assoluto, non può ritenersi meramente orientativo.

5. Una questione controversa riguarda la nutrizione e idratazione artificiali (NIA), che il progetto di legge include fra i trattamenti che possono essere rifiutati nelle DAT o nella pianificazione anticipata. Nella riflessione cattolica si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la NIA è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la NIA divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta.


Il Gruppo di studio sulla Bioetica di Aggiornamenti Sociali è composto da: don Maurizio Chiodi, docente di Teologia morale, Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano, e neo-componente della Pontificia Accademia per la Vita; p. Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali; Paolo Foglizzo, redattore di Aggiornamenti Sociali; Alberto Giannini, responsabile della Terapia intensiva pediatrica, Fondazione IRCCS Ca' Granda - Ospedale Maggiore Policlinico di Milano; don Pier Davide Guenzi, docente di Teologia morale, Facoltà teologica dell'Italia settentrionale (Milano-Torino); Mario Picozzi, professore associato di Medicina legale, Università degli studi dell'Insubria (Varese); Massimo Reichlin, professore ordinario di Filosofia morale, Facoltà di Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele (Milano). 

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 05 Gennaio 2018 00:00

La verità

Sotto il cielo sono tante le cose che non comprendiamo.

Ma dove vanno a finire i nostri dubbi, le nostre perplessità, le verità mai venute alla luce, le bugie che le hanno sepolte, il male che ci hanno fatto, il silenzio che ha coperto tutto, la nebbia che ha dissolto, il sole che è stato oscurato, le domande che non abbiamo fatto, quelle inevase, quelle ignorate, quelle cadute nel nulla?

Che fine fa la nostra curiosità che ci fa sporgere sull’orlo della verità?

Abbiamo imparato a far finta di nulla, a presentarci come comparse di una scena immobile, abbiamo dovuto scomparire per poter resistere.

La storia malgrado questo è andata avanti. Siamo caduti lungo la strada senza che alcun buon samaritano curasse le nostre ferite.

La verità è stata negata, poi imbavagliata, poi soffocata infine vanificata.

Non ci importa più di conoscerla, sospendiamo un attimo il respiro quando ci sembra di averla ormai a portata di mano, consapevoli però che essa non ci appartiene.

A chi dunque appartiene?

Essa ha un legittimo proprietario?

E se c’è, perché si presenta come un ladro?

Perché, malgrado la inutilità, dalla sporgenza sull’abisso continuiamo sempre ad affacciarci e a ritrarci?

La verità. “Cosa è la verità”? chiede Pilato a Gesù.

Avanza nella domanda non soltanto la curiosità di sapere, ma lo scetticismo che essa possa esistere e, se esiste, soltanto pochi sanno dove si nasconda e come sia possibile appropriarsene.

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

E venne il giorno

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con i silenzi.

Basta con l’obbedienza cieca.

Basta con i no pronunciati solo nel silenzio.

Basta con l’accondiscendenza.

Basta con la pace come stato di quiete.

Basta con una vita senza ardimenti.

Basta con un amore che non consola, ma impaurisce.

Basta con un amore senza il respiro dell’anima.

Basta con un amore che non produce rossori ma solo lacrime.

Basta con un amore che stringe il cuore fino a spezzarlo.

Basta con un amore assassino dell’amore.

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con le notti insonni.

Basta con l’assenza di desideri.

Basta con l’ansia di scomparire. Basta con la passione che distrugge.

Basta con le lacrime che non scorrono.

Basta con l’urlo che resta dentro.

Basta con l’orrore che divora.

Basta con il perdono che non assolve.

Basta con l’orrore di essere amata.

Basta con la paura dei giorni che verranno.

Basta con lo smarrimento che straluna.

Basta con le albe che non annunciano.

Basta con le notti che atterriscono.

Basta con i pensieri che ripiegano.

Basta con i sogni che svaniscono.

Basta con le attese che si consumano.

Basta con il desiderio della morte.

E venne il giorno in cui le donne decisero di dire basta per dire sì all’alba, annuncio di un nuovo giorno.

Pubblicato in Le parole delle donne

Lungi dall’essere solo un conflitto locale, i fattori scatenanti dell’indipendentismo catalano vanno ricercati innanzitutto su scala globale nell’impoverimento del progetto europeista e della società dopo la crisi finanziaria del 2008. L’illusoria narrazione dei nazionalisti e la rigidità dello Stato iberico hanno fatto il resto.

 

La crisi in Catalogna ha sorpreso l’opinione pubblica europea, suscitando opinioni antitetiche sui mezzi di comunicazione internazionali. Uno dei territori più prosperi di Spagna, con 7,5 milioni abitanti e un pil superiore ai 200 miliardi di euro, sta attraversando una crisi politica e istituzionale dalla portata difficilmente prevedibile.

La successione degli eventi – che ha raggiunto lo zenit con la celebrazione del «referendum sull’autodeterminazione» del 1° ottobre, la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre e il conseguente commissariamento della comunità – ha dato luogo a situazioni senza precedenti in gran parte dell’Europa occidentale.

Perché uno dei movimenti sociali più longevi e massicci degli ultimi decenni (ri)affiora in un territorio relativamente agiato, caratterizzato da un’alta qualità di vita media e cosmopolita? Perché, dopo un periodo di quasi quarant’anni nei quali la Catalogna ha potuto disporre dei maggiori livelli di autogoverno della storia contemporanea, l’anelito indipendentista ha raggiunto una trasversalità e un livello di rappresentanza parlamentare inedite? Perché una percentuale così ampia della popolazione mostra una profonda disaffezione verso lo Stato spagnolo?

È possibile rispondere soltanto analizzando le diverse crisi che convergono e si intersecano nella questione catalana.

C’è una crisi sociale, figlia dei costi e delle minacce poste dalla globalizzazione e dal predominio delle politiche neoliberali – esacerbate a partire dalla crisi economica del 2008 – che si riverberano su classe media e gruppi meno agiati.

C’è una crisi politica, condivisa da buona parte dei paesi europei, dovuta al discredito della politica istituzionale e del progetto europeista.

E c’è una crisi nazionale, frutto dell’indebolimento del sistema vestfaliano, inasprita in Spagna dalle storiche difficoltà nel processo di costruzione dello Stato, dai divari tra territori, dall’esistenza di forti sentimenti di appartenenza e dall’utilizzo che ne fanno le forze politiche.

Una triplice crisi, dunque, espressione dei mutamenti che scuotono le società europee, che si articola su scale plurime. Da qui la rilevanza di un’analisi geografica e geopolitica.


Il contesto globale

Lungi dall’essere un mero conflitto locale, i fattori scatenanti della crisi vanno ricercati innanzitutto su scala globale.

La Catalogna è, sin dal XIX secolo, una delle principali aree industriali dell’Europa meridionale e la sua travagliata storia contemporanea risponde a risultati e conflitti sociali prodotti da tale condizione. A partire dal 1986, con l’ingresso della Spagna nella Comunità europea, l’economia catalana è stata segnata da un’apertura che ha reso la Catalogna la prima comunità autonoma di Spagna in termini di esportazioni – il 25,5% del totale spagnolo. Il pil pro capite è passato da livelli inferiori alla media europea, al momento dell’adesione, a superarli di 22 punti percentuali nel 2006. Lo sviluppo economico e la costruzione dello Stato sociale in Spagna hanno determinato una significativa riduzione delle diseguaglianze a partire dagli anni Ottanta. Da qui il paradosso che quando in gran parte d’Europa si iniziava a mettere in dubbio e a ridurre lo Stato sociale, in Catalogna (e nel resto del paese) se ne cominciavano appena a percepire i benefici.

In tale contesto, dal 2008 la crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto acuto su classi lavoratrici e medie che generalmente avevano visto migliorare le proprie condizioni di vita nei tre decenni precedenti. Gli effetti della crisi hanno evidenziato la fragilità dei meccanismi di ascesa sociale. In relazione all’Europa, il reddito pro capite catalano è tornato a decrescere, attestandosi nel 2015 a soli 7 punti percentuali sopra la media, mentre le diseguaglianze aumentavano. Tale evoluzione è stata accompagnata anche da consistenti tagli al welfare, senza che apparentemente alcuna forza politica (da destra a sinistra) fosse in grado di offrire un’alternativa.

La rivendicazione nazionale ha così offerto l’illusione di una via d’uscita, un’identità, un rifugio a fronte della crescita apparentemente irrefrenabile dei costi derivanti dall’integrazione economica e dalle politiche che l’accompagnano. Nondimeno, né il movimento sovranista né le sue espressioni politiche costituiscono in Catalogna un fenomeno paragonabile ai movimenti nazionalisti xenofobi proliferati in altri paesi europei. Al contrario, essi incarnano valori normalmente associati a politiche progressiste – come la maggiore coesione sociale o la difesa del settore pubblico – e tendenzialmente inclusivi e trasversali. In questo senso, il 18 febbraio si è celebrata a Barcellona una delle maggiori manifestazioni d’Europa in favore dell’accoglienza dei rifugiati. La marcia ha visto protagonisti movimenti sociali e forze politiche eterogenei, compresi esponenti e formazioni indipendentiste.

Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco.

Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali.


Il puzzle iberico

Tali dinamiche costituiscono indubbiamente fattori rilevanti, ma non sufficienti a spiegare l’ascesa del movimento indipendentista catalano. Altre regioni d’Europa e di Spagna vivono situazioni analoghe senza porsi l’obiettivo dell’autogoverno e, ancor meno, quello dell’indipendenza con una simile intensità. Compresi quei territori con livelli di reddito medio e pressione fiscale paragonabili alla Catalogna. Perciò è necessario analizzare il difficile inquadramento istituzionale della Catalogna in Spagna.

Le difficoltà dello Stato nazionale spagnolo hanno profonde radici storiche, risalenti quantomeno alla rivoluzione borghese e alla modernizzazione economica del paese nel corso dei secoli XIX e XX. La costituzione spagnola del 1978 sembrò offrire una soluzione, prevedendo un assetto decentralizzato che riconosceva a nazionalità e regioni capacità di autogoverno.

Eppure, agli albori del XXI secolo, in Catalogna gran parte dell’opinione pubblica e la totalità delle forze rappresentate in parlamento, a eccezione del Partito popolare, ritenevano necessario riformare il sistema delle autonomie. Stando ai suoi sostenitori, il progetto si sarebbe dovuto concretizzare in un nuovo statuto che permettesse di consolidare l’autogoverno, stabilire un nuovo sistema fiscale, porre un freno alle tendenze (ri)centralizzatrici e contenere il regresso nell’uso della lingua.

Lo statuto fu approvato nel settembre 2005 con una maggioranza schiacciante – 120 voti a favore e 15 contrari – dal Parlament della Catalogna. Il testo fu quindi inviato alle Cortes, che diedero avvio all’iter legislativo mentre si accendeva sui media una forte campagna volta a screditarlo. Alla fine del procedimento, le Cortes approvarono un nuovo testo che restringeva sensibilmente le istanze iniziali. Questo fu sottoposto alla volontà popolare della Catalogna che – con un referendum svoltosi il 18 giugno 2006, al quale partecipò il 48,9% degli aventi diritto – lo approvò con il 73,9% dei voti.

Il nuovo statuto fu promulgato dal re ed entrò in vigore. Ma il Partito popolare e diverse comunità autonome governate da suoi esponenti presentarono riscorso al Tribunale costituzionale. La sentenza, emanata il 28 giugno 2010 dopo quattro anni di travagliato procedimento, dichiarò incostituzionali o reinterpretò restrittivamente diversi aspetti fondamentali della norma vigente già sottoposta a referendum. Il verdetto provocò una decisa reazione della società catalana nella manifestazione del 10 luglio 2010, convogliata al grido di «Som una nació. Nosaltres decidim» (Siamo una nazione. Decidiamo noi). È rimasta negli annali poiché fu una delle prima occasioni in cui slogan ed emblemi indipendentisti furono protagonisti in una manifestazione di massa.

I sondaggi segnalano come questo momento sia stato decisivo. Per anni un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica catalana aveva considerato insufficiente il livello di autogoverno (dal 2007, almeno il 60%). Eppure, l’opzione indipendentista era sempre stata nettamente minoritaria. Anche durante la primavera 2006, quando già si avvertiva insoddisfazione per l’iter legislativo dello statuto, solamente il 13,9% della popolazione era favorevole all’indipendenza, mentre quanti sostenevano che la Catalogna dovesse costituire una comunità autonoma o uno Stato federale all’interno della Spagna raggiungevano, rispettivamente, il 38,2% e il 33,4%.

A partire dall’estate del 2010, contestualmente alla sentenza emessa dal Tribunale, la percentuale di fautori dell’indipendenza iniziò ad aumentare sino a raggiungere in alcune fasi il 48,3%. Ma nel luglio 2017, la somma dei favorevoli a una Catalogna come comunità autonoma all’interno della Spagna (30,5%) e di quanti volevano che fosse uno Stato federato (21,7%) superava ampiamente coloro che optavano per l’indipendenza (34,7%). A conferma delle perplessità sull’adeguatezza di un referendum binario Sì/No sull’indipendenza.

Gli sviluppi successivi – i fallimentari tentativi di negoziato in materia fiscale, gli investimenti infrastrutturali incompiuti, il diniego allo svolgimento di una consultazione concordata e l’interpretazione restrittiva della sentenza da parte del governo centrale – hanno fornito nuove argomentazioni alla narrazione indipendentista. E hanno favorito la formazione di quelle che il politologo Josep Maria Vallès chiama due maggioranze contrapposte – quella dell’opinione pubblica catalana e quella del resto di Spagna – circa il modello di Stato e la questione dell’autogoverno.

Attorno a queste posizioni – delle quali i rispettivi governi sono alfieri e al contempo ostaggi – sono state imbastite strategie divergenti e difficilmente armonizzabili. Se l’esecutivo di Mariano Rajoy ha deciso di seguire una linea puramente legalista e poliziesca, l’operato del governo presieduto da Carles Puigdemont si è basato soprattutto su mobilitazione, presenza mediatica e appelli emotivi.


Il quadro catalano

Sarebbe comunque fuorviante e tendenzioso attribuire la crisi catalana esclusivamente a fattori esogeni. L’attuale situazione si deve anche alle contraddizioni della società catalana stessa, flagellata dagli effetti della triplice crisi menzionata in apertura che ha inficiato l’attività economica, la coesione sociale e la fiducia nel sistema politico.

A dispetto delle interpretazioni che riducono il conflitto a strumento politico dei partiti, il movimento indipendentista poggia innanzitutto sulla società civile e gode di una notevole autonomia rispetto alle compagini partitiche. Tanto che la sua organizzazione fa perno su enti civici, la Assemblea nacional de Catalunya e Òmnium Cultural, che nel 2015 potevano contare rispettivamente su 80 mila e 52 mila iscritti [9]. A conferma delle diverse anime di cui si compone il movimento e di come quest’ultimo si sia potuto servire di referenti politici agli antipodi – come il Partit demòcrata europeu català (fautore di politiche neoliberali), Esquerra republicana de Catalunya (d’ispirazione socialdemocratica) e Candidatura d’unitat popular (a favore di una piena indipendenza).

Così, per una parte considerevole della società catalana, l’indipendenza è diventata un progetto vago ma esaltante, che ha reso possibile aspirare a un futuro migliore. Le formazioni partitiche hanno dovuto fare i conti con l’impulso della società, non il contrario. Anche se, dalle istituzioni catalane alle controparti del governo spagnolo, ne hanno guadagnato in termini elettorali. Da una parte, l’onnipresenza del dibattito sull’indipendenza ha fatto il gioco di entrambi gli esecutivi, catalano e spagnolo, che sono riusciti a sviare l’attenzione da altri temi quali il deterioramento delle condizioni di vita, le politiche anti-crisi o la corruzione. Dall’altra, la battaglia giocata sull’emotività ha consentito loro di avere la meglio sugli avversari e in particolare su quelli attestati su posizioni intermedie, screditati e ridotti al silenzio da ambo i fronti.

Ne scaturisce un paradosso: le forze politiche al cui interno albergano opinioni diverse sulla questione indipendentista e caratterizzate da un approccio più equilibrato alla complessità della società catalana sono bollate come «ambigue» ed «equidistanti». Un esempio di tale dinamica su scala spagnola è l’Asamblea de Cargos Electos promossa da Podemos e celebrata a Saragozza il 24 settembre 2017 per reclamare l’apertura del dialogo istituzionale tra i due governi e la realizzazione di un referendum in Catalogna concordato con lo Stato. Malgrado riunisse forze politiche rappresentative di circa un terzo della Camera, i risultati dell’incontro sono stati screditati da entrambe le parti della contesa.

In tale quadro assume rilevanza anche la complessa interrelazione tra il movimento indipendentista e quello nato in seguito alle manifestazioni del 15 maggio 2011. Quest’ultimo, gli «Indignados», ha dato luogo alle formazioni «Barcelona en Comú» – guidata da Ada Colau, che governa il Comune di Barcellona – e «En Comú Podem», prima coalizione alle ultime elezioni generali in Catalogna. Tali compagini, nelle quali convivono indipendentisti e non, si sono dichiarate a favore della celebrazione di un referendum concordato. Invece di pronunciarsi apertamente a favore dell’indipendenza, propongono di vagliare altre strade d’intesa con lo Stato spagnolo e difendono soprattutto priorità politiche di carattere sociale. Questo ha permesso alle forze indipendentiste di scagliarsi ripetutamente contro i «Comuni» ed evitare – con successo – una loro espansione ad altri ambiti istituzionali.

Dell’interazione tra partiti e movimento indipendentista ha approfittato anche quest’ultimo. Giacché le istituzioni hanno affermato non soltanto che l’indipendenza è possibile, ma anche che avrebbe costi irrisori in termini economici e politico-istituzionali. Così le più alte istanze del governo e delle istituzioni catalane – al pari dei mezzi di comunicazione filoindipendentisti – hanno contribuito a creare un’opinione diffusa secondo la quale la creazione di una nuova repubblica avrebbe raccolto il favore internazionale, le autorità europee l’avrebbero accettata e lo Stato spagnolo avrebbe dunque dovuto cedere, mentre le imprese non avrebbero subìto contraccolpi. Con il risultato di rafforzare l’illusione e la plausibilità dell’opzione indipendentista. La constatazione delle resistenze all’avanzamento del progetto sperimentate nelle ultime settimane ha dunque provocato un’indignazione e un’inquietudine alla base della drammatica spirale degli eventi.

È stato certificato che lo Stato spagnolo, benché non disponga dei mezzi necessari a piegare il movimento indipendentista, non è disposto a farsi umiliare e cedere facilmente. Anzi, è oramai manifesto che la bilancia dei rapporti di forza – equilibri internazionali, magistratura, poteri economici, ricorso alla forza in extrema ratio – pende nettamente a favore dello Stato.

Parimenti, è evidente che né le istituzioni europee né i governi di alcuna potenza straniera sono favorevoli alla dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Le sponde internazionali ricevute pubblicamente sono finora state limitate ad appelli generici al dialogo per una via d’uscita concordata e alla condanna delle violenze. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiaramente esplicitato: «Se permettessimo la secessione della Catalogna, altri seguiranno il precedente, e non voglio che ciò accada. (…) Non voglio un’Unione Europea composta da qui a 15 anni da 98 Stati. È già relativamente complicato con 28 e con 27 non sarà più semplice, ma con 98 sarebbe impossibile».

La fuga delle imprese dalla Catalogna, inoltre, costituisce un limpido esempio dei limiti della politica. In un mondo globalizzato l’ubicazione delle aziende ha un’importanza crescente. Proprio grazie alla facilità di circolazione dei capitali, si fanno vieppiù rilevanti i vantaggi offerti da una località rispetto alle altre. Tra questi rientrano la sicurezza giuridica e il libero accesso ai mercati che un’eventuale indipendenza della Catalogna metterebbe a rischio. Una parte sostanziale del tessuto economico catalano ha difatti deciso di spostare la sede al di fuori della comunità autonoma. Ed è riuscito a farlo con estrema facilità.

Da ultimo, l’avanzata del movimento indipendentista ha evidenziato che una parte considerevole della società catalana non ne condivide gli obiettivi. Le circostanze in cui si sono tenuti i referendum del 9 novembre 2014 e del 1° ottobre 2017 impediscono di tracciare un parallelo rigoroso tra i rispettivi risultati. È tuttavia evidente come tra le due consultazioni non si sia prodotto un aumento straordinario del numero di voti favorevoli all’indipendenza. Le ultime elezioni del Parlament catalano, celebratesi nel 2015, mostrano anche come le formazioni pienamente favorevoli all’indipendenza rappresentino circa la metà dell’elettorato; una quota considerevole, ma non una maggioranza schiacciante.

In seguito al referendum del 1° ottobre, la drammaticità delle scene ripetute fino alla nausea dai mezzi di comunicazione e dai social network ha evidenziato la gravità della crisi e contribuito a rafforzare la plausibilità dell’indipendenza. Con l’effetto, solo parzialmente paradossale, di mobilitare quei settori della popolazione che non la bramano.

Lungi dal costituire una fragilità, tale complessità sociale potrebbe persino rappresentare la base per un accordo. Purché le parti in causa siano disposte ad abbandonare la convinzione che lo scontro sia più proficuo. In ogni caso, la dichiarazione di indipendenza da parte del parlamento catalano e il commissariamento dell’autonomia deciso dal governo spagnolo, avvenute simultaneamente il 27 ottobre, non inducono ottimismo e annunciano piuttosto un lungo periodo di instabilità.

 

 2/11/2017 - Da "http://www.limesonline.com" di Oriol Nel·lo Colom

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