Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 05 Ottobre 2018 00:00

Film

Tra la caotica e spesso fugace proliferazione di immagini da cui siamo quotidianamente bombardati, anche su un argomento di stretta e perenne attualità come l'immigrazione, alcune più di altre si fissano drammaticamente, arrivando a comporre un ipotetico immaginario. Tali immagini si sedimentano poi nella memoria condivisa dal web e ricompaiono come flash di una cattiva coscienza, che sempre più spesso, negli ultimi tempi, la vulgata furoreggiante su social e forum tende a trasporre in inviolabili principi di sovranità nazionale. Nell'orrenda immediatezza di raffigurazioni come quella di Aylan, il bambino siriano di tre anni riverso con la sua maglietta rossa sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, o in quella di un padre e un figlio in fuga sgambettati da una reporter al confine tra Serbia e Ungheria o ancora nell'occhio vitreo di Josefa cristallizzato dal terrore dopo essere rimasta due giorni aggrappata a un pezzo di legno alla deriva nel Mediterraneo, convogliano sentimenti solo apparentemente (e illusoriamente) univoci. I tratti comuni di queste immagini-simbolo di fasi differenti dello stesso problema sono l'iconicità e la conseguente viralità, non la commozione o l'indignazione, per quanto possa sembrare assurdo. Ma assurdo non è, si tratta soltanto di una questione di prospettive, le stesse che originano una divaricazione tra le lacrime di compassione di qualcuno, i like degli engagé da salotto e i meme dei buontemponi notturni, gli strali da tastiera degli haters più oltranzisti e le decisioni ora concilianti ora intransigenti dei vari governi.

L'immagine vive esclusivamente negli occhi e per gli occhi di chi guarda e vivifica grazie al suo potenziale di trasmissione che fagocita tutto il resto (il piccolo Aylan aveva un fratello maggiore di due anni morto nello stesso viaggio e nelle medesime drammatiche condizioni, ma il suo non essersi tramutato in immagine lo ha di fatto condannato all'oblio). Il dramma si fa quindi segno, diventa un veicolo di lettura istantanea di una realtà altrimenti esclusa o di cui giungerebbe eco attenuata sui quotidiani, nei notiziari o una pallida distorsione da parte dei social. E la prospettiva assunta diventa dirimente. Crea schieramenti, moltiplica consensi alle elezioni, attiva discussioni rabbiose o induce allo sdegno sprezzante.

Per noi occidentali si tratta sempre di una prospettiva sul migrante. Le uniche possibilità di adottare una visione altra, ossia del migrante, sono ricorrere a una memoria ancestrale (per molti che risiedono nell'attuale Nord Italia), fare il cooperante oppure assumere in sé simulacri di realtà mediati dal cinema, perlomeno quello più sensibile ad alcune delle dinamiche attuali della nostra società. Non fidandoci completamente della prima ipotesi e pur ammirando chi decide di realizzare la seconda, per comodità – non del tutto casuale la rima con viltà – ci soffermiamo sulla terza e su come l'immigrato, inserito in un preciso disegno narrativo, non rappresenti soltanto un controverso oggetto di discussione sociale e politica, quanto una figura osservante e percipiente che guarda la realtà da un'angolazione sempre esterna, come se questa fosse un diaframma attraverso cui scrutare, decifrare e interpretare un mondo, il nostro mondo, spesso dato per scontato e sicuramente mai esaminato da un punto di vista estraneo alle nostre categorie abituali, per quanto illuminate e progressiste queste possano essere. In alcuni dei film recenti incentrati sul problema dell'immigrazione e su quello conseguente della convivenza tra le parti, il punto di vista e la sua traduzione tecnica, la soggettiva e l'intera aura dei suoi equivalenti funzionali, assumono una prospettiva d'indagine particolarmente interessante, poiché la parabola dello sguardo dei singoli personaggi si erge a soggetto privilegiato della narrazione, o di una parte decisiva di essa, diventando contemporaneamente oggetto di comprensione, trasmissione e classificazione. Comprensione del personaggio all'interno della narrazione, trasmissione della prospettiva in un'ottica di condivisione con lo spettatore e classificazione dell'esperienza secondo un filtro finzionale creato e gestito dall'autore. Ciò a cui si assiste è un complesso movimento di assunzione e inevitabile separazione, a causa del quale lo sguardo dei migranti è il risultato di una differenza aritmetica tra soggettiva e impostazione narrativa, tra vita e racconto, tra dramma individuale e sua trascrizione empatica.

Tendenzialmente, il cinema italiano, recente e di un passato che si può far risalire alla prima ondata di immigrazione proveniente dalle coste albanesi (la cui traduzione in immagini, circa tre anni dopo, fu Lamerica di Gianni Amelio, uscito nel 1994), ha sempre modulato lo sguardo dei personaggi in due forme essenziali. Attraverso i criteri dell’avvicinamento e dell’accesso, modalità di osservazione che conducono anche a due strutture narrative differenti, anche se convoglianti nel medesimo luogo. Il primo è il punto di vista che si fissa sull’immigrato, cercando di coglierne la realtà, di comprendere la diversità per stemperarla attraverso un percorso di formazione (casuale, il più delle volte) volto a congiungere le opposte polarità e condurre all’accoglienza. Si tratta della tipologia di pellicole meno recenti, propedeutiche al fenomeno e alla sua narrazione, bisognose di indirizzare lo spettatore quasi pedagogicamente verso una riflessione non compromessa dal pregiudizio. Il suo scopo è avvicinare progressivamente due realtà differenti, spesso tendenti all’opposizione, per testimoniare un percorso di crescente consapevolezza con il quale accompagnare per mano il pubblico.
L’esempio più maturo e compiuto di questa tipologia è probabilmente Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana. Il protagonista, il dodicenne Sandro, è un’ovvia figura vicaria dello spettatore. Attraverso i suoi occhi ancora innocenti passa la curiosità di chi osserva la superficie delle cose, riflette con la limitazione propria della sua età e della sua scarsa conoscenza del mondo su aspetti che non comprende totalmente o perlomeno in parte, fino a quando la drammaticità del caso non lo porta a provare in prima persona il problema. È l’unico figlio, accudito e coccolato, di una famiglia benestante, aperta nei confronti della diversità ma formalmente estranea a una realtà drammatica che si affaccia soltanto con la presenza ormai assodata di qualche operaio di colore nella piccola azienda che il padre gestisce. Il punto di partenza dell’avvicinamento di Sandro è proprio una soggettiva, dapprima parziale, poi più ampia, ma non per questo più chiara, come se Giordana avesse voluto sottolineare quello su cui, nel passato, hanno dibattuto i narratologi del cinema, ossia che vedere non è necessariamente comprendere.

Mentre si reca a scuola (mentre cioè vive la sua quotidianità), Sandro vede un uomo di colore disperato in una cabina telefonica. Non riesce a prendere la linea e urla tutta la sua frustrazione. Sembra folle, perché la prima inquadratura che restituisce lo sguardo di Sandro (tecnicamente una semisoggettiva) tiene fuoricampo ciò che invece mostrerà la seconda, un avviso su un cartone posto in alto, “Non in funzione”. Scarto fondamentale: l’uomo non è pazzo, è solo privo di una conoscenza che gli permetta di comprendere l’italiano e quindi capire la realtà intorno a lui. Il film denuncia la parzialità dell’impressione e invita ad ampliare la prospettiva, andando oltre l’ingenuità di qualunque luogo comune, anche quello che pretende di considerare gli africani come una categoria granitica con cui si racchiude genericamente il nero, l’altro-da-sé (Sandro chiede di tradurre una frase proferita dall’uomo della cabina all’operaio che lavora per il padre, convinto dell’unicità di una supposta lingua africana). Per tentare di comprendere il dramma dell’uomo della cabina che tanto lo ha incuriosito e di tutti gli uomini, ognuno con le sue specificità e la sua storia, vedere non basta, bisogna esperire: Sandro passerà attraverso una necessaria immersione (reale e metaforica) che non gli fornirà la verità sulle cose, ma che consentirà di introdursi in un’altra dimensione, in cui coesistono speranza e incubo, verità e menzogna, giusto e sbagliato.

Quando sei nato non puoi più nasconderti segna un punto di passaggio nella filmografia sull’immigrazione, perché la prospettiva si predispone a una sua reversibilità, non priva di alcune ambiguità che fanno sì che il percorso di formazione del protagonista non mostri la perfezione inattaccabile di un romanzo a tesi, quanto l'approfondimento di una realtà complessa che pur se analizzata più da vicino continua a frantumarsi in mille dubbi e contraddizioni.

Il secondo sguardo, quello relativo all’accesso, appartiene a una fase più recente delle pellicole sui migranti. Una fase in cui l’intento educativo si è affievolito per mutazione sociale (nel bene e nel male) e per esigenze di rinnovamento narrativo. I migranti condividono lo sguardo con lo spettatore. La soggettiva, in questo caso, è una chiave d'ingresso, la possibilità di approdare a una reciprocità da sempre preclusa, per etnocentrismo, cultura, formazione ed esperienza, indipendentemente dalla buona volontà di ognuno. Il cinema di Andrea Segre e Jonas Carpignano (soprattutto Mediterranea), ma anche i film degli esordienti Roberto De Paolis (Cuori puri) e Andrea Magnani (Easy – Un viaggio facile facile), senza dimenticare il rigoroso punto di vista interno di un nuovo autore come Suranga Katugampala (Per un figlio), immigrato di seconda generazione di origine cingalesi, mostrano esempi indicativi di questa tendenza. L’assunzione recente di un punto di vista da parte dei personaggi su cui, fino a qualche anno fa, lo sguardo convogliava per raccontarne da una prospettiva esterna l’ingresso in un mondo avvertito come estraneo e problematico, pare rispondere a una reale esigenza. Un’esigenza di attestazione attraverso cui si tenta di accedere direttamente, senza intermediazioni, a un’esistenza in cui lo sguardo ha la possibilità di chiarire e infondere sensazioni, reazioni, volontà.

Ma l’esigenza è anche espressiva, perché mostra un bisogno di colmare lo iato esistente tra insieme e soggetto, tra lo sfondo in cui più facile appare la generalizzazione e l’individualità con le sue distintive peculiarità. In questa direzione vanno i recenti esperimenti di cinema dal basso realizzati in prima persona e in perfetta autonomia dai migranti stessi: non personaggi ma autori con un preciso punto di vista sull’Italia, su ciò che significa guardare un paese con occhi davvero differenti, rievocando quell'ingenuità poetica propria del fanciullino pascoliano, ancora capace di scrutare il dettaglio ormai scontato, di meravigliarsene e di rioffrirlo con la sua purezza a un pubblico costretto a riconsiderare sotto una luce nuova le sue certezze quotidiane. La freschezza di iniziative come Tumaranké (in cui 38 minori giunti in Italia senza accompagnamento riprendono la loro vita nel nostro paese) o come Reverse Angle (installazione su tre schermi concepita da Davide Ferrario a seguito di un suo workshop a Pecetto, nel torinese, con un gruppo di 28 ragazzi immigrati chiamati a riprendere l'universo in cui sono approdati nelle sue varie forme di manifestazione) risiede proprio nell'immediatezza di uno sguardo che si fa registrazione spontanea attraverso l'uso dello smartphone.

Uno sguardo spontaneo e la sua sedimentazione istantanea all'interno di una memoria condivisa diventano la testimonianza di un bisogno e di una trasformazione in atto, anche nel cinema narrativo.

I film dei registi citati in precedenza hanno poco in comune, se non la volontà di oltrepassare un confine per porsi dall'altra parte, superando una prospettiva che talvolta, nel passato, si era adagiata per osservare rispettosamente ma senza forzare l'ingresso in una realtà ulteriore. Ne L'ordine delle cose di Andrea Segre (2017), tale movimento di ideale infiltrazione è reso quasi plastico dalla progressione delle inquadrature. Attraverso il protagonista, Corrado Rinaldi, funzionario del Ministero dell'Interno che indaga sul traffico di immigrati partiti dalle coste libiche, queste inquadrature passano dalla semplice denotazione esterna del problema a inserirsi spazialmente in esso per tentare di risolverlo. Se Corrado, infatti, guarda dapprima in piani ampi le immagini di un salvataggio sullo schermo del suo computer, una volta giunto in Libia gli stessi piani si restringono, la macchina da presa si avvicina al suo volto, cogliendo insieme punto di vista e assorbimento rispetto a ciò che le immagini mostrano, per poi diventare una soggettiva in senso stretto quando il filmato mostra le condizioni drammatiche dei profughi. Questa penetrazione per mezzo delle inquadrature è ribadita simbolicamente dal fissarsi del riflesso del dramma sulle lenti di Rinaldi, prodromo di quel contatto personale che il funzionario intratterrà con una profuga somala, Swada, consentendo al privato originato dalla visione personale d'introdursi nell'istituzionale e che l'emotività s'impossessi del suo ruolo, anche se solo per un arco di tempo relativamente breve. Sottratto l'oggetto alla vista, una volta rientrato definitivamente in Italia, Rinaldi deciderà di non intercedere più per la donna, frustrando la speranza di salvezza di questa e tornando a quell'ordine delle cose che ha sempre caratterizzato la sua vita.

Segre sembra dire che lo sguardo dell'italiano, per quanto disposto all'ibridazione e allo scambio, così come mostrano anche gli altri suoi film di fiction precedentemente realizzati (Io sono Li del 2011 e La prima neve del 2013), è disposto all'immedesimazione pur rifiutando infine l'assunzione, decidendo di rimanere al di qua del confine ideale posto tra le due realtà. Un pessimismo di fondo che si allinea a quello invece piuttosto scanzonato di Andrea Magnani, che in Easy - Un viaggio facile facile (2017) connota l'immigrato ucraino defunto da riportare in patria come perennemente contiguo al corpulento autista italiano ma formalmente assente, giungendo all'estremo di fargli osservare tramite improprie soggettive dalla sua bara il grottesco viaggio di ritorno a casa oppure di diventare muto interlocutore del suo compagno che gli parla come se fosse la testa di Alfredo Garcia nel film di Peckinpah. E anche parte della visione proposta da Roberto De Paolis in Cuori puri (2017) pare non essere aliena rispetto a questa tendenza. In un film in cui è evidente la separazione netta tra i Rom stanziati a ridosso di un parcheggio per i lavoratori di un supermercato e gli italiani che nella zona vi risiedono, l’immigrato non nomade è pressoché cancellato dall’inquadratura, esiliato in un fuoricampo da cui provengono solo le timide proteste per l’atto di prevaricazione in corso. È quello che succede al titolare cingalese di un minimarket, escluso dai piani e da qualunque controcampo nel corso della rapina che il protagonista Stefano e il suo amico perpetrano ai suoi danni, quasi si trattasse di un dettaglio (reso) insignificante nel corso di un’azione che nasce come un normale acquisto serale, diventa uno sfottò sulle abitudini religiose del titolare e sfocia con naturalezza nell’estorsione successiva.

Sul motivo della negazione dello sguardo è incentrato interamente Per un figlio (2017), opera prima dalla messa in scena rigorosa di Suranga D. Katugampala, che narra del conflitto tra un ragazzo cingalese cresciuto in un piccolo centro dell'Italia settentrionale e di sua madre, ancorata alle tradizioni e alle usanze del paese di provenienza e il cui unico contatto con il mondo occidentale è lavorare a tempo pieno come badante per un'anziana. Katugampala colma la sua storia di densi silenzi ma soprattutto esprime la diversità inconciliabile dei due protagonisti in alcune brevi scene in cui essi si ritrovano per pranzare in un angusto cucinino, evitando attentamente che le traiettorie dei due sguardi s'incrocino pur nell’esiguità dello spazio a disposizione. Un conflitto che investe la modernità, l’esplorazione del sesso, il bisogno antropologico di maternità e la necessità di svellere il cordone ombelicale, la stessa lingua usata per comunicare; un'inconciliabilità che non sembra ricomporsi neanche nell’ultima scena, quando il ragazzo, ancora una volta a tavola, cerca finalmente lo sguardo della madre in una tarda ricerca di contatto che però la madre non accoglie, continuando a pelare le patate e frustrando il tentativo.

È però Jonas Carpignano in Mediterranea (2015) a compiere il più grande sforzo di penetrazione soggettiva all'interno di una realtà altra. Nel narrare la storia di Ayiva, giovane del Burkina Faso che tornerà come personaggio di contorno nel successivo A Ciambra (2017), il regista s'inserisce di fatto nella sua stessa messa in scena per fornire una prospettiva quanto più interna possibile rispetto al problema che intende raccontare. Permutando il proprio punto di vista con quello individuale e collettivo, la visione s'immerge nel dramma, inserendosi prima tra i corpi dei migranti che si sforzano di salire sulle rocce del deserto al confine tra Algeria e Libia, con l'obiettivo della macchina da presa lambito addirittura dagli svolazzi dei loro abiti, poi, rimanendo in prima fila quando gli stessi migranti sono vittime dei predoni. Infine, con intenzione ancora più drammatica, il protagonismo della macchina da presa si palesa anche sul barcone in mezzo al mare, tramutandosi in una delle vittime delle mareggiate e del temporale, rischiando a ogni scossone di cadere, aprendosi alla speranza nell'udire la sirena di una nave, disperandosi al suo allontanamento, giocandosi la vita quando cade in acqua insieme agli altri corpi sbraccianti e urlanti fino all'arrivo della guardia costiera italiana.

Carpignano non fa altro che creare uno stato di empatia con i personaggi così com'è stato teorizzato da Murray Smith in Engaging Characters: Fiction, Emotion, and the Cinema (Clarendon Press, Oxford 1995): penetrando nelle viscere del dramma condivide l'esperienza più che assumere semplicemente un punto di vista soggettivo, simula emotivamente la situazione (Emotional Situation), si rispecchia nelle emozioni del gruppo (Affective mimicry) e proietta il pubblico all'interno dello stimolo predisposto (Automatic Reactions). Si tratta, con ogni probabilità, del tentativo più ardito di trasmigrazione delle componenti logiche e affettive tra fiction e pubblico in film di questo tipo. Il punto di vista non sostituisce lo sguardo di un personaggio ma punta deliberatamente, pur con tutti i suoi limiti estetici e psicologici, all'assunzione dell'esperienza. La potenzialità empatica del piano s'impossessa della documentazione visiva e stimola la conoscenza diretta, resa ancora più acuta e disperata dal montaggio convulso, dai rumori incontrollati, dalle grida disperate di persone e da un mancato ancoraggio oculare, a causa del quale le immagini si percepiscono febbrilmente senza che si padroneggino.

Se è indubbio che ci sia una motivazione etica alla base della realizzazione di queste pellicole, esiste allo stesso modo una morale di questi piani empatici che puntano alla coincidenza tra personaggi e pubblico, eliminando le distanze e rendendo aderenti motivazioni e reazioni? Questo tipo di rappresentazione, avendo l'evidente scopo di collocare il pubblico all'interno dello spazio narrativo, sollecitandone la responsabilità, ha un intento formativo rispetto alle persone cui si rivolge? Il suo è un tentativo di incanalare socialmente il pensiero del pubblico?

È probabile, al di là dell'urgenza ideologica dei singoli registi, ma assolutamente velleitario. Perché, ammettendo la plausibile risposta affermativa ai quesiti posti precedentemente, bisogna riconoscere che l'intento di tali opere è di conferma, non di convincimento. Questi lavori si rivolgono a un pubblico ben determinato e comunque (sempre più) esiguo, progressista e antirazzista, che volontariamente si reca al cinema o decide di guardare i film autonomamente nella propria abitazione. Il rapporto è duplice: il film conferma le sue tesi democratiche a un pubblico che si rispecchia in valori che condivide e che vede semplicemente convalidati. Ma il circolo è chiuso e il bacino sempre più limitato, se anche la popolarità di Papa Francesco è scesa per le sue prese di posizione sui migranti (dall'88 al 71%, secondo un sondaggio Demos-Coop del luglio scorso). L'ordine delle cose, Cuori puri, Easy – Un viaggio facile facile, Per un figlio, Mediterranea sono tentativi encomiabili, esteticamente apprezzabili, mostrano una vitalità intellettuale del nostro giovane cinema ma si rivolgono esclusivamente a un pubblico già performato ideologicamente che si conforta nel riflesso del suo stesso pensiero.

È anche questo uno svilente gioco di assunzione di precise prospettive, laddove la maggioranza preferisce adagiarsi sulle fake news e sugli allarmi relativi a un'emergenza sociale avvertita come sempre più pressante. È la visione del mondo preponderante, quasi soverchiante, in questo preciso momento storico.

E non si tratta più solo di cinema, purtroppo.


Da "http://www.doppiozero.com" Lo sguardo del migrante di Giampiero Frasca

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In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020
Diversi commentatori si sono soffermati sulla eccezionalità del recente attacco di Barack Obama all’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sicuramente una presa di posizione così forte da parte di un ex Commander in Chief rispetto a un suo successore è sostanzialmente un unicum nella storia americana. Tuttavia sarebbe un errore leggere questo episodio come un fatto estemporaneo, o esclusivamente legato alla scadenza delle elezioni di mid-term.

La strategia del 44esimo Presidente Usa nel nuovo quadro non inizia oggi e punta al medio-lungo periodo.

Il primo atto del ritorno in campo di Obama, dopo la lunga pausa all’indomani della fine della sua Presidenza, è stata la lecture tenuta in Sud Africa per i cent’anni dalla nascita di Nelson Mandela nel luglio scorso: in quell’occasione Obama partì da lontano, rivendicando il ruolo dei movimenti di liberazione – da Mandela, a Gandhi, a M. L. King – nello sviluppo delle democrazie nel ‘900 e nella conquista di un sistema inclusivo basato sul mercato (inclusive market-based system), contrapposto ai fallimenti dei regimi totalitari. In quella stessa occasione, senza mai citare il suo successore, affermò che chi crede nell’uguaglianza, nella libertà e nella giustizia come valori fondamentali per il progresso oggi ha un racconto migliore e più convincente da proporre rispetto alla visione sovranista.

Un discorso alto, fuori dalle contingenze, teso a delineare un perimetro valoriale e una visione del mondo per questi uncertain times.

Il secondo passaggio importante è la recente eulogy al funerale del suo ex sfidante del 2008 John McCain: un discorso in cui Obama ha ricordato le qualità del suo opponent, riconoscendogli statura politica, rigore morale, attaccamento alla Patria e ai valori americani. Questo è il punto chiave: il primo Presidente afroamericano riconosce alla vecchia guardia repubblicana, da McCain ai Bush (con i quali non mancano espliciti segni di intesa) l’aderenza ai valori americani al di sopra delle divergenze sulle policies, riassumibili nelle parole della Declaration of Indipendence “All men are created equal, […] with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”, citata esplicitamente.

Seppur implicitamente, Obama delinea un perimetro “costituzionale”, ponendone al fuori l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Il discorso di pochi giorni fa in Illinois, sicuramente il più politico, si inserisce in questo solco: Obama ricorda che fu Abraham Lincoln, un repubblicano, a vietare la schiavitù, come esempio per affermare che nessuno dei due partiti detiene “il monopolio della saggezza”. Il suo appello, che definisce radicali (nel senso di estremiste) le politiche trumpiane, si rivolge dunque anche ai conservatori che vedono gli Stati Uniti scivolare lungo un piano inclinato che ­– secondo Obama – rischia di far arretrare gli Usa e isolarli sul piano internazionale.

L’altro tassello del ragionamento è una lettura originale del populismo: per Obama sono le élite spaventate dal cambiamento che fanno leva sulle paure, spesso legittime, per dividere le “ordinary people”.

Il tentativo evidente è di ribaltare la narrazione popolo vs élite, accusando proprio le élite di dividere il popolo per mantenere lo status quo e di costruire una nuova coalizione sociale: non più, o non solo, la classica Obama coalition, la maggioranza di minoranze che lo portò alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012, ma un fronte costituzionale che mobiliti anche elettori storicamente o culturalmente repubblicani.

C’è da dire che Obama è riuscito a mobilitare la sua base unicamente quando si è candidato in prima persona: i democrats infatti furono sconfitti alle elezioni di mid-term del 2010 e del 2014, oltre che alle scorse presidenziali. Quindi una sua forte influenza sui candidati dem up and down the ballot nelle elezioni del prossimo novembre è tutt’altro che scontata.

In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020, magari utilizzando le elezioni di mid-term come scouting. Il nuovo ruolo a cui l’ex senatore dell’Illinois potrebbe aspirare, anche attraverso la fondazione che si sta occupando soprattutto di community organizing, è di mentore per una nuova generazione di leader. Anche questo sarebbe un unicum nella storia americana. In ogni caso, nella crisi di leadership (e di pensiero) da entrambe le sponde dell’Atlantico, possiamo star certi che le sue parole influenzeranno significativamente il dibattito nel mondo progressista nei prossimi mesi.


Da "formiche.net" Obama torna e offre una visione ai Democratici (non solo Usa) di Flavio Arzarello

Pubblicato in Comune e globale

Era il modello del welfare perfetto e dell’accoglienza a regola d’arte: alle elezioni di ieri il partito democratico, nazionalista e xenofobo, ha preso il 20% dei consensi. E se anche i paradisi crollano, cosa rimane a chi crede nella società aperta?


Lo spot comincia con le inquadrature notturna di un quartiere dormitorio, visto dall'alto. Blocchi di cemento alti dieci piani che si susseguono all'infinito, fila dopo fila, appena rischiarati da qualche finestra illuminata. Una visione distopica, inquietante. Poi la camera arriva a terra. Auto in coda nel buio. Un ubriaco che attraversa. Il falò di un'utilitaria davanti a un distributore di bibite sfasciato, barboni che frugano tra la spazzatura. Sembra Gotham City, è Stoccolma e il video è uno degli spot della campagna elettorale di Jimmie Akesson, classe 1979, il giovane leader del partito nazionalista che nelle elezioni politiche di ieri ha conquistato il 17,7 per cento. 4,7 punti in più rispetto alla quota del 13 per cento conquistata nel 2014, che già costituiva un raddoppio rispetto a 6 per cento precedente.

Il partito si chiama Democratici Svedesi, SD, è stato fondato a inizio anni Novanta. La sua denominazione sembra frutto di quello che in inglese si chiama whitewashing, letteralmente “ripulitura”: bisognava scegliere un nome rassicurante per addolcire l'immagine di un'aggregazione a cui partecipavano numerosi gruppi suprematisti e circoli estremisti (decimati da una raffica di espulsioni solo in tempi recenti). Nel 1994 sembrava già a fine corsa. Percentuali risibili, mai nessun seggio fino al 2010, tanto che nei commenti politici la Svezia era descritta costantemente come un Paese inattaccabile dal sovranismo e dal populismo. Poi otto anni fa un imprevista impennata al 2,8 per cento e 20 parlamentari eletti: sembrava un fuoco di paglia, era invece l'inizio della scalata che ieri ha compiuto un altro passo in avanti, anche se non rilevante come si prevedeva nei sondaggi, vista anche la tenuta dei socialdemocratici.

Il 20 per cento degli elettori svedesi ha creduto all'analisi del conflitto proposta da Akesson, forse anche per smarcarsi dall'accusa di razzismo: non una questione di pelle, colore, religione, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia
I video propagandistici di SD aiutano a capire il boom del sovranismo svedese meglio di ogni altra analisi. Mostrano una Svezia alla quale noi mediterranei stentiamo a credere, perché da sempre immaginiamo quel Paese come l'icona di tutto ciò che è desiderabile in Europa. Libertà, diritti, un welfare efficiente, «dalla culla alla tomba» come si diceva una volta, una società libera, paritaria, amica delle donne e dell'ambiente, inclusiva, dove a una tassazione altissima corrispondono prestazioni sociali ai limiti dell'utopia. Ma quell'utopia svanisce nella angosciante narrazione dei Democratici Svedesi e del loro leader Akesson, voce narrante degli spot. «Dove una volta avevamo tranquillità e sicurezza, ora abbiamo telecamere e filo spinato», dice, mentre corrono le immagini di quartieri borghesi barricati dietro cancellate di ferro e muri alti cinque metri. «Il sistema sanitario crolla, i nostri parenti e amici muoiono prima di ricevere assistenza», ed ecco la donna bionda che piange, riversa su un corpo inanimato. Rottami in fiamme, è la guerra tra gang rivali. Lampeggianti di polizia nella notte, pompieri che corrono, esercito in azione con le maschere antigas: Akesson descrive assalti alle stazioni di polizia, rivolte di quartiere, bombe e uccisione di agenti e comuni cittadini. «In Svezia ora il terrore è la realtà».

Realtà? Esagerazione pubblicitaria? Sia come sia, una parte degli elettori svedesi piuttosto consistente ha creduto a quella rappresentazione, e soprattutto all'analisi del conflitto in corso proposta da Akesson: non una questione di pelle, colore, religione, non una guerra tra destra e sinistra, poveri e ricchi, maschi e femmine, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia per imporre una svolta in materia di immigrazione. Una svolta che quasi sicuramente arriverà: se è scontato che SD non entrerà in governi di coalizione, è ovvio che i suoi risultati determineranno cambiamenti.

Il modello Stoccolma è quello che con più convinzione e rigore ha applicato le direttive europee in materia di rifugiati e migranti. Ha accettato tutte le quote assegnate, ha accolto senza discriminazioni e resistenze: su 9,9 milioni di residenti oggi il 17 per cento è di origine straniera, la quota più alta del continente (in Germania è l'8,1, in Italia il 2,4). Il suo probabile dietrofront sotto la spinta sovranista non sgretola solo l'utopia delle infinite capacità di integrazione di una società aperta ma, in qualche modo, dà un colpo fatale anche all'intera strategia europea in tema di integrazione: se anche lì, nello Stato più civile e assistito del continente si allarga il voto di protesta, c'è davvero qualcosa da ripensare.

Da "www.linkiesta.it" Se anche in Svezia sfonda l’estrema destra, l’utopia europea è davvero a rischio di Flavia Perina

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governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi). Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.


L’intervento, annunciato con un tweet di Salvini a metà agosto, si propone di ripopolare le regioni del Sud, il cui “peso demografico (…) continua lentamente a diminuire”. Quali effetti ci si aspetta dall’intervento citato? Lo spiega Alberto Brambilla, consigliere economico dello stesso ministro:

«Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale. Non è detto poi che chi arriva non possa aprire piccole attività manifatturiere. Una famiglia media spenderebbe 20-25 mila euro l’anno. Già solo i connazionali espatriati con la pensione ‘in regime nazionale’, maturata qui ma incassata al lordo all’estero, sono 60 mila e dunque forse 120 mila, perché in coppia (…). Metà dell’Irpef che perdiamo per 10 anni, la recuperiamo con Iva e accise dai consumi»


Tutto a posto, quindi? Non proprio. Perché quella di Brambilla, più che un’analisi degli impatti, sembra una pagina del libro dei sogni. Per valutare gli effetti di una norma, non basta limitarsi a copiare un modello usato altrove con successo – ad esempio in Portogallo (“dal 2009, quando il governo portoghese decise di non tassare i redditi da pensione per attrarre stranieri.. l’1,5 per cento di Pil in più”) – auspicando che produca gli stessi risultati: serve un esame del contesto in cui quel modello verrà calato, nonché qualche dato per operare le comparazioni necessarie. Altrimenti, molto alto è il rischio che il successo non si riproduca uguale in un ambito diverso. Può dunque essere utile cimentarsi in questo esercizio – dato che il governo non pare averlo fatto – prendendo il già citato Portogallo come Paese di confronto.

Innanzitutto, una domanda: perché i pensionati del Nord o di Paesi esteri dovrebbero preferire il Sud ad altri luoghi ove pure potrebbero godere di un trattamento fiscale di favore? Salvini punta sull’appeal: “l’Italia è bella e piace”. Ma ciò potrebbe non bastare, in considerazione di ciò che è importante per la vita di persone anziane: i servizi sanitari, ad esempio, poiché con l’età aumentano gli acciacchi. Ebbene, secondo l’Euro Index Consumer Health 2017, non solo la sanità pubblica italiana si colloca al 20° posto su 35 paesi europei e in una posizione peggiore del Portogallo; ma le regioni del Sud, ove i pensionati dovrebbero trasferirsi per fruire dei benefici fiscali, come visto, sono sotto la media nazionale: quindi, il divario con il Portogallo è ancora più alto di quello che risulta dalla classifica generale.

Ma Brambilla ha pronta la soluzione: i Comuni che vorranno aderire al progetto del governo dovranno garantire “una serie di servizi ritenuti imprescindibili per l’inserimento nel programma, come la raccolta differenziata e un livello sanitario ‘in linea quelli di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia’”. Brambilla pensa forse che la sanità del Sud possa essere rapidamente risanata così, per magia? Ma andiamo oltre.

Con l’invecchiamento diminuisce anche la mobilità fisica, e avvalersi dei trasporti offerti diviene indispensabile: al Sud essi sono migliori di quelli del Paese che si è preso a confronto, il Portogallo? Secondo il Quadro di valutazione dei trasporti dell’Unione europea (Transport Scoreboard 2016), la soddisfazione dei consumatori per i trasporti urbani in Italia è la più bassa d’Europa ed è tra le più basse per i trasporti ferroviari, oltre che peggiore rispetto a quella per i trasporti in Portogallo, come risulta dalla specifica comparazione. E persone anziane dovrebbero preferire posti dove avrebbero pure difficoltà ad arrivare, oltre che a muoversi, una volta arrivate?


I governanti che, mediante la misura indicata, auspicano una crescita del Pil hanno forse sbagliato iter logico: perché la situazione Sud “in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà” dipende anche da una situazione infrastrutturale oltremodo carente. Dunque, sperare di portare anziani nel meridione, con l’intento di un aumento del Pil, ma non fare interventi preventivi su strade e trasporti, che gioverebbero di per sé al Pil (v. anticipazioni rapporto Svimez 2018 sull’Economia e la Società del Mezzogiorno), ma anche all’attrattività del meridione, sembra una strategia priva di coerenza.

E ai pensionati del Nord, che non volessero andare all’estero, converrebbe spostarsi al Sud? Basta leggere il report dell’Istat sulla valutazione della qualità dei servizi pubblici a seconda delle diverse aree geografiche per rendersi conto che alle agevolazioni fiscali si contrapporrebbe una realtà ben poco agevole per molti altri versi: ad esempio, l’offerta di posti letto in strutture sanitarie al Sud è meno della metà che al Nord; le irregolarità nel funzionamento del servizio idrico al Sud sono circa cinque volte superiori che al Nord; quanto al servizio elettrico, “la frequenza delle interruzioni nel Mezzogiorno è quasi tripla che nel Nord”; anche “la distribuzione territoriale dei servizi di Trasporto pubblico locale (Tpl) resta fortemente diseguale”, con valori al Nord “compresi tra il doppio e il triplo di quello medio del Mezzogiorno”.


Un’ultima considerazione. I benefici fiscali per gli anziani che si trasferiscano al Sud hanno, tra le altre cose, il fine di ripopolare le regioni meridionali, per far crescere così la loro economia: è la strada giusta? Il già citato rapporto dello Svimez induce qualche dubbio:

«Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà del Sud l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (…) ai 51,6 anni nel 2065, ciò inevitabilmente riduce la popolazione in età da lavoro compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico»

Non serve aggiungere altro. Anzi sì: se – come finora esposto – si dubita molto che il progetto del governo riuscirà a conseguire i risultati voluti, non c’è alcun dubbio circa le entrate fiscali che, qualora un pensionato del Nord decidesse di trasferirsi al Sud, lo Stato perderebbe, senza avere alcuna certezza che esse verrebbero compensate da pari benefici in termini di crescita economica del meridione e dell’intero Paese.

Quella appena tracciata è una valutazione sommaria del contesto in cui la misura indicata andrebbe ad operare. Ma l’analisi di un provvedimento dev’essere più ampia, per giungere a definire, tra le diverse opzioni di intervento, quella migliore. Non è cosa facile, richiede uno studio accurato. Forse perciò i governi preferiscono slide, tweet, interviste e similari: studiare – come lavorare -stanca. E se “andrà molto peggio, prima di andare meglio”, sarà anche per questo.

 


Da "phastidio.net" Pensionati esentasse se reinsediati nel Mezzogiorno: attenzione ai colpi di sole di Vitalba Azzollini

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Venerdì, 14 Settembre 2018 00:00

Nazionalizzare le autostrade non serve

“Nazionalizzazione della rete autostradale”. È la ricetta che una buona parte del governo, almeno la frangia guidata da Luigi di Maio e dal ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, ripete come un mantra dal 14 agosto scorso, da quando cioè collassò il ponte Morandi sulla A 10, causando 43 vittime.

Il ritorno delle autostrade italiane sotto la mano pubblica sarebbe la chiave per superare le distorsioni del mercato dovuto al regime delle concessioni ai privati (Atlantia by Benetton in primis), con i cittadini che pagavano tariffe sempre più salate e concessionari che registravano margini di guadagno spropositati grazie alle rendite assicurate dallo stato per gli investimenti.


Sebbene non tutto l’esecutivo sia concorde (il 6 settembre, il premier Conte ha dichiarato all’Huffington Post che “La nazionalizzazione non è l’unica risposta. Valuteremo anche questa soluzione ma non possiamo escludere allo stato che si faccia una nuova gara”), il dibattito è in pieno svolgimento e, in definitiva, ruota su una domanda fondamentale: il pubblico può fare meglio del privato?


Business Insider Italia ha provato a dare una risposta andando a dare un’occhiata a quanto ha fatto il pubblico negli ultimi vent’anni durante i quali gli enti pubblici hanno vestito la casacca del gestore autostradale.

Sì, perché accanto a Benetton, Gavio e Toti, sono numerosi i concessionari controllati dagli enti locali o da società miste Anas-Regioni. E i risultati non sono stati per nulla differenti rispetto ai tratti autostradali dati in concessione ai privati.

«Gli enti pubblici si sono comportati allo stesso modo dei privati. Sono azionisti che hanno cercato di massimizzare i guadagni, facendoci pagare più pedaggi. Inoltre il reddito assicurato sui capitali investiti è stato applicato a tutti, sia ai privati che ai gestori pubblici», spiega il professor Giorgio Ragazzi, già professore di Economia Politica all’Università di Bergamo, ex membro del direttivo della Banca Mondiale e autore del libro: “I signori delle autostrade”.


A leggere la relazione della Direzione Generale per la Vigilanza sulle Concessionarie Autostradali 2016 (quella del 2017 non è ancora stata pubblicata), infatti, si nota che gli enti pubblici non si sono per nulla distinti dai privati sia in termini di aumenti tariffari registrati negli anni, sia in termini di investimenti previsti dai Piani economici finanziari e non ancora realizzati.

Consorzio per le Autostrade siciliane al top per inefficienza
Un primo macroscopico esempio di quanto il pubblico possa essere inefficiente, è fornito dal Consorzio per le Autostrade siciliane (Cas), concessionario fino al 2030 della Messina-Palermo, Messina-Catania e Siracusa-Rosolini (298,4 km totali), controllato da Regione Sicilia al 9,62% e da altri enti locali dell’Isola per il restante 90,38%.

A colpire subito è che nella relazione della Direzione Generale per la Vigilanza non compaiono i dati sulla gestione del consorzio, visto che “per l’anno 2016 persiste da parte della Societa? concessionaria la trasmissione incompleta al Concedente dei dati relativi alla gestione economica e finanziaria, degli investimenti ed amministrativa in generale, come previsto dagli obblighi convenzionali e normativi, che, pertanto, non permette l’analisi degli stessi ai fini della presente Relazione”. Stessa carenza di dati registrata nella relazione del 2015.

Tuttavia alcuni spunti interessanti ci sono, per esempio dove si certifica che la pavimentazione drenante/fono assorbente occupa solo 43 km di carreggiata; che le barriere anti-rumore si estendono per solo 8 km; che gli impianti fotovoltaici (che producono energia e risparmiano CO2) sono zero; che le autostrade non hanno – a differenza di tutte le altre in Italia – la certificazione “UNI EN ISO 9001:2008”, né quelle precedenti; che la percentuale di rete coperta da Tutor è pari a zero, così come zero sono le Centraline meteo e le Colonnine Sos.

I relatori mettono poi nero su bianco le numerose difformità riscontrate: nelle 28 visite ispettive di controllo e ottemperanza effettuate nel 2016, erano state rilevate 244 non conformità (delle quali 225 mai sanate), mentre erano state 115 nel 2015.

Ma forse il dato più eclatante del fallimento del Cas è arrivato dal censimento su ponti e viadotti deciso dal ministro Toninelli subito dopo il cedimento genovese. Nel report consegnato all’Anas, il Consorzio certificava ben 15 punti – tra cavalcavia, viadotti – giudicati in condizioni critiche e bisognosi di immediati interventi, ai quali si aggiungevano anche 80 sovrappassi in condizioni preoccupanti.

Una situazione ingestibile sfociata oggi in un paradosso: mentre a Roma si parla di “nazionalizzazione”, in Sicilia si decide per la chiusura dello stesso Consorzio e il ritorno delle tratte in pancia all’Anas, come annunciato dal presidente della regione Sicilia, Nello Misumeci, ai primi di settembre: «Il Consorzio autostrade siciliane chiuderà entro l’anno questa esperienza sembra essere conclusa e c’è l’intesa con l’assessore alle Infrastrutture e l’intero Governo affinché si definisca la questione in questo senso. C’è l’Anas interessata alla successione», cui sono seguite le dimissioni del presidente Cas, Alessia Trombino e del suo vice, Maurizio Maria Siragusa.

Del resto, che il consorzio pubblico non funzionasse era cosa nota fin dal 2008, quando sotto il governo Prodi partirono le prime lettere per gli inadempimenti. Nel 2010 fu il governo Berlusconi a dare l’avvio al provvedimento di revoca della concessione bloccato però dal Tar nel 2011 e dal Consiglio della giustizia amministrativa siciliano nel 2012. Così la concessione è rimasta in vigore, nonostante le due inchieste che portarono ad alcuni arresti nella dirigenza del Cas per gli appalti della Siracusa-Gela e per la frana di Letojanni. Concessione poi ribadita anche dal governo Conte nel giugno scorso.

Le altre concessionarie pubbliche
Ma se il Cas è un caso limite, anche le altre concessionarie “pubbliche” non hanno brillato: la Autovie Venete, per esempio, 72,9% di proprietà di Friulia spa (a sua volta controllata da Regione Friuli Venezia Giulia) e al 4% da Regione Veneto, tra il 2008 e il 2017 ha innalzato le tariffe del 48,7%. In compenso all’appello mancano oltre il 26% degli investimenti che si era impegnata a fare, nonostante un utile di esercizio per il 2016 di 17,6 milioni di euro.

Stesso discorso per Concessioni Autostradali Venete (50% Anas, 50% Regione Veneto): tariffe cresciute tra 2010 e 2017 del 18,4% a fronte di mancati investimenti per oltre il 15% degli impegni presi.

Idem per l’Autobrennero, dove nonostante la presenza di azionisti privati, il controllo è pubblico, essendo per il 32,2% della Regione Trentino Alto Adige e per il 53% di altri enti pubblici. Qui la tariffa è lievitata in nove anni del 15,82%, mentre mancano investimenti pari al 36% di quelli previsti dal Piano economico finanziario.

Come si vede, quindi, “nazionalizzare” può non essere una risposta.

«A me non piace la nazionalizzazione, è uno spauracchio», commenta Ragazzi, «perché tutti i contratti prevedono che alla fine della concessione la struttura torni allo stato. È già scritto negli accordi che le autostrade debbano appartenere allo Stato. D’altra parte, oggi il pedaggio imposto dai gestori su strutture ampiamente ammortizzate è un’imposta. E anche questo è ingiusto».

Per Ragazzi la risposta è saltare a piè pari il regime concessorio e mettere manutenzione e riscossione a gara:

«Sembra che i concessionari chissà cosa facciano, ma in realtà non devono cercarsi i clienti, non hanno concorrenza, non sono esposti ai rischi della moda…. Di fatto, fanno due cose: incassano i pedaggi – e non credo che ci voglia grande capacità per farlo – ; e fanno manutenzione. Quindi basta che il pubblico gestisca le gare senza bisogno di nazionalizzare nulla».

Dello stesso avviso il professor Marco Ponti, già ordinario di Economia e pianificazione dei trasporti del Politecnico di Milano, oggi consulente per il ministero dei Trasporti:

«Si può abolire il sistema concessorio, come ha scritto l’Antitrust come moral suasion (non ha senso per un’infrastruttura così semplice, fare concessioni 40ennali), basta fare semplicissime gare per la costruzione, per i pedaggi e la manutenzione, con un soggetto pubblico che faccia il suo mestiere, cioè controlli e faccia pianificazione».

Inoltre, per Ponti, «i problemi delle reti stradali sono problemi al 90% locali. Quindi è meglio se si gestiscono localmente con normali gare periodiche per costruzione e manutenzione con controllo centralizzato. Un sistema di normalissime gare per tutta la rete stradale che vedrei in capo alle singole regioni, le quali però non devono essere gestori di reti. Se poi fanno gare sciamannate, sarà più facile per gli elettori giudicare l’operato dei politici».

Insomma, la nazionalizzazione non è così semplice come appare e il governo dovrà a breve decidere tra fare una vera rivoluzione, superando l’attuale sistema (come dice Toninelli), ingaggiando immani battaglie legali con i gestori in caso di ritiro delle concessioni, o per una restaurazione soft (come sostiene il premier Conte).

In ogni caso un primo passo per il vero cambiamento potrebbe essere semplice e immediato:

«Il discorso della revoca delle concessioni non so quanto costerebbe. Però dico: le autostrade che sono già scadute – Gavio ne ha due, la A21 Torino-Piacenza e la Ativa (Autostrada Torino–Ivrea–Valle d’Aosta ndr) – non c’è bisogno di rimetterle in gara. Se questo governo vuole cambiare veramente, dovrebbe semplicemente applicare il contratto, cioè riprendersi queste due autostrade», conclude Ragazzi.


Da "it.businessinsider.com" Nazionalizzare le autostrade non serve. Meglio fare le gare per appaltare pedaggi e manutenzione di Andrea Sparaciari

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Venerdì, 31 Agosto 2018 00:00

Missione Tria in Cina

E’ questione di pochi giorni: lunedì prossimo parte ufficialmente la missione di Tria in Cina. Il ministro dell’economia punterà soprattutto a cercare una nuova platea di finanziatori del debito pubblico italiano. Finanziatori che possano sostituire la Bce, quando nel teatro della finanza globale calerà il sipario sul QE, noto anche come scudo BTP.

La missione di Tria è cruciale: convincere gli investitori ad acquistare BOT e BTP in un momento, tra l’altro, in cui la fiducia degli strategist verso i titoli del debito pubblico italiano rasenta quasi i minimi, in vista della nota di aggiornamento al Def e della presentazione all’Ue della legge bilancio del 2019.

Ieri l’articolo del Financial Times ha certificato la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano. Il quotidiano ha parlato di un vero e proprio “esodo”, citando gli ultimi dati della Bce: dati per niente incoraggianti visto che indicano come, nel mese di giugno, gli investimenti nei titoli governativi sono scesi, su base netta, di 38 miliardi di euro, accelerando il passo rispetto al calo netto di maggio – proprio quando si era verificata la tempesta sui mercati italiani per le incognite sulla formazione del nuovo governo – , che era stato per intensità già un record.

I numeri hanno sorpreso non poco anche qualche addetto al settore, come David Owen, responsabile economista per l’Europa presso Jefferies:

“Avevamo sospettato che le vendite estere di debito italiano, su base netta, fossero continuate a giugno, ma i numeri sono molto più alti di quanto ci aspettassimo”. Praticamente, scrive l’FT, per il secondo mese consecutivo gli smobilizzi su base netta hanno testato il record della storia.

Se però gli investitori esteri sono fuggiti, le banche italiane sono rimaste.

In generale, nel secondo trimestre del 2018, gli istituti di credito del paese hanno aumentato infatti gli investimenti netti nei bond italiani di più di 40 miliardi di euro, al valore più alto dai momenti più bui della crisi dei debiti dell’Eurozona. Non proprio una bella notizia per chi agita il pericolo del

E’ in questo contesto che Tria si muoverà in Cina. D’altronde, come riporta La Stampa, “per l’Italia la Cina è un partner perfetto: investitori ricchi ma (più o meno) manovrabili dall’alto, un governo a dir poco stabile”. Di conseguenza, “la missione principale di Tria a Pechino e Shanghai è suscitare interesse per i titoli di debito italiano”.

“Altro che l’aiuto russo accennato a mezza bocca da Paolo Savona – scrive ancora il quotidiano – la potenzia di fuoco delle istituzioni finanziarie di Pechino è almeno dieci volte più grande di quelle moscovite“. Tra l’altro, “i ben informati raccontano che tra il 2011 e il 2012 (la Cina) contribuì non poco a far scendere la tensione sui titoli italiani dopo la tensione sullo spread”.

E i tentacoli di Pechino sono ormai ovunque, con la banca centrale del paese, “la People’s Bank of China, che detiene partecipazioni nelle grandi banche oppure quelle di Bank of China in Telecom e Prysmian, di State Grid nella holding di Cassa depositi e prestiti, che controlla la maggioranza di Terna e Snam e poi Inter e Milan” e tante altre medie imprese.

L’ombra della tragedia di Genova provocata dal crollo del ponte Morandi seguirà però Tria anche in Cina: sempre La Stampa riporta che il ministro dell’Economia dovrà rassicurare in modo particolare “la comunità finanziaria, preoccupata dalle prime mosse della maggioranza di governo. Quella che ha creato più sconcerto è la gestione politica del crollo del ponte Morandi, che ha tra i suoi azionisti il fondo Silk Road (detiene il 5% circa)”.

Tornando allo spread, l’FT ha sottolineato come la presenza di Giovanni Tria nel governo sia considerata dagli investitori vitale. In particolare, Mauro Vittorangeli, responsabile investimenti per la divisione di conviction fixed income presso Allianz Global Investors, ha detto chiaramente al quotidiano britannico che, un eventuale addio di Tria – ipotesi circolata sulla stampa italiana qualche settimana fa – potrebbe essere letto dagli investitori come risultato di un approccio aggressivo da parte della coalizione populista.

Nel grafico il trend dei tassi sui bond a due e 10 anni dell’Italia. Oggi lo spread BTP-Bund non registra particolari oscillazioni. I tassi decennali sui BTP rimangono tuttavia superiori alla soglia del 3%.


Da "http://www.finanzaonline.com" Missione Tria in Cina: cercasi investitori pronti a puntare su BTP al posto della Bce di Laura Naka Antonelli

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Tra il 2012 e il 2016 hanno lasciato il Sud Italia 783 mila giovani. In 16 anni andate via 2 milioni di persone. Verso il Nord e l'estero. I motivi: disoccupazione e malasanità. Il governo giallo-verde interverrà?


Il tema dell'immigrazione è tornato a monopolizzare l'agenda governativa. Eppure c'è un altro problema, sempre legato al flusso di persone costrette a trasferirsi per mancanza di opportunità e lavoro, che continua a essere ignorato dalla politica: quello dei migranti economici italiani. Sono sempre di più e partono soprattutto dal Sud. Molti emigrano all'estero, ma altrettanti prendono il treno per raggiungere il Settentrione, come fecero i loro nonni attorno alla metà del XX secolo.

ll Sud è vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo

La questione meridionale continua a essere rilevante, anche a livello economico. Se l'Italia cresce meno e più lentamente degli altri Paesi europei la colpa è parte del "fardello" del Sud, vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo. Tutto questo nel più totale disinteresse del legislatore: secondo i dati dell'Ufficio valutazione impatto del Senato, nella XVII legislatura (quella prima dell'arrivo dei giallo-verdi) la Camera Alta ha dedicato alla questione solo lo 0,3% dei disegni di legge presentati.

L'ESODO: VIA 783 MILA GIOVANI DAL 2012 AL 2016
Tra il 2012 e il 2016 sono stati 783 mila i giovani meridionali emigrati. È come se si fosse svuotata l'intera città di Palermo, sobborghi rurali annessi. In un Paese già afflitto dalla questione della denatalità, un simile dato si ripercuote non solo sulla stabilità del mercato del lavoro, ma anche su quella del welfare, a iniziare dalle pensioni.

SVUOTATO IL SUD: IN 16 ANNI PARTITI IN 2 MILIONI
Se si allarga il periodo di tempo in esame fino a ricomprendere gli ultimi 16 anni, l'esodo allora assume contorni biblici: circa 2 milioni di persone trasferite altrove, come se a spopolarsi fosse buona parte della Capitale. La metà di questi nuovi migranti italiani è composta da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Un dato che non ha subito controtendenze nemmeno nel 2016, quando il Paese ha agganciato una timida ripresa economica. Tra le regioni meridionali, le più colpite dal fenomeno sono la Sicilia, che ha perso 9,3 mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).

EMIGRAZIONE QUALIFICATA: SOPRATTUTTO DOTTORI
Rispetto alla metà del 1900, l'emigrazione meridionale ha cambiato pelle: oggi salgono al Nord soprattutto diplomati e laureati. Questo aspetto incrementa ulteriormente il divario tra Settentrione e Meridione. Gli esperti dello Svimez, l'associazione che si occupa dello sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, rilevano come la migrazione dei laureati provochi al Sud una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata pari a circa 2 miliardi l’anno (che equivale a un risparmio di pari importo per le regioni del Centro-Nord). Allo stesso modo, si legge nel report, il valore dei consumi pubblici e privati annui attivati dall’emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord è di circa 3 miliardi di euro (causando una perdita di pari importo per le regioni meridionali). Come vuole la teoria dei vasi comunicanti, l'emigrazione meridionale fa male al Sud e genera ricchezza al Nord, che ha bisogno di un capitale umano su cui investire, stante la bassa natalità nel Paese.

MIGRANTI SANITARI: PEREGRINAZIONI PER MALATTIA
L'arretratezza meridionale ha generato un altro problema, che gli esperti dello Svimez definiscono “cittadinanza limitata”. La mancanza di servizi, soprattutto ospedalieri, costringe infatti i cittadini del Sud a lunghe e penose peregrinazioni in caso di malattia. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sanitaria sono Calabria, Campania e Sicilia. Le mete dei malati meridionali sono ovviamente quelle in cui la sanità funziona meglio: la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Il rapporto Svimez parla poi di “povertà sanitaria”: l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. In Italia, nel 2015, l’1,4% delle famiglie italiane si è impoverito per sostenere le spese non coperte dal Servizio sanitario nazionale; nelle regioni meridionali la percentuale raggiunge il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria e il 2,7% in Sicilia, mentre all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

UFFICI PUBBLICI LOCALI: UN DIVARIO DI PERFORMANCE
I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa, non solo ospedalieri. La Svimez ha costruito un indice sintetico della performance delle Pubbliche amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige) emerge che quelle meridionali, a eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, arrancano e si trovano tutte al di sotto della metà: Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43.


CAPORALATO 2.0: I WORKING POOR
Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta - scrivono gli analisti di Svimez - di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Preoccupante il fenomeno dei working poor: il lavoro a bassa retribuzione dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario.

PREVISIONI NEGATIVE: PALLA AL GOVERNO
Mai come nel 2018 l'azione del nuovo esecutivo è determinante per capire se il Sud potrà finalmente invertire la rotta e iniziare a crescere. Se, infatti, per Svimez, nel 2018 il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, ancora in misura maggiore di quello delle regioni del Sud ferme a +1%, per quanto concerne il 2019 molto dipenderà invece dal Documento di economia e finanza dell'autunno. Attualmente le previsioni non sono rosee: si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale, con una crescita del prodotto interno lordo pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.

Con maggiori investimenti infrastrutturali sarebbe il Sud a crescere più del Nord, portando un beneficio per l’intero Paese

GLI ANALISTI SVIMEZ
Per questo, gli analisti Svimez scrivono che «in assenza di una politica adeguata, anche l’anno prossimo il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente (nel 2010). Se, invece, nel 2019 fosse possibile favorire in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno, ciò darebbe luogo a una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale (+0,8%), rispetto a quella prevista (appena un +0,7%), per cui il differenziale di crescita tra Centro-Nord e Mezzogiorno sarebbe completamente annullato, anzi, sarebbe il Sud a crescere di più, con beneficio per l’intero Paese». Insomma, tutto è nelle mani del governo giallo-verde: la coperta però è corta. La Lega accetterà di destinare maggiori risorse al Meridione rischiando di scontentare il proprio elettorato composto da imprenditori settentrionali?


Da "www.lettera43.it" La questione meridionale tra migranti economici e caporalato 2.0 di Carlo Terzano

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Il caso dell’albergatore di Ischia, costretto a ritrattare il suo sostegno a Salvini per le disdette dei suoi clienti, tradisce la natura cazzara degli abitanti del Belpaese. Quando fanno i razzisti, così come quando fanno gli antirazzisti
Secondo lo storico inglese Denis M. Smith, un episodio illuminante per capire la vera natura degli Italiani era quello che vedeva protagonista un viaggiatore straniero che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, si era trovato ad attraversare il Belpaese in treno. Costui era rimasto stupefatto nel sentire i passeggeri raccontarsi barzellette su Mussolini senza il minimo timore reverenziale: mentre in Germania il nome di Hitler veniva pronunciato sottovoce, tale era il rispetto che il popolo nutriva nei suoi confronti, in Italia il Duce era lo sfortunato protagonista di storielle in cui veniva immancabilmente fregato, derubato o sodomizzato, per il sollazzo dei passeggeri dello scompartimento, Carabinieri inclusi.
Neppure il fascismo, insomma, era in grado di arginare la proverbiale cazzoneria degli Italiani, l’unico popolo sulla Terra per cui la situazione è sempre grave, ma mai seria. E infatti, a decenni di distanza dall’episodio narrato da Smith e dalla massima di Flaiano, basta leggere del caso di Aldo Presutti, l’albergatore simpatizzante di Salvini, per capire che non ci siamo mossi di un millimetro. Dopo che la sua promessa di sconti per chiunque avesse manifestato via Twitter il proprio sostegno per il Ministro degli Interni si è rivelata un terribile boomerang, costatogli numerose disdette e una valanga di insulti, il Presutti racconta di essere vittima di un colossale fraintendimento. Razzismo? Macché. Lui voleva solo esprimere “solidarietà” a un “Ministro della Repubblica” – uno a caso, eh? – colpito dall’onta di essere stato additato come persona “non gradita” dalla sfrontata isola iberica di Maiorca. Puro spirito patriottico, dunque, amplificato dalla sua “non totale padronanza della lingua”, come egli stesso rivela gettandosi la croce addosso, chiedendo asilo nel cuore dei tanti che, in questi giorni, lo hanno travolto di offese.
Che tenerezza: pare di sentire uno di quei bambini che fino a un momento prima si vantavano con gli amichetti delle loro bravate e un secondo dopo, quando vengono beccati, scoppiano a piangere dicendo di non averlo fatto apposta, di essersi fatti trascinare dalla situazione. L’albergatore conclude la retromarcia definendosi “italiano fino in fondo” e probabilmente nemmeno lui si rende conto di quanto sia vera questa definizione. Già, perché questo tentativo di giustificare, di ridimensionare, di correre ai ripari il giorno dopo argomentando con il piglio di un affannato Azzeccagarbugli, tradisce un sentimento unico, diverso sia dal razzismo ottuso dei suprematisti bianchi dell’Illinois, sia da quello aggressivo e sprezzante che impazza nei Paesi dell’Est Europa.
Si tratta infatti di “razzismo alle cozze”, un particolare tipo di razzismo italiano come il parmigiano o il San Daniele, il modo in cui la pancia del Paese ha digerito un fenomeno presente a livello mondiale e lo ha espulso sotto forma di farsa grottesca, in totale accordo con il proprio costume.
Intendiamoci: i delinquenti ci sono anche da noi – vedi Macerata o la banda dell’uovo molesto – e pure quelli che trafficano con svastiche e croci uncinate. Ma come dimostrano le percentuali ridicole ottenute dalla ridda di nani e nanerelli neri alle ultime elezioni, si tratta di minoranze esigue come capelli sulla testa di Adriano Galliani. Quello che da noi è davvero mainstream è invece un sentimento generico ma diffuso, una smargiassata che serve a sfogare la frustrazione accumulata da una situazione economica deprimente.
 
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quegli “antirazzisti” che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri
Succedeva lo stesso negli anni ’90 con i meridionali usati come pallina anti-stress: se si entrava nei bar del Nord Italia si favoleggiava di eserciti di contadini bergamaschi pronti a calare su Roma e sui muri delle strade di montagna si leggevano frasi che incitavano alla pulizia etnica contro i napoletani. C’erano episodi di intolleranza, esattamente come adesso: ma di rivolte armate nemmeno l’ombra. L’unica idea vincente di Salvini, a dispetto dei peana che per settimane hanno infestato le pagine dei quotidiani, è stata allora questa, il declinare l’originale intuizione di Bossi in chiave moderna. Proprio come i bambini, gli italiani adorano far la voce grossa e dar la colpa agli altri: ai tempi dell’Umberto lo facevano con i terroni, in questi del Matteo con gli Africani, ma quello che dicono, nella stragrande maggioranza dei casi, è da prendere tra le virgolette: alle pistole preferiscono le pistole ad acqua, alle bombe i gavettoni. Siamo, e rimaniamo, al massimo, un popolo di bagnini.
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale: non solo nelle periferie rurali, come negli Stati Uniti, o nelle grigie periferie, come ai bordi di città balcaniche dai nomi impronunciabili, ma anche nei locali alla moda degli aperitivi, in coda alla macchinetta del caffè, ai tavoli dei ristoranti etnici chic. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quelli che ogni giorno si lanciano in appassionati panegirici a sostegno degli immigrati “che ci pagano la pensione” o che “fanno i lavori che noi non vogliamo fare”. Loro non lo sanno – proprio come non lo sa il Presutti – ma tirate del genere tradiscono un pregiudizio evidentissimo ed italiano fino all’osso: che lo straniero sia sempre a noi subordinato e che le uniche possibilità a cui possa ambire da noi siano lavoretti usuranti e malpagati, come il consegnarci a domicilio il sushi in biciletta in cambio di una paga da schifo.
Sono, insomma, quelli che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri, a cui lanciare gli avanzi da portare a casa e magari qualche spicciolo di mancia. E che si stupiscono, quando – improvvisamente – scoprono che lo straniero è in realtà una persona vera e propria, con i suoi pregi e i suoi difetti, e che quando sentono parlare Daisy sgranano gli occhi per la meraviglia. “Ma come parla bene l’italiano la nostra Daisy!” urlano stupefatti, come se stessero assistendo ad un prodigio, al numero da circo di una foca, e non al fatto normalissimo di una persona che si esprime correttamente nella propria lingua madre.
Questo antirazzismo paternalista, quindi, non è che una forma diversa dello stesso sentimento che fa straparlare il Presutti e quelli come lui: dietro c’è la stessa convinzione di appartenere alla parte buona e giusta del mondo, una convinzione granitica che unisce Centocelle a Capalbio, e prospera sereno dalle periferie giallo-verdi incazzatissime fino ai lussuosi poderi in Toscana. I razzisti, quando passano il segno, possono essere identificati. I lanciatori di uova arrestati. Ma per bonificare la nostra cultura di massa dal razzismo alle cozze serviranno ancora decenni.
 
Da "www.linkiesta.it" Benvenuti nell’Italia del razzismo alle cozze, dove anche l’intolleranza è una farsa grottesca di Francesco Francio Mazza
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"Voi sapete come me qual è la verità", Emma Bonino critica la politica migratoria applicata dal governo

Emma Bonino al Senato critica la politica migratoria del governo e la scelta di fornire ai libici 12 motovedette con un intervento duro e battendo le mani sul tavolo: “Voi sapete, come me, qual è la verità”.

“Voi sapete come me che non c’è pacchia che tenga. Voi sapete come me che i migranti non sono in crociera. Voi sapete come me che non ci sono i taxi del mare”, dichiara la leader di Più Europa nel corso della 26esima seduta dell’Assemblea.

Interrotta dagli insulti, la Bonino prosegue. “Io so che in quest’aula tutto mi è ostile ma non è possibile che una delle pochissime voci in disaccordo debba subire minacce, insulti e mancanza di rispetto”.

La scelta del governo di donare 12 motovedette alla Libia

Durante il question time alla Camera del 27 giugno, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato la decisione di donare 12 motovedette alla Libia con “conseguente formazione degli equipaggi per continuare a proteggere vite nel Mediterraneo”.


Secondo indiscrezioni, le imbarcazioni sarebbero 6 e non 12, dal prezzo unitario di circa 10mila euro.

Le navi – secondo quanto affermato dal ministro dell’Interno e leader della Lega – andranno alla guardia costiera libica. Quella stessa pattuglia che, un anno fa, venne accusata di aver aperto il fuoco contro la ong ProActiva Open Arms. Quello stesso corpo che dipende dalla marina militare locale che, a sua volta, è governata dal governo di Al-Serraj, riconosciuto dall’Onu, ma di fatto privato di qualsiasi potere.

In Libia Al-Serraj è in un angolo, mentre il resto del paese è retto – semplificando la situazione politica – dal governo di Tobruk guidato dal generale Khalifa Haftar, che – tra l’altro – in questo momento è reduce da un ricovero misterioso di qualche mese fa (addirittura è stato dato per morto in diverse circostanze).

La donazione delle motovedette italiane rischia di finire nel caos.


La situazione totalmente ingestibile di uno stato che è sull’orlo del fallimento ormai da diversi anni – e che manda i sindaci di alcune cittadine (veri e propri capi-tribù) a negoziare con i rappresentanti delle istituzioni straniere – non garantisce un buon esito della transazione.

Ma le “donazioni” fatte alla Libia rientravano già in un piano molto più vasto realizzato dal suo predecessore Marco Minniti.

Già nello scorso anno, infatti, si parlò di una operazione ampia – costata anche 800 milioni di euro e che già scatenò fortissimi dubbi – che prevedeva la cessione alla Libia di imbarcazioni, ma anche di ambulanze, jeep, automobili, telefoni satellitari, mute da sub, bombole per l’ossigeno, binocoli diurni e notturni.

Minniti diffondeva i numeri degli sbarchi, soddisfatto. Meno 32 per cento dall’inizio dell’anno, meno 67 per cento a luglio, il mese in cui l’Italia ha imposto il Codice di condotta alle Ong presenti nel Mediterraneo, minacciando di chiudere i porti e incassando al vertice di Tallin la disponibilità dell’Europa per un maggiore impegno per far fronte alla crisi migratoria.

A fronte dei 173 mila migranti sbarcati nei primi undici mesi del 2016 nel nostro paese, nel 2017 ne sono arrivati 117 mila. 55 mila in meno.

La svolta ci fu il 28 giugno 2017, quando Minniti adottò una delle decisioni più eloquenti sui numeri e le difficoltà a reperire le strutture di accoglienza di fronte all’emergenza migranti: durante un volo istituzionale diretto negli Stati Uniti dispose il dietrofront aereo per tornare in Italia e ridiscutere della gestione dei flussi migratori col premier Paolo Gentiloni.

Il ministro valutò attentamente l’intensificazione della collaborazione con la guardia costiera libica, formata da nostro personale e dotata di 10 motovedette ristrutturate dall’Italia, e la guardia libica di frontiera, lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad e Nigeria.

Questa possibilità rappresentò sicuramente un punto di svolta, quanto mai prezioso quindi una presa di posizione chiara e inequivocabile da parte del presidente del Consiglio. Un suo intervento in questa direzione avrebbe certamente un peso specifico importante per cambiate le carte in tavola.

Il 9 gennaio 2017, Minnito volò a Tripoli per gettare le basi di un’intesa con il governo di unità nazionale libico di Fayez al Serraj sulla gestione dell’immigrazione, il controllo delle frontiere e il contrasto al traffico di esseri umani.

Durante la conferenza stampa Minniti diede qualche indicazione in più sul memorandum d’intesa. “Tenendo conto degli accordi già fatti tra Italia e Libia, uno nel 2008, l’altro più recente nel 2012, abbiamo comunemente deciso di raggiungere un accordo nei tempi più brevi possibili, che consenta a Italia e Libia di combattere insieme gli scafisti”.

Da allora i rapporti con il paese nordafricano si sono sempre più intensificati.

Nell’ultimo anno è cambiato tutto nel contrasto ai flussi migratori con la politica intrapresa da Minniti e dal governo Gentiloni con l’intenzione di creare due sale operative: un centro marittimo di soccorso e una sala operativa di contrasto. Lo spiegò, per esempio, il generale Stefano Screpanti, capo del III Reparto-Operazioni della Guardia di Finanza, il 5 luglio al Comitato Schengen.

Screpanti disse che “la Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia di frontiera con l’Unione Europea sta mettendo a punto un progetto per creare queste due strutture. Nel Mrcc libico (la sala operativa di soccorso, ndr) ci dovrebbe essere l’apporto della Guardia Costiera italiana”. Nell’altra “ci dovrebbe essere il supporto principale della Guardia di Finanza, anche per svolgere azioni di contrasto e investigative”. L’annuncio del premier libico potrebbe riguardare quest’ultima ipotesi.

Nell’ultimo incontro di dicembre tra Al-Sarraj e Minniti si parlò di altri due argomenti fondamentali: il controllo delle frontiere meridionali e la chiusura delle decine di centri gestiti da criminali dove i migranti sono tenuti in condizioni disumane.

Gli stessi centri per i quali il ministro Salvini ha parlato di falsa “retorica”.

 

 

Da "www.tpi.it" Migranti, il discorso di Emma Bonino che scuote il Senato

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