Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

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Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro

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Venerdì, 24 Maggio 2019 00:00

Il pestilenziale laboratorio italiano

Ci sarebbe quasi da divertirsi, a seguire su base regolare il teatrino in cui Lega e M5S tentano disperatamente di accreditarsi agli occhi della plebe berciante come i salvatori della patria. Praticamente da quando questo governo è nato, l’obiettivo pressoché unico della sua cosiddetta azione è stato quello di arrivare alle elezioni europee di domenica prossima come momento dirimente per accelerare le elezioni politiche.

Un anno di nulla, quindi? Magari. In realtà, un anno di spesa pubblica e voti di scambio, zero investimenti, proclami da ubriachi al bar contro tutti i nemici esterni. Progressivamente, i punti di contatto sono stati sostituiti da uno stallo sfociato in paralisi. Oggi siamo al momento delle reciproche accuse: notevole, nei giorni scorsi, lo scambio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini: “dove sono i rimpatri?” versus “i morti sul lavoro sono in aumento, che pensi di fare?”.

Sino al momento dadaista “dal consiglio dei ministri non uscirà nulla che non abbia le coperture”, detto da chi sino a pochi mesi fa riteneva che “le coperture” fossero rappresentate dal deficit. Gli investimenti pubblici sono fermi, dopo che i nostri eroi si sono reciprocamente annullati invocando non meglio precisati “supercommissari”, e la paralisi è insorta anche per dilemmi del tipo “ma serve un solo commissario o uno per ogni grande opera?”. Su Alitalia, meglio tacere. Sulla Rai, meglio prendere un antiemetico.

Nel mezzo, i pensosi dibattiti sulle richieste di scorporare dal deficit proprio la spesa per investimenti, concetto notoriamente molto malleabile, in questo paese. In fondo, anche pensioni e reddito di cittadinanza sono investimenti su un futuro da falliti, no?

E questi sono i personaggi che puntano a condizionare l’Europa per cambiarla. Ripeto, ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Ci sarà ben poco tempo per rallegrarsi dell’avvenuta celebrazione delle elezioni europee. L’Italia, come spesso le accade, manderà al parlamento europeo una nutrita rappresentanza di falliti e trombati, incapaci di comprendere dove si trovino ma molto abili a stare davanti alle telecamere dei pollai televisivi, che poi sono quelli a cui devono la loro visibilità e le loro carriere.

La situazione non è ancora precipitata solo perché l’economia non si è ancora degradata al punto giusto per provocare la reazione dell’elettorato. Se (quando) accadrà, vedremo che faranno questi personaggi. Nel video con Michele Boldrin che vedete qui sotto, io ipotizzo che alla fine prevarrà la vigliaccheria e li vedremo fuggire. Come tuttavia accade in questo ridicolo paese, molti tra loro non saranno condannati alla damnatio memoriae ma manterranno una base di fedeli, pronti a riportarli alla superficie della rete fognaria del paese, dopo una pausa di decantazione e robuste dosi di vittimismo e cospirazionismo. Perché in nessuna altra parte del mondo come in Italia “si stava bene quando si stava male”. Da sempre.

Non ci sono tragedie, in Italia, ma solo farse. Si tratta della cifra culturale di questo paese, dopo tutto. Prendete Silvio Berlusconi, che ora se ne esce con l’idea geniale di essere la levatrice degli ossimorici sovranisti europeisti, o perbene, da aggregare al Partito Popolare europeo. E che nel frattempo ha già lanciato la candidatura a premier di Mario Draghi. Della serie “io sono un talent scout, più che un politico: mi occupo di casting”. E avanti così, sino a consunzione biologica.


La cosa più triste è che arriveremo al punto da sentire la mancanza di Berlusconi, esattamente come oggi in molti arrivano a sentire la mancanza dei Craxi, De Mita, Andreotti e De Michelis. C’è una selezione negativa della specie politica, in questo paese, una continua sfida a Darwin. Qualcosa vorrà pur dire. L’unica speranza è che la natura faccia il proprio corso. Fino ad allora, il resto d’Europa (e non solo) continuerà a vedere al centro della nostra bandiera questo stemma.


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Da "phastidio.net" Il pestilenziale laboratorio italiano

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Venerdì, 28 Dicembre 2018 00:00

Tagli al sociale

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano trova la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sulle società. Le parole del segretario della Cei

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano – il mondo del sociale e della beneficenza in particolare – trova un "regalo" poco gradito: la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sui redditi delle società.

La cancellazione della mini-Ires «agli enti non commerciali» rientra tra i molti tagli introdotti per recuperare risorse a favore del Reddito di cittadinanza e Quota 100 alle pensioni senza incorrere nella Procedura europea. La misura secondo le previsioni del governo dovrebbe fruttare 118 milioni.

L’Ires raddoppierà dal 12 al 24% per moltissime realtà considerate meritevoli da quasi mezzo secolo. Ad essere colpiti, come si era intuito ed è stato confermato dall'emendamento presentato dal governo, sono gli enti indicati nell’articolo 6 del Dpr 601 del 29 settembre 1973 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), dunque, tra gli altri: gli istituti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, gli istituti di istruzione e di studio, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, gli enti ecclesiastici, gli Istituti autonomi per le case popolari.

Non appena si è diffusa la notizia, qualche organo di stampa ha subito parlato di taglio delle agevolazioni alla Chiesa, in realtà i soggetti penalizzati tra chi interviene a favore dei poveri e dei più deboli o chi opera nella cultura e nell’assistenza sono moltissimi, alcuni legati al mondo cattolico, tanti altri invece laici.

Russo (Cei): verrebbe penalizzato il volontariato
Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Stiamo seguendo – come tutti – i contenuti della Legge di Bilancio, rispetto ai quali non mancano elementi di preoccupazione, che ci auguriamo di poter veder superati. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui versa il Paese, come pure delle richieste puntuali della Commissione Europea. Nel contempo, vogliamo sperare che la volontà di realizzare alcuni obiettivi del programma di Governo non venga attuata con conseguenze che vanno a colpire fasce deboli della popolazione e settori strategici a cui è legata la stessa crescita economica, culturale e scientifica del Paese. In particolare, se davvero il Parlamento procedesse con la cancellazione delle agevolazioni fiscali agli enti non commerciali (con la soppressione dell’aliquota ridotta Ires), verrebbero penalizzate fortemente tutte le attività di volontariato, di assistenza sociale, di presenza nell’ambito della ricerca, dell’istruzione e anche del mondo socio-sanitario. Si tratta di realtà che spesso fanno fronte a carenze dello Stato, assicurando servizi e prossimità alla popolazione».

Il Forum del Terzo Settore: una misura assurda
Dura anche la reazione del mondo del sociale e del volontariato: "E' assurdo che debba essere proprio il Terzo settore a pagare l'accordo con l'Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno, il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di euro" ha affermato la Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Claudia Fiaschi. "Un provvedimento - continua Fiaschi - che ci sembra particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore". Il Forum ha criticato anche gli "effetti paradossali" e penalizzanti ddel cambio delle norme sulla fatturazione elettronica per gli enti che hanno optato per il regime forfettario.


Da "www.avvenire.it" Tagli al sociale. Manovra, a pagare è il non profit. Russo (Cei): penalizzati i deboli

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Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

L’Europa sull’orlo della recessione

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25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso

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La retorica grillina di salvare i correntisti è semplicemente pericolosa. Il Partito Democratico si era occupato del problema, magari senza avviare una riforma seria, ma con coscienza istituzionale, e realismo.


"Però 20 miliardi per salvare le banche li avete trovati in una notte!". Un mantra. Non esiste talk-show o intervista che veda protagonista un membro della coalizione di governo che non veda saltare fuori questa argomentazione, spesso come extrema ratio, quasi fosse l'ombrello-killer delle spie dei romanzi di Le Carrè, per uscire dal vicolo cieco in cui le cifre ballerine del Def tendono a rinchiuderli, una volta che alla retorica subentri la più elementare e spicciola matematica. In sé, un'idiozia. Non fosse altro per il fatto che, tolto il contrappunto bancario come meccanismo di trasmissione del credito, l'intero impianto imprenditoriale del Paese collasserebbe, trascinando con sé il Pil. Quindi, al netto di un ritorno di fiamma verso il nichilismo engagé della decrescita felice, l'accusa perde di sostanza non appena sostenuta. Il problema, quindi, è altro. E risiede altrove. Per l'esattezza, nella maschera di terrore in cui trasfigurano i volti degli esponenti del Pd ogni qualvolta quel grido di battaglia, quella chiamata alle armi del populismo, viene proferito: Dracula di fronte a uno specchio mostra solitamente una cera migliore e, soprattutto, un aplomb più dignitoso. Certo, l'affaire Boschi-De Bortoli è stato un brutto contraccolpo mediatico per il governo Renzi, un qualcosa che ha minato sul nascere la credibilità anche dell'esecutivo Gentiloni in fatto di rapporto fra potere politico e banche nel nostro Paese, quasi una maledizione tribale che depotenzia il buonsenso, nemmeno la kriptonite per Superman.

Inutile negare che la vicenda delle quattro banche salvate e il cotè estremamente sgradevole dei Ponzi del Nord-Est con le loro pratiche ben poco ortodosse per le erogazioni di mutui e prestiti non ha certamente fornito una credenziale, un plus di simpatia popolare al governo chiamato a farsene carico. Così come l'attività (o, spesso, non attività) di vigilanza di Bankitalia e Consob nella fattispecie, oggi si riverberino in una debolezza ontologica di quelle istituzioni pilastro di ogni democrazia liberale e di mercato, quasi una resa incondizionate ex ante, di fronte anche alla contabilità creativa del DEF: non a caso, l'autorità di vigilanza è tutt'ora senza presidente, dopo le dimissioni politiche di Nava e nonostante i marosi del mercato, mentre la Banca centrale viene rintuzzata insieme ai suoi rilievi critici con toni tanto massimalisti quanto ghiotti per l'opinione pubblica, pavlovianamente allevata a reazioni di pancia di fronte a parole chiave impresse come dna politico nel corso di una orrenda campagna elettorale perenne. Insomma, Palazzo Koch può rivelare qualsiasi verità ma l'accusa di aver - nella migliore delle ipotesi - dormito durante le malefatte bancarie degli ultimi anni è uno stigma che immunizza il governo da ogni rilievo. Non sono credibili. Punto. Insomma, chi tocca l'argomento banche, magari non muore ma non ne trae sicuramente beneficio. A meno che non sia parte integrante della schiera di Robespierre al governo, alcuni smemorati rispetto alle passate avventure di Credieuronord e dell'amico padano Fiorani in quel di Lodi ma questo è argomento per altre doglianze.


Per reagire, però, occorre prima conoscere. E, temo, in casa PD siano pochi quelli che riescono a parlare di tematiche bancarie (e, più in generale, economiche), andando oltre la richiesta di una nuova carta di credito o l'annosa questione di cambio della password per l'home-banking. Perché, altrimenti, saremmo all'autolesionismo, quasi all'auto-sabotaggio. Quantomeno, per un paio di motivi. Il primo lo illustra questo grafico, il quale sbugiarda clamorosamente la vulgata in base alla quale questo governo sarebbe talmente avverso ai cosiddetti "poteri forti", da vedere questi ultimi come protagonisti principali di una combutta con autorità europee, BCE e forse venusiani contro il "cambiamento".

Ci mostra plasticamente l'acquisto di massa di BTP (circa 40 miliardi di controvalore) compiuto proprio dai nostri istituti di credito nel mese di maggio, quindi un chiaro supporto anti-spread che andava a unirsi agli acquisti pro quota di Bankitalia su mandato della BCE e che avveniva nel mese cruciale per la nascita del nuovo esecutivo penta-leghista: se i cosiddetti "poteri forti" (a meno che le banche non lo siano più o mai state) avessero voluto stroncarlo sul nascere, dopo la prima fiammata avrebbero lasciato i soldi in riserva di capitale, coccolando e spolverando il Tier 1, evitato gli acquisti e lasciato andare lo spread alle stelle. Carlo Cottarelli aveva già lo zainetto in spalla, era questione di istanti. Invece, hanno comprato. Attività che è proseguita per tutta l'estate e che ha visto soltanto nelle ultime settimane una prima, timida inversione di tendenza, con vendite per 17 miliardi da parte di una singola banca, proprio per timori sulla patrimonilizzazione dovuti all'aumento del differenziale con il Bund.

Chi è pazzo viene esonerato dai voli di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dai voli di guerra non è pazzo.
Ed ecco il secondo motivo, mostrato appunto da questo secondo grafico, il quale spiega in maniera plastica la vera criticità che sconta l'Italia rispetto all'eurozona: il cosiddetto doom loop, ovvero il rapporto incestuoso fra banche e detenzioni di debito pubblico. La ragione? Semplice, ancorché inconfessabile nei salotti buoni, quasi il corrispettivo di un dito nel naso a un pranzo di gala: le banche sostengono il debito pubblico e i governi, di converso, evitano di fare leggi troppo punitive nei loro confronti. Punto. Semplice.


Ovviamente, oltraggioso per le anime candide dei Cinque Stelle - meno per gli scafati e pragmatici leghisti, basti vedere il loro attivismo proprio nelle strategiche fondazioni bancarie, fin dai tempi in cui imperava Giulio Tremonti - ma, di fatto, naturale ovunque. In Spagna, dove Santander conta più dei gruppi parlamentari alle Cortes. In Francia, dove non a caso a fare da grande sponsor di Emmanule Macron nella corsa trionfale all'Eliseo fu nientemeno che Banca Rotschild. Ma anche nella Germania del rigore, la quale prima dell'entrata in vigore del bail-in, pensò bene di puntellare proprio il suo sistema bancario con 320 miliardi di euro, non i 20 utilizzati in Italia per evitare un contagio letale per le PMI dei territori interessati, prima che per lo spread tanto mediatico. Oltretutto, un sistema bancario che all'80% è fatto da istituti territoriali semi-pubblici, Landesbanken e Sparkasse, i quali godono tra l'altro del regime di esenzione dalla vigilanza BCE.


Insomma, tutto il mondo è giustamente Paese. Solo qui, in ossequio alla moralità tardo-adolescenziale da boicottatore di Starbucks dei grillini, dobbiamo fare finta che l'acqua sia asciutta e il sole nero. Eppure, quel grafico parla chiaro: la ratio di detenzione da parte delle nostre banche, relativamente a titoli di debito pubblico, è insostenibile. Quantomeno, con uno spread che salga sopra i 150 punti base: altrimenti, per quanto si possa comprare, resta il nodo delle emissioni eccessive e, soprattutto, dei rendimenti alti da promettere e conferire agli investitori, la dinamo dagli aumenti dei costi per interessi. Oltre al problema dei problemi: se infatti banche già poco patrimonializzate o in regola solo grazie ad aumenti di capitale continui e ristrutturazioni dolorose, continuano a utilizzare attivi per acquistare BTP, ci sono meno impieghi per famiglie e imprese. O a costi più elevati. Quindi, un ricasco diretto su consumi e crescita. E non basta, perché nel più palese dei casi di cortocircuito, se poi quel debito pubblico si deprezza, le perdite vanno contabilizzate a bilancio e intaccano il patrimonio: una volta calato il quale, in ossequio alle regole di Basilea, devono scendere anche i livelli di attivi per il credito. Quindi, si asseta ancora il sistema.


Ora, certamente la risposta del governo a questi appunti sarà iscritta nella rivoluzione in seno all'UE del professor Savona in combinato congiunto con il reddito di cittadinanza, ma l'immaginaria Playstation del populismo a una certa ora va spenta e occorre giocare con la realtà. E cosa facciamo, lasciamo fallire le banche, forse? Se il PD ha una colpa è quella di non aver sfruttato la crisi degli istituti territoriali per far partire una riforma seria e sistemica, anche - in questo caso sì - andando a Bruxelles e Francoforte a battere i pugni sul tavolo per una motivo serio e non per la Diciotti, stante i comodi che gli altri Stati europei hanno fatto prima del bail-in, di cui noi siamo stati cavia di laboratorio come Cipro lo è stata della simulazione di controlli sul capitale voluta dalla Bundesbank e che la BCE, non fosse altro per vantare un credito (incassato poi con gli interessi attraverso il QE), ha dovuto accontentare. A maggio, i nostri istituti avevano in pancia 325 miliardi di euro di controvalore di titoli di Stato, cifra che ormai sarà attorno ai 400: vogliamo che continuino i tonfi in Borsa, in modo da regalare sempre nuove filiali a soggetti esteri che già da anni stanno facendo shopping a prezzo di saldo, a causa dei continui aumenti di capitale, delle dimissioni obbligatorie legate all'altra criticità delle sofferenze e di una politica funzionalmente analfabeta in fatto di economia bancaria?


È ovvio che, se non si spiega alla gente che la questione va presa e intesa nella sua interezza - con i pro e anche i contri imposti dal realismo - e non limitata al populismo da ghigliottina da lamentela allo sportello per garantirsi l'applauso della coda di correntisti, poi a vincere sarà la demagogia stile Cinque Stelle. I quali hanno gioco facile a tradurre qualsiasi intervento politico a sostegno di ciò che è un pilastro dell'economia italiana (stante anche il bassisimo livello di finanziamento corporate tramite emissioni obbligazionarie sul mercato) in un morphing a puro scopo elettorale-propagandistico, giocando la carta della trasfigurazione retorica di ogni atto politico che non contempli la fucilazione in piazza nel volto sghignazzante di Gianni Zonin, intento a fare shopping in via Montenapoleone con la moglie, dopo aver disintegrato Antonveneta. E, altrettanto, appare facile la retorica del sono tutti uguali, quasi a scordarsi che il campione mondiale di sovranismo e lotta alle eiltes, Donald Trump, abbia il proprio gabinetto economico tutto composto da ex membri di banche d'affari di quella Wall Street che, in campagna elettorale, prometteva di far piangere, come i ricchi sullo yahct nel poster d'antan di Rifondazione Comunista. Al netto del crollo recente, dove siano arrivati gli indici di Borsa statunitensi - e i profitti conseguenti per l'odiato 1% del mondo - è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è questo, ovvero che oggi negli USA il cittadino medio investe più volentieri il suo capitale, spesso indebitandosi con finanziarie, in titoli azionari che in immobili, ovvero nella casa di proprietà.


E grazie alla narrativa trumpiana del "ville in Florida per tutti", un po' come nell'America cinematografica ma non troppo di Gordon Gekko, oggi il livello percentuale di patrimonio dei cittadini statunitensi in titoli azionari è il secondo più alto di sempre, sorpassato solo da quell'enorme tosatura del parco buoi della bolla dot-come del 1999-2000. Guardando in faccia la realtà, pare quindi che il problema alla base della rivoluzione del novembre 2016 non fosse Wall Street che affama il Paese già proletarizzato dal post-Lehman, insomma una presa di coscienza ideologica contro il sistema in sé ma unicamente la frustrazione montante e incattivita dalla crisi del non poter salire in giostra insieme agli odiati banchieri. Alla fine di ogni dotta elucubrazione filosofica sul significato profondo del caso Trump e del fenomeno Sanders, restano i fatti. E l'avidità umana, un qualcosa che non si può cancellare per decreto, né tramite un voto on-line processato dalla Casaleggio Associati.


E se vendere a una pensionata 88enne un'obbligazione subordinata con maturazione a 10 anni, spacciandola per assicurazione sulla vita o investiemento plain vanilla, è pratica che grida vendetta al cielo, è paradossalmente anche l'atteggiamento provincialista e forcaiolo di chi tratta il sistema bancario come male assoluto e nemico del popolo a rendere diffuse e spacciata come "necessarie" nell'ambito del così fan tutti, certe pratiche distorsive e illegali per restare sul mercato e non essere distrutti. O inglobati da soggetti esteri che, nel proprio Paese, hanno a che fare non solo con politici ma anche con opinioni pubbliche meno manipolabili, falsamente ingenue e ignoranti in materia. La conferma dell'inutilità - anzi, della dannosità - di questo abbaiare strumentale alla Spectre di turno dei 5 Stelle e di parte dei leghisti, quando si parla di sistema bancario è poi palese. Qualcuno ha infatti notizia non dico di sviluppi concreti ma anche soltanto della bozza finale delle tre relazioni conclusive annunciate dalla tanto strombazzata Commissione d'inchiesta parlamentare sui crack bancari, insediatasi sul finire della scorsa legislatura e tramutatasi in megafono elettorale dei populisti, oltretutto a costo zero? Nulla. Le inchieste e i processi già in corso proseguono, più o meno a rilento ma nulla è emerso dalle buie stanze di San Macuto: anche perché, erano i tempi ristretti e la fine del mandato a dire, fin da principio, che si stavano prendendo in giro i cittadini, vendendo loro la possibilità che quell'ennesimo spreco di denaro pubblico portasse a qualche risultato concreto. Certo, ora i 5 Stelle hanno inserito nel DEF un rimborso da 1,5 miliardi di euro proprio per i truffati dalle banche, quelle "salvate" dal PD ma, al netto della demagogia e del mezzo disastro sui mercati di queste ultime settimane, pensate che la retorica non abbia già mangiato buona parte di quei soldi, sia a livello statale per l'aumento delle spese in interessi sul debito che a livello di costi che le banche ricaricheranno sulla clientela, al netto di una stretta sulle erogazioni di credito che è già nei fatti in tutta Europa, oltre che del già citato - e tutt'altro che risolto - doom loop sui titoli di Stato?


Di fatto, è una partita di giro. Niente più. E non denunciarlo, al netto del risultare poco simpatico nell'immediato, è la colpa più grave. Soprattutto in queste ore, con un istituto ben più sistemico di quelli salvati finora, Carige, che crolla in Borsa e stenta a fare prezzo, dopo che Fitch ha abbassato il rating e aperto alla prospettiva chiara di fallimento, stante la poca credibilità che l'agenzia di rating offre al successo dell'emissione di un bond da 200 milioni per rafforzare il patrimonio e bilanciare i requisiti cosiddetti Pillar 2. Avete sentito un fiato, al riguardo, dai membri del governo? Ovviamente no ma, al netto del timing sospetto dell'intervento killer di Fitch (proprio mentre i vertici di Carige stavano dialogando con la Bce rispetto al rafforzamento di capitale), occorre sapere fin d'ora che un eventuale default dell'istituto genovese costerebbe molto di più allo Stato che la mancia pret-a-porter per i truffati inserita - oltrettutto, alla luce dei recenti voltafaccia contabili, non si sa se con copertura o meramente a livello figurativo per guadagnare consenso in vista di amministrative ed europee - nel Def. E con un impatto psicologico in più, trattandosi dell'istituto storico e di riferimento di una città già in ginocchio per il crollo del Ponte Morandi, altro tema che pare destinato ad aumentare il peso specifico di propaganda generale, lasciando però senza risposte concrete un intero tessuto sociale e produttivo. Oltre al porto merci che fornisce gran parte delle materie prime alla nostra industria, Nord produttivo in testa. Per questo, parlare di banche si deve. E salvarle, quando occorre, è atto di cui fregiarsi come di una medaglia, non un disonore di cui vergognarsi nei talk-show.

Da "www.linkiesta.it" Non solo Carige, se non si salvano le banche crolla l’Italia (e i gialloverdi non l’hanno capito) di Mauro Bottarelli

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 31 Agosto 2018 00:00

Missione Tria in Cina

E’ questione di pochi giorni: lunedì prossimo parte ufficialmente la missione di Tria in Cina. Il ministro dell’economia punterà soprattutto a cercare una nuova platea di finanziatori del debito pubblico italiano. Finanziatori che possano sostituire la Bce, quando nel teatro della finanza globale calerà il sipario sul QE, noto anche come scudo BTP.

La missione di Tria è cruciale: convincere gli investitori ad acquistare BOT e BTP in un momento, tra l’altro, in cui la fiducia degli strategist verso i titoli del debito pubblico italiano rasenta quasi i minimi, in vista della nota di aggiornamento al Def e della presentazione all’Ue della legge bilancio del 2019.

Ieri l’articolo del Financial Times ha certificato la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano. Il quotidiano ha parlato di un vero e proprio “esodo”, citando gli ultimi dati della Bce: dati per niente incoraggianti visto che indicano come, nel mese di giugno, gli investimenti nei titoli governativi sono scesi, su base netta, di 38 miliardi di euro, accelerando il passo rispetto al calo netto di maggio – proprio quando si era verificata la tempesta sui mercati italiani per le incognite sulla formazione del nuovo governo – , che era stato per intensità già un record.

I numeri hanno sorpreso non poco anche qualche addetto al settore, come David Owen, responsabile economista per l’Europa presso Jefferies:

“Avevamo sospettato che le vendite estere di debito italiano, su base netta, fossero continuate a giugno, ma i numeri sono molto più alti di quanto ci aspettassimo”. Praticamente, scrive l’FT, per il secondo mese consecutivo gli smobilizzi su base netta hanno testato il record della storia.

Se però gli investitori esteri sono fuggiti, le banche italiane sono rimaste.

In generale, nel secondo trimestre del 2018, gli istituti di credito del paese hanno aumentato infatti gli investimenti netti nei bond italiani di più di 40 miliardi di euro, al valore più alto dai momenti più bui della crisi dei debiti dell’Eurozona. Non proprio una bella notizia per chi agita il pericolo del

E’ in questo contesto che Tria si muoverà in Cina. D’altronde, come riporta La Stampa, “per l’Italia la Cina è un partner perfetto: investitori ricchi ma (più o meno) manovrabili dall’alto, un governo a dir poco stabile”. Di conseguenza, “la missione principale di Tria a Pechino e Shanghai è suscitare interesse per i titoli di debito italiano”.

“Altro che l’aiuto russo accennato a mezza bocca da Paolo Savona – scrive ancora il quotidiano – la potenzia di fuoco delle istituzioni finanziarie di Pechino è almeno dieci volte più grande di quelle moscovite“. Tra l’altro, “i ben informati raccontano che tra il 2011 e il 2012 (la Cina) contribuì non poco a far scendere la tensione sui titoli italiani dopo la tensione sullo spread”.

E i tentacoli di Pechino sono ormai ovunque, con la banca centrale del paese, “la People’s Bank of China, che detiene partecipazioni nelle grandi banche oppure quelle di Bank of China in Telecom e Prysmian, di State Grid nella holding di Cassa depositi e prestiti, che controlla la maggioranza di Terna e Snam e poi Inter e Milan” e tante altre medie imprese.

L’ombra della tragedia di Genova provocata dal crollo del ponte Morandi seguirà però Tria anche in Cina: sempre La Stampa riporta che il ministro dell’Economia dovrà rassicurare in modo particolare “la comunità finanziaria, preoccupata dalle prime mosse della maggioranza di governo. Quella che ha creato più sconcerto è la gestione politica del crollo del ponte Morandi, che ha tra i suoi azionisti il fondo Silk Road (detiene il 5% circa)”.

Tornando allo spread, l’FT ha sottolineato come la presenza di Giovanni Tria nel governo sia considerata dagli investitori vitale. In particolare, Mauro Vittorangeli, responsabile investimenti per la divisione di conviction fixed income presso Allianz Global Investors, ha detto chiaramente al quotidiano britannico che, un eventuale addio di Tria – ipotesi circolata sulla stampa italiana qualche settimana fa – potrebbe essere letto dagli investitori come risultato di un approccio aggressivo da parte della coalizione populista.

Nel grafico il trend dei tassi sui bond a due e 10 anni dell’Italia. Oggi lo spread BTP-Bund non registra particolari oscillazioni. I tassi decennali sui BTP rimangono tuttavia superiori alla soglia del 3%.


Da "http://www.finanzaonline.com" Missione Tria in Cina: cercasi investitori pronti a puntare su BTP al posto della Bce di Laura Naka Antonelli

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M5s e Lega promettono più spese e meno tasse, ma l'economia europea ha perso slancio. Lo ha ammesso anche il presidente della Bce Mario Draghi. Un guaio serio per l'Italia, eterno fanalino di coda dell'Ue.


Mentre nel teatro della politica tutti i personaggi sono ancora in cerca d’autore e forse anche di un valido copione, dal mondo di fuori fa irruzione una inattesa e cruda realtà.
Non è vero che gli economisti sono degli aridi contabili, al contrario giocano con le parole ancor più che con i numeri. Mario Draghi in questo non lo batte nessuno e ieri ha cercato nel suo vocabolario qualche definizione si adattasse a una congiuntura economica che appare confusa a tutti.

La parolina questa volta è “moderazione”. Il presidente della Bce ha ammesso che l’economia dell’Eurolandia ha “perso slancio” per non dire apertamente che è rallentata in modo consiste nel primo trimestre dell’anno. E’ un fattore contingente o siamo alla svolta del ciclo? Questo i signori dell’euro non lo sanno, non ancora, quindi il consiglio della Bce ha deciso di non discutere la politica monetaria che va avanti come previsto, compreso il quantitative easing con l’acquisto di titoli (per lo più di stato) per 30 miliardi al mese.

Secondo alcuni analisti, la frenata è da collegare anche dalla riduzione degli acquisti che riduce il generoso flusso di moneta nella economia europea. Altri gettano la responsabilità sui dazi e sul neo-protezionismo americano. Altri ancora guardano alla Germania e vedono che la produzione industriale rallenta visibilmente. C’è persino un elemento critico dal lato dell’offerta: manca la manodopera nei paesi del nord Europa che hanno fatto da locomotiva.
In attesa che gli gnomi di Francoforte distillino la loro diagnosi, è chiaro davanti a tutti che la forte spinta del 2017 si sta esaurendo. Non solo: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani a dieci anni sono arrivati al 3%, ciò significa un aumento dei tassi d’interesse a medio termine legato alle aspettative di una ripresa dell’inflazione, ma anche alla incertezza sulla produzione e sugli andamenti di borsa. Questo è un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia.

Un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia
Lo dimostra, nonostante l’inossidabile ottimismo del pur cauto Pier Carlo Padoan, il Documento di economia e finanza presentato ieri. Si tratta di un esercizio tecnico a legislazione invariata che lascia ogni decisione al prossimo governo, a cominciare dalla più difficile: come evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Sono 12,5 miliardi che rallenteranno ancor più la crescita mettendo in pericolo gli obiettivi di politica fiscale, a cominciare dal quasi pareggio di bilancio che dovrebbe essere raggiunto nel 2020 e dalla riduzione del debito pubblico in rapporto al pil prevista a partire dal prossimo anno.

Nel 2018 il pil in termini reali (cioè senza inflazione) aumenterà dell’1,5% un decimale in meno delle previsioni, nel 2019 scende all’1,4 e nel 2020 all’1,3. Ma è chiaro che queste proiezioni rischiano di saltare se la congiuntura europea continua a peggiorare. Il Fondo monetario internazionale, del resto, è più pessimista nel 2019 prevede un aumento di un punto o poco più. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, i due paesi con la più pronunciata vocazione manifatturiera nel Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio mostra un +2,5% rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5% alla fine del 2017. Non siamo ancora a una inversione di tendenza, tuttavia sono indicatori da prendere sul serio.

Ciò solleva un gigantesco punto interrogativo sulla politica del prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia. Tutti i partiti durante la campagna elettorale hanno promesso più spese e meno imposte, sia pur in forma diversa. La Lega s’è detta pronta a sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e pil; altri hanno promesso di rispettarlo (come il Pd e lo stesso M5S), ma senza sapere come, a meno di non tradire gli impegni assunti con gli elettori. Tutti hanno fatto i conti senza l’oste. Anche i partiti d’opposizione che hanno gettato sul Pd e sul precedente governo l’accusa infondata di aver peggiorato la situazione economica, in realtà si fregavano le mani sperando di utilizzare a proprio uso e consumo il “tesoretto” accumulato. Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo.

Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo
Tanto per avere un’idea, finanziare il reddito minimo del M5S (la proposta presentata in parlamento non è un reddito di cittadinanza in senso stretto) costa almeno 15 miliardi l’anno. Quanto alla flat tax, per un’aliquota unica del 23% ci vorrebbero 40 miliardi l’anno che salgono a 60 con un’aliquota del 20 e a ben 102 con il mitico 15%. E via via spendendo e spandendo.

Perché la ripresa (il “tesoretto”) non venga dispersa, ieri Paolo Gentiloni ha auspicato che il prossimo governo prosegua il cammino delle riforme. In realtà, sa bene che il confronto per formare il prossimo governo ha come punto fermo proprio di interrompere quel percorso. Può avvenire in modo brusco se la Lega vuole davvero stracciare la legge Fornero o se il M5S vuole reintrodurre l’articolo 18, oppure può essere fatto in modo soffice se il Pd porterò avanti alcuni cambiamenti dei quali ha già parlato in campagna elettorale. Potremo vedere, insomma, una controriforma vera e propria o un revisionismo non del tutto distruttivo, ma una cosa è certa: nell’Italia odierna il riformismo ha esaurito la sua spinta propulsiva.


Da "http://www.linkiesta.it" È ufficiale, la ripresa si è fermata. E per il prossimo Governo saranno guai di Stefano Cingolani

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Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

In Italia invecchiare è costosissimo

Anche per morire degnamente servono soldi. Tra badanti in nero e ricoveri costosissimi la vecchiaia è un lusso. E l’allungamento dell’aspettativa di vita sembra un incubo


Guarda il soffitto tutto il giorno. Sul soffitto vede i morti. Ogni tanto parla con loro. A volte ride. Anche io, quando la vado a trovare, guardo il soffitto. Forse i morti fanno surf, mi dico. Vorrei imparare a parlare con i morti. Ma i morti, lo so, sono allucinazioni. Un paio di gocce del medicinale giusto e mia nonna, 89 anni, allettata da qualche mese, incapace di sollevarsi senza l’aiuto della badante, quasi sdentata, magrissima, smetterà di vedere i morti, una folla più fiera delle costellazioni, tornando a vedere il soffitto per quello che è, riconoscendomi, rientrando nel mondo, muto, bastardo, crudele. Da maggio la nonna vive tra il letto e la carrozzella. Sulla carrozzella va al tavolo della cucina, dove ingurgita micidiali biberoni allestiti dalla badante. Poi guarda un po’ di televisione. Si stanca presto. Soprattutto d’inverno. Ha freddo. Anche se in casa il riscaldamento è sparato a 26 gradi notte&giorno. Cerco di riconoscere ogni giorno nei suoi lineamenti i tratti di mio padre, morto tre decenni fa. Gli occhi di mia nonna, liquidi e grigi, non sanno nulla del mondo di qui – ieri, ad esempio, ha attaccato un refrain continuo, ‘un po’ di sale, un po’ di sale, un po’ di sale’ – ma sanno vedere il mondo al di là. Mio nonno, che è morto nel 2012, è sempre al suo fianco, gli parla. Poi parla a un mucchio di altri morti che non conosco. Da quando è a letto, i pannoloni sono la nostra divinità, una specie di Apollo fecale. Mia nonna, come tanti altri vecchi, è sola. Non ha mai lavorato, ha la ‘minima’ e l’aiutino di Stato – 500 euro al mese – perché è totalmente inabile, non può badare a se stessa. Con i soldi che ho, riesco a pagare la badante part time, il resto sono salti mortali. Sbattere la vecchia in un ospizio, la bidonville dei vecchi, non mi va. E poi non me lo posso permettere. A Natale sono stato con lei la mattina – ore 8.30-9.30 – nel primo pomeriggio – ore 14-15 – e la sera – ore 17.30-18.30. Di solito, porto con me il computer, così lavoro nel letto di fianco al suo. Le preparo una tazza orzo caldo. Le sminuzzo dei biscotti in bocca. Li succhia. Li inghiotte. Scompaiono come plancton nella bocca di una balena. Dice grazie. Sa ancora dire grazie e ancora mi riconosce: è già una benedizione. Ora, di ottenere il plauso dei puri di cuore e la lacrimuccia degli amici non me ne frega niente. Espongo un problema. Mentre la notte di Natale assistevamo a un bombardamento terra-aria di tappi di champagne, una falange di vecchi erano soli come cani, in orizzontale, sul letto, con l’orizzonte del niente davanti a loro. Soli perché inutili rompipalle? Certo. Ma soli anche perché sono davvero soli. Non hanno parenti. Mia nonna, ad esempio, non ha parenti né amici. Le resto solo io, il nipote. Altro problema. Che dignità di vita sappiamo offrire ai vecchi? Silvio Berlusconi – un vecchio – cerca di ottenere i voti dei pensionati con la retorica del “pensioni minime a 1.000 euro al mese”. Non basta. I soldi non sono tutto. Il problema è trovare la formula per vivere una vita degna di essere vissuta. Altrimenti, francamente, meglio uccidersi. Quando il cervello ti va in pappa e sei solo un peso per chi hai intorno, meglio uccidersi. Al problema se ne lega un altro. I soldi. Rieccoli. Solo se hai i soldi ti puoi pagare una vecchiaia degna. Altrimenti, muori come un idiota. Se muori. Sennò, fai morire chi hai intorno. Che Stato di merda siamo riusciti a creare. I vecchi non hanno il denaro per morire, le badanti vengono pagate in nero, l’epica dei consumi non ha prodotto Rilke, Kafka e Tolstoj per tutti ma minchiate ogni dì, a guadagnare tanti soldi non è il più bravo ma il più scaltro. Mia nonna, qualche giorno fa, mi pregava di avere un po’ di notte. Non so cosa voglia dire. Tengo queste parole come un amuleto. Qualcosa che il tempo saprà svelare con la ferocia dell’erba che cresce tra le tombe, incurante della morte. E i politici sognano di farci vivere fino a 125 anni. Col cazzo. 125 anni in questo Paese sono una maledizione.


Da http://www.linkiesta.it In Italia invecchiare è costosissimo (e guai a chi i soldi non li ha) di Davide Brullo

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Le banche italiane a rischio default con i loro Non Perfoming Loans potrebbero innescare un’altra crisi finanziaria mondiale con effetto dòmino, lo disse Steve Eisman nel 2017, che molti di Voi ricorderanno nel film La grande scommessa, (The big short); Eisman è uno dei pochi finanzieri al mondo che riuscì a prevedere la crisi finanziaria dei mutui subprime ed a specularci sopra, traendone enorme profitto, ma che sta accadendo oggi, è vero che ci sono delle banche italiane a rischio default?
Come già abbiamo scritto più volte nella Nostra pagina finanziaria, ci sono diverse banche europee in difficoltà, ma Eisman non si ferma a dire che sono le banche europee ad essere a rischio default.
Il finanziere specifica con dovizie di particolari quello che potrebbe essere un probabile futuro per la finanza italiana, cioè per il sistema bancario italiano, una previsione che se risultasse reale, farebbe sembrare la crisi finanziaria del 2008, come la perdita di una banconota da 50 euro di un operaio, di fronte al suo licenziamento con moglie e figli a carico ed un mutuo da pagare.


Dopo il decreto salva banche

Ad oggi, cioè alla fine del 2017, possiamo dire che anche grazie all’intervento dello Stato, con il decreto salva banche, questo evento che avrebbe messo in ginocchio la Nostra finanza, quindi tutta la Nostra economia e che avrebbe colpito principalmente le fasce più povere della società è stato scongiurato, nonostante proprio tanta parte delle fasce più deboli della popolazione, protestino proprio contro questo decreto salva banche, resta comunque alta l’attenzione per alcuni Istituti di Credito di tipo Cooperativo QUI – Istituti di credito USA a rischio fallimento.


Le previsioni di Steve Eisman

1) Le banche italiane sono molto esposte in quanto piene di NPL cioè crediti non esigibili i Non Performing Loans, crediti inesigibili – o meglio – non del tutto inesigibili – per la somma di 360 miliardi di euro. Le banche italiane sono piene di questi titoli, una delle più esposte in assoluto è Monte dei Paschi di Siena,  ma ce li hanno anche altre banche italiane benchè abbiano superato gli stress test della BCE ma va detto che questi stress test sembra che non siano stati fatti in modo ‘pulito’, secondo il finanziare, anzi il finanziere ha proprio detto che la BCE ha chiuso un occhio.
2) I NPL ancora non sono stati dichiarati come delle “perdite” dai bilanci delle banche, ma ancora molti sono sotto il segno di “crediti“, pur sapendo benissimo che MAI riprenderanno questi soldi, o meglio si calcola che solo un 20% dei crediti inesigibili verranno – prima o poi – riscossi ( quindi a conti fatti, di 360 miliardi di euro, solo poco più di 70 miliardi ( circa ) rientreranno.
3) BCE Chiude un occhio: questo Eisman lo ha capito grazie al fatto che molte banche che hanno a loro volta cercato di comprare quote delle banche italiane, si sono accorte che quei bilanci erano fasulli. Eisman in una intervista al Guardian rilasciata il 19 novembre scorso, sostiene che ancora i crediti inesigibili che hanno le banche italiane sono ancora nei bilanci delle banche segnati come “crediti” e non come “perdite”, questa notizia è di una gravità inaudita perchè le banche italiane più importanti hanno fatto gli stress test della BCE a fine Agosto 2016, si presume quindi che questi stress test siano fasulli, se le informazioni che ci da Eisman sono esatte ed aggiornate, d’altronde non sarebbe la prima volta che il sistema creditizio italiano vuol far passare per mele buone quelle che sono mele marce, come è accaduto nel caso della vendita di obbligazioni subordinate di Banca Etruria ( la più famosa) ma anche di altre.
4) Credito Cooperativo, un’altra mina vagante nel sistema creditizio italiano.
5) Il Fondo Atlante fu costituito per occuparsi di questo problema, ma sembra che solo per coprire il le banche venete, sia ridotto al lumicino, tra l’altro sembra che la Veneto Banca stia facendo dumping per portare più liquidi possibili nelle sue casse.
6) La prima conseguenza di Trump alla Casa Bianca è stato il crollo delle obbligazioni di Stato europee, il che significa che le banche europee che posseggono questi titoli vedono diminuire anche il loro capitale, insieme al valore dei titoli stessi, aumentando così la loro esposizione.
7)La bomba inesplosa Deutsche Bank: in questo stato di cose già di per sè molto instabile, ci si mette la crisi della Deutsche Bank, la banca tedesca è la più grande di Europa che ha proprio in Italia e con le banche italiane la sua più importante esposizione, anche se grazie al fatto che DB ha prestato molti soldi a Trump l’ha per il momento salvata da una possibile brutta fine

Questi fattori potrebbero portare al fallimento di una o più grandi banche italiane a rischio default, che innescherebbero un effetto domino su altre realtà creditizie italiane in quanto tutte collegate una con l’altra, la cosa coinvolgerebbe anche Deutsche Bank che ha nell’Italia e nel sistema creditizio italiano il suo partner più importante.
 
Una volta fallita Deutsche Bank, ( una delle banche d’affari più grandi del mondo, in questo momento) sarebbe il disastro economico in tutta Europa, una cosa non proprio da Apocalisse Zombie, ma sicuramente vicino alla grande depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti.


Conclusioni

Questi sono scenari apocalittici diciamolo, sono il massimo della previsione negativa, ci mancano le cavallette e la morte dei primogeniti e poi sembrano le piaghe dell’Egitto, a differenza di quelle però,  qui le probabilità sono terribilmente reali, anche se a mali estremi interverrebbe la BCE, anche se gli accordi dell’Unione Interbancaria prevedono il Bail In ( salvataggio interno o default) e non più il Bail Out ( salvataggio esterno da parte di Stati o organi statali) , con molta probabilità prima di un disastro economico epocale le autorità di Bruxelles, che hanno finanza e banchieri tra le loro fila sicuramente qualcosa faranno.


Da http://finanza.economia-italia.com/ "Banche italiane a rischio default, previsioni 2018"

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