Venerdì, 28 Dicembre 2018 00:00

Tagli al sociale

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano trova la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sulle società. Le parole del segretario della Cei

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano – il mondo del sociale e della beneficenza in particolare – trova un "regalo" poco gradito: la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sui redditi delle società.

La cancellazione della mini-Ires «agli enti non commerciali» rientra tra i molti tagli introdotti per recuperare risorse a favore del Reddito di cittadinanza e Quota 100 alle pensioni senza incorrere nella Procedura europea. La misura secondo le previsioni del governo dovrebbe fruttare 118 milioni.

L’Ires raddoppierà dal 12 al 24% per moltissime realtà considerate meritevoli da quasi mezzo secolo. Ad essere colpiti, come si era intuito ed è stato confermato dall'emendamento presentato dal governo, sono gli enti indicati nell’articolo 6 del Dpr 601 del 29 settembre 1973 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), dunque, tra gli altri: gli istituti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, gli istituti di istruzione e di studio, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, gli enti ecclesiastici, gli Istituti autonomi per le case popolari.

Non appena si è diffusa la notizia, qualche organo di stampa ha subito parlato di taglio delle agevolazioni alla Chiesa, in realtà i soggetti penalizzati tra chi interviene a favore dei poveri e dei più deboli o chi opera nella cultura e nell’assistenza sono moltissimi, alcuni legati al mondo cattolico, tanti altri invece laici.

Russo (Cei): verrebbe penalizzato il volontariato
Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Stiamo seguendo – come tutti – i contenuti della Legge di Bilancio, rispetto ai quali non mancano elementi di preoccupazione, che ci auguriamo di poter veder superati. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui versa il Paese, come pure delle richieste puntuali della Commissione Europea. Nel contempo, vogliamo sperare che la volontà di realizzare alcuni obiettivi del programma di Governo non venga attuata con conseguenze che vanno a colpire fasce deboli della popolazione e settori strategici a cui è legata la stessa crescita economica, culturale e scientifica del Paese. In particolare, se davvero il Parlamento procedesse con la cancellazione delle agevolazioni fiscali agli enti non commerciali (con la soppressione dell’aliquota ridotta Ires), verrebbero penalizzate fortemente tutte le attività di volontariato, di assistenza sociale, di presenza nell’ambito della ricerca, dell’istruzione e anche del mondo socio-sanitario. Si tratta di realtà che spesso fanno fronte a carenze dello Stato, assicurando servizi e prossimità alla popolazione».

Il Forum del Terzo Settore: una misura assurda
Dura anche la reazione del mondo del sociale e del volontariato: "E' assurdo che debba essere proprio il Terzo settore a pagare l'accordo con l'Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno, il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di euro" ha affermato la Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Claudia Fiaschi. "Un provvedimento - continua Fiaschi - che ci sembra particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore". Il Forum ha criticato anche gli "effetti paradossali" e penalizzanti ddel cambio delle norme sulla fatturazione elettronica per gli enti che hanno optato per il regime forfettario.


Da "www.avvenire.it" Tagli al sociale. Manovra, a pagare è il non profit. Russo (Cei): penalizzati i deboli

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Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

L’Europa sull’orlo della recessione

VIDEO

25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso

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La retorica grillina di salvare i correntisti è semplicemente pericolosa. Il Partito Democratico si era occupato del problema, magari senza avviare una riforma seria, ma con coscienza istituzionale, e realismo.


"Però 20 miliardi per salvare le banche li avete trovati in una notte!". Un mantra. Non esiste talk-show o intervista che veda protagonista un membro della coalizione di governo che non veda saltare fuori questa argomentazione, spesso come extrema ratio, quasi fosse l'ombrello-killer delle spie dei romanzi di Le Carrè, per uscire dal vicolo cieco in cui le cifre ballerine del Def tendono a rinchiuderli, una volta che alla retorica subentri la più elementare e spicciola matematica. In sé, un'idiozia. Non fosse altro per il fatto che, tolto il contrappunto bancario come meccanismo di trasmissione del credito, l'intero impianto imprenditoriale del Paese collasserebbe, trascinando con sé il Pil. Quindi, al netto di un ritorno di fiamma verso il nichilismo engagé della decrescita felice, l'accusa perde di sostanza non appena sostenuta. Il problema, quindi, è altro. E risiede altrove. Per l'esattezza, nella maschera di terrore in cui trasfigurano i volti degli esponenti del Pd ogni qualvolta quel grido di battaglia, quella chiamata alle armi del populismo, viene proferito: Dracula di fronte a uno specchio mostra solitamente una cera migliore e, soprattutto, un aplomb più dignitoso. Certo, l'affaire Boschi-De Bortoli è stato un brutto contraccolpo mediatico per il governo Renzi, un qualcosa che ha minato sul nascere la credibilità anche dell'esecutivo Gentiloni in fatto di rapporto fra potere politico e banche nel nostro Paese, quasi una maledizione tribale che depotenzia il buonsenso, nemmeno la kriptonite per Superman.

Inutile negare che la vicenda delle quattro banche salvate e il cotè estremamente sgradevole dei Ponzi del Nord-Est con le loro pratiche ben poco ortodosse per le erogazioni di mutui e prestiti non ha certamente fornito una credenziale, un plus di simpatia popolare al governo chiamato a farsene carico. Così come l'attività (o, spesso, non attività) di vigilanza di Bankitalia e Consob nella fattispecie, oggi si riverberino in una debolezza ontologica di quelle istituzioni pilastro di ogni democrazia liberale e di mercato, quasi una resa incondizionate ex ante, di fronte anche alla contabilità creativa del DEF: non a caso, l'autorità di vigilanza è tutt'ora senza presidente, dopo le dimissioni politiche di Nava e nonostante i marosi del mercato, mentre la Banca centrale viene rintuzzata insieme ai suoi rilievi critici con toni tanto massimalisti quanto ghiotti per l'opinione pubblica, pavlovianamente allevata a reazioni di pancia di fronte a parole chiave impresse come dna politico nel corso di una orrenda campagna elettorale perenne. Insomma, Palazzo Koch può rivelare qualsiasi verità ma l'accusa di aver - nella migliore delle ipotesi - dormito durante le malefatte bancarie degli ultimi anni è uno stigma che immunizza il governo da ogni rilievo. Non sono credibili. Punto. Insomma, chi tocca l'argomento banche, magari non muore ma non ne trae sicuramente beneficio. A meno che non sia parte integrante della schiera di Robespierre al governo, alcuni smemorati rispetto alle passate avventure di Credieuronord e dell'amico padano Fiorani in quel di Lodi ma questo è argomento per altre doglianze.


Per reagire, però, occorre prima conoscere. E, temo, in casa PD siano pochi quelli che riescono a parlare di tematiche bancarie (e, più in generale, economiche), andando oltre la richiesta di una nuova carta di credito o l'annosa questione di cambio della password per l'home-banking. Perché, altrimenti, saremmo all'autolesionismo, quasi all'auto-sabotaggio. Quantomeno, per un paio di motivi. Il primo lo illustra questo grafico, il quale sbugiarda clamorosamente la vulgata in base alla quale questo governo sarebbe talmente avverso ai cosiddetti "poteri forti", da vedere questi ultimi come protagonisti principali di una combutta con autorità europee, BCE e forse venusiani contro il "cambiamento".

Ci mostra plasticamente l'acquisto di massa di BTP (circa 40 miliardi di controvalore) compiuto proprio dai nostri istituti di credito nel mese di maggio, quindi un chiaro supporto anti-spread che andava a unirsi agli acquisti pro quota di Bankitalia su mandato della BCE e che avveniva nel mese cruciale per la nascita del nuovo esecutivo penta-leghista: se i cosiddetti "poteri forti" (a meno che le banche non lo siano più o mai state) avessero voluto stroncarlo sul nascere, dopo la prima fiammata avrebbero lasciato i soldi in riserva di capitale, coccolando e spolverando il Tier 1, evitato gli acquisti e lasciato andare lo spread alle stelle. Carlo Cottarelli aveva già lo zainetto in spalla, era questione di istanti. Invece, hanno comprato. Attività che è proseguita per tutta l'estate e che ha visto soltanto nelle ultime settimane una prima, timida inversione di tendenza, con vendite per 17 miliardi da parte di una singola banca, proprio per timori sulla patrimonilizzazione dovuti all'aumento del differenziale con il Bund.

Chi è pazzo viene esonerato dai voli di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dai voli di guerra non è pazzo.
Ed ecco il secondo motivo, mostrato appunto da questo secondo grafico, il quale spiega in maniera plastica la vera criticità che sconta l'Italia rispetto all'eurozona: il cosiddetto doom loop, ovvero il rapporto incestuoso fra banche e detenzioni di debito pubblico. La ragione? Semplice, ancorché inconfessabile nei salotti buoni, quasi il corrispettivo di un dito nel naso a un pranzo di gala: le banche sostengono il debito pubblico e i governi, di converso, evitano di fare leggi troppo punitive nei loro confronti. Punto. Semplice.


Ovviamente, oltraggioso per le anime candide dei Cinque Stelle - meno per gli scafati e pragmatici leghisti, basti vedere il loro attivismo proprio nelle strategiche fondazioni bancarie, fin dai tempi in cui imperava Giulio Tremonti - ma, di fatto, naturale ovunque. In Spagna, dove Santander conta più dei gruppi parlamentari alle Cortes. In Francia, dove non a caso a fare da grande sponsor di Emmanule Macron nella corsa trionfale all'Eliseo fu nientemeno che Banca Rotschild. Ma anche nella Germania del rigore, la quale prima dell'entrata in vigore del bail-in, pensò bene di puntellare proprio il suo sistema bancario con 320 miliardi di euro, non i 20 utilizzati in Italia per evitare un contagio letale per le PMI dei territori interessati, prima che per lo spread tanto mediatico. Oltretutto, un sistema bancario che all'80% è fatto da istituti territoriali semi-pubblici, Landesbanken e Sparkasse, i quali godono tra l'altro del regime di esenzione dalla vigilanza BCE.


Insomma, tutto il mondo è giustamente Paese. Solo qui, in ossequio alla moralità tardo-adolescenziale da boicottatore di Starbucks dei grillini, dobbiamo fare finta che l'acqua sia asciutta e il sole nero. Eppure, quel grafico parla chiaro: la ratio di detenzione da parte delle nostre banche, relativamente a titoli di debito pubblico, è insostenibile. Quantomeno, con uno spread che salga sopra i 150 punti base: altrimenti, per quanto si possa comprare, resta il nodo delle emissioni eccessive e, soprattutto, dei rendimenti alti da promettere e conferire agli investitori, la dinamo dagli aumenti dei costi per interessi. Oltre al problema dei problemi: se infatti banche già poco patrimonializzate o in regola solo grazie ad aumenti di capitale continui e ristrutturazioni dolorose, continuano a utilizzare attivi per acquistare BTP, ci sono meno impieghi per famiglie e imprese. O a costi più elevati. Quindi, un ricasco diretto su consumi e crescita. E non basta, perché nel più palese dei casi di cortocircuito, se poi quel debito pubblico si deprezza, le perdite vanno contabilizzate a bilancio e intaccano il patrimonio: una volta calato il quale, in ossequio alle regole di Basilea, devono scendere anche i livelli di attivi per il credito. Quindi, si asseta ancora il sistema.


Ora, certamente la risposta del governo a questi appunti sarà iscritta nella rivoluzione in seno all'UE del professor Savona in combinato congiunto con il reddito di cittadinanza, ma l'immaginaria Playstation del populismo a una certa ora va spenta e occorre giocare con la realtà. E cosa facciamo, lasciamo fallire le banche, forse? Se il PD ha una colpa è quella di non aver sfruttato la crisi degli istituti territoriali per far partire una riforma seria e sistemica, anche - in questo caso sì - andando a Bruxelles e Francoforte a battere i pugni sul tavolo per una motivo serio e non per la Diciotti, stante i comodi che gli altri Stati europei hanno fatto prima del bail-in, di cui noi siamo stati cavia di laboratorio come Cipro lo è stata della simulazione di controlli sul capitale voluta dalla Bundesbank e che la BCE, non fosse altro per vantare un credito (incassato poi con gli interessi attraverso il QE), ha dovuto accontentare. A maggio, i nostri istituti avevano in pancia 325 miliardi di euro di controvalore di titoli di Stato, cifra che ormai sarà attorno ai 400: vogliamo che continuino i tonfi in Borsa, in modo da regalare sempre nuove filiali a soggetti esteri che già da anni stanno facendo shopping a prezzo di saldo, a causa dei continui aumenti di capitale, delle dimissioni obbligatorie legate all'altra criticità delle sofferenze e di una politica funzionalmente analfabeta in fatto di economia bancaria?


È ovvio che, se non si spiega alla gente che la questione va presa e intesa nella sua interezza - con i pro e anche i contri imposti dal realismo - e non limitata al populismo da ghigliottina da lamentela allo sportello per garantirsi l'applauso della coda di correntisti, poi a vincere sarà la demagogia stile Cinque Stelle. I quali hanno gioco facile a tradurre qualsiasi intervento politico a sostegno di ciò che è un pilastro dell'economia italiana (stante anche il bassisimo livello di finanziamento corporate tramite emissioni obbligazionarie sul mercato) in un morphing a puro scopo elettorale-propagandistico, giocando la carta della trasfigurazione retorica di ogni atto politico che non contempli la fucilazione in piazza nel volto sghignazzante di Gianni Zonin, intento a fare shopping in via Montenapoleone con la moglie, dopo aver disintegrato Antonveneta. E, altrettanto, appare facile la retorica del sono tutti uguali, quasi a scordarsi che il campione mondiale di sovranismo e lotta alle eiltes, Donald Trump, abbia il proprio gabinetto economico tutto composto da ex membri di banche d'affari di quella Wall Street che, in campagna elettorale, prometteva di far piangere, come i ricchi sullo yahct nel poster d'antan di Rifondazione Comunista. Al netto del crollo recente, dove siano arrivati gli indici di Borsa statunitensi - e i profitti conseguenti per l'odiato 1% del mondo - è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è questo, ovvero che oggi negli USA il cittadino medio investe più volentieri il suo capitale, spesso indebitandosi con finanziarie, in titoli azionari che in immobili, ovvero nella casa di proprietà.


E grazie alla narrativa trumpiana del "ville in Florida per tutti", un po' come nell'America cinematografica ma non troppo di Gordon Gekko, oggi il livello percentuale di patrimonio dei cittadini statunitensi in titoli azionari è il secondo più alto di sempre, sorpassato solo da quell'enorme tosatura del parco buoi della bolla dot-come del 1999-2000. Guardando in faccia la realtà, pare quindi che il problema alla base della rivoluzione del novembre 2016 non fosse Wall Street che affama il Paese già proletarizzato dal post-Lehman, insomma una presa di coscienza ideologica contro il sistema in sé ma unicamente la frustrazione montante e incattivita dalla crisi del non poter salire in giostra insieme agli odiati banchieri. Alla fine di ogni dotta elucubrazione filosofica sul significato profondo del caso Trump e del fenomeno Sanders, restano i fatti. E l'avidità umana, un qualcosa che non si può cancellare per decreto, né tramite un voto on-line processato dalla Casaleggio Associati.


E se vendere a una pensionata 88enne un'obbligazione subordinata con maturazione a 10 anni, spacciandola per assicurazione sulla vita o investiemento plain vanilla, è pratica che grida vendetta al cielo, è paradossalmente anche l'atteggiamento provincialista e forcaiolo di chi tratta il sistema bancario come male assoluto e nemico del popolo a rendere diffuse e spacciata come "necessarie" nell'ambito del così fan tutti, certe pratiche distorsive e illegali per restare sul mercato e non essere distrutti. O inglobati da soggetti esteri che, nel proprio Paese, hanno a che fare non solo con politici ma anche con opinioni pubbliche meno manipolabili, falsamente ingenue e ignoranti in materia. La conferma dell'inutilità - anzi, della dannosità - di questo abbaiare strumentale alla Spectre di turno dei 5 Stelle e di parte dei leghisti, quando si parla di sistema bancario è poi palese. Qualcuno ha infatti notizia non dico di sviluppi concreti ma anche soltanto della bozza finale delle tre relazioni conclusive annunciate dalla tanto strombazzata Commissione d'inchiesta parlamentare sui crack bancari, insediatasi sul finire della scorsa legislatura e tramutatasi in megafono elettorale dei populisti, oltretutto a costo zero? Nulla. Le inchieste e i processi già in corso proseguono, più o meno a rilento ma nulla è emerso dalle buie stanze di San Macuto: anche perché, erano i tempi ristretti e la fine del mandato a dire, fin da principio, che si stavano prendendo in giro i cittadini, vendendo loro la possibilità che quell'ennesimo spreco di denaro pubblico portasse a qualche risultato concreto. Certo, ora i 5 Stelle hanno inserito nel DEF un rimborso da 1,5 miliardi di euro proprio per i truffati dalle banche, quelle "salvate" dal PD ma, al netto della demagogia e del mezzo disastro sui mercati di queste ultime settimane, pensate che la retorica non abbia già mangiato buona parte di quei soldi, sia a livello statale per l'aumento delle spese in interessi sul debito che a livello di costi che le banche ricaricheranno sulla clientela, al netto di una stretta sulle erogazioni di credito che è già nei fatti in tutta Europa, oltre che del già citato - e tutt'altro che risolto - doom loop sui titoli di Stato?


Di fatto, è una partita di giro. Niente più. E non denunciarlo, al netto del risultare poco simpatico nell'immediato, è la colpa più grave. Soprattutto in queste ore, con un istituto ben più sistemico di quelli salvati finora, Carige, che crolla in Borsa e stenta a fare prezzo, dopo che Fitch ha abbassato il rating e aperto alla prospettiva chiara di fallimento, stante la poca credibilità che l'agenzia di rating offre al successo dell'emissione di un bond da 200 milioni per rafforzare il patrimonio e bilanciare i requisiti cosiddetti Pillar 2. Avete sentito un fiato, al riguardo, dai membri del governo? Ovviamente no ma, al netto del timing sospetto dell'intervento killer di Fitch (proprio mentre i vertici di Carige stavano dialogando con la Bce rispetto al rafforzamento di capitale), occorre sapere fin d'ora che un eventuale default dell'istituto genovese costerebbe molto di più allo Stato che la mancia pret-a-porter per i truffati inserita - oltrettutto, alla luce dei recenti voltafaccia contabili, non si sa se con copertura o meramente a livello figurativo per guadagnare consenso in vista di amministrative ed europee - nel Def. E con un impatto psicologico in più, trattandosi dell'istituto storico e di riferimento di una città già in ginocchio per il crollo del Ponte Morandi, altro tema che pare destinato ad aumentare il peso specifico di propaganda generale, lasciando però senza risposte concrete un intero tessuto sociale e produttivo. Oltre al porto merci che fornisce gran parte delle materie prime alla nostra industria, Nord produttivo in testa. Per questo, parlare di banche si deve. E salvarle, quando occorre, è atto di cui fregiarsi come di una medaglia, non un disonore di cui vergognarsi nei talk-show.

Da "www.linkiesta.it" Non solo Carige, se non si salvano le banche crolla l’Italia (e i gialloverdi non l’hanno capito) di Mauro Bottarelli

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Venerdì, 31 Agosto 2018 00:00

Missione Tria in Cina

E’ questione di pochi giorni: lunedì prossimo parte ufficialmente la missione di Tria in Cina. Il ministro dell’economia punterà soprattutto a cercare una nuova platea di finanziatori del debito pubblico italiano. Finanziatori che possano sostituire la Bce, quando nel teatro della finanza globale calerà il sipario sul QE, noto anche come scudo BTP.

La missione di Tria è cruciale: convincere gli investitori ad acquistare BOT e BTP in un momento, tra l’altro, in cui la fiducia degli strategist verso i titoli del debito pubblico italiano rasenta quasi i minimi, in vista della nota di aggiornamento al Def e della presentazione all’Ue della legge bilancio del 2019.

Ieri l’articolo del Financial Times ha certificato la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano. Il quotidiano ha parlato di un vero e proprio “esodo”, citando gli ultimi dati della Bce: dati per niente incoraggianti visto che indicano come, nel mese di giugno, gli investimenti nei titoli governativi sono scesi, su base netta, di 38 miliardi di euro, accelerando il passo rispetto al calo netto di maggio – proprio quando si era verificata la tempesta sui mercati italiani per le incognite sulla formazione del nuovo governo – , che era stato per intensità già un record.

I numeri hanno sorpreso non poco anche qualche addetto al settore, come David Owen, responsabile economista per l’Europa presso Jefferies:

“Avevamo sospettato che le vendite estere di debito italiano, su base netta, fossero continuate a giugno, ma i numeri sono molto più alti di quanto ci aspettassimo”. Praticamente, scrive l’FT, per il secondo mese consecutivo gli smobilizzi su base netta hanno testato il record della storia.

Se però gli investitori esteri sono fuggiti, le banche italiane sono rimaste.

In generale, nel secondo trimestre del 2018, gli istituti di credito del paese hanno aumentato infatti gli investimenti netti nei bond italiani di più di 40 miliardi di euro, al valore più alto dai momenti più bui della crisi dei debiti dell’Eurozona. Non proprio una bella notizia per chi agita il pericolo del

E’ in questo contesto che Tria si muoverà in Cina. D’altronde, come riporta La Stampa, “per l’Italia la Cina è un partner perfetto: investitori ricchi ma (più o meno) manovrabili dall’alto, un governo a dir poco stabile”. Di conseguenza, “la missione principale di Tria a Pechino e Shanghai è suscitare interesse per i titoli di debito italiano”.

“Altro che l’aiuto russo accennato a mezza bocca da Paolo Savona – scrive ancora il quotidiano – la potenzia di fuoco delle istituzioni finanziarie di Pechino è almeno dieci volte più grande di quelle moscovite“. Tra l’altro, “i ben informati raccontano che tra il 2011 e il 2012 (la Cina) contribuì non poco a far scendere la tensione sui titoli italiani dopo la tensione sullo spread”.

E i tentacoli di Pechino sono ormai ovunque, con la banca centrale del paese, “la People’s Bank of China, che detiene partecipazioni nelle grandi banche oppure quelle di Bank of China in Telecom e Prysmian, di State Grid nella holding di Cassa depositi e prestiti, che controlla la maggioranza di Terna e Snam e poi Inter e Milan” e tante altre medie imprese.

L’ombra della tragedia di Genova provocata dal crollo del ponte Morandi seguirà però Tria anche in Cina: sempre La Stampa riporta che il ministro dell’Economia dovrà rassicurare in modo particolare “la comunità finanziaria, preoccupata dalle prime mosse della maggioranza di governo. Quella che ha creato più sconcerto è la gestione politica del crollo del ponte Morandi, che ha tra i suoi azionisti il fondo Silk Road (detiene il 5% circa)”.

Tornando allo spread, l’FT ha sottolineato come la presenza di Giovanni Tria nel governo sia considerata dagli investitori vitale. In particolare, Mauro Vittorangeli, responsabile investimenti per la divisione di conviction fixed income presso Allianz Global Investors, ha detto chiaramente al quotidiano britannico che, un eventuale addio di Tria – ipotesi circolata sulla stampa italiana qualche settimana fa – potrebbe essere letto dagli investitori come risultato di un approccio aggressivo da parte della coalizione populista.

Nel grafico il trend dei tassi sui bond a due e 10 anni dell’Italia. Oggi lo spread BTP-Bund non registra particolari oscillazioni. I tassi decennali sui BTP rimangono tuttavia superiori alla soglia del 3%.


Da "http://www.finanzaonline.com" Missione Tria in Cina: cercasi investitori pronti a puntare su BTP al posto della Bce di Laura Naka Antonelli

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M5s e Lega promettono più spese e meno tasse, ma l'economia europea ha perso slancio. Lo ha ammesso anche il presidente della Bce Mario Draghi. Un guaio serio per l'Italia, eterno fanalino di coda dell'Ue.


Mentre nel teatro della politica tutti i personaggi sono ancora in cerca d’autore e forse anche di un valido copione, dal mondo di fuori fa irruzione una inattesa e cruda realtà.
Non è vero che gli economisti sono degli aridi contabili, al contrario giocano con le parole ancor più che con i numeri. Mario Draghi in questo non lo batte nessuno e ieri ha cercato nel suo vocabolario qualche definizione si adattasse a una congiuntura economica che appare confusa a tutti.

La parolina questa volta è “moderazione”. Il presidente della Bce ha ammesso che l’economia dell’Eurolandia ha “perso slancio” per non dire apertamente che è rallentata in modo consiste nel primo trimestre dell’anno. E’ un fattore contingente o siamo alla svolta del ciclo? Questo i signori dell’euro non lo sanno, non ancora, quindi il consiglio della Bce ha deciso di non discutere la politica monetaria che va avanti come previsto, compreso il quantitative easing con l’acquisto di titoli (per lo più di stato) per 30 miliardi al mese.

Secondo alcuni analisti, la frenata è da collegare anche dalla riduzione degli acquisti che riduce il generoso flusso di moneta nella economia europea. Altri gettano la responsabilità sui dazi e sul neo-protezionismo americano. Altri ancora guardano alla Germania e vedono che la produzione industriale rallenta visibilmente. C’è persino un elemento critico dal lato dell’offerta: manca la manodopera nei paesi del nord Europa che hanno fatto da locomotiva.
In attesa che gli gnomi di Francoforte distillino la loro diagnosi, è chiaro davanti a tutti che la forte spinta del 2017 si sta esaurendo. Non solo: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani a dieci anni sono arrivati al 3%, ciò significa un aumento dei tassi d’interesse a medio termine legato alle aspettative di una ripresa dell’inflazione, ma anche alla incertezza sulla produzione e sugli andamenti di borsa. Questo è un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia.

Un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia
Lo dimostra, nonostante l’inossidabile ottimismo del pur cauto Pier Carlo Padoan, il Documento di economia e finanza presentato ieri. Si tratta di un esercizio tecnico a legislazione invariata che lascia ogni decisione al prossimo governo, a cominciare dalla più difficile: come evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Sono 12,5 miliardi che rallenteranno ancor più la crescita mettendo in pericolo gli obiettivi di politica fiscale, a cominciare dal quasi pareggio di bilancio che dovrebbe essere raggiunto nel 2020 e dalla riduzione del debito pubblico in rapporto al pil prevista a partire dal prossimo anno.

Nel 2018 il pil in termini reali (cioè senza inflazione) aumenterà dell’1,5% un decimale in meno delle previsioni, nel 2019 scende all’1,4 e nel 2020 all’1,3. Ma è chiaro che queste proiezioni rischiano di saltare se la congiuntura europea continua a peggiorare. Il Fondo monetario internazionale, del resto, è più pessimista nel 2019 prevede un aumento di un punto o poco più. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, i due paesi con la più pronunciata vocazione manifatturiera nel Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio mostra un +2,5% rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5% alla fine del 2017. Non siamo ancora a una inversione di tendenza, tuttavia sono indicatori da prendere sul serio.

Ciò solleva un gigantesco punto interrogativo sulla politica del prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia. Tutti i partiti durante la campagna elettorale hanno promesso più spese e meno imposte, sia pur in forma diversa. La Lega s’è detta pronta a sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e pil; altri hanno promesso di rispettarlo (come il Pd e lo stesso M5S), ma senza sapere come, a meno di non tradire gli impegni assunti con gli elettori. Tutti hanno fatto i conti senza l’oste. Anche i partiti d’opposizione che hanno gettato sul Pd e sul precedente governo l’accusa infondata di aver peggiorato la situazione economica, in realtà si fregavano le mani sperando di utilizzare a proprio uso e consumo il “tesoretto” accumulato. Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo.

Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo
Tanto per avere un’idea, finanziare il reddito minimo del M5S (la proposta presentata in parlamento non è un reddito di cittadinanza in senso stretto) costa almeno 15 miliardi l’anno. Quanto alla flat tax, per un’aliquota unica del 23% ci vorrebbero 40 miliardi l’anno che salgono a 60 con un’aliquota del 20 e a ben 102 con il mitico 15%. E via via spendendo e spandendo.

Perché la ripresa (il “tesoretto”) non venga dispersa, ieri Paolo Gentiloni ha auspicato che il prossimo governo prosegua il cammino delle riforme. In realtà, sa bene che il confronto per formare il prossimo governo ha come punto fermo proprio di interrompere quel percorso. Può avvenire in modo brusco se la Lega vuole davvero stracciare la legge Fornero o se il M5S vuole reintrodurre l’articolo 18, oppure può essere fatto in modo soffice se il Pd porterò avanti alcuni cambiamenti dei quali ha già parlato in campagna elettorale. Potremo vedere, insomma, una controriforma vera e propria o un revisionismo non del tutto distruttivo, ma una cosa è certa: nell’Italia odierna il riformismo ha esaurito la sua spinta propulsiva.


Da "http://www.linkiesta.it" È ufficiale, la ripresa si è fermata. E per il prossimo Governo saranno guai di Stefano Cingolani

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Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

In Italia invecchiare è costosissimo

Anche per morire degnamente servono soldi. Tra badanti in nero e ricoveri costosissimi la vecchiaia è un lusso. E l’allungamento dell’aspettativa di vita sembra un incubo


Guarda il soffitto tutto il giorno. Sul soffitto vede i morti. Ogni tanto parla con loro. A volte ride. Anche io, quando la vado a trovare, guardo il soffitto. Forse i morti fanno surf, mi dico. Vorrei imparare a parlare con i morti. Ma i morti, lo so, sono allucinazioni. Un paio di gocce del medicinale giusto e mia nonna, 89 anni, allettata da qualche mese, incapace di sollevarsi senza l’aiuto della badante, quasi sdentata, magrissima, smetterà di vedere i morti, una folla più fiera delle costellazioni, tornando a vedere il soffitto per quello che è, riconoscendomi, rientrando nel mondo, muto, bastardo, crudele. Da maggio la nonna vive tra il letto e la carrozzella. Sulla carrozzella va al tavolo della cucina, dove ingurgita micidiali biberoni allestiti dalla badante. Poi guarda un po’ di televisione. Si stanca presto. Soprattutto d’inverno. Ha freddo. Anche se in casa il riscaldamento è sparato a 26 gradi notte&giorno. Cerco di riconoscere ogni giorno nei suoi lineamenti i tratti di mio padre, morto tre decenni fa. Gli occhi di mia nonna, liquidi e grigi, non sanno nulla del mondo di qui – ieri, ad esempio, ha attaccato un refrain continuo, ‘un po’ di sale, un po’ di sale, un po’ di sale’ – ma sanno vedere il mondo al di là. Mio nonno, che è morto nel 2012, è sempre al suo fianco, gli parla. Poi parla a un mucchio di altri morti che non conosco. Da quando è a letto, i pannoloni sono la nostra divinità, una specie di Apollo fecale. Mia nonna, come tanti altri vecchi, è sola. Non ha mai lavorato, ha la ‘minima’ e l’aiutino di Stato – 500 euro al mese – perché è totalmente inabile, non può badare a se stessa. Con i soldi che ho, riesco a pagare la badante part time, il resto sono salti mortali. Sbattere la vecchia in un ospizio, la bidonville dei vecchi, non mi va. E poi non me lo posso permettere. A Natale sono stato con lei la mattina – ore 8.30-9.30 – nel primo pomeriggio – ore 14-15 – e la sera – ore 17.30-18.30. Di solito, porto con me il computer, così lavoro nel letto di fianco al suo. Le preparo una tazza orzo caldo. Le sminuzzo dei biscotti in bocca. Li succhia. Li inghiotte. Scompaiono come plancton nella bocca di una balena. Dice grazie. Sa ancora dire grazie e ancora mi riconosce: è già una benedizione. Ora, di ottenere il plauso dei puri di cuore e la lacrimuccia degli amici non me ne frega niente. Espongo un problema. Mentre la notte di Natale assistevamo a un bombardamento terra-aria di tappi di champagne, una falange di vecchi erano soli come cani, in orizzontale, sul letto, con l’orizzonte del niente davanti a loro. Soli perché inutili rompipalle? Certo. Ma soli anche perché sono davvero soli. Non hanno parenti. Mia nonna, ad esempio, non ha parenti né amici. Le resto solo io, il nipote. Altro problema. Che dignità di vita sappiamo offrire ai vecchi? Silvio Berlusconi – un vecchio – cerca di ottenere i voti dei pensionati con la retorica del “pensioni minime a 1.000 euro al mese”. Non basta. I soldi non sono tutto. Il problema è trovare la formula per vivere una vita degna di essere vissuta. Altrimenti, francamente, meglio uccidersi. Quando il cervello ti va in pappa e sei solo un peso per chi hai intorno, meglio uccidersi. Al problema se ne lega un altro. I soldi. Rieccoli. Solo se hai i soldi ti puoi pagare una vecchiaia degna. Altrimenti, muori come un idiota. Se muori. Sennò, fai morire chi hai intorno. Che Stato di merda siamo riusciti a creare. I vecchi non hanno il denaro per morire, le badanti vengono pagate in nero, l’epica dei consumi non ha prodotto Rilke, Kafka e Tolstoj per tutti ma minchiate ogni dì, a guadagnare tanti soldi non è il più bravo ma il più scaltro. Mia nonna, qualche giorno fa, mi pregava di avere un po’ di notte. Non so cosa voglia dire. Tengo queste parole come un amuleto. Qualcosa che il tempo saprà svelare con la ferocia dell’erba che cresce tra le tombe, incurante della morte. E i politici sognano di farci vivere fino a 125 anni. Col cazzo. 125 anni in questo Paese sono una maledizione.


Da http://www.linkiesta.it In Italia invecchiare è costosissimo (e guai a chi i soldi non li ha) di Davide Brullo

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Le banche italiane a rischio default con i loro Non Perfoming Loans potrebbero innescare un’altra crisi finanziaria mondiale con effetto dòmino, lo disse Steve Eisman nel 2017, che molti di Voi ricorderanno nel film La grande scommessa, (The big short); Eisman è uno dei pochi finanzieri al mondo che riuscì a prevedere la crisi finanziaria dei mutui subprime ed a specularci sopra, traendone enorme profitto, ma che sta accadendo oggi, è vero che ci sono delle banche italiane a rischio default?
Come già abbiamo scritto più volte nella Nostra pagina finanziaria, ci sono diverse banche europee in difficoltà, ma Eisman non si ferma a dire che sono le banche europee ad essere a rischio default.
Il finanziere specifica con dovizie di particolari quello che potrebbe essere un probabile futuro per la finanza italiana, cioè per il sistema bancario italiano, una previsione che se risultasse reale, farebbe sembrare la crisi finanziaria del 2008, come la perdita di una banconota da 50 euro di un operaio, di fronte al suo licenziamento con moglie e figli a carico ed un mutuo da pagare.


Dopo il decreto salva banche

Ad oggi, cioè alla fine del 2017, possiamo dire che anche grazie all’intervento dello Stato, con il decreto salva banche, questo evento che avrebbe messo in ginocchio la Nostra finanza, quindi tutta la Nostra economia e che avrebbe colpito principalmente le fasce più povere della società è stato scongiurato, nonostante proprio tanta parte delle fasce più deboli della popolazione, protestino proprio contro questo decreto salva banche, resta comunque alta l’attenzione per alcuni Istituti di Credito di tipo Cooperativo QUI – Istituti di credito USA a rischio fallimento.


Le previsioni di Steve Eisman

1) Le banche italiane sono molto esposte in quanto piene di NPL cioè crediti non esigibili i Non Performing Loans, crediti inesigibili – o meglio – non del tutto inesigibili – per la somma di 360 miliardi di euro. Le banche italiane sono piene di questi titoli, una delle più esposte in assoluto è Monte dei Paschi di Siena,  ma ce li hanno anche altre banche italiane benchè abbiano superato gli stress test della BCE ma va detto che questi stress test sembra che non siano stati fatti in modo ‘pulito’, secondo il finanziare, anzi il finanziere ha proprio detto che la BCE ha chiuso un occhio.
2) I NPL ancora non sono stati dichiarati come delle “perdite” dai bilanci delle banche, ma ancora molti sono sotto il segno di “crediti“, pur sapendo benissimo che MAI riprenderanno questi soldi, o meglio si calcola che solo un 20% dei crediti inesigibili verranno – prima o poi – riscossi ( quindi a conti fatti, di 360 miliardi di euro, solo poco più di 70 miliardi ( circa ) rientreranno.
3) BCE Chiude un occhio: questo Eisman lo ha capito grazie al fatto che molte banche che hanno a loro volta cercato di comprare quote delle banche italiane, si sono accorte che quei bilanci erano fasulli. Eisman in una intervista al Guardian rilasciata il 19 novembre scorso, sostiene che ancora i crediti inesigibili che hanno le banche italiane sono ancora nei bilanci delle banche segnati come “crediti” e non come “perdite”, questa notizia è di una gravità inaudita perchè le banche italiane più importanti hanno fatto gli stress test della BCE a fine Agosto 2016, si presume quindi che questi stress test siano fasulli, se le informazioni che ci da Eisman sono esatte ed aggiornate, d’altronde non sarebbe la prima volta che il sistema creditizio italiano vuol far passare per mele buone quelle che sono mele marce, come è accaduto nel caso della vendita di obbligazioni subordinate di Banca Etruria ( la più famosa) ma anche di altre.
4) Credito Cooperativo, un’altra mina vagante nel sistema creditizio italiano.
5) Il Fondo Atlante fu costituito per occuparsi di questo problema, ma sembra che solo per coprire il le banche venete, sia ridotto al lumicino, tra l’altro sembra che la Veneto Banca stia facendo dumping per portare più liquidi possibili nelle sue casse.
6) La prima conseguenza di Trump alla Casa Bianca è stato il crollo delle obbligazioni di Stato europee, il che significa che le banche europee che posseggono questi titoli vedono diminuire anche il loro capitale, insieme al valore dei titoli stessi, aumentando così la loro esposizione.
7)La bomba inesplosa Deutsche Bank: in questo stato di cose già di per sè molto instabile, ci si mette la crisi della Deutsche Bank, la banca tedesca è la più grande di Europa che ha proprio in Italia e con le banche italiane la sua più importante esposizione, anche se grazie al fatto che DB ha prestato molti soldi a Trump l’ha per il momento salvata da una possibile brutta fine

Questi fattori potrebbero portare al fallimento di una o più grandi banche italiane a rischio default, che innescherebbero un effetto domino su altre realtà creditizie italiane in quanto tutte collegate una con l’altra, la cosa coinvolgerebbe anche Deutsche Bank che ha nell’Italia e nel sistema creditizio italiano il suo partner più importante.
 
Una volta fallita Deutsche Bank, ( una delle banche d’affari più grandi del mondo, in questo momento) sarebbe il disastro economico in tutta Europa, una cosa non proprio da Apocalisse Zombie, ma sicuramente vicino alla grande depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti.


Conclusioni

Questi sono scenari apocalittici diciamolo, sono il massimo della previsione negativa, ci mancano le cavallette e la morte dei primogeniti e poi sembrano le piaghe dell’Egitto, a differenza di quelle però,  qui le probabilità sono terribilmente reali, anche se a mali estremi interverrebbe la BCE, anche se gli accordi dell’Unione Interbancaria prevedono il Bail In ( salvataggio interno o default) e non più il Bail Out ( salvataggio esterno da parte di Stati o organi statali) , con molta probabilità prima di un disastro economico epocale le autorità di Bruxelles, che hanno finanza e banchieri tra le loro fila sicuramente qualcosa faranno.


Da http://finanza.economia-italia.com/ "Banche italiane a rischio default, previsioni 2018"

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Venerdì, 01 Dicembre 2017 00:00

Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema

Spigolando tra le pagine della relazione del capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, si individua un punto che spiega molto del collasso di Banca Monte dei Paschi e di un sistema rimasto inerte nella prevenzione, che doveva essere politica prima che normativa.

«Un ruolo significativo lo ha avuto l’ex socio di riferimento, la Fondazione, che ha inteso mantenere a lungo, anche quando non ce ne erano più le condizioni, una posizione di dominio o comunque di rilievo, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi. A una tale situazione la banca ha risposto con politiche di sostegno incondizionato del reddito. Tali politiche sono risultate di difficile perseguimento dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta, per l’onerosità dell’impegno finanziario che ne è conseguito e per il progressivo aggravarsi della crisi economico-finanziaria, prima internazionale, poi domestica. Esse sono state realizzate dapprima attraverso pratiche creditizie e commerciali espansive, rischiose e a condizioni non in grado, in prospettiva, di coprire i costi (es. mutui con cap); in seguito, mediante scelte gestionali che comportavano un minor assorbimento patrimoniale, ma rendevano il bilancio della banca fortemente esposto ai rischi finanziari. Alcune delle perdite che andavano emergendo venivano dissimulate con pratiche irregolari».

Che si traduce così: la Fondazione non era in grado di sostenere le ricapitalizzazioni necessarie all’ambiziosa espansione della banca, ma dalla quale al contempo necessitava di continuare a ricevere cospicui dividendi, per mantenere intatta la pioggia di dolcetti e regalini vari sul territorio. Così, quando è apparso chiaro (non esattamente a tutti, a Siena, dove qualcuno viveva e vive in condizioni di perenne disconnessione dal mondo e dalla realtà) che l’acquisizione di Antonveneta aveva messo una pietra al collo della banca, e non avendo tutti i soldini necessari per tenere in piedi la baracca, sono arrivati i magheggi finanziari ma anche l’ordine alla banca di premere l’acceleratore del credito, per fare reddito.

In questo paragrafo si concentra la causa prima del dissesto del “sistema Siena”, un dissesto fatto di arroganza e mal riposto senso di superiorità antropologica, nell’indifferenza o nella complicità della politica nazionale. Il collasso della banca è stato indotto da politiche di credito molto espansive, per usare un gentile eufemismo. Ma sarebbe anche utile prendere atto che, almeno nel caso senese, il monte di sofferenze non è frutto di pochi grandi “debitori di sistema” che hanno spolpato la banca, come invece vuole la vulgata popolare e gentista. Sempre Barbagallo:

«I crediti anomali di MPS – che a fine 2016 erano ripartiti tra quasi 190.000 debitori – sono frazionati e distribuiti lungo tutto il territorio nazionale; per l’84 per cento essi riguardano imprese, in larga parte medio-piccole; i prenditori che hanno ricevuto prestiti singolarmente superiori a 25 milioni sono 107 e rappresentano, per ammontare, il 12,7 per cento del credito deteriorato totale. I dati disponibili non mostrano un contributo decisivo di Banca Antonveneta agli NPL di MPS. All’atto dell’acquisizione, i prestiti della ex banca veneta presentavano una rischiosità più accentuata rispetto a quelli del Monte, ma la loro incidenza su quelli del gruppo era di poco superiore al 20 per cento. Inoltre, a fine 2016, la quota di crediti deteriorati erogati nel Nord-Est è pari al 18 per cento degli NPL del gruppo».

Questa era una banca che ha fatto il passo ben più lungo della gamba, che è stata protetta dalla politica nazionale o che ha potuto contare sulla benevola negligenza di essa, che non aveva mezzi patrimoniali per attuare una strategia di espansione ma il cui azionista di controllo, peraltro in reiterata e protratta violazione delle disposizioni della legge Amato-Ciampi sulle Fondazioni (altra dormita della politica nazionale ma anche dei banchieri italiani, che all’epoca dormivano il sonno del giusto) doveva ad ogni costo e con ogni mezzo restare padrone, in un momento in cui era in corso un processo di consolidamento continentale. Gli anglosassoni chiamano queste situazioni overstretch.

Quando iniziarono a palesarsi criticità sui prestiti, ben prima che l’Italia venisse travolta dall’euro-pandemonio, i vertici della banca ritennero di dover trovare fonti alternative di reddito nella finanza, ma così aumentarono ulteriormente la probabilità di rovina. Ancora Barbagallo:

«Nella seconda metà del 2009 la Vigilanza intensifica i controlli sulla liquidità del sistema bancario italiano, che comincia a presentare aspetti di criticità; in tale contesto, il vaglio delle condizioni finanziarie del gruppo MPS fa emergere operazioni strutturate su BTP a lungo termine di elevato ammontare che, date le peggiorate condizioni di mercato, determinano un forte assorbimento dei margini di liquidità. Si dispone pertanto una verifica ispettiva mirata alla gestione della liquidità e ai rischi finanziari del gruppo».

Questo è il disperato tentativo di recuperare redditività, visto il peggioramento del mercato del credito.

«Gli accertamenti ispettivi (condotti dal maggio all’agosto 2010; doc. 129 e 157) si concludono con un giudizio “parzialmente sfavorevole” (4 in una scala da 1 a 6). Emerge che, per compensare la caduta degli spread commerciali, MPS aveva “deciso di sostenere il margine d’interesse accentuando la trasformazione delle scadenze e attuando manovre finanziarie di carry e d’investimento a leva in titoli di Stato italiani”. Si rileva il valore assai cospicuo (circa 25 miliardi) e l’elevata durata finanziaria degli investimenti in titoli pubblici. La posizione di liquidità, i cui saldi sono assai volatili, risente di due repo strutturati su titoli di Stato effettuati, rispettivamente, con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati da MPS. Si tratta di componenti delle operazioni Santorini e Alexandria, che risulteranno in seguito connotate da significative irregolarità».

Se riflettete su questa sequenza di errori ed orrori, potrete giungere alla conclusione che si tratta di schema classico nella storia dell’umanità: cercare di recuperare una perdita, frutto di errori di valutazione strategica, con ulteriori rilanci, verso l’all-in. Nel frattempo, la vigilanza sapeva, tentava di mettere toppe di un’improbabile moral suasion ma non poteva, anche in base ai suoi poteri formali, spingersi oltre un certo limite, forse per autocensura verso la politica. Ed ecco quindi che cadono le foglie, soprattutto di fico:

«Non emergono dall’ispezione elementi probanti sotto il profilo sanzionatorio o per avviare una segnalazione all’Autorità giudiziaria. Considerati i possibili riflessi di carattere generale connessi con le modalità di contabilizzazione adottate con riferimento al veicolo Santorini, la Banca d’Italia, che non ha poteri in materia di valutazioni di bilancio, decide di sottoporre la questione ad approfondimenti nell’ambito del “Tavolo Tecnico” istituito con Consob e ISVAP (poi IVASS)».

Eh sì, perché non sanzionare la contabilizzazione a nominale anziché a fair value di un derivato in perdita “strutturale” esorbita dalle funzioni della Vigilanza. Meglio aprire un bel “tavolo tecnico”: la politica terrà presente questa squisita sensibilità.

Ecco perché parlo di sistema malato, ed ecco perché le responsabilità non possono essere ricondotte al capro espiatorio del governatore pro tempore della Banca d’Italia. Già che ci siamo, ricordiamo anche che la Fondazione MPS, per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca, è stata costretta a ricorrere all’indebitamento, dopo aver dato fondo alle proprie risorse patrimoniali. E ricordiamo anche che il ministro dell’Economia dell’epoca, tal Giulio Tremonti, che da anni continuate a leggere ed a vedere in ostensione mediatica e con la fama dell’unico che aveva capito tutto del destino dell’umanità, autorizzò la Fondazione ad indebitarsi.

Il sistema proteggeva lo status quo, che nel frattempo era diventato tossico-nocivo. Così MPS è saltata.


Da http://phastidio.net/ "Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema" - 24/11/2017

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Martedì, 15 Agosto 2017 00:00

Migranti italiani

Zurigo è tra le mete preferite dai moderni migranti italiani

Hanno tra i 26 e i 35 anni, provengono da tutte le parti d'Italia, posseggono titoli di studio molto elevati o diplomi, alcuni svolgono lavori altamente qualificati, altri mansioni più umili rispetto ai titoli conseguiti e altri ancora abbandonano gli studi per tuffarsi nei settori della ristorazione, dell'edilizia o nell'industria, in genere non vivono problemi d'integrazione, non hanno contatti né col sindacato, né con gli organi di rappresentanza della comunità italiana in Svizzera, né con le generazioni delle precedenti ondate migratorie. Questo, in estrema sintesi, il profilo dei nuovi migranti italiani a Zurigo, una meta sempre più gettonata tra le decine di migliaia di giovani che ogni anno decidono di lasciare l'Italia per andare a cercare lavoro e fortuna altrove.

A rivelarlo sono i risultati intermedi di un'interessante ricerca, realizzata dalla Fondazione italiana Giuseppe Di Vittorio in collaborazione con Ecap Svizzera, che mira a comprendere le condizioni delle nuove generazioni che vivono in un paese diverso da quello dove sono nate, a partire da una serie di interviste a ragazze e ragazzi residenti in sei città europee, tra cui Zurigo.

Guardando a questa realtà a noi vicina, balza subito all'occhio un'impennata dell'immigrazione italiana negli ultimi anni: nella sola area consolare di Zurigo, tra il 2012 e il 2015 il numero annuale di nuove iscrizioni all'Aire (l'Anagrafe dei Cittadini Residenti all'estero) è praticamente decuplicato, passando da 200 a quasi 2000. E questo dato dice ancora poco tenuto conto che la maggior parte, nonostante l'obbligo legale, non si registra; indicativo è anche che a livello nazionale il numero di italiani residenti, dopo essere diminuito costantemente a partire dal 1980 da oltre 400.000 a meno di 300.000, negli ultimi 6-7 anni è tornato a crescere.

«Complice la difficoltà di lettura delle statistiche esistenti, risulta però pressoché impossibile dare una dimensione esatta del fenomeno, che è quello di un aumento importante di nuovi immigrati», spiega ad area Mattia Lento, il ricercatore che con le colleghe Sarah Bonavia e Pinuccia Rustico ha curato l'indagine sulla realtà zurighese. Del resto, sottolinea il nostro interlocutore, «più che sui numeri, ci si è concentrati sugli aspetti qualitativi della nuova migrazione italiana».

Una migrazione che non è fatta solo di “cervelli in fuga”, cioè di forza lavoro altamente qualificata alla ricerca della migliore situazione professionale possibile, ma anche di gente che ha semplicemente bisogno di un salario. È la cosiddetta migrazione di tipo congiunturale, che è esplosa con la crisi economico-finanziaria iniziatasi nel 2008 e che emerge con prepotenza nella realtà di Zurigo, i cui fattori di attrazione sono soprattutto le ampie possibilità di trovare un lavoro, i salari molto più elevati che in Italia (e nel resto d'Europa), la sicurezza sociale e la qualità della vita. La dicotomia tra i due gruppi di migranti «non è però così netta come si potrebbe pensare», osserva Mattia Lento: «Nell'ambito della nostra ricerca abbiamo per esempio incrociato una donna 35 enne con dottorato in fisica che non trova occupazione e diversi casi di non corrispondenza tra qualificazione e professione. Conosco inoltre personalmente diversi laureati e dottorandi che vivono il precariato e che fanno molta fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in una realtà come Zurigo con i suoi prezzi esorbitanti».

Ma quali fattori spingono questi nuovi migranti a lasciare l'Italia per Zurigo? Che difficoltà riscontrano al loro arrivo nella società e nel mercato del lavoro? Come si relazionano con le istituzioni, con gli altri italiani e con il loro paese? Sono alcune delle domande a cui i racconti delle persone intervistate dai ricercatori forniscono risposte interessanti che in parte fanno emergere importanti differenze con le precedenti generazioni di migranti. Vediamole in sintesi.

• I motivi ricorrenti della scelta migratoria sono il lavoro, il venir meno del senso di appartenenza alla città di provenienza e il bisogno di garantire un futuro ai figli.

• Nell'accesso al mercato del lavoro la rete sociale (famiglia, parenti, amici) rimane un elemento importante, anche se si fa sempre più affidamento a nuovi canali, come agenzie di reclutamento, annunci on-line, Linkedin e altri social media.

• Le condizioni lavorative sono generalmente buone, ma i rapporti sul luogo di lavoro e la possibilità di fare carriera sono differenti a seconda se si lavori in contesti internazionali o in quelli più prettamente locali. Le persone trasferite dall'azienda in un paese straniero (i cosiddetti "expat”) hanno per esempio più possibilità di carriera.

• L'impatto con la nuova realtà non sembra evidenziare particolari difficoltà di inserimento (soprattutto a livello burocratico). I due maggiori scogli da affrontare all'arrivo sono quello linguistico e quello relativo alla ricerca di un'abitazione.

• Oggi l'italiano è generalmente ben visto in Svizzera, in particolare per la sua mentalità aperta e per l'approccio creativo. Zurigo si rivela particolarmente accogliente: «La nuova migrazione beneficia della buona immagine lasciata dalla precedente ondata di migranti, che erano apprezzati dagli zurighesi per il loro comportamento e per la dedizione al lavoro», ha spiegato Mattia Lento.

• La lingua è l'aspetto che influenza di più l'integrazione: la conoscenza del tedesco (meglio ancora del dialetto svizzero-tedesco) è fondamentale sia per aumentare le possibilità lavorative sia per facilitare l'integrazione sociale.

• Il tipo di vita sociale varia a seconda dei soggetti: c'è chi resta più legato all'ambiente italiano e/o internazionale e chi cerca di inserirsi nel tessuto locale. In questo un ruolo sempre più importante lo gioca la funzione socio-aggregativa di internet e dei social media, che sin dall'inizio del percorso migratorio garantiscono pure un accesso rapido alle informazioni ed agevolano il mantenimento dei rapporti col paese d'origine.

• Il legame con l'Italia rimane forte per ragioni culturali e di affetti, ma la speranza del rientro, a differenza di quanto avveniva con la vecchia generazione di immigrati, non c'è: la maggior parte non prende in considerazione questa eventualità, soprattutto per mancanza di fiducia nell'Italia e per l'assenza di prospettive, data dall'instabilità economica, politica e sociale. D'altro canto, rileva Mattia Lento, i nuovi migranti non prevedono nemmeno di fermarsi a Zurigo.

• Il sindacato è praticamente sconosciuto alla gran parte dei nuovi migranti: ritengono di non averne bisogno, anche se potrebbe essere un importante organo di tutela e fungere da punto di riferimento sia nelle prime fasi del percorso migratorio sia per facilitare un eventuale rientro in Italia.

• Gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero non sono considerati: complice la mancanza di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni italiane, gli intervistati non si pongono nemmeno il problema. L'offerta consolare non viene presa in considerazione se non per sbrigare pratiche burocratiche o amministrative e la fiducia nei Comites (i Comitati degli italiani all'estero, organi elettivi che rappresentano gli interessi della collettività italiana) è scarsa: «La maggior parte non li conosce nemmeno e chi li conosce tende ad allontanarsene», commenta Mattia Lento, leggendo questo distacco come un «effetto della lontananza generazionale dalla politica».

• Sul passato migratorio c'è poca consapevolezza e i legami con le vecchie generazioni sono piuttosto labili. Viene meno anche il bisogno di fare comunità in quanto italiani: «L'Italia non è più considerata il paese d'origine ma un frammento della propria identità», provano a interpretare i ricercatori.

 

 

Lo studio entra ora nella sua seconda fase

Indagare i processi d'integrazione dei giovani italiani all'estero tra i 18 e i 35 anni e dei giovani migranti (e seconde generazioni) in Italia nel tentativo di capire le ragioni del loro percorso e delle loro aspirazioni, ma anche di comprendere il livello d'inserimento socio-lavorativo e di socializzazione, così come i rapporti con le istituzioni e con la comunità italiane. Questo l'obiettivo dello studio, che nella sua prima parte è consistito in una serie di interviste approfondite a una sessantina di ragazze e ragazzi residenti a Barcellona, Bruxelles, Zurigo, Milano, Napoli e Roma da parte di un gruppo di ricercatori. Ricercatori che, aspetto molto particolare e interessante, si sono scoperti “pari” ai soggetti della ricerca (per età, status, condizione, provenienza ed esperienza personale): «Questo li ha resi allo stesso tempo oggetto e soggetto dello studio», spiega ad area il coordinatore scientifico Emanuele Galossi.

«Finora abbiamo raccolto delle testimonianze che rappresentano lo spaccato di vita di queste persone. Ciò ci è stato utile per elaborare un questionario -lanciato e messo online proprio nei giorni scorsi e scaricabile con il link a fianco- con cui ora vogliamo raggiungere una platea il più vasta possibile ed aumentare così il valore rappresentativo dello studio», afferma Galossi.

Si tratta indubbiamente di un lavoro necessario, perché la nuova migrazione italiana non è un fenomeno di poco conto: nel 2015 se ne sono andati dall'Italia in 102.000, in gran parte giovani tra i 18 e i 39 anni. «Un esodo biblico, testimonianza del fallimento sociale in Italia», ha commentato uno dei ricercatori durante la presentazione dello studio, lo scorso 9 marzo a Zurigo.

Ma finora, mettendo a confronto le testimonianze raccolte nelle varie città europee, sono emerse differenze significative? «Anche se i numeri sono relativi (10 intervistati per ogni città) e i tipi di migrazione variano, sono emerse similitudini nelle risposte. Il gran piacere di raccontarsi, la mancanza di prospettive in Italia, la voglia di fare esperienza e di mettersi alla prova in un contesto nuovo sono per esempio dei tratti comuni», afferma Galossi. E anche la lontananza dal sindacato e dagli organi di rappresentanza, così come l'assenza del bisogno di fare comunità sono elementi comuni ai migranti intervistati e di rottura netto rispetto al passato: per Galossi si tratta di un «dato generazionale che riflette la percezione poco favorevole e la scarsa fiducia che oggi i giovani hanno nei confronti dei partiti, delle istituzioni e delle realtà organizzate in generale. Per quanto riguarda per esempio i rapporti con gli altri italiani, è sì vero che la voglia di fare comunità strutturata in un'associazione o in altra forma è venuta meno, ma poi emerge che nella vita quotidiana si continuano a frequentare italiani, magari insieme a cittadini di altri paesi». «Oggi -conclude Galossi- non c'è poi più la catena migratoria che in passato favoriva il mantenimento dei legami tra conterranei e social media hanno evidentemente influenzato le nuove abitudini».

Barcellona è la capitale dell'integrazione

«Barcellona è l'immagine da cartolina dell'accoglienza», ha esordito Davide Perollo presentando la sua ricerca sugli italiani emigrati nella capitale catalana, che oggi è la seconda meta preferita dopo Londra. Dal 2001 a oggi l'immigrazione italiana è cresciuta esponenzialmente in tutta la Spagna (nel 2015 quasi 180.000 residenti contro i 34.000 del 2001), ma soprattutto a Barcellona dove da tre anni a questa parte quella italiana è la comunità straniera più numerosa (quasi 60.000 persone) della città. Moltissimi sono i giovani: secondo l'Istat, negli ultimi cinque anni 100.000 ragazze e ragazzi tra i 22 e i 35 anni hanno fatto questa scelta, in parte anche senza un percorso migratorio strutturato. «La Spagna - ha spiegato Perollo- non è più quella terra di accoglienza di qualche tempo fa, perché le leggi entrate in vigore negli ultimi anni per volontà del premier spagnolo Mariano Rajoy hanno ristretto fortemente le condizioni per soggiornarvi e per accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. E dunque anche Barcellona è oggi una città meno permeabile, ma resta una terra di ospitalità ancora molto forte e privilegiata dagli italiani, sia per la vicinanza culturale sia per la facilità di integrarsi». Un aspetto quest'ultimo su cui «incide positivamente anche la forte autonomia catalana» rispetto a Madrid, come fa rilevare il ricercatore.

Indagando però sulla realtà lavorativa, emerge anche che a Barcellona tendenzialmente si accettano condizioni che in Italia non si accetterebbero e spesso, con l'obiettivo di racimolare i soldi necessari a ottenere il diritto di residenza ai sensi della legge sugli stranieri, si finisce vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e dell'assenza di tutele. «Il paradosso -ha affermato Perollo- è che gli impieghi con queste caratteristiche spesso vengono offerti da alberghi e ristoranti gestiti da italiani, che quindi assumono altri italiani in nero, generando un circolo vizioso».

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Mercoledì, 21 Giugno 2017 00:00

Le oligarchie

Le oligarchie

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

Fino a ora si era lasciata almeno la forma della democrazia rappresentativa, pur con riforme istituzionali ed elettorali che l’avevano sempre più ridotta a un vuoto schema. L’elezione di Macron in Francia rappresenta però una svolta fondamentale nel rapporto fra oligarchie dominanti e elezione dei rappresentanti istituzionali. La scelta è una forma di “autocrazia diretta”, in cui i candidati vengono scelti direttamente dagli “uffici elettorali” delle organizzazioni economiche e finanziarie, saltando ogni mediazione e ogni rito democratico, anche quello formale delle “elezioni primarie” e rivolgendosi direttamente al “popolo”. Il candidato, supportato economicamente da una potente campagna mediatica, deve ignorare o addirittura attaccare duramente ogni corpo intermedio e ogni mediazione, negare l’appartenenza a questo o a quello schieramento politico, rivolgersi direttamente agli elettori, con una narrazione più o meno convincente e appelli drammatizzanti, quali, per esempio, «la patria è in pericolo».

Il vantaggio del candidato che così viene lanciato nell’agone politico è che nel frattempo, sempre con una potente campagna di stampa, ma anche con le politiche liberiste, si sono creati a destra e a sinistra movimenti antisistema che vengono bollati come pericoli mortali per la società nazionale.

Una situazione simile precedette la presa del potere dei movimenti fascisti in tutta Europa: il pericolo mortale a quei tempi erano i movimenti socialisti e comunisti. Ora che il comunismo è morto e che il socialismo “non sta molto bene”, i nemici mortali debbono essere trovati altrove. E perché no nei movimenti di protesta di quei gruppi sociali annientati dalla crisi e dalle politiche liberiste? La scelta è molteplice: destra nazionalista, nuovi movimenti di sinistra, partiti islamisti (in futuro?).

E vediamo ora il metodo che viene seguito per ottenere il risultato voluto. Si sceglie accuratamente un candidato “nuovo” e possibilmente poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma ben noto agli ambienti economici e finanziari. Il candidato deve essere quanto più neutro possibile, giovane, di cultura modesta, di idee abbastanza banali e con una storia che possa piacere e ispirare buoni sentimenti.

Cosa ci può essere di meglio di un uomo giovane, con una moglie che per la sua età potrebbe essere sua madre e che così viene presentata dai media? Il candidato si dichiara né di destra né di sinistra, anzi intende muoversi fuori e contro i partiti tradizionali, ridimensionando il potere dei sindacati e dei corpi intermedi, tanto più quanto sono rappresentanti di interessi particolari. Il candidato rappresenterà se stesso e difenderà l’interesse generale e per questo chiederà direttamente al popolo la delega in bianco, sulla fiducia. I tempi sono difficili, bisogna fare presto e non si può perdere troppo tempo dietro ai riti consunti della democrazia rappresentativa.

Dopo l’elezione farà un bel discorso, proponendosi come il nuovo uomo della provvidenza che risolverà ogni problema presente e futuro, dichiarando: «io farò, io dirò, io aiuterò».

Molte delle frasi dei suoi discorsi cominceranno con “io”. Nel discorso fatto al Louvre, subito dopo i risultati elettorali, Macron ha usato “je” la bellezza di 22 volte.

Il governo sarà composto dal più vecchio e “sputtanato” personale politico preso a destra e a sinistra, per una politica di lacrime e sangue: questo chiede il nuovo processo rivoluzionario eversivo.

E l’Europa? In questo caso la nuova concezione è quella del nazional-europeismo: «Francia first», ma in Europa; così come è stata fino a ora «Germania first», sempre in Europa. Di nuovo, l’asse Francia-Germania. Per gli altri paesi dell’Ue, vedremo come sapranno adeguarsi a questa politica.

Rimane un problema: la presenza di un’Assemblea legislativa e le elezioni dell’11 giugno prossimo. Così come è nato, Macron non ha un partito. Previsione: la potente macchina mediatica e l’infinito potere economico e finanziario delle classi dominanti si metteranno in moto per creare un partito leggero personale di Macron, con pochi iscritti ma con molti addetti alla propaganda nei media.

Un nuovo partito virtuale, i cui candidati saranno scelti con gli stessi criteri con cui è stato scelto Macron, di destra, di centro, di sinistra e da ogni dove, in grado di fargli ottenere la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale in alcune settimane. Il circolo così si chiude.

Se questa operazione funziona per la Francia, può essere estesa a tutti i paesi europei dove si terranno elezioni, naturalmente con le dovute differenze legate ai differenti ordinamenti istituzionali e leggi elettorali, e in questo scenario può pesare per esempio una maggiore complessità politica e articolazione dei bacini elettorali in Italia rispetto ad altri paesi europei.

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