Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V.

New York – La recessione americana è già esplosa ed è senza paralleli nella memoria contemporanea, né paragonabile alla crisi finanziaria e immobiliare del 2008, né agli shock petroliferi degli anni Settanta. Di più: anche ogni recupero, quando ci sarà e ci sarà soltanto in presenza di allentamenti dell'assedio della pandemia, sarà lento, difficile e parziale. Né un'aggressiva Federal Reserve, che in un solo fine settimana ha sfoderato tutte le armi che aveva utilizzato dodici anni or sono, né interventi fiscali, potranno oggi in qualche modo esorcizzare il dramma della vasta serrata dell'economia e della profonda contrazione dell'attività. Nulla, insomma, potrà essere come prima, oggi e neanche domani.La diagnosi per l’economia americana, alla vigilia della crisi ancora la più solida al mondo, è di Mickey Levy.

Economista di Berenberg, ex capoeconomista di Bank of America, da sempre attento e sobrio osservatore di mercati e politica monetaria e fiscale, non è prono alle iperboli. Abitualmente, anzi, fa notizia per la sua sobrietà. Questa volta le sue parole non minimizzano. «L'economia statunitense è in recessione», afferma sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari questo veterano di tante crisi. «Avremo una dura contrazione dell'attività economica e del Pil nella prima metà dell'anno, con un calo del -4,5% nel primo trimestre e dell'11,7% nel secondo», pronostica.


Non basta. Levy avverte che ogni risalita sarà faticosa, molto faticosa: «Prevediamo una graduale ripresa e non un recupero a forma di V, che rispecchierà i postumi dei traumi alla fiducia dei consumatori e forti declini nella produzione di business, che farà i conti con lo smaltimento di scorte precedenti, ulteriori flessioni degli investimenti e deboli esportazioni». Non è il solo a temere crisi più protratte: Citigroup dà il 40% di probabilità a debacle dai tempi allungati.

«L'economia non tornerà dov'era prima», conclude Levy. L'unica via d'uscita, precisa, si aprirà quando ci saranno «chiari e attendibili segni che la pandemia allenta la presa», solo così potrà esserci un aumento della fiducia grazie agli interventi annunciati o in arrivo di banche centrali e governi. «Allora il massiccio stimolo monetario aiuterà e le anticipate azioni fiscali forniranno necessario sostegno al reddito alle famiglie e finanziamenti alle piccole aziende». Anche in simili circostanze però non si fa alcuna illusione: «Anticipiamo una ripresa moderata che sarà più lenta del brusco declino che stiamo vivendo».

Ecco la sua analisi in maggior dettaglio per gli Stati Uniti: un drammatico calo dei consumi nel primo trimestre, -10%, e ancora peggiore nel secondo, -18 per cento. Le imprese avranno crolli degli investimenti, -12% e -22% solo nei primi sei mesi dell'anno. Tra marzo, aprile e maggio spariranno almeno due milioni di posti di lavoro, facendo immediatamente schizzare il tasso di disoccupazione dal minimo storico del 3,5% a «ben oltre» il 5% e facendo precipitare qualunque ottimismo. I profitti aziendali crolleranno al passo di «molti multipli» della caduta del Pil, schiacciati da debiti, tracolli della domanda e del commercio.

Da "https://www.ilsole24ore.com/" L’economista: «La recessione Usa è già arrivata» di Marco Valsania

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Venerdì, 21 Febbraio 2020 00:00

L’economia è la chiave della politica?

Qualche anno fa, un importante personaggio politico disse in un dibattito pubblico che alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’erano interessi economici. Qualcuno gli fece osservare che l’idea che un giovane commetta una carneficina tra gente presa a caso e poi si ammazzi perché conti su tornaconti economici è evidentemente poco credibile; diciamo piuttosto che il terrorista spera così di andare in paradiso. Ma il personaggio aveva la risposta pronta: una massa di gente ingenua viene manipolata con argomenti religiosi da capi che mirano al potere economico.

È una variante di teoria cospiratoria della storia: il radicalismo religioso sarebbe un marchingegno trovato da certe classi dominanti per abbindolare i poveri. Questo non è escluso in certi casi. Ma dubito fortemente che i grandi trascinatori religiosi di folle fanatizzate lo facciano sulla base di strategie economiche. Osama Bin Laden era ricco, avrebbe potuto arricchirsi ancora di più e godersi i propri beni, invece ha attaccato la potenza americana, si è nascosto per anni e alla fine è stato ucciso. Avrebbe fatto tutto questo per estendere il proprio patrimonio? E si pensi agli attentati terroristici suicidi di matrice ISIS in Sri Lanka durante la Pasqua del 2019, che hanno mietuto 253 vittime: gli attentatori erano persone di famiglie ricche e istruite, avevano fatto i loro studi in Gran Bretagna e in Australia.

La verità è che non una sola ragione fondamentale muove gli atti e le passioni degli umani. Non solo quindi la ragione economica. Come diceva Ernst Bloch, non si vive di solo pane, soprattutto quando non se ne ha.

2.

Invece, sin dall’Ottocento si è imposto, nella letteratura politica e sociale, il presupposto che ciò che conta veramente nella storia e nella politica è l’economia. Questa presupposizione è sostanzialmente condivisa sia a sinistra che a destra. Per il liberismo quel che conta è la libertà il più possibile sfrenata del mercato, il free market è il modello del miglior assetto politico e sociale. Per la sinistra marxista e post-marxista contano le classi sociali che sono prima di tutto classi economiche: la storia è storia di lotte di classe. Per la sinistra di oggi l’incremento dell’eguaglianza economica è l’obiettivo principale, e direi ultimo, della lotta politica.

È vero che la sinistra articola soprattutto una critica dell’economia, oggi capitalista, ovvero prospetta una liberazione dai vincoli e condizionamenti dei meccanismi economici. Mentre la destra invece esalta i puri meccanismi spontanei del libero scambio in quanto essi assicurerebbero l’allocazione ottimale delle risorse. Ma sia la critica che l’esaltazione del sistema economico appaiono, in un’altra prospettiva, due facce della stessa medaglia. Che si tratti di liberarsi dall’economia, o che si tratti di liberare l’economia da ogni laccio e lacciuolo politico, è comunque l’economia al centro della politica, il motore fondamentale della storia. Per cui anche a conflitti che non hanno nessuna apparenza economica – scontri religiosi, etnici, razziali, ecc. – bisogna sempre cercare una spiegazione economica ultima. È questa che ancora a molti appare “la spiegazione profonda”. Voler morire per Allah o per il Führer appare invece un motivo del tutto superficiale.

Anche il recente fiorire di partiti e movimenti populisti, in particolare nel mondo più industrializzato, tende a essere interpretato come effetto economico. Molti ripetono che è stata la grande crisi del 2008 il motore di questa conversione di massa alla propaganda populista e di estrema destra; altri dicono che motore è l’aumento delle diseguaglianze economiche.

La crisi economica avrebbe creato nuove ampie fasce sociali di disagio, che si sarebbero volte al populismo per reazione. Ma si tratta di una tesi poco verosimile. In effetti il successo di partiti populisti si verifica anche in paesi che hanno superato da anni la grande crisi del 2008, prosperi e in una situazione di grande ripresa economica, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna prima della Brexit, la Germania fino a poco tempo fa… Niente ci indica che la conversione al populismo fiorisca particolarmente in paesi che ancora non si sono ripresi dalla crisi o in declino economico da tempo. D’altro canto, se l’aumento delle diseguaglianze fosse la ragione fondamentale della svolta verso il populismo neo-fascista, non si capisce perché tanta gente non certo benestante voti per Trump o Salvini che vogliono tagliare le tasse soprattutto ai ricchi, e che escludono aiuti ai più poveri.

Ma collegare le vittorie populiste a processi economici è un modo di confermare l’assunto di fondo: che alla base delle idee politiche tra la gente è la sua condizione economica.

Nella campagna referendaria del 2016 per la Brexit i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà male. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan spirituali, a un ideale di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain sono poi talmente ‘fatti’? Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no. In realtà, le vere ragioni per cui ci si oppone alla Brexit non sono, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale in senso lato, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni di convenienza economica, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i brexiteers non li hanno mascherati.

Qualcosa di simile accade con la contro-propaganda che di solito si fa per far accettare gli immigrati. Anche qui si ripete che l’immigrazione ci dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS dice che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che molti di questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi vede il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con Tolo tolo: qui gli africani sono rappresentati come per lo più simpatici malgrado i loro guai, generosi, pieni di senso dell’humour, mentre gli italiani sono descritti come egoisti, avidi, cinici, spietati. Si dirà: semplicista propaganda pro-immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole semplicista propaganda, non statistiche.

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008. In realtà, la grande crescita degli Hate Groups negli USA è avvenuta verso il 2015, e l’elezione di Trump non è estranea forse a questo incremento. Che cosa è accaduto attorno al 2015 che ha innescato un po’ in tutto l’Occidente questa moda di massa di orientarsi verso l’estrema destra razzista e xenofoba? Ecco una domanda a cui i sociologi stentano a rispondere.

3.

Questo primato attribuito alla vita economica rispetto a tutte le altre forme di vita umane – religiose, artistiche, erotiche – esprime un presupposto ancora più profondo: che gli esseri umani, anche quando sembrano pensare e fare cose assurde, sono nel fondo esseri sempre razionali. E in effetti, che c’è di più razionale del portafoglio? Fa comodo pensare che gli umani siano ragionevoli, perché così sembra più facile capirli. Capire l’irrazionalità è molto più difficile.

Invece, senza togliere affatto ai fattori economici l’importanza enorme che essi hanno, voglio mettere in evidenza le determinazioni irrazionali degli esseri umani, anche quando fanno politica. Mi rendo conto che la distinzione tra razionalità e irrazionalità è relativa, fluttuante. Comunque, per irrazionalità intenderò comportamenti che non capiamo, e che proprio per questo dobbiamo spiegare, con ipotesi più o meno scientifiche. Se chiediamo a qualcuno quanto fa ‘3 X 4’ e costui risponde ‘12’, lo capiamo; ma se costui, pur senza essere un minorato mentale, si ostina a dire che fa ‘14’, ecco qualcosa che, non essendo per noi comprensibile, dobbiamo spiegare. Facendo magari appello alla malattia mentale, uno dei modi più comodi per ammettere che certi atti e comportamenti non ci sono comprensibili. Solo con uno sforzo di astrazione scientifica possiamo pensare che occorra spiegare anche atti e comportamenti per noi del tutto comprensibili.

I comportamenti incomprensibili rivelano la dimensione che chiamerei pulsionale degli esseri umani (pulsione come ne parlava Freud). Questa irrazionalità ha certo la sua logica, che occorre ricostruire e descrivere: anche l’irrazionalità ha una propria logica. A differenza dei motivi razionali, di cui il soggetto è consapevole (so perché ‘12’ è il risultato di ‘4 per 3’), quella che chiamo “logica” non è saputa dal soggetto: lui o lei non sa quale logica lo/la spinge a credenze o atti che, proprio per questo, sono irrazionali.

Mi pare che la psicoanalisi sia oggi una delle poche teorie che ci fornisca i concetti per pensare questa pulsionalità. Con questa intendiamo il fatto che l’essere umano non è solo homo oeconomicus, ovvero lucido calcolatore delle proprie utilità (come vuole una visione di destra) e nemmeno solo essere bisognoso che cerca di sopravvivere e riprodursi (come vuole una visione di sinistra). Intendiamo il fatto che Homo sapiens è un animale che cerca di godere, in qualsiasi modo. Che desidera godere e che spesso gode del proprio desiderio. In questa prospettiva, il dilagare del cosiddetto populismo negli ultimi anni non è riducibile a una reazione a un dato assetto o congiuntura economiche, ma mette in gioco fattori che, rispetto al calcolo utilitario, appaiono del tutto irrazionali. Insomma, nei populismi emerge in modo disturbante l’inconscio.

Ora, la psicoanalisi – come altre teorie, ad esempio quelle della complessità e del caos (a cui ho accennato in un articolo su doppiozero) – non tratta l’essere umano come un animale essenzialmente razionale. Ma la pulsionalità spiega tanta politica solo se la mettiamo in relazione con quel che una certa psicoanalisi, sulla scia della linguistica, chiama significante.

4.

È ora di mettere in rilievo nella vita politica la forza del significante. Il significante si distingue dal segno in quanto quest’ultimo è strettamente connesso al suo significato: il segno è sempre segno di qualche cosa. Invece il significante può non avere alcun significato, perché esso consiste nella differenza da altri significanti, come stabilì Ferdinand de Saussure (nel suo Corso di linguistica generale). La potenza del significante è stata sempre sottovalutata in politica. Eppure da sempre gli esseri umani si massacrano non solo per conquistare territori ricchezze o donne, ma anche in nome di opposizioni significanti.

Il primato del significante fu bene espresso dal personaggio di re Ubu di Alfred Jarry: “Viva la Polonia! Perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi!” – detto in un’epoca in cui la Polonia non esisteva ancora come stato. La Polonia è un significante, i polacchi sono il suo prodotto.

Anche la nazione italiana è effetto di un significante. Quando nel 1861 fu creato il regno d’Italia, gli italiani parlavano vari dialetti, non la stessa lingua, a parte le persone colte, che erano minoranza. Gran parte della popolazione era analfabeta. L’italiano, ovvero il toscano, è divenuto lingua nazionale effettiva a poco a poco, attraverso la scolarità obbligatoria, ma soprattutto grazie alla radio e poi alla televisione. Lo stato italiano, coagulatosi attorno al significante Italia, ha creato gli italiani, non viceversa, come preconizzava Massimo d’Azeglio nel 1861 (“Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”).

Insomma, l’adozione di un significante è in gran parte arbitrario. Per esempio, non è l’omogeneità linguistica che fa una nazione.

Sono significanti, ad esempio, il Belgio e la Spagna. In Belgio si parlano ufficialmente tre lingue diverse (francese, fiammingo, tedesco), in Spagna quattro (castigliano, catalano, basco, gallego). Entrambi questi stati si propongono ai loro cittadini come “patrie” perché hanno un re. In Belgio i valloni si rifiutano di parlare fiammingo, e i fiamminghi si rifiutano di parlare francese – di solito, quando si incontrano, tra loro parlano inglese. Eppure quello che il filosofo Ernesto Laclau chiama un significante vuoto – le monarchie spagnola e belga – li tiene uniti (vedi questo articolo su doppiozero).

All’inverso, all’omogeneità linguistica si sovrappongono significanti diversi. Nel Regno Unito tutti parlano inglese e solo inglese, eppure gli scozzesi e i gallesi ci tengono a distinguersi dagli inglesi, e l’unità del Regno è rimessa spesso in questione. Che cosa distingue uno scozzese da un inglese? Il fatto che uno scozzese si riconosca scozzese e un inglese si riconosca inglese. È una tautologia. Si tratta di differenze “senza significato”, in senso linguistico. In effetti, Saussure definiva il segno come arbitrario. Il segno è arbitrario perché il significante non ha alcuna rassomiglianza con il significato – il suono italiano bue non assomiglia per nulla all’animale bue. Essere scozzese ed essere inglese sono significanti che non assomigliano affatto ai loro significati, per la semplice ragione che la scozzesità e l’inglesità non esistono. O meglio, esistono solo come emanazioni immaginarie dei significanti rispettivi “essere scozzese” ed “essere inglese”.

5.

Questo vale non solo per le identificazioni etniche e nazionali, ma anche per le contrapposizioni politiche tra gruppi. Saussure disse che i significanti si costituiscono per differenze; quel che li determina non è qualcosa di pieno, ma le differenze rispetto ad altri significanti. E in effetti, quel che determina il mio “essere italiano” è il fatto che non sono francese, non sono svizzero, non sono croato, non sono ucraino… È un’identità negativa. Ogni identità nazionale è negativa, pura differenza dalle altre nazioni.

Ma proprio perché una nazione o un’etnia sono significanti, quindi entità puramente differenziali, questa differenza produce opposizioni: un gruppo finisce prima o poi con l’opporsi ad altri gruppi perché la definizione di sé è oppositiva. Come diceva Lattanzio agli inizi del IV° secolo, “L’attaccamento alla patria è, nell’essenza, un sentimento ostile e malevolo”. È qui che il significante, come ha mostrato la psicoanalisi (soprattutto lacaniana) si innesta nella vita pulsionale, nell’odio e nell’amore.

Nel 1994 assistemmo a uno dei genocidi più micidiali del secolo scorso: nel Rwanda la guerra civile provocò tra i 500.000 e il milione di vittime, essenzialmente civili, in soli tre mesi. Questo olocausto esprimeva un conflitto tra le due etnie, Hutu e Tutsi. Ma chi erano questi Hutu e Tutsi e da dove veniva quel reciproco odio così letale?

In realtà, non c’è un significato chiaro dell’essere Tutsi o Hutu. Entrambi i gruppi parlano una stessa lingua nativa, il rwanda-rundi, e per lo più entrambi sono cristiani. Non si sa esattamente che cosa abbia prodotto questa differenza tra Hutu e Tutsi, anche se essa venne rafforzata dai colonizzatori tedeschi e belgi. Per farla breve, la differenza tra Hutu e Tutsi è arbitraria. Ma questa distinzione senza fondamenti ha prodotto milioni tra morti e rifugiati, distruzioni e rovine.

Si prenda il patriottismo iracheno, che Saddam Hussein sfruttò per scatenare guerre, contro l’Iran e il Kuwait. L’Iraq era in realtà uno stato inventato a tavolino da francesi e inglesi dopo la fine della 1° guerra mondiale (accordo Sykes-Picot), un insieme eteroclito di sunniti, sciiti, cristiani e curdi. Eppure si è creato presto un fiero patriottismo iracheno, e centinaia di migliaia sono morti per l’Iraq in varie guerre.

Potremmo estendere queste riflessioni a gran parte dei conflitti politici e sociali. Credere che alla base dei conflitti ci siano divergenze di interessi economici è talvolta un alibi: molto spesso le contese economiche sono piuttosto l’effetto di pure differenze, arbitrarie, tra significanti. Basti pensare all’interminabile conflitto israelo-palestinese. Se entrambi i popoli agissero su una base di calcolo razionale, ovvero utilitario, tutto dovrebbe portarli a convivere in due stati amici. Un’alleanza e collaborazione tra entrambi i popoli potrebbe rendere più prospera quella regione. E invece ben sappiamo come le cose vanno da una parte e dall’altra.

Molte contrapposizioni politiche non sono molto diverse dall’opposizione tra due squadre sportive. La Juve si oppone all’Inter non perché i suoi giocatori o allenatori siano tutti torinesi da una parte e tutti milanesi dall’altra, ma perché sono due squadre diverse in competizione.

Insomma, le opposizioni significanti generano massacri e distruzioni non meno importanti delle contrapposizioni su base economica o su conflitti diciamo concreti.

Karl Lüger fu sindaco di Vienna dal 1897 al 1910, leader di un partito ultra-cristiano, ed era noto per le sue posizioni nettamente antisemite (Hitler si ispirò a lui). Quando gli si fece notare che lui aveva molti amici ebrei, dette la celebre risposta: “Sono io a decidere chi è ebreo e chi no”. Questo arbitrio soggettivo è la spia dell’arbitrarietà che permea il significante: è esso a decidere contro chi stare e a favore di chi stare.

In effetti, tutti tendiamo a riempire di senso delle pure entità differenziali, ovvero, tendiamo a mascherare l’arbitrio del significante con contenuti esaltanti. Questo comporta continuamente contraddizioni pratiche nel proprio comportamento, come fu il caso di Lüger. Conosco persone che hanno una domestica immigrata con cui intrattengono ottimi rapporti, che si servono quotidianamente in uno spaccio tenuto da immigrati, che vanno anche a mangiare talvolta al ristorante cinese o indiano… e votano Salvini e plaudono a una politica di chiusura a ogni immigrazione. Così come conosco persone di sinistra che evadono le tasse, che pagano i loro lavoranti in nero, e speculano in borsa… Non bisogna credere che dietro i significanti sbandierati ci siano comportamenti coerenti.

Così ci inventiamo identità etniche e nazionali. Che cosa in effetti identifica un italiano? Certamente la lingua, che si parla però anche in altri paesi grazie ai connazionali emigrati. Un tipo di dieta e di cucina? Sì, ma ci sono ampie varietà regionali. Certamente gli italiani sono per lo più cattolici, ma allora ebrei e protestanti italiani, per quanto pochi, non sarebbero italiani? Anche un paese alquanto coeso come l’Italia si è inventata un’identità, quindi un narcisismo specifico. Il narcisismo, appunto, di cui parlò Freud. E qui dovrebbe cominciare il discorso più serio.

Da "https://www.doppiozero.com/" L’economia è la chiave della politica? di Sergio Benvenuto

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Venerdì, 20 Dicembre 2019 00:00

Banche, banchette e bancarotte

Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Bce e si applicano a loro le procedure europee , le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. Dove rientra il salvataggio della Banca Popolare di Bari). L'analisi di Giuseppe Pennisi
Noi contribuenti siamo chiamati a operare per il salvataggio della Banca Popolare di Bari quasi negli stessi giorni in cui siamo costretti a finanziare ulteriormente Alitalia in vendita da anni ma che nessuno vuole comprare, ci si prospetta un intervento a nostro carico per l’ex-Ilva e sta per essere emanata una legge di bilancio che aggrava ancora la pressione fiscale.

Sulla complicata operazione messa in atto per la Popolare di Bari credo sia essenziale fare una riflessione perché avviene dopo quella per un’altra banca decotta, la Carige, e può essere foriera di misure simili a favore di altri istituti che, con le loro mani, si sono messi in difficoltà ed i loro manager contano su un Babbo Natale pubblico per essere salvaguardati.

I principi di regolazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, e quelli leggermente più stringenti di quel che esiste dell’unione bancaria europea, sono – come ha ben scritto Lucrezia Reichlin su Il Corriere della Sera del 18 dicembre, semplici: chi contando in guadagni più elevati rischia (ed acquista azioni o obbligazioni subordinate), è chiamato a coprire le perdite tramite il bail in mentre il correntista è tutelato (sino a 100.000 euro) tramite il fondo interbancario di garanzia. Sono anche giusti, vorrei aggiungere, nel senso che questo termine ha in uno dei maggiori lavori di filosofia teorica della seconda metà del ventesimo secolo. “Una Teoria della Giustizia” di John Rawls (pubblicato negli Usa nel 1971 e la cui ultima edizione italiana è apparsa per i tipi di Feltrinelli nel 2017). Applica infatti il principio rawlsiano del maximin, massime tutele per i più deboli.

Alcuni anni fa, fu uno dei coautori di un libro collettaneo (a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Towards the European Banking Union – Achievements and Open Problems – Passigli Editore 2014) redigendo in particolare il capitolo sulle “risoluzioni bancarie”. La normativa, per quanto incompleta, è chiara: per gli istituti, la cui “risoluzione” presenta rischi per la stabilità del sistema creditizio dell’Unione monetaria europea, ci sono procedure europee definite nelle regole già approvate e ratificate nel quadro dell’unione bancaria.

Occorre, quindi, chiedersi, in primo luogo, se la crisi della Popolare di Bari (e prima di questa quella della Carige) sono tali da mettere a repentaglio la stabilità del sistema creditizio dell’unione monetaria europea. Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Banca centrale europea e si applicano a loro le procedure europee menzionate. Le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. È difficile pensare che la crisi della Popolare di Bari, pur di grande rilievo per la Puglia e forse per il Mezzogiorno, metta a repentaglio la stabilità del sistema creditizio europeo. Nel contesto dell’eurozona, si tratta di una banchetta. Per la quale, un intervento a carico delle nostre tasche non avrebbe giustificazione. Nei Palazzi del potere si argomenta che i tedeschi hanno fatto un intervento analogo per la Nordbank e che noi stessi ne abbiamo fatto uno simile per la Carige, con il quale abbiamo prosciugato il fondo interbancario di garanzia. Se i tedeschi e noi stessi siamo stati “trasgressivi” in due casi, non è certo il caso di fare della “trasgressione” la prassi e di porre a carico dei vari Mario Rossi le perdite causate da manager lautamente pagati e di investitori che amano il brivido del tavolo verde. A favore dei forti, dunque, non dei deboli.

Ma si tratta solo di incompetenza? Rino Formica, che ben conosce la Puglia, ha detto, in un’intervista, che i problemi della Popolare di Bari erano noti da dieci anni almeno. Le relazione della Banca d’Italia parlano chiaro. Non solo, l’amministratore delegato ha dichiarato che la contabilità era “taroccata” anche a livello delle singole filiali. Conoscenza di principi generali del diritto e buon senso, avrebbero consigliato di adire alla Procura della Repubblica prima di fare dichiarazioni e di sporgere denuncia, forse anche contro se stesso. Dalle notizie di cronaca – risparmiatori privi di adeguata conoscenza finanziari indotti ad acquistare azioni ed obbligazioni subordinate – pare che prima o poi i magistrati si muoveranno.

Ove trovassero che si tratta di una normale bancarotta di una banchetta di provincia, cosa avverrà? Che i responsabili vadano in galera, interessa ai Mario Rossi non più di tanto. Vogliono, anzi vogliamo, essere rimborsati dal capo politico del M5S e dall’agguerrita pattuglia dei parlamentari pugliesi pentastellati che per l’arzigogolato tappa buchi si sono agitati tanto.


Da "https://formiche.net/" Banche, banchette e bancarotte. Il caso Popolare di Bari visto da Pennisi di Giuseppe Pennisi

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Spazio Aperto - MES, con Costantino e Giampaolo Galli

 

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L’economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè spiega perché il differenziale tra Btp e Bund si è allargato ai massimi da fine agosto: «Se il mondo economico ha un piccolo raffreddore il nostro Paese ha la febbre. E abbiamo finito il vaccino».

Lo spread si alza e l’Italia ha di nuovo paura. Ma questa volta il governo giallorosso c’entra poco con l’aumento del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. O quasi. La figuraccia dello scudo penale tolto, rimesso, tolto e ancora non rimesso ai dirigenti dell’ArcelorMittal ha causato l'annuncio della chiusura dell'impianto e ha consolidato la fama di un Paese poco affidabile. Ma perché venerdì lo spread è arrivato a 166 punti base? Alcuni osservatori sostengono sia colpa del ministro dell’Economia tedesco Olaf Scholz perché in cambio dell’unione bancaria ha chiesto agli istituti di credito di ridurre il numero di titoli di Stato. E le banche italiane hanno almeno 400 miliardi di rischiosissimi Btp. Secondo altri la colpa sarebbe del fenomeno di arbitraggio delle banche italiane che hanno sfruttato il nuovo meccanismo introdotto dalla Banca centrale europea per comprare prestiti a tassi negativi dalle banche del Centro nord Europa per depositarli a tasso zero nei conti correnti della Bce, guadagnando con la differenza. Ma così hanno diminuito la loro liquidità e in modo indiretto i tassi dei titoli di Stato italiani. O forse, come sempre la risposta vera è quella più semplice: non c’è un solo motivo ma sono questi e altri fattori legati alla congiuntura internazionale. «Dobbiamo metterci il cuore in pace: trovare una singola determinante dell'andamento lo spread è impossibile. C'è però un movimento a livello europeo per comprare i titoli di Stato dei Paesi "core countries" come Germania e Olanda», spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia aziendale alla Bocconi.

Carnevale Maffé, se gli investitori internazionali comprano titoli dei Paesi più affidabili, che conseguenze ci sono per i nostri Btp?
Non buone, perché nel mercato si stanno vendendo sempre più titoli di Stato dei Paesi “periferici” come Italia, Spagna e Portogallo. Bisogna dire però che un po’ è anche colpa degli spagnoli. Dopo le quarte elezioni in quattro anni non hanno dato il segnale ai mercati di essere uno Stato stabile.


Anche l'Italia?
Sì, in generale il problema è che quando il mondo economico ha un piccolo raffreddore l'Italia ha la febbre. E quest'anno abbiamo finito il vaccino. Ma in questo momento particolare il nostro Paese è un po' alla deriva di fenomeni a livello europeo che passano sopra le nostre teste.

Diciamone uno.
L'atteggiamento della nuova presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde potrebbe non essere così accomodante come era sembrato fino a qualche settimana fa. Un comportamento diverso rispetto all'era Draghi metterebbe ulteriormente sotto pressione i paesi periferici dell'Unione europea, compresi noi.

Il Governo quindi non c'entra nulla?
Questi fenomeni di mercato e di politica monetaria che inficiano sullo spread non dipendono dall'andamento del nostro dibattito politico interno. Detto questo, è vero che il governo giallorosso finora ha dato segnali al mercato di confusione, conflitto e inconcludenza. Tra l'altro già ampiamente previsti fin dalla sua nascita. La vicenda Ilva è il caso emblematico. Se aggiungiamo ai fenomeni esterni anche un certo autolesionismo italico, tutto questo spiega in buona parte una posizione prudente dei mercati sullo spread Btp-Bund.

Anche il nostro outlook non aiuta.
L'outlook economico italiano è purtroppo senza infamia e senza lode. Stiamo sempre parlando di un rating BBB che non cresce. Una situazione non positiva, ma neanche critica. Per fortuna all'orizzonte non ci sono segnali preoccupanti di devastazione. Semmai c'è qualche rasserenamento sul fronte internazionale con le ipotesi di accordo tra Cina e Usa sui dazi.

Perché la crisi dei dazi non impatta sullo spread tedesco? In fondo ha appena schivato la recessione per un soffio.
La Germania ha resilienza e una capacità di reazione differente da noi. Può mettere in campo investimenti importanti perché ha uno spazio fiscale e industriale molto ampio. Possono reagire con forza alla congiuntura non positiva e i mercati si fidano. Mentre l'economia in Italia non tira, abbiamo un mercato sottile tenuto in piedi dalle nostre banche che ovviamente non hanno uno spazio infinito. Se ci mettiamo dentro anche le crisi industriali che stanno partendo adesso non è un bel sperare. Abbiamo una corda al collo.

Il Governo rIschia di stringerla con la legge di bilancio?
Ci sono grandi attese sull'anno prossimo. La legge di bilancio potrà determinare una variazione significativa dello spread. Il problema è che finora il Governo ha inserito due voci molto aleatorie sul lato entrate: il minor pagamento della spesa per interessi grazie al calo dello spread e il gettito fiscale che deriva dalla lotta all'evasione.

Perché non andavano messi nella legge di bilancio?
Perché come abbiamo visto in questi giorni lo spread è un fattore tutto esogeno: non si può far conto che il mercato ti grazi. Se non succede si rimane a secco. E anche la lotta all'evasione non dovrebbe essere un tema di recupero di spazio fiscale. In linea teorica ogni euro recuperato dalla lotta all'evasione, deve andare a compensare chi le tasse le paga già. Il saldo fiscale dovrebbe essere zero.

Ci grazieranno i mercati?
Per nostra fortuna abbiamo un governo cialtrone ma sostanzialmente europeista che non dice di voler uscire dall'euro. E questo è già un passo in avanti rispetto a un anno. Se pensiamo anche alle fazioni più estremiste del Movimento Cinque Stelle, al massimo sono anti industriali, ma non più anti europeisti. Per questo i mercati non vedono shock significativi di rischio. Teniamoci pronti però a vedere altri piccoli alti e bassi sullo spread come quello accaduto negli ultimi giorni.


Da "www.linkiesta.it" Lo spread sale, ma l’Italia non potrà farci nulla

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Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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Le clausole di salvaguardia prevedono a partire dal 2020 l’aumento IVA al 25% ed al 13%. Ma cosa sono e, soprattutto, chi le ha introdotte?

Chi ha introdotto le clausole di salvaguardia e, soprattutto, cosa sono e perché dal 2020 si rischia l’aumento delle aliquote IVA al 25% ed al 13%?

Alla vigilia di un Ferragosto bollente, le clausole di salvaguardia diventano protagoniste del dibattito pubblico, dopo le dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini che, nel corso della discussione sulla crisi di Governo da lui innescata, ha attribuito al PD la loro introduzione.

Sulle clausole di salvaguardia che portano al rischio di un vertiginoso aumento IVA dal 2020 è in atto un vero e proprio rimpallo di responsabilità e, invece di definire un piano concreto per evitare la loro attivazione e per reperire quei 23 miliardi di euro necessari per disinnescarne gli effetti, è partita una vera e propria caccia al colpevole.


Matteo Salvini attribuisce al PD la loro introduzione; c’è chi invece l’attribuisce al Governo Lega-M5S.

La verità è che il termine clausole di salvaguardia, seppur in diverse forme, è entrato nella storia economica d’Italia dal lontano 2011 e che da allora rappresenta una delle eredità più pesanti del periodo di crisi economica del quale ancora oggi sentiamo gli effetti.

Cerchiamo quindi di vederci chiaro ed analizziamo di seguito cosa sono le clausole di salvaguardia IVA, cosa prevedono per il 2020 e a chi bisogna attribuirne l’introduzione.

In Italia si inizia a parlare di clausole di salvaguardia durante l’estate del 2011. È il periodo del DL 98, la manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.

Le cosiddette clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di specifiche voci di tasse e imposte con efficacia differita nel tempo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che le contiene.

Il loro obiettivo è quello di garantire e salvaguardare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, prevedendo incrementi di gettito. Si tratta quindi di clausole volte a garantire maggiori entrate per lo Stato, necessarie per far “quadrare i conti” e per rispettare i parametri UE in materia di deficit.

Il Governo Berlusconi IV, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse una sorta di patto con l’Unione Europea già da principio pressoché impossibile da rispettare.

Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali. Le clausole di salvaguardia in prima battuta prevedevano una profonda razionalizzazione delle tax expenditures, l’insieme delle spese fiscali a carico dello Stato.

Di li a poco il Governo Berlusconi, a causa dell’impennata dello spread e della sempre più malmessa condizione del debito sovrano italiano, verrà sostituito da Mario Monti e dalla sua schiera di “tecnici”, termine freddo utilizzato oggi per ricordare anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la sempre più discussa riforma delle pensioni del Ministro Fornero.

Sotto la guida del Premier Monti, con il decreto legge n. 201 del 2011 (decreto Salva Italia) le clausole di salvaguardia introdotte dal Governo Berlusconi sono state trasformate in aumenti delle aliquote IVA.

È da allora che i governi che si susseguono combattono con quella che potremmo definire come una vera e propria bomba ad orologeria. Non ce l’ha fatta a disinnescarle il Governo Letta: a partire dal 1° gennaio 2013 l’aliquota IVA ordinaria è passata dal 21% al 22% ma il sacrificio, costato caro all’allora leader dei Democratici, non è bastato ad allontanare lo spauracchio delle clausole di salvaguardia.

Le più recenti clausole di salvaguardia sono state previste dal Governo Renzi con la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), la quale prevedeva un aumento progressivo delle aliquote IVA, accanto alle accise sui carburanti.

Trattandosi di norme volte ad aumentare le entrate fiscali, e quindi a portare ad un incremento della pressione fiscale, fino ad oggi si è sempre cercato di disinnescarle, con sterilizzazioni volte a rinviarne gli effetti. Mai un annullamento totale, ma soltanto una sospensione temporanea.

Ad ultimo ci ha pensato la Legge di Bilancio 2019 che, tuttavia, ha a sua volta rafforzato la clausola IVA che, senza misure alternative, si attiverà nel 2020 e che dispiegherà i suoi effetti fino al 2021.

Per finanziare le misure contenute nella Manovra e (soprattutto) per ottenere il via libera dell’Unione Europea, la clausola di salvaguardia è stata ulteriormente rafforzata, di modo da prevedere maggiori entrate pari a 23 miliardi di euro per il 2019 e 29 miliardi nel 2021.

Clausole di salvaguardia, l’aumento Iva previsto nel 2020 e nel 2021

Capire cosa sono le clausole di salvaguardia Iva serve a rendere più limpido il quadro dell’attuale dibattito politico.

Come ormai noto, la Legge di Bilancio 2019 ha sterilizzato temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva, rinviando al 2020 gli aumenti inizialmente programmati dal 2019.

È lo stesso testo della Legge di Bilancio che parla soltanto di un rinvio: l’aumento delle aliquote Iva dovuto all’attivazione delle clausole di salvaguardia partirà dal 2020 e si completerà definitamente soltanto nel 2021.

Dal prossimo 1° gennaio 2020 bisognerà fare i conti con l’aumento dell’aliquota Iva ordinaria e agevolata, ma sarà soltanto l’inizio. Sì, perché l’Iva aumenterà ancora, fino ad arrivare al 26,5% nel 2021.

Aumento inevitabile? Servono ben 52 miliardi di euro per sterilizzare le clausole di salvaguardia e ora, la crisi di Governo ed il rischio che venga rinviata l’approvazione della Legge di Bilancio 2020 rende tutto più difficile.

È quantomai urgente che il Parlamento si impegni a reperire i 23 miliardi di euro iniziali che serviranno per evitare gli aumenti nel 2020: il rialzo delle aliquote IVA porterebbe ad un aggravio pari a circa 530 euro a famiglia.

A pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto i consumatori, che si troverebbero a dover fare i conti con l’ennesimo aumento dei prezzi di beni come prodotti alimentari, abbigliamento o del costo per gli abbonamenti a mezzi pubblici, palestra e via di seguito.

Le clausole di salvaguardia Iva sono il banco di prova più impellente per il Governo che verrà, “ipotecato” come i suoi precedenti dal patto tra Italia e UE che dal 2011 in poi minaccia l’economia italiana.


Da "money.it" Clausole di salvaguardia IVA: cosa sono e chi le ha introdotte di Anna Maria D’Andrea

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Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

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Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro

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Venerdì, 24 Maggio 2019 00:00

Il pestilenziale laboratorio italiano

Ci sarebbe quasi da divertirsi, a seguire su base regolare il teatrino in cui Lega e M5S tentano disperatamente di accreditarsi agli occhi della plebe berciante come i salvatori della patria. Praticamente da quando questo governo è nato, l’obiettivo pressoché unico della sua cosiddetta azione è stato quello di arrivare alle elezioni europee di domenica prossima come momento dirimente per accelerare le elezioni politiche.

Un anno di nulla, quindi? Magari. In realtà, un anno di spesa pubblica e voti di scambio, zero investimenti, proclami da ubriachi al bar contro tutti i nemici esterni. Progressivamente, i punti di contatto sono stati sostituiti da uno stallo sfociato in paralisi. Oggi siamo al momento delle reciproche accuse: notevole, nei giorni scorsi, lo scambio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini: “dove sono i rimpatri?” versus “i morti sul lavoro sono in aumento, che pensi di fare?”.

Sino al momento dadaista “dal consiglio dei ministri non uscirà nulla che non abbia le coperture”, detto da chi sino a pochi mesi fa riteneva che “le coperture” fossero rappresentate dal deficit. Gli investimenti pubblici sono fermi, dopo che i nostri eroi si sono reciprocamente annullati invocando non meglio precisati “supercommissari”, e la paralisi è insorta anche per dilemmi del tipo “ma serve un solo commissario o uno per ogni grande opera?”. Su Alitalia, meglio tacere. Sulla Rai, meglio prendere un antiemetico.

Nel mezzo, i pensosi dibattiti sulle richieste di scorporare dal deficit proprio la spesa per investimenti, concetto notoriamente molto malleabile, in questo paese. In fondo, anche pensioni e reddito di cittadinanza sono investimenti su un futuro da falliti, no?

E questi sono i personaggi che puntano a condizionare l’Europa per cambiarla. Ripeto, ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Ci sarà ben poco tempo per rallegrarsi dell’avvenuta celebrazione delle elezioni europee. L’Italia, come spesso le accade, manderà al parlamento europeo una nutrita rappresentanza di falliti e trombati, incapaci di comprendere dove si trovino ma molto abili a stare davanti alle telecamere dei pollai televisivi, che poi sono quelli a cui devono la loro visibilità e le loro carriere.

La situazione non è ancora precipitata solo perché l’economia non si è ancora degradata al punto giusto per provocare la reazione dell’elettorato. Se (quando) accadrà, vedremo che faranno questi personaggi. Nel video con Michele Boldrin che vedete qui sotto, io ipotizzo che alla fine prevarrà la vigliaccheria e li vedremo fuggire. Come tuttavia accade in questo ridicolo paese, molti tra loro non saranno condannati alla damnatio memoriae ma manterranno una base di fedeli, pronti a riportarli alla superficie della rete fognaria del paese, dopo una pausa di decantazione e robuste dosi di vittimismo e cospirazionismo. Perché in nessuna altra parte del mondo come in Italia “si stava bene quando si stava male”. Da sempre.

Non ci sono tragedie, in Italia, ma solo farse. Si tratta della cifra culturale di questo paese, dopo tutto. Prendete Silvio Berlusconi, che ora se ne esce con l’idea geniale di essere la levatrice degli ossimorici sovranisti europeisti, o perbene, da aggregare al Partito Popolare europeo. E che nel frattempo ha già lanciato la candidatura a premier di Mario Draghi. Della serie “io sono un talent scout, più che un politico: mi occupo di casting”. E avanti così, sino a consunzione biologica.


La cosa più triste è che arriveremo al punto da sentire la mancanza di Berlusconi, esattamente come oggi in molti arrivano a sentire la mancanza dei Craxi, De Mita, Andreotti e De Michelis. C’è una selezione negativa della specie politica, in questo paese, una continua sfida a Darwin. Qualcosa vorrà pur dire. L’unica speranza è che la natura faccia il proprio corso. Fino ad allora, il resto d’Europa (e non solo) continuerà a vedere al centro della nostra bandiera questo stemma.


VIDEO


Da "phastidio.net" Il pestilenziale laboratorio italiano

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