Otto anni di conflitto hanno profondamente trasformato la società siriana, la sua composizione, le sue istituzioni e persino l’autopercezione della popolazione. Queste trasformazioni si rifletteranno pesantemente sulla configurazione postbellica del Paese.

Il primo fattore da considerare è la natura profonda dello scontro tra il regime di Assad e l’opposizione, che fin dall’inizio è apparso come un gioco a somma zero. L’obiettivo del regime e della maggior parte dei ribelli armati è stato l’annientamento completo del nemico, senza nessuna possibilità di un processo negoziato di transizione e/o cooptazione politica. I nemici non si sono mai reciprocamente riconosciuti come attori legittimi con richieste e interessi legittimi. Tutto ciò ha avuto conseguenze cruciali sull’evoluzione della guerra e, soprattutto dalla prospettiva del regime, ha fatto della soluzione militare l’unico scenario accettabile. La mancanza di qualsiasi prospettiva realistica per una soluzione politica ha portato al prolungamento indefinito della crisi e ha aumentato la sofferenza della popolazione siriana. Questo approccio militaristico e a somma zero sembra destinato a ripercuotersi anche sull’ordine postbellico. Per comprendere meglio tale aspetto, questo articolo indaga tre concetti centrali legati al futuro assetto della Siria: il concetto di ridimensionamento del conflitto (opposto a una sua risoluzione completa), quello degli accordi “permanenti-temporanei” e il concetto di frammentazione sociale.

Il ridimensionamento di una guerra irrisolvibile

“Se proprio non puoi risolverlo, gestiscilo e ridimensionalo”. Questa la formula che riassume il concetto di conflict management, apparso come la principale strategia applicata dalla Russia ai conflitti in cui è stata coinvolta nella sua storia recente. Un concetto diametralmente opposto a quello di conflict resolution, che ha costituito la principale cornice utilizzata negli ultimi decenni dalle potenze occidentali, spesso con scarso successo. I due concetti differiscono sia per l’approccio ideologico che per i mezzi utilizzati. Mentre il secondo è fondato sui valori – dal momento che mira a imporre a conflitti locali risoluzioni globali basate sui valori e sugli interessi occidentali – e sfrutta la posizione egemonica militare ed economica detenuta dagli USA e dalla Nato sulla maggior parte del mondo dalla fine della Guerra Fredda, il primo non è ideologico e poggia su un approccio tattico e flessibile tipico dei poteri che non hanno i mezzi per proiettare un dominio egemonico sugli altri attori coinvolti.

Il graduale affievolimento della proiezione egemonica americana in Medio Oriente – iniziato sotto l’amministrazione Obama e continuato con l’attuale presidente Donald Trump – ha dato alla Russia la possibilità di tornare nell’arena politica della regione dopo una lunga assenza. La Siria è stata il palcoscenico di questo ritorno e, a partire dal suo intervento militare diretto nel 2015, Mosca ha preso il sopravvento negli sforzi diplomatici per porre fine alla crisi. Questo ha permesso al governo russo di testare lo stile di gestione del conflitto che ha influenzato gli ultimi sviluppi della guerra e potrebbe incidere fortemente sulla configurazione post-bellica del Paese. Per esempio, la mancanza intrinseca di una visione strategica da cui è caratterizzato tale approccio implica che la fine della guerra sta emergendo più come il risultato di una catena di decisioni tattiche influenzate più da interessi e forze contingenti che da qualsiasi progetto di lungo termine, fatta eccezione per il mantenimento del regime di Assad. Inoltre, un approccio del genere non è adatto ad affrontare tutte le cause all’origine del conflitto – vale a dire la disastrosa gestione socioeconomica prebellica da parte di Assad e la crescente richiesta di cooptazione politica da parte di vaste parti della società, soprattutto nelle aree rurali. Durante i lunghi anni della crisi, questo ha portato all’utilizzo di narrazioni iper-semplificate, che dipingevano tutti i ribelli e i loro sostenitori come terroristi appoggiati da potenze straniere.

Tuttavia, le problematiche che la soluzione militare adottata dal regime e dai suoi alleati non ha potuto risolvere stanno riaffiorando con il consolidamento della vittoria di Assad. Nelle aree una volta occupate dall’opposizione – e in molti territori nelle mani del regime – le tensioni sociali sono oggi trattenute dal pugno di ferro delle forze di sicurezza del regime, ma potrebbero riaffiorare nel medio termine se una nuova crisi riportasse l’apparato securitario ad allentare la presa sulla società locale. Per questa ragione, non è appropriato parlare di “fine” del conflitto; è più corretto parlare di una situazione a lungo termine di conflitto a bassa intensità, esito del processo di conflict management. In una situazione del genere, tensioni e rimostranze sono tenute sotto controllo attraverso strumenti securitari fino a quando questi mezzi non si indeboliranno o non interverrà un altro evento rivoluzionario – simile all’onda di rivolte regionali del 2011 – in grado di generare un nuovo “effetto contagio”.

L’accordo “permanente-temporaneo” con la Turchia e la “cipriotizzazione” della Siria del Nord

La necessità del regime e dei suoi alleati di raggiungere accordi temporanei con attori nazionali e regionali per gestire le varie fasi del conflitto ha portato a una limitata spartizione del Paese, che difficilmente sarà riunificato in un futuro prossimo. In particolare, Mosca – per conto di Damasco e di Teheran – ha negoziato accordi con la Turchia, che negli ultimi tre anni si è affermata come principale sponsor dell’opposizione siriana armata. Più che sulla fine di Assad, le politiche di Ankara degli ultimi anni si sono concentrate sulla limitazione del controllo dell’YPG curdo nel nord della Siria. Il raggiungimento degli accordi tra Ankara e Mosca ha dato alla Turchia il via libera per lanciare operazioni militari nel territorio siriano. Nel 2017 e nel 2018 queste operazioni hanno portato all’occupazione di vaste aree nel nord della provincia di Aleppo e nella provincia di Afrin.

Ankara e Mosca hanno inoltre raggiunto un accordo sulla regione di Idlib – ultimo baluardo dell’opposizione armata – che è stata posta sotto la tutela turca in cambio della promessa di Erdogan (finora non mantenuta) di liberarsi dei gruppi jihadisti attivi nell’area. Nonostante la presenza turca in questi territori – diretta o esercitata attraverso gruppi siriani che agiscono per conto di Ankara – fosse inizialmente intesa come temporanea, la Turchia ha in molti modi dimostrato la sua volontà di mantenere a lungo il controllo di queste terre. Per esempio, la loro amministrazione è stata direttamente collegata all’amministrazione delle province di frontiera della Turchia e le istituzioni nazionali turche forniscono tutti i servizi di base; i programmi di studio sono insegnati sia in arabo che in turco, mentre università turche stanno aprendo succursali locali.

Ankara ha invitato i propri imprenditori a investire in queste aree – anche creando zone industriali speciali – e le milizie locali sono addestrate dalle forze di sicurezza turche e trasformate in un corpo direttamente dipendente da esse. Così facendo, il governo turco mira a perseguire tre interessi: primo, evitare la formazione lungo il suo confine di un’autorità curda indipendente – o autonoma – guidata dal PYD (che la Turchia considera il ramo siriano del PKK); secondo, ottenere, lungo i suoi confini, porzioni di territorio in cui Ankara può ricollocare almeno una parte degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani attualmente ospitati in Turchia; terzo, adempiere, almeno in parte, agli impegni presi con i gruppi di opposizione siriana che Ankara ha sponsorizzato e, in generale, esercitare un’influenza sui futuri affari interni della Siria. Soprattutto il secondo e il terzo di questi obiettivi sarebbero stati irraggiungibili se un’ampia porzione di società siriana non fosse stata pronta a sostenere la presenza di una forza di occupazione al fine di ottenere un rifugio sicuro all’interno del proprio Paese.


Gli osservatori internazionali riconoscono in queste politiche qualcosa di molto simile a quanto successo a Cipro Nord dopo l’invasione turca del nord dell’isola nel 1975. Secondo questa prospettiva, Ankara mira a creare un mini-Stato separato controllato dai suoi alleati siriani, simile alla Repubblica di Cipro Nord. La posizione ufficiale di Ankara è che la Turchia si ritirerà dalla Siria solo quando sarà raggiunta una soluzione politica complessiva tra il regime e l’opposizione. Una posizione formale che, come nel caso di Cipro, intende giustificare sia la presenza a tempo indeterminato di Ankara sia l'affermazione secondo la quale la Turchia non vuole annettere questi territori, ma difendere gli interessi dell’opposizione siriana fino a quando non sarà firmato un (improbabile) accordo di pace.

Una società più piccola e fedele

Le stime dei costi per la ricostruzione siriana vanno dai 200 ai 400 miliardi di dollari. Il regime siriano e i suoi alleati non possono fornire una quantità tanto elevata di finanziamenti senza il sostegno di potenze internazionali economicamente forti come i Paesi occidentali, la Cina e le monarchie del Golfo. Tuttavia, finora solo alcune monarchie del Golfo – soprattutto gli Emirati – hanno manifestato il proprio interesse a fornire qualche tipo di supporto finanziario. Le potenze occidentali hanno ripetutamente rifiutato di partecipare alla ricostruzione in assenza di un serio processo politico di transizione. Da parte sua, la Cina, nonostante abbia diplomaticamente sostenuto il regime durante l’intera crisi, non ha mostrato un grande interesse nel giocare un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese. Secondo alcuni osservatori, ciò è dovuto allo scetticismo della leadership cinese nei confronti della capacità del regime di garantire la stabilità nel lungo periodo. Inoltre, tutti i potenziali donatori sono diffidenti a causa delle attuali sanzioni americane ed europee, che probabilmente resteranno in vigore anche nel futuro prossimo.

Tra i sostenitori del regime, la Russia è stata l’attore più attivo nella ricerca di sostegno finanziario. In particolare, Mosca ha attivamente corteggiato i leader europei e occidentali utilizzando la tesi secondo la quale una ricostruzione riuscita farebbe ritornare nel proprio Paese la maggior parte dei rifugiati presenti in Europa. I russi hanno fatto pressione sul regime (esplicitamente o dietro le quinte) per adottare politiche concilianti verso alcune richieste Europee, soprattutto in merito al rientro dei rifugiati. Tuttavia, Damasco si è adeguata raramente. Dopo mesi di discrete pressioni russe, una legge volta a promuovere progetti di ricostruzione, considerata dalla maggior parte degli analisti come uno strumento per espropriare i siriani fuggiti all’estero, è stata emendata senza che i suoi principali contenuti e suoi effetti venissero veramente alterati. Inoltre, dopo ripetute richieste dalle organizzazioni internazionali, il regime ha acconsentito a introdurre un’amnistia per i disertori militari – la maggior parte dei quali è fuggita all’estero durante il conflitto. Tuttavia, l’amnistia si limita a impedire che i disertori siano arrestati al loro ritorno, ma li costringe ad arruolarsi comunque nell’esercito: una condizione che priverebbe molte famiglie di rifugiati della loro principale fonte di reddito. Infine, mentre da un lato Damasco ha accusato i Paesi stranieri (soprattutto quelli europei) di impedire ai rifugiati siriani di tornare in Siria, dall’altro lato, molti di coloro che sono tornati sono stati fatti scomparire dalle forze di sicurezza. Anche quando le procedure coordinate per il ritorno sono state ratificate da governi stranieri – come il Libano – il regime ha introdotto lunghi e complicati controlli di sicurezza, che hanno prodotto solo poche migliaia di rientri.

Questa linea politica è difficile da capire se con “ricostruzione” s’intende il processo volto a riportare il Paese al suo stato prebellico. Se l’obiettivo fosse questo, ci si aspetterebbe che Damasco introducesse misure per incoraggiare i rientri e che soddisfacesse le richieste dei potenziali donatori. Ma a emergere dalle azioni e dalle dichiarazioni del regime è un’idea diversa di ricostruzione postbellica. Per comprendere meglio la strategia del regime, può essere più utile non considerare il significato letterale della parola “ricostruzione”. Occorre piuttosto intendere la strategia postbellica del regime come mirata a completare un processo che durante tutti gli otto anni di conflitto ha trasformato la società siriana. Le migrazioni forzate dalle aree precedentemente controllate dai ribelli e le ricollocazioni all’estero della maggior parte dei membri, sostenitori e simpatizzanti dell’opposizione hanno ridotto la popolazione siriana e «gli hanno fatto ottenere una società più omogenea», secondo le parole dello stesso presidente Assad. Pertanto, la ricostruzione non ha bisogno di essere tanto costosa ed estesa se è destinata unicamente a una popolazione più piccola e se i vantaggi della vittoria sono destinati a premiare quelli che hanno dimostrato fedeltà al regime, marginalizzando gli altri.

La fedeltà – più che l’identità confessionale – è la chiave per capire il principale fattore alla base di questo processo: se da un lato la maggior parte dei sostenitori dei ribelli e dell’opposizione è sunnita, dall’altro una parte significativa della popolazione sunnita – soprattutto nelle aree urbane – è rimasta fedele al regime e ci si aspetta che venga premiata, insieme ad altri gruppi sociali che hanno appoggiato Damasco fin dall’inizio. Di conseguenza, secondo la prospettiva del regime, la fedeltà ad Assad è il criterio principale che determinerà l’identità siriana postbellica.

Conclusioni

Per più di due anni, alcuni osservatori hanno ripetuto che il conflitto siriano era vicino alla fine e che il capitolo successivo per la Siria sarebbe stato un enorme processo di ricostruzione. Tuttavia, il conflitto è ancora in corso, sebbene si stia trasformando in termini di dimensioni e mezzi. Quest’articolo ha fornito tre concetti per comprendere meglio le prossime evoluzioni della guerra siriana e della ricostruzione del Paese: il concetto di “ridimensionamento del conflitto”, il concetto di accordi “permanenti-temporanei” e la descrizione della trasformazione sociale e identitaria che è avvenuta durante gli anni della guerra e che è destinata a determinare le caratteristiche principali della Siria futura.


Da "www.oasiscenter.eu" Tre concetti per comprendere il futuro della Siria di Eugenio Dacrema

Pubblicato in Fatti e commenti

La guerra commerciale è ancora in corso. E potrebbe allargarsi all'Ue, rallentando ulteriormente la crescita. Eppure si procede come se nulla fosse.

La sindrome dell'arto fantasma è una sensazione anomala che colpisce le persone che hanno subito un'amputazione. Si avverte la persistenza dell’arto mancante attraverso una sorta di formicolio, il cervello ragiona come se l’arto fosse ancora al suo posto, riesce persino a percepire sensazioni o dolore provenienti dall’arto che non c’è più. Una sorta di sindrome dell’arto fantasma sta colpendo i mercati finanziari, rassicurati dalla virata delle banche centrali, certo; fisiologicamente in rimbalzo dopo un 2018 negativo, certo; ma indubbiamente si comportano come se un formicolio segnalasse l’esistenza di un trade deal tra Washington e Pechino che, invece, non c’è.

I COLLOQUI TRA USA E CINA NON SONO CONCLUSI
La guerra commerciale tra Cina e Usa, uno degli argomenti che ha generato più preoccupazioni agli investitori nel difficile anno 2018, è stata messa in “pausa” a dicembre; i dazi sono una sorta di minaccia che pende, sono appesi all’esito di colloqui che - stando ai rumors che filtrano - procedono bene. Fatto sta che “procedono bene” da febbraio ma restano sempre non conclusi. Qualche dubbio è lecito farselo venire.

La sindrome dell’arto fantasma, talora, fa percepire addirittura dei movimenti come se l’arto amputato fosse ancora presente. È una sensazione, in realtà, assolutamente normale, non è sintomo di alcun problema psichico, fa parte dei meccanismi che regolano l’ordinario funzionamento del cervello. Per questo, anche se Mario Draghi ha ribadito che «l'indebolimento della crescita economica, causato dalle turbolenze geopolitiche e dal protezionismo, prosegue e potrebbe durare ancora per tutto l'anno», i mercati si comportano come se i mercati aperti facessero ancora parte del corpo economico.

IL DIVARIO TRA MERCATI AZIONARI ED ECONOMIA REALE SI ALLARGA
L’effetto fa così andare ben oltre l’evidenza empirica: le previsioni sulla crescita degli utili delle aziende americane si sono dimezzate negli ultimi 12 mesi, ma i mercati azionari sono rimasti sostenuti dall’arto fantasma, sotto forma di speranze di un accordo commerciale tra Washington e Pechino. Così il divario tra la forza dei mercati azionari globali e la lentezza dell'economia reale continua ad allargarsi. E non è una questione di percezioni, di formicolio, ma un dato di realtà: il ritmo globale della crescita è in rallentamento, anche il Fmi ha tagliato le sue previsioni per la crescita mondiale e avvisato che una brusca flessione potrebbe richiedere ai leader mondiali di coordinare nuove, ulteriori misure di stimolo. Diventa lecito pensare che i mercati intendano festeggiare l’arrivo di questi nuovi stimoli, valutando lo sfarinamento del contesto economico come un aumento di probabilità che quegli stimoli arrivino.


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel frattempo, alza il livello dello scontro e minaccia di imporre tariffe per 11 miliardi di dollari anche sui prodotti degli alleati, la Ue. Il gioco di dazi e ritorsioni è partito anche tra le sponde dell’Atlantico, poca cosa rispetto alla grande partita fra Usa e Cina, ma comunque un segno dei tempi che viviamo. Se anche volessimo considerare gli stimoli monetari come protesi per un’economia “monca”, non dobbiamo per questo abbandonare una visione costruttiva: nell'uso delle protesi la presenza della sindrome dell’arto fantasma è particolarmente utile alla riabilitazione del paziente. Visti però i tanti effetti collaterali negativi che la continua e reiterata iniezione di stimoli sa generare, non ci resta che sperare che gli accordi commerciali vengano presto ripristinati, così da poter metter via le protesi e ritrovarci forti abbastanza da poter fronteggiare una prossima crisi, quando verrà.

Da "www.lettera43.it" L'accordo tra Usa e Cina non c'è ma i mercati non se ne rendono conto

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 11 Febbraio 2019 00:00

Un viaggio, un testo e l’attesa

Papa Francesco è arrivato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) il 3 febbraio alle ore 10 di sera, ricevuto solennemente all’aeroporto dal principe ereditario, nonostante che si fosse sempre detto che si trattava di una visita privata. Il mattino seguente è stato ricevuto al governo. Il pomeriggio ha visitato la grande moschea Zayed al-Nahyan e alle sei di sera ha firmato il documento sulla Fratellanza Umana. In calce la firma del papa e dell’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

La visita al governo doveva essere privata e il papa non ha pronunciato alcun discorso. Invece è risultata una visita da “mille e una notte”. Il papa ha voluto usare solo una macchina utilitaria ma, dietro di lui, si snodava una lunga serie di Mercedes nuovissime. Il corteo, scortato da cavalli con bandiere emiratine e del Vaticano, procedeva lentamente per i lunghissimi viali riccamente infiorati, mentre il cannone lanciava i suoi colpi sonori e nel cielo volteggiavano aerei che lasciavano dietro di sé code di fumo coi colori delle bandiere. Gli EAU hanno voluto prendere la palla al balzo per mostrare al mondo intero la loro ricchezza e potenza.

Il documento e le sue sfumature
Nel suo discorso Ahmad al-Tayyeb ha fatto la storia delle guerre tra Arabi e Israele (1948, 1956, 1967, 1973), tutte perse. Dell’ultima guerra (1973) ha dato l’interpretazione egiziana di Anuar al-Sadat, allora presidente dell’Egitto: abbiamo bloccato l’avanzata di Israele, abbiamo vinto! Ma in realtà Israele era arrivato alle porte de Il Cairo (al km 101 da Suez verso Il Cairo e non viceversa) e la famosa terza armata che avrebbe riportato quella vittoria fu semplicemente dispersa per la defezione quasi totale dei suoi soldati. L’intervento dell’allora Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, ha fermato la guerra e sbloccato la delirante situazione di non guerra né di pace che si protraeva dal 1967.

Ahmad al-Tayyeb ha poi ricordato l’attacco alle torri gemelle a New York avvenuto l’11 settembre 2001 e ha fatto notare come questa tragedia abbia trasmesso in Occidente l’idea che l’Islam sia terrorismo e che i musulmani siano pericolosi.

Infine, si è rivolto ai cristiani e ha detto che devono superare il loro complesso di essere una minoranza, perché anche loro sono cittadini come i musulmani. Ovviamente, questo discorso doveva essere rivolto ai musulmani e non ai cristiani, perché sono loro che hanno causato la pesante situazione dei cristiani. Ma Ahmad al-Tayyeb non è il papa dei musulmani, non ha la stessa autorità e non può parlare a loro come papa Francesco parla ai cattolici, di cui è pastore supremo. Ahmad al-Tayyeb è solo l’imam della moschea di Al-Azhar, a Il Cairo, e il suo parere è solo personale, seppur autorevole. Vogliamo pensare che Ahmad al-Tayyeb, non potendo rivolgersi direttamente ai musulmani, si sia rivolto ai cristiani dando in tal modo un messaggio indiretto ai musulmani. Si è poi rivolto ai musulmani che vivono in Occidente, li ha invitati a rispettare le culture locali e ha detto che, se trovano delle espressioni che contraddicono la loro fede, facciano conoscere il loro dissenso per via legale.

La consolazione dei fedeli locali
Papa Francesco ha parlato di giustizia, dialogo, libertà, fraternità. Ha chiarito che, oltre alla liberta di culto (secondo la quale si tollera che un cristiano possa celebrare la sua fede), occorre la libertà di religione, che permetta ad ognuno di scegliere quella religione che, secondo lui, lo aiuta di più ad essere fratello di tutti. Questo punto – la libertà religiosa – è molto sensibile e non esiste nei Paesi arabi, dove è proibito a un musulmano cambiare religione. (In Arabia Saudita l’abbandono dell’Islam viene punito con la pena di morte). La giustizia è un altro punto sensibile, perché gli stranieri sono, in molti casi, trattati come schiavi e non c’è nessuna legge che li protegga.

Come segno di riconoscenza e di amicizia, gli EAU hanno regalato al papa una chiesa ad Abu Dhabi e ad Ahmad al-Tayyeb una moschea. Entrambe saranno costruite a spese del governo.

Il giorno seguente il papa ha celebrato nello stadio Zaid e vi hanno partecipato circa 180.000 fedeli. Ha commentato il vangelo di Matteo sulle beatitudini, dando in tal modo un grande incoraggiamento ai fedeli a viverle nella loro vita quotidiana.

Dopo gli Emirati da chi andrà?
Qual è stato l’impatto di questa visita negli altri paesi arabi? L’Arabia Saudita ha mostrato reazioni diversificate. I giornali di lingua inglese hanno trattato l’argomento della visita del papa con grande generosità di articoli e di fotografie, quelli di lingua araba hanno ridotto l’annuncio al minimo possibile e gli altri giornali arabi non sauditi si sono mantenuti in una posizione mediana.

Una persona presente mi ha detto di aver concesso circa 30 interviste in arabo a tanti giornali e TV, ma a nessun media del Bahrain, del Kuwait o del Qatar. Questi tre paesi – c’era da aspettarselo – non hanno gradito la visita del papa agli EAU e hanno praticamente ignorato l’evento. Nel Golfo ogni paese vuole essere il primo e guarda a quello che fa l’altro in modo da superarlo, nella speranza di avere l’egemonia.

Il risultato positivo è l’avvicinamento del papa al Golfo. Non è più un personaggio che abita lontano, a Roma, ma è arrivato fin lì per parlare di fraternità a tutti. Non è escluso che, per bilanciare politicamente la sua posizione di super partes, il papa voglia far visita al Qatar, che è stato isolato dagli EAU, dal Bahrain, dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. L’eventuale visita al Qatar non sarà per niente gradita ai quattro paesi che l’hanno segregato, ma il papa deve armarsi di tanta pazienza e continuare a tessere il dialogo con tutti i paesi del Golfo, quindi visitando anche il Bahrain che l’aveva invitato 5 anni fa. In tal modo la gente capirà che egli è il padre di tutti.

È molto probabile che un nuovo ritorno del papa nel Golfo spingerà l’Arabia Saudita a rivedere certe sue posizioni tradizionali. Un’eventuale visita del papa anche in Arabia Saudita darebbe al paese l’occasione di presentarsi al mondo intero con un’altra faccia: non quella della paura e dell’Islam rigido e tradizionalista, ma quella della tolleranza e dell’apertura. Così lo ha proposto il principe ereditario, Muhammad bin Salman, che vuole aprire l’Arabia Saudita a tutte le religioni. Accogliendolo, Muhammad bin Salman troverebbe in papa Francesco l’appoggio ideale e più efficace per incentivare un nuovo corso al suo paese.


Da "http://www.settimananews.it" Francesco ad Abu Dhabi: un viaggio, un testo e l’attesa di Francesco Strazzari

Pubblicato in Passaggi del presente

Video

Da "it.euronews.com" 19 gennaio 2019: Matera diventa "Capitale Europea della Cultura" di Marta Brambilla

Pubblicato in Fatti e commenti

Era il modello del welfare perfetto e dell’accoglienza a regola d’arte: alle elezioni di ieri il partito democratico, nazionalista e xenofobo, ha preso il 20% dei consensi. E se anche i paradisi crollano, cosa rimane a chi crede nella società aperta?


Lo spot comincia con le inquadrature notturna di un quartiere dormitorio, visto dall'alto. Blocchi di cemento alti dieci piani che si susseguono all'infinito, fila dopo fila, appena rischiarati da qualche finestra illuminata. Una visione distopica, inquietante. Poi la camera arriva a terra. Auto in coda nel buio. Un ubriaco che attraversa. Il falò di un'utilitaria davanti a un distributore di bibite sfasciato, barboni che frugano tra la spazzatura. Sembra Gotham City, è Stoccolma e il video è uno degli spot della campagna elettorale di Jimmie Akesson, classe 1979, il giovane leader del partito nazionalista che nelle elezioni politiche di ieri ha conquistato il 17,7 per cento. 4,7 punti in più rispetto alla quota del 13 per cento conquistata nel 2014, che già costituiva un raddoppio rispetto a 6 per cento precedente.

Il partito si chiama Democratici Svedesi, SD, è stato fondato a inizio anni Novanta. La sua denominazione sembra frutto di quello che in inglese si chiama whitewashing, letteralmente “ripulitura”: bisognava scegliere un nome rassicurante per addolcire l'immagine di un'aggregazione a cui partecipavano numerosi gruppi suprematisti e circoli estremisti (decimati da una raffica di espulsioni solo in tempi recenti). Nel 1994 sembrava già a fine corsa. Percentuali risibili, mai nessun seggio fino al 2010, tanto che nei commenti politici la Svezia era descritta costantemente come un Paese inattaccabile dal sovranismo e dal populismo. Poi otto anni fa un imprevista impennata al 2,8 per cento e 20 parlamentari eletti: sembrava un fuoco di paglia, era invece l'inizio della scalata che ieri ha compiuto un altro passo in avanti, anche se non rilevante come si prevedeva nei sondaggi, vista anche la tenuta dei socialdemocratici.

Il 20 per cento degli elettori svedesi ha creduto all'analisi del conflitto proposta da Akesson, forse anche per smarcarsi dall'accusa di razzismo: non una questione di pelle, colore, religione, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia
I video propagandistici di SD aiutano a capire il boom del sovranismo svedese meglio di ogni altra analisi. Mostrano una Svezia alla quale noi mediterranei stentiamo a credere, perché da sempre immaginiamo quel Paese come l'icona di tutto ciò che è desiderabile in Europa. Libertà, diritti, un welfare efficiente, «dalla culla alla tomba» come si diceva una volta, una società libera, paritaria, amica delle donne e dell'ambiente, inclusiva, dove a una tassazione altissima corrispondono prestazioni sociali ai limiti dell'utopia. Ma quell'utopia svanisce nella angosciante narrazione dei Democratici Svedesi e del loro leader Akesson, voce narrante degli spot. «Dove una volta avevamo tranquillità e sicurezza, ora abbiamo telecamere e filo spinato», dice, mentre corrono le immagini di quartieri borghesi barricati dietro cancellate di ferro e muri alti cinque metri. «Il sistema sanitario crolla, i nostri parenti e amici muoiono prima di ricevere assistenza», ed ecco la donna bionda che piange, riversa su un corpo inanimato. Rottami in fiamme, è la guerra tra gang rivali. Lampeggianti di polizia nella notte, pompieri che corrono, esercito in azione con le maschere antigas: Akesson descrive assalti alle stazioni di polizia, rivolte di quartiere, bombe e uccisione di agenti e comuni cittadini. «In Svezia ora il terrore è la realtà».

Realtà? Esagerazione pubblicitaria? Sia come sia, una parte degli elettori svedesi piuttosto consistente ha creduto a quella rappresentazione, e soprattutto all'analisi del conflitto in corso proposta da Akesson: non una questione di pelle, colore, religione, non una guerra tra destra e sinistra, poveri e ricchi, maschi e femmine, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia per imporre una svolta in materia di immigrazione. Una svolta che quasi sicuramente arriverà: se è scontato che SD non entrerà in governi di coalizione, è ovvio che i suoi risultati determineranno cambiamenti.

Il modello Stoccolma è quello che con più convinzione e rigore ha applicato le direttive europee in materia di rifugiati e migranti. Ha accettato tutte le quote assegnate, ha accolto senza discriminazioni e resistenze: su 9,9 milioni di residenti oggi il 17 per cento è di origine straniera, la quota più alta del continente (in Germania è l'8,1, in Italia il 2,4). Il suo probabile dietrofront sotto la spinta sovranista non sgretola solo l'utopia delle infinite capacità di integrazione di una società aperta ma, in qualche modo, dà un colpo fatale anche all'intera strategia europea in tema di integrazione: se anche lì, nello Stato più civile e assistito del continente si allarga il voto di protesta, c'è davvero qualcosa da ripensare.

Da "www.linkiesta.it" Se anche in Svezia sfonda l’estrema destra, l’utopia europea è davvero a rischio di Flavia Perina

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi

Fare della Corea del Nord un Paese normale, se non addirittura ricco: ecco qual è l'obiettivo strategico di Kim Jong Un. Oggi tutti esultano, ma domani una Corea unita potrebbe diventare un problema per Cina e Giappone.

Che cosa spinge Kim Jong-Un a fare la pace con la Corea del Sud e forse anche con gli Stati Uniti? “It’s the economy, stupid”, risponderebbe Bill Clinton con lo slogan che gli fece vincere la campagna elettorale del 1992 contro Bush senior. Negli anni Sessanta la Corea del Nord, dopo la disastrosa guerra del 1950-53 che fece tre milioni di vittime, era più sviluppata della Corea del Sud: oggi è un Paese impoverito dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale che si è diffusa negli ultimi anni. Se scoppia la pace le cose sono destinate a cambiare rapidamente, a cominciare da Kaesong, la zona economica congiunta tra le due Coree.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo americano dai tempi della guerra di Corea, il Paese è nel mirino delle risoluzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate l’anno scorso, le sanzioni interessano quasi ogni settore, dalle forniture militari agli articoli di lusso, ai beni commerciali più comuni e diffusi come il sapone. Diverse aziende nordcoreane sono sotto embargo, le operazioni finanziarie sono in pratica quasi bloccate se non con la Cina e la Russia e sono state congelate anche le esportazioni di carbone e quelle minerarie.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo
Ma questo sistema non è ermetico. Mosca e Pechino, che pure hanno votato nel 2017 a favore di nuove sanzioni, tengono ancora a galla la Corea del Nord e la Cina continua a esportare petrolio verso Pyongyang. Non solo, le zone economiche speciali con la Cina e la Russia riforniscono la Corea di Kim del necessario per sopravvivere.

In realtà la Corea del Nord è diventata nel tempo assai abile nell’aggirare le sanzioni e anche il Paese non è più così chiuso, almeno sotto il profilo economico, come in passato. Anzi pur restando il regime una sorta di fortezza ideologica c’è stata anche un’evoluzione verso l’economia di mercato, alimentata dai traffici di merci e di valuta: si è creata quella che gli osservatori definiscono una nuova “borghesia rossa” costituita da arricchiti all’ombra del regime.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo don Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”
La Corea di Kim non è un Paese sull’orlo di una crisi perenne come appare in certi rapporti occidentali e come lo fu certamente durante la carestia degli anni Novanta. E qui si viene forse alla vera motivazione che ha spinto il leader nordcoreano alla trattativa con il Sud e con gli Stati Uniti: Kim vorrebbe fare del Nord un Paese ricco. Queste ambizioni erano state espresse dal giovane leader nella sua linea strategica definita “Byungjin”, il Progresso Duale, che consiste nella creazione di zone economiche speciali e nello sviluppo dell’economia civile, finora sempre sopravanzata dagli investimenti militari nel settore nucleare e missilistico.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo con Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”. Con una ricetta che i cinesi conoscono bene: liberalizzazione economica e stretto controllo della sfera politica. Adeguandosi al modello di sviluppo asiatico, Kim punta a far rientrare il Paese nell’ordine regionale: questa è in sintesi la transizione coreana. Ma non è detto che una Corea del Nord “normale” possa piacere davvero alla Cina o al Giappone, soprattutto se un giorno cominciassero a soffiare i venti di una possibile riunificazione. Parafrasando Andreotti sulla Germania, si potrebbe dire che i vicini della Corea la amano a tal punto che ne vorrebbero sempre due.

Da "http://www.linkiesta.it" La riunificazione delle due Coree? Per Cina e Giappone è un incubo che diventa realtà di Alberto Negri

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 09 Aprile 2018 00:00

Il patto con il diavolo

Mohammed bin Salman ha offerto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali all'Inghilterra e si prepara al possibile collocamento dell’Aramco (la maggiore società petrolifera del mondo)
alla Borsa inglese. E agli inglesi questi soldi fanno comodo. Per pagare i costi della Brexit


Quando si parla di denaro, soldi e potere gli autocrati arabi diventano improvvisamente dei brillanti riformatori: è il caso di Mohammed bin Salman che a Londra ha messo sul piatto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali e si prepara al possibile collocamento alla Borsa inglese dell’Aramco, la maggiore società petrolifera del mondo, la cassaforte della famiglia reale saudita. Un evento epocale che però probabilmente non avverrà prima del 2019: il motivo è che il principe e i suoi consiglieri non hanno ancora ottenuto la quota di 2mila miliardi di valutazione della società, un traguardo considerato indispensabile prima di collocarne il 5 per cento sui mercati internazionali. Tutti ormai lo chiamano il “big deal”, oltre 100 miliardi di dollari.

Una boccata d’ossigeno per la Gran Bretagna che deve pagare i costi della Brexit. Gli inglesi vorrebbero accelerare i tempi perché temono la concorrenza degli americani, da sempre i grandi sponsor del regno wahabita: ed proprio a Washington che andrà tra qualche giorno il principe dove troverà, a oltre Donald Trump, il genero del presidente Jared Kushner, che sfruttando il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente e l’amicizia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu è diventato grande amico dell’erede al trono saudita. Sarebbe stato Kushner a incoraggiare una visita segreta del principe in Israele per fare fronte comune contro l’Iran sciita e il suo alleato siriano Bashar Al Assad.

Pur di fare affari con Riad, si attutisce l’impatto devastante della guerra saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti (9 milioni a rischio di carestia), l’assedio e le sanzioni al Qatar, i finanziamenti in questi decenni del Regno wahabita i tutto il mondo musulmano agli integralisti a agli imam più retrogradi: quello con i sauditi è un altro “patto con il diavolo” cui Londra e Washington non vogliono e possono rinunciare.


Dall’inizio del conflitto gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale
È così che gli inglesi hanno appena venduto ai sauditi 48 caccia Eurofighter Typhoon -di cui una quota consistente è della Leonardo-Finmeccanica - per un valore di 10 miliardi di sterline: si tratta della maggiore commessa militare da quando il principe Mohammed bin Salma, MBS per i media, è diventato nel 2015 ministro della Difesa. Dall’inizio del conflitto, una sorta di Vietnam arabo che i sauditi non riescono a vincere neppure con il sostegno degli americani, gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale: la British Aereospace ha 30mila dipendenti e recentemente ha dovuto lasciare a casa 1.400 lavoratori.

Per rendere meno indigesta la pillola all’opinione pubblica britannica il principe a Londra ha generosamente versato 100 milioni di sterline a un fondo destinato ai Paesi poveri e si sottolineano le riforme saudite, da quelle economiche a quelle del costume (patente alle donne e loro presenza allo stadio e nell’esercito), lasciando un po’ da parte che da quando il principe è al comando si sono intensificate le condanne a morte. Mentre dalla classifica di Forbes sono spariti 10 miliardari sauditi, che qualche tempo fa insieme al principe Walid bin Talal sono stati rinchiusi in alberghi di lusso e costretti a lasciare sul tavolo i loro patrimoni con l’accusa di corruzione.

Vale la pena ricordare come è cominciato il rapporto con l’Arabia Saudita, che con Israele è il pilastro della politica occidentale in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita è di gran lunga il maggior partner commerciale americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi - oltre 100-120 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni secondo il Congresso - e anche uno dei maggiori investitori in dollari e buoni del Tesoro Usa.

In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata dalla Standard Oil nel 1938 e dall’Aramco, la società di Stato, fondata da tre compagnie Usa. Il bollino di garanzia sul Regno verrà incollato qualche anno dopo da Roosevelt. Pur di compiacere i dettami islamici del suo ospite saudita, il monarca Abdulaziz Ibn Saud, Franklin Delano Roosevelt 73 anni fa si nascose a fumare l’amato Avana nell’ascensore dell’incrociatore Quincey ormeggiato nel canale di Suez. Si era informato bene: qualche tempo prima il Re saudita non aveva sopportato né il sigaro di Churchill né le sue bevute di wiskey. Era il 14 febbraio 1945, dieci giorni dopo Yalta, Stati Uniti e Arabia Saudita stavano per stringere un patto fondamentale negli equilibri del Medio Oriente: petrolio e basi aeree a Dahran in cambio della protezione americana del Regno.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton sia stata finanziata da Riad.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy. Ma oltre al petrolio Roosevelt chiese un’altra cosa al sovrano, rappresentante della versione più puritana dell’Islam e custode della Mecca: il suo appoggio all’emigrazione ebraica in Palestina. Ibn Saud declinò, affermando che avrebbe urtato gli interessi degli arabi. Il 5 aprile Roosevelt in una lettera si impegnò a non sostenere il ritorno degli ebrei. Ma il successore Harry Truman rinnegò l’impegno e votò all’Onu nel ’47 la spartizione della Palestina: scelse Israele al posto del petrolio, senza naturalmente rinunciarvi. Essere superpotenza significa anche sfruttare posizioni inconciliabili a proprio vantaggio.

Ed è quello che probabilmente farà anche Donald Trump, che essendo contrario all'accordo sul nucleare voluto da Obama con l'Iran nel 2015 ha sicuramente dei punti di vantaggio sul suo predecessore.

Del resto nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale e la Saudi Arabia Monetary Agency convincendo Ibn Saud a investire tutto in dollari - ancora oggi l’85% delle riserve di Riad, 600 miliardi, sono in dollari e titoli Usa - e a oltrepassare il divieto della sharia, la legge islamica, che vieta i prestiti con interessi. Facevano tutto gli americani, che con i soldi sauditi hanno finanziato il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che andassero alle aste. Con una clausola: mai nessuno avrebbe rivelato i nomi degli investitori sauditi.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton - per ammissione proprio del principe -sia stata finanziata da Riad. Ma questi sono dettagli trascurabili per un businessman e un uomo di mondo.


Da "http://www.linkiesta.it" Il patto con il diavolo: così i sauditi mettono nel sacco Washington e Londra di di Alberto Negri

Pubblicato in Comune e globale

 

Non c’è nemmeno l’elettricità nella baracca che si è costruito con le sue mani. Mike ha messo una catena con un lucchetto per tenere chiusa la porta quando si allontana dalla sua stanza due metri per tre fatta di tavole, coperte e cartoni. “Non ho niente che si possa rubare e in fondo non me ne importa niente, entrino pure”, dice amareggiato in un perfetto inglese.

È nigeriano, ha 23 anni, è arrivato dalla Libia in Italia due anni fa, è stato trasferito in un centro di accoglienza in Sardegna, ma è scappato perché voleva raggiungere degli amici a Roma per lavorare. Nella capitale non ha trovato quello che sperava: un lavoro e una casa. Sta aspettando che la sua richiesta di asilo sia esaminata, ma intanto ha perso ogni diritto all’accoglienza, perché si è allontanato per più di tre giorni dal centro. Così è finito a vivere in una fabbrica abbandonata lungo via Tiburtina.

Nella struttura alloggiano 150 persone: il doppio rispetto a giugno del 2017 quando un altro capannone abbandonato della zona è stato sgomberato dalla polizia. Quello che sarebbe dovuto essere il distretto industriale di Roma, sulla via Tiburtina, si è trasformato in un quartiere fantasma tra sale giochi, cantieri stradali e capannoni abbandonati come quelli dell’ex fabbrica di penicillina Leo.

Espulsi dalla città
Decine di edifici industriali sono diventati un rifugio per le famiglie e le persone sole che hanno perso la casa o non ne hanno mai avuta una: c’è la tendopoli del Baobab in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, c’è l’occupazione dell’ex sede del quotidiano La Stampa, quella di “palazzo Sudan”, e poi Tor Cervara, via Vannina, via Fabio Costi. Una città ai margini della città, una dimensione invisibile di baracche e stamberghe senza elettricità, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Gli sgomberi avvenuti negli ultimi mesi hanno aggravato la situazione, costringendo molte persone rimaste senza casa a trovare rifugio nelle altre occupazioni già affollate.


Mike aveva saputo da alcuni amici che nella periferia orientale di Roma, oltre il carcere di Rebibbia – tra l’Aniene e il Grande raccordo anulare – avrebbe potuto trovare un letto per dormire. Quando è arrivato non riusciva a credere ai suoi occhi: un palazzo fatiscente su due piani, piccole costruzioni di fortuna – una a fianco all’altra all’interno dell’edificio – e sul retro un’enorme discarica abitata da topi enormi. Una scala esterna porta al secondo piano dove si apre un altro ambiente. Le costruzioni di legno si avvicendano in un serpentone, alla fine si apre uno spazio comune usato per cucinare e mangiare, dove ci sono un tavolo, delle sedie e perfino un divano.

Anche farsi da mangiare non è facile, perché i fornelli funzionano solo con le bombole del gas, così gli abitanti dell’occupazione si sono organizzati in una specie di gestione collettiva. Alcuni cucinano e distribuiscono i pasti a tutti gli altri. C’è anche un piccolo negozio al secondo piano che vende i beni di prima necessità, perché i negozi più vicini sono a qualche chilometro di distanza. Mike viene da una famiglia del ceto medio dello stato nigeriano del Delta, dove faceva il musicista. Dopo un passaggio traumatico in Libia è arrivato in Italia via mare, sperando di ricominciare la sua vita e poter studiare e lavorare. Ma ora, se potesse, tornerebbe indietro.

“Non trovo nemmeno una cosa positiva in questo paese, se solo ottenessi i documenti me ne andrei”, afferma. Tuttavia anche tornare indietro non è facile, non ha i soldi per l’aereo e ha paura di non trovare niente di quello che ha lasciato. Le giornate passano tutte uguali: al piano terra nell’enorme stanzone circondato dalle baracche alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco per riscaldarsi, la fuliggine e l’odore di fumo annebbia tutto. Una radio trasmette musica reggae. “A volte piango da solo nella mia stanza perché non vedo un futuro”, dice Mike.

Il fallimento dell’accoglienza
Dal novembre del 2017 l’edificio è presidiato da un’équipe di Medici senza frontiere (Msf) che arriva con un camper una volta ogni quindici giorni. “Abbiamo fatto diverse visite perché volevamo sapere se le persone hanno accesso ai servizi sanitari”, spiega Ahmad al Rousan, coordinatore del progetto. “Abbiamo capito che molti di loro non sanno di avere diritto all’assistenza sanitaria. Per esempio abbiamo avuto un ragazzo che si è completamente ustionato e non è andato al pronto soccorso nonostante le ustioni gravissime”, continua. “Oltre a questo edificio, stiamo monitorando tutto il territorio cittadino e a Roma stiamo documentando delle situazioni davvero critiche, dei veri e propri ghetti”, spiega Al Rousan.

Nel rapporto Fuori campo pubblicato l’8 febbraio, Msf denuncia una situazione diffusa di cattiva accoglienza in Italia che favorisce la nascita di ghetti e di aree disagiate in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, sia in contesti urbani sia in quelli rurali. Secondo il rapporto, sono diecimila le persone che vivono in queste condizioni con “limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Gli insediamenti informali sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.


Al livello legislativo, inoltre, Medici senza frontiere denuncia un processo in atto che tende a rendere l’accoglienza nei centri sempre più una concessione e non un diritto. “Tra aprile e luglio 2016 la Commissione europea ha presentato un intero pacchetto di proposte di riforma del sistema di protezione internazionale dell’Unione tese a rimodellare ogni aspetto della procedura di accoglienza”, scrive Msf nel rapporto. Per esempio l’accoglienza può essere ridotta o revocata se i richiedenti asilo non rispettano le regole del centro a cui sono stati assegnati.

“Già ora tra le persone che vivono in queste condizioni ce ne sono molte che sono state mandate via dai centri di accoglienza per futili motivi”, continua Al Rousan. L’espulsione dai centri alimenta una specie di circuito parallelo di insediamenti informali che ha dei fulcri storici nella penisola: i ghetti pugliesi della Capitanata e quelli calabresi, la provincia di Caserta, gli edifici occupati di Roma, a cui dal 2016 si sono aggiunti gli insediamenti informali sorti vicino alle aree di frontiera come Ventimiglia, Como, il Brennero, Udine e Gorizia.

Chi non ce la fa a passare la frontiera torna negli insediamenti informali, spesso spostandosi da una città all’altra in cerca di un lavoro. Nell’ottobre del 2017 il ministero dell’interno ha varato il Piano nazionale integrazione, che contiene indicazioni generali sulla questione abitativa dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ma non prevede lo stanziamento di risorse specifiche per favorire l’inclusione sociale.

Il problema della residenza
A Roma sono state censite più di cento occupazioni, alcune sono organizzate dai diversi movimenti di lotta per la casa. In questi insediamenti vivono almeno 600 richiedenti asilo e rifugiati, pari al 20 per cento degli occupanti, secondo il rapporto di Msf. Soprattutto negli ultimi cinque anni, le occupazioni hanno svolto un ruolo di decompressione rispetto alla carenza di posti nel sistema di accoglienza. Nelle occupazioni, italiani e stranieri spesso convivono e condividono gli stessi problemi.

Nell’ex sede dell’Inpdap occupata nel 2012, vivono circa 400 persone, tra le quali un centinaio di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Tra i residenti ci sono anche italiani. Le attività all’interno dell’edificio comprendono uno sportello di orientamento legale, corsi di italiano, laboratori di falegnameria, serigrafia e corsi di teatro in collaborazione con scuole del quartiere. Gli occupanti hanno anche sviluppato un progetto di accoglienza temporanea – dai 3 ai 12 mesi – che coinvolge quasi esclusivamente richiedenti asilo e rifugiati (dodici in tutto) inseriti in specifici percorsi di integrazione sociale, come corsi di formazione professionale.

Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. - Alessandro Penso, Msf Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. (Alessandro Penso, Msf)
Anche nella ex sede dell’Inps di viale delle Province, occupata nel 2012, tra i circa 500 occupanti vivono poco meno di cento tra richiedenti asilo e titolari di protezione. Insieme a palazzo Selam e a palazzo Naznet – le due occupazioni storiche di rifugiati provenienti dall’Eritrea e dal resto del corno d’Africa, la cui popolazione si è ulteriormente ingrandita dopo lo sgombero di piazza Indipendenza dell’agosto 2017 – l’edificio è inserito nella lista dei siti da sgomberare in via prioritaria inclusa nella delibera numero 50 del 2016 dell’ex commissario straordinario Tronca.

Nel “palazzo Sudan” vivono un centinaio di rifugiati sudanesi, che erano stati sgomberati dall’”hotel Africa”, un altro insediamento informale vicino alla stazione Tiburtina. La struttura è stata finanziata nel corso degli anni da programmi di accoglienza pubblici. Quando sono finiti i fondi, i rifugiati sono rimasti nella palazzina senza alcuna forma di intervento dello stato. Negli ultimi mesi, la fornitura di gas è stata tagliata e l’erogazione di energia elettrica ridotta.


“La cronica carenza di posti in accoglienza e gli sgomberi in assenza di soluzioni abitative alternative stanno determinando il moltiplicarsi di insediamenti spontanei, in edifici abbandonati lontani dal centro, dove l’invisibilità si accompagna a condizioni di vita di assoluto degrado, con uomini, donne e minori che non riescono ad accedere ai beni più elementari”, scrive il rapporto. Uno dei problemi principali è la difficoltà a ottenere la residenza anagrafica in base al cosiddetto decreto Lupi (il decreto legge 47 del 2014) sull’emergenza abitativa. La mancanza di questo requisito implica la difficoltà ad accedere a molti servizi di base come le cure mediche presso il servizio sanitario nazionale.

Dal marzo del 2017, l’amministrazione comunale di Roma ha deciso di usare la residenza anagrafica fittizia di via Modesta Valenti, già usata per i senza dimora, anche per i migranti presenti negli insediamenti informali. Ma il rapporto Fuori campo di Msf denuncia che l’applicazione della delibera resta discrezionale e non funziona allo stesso modo in tutti i municipi della città. “Le principali differenze riguardano non solo i tempi per il rilascio della residenza, ma anche le modalità di accesso e l’elenco dei documenti richiesti”. Di recente la questura di Roma ha cominciato a chiedere la residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, provocando una situazione in cui i migranti rimangono ingabbiati nella burocrazia, senza possibilità di riuscire a ottenere nessuno dei due documenti.

 


Da "https://www.internazionale.it/" Fuori campo, perché i migranti finiscono nei ghetti di Annalisa Camilli 8/02/2018

Pubblicato in Passaggi del presente

Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità.


Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.


Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo
Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

Pubblicato in Passaggi del presente
Pagina 1 di 21