Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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Le clausole di salvaguardia prevedono a partire dal 2020 l’aumento IVA al 25% ed al 13%. Ma cosa sono e, soprattutto, chi le ha introdotte?

Chi ha introdotto le clausole di salvaguardia e, soprattutto, cosa sono e perché dal 2020 si rischia l’aumento delle aliquote IVA al 25% ed al 13%?

Alla vigilia di un Ferragosto bollente, le clausole di salvaguardia diventano protagoniste del dibattito pubblico, dopo le dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini che, nel corso della discussione sulla crisi di Governo da lui innescata, ha attribuito al PD la loro introduzione.

Sulle clausole di salvaguardia che portano al rischio di un vertiginoso aumento IVA dal 2020 è in atto un vero e proprio rimpallo di responsabilità e, invece di definire un piano concreto per evitare la loro attivazione e per reperire quei 23 miliardi di euro necessari per disinnescarne gli effetti, è partita una vera e propria caccia al colpevole.


Matteo Salvini attribuisce al PD la loro introduzione; c’è chi invece l’attribuisce al Governo Lega-M5S.

La verità è che il termine clausole di salvaguardia, seppur in diverse forme, è entrato nella storia economica d’Italia dal lontano 2011 e che da allora rappresenta una delle eredità più pesanti del periodo di crisi economica del quale ancora oggi sentiamo gli effetti.

Cerchiamo quindi di vederci chiaro ed analizziamo di seguito cosa sono le clausole di salvaguardia IVA, cosa prevedono per il 2020 e a chi bisogna attribuirne l’introduzione.

In Italia si inizia a parlare di clausole di salvaguardia durante l’estate del 2011. È il periodo del DL 98, la manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.

Le cosiddette clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di specifiche voci di tasse e imposte con efficacia differita nel tempo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che le contiene.

Il loro obiettivo è quello di garantire e salvaguardare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, prevedendo incrementi di gettito. Si tratta quindi di clausole volte a garantire maggiori entrate per lo Stato, necessarie per far “quadrare i conti” e per rispettare i parametri UE in materia di deficit.

Il Governo Berlusconi IV, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse una sorta di patto con l’Unione Europea già da principio pressoché impossibile da rispettare.

Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali. Le clausole di salvaguardia in prima battuta prevedevano una profonda razionalizzazione delle tax expenditures, l’insieme delle spese fiscali a carico dello Stato.

Di li a poco il Governo Berlusconi, a causa dell’impennata dello spread e della sempre più malmessa condizione del debito sovrano italiano, verrà sostituito da Mario Monti e dalla sua schiera di “tecnici”, termine freddo utilizzato oggi per ricordare anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la sempre più discussa riforma delle pensioni del Ministro Fornero.

Sotto la guida del Premier Monti, con il decreto legge n. 201 del 2011 (decreto Salva Italia) le clausole di salvaguardia introdotte dal Governo Berlusconi sono state trasformate in aumenti delle aliquote IVA.

È da allora che i governi che si susseguono combattono con quella che potremmo definire come una vera e propria bomba ad orologeria. Non ce l’ha fatta a disinnescarle il Governo Letta: a partire dal 1° gennaio 2013 l’aliquota IVA ordinaria è passata dal 21% al 22% ma il sacrificio, costato caro all’allora leader dei Democratici, non è bastato ad allontanare lo spauracchio delle clausole di salvaguardia.

Le più recenti clausole di salvaguardia sono state previste dal Governo Renzi con la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), la quale prevedeva un aumento progressivo delle aliquote IVA, accanto alle accise sui carburanti.

Trattandosi di norme volte ad aumentare le entrate fiscali, e quindi a portare ad un incremento della pressione fiscale, fino ad oggi si è sempre cercato di disinnescarle, con sterilizzazioni volte a rinviarne gli effetti. Mai un annullamento totale, ma soltanto una sospensione temporanea.

Ad ultimo ci ha pensato la Legge di Bilancio 2019 che, tuttavia, ha a sua volta rafforzato la clausola IVA che, senza misure alternative, si attiverà nel 2020 e che dispiegherà i suoi effetti fino al 2021.

Per finanziare le misure contenute nella Manovra e (soprattutto) per ottenere il via libera dell’Unione Europea, la clausola di salvaguardia è stata ulteriormente rafforzata, di modo da prevedere maggiori entrate pari a 23 miliardi di euro per il 2019 e 29 miliardi nel 2021.

Clausole di salvaguardia, l’aumento Iva previsto nel 2020 e nel 2021

Capire cosa sono le clausole di salvaguardia Iva serve a rendere più limpido il quadro dell’attuale dibattito politico.

Come ormai noto, la Legge di Bilancio 2019 ha sterilizzato temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva, rinviando al 2020 gli aumenti inizialmente programmati dal 2019.

È lo stesso testo della Legge di Bilancio che parla soltanto di un rinvio: l’aumento delle aliquote Iva dovuto all’attivazione delle clausole di salvaguardia partirà dal 2020 e si completerà definitamente soltanto nel 2021.

Dal prossimo 1° gennaio 2020 bisognerà fare i conti con l’aumento dell’aliquota Iva ordinaria e agevolata, ma sarà soltanto l’inizio. Sì, perché l’Iva aumenterà ancora, fino ad arrivare al 26,5% nel 2021.

Aumento inevitabile? Servono ben 52 miliardi di euro per sterilizzare le clausole di salvaguardia e ora, la crisi di Governo ed il rischio che venga rinviata l’approvazione della Legge di Bilancio 2020 rende tutto più difficile.

È quantomai urgente che il Parlamento si impegni a reperire i 23 miliardi di euro iniziali che serviranno per evitare gli aumenti nel 2020: il rialzo delle aliquote IVA porterebbe ad un aggravio pari a circa 530 euro a famiglia.

A pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto i consumatori, che si troverebbero a dover fare i conti con l’ennesimo aumento dei prezzi di beni come prodotti alimentari, abbigliamento o del costo per gli abbonamenti a mezzi pubblici, palestra e via di seguito.

Le clausole di salvaguardia Iva sono il banco di prova più impellente per il Governo che verrà, “ipotecato” come i suoi precedenti dal patto tra Italia e UE che dal 2011 in poi minaccia l’economia italiana.


Da "money.it" Clausole di salvaguardia IVA: cosa sono e chi le ha introdotte di Anna Maria D’Andrea

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Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

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Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro

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Venerdì, 24 Maggio 2019 00:00

Il pestilenziale laboratorio italiano

Ci sarebbe quasi da divertirsi, a seguire su base regolare il teatrino in cui Lega e M5S tentano disperatamente di accreditarsi agli occhi della plebe berciante come i salvatori della patria. Praticamente da quando questo governo è nato, l’obiettivo pressoché unico della sua cosiddetta azione è stato quello di arrivare alle elezioni europee di domenica prossima come momento dirimente per accelerare le elezioni politiche.

Un anno di nulla, quindi? Magari. In realtà, un anno di spesa pubblica e voti di scambio, zero investimenti, proclami da ubriachi al bar contro tutti i nemici esterni. Progressivamente, i punti di contatto sono stati sostituiti da uno stallo sfociato in paralisi. Oggi siamo al momento delle reciproche accuse: notevole, nei giorni scorsi, lo scambio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini: “dove sono i rimpatri?” versus “i morti sul lavoro sono in aumento, che pensi di fare?”.

Sino al momento dadaista “dal consiglio dei ministri non uscirà nulla che non abbia le coperture”, detto da chi sino a pochi mesi fa riteneva che “le coperture” fossero rappresentate dal deficit. Gli investimenti pubblici sono fermi, dopo che i nostri eroi si sono reciprocamente annullati invocando non meglio precisati “supercommissari”, e la paralisi è insorta anche per dilemmi del tipo “ma serve un solo commissario o uno per ogni grande opera?”. Su Alitalia, meglio tacere. Sulla Rai, meglio prendere un antiemetico.

Nel mezzo, i pensosi dibattiti sulle richieste di scorporare dal deficit proprio la spesa per investimenti, concetto notoriamente molto malleabile, in questo paese. In fondo, anche pensioni e reddito di cittadinanza sono investimenti su un futuro da falliti, no?

E questi sono i personaggi che puntano a condizionare l’Europa per cambiarla. Ripeto, ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Ci sarà ben poco tempo per rallegrarsi dell’avvenuta celebrazione delle elezioni europee. L’Italia, come spesso le accade, manderà al parlamento europeo una nutrita rappresentanza di falliti e trombati, incapaci di comprendere dove si trovino ma molto abili a stare davanti alle telecamere dei pollai televisivi, che poi sono quelli a cui devono la loro visibilità e le loro carriere.

La situazione non è ancora precipitata solo perché l’economia non si è ancora degradata al punto giusto per provocare la reazione dell’elettorato. Se (quando) accadrà, vedremo che faranno questi personaggi. Nel video con Michele Boldrin che vedete qui sotto, io ipotizzo che alla fine prevarrà la vigliaccheria e li vedremo fuggire. Come tuttavia accade in questo ridicolo paese, molti tra loro non saranno condannati alla damnatio memoriae ma manterranno una base di fedeli, pronti a riportarli alla superficie della rete fognaria del paese, dopo una pausa di decantazione e robuste dosi di vittimismo e cospirazionismo. Perché in nessuna altra parte del mondo come in Italia “si stava bene quando si stava male”. Da sempre.

Non ci sono tragedie, in Italia, ma solo farse. Si tratta della cifra culturale di questo paese, dopo tutto. Prendete Silvio Berlusconi, che ora se ne esce con l’idea geniale di essere la levatrice degli ossimorici sovranisti europeisti, o perbene, da aggregare al Partito Popolare europeo. E che nel frattempo ha già lanciato la candidatura a premier di Mario Draghi. Della serie “io sono un talent scout, più che un politico: mi occupo di casting”. E avanti così, sino a consunzione biologica.


La cosa più triste è che arriveremo al punto da sentire la mancanza di Berlusconi, esattamente come oggi in molti arrivano a sentire la mancanza dei Craxi, De Mita, Andreotti e De Michelis. C’è una selezione negativa della specie politica, in questo paese, una continua sfida a Darwin. Qualcosa vorrà pur dire. L’unica speranza è che la natura faccia il proprio corso. Fino ad allora, il resto d’Europa (e non solo) continuerà a vedere al centro della nostra bandiera questo stemma.


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Da "phastidio.net" Il pestilenziale laboratorio italiano

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Venerdì, 28 Dicembre 2018 00:00

Tagli al sociale

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano trova la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sulle società. Le parole del segretario della Cei

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano – il mondo del sociale e della beneficenza in particolare – trova un "regalo" poco gradito: la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sui redditi delle società.

La cancellazione della mini-Ires «agli enti non commerciali» rientra tra i molti tagli introdotti per recuperare risorse a favore del Reddito di cittadinanza e Quota 100 alle pensioni senza incorrere nella Procedura europea. La misura secondo le previsioni del governo dovrebbe fruttare 118 milioni.

L’Ires raddoppierà dal 12 al 24% per moltissime realtà considerate meritevoli da quasi mezzo secolo. Ad essere colpiti, come si era intuito ed è stato confermato dall'emendamento presentato dal governo, sono gli enti indicati nell’articolo 6 del Dpr 601 del 29 settembre 1973 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), dunque, tra gli altri: gli istituti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, gli istituti di istruzione e di studio, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, gli enti ecclesiastici, gli Istituti autonomi per le case popolari.

Non appena si è diffusa la notizia, qualche organo di stampa ha subito parlato di taglio delle agevolazioni alla Chiesa, in realtà i soggetti penalizzati tra chi interviene a favore dei poveri e dei più deboli o chi opera nella cultura e nell’assistenza sono moltissimi, alcuni legati al mondo cattolico, tanti altri invece laici.

Russo (Cei): verrebbe penalizzato il volontariato
Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Stiamo seguendo – come tutti – i contenuti della Legge di Bilancio, rispetto ai quali non mancano elementi di preoccupazione, che ci auguriamo di poter veder superati. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui versa il Paese, come pure delle richieste puntuali della Commissione Europea. Nel contempo, vogliamo sperare che la volontà di realizzare alcuni obiettivi del programma di Governo non venga attuata con conseguenze che vanno a colpire fasce deboli della popolazione e settori strategici a cui è legata la stessa crescita economica, culturale e scientifica del Paese. In particolare, se davvero il Parlamento procedesse con la cancellazione delle agevolazioni fiscali agli enti non commerciali (con la soppressione dell’aliquota ridotta Ires), verrebbero penalizzate fortemente tutte le attività di volontariato, di assistenza sociale, di presenza nell’ambito della ricerca, dell’istruzione e anche del mondo socio-sanitario. Si tratta di realtà che spesso fanno fronte a carenze dello Stato, assicurando servizi e prossimità alla popolazione».

Il Forum del Terzo Settore: una misura assurda
Dura anche la reazione del mondo del sociale e del volontariato: "E' assurdo che debba essere proprio il Terzo settore a pagare l'accordo con l'Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno, il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di euro" ha affermato la Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Claudia Fiaschi. "Un provvedimento - continua Fiaschi - che ci sembra particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore". Il Forum ha criticato anche gli "effetti paradossali" e penalizzanti ddel cambio delle norme sulla fatturazione elettronica per gli enti che hanno optato per il regime forfettario.


Da "www.avvenire.it" Tagli al sociale. Manovra, a pagare è il non profit. Russo (Cei): penalizzati i deboli

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Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

L’Europa sull’orlo della recessione

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25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso

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La retorica grillina di salvare i correntisti è semplicemente pericolosa. Il Partito Democratico si era occupato del problema, magari senza avviare una riforma seria, ma con coscienza istituzionale, e realismo.


"Però 20 miliardi per salvare le banche li avete trovati in una notte!". Un mantra. Non esiste talk-show o intervista che veda protagonista un membro della coalizione di governo che non veda saltare fuori questa argomentazione, spesso come extrema ratio, quasi fosse l'ombrello-killer delle spie dei romanzi di Le Carrè, per uscire dal vicolo cieco in cui le cifre ballerine del Def tendono a rinchiuderli, una volta che alla retorica subentri la più elementare e spicciola matematica. In sé, un'idiozia. Non fosse altro per il fatto che, tolto il contrappunto bancario come meccanismo di trasmissione del credito, l'intero impianto imprenditoriale del Paese collasserebbe, trascinando con sé il Pil. Quindi, al netto di un ritorno di fiamma verso il nichilismo engagé della decrescita felice, l'accusa perde di sostanza non appena sostenuta. Il problema, quindi, è altro. E risiede altrove. Per l'esattezza, nella maschera di terrore in cui trasfigurano i volti degli esponenti del Pd ogni qualvolta quel grido di battaglia, quella chiamata alle armi del populismo, viene proferito: Dracula di fronte a uno specchio mostra solitamente una cera migliore e, soprattutto, un aplomb più dignitoso. Certo, l'affaire Boschi-De Bortoli è stato un brutto contraccolpo mediatico per il governo Renzi, un qualcosa che ha minato sul nascere la credibilità anche dell'esecutivo Gentiloni in fatto di rapporto fra potere politico e banche nel nostro Paese, quasi una maledizione tribale che depotenzia il buonsenso, nemmeno la kriptonite per Superman.

Inutile negare che la vicenda delle quattro banche salvate e il cotè estremamente sgradevole dei Ponzi del Nord-Est con le loro pratiche ben poco ortodosse per le erogazioni di mutui e prestiti non ha certamente fornito una credenziale, un plus di simpatia popolare al governo chiamato a farsene carico. Così come l'attività (o, spesso, non attività) di vigilanza di Bankitalia e Consob nella fattispecie, oggi si riverberino in una debolezza ontologica di quelle istituzioni pilastro di ogni democrazia liberale e di mercato, quasi una resa incondizionate ex ante, di fronte anche alla contabilità creativa del DEF: non a caso, l'autorità di vigilanza è tutt'ora senza presidente, dopo le dimissioni politiche di Nava e nonostante i marosi del mercato, mentre la Banca centrale viene rintuzzata insieme ai suoi rilievi critici con toni tanto massimalisti quanto ghiotti per l'opinione pubblica, pavlovianamente allevata a reazioni di pancia di fronte a parole chiave impresse come dna politico nel corso di una orrenda campagna elettorale perenne. Insomma, Palazzo Koch può rivelare qualsiasi verità ma l'accusa di aver - nella migliore delle ipotesi - dormito durante le malefatte bancarie degli ultimi anni è uno stigma che immunizza il governo da ogni rilievo. Non sono credibili. Punto. Insomma, chi tocca l'argomento banche, magari non muore ma non ne trae sicuramente beneficio. A meno che non sia parte integrante della schiera di Robespierre al governo, alcuni smemorati rispetto alle passate avventure di Credieuronord e dell'amico padano Fiorani in quel di Lodi ma questo è argomento per altre doglianze.


Per reagire, però, occorre prima conoscere. E, temo, in casa PD siano pochi quelli che riescono a parlare di tematiche bancarie (e, più in generale, economiche), andando oltre la richiesta di una nuova carta di credito o l'annosa questione di cambio della password per l'home-banking. Perché, altrimenti, saremmo all'autolesionismo, quasi all'auto-sabotaggio. Quantomeno, per un paio di motivi. Il primo lo illustra questo grafico, il quale sbugiarda clamorosamente la vulgata in base alla quale questo governo sarebbe talmente avverso ai cosiddetti "poteri forti", da vedere questi ultimi come protagonisti principali di una combutta con autorità europee, BCE e forse venusiani contro il "cambiamento".

Ci mostra plasticamente l'acquisto di massa di BTP (circa 40 miliardi di controvalore) compiuto proprio dai nostri istituti di credito nel mese di maggio, quindi un chiaro supporto anti-spread che andava a unirsi agli acquisti pro quota di Bankitalia su mandato della BCE e che avveniva nel mese cruciale per la nascita del nuovo esecutivo penta-leghista: se i cosiddetti "poteri forti" (a meno che le banche non lo siano più o mai state) avessero voluto stroncarlo sul nascere, dopo la prima fiammata avrebbero lasciato i soldi in riserva di capitale, coccolando e spolverando il Tier 1, evitato gli acquisti e lasciato andare lo spread alle stelle. Carlo Cottarelli aveva già lo zainetto in spalla, era questione di istanti. Invece, hanno comprato. Attività che è proseguita per tutta l'estate e che ha visto soltanto nelle ultime settimane una prima, timida inversione di tendenza, con vendite per 17 miliardi da parte di una singola banca, proprio per timori sulla patrimonilizzazione dovuti all'aumento del differenziale con il Bund.

Chi è pazzo viene esonerato dai voli di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dai voli di guerra non è pazzo.
Ed ecco il secondo motivo, mostrato appunto da questo secondo grafico, il quale spiega in maniera plastica la vera criticità che sconta l'Italia rispetto all'eurozona: il cosiddetto doom loop, ovvero il rapporto incestuoso fra banche e detenzioni di debito pubblico. La ragione? Semplice, ancorché inconfessabile nei salotti buoni, quasi il corrispettivo di un dito nel naso a un pranzo di gala: le banche sostengono il debito pubblico e i governi, di converso, evitano di fare leggi troppo punitive nei loro confronti. Punto. Semplice.


Ovviamente, oltraggioso per le anime candide dei Cinque Stelle - meno per gli scafati e pragmatici leghisti, basti vedere il loro attivismo proprio nelle strategiche fondazioni bancarie, fin dai tempi in cui imperava Giulio Tremonti - ma, di fatto, naturale ovunque. In Spagna, dove Santander conta più dei gruppi parlamentari alle Cortes. In Francia, dove non a caso a fare da grande sponsor di Emmanule Macron nella corsa trionfale all'Eliseo fu nientemeno che Banca Rotschild. Ma anche nella Germania del rigore, la quale prima dell'entrata in vigore del bail-in, pensò bene di puntellare proprio il suo sistema bancario con 320 miliardi di euro, non i 20 utilizzati in Italia per evitare un contagio letale per le PMI dei territori interessati, prima che per lo spread tanto mediatico. Oltretutto, un sistema bancario che all'80% è fatto da istituti territoriali semi-pubblici, Landesbanken e Sparkasse, i quali godono tra l'altro del regime di esenzione dalla vigilanza BCE.


Insomma, tutto il mondo è giustamente Paese. Solo qui, in ossequio alla moralità tardo-adolescenziale da boicottatore di Starbucks dei grillini, dobbiamo fare finta che l'acqua sia asciutta e il sole nero. Eppure, quel grafico parla chiaro: la ratio di detenzione da parte delle nostre banche, relativamente a titoli di debito pubblico, è insostenibile. Quantomeno, con uno spread che salga sopra i 150 punti base: altrimenti, per quanto si possa comprare, resta il nodo delle emissioni eccessive e, soprattutto, dei rendimenti alti da promettere e conferire agli investitori, la dinamo dagli aumenti dei costi per interessi. Oltre al problema dei problemi: se infatti banche già poco patrimonializzate o in regola solo grazie ad aumenti di capitale continui e ristrutturazioni dolorose, continuano a utilizzare attivi per acquistare BTP, ci sono meno impieghi per famiglie e imprese. O a costi più elevati. Quindi, un ricasco diretto su consumi e crescita. E non basta, perché nel più palese dei casi di cortocircuito, se poi quel debito pubblico si deprezza, le perdite vanno contabilizzate a bilancio e intaccano il patrimonio: una volta calato il quale, in ossequio alle regole di Basilea, devono scendere anche i livelli di attivi per il credito. Quindi, si asseta ancora il sistema.


Ora, certamente la risposta del governo a questi appunti sarà iscritta nella rivoluzione in seno all'UE del professor Savona in combinato congiunto con il reddito di cittadinanza, ma l'immaginaria Playstation del populismo a una certa ora va spenta e occorre giocare con la realtà. E cosa facciamo, lasciamo fallire le banche, forse? Se il PD ha una colpa è quella di non aver sfruttato la crisi degli istituti territoriali per far partire una riforma seria e sistemica, anche - in questo caso sì - andando a Bruxelles e Francoforte a battere i pugni sul tavolo per una motivo serio e non per la Diciotti, stante i comodi che gli altri Stati europei hanno fatto prima del bail-in, di cui noi siamo stati cavia di laboratorio come Cipro lo è stata della simulazione di controlli sul capitale voluta dalla Bundesbank e che la BCE, non fosse altro per vantare un credito (incassato poi con gli interessi attraverso il QE), ha dovuto accontentare. A maggio, i nostri istituti avevano in pancia 325 miliardi di euro di controvalore di titoli di Stato, cifra che ormai sarà attorno ai 400: vogliamo che continuino i tonfi in Borsa, in modo da regalare sempre nuove filiali a soggetti esteri che già da anni stanno facendo shopping a prezzo di saldo, a causa dei continui aumenti di capitale, delle dimissioni obbligatorie legate all'altra criticità delle sofferenze e di una politica funzionalmente analfabeta in fatto di economia bancaria?


È ovvio che, se non si spiega alla gente che la questione va presa e intesa nella sua interezza - con i pro e anche i contri imposti dal realismo - e non limitata al populismo da ghigliottina da lamentela allo sportello per garantirsi l'applauso della coda di correntisti, poi a vincere sarà la demagogia stile Cinque Stelle. I quali hanno gioco facile a tradurre qualsiasi intervento politico a sostegno di ciò che è un pilastro dell'economia italiana (stante anche il bassisimo livello di finanziamento corporate tramite emissioni obbligazionarie sul mercato) in un morphing a puro scopo elettorale-propagandistico, giocando la carta della trasfigurazione retorica di ogni atto politico che non contempli la fucilazione in piazza nel volto sghignazzante di Gianni Zonin, intento a fare shopping in via Montenapoleone con la moglie, dopo aver disintegrato Antonveneta. E, altrettanto, appare facile la retorica del sono tutti uguali, quasi a scordarsi che il campione mondiale di sovranismo e lotta alle eiltes, Donald Trump, abbia il proprio gabinetto economico tutto composto da ex membri di banche d'affari di quella Wall Street che, in campagna elettorale, prometteva di far piangere, come i ricchi sullo yahct nel poster d'antan di Rifondazione Comunista. Al netto del crollo recente, dove siano arrivati gli indici di Borsa statunitensi - e i profitti conseguenti per l'odiato 1% del mondo - è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è questo, ovvero che oggi negli USA il cittadino medio investe più volentieri il suo capitale, spesso indebitandosi con finanziarie, in titoli azionari che in immobili, ovvero nella casa di proprietà.


E grazie alla narrativa trumpiana del "ville in Florida per tutti", un po' come nell'America cinematografica ma non troppo di Gordon Gekko, oggi il livello percentuale di patrimonio dei cittadini statunitensi in titoli azionari è il secondo più alto di sempre, sorpassato solo da quell'enorme tosatura del parco buoi della bolla dot-come del 1999-2000. Guardando in faccia la realtà, pare quindi che il problema alla base della rivoluzione del novembre 2016 non fosse Wall Street che affama il Paese già proletarizzato dal post-Lehman, insomma una presa di coscienza ideologica contro il sistema in sé ma unicamente la frustrazione montante e incattivita dalla crisi del non poter salire in giostra insieme agli odiati banchieri. Alla fine di ogni dotta elucubrazione filosofica sul significato profondo del caso Trump e del fenomeno Sanders, restano i fatti. E l'avidità umana, un qualcosa che non si può cancellare per decreto, né tramite un voto on-line processato dalla Casaleggio Associati.


E se vendere a una pensionata 88enne un'obbligazione subordinata con maturazione a 10 anni, spacciandola per assicurazione sulla vita o investiemento plain vanilla, è pratica che grida vendetta al cielo, è paradossalmente anche l'atteggiamento provincialista e forcaiolo di chi tratta il sistema bancario come male assoluto e nemico del popolo a rendere diffuse e spacciata come "necessarie" nell'ambito del così fan tutti, certe pratiche distorsive e illegali per restare sul mercato e non essere distrutti. O inglobati da soggetti esteri che, nel proprio Paese, hanno a che fare non solo con politici ma anche con opinioni pubbliche meno manipolabili, falsamente ingenue e ignoranti in materia. La conferma dell'inutilità - anzi, della dannosità - di questo abbaiare strumentale alla Spectre di turno dei 5 Stelle e di parte dei leghisti, quando si parla di sistema bancario è poi palese. Qualcuno ha infatti notizia non dico di sviluppi concreti ma anche soltanto della bozza finale delle tre relazioni conclusive annunciate dalla tanto strombazzata Commissione d'inchiesta parlamentare sui crack bancari, insediatasi sul finire della scorsa legislatura e tramutatasi in megafono elettorale dei populisti, oltretutto a costo zero? Nulla. Le inchieste e i processi già in corso proseguono, più o meno a rilento ma nulla è emerso dalle buie stanze di San Macuto: anche perché, erano i tempi ristretti e la fine del mandato a dire, fin da principio, che si stavano prendendo in giro i cittadini, vendendo loro la possibilità che quell'ennesimo spreco di denaro pubblico portasse a qualche risultato concreto. Certo, ora i 5 Stelle hanno inserito nel DEF un rimborso da 1,5 miliardi di euro proprio per i truffati dalle banche, quelle "salvate" dal PD ma, al netto della demagogia e del mezzo disastro sui mercati di queste ultime settimane, pensate che la retorica non abbia già mangiato buona parte di quei soldi, sia a livello statale per l'aumento delle spese in interessi sul debito che a livello di costi che le banche ricaricheranno sulla clientela, al netto di una stretta sulle erogazioni di credito che è già nei fatti in tutta Europa, oltre che del già citato - e tutt'altro che risolto - doom loop sui titoli di Stato?


Di fatto, è una partita di giro. Niente più. E non denunciarlo, al netto del risultare poco simpatico nell'immediato, è la colpa più grave. Soprattutto in queste ore, con un istituto ben più sistemico di quelli salvati finora, Carige, che crolla in Borsa e stenta a fare prezzo, dopo che Fitch ha abbassato il rating e aperto alla prospettiva chiara di fallimento, stante la poca credibilità che l'agenzia di rating offre al successo dell'emissione di un bond da 200 milioni per rafforzare il patrimonio e bilanciare i requisiti cosiddetti Pillar 2. Avete sentito un fiato, al riguardo, dai membri del governo? Ovviamente no ma, al netto del timing sospetto dell'intervento killer di Fitch (proprio mentre i vertici di Carige stavano dialogando con la Bce rispetto al rafforzamento di capitale), occorre sapere fin d'ora che un eventuale default dell'istituto genovese costerebbe molto di più allo Stato che la mancia pret-a-porter per i truffati inserita - oltrettutto, alla luce dei recenti voltafaccia contabili, non si sa se con copertura o meramente a livello figurativo per guadagnare consenso in vista di amministrative ed europee - nel Def. E con un impatto psicologico in più, trattandosi dell'istituto storico e di riferimento di una città già in ginocchio per il crollo del Ponte Morandi, altro tema che pare destinato ad aumentare il peso specifico di propaganda generale, lasciando però senza risposte concrete un intero tessuto sociale e produttivo. Oltre al porto merci che fornisce gran parte delle materie prime alla nostra industria, Nord produttivo in testa. Per questo, parlare di banche si deve. E salvarle, quando occorre, è atto di cui fregiarsi come di una medaglia, non un disonore di cui vergognarsi nei talk-show.

Da "www.linkiesta.it" Non solo Carige, se non si salvano le banche crolla l’Italia (e i gialloverdi non l’hanno capito) di Mauro Bottarelli

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Venerdì, 31 Agosto 2018 00:00

Missione Tria in Cina

E’ questione di pochi giorni: lunedì prossimo parte ufficialmente la missione di Tria in Cina. Il ministro dell’economia punterà soprattutto a cercare una nuova platea di finanziatori del debito pubblico italiano. Finanziatori che possano sostituire la Bce, quando nel teatro della finanza globale calerà il sipario sul QE, noto anche come scudo BTP.

La missione di Tria è cruciale: convincere gli investitori ad acquistare BOT e BTP in un momento, tra l’altro, in cui la fiducia degli strategist verso i titoli del debito pubblico italiano rasenta quasi i minimi, in vista della nota di aggiornamento al Def e della presentazione all’Ue della legge bilancio del 2019.

Ieri l’articolo del Financial Times ha certificato la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano. Il quotidiano ha parlato di un vero e proprio “esodo”, citando gli ultimi dati della Bce: dati per niente incoraggianti visto che indicano come, nel mese di giugno, gli investimenti nei titoli governativi sono scesi, su base netta, di 38 miliardi di euro, accelerando il passo rispetto al calo netto di maggio – proprio quando si era verificata la tempesta sui mercati italiani per le incognite sulla formazione del nuovo governo – , che era stato per intensità già un record.

I numeri hanno sorpreso non poco anche qualche addetto al settore, come David Owen, responsabile economista per l’Europa presso Jefferies:

“Avevamo sospettato che le vendite estere di debito italiano, su base netta, fossero continuate a giugno, ma i numeri sono molto più alti di quanto ci aspettassimo”. Praticamente, scrive l’FT, per il secondo mese consecutivo gli smobilizzi su base netta hanno testato il record della storia.

Se però gli investitori esteri sono fuggiti, le banche italiane sono rimaste.

In generale, nel secondo trimestre del 2018, gli istituti di credito del paese hanno aumentato infatti gli investimenti netti nei bond italiani di più di 40 miliardi di euro, al valore più alto dai momenti più bui della crisi dei debiti dell’Eurozona. Non proprio una bella notizia per chi agita il pericolo del

E’ in questo contesto che Tria si muoverà in Cina. D’altronde, come riporta La Stampa, “per l’Italia la Cina è un partner perfetto: investitori ricchi ma (più o meno) manovrabili dall’alto, un governo a dir poco stabile”. Di conseguenza, “la missione principale di Tria a Pechino e Shanghai è suscitare interesse per i titoli di debito italiano”.

“Altro che l’aiuto russo accennato a mezza bocca da Paolo Savona – scrive ancora il quotidiano – la potenzia di fuoco delle istituzioni finanziarie di Pechino è almeno dieci volte più grande di quelle moscovite“. Tra l’altro, “i ben informati raccontano che tra il 2011 e il 2012 (la Cina) contribuì non poco a far scendere la tensione sui titoli italiani dopo la tensione sullo spread”.

E i tentacoli di Pechino sono ormai ovunque, con la banca centrale del paese, “la People’s Bank of China, che detiene partecipazioni nelle grandi banche oppure quelle di Bank of China in Telecom e Prysmian, di State Grid nella holding di Cassa depositi e prestiti, che controlla la maggioranza di Terna e Snam e poi Inter e Milan” e tante altre medie imprese.

L’ombra della tragedia di Genova provocata dal crollo del ponte Morandi seguirà però Tria anche in Cina: sempre La Stampa riporta che il ministro dell’Economia dovrà rassicurare in modo particolare “la comunità finanziaria, preoccupata dalle prime mosse della maggioranza di governo. Quella che ha creato più sconcerto è la gestione politica del crollo del ponte Morandi, che ha tra i suoi azionisti il fondo Silk Road (detiene il 5% circa)”.

Tornando allo spread, l’FT ha sottolineato come la presenza di Giovanni Tria nel governo sia considerata dagli investitori vitale. In particolare, Mauro Vittorangeli, responsabile investimenti per la divisione di conviction fixed income presso Allianz Global Investors, ha detto chiaramente al quotidiano britannico che, un eventuale addio di Tria – ipotesi circolata sulla stampa italiana qualche settimana fa – potrebbe essere letto dagli investitori come risultato di un approccio aggressivo da parte della coalizione populista.

Nel grafico il trend dei tassi sui bond a due e 10 anni dell’Italia. Oggi lo spread BTP-Bund non registra particolari oscillazioni. I tassi decennali sui BTP rimangono tuttavia superiori alla soglia del 3%.


Da "http://www.finanzaonline.com" Missione Tria in Cina: cercasi investitori pronti a puntare su BTP al posto della Bce di Laura Naka Antonelli

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M5s e Lega promettono più spese e meno tasse, ma l'economia europea ha perso slancio. Lo ha ammesso anche il presidente della Bce Mario Draghi. Un guaio serio per l'Italia, eterno fanalino di coda dell'Ue.


Mentre nel teatro della politica tutti i personaggi sono ancora in cerca d’autore e forse anche di un valido copione, dal mondo di fuori fa irruzione una inattesa e cruda realtà.
Non è vero che gli economisti sono degli aridi contabili, al contrario giocano con le parole ancor più che con i numeri. Mario Draghi in questo non lo batte nessuno e ieri ha cercato nel suo vocabolario qualche definizione si adattasse a una congiuntura economica che appare confusa a tutti.

La parolina questa volta è “moderazione”. Il presidente della Bce ha ammesso che l’economia dell’Eurolandia ha “perso slancio” per non dire apertamente che è rallentata in modo consiste nel primo trimestre dell’anno. E’ un fattore contingente o siamo alla svolta del ciclo? Questo i signori dell’euro non lo sanno, non ancora, quindi il consiglio della Bce ha deciso di non discutere la politica monetaria che va avanti come previsto, compreso il quantitative easing con l’acquisto di titoli (per lo più di stato) per 30 miliardi al mese.

Secondo alcuni analisti, la frenata è da collegare anche dalla riduzione degli acquisti che riduce il generoso flusso di moneta nella economia europea. Altri gettano la responsabilità sui dazi e sul neo-protezionismo americano. Altri ancora guardano alla Germania e vedono che la produzione industriale rallenta visibilmente. C’è persino un elemento critico dal lato dell’offerta: manca la manodopera nei paesi del nord Europa che hanno fatto da locomotiva.
In attesa che gli gnomi di Francoforte distillino la loro diagnosi, è chiaro davanti a tutti che la forte spinta del 2017 si sta esaurendo. Non solo: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani a dieci anni sono arrivati al 3%, ciò significa un aumento dei tassi d’interesse a medio termine legato alle aspettative di una ripresa dell’inflazione, ma anche alla incertezza sulla produzione e sugli andamenti di borsa. Questo è un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia.

Un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia
Lo dimostra, nonostante l’inossidabile ottimismo del pur cauto Pier Carlo Padoan, il Documento di economia e finanza presentato ieri. Si tratta di un esercizio tecnico a legislazione invariata che lascia ogni decisione al prossimo governo, a cominciare dalla più difficile: come evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Sono 12,5 miliardi che rallenteranno ancor più la crescita mettendo in pericolo gli obiettivi di politica fiscale, a cominciare dal quasi pareggio di bilancio che dovrebbe essere raggiunto nel 2020 e dalla riduzione del debito pubblico in rapporto al pil prevista a partire dal prossimo anno.

Nel 2018 il pil in termini reali (cioè senza inflazione) aumenterà dell’1,5% un decimale in meno delle previsioni, nel 2019 scende all’1,4 e nel 2020 all’1,3. Ma è chiaro che queste proiezioni rischiano di saltare se la congiuntura europea continua a peggiorare. Il Fondo monetario internazionale, del resto, è più pessimista nel 2019 prevede un aumento di un punto o poco più. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, i due paesi con la più pronunciata vocazione manifatturiera nel Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio mostra un +2,5% rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5% alla fine del 2017. Non siamo ancora a una inversione di tendenza, tuttavia sono indicatori da prendere sul serio.

Ciò solleva un gigantesco punto interrogativo sulla politica del prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia. Tutti i partiti durante la campagna elettorale hanno promesso più spese e meno imposte, sia pur in forma diversa. La Lega s’è detta pronta a sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e pil; altri hanno promesso di rispettarlo (come il Pd e lo stesso M5S), ma senza sapere come, a meno di non tradire gli impegni assunti con gli elettori. Tutti hanno fatto i conti senza l’oste. Anche i partiti d’opposizione che hanno gettato sul Pd e sul precedente governo l’accusa infondata di aver peggiorato la situazione economica, in realtà si fregavano le mani sperando di utilizzare a proprio uso e consumo il “tesoretto” accumulato. Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo.

Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo
Tanto per avere un’idea, finanziare il reddito minimo del M5S (la proposta presentata in parlamento non è un reddito di cittadinanza in senso stretto) costa almeno 15 miliardi l’anno. Quanto alla flat tax, per un’aliquota unica del 23% ci vorrebbero 40 miliardi l’anno che salgono a 60 con un’aliquota del 20 e a ben 102 con il mitico 15%. E via via spendendo e spandendo.

Perché la ripresa (il “tesoretto”) non venga dispersa, ieri Paolo Gentiloni ha auspicato che il prossimo governo prosegua il cammino delle riforme. In realtà, sa bene che il confronto per formare il prossimo governo ha come punto fermo proprio di interrompere quel percorso. Può avvenire in modo brusco se la Lega vuole davvero stracciare la legge Fornero o se il M5S vuole reintrodurre l’articolo 18, oppure può essere fatto in modo soffice se il Pd porterò avanti alcuni cambiamenti dei quali ha già parlato in campagna elettorale. Potremo vedere, insomma, una controriforma vera e propria o un revisionismo non del tutto distruttivo, ma una cosa è certa: nell’Italia odierna il riformismo ha esaurito la sua spinta propulsiva.


Da "http://www.linkiesta.it" È ufficiale, la ripresa si è fermata. E per il prossimo Governo saranno guai di Stefano Cingolani

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