Nei prossimi dieci anni, dei cinquecentomila studenti impegnati quest'anno nella maturità, circa un quarto saranno impiegati in Paesi più dinamici del nostro. La politica deve dare una prospettiva a questi ragazzi, altrimenti continueremo a formare giovani per gli altri. E il futuro rimarrà altrove.


Guardate bene le foto dei cinquecentomila ragazzi impegnati nella maturità e cercate di raffigurarveli schierati in file, mille file di cinquecento ragazzi allineati con ordine. Nell'arco dei prossimi dieci anni o poco più, circa un quarto di questo esercito di debuttanti della vita così teneri, così impegnati, così carini, sarà sparito, cancellato. Saranno a Londra, Francoforte, Madrid, persino a Taiwan o a Shenzen, ovunque sparsi ma non in Italia. Le competenze di cui la scuola italiana li ha attrezzati – la capacità di leggere e commentare un testo di Giorgio Bassani, oppure di articolare un discorso sulla solitudine a partire da una poesia della Merini o da un quadro di Hopper – saranno impiegate in Paesi più dinamici del nostro o semplicemente più furbi. Con loro se ne andranno la matematica, la filosofia, le scienze, e tutto ciò che il nostro sistema di istruzione si è dannato a insegnargli. E, ovviamente, anche i loro futuri redditi: faranno shopping altrove, affitteranno case altrove, pagheranno tasse altrove.

L'ultimo Rapporto Ocse sulle migrazioni, diffuso ieri, rovescia sensibilmente il discorso che ci stiamo facendo sui pericoli che corre il nostro Paese. Nelle tabelle del biennio 2016/17 segna un deciso “meno” il numero dei migranti arrivati in Italia via mare (meno 34%). C'è un meno davanti al numero dei nuovi permessi di soggiorno (meno 4%) e un altro meno in materia di immigrati disoccupati (meno 1%). Due soli “più”: i richiedenti asilo, che sono cresciuti di diecimila unità, e gli italiani che hanno fatto le valige e sono andati a studiare o a lavorare all'estero. Gli italiani in fuga sono aumentati dell'11 per cento e ammontano ufficialmente a 114mila unità, ma l'Ocse stessa avverte che l'emigrazione dichiarata «è probabilmente molto inferiore a quella reale» perché nel 2017 «sarebbe piuttosto compresa tra le 125mila e le 300mila persone».

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri
Fra cinque anni, forse anche prima, la vera emergenza rischia di rivelarsi non l'invasione degli stranieri ma l'esodo oltre confine dei nostri connazionali, e in particolare dei giovani di tutte le classi sociali: semplici diplomati e super-specializzati, camerieri e latinisti, infermieri e laureati in fisica. Il numero degli italiani stabilmente residenti all'estero ha superato da un pezzo la soglia-simbolo dei cinque milioni, con un incremento del 60 per cento negli ultimi dieci anni (dati Migrantes). La fascia d'età tra i 18 e i 34 anni è quella in più rapido incremento, con un balzo del 23 per cento tra il 2016 e il 2017. I nostri diplomi, le nostre lauree, i nostri tirocini, già da un pezzo stanno scappando dove trovano miglior accoglienza e remunerazione, e pure se il lavoro è raccogliere patate almeno lo si farà con un salario decente e le malattie pagate.

Poi dice che tante aziende “non trovano”. Che mancano le competenze, la formazione, la voglia di impegnarsi, o chissà che cosa. Non manca niente, c'è tutto. Solo che se ne è andato o sta per andarsene. Non c'è progetto di vita dei giovani italiani scolarizzati – salvo quelli con beni al sole e reddito famigliare garantito: insomma, i figli di papà – che non comprenda la frase «Penso di trasferirmi all'estero». E hai voglia a coltivare sensibilità umanistiche, la Merini e Bassani, oppure lucide competenze scientifiche, artistiche, tecnologiche: stiamo lavorando in conto terzi, per Paesi meno fuffosi dove il capitale umano ha un valore e fa gola a molti.

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri. Oppure no, magari resteremo fermi qui, a commentare deliziati l'alto numero di ammessi alla maturità, l'assoluto incanto delle tracce – così moderne, così suggestive – e a rifriggerci per l'ennesima volta la storia di Notte prima degli esami, mentre quelli non vedono l'ora di finire, prenotarsi un volo e ciao carissimi, il futuro è altrove.

Da "http://www.linkiesta.it" Un quarto dei giovani fugge dall’Italia. O li fermiamo, o non abbiamo futuro di Flavia Perina

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Il mondo che siamo stati abituati a conoscere congela ogni cosa in titoli e mansioni precise. Un sistema in cui conta più la quantità che la qualità. Ma con lo sviluppo della tecnologia sta cambiando tutto: ora la sfida per è specializzarsi in ciò che ci piace e lavorare in base ai risultati

Tutti noi viviamo immersi in un paradosso che ci stressa, ci spaventa e ci impedisce di dare il meglio: se tendiamo a specializzarci abbiamo più possibilità di trovare un impiego, di fare carriera e di crescere nel nostro lavoro, ma rischiamo di restare a piedi se quel che sappiamo fare così bene a un certo punto è superato o non serve più. Oppure se viene automatizzato e affidato ad una macchina.

Se tendiamo ad acquisire competenze più trasversali, invece, probabilmente una possibilità di impiego la troveremo con più facilità, perché un “jolly” fa sempre comodo alle aziende, soprattutto a quelle più piccole, anche mentre cercano super specialisti ed esperti con competenze verticali, che quasi di sicuro guarderemo dal basso verso l’alto per il resto della nostra carriera.

Del resto questo vale anche al di fuori del lavoro, nella vita di tutti i giorni. Chi vorrebbe un amico o un partner monotematico, capace di fare solamente una cosa e poco o per niente duttile? Chi ama stare con gente fissata per uno sport, una squadra, un’attività e che altro non ha per la testa che questo? Al contrario è fantastico avere al proprio fianco qualcuno che ha sempre una risposta per tutto e che conosce il mondo, la sua storia, le culture e chissà quanto altro ancora.

Ma se parliamo esclusivamente di lavoro e di futuro qual è la scelta migliore da fare? Ovviamente ciascuno di noi ha la sua inclinazione, quindi non esiste una scelta che valga per tutti, ma di certo è vera una cosa: quale che sia la nostra inclinazione, il solo modo per crescere in modo sostenibile è fare al meglio ciò che sappiamo fare e che ci stimola a fare sempre meglio, invece che sempre di più. Lavorare sulla quantità è una scelta miope, che porta benefici nell’immediato e problemi in prospettiva. Ecco perché anche le specializzazioni più importanti possono diventare un ostacolo, quando diventano “iper”. Soprattutto se esse non sono frutto del nostro desiderio di andare oltre e di fare sempre meglio, ma una mera necessità e il solo modo per poter ottenere un lavoro o per mantenerlo.

In futuro la necessità di specializzazione arriverà a livelli mai toccati prima. Il motivo è semplice: intelligenza artificiale e machine learning stanno formando un esercito di AI iperspecialistiche, al cospetto delle quali nessun uomo potrà tenere il passo. Men che meno quelli che non sono naturalmente portati verso la specializzazione. Al contrario, sembra ancora lontana la possibilità di creare AI generali, che se la cavino bene su più fronti.

Questo sembrerebbe agevolare di molto la scelta, ma non tutti abbiamo le stesse possibilità e gli stessi talenti, perciò la vera scelta che dobbiamo fare richiede un notevole sforzo introspettivo, che ci porti a capire chi siamo davvero, cosa siamo in grado di fare e quanto potremo sopportare questa nostra scelta in futuro.

Ma se gli iperspecialisti non avranno vita facile, nel prossimo futuro, nemmeno i maghi del multitasking se la passeranno bene, a quanto pare. Questi ultimi soffrono già oggi di un costante e cronico sovraccarico di attività e di lavori, spesso molto diversi tra loro, che ne complicano l’esistenza e che generano stress e frustrazione.

Come fare a camminare senza inciampare (o almeno rialzandosi ogni volta) su questo filo sottile e insidioso? La soluzione è una sola: non cadere mai nella trappola del “sempre di più a ogni costo”. Non bisogna essere dei geni per capire che una crescita continua e infinita è del tutto insostenibile in termini meramente quantitativi. È invece sulla qualità che dobbiamo puntare, perché soltanto questa può crescere pressoché all’infinito, senza mai arrivare ad un punto di stallo insormontabile (la perfezione è sempre lontana anni luce). Ma perché questo avvenga è necessario che ci siano dei prerequisiti.

I miglioramenti qualitativi sono infatti figli di un processo non banale, che richiede metodo, costanza, capacità di analisi e disponibilità a mettere in gioco ogni volta sé stessi, il proprio lavoro e le proprie competenze.

Il sistema in cui siamo stati sinora immersi tendeva invece a congelare ogni cosa in titoli, incarichi, mansioni precise dalle quali ci si aspettava sempre e ancora di più, soprattutto in termini quantitativi. Il risultato? Per moltissimi una curva in crescita durante i primi anni di lavoro e poi un lento ma inesorabile declino fino alla pensione, quando ci si catapultava fuori dalle finestre dell’azienda come Fantozzi, finalmente liberi dal peso opprimente di un lavoro che normalmente non si sopportava più.

Perché le persone non sono arance da spremere e non sono nemmeno nate per lavorare una vita intera con la sola soddisfazione del compenso economico. Le persone vivono di desideri, di aspettative, di nuovi traguardi da raggiungere, non soltanto in termini di carriera.

Cosa serve, dunque, per fare un salto quantico dalla mentalità quantitativa a quella qualitativa? Ognuno ha il suo percorso e le sue possibilità, ma ci sono pilastri che possono valere per tutti:

ascoltare noi stessi e scegliere consapevolmente;
acquisire competenze multidisciplinari, oltre a quelle verticali;
imparare a conoscere bene aziende e opportunità, prima di spedire curricula “urbi et orbi”;
definire attentamente le nostre aspettative e le nostre priorità;
comprendere una volta per tutte che il lavoro consisterà sempre più nell’ottenere dei risultati, piuttosto che nell’essere fisicamente e/o mentalmente in azienda per alcune ore al giorno;
comprendere che i risultati si ottengono con il tempo, ma soprattutto con il metodo, con la progettualità e con la passione per quello che si fa.
È questo l’unico segreto possibile: imparare a fare di meno e a fare meglio e farlo per tutta la carriera lavorativa, puntando a diminuire le ore lavorate e ad aumentare la qualità del lavoro; tutto questo bilanciando verticalità e trasversalità e facendo squadra con specialisti con i quali sappiamo almeno dialogare, pur non conoscendo a fondo la loro materia. Questa, che potremmo definire capacità di project management, è di certo uno degli skill più apprezzati dalle aziende e ci serve anche quando lavoriamo in proprio.


Da "http://www.centodieci.it/" Fai meno, fai meglio, fai ciò che ti piace fare di Claudio Gagliardini

Pubblicato in Comune e globale

Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via.

Da ascoltare
Sarebbe meglio se i nostri leader politici ammettessero di non sapere cosa fare? Charles Eisenstein ne discute nel suo intervento intitolato The fertile ground of bewilderment.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" La rigidità non aiuta ad affrontare il caos della vita di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 01 Giugno 2018 00:00

Come rivoluzionare la rivoluzione digitale?

Cosa significa essere rivoluzionari dopo la rivoluzione digitale? Per Evgenij Morozov non si tratta di sicuro di riaffermare un pensiero luddista, né di provare un disgusto morale nei confronti della tecnologia. “Posso pensare a modalità veramente differenti per mettere l’intelligenza artificiale al servizio delle persone? Certo. Mi piacerebbe non farlo? No”. Per il sociologo bielorusso, evitare un ingaggio diretto sul destino del rapporto tra tecnologia e umanità significherebbe tornare indietro a un modello passato, quindi uno spreco di tempo. “La domanda che dovremmo farci è, allora, come arrivare a un nuovo modello”.

Il primo tassello, per Morozov, è non reificare la narrazione della tecnologia come se prima non vi fosse nulla e osservarla all’interno di un più ampio “sistema socio-politico e socio-economico di cui abbiamo perso il controllo tempo fa”. Questo implica riconoscere che, qualsiasi uso si possa fare della tecnologia, finisce comunque sempre a seguire la logica di quel sistema, uscendo così da un atteggiamento ingenuo.

Riconoscere questa situazione è già di per sé un gesto rivoluzionario e così, incontrando Morozov alla giornata inaugurale del festival Fotografia Europea a Reggio Emilia, quest’anno proprio dedicato al tema “Rivoluzione”, ne abbiamo approfittato per discutere insieme dell’argomento. Proviamo ad applicare questo ragionamento, per esempio, alla sharing economy, così, tanto per toglierci da dosso un po’ di ingenuità: “Non c’è niente di sbagliato, in astratto, nell’idea che si possano usare le risorse in modo più efficiente permettendo alle persone di accedervi in tempo reale e di decidere in che modo usarle”.

Tuttavia, oggi è un chiaro esempio di quanto l’emancipazione derivata dal digitale abbia un carattere “predatorio” e per certi versi assolutista. Se pensiamo all’economia della condivisione come a un ciclo, nella prima parte ci sentiamo liberati e responsabili dell’universo; nella seconda parte del ciclo, invece, lo idealizziamo come se fosse qualcosa di unico. Eppure, non c’è niente che arrivi dal nulla.

“Già negli anni Sessanta, ad Amsterdam, le persone avevano iniziato a condividere le biciclette tra di loro, in modo gratuito, per spostarsi nella città, senza bisogno di scaricare nessuna app. Il fatto che tutti questi processi di condivisione e di vita in comune siano stati rimodulati e riproposti, con l’avvento di aziende quali Airbnb e Uber, come se non si fossero mai verificati in precedenza, è qualcosa di molto rilevante”.

La narrazione è una chiave essenziale. Come si raccontano le multinazionali della tecnologia rispetto alla storia e al capitalismo?

“Si presentano come fossero fuori dal capitalismo e un caso unico della storia. Steve Jobs, tanto per fare un esempio, raccontava come avesse sviluppato Apple in un garage insieme a Steve Wozniak, mentre invece è cresciuta per decenni grazie a fondi militari per la ricerca informatica indirizzati a Stanford, di cui hanno beneficiato. Quando dico che un’azienda come Apple si presenta come se fosse fuori dalla storia, mi riferisco alla tendenza narrativa di omettere l’impatto della Guerra Fredda sull’industria informatica statunitense e di favorire, di conseguenza, quella per cui si nega tale prospettiva e si pretende che tutto sia stato creato da un gruppo di geni che lavoravano in strada.”

Agli inizi, internet era visto come una grande opportunità di libertà, una risorsa che rendeva possibile una conversazione più ampia, su scala globale. Se pensiamo al concetto di capitalismo della sorveglianza o all’immagine di software che prendono il comando, parafrasando il titolo di un libro di Lev Manovich, internet non è mai stato libero.

“Sono quel tipo di persona che non crede all’esistenza di Internet, quindi dovremmo chiederlo a qualcun altro. Cosa è internet se non un protocollo Tcp/Ip che regola il traffico di dati tra punti differenti? Di altro, ci sono piuttosto i discorsi su internet ed è a questo che ci possiamo riferire. Se avessimo chiesto a un insieme di persone che lavoravano al MIT cosa fosse internet nel 1982, avrebbero risposto ‘un’abbreviazione per il protocollo Tcp/Ip che regola il modo con cui diversi nodi scambiano traffico di dati tra di loro’, affermando la natura egualitaria di questo scambio. La risposta alla stessa domanda, rivolta alle persone nel 1999, sarebbe stata AOL. Se chiediamo in giro, ora, cosa sia internet, la risposta sarebbe, invece, Facebook o Skype. Dal mio punto di vista, considero internet qualcosa da studiare, piuttosto che da spiegare. Per me non esiste internet come oggetto stabile di cui puoi tracciare la storia in modo lineare, in quanto la storia in sé stessa varia sulla base di particolari contingenze storiche, interpretazioni ed equilibri di forze politiche. Per le persone che vivono in Africa, internet è una cosa molto diversa rispetto all’esperienza che ne hanno, per esempio, i norvegesi. In questo senso, la maggior parte dei problemi nella nostra narrativa è legata a questa sciocca concezione di internet come medium, che puoi paragonare alla televisione o ai giornali. Dal mio punto di vista, non è mai stata una buona idea neppure parlare della televisione come medium, in quanto è indeterminata. Se ci basiamo sui protocolli tecnologici che la fanno funzionare, non è possibile arrivare a conclusioni definitive sulla sua forma sociale, politica e culturale. Certamente si possono proporre analisi circoscritte, ma di certo non è possibile descrivere in dettaglio, per esempio, l’impatto della televisione via cavo focalizzandosi solo su come la sua natura tecnica ne modella il contenuto. Non credo in quella teoria.”

Insomma, ci dice che il medium non è il messaggio e che bisogna considerare il sistema all’interno del quale è prodotto. Non le pare che la sua posizione metta da parte anche le teorie che analizzano la specificità dei media visivi proprio a partire dalla dimensione dello schermo, e da quello che sullo schermo viene mostrato?

“Nella storia dell’arte vi sono discorsi relativi alla specificità dei media che mi portano a suggerire che non vi sia una idea fissa e condivisa di cosa sia un medium, in quanto non è ovvio cosa sia. Quando inizi a riflettere su un qualsiasi medium, di solito è già nelle mani delle persone che lo utilizzano e ne modellano usi e consumi. Ho studiato molte ricerche sulle origini della televisione via cavo e ho trovato interessante i numerosi riferimenti a queste persone hippy, radicali e anarchiche che pensavano come la televisione via cavo potesse liberarli dal dominio dei network televisivi che imponevano i propri contenuti, in modo tale che le persone di una stessa comunità di quartiere usufruissero della televisione via cavo per trasmettere, in modalità anche ristretta, le loro produzioni. Per quale motivo non è successo tutto questo? Per il fatto che la battaglia politica, legale ed economica per renderla tale ha fallito e che vi sono elementi inerenti al sistema della televisione via cavo che sono per forza centralizzati.”

Questa storia ha molte analogie con i primi visionari del web. Mi ricorda molto le posizioni di John Perry Barlow, il paroliere dei Grateful Dead, che come altri pensava a internet secondo lo schema di un’utopia digitale per cui il cyberspazio fosse un mondo a cui chiunque poteva accedere, senza privilegi di sorta o pregiudizi. Mi viene da pensare che, allora, sebbene cambi la forma e la sostanza, in fondo i processi restano immutati.

“La capacità di sviluppare i media in modo tale che fossero uno strumento di emancipazione è sempre stata presente, ma c’è una ragione per la quale non ha avuto successo. Da una parte, ha a che fare con l’inabilità dei sostenitori di questi media nel loro potenziale emancipatorio di mobilitare la folla perché condivida e segua la loro visione dei media. Dall’altra parte, ha a che fare con una visione deterministica dei media. Se osserviamo la televisione via cavo nei primi anni Settanta, troviamo Marshall McLuhan che domina la scena con la sua teoria dei media e su come sia possibile confrontare i diversi media tra loro. Così, se iniziamo a fare paragoni tra la televisione e il libro, emerge una idea statica di medium. Ciò può avere un senso nel caso del libro, perché per oltre quattrocento anni vi è stata una ricorsività distintiva e condivisa di quello che è, influenzata da dinamiche storiche e forze di potere che hanno contribuito a risolvere problemi di copyright, design, pirateria e così via. Nel caso della televisione, al contrario, la situazione è diversa, molto più fluida.

Il risultato è che i confronti proposti da McLuhan, sebbene bizzarri, hanno avuto un effetto performativo. Più le sue dichiarazioni si sono diffuse, più hanno avuto un impatto sul modo di vedere il mondo e di intendere gli strumenti che lo rappresentano, soprattutto in relazione all’accettazione, nel senso comune, che vi sia qualcosa di fisso e immutabile nella natura della televisione.

Internet, invece, ha vissuto un processo diverso, in quanto la quantità di soldi investiti e la composizione del capitale che arriva in questo settore industriale sono tali per cui stabili tendenze non hanno prospettive a lungo termine, poiché esiste sempre qualcuno con soldi e potere in grado di essere più disruptive. Adesso, per esempio, vi sono talmente tanti investimenti sull’implementazione della blockchain, che tutti parlano di blockchain e nessuno di internet, in quanto vi sono più risorse a sostegno di una nuova narrativa che presenta la blockchain come un elemento contrastante rispetto a internet, che viene ora presentato come una grande forza centralizzata, esattamente il contrario del racconto degli albori. Il tono e la direzione della narrazione sulle tecnologie sono parte del funzionamento e delle condizioni materiali della tecnologia stessa.”


A proposito di nuovi trend e potere, la serie tv Mr. Robot parla di tensioni politiche tra corporation, software houses, hackers e governi nazionali, in particolare tra Usa e Cina. Se software e internet sono elementi dominanti della società, in che modo i giganti del web giocano una partita non solo a livello economico ma a livello geopolitico?

“Non c’è niente di digitale nella battaglia sul digitale, visto che ha come obiettivo il dominio sull’economia. Di certo non ha nulla a che fare con il controllo sulla speculazione mondiale che produce i meme sui gatti. Per intenderci, non stiamo parlando di un dibattito sui social media, ma su chi è in grado di accumulare il maggior numero di dati per creare il più efficiente e attento software che implementi sistemi di intelligenza artificiale, come per esempio il riconoscimento cognitivo e visivo di facce o di oggetti. Si tratta della nuova colonna vertebrale intorno alla quale il capitalismo si sta ristrutturando.

Inoltre, se guardiamo alle forme in cui il capitalismo si esprime, tendono a essere razionali, sebbene possano, a livello generale, avere un atteggiamento irrazionale. A livello individuale, infatti, vengono applicati modelli di conseguenza logici e sistematici. Se per ottenere qualcosa nel modo meno costoso fosse necessario delegare interamente, che so, ad Amazon, determinate operazioni, questo verrebbe fatto, anche a costo di causare un collasso dell’intera economia, perché non è un loro problema. Quindi, potremmo dire che i cinesi hanno semplicemente capito cosa sta accadendo a livello delle maggiori aziende e che queste aziende hanno bisogno di dati per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale, così come dieci anni fa avevano bisogno del cloud computing. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto questo trend anni fa non solo a livello aziendale, ma anche a livello politico. A questo possiamo ricondurre la questione Cambridge Analytica, che mi sembra utile solo a mobilitare l’attenzione pubblica. Il digitale viene scomodato per avere titoli sui giornali e sui notiziari, ma non perché ci sia il digitale, ma perché c’è Trump, secondo la supposizione per cui l’aver fatto qualcosa di sbagliato abbia portato all’elezione di Trump, il che giustifica la quantità infinita di articoli dedicati a Facebook e a Cambridge Analytica. In termini più concreti, cosa mai è stato fatto? Facebook ha fatto quello che fa ogni giorno.”

Se prendiamo il caso delle fake news, una serie di articoli del Nieman Reports di Harvard mostra come già in passato ve ne fossero tracce, a partire dalla stampa scandalistica, il cosiddetto yellow journalism. In Italia, in epoca fascista, venivano prodotte le cosiddette veline, fogli d'ordine con disposizioni su come presentare determinati fatti e opinioni che il regime impartiva alla stampa quotidiana e periodica. Insomma, le bufale non sono nate oggi, ma ieri. Cosa è cambiato nel frattempo?

“È vero che storie e cose fuori dalla realtà sono sempre state prodotte, come è vero che vi sono sempre state persone fuori dalla realtà che hanno prodotto idiozie. Il problema non è allora paragonare forme di giornalismo nel corso del tempo, ma piuttosto individuare la vera natura del problema: la velocità con cui le notizie sono distribuite e la ragione per cui la distribuzione delle notizie è cambiata così radicalmente.

Gli incentivi offerti dalle grandi piattaforme per il social networking, che lavorano sul traffico di contenuti, sono allineati; sono gli incentivi di persone e organizzazioni che hanno interesse a diffondere determinate informazioni. Per essere chiari, Google, Twitter e Facebook fanno tutto il possibile per massimizzare click e condivisioni perché così riescono a massimizzare quello che sanno su ogni utente, creando un sistema che facilita la circolazione delle informazioni. Se le fake news rappresentano un problema serio, non lo sono in quanto responsabili dell’elezione di Trump, ma piuttosto alla luce della correlazione tra il modello di business di Google, Twitter e Facebook e le persone che fanno circolare notizie false con precise intenzioni.

Se si vogliono eliminare le fake news esiste un solo modo per ottenerlo: eliminare la pubblicità come modalità di pagamento per la circolazione dei contenuti. Lo scenario peggiore è che saranno proprio i colossi dei social media a risolvere il problema e chiederanno agli utenti il conto da pagare. Insomma, queste social media companies, che hanno creato il danno con i loro business model, arriveranno a mettere sul mercato un sistema di intelligenza artificiale che risolva la diffusione delle fake news, avvallati addirittura dai politici che chiedono a queste stesse aziende proprio la risoluzione del danno. E allora che possiamo farci? Paghiamole queste aziende, per sradicare un problema che esiste solo a causa loro.”

Con l’avvento del digitale, sono emersi movimenti che sognano una democrazia diretta, online, connessa, più partecipata e mediata da software. Pensiamo al ruolo del Movimento 5 Stelle, per esempio. Tuttavia, è opportuno riflettere sul fatto che il software non è mai neutrale, ma sia preimpostato e gestito da chi lo ha implementato sulla base di azioni che si vogliono far fare agli utenti. Cosa ne pensa della democrazia del software?

“Trovo così ridicola la critica al Movimento 5 Stelle, a partire da una sorta di idea astratta di democrazia italiana, che non riesco a trattenermi dal ridere. Abbiamo altre opzioni? La democrazia delle banche è meglio della democrazia dei click? Che basi ci sono per criticare la loro versione naif della democrazia? Si può continuare a sostenere che loro hanno una concezione bizzarra della democrazia, ma la verità è che la situazione è già bizzarra di suo. Intendo dire che se si arrivasse ad avere la democrazia dei click, invece della democrazia che vi è ora, dovremmo essere tutti felici. Questa è solo la mia personale opinione. Se si spende l’intera giornata a leggere Habermas, allora potrebbe avere senso criticare quelli del M5S e affermare che la loro proposta sia pura follia; se, al contrario, seguissimo il dibattito quotidiano della politica italiana, bisognerebbe chiedersi perché mai siano così criticati. La democrazia dei click sarebbe fantastica se si riuscisse a metterla in piedi nel modo migliore, qui, in Italia. Il punto è che non sono neanche capaci di farla funzionare. Questo è il problema del Movimento 5 Stelle, non lo faranno, al di là delle loro promesse.”

Le nuove piattaforme, come Google e Facebook, sono studiate per attrarre. L’iperconnettività ci porta lontano dalla socialità del porta a porta. Cosa si deve fare per costruire una alternativa possibile? Disconnettersi per costruire una nuova ecologia cognitiva e nuove forme di resilienza, oppure proporre un possibile nuovo modo di vedere internet e di ingaggiare le comunità localmente?

“È una domanda che merita una risposta molto pragmatica, in termini sia politici sia economici. Il capitalismo si è sempre basato sul surplus del lavoro e sull’accaparramento di risorse non protette. Adesso non si va più a saccheggiare le risorse in America Latina o in Africa per portarle in Europa con le navi, ma si saccheggia virtualmente e digitalmente la nostra vita, attraverso la raccolta dei dati su quello che facciamo online e che sono sfruttati, per esempio, nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, che imparano da quello che gli utenti fanno online.

Se iniziamo a capire in che modo il valore è generato, ci rendiamo conto che l’intuizione di Marx di studiare i modi di produzione è corretta. Tuttavia, i modi di produzione se ne sono andati altrove; oggi i dati sono già mezzi di produzione, il che implica che per presentare un modello alternativo dovremmo chiederci chi detiene la proprietà di questi mezzi e fino a che punto sia possibile ridefinire l’economia digitale tanto da stimolare nuovi e differenti processi di emancipazione, nuovi di tipi di lavoro, nuovi tipi di organizzazione sociale a livello della città o del quartiere.

Non sto proponendo un governo centralizzato che entri nel mercato e fondi il proprio Google nazionale, o piuttosto una sorta di versione europea, come molti nella Commissione Europea vorrebbero realizzare; sto proponendo un modello molto differente, che si basa sulla socializzazione e regolamentazione dei dati, dell’intelligenza artificiale e del loro accesso, in modo tale che l’imprenditoria e l’economia locale ne possa beneficiare. I cittadini potrebbero ottenere dei finanziamenti per costruire la propria app. In questo modo, per avere qualsiasi genere di informazioni relative al proprio quartiere o alla propria città, non si deve aspettare Google o scaricare le app distribuite su Google Store, ma ogni cittadino lo può fare direttamente con i dati prodotti e socializzati da altri cittadini su una piattaforma mediata direttamente dall’amministrazione comunale e non da aziende multinazionali che generano profitto su questi dati.”

Come rendere gli utenti pienamente consapevoli di questa dimensione economica della loro socialità digitale? Come far capire che i dati da loro prodotti sono i mezzi di produzione del nuovo capitalismo? Mi verrebbe dare dire, retoricamente, quanto serva più educazione, ma quale?

Google finanzia programmi formativi di educazione ai media digitali. Sono sicuro che sul tema delle fake news introdurranno nuovi percorsi di sensibilizzazione. Il punto è come viene fatta l’educazione ai media e in che modo questa viene collegata a una cornice più ampia, così da formare alla consapevolezza dell’economia politica dei media digitali. Se ci si limita alle basi, si formano persone che non acquisiscono gli strumenti per pensare in termini complessi e cogliere la complessità dei processi in corso: sono educate a comportarsi da utenti e a pensare come utenti. È questa l’educazione ai media che voglio incoraggiare? No. Sono per il pensiero complesso e multimodale, e allora non dobbiamo abbandonare le domande basilari sui processi economici e politici. La comprensione del sistema dei media digitali, e con esso degli sviluppi industriali sull’intelligenza artificiale, sono molto più importanti dell’educazione ai media, che invece viene solo in un secondo momento.

Da "http://www.doppiozero.com" Come rivoluzionare la rivoluzione digitale? di Damiano Razzoli

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La strana mediazione tra popolo ed élite, le prassi costituzionali ribaltate, il rapporto tra segreterie e premier incaricato, e quello col Quirinale: ecco perché il prossimo governo sarà il più grande esperimento politico degli ultimi trent'anni


Chiamatelo come volete — il grande azzardo dei cosiddetti populisti europei, il grande rischio per la democrazia italiana ed europea — ma non c’è dubbio che quello tra Lega e Cinque Stelle sia il più grande e interessante esperimento politico italiano negli ultimi trent’anni, uguagliato solo dal Polo delle Libertà e del Buongoverno di Silvio Berlusconi nel 1994. Lo è perché gliel’hanno fatto fare, ovviamente. E lo è perché è inedita l’alleanza, e pure lo schema che lo ha generato. Non c’è alle spalle il Partito Popolare Europeo né quello Socialista. Non c’è il tentativo di bilanciare una forza politica tradizionale con una anti-sistema, soprattutto in chiave di politiche europee. E non c’è un’alleanza organica e politica, ma nemmeno è un mero governo di grande coalizione come può essere quella tedesca tra Cdu e Spd. Lo è, altrettanto ovviamente, per le innovazioni introdotte nella negoziazione, dal contratto per il governo del cambiamento promosso da Luigi Di Maio e accettato da Matteo Salvini, alla votazione online del programma condiviso. Difficile se ne farà a meno, a partire da domani.

Non solo, però: il governo giallo-verde è anche figlio di una curiosa mediazione tra popolo ed élite, tra ggente e professoroni. A guidarlo, infatti, sarà Giuseppe Conte, 19 pagine di curriculum, avvocato, docente di diritto privato alla Luiss, uno che è passato dalle più prestigiose università europee e dal mondo delle grandi magistrature romane. Non esattamente uno “del popolo”. Contraltare di Conte e di un ministro degli esteri come Luigi Massolo — vicepresidente di Morgan Stanley — sarà Luigi Di Maio, che in curriculum non ha lauree, bensì qualche lavoretto e la vicepresidenza della Camera dei Deputati, che si dovrebbe sedere sulla poltrona di un superministero del lavoro e dello sviluppo economico.

Peraltro, esperimento nell'esperimento, ci ritroviamo nello strano scenario in cui il Presidente del Consiglio incaricato non ha scrito mezza riga del programma che dovrà attuare, e si troverà in mano una lista di ministri che dovrà nominare. C'è chi dice — e forse ha più di qualche ragione — che siamo sul crinale dell'incostituzionalità. Di sicuro prevediamo problemi politici, se la china dovesse essere questa anche nei mesi a venire. Quella, cioè, di un primo ministro teleguidato dall'esterno, magari addirittura dai gazebo e dai voti online. Che peso potrà avere, ad esempio, nel trattare alla pari e con la discrezionalità che dovrebbe competergli, con un Macron o con una Merkel? Mistero.

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove
Se di anomalia si tratta, lo è anche per il ruolo ambiguo che sta esercitando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lungi dall’essere un king maker come Re Giorgio Napolitano, ha tuttavia gestito questa crisi senza far mancare la sua moral suasion — vedi la fermezza con cui ha negato al centrodestra un reincarico senza una maggioranza parlamentare che lo sostenesse — e si suppone gestirà con altrettanta influenza i primi anni di governo del nuovo esecutivo. Antipasto di questo ruolo, il discorso sull’Europa dello scorso 10 maggio, a poche ore dall’annuncio del dialogo tra Lega e Cinque Stelle, in cui ha ricordato ai cari Matteo e Luigi le sue preferenze e le sue prerogative: niente scherzi sui conti pubblici, sui trattati europei, sull’impossibilità di lasciare la moneta unica, e l’evocazione della possibilità che possa non nominare ministri e non controfirmare leggi sgradite, nel caso. Sarà una convivenza interessante, quella tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Che non è detto non veda dalla stessa parte la Presidenza della Repubblica e quella del Consiglio, unite contro le segreterie dei due partiti. Un inedito, pure questo.

Lo è, soprattutto, perché è un governo di crasi tra due differenti nazioni, perlomeno da un punto di vista politico, che hanno premiato — la Lega al Nord, i Cinque Stelle al Sud — due agende di governo completamente diverse tra loro. Se Di Maio ha ragione dimostrerà che destra e sinistra non esistono più e che due forze con radici e programmi così lontani tra loro possano coesistere. Se dovessero avere ragione, immaginatevi che cambiamento potrà innestare questo esperimento nel contesto degli altri 27 partner europei. O, meglio ancora, nel parlamento continentale che nascerà dopo il voto della prossima primavera.

Lì, alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove, ad esempio una grande alleanza populista in grado di contare parecchio, tra Bruxelles e Strasburgo. Siamo solo all’inizio. Allacciate le cinture.


Da "http://www.linkiesta.it" Governo Lega-Cinque Stelle: comunque vada, cambierà per sempre la politica italiana di Francesco Cancellato

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Lunedì, 21 Maggio 2018 00:00

Opposizione e politicofobia

“Governare assieme a un partito che trovo obbrobrioso, oppure stare all’opposizione?” Questo dilemma assilla i partiti dopo le elezioni del 4 marzo. Ma prima di tutto occorre capire che cosa implichi, oggi in Italia, governare e stare all’opposizione.

Dal 1994, da quando si è votato con un sistema maggioritario, a ogni elezione ha vinto l’opposizione. Nel 1994 vinse la destra (non uso i termini ipocriti centrodestra e centrosinistra: dirò destra e sinistra), nel 1996 vinse la sinistra, nel 2001 rivinse la destra, nel 2006 rivinse la sinistra, nel 2008 rivinse la destra. Nel 2013 la sinistra ebbe una vittoria mutilata. Nel 2018 sono stati proclamati vincitori i due partiti più all’opposizione: il M5S che incarna un’opposizione radicale, e la Lega che era all’opposizione da sette anni, riformata da Salvini in modo da toglierle i connotati di un partito che aveva governato per otto anni con Berlusconi. È insomma un’alternanza perfetta, come a lungo vagheggiato da chi era disgustato dalla prima Repubblica, nella quale dal 1948 fino al 1992 ha vinto sempre un solo partito: la Democrazia Cristiana. E dove un partito perdeva sempre: il Partito Comunista. Se questo ritmo di alternanza rigida sopravvivrà al passaggio al proporzionale, dobbiamo trarne indicazioni precise.

La prima è che decidere di governare, in Italia, significa abbonarsi alla sconfitta nella successiva elezione. Semplice. Credo che grazie a questo ragionamento Renzi abbia optato per una scelta drastica di opposizione di fronte a un governo possibile di Lega e M5S: è prenotare la vittoria del PD al prossimo turno elettorale. Sempre che la legge cosmica dell’alternanza regga.

La seconda indicazione, molto più profonda, è che l’alternanza perfetta è una spia della crisi della democrazia. Si dice che una democrazia è matura – paradossalmente – quando vota poca gente. Quando in Italia si andava a votare in percentuali bulgare, l’Italia non veniva considerata ancora democraticamente matura… Ovvero, una democrazia è solida quando una parte rilevante dell’elettorato non crede più nella democrazia! In effetti, se una parte consistente degli italiani vota sempre contro il governo, cioè è scontenta di qualsiasi governo indipendentemente da quello che ha fatto, questo significa che prima o poi smetterà di votare. Ovvero, si dirà, come del resto tantissimi già dicono, e non solo in Italia: “I politici sono tutti eguali. Non cambiano nulla. Sono tutti dei magna-magna.” Il successo di questo epiteto, magna-magna, si presta a osservazioni psicoanalitiche che avanzerò alla fine. Ma se tutti i politici, che noi cittadini abbiamo scelto col nostro voto, deludono, questo apre le porte al fascismo: se il popolo sceglie sempre e solo dei magna-magna, allora meglio avere un super-politico che scelga per il popolo, un duce, un Führer, un caudillo… L’alternanza perfetta è l’anticamera di un processo che può portare agli Orbán, ai Putin o agli Erdogan, che della democrazia conservano solo la facciata. È quello che dico ai miei amici che si vantano di non votare: astenersi dal voto è dare spazio al fascismo. Non votando, si lascia decidere ai propri concittadini – è il primo passo di una delega che può portare molto lontano. Questa delega della scelta politica ai concittadini è il vestibolo di un regime in cui Loro – per evocare il film di Sorrentino – decideranno per noi.

Ma perché una vasta parte della popolazione è puntualmente scontenta di chi governa e segue entusiasticamente l’ultimo demagogo sulla piazza che promette di fare piazza pulita? Le ragioni sono complesse e non posso sviscerarle qui. Già Platone, Aristofane e Tucidide se ne erano occupati, confrontati alla democrazia ateniese, e con una perspicacia in gran parte ineguagliata dai pensatori di oggi. Mi basterà però dire che, contrariamente a quel che si è ripetuto fino alla noia in due mesi di commenti ai risultati elettorali italiani, i partiti al governo non perdono perché commetterebbero errori. Cosa vuol dire che Renzi, ad esempio, ha perso le elezioni per gli errori commessi? Che cosa è un errore in politica?

Nel 1945 Churchill, subito dopo aver vinto la seconda guerra mondiale, perse malamente le elezioni, perdendo quasi il 12% dei voti. Fu battuto dal labourista Attlee. Churchill perse allora rovinosamente perché aveva commesso errori? Certo non nella conduzione della guerra, dato che era riuscito a guidare il popolo britannico in un’eroica resistenza e poi in una sfavillante vittoria. La verità è che i britannici volevano voltare pagina; sentirono d’un tratto, dopo i sacrifici della guerra, il bisogno di una politica più sociale. Il vento era cambiato, ed è difficile, anche per il miglior politico, andare contro il vento, che in certi casi diventa uragano. Anche se tutti i venti, anche quelli più impetuosi, prima o poi si placano, o cambiano direzione. Accadde qualcosa di simile quando nel 1992 Clinton batté Bush Sr. alle presidenziali americane, anche se Bush aveva vinto la guerra del Golfo senza errori e sbavature. Ma Clinton mostrò subito di avere un’intelligenza e un fascino straordinari, a cui il vecchio Bush non poteva tener testa, anche senza commettere alcun errore.

Quanto all’Italia di oggi, era chiaro dal 2016 che il vento andava contro Renzi, perché, a torto o a ragione, la gente identificava ormai il PD con il Potere, così come in passato avevano identificato il Potere con la DC e poi con Berlusconi. La politica è in gran parte irrazionale, funziona più con la pancia che con il cervello. E non ne faccio una questione di livello culturale di chi vota. Anche gli intellettuali hanno una pancia, e spesso ce l’hanno molto ulcerosa.

Un vento portò nel 1922 al trionfo elettorale di Mussolini, e poi nel 1933 a quello di Hitler in Germania; negli anni 60, un vento portò alle grandi riforme dei diritti civili negli Stati Uniti (fine della discriminazione di razza, eguaglianza di genere), un altro portò al successo del neo-liberismo reaganiano e thatcheriano negli anni 80… Come si vede, alcuni venti possono essere considerati molto lodevoli, altri invece catastrofici, ma hanno in comune di essere venti poco resistibili. Oggi spira per l’Europa una raffica sfavorevole alla sinistra, a qualsiasi sinistra, radicale o moderata, ed è difficile per un partito di sinistra uscirne indenne – a meno di non fare gli opportunisti, di cavalcare la tigre o vento che sia, farsi portavoce delle domande popolari più becere e malsane. Ci sono certamente politici che cambiano non solo casacca, ma anche visione del mondo, pur di inseguire il consenso. Ne conosciamo tanti di questo tipo: non sono pastori che guidano il gregge umano (come voleva una metafora secolare del buon governo), ma lupi che seguono il branco, in modo da trarre i maggiori vantaggi personali dalle passioni momentanee del branco furibondo. Nelle ultime elezioni italiane, sono emerse queste esigenze popolari come predominanti: (a) rigetto dell’Europa e tentazione di separatismo sovranista, (b) rigetto degli immigrati e chiusura delle frontiere, (c) un generale abbassamento delle tasse soprattutto a chi è ricco, (d) un’assistenza di stato a chi ha problemi economici. Può un partito di sinistra, o che si proclama tale, far proprie queste esigenze “dal basso” giusto per vincere le elezioni? No, anche se questo significasse ridursi al 10% dell’elettorato. Un partito serio è fatto non solo per vincere, ma per tener fermi certi principi, anche se fuori moda.

Non mi pare che i tanti commenti di esperti e persone comuni alla sconfitta della sinistra il 4 marzo offrano nell’insieme linee di superamento della crisi, anzi, ripetono proprio quei clichés che hanno portato alla sconfitta della sinistra. Per esempio, si ripete continuamente che il PD avrebbe dovuto fare come il M5S, andare nelle periferie, tra chi non riesce a emergere dalla gig economy, tra i più marginali. Forse, è vero, occorreva andare di più tra questa gente, ma per dir loro che cosa? Non basta ascoltare le lamentele scuotendo il capo in modo affermativo. Se sei al governo e vai tra le folle, rischi di essere fischiato, non di ascoltare rivendicazioni. Il M5S è andato tra i marginali perché aveva una proposta demagogica, non realizzabile in Italia, come il reddito di cittadinanza (la Finlandia, che ha un PIL pro capite del 30% superiore al nostro, ha introdotto una forma di reddito di cittadinanza, ma ha dovuto eliminarlo dopo un anno). I leader di sinistra dovevano andare nelle periferie per fare anch’essi questa promessa fasulla? Certo che i PD hanno impostato la campagna elettorale non su promesse ma cercando di difendere quello che avevano fatto. Ma non basta mai rivendicare le cose buone fatte per acquietare il malcontento. Basti guardare alla Germania. È parere condiviso dagli esperti che la coalizione CDU-SDP, Merkel più socialdemocratici, abbia governato bene la Germania fino al 2017, facendone il paese leader dell’Europa e assicurandole uno sviluppo economico solido. Eppure i due partiti della coalizione hanno perso insieme alle elezioni del 2017 circa il 14% dei voti. Un disastro. Molto più di quanto non abbia perso il PD tra 2013 e 2018 (circa il 7%). Questo perché Merkel e Schultz hanno commesso errori? No, semplicemente perché i tedeschi, anche se un po’ meno degli italiani, sono scontenti di chi governa, chiunque esso sia.

Quel che acceca molti intellettuali sulla politica è che non vogliono riconoscere la sua irrazionalità. Ad esempio, il rigetto popolare dei politici in quanto tali, ma soprattutto dei politici che governano. Certamente molti politici sono corrotti e inetti, ma il rumor ubiquo fa di ogni erba un fascio. La psichiatria e la psicoanalisi possono esserci di aiuto per capire questa politicofobia che sta portando al tramonto della democrazia. Credo che il Leitmotiv “politici tutti magna-magna” sia una forma di ipocondria sociale.

L’ipocondriaco, in senso lato, è una delle figure più diffuse nel panorama umano moderno. È qualcuno che certamente vive disturbi in senso stretto, ma non li correla a un disagio soggettivo: ne fa una questione medica. È convinto che il proprio corpo è malato, anche se una valanga di analisi mediche non mostra alcuna lesione organica. L’ipocondriaco attribuisce insomma al suo corpo una qualità persecutoria: lo fa soffrire perché questo corpo è malato. Con la psicoterapia si scopre, poco a poco, che questo corpo dolorante esprime un soggetto sofferente. È come se uno soffrisse di sudori freddi, ma senza sentire di avere paura; come se uno arrossisse continuamente, ma senza provare vergogna; o come se una donna ‘soffrisse’ di secrezioni vaginali, senza provare alcuna eccitazione sessuale… Il corpo è scisso dalla soggettività: è un altro che mi fa soffrire. Ma perché mi fa soffrire? Direi perché il mio corpo gode per conto suo, ma a mie spese. Come nell’esempio delle secrezioni vaginali (senza alcuna causa fisica precisa): il corpo di questa donna gode, ma a scapito della donna stessa.

Seguo un giovane che per mesi ha sofferto di attacchi di tachicardia, in realtà attacchi di panico, senza che i vari test abbiano dimostrato la minima disfunzione cardiaca. Poco a poco, rivangando la sua infanzia, abbiamo scoperto che in qualche modo egli riproduce così gli effetti fisici del rapporto sessuale, che comporta sempre un’accelerazione cardiaca. Ma di questo rapporto sessuale egli non gode, anzi è preso da sconfinata angoscia: è l’altro a godere, a sue spese.

Ora, la cosiddetta classe – o casta – politica è un po’ come il corpo del campo sociale. La politica mi esprime, mi rappresenta, come il mio corpo mi esprime e mi rappresenta, ma a molti essa appare scissa da me, altra da me. Il politico mi deruba, mangia i miei soldi, perché gode; vive in una sorta di favoloso bunga bunga. Come per il corpo dell’ipocondriaco, il corpo politico non mi fa godere, perché mi esclude dai suoi piaceri. Del resto la metafora del magna-magna indica il fatto che il godimento dell’altro contro di me ha una qualità orale elementare: l’Altro è come un bambino vorace che succhia il mio latte, e mi dissecca.

Certo la democrazia delude, prima o poi, perché essa si basa su una promessa che non può essere mantenuta. L’utopia democratica afferma che la volontà popolare è quasi onnisciente: basta far esprimere il popolo, e si troverà la soluzione giusta. Ma sappiamo che non è così. Il popolo può scegliere liberamente Mussolini, Hitler, Putin… La gente si rende conto che la Grande Promessa – se il popolo sceglie, sceglie per il meglio – non si realizza. Persistono rabbia e disagio. Di chi è la colpa allora? Ma dei politici, ovviamente! L’errore non è nella scelta che fa il popolo, ma nel tradimento di quelli che il popolo ha scelto, che pensano a godere per se stessi, che mi succhiano il sangue. E così, sullo sfondo, si profila il capo buono, il Duce.

Approfitto dell’occasione per dire come vedo la funzione dell’Opposizione paradigmatica, il M5S. Pare che il 50% dei suoi elettori si dicano di sinistra, e solo il 20% di destra. Questo dà argomenti a quelli della sinistra che vorrebbero un accordo governativo con il M5S. Ma quando si chiede agli elettori M5S con chi preferirebbero fare un’alleanza di governo, la Lega è di gran lunga preferita al PD. Come mettere assieme questi due dati che sembrano contraddittori? Perché credo che la funzione diciamo storica del grillismo sia e sarà quella di traghettare una parte della sinistra verso destra. La demagogia del M5S, agitando temi in apparenza di sinistra come il reddito di cittadinanza, porta l’opinione un tempo di sinistra verso il nazionalismo sovranista e xenofobo dell’estrema destra. Potrebbe generalizzarsi all’Italia quel che è accaduto nelle ultime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Qui, nelle elezioni politiche di due mesi prima il M5S aveva ottenuto il 24,56%, due mesi dopo crolla all’11,67%. Ovvero, gran parte dei voti che alle politiche erano trasmigrati dalla sinistra ai pentastellati non sono tornati a sinistra, ma sono scivolati direttamente verso la Lega. Forse il Friuli-Venezia Giulia ha concentrato in un tempo fulmineo un processo che, più lentamente, potrebbe prodursi in tutta Italia. Se questa funzione del grillismo come stazione di passaggio nel viaggio verso Destra venisse confermata, questo si situerebbe in quello che considero il fatto politico più importante degli ultimi anni in Occidente: la progressiva radicalizzazione reazionaria, a destra, di tutti gli strati che in qualche modo si sentono sfavoriti, “perdenti”.

 

 

Da "http://www.doppiozero.com"  Opposizione e politicofobia di Sergio Benvenuto

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Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Imparare a vivere con la complessità

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

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Venerdì, 11 Maggio 2018 00:00

"Land grabbing”: quando non siamo mai sazi

Il fenomeno è noto da tempo, ma negli ultimi tempi si va allargando a dismisura aumentando ancora una volta il divario tra ricchi e poveri. Parliamo del “Land grabbing”, espressione inglese che indica l’accaparramento delle terre che priva i contadini dei terreni da coltivare, spesso solo per sopravvivere.

Un anno fa aveva preso avvio una campagna ecumenica dal titolo “Pianeta in svendita”, promossa dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese evangeliche in Svizzera, per sensibilizzare al problema, peraltro ben conosciuto, e denunciato a più riprese, da tanti missionari.

Ora è la volta delle organizzazioni non governative, delle associazioni, delle cooperative e degli ordini religiosi che sono parte della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) che, operando in alleanza con la CIDSE (Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité = le ONG cattoliche internazionali di sviluppo sostenibile), raccolgono le preoccupazioni di molte comunità locali, mentre cresce la voce delle conferenze episcopali latinoamericane, africane e asiatiche schierate a fianco delle popolazioni.

La nuova campagna FOCSIV (con partner la Coldiretti) – che ha preso il via il 27 aprile, a 16 anni di distanza dalla precedente “Abbiamo riso per una cosa seria” – è dedicata proprio al contrasto al Land grabbing. In un Rapporto di 100 pagine – I padroni della terra – presentato a Bari, un’analisi della situazione e delle sue dimensioni, le norme internazionali tese a contrastarlo, alcuni casi emblematici come l’Ecuador – dove un’impresa petrolifera sta fagocitando terre della foresta amazzonica – o il Myanmar (con nuovi insediamenti industriali e monoculture intensive a spese delle popolazioni locali), e infine i progetti di impegno delle organizzazioni non governative, come FOCSIV e CIDSE, per contrastare le operazioni di Land grabbing nell’ottica di un riconoscimento del ruolo di protagonisti che non può essere affidato che alle comunità contadine che abitano le terre. Il Rapporto – come si legge – «non intende in alcun modo entrare nel merito di un’analisi di costi e benefici di un fenomeno oltremodo complesso, piuttosto vuole prendere una chiara posizione a fianco delle comunità povere e vulnerabili che sono espropriate dei loro diritti».


Nuovo sfruttamento dei poveri
Già nel 1945, in una Dichiarazione congiunta tra 28 leader cattolici, protestanti ed ebrei degli USA, si affermava: «La terra è una specie di bene tutto particolare. Il proprietario di un terreno non ha diritto assoluto di uso e di abuso, poiché il suo titolo di proprietà è carico di responsabilità sociali; il suo è infatti un diritto di gestione per la sua persona, per la famiglia e per la società, ma anche un patrimonio d’amore per i figli e per le generazioni future».

A ricordarlo è Luigi Bressan, vescovo emerito di Trento e rappresentante della CEI in FOCSIV, che richiama anche il sistema dei Giubilei della terra previsto nella Bibbia e la costituzione Gaudium et spes ai numeri 35 (“Norme dell’attività umana”) e 69 (“I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini”). Anni luce di distanza da quanto accade oggi.

Che il fenomeno stia subendo un’accelerazione era stato segnalato già dalla FAO in un Rapporto del 2011, ripreso nel 2015 dall’allora Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: «Può accadere che alcune popolazioni locali vengano estromesse – anche con modi molto aggressivi – dalle terre che occupano, perdendo il loro lavoro nel settore agricolo e ingrossando le aree di povertà delle periferie urbane».

«L’accaparramento di terre fertili rappresenta un problema antico scandalosamente attuale», si legge nel Rapporto FOCSIV, che fa riferimento ad un processo di vero e proprio saccheggio fondiario che, a partire dalla prima decade degli anni 2000, si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili da parte di Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari.

I dati che illustrano il fenomeno fanno riferimento al database di Land Matrix, il sistema più completo a livello internazionale per la raccolta di informazioni sui contratti di acquisizione o affitto della terra lanciato nel 2012, anche se la realtà è in tale continuo mutamento che risulta davvero difficile una fotografia perfettamente realistica.

Non mancano – è vero – gli aspetti positivi, da alcuni pure enfatizzati, come sottolinea Andrea Stocchiero: queste operazioni di investimento di capitali, di trasferimento di tecnologie e know how, di valorizzazione delle risorse locali vanno di pari passo con i nuovi capitali che entrano nei Paesi poveri favorendo l’occupazione e le esportazioni con aumento del reddito locale. Ma si tratta più spesso di benefici che vengono annullati dai danni che parlano senza mezzi termini di un nuovo sfruttamento dei poveri, andando ben oltre a quello che veniva definito neocolonialismo Nord-Sud.

Nello specifico, vengono indicati i Paesi target e quelli investitori del Nord o emergenti (Stati Uniti, Malesia, Cina, Singapore, Brasile, Emirati Arabi, India, Regno Unito, Olanda, Liechtenstein, Paesi dove sono approdate più di 300 multinazionali nell’ultimo decennio).

Tra i primi, si registrano Stati in cui si verificano conflitti e vittime in nome della difesa terriera da parte di piccole comunità rurali e indigene. Il Global Witness, nel luglio 2017, ha denunciato almeno 24 omicidi in 24 Paesi (in testa Repubblica Democratica del Congo, Papua Nuova Guinea, Brasile, Sud Sudan, Indonesia, Mozambico, Congo Brazzaville, Federazione Russa, Ucraina, Liberia) e migliaia di persone espulse o incarcerate perché difendevano la terra e l’ambiente in cui vivere.

Le terre così avidamente cercate – 88 milioni di ettari nel mondo! – servono per introdurre perlopiù coltivazioni intensive di riso, olio di palma, canna da zucchero, mais, girasole e jatropha (un’euforbiacea da cui si ottengono bioplastiche, olii lubrificanti e biodiesel con coltivazioni sperimentali avviate anche in Calabria).

Nuova geografia e nuova geopolitica
Esiste (o resiste!) uno scenario geografico di matrice neocoloniale con Paesi di tradizione coloniale come Regno Unito e Olanda che, insieme al capitalismo statunitense, occupano terre e “trasferiscono” risorse nella direttrice Sud-Nord, ma con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 si è passati via via ad una nuova geografia e ad una nuova geopolitica del controllo delle risorse con Paesi emergenti che, da target, diventano investitori o, come il Brasile, lo sono contemporaneamente, dipende dalle zone. Paesi petroliferi ad alta ricchezza, come Emirati Arabi e Arabia Saudita, ma anche paradisi fiscali come Singapore e Isole Mauritius non sono da meno.

Gli esempi sono impensabili ai non addetti ai lavori. La Cina ha stipulato 137 contratti per una superficie di 2 milioni e 900 mila ettari in oltre 30 Paesi nel mondo. L’India ha contratti con oltre 20 Paesi al mondo perlopiù in America Latina e in Africa occidentale. Gli Emirati Arabi investono in Africa prevalentemente in Sud-Sudan, apparentemente «per fini di conservazione della natura e turistici».

Le Isole Mauritius contano 16 contratti, pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e nello Zimbabwe per la produzione di fibre e di biocarburante.

E pure l’Italia ha investito su 1 milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte in Paesi africani (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal) e in Romania; in generale, le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare nei biocombustibili.

Nel Testo si legge un commento della sociologa Saskia Sassen (2015), la quale parla di «un generale cambiamento sistemico che vede la formazione di un vasto mercato globale della terra» che favorisce le operazioni di accaparramento e «una mercificazione su larga scala della terra che, a sua volta, può portare ad una finanziarizzazione di quella merce».

Emerge con forza l’attualità e la profondità dei concetti espressi nella Laudato si’ da papa Francesco il quale, nel volo di ritorno dal viaggio apostolico in Polonia, il 31 luglio 2016, rispondeva ad una domanda su chi alimenta il terrorismo nel mondo: «Nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero ci sono gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando “hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro”».


E ancora non basta
Ma il mondo moderno non sembra ancora sazio di consumo: se la terra è ormai considerata come una merce (un concetto ben diverso da quello di «casa comune» proposta da Bergoglio), nello scenario internazionale si affaccia un ulteriore accaparramento di un’altra risorsa naturale limitata, l’acqua.

A denunciarlo con forza – nella Postfazione – è Andrea Segrè, ordinario di politica agraria internazionale e comparata a Bologna e di economia circolare a Trento, dove è presidente della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige: «È il cosiddetto “Water grabbing”, per riprendere il titolo di un recente lavoro di E. Bompan e M. Iannelli del 2018: l’accaparramento di acqua – e le sue conseguenze in termini di conflitti, migrazioni, povertà, disuguaglianze, squilibri – conferma l’approccio predatorio in atto peraltro su un bene comune indispensabile alla vita» scrive il prof. Segrè, aggiungendo una proposta operativa su quanto possiamo fare noi: «Arginare il fenomeno dell’accaparramento delle risorse naturali – terra, acqua, aggiungerei energia – ci riguarda tutti: il cambiamento dipende soprattutto da noi stessi e dal nostro comportamento. Consumare-distruggere porta ad accaparrare-incettare. Cambiamo i verbi e dunque le nostre azioni. Fruire e curare devono guidarci ad un nuovo stile di vita: più rispettoso, più responsabile, più sostenibile. Sarebbe, questa, una rivoluzione culturale».


Da "http://www.settimananews.it" "Land grabbing”: quando non siamo mai sazi di Maria Teresa Pontara Pederiva

Pubblicato in Comune e globale

Il quotidiano tedesco Handelsblatt sostiene che 27 su 28 ambasciatori di paesi Ue (Ungheria esclusa) hanno firmato un rapporto in cui si afferma che l’iniziativa “va contro l’agenda dell’Unione Europea per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”. Il documento – non ancora pubblicato ufficialmente – sarebbe stato realizzato in attesa di un summit Cina-Usa previsto per luglio.

Perché è importante

Il Vecchio Continente mostra nuovi segni di malcontento riguardo la gestione cinese della Bri. Nell’ultimo anno Germania e Francia hanno fatto capire alla Repubblica Popolare di esigere maggiore reciprocità e trasparenza, al fine di far decollare realmente l’iniziativa. Inoltre, Bruxelles si è già mossa per monitorare meglio gli investimenti cinesi nell’Ue (318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni) e adottare nuovi metodi di calcolo dei dazi antidumping.

A ciò si aggiunga che Roma e l’Ue stanno indagando su una presunta frode fiscale da parte di gruppi criminali che importano prodotti nel Vecchio Continente tramite il Pireo, scalo marittimo greco controllato dalla cinese Cosco.

Non sottoscrivendo il sopramenzionato documento, Budapest lascia intendere quanto consideri importante la partnership con Pechino. La Repubblica Popolare sta sviluppando una rotta ferroviaria dal Pireo fino alla Germania passando per Ungheria, Macedonia e Serbia. Proprio nel primo paese il progetto ha subìto una battuta d’arresto poiché la costruzione del tratto ferroviario era stato assegnato a un’azienda della Repubblica Popolare senza una gara d’appalto pubblica. Budapest ha dovuto indirla lo scorso novembre, in seguito all’indagine attuata dall’Ue.

LE PRIMA AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA

Il settore automobilistico è tra quelli da osservare nei prossimi anni. Nel 2019, la Volvo, di proprietà della cinese Geely, produrrà il Suv della casa Lynk & Co a Ghent in Belgio. È la prima volta che un’azienda della Repubblica Popolare produce automobili in Europa.

Li Shufu, proprietario della Geely, possiede anche la London Taxi Co., la Lotus e il 10% della Daimler, di cui fa parte la Mercedes Benz. L’azienda cinese collabora con la Volvo per specializzarsi nel settore delle auto elettriche. Tale dinamica interessa da vicino la Repubblica Popolare, che vuole abbattere gli alti tassi d’inquinamento non solo diversificando le fonti d’approvvigionamento energetico, ma anche riducendo le emissioni inquinanti dei veicoli a motore. La Volkswagen sta investendo circa 10 miliardi di dollari per cogliere l’occasione offerta dal mercato cinese.

LA BRI E IL DEBITO DEI PARTNER CINESI

Nello sviluppo delle nuove vie della seta la Cina deve prestare attenzione alla sostenibilità finanziaria dei progetti da parte dei paesi partner. Lo ha sottolineato anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi).

Secondo un rapporto del Center for Global Development, tra quelli più esposti al rischio di non poter ripagare il debito accumulato vi sono Maldive, Laos, Montenegro, Mongolia, Tagikistan, Kirghizistan, Pakistan e Gibuti.

Pechino pare consapevole di tale circostanza. Per questo ha recentemente lanciato con l’Fmi un centro congiunto per addestrare gli specialisti cinesi che operano all’estero nel settore dello sviluppo.

Yi Gang, a capo della Banca popolare cinese, ha sottolineato inoltre la necessità di creare un sistema di raccolta dei fondi degli investitori privati e uno di valutazione dei rischi di credito legati ai progetti nella cornice della Bri.

L’ITALIANA ESAOTE PASSA ALLA CINA

Un consorzio composto da fondi di private equity e compagnie cinesi prenderà il controllo dell’azienda nostrana produttrice di apparecchiature biomedicali. Tra i partecipanti vi è anche la Shanghai Yunfeng Xinchuang Investment Management Limited, co-fondata da Jack Ma, presidente di Alibaba, e David Yu, un tempo alla guida di Focus Media.

Elevare la qualità dei prodotti utilizzati nel settore sanitario risponde all’esigenza di Pechino di accrescere il benessere degli abitanti della Repubblica Popolare, nel quadro del ritorno a rango di potenza mondiale prefissato da Xi Jinping. Esaote accederà al mercato della Repubblica Popolare e il consorzio che la possiede venderà i suoi prodotti in Italia.

Il CENTRO DI BEIDOU APRE IN TUNISIA

Il primo centro all’estero del sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è stato aperto in Tunisia. Si tratta di un progetto pilota tra la Repubblica Popolare e l’Organizzazione araba per l’informazione e la tecnologia della comunicazione. Tra i suoi obiettivi vi è addestrare gli scienziati che si occupano di navigazione satellitare e lo sviluppo dell’economia digitale nei paesi arabi.

Nel lungo periodo, Pechino vuole diffondere l’utilizzo di Beidou, rivale dello statunitense Gps, lungo le diramazioni della Bri ed estendere la propria rete a tutto il mondo entro il 2020. Lo sviluppo dei sistemi di navigazione satellitare ha implicazioni economiche e strategiche. Per la Cina, che punta a diventare una potenza cibernetica, il “dominio delle informazioni” – che comprende raccolta, analisi e sfruttamento delle informazioni – è infatti essenziale per vincere le guerre moderne.

L’INDIA NON SOSTIENE LA BRI

Difficilmente assisteremo a un riavvicinamento tra Cina e India durante l’incontro informale tra Xi Jinping e Narendra Modi fissato per il 27-28 aprile a Wuhan. Durante il recente summit dei ministri degli Esteri della Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), Delhi infatti non ha mostrato il proprio supporto alla Bri, a differenza dei governi di Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan.

L’India teme che la Cina si serva delle nuove vie della seta per accerchiarla, consolidando la sua presenza economica e militare nei paesi limitrofi (Pakistan, Nepal, Sri Lanka, Maldive). Ciò è parso evidente durante il faccia a faccia della scorsa estate tra le truppe dei due paesi nell’area del Dokhlam, contesa tra Repubblica Popolare e Bhutan.

A preoccupare Delhi è soprattutto la cooperazione tra Pechino e Islamabad, che insieme stanno sviluppando il corridoio economico sino-pakistano. Il porto di Gwadar, suo terminale marittimo, consentirebbe alla Cina di accedere all’Oceano Indiano alleggerendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca. Non è da escludere che un giorno Pechino costruisca in prossimità dello scalo marittimo pakistano una base militare simile a quella operativa a Gibuti.


LE ESERCITAZIONI CINESI A LARGO DI TAIWAN E NEL MAR CINESE ORIENTALE

La scorsa settimana, la Repubblica Popolare ha condotto delle esercitazioni di tiro nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Orientale. Tutto ciò si è verificato dopo che la Repubblica Popolare ha realizzato la più grande parata navale della sua storia a largo dell’isola di Hainan.

La Cina di Xi Jinping punta a riprendersi Taiwan entro il 2050, possibilmente in maniera pacifica. Pechino vuole mostrare la sua superiorità militare a Taipei per convincerla che optare per la formula “un paese, due sistemi” (già usata per Hong Kong e Macao) è il migliore compromesso possibile per evitare un conflitto. Tuttavia, i rinnovati tentativi di Usa e Giappone di rafforzare i rapporti con Taiwan incoraggiano quest’ultima a non cadere tra le braccia di Pechino. Non a caso, Taipei ha annunciato che anche le sue Forze armate condurranno esercitazioni di tiro a fine giugno.

La partecipazione della Liaoning alle operazioni citate ha avuto probabilmente solo un valore simbolico. La portaerei di fabbricazione ucraina è stata dichiarata “pronta a combattere” nel 2016. Eppure i diversi limiti tecnici e di personale inducono a ritenere che la nave avrà solo un ruolo simbolico nelle strategie navali cinesi.

I PRIMI TEST DELLA SHANDONG

Discorso diverso vale per la Type-001A (soprannominata Shandong), seconda portaerei cinese e unica 100% made in China, pronta a cominciare i suoi test in mare. Lunedì 23 aprile, il giorno del 69° anniversario della Marina cinese, è stata diffusa sul Web una foto in cui la nave era attraccata al porto di Dalian affiancata da due rimorchiatori. La 001A, modello più evoluto della Liaoning, evidenzia la determinazione di Pechino a colmare il divario tra la sua Marina e quella degli Usa.

XINJIANG, IN METRO SOLO CON IL DOCUMENTO D’IDENTITÀ

Per il governo locale del Xinjiang, la regione è stabile, ma la dura campagna antiterrorismo non si fermerà. Al contrario, le autorità prenderanno provvedimenti sempre più severi al fine di erigere un metaforico “muro di ferro” per respingere il jihadismo. Tra le misure recenti, vi è la registrazione del documento d’identità per coloro che vorranno utilizzare la prima metropolitana della regione, pienamente in funzione a fine 2018.

Il governo cinese vuole impedire che i jihadisti di etnia uigura conducano attentati nel Xinjiang e nel resto del paese. Allo stesso tempo, Pechino non vuole permettere che quelli recatisi in Iraq e Siria per combattere nello Stato Islamico e nel qaidista Partito Islamico del Turkestan facciano ritorno in patria. Tuttavia, questo sforzo potrebbe inasprire i rapporti con la minoranza etnica musulmana e turcofona, costretta a sopportare misure di sicurezza sempre più stringenti. Questa dinamica potrebbe paradossalmente alimentare il malcontento della popolazione e quindi le possibilità di radicalizzazione.

IL TRENO FRA PANAMA E COSTA RICA

Panama sta valutando la costruzione di una linea ferroviaria lunga 450 chilometri verso il Costa Rica da realizzare con investimenti cinesi. Il progetto, di cui si sta valutando la fattibilità, dovrebbe prendere il via nel 2022.

Le relazioni diplomatiche tra Panama e Repubblica Popolare sono iniziate ufficialmente nel giugno 2017, dopo che la prima ha deciso di non riconoscere più la sovranità di Taiwan. Ciò ha determinato un rafforzamento delle attività economiche cinesi nel paese latinoamericano, strategico sia per la presenza del canale che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico sia per la vicinanza geografica agli Stati Uniti. Il consolidamento della presenza cinese a Panama rientra infatti nel piano di Pechino per guadagnare il consenso in quello che Washington considerava un tempo il “giardino di casa”.

Da "http://www.limesonline.com" Quasi tutta l’Ue critica le nuove vie della seta di Giorgio Cuscito

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Fare della Corea del Nord un Paese normale, se non addirittura ricco: ecco qual è l'obiettivo strategico di Kim Jong Un. Oggi tutti esultano, ma domani una Corea unita potrebbe diventare un problema per Cina e Giappone.

Che cosa spinge Kim Jong-Un a fare la pace con la Corea del Sud e forse anche con gli Stati Uniti? “It’s the economy, stupid”, risponderebbe Bill Clinton con lo slogan che gli fece vincere la campagna elettorale del 1992 contro Bush senior. Negli anni Sessanta la Corea del Nord, dopo la disastrosa guerra del 1950-53 che fece tre milioni di vittime, era più sviluppata della Corea del Sud: oggi è un Paese impoverito dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale che si è diffusa negli ultimi anni. Se scoppia la pace le cose sono destinate a cambiare rapidamente, a cominciare da Kaesong, la zona economica congiunta tra le due Coree.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo americano dai tempi della guerra di Corea, il Paese è nel mirino delle risoluzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate l’anno scorso, le sanzioni interessano quasi ogni settore, dalle forniture militari agli articoli di lusso, ai beni commerciali più comuni e diffusi come il sapone. Diverse aziende nordcoreane sono sotto embargo, le operazioni finanziarie sono in pratica quasi bloccate se non con la Cina e la Russia e sono state congelate anche le esportazioni di carbone e quelle minerarie.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo
Ma questo sistema non è ermetico. Mosca e Pechino, che pure hanno votato nel 2017 a favore di nuove sanzioni, tengono ancora a galla la Corea del Nord e la Cina continua a esportare petrolio verso Pyongyang. Non solo, le zone economiche speciali con la Cina e la Russia riforniscono la Corea di Kim del necessario per sopravvivere.

In realtà la Corea del Nord è diventata nel tempo assai abile nell’aggirare le sanzioni e anche il Paese non è più così chiuso, almeno sotto il profilo economico, come in passato. Anzi pur restando il regime una sorta di fortezza ideologica c’è stata anche un’evoluzione verso l’economia di mercato, alimentata dai traffici di merci e di valuta: si è creata quella che gli osservatori definiscono una nuova “borghesia rossa” costituita da arricchiti all’ombra del regime.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo don Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”
La Corea di Kim non è un Paese sull’orlo di una crisi perenne come appare in certi rapporti occidentali e come lo fu certamente durante la carestia degli anni Novanta. E qui si viene forse alla vera motivazione che ha spinto il leader nordcoreano alla trattativa con il Sud e con gli Stati Uniti: Kim vorrebbe fare del Nord un Paese ricco. Queste ambizioni erano state espresse dal giovane leader nella sua linea strategica definita “Byungjin”, il Progresso Duale, che consiste nella creazione di zone economiche speciali e nello sviluppo dell’economia civile, finora sempre sopravanzata dagli investimenti militari nel settore nucleare e missilistico.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo con Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”. Con una ricetta che i cinesi conoscono bene: liberalizzazione economica e stretto controllo della sfera politica. Adeguandosi al modello di sviluppo asiatico, Kim punta a far rientrare il Paese nell’ordine regionale: questa è in sintesi la transizione coreana. Ma non è detto che una Corea del Nord “normale” possa piacere davvero alla Cina o al Giappone, soprattutto se un giorno cominciassero a soffiare i venti di una possibile riunificazione. Parafrasando Andreotti sulla Germania, si potrebbe dire che i vicini della Corea la amano a tal punto che ne vorrebbero sempre due.

Da "http://www.linkiesta.it" La riunificazione delle due Coree? Per Cina e Giappone è un incubo che diventa realtà di Alberto Negri

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