Lunedì, 11 Marzo 2019 00:00

Non c’è futuro senza femminismo

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“La violenza di genere non riguarda solo le relazioni interpersonali: coinvolge la politica, l’economia e tutta la società”, dice Marta Dillon, intervistata al festival di Internazionale a Ferrara. “Con il movimento Ni una menos sono stata protagonista di una rivoluzione che ha portato grandi cambiamenti”, aggiunge la giornalista argentina.

Marta Dillon è tra le fondatrici del collettivo femminista Ni una menos, nato in Argentina nel 2015 per protestare contro i femminicidi e la violenza sulle donne (secondo la corte suprema del paese, nel 2017 sono stati accertati 273 femminicidi). Il movimento si è poi diffuso anche in altri paesi dell’America Latina e in Europa.

In Italia è nato il movimento femminista Non una di meno. Il 24 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma contro la violenza di genere e le politiche del governo.

Marta Dillon è una giornalista e sceneggiatrice argentina. Lavora per il quotidiano di Buenos Aires Página12 e dirige il supplemento Las12. Ha scritto Aparecida (Sudamericana 2015) e Corazones Cautivos. La vida en la cárcel de mujeres (Aguilar 2008). È autrice di programmi televisivi e documentari.

Da "https://www.internazionale.it" Non c’è futuro senza femminismo 

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Venerdì, 08 Febbraio 2019 00:00

Etty Hillesum e la gratitudine

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia.

Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi della morte, gli hanno insegnato chi era. Sapere chi siamo – Étienne più che altro direbbe: dove siamo – significa essere guariti dalla nevrosi”.

Un groviglio occupa, in apparenza, poco spazio; dipanare la matassa significa cogliere l’immensa stratificazione che lo costituisce.

L’attenzione per la realtà pura, libera da pregiudizi e aspettative, e dunque il tempo della vita come tempo presente, appartengono a questa stessa necessità di fare a meno di pensieri che affaticano e confondono. Etty comprende che il continuo rimandare a domani risponde ad una logica che muove verso un ideale: iniziare “adesso” il proprio compito, muoversi “oggi”, non è dunque semplicemente un invito a godere l’attimo che fugge, ma, più precisamente, un invito a liberarsi da una prospettiva che ci voglia sempre in attesa dell’istante che ci troverà, finalmente, degni.

Ecco perché “una vera maturazione non può tenere conto del tempo”; quel tempo che vogliamo disponibile, sembrano suggerire le pagine del Diario, quel tempo che è necessario impiegare, far fruttare, investire, mostra – nel momento stesso in cui ci troviamo a pensarlo in questo modo, transito per qualcosa di ulteriore – la trappola che non smette di farci prigionieri. Concedersi al fluire del mondo è stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Legge Rilke, Etty, e chissà se aveva nella mente l’animale dell’ottava elegia “puro come il suo sguardo sull’Aperto./ E dove noi vediam futuro lui vede invece il tutto,/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre”.

Le giornate devono iniziare rammendando calze, e sarà necessario, quando i buchi saranno finiti, crearne di nuovi.

Le parole di Etty mettono in luce quanto il senso di inadeguatezza e la presunzione, imponenti blocchi di granito che la schiacciano, siano l’uno il rovescio e il complementare dell’altra. Autocommiserazione e compiacimento. C’è la sua grazia, il suo dono – la scrittura –, ma vi è pure quel non esserne sicura. Il processo che pagina dopo pagina la Hillesum compie sotto ai nostri occhi, e che dimostra che all’essere umano è dato di cambiare, non è, come inizialmente scrive e crede, dal lato dell’ordine e della disciplina. Credere che sia la tecnica a mancarle, ipotizzare che il talento di cui scrive non sia supportato da una disponibilità al sacrificio, e che questo sia il limite da combattere, significa restare dal lato di un più, di un ulteriore, di un aggiungere. Ostinazione e avidità.

È necessario togliere, invece. Eliminare il ciarpame sempre presente.

Il dono deve accadere e la dolcezza appartiene a una logica del meno, di un vivere in perdita: nessuna risposta, nessun controbattere, nessuna battaglia, nessun nemico e nessun aggrapparsi. La forza deve farsi umile. Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, più radicalmente, di quel “disorientamento doloroso e al contempo interrogativo”, solo modo di porsi davanti all’odio così come davanti all’ambizione e alla spinta al possesso. Crollare violentemente sulle ginocchia, scrive Etty. E poi avere pace. “Sempre c’è mondo/ e mai quel nessundove senza negazioni/ puro, non sorvegliato, che si respira/ si sa infinito e non si brama”.

Vi è in questo, io credo, un invito importante da accogliere, un invito che richiede quel lungo lavoro spirituale che Etty compie nelle pagine del proprio diario: si tratta di abbandonare l’ideale, in ogni sua forma. Una tra le due metà in lotta del proprio volto.

L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”.

Il vuoto di senso è quello dell’intercambiabilità, della non onnipotenza: non più la strada orientata e la guerra da combattere, non più il “cuore nervoso”, ma una radicale accettazione dell’accadere. Abbandonare l’io significa prima di tutto abbandonarne la presunzione. Il paesaggio interiore potrà allora consistere di grandi, vaste pianure, quasi prive di orizzonte.

Cambiare la propria posizione, guardare la parte che si ha nel disordine che si lamenta, è abitare una prospettiva che metta al centro l’insufficienza: non desiderare tutto, nemmeno se fosse possibile averlo. “’Che significa tutto questo, e la vita vale davvero la pena di essere vissuta? Sarebbe invece necessario vivere con pienezza, in modo che una simile domanda non abbia la benché minima possibilità di sorgere nel proprio io, e si dovrebbe traboccare di vita e di pace al tempo stesso”. “O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”. Sente la sua mente offuscata, e tuttavia confrontarsi con il dolore dell’umanità – di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri e sorelle – significa ospitarne ogni frammento.

Si tratta di una resa? No.

Scrive Freud che profondamente religioso non è l’uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umana di fronte all’universo, ma l’uomo che sappia attraversarlo per procedere oltre, per cercare aiuto contro tale sentimento. Chi si rassegna alla parte insignificante è irreligioso nel più vero significato della parola. Ma non è questo l’invito di Etty. L’inermità radicale non è che punto di partenza, possibilità di appello all’Altro.

Chi abita la propria insufficienza è chi può, come scrive Lou Andreas Salomé, specchiarsi nelle acque del fiume non già per rimanere prigioniero della propria immagine, ma per guardarsi riflesso al di sotto del pezzetto di cielo. Racconta Lou che la perdita del proprio sentimento religioso aveva coinciso, in lei bambina, in un’impressione, avvertita davanti alla propria immagine allo specchio, di estrema espropriazione: improvvisamente si era ritrovata esclusa da quel cosmo – Dio al suo centro – che fino a quel momento l’aveva accolta e contenuta. Un adulto, continua, avrebbe piuttosto sentito disagio nel contrario, nella perdita di delimitazione del proprio io. Questo ci insegna il narcisismo teorizzato da Freud, suo maestro. E tuttavia vi è una possibilità ulteriore, una possibilità di ripensare Narciso, di mostrare che vi è qualcosa di più in quel mito, qualcosa che Freud non ha saputo vedere. Nella lettura della donna, infatti, non è possibile guardare Narciso senza tenere a mente lo stato di pienezza originario, l’esperienza fusionale con il materno. Lungi dall’essere qualcosa che condanna a una nostalgia irreparabile, questa esperienza di unità permette al soggetto – la donna soprattutto, attraversata da questa comunione originaria in maniera più radicale – di provare uno stato di armonia con il cosmo che resta come memoria di una meta da ritrovare attraverso l’espressione artistica, l’estasi. Andreas-Salomé parla di un Tutto, di una completezza che definisce narcisistica, ma tale narcisismo è precisamente una tensione che non inchioda il soggetto a sé, ma lo rende per sempre appartenente a una realtà vitale che lo supera e anticipa. Il giovane uomo non guarda la propria immagine in uno specchio artificiale ma nelle acque della natura, e dunque non è solo sé stesso quello che vede, ma sé stesso in quanto creato. Narciso è l’uomo che ha fatto esperienza di una totalità. Stasi, malinconia e, soprattutto, abbandono di padronanza. È una nuova possibilità, un narciso femminile, scrive Lou.

“Che cosa hai tu, che tu non l’abbia ricevuto?”: sembra essere questo l’insegnamento di Etty in cui riecheggiano le riflessioni della psicoanalista. Non c’è logica di scambio. L’insufficienza, l’esistere come parte della Natura, si fa gratitudine e dunque motore. Rendere grazie non è movimento di chiusura che ha, come esito, la stasi, non è annullamento di un debito quanto piuttosto riconoscimento radicale della grazia dell’Altro, della sua differenza, della nostra stessa differenza in quanto sempre altro da noi. Gratitudine è rilancio, scommessa verso il futuro. Si tratta di raccogliere un’eredità d’amore, conoscere la provvisorietà della tenda e darsi all’esistenza come qualcosa che ci supera: è la comune appartenenza a renderci fratelli. L’esistenza universale, esistenza ferita, è occasione di legame. Non si dà posizione – dove sono? – se non in relazione all’altro. Soltanto in questa prospettiva diventa possibile quel dare non perché tu mi restituisca, ma perché tu dia ad altri.

È questo che ci insegna il mito di Filemone e Bauci, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. I due vecchietti, insieme sin dalla giovinezza, accolgono Giove e Mercurio nella loro povera casa, li accolgono nelle loro sembianze umane, di sperduti viandanti. La povertà in cui i due hanno vissuto rende loro possibile mettere in rapporto la propria condizione alla condizione dello straniero. Dividono ogni cosa, offrono il niente che hanno. Ed è l’ospitalità agli dei sotto mentite spoglie che permette il compiersi del prodigio: la casa si fa tempio e loro ne diventano i custodi. Zeus rivela così la sua identità. Un solo desiderio esprimono al potente dio: non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Così, la metamorfosi: Filemone e Bauci diventano albero, pianta, mondo; fanno ritorno a quel Tutto che li ricomprende.

Da www.doppiozero.com Etty Hillesum e la gratitudine di Anna Stefi

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Venerdì, 01 Febbraio 2019 00:00

La nonno-terapia sulla panchina

L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos

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Ford dà lezioni di guida alle donne dell’Arabia Saudita. Lo scorso settembre un decreto regio ha annullato il divieto che ha impedito finora alle cittadine saudite di guidare l’automobile: da giugno 2018 le donne potranno ottenere la patente “esattamente come gli uomini”, senza chiedere il permesso al marito o al padre. In vista della storica data, Ford ha adattato il suo programma sulla formazione delle competenze alla guida, Driving Skills for Life (Dsfl), creando un corso “For Her” per la Effat University, università privata femminile di Jeddah. L’annuncio è stato dato da Shams Hakim, studentessa di Business Hr dell’ateneo, che, in un video su YouTube, invita le altre studentesse a iscriversi e mettersi al volante.

SICUREZZA E AUTOSTIMA

Il primo Driving Skills For Llife For Her si svolge tra il 5 e l’8 marzo e accoglie oltre 250 studentesse della Effat University. “La libertà di muoversi spinge il progresso dell’umanità e siamo onorati di poter sostenere le donne saudite in questo momento storico e dar loro il benvenuto al posto di guida”, ha detto Jim Vella, presidente del Ford Motor Company Fund. “Il nostro programma Dsfl For Her dà accesso a un percorso di formazione che aiuterà le donne a sentirsi sicure delle propria abilità quando saranno al volante”.

DSFL ha un focus specifico sulla sicurezza e, nella personalizzazione “For Her”, contiene lezioni non solo sul funzionamento del motore o sul codice stradale, ma anche test di guida su strade private per acquisire “confidenza con la macchina”. “Crediamo in questa rivoluzione, ma crediamo anche nella necessità di guidare in modo sicuro”, ha sottolineato la dottoressa Haifa Jamalallail, presidente della Effat University, come riporta il sito Al Bawaba.

PRIMA CONCESSIONARIA AL FEMMINILE

Ford ha creato il programma Dsfl 15 anni fa insieme all’associazione per la sicurezza stradale Ghsa e ha investito oltre 40 milioni di dollari nelle iniziative globali per la formazione delle competenze alla guida. In Medio Oriente il programma è arrivato nel 2013 e la versione esclusiva “For Her” sarà riproposta in nuovi appuntamenti. Dopo l’annuncio del decreto regio che consente alle donne di guidare, Ford e diverse altre case automobilistiche – Volkswagen, General Motors, Nissan – hanno celebrato lo storico traguardo con messaggi su Twitter indirizzati alle cittadine dell’Arabia Saudita: non si tratta solo di un passo verso l’uguaglianza di genere ma dell’apertura del mercato a una nuova potenziale fascia di clienti danarose. A gennaio, nella stessa città di Jeddah in cui ha sede la Effat University, ha aperto i battenti la prima concessionaria auto per sole donne.

PERMESSO DI GUIDARE

Da giugno le donne saudite potranno guidare anche moto e camion, secondo un nuovo decreto regio arrivato a gennaio che rafforza la legge sulla guida annunciata a settembre. Tuttavia le conducenti coinvolte in incidenti stradali o che violino le leggi sul traffico saranno processate presso centri dedicati, gestiti esclusivamente da donne. Il Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum ha classificato l’Arabia Saudita come il settimo peggior paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere; le leggi continuano a imporre il “tutoraggio maschile”, secondo cui le donne devono avere il permesso di un membro maschio della famiglia per svolgere numerose attività, come viaggiare e studiare all’estero ma anche scegliere le strutture sanitarie, affittare una casa, sposarsi.

Il decreto sulla patente è un significativo cambio di marcia: il prossimo passo per chiudere quel divario sottolineato dal Wef potrebbero essere corsi di formazione che non debbano chiamarsi “For Her”.


Da "formiche.net" “For her”, lezioni di guida per le donne saudite di Gloria Smith

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Lunedì, 10 Dicembre 2018 00:00

Lo sciopero delle donne in Argentina

Lo hanno organizzato i movimenti femministi dopo la recente assoluzione degli uomini accusati di aver stuprato e ucciso una ragazza di 16 anni, Lucía Pérez

Mercoledì 5 dicembre, in Argentina, un movimento femminista ha organizzato uno “sciopero delle donne”, contro la recente sentenza che ha assolto le persone accusate di aver ucciso Lucía Pérez, una ragazza di 16 anni che secondo l’accusa fu drogata, violentata, impalata, abbandonata all’ospedale di Mar del Plata, a sud di Buenos Aires, l’8 ottobre del 2016, e che morì in seguito a un arresto cardiaco causato dalle violenze. Ieri migliaia di donne si sono trovate in diverse città del paese davanti ai tribunali per chiedere la destituzione dei giudici del processo Pérez e denunciare «la giustizia patriarcale».

Negli ultimi due anni Lucía Pérez è diventata – in Argentina e non solo – una specie di simbolo della violenza contro le donne. I dati più recenti dicono che in Argentina viene commesso in media un femminicidio ogni 36 ore, e che in più della metà dei casi l’aggressore è il compagno o l’ex compagno della vittima. Nel 2016 la sua morte scatenò una grande reazione popolare. In una lettera aperta il fratello della ragazza, Marcos, scrisse che era necessario «raccogliere le forze e scendere per le strade, per gridare tutti insieme, ora più che mai: “Non una di meno”». Quel femminicidio diede inizio al primo sciopero generale delle donne in Argentina e a una serie di manifestazioni femministe in molti paesi sudamericani, che avviarono a loro volta il movimento NiUnaMenos (“Non una di meno”) che poi, per contagio, portò al risveglio dei movimenti femministi di tutto il mondo, compresa l’Italia.


La prima ricostruzione di ciò che successe a Lucía Pérez la fece la pm Maria Isabel Sánchez durante una conferenza stampa a poche ore dai fatti: disse che la ragazza – che aveva sedici anni e che frequentava l’ultimo anno delle superiori – aveva subito «una violenza sessuale disumana». La mattina dell’8 ottobre due uomini la passarono a prendere a casa. Lei li aveva contattati il giorno prima per conto di un amico, interessato ad acquistare della marijuana. I due, raccontò la pm, portarono la ragazza a casa di uno di loro, la torturarono, abusarono sessualmente di lei e la seviziarono. Dopodiché la lavarono, la vestirono con abiti puliti e la portarono su un furgone davanti all’ospedale, dove i medici non riuscirono però a rianimarla. «La sua morte è stata causata da un riflesso vagale a seguito di abusi violenti con uno degli oggetti che le sono stati inseriti a fondo nella vagina e nell’ano, provocando delle profonde lacerazioni», disse Sánchez.

Per la morte di Pérez vennero identificati e fermati prima Matías Farías, di 25 anni, e Juan Pablo Offidani, di 43 anni, e poi un terzo uomo, Alejandro Maciel di 61 anni, accusato di aver cercato di coprire il reato cancellando le prove. Lo scorso 26 novembre è arrivata la sentenza: i primi due, per cui era stato chiesto l’ergastolo, sono stati assolti dall’accusa di abuso sessuale aggravato e sono stati invece condannati a 8 anni per la vendita di droga a una minorenne, mentre il terzo è stato assolto dall’accusa di occultamento di cadavere.

Secondo i giudici Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale, la morte di Pérez non è stata un femminicidio e gli abusi sessuali non sono stati dimostrati. Nella sentenza hanno infatti scritto che la ragazza non è stata stuprata, che ha avuto rapporti consensuali e che è morta per overdose (i periti avevano stabilito che «la causa più probabile della morte» fosse «asfissia tossica» e che le lesioni trovate sul suo corpo potevano anche «non essere compatibili con gli abusi sessuali»). In base alle chat con le amiche, i giudici hanno detto che Pérez «non era una persona che poteva essere facilmente costretta ad avere relazioni sessuali non consensuali», che «sceglieva volontariamente gli uomini con cui andare», che dalle sue esperienze precedenti si poteva scartare la possibilità che fosse stata «sottomessa senza la sua volontà» e che aveva già avuto relazioni con uomini più grandi: «Qui non c’è stata violenza fisica, né psicologica, né subordinazione, né umiliazione», si legge nella sentenza. I giudici hanno anche chiesto di mettere sotto indagine la condotta della pm Sánchez, che dopo la morte della ragazza aveva parlato dei particolari delle violenze, secondo loro non dimostrabili, influenzando l’opinione pubblica.

Subito dopo la sentenza il movimento femminista argentino ha proclamato un nuovo sciopero nazionale delle donne, che si è svolto ieri, mercoledì 5 dicembre. A Buenos Aires la manifestazione è partita dal tribunale ed è arrivata a Plaza de Mayo, ma ci sono state manifestazioni in molte altre città, con performance, canzoni e striscioni.


«Questa sentenza aiuta gli stupratori e uccide ancora una volta Lucía», è stato detto. E ancora: «Siamo tutti Lucía, la giustizia patriarcale è l’impunità». La madre di Pérez è intervenuta alla protesta di Mar del Plata: «Loro non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non le hanno dato niente. E la morte di mia figlia cos’è, un regalo?». Il movimento NiUnaMenos ha scritto che «Lucía è stata uccisa due volte. La prima volta dagli esecutori diretti, la seconda da chi li ha assolti negando che due adulti che somministrarono cocaina per sottomettere una adolescente siano responsabili di abuso e femminicidio».

La critica principale alla sentenza sostiene che la decisione dei giudici si sia basata su un pregiudizio e soprattutto sulla vita privata di Pérez: su prove, cioè, relative ai suoi antecedenti sessuali e alla sua condotta, fornendo un contesto di giustificazione alla violenza e portando così a dare per scontato il suo consenso. A commento della sentenza è intervenuto anche l’Istituto argentino di studi comparati in scienze penali e sociali (Inecip): in una dichiarazione ufficiale, ha parlato di “giustizia patriarcale”, di «giudizi pregiudizievoli e illegittimi sulla vittima» e ha scritto che la decisione dei giudici «mostra un’indifferenza totale alle esigenze che la legge internazionale in materia di diritti umani pone da decenni nell’inserire la prospettiva di genere nei giudizi per crimini sessuali. L’imponente quantità di pregiudizi mostrati durante il processo, e ratificati dalla sentenza, rendono questa decisione un’imposizione arbitraria e manifestano una cultura della violenza. In questo modo si mette sotto processo la vittima».


Da "www.ilpost.it/" Lo sciopero delle donne in Argentina

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Lunedì, 12 Novembre 2018 00:00

Ministero ordinato: una questione di sguardo

Esaminando il testo conclusivo del Sinodo 2018, al n. 148, intitolato Le donne nella Chiesa sinodale si resta colpiti da questa frase:

«Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

Mi pare che queste parole meritino un esame accurato: questa precisazione con cui si delimita – o comunque si determina – il ruolo femminile di partecipazione alla autorità ecclesiale, si concentra nella locuzione: «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

L’espressione può essere intesa in vari modi e una rassegna delle possibili interpretazioni può tornare di qualche utilità:

a) In un primo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» andrebbe intesa come una delimitazione di opportunità, essendo la partecipazione ai processi decisionali necessariamente riservata al “ministero ordinato”. Si potrebbe dire che la partecipazione delle donne al processo decisionale “entra necessariamente in rapporto con il ministero ordinato”;

b) In un secondo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» assumerebbe un valore più forte, delimitando strutturalmente la partecipazione femminile al di fuori del ministero ordinato, che avrebbe la esclusiva sulla autorità, cui la donna non potrebbe in alcun modo partecipare;

c) In un terzo senso, che suonerebbe qui come la “lectio difficilior”, si potrebbe intendere «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» come la eventualità per la quale il contributo femminile al processo decisionale sarebbe diverso a seconda che la donna entri a far parte o meno del “ministero ordinato”.

Evidentemente, alla radice di questa espressione sta una questione di “sguardo”. Lo sguardo ecclesiale sulla donna, e lo sguardo femminile sulla Chiesa, pongono la questione del “rispetto” in una regione particolarmente delicata della esperienza ecclesiale.

In che modo possiamo intrecciare il “rispetto della donna” con il “rispetto del ruolo del ministero ordinato”? Per capirlo dobbiamo brevemente sostare sulla parola “rispetto”.

Rispetto e sguardo
Ciò che chiamiamo “rispetto” non è altro che un certo modo di guardare. Su questo tema dello “sguardo” Evangelii gaudium ha la bellezza di 25 occorrenze. È una delle parole che ricorrono di più. E più volte si afferma che la “conversione pastorale” non è altro che un cambiamento dello “sguardo”, del modo di guardare.

Ora, a tal proposito accade che “respectus” sia, appunto, uno di questi modi di guardare e di essere guardati. Respectus, insieme a conspectus, aspectus, prospectus, despectus sono tutti composti dal termine “spectus” che è, appunto, sguardo.

Allora forse, nella interpretazione della frase del Documento sinodale, dobbiamo chiederci quale “sguardo” può sostenere meglio quella relazione tra le donne e il ministero ordinato.

Se il documento sinodale auspica apertis verbis una grande conversione ecclesiale, nel superare i pregiudizi che ostacolano il riconoscimento della autorità femminile nella Chiesa, allora appare chiaro che la interpretazione della espressione sul “rispetto” non possa essere interpretata nei termini della ipotesi b). Infatti, in questo caso, un ministero ordinato assolutamente impenetrabile alle logiche femminili rivendicherebbe il “rispetto” che si deve ad una autorità altra. Le donne dovrebbero al ministero ordinato il rispetto che si deve ad una “alterità da onorare”. Ma questo “sguardo” da parte femminile non sarebbe compatibile con lo sguardo reciproco da parte maschile.

Restano allora le due ipotesi sub a) e sub c).

La ipotesi sub a) implica una relazione di collaborazione con il ministero ordinato, per cui il “rispetto” avrebbe il senso di negare ogni”dispetto”. L’apprezzamento per il ministero ordinato, e quello reciproco verso le donne, sarebbe opportuno per ogni tipo di lavoro comune.

Infine, la ipotesi sub c), che, ripeto, appare la ermeneutica più azzardata, potrebbe avere un certo fondamento in una prospettiva – non esclusa in nessun modo – di un accesso delle donne alla ordinazione ministeriale, nella figura di una loro possibile ordinazione diaconale. In tale caso, la espressione ”nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” andrebbe intesa, addirittura, come la necessaria articolazione di funzioni autorevoli tra donne “ordinate” e donne non ordinate.

Chiesa sinodale e sguardo sinodale
Lo sguardo di cui dobbiamo diventare capaci ci è ancora difficile. Dobbiamo imparare a guardare diversamente. Per questo, certo, ci vuole rispetto. Ma rispettare il ruolo del ministero ordinato, per le donne, può significare tre cose, che non sono per nulla identiche:

1) rispettare una forma di attribuzione o di riconoscimento della autorità che esclude le donne per principio e rispetto a cui le donne possono sperimentare solo “autorità residuali”;
2) valorizzare una struttura di esercizio della autorità, rispetto a cui le donne possono trovare forme di integrazione, almeno indiretta;
3) aiutare a tradurre la tradizione maschile di ministero ordinato in una forma nuova, declinando anche al femminile la autorità ordinata nella Chiesa, sul piano dell’esercizio femminile del ministero diaconale.

Pertanto la espressione del documento finale del Sinodo, che per alcuni ha solo il significato n. 1, può rimandare certamente anche al significato n. 2 e non è affatto escluso che domani, secondo uno sviluppo ecclesiale tutt’altro che impossibile, noi tutti potremmo trovarci costretti ad interpretarla come una “velata profezia” del significato n. 3.


Da "www.cittadellaeditrice.com" Ministero ordinato: una questione di sguardo di Andrea Grillo

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 03 Settembre 2018 00:00

canto di ringraziamento delle donne

I cronisti di Radio Radicale hanno raccolto e pubblicato il canto delle donne eritree che si trovano sulla nave Diciotti della Guardia costiera, da cinque giorni attraccata al porto di Catania senza l’autorizzazione a far sbarcare i 150 richiedenti asilo a bordo. Un canto di ringraziamento rivolto al cielo per essere arrivate sane e salve dalla Libia e, allo stesso tempo, una preghiera per trovare la forza di superare anche questa prova.

 


audio

 


Da "www.ilfattoquotidiano.it" Diciotti, il canto di ringraziamento delle donne migranti bloccate sulla nave. L’audio di Radio Radicale

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

E venne il giorno

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con i silenzi.

Basta con l’obbedienza cieca.

Basta con i no pronunciati solo nel silenzio.

Basta con l’accondiscendenza.

Basta con la pace come stato di quiete.

Basta con una vita senza ardimenti.

Basta con un amore che non consola, ma impaurisce.

Basta con un amore senza il respiro dell’anima.

Basta con un amore che non produce rossori ma solo lacrime.

Basta con un amore che stringe il cuore fino a spezzarlo.

Basta con un amore assassino dell’amore.

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con le notti insonni.

Basta con l’assenza di desideri.

Basta con l’ansia di scomparire. Basta con la passione che distrugge.

Basta con le lacrime che non scorrono.

Basta con l’urlo che resta dentro.

Basta con l’orrore che divora.

Basta con il perdono che non assolve.

Basta con l’orrore di essere amata.

Basta con la paura dei giorni che verranno.

Basta con lo smarrimento che straluna.

Basta con le albe che non annunciano.

Basta con le notti che atterriscono.

Basta con i pensieri che ripiegano.

Basta con i sogni che svaniscono.

Basta con le attese che si consumano.

Basta con il desiderio della morte.

E venne il giorno in cui le donne decisero di dire basta per dire sì all’alba, annuncio di un nuovo giorno.

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 08 Dicembre 2017 00:00

Volontariato

Non a caso l’Italia è riconosciuta come il Paese dove meglio fiorisce e attecchisce il fiore del Volontariato. Non si tratta semplicemente di una questione di numeri, ma dell’humus, della buona terra che alimenta una pianta tanto delicata. Parliamo della “solidarietà” uno dei sentimenti, o delle qualità, sarebbe meglio dire delle virtù, che ci qualificano e che fa sì che nel mondo siamo conosciuti come un popolo di “buona gente”. Il fenomeno dell’immigrazione ne è la prova e non parliamo anche in questo caso di numeri né della modalità con cui viene organizzata l’accoglienza (perché su questo piano si potrebbe fare sempre diversamente e meglio), ma dell’egoismo degli altri Paesi che non sbagliano9 mai in quanto praticano la “politica delle mani nette”: La solidarietà dicevamo che è alla base del fenomeno del volontariato che, soltanto negli ultimi anni, quasi incalzato dalla crisi economica, secondo alcuni studi sembra essere entrato nel cono d’ombra della crisi. Anche il tempo, che è la “merce” che il volontario dona, sembra diventata una merce anch’essa di lusso, quindi poco disponibile ad essere impegnata. Certo se paragoniamo i numeri attuali con quelli degli anni settanta, quando, grazie al superamento del sistema diadico, costituito dal Mercato e dallo Stato, non più in grado di soddisfare tutti i bisogni e le istanze emergenti da una società che si andava articolando, ce ne è da dolersene. Perché allora, la società civile più ricca e differenziata, e quindi complessa, in ragione della crescita dei ceti medi risentì di una forte spinta partecipativa. Allora Il Terzo settore – denominato anche „terzo sistema‟, „economia civile‟, „terza dimensione‟ „privato sociale‟ o genericamente „non profit‟ - cominciò a costituire una galassia quantitativamente rilevante e piuttosto differenziata al suo interno per tipi e forme giuridiche diverse. Oggi, scavalcato il secondo millennio, in presenza, come accennavamo, di una crisi di sistema che in Occidente non ha avuto paragoni, il volontariato sembra quasi regredire verso la terra delle origini: fortemente connotato da una valenza assistenziale, compensativa o caritativa, dalla funzione assistenziale e riparativa, dimentico del perseguimento di pratiche di prevenzione e di promozione sociale, nell’intento di contribuire a rimuovere le cause che producono emarginazione e disagio sociale, degrado ambientale, bassa qualità della vita. In questo panorama due aspetti colpiscono: la partecipazione, dei soci, saltuaria e valutata di volta in volta, ad attività ed iniziative che producono risultati immediati e immediatamente misurabili; la fidelità nei confronti della propria associazione che deve fare i conti con le fasi della vita di ciascuno, con la dispersione del tempo che sembra diventato breve rispetto agli impegni cui diamo importanza. Un cono che si è rovesciato: se fino al secolo scorso l’associazione cui eravamo iscritte contribuiva a dichiarare cosa eravamo e volevamo, la nostra idea di società e di futuro, quindi tra soggetto e associazione si stabiliva un rapporto duale, oggi il rapporto è solo unidirezionale: l’associazione deve darmi l’identità che non ho e che ambisco ad avere e riconosciuta come attestazione in ambito sociale.

L’associazione svolge nei confronti delle proprie iscritte un’azione di ricerca, confronto, formazione integrale, riflessione in vista di un impegno verso la società che si considerata fondata su rapporti di solidarietà e condivisione. La partecipazione alla vita dell’associazione non può essere dunque né saltuaria né solitaria: non si tratta di condividerne le ragioni contingenti e/o legate alla necessità di far fronte alle carenze del sistema pubblico, ma sono anche strutturali e culturali e rispondono ad un’assunzione di responsabilità nei confronti delle comunità. Si tratta soltanto di creare beni e servizi di utilità sociale? No, almeno non solo: la gratuità, quale caratteristica di chi opera con spirito di dono e di reciprocità con gli altri; e la solidarietà, come fine esclusivo della propria azione per la tutela dei diritti e l’aiuto di terzi in stato di bisogno o per la tutela, l’ampliamento o la maggiore fruibilità dei beni comuni che presiedono alla qualità della vita dei cittadini., sono le parole d’ordine del volontariato.

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Giovedì, 30 Novembre 2017 00:00

Per Giovanna

                             

Ancora un poco e non ci vedremo

Ancora un poco e ci vedremo

Un appuntamento non insolito anche questo di oggi con te carissima amica mia, sorella, parte della mia anima. Ancora per riprendere il filo dei discorsi mai interrotti perché mai finiti. Parlavamo e parlavamo ancora: certezze, ipotesi, progetti, strade da aprire e sentieri da chiudere. Tutto nella tua mente, e nella mia in sintonia, diventava possibilità, progetto, futuro, idealità, speranza. Nessuno come te è stato tanto radicato nel presente e ugualmente capace di rubare alla ruvidezza di certa realtà, che intimidisce anche i più ardimentosi, i bagliori sfuggenti del futuro che sempre vuole coglierci come improvviso.

Io ti seguivo in queste iperbole del pensiero, mi arrampicavo con te sui sentieri aspri della speranza per affacciarmi sulle sporgenze che si aprivano al vuoto dell’attesa.

“ E vanno gli uomini sulle cime più alte dei monti per contemplare la vastità degli orizzonti e la profondità degli abissi, ma non hanno cura di se stessi”. Così il grande Petrarca per indicare quella che è la vera malattia dell’animo umano, il vero peccato: cioè la dimenticanza. Tu sei passata indenne in questo prato deserto che è una memoria senza volti e senza persone: ci avevi tutte davanti; figlie, marito, fratelli, sorelle, amiche, la tua terra, i suoi abitanti, la Chiesa che hai sempre servito, il Paese che hai sempre amato. Donna delle istituzioni, donna di appartenenza agli ideali, donna che dalla forte terra della Calabria aveva imparato a restare, ma anche a partire.

Volti, ancora volti, cura e ancora cura, disponibilità e ancora disponibilità., accoglienza che abbracciava, teneva, non lasciava andare se non quando l’altro era in grado di camminare.

“Non recidere forbice quel volto”. Ancora canta la poesia: nessun volto cadeva dalla tua mente e dal tuo cuore e io so, perché io sento quello che tu senti, che anche in questi giorni del tuo doloroso calvario ci hai strette tutte sul tuo cuore perché con te ancora salissimo a scorgere oltre la croce, la luce dei tempi nuovi e dei cieli nuovi. Ci hai fatto dono del tuo dolore.

Quante volte facendo spazio dentro di me per vivere con te la tua condizione, mi sono chiesta la ragione dei mille fiaschi di lacrime che hai riempito, delle mille strade impervie che hai percorso, delle mani insanguinate e dei piedi stanchi. Ricerca di una ragione che mi conduceva a ingaggiare con te spiritualmente la nostra ultima battaglia della logica e del pensiero. Il tempo ora è come sabbia che si scioglie tra le nostre dita e la luce sembra voler lasciare posto alle tenebre.

“Sentinella quanto manca al giorno?” Chiede il salmista: le tenebre si allontanano mentre tu batti alle porte della vera nostra casa. “Signore sono io, sono Giovanna, quanto ho camminato Padre mio, quanto ho pianto, quanto ho gioito, quanto ho sofferto, ma ora finalmente ti guardo e ti vedo faccia a faccia come tu sei. Padre mio porto con me tutto quanto e tutto quello che sono stata, ho amato questi miei fratelli non permettere che sentano lo strazio dell’abbandono. Se l’amore è il Tuo volto e se l’eternità è il tuo tempo, ora io qui davanti a te so che l’amore è eterno e che l’eternità è il nostro tempo. Giovanna mia :usque ad finem et ultra.

“Possa la strada venirti incontro,

possa il vento sospingerti dolcemente,

possa il mare lambire la tua Terra

e il Cielo coprirti di benedizioni.

Possa il sole illuminare il tuo volto

e la pioggia scendere lieve sul tuo tempo.

Finchè non ci incontreremo di nuovo, Possa Dio tenerti nel palmo della tua mano”

Pubblicato in Le parole delle donne
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