Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

E venne il giorno

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con i silenzi.

Basta con l’obbedienza cieca.

Basta con i no pronunciati solo nel silenzio.

Basta con l’accondiscendenza.

Basta con la pace come stato di quiete.

Basta con una vita senza ardimenti.

Basta con un amore che non consola, ma impaurisce.

Basta con un amore senza il respiro dell’anima.

Basta con un amore che non produce rossori ma solo lacrime.

Basta con un amore che stringe il cuore fino a spezzarlo.

Basta con un amore assassino dell’amore.

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con le notti insonni.

Basta con l’assenza di desideri.

Basta con l’ansia di scomparire. Basta con la passione che distrugge.

Basta con le lacrime che non scorrono.

Basta con l’urlo che resta dentro.

Basta con l’orrore che divora.

Basta con il perdono che non assolve.

Basta con l’orrore di essere amata.

Basta con la paura dei giorni che verranno.

Basta con lo smarrimento che straluna.

Basta con le albe che non annunciano.

Basta con le notti che atterriscono.

Basta con i pensieri che ripiegano.

Basta con i sogni che svaniscono.

Basta con le attese che si consumano.

Basta con il desiderio della morte.

E venne il giorno in cui le donne decisero di dire basta per dire sì all’alba, annuncio di un nuovo giorno.

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Venerdì, 08 Dicembre 2017 00:00

Volontariato

Non a caso l’Italia è riconosciuta come il Paese dove meglio fiorisce e attecchisce il fiore del Volontariato. Non si tratta semplicemente di una questione di numeri, ma dell’humus, della buona terra che alimenta una pianta tanto delicata. Parliamo della “solidarietà” uno dei sentimenti, o delle qualità, sarebbe meglio dire delle virtù, che ci qualificano e che fa sì che nel mondo siamo conosciuti come un popolo di “buona gente”. Il fenomeno dell’immigrazione ne è la prova e non parliamo anche in questo caso di numeri né della modalità con cui viene organizzata l’accoglienza (perché su questo piano si potrebbe fare sempre diversamente e meglio), ma dell’egoismo degli altri Paesi che non sbagliano9 mai in quanto praticano la “politica delle mani nette”: La solidarietà dicevamo che è alla base del fenomeno del volontariato che, soltanto negli ultimi anni, quasi incalzato dalla crisi economica, secondo alcuni studi sembra essere entrato nel cono d’ombra della crisi. Anche il tempo, che è la “merce” che il volontario dona, sembra diventata una merce anch’essa di lusso, quindi poco disponibile ad essere impegnata. Certo se paragoniamo i numeri attuali con quelli degli anni settanta, quando, grazie al superamento del sistema diadico, costituito dal Mercato e dallo Stato, non più in grado di soddisfare tutti i bisogni e le istanze emergenti da una società che si andava articolando, ce ne è da dolersene. Perché allora, la società civile più ricca e differenziata, e quindi complessa, in ragione della crescita dei ceti medi risentì di una forte spinta partecipativa. Allora Il Terzo settore – denominato anche „terzo sistema‟, „economia civile‟, „terza dimensione‟ „privato sociale‟ o genericamente „non profit‟ - cominciò a costituire una galassia quantitativamente rilevante e piuttosto differenziata al suo interno per tipi e forme giuridiche diverse. Oggi, scavalcato il secondo millennio, in presenza, come accennavamo, di una crisi di sistema che in Occidente non ha avuto paragoni, il volontariato sembra quasi regredire verso la terra delle origini: fortemente connotato da una valenza assistenziale, compensativa o caritativa, dalla funzione assistenziale e riparativa, dimentico del perseguimento di pratiche di prevenzione e di promozione sociale, nell’intento di contribuire a rimuovere le cause che producono emarginazione e disagio sociale, degrado ambientale, bassa qualità della vita. In questo panorama due aspetti colpiscono: la partecipazione, dei soci, saltuaria e valutata di volta in volta, ad attività ed iniziative che producono risultati immediati e immediatamente misurabili; la fidelità nei confronti della propria associazione che deve fare i conti con le fasi della vita di ciascuno, con la dispersione del tempo che sembra diventato breve rispetto agli impegni cui diamo importanza. Un cono che si è rovesciato: se fino al secolo scorso l’associazione cui eravamo iscritte contribuiva a dichiarare cosa eravamo e volevamo, la nostra idea di società e di futuro, quindi tra soggetto e associazione si stabiliva un rapporto duale, oggi il rapporto è solo unidirezionale: l’associazione deve darmi l’identità che non ho e che ambisco ad avere e riconosciuta come attestazione in ambito sociale.

L’associazione svolge nei confronti delle proprie iscritte un’azione di ricerca, confronto, formazione integrale, riflessione in vista di un impegno verso la società che si considerata fondata su rapporti di solidarietà e condivisione. La partecipazione alla vita dell’associazione non può essere dunque né saltuaria né solitaria: non si tratta di condividerne le ragioni contingenti e/o legate alla necessità di far fronte alle carenze del sistema pubblico, ma sono anche strutturali e culturali e rispondono ad un’assunzione di responsabilità nei confronti delle comunità. Si tratta soltanto di creare beni e servizi di utilità sociale? No, almeno non solo: la gratuità, quale caratteristica di chi opera con spirito di dono e di reciprocità con gli altri; e la solidarietà, come fine esclusivo della propria azione per la tutela dei diritti e l’aiuto di terzi in stato di bisogno o per la tutela, l’ampliamento o la maggiore fruibilità dei beni comuni che presiedono alla qualità della vita dei cittadini., sono le parole d’ordine del volontariato.

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Giovedì, 30 Novembre 2017 00:00

Per Giovanna

                             

Ancora un poco e non ci vedremo

Ancora un poco e ci vedremo

Un appuntamento non insolito anche questo di oggi con te carissima amica mia, sorella, parte della mia anima. Ancora per riprendere il filo dei discorsi mai interrotti perché mai finiti. Parlavamo e parlavamo ancora: certezze, ipotesi, progetti, strade da aprire e sentieri da chiudere. Tutto nella tua mente, e nella mia in sintonia, diventava possibilità, progetto, futuro, idealità, speranza. Nessuno come te è stato tanto radicato nel presente e ugualmente capace di rubare alla ruvidezza di certa realtà, che intimidisce anche i più ardimentosi, i bagliori sfuggenti del futuro che sempre vuole coglierci come improvviso.

Io ti seguivo in queste iperbole del pensiero, mi arrampicavo con te sui sentieri aspri della speranza per affacciarmi sulle sporgenze che si aprivano al vuoto dell’attesa.

“ E vanno gli uomini sulle cime più alte dei monti per contemplare la vastità degli orizzonti e la profondità degli abissi, ma non hanno cura di se stessi”. Così il grande Petrarca per indicare quella che è la vera malattia dell’animo umano, il vero peccato: cioè la dimenticanza. Tu sei passata indenne in questo prato deserto che è una memoria senza volti e senza persone: ci avevi tutte davanti; figlie, marito, fratelli, sorelle, amiche, la tua terra, i suoi abitanti, la Chiesa che hai sempre servito, il Paese che hai sempre amato. Donna delle istituzioni, donna di appartenenza agli ideali, donna che dalla forte terra della Calabria aveva imparato a restare, ma anche a partire.

Volti, ancora volti, cura e ancora cura, disponibilità e ancora disponibilità., accoglienza che abbracciava, teneva, non lasciava andare se non quando l’altro era in grado di camminare.

“Non recidere forbice quel volto”. Ancora canta la poesia: nessun volto cadeva dalla tua mente e dal tuo cuore e io so, perché io sento quello che tu senti, che anche in questi giorni del tuo doloroso calvario ci hai strette tutte sul tuo cuore perché con te ancora salissimo a scorgere oltre la croce, la luce dei tempi nuovi e dei cieli nuovi. Ci hai fatto dono del tuo dolore.

Quante volte facendo spazio dentro di me per vivere con te la tua condizione, mi sono chiesta la ragione dei mille fiaschi di lacrime che hai riempito, delle mille strade impervie che hai percorso, delle mani insanguinate e dei piedi stanchi. Ricerca di una ragione che mi conduceva a ingaggiare con te spiritualmente la nostra ultima battaglia della logica e del pensiero. Il tempo ora è come sabbia che si scioglie tra le nostre dita e la luce sembra voler lasciare posto alle tenebre.

“Sentinella quanto manca al giorno?” Chiede il salmista: le tenebre si allontanano mentre tu batti alle porte della vera nostra casa. “Signore sono io, sono Giovanna, quanto ho camminato Padre mio, quanto ho pianto, quanto ho gioito, quanto ho sofferto, ma ora finalmente ti guardo e ti vedo faccia a faccia come tu sei. Padre mio porto con me tutto quanto e tutto quello che sono stata, ho amato questi miei fratelli non permettere che sentano lo strazio dell’abbandono. Se l’amore è il Tuo volto e se l’eternità è il tuo tempo, ora io qui davanti a te so che l’amore è eterno e che l’eternità è il nostro tempo. Giovanna mia :usque ad finem et ultra.

“Possa la strada venirti incontro,

possa il vento sospingerti dolcemente,

possa il mare lambire la tua Terra

e il Cielo coprirti di benedizioni.

Possa il sole illuminare il tuo volto

e la pioggia scendere lieve sul tuo tempo.

Finchè non ci incontreremo di nuovo, Possa Dio tenerti nel palmo della tua mano”

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Martedì, 14 Novembre 2017 00:00

Lutero il riformatore

Lutero il riformatore

Il cinquecentenario della simbolica datazione della nascita della Riforma protestante, offre l’opportunità di rivolgersi al pensiero di Lutero che, anche a detta dei suoi detrattori, sta collocato nel nostro passato in un punto nevralgico dal quale prende luce la nascita del moderno contribuendo a fare del secolo XVI un vero e proprio crinale dal quale si può riconoscere un “prima” e un “dopo”. Prima c’è la cultura dei molti nazionalismi intrisi tutti, e perciò resi unanimi, dal monoculturalismo religioso; dopo c’è un confronto tra di essi grazie alla diversificazione delle confessioni cristiane.

Il monaco eremita agostiniano e professore di Wittenberg (al secolo Martin Luder) fin dall’inizio della disputa sulle indulgenze (1517), costituisce nella sua persona il punto di sutura delle opposte realtà e sistemi politici del tempo, compreso quello della Chiesa e soprattutto delle esperienze di trascendenza che riguardano gli impegni ultimi di Dio nei confronti degli uomini, la loro salvezza o la loro perdizione. Una persona insomma, quella di Lutero, che divise le coscienze segnando nel contempo una pausa di intersezione storica grazie alla realizzazione di un’originale e severa religione “riformata”, nata dalla protesta contro le condizioni della Chiesa esistente, all’origine della grande scissione all’interno della Chiesa e nel mondo cristiano.

Lutero fu anche un “personaggio pubblico” capace di suscitare dibattiti e lui stesso animatore di pubbliche confutazioni: una star mediatica della storia che seppe approfittare della rivoluzione dei mezzi di comunicazione della sua epoca rimanendone a sua volta vittima. Per questo gli studiosi si dividono non soltanto sulla valutazione teologica della sua “Riforma”, ma anche sulla complessità della personalità composta da una sorta di due nature entrambi essenziali: quella che rivela il monaco, il biblista, l’esegeta appartato nella meditazione della Scrittura e nel dialogo con Dio e quella del valente letterato, dell’agitatore, del combattente e del propagandista in lotta contro lo strapotere dei principi territoriali -per la libertà tedesca- e contro lo teologia scolastica considerata strumento dello strapotere di Roma.

C’è chi sostiene che all’origine della necessità di una radicale riforma della Chiesa sia l’indignazione contro la corruttela trionfante e dilagante della Roma "Babilonia" di Leone X, provata da Lutero durante il viaggio a Roma (tra l'autunno del 1510 e i primi mesi del 1511), per recare la protesta del suo monastero (Wittenberg o a Erfurt?) contro l'unione tra osservanti e conventuali caldeggiata dallo Staupitz, vicario generale dell'ordine. L’aneddotica riporta anche che mentre compiva devotamente la Scala santa, indicata fin dal 1300 da Bonifacio VIII tra le grandi remissioni e indulgenze dei peccati “secondo un'affidabile fede de gli antichi”, gli sarebbe sorto nell'anima il dubbio: "quis scit, an sit verum?" (“sarà vero?”). Attendibile o meno, l’episodio ci rivela un’anima tormentata alla ricerca della perfezione spirituale che non si esauriva né con l’adempimento degli obblighi monastici né con la lettura e la scrittura perché, come da lui sostenuto, i molti altri che avevano fatto di tutto per raggiungere la “pace della coscienza” diventavano, all’approssimarsi della morte, timorosi e trepidanti tanto da disperare della salvezza.

Cosa e chi può allora trarci dall’abisso della disperazione di una imperfezione insanabile di per sé? Soltanto l´accoglienza della misericordia di Dio. Privilegio misterioso quello di cui godono gli uomini, che solo la fede permette di risolvere grazie all’Incarnazione: inserzione dell’eterno nella dimensione storica e realizzazione anticipata della nostra propria storia. Ecco allora la proposta di Lutero fondata sull´essenziale: solo Cristo, sola Scrittura, sola fede. A ciò si aggiunge la disponibilità del testo sacro che tutti possono leggere nella loro lingua materna sperimentando nuove forme di partecipazione.

Lutero è consapevole che la lettura e la spiegazione letterale (sine glossa) del testo sacro, non è di per sé una “lettura ingenua” perché è pur sempre frutto di una traduzione, quindi di una interpretazione che predispone ad una comprensione orientata. Lutero però con questa affermazione colpisce i due pilastri principali della esegesi biblica cattolica posta sotto l’autorità dei Padri e della Tradizione. Alla prospettiva aperta, era essenziale l’alfabetizzazione per le donne, proprio come per gli uomini. La revisione dello statuto del ministero ecclesiastico, che d’ora in poi si giustificherà sulla base della trasmissione ordinata della parola atta a suscitare la fede, è il passaggio successivo e scontato. L’ordinazione non giustifica di per sè l’autorevolezza del ministro, ma la vocazione secondo il principio del sacerdozio universale e sebbene nella vita quotidiana e davanti alla legge uomini e donne presentano differenti compliti e talenti, non davanti a Dio. Perché la salvezza non si ottiene seguendo il proprio ruolo nella società, bensì grazie alla sola fede. Lutero distingue insomma la legge dal vangelo e ciò ha implicazioni importanti sulla Chiesa e sulla famiglia.

Sebbene nella Riforma del XVI secolo, l'abolizione dell'idea specificamente sacerdotale del ministero comporti qualche apertura verso la predicazione delle donne, essa resta, però, in buona parte teorica. È paradigmatica infatti la posizione di Martin Lutero, secondo cui lo Spirito elegge alla predicazione esclusivamente degli uomini – affermazione relativizzata con le parole «tranne in casi di emergenza» Sulla sua scia, l'argomento dell'«emergenza» sarà utilizzato fino al XX secolo per giustificare la predicazione delle donne.

Anche per questo Lutero è assurto al ruolo dei grandi timonieri: quelli che si trovano nei marosi della storia tanto forti da determinarne il destino,

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Vittorio Sgarbi: “Se esiste Michelangelo vuol dire che esiste Dio”

Vittorio Sgarbi spiega con la sua consueta abilità oratoria: «Il successo riscosso dal mio Caravaggio è un segnale molto importante di una volontà del pubblico di capire più a fondo un artista famoso di cui tutti parlano, ma non sempre con conoscenze appropriate; così mettendo insieme la popolarità di Caravaggio con la mia, ho incontrato l’entusiasmo del pubblico e ora gli stessi produttori mi hanno chiesto un nuovo spettacolo; avevo inizialmente pensato di parlare del Rinascimento, ma quando mi è venuta anche l’intuizione di costituire un movimento politico, dal nome Rinascimento, finalizzato a offrire agli italiani un orientamento consapevole sul patrimonio artistico, che è il vero tesoro d’Italia, si è creato un conflitto di interessi per l’omonimia tra spettacolo e partito. Avrei voluto raccontare la politica attraverso l’arte, in un excursus che unisse Piero della Francesca, Beato Angelico, Tiziano, ma ho dovuto rinunciare al percorso sul Rinascimento e concentrami su un autore, così tra Leonardo e Michelangelo, ho preferito quest’ultimo perché è l’unico artista che si è espresso tra pittura, scultura, architettura, poesia, con pari grandezza e pari impegno. Non ho inserito un elemento innovativo, come il parallelo con Pasolini nello spettacolo dedicato a Caravaggio, ma per Michelangelo propongo mille riferimenti agli artisti del Novecento che, in qualche misura, derivano da lui, come Henry Moore, Alberto Giacometti, così creo collegamenti solo formali non esistenziali, non esiste infatti oggi un equivalente di Michelangelo che, tuttavia, ha anticipato molte espressioni dell’arte contemporanea»

Sul palcoscenico scorrono le immagini delle opere di Michelangelo rese vive dal visual artist Tommaso Arosio, così da unire arte e tecnologia nel mostrare agli spettatori in modo chiaro le opere che Sgarbi sta illustrando, alternandosi con le musiche del compositore Valentino Corvino.

In Michelangelo, cosi come in Caravaggio, Sgarbi si sofferma sul legame fondamentale tra arte e religione: «attraverso l’arte – prosegue - tendo a mostrare l’orgoglio del Cristianesimo come religione dell’uomo, nella mia visione esiste il primato del Cristianesimo: nell’illustrare le opere sottolineo infatti l’importanza e la forza della religione di cui l’arte è dimostrazione tangibile, infatti se esiste un artista come Michelangelo vuol dire che Dio esiste. Michelangelo ha avuto contrasti con il papa, ma per lui il papa era il papa, mentre Dio era Dio: infatti Michelangelo sembra dialogare direttamente con Dio.»

Nell’assistere l’anno scorso a una delle repliche di Caravaggio, al Teatro Carcano di Milano, mi ha colpito il silenzio assoluto con cui gli spettatori, prevalentemente studenti, solitamente distratti anche a teatro dai cellulari o dalle chiacchiere, invece ascoltavano il prof. Sgarbi senza fiatare, conquistati dalla bellezza delle opere spiegate dalle sue parole. «La progettazione con cui sono presentate le opere» commenta Sgarbi « è ipnotica, inoltre la mia voce, che accompagna le immagini, è potente, perciò si assiste a un’ immersione nell’arte: sono infatti orgoglioso quando ho visto tutte le persone uscire da teatro piene di riconoscenza e di soddisfazione, infatti ritengo che una buona guida per guardare le opere d’arte serva a capire la necessità e l’urgenza della presenza della bellezza attorno a noi, anche se nulla è meno  necessario dell’arte, tuttavia è la nostra sensibilità a coglierla e a cercarla, così anche costruire uno spettacolo per  aumentare la sensibilità di qualcuno per me è un valore significativo»

Sgarbi, che recentemente ha perso suo madre, donna coltissima - ricordata e rimpianta in modo poetico e toccante nel romanzo “Lei mi parla ancora” (edito da Skira) scritto da suo padre Giuseppe, ora novantaseienne - ha sempre riflettuto molto nei suoi saggi sulla figura della Madonna, vista come madre.

«Non ho pensato a un collegamento personale con mia madre e con il libro di mio padre, magari prima del debutto milanese ci penserò, ma osservando la Pietà custodita a San Pietro a Roma ho sempre evidenziato come non esista il dramma della morte. La Madonna di Michelangelo è una ragazza diciottenne, rappresentata secondo una visione platonica e idealista, si trova in un tempo apparente, guarda e contempla il Cristo come lo guardava appena nato, è come la rappresentazioei di una Madonna con il bambino, senza la tragedia della madre che perde un figlio come vediamo ne Il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca che qui metto a confronto. Michelangelo le attribuisce il volto di una donna giovane come quando teneva in braccio Gesù, infatti in teatro leggo le terzine dantesche, “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura” della Preghiera alla Vergine di San Bernardo nel Canto XXXIII del Paradiso, di cui Michelangelo offre una traduzione perfetta, l’equivalente plastico che trasmette la stessa emozione»

Conclude Sgarbi: «Nessuna Nazione ha avuto un Rinascimento come il nostro, al di là della metafora della parola Rinascimento, è stata un’epoca straordinaria, come affermo anche nel mio libro scritto con Giulio Tremonti, Rinascimento (edito da Baldini & Castoldi), bisogna conoscere il nostro patrimonio artistico, è assurdo che anche i rappresentanti del governo non vedano dal vivo le nostre opere d’arte, che conoscano la pizza e non Piero della Francesca. Il motivo per cui gli stranieri, da Goethe a Stendhal, anche oggi numerosi, vengono in Italia è conoscere la nostra arte, che è il nostro patrimonio. Si pensi a quanti luoghi artistici sono deserti, è come avere un parco di macchine da corsa senza il pilota, mentre dobbiamo riappropriarci del nostro patrimonio artistico e farlo vivere in modo che l’Italia continui ad essere considerata il “giardino d’Europa”!»

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Venerdì, 09 Giugno 2017 00:00

Da Genoveffa a Geneviève

Da Genoveffa a Geneviève.

Genoveffa che in Italia è un nome racchio in Francia diventa Geneviève. E così i politici italiani – genoveffi tutti a Roma – genuflessi al cospetto di Macron all’Eliseo, diventano, giusto battesimo dato dal direttore di questo giornale, macronettes. E sono solo lodi, arrivederci e baci.

Il cammino di Matteo Renzi in cancelletto-incammino diventa la marcia di Emmanuel Macron in cancelletto-inmarcia. Le primarie del Pd nei gazebo sono già le presidenziali nei bistrot. Certo, queste sono vere elezioni mentre di quelle, invece, mancano i numeri reali; ma neppure importa che il partito di Renzi in Francia, il partito socialista, sia stato spazzato via perché Renzi, infatti – e la storia lo reclama – è il Macron d’Italia mentre Macron, è solo il Renzi francese. E a dirla tutta, coi giornali che svolazzano, senza il trionfo di Matteo alle primarie, Macron se lo sognava di vincere a Parigi.

Anche il loden di Mario Monti è il mantello da moschettiere del giovane Emmanuel; Enrico Letta, allocato nei pressi della Senna prima di tutti, è il Richelieu di Macron, ancora meglio, è il Voltaire di Macron, anzi, no: è il Pierrot di Macron. Ma la macronette che sferruzza al meglio e più di tutti è Berlusconi, il cavaliere Silvio, chansonnier di solida schiatta.

Anche il partito di Berlusconi in Francia, il partito gollista – se mai zio Silvio avesse un partito –, è stato spazzato via. Macron, figlio delle banche, cugino dei tecnocrati, nipote di Angela Merkel nonché marito della bella Brigitte, ha fatto tabula rasa. Macron, rispetto all’estetica della bella destra che fu, quella delle Nicole Minetti per fare un esempio, è fuori target, ma Parigi val bene una Genoveffa.

A proposito di Genoveffa. In tutto questo fiorir di macronettes, c’è comunque Maria Elena Boschi e lei, secondo voi, s’accoda alla Marsigliese o si prepara una fuga all’inglese? È sempre lì, o lì o là, è la sentenza di Giufà.

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Martedì, 30 Maggio 2017 00:00

Lettera aperta

Lettera aperta

Cara Guia, sono furibonda. Ti prego di credermi: non è una cosa che mi accade spesso. Ho 91 anni e li ho trascorsi tutti a suscitare ammirazione per la mia calma anche nelle situazioni più difficili. E non sono mancate: senza stare a parlare delle guerre (ma che ne volete sapere voi, generazione che non ha avuto uno straccio di guerra mondiale), delle pestilenze, dei decessi (hai idea di quanta gente vedi morire, se campi 91 anni?), basterebbe ad additarmi come esempio di calma il contegno che ho mantenuto di fronte alle nuore.

I figli di madri troppo carismatiche escono inevitabilmente scemi; i miei son venuti così scemi che una nuora s’è fatta fotografare mentre un amante le ciucciava l’alluce, e l’altra è andata in tv a dire quanto l’avevano fatta piangere le corna. Sono passati decenni, ma se ci penso mi sembra ancora incredibile aver mantenuto la calma di fronte a quelle due sciamannate. Quando finalmente le smaniose mogli dei miei figli s’erano calmate o erano state sostituite da modelli socialmente più presentabili, ecco che ci si mette mio marito.

Filippo – si chiama così, il pelandrone – la settimana scorsa comunica che non ne vuole più sapere. Non di me, figuriamoci: dove vuoi che vada senza di me. No, lui ha deciso di divorziare dalle sue pubbliche mansioni, dal suo ruolo istituzionale, dal suo lavoro. Dice che ormai va per i 96, è stanco, acciaccato, e ha diritto a riposarsi.

Io sono attonita: ma ti pare? Io, che sono pure femmina (il sesso debole!), sono infaticabile, non manco a un impegno, non mi risparmio, vado a caccia e a cavallo come una giovincella; e lui vuole fare il pensionato sulle panchine del parco. Cosa crede di essere: italiano? Già, perché non ti ho detto il dettaglio migliore: è pure tedesco. Meno male che erano grandi lavoratori. Ora capisco da chi hanno preso quegli smidollati dei nostri figli.

Insomma, scrivo a te perché mi hanno detto che, benché siate un popolo di sfaccendati che pensa solo alla pausa pranzo e a trent’anni già passa le giornate a fare i calcoli della pensione online, forse lì in Italia potrebbe esserci la soluzione, la luce in fondo al tunnel, la via la verità e la vita: hai mica il numero di Elsa Fornero, così le chiedo di dargli una bella strigliata? Elisabetta

Cara Elisabetta, la risposta è spalmata lungo 91 anni di te: ma quando mai, sesso debole. Probabilmente Filippo aveva 37 e 2, che come tutte sappiamo è temperatura con cui gli uomini si mettono a letto e fanno testamento. Se poi gli è cresciuta fino a 37 e mezzo, è normale che abbia pensato di dare l’addio alle attività terrene; anzi, strano non abbia colto l’occasione per confessarti cose da letto di morte, tipo quante volte ti ha tradito con la servitù e quante con tua sorella: in genere l’esemplare maschio della specie umana fa queste rivelazioni quando sente d’essere allo stremo delle forze, a causa di gravi malanni quali un’unghia incarnita. Sono certa, cara Betty, che tu a 96 anni sarai ancora lì che porti fuori i cani indossando tailleur impeccabili, ma non puoi aspettarti che un uomo sia alla tua altezza: è, appunto, un uomo.

A questo proposito, visto che fra i tanti hanno anche il difetto dell’orgoglio, mi viene un dubbio che mi permetto di formularti. Nella tua lettera non fai cenno al recente teleromanzo che ha raccontato le vostre giovinezze. Sorvoli perché pratichi il basso profilo e non vuoi farmi sapere che siete gente mediamente nota e le cui vite vengono saccheggiate dalla serialità televisiva, lo so. Tuttavia, sospetto che lì possa esserci la chiave del prepensionamento di tuo marito. Quello sceneggiato, se posso permettermi d’essere brutale, lo ritraeva come un perfetto coglione. Non sarà che, offeso, ha deciso di ritirarsi dalle scene per dispetto? Sai come sono vanitosi.

In quel caso, per ottenere che non vada a impigrirsi dando da mangiare ai piccioni, basterà mentirgli: digli che nelle prossime stagioni il personaggio a lui ispirato diverrà intelligentissimo Tanto credono a tutto, lo sai.

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Sabato, 27 Maggio 2017 00:00

Arabia Saudita

Arabia Saudita. Una svolta per le donne: potranno denunciare i crimini alla polizia

La riforma, voluta da re Salman, consentirà di accedere agli uffici pubblici senza l’autorizzazione del padre, del marito o di altri membri maschi della famiglia

In Arabia Saudita, su ordine di re Salman, le donne potranno recarsi negli istituti governativi o presentarsi alla polizia senza l’autorizzazione del padre, del marito o di altri membri maschi della famiglia, cioè il tutore («mahram» in arabo). Una decisione, all'apparenza elementare, ma che costituisce invece un altro passo verso l’emancipazione femminile, in un Paese dove vige una rigida separazione tra i sessi, con le donne che non possono guidare e hanno il diritto al voto (e a essere elette) soltanto dal dicembre 2015. Il sovrano, riferisce la tv Al Arabiya, ha chiesto alle organizzazioni governative, sparse nel regno, di adeguarsi alla nuova direttiva entro tre mesi, identificando tutti i servizi in cui, finora, era obbligatoria l’autorizzazione e la presenza del mahram.

Per aiutare i cittadini e le cittadine saranno aggiornati anche i siti internet delle istituzioni pubbliche interessate. Tra queste la polizia, dove adesso

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Venerdì, 19 Maggio 2017 00:00

Diaconessa

La diaconissa nella chiesa latina medievale, di Claudio Ubaldo Cortoni

Nelle chiesa latina è possibile trovare testimonianze della presenza di un diaconato delle donne, anche se non viene sempre precisata la forma con il quale era esercitato. Tale considerazione, che trova fondamento sulla serie di azioni disciplinari messe in essere dalla chiesa sin dai sinodi merovingi per scoraggiarne la consuetudine, lascia in ombra un serie di riflessioni che precedono qualsiasi altro tipo di considerazione sul diaconato conferito alle donne: prima fra tutte l’impossibilità di sovrapporre la teologia del diaconato, quale oggi abbiamo1, al progressivo sviluppo che ha interessato la teologia dei sacramenti nel Medioevo 2; in secondo luogo il lungo processo di riforma della chiesa medievale che prevedeva sin da subito la ricerca di una uniformitas liturgica e disciplinare, alla quale era associata anche il celibato del clero.

In quest’ottica risulta chiaro come la diaconissae potesse essere sovrapposta alla figura della moglie del diacono, che poteva dunque coadiuvare il marito nel suo ministero, la quale in seguito venne assorbita nell’ordine delle vedove, più per un motivo riconducibile al divieto fatto alle vedove di contrarre un secondo matrimonio, il che rifletteva il tentativo di stabilire per il clero, e più in generale per qualsiasi forma di vita religiosa, la legge celibataria. Allo stesso modo con lo sviluppo di comunità monastiche femminili, il diaconato abilitava alcune consorelle a leggere la lettura dell’epistola o a proclamare il vangelo in assenza del presbitero, fino a sovrapporsi in ultimo alla figura della badessa in quanto serva della comunità.

In ogni caso il tentativo di ridurre la presenza di diaconissae è accompagnato da un divieto che riguarda la benedizione o l’ordinazione a diacono di donne: anche questi verbi, che potevano abilitare a diverse funzioni il ministro, specialmente nella chiesa altomedievale, non possono essere facilmente ricondotti ad un significato univoco.

Dal glossario alla realtà storica

Cercando rapidamente il lemma diaconissa o diacona nel Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange, nelle sue numerose riedizioni e revisioni, si osserva come il significato possa oscillare da «moglie del diacono, come la presbitera, è la moglie del presbitero», e quello di abbatissa3. Pur sembrando una limitazione rispetto ad alcune tradizioni osservate in chiese particolari dell’Oriente cristiano, questi due significati assunti da diaconissa, lungo un arco cronologico compreso tra il VI e il XII secolo, rappresentano il risultato di un lungo processo che vede limitare la diaconia ministeriale della donna, ma anche quella dell’uomo a partire dal sec. X, all’interno della chiesa latina. Tale processo è imputabile alla ricerca di una precisa uniformitas disciplinare e liturgica, iniziata con i sinodi merovingi, proseguita con la riforma carolingia4, e consolidata attraverso le riforme gregoriane dall’XI al XIII secolo, il cui interesse primario era quello di riformare la vita del clero e allo stesso tempo di fissarne compiti e competenze all’interno della chiesa stessa.

Il ruolo della donna nella chiesa finisce, infatti, per subire le tensioni nate all’interno della chiesa latina altomedievale sul diritto del clero di prendere moglie, sino all’imposizione della legge celibataria al Laterano II (1139), con il risultato che la moglie del presbitero, appunto la presbitera, venne chiusa in convento, ridotta a serva o tollerata come concubina 5.

L’eredità dei concili merovingi nella canonistica bassomedievale

Uno dei problemi spesso sottovalutati nella ricostruzione storico-teologica del diaconato delle donne nella chiesa latina è la ricezione di alcuni concili merovingi nell’elaborazione della canonistica bassomedievale.

La prima questione è l’assorbimento del diaconato in un ordine di vedove decretato al concilio di Epaon del 517 e di Orléans II del 533. Al concilio di Epaon, oggi Saint-Romain-d’Albon, al can. 21 è fatto esplicito divieto di ordinare quelle vedove che vengono chiamate diaconesse6, mentre al concilio locale di Orléans II al can. 17 non si parla più di vedove ma di donne [feminae], alle quali è negata la comunione nel caso in cui, ricevuta la benedizione diaconale, fossero ritornate alla vita coniugale, sino a proibirne al can. 18 la benedizione diaconale a causa della fragilità della condizione femminile appoggiandosi sull’autorità di Ambrogio di Milano. Questi due concili sono preceduti dal divieto fatto al can. 13 di Orléans I del 511 che le vedove di un presbitero o di un diacono contraggano un secondo matrimonio con un ecclesiastico, e al can. 29 il divieto per i chierici di frequentare donne, dovuto in gran parte al tentativo di imporre il celibato al clero.

Ma nonostante tutto ancora al concilio di Vaison del 529 al can. 1, pur venendo elogiati quanti tra il clero non contraggono matrimonio, sono ammesse le nozze per i chierici a causa della fragilità della carne. Se consideriamo attentamente le fonti usate da Du Cange ci accorgiamo che il significato di diaconessa, come moglie del diacono, compare al concilio di Tours del 567, i cui canoni vengono sottoscritti per ultimo da Mansueto vescovo dei Britanni, ovvero dei Bretoni d’Armorica7, rappresentante di una tradizione ecclesiale che conosceva una diaconia della donna, attraverso le conhospitae8, a lungo combattuta dalla chiesa merovingia.

Nonostante la reiterata proibizione ad ordinare diaconesse per la maggior parte dei concili merovingi, la questione venne ripresa anche nella chiesa carolingia che al concilio di Worms dell’867 riprende e conferma la validità del can. 15 di Calcedonia che riconosceva ad una donna, che avesse raggiunto l’età di quarant’anni, di accedere al diaconato, prevedendo come appropriato al loro nuovo stato nella chiesa il divieto di contrarre matrimonio.

Nella Collectio canonum in V libris del sec. XI viene appunto ripreso questo dato accogliendo come exempla i canoni del sinodo di Laodicea del 363 ca. e del Codex Iustinianus 9, il punto in questione rimane l’età canonica per far accedere una donna al diaconato, tra i quaranta e cinquanta anni, e il fatto che non sia già stata sposata una seconda volta o che contragga matrimonio dopo l’ordinazione10.

Nel sec. XII si ritorna sulla questione nel Decretum Gratiani, nel quale elencando l’età canonica per accedere ai vari ministri, il presbitero, il diacono, il suddiacono e il lettore, si aggiunge non vengano consacrate tra le diaconesse della sacrosanta chiesa, quelle che non abbiano raggiunto i quaranta anni, e che non abbiano contratto secondo matrimonio11. Il testo suggerisce una completa sovrapposizione delle diaconissae all’ordine delle vedove, soprattutto per quanto riguarda l’età e il divieto di contrarre matrimonio dopo l’ordinazione, sulle funzioni non viene specificato, il dato interessante però è che viene presa in considerazione nel medesimo canone che riguarda gli altri ministri.

Nel Decretum Gratiani ritroviamo l’esempio della peccatrice Maria [Maddalena], la quale neppure dopo la conversione, divenuta santa e casta, venne annoverata tra le diaconossae, dopodiché vengono portati tutti i casi, tra cui quello della simonia, in cui un vescovo, un presbitero o un diacono non sono trovati degni di essere annoverati tra coloro che hanno ricevuto il sacerdozio. Interessante notare come in questo caso il parallelo tra la peccatrice convertita ma non ammessa tra le fila delle diaconissae avrebbe dovuto sostenere il parallelo tra il ministro ordinato e l’indegnità del sacerdozio ricevuta con l’ordine a causa della simonia o altro12.

          L’abbatissa-diaconissa in Abelardo

 Allo sviluppo della canonistica risponde anche quello della riflessione teologica, la quale oltre alla proibizione di ordinare diaconissae affermato da Attone di Vercelli nel sec. X13, durante il quale anche il diaconato degli uomini viene ridotto nelle sue funzioni. La questione intorno alla figura della diaconissa viene rilanciata da Abelardo, impegnato per lungo tempo nella definizione di una nuova regola di vita per la comunità monastica presieduta da Eloisa.

Il fatto che vi fossero delle diaconissae nei monasteri non doveva costituire alcun problema per Abelardo e in genere per la chiesa del suo tempo, dato che la consacrazione a Cristo prevedeva già la castità e una età precisa per accedere alla professione. Quest’ultima prevedeva per il mondo femminile due riti: quello della consacrazione delle vergini, con i simboli del velo e dell’anello, e quell’altro della benedizione delle diaconesse, con la consegna della stola e del manipolo. Si ha una fusione dei due riti nell’antica tradizione del monastero di Prébayon, fondato nel 611, passato nel 1145, appena tra anni dopo la morte di Abelardo, alla regola dei certosini divenendone il primo nucleo delle monache certosine. In questa nuova tradizione alla monaca professa si aggiunge la monaca consacrata, che indossa stola e manipolo nel giorno della sua consacrazione, nel giubileo e nell’ora della sua morte. Le insegne che indossa le conferivano il privilegio di leggere l’epistola durante la messa e di cantare il Vangelo in assenza del sacerdote durante l’ufficio notturno.

In questo contesto va compreso quanto Abelardo scrive sulla diaconessa, nel caso di Eloisa sovrapposta all’ufficio di badessa, in particolare la lettera VII sull’autorità e la dignità dell’ordine delle monache, che ripercorre tutto quanto la chiesa latina medievale poteva conoscere della diaconia delle donne da quella ministeriale alla sovrapposizione altomedievale della diaconissa tardoantica all’ordine delle vedove, rivelando al contempo anche la problematicità di una riforma della chiesa centrata soprattutto sulla riforma del clero, lasciando ogni altra forma di vita religiosa ad una espressione personale o di gruppo disciplinata solo al Laterano IV del 1215. Allo stesso tempo la sovrapposizione tra l’abbatissa e la diaconissa, ma più in generale la sopravvivenza delle diaconesse tra le nascenti realtà monastiche femminili, suggerisce la sopravvivenza di strutture simboliche e funzioni liturgiche proprie delle diaconesse tardoantiche.

Infine di grande interesse è quanto Tommaso d’Aquino scrive sulla diaconessa nel commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, che conferma un intero percorso compiuto dal diaconato lungo tutte le riforme che hanno attraversato la chiesa medievale:14

Sed diaconissa dicitur quae in aliquo actu diaconi participat, sicut quae legit homiliam in Ecclesia; presbytera autem dicitur vidua, quia presbyter idem est quod senior.

 Quanto afferma Tommaso sulla funzione della diaconessa rientra perfettamente nella prospettiva nella quale era stata ormai inserita dalla tradizione teologica precedente, come nella Summa de arte praedicandi di Tommaso di Chobham (ca. 1160-1233) discepolo a Parigi di Pietro il Cantore, nella quale le monache che hanno il compito di predicare sono chiamate diaconissae.

I documenti raccontano una storia complessa

Riassumere non è semplice e trarre conclusioni potrebbe voler dire chiudere troppo presto la riflessione su una storia che incrocia la condizione della donna e gli innumerevoli tentativi di riforma della chiesa, che spesso sono coincisi con un restringimento della sua ministerialità, ma che dopo tutto, in modi inaspettati e soprattutto trasversali, hanno mantenuto la memoria almeno simbolica di una antica tradizione. Ad una domanda forse ancora oggi dobbiamo rispondere prima di poter entrare nel merito della questione: ogni riforma, almeno medievale, è intervenuta su un preciso modo di essere chiesa e contemporaneamente, nell’attuarsi, ha dato origine ad una nuovo modo di sentirsi chiesa, dalla metafora altomedievale del corpo alla società dei Decretalisti. Oggi quale chiesa si profila davanti a noi debitrice di quella riforma che ha preso corso con il concilio Vaticano II? Pongo questa domanda certo che ogni progetto di riforma della chiesa appartiene alla tradizione di una chiesa attenta ai segni del suo tempo.

1 Cf. K. Rahner,«Cosa dice la teologia sul ripristino del diaconato», in saggi sui sacramenti della teologia e sulla escatologia, 307-395.

2 Cf. B.-U. Hergemöller, «Diakon, Diakonat», in Lexikon des Mittel Alters, 3, Atremis Verlag, München-Zürich 1986, 941-943; R. Messner, «Sakrament/Sakramentalien», in Lexikon des Mittel Alters, 7, Atremis Verlag, München-Zürich 1995, 1267-1272.

3 Cf. http://ducange.enc.sorbonne.fr/DIACONISSA; http://ducange.enc.sorbonne.fr/DIACONA.

4 Cf. il saggio di S.F. Wemple,Women in Frankish Society: Marriage and the Cloister, 500 to 900, Universityof Pennsylvania Press, 1981.

5 Cf. A. Valerio, «Donne», in Dizionario Enciclopedico del Medioevo, 1, edd. A. Vauchez, C. Vincent, C. Leonardi, Cerf, Città Nuova, James Clarke & Co. LTD, Paris, Roma, Cambridge, 1998, 593-594.

6 Cf. Les canones des conciles mérovingiens (VIe-VIIe siécles), 1, edd. J. Gaudemet, B. Basdevant, (SC 353), Cerf, Paris 1989, 110-111.

7 Cf. R.W. Mathisen, Barbarian Bishops and the Churches in Barbaricis Gentibus During Late Antiquity, in Speculum 72 (luglio 1997) 667.

8 Ruolo e funzioni delle conhospitae sono stati largamente studiati cf. G. Otranto,Italia meridionale e Puglia paleocristiane: saggi storici, EDIPUGLIA, Bari 1991, 114; Mary M. Schaefer,Women in Pastoral Office: The Story of Santa Prassede, Rome, Oxford University Press, New York 2013, 147;

9 Cf. Collectio canonum in V libris (lib. 2,198,1 ): «DE ORDINATIONE DIACONISSAE. Ex concilio Laodicensi. Diaconissa ante XL annum aetatis merito non ordinetur. Et si post ordinationem maritum acceperit, anathema sit. DE DIACONISSIS. Iustinianus rex. Diaconissas autem creari constitutio praecepit L annorum aetatem agentes ita tamen ut uirgines sint uel si unum tantummodo maritum habuerint. Sin autem mulier propter aliquam necessitatem minor L annis diaconissa facta fuerit non liceat ei alibi degere quam in assisterio sanctimonialium mulierum ubi neque mares conuersantur uiuere liceat ei quomodo uelit. Nulla autem facultas diaconissis attributa est habere quosdam se cum, nisi fratres, siue cognatos uel quos dicere solent agapetos id est dilectos. Nam diaconissae super se habitare debent et nullum alium admittere se cum nisi reuera fratrem»; CChCM 6 (M. Fornasari, 1970).

10 Collectio canonum in V libris (lib. 2,66,3): «Si osculatus est episcopus per desiderium mulierem id est aut sanctimonialem uel uxorem alterius siue sororem seu cognatam commatrem uel matrem de sacro fonte uel filiam spiritualem, diaconam siue presbyteram uel qualemcumque quae statuta seniorum laica coniunctione tenetur detestabilis si praeter coinquinationem LXX dies poeniteat episcopus, presbyter L, diaconus et monachus XL, subdiaconus XX, clericus uel laicus X»; CChCM 6 (M. Fornasari, 1970).

11Decretum magistri Gratiani [Concordia discordantium canonum] (p. 1, d. 78, c. 2): «Nemo presbiter consecretur, qui minor triginta annis sit; nemo diaconus uel subdiaconus fiat, qui minor uigintiquinque annis sit; nemo lectoribus connumeretur, qui minor decem et octo annis fuerit; nemo inter diaconissas consecretur sacrosanctae ecclesiae, que minor sit quadraginta annis, uel ad secundum matrimonium peruenerit»; ed. E. Friedberg, 1879 (= Corpus iuris canonici, pars prior), 275; Decretum magistri Gratiani [Concordia discordantium canonum] (p. 2, c. 27, q. 1, c.23): «C. XXIII. Diaconissa, que post ordinationem nubit, anathema sit. Item ex eodem. [c. 15]. Diaconissam non debere ante annos quadraginta ordinari statuimus, et hoc cum diligenti probatione. Si uero susceperit ordinationem, et quantocumque tempore obseruauerit ministerium, et postea se nuptiis tradiderit, iniuriam faciens gratiae Dei, hec anathema sit cum eo, qui in illius nuptiis conuenerit. C. XXIV. Inter bigamas reputantur qui uirginitatem pollicitam preuaricantur. Item ex Sinodo Anchiritana. [c. 18]. Quotquot uirginitatem pollicitam preuaricatae sunt professione contempta, inter digamos, id est qui ad secundas nuptias transierunt, haberi debent. C. XXV. Virginibus Deo dedicatis nec in fine danda est conmunio, si libidini seruierint. Item ex Concilio Elibertano. [c. 13]. Virgines, que Deo se dedicauerunt, si perdiderint pactum uirginitatis, atque eidem libidini seruierint, non intelligentes quid amiserint, placuit nec in fine dandam eis esse conmunionem»; ed. E. Friedberg, 1879 (= Corpus iuris canonici, pars prior), 1055, 23.

12Decretum magistri Gratiani [Concordia discordantium canonum] (p. 1, d. 78, c. 2): «Nouimus primum peccatricem Mariam; post conuersionem, quamuis sancta et casta, tamen inter diaconissas conputata non est. Sed quid hoc dico? Sequens sanctos apostolos et uenerabiles Patres cum omni fiducia clamo: Quod qui per symoniam ordinatus est, siue episcopus, siue presbiter, siue diaconus, alienus est a sacerdotio, neque enim uenalis est gratia Spiritus sancti; Cayphae traditio et adinuentio Symonis a sancto sacerdotio est aliena»; ed. E. Friedberg, 1879 (= Corpus iuris canonici, pars prior), 1055, 23.

13 Cf. S.F. Wemple, Atto of Vercelli. Church State and Christian Society in Tenth Century Italy, (Testi e Temi 27), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1979.

14 Thomas de Aquino, In IV Sententiarum, Dist. 25, q. 2, art. 1, quaes. 1.

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 15 Maggio 2017 00:00

Globalizzazione da Andrea Riccardi

Globalizzazione da Andrea Riccardi, Convivere, Laterza, 2006)

contributo inviato da cerberus

La globalizzazione e la fine della guerra fredda hanno rimesso in discussione tutte le identità, non solo quelle dell’ex Terzo Mondo. Con l’apertura di nuovi orizzonti e la caduta di scenari, protettivi o limitanti che siano, esse si ridiscutono e si ridisegnano. È il processo che ha caratterizzato la storia degli anni Novanta, in cui siamo ancora immersi. Non intendo discutere di globalizzazione, un tema su cui si conta già una bibliografia tanto vasta, ma ricordo solo come il processo di globalizzazione abbia messo in discussione tante identità di gruppo. Serge Gruzinski, nel suo originale saggio sull’arte all’epoca della conquista dell’America, ha messo in luce come l’Europa del Cinquecento e il Messico, attraverso la conquista, abbiano vissuto una grande stagione di globalizzazione. La ridefinizione dell’identità fu molto forte, specie attraverso un intenso meticciato culturale che ebbe tante espressioni artistiche in Europa e in Messico. Questo meticciato culturale, frutto della «globalizzazione» della conquista, è il tema avvincente del libro di Gruzinski, che ha come proprio titolo proprio Le pensée métisse: una storia culturale della conquista, creatrice di meticciato in America, con forti ricadute in Europa.

La colonizzazione (soprattutto otto-novecentesca) è stata un processo di globalizzazione che ha creato orizzonti nuovi per intere regioni del mondo. Jean-Loup Amselle, un antropologo francese attento alle società africane, osserva come l’Africa abbia vissuto varie globalizzazioni: la conquista è stata la più radicale, ma ci sono state anche le missioni cristiane e la missione islamica, che hanno profondamente cambiato l’orizzonte in cui si collocavano i vari gruppi umani. Questi sono stati inseriti in orizzonti nuovi, quelli degli imperi coloniali, del cristianesimo, della umma islamica. Si è imposto un ripensamento radicale. Le identità etniche, religiose e culturali si sono ristrutturate e adattate, hanno vissuto osmosi profonde; hanno riproposto la propria esistenza su orizzonti diversi dai precedenti e caratterizzati da una dilatazione.

L’identità etnica in Africa è stata spesso considerata come un carattere che viene da lontano, dalle nebbie del tempo precoloniale. Ma è stata, in parte, la creazione di amministratori coloniali ed etnologi, che classificavano, definivano, isolavano per governare. Erano classificazioni di popoli vissuti fino ad allora in tutt’altri scenari, che si vedevano attribuire un’identità etnica con le categorie degli amministratori coloniali e degli etnologi europei. Spesso l’insistenza sui caratteri differenti dell’uno e dell’altro gruppo era utile ai fini del governo, di una buona conoscenza dei sudditi, ma anche della loro divisione. L’incontro fra categorie importate dalla cultura coloniale e realtà locali ha creato talvolta l’irrigidimento delle identità. La globalizzazione coloniale ha obbligato identità fluide a definirsi. L’universalizzazione religiosa del cristianesimo o dell’islam ha spinto, d’altra parte, a sentirsi parte di una comunità credente ben più vasta dei culti locali. Questi, a loro volta, sono stati poi compresi nella categoria dell’animismo, come se si trattasse di una religione terza rispetto all’islam o al cristianesimo.

L’attuale globalizzazione, tanto differente dalle precedenti (se non altro perché più universale e rapida), sta imponendo processi di ristrutturazione anche a identità elaborate e dalle grandi radici storiche. Lo si è avvertito, con la fine del comunismo, nell’Est europeo, quando sono risorte prepotenti le identità nazionali. Queste erano state date in buona parte per quiescenti. Mi colpì, qualche giorno fa, la critica di alcuni professori polacchi all’integrazione del loro paese nell’Unione Europea:«È una necessità, - dicevano – eppure la Polonia ha ritrovato da poco la propria libertà nazionale ed è difficile ora entrare a far parte di un nuovo insieme». In Albania, dopo la dittatura terroristica nazionalcomunista di Enver Hoxha (forse il regime più terribile dell’Est europeo), finito il comunismo, sono risorti i conflitti tra gruppi le cui identità sembravano perdute nel passato: ad esempio tra Nord e Sud (con un problema anche linguistico).

La storia dell’ex Iugoslavia è una pagina cruenta di resurrezione delle identità o di loro nascita. Nessuno avrebbe potuto pensare che esistesse un’identità dei musulmani bosniaci. Del resto, anche nell’impero indiano, come si è detto, è stata identificata la categoria identitaria dei musulmani per fondare il Pakistan e separare il loro destino dagli indù. In genere la ristrutturazione delle identità ha rimesso in primo piano anche quelle religiose, come legittimazione delle nazioni, ma anche come fenomeno transnazionale. Dopo il 1989, con una grande sorpresa dei teorici della secolarizzazione (che ne prevedevano lo spegnersi più o meno lento), le identità religiose e le comunità che ad esse si ispirano giocano un ruolo pubblico di primo piano.

Le identità non si ristrutturano sempre in modo tranquillo: creano conflitti con i vicini o almeno vi si contrappongono. […] La deriva fondamentalista esiste. Ma non è l’unica reazione alla globalizzazione. Peraltro, il fondamentalismo islamico non nasce negli anni Novanta, ma ha radici in una crisi antica dell’Islam nel confronto con l’Europa e, dagli anni Venti, ha trovato nei Fratelli Musulmani la sua prima realizzazione associata e politica. Il fondamentalismo, poi, non è solo religioso, ma talvolta etnico (anche se si tratta di fenomeni più ristretti): si pensi al terrorismo basco, con aspetti fondamentalisti di culto della razza e della terra, ma anche di culto della morte.

La globalizzazione è una grande occasione – non solo una necessità imposta dai tempi – per riformulare la propria identità nel quadro di un orizzonte più vasto: dire chi siamo di fronte ai vicini e al mondo. Si tratta di un’occasione che non è solo contrapposizione dura, come ho già detto, ma pura esplicitazione di un soggetto che si riambienta. È un’occasione politica e culturale del nostro tempo, e non va vista solo come una minaccia, ma anche come una possibilità. È una domanda di cultura politica e di interlocutori. In Europa, le identità nazionali si sono radicate maggiormente nel processo unitario dei paesi europei. Gli Stati europei, con la loro cultura politica, dicono chi sono nel grande mondo della globalizzazione; si accorgono allo stesso tempo di essere inadeguati di fronte alle sfide delle immense dimensioni del globale, dei vasti mercati, della pace, della lotta al terrorismo, del confronto con l’Asia. Sono identità che si ristrutturano in senso n azionale, ma fanno riferimento al quadro dell’Unione.

Ogni europeo può vedere accanto alla sua bandiera nazionale (che in paesi come l’Italia è esposta oggi più di recente rispetto a quindici anni fa) quella dell’Unione. La simbolica mostra l’identità degli Stati europei correlata organicamente a un insieme; ma rivela anche la coscienza di essere europei, diffusa tra francesi, tedeschi, belgi, italiani e spagnoli. Capita, talvolta, in regioni del mondo dove la presenza europea è scarsa, che i cittadini dell’Unione si sentano appartenenti a qualcosa di comune. Resta da vedere, nei prossimi anni, quali saranno gli sviluppi politici della realtà dell’Unione.

Niente ci assicura dai rischi di conflitto, dalle contrapposizioni, dall’impulso a separarsi per affermare noi stessi. Anche nel quadro della sperimentata cultura europea, vaccinata dalle due guerre mondiali del Novecento, ci sono ancora reazioni nazionali negative verso il processo di unificazione, con il risorgere di passioni localistiche. La nostra è una lunga e delicata transizione, determinata dai processi economici di un mondo globalizzato, ma anche da fattori culturali e identitari che, ancora vent’anni fa, una cultura di matrice marxista avrebbe definito come sovrastrutturali e secondari.

Il mondo di McWorld è da un lato più omogeneo, più uguale di quello di ieri, dall’altro – questo è il paradosso del nostro tempo – si assiste allo sviluppo di profonde differenze. È un mondo più uguale e, allo stesso tempo, differenziato. Certo, parlando di identità, metto in fila entità non omogenee tra loro, non fosse che per le dimensioni: dal fondamentalismo islamico, al patriottismo rinato della Croazia, alla crisi di identità di qualche paese africano, al nuovo orgoglio americano, alla riscoperta dell’identità religiosa dei cattolici del nostro tempo, al sentimento nazionale russo… Eppure, c’è un clima culturale generale che porta alla rifondazione delle identità e alla partecipazione ad esse con nuovo entusiasmo.

Identità, non destini

Non bisogna avere una visione troppo deterministica delle identità. C’è un fatalismo dell’identità che non corrisponde alla realtà. È quel fatalismo che si ritrova in alcuni aspetti dell’opera di Samuel Huntington (che pure sotto altri è pregevole). L’islam non è destinato dalla sua identità profonda e religiosa allo scontro con l’Occidente. Le identità o – se vogliamo – le civiltà non sono destini naturali, ma espressioni delle scelte degli uomini e della loro cultura, della volontà politica dei gruppi dirigenti, delle condizioni di vita di un territorio, dei rapporti di forza… Le identità non sono la natura di un gruppo, qualcosa in sé che si esplica quasi meccanicamente. Non sono destini indiscutibili, come tante volte vengono lette e proposte.

In questo mondo globalizzato anche la cultura, il dibattito delle idee, la coscienza comune hanno una forza. Questa è un elemento di speranza: poter discutere, pensare, proporre. Il «rullo» della globalizzazione non appiattisce tutto e non esercita una coercizione irresistibile. Ci sono resistenze che nascono dalla cultura; ci sono creazioni che nascono da identità rivissute e reinventate. Eric Hobsbawm, storico britannico di orientamento marxista, ha mostrato come le tradizioni identitarie siano state costruite, anzi, come egli dice, inventate. L’invenzione di una tradizione non significa – come semplicisticamente si potrebbe intendere – la sua falsificazione: è qualcosa di più. […] C’è un’indiscutibile riscoperta e risistemazione della tradizione, quando si riafferma la propria identità.

La cultura europea, soprattutto dopo il ‘68, ha vissuto una profonda rottura con l’idea stessa di tradizione. Il ’68, l’ultimo grande sconvolgimento in Europa occidentale, è stato una rivoluzione politica ben presto fallita e riassorbita; eppure, ha rappresentato una rivoluzione antropologica che ha cambiato in profondità il costume di tanti europei, anche con la revisione del rapporto con il passato e la sua carica antistituzionale. La tradizione è apparsa in contrasto con l’emancipazione. È una posizione classica che il movimento del ’68 ha divulgato a livello di massa. Oggi l’Europa, mentre ripensa alla sua identità, si misura con la sua tradizione. Ogni riscoperta della tradizione è anche una reinterpretazione. L’identità, che si fonda sulla tradizione, è anche però il frutto delle relazioni con il proprio tempo.

La Chiesa cattolica, negli anni Sessanta, ha sentito il bisogno di ridefinirsi di fronte al mondo contemporaneo nella sua coscienza teologica e spirituale. Per questo ha promosso un Concilio ecumenico, il Vaticano II, che ha prodotto vari testi dedicati agli altri (non cattolici): uno sul mondo moderno, un altro ai cristiani non cattolici, un altro alle religioni non cristiane, senza dimenticare alcune riflessioni dell’ateismo. È una secolarizzazione del Cattolicesimo? Non sembra perché, pur passando attraverso una serie di crisi, la Chiesa ha riaffermato la sua identità profonda, come si vede dai due ultimi papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È una riproposizione dell’identità tra tradizione e contemporaneità.

Ci troviamo in una stagione di rinascita delle identità. Ma siamo anche in un tempo di forza dei flussi globali e della contemporaneità. Risulta allora azzardato e pericoloso isolare l’una identità dall’altra. Quando avviene tale isolamento, ci si trova innanzi a un processo artificioso, aggressivo e pericoloso. Nel pensarsi soli, separati, nemici, c’è quella pureté dangereuse di cui parla Bernard-Henri Lévy. La «purezza pericolosa» è stata all’origine di tanti processi di separazione e di conflitto. È la rivelazione chiave d’ogni fondamentalismo contro un mondo «sporco» e inquinante, a fronte del quale ci si erge puri e vogliosi di pulizia. È una rivendicazione etnica, ideologica, razziale, che, mentre reclama la propria purezza, indica nell’altro la minaccia inquinante. Si afferma la propria identità «pura» con la marginalizzazione o la distruzione dell’altro e con la violenza esercitata contro di lui.

Ogni identità, anche nazionale, non coincide con le sue frontiere, ma si colloca in un tessuto più grande e conosce al suo interno varie composizioni. Siamo diversi, ma non così separati come si vorrebbe far credere con operazioni di isolamento culturale o concreto. Non c’è comunità che possa dirsi omogenea e «pura», se non forzando sé stessa e la sua storia o isolandosi bruscamente. L’omogeneità e la purezza sono spesso un’invenzione, come quella che ha preceduto la nascita e l’identificazione di alcune nazioni. […]

Le differenze restano. Riemergono, qualche volta virulente. Ma questo non oscura né lacera il tessuto connettivo che fa vivere vicini, crea sovrapposizioni, realizza innesti. Questo non oscura il fatto che, anche a livello esistenziale, si realizzi talvolta la convivenza di diverse identità e culture. Ci si diversifica e ci si unisce, non solo nel grande quadro della globalizzazione, ma anche in quello più prossimo di affinità, di comunanza, di vicinato, di meticciati. È un’esperienza ricca e complessa, non facile da rappresentare, quella che si vive in questo scorcio del XXI secolo. È un andamento della storia, non previsto alla fine della guerra mondiale né, successivamente nella stagione della decolonizzazione. È un andamento della storia in cui non siamo garantiti da messianismi, pensieri pseudoscientifici, meccaniche sociali. Il domani può riservare terremoti, ma è meno oscuro di come spesso viene rappresentato, se si accetta di guardarlo nella sua complessità.

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