Il consiglio dei ministri ieri ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, e la relazione alle Camere per chiedere l’ulteriore scostamento di bilancio da 40 miliardi. Entro fine mese arriva il decreto sostegni bis.

Il Prodotto interno lordo, dopo il -8,9% del 2020, crescerà quest’anno del 4,5%, grazie anche ai ristori all’economia. Sia quelli già decisi col decreto sostegni da 32 miliardi, sia quelli che si aggiungeranno col decreto bis da 40 miliardi. Tutto finanziato in deficit.

Il consiglio dei ministri ieri ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, e la relazione alle Camere per chiedere l’ulteriore scostamento di bilancio. Il deficit 2021 cresce così all’11,8% del Pil (contro il 9,5% del 2020). E il debito pubblico si impenna sfiorando il 160% del Pil: 159,8%, per la precisione. Superando il picco storico del primo dopoguerra, nel 1920, quando si era fermato al 159,5%.

Allora pagammo le spese di guerra. Oggi la guerra è il Covid. E la Banca d’Italia proprio ieri ha diffuso ha diffuso l’aggiornamento sul debito pubblico, che lo scorso febbraio ha già raggiunto il record di 2.643 miliardi di euro.

Il governo, spiega il ministro dell’Economia, Daniele Franco, nell’introduzione al Def, è convinto che «la partita chiave per il nostro Pese si giochi sulla crescita economica». Le politiche di bilancio rimarranno espansive fino a tutto il 2022, saranno neutre nel 2023 e dal 2024 seguiranno «un graduale cammino di consolidamento fiscale e persistente riduzione del rapporto debito/Pil».

Secondo le previsioni contenute nel Def, il Pil crescerà del 4,8% nel 2022, del 2,6% nel 2023 e dell’1,8% nel 2024. Questo a patto che si esca dal Covid-19. E tutto dipenderà dai vaccini. Il ministro Franco ricorda che «il governo prevede di poter somministrare i vaccini all’80% della popolazione entro l’autunno». Ma nel Def si avverte anche che, nel caso di «scenario avverso» causato da «limitata efficacia dei vaccini contro le varianti del virus», il Pil crescerebbe quest’anno solo del 2,7%.

Per spingere la crescita e quindi un minore peso del deficit, il governo conta sul decreto sostegni bis in arrivo a fine mese. Circa 22 miliardi su 40 saranno destinati alle imprese tra nuovi ristori, sospensioni fiscali, e misure per la liquidità. Ma il provvedimento, si legge, prorogherà anche «le indennità a favore dei lavoratori stagionali e introdurrà nuove misure a favore dei giovani, ad esempio uno sgravio fiscale sull’accensione dei mutui per l’acquisto della prima casa».

Oltre che sul nuovo decreto, il governo fa affidamento sulle risorse europee: quelle del Recovery plan e del React Eu. Ma anche sulle risorse aggiuntive che verranno da un Fondo complementare pluriennale (2022-33) del valore complessivo di 72 miliardi, anche questo finanziato in deficit. Dei 72 miliardi, 31 serviranno per le opere rimaste fuori dal Recovery Plan, di cui 10 per la Salerno-Reggio Calabria e 15 per il fondo di coesione. Il 40% delle risorse del Pnrr andrà al Mezzogiorno, ha detto ieri la ministra per il Sud, Mara Carfagna, superando la quota del 34% inizialmente prevista.

In tutto, si legge nel Def, le risorse del «Pnrr in senso stretto», pari a 193 miliardi fino al 2026, salgono a 237 miliardi, 153,4 dei quali saranno utilizzati per «nuove iniziative» e il resto per sostituire finanziamenti nazionali.

Intanto oggi è attesa finalmente la firma per i decreti di nomina dei 30 commissari straordinari che dovranno portare a termine il più velocemente possibile le prime 58 opere pubbliche indicate come prioritarie nello «sblocca cantieri» approvato ormai due anni fa. Con la prima tranche, si muovono 66 miliardi, anche questi fondamentali per il rimbalzo del Pil.


Da "www.linkiesta.it" Il debito pubblico mai così alto da oltre 100 anni

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Se Dante avesse dovuto scegliere un posto per gli economisti pentiti, forse li avrebbe messi nel Purgatorio. Di sicuro, oggi dovrebbero aumentarne la capienza per accogliere tutti i sostenitori dell’austerità fiscale che hanno cambiato idea in questi ultimi anni, rivalutando i vantaggi dell’intervento pubblico anche quando finanziato con il debito. Alla fine del 2020, il coro è stato guidato dalle due massime istituzioni internazionali che hanno dettato le regole del trentennio neoliberista, temporaneamente chiuso con la crisi del 2007-2008 e archiviato dalla pandemia: il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Qualcosa di simile a dire il vero si era già visto dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime, con i salvataggi pubblici della finanza privata. Ma allora era uno stato di necessità e presto si è cercato di tornare al business as usual. Adesso c’è qualcosa in più, che potrebbe fare pensare a un cambio di paradigma.

Le ultime parole destinate a diventare famose le ha dette Laurence Boone, capo economista dell’Ocse, in un’intervista al Financial Times nella quale lancia un appello ai governi: per non ricominciate con l’austerità, continuate a spendere. Già l’ultimo rapporto dell’organizzazione lo aveva messo nero su bianco: “Le politiche dovranno continuare a sostenere fortemente l’attività economica, almeno fino alla fine dell’emergenza sanitaria”.

Su cosa puntare, cosa evitare
Il rapporto dell’Ocse, oltre a dare i numeri senza precedenti della recessione mondiale, riconosce che le politiche pubbliche per tenere vivi interi settori, imprese e lavori sono riuscite in qualche modo a moderare gli effetti negativi. Pur con differenti impatti a seconda delle diverse situazioni, “le lezioni degli ultimi nove mesi”, si legge, “dicono che quest’azione politica era e resta appropriata”.

Ora, cominciata la campagna di vaccinazione, non è il caso di interrompere il supporto pubblico, semmai si tratta di indirizzarlo meglio a coloro che sono stati più colpiti. Ci sarà tempo, quando la ripresa sarà consolidata, di assicurare la sostenibilità del debito. Ma la frase più importante è questa: “Il fatto che i vaccini sono in vista suggerisce che questo non è il tempo di ridurre il supporto, come è stato fatto troppo presto dopo la crisi finanziaria globale”.

L’inciso in corsivo (mio) implica un’autocritica. Anche nel 2008, di fronte a quella che era la più grave crisi dal dopoguerra nel mondo occidentale, gli stati intervennero, eccome. Ma subito dopo si tornò all’ortodossia dello stato minimo e del contenimento dei debiti pubblici mentre, notava lo stesso Fmi, la mole del debito privato mondiale continuava a crescere. La precoce stretta post-crisi fu particolarmente dura in Europa, sia nella politica monetaria (la Banca centrale europea prima di Draghi) sia in quella fiscale, strangolando le economie europee più fragili e portando al doppio capitombolo della crisi stessa, negli anni 2010-2011.

Non esiste una ricetta unica
Nell’intervista al Financial Times, Boone dice però qualcosa di più. Ricorda appunto che nel 2008 le politiche di stimolo fiscale si fecero, ma furono abbandonate troppo presto. Dobbiamo imparare da quella lezione, da tutti e due i lati dell’Atlantico, aggiunge, spiegando che i governi non devono porsi obiettivi numerici a breve termine di rientro dal deficit e dal debito. Di più, dobbiamo anche dimenticare che abbiamo in tasca un’unica ricetta che si adatta a tutti. Boone strappa così i due simboli di quelle istituzioni che lo stesso Financial Times definisce ”le cheerleader dell’austerity”. Ne esiste una terza, cioè la predominanza della politica monetaria: non è sano lasciare tutto il potere e il peso della politica di ripresa alle istituzioni monetarie, che non sono democraticamente elette e sono guidate soprattutto dalla preoccupazione sull’inflazione.

La politica monetaria ha un impatto sulla redistribuzione del reddito, anche se non è suo compito: tocca alla politica fiscale occuparsene, tanto più con l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri che la pandemia sta aggravando, con il rischio di un forte aumento delle diseguaglianze sociali.

La pensano allo stesso modo al Fondo monetario internazionale, un’altra istituzione cardine del cosiddetto Washington consensus (la dottrina associata alla svolta degli anni ottanta, basata sulla stabilizzazione macroeconomica, le privatizzazioni, la deregulation e lo stato minimo). È interessante che anche in questo caso alla guida ci sia una donna, Gita Gopinath, la cui popolarità è uscita dai confini della politica e dell’accademia da quando Vogue le ha dedicato una copertina.

Nel Fiscal monitor pubblicato nell’ottobre 2020, l’Fmi insiste perché i governi non alzino il piede dal pedale della spesa pubblica, sottolineando in particolare il ruolo degli investimenti pubblici: prima della pandemia, vi si legge, nelle economie industrializzate si era assistito a una generale riduzione degli investimenti pubblici (come del resto richiesto dallo stesso Fmi, va aggiunto). Così, molte infrastrutture non erano più all’altezza dei bisogni. Adesso, si legge nel documento, bisogna dedicare capitali pubblici alle infrastrutture, in particolare quelle sanitarie, quelle per lo sviluppo digitale e quelle per la transizione ecologica.

L’eccezionale situazione sui mercati monetari, con tassi di interesse prossimi allo zero o negativi nelle economie avanzate e anche in parte di quelle in via di sviluppo, aiuta questo processo: il debito che si fa per finanziare gli investimenti pubblici è a basso costo e potrebbe restarlo per molto tempo. L’Fmi fa calcoli molto ottimisti su quello che si chiama il “moltiplicatore” degli investimenti: spendere l’1 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) in investimenti pubblici potrebbe portare, nelle economie industrializzate e in quelle emergenti, a creare sette milioni di posti di lavoro in maniera diretta e 33 milioni indirettamente, grazie all’indotto.

Boone e Gopinath, rappresentanti del nuovo keynesismo di questi anni venti, non sono sole. Un’altra intervista importante aveva inaugurato il nuovo corso, quella di Mario Draghi, che il 25 marzo 2020, dunque all’inizio della pandemia, chiamò alla mobilitazione contro il covid-19, facendo questa previsione: “Un debito pubblico molto più alto diventerà un carattere permanente delle nostre economie e sarà accompagnato da una cancellazione dei debiti privati”.

La svolta interessa università, centri di ricerca, pensatoi dei governi mondiali. E sia Boone sia Gopinath hanno alle spalle le loro potenti istituzioni, nelle quali il ripensamento delle vecchie ricette era già cominciato dopo la grande crisi del 2008. Allora si pensò che era solo una questione di sano pragmatismo: i salvataggi pubblici servono quando il privato ha bisogno, appena l’economia si rimette in piedi le caselle dell’ortodossia tornano a posto. Stavolta potrebbe essere diverso, e il ruolo pubblico non dovrebbe essere limitato a dispensare pietosi cerotti per le vittime più deboli o costosissimi salvataggi per i potenti. Si tratta di traghettare l’economia dal mondo pre-covid a quello post-covid, e per farlo i governi devono riappropriarsi degli strumenti del bilancio pubblico.

Gli ostacoli, a questo punto, non sono in un consenso cementificato e potente attorno ai vecchi schemi; né nella mancanza di risorse, data l’eccezionale disponibilità di denaro a buon mercato: con tassi di interesse pari a zero o negativi, e un tasso di risparmio salito a livelli record, i governi hanno buone possibilità di salvare le generazioni di oggi senza aggravare il debito di quelle future. Ma sapranno farlo? L’incomprensibile crisi politica in Italia, che fa venire in mente i poveracci di Miseria e nobiltà sorpresi a litigare attorno al tavolo improvvisamente imbandito mettendosi in tasca i maccheroni, non deve trarre in inganno, facendo pensare che sia una tragicommedia all’italiana. Le altre classi dirigenti non se la cavano molto meglio.

L’Europa ha avuto uno scatto di reni con il piano Next generation EU, ma adesso si tratta di metterlo in pratica. I politici sono intrappolati nella logica del breve periodo e dei confini nazionali (se non regionali), hanno strumenti di politica pubblica arrugginiti, e spesso non hanno la minima idea di come usarli. E così ricorrono alle vecchie abitudini della contrattazione con gli interessi forti e i gruppi che hanno maggiore capacità di pressione. Tutto il contrario di quel che servirebbe: l’uso del bilancio ordinario, nel breve periodo, per redistribuire e tutelare gli interessi dei più deboli, di quelli più colpiti dalla crisi, e l’uso del debito straordinario per investimenti in beni pubblici nel medio e lungo periodo.

Da "https://www.internazionale.it/" La retromarcia di economisti e politici per non sbagliare di nuovo di Roberta Carlini

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Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera, racconta come da agosto in poi le aziende stanno spingendo sugli incentivi all’esodo volontario. E chi ha un’alta employability coglie l’occasione per chiudere il rapporto di lavoro e rientrare nel mercato in poco tempo.

Il blocco dei licenziamenti stabilito dal governo non ha fermato le uscite dei lavoratori dalle imprese. In particolare dal decreto agosto in poi, che ha previsto la possibilità della chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di incentivo all’esodo. Lo conferma Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del Gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera. «Negli ultimi mesi le aziende lo stanno proponendo in maniera sempre più vigorosa», spiega. «Con l’esodo incentivato, ci sono figure che escono anche per fa sì che ne entrino di nuove».

Come sta incidendo il blocco dei licenziamenti sulle aziende?
Le aziende hanno necessità di evoluzione come in qualsiasi momento storico. Oggi il blocco dei licenziamenti impedisce alle aziende anche quella naturale evoluzione che avrebbero in qualsiasi momento storico, anche senza Covid. Figuriamoci in un momento così.

Cosa sta succedendo dopo le deroghe al blocco dei licenziamenti introdotte nel decreto agosto?
Dal decreto agosto in poi è possibile anche la chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di esodo incentivato volontario. Questa è una cosa che negli ultimi mesi le aziende stanno proponendo ai lavoratori in maniera più vigorosa. L’obiettivo delle aziende è evitare il rischio che si arrivi al 31 marzo, quando dovrebbe scadere il blocco dei licenziamenti, con situazioni molto critiche.

Cosa potrebbe accadere quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti?
Il problema che si potrebbe avere, quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti, è avere una situazione di crisi molto più forte, in quanto per molto tempo c’è stato un blocco, appunto, ai movimenti del mercato. Di conseguenza il numero di persone colpite dalle uscite potrebbe essere più alto rispetto a quello che si potrebbe avere se oggi, un po’ alla volta, si riuscisse a favorire l’esodo a fronte di un incentivo economico.

Ci sono categorie di lavoratori più interessate da questi incentivi all’esodo?
Sicuramente si stanno facendo delle valutazioni sulla popolazione aziendale che può essere supportata per accedere alla pensione in maniera anticipata. Ma questi incentivi riguardano tutti i settori e tutte le età.

Come reagiscono i lavoratori?
Chi oggi ha una employability alta sicuramente guarda con favore all’incentivo all’esodo, perché incassa un bonus d’uscita avendo poi un livello di occupabilità tale che gli permette di rientrare subito sul mercato con una alta possibilità di ricollocazione. Anche perché se l’azienda sta proponendo questa formula, è chiaro che ha bisogno di una trasformazione. E se questa azione non viene fatta oggi, c’è il rischio che si proceda poi in futuro in maniera più critica.

Ma i lavoratori riescono a ricollocarsi in un momento di crisi?
La sorpresa è che noi stiamo vedendo gli stessi tassi di replacement del periodo pre-crisi tra le figure che assistiamo. Ci aspettavamo il 15-20% di decrescita. Noi siamo sempre stati intorno all’82% di replacement con una media di circa sei mesi in termini di tempo di ricollocazione. Oggi vediamo la stessa percentuale, solo con un mese in più di ricollocazione, soprattutto per quelle figure che hanno avuto la transizione con il mese di aprile in mezzo. Il blocco vero di ricollocamento, infatti, noi l’abbiamo visto ad aprile. Oggi invece il mercato c’è ancora e lo dimostrano anche le società di recruitment che stanno lavorando in maniera molto buona.

È certamente un mercato diversificato rispetto al pre-pandemia.
Certo. Ci sono settori trainanti oggi in cui c’è necessità di assunzioni: logistica, digitale, grande distribuzione, farmaceutico, health care e servizi alla persona. I settori maggiormente in difficoltà, come l’alberghiero, hanno avuto figure che si sono mosse verso settori più sicuri, ma i loro ruoli sono comunque necessari e quindi è stato necessario pensare a una sostituzione. Un po’ di movimento si osserva quindi anche in quesi settori più in crisi.

I lavoratori sono pronti a rispondere alle nuove richieste del mercato?
Quello che vediamo è ancora un costante mismatch tra le esigenze del mercato in termini di competenze e quella che è l’offerta dei candidati a livello di skill. Il problema dopo il 31 marzo sarà proprio la qualità non la quantità. Prevediamo centinaia di migliaia di offerte di lavoro in Italia nei prossimi anni in materie scientifiche o di analisi dei dati, legate a professionalità su cui non abbiamo grandi offerte in termini di candidati. Ci aspettiamo che il governo trovi una formula che vada a diminuire questo mismatch in termini di competenze e formazione.

Cosa serve?
Una volta era l’azienda che si occupava della crescita del lavoratore. Oggi deve pensarci il lavoratore stesso: ognuno di noi deve capire quai sono le competenze maturate fino a oggi e quali di queste sono necessarie per essere altamente collocabili nel breve periodo. Dobbiamo essere pronti, da un momento all’altro, a una variazione del mondo del lavoro, continuando a fare un lavoro di analisi personale e di valutazione del mercato del lavoro, e a portare avanti dei percorsi di formazione su di sé in modo da continuare a essere occupabili.

Su quali competenze investire?
Le tecnologie hanno un ciclo di vita sempre più breve. Una competenza in ambito informatico, per fare un esempio, 30 anni fa durava di più di quanto duri oggi. Oggi le competenze hanno una durata sempre più breve e quindi il lavoratore deve essere sempre più propenso a un apprendimento veloce e continuo. Nel prossimo periodo non cambieremo solo più velocemente lavoro, ma cambieremo anche più facilmente le competenze che ci necessitano per lavorare. Serve poi anche maggiore flessibilità in termini di spostamenti territoriali, che ci renderebbe ancora più occupabili.

I servizi di outplacement sono centrali in questo disegno?
L’outplacement offre molto supporto in questo momento perché ha il compito di rendere coscienti i lavoratori rispetto a quelli che sono i propri asset di competenza, rispetto alle richieste del mercato e a come aumentare la propria employability nel mondo professionale. Questo è uno strumento che andrebbe potenziato nelle aziende, come ha sottolineato anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Da "https://www.linkiesta.it/" Come investire sulla propria occupabilità per ricollocarsi sul mercato di Lidia Baratta

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Lunedì, 07 Settembre 2020 00:00

Mario Draghi, l'inascoltato

Se tutti, o quasi tutti, sono d’accordo con lui, perché non accade ciò che suggerisce? Tra il pensare, il dire e il fare c’è il dramma esistenziale della politica italiana.

Se tutti, o quasi tutti, sono d’accordo con Draghi, perché non accade ciò che Draghi suggerisce? Questa domanda sta piantata nel cuore del Paese, tra il consenso generale all’appello dell’ex presidente della Bce e una transizione fin qui dominata dalla confusione nell’azione di governo e da un’incertezza che attraversa, tutto intero, il quadro politico. Perché è vero che la maggior parte della classe dirigente nazionale, anche quella che per motivi di bandiera non può dichiararlo apertamente, riconosce che i sussidi servono a sopravvivere, non a ripartire; che c’è debito buono, finalizzato a investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture e nella ricerca, e debito cattivo e improduttivo, simbolo del furto generazionale dei padri sui figli; che s’impone un riformismo fondato su regole di responsabilità; che l’adesione all’Europa e la difesa del multilateralismo sono per l’Italia un obiettivo irrinunciabile; che, da ultimo, l’incertezza dell’opinione pubblica e dei mercati si dissolve con politiche credibili nel medio-lungo periodo, segnate dalla coerenza dell’azione di governo con il mandato e con i principi che lo ispirano.

Ma tra il pensare, il dire e il fare c’è il dramma esistenziale della politica italiana. La quale non riesce a dire ciò che pensa e, perciò, non riesce a fare ciò che dice. È una malattia che contagia, sia pure in misura diversa, tutti i partiti e che suscita il preoccupato interesse di analisti e intellettuali. C’è chi, come, Ernesto Galli della Loggia, la diagnostica come una deriva del trasformismo, diventato il “vero principio costitutivo del sistema politico italiano” e incarnato da un premier privo, e fiero per questo, “di qualunque appartenenza politica”. C’è chi, come Sabino Cassese, la chiama sindrome della politica corsara, priva di radicamento storico e sociale, schiava del consenso e, perciò, adusa a promettere ciò che non può distribuire e a distribuire ciò che sottrae, con il debito pubblico, alle generazioni future. C’è ancora chi, come Marco Bentivogli, la racconta come una degenerazione del riformismo, che baratta il realismo e gli ideali con le velleità rivoluzionarie, e finisce per consegnarsi al ricatto delle corporazioni e dei loro particolarismi.

Le tre analisi qui segnalate illuminano, da angolazioni diverse, quella quota irriducibile di populismo, ora rivendicato ora inconsapevole e subalterno, che affligge tutti i partiti e che condanna la politica italiana a due posture specifiche: il bisogno di mentire e la subordinazione assoluta del welfare alla ricerca del consenso. Il Movimento Cinquestelle non può dire che i fondi del Mes hanno meno condizionalità di quelli del Recovery plan e che, quindi, non ha senso rinunciarvi, perché tradirebbe una certa retorica antitecnocratica e antieuropea, che lo avvicina più alla destra sovranista che agli attuali alleati di governo. Il Pd non può dire che il taglio costituzionale dei parlamentari è un dannoso attacco alla democrazia rappresentativa, perché nella retorica moralista che ha cavalcato per anni c’era una cifra antielitaria, che si è impossessata della sua base. Sono entrambi condannati alla menzogna, perché nella loro percezione dire la verità costerebbe troppo.

Per le stesse ragioni i partiti di governo, ma anche quelli attualmente all’opposizione, non riescono a disancorare le politiche del welfare dalla ricerca di un consenso percepito come volatile. Il Movimento Cinquestelle e il Pd insieme non possono dire che il Decreto Dignità penalizza il lavoro, né che la contrattazione salariale nazionale agevola il sommerso e mortifica la produttività, perché contraddirebbero la retorica dei diritti che da sempre hanno innaffiato con la loro propaganda. Una linea di continuità lega il reddito di cittadinanza e la riforma pensionistica di “Quota 100” del governo gialloverde allo statalismo e ai sussidi à gogo del governo giallorosso. Non a caso, la decisione di imbarcare senza concorso decine di migliaia di precari della scuola è sostenuta allo stesso modo tanto da Fratelli d’Italia e dalla Lega, quanto dal Pd. La febbre del consenso ha distorto la proporzione fisiologicamente corretta, per cui il welfare sta al cittadino debole come i servizi pubblici stanno al cittadino utente. In Italia oggi il welfare sta al potenziale elettore come i servizi pubblici stanno a chi nei servizi pubblici lavora.

Perciò le forze politiche condividono a parole, ma tradiscono nelle azioni, il riformismo invocato da Mario Draghi, che significa anzitutto educare al realismo e alla responsabilità, portare un gruppo sociale a prendere coscienza delle perdite imposte dal cambiamento, in ragione di un obiettivo ambizioso che le giustifichi. In questo senso il dramma della politica italiana è esistenziale, perché riguarda mai come oggi la contraddizione tra il credere e l’apparire, e condanna i partiti e i leader a un’ambiguità difensiva, che si esprime nell’inazione e nella confusione. C’è chi, come Nicola Zingaretti e Giuseppe Conte, guadagna tempo tra una commissione di tecnici e un’assise di Stati generali, sperando che il riformismo virtuoso prima o poi venga da sé. C’è chi, come Matteo Salvini, oppone alla percezione diffusa della paralisi la suggestione di una leadership decidente, che tanto spaventa la sinistra, e che, in controluce, malcela proprio il desiderio, comune a tutti, di svincolarsi dalla ricerca del consenso e dal bisogno della menzogna. E c’è, da ultimo, chi quei “pieni poteri”, che nega al leader leghista, sarebbe disposto a riconoscerli a un novello autocrate, un Cincinnato di turno proprio come Mario Draghi, garantito dalla sua sublime saggezza e dall’essere sottratto alla legittimazione dell’investitura popolare.

Ma né il traccheggio tattico della sinistra incompiuta, né il personalismo muscolare del sovranismo, né la delega-rifugio a un arbitro esterno alla politica colgono l’appello del banchiere-statista. Che è il primo a rifiutare un’investitura personale. Perché, come spiega tra le righe del suo magistrale intervento, nei tempi speciali, a cui l’emergenza pandemica ci consegna, non bastano più la competenza, il coraggio e l’umiltà che fanno grande un banchiere o un politico. Serve, di più, perseguire e spiegare “la coerenza dei governi con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato”. Vuol dire che non c’è riformismo possibile senza una pedagogia politica centrata su un’idea del Paese. L’unica che possa disancorare le politiche del welfare dalla ricerca del consenso e dal bisogno della menzogna, ribaltando l’approccio: cioè costruendo il consenso su un modello di welfare nuovo, volto alla società intera e non ai gruppi di interesse più forti. Nessun autocrate, nessun tecnocrate, per abili e autorevoli che fossero, potrebbero riuscirci. Ma solo un leader legittimato da una comunità di destino con cui condivide una visione, e coadiuvato da un quadro dirigente plurale capace di tradurla in una strategia dell’agire.

In una parola ci vuole la politica. Quella che ieri poteva far dire ai comunisti: sopportate la durezza della lotta perché poi verrà la rivoluzione. O ai democristiani: facciamo argine al comunismo per costruire la libertà. Certo, oggi qualunque disegno politico si misura con lo scarto tra l’ampiezza delle aspettative e il tradimento delle realizzazioni: in una societa? dove c’e? stata una generazione che ha preso piu? di quello che poteva prendere, e? difficile far comprendere alla maggioranza dei cittadini che il loro sacrificio vale un investimento sul futuro. Eppure questa è la strada che resta al riformismo. Che sia di destra o di sinistra, o piuttosto trasversale a entrambe, è difficile dirlo in tempi in cui si ritiene che le antiche culture politiche non parlino più a questo Secolo. Ma è singolare che chi, come Draghi, politico non è, dimostri di maneggiare il liberalismo, il socialismo e il popolarismo cristiano con una sapienza del tutto estranea ai leader sul campo, e di farne un racconto possibile e credibile del nostro futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Mario Draghi, l'inascoltato di Alessandro Barbano

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Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V.

New York – La recessione americana è già esplosa ed è senza paralleli nella memoria contemporanea, né paragonabile alla crisi finanziaria e immobiliare del 2008, né agli shock petroliferi degli anni Settanta. Di più: anche ogni recupero, quando ci sarà e ci sarà soltanto in presenza di allentamenti dell'assedio della pandemia, sarà lento, difficile e parziale. Né un'aggressiva Federal Reserve, che in un solo fine settimana ha sfoderato tutte le armi che aveva utilizzato dodici anni or sono, né interventi fiscali, potranno oggi in qualche modo esorcizzare il dramma della vasta serrata dell'economia e della profonda contrazione dell'attività. Nulla, insomma, potrà essere come prima, oggi e neanche domani.La diagnosi per l’economia americana, alla vigilia della crisi ancora la più solida al mondo, è di Mickey Levy.

Economista di Berenberg, ex capoeconomista di Bank of America, da sempre attento e sobrio osservatore di mercati e politica monetaria e fiscale, non è prono alle iperboli. Abitualmente, anzi, fa notizia per la sua sobrietà. Questa volta le sue parole non minimizzano. «L'economia statunitense è in recessione», afferma sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari questo veterano di tante crisi. «Avremo una dura contrazione dell'attività economica e del Pil nella prima metà dell'anno, con un calo del -4,5% nel primo trimestre e dell'11,7% nel secondo», pronostica.


Non basta. Levy avverte che ogni risalita sarà faticosa, molto faticosa: «Prevediamo una graduale ripresa e non un recupero a forma di V, che rispecchierà i postumi dei traumi alla fiducia dei consumatori e forti declini nella produzione di business, che farà i conti con lo smaltimento di scorte precedenti, ulteriori flessioni degli investimenti e deboli esportazioni». Non è il solo a temere crisi più protratte: Citigroup dà il 40% di probabilità a debacle dai tempi allungati.

«L'economia non tornerà dov'era prima», conclude Levy. L'unica via d'uscita, precisa, si aprirà quando ci saranno «chiari e attendibili segni che la pandemia allenta la presa», solo così potrà esserci un aumento della fiducia grazie agli interventi annunciati o in arrivo di banche centrali e governi. «Allora il massiccio stimolo monetario aiuterà e le anticipate azioni fiscali forniranno necessario sostegno al reddito alle famiglie e finanziamenti alle piccole aziende». Anche in simili circostanze però non si fa alcuna illusione: «Anticipiamo una ripresa moderata che sarà più lenta del brusco declino che stiamo vivendo».

Ecco la sua analisi in maggior dettaglio per gli Stati Uniti: un drammatico calo dei consumi nel primo trimestre, -10%, e ancora peggiore nel secondo, -18 per cento. Le imprese avranno crolli degli investimenti, -12% e -22% solo nei primi sei mesi dell'anno. Tra marzo, aprile e maggio spariranno almeno due milioni di posti di lavoro, facendo immediatamente schizzare il tasso di disoccupazione dal minimo storico del 3,5% a «ben oltre» il 5% e facendo precipitare qualunque ottimismo. I profitti aziendali crolleranno al passo di «molti multipli» della caduta del Pil, schiacciati da debiti, tracolli della domanda e del commercio.

Da "https://www.ilsole24ore.com/" L’economista: «La recessione Usa è già arrivata» di Marco Valsania

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Venerdì, 21 Febbraio 2020 00:00

L’economia è la chiave della politica?

Qualche anno fa, un importante personaggio politico disse in un dibattito pubblico che alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’erano interessi economici. Qualcuno gli fece osservare che l’idea che un giovane commetta una carneficina tra gente presa a caso e poi si ammazzi perché conti su tornaconti economici è evidentemente poco credibile; diciamo piuttosto che il terrorista spera così di andare in paradiso. Ma il personaggio aveva la risposta pronta: una massa di gente ingenua viene manipolata con argomenti religiosi da capi che mirano al potere economico.

È una variante di teoria cospiratoria della storia: il radicalismo religioso sarebbe un marchingegno trovato da certe classi dominanti per abbindolare i poveri. Questo non è escluso in certi casi. Ma dubito fortemente che i grandi trascinatori religiosi di folle fanatizzate lo facciano sulla base di strategie economiche. Osama Bin Laden era ricco, avrebbe potuto arricchirsi ancora di più e godersi i propri beni, invece ha attaccato la potenza americana, si è nascosto per anni e alla fine è stato ucciso. Avrebbe fatto tutto questo per estendere il proprio patrimonio? E si pensi agli attentati terroristici suicidi di matrice ISIS in Sri Lanka durante la Pasqua del 2019, che hanno mietuto 253 vittime: gli attentatori erano persone di famiglie ricche e istruite, avevano fatto i loro studi in Gran Bretagna e in Australia.

La verità è che non una sola ragione fondamentale muove gli atti e le passioni degli umani. Non solo quindi la ragione economica. Come diceva Ernst Bloch, non si vive di solo pane, soprattutto quando non se ne ha.

2.

Invece, sin dall’Ottocento si è imposto, nella letteratura politica e sociale, il presupposto che ciò che conta veramente nella storia e nella politica è l’economia. Questa presupposizione è sostanzialmente condivisa sia a sinistra che a destra. Per il liberismo quel che conta è la libertà il più possibile sfrenata del mercato, il free market è il modello del miglior assetto politico e sociale. Per la sinistra marxista e post-marxista contano le classi sociali che sono prima di tutto classi economiche: la storia è storia di lotte di classe. Per la sinistra di oggi l’incremento dell’eguaglianza economica è l’obiettivo principale, e direi ultimo, della lotta politica.

È vero che la sinistra articola soprattutto una critica dell’economia, oggi capitalista, ovvero prospetta una liberazione dai vincoli e condizionamenti dei meccanismi economici. Mentre la destra invece esalta i puri meccanismi spontanei del libero scambio in quanto essi assicurerebbero l’allocazione ottimale delle risorse. Ma sia la critica che l’esaltazione del sistema economico appaiono, in un’altra prospettiva, due facce della stessa medaglia. Che si tratti di liberarsi dall’economia, o che si tratti di liberare l’economia da ogni laccio e lacciuolo politico, è comunque l’economia al centro della politica, il motore fondamentale della storia. Per cui anche a conflitti che non hanno nessuna apparenza economica – scontri religiosi, etnici, razziali, ecc. – bisogna sempre cercare una spiegazione economica ultima. È questa che ancora a molti appare “la spiegazione profonda”. Voler morire per Allah o per il Führer appare invece un motivo del tutto superficiale.

Anche il recente fiorire di partiti e movimenti populisti, in particolare nel mondo più industrializzato, tende a essere interpretato come effetto economico. Molti ripetono che è stata la grande crisi del 2008 il motore di questa conversione di massa alla propaganda populista e di estrema destra; altri dicono che motore è l’aumento delle diseguaglianze economiche.

La crisi economica avrebbe creato nuove ampie fasce sociali di disagio, che si sarebbero volte al populismo per reazione. Ma si tratta di una tesi poco verosimile. In effetti il successo di partiti populisti si verifica anche in paesi che hanno superato da anni la grande crisi del 2008, prosperi e in una situazione di grande ripresa economica, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna prima della Brexit, la Germania fino a poco tempo fa… Niente ci indica che la conversione al populismo fiorisca particolarmente in paesi che ancora non si sono ripresi dalla crisi o in declino economico da tempo. D’altro canto, se l’aumento delle diseguaglianze fosse la ragione fondamentale della svolta verso il populismo neo-fascista, non si capisce perché tanta gente non certo benestante voti per Trump o Salvini che vogliono tagliare le tasse soprattutto ai ricchi, e che escludono aiuti ai più poveri.

Ma collegare le vittorie populiste a processi economici è un modo di confermare l’assunto di fondo: che alla base delle idee politiche tra la gente è la sua condizione economica.

Nella campagna referendaria del 2016 per la Brexit i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà male. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan spirituali, a un ideale di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain sono poi talmente ‘fatti’? Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no. In realtà, le vere ragioni per cui ci si oppone alla Brexit non sono, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale in senso lato, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni di convenienza economica, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i brexiteers non li hanno mascherati.

Qualcosa di simile accade con la contro-propaganda che di solito si fa per far accettare gli immigrati. Anche qui si ripete che l’immigrazione ci dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS dice che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che molti di questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi vede il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con Tolo tolo: qui gli africani sono rappresentati come per lo più simpatici malgrado i loro guai, generosi, pieni di senso dell’humour, mentre gli italiani sono descritti come egoisti, avidi, cinici, spietati. Si dirà: semplicista propaganda pro-immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole semplicista propaganda, non statistiche.

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008. In realtà, la grande crescita degli Hate Groups negli USA è avvenuta verso il 2015, e l’elezione di Trump non è estranea forse a questo incremento. Che cosa è accaduto attorno al 2015 che ha innescato un po’ in tutto l’Occidente questa moda di massa di orientarsi verso l’estrema destra razzista e xenofoba? Ecco una domanda a cui i sociologi stentano a rispondere.

3.

Questo primato attribuito alla vita economica rispetto a tutte le altre forme di vita umane – religiose, artistiche, erotiche – esprime un presupposto ancora più profondo: che gli esseri umani, anche quando sembrano pensare e fare cose assurde, sono nel fondo esseri sempre razionali. E in effetti, che c’è di più razionale del portafoglio? Fa comodo pensare che gli umani siano ragionevoli, perché così sembra più facile capirli. Capire l’irrazionalità è molto più difficile.

Invece, senza togliere affatto ai fattori economici l’importanza enorme che essi hanno, voglio mettere in evidenza le determinazioni irrazionali degli esseri umani, anche quando fanno politica. Mi rendo conto che la distinzione tra razionalità e irrazionalità è relativa, fluttuante. Comunque, per irrazionalità intenderò comportamenti che non capiamo, e che proprio per questo dobbiamo spiegare, con ipotesi più o meno scientifiche. Se chiediamo a qualcuno quanto fa ‘3 X 4’ e costui risponde ‘12’, lo capiamo; ma se costui, pur senza essere un minorato mentale, si ostina a dire che fa ‘14’, ecco qualcosa che, non essendo per noi comprensibile, dobbiamo spiegare. Facendo magari appello alla malattia mentale, uno dei modi più comodi per ammettere che certi atti e comportamenti non ci sono comprensibili. Solo con uno sforzo di astrazione scientifica possiamo pensare che occorra spiegare anche atti e comportamenti per noi del tutto comprensibili.

I comportamenti incomprensibili rivelano la dimensione che chiamerei pulsionale degli esseri umani (pulsione come ne parlava Freud). Questa irrazionalità ha certo la sua logica, che occorre ricostruire e descrivere: anche l’irrazionalità ha una propria logica. A differenza dei motivi razionali, di cui il soggetto è consapevole (so perché ‘12’ è il risultato di ‘4 per 3’), quella che chiamo “logica” non è saputa dal soggetto: lui o lei non sa quale logica lo/la spinge a credenze o atti che, proprio per questo, sono irrazionali.

Mi pare che la psicoanalisi sia oggi una delle poche teorie che ci fornisca i concetti per pensare questa pulsionalità. Con questa intendiamo il fatto che l’essere umano non è solo homo oeconomicus, ovvero lucido calcolatore delle proprie utilità (come vuole una visione di destra) e nemmeno solo essere bisognoso che cerca di sopravvivere e riprodursi (come vuole una visione di sinistra). Intendiamo il fatto che Homo sapiens è un animale che cerca di godere, in qualsiasi modo. Che desidera godere e che spesso gode del proprio desiderio. In questa prospettiva, il dilagare del cosiddetto populismo negli ultimi anni non è riducibile a una reazione a un dato assetto o congiuntura economiche, ma mette in gioco fattori che, rispetto al calcolo utilitario, appaiono del tutto irrazionali. Insomma, nei populismi emerge in modo disturbante l’inconscio.

Ora, la psicoanalisi – come altre teorie, ad esempio quelle della complessità e del caos (a cui ho accennato in un articolo su doppiozero) – non tratta l’essere umano come un animale essenzialmente razionale. Ma la pulsionalità spiega tanta politica solo se la mettiamo in relazione con quel che una certa psicoanalisi, sulla scia della linguistica, chiama significante.

4.

È ora di mettere in rilievo nella vita politica la forza del significante. Il significante si distingue dal segno in quanto quest’ultimo è strettamente connesso al suo significato: il segno è sempre segno di qualche cosa. Invece il significante può non avere alcun significato, perché esso consiste nella differenza da altri significanti, come stabilì Ferdinand de Saussure (nel suo Corso di linguistica generale). La potenza del significante è stata sempre sottovalutata in politica. Eppure da sempre gli esseri umani si massacrano non solo per conquistare territori ricchezze o donne, ma anche in nome di opposizioni significanti.

Il primato del significante fu bene espresso dal personaggio di re Ubu di Alfred Jarry: “Viva la Polonia! Perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi!” – detto in un’epoca in cui la Polonia non esisteva ancora come stato. La Polonia è un significante, i polacchi sono il suo prodotto.

Anche la nazione italiana è effetto di un significante. Quando nel 1861 fu creato il regno d’Italia, gli italiani parlavano vari dialetti, non la stessa lingua, a parte le persone colte, che erano minoranza. Gran parte della popolazione era analfabeta. L’italiano, ovvero il toscano, è divenuto lingua nazionale effettiva a poco a poco, attraverso la scolarità obbligatoria, ma soprattutto grazie alla radio e poi alla televisione. Lo stato italiano, coagulatosi attorno al significante Italia, ha creato gli italiani, non viceversa, come preconizzava Massimo d’Azeglio nel 1861 (“Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”).

Insomma, l’adozione di un significante è in gran parte arbitrario. Per esempio, non è l’omogeneità linguistica che fa una nazione.

Sono significanti, ad esempio, il Belgio e la Spagna. In Belgio si parlano ufficialmente tre lingue diverse (francese, fiammingo, tedesco), in Spagna quattro (castigliano, catalano, basco, gallego). Entrambi questi stati si propongono ai loro cittadini come “patrie” perché hanno un re. In Belgio i valloni si rifiutano di parlare fiammingo, e i fiamminghi si rifiutano di parlare francese – di solito, quando si incontrano, tra loro parlano inglese. Eppure quello che il filosofo Ernesto Laclau chiama un significante vuoto – le monarchie spagnola e belga – li tiene uniti (vedi questo articolo su doppiozero).

All’inverso, all’omogeneità linguistica si sovrappongono significanti diversi. Nel Regno Unito tutti parlano inglese e solo inglese, eppure gli scozzesi e i gallesi ci tengono a distinguersi dagli inglesi, e l’unità del Regno è rimessa spesso in questione. Che cosa distingue uno scozzese da un inglese? Il fatto che uno scozzese si riconosca scozzese e un inglese si riconosca inglese. È una tautologia. Si tratta di differenze “senza significato”, in senso linguistico. In effetti, Saussure definiva il segno come arbitrario. Il segno è arbitrario perché il significante non ha alcuna rassomiglianza con il significato – il suono italiano bue non assomiglia per nulla all’animale bue. Essere scozzese ed essere inglese sono significanti che non assomigliano affatto ai loro significati, per la semplice ragione che la scozzesità e l’inglesità non esistono. O meglio, esistono solo come emanazioni immaginarie dei significanti rispettivi “essere scozzese” ed “essere inglese”.

5.

Questo vale non solo per le identificazioni etniche e nazionali, ma anche per le contrapposizioni politiche tra gruppi. Saussure disse che i significanti si costituiscono per differenze; quel che li determina non è qualcosa di pieno, ma le differenze rispetto ad altri significanti. E in effetti, quel che determina il mio “essere italiano” è il fatto che non sono francese, non sono svizzero, non sono croato, non sono ucraino… È un’identità negativa. Ogni identità nazionale è negativa, pura differenza dalle altre nazioni.

Ma proprio perché una nazione o un’etnia sono significanti, quindi entità puramente differenziali, questa differenza produce opposizioni: un gruppo finisce prima o poi con l’opporsi ad altri gruppi perché la definizione di sé è oppositiva. Come diceva Lattanzio agli inizi del IV° secolo, “L’attaccamento alla patria è, nell’essenza, un sentimento ostile e malevolo”. È qui che il significante, come ha mostrato la psicoanalisi (soprattutto lacaniana) si innesta nella vita pulsionale, nell’odio e nell’amore.

Nel 1994 assistemmo a uno dei genocidi più micidiali del secolo scorso: nel Rwanda la guerra civile provocò tra i 500.000 e il milione di vittime, essenzialmente civili, in soli tre mesi. Questo olocausto esprimeva un conflitto tra le due etnie, Hutu e Tutsi. Ma chi erano questi Hutu e Tutsi e da dove veniva quel reciproco odio così letale?

In realtà, non c’è un significato chiaro dell’essere Tutsi o Hutu. Entrambi i gruppi parlano una stessa lingua nativa, il rwanda-rundi, e per lo più entrambi sono cristiani. Non si sa esattamente che cosa abbia prodotto questa differenza tra Hutu e Tutsi, anche se essa venne rafforzata dai colonizzatori tedeschi e belgi. Per farla breve, la differenza tra Hutu e Tutsi è arbitraria. Ma questa distinzione senza fondamenti ha prodotto milioni tra morti e rifugiati, distruzioni e rovine.

Si prenda il patriottismo iracheno, che Saddam Hussein sfruttò per scatenare guerre, contro l’Iran e il Kuwait. L’Iraq era in realtà uno stato inventato a tavolino da francesi e inglesi dopo la fine della 1° guerra mondiale (accordo Sykes-Picot), un insieme eteroclito di sunniti, sciiti, cristiani e curdi. Eppure si è creato presto un fiero patriottismo iracheno, e centinaia di migliaia sono morti per l’Iraq in varie guerre.

Potremmo estendere queste riflessioni a gran parte dei conflitti politici e sociali. Credere che alla base dei conflitti ci siano divergenze di interessi economici è talvolta un alibi: molto spesso le contese economiche sono piuttosto l’effetto di pure differenze, arbitrarie, tra significanti. Basti pensare all’interminabile conflitto israelo-palestinese. Se entrambi i popoli agissero su una base di calcolo razionale, ovvero utilitario, tutto dovrebbe portarli a convivere in due stati amici. Un’alleanza e collaborazione tra entrambi i popoli potrebbe rendere più prospera quella regione. E invece ben sappiamo come le cose vanno da una parte e dall’altra.

Molte contrapposizioni politiche non sono molto diverse dall’opposizione tra due squadre sportive. La Juve si oppone all’Inter non perché i suoi giocatori o allenatori siano tutti torinesi da una parte e tutti milanesi dall’altra, ma perché sono due squadre diverse in competizione.

Insomma, le opposizioni significanti generano massacri e distruzioni non meno importanti delle contrapposizioni su base economica o su conflitti diciamo concreti.

Karl Lüger fu sindaco di Vienna dal 1897 al 1910, leader di un partito ultra-cristiano, ed era noto per le sue posizioni nettamente antisemite (Hitler si ispirò a lui). Quando gli si fece notare che lui aveva molti amici ebrei, dette la celebre risposta: “Sono io a decidere chi è ebreo e chi no”. Questo arbitrio soggettivo è la spia dell’arbitrarietà che permea il significante: è esso a decidere contro chi stare e a favore di chi stare.

In effetti, tutti tendiamo a riempire di senso delle pure entità differenziali, ovvero, tendiamo a mascherare l’arbitrio del significante con contenuti esaltanti. Questo comporta continuamente contraddizioni pratiche nel proprio comportamento, come fu il caso di Lüger. Conosco persone che hanno una domestica immigrata con cui intrattengono ottimi rapporti, che si servono quotidianamente in uno spaccio tenuto da immigrati, che vanno anche a mangiare talvolta al ristorante cinese o indiano… e votano Salvini e plaudono a una politica di chiusura a ogni immigrazione. Così come conosco persone di sinistra che evadono le tasse, che pagano i loro lavoranti in nero, e speculano in borsa… Non bisogna credere che dietro i significanti sbandierati ci siano comportamenti coerenti.

Così ci inventiamo identità etniche e nazionali. Che cosa in effetti identifica un italiano? Certamente la lingua, che si parla però anche in altri paesi grazie ai connazionali emigrati. Un tipo di dieta e di cucina? Sì, ma ci sono ampie varietà regionali. Certamente gli italiani sono per lo più cattolici, ma allora ebrei e protestanti italiani, per quanto pochi, non sarebbero italiani? Anche un paese alquanto coeso come l’Italia si è inventata un’identità, quindi un narcisismo specifico. Il narcisismo, appunto, di cui parlò Freud. E qui dovrebbe cominciare il discorso più serio.

Da "https://www.doppiozero.com/" L’economia è la chiave della politica? di Sergio Benvenuto

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 20 Dicembre 2019 00:00

Banche, banchette e bancarotte

Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Bce e si applicano a loro le procedure europee , le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. Dove rientra il salvataggio della Banca Popolare di Bari). L'analisi di Giuseppe Pennisi
Noi contribuenti siamo chiamati a operare per il salvataggio della Banca Popolare di Bari quasi negli stessi giorni in cui siamo costretti a finanziare ulteriormente Alitalia in vendita da anni ma che nessuno vuole comprare, ci si prospetta un intervento a nostro carico per l’ex-Ilva e sta per essere emanata una legge di bilancio che aggrava ancora la pressione fiscale.

Sulla complicata operazione messa in atto per la Popolare di Bari credo sia essenziale fare una riflessione perché avviene dopo quella per un’altra banca decotta, la Carige, e può essere foriera di misure simili a favore di altri istituti che, con le loro mani, si sono messi in difficoltà ed i loro manager contano su un Babbo Natale pubblico per essere salvaguardati.

I principi di regolazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, e quelli leggermente più stringenti di quel che esiste dell’unione bancaria europea, sono – come ha ben scritto Lucrezia Reichlin su Il Corriere della Sera del 18 dicembre, semplici: chi contando in guadagni più elevati rischia (ed acquista azioni o obbligazioni subordinate), è chiamato a coprire le perdite tramite il bail in mentre il correntista è tutelato (sino a 100.000 euro) tramite il fondo interbancario di garanzia. Sono anche giusti, vorrei aggiungere, nel senso che questo termine ha in uno dei maggiori lavori di filosofia teorica della seconda metà del ventesimo secolo. “Una Teoria della Giustizia” di John Rawls (pubblicato negli Usa nel 1971 e la cui ultima edizione italiana è apparsa per i tipi di Feltrinelli nel 2017). Applica infatti il principio rawlsiano del maximin, massime tutele per i più deboli.

Alcuni anni fa, fu uno dei coautori di un libro collettaneo (a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Towards the European Banking Union – Achievements and Open Problems – Passigli Editore 2014) redigendo in particolare il capitolo sulle “risoluzioni bancarie”. La normativa, per quanto incompleta, è chiara: per gli istituti, la cui “risoluzione” presenta rischi per la stabilità del sistema creditizio dell’Unione monetaria europea, ci sono procedure europee definite nelle regole già approvate e ratificate nel quadro dell’unione bancaria.

Occorre, quindi, chiedersi, in primo luogo, se la crisi della Popolare di Bari (e prima di questa quella della Carige) sono tali da mettere a repentaglio la stabilità del sistema creditizio dell’unione monetaria europea. Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Banca centrale europea e si applicano a loro le procedure europee menzionate. Le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. È difficile pensare che la crisi della Popolare di Bari, pur di grande rilievo per la Puglia e forse per il Mezzogiorno, metta a repentaglio la stabilità del sistema creditizio europeo. Nel contesto dell’eurozona, si tratta di una banchetta. Per la quale, un intervento a carico delle nostre tasche non avrebbe giustificazione. Nei Palazzi del potere si argomenta che i tedeschi hanno fatto un intervento analogo per la Nordbank e che noi stessi ne abbiamo fatto uno simile per la Carige, con il quale abbiamo prosciugato il fondo interbancario di garanzia. Se i tedeschi e noi stessi siamo stati “trasgressivi” in due casi, non è certo il caso di fare della “trasgressione” la prassi e di porre a carico dei vari Mario Rossi le perdite causate da manager lautamente pagati e di investitori che amano il brivido del tavolo verde. A favore dei forti, dunque, non dei deboli.

Ma si tratta solo di incompetenza? Rino Formica, che ben conosce la Puglia, ha detto, in un’intervista, che i problemi della Popolare di Bari erano noti da dieci anni almeno. Le relazione della Banca d’Italia parlano chiaro. Non solo, l’amministratore delegato ha dichiarato che la contabilità era “taroccata” anche a livello delle singole filiali. Conoscenza di principi generali del diritto e buon senso, avrebbero consigliato di adire alla Procura della Repubblica prima di fare dichiarazioni e di sporgere denuncia, forse anche contro se stesso. Dalle notizie di cronaca – risparmiatori privi di adeguata conoscenza finanziari indotti ad acquistare azioni ed obbligazioni subordinate – pare che prima o poi i magistrati si muoveranno.

Ove trovassero che si tratta di una normale bancarotta di una banchetta di provincia, cosa avverrà? Che i responsabili vadano in galera, interessa ai Mario Rossi non più di tanto. Vogliono, anzi vogliamo, essere rimborsati dal capo politico del M5S e dall’agguerrita pattuglia dei parlamentari pugliesi pentastellati che per l’arzigogolato tappa buchi si sono agitati tanto.


Da "https://formiche.net/" Banche, banchette e bancarotte. Il caso Popolare di Bari visto da Pennisi di Giuseppe Pennisi

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Spazio Aperto - MES, con Costantino e Giampaolo Galli

 

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L’economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè spiega perché il differenziale tra Btp e Bund si è allargato ai massimi da fine agosto: «Se il mondo economico ha un piccolo raffreddore il nostro Paese ha la febbre. E abbiamo finito il vaccino».

Lo spread si alza e l’Italia ha di nuovo paura. Ma questa volta il governo giallorosso c’entra poco con l’aumento del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. O quasi. La figuraccia dello scudo penale tolto, rimesso, tolto e ancora non rimesso ai dirigenti dell’ArcelorMittal ha causato l'annuncio della chiusura dell'impianto e ha consolidato la fama di un Paese poco affidabile. Ma perché venerdì lo spread è arrivato a 166 punti base? Alcuni osservatori sostengono sia colpa del ministro dell’Economia tedesco Olaf Scholz perché in cambio dell’unione bancaria ha chiesto agli istituti di credito di ridurre il numero di titoli di Stato. E le banche italiane hanno almeno 400 miliardi di rischiosissimi Btp. Secondo altri la colpa sarebbe del fenomeno di arbitraggio delle banche italiane che hanno sfruttato il nuovo meccanismo introdotto dalla Banca centrale europea per comprare prestiti a tassi negativi dalle banche del Centro nord Europa per depositarli a tasso zero nei conti correnti della Bce, guadagnando con la differenza. Ma così hanno diminuito la loro liquidità e in modo indiretto i tassi dei titoli di Stato italiani. O forse, come sempre la risposta vera è quella più semplice: non c’è un solo motivo ma sono questi e altri fattori legati alla congiuntura internazionale. «Dobbiamo metterci il cuore in pace: trovare una singola determinante dell'andamento lo spread è impossibile. C'è però un movimento a livello europeo per comprare i titoli di Stato dei Paesi "core countries" come Germania e Olanda», spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia aziendale alla Bocconi.

Carnevale Maffé, se gli investitori internazionali comprano titoli dei Paesi più affidabili, che conseguenze ci sono per i nostri Btp?
Non buone, perché nel mercato si stanno vendendo sempre più titoli di Stato dei Paesi “periferici” come Italia, Spagna e Portogallo. Bisogna dire però che un po’ è anche colpa degli spagnoli. Dopo le quarte elezioni in quattro anni non hanno dato il segnale ai mercati di essere uno Stato stabile.


Anche l'Italia?
Sì, in generale il problema è che quando il mondo economico ha un piccolo raffreddore l'Italia ha la febbre. E quest'anno abbiamo finito il vaccino. Ma in questo momento particolare il nostro Paese è un po' alla deriva di fenomeni a livello europeo che passano sopra le nostre teste.

Diciamone uno.
L'atteggiamento della nuova presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde potrebbe non essere così accomodante come era sembrato fino a qualche settimana fa. Un comportamento diverso rispetto all'era Draghi metterebbe ulteriormente sotto pressione i paesi periferici dell'Unione europea, compresi noi.

Il Governo quindi non c'entra nulla?
Questi fenomeni di mercato e di politica monetaria che inficiano sullo spread non dipendono dall'andamento del nostro dibattito politico interno. Detto questo, è vero che il governo giallorosso finora ha dato segnali al mercato di confusione, conflitto e inconcludenza. Tra l'altro già ampiamente previsti fin dalla sua nascita. La vicenda Ilva è il caso emblematico. Se aggiungiamo ai fenomeni esterni anche un certo autolesionismo italico, tutto questo spiega in buona parte una posizione prudente dei mercati sullo spread Btp-Bund.

Anche il nostro outlook non aiuta.
L'outlook economico italiano è purtroppo senza infamia e senza lode. Stiamo sempre parlando di un rating BBB che non cresce. Una situazione non positiva, ma neanche critica. Per fortuna all'orizzonte non ci sono segnali preoccupanti di devastazione. Semmai c'è qualche rasserenamento sul fronte internazionale con le ipotesi di accordo tra Cina e Usa sui dazi.

Perché la crisi dei dazi non impatta sullo spread tedesco? In fondo ha appena schivato la recessione per un soffio.
La Germania ha resilienza e una capacità di reazione differente da noi. Può mettere in campo investimenti importanti perché ha uno spazio fiscale e industriale molto ampio. Possono reagire con forza alla congiuntura non positiva e i mercati si fidano. Mentre l'economia in Italia non tira, abbiamo un mercato sottile tenuto in piedi dalle nostre banche che ovviamente non hanno uno spazio infinito. Se ci mettiamo dentro anche le crisi industriali che stanno partendo adesso non è un bel sperare. Abbiamo una corda al collo.

Il Governo rIschia di stringerla con la legge di bilancio?
Ci sono grandi attese sull'anno prossimo. La legge di bilancio potrà determinare una variazione significativa dello spread. Il problema è che finora il Governo ha inserito due voci molto aleatorie sul lato entrate: il minor pagamento della spesa per interessi grazie al calo dello spread e il gettito fiscale che deriva dalla lotta all'evasione.

Perché non andavano messi nella legge di bilancio?
Perché come abbiamo visto in questi giorni lo spread è un fattore tutto esogeno: non si può far conto che il mercato ti grazi. Se non succede si rimane a secco. E anche la lotta all'evasione non dovrebbe essere un tema di recupero di spazio fiscale. In linea teorica ogni euro recuperato dalla lotta all'evasione, deve andare a compensare chi le tasse le paga già. Il saldo fiscale dovrebbe essere zero.

Ci grazieranno i mercati?
Per nostra fortuna abbiamo un governo cialtrone ma sostanzialmente europeista che non dice di voler uscire dall'euro. E questo è già un passo in avanti rispetto a un anno. Se pensiamo anche alle fazioni più estremiste del Movimento Cinque Stelle, al massimo sono anti industriali, ma non più anti europeisti. Per questo i mercati non vedono shock significativi di rischio. Teniamoci pronti però a vedere altri piccoli alti e bassi sullo spread come quello accaduto negli ultimi giorni.


Da "www.linkiesta.it" Lo spread sale, ma l’Italia non potrà farci nulla

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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