L’epidemia di sifilide che nel XVI secolo devastò l’Europa era partita da Napoli, e proprio qui Maria Richenza Longo fondò la Santa Casa degli Incurabili. Era un’autentica innovazione, nata e alimentata dalla spiritualità femminile: aperta a tutti, igiene dei locali e distanziamento, sperimentazioni cliniche, iniziative sociali. Finché qualcuno disse che le donne portavano inquietudine e disordine…

Ogni epoca ha conosciuto il suo male del secolo. Nel Cinquecento l’epidemia della sifilide imperversava in Europa: era scoppiata a Napoli nel 1495, a seguito della venuta in Italia di Carlo VIII, il cui esercito era composto per lo più da migliaia di mercenari con prostitute al seguito. Il ritorno dell’esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta la penisola, per poi espanderla in Europa, giungendo sino in Oriente. Questa infezione trasmessa sessualmente era conosciuta per questo con il nome di mal francese, tranne in Francia, dove prese il nome di mal napolitain.

Incurabili? Non per loro
Come si è reagito davanti a questo morbo ripugnante che straziava dal dolore i pazienti, del quale si ignoravano le cause e le cure e che contagiò anche l’80% della popolazione? Gli stati erano impreparati e molti ammalati furono esclusi dalle strutture ospedaliere. La Compagnia del Divino Amore, fondata da Caterina Fieschi Adorno da Genova, comprese la necessità di creare luoghi di accoglienza per queste persone e così sorsero a Genova, poi a Roma e infine a Napoli i primi Ospedali per gli Incurabili, per coloro che non avevano alcun mezzo economico per curarsi (da qui, il nome di «Incurabili») affetti non solo da sifilide, ma anche da malattie difficilmente guaribili.

La storia di questi luoghi è legata strettamente alla spiritualità femminile. L'occidente cristiano, infatti, è attraversato da straordinarie narrazioni di intelligenza e azioni da parte di donne che hanno portato anche a significative riforme sanitarie. Ne è un esempio l'Ospedale di S. Maria del Popolo degli Incurabili di Napoli fondato dalla catalana Maria Richenza Longo. Reduce da un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto dopo il quale aveva riacquistato miracolosamente la salute fisica, in segno di gratitudine, aggiunse il nome di Lorenza al proprio e fece voto di dedicarsi ai malati. E a Napoli, dove viveva, creò nel 1522 una cittadella ospedaliera di enorme rilevanza sociale e sanitaria, diventata poi il più importante plesso ospedaliero del Mezzogiorno. L’istituzione assunse in un primo tempo il nome di Santa Casa degli Incurabili, «indicando con tal nome, che tutti coloro che per miseria in propria casa non poteano essere curati, ivi sarebbero accolti senza alcuna preferenza né di sesso, né di età, né di patria, né di religione» [Celano, Notizie del bello, II, 693]. Caratteristica dell’opera fu, quindi, il non essere riservata ai soli cittadini partenopei, ma a tutti gli ammalati, locali o stranieri, cristiani e non, conferendo una connotazione universalistica all’istituzione, come si evince anche dalla lapide rivolta alle donne e ancora oggi visibile all'ingresso del reparto di maternità: «Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sarà aperto».

Una fondatrice che lavava la biancheria
La Longo, che ricopriva il ruolo di Governatrice, assisteva personalmente i malati, mettendo in atto misure igieniche strettissime e una più consona organizzazione degli spazi: le stanze erano arieggiate, ogni degente aveva un proprio giaciglio ed era posto ad opportuna distanza dal vicino, la biancheria e gli indumenti erano lavati da lei stessa giornalmente. Per questo, la carestia e la peste del 1526-28 non toccarono l’Ospedale. Il dilagare della piaga delle malattie veneree era certamente legato al fenomeno della prostituzione, e la Longo aveva tentato di arginarlo attraverso un’intensa attività di recupero. Sia in Ospedale che per le strade, cercava con ogni mezzo di convincere le prostitute ad abbandonare il loro stile di vita. Alcune riuscirono con il suo aiuto a formarsi una famiglia, altre vennero impiegate al servizio delle altre ammalate, formando le prime infermiere dell’Ospedale.

Eccellenza operativa ed organizzativa, l’Ospedale seppe coniugare cura e ricerca scientifica, assistenza e sperimentazione, cose assolutamente nuove per l’epoca, diventando ben presto un centro polifunzionale, dotato di differenziati luoghi che potevano aiutare il disagio sociale dei malati poveri. Nacque anche nel 1589 il Banco di S. Maria del Popolo con intenti filantropici per fornire piccoli prestiti a basso interesse alle fasce più misere della popolazione; fu aperta una spezieria per sperimentare nuove cure e realizzare i farmaci più rari e utili, tra cui la leggendaria e rarissima Teriaca, bevanda alchemica, panacea di ogni male.

Le “madri del buon morire”
La vita e l’esempio della Longo finirono col diventare centro catalizzatore di intense attività e gli Incurabili diventarono un modello organizzativo. Chiamato nel ’600 «Teatro della Carità», aveva attirato un enorme numero di persone dedicate ad assolvere ogni genere di mansione all’interno dell’Istituzione, una sorta di volontariato di persone che sostenevano il peso dell’assistenza ai malati, cercando in tal modo di rispondere alle necessità di chiunque avesse bisogno di soccorso.

Anche alcune nobildonne, conosciute come le «Madri del ben morire», si dedicarono all’assistenza delle inferme negli ultimi istanti di vita. La stessa Longo aveva esercitato questo servizio, stando vicine alle malate fino alla fine della vita e dando loro una degna sepoltura, ma nel ’600 questa attività suscitò molte opposizioni e venne considerato «errore» il far esercitare alle donne un ministero riservato ai sacerdoti, soprattutto per il legame stretto che l’assistenza ai moribondi aveva con il sacramento dell’estrema unzione – come si chiamava allora – e della confessione. Fu tolta la presenza delle donne vicino ai moribondi perché la loro assistenza spirituale ai malati venne considerata un abuso e le donne furono accusate di essere «causa di inquietudine e di disordine». Ma questa è un'altra pagina di storia…

Da "ilregno.it" E le donne inventarono una riforma sanitaria. Cinque secoli fa di Adriana Valerio

Pubblicato in Studi e ricerche
Venerdì, 05 Marzo 2021 00:00

Donna Sapienza fin dal principio

Salomone lo conoscono più o meno tutti. Se non altro per quello stratagemma di voler far tagliare in due un bambino conteso tra due madri: una storia raccontata nel primo libro dei Re (3, 16-28). Forse, alcuni sanno anche che la saggezza del figlio di Davide e di Betsabea, l’adultera, è divenuta proverbiale perché il regno di Salomone ha assicurato a Israele non soltanto pace e stabilità, ma anche il contatto con le altre grandi culture del Vicino Oriente e, quindi, un tempo di grande vivacità culturale e di progresso civile. Per questo Israele ha attribuito al re Salomone tutta la riflessione sapienziale che sta alla base di alcuni libri della Bibbia, scritti in realtà in epoche diverse (dal secolo V al II prima di Cristo), che contengono sentenze, orientamenti e norme che hanno di mira una vita proficua e felice. Quasi nessuno però sa che quella sapienza che ha reso famoso Salomone è una raffigurazione che, accanto ad altre due figure, la Legge e il Messia, consente di capire perché, ma soprattutto come, Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Ed è figura femminile.

Donna-Sapienza

Tra le tante cose degne di stupore emerse grazie al restauro della Cappella Sistina (1980-1994) una è, a mio avviso, tutt’altro che marginale. Nell’affresco della creazione, che occupa la volta, l’attenzione viene catturata dal vigore dell’Adamo e dalla grandiosa potenza espressiva con cui Michelangelo ha saputo rendere conto del rapporto di vicinanza e al contempo di distanza tra il creatore e la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Eppure, il restauro ha fatto riemergere un particolare per troppi secoli rimasto del tutto oscurato: tra i putti che circondano e sostengono Dio nel suo atto creativo domina una figura femminile che Dio vincola a sé in un abbraccio. Eva? Inevitabile che in molti lo sostengano, anche se, in realtà, alla creazione di Eva il pittore dedica un riquadro specifico nelle storie della Genesi che corredano la volta.
Se gli storici dell’arte propendono per l’identificazione con Eva, i biblisti azzardano invece un’altra ipotesi, tutt’altro che fantasiosa perché molto ben accreditata dagli scritti sapienziali della Bibbia. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. […] Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, […] io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 22-31). È la Sapienza stessa che si presenta come colei che presiede alla creazione, come la forza creativa che fa della creazione un’opera che — ce lo dice il racconto che apre il libro della Genesi — Dio considera una «cosa molto buona» (Genesi 1, 31). La reciprocità che Dio stabilisce con l’opera delle sue mani riflette, insomma, il rapporto ludico che intercorre tra Dio e la Sapienza. Il discorso sarebbe lungo: basti solo dire che, nonostante la struttura sociale di Israele fosse fortemente caratterizzata in senso patriarcale e nonostante ciò abbia spesso imposto alle donne anche pesanti restrizioni, nella letteratura biblica emergono invece, sia pure in modo carsico, attestazioni del ruolo decisivo giocato dalle donne nello sviluppo della storia di Dio con il suo popolo nonché riflessioni, spunti, allusioni che rivelano un immaginario religioso in cui la presenza femminile gioca un ruolo di primo piano. Al riguardo, gli scritti sapienziali sono una vera e propria miniera.

Il termine italiano “sapienza”, come quello greco sofia, possono ingenerare un fraintendimento rispetto a quello ebraico hochmah, che ha una storia molto antica e rimanda a una qualità superiore che alcune persone hanno e altre no, l’aspirazione presente nelle radici più antiche della nostra cultura a saper orientare i nostri atteggiamenti di fondo nel mestiere di vivere. La sapienza non si insegna, ma questo non significa che la sapienza non si impari: il significato più arcaico di hakam è l’uomo abile, l’artigiano, in particolare, l’orefice, colui che conosce bene un mestiere.

La sapienza biblica tradizionale non ha quindi la pretesa di essere frutto di una rivela zione divina, per questo è stata definita una sapienza laica. E i libri sapienziali non contengono racconti mitici e nemmeno sono opere filosofiche o speculative, come quelle dei grandi pensatori greci. Sono un distillato di sapere pratico e di riflessioni sulla realtà vissuta, non vi si trovano discorsi edificanti e tanto meno devote esortazioni. La sapienza non trasmette neppure un facile moralismo religioso, ma piuttosto richiede, e in termini molto esigenti dal punto di vista umano, di saper riflettere e prendere posizione nei confronti di insegnamenti a volte perfino tra loro contraddittori. Per questo il valore della sapienza è inestimabile.

Un esempio eloquente

La divisione del libro dei Proverbi in sette sezioni potrebbe richiamare la dichiarazione che apre il c. 9 «La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne» e alludere così al fatto che, chi legge i proverbi e i discorsi di ammonimento contenuti nel libro, accoglie l’invito della sapienza a farsi ospitare nella sua casa. Molto ci sarebbe da dire su indubbi tratti di misoginia presenti nel testo, ma non bisogna neppure dimenticare che, più ancora che nel testo, l’androcentrismo è stata una delle dominanti della storia della sua interpretazione. Da qui la forte diffidenza nei confronti soprattutto di un brano come l’elogio della donna forte (31, 10-31) che appariva come una vera e propria esaltazione della moglie ideale che vive solo in funzione del suo uomo e dei suoi figli. Il capitolo è intitolato Parole di Lemuèl, re di Massa, «che egli apprese da sua madre» e si deve quindi supporre che si tratti di insegnamenti che la madre di un re trasmette a suo figlio. Non stupisce che per lungo tempo anche il ritratto della donna forte che suggella il libro sia stato interpretato come una raccolta di suggerimenti della madre al futuro re perché scelga una sposa appropriata. A ben guardare, però, il poemetto si chiude chiamando in causa direttamente una tra le “molte figlie” e questo lascia lecitamente supporre che, se la prima parte del discorso della madre è rivolta al futuro re, l’ultima parte è invece l’elogio di una figlia che «ha compiuto cose eccellenti», a cui bisogna essere «riconoscenti per il frutto delle sue mani» e di cui va tessuta lode pubblica «alle porte della città». Ben lungi dall’essere l’elogio di una futura nuora da parte di una suocera illustre, dunque, il brano contiene gli insegnamenti funzionali all’ideale di educazione del principe Lemuèl e di una principessa, di cui non si dice il nome, ma che viene interpellata direttamente. Studi archeologici e storico-sociali hanno poi messo in luce che, all’epoca, le donne erano proprietarie terriere ed erano attive in tutti gli ambiti menzionati nel nostro testo, dal commercio alla produzione e alla vendita dei tessuti di lusso, ben lontane cioè dall’ideale casalingo che ne faceva le regine del focolare. Per non dire, infine, che i tessuti preziosi delle sue vesti (v. 22), il lino e la porpora, sono gli stessi che arredano l’arca che guida il popolo nel deserto o che vestono i sacerdoti del Tempio e che oltre a lei (v. 25), in tutta la Bibbia solo Yahweh veste di forza (Salmo 93, 1).
Descritta dunque con tratti caratteristici dell’epoca, la donna forte con cui l’autore del libro dei Proverbi suggella il suo scritto, è Donna-Sapienza, la personificazione della Sapienza di Dio. A lei deve legarsi il re, come mostra la straordinaria preghiera per ottenere la sapienza che, non a caso, viene attribuita a Salomone (Sapienza 9, 1-18). Non è la casalinga, ma colei che, costruita la sua casa, «ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: “Chi è inesperto venga qui!”. A chi è privo di senno ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (Proverbi 9, 3-6).

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Donna Sapienza fin dal principio di Marinella Perroni, Biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo

Pubblicato in Le parole delle donne

Decine di adesioni all'iniziativa della libreria Ubik. Ragazzi, disoccupati, volontari danno la disponibilità a intrattenere chi è solo.

Lei si chiama Samanta Romanese è ha avuto un’idea che sta facendo scuola e che sta contagiando con entusiasmo tante persone.

La donna ha una libreria a Trieste e ha deciso di dare una mano in questo momento così difficile a chi vive solo e quindi di leggere libri al telefono a chi ne fa richiesta.

Da quando è partita l’iniziativa, il telefono della libreria Ubik a Trieste suona incessantemente e la casella mail è intasata.

Le adesioni sono tante, non sono solo le prenotazioni degli anziani soli che vogliono essere letti una storia, ma anche sono tanti i volontari che sono entusiasti di dare una mano e affiancare la libraia che con una voce calda e suadente racconta le storie al telefono a chi è solo.

Visto che ci sono tante persone che hanno aderito all’idea, si punta ad accoppiare lo stesso volontario all’utente, almeno a giorni alterni per 20 minuti, per creare un rapporto con la persona, non solo essere una voce narrante.

L’iniziativa è partita da un paio di giorni, ma sui social spopola e speriamo che presto faccia proseliti e che l’idea venga applicata anche da altre librerie.

Tra i volontari c’è anche chi ha perso il lavoro e vuole sentirsi utile o chi è uscito da una malattia o una quarantena e quindi conosce bene il peso della solitudine.

L’iniziativa ovviamente è gratuita. La libreria offre ai volontari i libri da leggere. E si stanno contattando anziani, case di riposo, parrocchie e assistenza sociale.

Consigli per le letture? Qualcosa che faccia bene al cuore e che dia leggerezza e speranza, dicono i volontari.

Insomma, la solidarietà il desiderio di offrire il proprio tempo potrebbe diventare più contagioso del Covid.

Ce lo auguriamo tutti.

Da "www.r101.it" La libraia che legge storie al telefono per chi si sente solo

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 17 Agosto 2020 00:00

Sempre più donne nei dicasteri chiave

Bergoglio accelera il processo di valorizzazione femminile nelle gerarchie ecclesiastiche. Ieri sei laiche sono state nominate nel Consiglio per l’Economia.

Nei Sacri Palazzi vaticani sono aumentate le donne impiegate, soprattutto ai piani alti. Non era mai capitato nella bimillenaria storia di Santa Romana Chiesa. La mattina di Capodanno papa Francesco, un po’ a sorpresa, aveva scandito: la donna «va pienamente associata ai processi decisionali». Sembrava solo un inciso della prima omelia del 2020, si sta rivelando un programma, che ieri ha registrato un nuovo capitolo con la nomina nel Consiglio per l'Economia di sei laiche, scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza. Sono le tedesche Charlotte Kreuter-Kirchhof e Marija Kolak; le spagnole Eva Castillo Sanz e María Concepción Osákar Garaicoechea; le britanniche Leslie Jane Ferrar (in passato Tesoriere di Carlo, Principe di Galles) e Ruth Maria Kelly. L'unico ingresso maschile tra i laici è di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni (ed ex Generali). Bergoglio sta accelerando il processo - lungo, complesso e spesso controverso - di valorizzazione delle donne nelle gerarchie ecclesiastiche.

La presenza femminile nel personale a servizio del Pontefice e della Santa Sede negli ultimi dieci anni è cresciuta sia in numero assoluto che in percentuale. Ma a imprimere una sterzata è il recente incremento in ruoli di rilievo. Nel 2010, con Benedetto XVI, erano impiegate in Vaticano 4.053 persone, di cui 697 donne, circa il 17%. Nel 2019 invece, la Santa Sede e la Città del Vaticano assommavano insieme 4.618 dipendenti, di cui il 22% (1.016) donne. Un dato sottolineato dal sito Vatican News riguarda «l’aumento del numero di occupate presso la Santa Sede, cioè la Curia romana con tutte le sue entità che aiutano il Papa nell'amministrazione della Chiesa universale». Nel 2010 erano 385, nel 2019 649, «per cui la loro quota è passata dal 17,6 a più del 24%». Meno avanzata resta la situazione nell’apparato statale vaticano, dove la crescita è più lenta e interessa soprattutto le posizioni meno qualificate. Con un'eccezione d’impatto: dal 2016 Barbara Jatta è direttrice dei Musei Vaticani.

Per quanto riguarda la Curia, il livello più alto raggiunto è di sottosegretario, che generalmente occupa il terzo posto nell’ordine gerarchico, dopo i prefetti o presidenti, e i segretari. Francesco ha raddoppiato le sottosegretarie, da due a quattro. Su un totale di ventiquattro, cioè una su sei. E a gennaio, pochi giorni dopo il «proclama» di Capodanno, la scelta più importante: Francesca Di Giovanni è diventata sottosegretario nella Sezione per i Rapporti con gli Stati, nel centro nevralgico del Vaticano. Mai una donna aveva ricevuto un incarico così apicale Oltretevere, a maggior ragione in Segreteria di Stato e nell’ambito della diplomazia. Questa sua mansione la colloca al disopra di alcuni vescovi, in particolare dei nunzi. Una svolta storica.

Mentre all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ci sono Gabriella Gambino e Linda Ghisoni. Entrambe sono madri di famiglia, un'altra novità a questi livelli. La religiosa spagnola Carmen Ros Nortes lavora invece alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata.

Anche nel Dicastero per la Comunicazione ci sono signore leader. La slovena Natasa Govekar è direttore del dipartimento teologico-pastorale; la brasiliana Cristiane Murray è vicedirettrice della Sala stampa. Claudia Di Giovanni dirige la Filmoteca vaticana. A Radio Vaticana il capo della redazione francese è Helene Destombes. Il desk italiano è guidato da Gabriella Ceraso. Dell’inglese si occupa suor Bernadette Reis. Mentre la responsabile del programma giapponese è Hiroe Yamamoto.

E ancora. Papa Francesco ha da poco chiamato nel consiglio direttivo dell'Autorità di Informazione finanziaria (Aif), l’ente anti-riciclaggio, Antonella Sciarrone Alibrandi, pro-rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E l’altra fresca promozione papale è a capo ufficio della Biblioteca apostolica: Raffaella Vincenti.

Spicca poi suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica, nominata dal Papa nel 2019 consigliere di Stato. Ecco anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il più grande in Europa: dal 2015 è diretto da Mariella Enoc.

Punto di riferimento intellettuale per chi lavora a un cambio di passo femminile nelle Sacre Stanze è “donne chiesa mondo”, la rivista dell’Osservatore Romano diretta da Rita Pinci. Fanno parte del comitato di direzione Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello, Amy-Jill Levine, Elena Buia Rutt, Silvia Guidi, Giulia Galeotti, Carola Susani, Valeria Pendenza, Silvina Pérez e Marta Rodríguez Díaz. L’inserto non risparmia denunce e stoccate contro lo strapotere maschile. «Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un Sinodo composto di sole donne che prendano decisioni anche per loro? Credo di no», vi sostiene per esempio la storica e teologa Adriana Valerio. «Le donne, al contrario, da secoli subiscono l’esclusione istituzionale da tutti gli organi di governo della Chiesa». Ma a distanza di poche pagine Romilda Ferrauto riconosce che «la presenza in posti chiave sembra destinata ad affermarsi». Anche se a oggi nessuna «occupa ancora la carica di Prefetto. Però non è vietato sperare poiché dal 2018, per la prima volta, un laico, uomo, porta il titolo di Prefetto in Vaticano (Paolo Ruffini, Comunicazione, ndr)».

«Chissà, forse quel giorno non è più così lontano», sospira una suora.


Da "https://www.lastampa.it/" Sempre più donne nei dicasteri chiave. La rivoluzione rosa di Papa Francesco di DOMENICO AGASSO JR

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 17 Agosto 2020 00:00

Sempre più donne nei dicasteri chiave

Bergoglio accelera il processo di valorizzazione femminile nelle gerarchie ecclesiastiche. Ieri sei laiche sono state nominate nel Consiglio per l’Economia.

Nei Sacri Palazzi vaticani sono aumentate le donne impiegate, soprattutto ai piani alti. Non era mai capitato nella bimillenaria storia di Santa Romana Chiesa. La mattina di Capodanno papa Francesco, un po’ a sorpresa, aveva scandito: la donna «va pienamente associata ai processi decisionali». Sembrava solo un inciso della prima omelia del 2020, si sta rivelando un programma, che ieri ha registrato un nuovo capitolo con la nomina nel Consiglio per l'Economia di sei laiche, scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza. Sono le tedesche Charlotte Kreuter-Kirchhof e Marija Kolak; le spagnole Eva Castillo Sanz e María Concepción Osákar Garaicoechea; le britanniche Leslie Jane Ferrar (in passato Tesoriere di Carlo, Principe di Galles) e Ruth Maria Kelly. L'unico ingresso maschile tra i laici è di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni (ed ex Generali). Bergoglio sta accelerando il processo - lungo, complesso e spesso controverso - di valorizzazione delle donne nelle gerarchie ecclesiastiche.

La presenza femminile nel personale a servizio del Pontefice e della Santa Sede negli ultimi dieci anni è cresciuta sia in numero assoluto che in percentuale. Ma a imprimere una sterzata è il recente incremento in ruoli di rilievo. Nel 2010, con Benedetto XVI, erano impiegate in Vaticano 4.053 persone, di cui 697 donne, circa il 17%. Nel 2019 invece, la Santa Sede e la Città del Vaticano assommavano insieme 4.618 dipendenti, di cui il 22% (1.016) donne. Un dato sottolineato dal sito Vatican News riguarda «l’aumento del numero di occupate presso la Santa Sede, cioè la Curia romana con tutte le sue entità che aiutano il Papa nell'amministrazione della Chiesa universale». Nel 2010 erano 385, nel 2019 649, «per cui la loro quota è passata dal 17,6 a più del 24%». Meno avanzata resta la situazione nell’apparato statale vaticano, dove la crescita è più lenta e interessa soprattutto le posizioni meno qualificate. Con un'eccezione d’impatto: dal 2016 Barbara Jatta è direttrice dei Musei Vaticani.

Per quanto riguarda la Curia, il livello più alto raggiunto è di sottosegretario, che generalmente occupa il terzo posto nell’ordine gerarchico, dopo i prefetti o presidenti, e i segretari. Francesco ha raddoppiato le sottosegretarie, da due a quattro. Su un totale di ventiquattro, cioè una su sei. E a gennaio, pochi giorni dopo il «proclama» di Capodanno, la scelta più importante: Francesca Di Giovanni è diventata sottosegretario nella Sezione per i Rapporti con gli Stati, nel centro nevralgico del Vaticano. Mai una donna aveva ricevuto un incarico così apicale Oltretevere, a maggior ragione in Segreteria di Stato e nell’ambito della diplomazia. Questa sua mansione la colloca al disopra di alcuni vescovi, in particolare dei nunzi. Una svolta storica.

Mentre all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ci sono Gabriella Gambino e Linda Ghisoni. Entrambe sono madri di famiglia, un'altra novità a questi livelli. La religiosa spagnola Carmen Ros Nortes lavora invece alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata.

Anche nel Dicastero per la Comunicazione ci sono signore leader. La slovena Natasa Govekar è direttore del dipartimento teologico-pastorale; la brasiliana Cristiane Murray è vicedirettrice della Sala stampa. Claudia Di Giovanni dirige la Filmoteca vaticana. A Radio Vaticana il capo della redazione francese è Helene Destombes. Il desk italiano è guidato da Gabriella Ceraso. Dell’inglese si occupa suor Bernadette Reis. Mentre la responsabile del programma giapponese è Hiroe Yamamoto.

E ancora. Papa Francesco ha da poco chiamato nel consiglio direttivo dell'Autorità di Informazione finanziaria (Aif), l’ente anti-riciclaggio, Antonella Sciarrone Alibrandi, pro-rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E l’altra fresca promozione papale è a capo ufficio della Biblioteca apostolica: Raffaella Vincenti.

Spicca poi suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica, nominata dal Papa nel 2019 consigliere di Stato. Ecco anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il più grande in Europa: dal 2015 è diretto da Mariella Enoc.

Punto di riferimento intellettuale per chi lavora a un cambio di passo femminile nelle Sacre Stanze è “donne chiesa mondo”, la rivista dell’Osservatore Romano diretta da Rita Pinci. Fanno parte del comitato di direzione Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello, Amy-Jill Levine, Elena Buia Rutt, Silvia Guidi, Giulia Galeotti, Carola Susani, Valeria Pendenza, Silvina Pérez e Marta Rodríguez Díaz. L’inserto non risparmia denunce e stoccate contro lo strapotere maschile. «Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un Sinodo composto di sole donne che prendano decisioni anche per loro? Credo di no», vi sostiene per esempio la storica e teologa Adriana Valerio. «Le donne, al contrario, da secoli subiscono l’esclusione istituzionale da tutti gli organi di governo della Chiesa». Ma a distanza di poche pagine Romilda Ferrauto riconosce che «la presenza in posti chiave sembra destinata ad affermarsi». Anche se a oggi nessuna «occupa ancora la carica di Prefetto. Però non è vietato sperare poiché dal 2018, per la prima volta, un laico, uomo, porta il titolo di Prefetto in Vaticano (Paolo Ruffini, Comunicazione, ndr)».

«Chissà, forse quel giorno non è più così lontano», sospira una suora.


Da "https://www.lastampa.it/" Sempre più donne nei dicasteri chiave. La rivoluzione rosa di Papa Francesco di DOMENICO AGASSO JR

Pubblicato in Le parole delle donne

In tutto il mondo una delle prime cause di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio compiuto spesso da persone conosciute, in particolare mariti, compagni, partner o ex partner. E l’Italia non fa eccezione: l’omicidio è la violenza più grave di una serie di violenze che molte donne subiscono durante la loro esistenza. Secondo l’Istat, nel paese una donna su tre ha subìto qualche forma di violenza nel corso della sua vita, specialmente in famiglia. Questo vuol dire che in Italia poco meno di sette milioni di donne tra i sedici e i settant’anni hanno subìto violenza fisica (20,2 per cento) o sessuale (21 per cento); dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro (5,4 per cento).

Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o gli ex partner (62,7 per cento). Gli sconosciuti invece nella maggior parte dei casi commettono molestie sessuali (76,8 per cento). La violenza di genere è un fenomeno strutturale e diffuso, ma ancora in gran parte sommerso. Sempre secondo l’Istat, solo il 12 per cento delle violenze è denunciato. Anche per questo dal 2017 in Italia è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio che ha l’obiettivo di studiare quali sono i meccanismi che legittimano e alimentano la violenza sulle donne e di elaborare strategie e politiche per contrastarla. Ancora è difficile, infatti, anche solo raccogliere dati e statistiche sui femminicidi e su tutti i tipi di violenze di genere.

Pochi dati
“Le fonti attualmente esistenti sono fonti plurime, frammentarie, carenti e perfino non definite univocamente. Le fonti di tipo amministrativo, in ambito sanitario, giuridico, sociale, non sono ancora adeguate”, ha spiegato la direttrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini, parlando nel 2019 davanti alla commissione parlamentare sui femminicidi.

Dalla relazione finale della commissione parlamentare del 2017 emergono alcune tendenze: nonostante negli ultimi anni sia più diffusa la consapevolezza generale dell’esistenza della violenza contro le donne, risulta che la violenza tra il 2006 e il 2014 sia diminuita. In cinque anni l’incidenza della violenza è passata dal 17,1 per cento all’11,9 per cento nel caso di ex partner, dal 5,3 per cento al 2,4 per cento nel caso di partner attuale e dal 26,5 per cento al 22 per cento da sconosciuti.

Sono in calo le forme meno gravi della violenza, ma accanto a questo andamento positivo ne emergono altri due negativi: la diminuzione generale degli episodi violenti non arriva a intaccare la violenza nelle sue forme più gravi (stupri, tentati stupri e femminicidi) e, inoltre, aumenta la gravità delle violenze subite. Infatti risulta che le aggressioni che hanno causato ferite aumentano addirittura dal 26,3 per cento al 40,2 per cento (se commesse da partner). Il numero di donne che hanno temuto per la propria vita raddoppia, passando dal 18,8 per cento del 2006 al 34,5 per cento del 2014.

Anche le violenze commesse da sconosciuti o da persone con cui non si è legate da relazioni affettive sono più gravi. In sostanza, sebbene la violenza nel complesso sia diminuita, non solo non se ne intaccano le forme più gravi, ma la sua intensità aumenta. C’è in generale una maggiore consapevolezza delle donne, che ne parlano più spesso con qualcuno e si rivolgono di più ai centri antiviolenza, agli sportelli o ai servizi contro la violenza sulle donne (dal 2,4 per cento al 4,9 per cento). Inoltre, nonostante si continui a denunciare poco, si denuncia più che nel passato (dall’11,8 per cento rilevato dai dati del 2017 contro il 6,7 per cento del 2006).

“Emerge una maggiore consapevolezza delle donne nei confronti del fenomeno. Il fatto che diminuisca la violenza meno grave, soprattutto tra le giovani, può voler dire che le donne riescono a interrompere la relazione prima che si avvii l’escalation”, ha spiegato Sabbadini. “Però, maggiore consapevolezza e ricerca di autonomia e libertà femminile possono aver scatenato una reazione maschile più aggressiva da parte di quegli uomini con un comportamento ispirato a desiderio di dominio e di possesso”, sottolinea l’esperta. In molti uomini intervistati dall’Istat resiste una cultura radicata della violenza: “L’8,7 per cento dei giovani maschi ritiene accettabile rinchiudere la donna in casa o controllarla nelle sue uscite e telefonate, il 9,2 per cento ritiene che in alcune circostanze sia accettabile qualsiasi imposizione di coinvolgimento in rapporti sessuali senza consenso, dentro e fuori la coppia”.

Senza definizione univoca
Il tasso di femminicidi in Italia oscilla intorno allo 0,5 per centomila donne, pari a meno della metà di quello medio di Europa e Nordamerica. Gli Stati Uniti presentano un valore quadruplo di quello italiano, insieme a paesi come Lettonia, Estonia, Lituania. Il Canada, la Finlandia e la Germania registrano un valore doppio, la Grecia, la Spagna e il Portogallo invece hanno un valore simile a quello italiano.

Poiché la legislazione italiana ancora non contempla una definizione univoca di femminicidio, inteso come omicidio nel quale una donna viene uccisa in quanto tale, il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, adottato nel luglio 2015, ha previsto la realizzazione di un sistema integrato di raccolta ed elaborazione dati, che tuttavia stenta ancora a essere realizzato.

Infatti il numero di femminicidi accertati cambia a seconda dei criteri di classificazione seguiti e dagli enti che li rilevano (polizia, carabinieri, autorità sanitarie, ong), in particolare i dati forniti dalle forze dell’ordine si riferiscono in generale a tutti gli omicidi con vittime di sesso femminile e non solo a quelli in cui il movente del reato è costituito dal genere della persona uccisa. In ogni caso, i dati statistici mostrano una certa stabilità. Gli omicidi di donne sono più di un quarto degli omicidi complessivi.


La distribuzione territoriale è sostanzialmente omogenea, con percentuali più alte, in termini assoluti, in regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Campania. Mentre in termini relativi (cioè in rapporto alla popolazione femminile residente) si registrano numeri più alti in Umbria, in Calabria e in Campania.

Le leggi contro la violenza
Il codice penale italiano è del 1930 (scritto da Alfredo Rocco, ministro della giustizia nel governo Mussolini) e riflette una concezione autoritaria del rapporto tra lo stato e i cittadini e un’impostazione basata sulla subalternità delle donne rispetto agli uomini. Nel corso del tempo si è cercato di adeguare il codice penale grazie a lunghe battaglie e rivendicazioni, con norme che tenessero conto delle sentenze della corte costituzionale e con leggi che rispondessero di più ai cambiamenti e alle rivendicazioni sociali e infine che adeguassero il codice agli obblighi internazionali come l’adesione alla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, approvata dal Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011. In particolare, in Italia c’è stata molta produzione legislativa su questo tema tra il 2009 e il 2015.

I primi interventi di correzione al codice Rocco in tema di violenza di genere sono stati fatti dalla corte costituzionale con le sentenze numero 126 del 19 dicembre 1968 e numero 147 del 3 dicembre 1969. La corte dichiarava illegittimi gli articoli 559 e 560 del codice penale in tema di adulterio e concubinato, affermando che questi articoli recavano “l’impronta di un’epoca nella quale la donna non godeva della stessa posizione sociale dell’uomo e vedeva riflessa la sua situazione di netta inferiorità nella disciplina dei diritti e doveri coniugali”.

Il codice infatti prevedeva che l’adulterio fosse sanzionabile solo se compiuto dalla moglie, mentre il marito poteva incorrere in sanzione solo se avesse accolto la “concubina” nella casa familiare oppure l’avesse collocata in un altro luogo noto. Con una legge del 1981 sono state finalmente abrogate le norme sul “matrimonio riparatore” e sul “delitto d’onore”.

Il “matrimonio riparatore” estingueva i reati sessuali compiuti contro una donna e il “delitto d’onore” (articolo 587 del codice penale) prevedeva un’attenuazione della pena per gli omicidi di donne compiuti da fratelli, padri o mariti, se la motivazione addotta fosse la scoperta della “illegittima relazione carnale ” o lo “stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia”. In tal caso, la sanzione poteva andare da tre a sette anni di carcere a fronte di una pena da ventiquattro a trent’anni nelle ipotesi comuni di uxoricidio.

In particolare nel 2013 è stata approvata quella che i mezzi d’informazione chiamano “legge sul femminicidio”, la numero 119 del 15 ottobre 2013, in attuazione della convenzione di Istanbul. Con questa legge è stato modificato il quadro normativo, con interventi sulle singole fattispecie di reato, con l’introduzione di nuove aggravanti e con la previsione di nuove misure coercitive per l’aggressore. Infine sono state concepite alcune norme per l’assistenza e la protezione delle vittime della violenza di genere.

Innanzitutto, prendendo atto del fatto che sono numerosissime le donne a denunciare lo stalking commesso da uomini, la legge prevede un’apposita aggravante per questo reato nel caso in cui la vittima sia una donna in stato di gravidanza, oppure se l’aggressore è il coniuge (anche separato o divorziato), cioè qualcuno con cui la donna è stata legata da relazione affettiva, anche senza convivenza.


La legge prevede inoltre la possibilità per la polizia di disporre, con l’autorizzazione del magistrato, l’allontanamento da casa dell’aggressore con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, qualora sussistano timori di reiterazione del reato e di pericolo per le persone offese. Nel 2019 il parlamento è intervenuto nuovamente sul tema, adottando altre misure per contrastare la violenza di genere con la cosiddetta legge sul codice rosso. La norma ha introdotto una particolare procedura d’urgenza per tutti i delitti di violenza domestica, di stalking e, più in generale, di abusi e maltrattamenti familiari.

Senza servizi
Il 13 gennaio 2020 il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa per la lotta contro la violenza nei confronti delle donne (Grevio) ha pubblicato il primo rapporto di valutazione sull’attuazione della convenzione di Istanbul in Italia. Nello studio il gruppo esorta le autorità italiane ad adottare misure più efficaci per proteggere le donne dalla violenza, pur accogliendo con favore l’adozione di nuove leggi innovative da parte del paese in particolare in materia di stalking, congedi speciali retribuiti per le lavoratrici vittime di violenza di genere e sostegno agli orfani delle vittime. Il rapporto indica, tuttavia, che molto resta ancora da fare.

Trenta associazioni italiane che si occupano di violenza sulle donne in contemporanea hanno stilato un rapporto alternativo che hanno trasmesso al Consiglio d’Europa, in cui fanno emergere le difficoltà principali nel contrasto alla violenza sulle donne: la distanza tra le norme adottate e la loro applicazione in concreto, l’applicazione disomogenea delle norme sul territorio nazionale, la mancanza strutturale di finanziamenti e di servizi per la prevenzione del fenomeno e per la protezione delle vittime come la presenza dei centri antiviolenza e delle case rifugio.

Da "https://www.internazionale.it/" A che punto è la lotta ai femminicidi in Italia di Annalisa Camilli

Pubblicato in Le parole delle donne

Il confronto con le istanze delle donne è una sfida a cui la Chiesa, come tutte le altre istituzioni, non si può più sottrarre, ma si tratta di una sfida quanto mai tentacolare, che chiede coraggio profetico, ma anche lucidità teologica. Chiama infatti in causa sia l’impianto dottrinale che la prassi pastorale della chiesa cattolico-romana. Ma chiede anche consapevolezza storica di sé e della propria identità e, soprattutto, volontà politica: la Chiesa è stata in grado di vivere (e non solo sopravvivere) per due millenni perché ha saputo, sia pure con grande lentezza, intercettare i segni dei tempi e leggerli alla luce del vangelo di Gesù di Nazareth, della sua persona e della sua predicazione, riconoscendo valore salvifico universale alla sua morte e rischiando la propria credibilità sulla fede nella sua risurrezione. Per dirla evocando una splendida espressione di Luis Sepúlveda: la Chiesa ha saputo rispettare solo il limite dell’orizzonte e mai e poi mai una frontiera. È, in fondo, la prospettiva della solenne finale del vangelo di Matteo (28,16-20).

Una spina nel fianco
Un pontificato, d’altro canto, appartiene alla cronaca, ma al contempo appartiene alla storia e valutarlo con lenti multifocali non è facile. Bisogna accettare che qualsiasi giudizio possa essere miope o presbite, ottuso o lungimirante. Credo però che, al netto di tutto questo, per la Chiesa di Francesco le donne continuino a essere una spina nel fianco. Non solo per lui, ma per tutto l’apparato in cui a governare sono anziani signori che sostengono a spada tratta che la verità immutabile ed eterna di Dio coincide con l’uso di dare la comunione sulla lingua oppure con la difesa della pena di morte, come ha dichiarato l’ex Nunzio Carlo M. Viganò in una recente intervista a un giornale portoghese, che dovremmo rileggere ogni tanto per non perdere di vista la situazione in cui ci troviamo dato che, ne sono convinta, molta parte della gerarchia cattolica la condivide. Da 150 anni le donne rappresentano l’elemento di rottura dell’ordine costituito, non solo di quello sociale, cioè il patriarcato, ma di quello ideologico, cioè l’androcentrismo. Di un ordine che per molti secoli si è ritenuto voluto da Dio stesso e nel quale la distribuzione del potere avveniva non soltanto per censo o per classe ma, addirittura, per sesso.

L’attenzione alle ingiustizie e allo sfruttamento
La posizione di Francesco nei confronti delle donne e, soprattutto, nei confronti del loro pensiero e delle loro pratiche che interpellano anche la Chiesa perché stanno così profondamente cambiando la cultura di tutti i paesi del mondo, non è del tutto facile da interpretare.

Le istanze delle donne rispetto alla vita ecclesiale impongono infatti di assumere un punto di vista sistemico. Chiamano in causa l’antropologia teologica, la teologia biblica e quella sistematica per non parlare della teologia morale e di quella pastorale, discipline che più di altre obbligano a fare i conti con la concretezza della vita e della storia.

Sono conti che Francesco sa fare molto bene quando si tratta di guardare alle ingiustizie di cui le donne sono costrette a pagare il prezzo più alto soprattutto al di fuori della Chiesa. Come non apprezzare la forza con cui ha denunciato – e non solo una volta – la violenza sulle donne? Ora che la forzata reclusione tra le mura domestiche a causa dell’emergenza virus ha reso ancora più drammatica la situazione di molte donne che, con i loro figli, sono rese oggetto di sopraffazione fisica e psicologica,

Francesco ha preso posizione con forza il lunedì dell’Angelo, dopo la preghiera del Regina coeli, dicendo che sono sottoposte a «una convivenza di cui portano un peso troppo grande». Ma lo aveva detto anche in altri momenti e in diversi paesi del mondo, riconoscendo così che non si tratta di situazioni congiunturali, ma piuttosto di una piaga che può affettare le famiglie in modo strutturale, che dilaga e che culmina spesso nel femminicidio.

Come non si è mai stancato di insistere sullo sfruttamento delle donne in tutti gli ambiti lavorativi compresi perfino quelli ecclesiastici, dichiarando apertamente che troppo spesso è dato per scontato che tante suore vivano una sorta di schiavitù (servidumbre). Né si può dimenticare l’attenzione che ha rivolto al dramma degli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle religiose.

I suoi detrattori clericali continuano ad accusare Francesco di adulterare la vera dottrina con la sociologia e danno così prova, oltre che di tipica “arroganza di stato”, anche di ignoranza teologica.

Per le donne, infine, il coraggio che Francesco mostra ogni volta che attacca il clericalismo – e lo affronta ben sapendo che è un’idra a sette teste ma, proprio per questo, è la vera grande malattia che si annida e corrode ogni religione – è motivo di speranza oltre che di gratitudine perché è parola profetica che pone la scure alla radice degli alberi (cfr. Lc 3,9). Francesco sa molto bene, però, che non spetta al profeta recidere gli alberi e guarda, con deciso spirito ignaziano, alla sorte del Maestro e Signore perché «è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!» (Mt 10,25).

Esaltare per escludere
Non sarebbe giusto però tralasciare di osservare quante volte le parole di Francesco hanno fatto l’effetto di un freno tirato in una macchina in corsa. Fin dall’inizio ha imboccato la pericolosa scorciatoia di quel “principio mariano-petrino” che modella l’ecclesiologia sul patriarcato, esalta il femminile, ma per escluderlo da ogni esercizio di autorità. Purtroppo, come i suoi predecessori, anche Francesco fa fatica a liberarsi da una costrizione del maschile-femminile dentro uno schematismo che non è meno asfittico e pericoloso quando se ne stabiliscono Pietro e Maria come figure simboliche di riferimento e si riserva, a Pietro, il ministero dell’autorità e a Maria il carisma dell’amore.

Un’impressione di fondo che si è andata chiarificando sempre più nel corso di questi sette anni di pontificato: quando si riferisce ai soprusi che vengono perpetrati contro le donne nella società civile, Francesco tiene con coraggio la barra dritta e sa molto bene che oggi la lotta per la giustizia vede in primo piano i diritti delle donne ma, quando guarda alla Chiesa, il suo passo si fa più incerto e le sue scelte contraddittorie.

Sappiamo bene infatti che non ha difficoltà a inserire, sia pure con grandissima cautela e, di conseguenza, con un’efficacia molto contenuta, alcune donne in ruoli di curia fino a oggi assoluto appannaggio di chierici, ma quando si tratta di affrontare uno dei grandi problemi della Chiesa cattolico-romana, quello dell’attuazione dell’ecclesiologia della costituzione conciliare Lumen gentium, Francesco si ritrae. Allarmato, si dice, dalla minaccia di scisma che, a ogni pie’ sospinto, gli lanciano i suoi nemici. Non però, evidentemente, dallo scisma silenzioso che, progressivamente, erode il popolo di Dio, in modo tutto particolare per quanto riguarda le donne.

Alcuni chiavistelli ecclesiali
Che dire dell’ecclesiologia tracciata nell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia (nn. 61-110) che, dopo l’ampio respiro dei primi tre sogni – sociale, culturale e ecologico – fa ripiombare la chiesa amazzonica e la Chiesa universale nell’incubo delle scorie di una chiesa pre-conciliare e che ha ricevuto, sì, il plauso dell’ex-Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, ma ha anche registrato lo sgomento di donne e uomini di fede che giocano la loro vita nell’appartenenza ecclesiale?

E, come se non bastasse, a quei chiavistelli ecclesiali di Querida Amazonia che bloccano alle donne ogni accesso al riconoscimento di quanto già svolgono, cioè il ministero diaconale, si è aggiunto l’avallo alle scelte della Congregazione per la dottrina della fede riguardo alla nuova commissione di studio per il diaconato femminile. Francesco non può non sapere che non c’è più nulla da studiare e, viste le persone scelte per la commissione, è difficile non avere il sospetto che l’intenzione reale sia quella di confondere quanto già è stato studiato e chiarito.

Mi diceva sconsolato uno dei membri della commissione precedente: così seppelliamo tutto per altri trecento anni! D’altra parte, non solo noi teologhe, ma anche stimati teologi abbiamo provato a dirlo in tutti i modi: il diaconato femminile non deve esistere, il diaconato, come il battesimo, è uno solo e a esso dovrebbero aver accesso sia uomini che donne. Molto ci sarebbe ancora da dire. Forse è vero che la Chiesa, anche quella di Francesco, non è pronta al salto che l’attuale consapevolezza delle donne ha chiesto a tutte le istituzioni. La domanda però si impone: è forse pronta a questa paralisi che la depaupera giorno dopo giorno dell’energia di “pietre vive” e la riempie di detriti?

Marinella Perroni
Professore emerito di NT al Pontificio Istituto sant’Anselmo di Roma.

Da "https://www.viandanti.org/" ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO LA SFIDA DELLE DONNE di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne

C’è questo abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre, un gesto che nel bel mezzo della pandemia riporta un intero paese, ormai abituato al distanziamento sociale, alla decenza di un abbraccio, alla necessità che i corpi si tocchino, all’insostituibilità dell’incastro del collo nel collo, all’esperienza imprescindibile che sono gli altri e la loro fisicità nella vita di ciascuno. Così in quell’abbraccio un intero paese, collegato in diretta tv, ritorna al mondo e si sente consolato, confortato. È la prima vera buona notizia dopo due mesi di spaesamento per la peggiore crisi sanitaria di quest’epoca. Fine.

Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. Avremmo dovuto ricordare la lezione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, quando ci chiede di non usare i cliché ogni volta che vediamo qualcuno soffrire, di non “dare mai un noi per scontato quando si parla del dolore degli altri”. Invece l’arrivo di Silvia Romano a Ciampino più che una liberazione è stata una gogna. Dopo essere stata di fatto dimenticata per mesi dai mezzi d’informazione, dalla politica e dall’opinione pubblica (se non con rare eccezioni come gli appelli di Giuseppe Civati sui social network), la ragazza, il suo corpo, il suo sorriso, il modo in cui è vestita sono improvvisamente scandagliati e fatti a pezzi dallo sguardo feroce dei commentatori che la colpevolizzano, la criminalizzano ben prima di sapere cosa le sia successo e senza nessun riguardo per la violenza che ha vissuto.

Le vere domande
Le prime a non avere il pudore del silenzio sono le autorità, che si mettono in bella mostra davanti alle telecamere al momento dell’arrivo. Di Maio indossa una mascherina con il tricolore, Conte diffonde le foto del suo colloquio con la ragazza dopo l’atterraggio. Tutti vogliono alzare una bandiera su quella buona notizia. La questione diventa anche politica: perché è stato pagato il riscatto? Si tratta con i terroristi? Qualcuno scambia il sequestro di Silvia Romano con il caso Moro. Le vere domande avrebbero dovuto essere altre: perché la ragazza è stata sequestrata? Quali sono le responsabilità dell’organizzazione per cui lavorava come volontaria? Che cosa è successo in questi 18 mesi? Chi sono i rapitori? Qual è stato il ruolo dell’intelligence turca? A chi sono andati i soldi del riscatto?

Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam. Daniele Raineri sul Foglio ha spiegato quanto tutte le informazioni che un ostaggio fornisce al momento della sua liberazione debbano rimanere riservate per lungo tempo, innanzitutto e perlopiù per ragioni di sicurezza. Inoltre, come ha scritto Ida Dominijanni, c’è “una strana idea di come una donna possa tornare da un sequestro di diciotto mesi. Non è esattamente come tornare da un viaggio di piacere. Si può anche essere sotto trauma pesante e si ha il diritto di essere lasciate a elaborarlo in pace”.

Rimane lo sbigottimento per la valanga d’illazioni e insulti che hanno colpito Silvia Romano al momento del suo arrivo. In un paese cattolico come il nostro, dove le chiese riaprono prima delle scuole in nome della libertà di culto, si stenta a credere che si possa criticare la scelta di una donna di convertirsi all’islam, dopo essere stata nelle mani di un gruppo di terroristi e che ha raccontato di aver letto il Corano per 18 mesi. Eppure l’abito, il jilbab verde (che non è un abito tradizionale somalo, come ha spiegato Igiaba Scego), con cui Silvia Romano scende dall’aereo turba i commentatori italiani di tutte le provenienze: quelli di destra e di estrema destra, ma anche i moderati e i progressisti.

Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia. Si confonde l’islam con i terroristi islamici, si mette in discussione che la scelta di Romano sia stata libera, la si accusa di essere “un’ingrata” e di indossare la “divisa” del nemico. I più benevoli le contestano di essersi fatta strumentalizzare e di aver indossato la bandiera dei suoi aguzzini, cioè di aver veicolato senza saperlo il messaggio di propaganda di Al Shabaab.

Nessuno si chiede quale sia stato il ruolo dei mezzi d’informazione invece nell’esaltare quel messaggio di propaganda. Ancora di più infastidisce il fatto che pur essendo una vittima, quella donna non mostri le sue ferite, non indugi sullo stereotipo della vittima, non pianga, non si lamenti e non mostri il dolore che ha provato, anzi si presenti in pubblico con un sorriso, lo stesso che si vedeva in alcune vecchie foto prima del rapimento.

Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata”. I centri antiviolenza di tutto il mondo raccolgono ogni giorno i racconti di donne che hanno denunciato di essere state stuprate e non sono state credute, perché erano truccate o vestite bene, o perché non piangevano.

Da "https://www.internazionale.it/" Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio di Annalisa Camilli

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 27 Marzo 2020 00:00

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea
Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»
Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti
Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.

Da "http://www.ilregno.it/" Senza presbitero no, senza popolo sì? di Simona Segoloni Ruta

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