M5s e Lega promettono più spese e meno tasse, ma l'economia europea ha perso slancio. Lo ha ammesso anche il presidente della Bce Mario Draghi. Un guaio serio per l'Italia, eterno fanalino di coda dell'Ue.


Mentre nel teatro della politica tutti i personaggi sono ancora in cerca d’autore e forse anche di un valido copione, dal mondo di fuori fa irruzione una inattesa e cruda realtà.
Non è vero che gli economisti sono degli aridi contabili, al contrario giocano con le parole ancor più che con i numeri. Mario Draghi in questo non lo batte nessuno e ieri ha cercato nel suo vocabolario qualche definizione si adattasse a una congiuntura economica che appare confusa a tutti.

La parolina questa volta è “moderazione”. Il presidente della Bce ha ammesso che l’economia dell’Eurolandia ha “perso slancio” per non dire apertamente che è rallentata in modo consiste nel primo trimestre dell’anno. E’ un fattore contingente o siamo alla svolta del ciclo? Questo i signori dell’euro non lo sanno, non ancora, quindi il consiglio della Bce ha deciso di non discutere la politica monetaria che va avanti come previsto, compreso il quantitative easing con l’acquisto di titoli (per lo più di stato) per 30 miliardi al mese.

Secondo alcuni analisti, la frenata è da collegare anche dalla riduzione degli acquisti che riduce il generoso flusso di moneta nella economia europea. Altri gettano la responsabilità sui dazi e sul neo-protezionismo americano. Altri ancora guardano alla Germania e vedono che la produzione industriale rallenta visibilmente. C’è persino un elemento critico dal lato dell’offerta: manca la manodopera nei paesi del nord Europa che hanno fatto da locomotiva.
In attesa che gli gnomi di Francoforte distillino la loro diagnosi, è chiaro davanti a tutti che la forte spinta del 2017 si sta esaurendo. Non solo: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani a dieci anni sono arrivati al 3%, ciò significa un aumento dei tassi d’interesse a medio termine legato alle aspettative di una ripresa dell’inflazione, ma anche alla incertezza sulla produzione e sugli andamenti di borsa. Questo è un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia.

Un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia
Lo dimostra, nonostante l’inossidabile ottimismo del pur cauto Pier Carlo Padoan, il Documento di economia e finanza presentato ieri. Si tratta di un esercizio tecnico a legislazione invariata che lascia ogni decisione al prossimo governo, a cominciare dalla più difficile: come evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Sono 12,5 miliardi che rallenteranno ancor più la crescita mettendo in pericolo gli obiettivi di politica fiscale, a cominciare dal quasi pareggio di bilancio che dovrebbe essere raggiunto nel 2020 e dalla riduzione del debito pubblico in rapporto al pil prevista a partire dal prossimo anno.

Nel 2018 il pil in termini reali (cioè senza inflazione) aumenterà dell’1,5% un decimale in meno delle previsioni, nel 2019 scende all’1,4 e nel 2020 all’1,3. Ma è chiaro che queste proiezioni rischiano di saltare se la congiuntura europea continua a peggiorare. Il Fondo monetario internazionale, del resto, è più pessimista nel 2019 prevede un aumento di un punto o poco più. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, i due paesi con la più pronunciata vocazione manifatturiera nel Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio mostra un +2,5% rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5% alla fine del 2017. Non siamo ancora a una inversione di tendenza, tuttavia sono indicatori da prendere sul serio.

Ciò solleva un gigantesco punto interrogativo sulla politica del prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia. Tutti i partiti durante la campagna elettorale hanno promesso più spese e meno imposte, sia pur in forma diversa. La Lega s’è detta pronta a sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e pil; altri hanno promesso di rispettarlo (come il Pd e lo stesso M5S), ma senza sapere come, a meno di non tradire gli impegni assunti con gli elettori. Tutti hanno fatto i conti senza l’oste. Anche i partiti d’opposizione che hanno gettato sul Pd e sul precedente governo l’accusa infondata di aver peggiorato la situazione economica, in realtà si fregavano le mani sperando di utilizzare a proprio uso e consumo il “tesoretto” accumulato. Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo.

Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo
Tanto per avere un’idea, finanziare il reddito minimo del M5S (la proposta presentata in parlamento non è un reddito di cittadinanza in senso stretto) costa almeno 15 miliardi l’anno. Quanto alla flat tax, per un’aliquota unica del 23% ci vorrebbero 40 miliardi l’anno che salgono a 60 con un’aliquota del 20 e a ben 102 con il mitico 15%. E via via spendendo e spandendo.

Perché la ripresa (il “tesoretto”) non venga dispersa, ieri Paolo Gentiloni ha auspicato che il prossimo governo prosegua il cammino delle riforme. In realtà, sa bene che il confronto per formare il prossimo governo ha come punto fermo proprio di interrompere quel percorso. Può avvenire in modo brusco se la Lega vuole davvero stracciare la legge Fornero o se il M5S vuole reintrodurre l’articolo 18, oppure può essere fatto in modo soffice se il Pd porterò avanti alcuni cambiamenti dei quali ha già parlato in campagna elettorale. Potremo vedere, insomma, una controriforma vera e propria o un revisionismo non del tutto distruttivo, ma una cosa è certa: nell’Italia odierna il riformismo ha esaurito la sua spinta propulsiva.


Da "http://www.linkiesta.it" È ufficiale, la ripresa si è fermata. E per il prossimo Governo saranno guai di Stefano Cingolani

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Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

In Italia invecchiare è costosissimo

Anche per morire degnamente servono soldi. Tra badanti in nero e ricoveri costosissimi la vecchiaia è un lusso. E l’allungamento dell’aspettativa di vita sembra un incubo


Guarda il soffitto tutto il giorno. Sul soffitto vede i morti. Ogni tanto parla con loro. A volte ride. Anche io, quando la vado a trovare, guardo il soffitto. Forse i morti fanno surf, mi dico. Vorrei imparare a parlare con i morti. Ma i morti, lo so, sono allucinazioni. Un paio di gocce del medicinale giusto e mia nonna, 89 anni, allettata da qualche mese, incapace di sollevarsi senza l’aiuto della badante, quasi sdentata, magrissima, smetterà di vedere i morti, una folla più fiera delle costellazioni, tornando a vedere il soffitto per quello che è, riconoscendomi, rientrando nel mondo, muto, bastardo, crudele. Da maggio la nonna vive tra il letto e la carrozzella. Sulla carrozzella va al tavolo della cucina, dove ingurgita micidiali biberoni allestiti dalla badante. Poi guarda un po’ di televisione. Si stanca presto. Soprattutto d’inverno. Ha freddo. Anche se in casa il riscaldamento è sparato a 26 gradi notte&giorno. Cerco di riconoscere ogni giorno nei suoi lineamenti i tratti di mio padre, morto tre decenni fa. Gli occhi di mia nonna, liquidi e grigi, non sanno nulla del mondo di qui – ieri, ad esempio, ha attaccato un refrain continuo, ‘un po’ di sale, un po’ di sale, un po’ di sale’ – ma sanno vedere il mondo al di là. Mio nonno, che è morto nel 2012, è sempre al suo fianco, gli parla. Poi parla a un mucchio di altri morti che non conosco. Da quando è a letto, i pannoloni sono la nostra divinità, una specie di Apollo fecale. Mia nonna, come tanti altri vecchi, è sola. Non ha mai lavorato, ha la ‘minima’ e l’aiutino di Stato – 500 euro al mese – perché è totalmente inabile, non può badare a se stessa. Con i soldi che ho, riesco a pagare la badante part time, il resto sono salti mortali. Sbattere la vecchia in un ospizio, la bidonville dei vecchi, non mi va. E poi non me lo posso permettere. A Natale sono stato con lei la mattina – ore 8.30-9.30 – nel primo pomeriggio – ore 14-15 – e la sera – ore 17.30-18.30. Di solito, porto con me il computer, così lavoro nel letto di fianco al suo. Le preparo una tazza orzo caldo. Le sminuzzo dei biscotti in bocca. Li succhia. Li inghiotte. Scompaiono come plancton nella bocca di una balena. Dice grazie. Sa ancora dire grazie e ancora mi riconosce: è già una benedizione. Ora, di ottenere il plauso dei puri di cuore e la lacrimuccia degli amici non me ne frega niente. Espongo un problema. Mentre la notte di Natale assistevamo a un bombardamento terra-aria di tappi di champagne, una falange di vecchi erano soli come cani, in orizzontale, sul letto, con l’orizzonte del niente davanti a loro. Soli perché inutili rompipalle? Certo. Ma soli anche perché sono davvero soli. Non hanno parenti. Mia nonna, ad esempio, non ha parenti né amici. Le resto solo io, il nipote. Altro problema. Che dignità di vita sappiamo offrire ai vecchi? Silvio Berlusconi – un vecchio – cerca di ottenere i voti dei pensionati con la retorica del “pensioni minime a 1.000 euro al mese”. Non basta. I soldi non sono tutto. Il problema è trovare la formula per vivere una vita degna di essere vissuta. Altrimenti, francamente, meglio uccidersi. Quando il cervello ti va in pappa e sei solo un peso per chi hai intorno, meglio uccidersi. Al problema se ne lega un altro. I soldi. Rieccoli. Solo se hai i soldi ti puoi pagare una vecchiaia degna. Altrimenti, muori come un idiota. Se muori. Sennò, fai morire chi hai intorno. Che Stato di merda siamo riusciti a creare. I vecchi non hanno il denaro per morire, le badanti vengono pagate in nero, l’epica dei consumi non ha prodotto Rilke, Kafka e Tolstoj per tutti ma minchiate ogni dì, a guadagnare tanti soldi non è il più bravo ma il più scaltro. Mia nonna, qualche giorno fa, mi pregava di avere un po’ di notte. Non so cosa voglia dire. Tengo queste parole come un amuleto. Qualcosa che il tempo saprà svelare con la ferocia dell’erba che cresce tra le tombe, incurante della morte. E i politici sognano di farci vivere fino a 125 anni. Col cazzo. 125 anni in questo Paese sono una maledizione.


Da http://www.linkiesta.it In Italia invecchiare è costosissimo (e guai a chi i soldi non li ha) di Davide Brullo

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Le banche italiane a rischio default con i loro Non Perfoming Loans potrebbero innescare un’altra crisi finanziaria mondiale con effetto dòmino, lo disse Steve Eisman nel 2017, che molti di Voi ricorderanno nel film La grande scommessa, (The big short); Eisman è uno dei pochi finanzieri al mondo che riuscì a prevedere la crisi finanziaria dei mutui subprime ed a specularci sopra, traendone enorme profitto, ma che sta accadendo oggi, è vero che ci sono delle banche italiane a rischio default?
Come già abbiamo scritto più volte nella Nostra pagina finanziaria, ci sono diverse banche europee in difficoltà, ma Eisman non si ferma a dire che sono le banche europee ad essere a rischio default.
Il finanziere specifica con dovizie di particolari quello che potrebbe essere un probabile futuro per la finanza italiana, cioè per il sistema bancario italiano, una previsione che se risultasse reale, farebbe sembrare la crisi finanziaria del 2008, come la perdita di una banconota da 50 euro di un operaio, di fronte al suo licenziamento con moglie e figli a carico ed un mutuo da pagare.


Dopo il decreto salva banche

Ad oggi, cioè alla fine del 2017, possiamo dire che anche grazie all’intervento dello Stato, con il decreto salva banche, questo evento che avrebbe messo in ginocchio la Nostra finanza, quindi tutta la Nostra economia e che avrebbe colpito principalmente le fasce più povere della società è stato scongiurato, nonostante proprio tanta parte delle fasce più deboli della popolazione, protestino proprio contro questo decreto salva banche, resta comunque alta l’attenzione per alcuni Istituti di Credito di tipo Cooperativo QUI – Istituti di credito USA a rischio fallimento.


Le previsioni di Steve Eisman

1) Le banche italiane sono molto esposte in quanto piene di NPL cioè crediti non esigibili i Non Performing Loans, crediti inesigibili – o meglio – non del tutto inesigibili – per la somma di 360 miliardi di euro. Le banche italiane sono piene di questi titoli, una delle più esposte in assoluto è Monte dei Paschi di Siena,  ma ce li hanno anche altre banche italiane benchè abbiano superato gli stress test della BCE ma va detto che questi stress test sembra che non siano stati fatti in modo ‘pulito’, secondo il finanziare, anzi il finanziere ha proprio detto che la BCE ha chiuso un occhio.
2) I NPL ancora non sono stati dichiarati come delle “perdite” dai bilanci delle banche, ma ancora molti sono sotto il segno di “crediti“, pur sapendo benissimo che MAI riprenderanno questi soldi, o meglio si calcola che solo un 20% dei crediti inesigibili verranno – prima o poi – riscossi ( quindi a conti fatti, di 360 miliardi di euro, solo poco più di 70 miliardi ( circa ) rientreranno.
3) BCE Chiude un occhio: questo Eisman lo ha capito grazie al fatto che molte banche che hanno a loro volta cercato di comprare quote delle banche italiane, si sono accorte che quei bilanci erano fasulli. Eisman in una intervista al Guardian rilasciata il 19 novembre scorso, sostiene che ancora i crediti inesigibili che hanno le banche italiane sono ancora nei bilanci delle banche segnati come “crediti” e non come “perdite”, questa notizia è di una gravità inaudita perchè le banche italiane più importanti hanno fatto gli stress test della BCE a fine Agosto 2016, si presume quindi che questi stress test siano fasulli, se le informazioni che ci da Eisman sono esatte ed aggiornate, d’altronde non sarebbe la prima volta che il sistema creditizio italiano vuol far passare per mele buone quelle che sono mele marce, come è accaduto nel caso della vendita di obbligazioni subordinate di Banca Etruria ( la più famosa) ma anche di altre.
4) Credito Cooperativo, un’altra mina vagante nel sistema creditizio italiano.
5) Il Fondo Atlante fu costituito per occuparsi di questo problema, ma sembra che solo per coprire il le banche venete, sia ridotto al lumicino, tra l’altro sembra che la Veneto Banca stia facendo dumping per portare più liquidi possibili nelle sue casse.
6) La prima conseguenza di Trump alla Casa Bianca è stato il crollo delle obbligazioni di Stato europee, il che significa che le banche europee che posseggono questi titoli vedono diminuire anche il loro capitale, insieme al valore dei titoli stessi, aumentando così la loro esposizione.
7)La bomba inesplosa Deutsche Bank: in questo stato di cose già di per sè molto instabile, ci si mette la crisi della Deutsche Bank, la banca tedesca è la più grande di Europa che ha proprio in Italia e con le banche italiane la sua più importante esposizione, anche se grazie al fatto che DB ha prestato molti soldi a Trump l’ha per il momento salvata da una possibile brutta fine

Questi fattori potrebbero portare al fallimento di una o più grandi banche italiane a rischio default, che innescherebbero un effetto domino su altre realtà creditizie italiane in quanto tutte collegate una con l’altra, la cosa coinvolgerebbe anche Deutsche Bank che ha nell’Italia e nel sistema creditizio italiano il suo partner più importante.
 
Una volta fallita Deutsche Bank, ( una delle banche d’affari più grandi del mondo, in questo momento) sarebbe il disastro economico in tutta Europa, una cosa non proprio da Apocalisse Zombie, ma sicuramente vicino alla grande depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti.


Conclusioni

Questi sono scenari apocalittici diciamolo, sono il massimo della previsione negativa, ci mancano le cavallette e la morte dei primogeniti e poi sembrano le piaghe dell’Egitto, a differenza di quelle però,  qui le probabilità sono terribilmente reali, anche se a mali estremi interverrebbe la BCE, anche se gli accordi dell’Unione Interbancaria prevedono il Bail In ( salvataggio interno o default) e non più il Bail Out ( salvataggio esterno da parte di Stati o organi statali) , con molta probabilità prima di un disastro economico epocale le autorità di Bruxelles, che hanno finanza e banchieri tra le loro fila sicuramente qualcosa faranno.


Da http://finanza.economia-italia.com/ "Banche italiane a rischio default, previsioni 2018"

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Venerdì, 01 Dicembre 2017 00:00

Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema

Spigolando tra le pagine della relazione del capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, si individua un punto che spiega molto del collasso di Banca Monte dei Paschi e di un sistema rimasto inerte nella prevenzione, che doveva essere politica prima che normativa.

«Un ruolo significativo lo ha avuto l’ex socio di riferimento, la Fondazione, che ha inteso mantenere a lungo, anche quando non ce ne erano più le condizioni, una posizione di dominio o comunque di rilievo, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi. A una tale situazione la banca ha risposto con politiche di sostegno incondizionato del reddito. Tali politiche sono risultate di difficile perseguimento dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta, per l’onerosità dell’impegno finanziario che ne è conseguito e per il progressivo aggravarsi della crisi economico-finanziaria, prima internazionale, poi domestica. Esse sono state realizzate dapprima attraverso pratiche creditizie e commerciali espansive, rischiose e a condizioni non in grado, in prospettiva, di coprire i costi (es. mutui con cap); in seguito, mediante scelte gestionali che comportavano un minor assorbimento patrimoniale, ma rendevano il bilancio della banca fortemente esposto ai rischi finanziari. Alcune delle perdite che andavano emergendo venivano dissimulate con pratiche irregolari».

Che si traduce così: la Fondazione non era in grado di sostenere le ricapitalizzazioni necessarie all’ambiziosa espansione della banca, ma dalla quale al contempo necessitava di continuare a ricevere cospicui dividendi, per mantenere intatta la pioggia di dolcetti e regalini vari sul territorio. Così, quando è apparso chiaro (non esattamente a tutti, a Siena, dove qualcuno viveva e vive in condizioni di perenne disconnessione dal mondo e dalla realtà) che l’acquisizione di Antonveneta aveva messo una pietra al collo della banca, e non avendo tutti i soldini necessari per tenere in piedi la baracca, sono arrivati i magheggi finanziari ma anche l’ordine alla banca di premere l’acceleratore del credito, per fare reddito.

In questo paragrafo si concentra la causa prima del dissesto del “sistema Siena”, un dissesto fatto di arroganza e mal riposto senso di superiorità antropologica, nell’indifferenza o nella complicità della politica nazionale. Il collasso della banca è stato indotto da politiche di credito molto espansive, per usare un gentile eufemismo. Ma sarebbe anche utile prendere atto che, almeno nel caso senese, il monte di sofferenze non è frutto di pochi grandi “debitori di sistema” che hanno spolpato la banca, come invece vuole la vulgata popolare e gentista. Sempre Barbagallo:

«I crediti anomali di MPS – che a fine 2016 erano ripartiti tra quasi 190.000 debitori – sono frazionati e distribuiti lungo tutto il territorio nazionale; per l’84 per cento essi riguardano imprese, in larga parte medio-piccole; i prenditori che hanno ricevuto prestiti singolarmente superiori a 25 milioni sono 107 e rappresentano, per ammontare, il 12,7 per cento del credito deteriorato totale. I dati disponibili non mostrano un contributo decisivo di Banca Antonveneta agli NPL di MPS. All’atto dell’acquisizione, i prestiti della ex banca veneta presentavano una rischiosità più accentuata rispetto a quelli del Monte, ma la loro incidenza su quelli del gruppo era di poco superiore al 20 per cento. Inoltre, a fine 2016, la quota di crediti deteriorati erogati nel Nord-Est è pari al 18 per cento degli NPL del gruppo».

Questa era una banca che ha fatto il passo ben più lungo della gamba, che è stata protetta dalla politica nazionale o che ha potuto contare sulla benevola negligenza di essa, che non aveva mezzi patrimoniali per attuare una strategia di espansione ma il cui azionista di controllo, peraltro in reiterata e protratta violazione delle disposizioni della legge Amato-Ciampi sulle Fondazioni (altra dormita della politica nazionale ma anche dei banchieri italiani, che all’epoca dormivano il sonno del giusto) doveva ad ogni costo e con ogni mezzo restare padrone, in un momento in cui era in corso un processo di consolidamento continentale. Gli anglosassoni chiamano queste situazioni overstretch.

Quando iniziarono a palesarsi criticità sui prestiti, ben prima che l’Italia venisse travolta dall’euro-pandemonio, i vertici della banca ritennero di dover trovare fonti alternative di reddito nella finanza, ma così aumentarono ulteriormente la probabilità di rovina. Ancora Barbagallo:

«Nella seconda metà del 2009 la Vigilanza intensifica i controlli sulla liquidità del sistema bancario italiano, che comincia a presentare aspetti di criticità; in tale contesto, il vaglio delle condizioni finanziarie del gruppo MPS fa emergere operazioni strutturate su BTP a lungo termine di elevato ammontare che, date le peggiorate condizioni di mercato, determinano un forte assorbimento dei margini di liquidità. Si dispone pertanto una verifica ispettiva mirata alla gestione della liquidità e ai rischi finanziari del gruppo».

Questo è il disperato tentativo di recuperare redditività, visto il peggioramento del mercato del credito.

«Gli accertamenti ispettivi (condotti dal maggio all’agosto 2010; doc. 129 e 157) si concludono con un giudizio “parzialmente sfavorevole” (4 in una scala da 1 a 6). Emerge che, per compensare la caduta degli spread commerciali, MPS aveva “deciso di sostenere il margine d’interesse accentuando la trasformazione delle scadenze e attuando manovre finanziarie di carry e d’investimento a leva in titoli di Stato italiani”. Si rileva il valore assai cospicuo (circa 25 miliardi) e l’elevata durata finanziaria degli investimenti in titoli pubblici. La posizione di liquidità, i cui saldi sono assai volatili, risente di due repo strutturati su titoli di Stato effettuati, rispettivamente, con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati da MPS. Si tratta di componenti delle operazioni Santorini e Alexandria, che risulteranno in seguito connotate da significative irregolarità».

Se riflettete su questa sequenza di errori ed orrori, potrete giungere alla conclusione che si tratta di schema classico nella storia dell’umanità: cercare di recuperare una perdita, frutto di errori di valutazione strategica, con ulteriori rilanci, verso l’all-in. Nel frattempo, la vigilanza sapeva, tentava di mettere toppe di un’improbabile moral suasion ma non poteva, anche in base ai suoi poteri formali, spingersi oltre un certo limite, forse per autocensura verso la politica. Ed ecco quindi che cadono le foglie, soprattutto di fico:

«Non emergono dall’ispezione elementi probanti sotto il profilo sanzionatorio o per avviare una segnalazione all’Autorità giudiziaria. Considerati i possibili riflessi di carattere generale connessi con le modalità di contabilizzazione adottate con riferimento al veicolo Santorini, la Banca d’Italia, che non ha poteri in materia di valutazioni di bilancio, decide di sottoporre la questione ad approfondimenti nell’ambito del “Tavolo Tecnico” istituito con Consob e ISVAP (poi IVASS)».

Eh sì, perché non sanzionare la contabilizzazione a nominale anziché a fair value di un derivato in perdita “strutturale” esorbita dalle funzioni della Vigilanza. Meglio aprire un bel “tavolo tecnico”: la politica terrà presente questa squisita sensibilità.

Ecco perché parlo di sistema malato, ed ecco perché le responsabilità non possono essere ricondotte al capro espiatorio del governatore pro tempore della Banca d’Italia. Già che ci siamo, ricordiamo anche che la Fondazione MPS, per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca, è stata costretta a ricorrere all’indebitamento, dopo aver dato fondo alle proprie risorse patrimoniali. E ricordiamo anche che il ministro dell’Economia dell’epoca, tal Giulio Tremonti, che da anni continuate a leggere ed a vedere in ostensione mediatica e con la fama dell’unico che aveva capito tutto del destino dell’umanità, autorizzò la Fondazione ad indebitarsi.

Il sistema proteggeva lo status quo, che nel frattempo era diventato tossico-nocivo. Così MPS è saltata.


Da http://phastidio.net/ "Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema" - 24/11/2017

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Martedì, 15 Agosto 2017 00:00

Migranti italiani

Zurigo è tra le mete preferite dai moderni migranti italiani

Hanno tra i 26 e i 35 anni, provengono da tutte le parti d'Italia, posseggono titoli di studio molto elevati o diplomi, alcuni svolgono lavori altamente qualificati, altri mansioni più umili rispetto ai titoli conseguiti e altri ancora abbandonano gli studi per tuffarsi nei settori della ristorazione, dell'edilizia o nell'industria, in genere non vivono problemi d'integrazione, non hanno contatti né col sindacato, né con gli organi di rappresentanza della comunità italiana in Svizzera, né con le generazioni delle precedenti ondate migratorie. Questo, in estrema sintesi, il profilo dei nuovi migranti italiani a Zurigo, una meta sempre più gettonata tra le decine di migliaia di giovani che ogni anno decidono di lasciare l'Italia per andare a cercare lavoro e fortuna altrove.

A rivelarlo sono i risultati intermedi di un'interessante ricerca, realizzata dalla Fondazione italiana Giuseppe Di Vittorio in collaborazione con Ecap Svizzera, che mira a comprendere le condizioni delle nuove generazioni che vivono in un paese diverso da quello dove sono nate, a partire da una serie di interviste a ragazze e ragazzi residenti in sei città europee, tra cui Zurigo.

Guardando a questa realtà a noi vicina, balza subito all'occhio un'impennata dell'immigrazione italiana negli ultimi anni: nella sola area consolare di Zurigo, tra il 2012 e il 2015 il numero annuale di nuove iscrizioni all'Aire (l'Anagrafe dei Cittadini Residenti all'estero) è praticamente decuplicato, passando da 200 a quasi 2000. E questo dato dice ancora poco tenuto conto che la maggior parte, nonostante l'obbligo legale, non si registra; indicativo è anche che a livello nazionale il numero di italiani residenti, dopo essere diminuito costantemente a partire dal 1980 da oltre 400.000 a meno di 300.000, negli ultimi 6-7 anni è tornato a crescere.

«Complice la difficoltà di lettura delle statistiche esistenti, risulta però pressoché impossibile dare una dimensione esatta del fenomeno, che è quello di un aumento importante di nuovi immigrati», spiega ad area Mattia Lento, il ricercatore che con le colleghe Sarah Bonavia e Pinuccia Rustico ha curato l'indagine sulla realtà zurighese. Del resto, sottolinea il nostro interlocutore, «più che sui numeri, ci si è concentrati sugli aspetti qualitativi della nuova migrazione italiana».

Una migrazione che non è fatta solo di “cervelli in fuga”, cioè di forza lavoro altamente qualificata alla ricerca della migliore situazione professionale possibile, ma anche di gente che ha semplicemente bisogno di un salario. È la cosiddetta migrazione di tipo congiunturale, che è esplosa con la crisi economico-finanziaria iniziatasi nel 2008 e che emerge con prepotenza nella realtà di Zurigo, i cui fattori di attrazione sono soprattutto le ampie possibilità di trovare un lavoro, i salari molto più elevati che in Italia (e nel resto d'Europa), la sicurezza sociale e la qualità della vita. La dicotomia tra i due gruppi di migranti «non è però così netta come si potrebbe pensare», osserva Mattia Lento: «Nell'ambito della nostra ricerca abbiamo per esempio incrociato una donna 35 enne con dottorato in fisica che non trova occupazione e diversi casi di non corrispondenza tra qualificazione e professione. Conosco inoltre personalmente diversi laureati e dottorandi che vivono il precariato e che fanno molta fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in una realtà come Zurigo con i suoi prezzi esorbitanti».

Ma quali fattori spingono questi nuovi migranti a lasciare l'Italia per Zurigo? Che difficoltà riscontrano al loro arrivo nella società e nel mercato del lavoro? Come si relazionano con le istituzioni, con gli altri italiani e con il loro paese? Sono alcune delle domande a cui i racconti delle persone intervistate dai ricercatori forniscono risposte interessanti che in parte fanno emergere importanti differenze con le precedenti generazioni di migranti. Vediamole in sintesi.

• I motivi ricorrenti della scelta migratoria sono il lavoro, il venir meno del senso di appartenenza alla città di provenienza e il bisogno di garantire un futuro ai figli.

• Nell'accesso al mercato del lavoro la rete sociale (famiglia, parenti, amici) rimane un elemento importante, anche se si fa sempre più affidamento a nuovi canali, come agenzie di reclutamento, annunci on-line, Linkedin e altri social media.

• Le condizioni lavorative sono generalmente buone, ma i rapporti sul luogo di lavoro e la possibilità di fare carriera sono differenti a seconda se si lavori in contesti internazionali o in quelli più prettamente locali. Le persone trasferite dall'azienda in un paese straniero (i cosiddetti "expat”) hanno per esempio più possibilità di carriera.

• L'impatto con la nuova realtà non sembra evidenziare particolari difficoltà di inserimento (soprattutto a livello burocratico). I due maggiori scogli da affrontare all'arrivo sono quello linguistico e quello relativo alla ricerca di un'abitazione.

• Oggi l'italiano è generalmente ben visto in Svizzera, in particolare per la sua mentalità aperta e per l'approccio creativo. Zurigo si rivela particolarmente accogliente: «La nuova migrazione beneficia della buona immagine lasciata dalla precedente ondata di migranti, che erano apprezzati dagli zurighesi per il loro comportamento e per la dedizione al lavoro», ha spiegato Mattia Lento.

• La lingua è l'aspetto che influenza di più l'integrazione: la conoscenza del tedesco (meglio ancora del dialetto svizzero-tedesco) è fondamentale sia per aumentare le possibilità lavorative sia per facilitare l'integrazione sociale.

• Il tipo di vita sociale varia a seconda dei soggetti: c'è chi resta più legato all'ambiente italiano e/o internazionale e chi cerca di inserirsi nel tessuto locale. In questo un ruolo sempre più importante lo gioca la funzione socio-aggregativa di internet e dei social media, che sin dall'inizio del percorso migratorio garantiscono pure un accesso rapido alle informazioni ed agevolano il mantenimento dei rapporti col paese d'origine.

• Il legame con l'Italia rimane forte per ragioni culturali e di affetti, ma la speranza del rientro, a differenza di quanto avveniva con la vecchia generazione di immigrati, non c'è: la maggior parte non prende in considerazione questa eventualità, soprattutto per mancanza di fiducia nell'Italia e per l'assenza di prospettive, data dall'instabilità economica, politica e sociale. D'altro canto, rileva Mattia Lento, i nuovi migranti non prevedono nemmeno di fermarsi a Zurigo.

• Il sindacato è praticamente sconosciuto alla gran parte dei nuovi migranti: ritengono di non averne bisogno, anche se potrebbe essere un importante organo di tutela e fungere da punto di riferimento sia nelle prime fasi del percorso migratorio sia per facilitare un eventuale rientro in Italia.

• Gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero non sono considerati: complice la mancanza di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni italiane, gli intervistati non si pongono nemmeno il problema. L'offerta consolare non viene presa in considerazione se non per sbrigare pratiche burocratiche o amministrative e la fiducia nei Comites (i Comitati degli italiani all'estero, organi elettivi che rappresentano gli interessi della collettività italiana) è scarsa: «La maggior parte non li conosce nemmeno e chi li conosce tende ad allontanarsene», commenta Mattia Lento, leggendo questo distacco come un «effetto della lontananza generazionale dalla politica».

• Sul passato migratorio c'è poca consapevolezza e i legami con le vecchie generazioni sono piuttosto labili. Viene meno anche il bisogno di fare comunità in quanto italiani: «L'Italia non è più considerata il paese d'origine ma un frammento della propria identità», provano a interpretare i ricercatori.

 

 

Lo studio entra ora nella sua seconda fase

Indagare i processi d'integrazione dei giovani italiani all'estero tra i 18 e i 35 anni e dei giovani migranti (e seconde generazioni) in Italia nel tentativo di capire le ragioni del loro percorso e delle loro aspirazioni, ma anche di comprendere il livello d'inserimento socio-lavorativo e di socializzazione, così come i rapporti con le istituzioni e con la comunità italiane. Questo l'obiettivo dello studio, che nella sua prima parte è consistito in una serie di interviste approfondite a una sessantina di ragazze e ragazzi residenti a Barcellona, Bruxelles, Zurigo, Milano, Napoli e Roma da parte di un gruppo di ricercatori. Ricercatori che, aspetto molto particolare e interessante, si sono scoperti “pari” ai soggetti della ricerca (per età, status, condizione, provenienza ed esperienza personale): «Questo li ha resi allo stesso tempo oggetto e soggetto dello studio», spiega ad area il coordinatore scientifico Emanuele Galossi.

«Finora abbiamo raccolto delle testimonianze che rappresentano lo spaccato di vita di queste persone. Ciò ci è stato utile per elaborare un questionario -lanciato e messo online proprio nei giorni scorsi e scaricabile con il link a fianco- con cui ora vogliamo raggiungere una platea il più vasta possibile ed aumentare così il valore rappresentativo dello studio», afferma Galossi.

Si tratta indubbiamente di un lavoro necessario, perché la nuova migrazione italiana non è un fenomeno di poco conto: nel 2015 se ne sono andati dall'Italia in 102.000, in gran parte giovani tra i 18 e i 39 anni. «Un esodo biblico, testimonianza del fallimento sociale in Italia», ha commentato uno dei ricercatori durante la presentazione dello studio, lo scorso 9 marzo a Zurigo.

Ma finora, mettendo a confronto le testimonianze raccolte nelle varie città europee, sono emerse differenze significative? «Anche se i numeri sono relativi (10 intervistati per ogni città) e i tipi di migrazione variano, sono emerse similitudini nelle risposte. Il gran piacere di raccontarsi, la mancanza di prospettive in Italia, la voglia di fare esperienza e di mettersi alla prova in un contesto nuovo sono per esempio dei tratti comuni», afferma Galossi. E anche la lontananza dal sindacato e dagli organi di rappresentanza, così come l'assenza del bisogno di fare comunità sono elementi comuni ai migranti intervistati e di rottura netto rispetto al passato: per Galossi si tratta di un «dato generazionale che riflette la percezione poco favorevole e la scarsa fiducia che oggi i giovani hanno nei confronti dei partiti, delle istituzioni e delle realtà organizzate in generale. Per quanto riguarda per esempio i rapporti con gli altri italiani, è sì vero che la voglia di fare comunità strutturata in un'associazione o in altra forma è venuta meno, ma poi emerge che nella vita quotidiana si continuano a frequentare italiani, magari insieme a cittadini di altri paesi». «Oggi -conclude Galossi- non c'è poi più la catena migratoria che in passato favoriva il mantenimento dei legami tra conterranei e social media hanno evidentemente influenzato le nuove abitudini».

Barcellona è la capitale dell'integrazione

«Barcellona è l'immagine da cartolina dell'accoglienza», ha esordito Davide Perollo presentando la sua ricerca sugli italiani emigrati nella capitale catalana, che oggi è la seconda meta preferita dopo Londra. Dal 2001 a oggi l'immigrazione italiana è cresciuta esponenzialmente in tutta la Spagna (nel 2015 quasi 180.000 residenti contro i 34.000 del 2001), ma soprattutto a Barcellona dove da tre anni a questa parte quella italiana è la comunità straniera più numerosa (quasi 60.000 persone) della città. Moltissimi sono i giovani: secondo l'Istat, negli ultimi cinque anni 100.000 ragazze e ragazzi tra i 22 e i 35 anni hanno fatto questa scelta, in parte anche senza un percorso migratorio strutturato. «La Spagna - ha spiegato Perollo- non è più quella terra di accoglienza di qualche tempo fa, perché le leggi entrate in vigore negli ultimi anni per volontà del premier spagnolo Mariano Rajoy hanno ristretto fortemente le condizioni per soggiornarvi e per accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. E dunque anche Barcellona è oggi una città meno permeabile, ma resta una terra di ospitalità ancora molto forte e privilegiata dagli italiani, sia per la vicinanza culturale sia per la facilità di integrarsi». Un aspetto quest'ultimo su cui «incide positivamente anche la forte autonomia catalana» rispetto a Madrid, come fa rilevare il ricercatore.

Indagando però sulla realtà lavorativa, emerge anche che a Barcellona tendenzialmente si accettano condizioni che in Italia non si accetterebbero e spesso, con l'obiettivo di racimolare i soldi necessari a ottenere il diritto di residenza ai sensi della legge sugli stranieri, si finisce vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e dell'assenza di tutele. «Il paradosso -ha affermato Perollo- è che gli impieghi con queste caratteristiche spesso vengono offerti da alberghi e ristoranti gestiti da italiani, che quindi assumono altri italiani in nero, generando un circolo vizioso».

Pubblicato in Passaggi del presente
Mercoledì, 21 Giugno 2017 00:00

Le oligarchie

Le oligarchie

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

Fino a ora si era lasciata almeno la forma della democrazia rappresentativa, pur con riforme istituzionali ed elettorali che l’avevano sempre più ridotta a un vuoto schema. L’elezione di Macron in Francia rappresenta però una svolta fondamentale nel rapporto fra oligarchie dominanti e elezione dei rappresentanti istituzionali. La scelta è una forma di “autocrazia diretta”, in cui i candidati vengono scelti direttamente dagli “uffici elettorali” delle organizzazioni economiche e finanziarie, saltando ogni mediazione e ogni rito democratico, anche quello formale delle “elezioni primarie” e rivolgendosi direttamente al “popolo”. Il candidato, supportato economicamente da una potente campagna mediatica, deve ignorare o addirittura attaccare duramente ogni corpo intermedio e ogni mediazione, negare l’appartenenza a questo o a quello schieramento politico, rivolgersi direttamente agli elettori, con una narrazione più o meno convincente e appelli drammatizzanti, quali, per esempio, «la patria è in pericolo».

Il vantaggio del candidato che così viene lanciato nell’agone politico è che nel frattempo, sempre con una potente campagna di stampa, ma anche con le politiche liberiste, si sono creati a destra e a sinistra movimenti antisistema che vengono bollati come pericoli mortali per la società nazionale.

Una situazione simile precedette la presa del potere dei movimenti fascisti in tutta Europa: il pericolo mortale a quei tempi erano i movimenti socialisti e comunisti. Ora che il comunismo è morto e che il socialismo “non sta molto bene”, i nemici mortali debbono essere trovati altrove. E perché no nei movimenti di protesta di quei gruppi sociali annientati dalla crisi e dalle politiche liberiste? La scelta è molteplice: destra nazionalista, nuovi movimenti di sinistra, partiti islamisti (in futuro?).

E vediamo ora il metodo che viene seguito per ottenere il risultato voluto. Si sceglie accuratamente un candidato “nuovo” e possibilmente poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma ben noto agli ambienti economici e finanziari. Il candidato deve essere quanto più neutro possibile, giovane, di cultura modesta, di idee abbastanza banali e con una storia che possa piacere e ispirare buoni sentimenti.

Cosa ci può essere di meglio di un uomo giovane, con una moglie che per la sua età potrebbe essere sua madre e che così viene presentata dai media? Il candidato si dichiara né di destra né di sinistra, anzi intende muoversi fuori e contro i partiti tradizionali, ridimensionando il potere dei sindacati e dei corpi intermedi, tanto più quanto sono rappresentanti di interessi particolari. Il candidato rappresenterà se stesso e difenderà l’interesse generale e per questo chiederà direttamente al popolo la delega in bianco, sulla fiducia. I tempi sono difficili, bisogna fare presto e non si può perdere troppo tempo dietro ai riti consunti della democrazia rappresentativa.

Dopo l’elezione farà un bel discorso, proponendosi come il nuovo uomo della provvidenza che risolverà ogni problema presente e futuro, dichiarando: «io farò, io dirò, io aiuterò».

Molte delle frasi dei suoi discorsi cominceranno con “io”. Nel discorso fatto al Louvre, subito dopo i risultati elettorali, Macron ha usato “je” la bellezza di 22 volte.

Il governo sarà composto dal più vecchio e “sputtanato” personale politico preso a destra e a sinistra, per una politica di lacrime e sangue: questo chiede il nuovo processo rivoluzionario eversivo.

E l’Europa? In questo caso la nuova concezione è quella del nazional-europeismo: «Francia first», ma in Europa; così come è stata fino a ora «Germania first», sempre in Europa. Di nuovo, l’asse Francia-Germania. Per gli altri paesi dell’Ue, vedremo come sapranno adeguarsi a questa politica.

Rimane un problema: la presenza di un’Assemblea legislativa e le elezioni dell’11 giugno prossimo. Così come è nato, Macron non ha un partito. Previsione: la potente macchina mediatica e l’infinito potere economico e finanziario delle classi dominanti si metteranno in moto per creare un partito leggero personale di Macron, con pochi iscritti ma con molti addetti alla propaganda nei media.

Un nuovo partito virtuale, i cui candidati saranno scelti con gli stessi criteri con cui è stato scelto Macron, di destra, di centro, di sinistra e da ogni dove, in grado di fargli ottenere la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale in alcune settimane. Il circolo così si chiude.

Se questa operazione funziona per la Francia, può essere estesa a tutti i paesi europei dove si terranno elezioni, naturalmente con le dovute differenze legate ai differenti ordinamenti istituzionali e leggi elettorali, e in questo scenario può pesare per esempio una maggiore complessità politica e articolazione dei bacini elettorali in Italia rispetto ad altri paesi europei.

Pubblicato in Aggiornamenti
Giovedì, 27 Aprile 2017 00:00

centro Sinistra

Il centrosinistra deve dare vita a una nuova piattaforma politica. La via seguita finora è sbagliata, Bersani

Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Se il Pd e il campo progressista restano sul piano di un blairismo nato in altre fasi, rimasticato e ormai esausto, o se ci si mette sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro. Le scorie lasciate dal ripiegamento della globalizzazione, la disunione europea, i problemi strutturali italiani impongono un ripensamento complessivo. Dobbiamo proporre protezione, ma con i valori della sinistra: riprendere in mano i diritti del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo ridurre la forbice sociale, basandoci su due pilastri: fedeltà e progressività fiscale da un lato e welfare universalistico davanti ai bisogni essenziali. E un nuovo ciclo di investimenti pubblici per dare lavoro, in particolare sull'innovazione industriale e per la manutenzione straordinaria del Paese.

Il Pd e più in generale il campo progressista non possono farcela se non si elabora e si trasmette un’idea di Paese. Il Paese che vogliamo, un Paese più avanzato e rinnovato, ma solidale, inclusivo, dove ognuno abbia la possibilità di un lavoro e di una vita dignitosa.

L’idea di Paese in questi anni si è persa in analisi e riflessioni di straordinaria leggerezza, nella nebbia di un racconto consolatorio ma fallace, anche se per alcuni aspetti perfino eccitante. Questo racconto ha coinvolto e convinto molte persone e ancora oggi coinvolge tanti italiani.

Come è potuto accadere? Dobbiamo chiederci come ha fatto a reggere così a lungo una narrazione rosea della realtà, mentre il Paese vero finiva in ginocchio. La risposta è che, al fondo, questa narrazione, la sua diffusione e il fatto che sia stata così poco contrastata e così tanto condivisa ha una base strutturale, la quale poggia sulle spalle di diversi soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione.

Questi soggetti, nel mezzo di un passaggio sociale ed economico che è difficile per tutti, hanno avuto ed hanno bisogno di aggiustare le proprie cose con tranquillità, e dunque anche di evitare scossoni dovuti al malessere. Per tale ragione hanno sostenuto e sostengono un racconto destinato a convincere anche i passeggeri della terza classe, che pure si stanno bagnando i piedi, che la rotta è quella giusta, che la nave va e con un po’ di ottimismo arriverà in porto.

Questa è stata la base strutturale che ha sostenuto il racconto di un Paese in rosa. Naturalmente, un po’ di ottimismo della volontà e il riconoscimento che il nostro è uno straordinario Paese sono indispensabili. Il problema è che l’idea di quei soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione di aggiustare le proprie cose, coprendosi con un racconto che illude, ha coinciso e coincide di fatto con un indebolimento delle nostre strutture economiche, industriali e finanziarie, perché spesso e volentieri significa darle via, perderle.

Noi dobbiamo quindi cominciare in un altro modo, con un’altra logica: dobbiamo riprendere il filo di una esigenza nazionale, da un’idea di Paese che sia seria e sia veritiera e che parta anche – considerato che spesso nell’analizzare i problemi che ci sono ci dimentichiamo di sottolinearlo – dalla forza, dalla vitalità, dalle potenzialità che ci sono e sono grandi, ma che possono attivarsi solo se raccontiamo una cosa vera.

E allora: come siamo messi in realtà? Siamo in mezzo ad un passaggio di fase, e non da oggi, già da due o tre anni. Un passaggio nel quale si intrecciano in modo inestricabile tre fatti.

Il primo fatto è il ripiegamento della globalizzazione. Ormai è un dato conclamato. Basta leggere le statistiche. Fino a due anni fa il commercio mondiale cresceva a ritmi di oltre il sette per cento l’anno. Adesso va malamente al più uno. Il Prodotto interno lordo del mondo cresce più del commercio, e questo solo dato segnala che la globalizzazione sta ripiegando. Siamo dunque di fronte al cambiamento di una lunga fase cominciata negli Novanta.

Il secondo fatto è la disunione dell’Europa. Il terzo è rappresentato dai nostri problemi. E tra questi diversi fenomeni c’è un intreccio profondo.

La globalizzazione ha fatto avanzare il mondo nel suo complesso. Non vi sono dubbi. Ma adesso, nel ripiegamento, sta consegnando le sue scorie alla parte di mondo che è stata più coinvolta. Sono scorie già attive da alcuni anni. La prima di queste scorie è che si sono creati soggetti e fenomeni che non hanno una governance. Il pensiero va immediatamente alla finanza. In realtà, l’elenco potrebbe essere lungo. Basti pensare al mercato dei brevetti sui farmaci, alle migrazioni, al terrorismo e alla violenza, fino alle guerre che non solo non si riesce più a fermare, ma che non si riesce nemmeno più a interpretare. Sono fatti non governati.

Un’altra scoria, se così possiamo dire, è la forte disuguaglianza, cresciuta a livelli inediti. Non parlo del mondo nel complesso, per il quale si potrebbe addirittura dire che enormi masse sono emerse dalla povertà e quindi è cresciuta l’uguaglianza. Dico che nei singoli paesi, soprattutto in quelli più sviluppati, la forbice si è allargata in modo drastico.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’indebolimento e la ricattabilità del lavoro, dovuta a due motivi di fondo: la sovracapacità produttiva che la bolla della globalizzazione ha creato e che ora tende a ridimensionare; e la pervasività delle nuove tecnologie che, finita la fase rivoluzionaria, adesso si sono inserite in tutti i settori, mettendo all’angolo il lavoro. Tutto questo è avvenuto in nome del consumatore, per favorire il consumatore. E così è anche stato. Ma poiché il consumatore è anche un lavoratore, e il lavoratore è via via diventato più ricattabile, più precario, meno pagato, oggi anche il consumatore rischia di essere più debole, o addirittura di scomparire, fatto dal quale deriva il rischio di una lunga fase di stagnazione, di crescita del Pil allo zero virgola, il che significa che non aumentano i consumi e quindi non aumentano nemmeno gli investimenti.

Questi sono i fatti che ci consegna il ripiegamento della globalizzazione e sui quali è nata la base ideologica e politica di quella che potremmo chiamare la nuova destra, sovranista, protezionista, identitaria e anti-establishment, che sia pure in diverse forme si sta manifestando in tutto il mondo. E’ una cosa nuova rispetto alle destre del passato. E’ un fenomeno diverso. E’ un campo in formazione.

Di fronte a questi fatti, l’Europa aggiunge un problema, invece di dare una risposta. Oggi ci stupiamo della disunione dell’Europa. Ma la verità è che la disunione dell’Europa ha fatto i primi passi all’inizio della fase della globalizzazione, quando il modello europeo (alta fiscalità, forti diritti del lavoro, welfare molto costoso) ha cominciato a subire colpi duri. Improvvisamente, in quegli anni la globalizzazione ha smontato il meccanismo del modello europeo, perché si doveva competere con paesi e popoli che non avevano le stesse protezioni sociali. E quindi è cominciata anche una concorrenza interna in Europa, una corsa a chi sapeva smontare più pezzi del modello fiscalità-welfare-diritti del lavoro. Così, quando è arrivata la crisi nel 2007, non c’era già più la solidarietà e ci siamo trovati messi come siamo oggi.

Non è un caso che quelle risposte - a volte di destra, ma non sempre - che dicono protezionismo e anti-establishment siano nate in Europa, siano nate prima qui, proprio qui.

Infine, c’è il nostro problema nazionale. Un problema strutturale e storico: le differenze Nord-Sud, un sistema economico bancocentrico, la dimensione delle imprese, il debito pubblico. Senza dire dei problemi protostorici, come la debolezza dello spirito e della coscienza nazionale: ne parlava già Giacomo Leopardi.

Questo spiega perché nella crisi cominciata nel 2007 abbiamo perso dieci punti di Pil e oltre il 20 per cento della produzione industriale. Oggi, coloro che ripetono ogni momento che abbiamo ritrovato la strada giusta perché cresciamo dello zero virgola, dimenticano di dire che nella crisi abbiamo perso molto ma molto di più degli altri Paesi: due, tre, quattro volte di più rispetto agli altri.

Che fare, allora? Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo sì fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Ma non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Non per i piccoli passi, proprio per la direzione. Dobbiamo fare in modo che il problema che c’è, il malessere, non venga interpretato solo dalla demagogia. Non lo chiamo neppure più populismo. Sono i cattivi pensieri di una nuova forma di destra nascente. E possono essere guai, se non interviene il Pd, lo schieramento progressista, che è già in ritardo.

Come? Io vedo tre campi di azione. Il primo: riprendere in mano i diritti del lavoro. C’è poco da fare: se non mettiamo meno insicurezza, meno incertezza e meno precarietà nel lavoro; se prosegue l’umiliazione del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, se tutto questo non accade, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Secondo, cercare di ridurre la forbice sociale. Sono due i pilastri per riuscire in questa impresa: fedeltà e progressività fiscale da un lato; e, dall’altro, welfare universalistico davanti a bisogni essenziali della vita delle persone, a cominciare dalla salute. Anche questo dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Terzo campo di azione: il ruolo del settore pubblico, diretto e indiretto, negli investimenti. Finché si va avanti con crescite dello zero virgola non possiamo pensare che non vi sia uno sciopero del capitale, come è avvenuto negli ultimi anni. Se non c’è un orizzonte che consente di sperare in una crescita dei consumi, l’imprenditore i soldi se li tiene ben stretti. Quindi ci vuole un nuovo ciclo di investimenti pubblici diretti e indiretti, se vogliamo dare lavoro. Investimenti ben selezionati, perché devono essere orientati al lavoro, alla modernizzazione e al potenziamento dell’apparato economico.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega. Protezione e dignità, ma non come fa Trump, che non propone di risolvere i problemi degli americani, ma solo di scaricarli sui messicani, senza cambiare nulla rispetto alle disuguaglianze interne, rispetto agli interessi dei più forti.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Non mi si venga a dire che non ci sono i soldi. Basti pensare che, contati per difetto, in questi anni abbiamo messo 25 miliardi di euro su roba varia che non sono investimenti. E oggi ci ritroviamo ad aver attraversato la fase dei tassi di interesse più bassi, con una liquidità che te la tirano dietro, riuscendo ad aumentare il debito pubblico senza fare investimenti, un bel capolavoro.

In questo contesto va segnalato anche lo straordinario fatto che siamo diventato tutti tifosi del deficit e del debito: “Europa matrigna facci fare più deficit e debito”, è il motivo di fondo. Ma guardate che poi questi debiti non li pagheranno gli altri. Semplicemente li stiamo scaricando sulle spalle dei nostri figli.

Con l’Europa è giusto parlare e trattare. Ma per dire: cari partners, sì, vogliamo indebitarci, ma solo per investimenti utili. Il resto ce lo vediamo e ce lo facciamo con la redistribuzione interna, dove chi ha di più deve dare di più.

Sono cose da sinistra di governo. E non sono cose anti-establishment. La sinistra con l’establishment ci parla, ci deve parlare, il problema è mantenere il proprio autonomo punto di vista per una crescita più equilibrata, per una riduzione della forbice, altrimenti non può esserci una crescita duratura.

Oggi non possiamo stupirci se la gente considera il Pd insieme ai più forti. Di che ci stupiamo: la base strutturale della narrazione corrente questo dice. E non è un caso se nella votazione sull’ultimo referendum è emersa una divisione del voto, come ha suggerito Alfredo Reichlin, addirittura per classi. Noi dobbiamo dunque riprendere una visione nazionale, dove non si dividono gli interessi, ma si riunificano.

Ecco, concluderei dicendo con forza che solo con proposte di una sinistra di governo la sinistra sarà di nuovo competitiva. Se invece il Pd e insieme al Pd tutto il campo progressista restano sul piano di un blairismo rimasticato, e ormai esausto, o se si mettono sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro.

Una fase si è chiusa. L’esigenza urgente e drammatica è di non arroccarsi e di aprire una discussione vera. Perché sarebbe sbagliato pensare solo ad aggiustamenti millimetrici, o che basti mettere una scorza di sinistra nel cocktail degli ultimi tre anni. Non basta. Né il Pd potrà riproporre idee come la rottamazione, o quella forma di giovanilismo un po’ futurista che ha contraddistinto l’ultima fase. Per il centrosinistra si impone una nuova piattaforma politica: guardiamo avanti, Bersani

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 06 Marzo 2017 00:00

Ruolo del Sindacato

Intervista a Giorgio Benvenuto.

Sindacati e partiti, i cosiddetti corpi intermedi, dice Benvenuto, sono pieni di difetti da correggere, ma sono nel sistema. Il loro indebolimento sta favorendo le forze antisistema. Il lavoro oggi vive una forte contraddizione. Abbiamo l’industria 4.0, benissimo. Ma se devo puntare a un paese che deve investire nella tecnologia, nel digitale, non puoi avere una politica sul mercato del lavoro contrastante. Se tu esalti il precariato, l’incertezza, come si può pensare di avere un giovane impegnato in una industria che richiede grandissima professionalità? È una contraddizione spaventosa. Abbiamo avuto una fase, soprattutto negli anni ‘60-‘70, in cui i giovani sono entrati nel mondo del lavoro e hanno cambiato il paese. Oggi non è così. Il jobs act ha un vizio di origine, ha una carica ideologica contro il sindacato, considerato inutile. E poi una legge non crea posti di lavoro, una legge non risolve i problemi della sicurezza sul lavoro. L’errore è stato imboccare fin dall’inizio questa strada. Hanno pensato a una scorciatoia, invece era un vicolo cieco. Dai vicoli ciechi si esce tonando indietro. La riforma Boschi era contraria agli stessi principi del Pd, ben evidenziati anche nella sua Carta dei valori, dove c’è scritto che mai e poi mai avremmo fatto una riforma di parte. E non sono pentito del mio No

A poco più di trent’anni è diventato segretario dei metalmeccanici della Uil, compiuti i 38 anni è stato eletto segretario generale della confederazione. Socialista, segretario del Psi, segretario generale del ministero delle Finanze, parlamentare dei Ds, di cui divenne anche presidente dell’assemblea nazionale, e, «consofferenza », tra i fondatori del Pd, a 80 anni non ha perso la voglia di «pensare». Giorgio Benvenuto autore di un libro uscito a fine novembre, scritto insieme ad Antonio Maglie e dal titolo “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia” (Edizioni Bibliotheka), ci accoglie nel suo studio romano di presidente della Fondazione Bruno Buozzi, pieno di testi e di ricordi di battaglie sindacali. Nei mesi scorsi è stato un attivo sostenitore del No al referendum costituzionale, perché «la riforma Boschi era contraria agli stessi principi del Pd, ben evidenziati anche nella sua Carta dei valori, dove c’è scritto che mai e poi mai avremmo fatto una riforma di parte. E non sono pentito del mio No». Come dimostra in questa intervista a www.ilcampodelleidee.it, ci tiene a parlare dello stato di salute dei partiti e dei sindacati, ma continua a difendere il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi: «Pieni di difetti da correggere, ma sono nel sistema. Il loro indebolimento sta favorendo le forze anti-sistema».  E sul jobs act dice: «Da ex segretario della Uil riconosco che l’iniziativa referendaria della Cgil ha il merito di rimettere al centro della discussione pubblica il tema del lavoro».  

Benvenuto, iniziamo dalla sua ultima battaglia, quella sul referendum costituzionale.

Non è stato un referendum, ma un giudizio di Dio. Come ha riconosciuto anche Giorgio Napolitano, lo si è caricato di un peso eccessivo, facendo un grave errore di presunzione. Oltretutto, c’erano stati anche dei segnali che avrebbero dovuto consigliare maggiore cautela: il voto alle ultime elezioni amministrative in Italia a partire dalle sconfitte di Torino e Roma, il voto sulla Brexit, il clima politico in Usa, l’ascesa di forze come Podemos in Spagna.

Cosa non le è piaciuto della campagna referendaria?

Questo qualunquismo, questo fare demagogia contro i partiti e i sindacati, sono una vecchia malattia. Non è pensabile fare riforme puntando quasi esclusivamente sui tagli dei costi della politica, per risparmiare. Vuol dire che stai facendo una campagna che di fatto favorisce Grillo e il M5S.

Una campagna anti-politica che però non è piaciuta agli elettori.

In passato ho imparato sulla mia pelle ricevendo anche delle autorevoli tirate di orecchie. Nel 1972, in una assemblea dei metalmeccanici avevo criticato, in un breve passaggio nel mio intervento conclusivo, l’aumento dello stipendio dei parlamentari, ricevendo molti consensi dai delegati. Lì, seduto davanti a me, era presente Enrico Berlinguer, che con i metalmeccanici aveva un rapporto particolare. Mi venne a salutare al termine dell’intervento e mi disse: ‘Ricordati Giorgio, dicendo quelle cose prendi gli applausi, ma l’anti-parlamentarismo è l’anti-camera della dittatura’. Una frase che non ho mai dimenticato.

‘La riforma ha dei difetti ma è meglio di niente’, dicevano i sostenitori del Si nel corso della campagna referendaria.

Sono stato contro al referendum perché c’era un’altra cosa che non mi convinceva: da un po’ di tempo, non solo in Italia, si fanno le campagne sostenendo la cosa o il candidato meno peggio. Io sono per farle le riforme, ma proponendo qualcosa di meglio. I partiti, i sindacati, le forze sociali devono ambire a proporre qualcosa di più del meno peggio.

Alfredo Reichlinh sostiene che è stato un voto di classe quello uscito dalle urne il 4 dicembre. Le nuove generazioni, i ceti più deboli, il Sud hanno votato in massa per il No…

È vero. E sono preoccupato, perché stiamo archiviando troppo presto l’esito del referendum. Come avvenne, ad esempio, anche in occasione di quello sulla scala mobile che si svolse, nel 1985, in un clima non troppo lontano da quello in cui si è svolto quest’ultimo. Allora non utilizzammo l’occasione per riflettere su cosa stesse bollendo nel paese. Temo si stia ripetendo l’errore.  

Con la vittoria del No possiamo dire addio al tema delle riforme costituzionali?

Prima bisogna fare riforme concrete. A partire da quelle sul lavoro che sono quelle che incidono di più sulle persone. Voglio dire questo: sta avvenendo una cosa mai accaduta. Dal Dopoguerra in poi c’è stata una tendenza ad accorciare le distanze presenti nella società italiana, che erano enormi durante il fascismo. Abbiamo attenuato lo squilibrio che c’era. Oggi in controtendenza ci ritroviamo con una società spaccata, divaricata, giovani contro vecchi, Nord contro Sud, ognun per se.  

Sta dicendo che le regole del lavoro di oggi non aiutano ad accorciare queste distanze?

Il lavoro oggi vive una forte contraddizione. Abbiamo l’industria 4.0, benissimo. Ma se devo puntare a un paese che deve investire nella tecnologia, nel digitale, non puoi avere una politica sul mercato del lavoro contrastante. Se tu esalti il precariato, l’incertezza, come si può pensare di avere un giovane impegnato in una industria che richiede grandissima professionalità? È una contraddizione spaventosa. Abbiamo avuto una fase, soprattutto negli anni ‘60-‘70, in cui i giovani sono entrati nel mondo del lavoro e hanno cambiato il paese. Oggi non è così.

C’è stata la decisione della Corte Costituzionale sull’ammissibilità di due dei tre referendum sul Jobs act proposti dalla Cgil. Vede all’orizzonte nuove spaccature?

Intanto il jobs act ha un vizio di origine, ha una carica ideologica contro il sindacato, considerato inutile. E poi una legge non crea posti di lavoro, una legge non risolve i problemi della sicurezza sul lavoro. L’errore è stato imboccare fin dall’inizio questa strada. Hanno pensato a una scorciatoia, invece era un vicolo cieco. Dai vicoli ciechi si esce tonando indietro.

Cosa doveva fare il governo?

Poteva, anzi doveva ricercare una intesa tra le parti. Quando le cose sono ragionevoli si arriva ad un accordo. Si guardi al contratto dei metalmeccanici rinnovato in modo unitario a fine novembre dello scorso anno.

E ora?

Ci vuole una riflessione seria e porsi la domanda: ha dato risultati o non ha dato risultati? La risposta è nel voto dei più giovani al referendum sulla riforma costituzionale.

Cioè?

E’ evidente che in quel voto c’è già un giudizio di quella generazione sul jobs act, cos’altro? Quando si dice che è stato un voto politico…

La Cgil ha fatto bene a scegliere la via referendaria su un tema già per sé divisivo come quello del lavoro o ha sbagliato?

Io non sono della Cgil (sorride), ma ha il merito di aver riportato al centro del dibattito e rimesso all’ordine del giorno della pubblica opinione il tema del lavoro, che era stato accantonato e affidato in modo esclusivo al jobs act. Riconosco che se sul jobs act avesse fatto cinque scioperi generali non avrebbe avuto gli stessi risultati che oggi oltre tre milioni di firme sui referendum gli hanno consentito di ottenere.

Una generazione, quella dei ventenni, che possiamo definire la più precaria della storia repubblicana, che per la prima volta andrà a un referendum sul lavoro, seppure solo sui voucher e sugli appalti. Cosa deve fare il Parlamento?

Si deve aprire al confronto. Deve rinsavire! Ci sono diverse proposte in Parlamento, a partire da quella di Cesare Damiano. Per gli appalti penso si troverà con ragionevolezza un accordo. Sui voucher sono più pessimista.

E il Pd?

Anche il Pd deve aprire un confronto al suo interno, dove ogni tanto si fanno riunioni inutili e svalutate dal fatto che già si sa quale sarà l’esito finale. Riaprire una discussione, ma non in termini di fedeltà. Negli ultimi tempi le questioni del lavoro, dell’occupazione e dello sviluppo sono stati accantonati. È prevalsa, anche in coloro tradizionalmente più vicini alle forze del lavoro, un’ansia di legittimazione, una malattia che rischia di essere incurabile. Per far vedere che sono avanzato devo parlare male dei lavoratori. Penso che questo riguardi in qualche modo anche persone come Poletti e Ichino, che pure sono preparate.

Ma questo non accade solo nel Pd e più in generale nella politica.

Certo. Ho sentito che un importante amministratore delegato italiano ha affermato in una lezione ai giovani che c’è un solo modo di governare un’azienda ed è quello di mettere paura ai lavoratori. Beh, questo vuol dire che siamo in una fase veramente complicata. Oggi dovremmo esplorare terreni di collaborazione e non di umiliazione del lavoratore…

A proposito di Amministratori delegati che differenze vede tra i capi azienda e gli imprenditori che ha conosciuto negli anni Settanta e Ottanta da leader di uno dei più grandi sindacati italiani e i Ceo di oggi che guidano le proprie imprese da uno smartphone?

Lo shock più grande lo ricordo con la Fiat. Con Gianni Agnelli abbiamo avuto grandi scontri ma era un imprenditore legato all’Italia e a Torino e si poneva sempre il problema  del rapporto tra la Fiat e l’immagine del Paese, non si interessava solo degli interessi degli azionisti. Quando è venuto Marchionne, io ero un parlamentare dei Ds eletto nel collegio torinese di Mirafiori e in uno degli incontri che avemmo, insieme ad altri parlamentari come Violante, Chiamparino, Marchionne ci disse che lui aveva solo un obiettivo limitato: fare gli interessi degli azionisti. La contrapposizione di ieri oggi non c’è più. Hai interessi diversi ma anche molti interessi comuni. Un imprenditore moderno, ma anche sindacati e partiti che non vogliono essere minoritari, devono favorire elementi comuni di reciproco interesse.

Come voterà ai due referendum?

Certamente farò di tutto perché ci sia il quorum.

Pubblicato in Aggiornamenti
Giovedì, 02 Marzo 2017 00:00

Ancora sulla globalizzazione

Il termine globalizzazione ha avuto le più svariate applicazioni ed è stato adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. In economia indica fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni tanto che le ‘imprese’, le quali  operano in un mercato globale, hanno attuato economie di scala per vendere lo stesso prodotto in tutto il mondo. Per questo sono state adottate dai singoli Stati  strategie uniformi che hanno richiesto  una progressiva liberalizzazione, cioè la riduzione degli ostacoli alla libera circolazione di persone, mezzi e capitali. Anche la diffusione degli stili di vita, delle diverse culture, delle idee si è giovata della ‘globalizzazione’. Ma, come è sotto gli occhi di tutti, come  la ‘globalizzazione’ sia fenomeno complesso e contraddittorio. Valga per tutto la considerazione che, partendo dall’agire economico, si è insediata in altri campi della vita sociale globalizzando il convincimento che, come in economia, devono essere abbattute tutte le barriere che siano limite all’agire umano. Questo ha significato che, sistemi tecnici sufficientemente potenti, hanno potuto ampliare indefinitamente la propria  libertà d’azione. Inoltre, nel capitalismo attuale che  alcuni definiscono  “tecno-nichilista”, l’economia ha perso qualunque scopo sociale realizzando la parte più negativa del modello immaginato che dava per scontato che la giustizia sociale e la cure della persona si realizzassero per mero effetto secondario. Ciò  non è stato (su questo ha scritto, tra gli altri, Z. BAUMAN, Vite di scarto, Laterza, Bari, 2006). Infine, la separazione dalla realtà dei corpi sociali complessi, ha determinato l’effetto a cascata della globalizzazione, anche se non voluto,  della velocità con la quale si sarebbe realizzata la crescita. Essa, la crescita, era una prospettiva entro la quale si inseriva soprattutto il riferimento al “senso” della stessa che, comportava anche una valutazione extratecnica interessando l’ordine sociale, politico o morale delle società. Volendo risalire alla radice, la questione è, in ultima istanza, antropologica, perché la tecnica – compreso l’ambito economico e finanziario - ha fatto enormi passi in avanti nell’ultimo scorcio di secolo senza che il nostro pensiero (e le nostre pratiche) siano ancora in grado di governarli. Tali mutamenti, associati alla cultura prevalente e alle trasformazioni istituzionali che li hanno reso possibili, hanno favorito il formarsi di una concezione unilaterale della libertà, che – pensandosi come ‘ab-soluta’ – ha finito per essere “immaginaria”. A ben guardare, se proviamo a comprendere la lezione che viene dalla crisi, il problema che abbiamo di fronte consiste nel ri-costruire una relazione rispettosa della realtà, considerata sotto l’aspetto del limite alla nostra volontà di potenza (come desiderio e come tecnica). Concretamente significa abbandonare l’idea secondo la quale tutto ciò che viene creato dall’azione umana è, di per sé, giusto. Nella realtà, le cose non stanno così, perché le forme sociali hanno sempre a che fare con il problema di gestire un limite; mobile e negoziabile fin che si vuole, ma che pure va rispettato. Da questo punto di vista, il tempo che stiamo attraversando è portatore di una straordinaria opportunità. La crisi, infatti, riorganizza l’agenda della nostra vita personale e collettiva, costringendoci a confrontarci con il problema della gestione dei costi umani e sociali che essa produce e, più in generale, della definizione di una nuova relazione tra economia e società. In fondo, essa costituisce un nuovo forte campanello d’allarme che permette di cogliere le contraddizioni del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi vent’anni. Da questo punto di vista, essa costringe alla ricerca di un pensiero nuovo. Se la questione sociale e quelle legate al “senso” riproposte dalla crisi non dovessero venire recuperate, ciò che ci dobbiamo aspettarci è un incattivimento dei rapporti sociali, con la radicalizzazione delle disuguaglianze (già significativamente aumentate negli ultimi vent’anni) e dei rischi globali. A differenza del passato, la soluzione di cui abbiamo bisogno non va cercata con riferimento solo al piano nazionale. Proprio l’’avvenuta ‘globalizzazione’ fa sì che una crisi delle dimensioni di quella che stiamo ancora vivendo, comporti la costruzione di nuovi assetti culturali e istituzionali. Anche su questo piano, la crisi pone questioni di vasta portata. Al fondo, l’interrogativo attorno a cui ci dobbiamo  interrogare concerne l’eventuale emergenza di un “nuovo immaginario della libertà” in grado di allontanare l’ossessione del desiderio individuale e di reintrodurre, anche se in forma del tutto nuova, una dimensione “sociale di significato”. Si tratta, in ultima istanza, di costruire una strada che eviti le due derive opposte cui siamo esposti: da un lato quella individualistica, che pensa il “sé” come un atomo indipendente, senza legami, schiavo del desiderio, e dall’altro, quella collettivistica la quale  continuamente si ripropone nella forma di fondamentalismi più o meno mascherati: religiosi, etnici, territoriali. La strada, non è facile come non è facile riconoscere la centralità delle l’espressione è di M. Magatti): la  relazionale e quella del senso. Per fare emergere questo nuovo immaginario ci vorrà tempo, ci vorranno nuovi  soggetti sociali, ci sarà bisogno di nuove idee (cfr. M. MAGATTI, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, 2009).

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 27 Febbraio 2017 00:00

Mondializzazione

Mondializzazione dell’economia

Il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta. La reductio ad unum, che tanto successo ha avuto nel pensiero filosofico-politico medioevale realizzando un modello gerarchico di ordinamento, in quella che si chiama “terza modernità” ha coltivato l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.

di Marianna Ortoboni

 

Introduzione

Sul tema della globalizzazione[1] si sono impegnati esperti appartenenti a diverse scuole di pensiero; su di esso si è polarizzata l’opinione pubblica a partire dagli anni novanta da quando il termine, che in precedenza non figurava neppure tra le voci declinate nei dizionari, ha cominciato a costituire un terreno di dibattiti, confronti divenendo esponenziale di opposte visioni del mondo. Gli esperti distinguono tre fasi nella ricostruzione dell’excursus.

Una prima fase, di discussione principalmente accademica, è volta a verificare se la globalizzazione sia in realtà un fenomeno nuovo o meno rispetto alle posizioni di chi ne nega l’esistenza o ne minimizza gli elementi di novità.

Una seconda fase coincide con il costituirsi di un pensiero corrente circa la trasformazione del mondo che va assumendo caratteri sostanzialmente diversi da quelli del passato. Il dibattito sulle conseguenze della globalizzazione, che da questo pensiero si inizia, è di natura più politica, in coincidenza con l’emergere dei movimenti antiglobalizzazione. Siamo nel periodo delle grandi contestazioni no-global esplose per la prima volta con risonanza globale alla “ministeriale” Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) di Seattle del 1999. La riflessione si radicalizza e diviene oggetto di scontro politico in molti Paesi del globo, in alcuni casi sulla base del semplice cleavage sinistra/destra.

Passati gli anni della contestazione, e alla fine degli anni Novanta, si cominciò diffusamente a pensare, sebbene non unanimamente, che la globalizzazione rappresentasse un fenomeno positivo, ma solo se accompagnato da un quadro di politiche pubbliche di aggiustamento e ammortizzazione sociale. Da allora, se da un lato l’opinione pubblica ha accettato l’idea che la globalizzazione è forza capace di cambiare in meglio le dinamiche della nostra società, allargando il perimetro del benessere, riducendo gli ostacoli e aumentando le possibilità, dall’altra si sono invocate politiche pubbliche per dare risposta adeguata alle nuove ineguaglianze e insicurezze. Via via si è dunque rafforzato il convincimento che la globalizzazione, fenomeno epocale in grado di cambiare il pianeta[2] e momento di svolta nella storia dell’umanità, fosse forza inarrestabile ed irreversibile capace di cancellare i confini, superare frontiere e rendere il mondo piatto, secondo la fortunata espressione di Th. Friedman[3]. Ma contemporaneamente e secondo la previsione di A. Giddens[4], la globalizzazione avrebbe portato al collasso delle distanze temporali e spaziali e finito per ridurre il potere degli Stati –nazione. Si vive da tempo, e questa è la terza fase, una situazione nella quale, senza barriere, nemmeno gli Stati sovrani hanno più significato. L’autorità statuale nazionale non può controllare questo sistema che viaggia molto più velocemente delle decisioni prese da qualsiasi Parlamento. Per il mondo globalizzato si tratta, sostiene Ulrich Beck, di «smantellare le competenze e l’apparato dello Stato, cioè di realizzare l’utopia anarchico-mercantile dello Stato minimale»[5].

Oggi questi giudizi appaiono superati o parziali. Le conseguenze della globalizzazione si sono rivelate complesse e in ogni modo non in grado di produrre l’effetto della omogeneizzazione sociale, economica e culturale che si pensava potesse produrre, come eliminare la sovranità degli Stati, azzerare i confini allargando a dismisura l’orizzonte fino ad escludere ogni linea di demarcazione.

Mai come nel 2010 (gli effetti li abbiamo davanti), l’apertura dei mercati internazionali- vale a dire il processo chiamato comunemente globalizzazione- sta facendo emergere gli elementi contrastanti che contiene. Infatti «insieme ai vantaggi relativi all’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazioni di aree particolari come la Cina, vengono alla luce aspetti profondamente negativi. Sono aspetti conseguenti all’assenza di regole condivise per governare un processo complesso, che costringe ad un confronto serrato aree geografiche profondamente diverse per cultura, storia e tradizioni»[6]. Anche Benedetto XVI ha preso una posizione forte e netta censurando il capitalismo e la «prevalente logica del profitto» che genera disuguaglianza e povertà e il «rovinoso sfruttamento del pianeta» invitando a non considerare il capitalismo «l’unico modello valido di organizzazione economica» (24 settembre 2007, ma poi in successivi interventi come nella enciclica Caritas in Veritate, 2009). Ma non ci si può nascondere che la globalizzazione almeno ai suoi esordi, ha aperto gli animi alla speranza che una nuova governance avrebbe influito sui processi di policy[7].

D. Antiseri, in «L’attualità del pensiero francescano»[8] (Rubettino 2008) rintraccia, all’interno della scuola di pensiero francescana del Medioevo, le teorie conciliative della fede cristiana con lo sviluppo economico assai prima delle tesi espresse dal sociologo tedesco Max Weber. E questo con buona pace di quanti sostengono che, nell’evoluzione del pensiero cattolico, e riguardo allo studio delle origini del capitalismo, c’è una discontinuità di analisi. Si continuano, infatti, a tirare per la giacca, nel tentativo per portare acqua al mulino dei propri convincimenti, gli ultimi interventi del SS. Padre, che evidenziano gli eccessi del capitalismo, giudicandoli come un “pensiero nuovo” volto a riportare in auge l’esistenza di “una terza via” appoggiata dalla Chiesa. Su questo punto, e per negare l’ipotesi di una tale paternità, era intervenuto a più riprese anche Giovanni Paolo II con le sue encicliche sociali.

Dice Benedetto XVI: «La disparità tra ricchi tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. […] In questo contesto, combattere la povertà implica un’attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà»[9].

Da qui ora partiamo.

Definire la globalizzazione

Il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta. La reductio ad unum, che tanto successo ha avuto nel pensiero filosofico-politico medioevale realizzando un modello gerarchico di ordinamento, in quella che si chiama “terza modernità” ha coltivato l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.Infatti, anchela tanto declamata “forza autoregolativa” del mercato, grazie alla quale esso avrebbe deterministicamente realizzato il fine di un miglioramento generalizzato permettendo il godimento quasi imparziale delle risorse destinandole ai più capaci e dotati premiandone il merito, rivela delle fratture intollerabili. I Paesi ricchi di risorse naturali sono stati privati delle sostanze e delle braccia; sono divenuti sempre più poveri e le loro popolazioni sono state sospinte, come fiumana umana che vuole sfuggire alla guerra, alla fame e alla morte, a divenire “migranti” verso un mondo che, prima li depriva poi li scaccia. Il mondo occidentale ha paura della povertà e tende a riporre ogni sicurezza nell’aumento dei beni che non intende né dividere né condividere soprattutto ora che anche da questa parte del mondo cosiddetto occidentalizzato, la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di pochi che esercitano il privilegio della “differenza di capability” su una quantità sempre maggiore di cosiddetti “nuovi poveri” e “nuove povertà”[10]. Lo stato sociale è smantellato, la mancanza di risorse pubbliche di Stati “sciuponi” fa venir meno il senso di responsabilità e quello della solidarietà nonché appanna l’orizzonte etico del “bene comune”. Il rischio è che, staccando la solidarietà da ogni relazione agli individui concreti, oscurando il riferimento all’humanum e avendo soltanto come parametro i “buoni sentimenti”, si determina che fare “giustizia” non spetta più allo Stato che, oltretutto sottomesso alle politiche di bilancio, non sa più indicare una “graduatoria” nei valori di socialità e nelle scelte di politica attive, per esempio inclusive della cittadinanza.

La globalizzazione dunque che esorbita i poteri dello Stato e gli si oppone, crea una sorta di “ Stato a sé stante”, di autogoverno libero da qualsiasi condizionamento di autorità esterne a esso. Di fatto la globalizzazione assume i contorni di una “società transnazionale” non organizzata politicamente, nella quale i nuovi attori del potere, non legittimati democraticamente, hanno una libertà di decisione che si spinge sempre più oltre nel tentativo di realizzare un governo del mondo secondo il “pensiero unico liberista” grazie al controllo sempre maggiore dell’economia sulla politica. Ecco perché l’eclissi, o il tramonto della “politica”, ci deve preoccupare e determinare un sussulto di resistenza, nei confronti dei tentativi di cambiare le istituzioni, anche se con aggiustamenti apparentemente “indolori”, e di passione per la prassi democratica che, sebbene possa apparire come un insieme di atti burocratici che allungano i tempi delle decisioni, è sempre l’unica frontiera della libertà. Susan Strange[11], che definisce la globalizzazione come il passaggio di consegne di sempre maggiori poteri dagli Stati ai mercati, afferma che descrivere le istituzioni della globalizzazione equivale a descrivere questo passaggio e quindi la globalizzazione stessa. Se la definizione di A. Giddens, per citare un altro studioso dell’argomento, mette in luce l'aspetto evolutivo della globalizzazione rispetto al capitalismo in quanto «intensificazione delle relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa»[12], l’analisi della Strange sottolinea piuttosto i tratti rivoluzionari della globalizzazione. I tratti rivoluzionari di questo processo emergono solo da un’analisi dei mutamenti che esso induce nella sfera istituzionale, intendendo con questo termine sia la sfera statale sia quella della giuridicità. Nella sfera statale assistiamo ad un processo lento e progressivo di frantumazione e di opacizzazione della “sovranità statale” anche se non è ancora portato alla consapevolezza se è causa o la conseguenza della globalizzazione. Nella sfera della giuridicità è in atto una vera e propria mutazione genetica del diritto: mutano gli attori del processo giuridico, mutano le modalità di produzione e di funzionamento delle regole giuridiche, muta, o almeno è quello che si vorrebbe, la fisionomia della indipendenza del potere giudiziario con la conseguenza che il linguaggio universale degli interessi sembra prevalere definitivamente sulla oggettività della norma: la logica della negoziazione, propria della ratio oeconomica, si sostituisce, o almeno ambisce a farlo, a quella dell'argomentazione, tipica del diritto. Il superamento della dimensione statale, provocato dall'espansione dell'economiafinanziaria e della tecnologia, tende a fare del diritto uno dei mondi “consumati” acquisibili sul mercato. Il diritto perde così la sua valenza normativa e si rivela una costruzione sociale particolarmente permeabile alle interferenze esterne (ad esempio il diritto americano si presta a fare da modello al “diritto globale”[13]). Rinunciando all’invarianza, il diritto della globalizzazione si presenta dunque come un “ordine aperto” a nuovi soggetti, a nuove modalità e a nuovi iter di produzione, più che “procedimento” è un processo nel quale soggetti - giocatori possono avvalersi delle “regole del gioco”, secondo la loro “razionalità strategica”, ignorandone la valenza normativa.

A questo “diritto delle possibilità”, che ha necessariamente un carattere pluralista, si contrappone nell'ambito del diritto globale un “diritto della necessità” che tende invece ad essere unitario. Al “diritto della necessità” appartengono i “diritti umani” determinando la saldatura tra la tendenza al pluralismo e la tendenza all'unità. La tendenza all’unità non è infatti fondata su un concetto astratto di individualità riconducibile all’universalismo liberale, né il pluralismo giuridico è fatto di tanti rapporti definiti di diversità, quanto di una trama di accomodamenti nella quale dimensione universale e particolare si fanno concorrenza in quanto il diritto globale esprime sia l'individualismo astratto che quello delle differenze.

La definizione di “globalizzazione” data da S. Strange, dalla quale siamo partiti, sembra mettere al centro del discorso la dimensione giuridica e politica per non ridursi a dare della globalizzazione una definizione troppo incentrata sui mutamenti di tipo economico, anche se l’origine del passaggio di sempre maggiori poteri dagli Stati ai mercati è il risultato dell'evoluzione del capitalismo.

L’economia, allora, torna così al centro del discorso e si fa dimensione forgiante tutte le altre dimensioni. In questo mondo globalizzato scompare la polis. O meglio, il mercato, come luogo di socializzazione, si fa polis e il cittadino diventa consumatore. La reductio ad unum che, lungi dall'essere meramente descrittiva, ha effetti fortemente prescrittivi, come abbiamo visto, presenta la globalizzazione come un processo unitario e deterministicamente orientato che non tiene conto della presenza degli Stati e della loro territorialità che, malgrado tutto, si fa ancora sentire lasciando ampi spazi all’agire della politica nella sfera pubblica. Lo scontro dunque tra “continuisti” (A. Sen) e “discontinuisti” (M. Albrow[14]), è determiata in realtà da un deficit di attenzione “lessicale”. Esistono due parole, infatti, che sembrano indicare un medesimo processo, ma che, in realtà, ne scolpiscono dei tratti molto diversi: “globalizzazione” e “mondializzazione”. La prima, richiamandosi a “globus”, parla più delle scoperte geografiche e della “rottura” che esse hanno rappresentato all’interno della storia, provocando una “occidentalizzazione”, proprio a partire dalla traversata atlantica di Colombo; la seconda, riferendosi a “mundus”, ci parla più di un “processo” che di una rottura, all’interno di una Universalgeschichte intesa come percorso orientato che interessa il mondo intero – come accade, per fare un esempio, nella filosofia della storia di Hegel, passando da Voltaire, Rousseau, Kant, ma anche in un progetto quale la teologia agostiniana della storia, nell’idea di una civitas peregrinans[15].

G. Marramao[16] afferma che entrambi gli schieramenti contengono “due mezze verità” per le quali l’autore propone una tematizzazione filosofica mediante un’interazione reciproca che colmi, in tal modo, le lacune lasciate dall’assunzione monoconcettuale di una delle due. Esiste, secondo l’autore, il continuo e il discontinuo, il processo e la svolta” (p. 14), e, attraverso le lunghe strade che hanno portato alla formulazione di ipotesi sul destino dell’Occidente (Regard sur le monde actuel di Valéry, Der Untergag des Abendlandes di Spengler, Der Arbeiter di Jünger) Marramao individua nel concetto di secolarizzazione, a partire da Carl Schmitt e dalle sue pionieristiche riflessioni sullo ius publicum europaeum e la Globale Zeit, un passaggio obbligato, affinché si comprenda meglio come l’interazione fra i diversi elementi inerenti alla globalizzazione abbia segnato la storia del mondo.

Secolarizzazione non è da intendersi solo in relazione alla desacralizzazione, ad esempio quella operata dai primi filosofi greci nei confronti del mito, o dai profeti dell’ebraismo nei confronti di forme magico-rituali precedenti: piuttosto, in questo contesto, il termine vuole segnalare il distacco della politica dalla religione, sancito con la pace di Westfalia del 1648, la fine delle guerre di religione e l’affermazione della sovranità “intramondana” dello Stato. Dunque G. Marramao ci invita ad interrogarci su una questione cruciale: «quale catena di effetti, quale circuito di azioni-reazioni questa peculiare acquisizione della civiltà europeo-occidentale – da cui discende in linea diretta la conquista evolutiva rappresentata dalla differenziazione funzionale tra le sfere del diritto e della morale – determina con il passaggio dall’ordine internazionale degli Stati-nazione sovrani al nuovo (dis)ordine globale?» (p. 22). Solo rispondendo a tale questione si può passare a discutere sulla globalizzazione non solo dal punto di vista economico o tecnico ma anche politico e culturale: «Non per nulla il neologismo globalization fa la sua prima comparsa negli anni sessanta proprio nell’ambito del diritto internazionale, per indicare i nuovi termini del “problema hobbesiano dell’ordine” […] dopo la fine del “modello Westfalia”, ossia di un assetto delle relazioni internazionali orchestrato dalle potenze europee e fondato sull’esclusione di aree, paesi e popoli “non-sovrani” o “a sovranità limitata”» (p. 23).

Da questo punto di vista, due rischi soggiacciono a qualsiasi pensiero sulla globalizzazione: uno è quello dell’appiattimento monodimensionale della modernità, assunta come dato universale e precostituito, anziché come orizzonte aperto ed in questione; l’altro è quello di separare e dissociare, come fanno tutti coloro che vedono in costante contrapposizione “locale” e “globale”, assunti in quanto poli opposti e non conciliabili. Allora – avverte l’autore – non bisogna mai leggere la globalizzazione unicamente come processo di omologazione sotto l’egida della Tecnica e del Mercato, bensì come una «nuova forma di interdipendenza economico-finanziaria e socioculturale dischiusa dalle tecnologie digitali del “tempo reale”»; d’altra parte non bisognerebbe nemmeno vedere in essa solo uno “scontro di civiltà”, quanto, invece, «una faglia di tensioni conflittuali che attraversa tutte le civiltà tagliando trasversalmente tanto il globale quanto il locale». Solo superando queste visioni la globalizzazione assumerà la sua veste effettiva: «non come mera “occidentalizzazione del mondo” e neppure come mera “deoccidentalizzazione” e “desecolarizzazione”, ma come passaggio a Occidente di tutte le culture – come un transito verso la modernità destinato a produrre trasformazioni profonde nell’economia, nella società, negli stili di vita e nei codici di comportamento non solo delle civiltà “altre” ma della stessa civiltà occidentale» (p. 24). Occorre demistificare, prosegue il nostro autore, le visioni della globalizzazione come passaggio da “the West” (l’Occidente) a “the Rest” (il resto), o come contrapposizione fra un Occidente, connotato da valori forti, ed un Oriente, emergente con i suoi “asian values”, che confermerebbe un dualismo più artificioso che concreto. Dal punto di vista pratico la costruzione teorica di uno Stato mondiale» (secondo la prognosi di E. Jünger) o di una «repubblica cosmopolitica» (secondo gli auspici di Kant), ripropone l’urgenza di una riflessione sulla “differenza” che diventa evidente non appena si affronta il tema del gloca.

Oggi si assiste ad una vera e propria “invenzione di località” che va di pari passo con la globalizzazione, cambiandola di segno dall’interno. Il recupero delle tradizioni è uno dei segni di questa sorta di processo immaginativo collettivo che si accompagna alla richiesta di “comunità”. Dunque il paradosso della globalizzazione consiste allora nel fatto che, in essa, il “luogo” della differenza viene ricostruito, la tradizione inventata, la comunità immaginata» (p. 39). Forse proprio queste considerazioni dovrebbero portare a riconsiderare, come fa Marramao, le radici dell’intolleranza, a partire anche dalla logica dei monoteismi o di qualsivoglia soggetto forte che diventi fautore di quella che già Marcuse chiamava “tolleranza repressiva”. Il passaggio auspicato è dal concetto di tolleranza a quello di rispetto, con l’invito ad un’attenzione costante alle “nuove intolleranze” derivate dalle “differenze blindate”: non più, cioè, dal potere assoluto, ma da quelle nuove realtà, nate nella Globale Zeit, che si difendono le une dalle altre, piccole o grandi che siano, come monadi isolate e nemiche, e che considerano la globalizzazione come il loro peggiore avversario.

Con tutta evidenza il “cortocircuito” che si crea fra globale e locale è determinato soprattutto dal fatto che, in modi più o meno evidenti, è venuto meno l’anello che li connetteva insieme, cioè lo Stato-nazione con la sua struttura che stringeva, in una fitta maglia, popolo, territorio e sovranità. Il “deficit” politico e giuridico mondiale che ne deriva, lungi dal dare origine ad uno “Stato mondiale”, come aveva pronosticato E. Jünger[17], ha dato luogo a «una sorta di iperspazio contratto, internamente squilibrato e costituzionalmente refrattario a qualsivoglia reductio ad unum improntata alla logica esclusivistica della sovranità» (p. 44). Anzi l’idea di uno Stato mondiale, che non possa fare riferimento ad alcun “fuori” – secondo la logica costitutiva dello Stato moderno che si fondava non tanto sulla contrapposizione tutto/nulla, quanto su quella interno/esterno – appare come un “teorema di impossibilità”.

Questa nuova forma politica globale non potrà mai prodursi secondo la logica della reductio ad unum che è presupposta dalla potestà sovrana. Allora, oltre lo Stato non ci attende lo Stato mondiale, né in forma autoritario-centralistica, né in forma federale e semmai una nuova potestas «dovrà piuttosto tradurre in governo politico e in istituzioni politiche globali “l’attuale occasionale interdipendenza tra organismi sovranazionali”, le diverse istanze di diritto internazionale, unitamente alla lex mercatoria e alla “politica direttamente svolta dal potere economico”(p. 49). Lo sbocco prevedibile non è quello auspicato da Kelsen, una civitas maxima, ma, piuttosto, quello di un multilevel governance system, un sistema di governo multilivello caratterizzato dalla compresenza, benché paradossale, di una pluralità di potestà sovrane.

In un sistema siffatto, più importante del conflitto di interessi sarà il conflitto di valori, che invalida ab origine il paradigma utilitaristico e la conseguente idea di un unico parametro di comportamento logico e razionale, aprendo la strada ad altri paradigmi, come, ad esempio, quello del Dono[18] e dei nuovi rapporti che esso crea con lo scambio e l’obbligazione. Tale conflitto di valori è dovuto, con tutta evidenza, soprattutto all’acuito conflitto identitario che si produce nella parabola del glocal: conflitto “fondamentale”, sempre a rischio di divenire “fondamentalistico”, fra le diverse e alternative concezioni del bene, che porta con sé l’inevitabile commistione tra politica e morale. Ciò non significa che la dinamica interessi/valori non è stata presente prima dell’attuale situazione. In realtà essa assume, in ogni tempo, una sua forma peculiare. In quell’odierna «i conflitti di interesse e le discriminazioni di classe, che pure – ripeto – persistono in tutta la loro asprezza, si trovano ormai inestricabilmente incapsulati dentro la dinamica dei conflitti identitari. L’articolazione degli interessi si presenta, pertanto, come una variabile dipendente del processo di identificazione simbolica» (p. 52).

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Alcuni fra gli studiosi che si sono interessati all’argomento. Ian Clark, (Globalization and Fragmentation: International Relation in theTwentieth Century, Oxford 1997. Trad it., Le relazioni internazionali nel XX secolo, Bologna 2001), la globalizzazione riguardo alla intensità dei mutamenti include concetti come integrazione, interdipendenza, multilateralismo, apertura e interpretazione multifunzionale. Mentre riguardo alle relazioni interenazionali, la globalizzazione rinvia alla diffusione geografica delle tendenze indicate e ingloba concetti come quello di “omogeneizzazione”. Z. Bauman (Globalization:The Human consequences, New York 1998. Trad it., Dentro la globalizzazione. Le conseguenzesulle persone, Roma –Bari 2001) individua il processo sociale influenzato dallo sviluppo tecnologico, dalla crescente rapidità dei trasporti e dalla “rivoluzione informatica”. A. Giddens (The Consequences of Modernity, Cambridge 1990. Trad it., Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio. Sicurezza e pericolo, Bologna 1994) sostiene che la globalizzazione modifica la “rappresentazione sociale della distanza” e costituisce la “modernità” su scala mondiale. P. Hirst (in Globalization in Question: The International Economy and the Possibilities of Governance, Cambridge 1996), gli Stati ed I governi non sono spettatori passivi della globalizazzione: anzi la promuovono e la plasmano ricorrendo anche all’uso della forza. R. Robertson (Glocalization: Time-Space and Homogeneity-Heterogeneity, a cura di M. Featherstone, S. Lasch, R. Robertson, Global Modernities. From Modernism, to Hipermodernism and Beydon, London 1995), pensa all’interazione tra universalismo e particolarismo soprattutto dal punto di vista della percezione riflessiva che i soggetti hanno dell’intero processo. Il sociologo L. Gallino (Globalizzazione e sviluppo della rete, Atti del convegno Mappe del ‘900, Rimini 22-24 novembre 2001, in “Viaggi di Erodoto”, supplemento 14 (2001), 43-44, p. 125) definisce la globalizzazione come processo di “accelerazione e intensificazione che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale” quindi “universalismo del mercato”.

[2]E’ caduto, certo, quel Muro egemone che da Berlino gettava un’ombra su tutto. E’ finito il mondo bi-orwelliano dei Grandi Fratelli ideologici che dettavano a tutti le regole della guerra e della pace. Le due Coree potranno forse profittarne. Ma é davvero senza muri, questa globalizzazione post-ideologica che ha preso il posto dell’ordine imperiale sovietico- americano? L’occasione ci sembra buona, al contrario, per riflettere sull’' inquietante sorgere delle nuove barriere, sulla nascita di steccati inediti o prima trascurati, su quelle linee di confine che non sono più' soltanto geopolitiche ma diventano di volta in volta geoeconomiche, tecnologiche, culturali. […]. La globalizzazione solleva problemi non previsti e non studiati», riconosce Henry Kissinger prendendo atto delle nuove fratture. Non sono forse abissi sempre più profondi quelli che dividono gli utenti di Internet da chi non sa navigare in rete, i ricchi sempre più ricchi dai poveri sempre più poveri, i fruitori di tecnologie d' avanguardia da chi non ne dispone? Al paradosso di una mondializzazione che nel contempo aggrega e divide, Kofi Annan risponde ponendo all' Onu traguardi temerari: Internet per tutti nel sud del mondo, diecimila terminali on-line per l’aggiornamento sanitario negli ospedali dimenticati, una crociata globale per la lotta all' Aids là dove fa più vittime, il dimezzamento entro quindici anni del numero di chi (uno su cinque) oggi sopravvive con un dollaro al giorno e senz' acqua potabile. Utopie, vaneggiamenti di chi scorda che il progresso non è mai stato uniforme? E' evidente che la povertà e le malattie sono mali antichi. Ma proprio da un mondo nuovo che si vorrebbe senza Muri, e che molte barriere ha già abbattuto, è legittimo attendersi una globalizzazione più equilibrata e più ambiziosa, che sappia meglio conciliare sfide geopolitiche e interdipendenze economiche, che sia in grado di cogliere ovunque la grande occasione della tecnologia, che non trascuri diritti umani e difesa dell' ambiente, che non faccia compiere ad alcuni un balzo nel futuro mentre altri affogano nel passato. (Cfr., F.Venturini, Il disgelo tra le due Coree e un' illusione pericolosa: quell’ultimo muro, in “Corriere della Sera”, p. 001.015, 12 aprile 2000).

[3] T. L. Friedman, The World is Flat, 3.0. a Brief History of the Twenty-First Century, 2007.

[4] A. Giddens, Runaway World: How Globalization is Reshaping Our Lives, 2000.

[5] U. Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Roma 1999, p. 15.

[6]Rapporto sui diritti globali 2008, (a cura di) Associazione Società Informazione, 2008, p. 27.

[7] Il concetto di governance si oppone a quello di government inteso come pianificazione di tipo prescrittivo (calato dall’alto) a carattere razionale formale, laddove cioè le soluzioni adottate sono logicamente consequenziali ai problemi universalmente rivelati. Nella governance invece i bisogni vengono lette come localmente situati ( e pertanto non generalizzabili a qualsiasi contesto) e le soluzioni generate sono specifiche e rispondenti alle problematiche locali, hanno cioè un carattere di razionalità sostanziale in quanto create ad hoc per uno specifico contesto territoriale.

[8] A questo proposito ricordo che l’enfasi posta sulla tesi del sociologo tedesco riguardante l’etica protestante, ha spinto nell’ombra i contributi di teologi come Pietro Giovanni Olivi, Alessandro di Alessandria fino a Bernardino da Siena.

[9] Benedetto XVI, Combattere la povertà, costruire la pace, messaggio per la celebrazione della “Giornata mondialedella pace”, 1° gennaio 2009.

[10]A. Sen (in Globalizzazione e libertà, Milano 2002), definisce “capacitazioni” (capabilities) l’insieme delle risorse relazionali di cui una persona dispone, congiunto con le sue capacità di fruirne e quindi di impiegarlo operativamente. Nella letteratura viene spesso anche indicato con il concetto di capitale sociale, sintesi degli aspetti materiali e immateriali della relazione tra persona e situazione, anche se tale definizione non è certo univoca. Ma condizioni o eventi inediti e critici, spesso si accompagnano al collasso del capitale sociale, nel senso che si “smaglia” il reticolo sociale con la conseguente perdita di relazioni e diminuzione del sostegno sociale. Anche le personali capacità (le proprie capabilities, secondo A. Sen) e la propria competenza ad agire, subiscono una sorta di interruzione. Martha Nussbaum, invece, individua tre tipi di capacità: quelle fondamentali, quelle interne e quelle combinate. La sua analisi parte dalla centralità della persona e da ciò che può fare (ovvero in quanto competente per l'azione), mettendo in secondo piano le preferenze personali e ogni considerazione sui diritti. Scrive, infatti, che il suo disaccordo con Sen riguarda la difesa di questi della “ complessa forma di consequenzialismo non utilitari” e la  critica del punto di vista secondo cui i diritti dovrebbero essere intesi come fonte di costrizioni collaterali. La Nussbaum  sostiene invece  una diversa versione di quel punto di vista, mettendo le” capacità centrali al posto dei diritti”perché non si che non si possono violare le capacità centrali per perseguire altri tipi di vantaggi sociali.. Le capacità, che mettono in grado le persone di fare ciò che veramente possono fare (e non sono infatti “semplici funzionamenti”), costituiscono il fondamento dei diritti che non si possono né scegliere, riguardo al godimento con riguardo alle preferenze, né tanto meno determinare in conseguenza dei bisogni. M. Nussbaum è convinta che soltanto l’affermazione del “principio della capacità individuale (e individualizzata) e della personaintesa come fine, ognuno è in grado di dare un apporto alla società (“minimo sociale”) in base ad un modello che condivide “l'idea intuitiva di una vita che sia degna della dignità di un essere umano” (M. Nussbaum., Giustizia sociale e dignità umana, Bologna 2002.

[11] S. Strange, The Retreat of the State: The Diffusion of Power in the World Economy, 1996.(trad it “Chi governa l'economia mondiale?: crisi dello stato e dispersione del potere”, tradotto da L. Cecchini, Il Mulino, 1998).

[12] A. Giddens, The Consequences of Modernity, Cambridge 1990 (Trad it. “Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo”, Bologna 1994).

12L’idea del “globalismo giuridico” è stata proposta nella seconda metà del secolo scorso da autori come Richard Falk, Norberto Bobbio e in particolare da Jürgens Habermas che si sono riferiti all’idea kantiana del Weltbürgerrecht o “diritto cosmopolitico”. La premessa filosofica del “globalismo giuridico” è l’unità morale del genere umano. Questa idea giusnaturalistica ed illuministica era stata articolata da Hans Kelsen in alcune tesi teorico-giuridiche che traducevano l’universalismo kantiano nell’istanza della globalizzazione del diritto nella forma di un ordinamento giuridico universale che riconoscesse a tutti gli uomini una piena soggettività di diritto internazionale ed assorbisse in sé ogni altro ordinamento. Un “organismo centrale” si identificherebbe, in linea di principio, con un parlamento mondiale. In particolare Habermas sostiene che la tutela dei “diritti dell’uomo” deve essere sottratta ad organismi nazionali ed affidata a uno o più organismi internazionali. Infatti, per Habermas l’universalità della dottrina dei diritti dell’uomo che nel fatto che i suoi standard normativi sono dettati dalla necessità che oggi tutti i paesi hanno di rispondere alle sfide della modernità e alla crescente complessità sociale che essa comporta. (Cfr., R. A. Falk, Human Rigts and State Sovereignty, New York 1981; N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Bologna 1979; J. Habermas, Die Einbeziehung des Anderen, Frankfurt a. Main 1996, trad. it., L’inclusione dell’altro, Milano 1998).

[14] M. Albrow, The Global Age, State and Society Beyond Modernity,1996.

[15] Nel the great globalization debate si è inserito anche l’Human Development Report del 1999, a cura dell’United Development Programme (UNDP) ma sinteticamente si può affermare che gli apologeti e i critici formano due posizioni opposte: i primi difendono il processo come sviluppo coerente della rivoluzione industriale che evidenzia la indiscutibile superiorità dell’Occidente e produce l’effetto benefico dell’erosione delle sovranità nazionali a tutto vantaggio delle corporationeconomiche e finanziarie. A questi si oppongono alcuni analisti (vedi George Soros) che pur condividendo l’ottimismo per la globalizzazione sottolineano l’esigenza che i mercati non siano lasciati alla pura logica capitalistica della concorrenza e del profitto. Le istituzioni del Bretton Woods (nate nel dopoguerra per dettare i pricipi delle ralazioni internazionali e regolare il tasso di cambio rispetto ad un valore fisso del dollaro dando vita al FMI –Fondo Monetario Internazionale - e al GATT -General Agreement on Tariffs and Trade, Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio, firmato, a livello internazionale il 30 ottobre1947 a Ginevra da 23 paesi, per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale - non hanno tenuto il passo. Infatti, si nota una crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza, turbolenza dei mercati, aumento spese militari, conflitti armati, esodi di massa. C’ è una posizione intermedia, quella di Paul Hirst, che può essere definita “scettica” dal punto di vista cognitivo. La globalizzazione non è una novità se è vero come è vero che alla fine dell’Ottocento e nel primo decennio del Novecento, le attività produttive e finanziarie erano già diffuse internazionalmente interessando le tre aree geografiche più grandi: Europa, Giappone. Malgrado le èlites tendano a sottacere gli effetti negativi della globalizzazione e continuino ad affermare che si realizzerà la “scomparsa del Terzo” mondo come effetto della nuova era messianica, un quarto della popolazione mondale vive in condizioni di povertà assoluta come dire che l’equazione tra globalizzazione e sviluppo umano non può essere data per scontata. Senza andare in ogni modo lontano, basta guardare quello che accade nel mercato del lavoro del nostro Paese per comprendere come la deregulation abbia prodotto guasti che al momento sembrano irreparabili.

[16] G. Marramao, Passaggio ad occidente. Filosofia e globalizzazione, Torino 2003.

[17] E. Jünger, Der Weltstaat. Organismus und Organisation, 1960 (trad. it., Lo Stato mondiale. Organismo e Organizzazione, Parma 1998).

[18]Il M.A.U.S.S. (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) viene fondato nel 1981 a Parigi e vede come propri fondatori, nonché principali animatori, Alain Caillée Serge Latouche. L’opera di questi due autori è fondamentale per comprendere l’orizzonte di pensiero che caratterizza il movimento stesso, imperniato su una critica all’assioma utilitarista, che viene indicato come il principio fondante la struttura della società moderna e contemporanea. Il testo di Caillé “Critica della Ragione Utilitaria”, considerato manifesto del movimento antiutilitarista, introduce il concetto che sta alla base di questa critica; nell’introduzione, infatti, l’autore scrive: «…L’utilitarismo non rappresenta un sistema filosofico particolare o una componente fra le altre dell’immaginario dominante nelle società moderne. Piuttosto è diventato quello stesso immaginario; al punto che, per i moderni, è in larga misura incomprensibile e inaccettabile ciò che non può essere tradotto in termini di utilità e di efficacia strumentale». Il gruppo trae ispirazione dal celebre sociologo francese degli inizi del ventesimo secolo, Marcel Mauss, la cui opera più famosa, l’Essai sur le don (1924), è senzadubbio la più magnifica confutazione mai scritta delle ipotesi che sono alla base della teoria economica utilitaristica. In un’epoca in cui ci viene ripetuto allo sfinimento che il “libero mercato” è il risultato naturale e necessario della natura umana, il lavoro di Mauss –che dimostra che non soltanto la maggior parte delle società non occidentali nonsi basano sui principi del mercato, ma che questo vale ugualmente per la maggioranza degli Occidentali moderni- risulta piùpertinente che mai. Il dono, in una società moderna che sottolinea l’utile e l’economico, sembra essere un residuo di una mentalità del passato. Invece, è presente in varie forme. Anzi, niente può crescere e funzionare se non nutrito da esso. C’è il dono in amore, in amicizia, il dono agli ospiti e agli stranieri. C’è il dono perfino nello spazio del lavoro, nel tempo e nel sostegno che si rivolge ai colleghi. Il dono è alla base della nostra società moderna, molto di più e di quanto non pensiamo. Lo spirito del dono, infatti, si basa su una triplice obbligazione: l’obbligo di dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di ricambiare. Il dono è un circolo. Il dono è il filo che tesse la relazione, che costruisce l’amicizia, il legame sociale, perché “obbliga” nel tempo, ci rende costantemente e irrinunciabilmente dipendenti gli uni degli altri.

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