Il confronto con le istanze delle donne è una sfida a cui la Chiesa, come tutte le altre istituzioni, non si può più sottrarre, ma si tratta di una sfida quanto mai tentacolare, che chiede coraggio profetico, ma anche lucidità teologica. Chiama infatti in causa sia l’impianto dottrinale che la prassi pastorale della chiesa cattolico-romana. Ma chiede anche consapevolezza storica di sé e della propria identità e, soprattutto, volontà politica: la Chiesa è stata in grado di vivere (e non solo sopravvivere) per due millenni perché ha saputo, sia pure con grande lentezza, intercettare i segni dei tempi e leggerli alla luce del vangelo di Gesù di Nazareth, della sua persona e della sua predicazione, riconoscendo valore salvifico universale alla sua morte e rischiando la propria credibilità sulla fede nella sua risurrezione. Per dirla evocando una splendida espressione di Luis Sepúlveda: la Chiesa ha saputo rispettare solo il limite dell’orizzonte e mai e poi mai una frontiera. È, in fondo, la prospettiva della solenne finale del vangelo di Matteo (28,16-20).

Una spina nel fianco
Un pontificato, d’altro canto, appartiene alla cronaca, ma al contempo appartiene alla storia e valutarlo con lenti multifocali non è facile. Bisogna accettare che qualsiasi giudizio possa essere miope o presbite, ottuso o lungimirante. Credo però che, al netto di tutto questo, per la Chiesa di Francesco le donne continuino a essere una spina nel fianco. Non solo per lui, ma per tutto l’apparato in cui a governare sono anziani signori che sostengono a spada tratta che la verità immutabile ed eterna di Dio coincide con l’uso di dare la comunione sulla lingua oppure con la difesa della pena di morte, come ha dichiarato l’ex Nunzio Carlo M. Viganò in una recente intervista a un giornale portoghese, che dovremmo rileggere ogni tanto per non perdere di vista la situazione in cui ci troviamo dato che, ne sono convinta, molta parte della gerarchia cattolica la condivide. Da 150 anni le donne rappresentano l’elemento di rottura dell’ordine costituito, non solo di quello sociale, cioè il patriarcato, ma di quello ideologico, cioè l’androcentrismo. Di un ordine che per molti secoli si è ritenuto voluto da Dio stesso e nel quale la distribuzione del potere avveniva non soltanto per censo o per classe ma, addirittura, per sesso.

L’attenzione alle ingiustizie e allo sfruttamento
La posizione di Francesco nei confronti delle donne e, soprattutto, nei confronti del loro pensiero e delle loro pratiche che interpellano anche la Chiesa perché stanno così profondamente cambiando la cultura di tutti i paesi del mondo, non è del tutto facile da interpretare.

Le istanze delle donne rispetto alla vita ecclesiale impongono infatti di assumere un punto di vista sistemico. Chiamano in causa l’antropologia teologica, la teologia biblica e quella sistematica per non parlare della teologia morale e di quella pastorale, discipline che più di altre obbligano a fare i conti con la concretezza della vita e della storia.

Sono conti che Francesco sa fare molto bene quando si tratta di guardare alle ingiustizie di cui le donne sono costrette a pagare il prezzo più alto soprattutto al di fuori della Chiesa. Come non apprezzare la forza con cui ha denunciato – e non solo una volta – la violenza sulle donne? Ora che la forzata reclusione tra le mura domestiche a causa dell’emergenza virus ha reso ancora più drammatica la situazione di molte donne che, con i loro figli, sono rese oggetto di sopraffazione fisica e psicologica,

Francesco ha preso posizione con forza il lunedì dell’Angelo, dopo la preghiera del Regina coeli, dicendo che sono sottoposte a «una convivenza di cui portano un peso troppo grande». Ma lo aveva detto anche in altri momenti e in diversi paesi del mondo, riconoscendo così che non si tratta di situazioni congiunturali, ma piuttosto di una piaga che può affettare le famiglie in modo strutturale, che dilaga e che culmina spesso nel femminicidio.

Come non si è mai stancato di insistere sullo sfruttamento delle donne in tutti gli ambiti lavorativi compresi perfino quelli ecclesiastici, dichiarando apertamente che troppo spesso è dato per scontato che tante suore vivano una sorta di schiavitù (servidumbre). Né si può dimenticare l’attenzione che ha rivolto al dramma degli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle religiose.

I suoi detrattori clericali continuano ad accusare Francesco di adulterare la vera dottrina con la sociologia e danno così prova, oltre che di tipica “arroganza di stato”, anche di ignoranza teologica.

Per le donne, infine, il coraggio che Francesco mostra ogni volta che attacca il clericalismo – e lo affronta ben sapendo che è un’idra a sette teste ma, proprio per questo, è la vera grande malattia che si annida e corrode ogni religione – è motivo di speranza oltre che di gratitudine perché è parola profetica che pone la scure alla radice degli alberi (cfr. Lc 3,9). Francesco sa molto bene, però, che non spetta al profeta recidere gli alberi e guarda, con deciso spirito ignaziano, alla sorte del Maestro e Signore perché «è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!» (Mt 10,25).

Esaltare per escludere
Non sarebbe giusto però tralasciare di osservare quante volte le parole di Francesco hanno fatto l’effetto di un freno tirato in una macchina in corsa. Fin dall’inizio ha imboccato la pericolosa scorciatoia di quel “principio mariano-petrino” che modella l’ecclesiologia sul patriarcato, esalta il femminile, ma per escluderlo da ogni esercizio di autorità. Purtroppo, come i suoi predecessori, anche Francesco fa fatica a liberarsi da una costrizione del maschile-femminile dentro uno schematismo che non è meno asfittico e pericoloso quando se ne stabiliscono Pietro e Maria come figure simboliche di riferimento e si riserva, a Pietro, il ministero dell’autorità e a Maria il carisma dell’amore.

Un’impressione di fondo che si è andata chiarificando sempre più nel corso di questi sette anni di pontificato: quando si riferisce ai soprusi che vengono perpetrati contro le donne nella società civile, Francesco tiene con coraggio la barra dritta e sa molto bene che oggi la lotta per la giustizia vede in primo piano i diritti delle donne ma, quando guarda alla Chiesa, il suo passo si fa più incerto e le sue scelte contraddittorie.

Sappiamo bene infatti che non ha difficoltà a inserire, sia pure con grandissima cautela e, di conseguenza, con un’efficacia molto contenuta, alcune donne in ruoli di curia fino a oggi assoluto appannaggio di chierici, ma quando si tratta di affrontare uno dei grandi problemi della Chiesa cattolico-romana, quello dell’attuazione dell’ecclesiologia della costituzione conciliare Lumen gentium, Francesco si ritrae. Allarmato, si dice, dalla minaccia di scisma che, a ogni pie’ sospinto, gli lanciano i suoi nemici. Non però, evidentemente, dallo scisma silenzioso che, progressivamente, erode il popolo di Dio, in modo tutto particolare per quanto riguarda le donne.

Alcuni chiavistelli ecclesiali
Che dire dell’ecclesiologia tracciata nell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia (nn. 61-110) che, dopo l’ampio respiro dei primi tre sogni – sociale, culturale e ecologico – fa ripiombare la chiesa amazzonica e la Chiesa universale nell’incubo delle scorie di una chiesa pre-conciliare e che ha ricevuto, sì, il plauso dell’ex-Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, ma ha anche registrato lo sgomento di donne e uomini di fede che giocano la loro vita nell’appartenenza ecclesiale?

E, come se non bastasse, a quei chiavistelli ecclesiali di Querida Amazonia che bloccano alle donne ogni accesso al riconoscimento di quanto già svolgono, cioè il ministero diaconale, si è aggiunto l’avallo alle scelte della Congregazione per la dottrina della fede riguardo alla nuova commissione di studio per il diaconato femminile. Francesco non può non sapere che non c’è più nulla da studiare e, viste le persone scelte per la commissione, è difficile non avere il sospetto che l’intenzione reale sia quella di confondere quanto già è stato studiato e chiarito.

Mi diceva sconsolato uno dei membri della commissione precedente: così seppelliamo tutto per altri trecento anni! D’altra parte, non solo noi teologhe, ma anche stimati teologi abbiamo provato a dirlo in tutti i modi: il diaconato femminile non deve esistere, il diaconato, come il battesimo, è uno solo e a esso dovrebbero aver accesso sia uomini che donne. Molto ci sarebbe ancora da dire. Forse è vero che la Chiesa, anche quella di Francesco, non è pronta al salto che l’attuale consapevolezza delle donne ha chiesto a tutte le istituzioni. La domanda però si impone: è forse pronta a questa paralisi che la depaupera giorno dopo giorno dell’energia di “pietre vive” e la riempie di detriti?

Marinella Perroni
Professore emerito di NT al Pontificio Istituto sant’Anselmo di Roma.

Da "https://www.viandanti.org/" ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO LA SFIDA DELLE DONNE di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne

C’è questo abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre, un gesto che nel bel mezzo della pandemia riporta un intero paese, ormai abituato al distanziamento sociale, alla decenza di un abbraccio, alla necessità che i corpi si tocchino, all’insostituibilità dell’incastro del collo nel collo, all’esperienza imprescindibile che sono gli altri e la loro fisicità nella vita di ciascuno. Così in quell’abbraccio un intero paese, collegato in diretta tv, ritorna al mondo e si sente consolato, confortato. È la prima vera buona notizia dopo due mesi di spaesamento per la peggiore crisi sanitaria di quest’epoca. Fine.

Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. Avremmo dovuto ricordare la lezione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, quando ci chiede di non usare i cliché ogni volta che vediamo qualcuno soffrire, di non “dare mai un noi per scontato quando si parla del dolore degli altri”. Invece l’arrivo di Silvia Romano a Ciampino più che una liberazione è stata una gogna. Dopo essere stata di fatto dimenticata per mesi dai mezzi d’informazione, dalla politica e dall’opinione pubblica (se non con rare eccezioni come gli appelli di Giuseppe Civati sui social network), la ragazza, il suo corpo, il suo sorriso, il modo in cui è vestita sono improvvisamente scandagliati e fatti a pezzi dallo sguardo feroce dei commentatori che la colpevolizzano, la criminalizzano ben prima di sapere cosa le sia successo e senza nessun riguardo per la violenza che ha vissuto.

Le vere domande
Le prime a non avere il pudore del silenzio sono le autorità, che si mettono in bella mostra davanti alle telecamere al momento dell’arrivo. Di Maio indossa una mascherina con il tricolore, Conte diffonde le foto del suo colloquio con la ragazza dopo l’atterraggio. Tutti vogliono alzare una bandiera su quella buona notizia. La questione diventa anche politica: perché è stato pagato il riscatto? Si tratta con i terroristi? Qualcuno scambia il sequestro di Silvia Romano con il caso Moro. Le vere domande avrebbero dovuto essere altre: perché la ragazza è stata sequestrata? Quali sono le responsabilità dell’organizzazione per cui lavorava come volontaria? Che cosa è successo in questi 18 mesi? Chi sono i rapitori? Qual è stato il ruolo dell’intelligence turca? A chi sono andati i soldi del riscatto?

Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam. Daniele Raineri sul Foglio ha spiegato quanto tutte le informazioni che un ostaggio fornisce al momento della sua liberazione debbano rimanere riservate per lungo tempo, innanzitutto e perlopiù per ragioni di sicurezza. Inoltre, come ha scritto Ida Dominijanni, c’è “una strana idea di come una donna possa tornare da un sequestro di diciotto mesi. Non è esattamente come tornare da un viaggio di piacere. Si può anche essere sotto trauma pesante e si ha il diritto di essere lasciate a elaborarlo in pace”.

Rimane lo sbigottimento per la valanga d’illazioni e insulti che hanno colpito Silvia Romano al momento del suo arrivo. In un paese cattolico come il nostro, dove le chiese riaprono prima delle scuole in nome della libertà di culto, si stenta a credere che si possa criticare la scelta di una donna di convertirsi all’islam, dopo essere stata nelle mani di un gruppo di terroristi e che ha raccontato di aver letto il Corano per 18 mesi. Eppure l’abito, il jilbab verde (che non è un abito tradizionale somalo, come ha spiegato Igiaba Scego), con cui Silvia Romano scende dall’aereo turba i commentatori italiani di tutte le provenienze: quelli di destra e di estrema destra, ma anche i moderati e i progressisti.

Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia. Si confonde l’islam con i terroristi islamici, si mette in discussione che la scelta di Romano sia stata libera, la si accusa di essere “un’ingrata” e di indossare la “divisa” del nemico. I più benevoli le contestano di essersi fatta strumentalizzare e di aver indossato la bandiera dei suoi aguzzini, cioè di aver veicolato senza saperlo il messaggio di propaganda di Al Shabaab.

Nessuno si chiede quale sia stato il ruolo dei mezzi d’informazione invece nell’esaltare quel messaggio di propaganda. Ancora di più infastidisce il fatto che pur essendo una vittima, quella donna non mostri le sue ferite, non indugi sullo stereotipo della vittima, non pianga, non si lamenti e non mostri il dolore che ha provato, anzi si presenti in pubblico con un sorriso, lo stesso che si vedeva in alcune vecchie foto prima del rapimento.

Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata”. I centri antiviolenza di tutto il mondo raccolgono ogni giorno i racconti di donne che hanno denunciato di essere state stuprate e non sono state credute, perché erano truccate o vestite bene, o perché non piangevano.

Da "https://www.internazionale.it/" Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio di Annalisa Camilli

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 27 Marzo 2020 00:00

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea
Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»
Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti
Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.

Da "http://www.ilregno.it/" Senza presbitero no, senza popolo sì? di Simona Segoloni Ruta

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne

Forte sostenitrice dei diritti delle donne, la 35enne era la segretaria generale del Partito del Futuro Siriano ed è stata trucidata perché considerata un simbolo di dialogo potenzialmente pericoloso. Lottava per un Paese "multi identitario e senza violenza".

Uccisa perché considerata un simbolo di dialogo, potenzialmente pericoloso. C’era anche Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano (Future Syria Party), tra i nove civili trucidati sabato 12 ottobre in un agguato teso nel Nord-Est della Siria. Sull'uccisione, però, non è ancora stata fatta piena chiarezza: alcuni media parlano di omicidio a colpi di arma da fuoco, altre fonti sostengono sia stata lapidata. Anche sugli esecutori materiali non c'è certezza: alcuni indicano milizie filo-turche presenti nel Nord-Est siriano, ma non si esclude la possibilità che siano stati gli estremisti islamici dell'Isis o di Al Nusra a uccidere la 35enne.

Le lotte di Hevrin Khalaf
Paladina dei diritti civili delle donne, laureata in ingegneria civile, chi la conosceva parlava di lei come una sorta "ministro degli Esteri" del Rojava. Si batteva anche per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era molto apprezzata da tutte le comunità. Di recente aveva guidato un Forum tribale delle donne, quest'ultime soggetto cruciale, per lei, di una possibile transizione democratica per una Siria inclusiva e rispettosa dei diritti delle minoranze, e fortemente decentralizzata rispetto all'impostazione baathista. Al momento della sua fondazione, avvenuta il 27 marzo del 2018, il Partito per il Futuro della Siria, aveva affermato tra i suoi principi la laicità dello Stato, oltre che quello di una Siria "multi identitaria", della "rinuncia alla violenza" in favore di una "lotta pacifica per la risoluzione delle controversie", dell' "eguaglianza tra uomini e donne" e del rispetto delle risoluzioni delle nazioni Unite, "in particolare la risoluzione 2254, secondo cui tutte le fazioni del popolo siriano dovrebbero essere rappresentate nel processo politico, compresa la stesura di una nuova costituzione".

L’uccisione della 35enne
Nel momento in cui è stata fermata, lo scorso 12 ottobre, l'attivista stava viaggiando sull'autostrada M4 insieme al suo autista nel tentativo di raggiungere la città di Qamishli. Qui, un commando di uomini composto da miliziani li ha fatti scendere con la forza dall'auto, per poi ucciderli. Del massacro sono stati diffusi due video in rete, ripresi con i cellulari dagli stessi miliziani. I funzionari americani ritengono che le immagini siano autentiche. In un primo momento la responsabilità dell'uccisione di Hevrin è stata attribuita ai jihadisti dell'Isis. Ma poi le accuse sono cadute sulle milizie filo-turche, che comunque negano. "Khalaf è stata trascinata fuori dalla sua auto durante un attacco sostenuto dalla Turchia e giustiziata da milizie mercenarie appoggiate da Ankara", è la versione del braccio politico delle forze democratiche siriane a guida curda (Sdf). "Questa è una chiara prova che lo Stato turco sta continuando la sua politica criminale nei confronti di civili disarmati", ha accusato.

Il ricordo di Hevrin Khalaf
La morte di Hevrin Khalaf ha suscitato numerose reazioni a livello internazionale: "Aveva un talento per la diplomazia, partecipava sempre agli incontri con americani, francesi e le delegazioni straniere", ha ricordato Mutlu Civiroglu, analista politico curdo americano. "Hevrin Khalaf - ha detto il presidente del Parlamento europeo David Sassoli - è il volto del dialogo e dell'emancipazione delle donne in Siria. La sua uccisione, opera di terroristi islamisti, più attivi dopo l'invasione dei territori curdi da parte della Turchia, è un orrore su cui la comunità internazionale dovrà andare fino in fondo!".

CURDI, STORIA DI UN POPOLO SENZA STATO 

Da "https://tg24.sky.it" Hevrin Khalaf, chi era l'attivista e paladina curda uccisa in Siria

Pubblicato in Le parole delle donne

La politica tedesca ha chiesto l’appoggio al parlamento. Nel suo discorso ha ribadito l’importanza di salvare le persone in mare e si è detta disposta a prorogare nuovamente la Brexit

Una giornata decisiva per il parlamento europeo e per Ursula von der Leyen (Vdl), ministro della Difesa tedesca candidata alla presidenza della Commissione europea. Una giornata lunga che è cominciata alle 9:00 con la dichiarazione della candidata e si concluderà alle 20:00 con il voto in aula.

I lavori sono stati avviati dal presidente del parlamento europeo David Sassoli. Nel suo discorso von der Leyen ha citato i principali temi già affrontati nella lettera invita ai socialisti e ai liberal democratici – tutela dei lavoratori, uguaglianza di genere, emergenza climatica, maggiore flessibilità in tema fiscale – con qualche sorpresa: ha di nuovo ribadito l’importanza di salvare le persone in mare, in riferimento alla crisi migratoria nel Mediterraneo, e ha annunciato, a sorpresa, di essere disposta a concedere una nuova proroga al Regno Unito per la Brexit.

Non è ancora chiaro se la politica tedesca ha un numero sufficiente di voti per raggiungere la soglia dei 374 voti che le servono per diventare il nuovo presidente. Il suo gruppo – il Partito popolare europeo – nella persona di Manfred Weber ha accolto favorevolmente il suo discorso, ribadendo la loro completa fiducia.

Più titubanti, ma comunque ben disposti i socialisti, che hanno chiesto maggiori garanzie e più chiarezza nelle sue proposte ma si sono detti disponibili ai dialogo, e da parte dei liberal-democratici, che le hanno augurato di ottenere la fiducia del parlamento.

No secco dei Verdi, infastiditi dal troppo temporeggiamento in materia ambientale e la mancata condanna del modello della ‘fortezza Europa’, che «si appoggia ai regimi totalitari per garantire l’impermeabilità delle sue frontiere». No secco anche dai sovranisti (compresa la Lega), nella persona di Jorg Meuthen che ha tacciato von der Leyen di non avere «una visione convincente di un’Europa che sia veramente moderna, che serva ai cittadini».

Lo spirito di Simon Veil
Il discorso di Vdl è iniziato con un riferimento alla politica francese: «Sono passati esattamente 40 anni da quando la prima presidente donna del parlamento europeo Simone Veil ha presentato la sua visione di una Europa più giusta. Dopo 40 anni posso dire con orgoglio che è finalmente una donna ad essere candidata alla Presidenza della Commissione europea».

Elogio del multilateralismo
«Noi vogliamo il multilateralismo, il commercio libero, noi difendiamo un ordine impostato sulla legge perché sappiamo che è il modo migliore per noi. Ma se vogliamo seguire la strada europea dobbiamo innanzitutto riscoprire la nostra unità».

Il clima
«Voglio che l’Europa diventi il primo continente climaticamente neutro in Europa entro il 2050. Per fare questo presenterò un Green Deal per l’Europa nei miei primi cento giorni in carica. Presenterò la prima legge per tradurre in realtà l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 50% nel 2050. Trasformerò la banca per gli investimenti europei in una banca per il clima».

Piccole-medie imprese
«Dobbiamo rafforzare la colonna portante della nostra economia. I cittadini europei hanno bisogno di poter accedere al capitale ovunque in questo unico mercato. Realizziamo finalmente l’unione dei nostri mercati monetari»

Patto di stabilità
«Gli investimenti e le riforme sono necessarie. Dobbiamo garantire che vengano realizzati. Dobbiamo utilizzare tutta la flessibilità conferitaci dalle regole. Ma l’economia deve essere a servizio delle persone, non sono le persone a essere al servizio dell’economia. Difenderò una fiscalità giusta sia che riguardi il settore automobilistico o il digitale. I grandi giganti tecnologici realizzano grandi profitti: va benissimo, ma se utilizzano questi utili usando i nostri lavoratori, le nostre infrastrutture, non è accettabile che li realizzino senza pagare tutte le tasse».

I giovani
«Voglio più giustizia e equità per i giovani. Il nostro compito è realizzare i loro obiettivi. Per questo motivo farò sì che la garanzia per i giovani, funzioni in ogni Paese. Sosterrò l’iniziativa del parlamento europeo di triplicare il bilancio per l’Erasmus nel prossimo bilancio».

Uguaglianza di genere
«Voglio realizzare un pilastro per i diritti sociali. E inizierò dal mio Paese: garantirò una piena uguaglianza nel mio gabinetto. Dal 1958 ci sono stati 183 commissari. Solo 35 sono state donne. Meno del 20 percento. Noi rappresentiamo metà della popolazione mondiale ma vogliamo la nostra giusta parte».

Stato di diritto
«Non si può parlare di compromessi quando si parla del rispetto dello stato di diritto. Sostengo pienamente un meccanismo europeo per la difesa dello stato di diritto. E’ uno strumento che viene ad aggiungersi a quelli esistenti: la Commissione sarà sempre un custode indipendente dei trattati. La ‘signora giustizia’ è cieca, difenderà lo stato di diritto ogni volta che verrà attaccato».

Migranti
«Il Mediterraneo è diventato una delle frontiere più letali al mondo. In mare c’è l’obbligo di salvare le vite. Nei nostri trattati e nelle nostre convenzioni c’è l’obbligo legale e morale di rispettare la dignità di ogni singolo essere vivente. L’Unione europea deve difendere questi valori, dobbiamo salvare le vite, dobbiamo ridurre l’immigrazione irregolare, dobbiamo lottare contro i trafficanti e gli scafisti, dobbiamo tutelare il diritto all’asilo e dobbiamo migliorare la condizione dei profughi per esempio attraverso i corridoi umanitari. Proporrò un nuovo patto che comprenda anche una riforma di Dublino e un rafforzamento delle guardie di confine e la guardia costiera».

Brexit
«Per la prima volta nel 2016 un Paese membro ha deciso di abbandonare l’Unione europea. Questa è una decisione seria, la deploriamo ma la rispettiamo. D’allora insieme al governo in carica nel Regno Unito l’Ue ha lavorato strenuamente per garantire un’uscita ordinata. Sono disposta a concedere un’ulteriore proroga nel caso fosse necessaria per evitare esiti gravi. In ogni modo il Regno Unito rimarrà il nostro alleato e un Paese amico».

L’appello finale
«L’Unione è come un lungo matrimonio. Possiamo litigare ma dobbiamo conciliarci. Questa Europa ha un’influenza e vogliamo assumerci tutte le responsabilità, per l’Unione e per il mondo. I miei figli mi dicono non giocate con il tempo, per questo motivo mi sono presentata, per questo motivo ho bisogno del vostro aiuto e del vostro sostegno. Viva l’Europa, lunga vita all’Europa».

Da "www.open.online" L’Europa di von der Leyen è verde, donna e anti-sovranista. Le critiche: «Discorso vago» di Riccardo Liberatore

Pubblicato in Passaggi del presente
Domenica, 28 Luglio 2019 00:00

Chi è von der Leyen

Membro della Cdu e ministro della Difesa dal dicembre del 2013, 61 anni, è stata la prima donna a ricoprire questo in carico nel suo paese. Ha puntato su un rafforzamento del dialogo con la Francia, nella direzione di una difesa europea.

Alla fine il tweet del presidente del Consiglio Ue Donald Tusk non ha fatto altro che confermare quanto era nell’aria già nelle prime ore del pomeriggio. Dopo ore di trattative febbrili e concitate a Bruxelles, in occasione della riunione straordinaria del Consiglio europeo tra i capi di Stato e di governo dei 28 per dare un nome e un cognome al nuovo presidente della Commissione europea, la scelta dei Ventotto è caduta su Ursula von der Leyen, ministro tedesco della Difesa.

Martedì 16 luglio il parlamento Ue di Strasburgo ha dato luce verde alla sua nomina. Il Presidente della Commissione europea, è infatti eletto dal Parlamento Ue a maggioranza dei membri che lo compongono, sulla base della proposta del Consiglio europeo avanzata a maggioranza qualificata “rafforzata”, tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate.

Membro della Cdu (l’Unione cristiano democratica, il partito di Merkel) e ministro della Difesa dal dicembre del 2013, 61 anni (è nata nel 1958 a Ixelles, in Belgio, ma è cresciuta a Bruxelles), sette figli, Von der Leyen è stata la prima donna a ricoprire questo incarico nel suo paese. Figlia di Ernst Albrecht, ex ministro-presidente cristiano democratico della Bassa Sassonia, ha trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio, frequentando la scuola europea di Bruxelles dal 1964 al 1971. Successivamente ha studiato presso il liceo scientifico di Lehrte, mentre dal 1977 al 1980 ha studiato Economia a Göttingen e Münster. Nel 1980 ha iniziato a studiare medicina presso l’università di Hannover, laureandosi nel 1987. Nel 1992 si è trasferita presso l’Università di Stanford, per poi rientrare in Germania quattro anni dopo.

Iscritta alla Cdu fin dai primi anni Novanta, la sua carriera politica è iniziata 18 anni fa, nel 2001, quando ha ottenuto un mandato locale presso la regione di Hannover. Nel febbraio del 2003 è stata eletta deputata al Landtag della Bassa Sassonia. Il 4 marzo, dopo la vittoria di Christian Wulff, è diventata ministro degli Affari sociali, delle donne, della famiglia e della salute della Bassa Sassonia. Due anni dopo, nel novembre 2005, è stata scelta dalla Cancelliera Angela Merkel per diventare ministro della Famiglia.

Molto vicina a Merkel, ha promosso iniziative a sostegno della famiglia a cominciare dagli asili nido, così da mettere le donne tedesche nelle condizioni di conciliare la vita lavorativa e il loro ruolo di madri. Nel 2009 è stata confermata prima come ministro della Famiglia, poi nominata ministro del lavoro e degli affari sociali a seguito delle dimissioni di Franz Josef Jung. Nel dicembre del 2013, l’ultima tappa (almeno per ora): è diventata ministro della Difesa.


Convinta che la sicurezza tedesca passi inevitabilmente dall’Unione europea e dalla Nato, anche nel contesto di una linea Trump che prospetta un ridimensionamento degli Usa nell’Alleanza atlantica nel caso in cui i paesi europei non dedicassero maggiori risorse alla difesa del Vecchio continente, e in quello altrettanto “sentito” di una Federazione russa sempre più “dinamica” al confine orientale con l’Unione europea, von der Leyen ha sostenuto l’esigenza di mettere in campo un asse con l’altra grande potenza europea, una cooperazione rafforzata con la Francia, a cominciare da un esercito comune europeo. Una tappa di questo percorso è l’accordo quadro sullo sviluppo del “sistema di combattimento aereo del futuro (Scaf)”, un ambizioso progetto promosso da Parigi e Berlino e a cui di recente si è aggiunta la Spagna. Il nuovo caccia, composto da sistemi d’arma con e senza equipaggio, dovrebbe essere operativo a partire dal 2040.

Più cooperazione con Parigi significa, agli occhi del ministro della Difesa tedesco, ridurre i rischi di derive nazionaliste in quel paese, derive che potrebbero trovare nella diffusione di posizioni politiche euroscettiche un assist.

Nel maggio del 2016, si è resa protagonista di una vera e propria inversione di strategia nella gestione delle forze armate tedesche: ha annunciato il reclutamento di migliaia di nuovi soldati nella Bundeswehr, rafforzando in particolare la presenza alla frontiera con la Russia, per rassicurare i paesi est-europei che fanno parte della Nato che si sentivano (e si sentono) a rischio dopo l’annessione russa della Crimea.

Un anno dopo, ha ordinato un’ispezione in tutte le strutture delle forze armate dopo che in due caserme dell’Esercito erano stati rinvenuti materiali appartenenti alla Wehrmacht, le Forze armate naziste. Una scelta di rottura nei confronti di un passato drammatico e un messaggio all’Europa che verrà, nell’ambito della quale, a questo punto, lei - arrivata la conferma del Parlamento europeo - è chiamata ad avere un ruolo di primissimo piano.


Da "www.ilsole24ore.com" Chi è von der Leyen, ministro della Difesa di Merkel che guiderà la Commissione Ue di Andrea Carli

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Lunedì, 11 Marzo 2019 00:00

Non c’è futuro senza femminismo

VIDEO

“La violenza di genere non riguarda solo le relazioni interpersonali: coinvolge la politica, l’economia e tutta la società”, dice Marta Dillon, intervistata al festival di Internazionale a Ferrara. “Con il movimento Ni una menos sono stata protagonista di una rivoluzione che ha portato grandi cambiamenti”, aggiunge la giornalista argentina.

Marta Dillon è tra le fondatrici del collettivo femminista Ni una menos, nato in Argentina nel 2015 per protestare contro i femminicidi e la violenza sulle donne (secondo la corte suprema del paese, nel 2017 sono stati accertati 273 femminicidi). Il movimento si è poi diffuso anche in altri paesi dell’America Latina e in Europa.

In Italia è nato il movimento femminista Non una di meno. Il 24 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma contro la violenza di genere e le politiche del governo.

Marta Dillon è una giornalista e sceneggiatrice argentina. Lavora per il quotidiano di Buenos Aires Página12 e dirige il supplemento Las12. Ha scritto Aparecida (Sudamericana 2015) e Corazones Cautivos. La vida en la cárcel de mujeres (Aguilar 2008). È autrice di programmi televisivi e documentari.

Da "https://www.internazionale.it" Non c’è futuro senza femminismo 

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Venerdì, 08 Febbraio 2019 00:00

Etty Hillesum e la gratitudine

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia.

Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi della morte, gli hanno insegnato chi era. Sapere chi siamo – Étienne più che altro direbbe: dove siamo – significa essere guariti dalla nevrosi”.

Un groviglio occupa, in apparenza, poco spazio; dipanare la matassa significa cogliere l’immensa stratificazione che lo costituisce.

L’attenzione per la realtà pura, libera da pregiudizi e aspettative, e dunque il tempo della vita come tempo presente, appartengono a questa stessa necessità di fare a meno di pensieri che affaticano e confondono. Etty comprende che il continuo rimandare a domani risponde ad una logica che muove verso un ideale: iniziare “adesso” il proprio compito, muoversi “oggi”, non è dunque semplicemente un invito a godere l’attimo che fugge, ma, più precisamente, un invito a liberarsi da una prospettiva che ci voglia sempre in attesa dell’istante che ci troverà, finalmente, degni.

Ecco perché “una vera maturazione non può tenere conto del tempo”; quel tempo che vogliamo disponibile, sembrano suggerire le pagine del Diario, quel tempo che è necessario impiegare, far fruttare, investire, mostra – nel momento stesso in cui ci troviamo a pensarlo in questo modo, transito per qualcosa di ulteriore – la trappola che non smette di farci prigionieri. Concedersi al fluire del mondo è stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Legge Rilke, Etty, e chissà se aveva nella mente l’animale dell’ottava elegia “puro come il suo sguardo sull’Aperto./ E dove noi vediam futuro lui vede invece il tutto,/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre”.

Le giornate devono iniziare rammendando calze, e sarà necessario, quando i buchi saranno finiti, crearne di nuovi.

Le parole di Etty mettono in luce quanto il senso di inadeguatezza e la presunzione, imponenti blocchi di granito che la schiacciano, siano l’uno il rovescio e il complementare dell’altra. Autocommiserazione e compiacimento. C’è la sua grazia, il suo dono – la scrittura –, ma vi è pure quel non esserne sicura. Il processo che pagina dopo pagina la Hillesum compie sotto ai nostri occhi, e che dimostra che all’essere umano è dato di cambiare, non è, come inizialmente scrive e crede, dal lato dell’ordine e della disciplina. Credere che sia la tecnica a mancarle, ipotizzare che il talento di cui scrive non sia supportato da una disponibilità al sacrificio, e che questo sia il limite da combattere, significa restare dal lato di un più, di un ulteriore, di un aggiungere. Ostinazione e avidità.

È necessario togliere, invece. Eliminare il ciarpame sempre presente.

Il dono deve accadere e la dolcezza appartiene a una logica del meno, di un vivere in perdita: nessuna risposta, nessun controbattere, nessuna battaglia, nessun nemico e nessun aggrapparsi. La forza deve farsi umile. Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, più radicalmente, di quel “disorientamento doloroso e al contempo interrogativo”, solo modo di porsi davanti all’odio così come davanti all’ambizione e alla spinta al possesso. Crollare violentemente sulle ginocchia, scrive Etty. E poi avere pace. “Sempre c’è mondo/ e mai quel nessundove senza negazioni/ puro, non sorvegliato, che si respira/ si sa infinito e non si brama”.

Vi è in questo, io credo, un invito importante da accogliere, un invito che richiede quel lungo lavoro spirituale che Etty compie nelle pagine del proprio diario: si tratta di abbandonare l’ideale, in ogni sua forma. Una tra le due metà in lotta del proprio volto.

L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”.

Il vuoto di senso è quello dell’intercambiabilità, della non onnipotenza: non più la strada orientata e la guerra da combattere, non più il “cuore nervoso”, ma una radicale accettazione dell’accadere. Abbandonare l’io significa prima di tutto abbandonarne la presunzione. Il paesaggio interiore potrà allora consistere di grandi, vaste pianure, quasi prive di orizzonte.

Cambiare la propria posizione, guardare la parte che si ha nel disordine che si lamenta, è abitare una prospettiva che metta al centro l’insufficienza: non desiderare tutto, nemmeno se fosse possibile averlo. “’Che significa tutto questo, e la vita vale davvero la pena di essere vissuta? Sarebbe invece necessario vivere con pienezza, in modo che una simile domanda non abbia la benché minima possibilità di sorgere nel proprio io, e si dovrebbe traboccare di vita e di pace al tempo stesso”. “O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”. Sente la sua mente offuscata, e tuttavia confrontarsi con il dolore dell’umanità – di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri e sorelle – significa ospitarne ogni frammento.

Si tratta di una resa? No.

Scrive Freud che profondamente religioso non è l’uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umana di fronte all’universo, ma l’uomo che sappia attraversarlo per procedere oltre, per cercare aiuto contro tale sentimento. Chi si rassegna alla parte insignificante è irreligioso nel più vero significato della parola. Ma non è questo l’invito di Etty. L’inermità radicale non è che punto di partenza, possibilità di appello all’Altro.

Chi abita la propria insufficienza è chi può, come scrive Lou Andreas Salomé, specchiarsi nelle acque del fiume non già per rimanere prigioniero della propria immagine, ma per guardarsi riflesso al di sotto del pezzetto di cielo. Racconta Lou che la perdita del proprio sentimento religioso aveva coinciso, in lei bambina, in un’impressione, avvertita davanti alla propria immagine allo specchio, di estrema espropriazione: improvvisamente si era ritrovata esclusa da quel cosmo – Dio al suo centro – che fino a quel momento l’aveva accolta e contenuta. Un adulto, continua, avrebbe piuttosto sentito disagio nel contrario, nella perdita di delimitazione del proprio io. Questo ci insegna il narcisismo teorizzato da Freud, suo maestro. E tuttavia vi è una possibilità ulteriore, una possibilità di ripensare Narciso, di mostrare che vi è qualcosa di più in quel mito, qualcosa che Freud non ha saputo vedere. Nella lettura della donna, infatti, non è possibile guardare Narciso senza tenere a mente lo stato di pienezza originario, l’esperienza fusionale con il materno. Lungi dall’essere qualcosa che condanna a una nostalgia irreparabile, questa esperienza di unità permette al soggetto – la donna soprattutto, attraversata da questa comunione originaria in maniera più radicale – di provare uno stato di armonia con il cosmo che resta come memoria di una meta da ritrovare attraverso l’espressione artistica, l’estasi. Andreas-Salomé parla di un Tutto, di una completezza che definisce narcisistica, ma tale narcisismo è precisamente una tensione che non inchioda il soggetto a sé, ma lo rende per sempre appartenente a una realtà vitale che lo supera e anticipa. Il giovane uomo non guarda la propria immagine in uno specchio artificiale ma nelle acque della natura, e dunque non è solo sé stesso quello che vede, ma sé stesso in quanto creato. Narciso è l’uomo che ha fatto esperienza di una totalità. Stasi, malinconia e, soprattutto, abbandono di padronanza. È una nuova possibilità, un narciso femminile, scrive Lou.

“Che cosa hai tu, che tu non l’abbia ricevuto?”: sembra essere questo l’insegnamento di Etty in cui riecheggiano le riflessioni della psicoanalista. Non c’è logica di scambio. L’insufficienza, l’esistere come parte della Natura, si fa gratitudine e dunque motore. Rendere grazie non è movimento di chiusura che ha, come esito, la stasi, non è annullamento di un debito quanto piuttosto riconoscimento radicale della grazia dell’Altro, della sua differenza, della nostra stessa differenza in quanto sempre altro da noi. Gratitudine è rilancio, scommessa verso il futuro. Si tratta di raccogliere un’eredità d’amore, conoscere la provvisorietà della tenda e darsi all’esistenza come qualcosa che ci supera: è la comune appartenenza a renderci fratelli. L’esistenza universale, esistenza ferita, è occasione di legame. Non si dà posizione – dove sono? – se non in relazione all’altro. Soltanto in questa prospettiva diventa possibile quel dare non perché tu mi restituisca, ma perché tu dia ad altri.

È questo che ci insegna il mito di Filemone e Bauci, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. I due vecchietti, insieme sin dalla giovinezza, accolgono Giove e Mercurio nella loro povera casa, li accolgono nelle loro sembianze umane, di sperduti viandanti. La povertà in cui i due hanno vissuto rende loro possibile mettere in rapporto la propria condizione alla condizione dello straniero. Dividono ogni cosa, offrono il niente che hanno. Ed è l’ospitalità agli dei sotto mentite spoglie che permette il compiersi del prodigio: la casa si fa tempio e loro ne diventano i custodi. Zeus rivela così la sua identità. Un solo desiderio esprimono al potente dio: non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Così, la metamorfosi: Filemone e Bauci diventano albero, pianta, mondo; fanno ritorno a quel Tutto che li ricomprende.

Da www.doppiozero.com Etty Hillesum e la gratitudine di Anna Stefi

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 01 Febbraio 2019 00:00

La nonno-terapia sulla panchina

L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos

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