Venerdì, 03 Aprile 2020 00:00

Vivere ai tempi del coronavirus

Pochi anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1982, lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez pubblicò il romanzo L’ amore ai tempi del colera[1]. Anni prima, il medico svedese Axel Munthe, accorso a Napoli nel 1884 per curare le vittime dell’epidemia di colera, scrisse le sue Lettere da una città dolente[2]. In entrambi i casi, l’epidemia causata dal batterio Vibrio cholerae diviene lo sfondo di storie profondamente umane (immaginate nel romanzo di Márquez e reali nelle lettere di Munthe). Márquez e Munthe ci invitano a contemplare come sia possibile vivere «ai tempi» di un’epidemia, quali testimoni involontari delle sofferenze umane, desiderosi di aiutare i più bisognosi e coscienti dei rischi di contagio.

Oltre a questi due libri, la letteratura non ha mancato di offrire pagine esemplari che ci aiutano a comprendere cosa e come si vive, e quanto si soffre, durante le epidemie. Tra le molte opere possiamo ricordare, in primo luogo, I promessi sposi di Alessandro Manzoni (1827), a proposito della peste che afflisse il nord della penisola italiana negli anni 1629-31 e che fu uno degli ultimi focolai della secolare pandemia di peste – la «peste nera» – che ebbe il suo culmine nel continente europeo intorno al 1350.

In secondo luogo, nel suo libro intitolato La peste (1947), Albert Camus ci immerge nel dramma della peste che travolge la città algerina di Oran nel 1849, invitando a interrogarci sulla natura e sul destino della fragile condizione umana. Ai tempi del colera e della peste, ci domandiamo chi siamo, come viviamo, cosa causa tutto ciò e dov’è il nostro Dio quando soffriamo. Mentre cerchiamo risposte, ciò che emerge è l’urgente necessità di cura, con un’attenzione privilegiata a chi è più povero e vulnerabile.

In un libro più recente, il medico e antropologo Paul Farmer[3] afferma che nel tempo del colera occorre anche interrogarsi in modo critico sull’insieme delle condizioni sociali, culturali e politiche che caratterizzano la vita delle persone e che dovrebbero far parte integrante di ogni intervento volto a promuovere la salute nel territorio. Facendo eco alla tradizione biblica e spirituale, l’autore invita alla conversione, personale e sociale, interiore e strutturale. Ai tempi del colera, e di ogni altra patologia che affligga le persone e l’umanità, occorre considerare tutte le molteplici dinamiche che influiscono sulla salute, promuovendo condizioni di vita che favoriscano i cittadini, mentre si rafforzano i sistemi sanitari e si offrono cure e servizi sanitari specifici, capaci di rispondere ai bisogni di salute delle persone nei diversi contesti in cui esse vivono sul nostro Pianeta[4]. Il presupposto è che ogni fattore sociale influisce sulla salute: dalla violenza all’educazione, alle possibilità lavorative e di alloggio, alle infrastrutture sociali (strade, fogne, reti idriche ed elettriche).

Promuovere la salute ai tempi del coronavirus richiede quindi di concentrarsi, in primo luogo, sulle relazioni tra professionisti del settore sanitario e pazienti, contenendo l’infezione e mitigandone gli effetti. In secondo luogo, è necessario intervenire sul territorio con misure di salute pubblica, volte, anche in questo caso, a contenere e, se ciò non è possibile o non è sufficientemente efficace, a mitigare la diffusione dell’infezione e la gravità delle sue conseguenze. La quarantena di due settimane – scelta autonomamente o imposta –, come pure la riduzione degli spostamenti, la cancellazione di voli e di eventi e l’isolamento di città e regioni sono esempi di interventi di salute pubblica per affrontare l’emergenza. In terzo luogo, come è mostrato dalla progressiva diffusione della pandemia, sono necessari interventi protettivi globali per far fronte all’emergenza sanitaria[5].

Infezioni

Vivere ai tempi del coronavirus richiede di riflettere in modo critico su come stiamo promuovendo la salute dei singoli cittadini, dell’umanità e del Pianeta. Su scala mondiale, stiamo vivendo ciò che tante persone hanno vissuto e vivono come esperienza personale a motivo di pandemie (come nel caso dell’Aids, causata dal virus Hiv, o dell’influenza stagionale o della tubercolosi e della malaria) o epidemie (come quelle causate negli anni recenti da svariati virus: influenza aviaria, influenza suina, Ebola, Zika, Sars e Mers) di cui soffrono o hanno sofferto.

Si stima che, nel 2019, 37,9 milioni di persone nel mondo siano state positive al virus Hiv. Se consideriamo le stime complessive dall’inizio della pandemia, le persone risultate sieropositive sono 74,9 milioni, con 32 milioni di decessi causati dall’Aids[6].

Si calcola che, nel 2018, 3,2 miliardi di persone vivessero in aree a rischio di trasmissione della malaria in 92 Paesi del mondo (soprattutto nell’Africa sub-sahariana), con 219 milioni di casi clinici e 435.000 morti, di cui il 61% erano bambini con meno di 5 anni[7].

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 10 milioni di persone in tutto il mondo si sono ammalate di tubercolosi nel 2018, con oltre 1,2 milioni di decessi, di cui l’11% tra bambini e ragazzi con meno di 15 anni[8].

Questi dati sono sconcertanti e rivelano le dimensioni drammatiche delle sofferenze causate da malattie infettive per le quali disponiamo di cure – come nel caso della tubercolosi e della malaria –, o che, grazie alle terapie disponibili, sono divenute croniche, come l’Aids.

Probabilmente nessuna di queste patologie ci riguarda direttamente e le consideriamo infezioni che affliggono altre persone, lontane da noi, che vivono in luoghi sconosciuti o che non frequentiamo. Nonostante ciò, milioni di persone nel mondo ne soffrono le conseguenze.

L’unica eccezione è l’influenza: l’infezione virale che ogni inverno, nel nord del mondo, diviene pandemica. All’inizio della stagione influenzale, il monitoraggio internazionale consente di identificare il virus dell’influenza specifico e, condividendo l’informazione, il vaccino è preparato ad hoc e distribuito in ogni Paese del mondo. Insieme al vaccino, la terapia antibiotica di cui disponiamo consente di trattare le infezioni batteriche secondarie che possono associarsi a infezioni influenzali. Nonostante ciò, secondo le stime, a livello mondiale tra 290.000 e 650.000 persone muoiono a causa del virus influenzale[9]. Negli Stati Uniti, nell’attuale stagione influenzale, i Centri deputati al controllo e alla prevenzione delle malattie (Cdc) indicano che, al 18 gennaio 2020, ci sono stati 15 milioni di casi di influenza (su una popolazione di 327,2 milioni), 140.000 ricoveri e 8.200 decessi[10].

Per quanto sorprendenti, queste stime impallidiscono a confronto con quella che pare essere stata la pandemia influenzale recente più grave, denominata «spagnola», nel 1918-19. Il virus si diffuse in tutto il mondo[11]. Si ritiene che circa 500 milioni di persone – un terzo della popolazione mondiale – siano state infettate da questo virus, con almeno 50 milioni di decessi a motivo dell’alta mortalità del virus. Senza vaccino e senza antibiotici per proteggere dalle infezioni batteriche associate, gli unici modi in cui fu possibile tentare di contenere e mitigare la diffusione della pandemia furono l’isolamento, la quarantena, la buona igiene personale, l’uso di disinfettanti e le riduzioni degli eventi pubblici, ossia quanto stiamo attuando ai tempi del coronavirus.

Ciò che stiamo vivendo attualmente non ha ancora le tragiche proporzioni di tali infezioni, passate o attuali. Scienziati e clinici stanno studiando se il coronavirus abbia la stessa virulenza e mortalità del virus influenzale stagionale, quanto esso resista nell’ambiente esterno, come si diffonda e ci si contagi, cosa occorra fare per proteggersi. Notando la rapidità di diffusione del virus nel mondo nelle recenti settimane, non possiamo escludere che oggi, domani o nei prossimi giorni ciascuno di noi possa risultare positivo a esso[12]. Mancando ancora un vaccino, pur essendovi già vaccini sperimentali di cui si sta verificando l’efficacia, e in assenza di terapie mirate, le misure sanitarie volte a contenere il diffondersi dell’infezione sono ciò di cui disponiamo ora nel mondo.

Prossimi

Tutti siamo a rischio. Possiamo contrarre l’infezione e diffonderla ad altre persone, vivendo il doppio ruolo di vittime e di diffusori dell’infezione. Malattie ed epidemie sembrano accorciare e perfino eliminare distanze e differenze tra le persone, pur separando e isolando l’uno dall’altro. Quando si è affetti dalla stessa patologia – infettiva o meno –, la distinzione tra l’individuo e l’altra persona si affievolisce. Si scopre una vicinanza esperienziale, una prossimità causata dalla malattia, un’intimità nel condividere la necessità di guarigione. Sappiamo molto bene, perfino troppo bene, cosa l’altra persona viva, soffra, desideri e speri. Si tratta di una solidarietà né cercata, né voluta, ma vissuta. Nel cammino comune, non scelto, in cui l’infezione ci accomuna, ci si accompagna, anche solo a livello interiore e spirituale.

Purtroppo, anche l’opposto è possibile. Continuando a ritenerci diversi, speciali e migliori, noi evitiamo di riconoscere la nostra umanità condivisa, l’essere malati della stessa malattia, con l’ansietà e la preoccupazione che accompagnano ogni sforzo di guarigione. Invece di scoprirci insieme e prossimi in una sofferenza che non fa differenze, regna la separazione («non siamo come loro»), isolando ulteriormente e compromettendo le possibilità di sostegno solidale.

Ai tempi del coronavirus

L’attuale pandemia globale, che continua a diffondersi all’interno delle nazioni affette e a infettare persone in nuovi Stati, ci chiede di prestare attenzione al modo in cui, ai tempi del coronavirus, la nostra vita, a livello personale e collettivo, nelle sue dimensioni più ordinarie, stia cambiando.

La nostra maniera di agire è influenzata, modificata e regolata diversamente: è «al tempo» del virus. È il virus, con i suoi modi di contagio, che determina come interagiamo con familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa e fedeli nelle celebrazioni religiose; come evitiamo di toccarci il viso, stringerci la mano e baciarci; come stiamo «a distanza di sicurezza» da chi ci circonda e ci precipitiamo a lavarci le mani e il viso, se qualcuno tossisce o starnutisce vicino a noi; come limitiamo i nostri spostamenti in autobus, treno, nave e aereo; come spostiamo o cancelliamo conferenze, partite, concerti, viaggi, incontri di lavoro, cene, vacanze in crociera, serate al cinema, e anche lezioni nelle scuole e università, preferendo modalità virtuali di incontro e di insegnamento.

Anche il modo in cui contaminiamo l’ambiente cambia. Se, da un lato, immagini satellitari rivelano un clamoroso calo dell’inquinamento ambientale in Cina, a motivo delle misure volte a contenere o mitigare il diffondersi dell’infezione (fabbriche e scuole chiuse, quarantena, divieto di circolare), dall’altro, tonnellate di maschere usate stanno accumulandosi nel Paese[13]. Trattandosi di rifiuti sanitari contaminati, per smaltirli sono necessari impianti specifici, ma quelli esistenti sono insufficienti.

La quarantena di due settimane – scelta spontaneamente o forzata – è emblematica di come il coronavirus influisca sul modo in cui gestiamo il nostro tempo, togliendoci il controllo delle nostre giornate, almeno per due settimane. Al termine della quarantena recuperiamo il margine di azione sul nostro tempo e su come lo viviamo. Ci si può domandare, però, se occorra ripetere la quarantena nel caso si sia esposti a un secondo possibile contagio. E dopo la seconda quarantena? Quante altre quarantene sono necessarie? Fino a che non siamo in grado di vaccinarci in maniera efficace contro il virus, la speranza è che non ci si debba porre la domanda.

Interrogativi autentici e false risposte

Ai tempi del coronavirus, la nostra esperienza, espressa direttamente da storie personali, o mediata da opere letterarie, o articolata dal sapere scientifico, è dominata dall’incertezza e dall’impotenza. Incerti, ci interroghiamo. Una prima serie di domande riguarda il diffondersi dell’infezione: quanto essa durerà nei Paesi in cui si sta diffondendo? Quanti Paesi saranno coinvolti? Quanti cittadini saranno infettati, e quanti moriranno? Quando cesserà l’infezione?

A questi interrogativi si aggiunge l’incertezza riguardante la capacità di far fronte alla pandemia. Ogni persona che mostra i sintomi dell’infezione respiratoria causata dal coronavirus potrà disporre di un test – di laboratorio e radiografico –, in qualunque Paese del mondo, indipendentemente dalla possibilità di pagare? Le misure sanitarie di contenimento e quelle volte a mitigare il diffondersi dell’infezione – che richiedono di isolare persone, paesi, città e regioni – sono efficaci, giustificate e proporzionate? Quando potranno essere ridotte? Disporremo di un vaccino efficace a breve termine? Chiunque potrà essere vaccinato?

Inoltre, quali saranno i costi sociali – a livello nazionale e globale – causati dalla compromissione delle attività produttive e dei trasporti con conseguenze economiche e finanziarie nazionali e globali? Quali sono le conseguenze per lavoratori precari e per le loro famiglie, che dipendono dallo stipendio settimanale, quando non possono lavorare perché sono malati o perché l’attività produttiva non può aver luogo[14]?

L’incertezza paralizza molti, perché riduce e inibisce la capacità di controllo e di azione. Incerti, si diviene impotenti. Per costoro, l’impegno etico richiede certezze. Senza certezze non si può agire. Una difficoltà simile si vive in un altro settore di grave emergenza globale, quando è in gioco la sostenibilità ambientale e le condizioni di vita sul Pianeta sono minacciate non da un virus, ma dal nostro stile di vita, da come produciamo energia, da come consumiamo e inquiniamo. Anche nel caso della cura della nostra casa comune, vi è chi si rifugia dietro apparenti o reali incertezze, giustificando l’inazione.

Al contrario, l’impegno etico dipende dall’incertezza e conosce bene l’impotenza, ma né l’una né l’altra demotivano, lasciando le persone rassegnate e senza speranza. In modo paradossale, incertezza e impotenza alimentano l’impegno etico, stimolano la capacità inventiva, invitando a una maggiore competenza nell’affrontare situazioni complesse, ricercando soluzioni non facili[15]. Quelle che paiono scorciatoie morali, generate dalla volontà di controllo e dalla paura[16], seducono. Mentre si propongono delle strategie risolutive, capaci di far fronte al disagio morale, tali scorciatoie ingannano e tradiscono. Ne sono esempio i tentativi di nascondere l’estensione reale dell’infezione in taluni Paesi, o provvedimenti che, in nome di interventi sanitari, mirano a togliere libertà sociali e diritti conquistati a fatica, utilizzando misure di salute pubblica per mascherare regimi polizieschi.

Quando mancano certezze, cercandole si rischia di costruirsele, sia creando un colpevole immaginario, distraendo dalle cause reali, sia generando cospirazioni fasulle (affermando che il virus è stato prodotto intenzionalmente in laboratorio), diffondendo notizie false, alimentando stigma (colpevolizzando gli immigrati e le minoranze), generalizzando (per esempio, proclamando che tutti gli abitanti della nazione più popolosa al mondo sono infetti), promuovendo gli approcci «terapeutici» di pericolosi ciarlatani, trasformando un’emergenza sanitaria globale nella caccia al nemico.

Il capro espiatorio

Nel corso della storia, l’essere umano ha continuato a interrogarsi, cercando di comprendere, conoscere e spiegare. Identificare la causa di ciò che viviamo e chi ne è responsabile fa parte di questa ricerca di senso. Aspettiamo risposte dalla ricerca scientifica e cerchiamo il capro espiatorio, come lo storico, filosofo e critico letterario René Girard (1923-2015) ha indicato con forza[17]. «L’altro», il diverso, diviene responsabile in modo esclusivo. «Noi» siamo le vittime. L’opposizione tra «colpevole» e «vittima», che echeggia la semplificazione «cattivi» e «buoni» così popolare nelle produzioni cinematografiche di massa, ha un effetto falsamente catartico. Poiché sono gli «altri» la causa di quanto soffriamo, eliminandoli ed emarginandoli riteniamo di poter allontanare da noi ogni male, concentrando ciò che è negativo su di loro, su chi abbiamo trasformato in capro espiatorio e siamo pronti a sacrificare per il nostro bene.

La logica del capro espiatorio mostra come la sete umana di conoscenza possa venire pervertita, trasformandosi e riducendosi in una falsa attribuzione di colpa. Nella sofferenza causata dall’infezione o dalla malattia che si condivide, la possibilità di una rinnovata solidarietà esistenziale è soppiantata dalla scorciatoia emotiva che individua nell’altro, in chi non è come me – per motivi politici, culturali, religiosi, razziali, etnici e linguistici – il responsabile e il colpevole. La tragica ironia delle malattie infettive è che chi viene infettato diviene colui che infetta, mostrando la falsità di ogni semplificazione che intenda assegnare la colpa all’altro.

A livello personale e sociale, le malattie infettive rendono evidente la nostra comune vulnerabilità e dovrebbero favorire la presa di coscienza della necessità di una solidarietà condivisa: nella nostra diversità, siamo tutti uguali, con la stessa predisposizione a essere infettati e malati. Se vi sono responsabilità – per esempio, legate al nostro stile di vita, a come trattiamo gli animali, a come favoriamo il passaggio di infezioni virali da animali a esseri umani –, esse vanno individuate per poter intervenire modificando il nostro modo di agire e di vivere.

Inoltre, poiché nel mondo realtà strutturali che dipendono da ingiustizie e povertà impediscono l’accesso a servizi diagnostici e sanitari di base, dobbiamo intervenire modificando ogni struttura ingiusta. Come Paul Farmer ci ricorda, conoscere rende possibile la conversione e il cambiamento, a livello relazionale e strutturale.

L’impegno etico

Nell’affrontare ogni problema complesso e difficile come la pandemia causata dal coronavirus, l’impegno etico mira a promuovere progetti concreti che aprano possibilità di azione morale e che favoriscano cambiamenti. Concretamente, la tradizione etica considera la salute un bene prezioso, indispensabile ed essenziale, per i singoli individui e per l’intera umanità. Di conseguenza, tutto ciò che protegga e preservi la salute dei cittadini e dell’ambiente è una priorità etica e richiede impegni e investimenti adeguati e proporzionati. Investire in ciò che promuove salute è puntare sul futuro, sia che si tratti di sviluppare strutture sanitarie di base che forniscano cure primarie, sia che si intenda favorire la ricerca scientifica avanzata, capace di sviluppare nuove forme di prevenzione, diagnosi e terapia per molteplici patologie.

Il bene «salute» è – nello stesso tempo e in modo inseparabile – un bene personale e sociale, individuale e collettivo, locale e globale. Collaborazioni e impegni solidali volti a prevenire, diagnosticare e curare sono a beneficio di ciascuno e di tutti. Il bene comune della salute è vulnerabile e richiede protezione e vigilanza. Non possiamo fare a meno di occuparci della salute dell’altro, neppure se siamo così concentrati su noi stessi, in modo elitista ed esclusivo, convinti che ciò che conta, e quanto ci preme, è solo la nostra salute individuale. Chiedere il dono di una conversione profonda del cuore e della mente può esserci di aiuto per divenire persone di buona volontà, capaci di condividere la responsabilità di promuovere la salute quale bene personale e sociale.

La conversione

La fede cristiana rafforza l’urgenza dell’impegno etico per promuovere la salute quale bene personale e sociale, per ciascuno sul Pianeta, per la generazione attuale e per quelle future. Inoltre, un’autentica esperienza evangelica respinge ogni tentativo che miri a trovare spiegazioni, falsamente considerate «religiose», che attribuiscano a Dio la responsabilità di quanto sta accadendo di male nel mondo. Dio non ci invia punizioni per la nostra cattiveria e per il nostro peccato – personale, sociale e strutturale – sotto forma di infezioni virali e pandemie. Il Dio biblico che professiamo è l’Emmanuele, il Dio con noi, compassionevole, che ci accompagna in tutto ciò che viviamo, che prende su di sé ogni nostro peccato, che – quale creatore e ri-creatore – è al lavoro per promuovere, guarire e liberare la creazione e le creature, rispettando sia la libertà umana sia quella dell’intera natura e dell’universo.

Ai tempi del coronavirus, la conversione riguarda anche le immagini idolatriche di Dio che continuano a ingannarci con false proie­zioni di una cosiddetta «giustizia divina» fatta a nostra immagine e somiglianza, invece di invitarci a contemplare Gesù Cristo morto e risorto per amore di ognuno e del mondo intero, e vivere in modo anticipato alla luce della grazia della risurrezione e della salvezza divina, che ci guidano e ci accompagnano da ora e per sempre.


Da "https://www.laciviltacattolica.it/" VIVERE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS di Andrea Vicini

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 30 Marzo 2020 00:00

Prepararsi al dopo

Armani, Eni, Ferrari e Lvmh. Le aziende cercano di trasmettere vicinanza, affidabilità, impegno. Per dimostrare che anche senza la socialità di prima, nessuno è solo.


Con poche righe appassionate, Giorgio Armani riempie intere pagine di giornali per esprimere la vicinanza, sua e di tutto il brand, agli operatori sanitari, in prima linea per contrastare il coronavirus. Fa lo stesso Eni, che punta sui medici di famiglia: fonte di energia – doppio senso non da poco – per stare uniti e bene. Meglio se a casa. C’è poi il mondo bancario, con i suoi servizi online, sinonimo non nuovo, ma a questo punto consolidato, di vicinanza al cliente, senza che debba uscire di casa, di sicurezza – anche in termini di privacy – e se vogliamo di pulizia. In questi giorni, meglio star lontani dai tasti unti dei bancomat. L’economia da quarantena non esclude dai giochi nessuno. Istituzioni, imprese, media e consumatori. Tutti sono chiamati a uno sforzo collettivo. L’obiettivo è tenere a bada la paura e prepararsi al dopo. Che non sarà più come prima.

Le aziende si stanno adeguando al contesto, rispondendo a questa improvvisa evoluzione del mercato, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante per la gestione dell’emergenza, come pure nella prospettiva – al momento senza una data certa – della ritornata stabilità. “Insieme ce la faremo!” Dice Massimo Doris di Banca Mediolanum in una campagna di comunicazione esteticamente scarna, ma che va dritto lì. Stay calm and stay at home, se vogliamo parafrasare gli inglesi. Quelli buoni, quelli del Blitz del 1941.

C’è chi nel trend si trova bene. Amazon ha appena lanciato una campagna mondiale di job recruitment per 100mila posti di lavoro. Altri invece, nell’attesa, devono comunque allinearsi. E quindi, se possono, convertono la linea produttiva. Come Ferrari, che a Maranello intende produrre ventilatori e respiratori. Oppure il gruppo Lvmh che ha dirottato tutte le sue controllate nel settore profumi verso la produzione di gel idroalcolico. Operazione molto più veloce rispetto a quella del cavallino rampante – nel primo caso basta sostituire le taniche, Ferrari invece deve studiare bene il progetto – e pure un po’ sciccosa.

In momenti come questi avere in borsetta il disinfettante griffato e con un bel packaging ci sta. Chi infine non può cavalcare l’onda, si limita a schierarsi con il messaggio collettivo di positività e sicurezza. Semplicemente per essere nel trend. Vedi Armani. Per quanto anche da re Giorgio ci aspettiamo un tocco di solidarietà ed eleganza. Magari con le mascherine. Sarebbe l’acclamazione di Myss Keta, da fenomeno underground a icona di stile.

«Il sistema Italia sta reagendo bene», dice Salvatore Sagone, presidente di Adc Group, l’editore di riferimento per gli operatori della pubblicità, del marketing, dei media e degli eventi. «Le imprese stanno dicendo ai consumatori che per gestire questo stato di paura serve responsabilità». Vicinanza, affidabilità, impegno. I concetti trasmessi danno sempre un senso di sostegno. Si vuol dare l’idea che, pur senza la socializzazione di prima, nessuno è solo.

C’è infatti una paura diffusa da governare. Diffusa e reale, a differenza di quelle soltanto percepite fino a neanche un mese fa. È una paura che sta fuori dalla porta e può covare nel proprio vicino di pianerottolo. «È una paura consapevole – dice ancora Sagone – da non fraintendere con il panico della notte dell’8 marzo, con le fughe in treno al Sud e gli assalti ai supermercati». Per trasmettere consapevolezza è anche il caso di calcare la mano. «Aveva funzionato in Inghilterra e Australia negli anni Ottanta, Novanta, con le campagne shock anti-Aids. Trasmettere scene raccapriccianti era risultato persuasivo. Oggi i mezzi di comunicazione, superati gli eccessi iniziali, hanno imboccato una strada giustamente incisiva. Bisogna stare a casa. È questo che dicono: un messaggio semplice, che tutti devono capire».

Come l’economia di guerra, anche quella da quarantena è totalizzante. Vuoi perché si cerca di uscire dall’emergenza il più presto possibile, vuoi perché molti spazi erano già stati pagati. Secondo Campaign, la più autorevole testata di comunicazione inglese, solo un certo numero di progetti pubblicitari, per lo più di piccola dimensione, sono stati resi funzionali al contesto Covid-19. Con la maggior parte delle campagne e delle presentazioni, una volta pagate, non si è potuto far nulla. Se non puntare tutto sull’awareness, sulla consapevolezza che si sta attraversando un’emergenza e non si sa fino a quando durerà, ma tutto è sotto controllo. «Siamo quindi di fronte a una comunicazione in parte slacciata dal vissuto, in cui i valori promossi paiono lontani anni luce, mentre invece si rifanno alla vita del mese scorso», commenta ancora Sagone. «D’altra parte, ci sono casi di improvvisa creatività».

Non ci sarà più lo spot di una volta. Sia a causa del Covid-19 sia perché in Italia si è finalmente colmato un gap tecnologico in termini di lavoro, modalità alternative di socializzazione e consumi. Non a caso Amazon ha scelto proprio LinkedIn per chiamare a raccolta i suoi nuovi centomila collaboratori. Mentre resta da chiedersi che fine farà la pubblicità fuori di casa. Può essere che nel mondo che ci attende, sia meno necessario camminare per strada, spostarsi da casa a ufficio, raggiungere da qualche parte un cliente. E allora quanto saranno utili i cartelloni pubblicitari? Quale sarà l’effettivo ritorno di un investimento nel far vedere il logo alla fermata di un autobus, o in una stazione della metropolitana?

Una volta usciti dall’urgenza e riottenuta la stabilizzazione del sistema, si dovrà cercare di rispondere a queste domande, senza dimenticare quello che abbiamo appena vissuto. «Servirà – dice Sagone – un nuovo patto tra imprese, agenzie di comunicazione, media e consumatori». Se non si potrà tornare indietro, bisognerà comunque pensare a chi si rischia di lasciare indietro. Ammesso e non concesso che recuperare i dispersi A) sia economicamente sostenibile; B) essi stessi intendano davvero rimettersi al passo.

Le grandi aziende, tra chi è attendista e chi invece è sul pezzo, sappiamo che sanno galleggiare. Ma le barche più piccole? Avvocati, dentisti, sarti, tatuatori, parrucchieri (siete liberi di continuare a proprio piacere l’elenco). Cani sciolti che fino all’altro ieri vantavano una professione di successo, ma che richiedeva anche un rapporto molto fisico con il cliente, come sapranno non soltanto convertire la propria identità produttiva, ma anche comunicare la loro presenza sul mercato? Quanto sarà strategica la targa di uno studio notarile su un portone di un palazzo di Piazza Barberini? E che fine faranno tutte le società di catering? Stiamo scoprendo che la socializzazione, per come è stata sempre intesa, non è più necessaria. Al momento è addirittura pericolosa. Si assisterà quindi a un’impennata di pubblicità e di comunicazione sui social network anche da parte di chi, fino a oggi, non ne ha sentito il bisogno.

«Si dovrà trasmettere un messaggio di sostenibilità concreta», sottolinea Sagone. «Sostenibilità occupazionale, di ambiente e di relazioni sociali». Aziende, professionisti, lavoratori dipendenti dovranno dimostrare di aver fatto tesoro di queste giornate campali.


Da "www.linkiesta.it/" Prepararsi al dopo. Come la pubblicità delle aziende risponde alla quarantena di Antonio Picasso

Pubblicato in Passaggi del presente

Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus
Previsto un fondo da 50 milioni per gli atenei. Per l’acquisto di piattaforme e la fornitura di computer agli studenti delle scuole meno abbienti, si stanziano 85 milioni. Rinviate le lauree.

Studenti a casa, scuole e università chiuse in tutta Italia fino al 3 aprile. In questi giorni eccezionali, istituti scolastici e atenei hanno messo in campo diverse esperienze di didattica digitale con l’obiettivo di dare continuità, seppure a distanza, ai percorsi formativi ed educativi e anche agli esami universitari. Ma il decreto “cura Italia” appena approvato contiene una parte cospicua destinata al settore dell’istruzione, stravolto dall’epidemia da coronavirus.

Università. Viene istituito un «Fondo per le esigenze emergenziali del sistema dell’Università, delle istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica e degli enti di ricerca» con una dotazione pari a 50 milioni di euro. Incentivando le attività formative e i servizi agli studenti erogati con modalità a distanza, che vengono computati ai fini dell’assolvimento degli obblighi contrattuali per professori e assistenti. Con uno o più decreti del ministro dell’Università sono individuati i criteri di riparto e di utilizzazione delle risorse.

Lauree rinviate. In deroga alle disposizioni dei regolamenti di ateneo, l’ultima sessione delle lauree relative all’anno accademico 2018/2019 è prorogata al 15 giugno 2020.

Scuola a distanza. L’emergenza sanitaria comporta la necessità di svolgere le lezioni a distanza. Pertanto, il ministero dell’Istruzione si impegna ad aiutare le istituzioni scolastiche a dotarsi delle necessarie piattaforme informatiche, da reperire sul mercato in breve tempo. Nell’ambito del Fondo per l’innovazione digitale e la didattica laboratoriale, sono destinati 10 milioni di euro per consentire alle istituzioni scolastiche statali di dotarsi immediatamente di piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o di potenziare quelli già in dotazione; 70 milioni di euro per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e per l’accesso alla rete; 5 milioni di euro per formare il personale scolastico sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza.

Supplenti. Per favorire la continuità occupazionale dei docenti già titolari di contratti di supplenza breve e saltuaria, nei periodi di chiusura o di sospensione delle attività didattiche, il ministero dell’Istruzione assegna comunque alle istituzioni scolastiche statali le risorse finanziarie per i contratti di supplenza, in base all’andamento storico della spesa. Le istituzioni scolastiche statali stipulano contratti di docenza a tempo determinato, nel limite delle risorse assegnate ai sensi del primo periodo, al fine di potenziare le attività didattiche a distanza.


Da "https://www.linkiesta.it/" Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus

Pubblicato in Passaggi del presente

La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. Daniele Contini di Just Eat: «C’è stata una battuta d’arresto. In questo periodo il servizio sarà utile per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti».

Sembra che siano con noi da sempre, ma i servizi di delivery legati al cibo sono nati solo pochi anni fa e già diventati una abitudine, soprattutto per le pause pranzo in ufficio o per le cene con amici. Ma in un momento in cui uscire di casa è diventato problematico, con numerosissime insegne chiuse e tante remore in più per le persone, come avranno reagito questi servizi di pasti a domicilio? La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. L’impatto del coronavirus sul cibo portato a casa si è fatto sentire, come ci spiega Daniele Contini, country manager per l’Italia di Just Eat: «Non c’è dubbio che nelle ultime settimane c’è stata una battuta d’arresto nei consumi e nei volumi, calati anche nel comparto del food delivery. Per noi questo è attribuibile a due fenomeni: le persone sono andate nei supermercati a fare provviste, hanno avuto più cibo da smaltire e questo ha frenato il consumo fuori casa e anche il delivery. Inoltre, abbiamo registrato nelle città universitarie un calo più marcato, anche attribuibile al fatto che gli studenti fuori sede sono tornati nelle loro case. Il calo rispetto ai volumi normali è dovuto in parte anche alle preoccupazioni circa la possibile trasmissione del virus: una paura infondata, visto che, anche secondo le linee guida dell’organizzazione mondiale della sanità, il virus non si trasmette per via alimentare.


Si era già verificato un fenomeno di riluttanza anche nelle settimane prima, ma concentrato sulla cucina cinese e giapponese, poi ampliato il primo week end di quarantena, su tutte le tipologie di cucina. A partire dallo scorso week end e via via questa settimana, cominciamo a vedere dei segni di ripresa, il trend sta iniziando a tornare verso una situazione di normalità, anche se le università chiuse non aiutano. Ma in generale riscontriamo che l’atteggiamento delle persone sta tornando più alle abitudini di prima della crisi.

Noi in questi giorni ci siamo fatti promotori di messaggi che vengono dati dalle autorità nei confronti dei ristoranti, per sottolineare l’importanza del rispetto delle misure igienico sanitarie. Anche nei confronti dei nostri rider abbiamo dato delle raccomandazioni, come pulire e disinfettare gli zaini, lavarsi le mani spesso e controllare che il cibo sia ben impacchettato e correttamente chiuso al momento della presa in carico da parte loro. Per i clienti, abbiamo dato degli incentivi e degli sconti per ordinare in questo periodo, cosa che avevamo già fatto nelle scorse settimane proprio a maggior sostegno delle cucine cinesi, perché erano in sofferenza e volevamo fare qualcosa di concreto per dar loro una mano.

Crediamo che il food delivery sia un servizio utile soprattutto in un periodo come questo, per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti, e per le persone che magari sono impaurite ma hanno comunque voglia di mangiare qualcosa di buono e diverso. Naturalmente cercando di farlo con la maggior consapevolezza e sicurezza possibili. Per esempio, stiamo sottolineando che è possibile pagare elettronicamente e chiedendo nell’ordine di lasciare i sacchetti fuori dal proprio domicilio, è possibile non incontrare il fattorino, per chi fosse particolarmente preoccupato: anche se le disposizione delle autorità non hanno dato indicazioni in questo senso, ci sembra corretto farlo.
In aggiunta, abbiamo anche dato degli incentivi ai rider: nel momento in cui gli ordini sono calati li stiamo supportando. Stiamo monitorando costantemente l’evolversi della situazione, cercando di dare un contributo con un servizio, nonostante l’incertezza di un quadro che cambia di giorno in giorno».

E i più piccoli, come se la cavano? Per Nanie, delivery attivo in area C (e anche oltre, su richiesta), che consegna con mezzi ecologici una ‘schiscetta’ in packaging ecologico, alternativa e ben fatta, con prodotti di qualità e con una bella storia da raccontare, le cose sono preoccupanti: «Per noi il lavoro è rallentato tantissimo: la situazione è preoccupante perché abbiamo i costi fissi da coprire e dei volumi troppo bassi per farlo. La settimana scorsa ha fatto segnare meno 30%, per una piccola realtà come la nostra questi numeri sono difficili da sostenere. Tra l’altro, io mi sarei immaginata il contrario: uno pensa che se si sta più a casa si ordinerà di più: invece, per noi che serviamo solo la pausa pranzo, il fatto che la maggior parte degli uffici sia chiuso ha fatto calare molto gli ordini. Il 98% del nostro lavoro è con le aziende, raramente chi ordina è un privato: la pausa pranzo funziona se uno è in ufficio, se uno è a casa si prepara qualcosa e risolve in autonomia. Questa settimana, invece, con il fatto che alcuni uffici hanno riaperto sta andando un po’ meglio. Speriamo continui così».

Per I love ostrica, che consegna ostriche e frutti di mare a domicilio, queste settimane sono state l’occasione per sottolineare in comunicazione la loro attenzione alla sicurezza alimentare, e per raccontare il servizio Express, che permette la consegna in 24 ore con corrieri espressi verificati per la spedizione refrigerata di alimenti freschi. «La nostra priorità è stata sempre rivolta al consumatore, racconta Luca Nicoli, patron del brand. L’obiettivo è di fornire ai clienti un prodotto sicuro, che rispetti tutte le norme igieniche e che allo stesso tempo porti in tavola degli italiani qualità e gusto: dalle ostriche alle crudités al pescato, i nostri prodotti sono una certezza».


Luca Miele, uno dei soci del gruppo di locali GUD Milano ha sempre lavorato con il take away battezzato GUD-bye e con il delivery fatto con aziende specializzate e ci racconta di una situazione di relativa tranquillità: «I locali in queste settimane sono rimasti sempre aperti, nell'osservanza attenta di tutte le ordinanze. Chiaro che l'emergenza sanitaria unita al maltempo non ha favorito l'uscire di casa. Per il delivery però non c'è stato aumento: chi ordinava ha continuato ad ordinare i piatti preferiti, non ci sono stati cambiamenti specifici.
È ovviamente un momento di calma, il fatto di lavorare da casa per qualcuno ha concesso del tempo in più per poter cucinare, mentre magari prima non c'era il tempo fisico e mentale per farlo».

E se non ci limitiamo al cibo, un altro delivery ha registrato qualche modifica nei comportamenti delle persone: Glovo, la piattaforma internazionale di consegne a domicilio multi-categoria porta a casa degli utenti, tra le altre cose, prodotti della farmacia e la spesa e gli incrementi sono significativi: nella città di Milano hanno registrato infatti un +30/40% per spesa e medicinali nel weekend dell'emergenza rispetto a quello precedente; +10/20% se si considera l'intera settimana, segno di una progressiva “normalizzazione”. Sul food delivery, anche Glovo è in linea con il resto del mercato, e dopo una leggera flessione nei primi giorni, ora è già in ripresa: «Continuiamo a supportare i nostri partner della ristorazione soprattutto adesso che il delivery rappresenta per loro una risorsa ancora più importante». ci sottolineano.

L’unico segno positivo lo fanno registrare due beni di consumo alternativi: gli alcolici e la cannabis legale. Entrambi più ordinati in queste settimane. Da JustMary, primo delivery di cannabis legale operativo sul mercato di Milano, Monza, Firenze, Torino e Roma, la situazione è in crescita. Dall’inizio della crisi hanno registrato un incremento di circa 30% degli ordini: più gente è a casa senza nulla da fare e maggiore è la voglia di relax, e quindi i consumi di questa versione light ottenuta da coltivazioni di canapa biologica selezionata tra le varietà certificate e autorizzate in Europa aumentano. La scorsa settimana l’azienda ha fatto una promozione con uno sconto ma ci confermano che gli ordini arrivano a prescindere. Il marketing fatto nei mesi precedenti ha permesso di essere presenti e puntuali sull’aumento della richiesta, e crescono anche gli utenti interessati, con un incremento dei registrati al servizio di oltre 1000 unità nell’ultimo mese.

Per Nicola Ballarini, con Andrea Roberto Bifulco fondatore della dark kitchen Ktchn Lab, mentre sul resto delle proposte si evidenzia una flessione come il mercato, l’unico picco positivo è il delivery di alcolici che sta avendo un grande successo. «Probabilmente questo aumento di ordini e l’arrivo di richieste anche ingenti dipende dal fatto che i luoghi dove abitualmente la gente beve - discoteche e bar - sono chiusi o fanno orario ridotto. Di sicuro c’è anche una buona parte di persone che sono spaventate nell’andare a consumare alcol fuori e quindi preferiscono farselo recapitare a casa. Continuano a soffrire molto le cucine orientali, mentre per noi che abbiamo gran parte della proposta concentrata sul cibo messicano la sofferenza è meno marcata». Milano da bere, dunque, ma sempre più tra le mura domestiche.

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco come si organizzano i food delivery al tempo del coronavirus di Anna Prandoni

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Lunedì, 09 Marzo 2020 00:00

Il coronavirus affonda i mercati

Tonfo delle borse europee sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche.
La Borsa di Milano non riesce a partire: i titoli, sulla scia della crisi del coronavirus, non fanno prezzo. E lo spread vola, segnando 216 punti contro i 178 della chiusura di venerdì.

Le borse Europee, sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche, iniziano con cali macroscopici una seduta ad alta tensione, schiacciate dal -30% del petrolio (ai minimi dal 1991) dopo il nulla di fatto dell’opec+ e dalla paura per la diffusione sempre più ampia del coronavirus, che ha reso necessarie le misure drastiche di contenimento varate da alcuni paesi, tra cui l’Italia.

Così, mentre qualcuno chiede la chiusura di Piazza Affari, ipotesi per il momento esclusa dai vertici di borsa italiana, Milano non riesce a partire, con quasi tutti i titoli del Ftse mib che non riescono a fare prezzo. In negoziazione sono riuscite a entrare soltanto le utilities A2a (-8,8%), Hera (-4,6%) e i farmaceutici Diasorin (5%) e Recordati (-4,5%).

Stesso discorso per il resto d’Europa: riescono ad aprire Londra (-8%), Madrid (-7%) e Francoforte (-8%).

Crollo del petrolio, dopo il nulla di fatto dell’Opec+ sui tagli della produzione e le conseguenti azioni decise dall’arabia saudita: i future del wti ad aprile perdono al momento il 27% a 29,88 dollari al barile, ma erano arrivati fino a un minimo di 27,34 dollari, livello che non si vedeva dal 1991. Il Brent a maggio arretra ora del 26,4% a 33,32 dollari, ma cedeva il 33%. Sul mercato valutario, l’euro ha sfiorato nella notte quota 1,15 dollari ed è ai massimi da gennaio 2019 nei confronti del dollaro all’apertura dei mercati finanziari continentali. Il cambio si attesta a 1,1469 (1,1494 toccato nella notte) mentre venerdì sera segnava 1,1322. Occhi puntati sui timori di una diffusione del coronavirus negli stati uniti e occhi puntati sulle banche centrali per nuove contromisure all’impatto dell’epidemia sull’economia: giovedì il meeting della Bce.


Acquisti sullo yen che tratta a 116,94 per un euro (da 119,09), il minimo dallo scorso settembre. Dollaro/yen a 101,98 da 105,15, è il minimo da ottobre 2016.

Da "www.huffingtonpost.it" Il coronavirus affonda i mercati: spread sopra 215, Milano non riesce a fare prezzo. Crollo del petrolio

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Con un po’ di immaginazione la sua forma può sembrare quella di un soffione. Il nuovo coronavirus, 2019-nCoV, all’occhio del microscopio elettronico è sferico e coronato su tutta la superficie di spicole, sorta di protuberanze. Ne hanno ricostruito un’immagine i ricercatori dello statunitense Centers for Disease Control and Preventing, ad Atlanta. Il virus, che è causa della sindrome appena battezzata dall’Organizzazione mondiale della sanità COVID-19 e che dalla città di Wuhan in poi ha già fatto – nel momento in cui scrivo – più di mille e trecento morti, non è l’unico ad avere questa forma, né il primo tra i coronavirus a infettare l’uomo.

Di coronavirus ne esistono di diversi, tutti appartenenti alla famiglia Coronaviridae. Sono virus a RNA, cioè codificano e trasmettono le informazioni genetiche utilizzando l’acido ribonucleico (RNA) – e non il DNA – costituito per lo più da un singolo filamento ripiegato – e non da doppia catena come il DNA. Ogni virus, per potersi replicare, attacca le cellule dell’organismo ospite, ne penetra la membrana e ne altera le funzioni, sfruttandole per replicare il proprio codice genetico. I coronavirus lo fanno attraverso quelle protuberanze sulla superficie, i peplomeri, che si attaccano alla cellula.

Un banale raffreddore può essere causato dal cosiddetto Human CoronaVirus-229E o da HCov-OC43, per esempio. Ma anche le sindromi SARS e MERS, di certo più temibili e che hanno colpito l’uomo di recente – la prima tra il 2002 e il 2003, la seconda dieci anni dopo – sono opera di altri coronavirus ancora e, come la COVID-19, erano sindromi a noi sconosciute prima dei primi focolai. Da dove sono arrivate? Come molte altre malattie, anzi come la maggior parte, arrivano da altre specie animali.

La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto.
Zoonosi è il nome che diamo alle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto. L’evento del cosiddetto “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus “trabocca” e infetta la nuova specie. Di storie di questo tipo si è occupato David Quammen, scrittore di viaggi e di scienza, nel suo Spillover (Adelphi, 2014). Quammen scrive un lungo reportage avventuroso, risale il corso di fiumi, segue le tracce di possibili animali portatori e si fa largo nella giungla per venire a capo dell’enigma dello spillover, del salto fatidico.

Come ricorda Quammen, di zoonosi ne esistono molte, la più nota forse è l’AIDS. Spesso, racconta, i virus zoonotici prima di interessarsi di noi, convivono indisturbati e magari da millenni con una o più specie serbatoio.

Si sono probabilmente adattati a vivere una vita tranquilla all’interno della (o delle) specie serbatoio, dove si replicano senza problemi ma non eccessivamente, e causano poco danno. Quando ‘tracimano’ negli esseri umani sono esposti a un nuovo ambiente e a nuove circostanze, il che spesso li porta a diventare mortalmente devastanti. E un uomo può infettarne un altro, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.
È più o meno così che dev’essere cominciata anche la storia di 2019-nCoV, nell’ormai noto mercato di Wuhan. Ma è una storia che riguarda anche Ebola, l’Hendra virus, il virus del Nilo occidentale. Ed è una storia che ci riguarda sempre di più: negli ultimi 30 anni, infatti, la frequenza di queste nuove zoonosi, emergenti, è aumentata. Tra le cause ci sono anche lo stravolgimento diretto operato dall’uomo sugli ambienti e la crisi climatica.

Il mercato è affollato
2019-nCoV e gli altri coronavirus sono capaci di adattarsi velocemente a nuove specie. Essendo virus a RNA, un meccanismo di trasmissione del codice genetico più semplice del DNA, mutano molto più in fretta: da un lato questo aumenta gli errori di codice e la possibilità di fallire ma dall’altro aumenta la velocità con la quale il virus è in grado di evolversi, di trovare nuove strade e, casualmente, di diventare capace di infettare una nuova specie. In un mercato come quello di Wuhan, che a oggi si ritiene il luogo dell’avvenuto salto di specie, si trovano una gran quantità di uomini, animali vivi e animali morti, in una promiscuità tra specie diverse che crea una situazione favorevole allo spillover.

Anche nel 2002, l’epidemia di SARS è molto probabilmente nata proprio in un mercato, quella volta in un’altra provincia cinese, Guandong. Inizialmente si sospettava che il contagio umano fosse avvenuto attraverso un animale selvatico di media taglia, lo zibetto. La carne di zibetto è infatti apprezzata in Cina e perciò venduta al mercato; in effetti i test effettuati su alcuni zibetti avevano dimostrato la presenza del materiale genetico del virus. Le autorità avevano così comandato l’uccisione preventiva di diecimila zibetti, ma solo con ricerche più approfondite si era capito che anche lo zibetto non era ospite usuale e permanente del virus. L’animale malcapitato aveva infatti fatto da ospite intermedio: in questa specie il virus si era replicato, per così dire, fino ad avere le caratteristiche adatte a infettare l’uomo. Una sorta di incubatore, o meglio di amplificatore come lo ha definito lo stesso David Quammen in un’intervista a Npr. Il virus doveva dunque aver incontrato gli zibetti, nel mercato, tramite un altro animale, forse il pipistrello.

E nel caso di questo nuovo coronavirus? Una ricerca cinese della South Agricultural University di Guangzhou ha guardato ai pangolini, anch’essi venduti al mercato di Wuhan, come ospite amplificatore. Ci si è chiesti anche se l’infezione possa essere avvenuta tramite la carne di serpente, ma al momento l’ipotesi più accreditata è che l’ospite serbatoio di questo nuova coronavirus sia il pipistrello Rhinolophus sinicus, o pipistrello ferro di cavallo cinese, per una certa familiarità di questi pipistrelli con i coronavirus. Secondo l’Oms, più di 500 tipi di coronavirus sono stati rinvenuti nei pipistrelli cinesi.

Zoonosi mandate dall’alto
La zoonosi non è un fenomeno nuovo. C’è un passo del libro di Samuele nell’Antico Testamento (Samuele 24,15-16), dove si racconta che Dio scatena su Israele una celebre zoonosi, la peste:

Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distruggerla, il Signore si pentì di quel male.
Anche la peste è una zoonosi, sebbene causata da un batterio, il bacillo Yersinia pestis. Ha per suo ospite serbatoio diverse specie di roditori e per vettore la pulce dei ratti. Ma delle zoonosi più recenti, e che ci riguardano più da vicino, è spesso il pipistrello a essere considerato il probabile ospite serbatoio.

Un esempio è quello dell’Hendra virus. In Australia, nel settembre del 1994 in un quartiere di Brisbane, Hendra, morirono 13 cavalli e il loro istruttore, Victory Rail, per causa di un nuovo virus zoonotico. Quanto aveva portato Rail e i cavalli alla morte sembrava simile a ciò che era accaduto solo un mese prima, 1000 km a nord di Brisbane: due cavalli erano morti assieme al loro proprietario. Da quell’estate, i casi di infezioni di cavalli e uomini si sono susseguiti. Nel caso di Hendra, è il cavallo a fare da ospite amplificatore per il virus, prima che questo colpisca l’uomo. Ma i cavalli si erano infettati entrando a contatto con le feci di un grande pipistrello, la volpe volante, con cui Hendra convive da tempo senza far danni.

Anche nel caso della MERS, la sindrome che ha colpito alcune aree del Medio Oriente (con picchi nel 2014 e nel 2015, circa 860 morti fino a oggi e ancora centinaia di casi l’anno in Arabia Saudita), tra i possibili ospiti serbatoio figura ancora un pipistrello, e la stessa ipotesi vale per l’origine di Ebola, che dall’agosto 2018 colpisce la regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, facendo finora più di duemila morti.

Ma perché i pipistrelli dunque? Prima di tutto sono il gruppo di mammiferi più numeroso dopo i roditori: con il termine pipistrelli si contano più di 1300 specie, alcune largamente diffuse in tutto il mondo. La ragione per cui potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo. Secondo una ricerca pubblicata su Cell Host and Microbe, la risposta immunitaria di un pipistrello sarebbe in sostanza capace di vincere un virus senza subire alcuna infiammazione e perciò senza perdere le forze necessarie a volare. Il noto ecologo ed esperto di pipistrelli, Merlin Tuttle, ha però contestato che la correlazione tra pipistrelli e alcune zoonosi possa dirsi certa, esprimendo dubbi sul loro ruolo nella diffusione, per esempio, di Ebola, e mettendo in guardia da accuse facili che possano scatenare panico e generare effetti pesanti sugli ecosistemi.

La ragione per cui i pipistrelli potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo.
Inoltre la convivenza dei pipistrelli coi virus e la loro diffusione per tutto il mondo non basta a spiegare perché il numero di nuove zoonosi o di zoonosi riemergenti sia cresciuto. Come scrive Quammen ancora in Spillover, su 1407 specie note di patogeni umani, il 58% sono di origine animale. Di queste “solo 177 sul totale si possono considerare emergenti o riemergenti, e tre quarti dei patogeni emergenti provengono dagli animali. In parole povere: ogni nuova e strana malattia, con grande probabilità, arriva dagli animali”.

Alessandro Magno e le zanzare
Nell’estate del 2018, un donatore di sangue che avesse dormito anche solo una notte nelle province di Torino, Novara, Pavia, Parma, Vercelli, Cremona, Brescia, Udine era escluso dalla donazione per 28 giorni. Il sangue dei donatori di quelle province veniva invece sottoposto a un test particolare. Si cercava così di scongiurare la diffusione del virus del Nilo occidentale, un virus che normalmente abita tra zanzare e uccelli ma può colpire anche l’uomo. La febbre di cui è causa è una zoonosi il cui serbatoio principale è rappresentato dalle zanzare, in particolare del genere Culex.

L’incontro tra il virus del Nilo occidentale e l’uomo non è di questo secolo. Addirittura c’è un’ipotesi, pubblicata su Emerging infectous diseases, di alcuni ricercatori della Colorado State University che a partire dalle note dello storico Plutarco sostiene che Alessandro Magno sia morto improvvisamente per colpa di questo virus. Fu identificato già nel 1937 in Uganda e tuttavia in Italia solo negli ultimi quindici anni si sono moltiplicati i contagi umani, causando 4 morti.

In Italia si è parlato anche di chikungunya, un’altra malattia di origine virale e di cui sono serbatoi alcune scimmie non antropomorfe e vettori le zanzare. Riconosciuta nel 1955, la malattia è endemica in Africa e Asia, ma soltanto nel 2007 è scoppiata la prima epidemia di chikungunya sul suolo europeo: in Romagna, grazie alle zanzara tigre ha infettato 250 persone.

Tra le ragioni di diffusione di queste due zoonosi non di casa in Italia c’è la crisi climatica. Come racconta la ricerca “Emerging zoonotic viral disease”, le temperature più elevate favoriscono il ciclo vitale delle zanzare, dall’attività alla riproduzione fino alla velocità di digestione del sangue e dunque alla rapidità nel pungere di nuovo. Ma non sono l’unico esempio: il riscaldamento globale permette alle zecche che portano la malattia di Lyme, altra zoonosi, di sopravvivere a altitudini e latitudini più elevate. Non solo, aggiunge l’Oms: esiste una correlazione tra eventi estremi come piogge particolarmente intense e la diffusione dell’hantavirus, causa di una zoonosi che fu studiata per la prima volta in Corea del Sud, nell’area del fiume Hantan.

Inoltre, si legge su Nature, se negli ultimi 30 anni il 70 % delle nuove malattie è di origine zoonotica, accanto al riscaldamento globale il colpevole è il mutamento degli ambienti generato dall’uomo. La deforestazione e l’urbanizzazione, per esempio, riduce lo spazio delle specie selvatiche – magari serbatoio di un virus, come nel caso della leishmaniosi – e ne aumenta le possibilità di contatto con l’uomo. Più in generale è il turbamento di habitat ed equilibri a costituire un rischio: persino la riforestazione, per esempio, ha favorito nel Nord Est degli Stati Uniti la possibilità di contagio della borreliosi di Lyme, per la maggior diffusione di cervi e roditori che ne sono ospite amplificatore.

Ecologia della salute
Torniamo all’inizio. Nel caso del nuovo coronavirus, il primo problema è costituito dall’accatastarsi di specie animali dentro al mercato, con pangolini, galline, serpenti, zibetti e altri animali, vivi dentro le gabbie, in condizioni di igiene scarsa. Dopo l’epidemia di SARS, che era nata in un mercato del genere ma circa 1000 km a sud, questi luoghi avevano continuato la loro attività, solo con qualche restrizione in più alla vendita. Oggi, avendo con ogni probabilità fornito di nuovo la possibilità ad ancora un altro virus di incontrare il suo ospite amplificatore, sono tornati sotto i riflettori e una loro regolamentazione sembra inevitabile.


Bisogna affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.
Tuttavia, come abbiamo visto, questi luoghi chiusi sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema più ampio. Si è detto della deforestazione e dell’urbanizzazione, di sfruttamento e alterazione degli habitat naturali e delle conseguenze della crisi climatica sulla capacità di propagazione di alcuni virus – ma all’elenco dei virus potremmo aggiungere anche quelli che hanno trovato terreno di facile propagazione tra gli animali da allevamento intensivo: per esempio, i virus di influenza suina e aviaria. Per tutte queste ragioni (aggiungiamo anche che le società, almeno quelle più ricche, spostano ormai a grande velocità sul globo individui e merci che possono portare ospiti indesiderati) le occasioni che un virus può cogliere per saltarci addosso aumentano. Allora anche il problema delle nuove zoonosi diventa una questione di sapienza ecologica. Si tratta di ripensare un’altra volta ancora la nostra relazione con l’ambiente e con le altre popolazioni animali. Badare non soltanto alla nostra, ma anche alla salute loro e degli ecosistemi in cui conviviamo.

L’approccio sanitario basato su considerazioni di questo tipo ha preso da qualche anno il nome di One Health. Come scrive l’Oms, si tratta di affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme per esempio epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio. Ma una strategia del genere, in attesa del prossimo virus, è una strategia politica. Come ricorda lo stesso David Quammen:

Abbiamo bisogno di più investimenti pubblici, di più istruzione pubblica, di finanziare adeguatamente istituti come lo statunitense Centres for Disease Control and Preventing, e organizzazioni equivalenti sparse per il mondo. Dobbiamo formare scienziati che diventeranno cacciatori di virus, che vadano in quelle grotte, in quelle foreste, facendo il lavoro sporco e che poi tornino nei laboratori a fare il lavoro d’indagine, per aiutarci a identificare questi virus. E abbiamo bisogno che le istituzioni sanitarie pubbliche siano pronte, con risorse e informazioni per affrontare le epidemie.


Da "www.iltascabile.com" Dagli animali agli esseri umani: il nuovo coronavirus e gli altri salti di specie di Giancarlo Cinini

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La Fondazione Giuseppe Di Vittorio smentisce con le cifre tre luoghi comuni sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E si scopre che, senza immigrazione, il nostro Prodotto interno lordo sarebbe negativo.

Dati contro luoghi comuni. La Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha dato un’anticipazione di quello che sarà il consueto rapporto biennale sull’immigrazione. Smentendo con le cifre tre argomenti ricorrenti sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E, numeri alla mano, ognuna di queste tre informazioni alla fine si rivela falsa. Con una verità che emerge su tutte: senza gli immigrati, il Pil italiano avrebbe avuto in questi anni segno negativo.


«Più che di invasione dell’Italia, abbiamo il problema della evasione dall’Italia», spiegano dalla Fondazione Di Vittorio. Gli italiani che negli ultimi anni hanno spostato la residenza all’estero sono più degli stranieri arrivati sul nostro territorio. Dal 2015 al 2018 i residenti stranieri sono aumentati complessivamente di 240mila persone, mentre 460mila italiani si sono trasferiti all’estero. Tanto più che – spiegano – l’emigrazione italiana è sottostimata, come dimostrano le differenze considerevoli tra i nostri dati ufficiali e quelli registrati nei diversi Paesi dagli uffici immigrazione, soprattutto in Europa.

E nel corso del 2019 la pressione migratoria sull’Italia si è ridotta di molto rispetto agli anni precedenti, registrando poco più di 31mila domande di protezione internazionale. I residenti stranieri con permesso di soggiorno per asilo, richiesta d’asilo o protezione umanitaria sono lo 0,4% del totale dei residenti in Italia. Sia per la riduzione del flusso delle domande e l’aumento dei dinieghi a causa dei decreti sicurezza, ma anche grazie alla trasformazione di una parte dei permessi di soggiorno per motivi umanitari in permesso di lavoro.

Quanto al secondo luogo comune – «Gli immigrati ci rubano i soldi» – anche in questo caso, facendo riferimento alle cifre ufficiali, si scopre tutt’altro. Il contributo al Prodotto interno lordo dell’immigrazione, invece, è notevole: nel 2018 la ricchezza generata dai lavoratori stranieri è stata di 139 miliardi di euro, pari al 9% del Pil. E nei dieci anni tra il 2001 e il 2011 la crescita accumulata dall’Italia senza il contributo degli immigrati sarebbe stata negativa: -4,4%. Mentre grazie alla spinta della forza lavoro straniera (+6,6%), è risultata positiva (+2,3%). E anche se si guarda al periodo 2011-2016, il contributo dell’immigrazione è stato rilevante (+3,3%) e ha arginato la flessione al “solo” -2,8%, che altrimenti, in assenza di stranieri, avrebbe raggiunto il -6,1%. Senza immigrazione, insomma, il Paese sarebbe finito in una ben peggiore recessione.

Tanto più che a livello fiscale i conti sono in regola. L’introito fiscale che deriva dai cittadini stranieri, sommando tutte le voci, è di circa 11,1 miliardi. Mentre sul versante contributivo, l’Inps incassa dagli immigrati circa 13,9 miliardi l’anno. Considerate le spese per sanità, istruzione, servizi sociali, casa giustizia, sicurezza, accoglienza e previdenza, nel 2017 – anno di massima pressione sul fronte dell’asilo e dell’accoglienza – il totale del costo dell’immigrazione era di 24,8 miliardi, una somma di poco inferiore a quella versata nello stesso anno al fisco e al sistema previdenziale dai cittadini stranieri. Un sostanziale pareggio, quindi. Dovuto anche al fatto che, in media, gli immigrati sono più giovani degli italiani (gli occupati under 35 sono il 29,7% degli occupati stranieri) e hanno costi ben minori delle spese (per i comuni ad esempio si ferma al 4,8%), nonostante costituiscano una percentuale significativa della fascia della popolazione più povera.

Grazie agli immigrati, la popolazione in età da lavoro sale dal 62,9 al 64,2% della popolazione. Gli stranieri occupati sono 2 milioni 455mila. Ma, al contrario di quel che si dice, non «ci rubano il lavoro». Negli ultimi 4-5 anni, l numero di occupati stranieri in Italia è rimasto stabile. E il tasso di occupazione nel corso della crisi è diminuito in misura più marcata tra gli stranieri che tra gli italiani. Non solo quindi gli immigrati non portano via il lavoro a nessuno, ma le mansioni affidate sono concentrate tutte nelle qualifiche più basse. Il 36,2% degli immigrati fa l’operaio. Con una percentuale molto più alta (10,9%) degli italiani di lavoratori sovraqualificati (con un titolo di studio che gli permetterebbe di fare lavori più qualificati), oltre a una fortissima diffusione di lavoro part time involontario e lavoro nero. E le retribuzioni degli stranieri, anche a parità di orario, risultano più basse del 20-22% rispetto a quelle degli italiani. Perché, mentre nel dibattito pubblico vince la logica del respingimento, il mercato del lavoro invece “accoglie” eccome manodopera straniera con contratti irregolari e spesso in nero. Generando a sua volta ulteriori mancate entrate fiscali e contribuzioni previdenziali. Ma, questa volta, non è “colpa degli immigrati”.


Da "https://www.linkiesta.it/" Promemoria per i sovranisti: senza gli immigrati il nostro Pil calerebbe a picco di Lidia Baratta

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Lunedì, 24 Febbraio 2020 00:00

Con lo smartphone un posto vale l’altro

Le persone abbastanza vecchie da aver frequentato i negozi di videonoleggio ricorderanno sicuramente l’opprimente indecisione mentre esploravano i loro scaffali. Con tutta quella scelta, ogni film sembrava poco attraente, o insufficiente. Sembrava impossibile trovare un equilibrio tra i gusti e le preferenze del momento. Era tutto lì, eppure non c’era nulla da guardare.

Quei giorni sono finiti ormai da un pezzo, ma l’indecisione nella scelta di un film o di un programma è diventata ancora più soffocante. Prima è arrivata la tv via cavo, con centinaia di canali. Poi è toccato ai servizi di streaming, che obbligano il potenziale spettatore a districarsi con software diversi su piattaforme diverse, in un’infinita ricerca nei cataloghi di Hulu, Netflix o Apple Tv+ per trovare qualcosa di “guardabile”.

Blockbuster è morto e sepolto, ma il sentimento di sopraffazione che provavamo tra gli scaffali pieni di titoli si è trasferito nelle nostre camere da letto.

Lo stesso meccanismo si ripete per un numero infinito di attività, al lavoro e nei momenti di svago. Il luogo dove ci troviamo non ha più alcuna importanza. Per scrivere un’email va bene l’ufficio ma vanno bene anche il letto o il bagno. Possiamo guardare la tv in camera ma anche in auto o al bar, trasformando questi spazi in sale cinematografiche improvvisate. Facciamo la spesa usando un’applicazione sullo smartphone mentre aspettiamo che cominci la recita dei bambini. Queste abitudini comprimono il tempo, ma trasformano anche lo spazio. Ormai nessun luogo è più straordinario. Un posto vale l’altro, perché ognuno offre i piaceri e gli oneri di tutti gli altri. Che motivo abbiamo di uscire se possiamo fare quasi tutto da casa?

Schermi in casa
Durante le vacanze di Natale sono andato con la mia famiglia in un centro commerciale alla periferia di Atlanta, per vedere Star Wars: l’ascesa di Skywalker. Era il cinema più vicino che offriva le tecnologie Dolby Vision e Dolby Atmos, così abbiamo deciso che la gamma allargata di colori e il suono avvolgente potevano giustificare un viaggio di 40 chilometri.

Vedere i nuovi film è uno dei pochi svaghi rimasti che ci obbligano a uscire di casa (a meno che, ovviamente, non siate straricchi). Eppure nel 2017 l’affluenza nei cinema degli Stati Uniti ha raggiunto il minimo storico degli ultimi venticinque anni. I servizi di streaming e la tv via cavo offrono un catalogo talmente vasto che gli amanti dei film non hanno più bisogno di andare al cinema. Netflix, Amazon e Apple sono impegnati in una battaglia serrata con le grandi case di produzione cinematografica, e oggi le serie tv godono del prestigio e del budget un tempo riservati ai lungometraggi per il grande schermo. Di questi tempi i “film-evento” come Star Wars sono il modo migliore per attirare la gente nei cinema, e questo spiega il predominio attuale dei grandi film d’azione.

Diversamente da quanto aveva preconizzato l’anno scorso Martin Scorsese, non si tratta della morte del cinema in quanto arte, ma del fatto che le persone, semplicemente, hanno indirizzato la loro attenzione verso schermi più piccoli. E proprio l’ultimo film di Scorsese, The irishmen, ne è la prova, visto che è entrato nel catalogo di Netflix meno di un mese dopo la sua apparizione (limitata) nei cinema.

Negli ultimi vent’anni la tecnologia della fruizione dei film ha fatto irruzione nelle nostre case. I grandi schermi e i sistemi audio surround sono piuttosto comuni già da tempo, ma quando nel nuovo millennio è esplosa la moda degli schermi hdtv, presto diventata economicamente accessibile, il cinema in casa è diventato il concorrente dell’esperienza nella sala cinematografica. Le mura domestiche sono state rapidamente impreziosite da schermi piatti, in camera da letto o accanto al camino. Diversamente dai grandi film d’azione, dalle saghe degli eroi Marvel o dai prodotti Lucasfilm, un lavoro come The irishman fa una gran figura anche in casa. Di conseguenza le camere da letto, lo studio e i soggiorni sono diventate un surrogato accettabile del cinema.

Quando un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema

Ma il film di Scorsese è gradevole anche sullo schermo di un cellulare. Con un rettangolo piazzato a pochi centimetri dal volto e il suono incanalato nelle cuffie, Netflix regala una sensazione immersiva. Dopo l’invasione dei cinema casalinghi è toccato agli smartphone portare la tv sul divano, sulla sedia o a letto. L’intrattenimento cinematografico e televisivo è stato riversato in quasi tutti gli spazi architettonici. Oggi il cinema fluttua liberalmente all’interno delle case. Di solito, davanti alla sostituzione delle sale cinematografiche con gli impianti casalinghi, ci preoccupiamo per il destino dei cinema. Ma chi pensa alle case? È innegabile che oggi lo studio e la camera da letto debbano sostenere il peso di nuove responsabilità, includendo attività che un tempo si svolgevano altrove.

Gli smartphone non fanno altro che proseguire e accelerare questo processo. Quantomeno la tv della camera da letto doveva essere spenta se uno dei coniugi aveva voglia di dormire. Quando invece un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema: Daniel Tiger sullo schermo del bambino, The mandalorian su quello del padre, Stranger things su quello della figlia adolescente.

La nascita del non luogo
I critici architettonici avevano previsto che la vita moderna avrebbe cambiato la nostra sensazione di spazio. Quasi trent’anni fa l’antropologo francese Marc Augé ha coniato l’espressione “non luogo” per descrivere una serie di spazi di transizione in cui il senso di sé dell’individuo viene soppresso, o addirittura svanisce. Tra i non luoghi ci sono gli aeroporti, gli alberghi, i centri commerciali, i supermercati e le autostrade. Questi spazi presentano una tristezza intrinseca, perché diversamente dagli spazi legittimi, gli esseri umani non li occupano in senso compiuto, ma si limitano ad attraversarli diretti verso i “luoghi antropologici”, come Augé definiva le scuole, le case, i monumenti.

L’anonimato e l’inutilità dei non luoghi sono stati intaccati dagli smartphone

Nei decenni trascorsi dall’epoca di Augé i non luoghi si sono al contempo moltiplicati e ridotti. Da un lato il loro numero è cresciuto e le persone li frequentano di più: aumentano gli aeroporti e le stazioni dove un numero sempre maggiore di passeggeri transita sempre più spesso, così come aumentano le hall d’albergo e i centri congressi, spesso dotati di spazi per la ristorazione e negozi che diventano non luoghi all’interno di altri non luoghi.

Dall’altro lato, invece, l’anonimato e l’inutilità dei non luoghi è stata intaccata dagli smartphone. Ogni sala d’imbarco, ogni sfarzoso divano di una hall, ogni arredo impersonale di un caffè può trasformarsi in un luogo multifunzionale per qualsiasi tipo di avventore. L’aeroporto e il bar diventano anche ufficio, cinema, club del ricamo e aula scolastica.

I non luoghi hanno sempre suscitato reazioni negative. Augé parlava di “un’invasione” portatrice della “supermodernità”, una tracimante abbondanza di spazi morti dedicati all’individuo anziché all’attività collettiva. L’antropologo aveva previsto che l’uniformità di questi spazi (gli alberghi e gli aeroporti si somigliano tutti) avrebbe generato una piaga che avrebbe privato l’ambiente comune di opportunità per l’espressione dell’individuo.

La vittoria dell’anonimato
Alla fine la supermodernità si è concretizzata, ma non nella forma annunciata (e temuta) da Augé e dai suoi successori. Oggi non c’è più bisogno di uno spazio industrializzato come un supermercato o un centro congressi per osservare l’anonimato di un non luogo. È in corso un fenomeno più vasto. Per prima cosa i bastioni della supermodernità sono diventati più personalizzati rispetto al passato: di questi tempi è possibile origliare una conversazione d’affari nel terminal di un aeroporto o assistere a una drammatica separazione sentimentale via sms mentre si è in fila da Starbuck. In secondo luogo qualsiasi spazio – anche quello antropologico che secondo Augé forniva un contesto all’esperienza umana – può diventare completamente anonimo.

Torni nel salotto di casa tua e trovi tua moglie o tuo figlio sul divano, con lo sguardo fisso su uno schermo. “Cosa stanno facendo?“, ti chiedi. Scrive un’email? Guarda la tv? Naviga su siti porno? Fa spese? In altre parole: quale nuovo spazio esterno ha introdotto nel nostro ambiente condiviso di casa? La risposta, spesso, è impossibile da conoscere. E comunque, da un momento all’altro, quel nuovo spazio può cambiare non appena l’individuo abbandona un’applicazione per aprirne un’altra. A quanto pare il problema non era la proliferazione dei non luoghi. Al contrario, la tecnologia ha permesso all’intimità e ai collegamenti personali di svilupparsi troppo e in qualsiasi spazio. Oggi ogni spazio è un super-spazio che potrebbe fondersi con tutti gli altri.

I superspazi sono in costante aumento da decenni, da prima che i dispositivi personali diventassero onnipresenti. Anni fa, quando i computer non parlavano tra loro, il mio amico Damon e io camminavamo o andavamo in bicicletta da casa sua al 7-Eleven più vicino per giocare ai videogiochi. O meglio, per giocare al videogioco. Ce n’era solo uno. Se passavamo troppo tempo davanti a quello schermo il commesso ci cacciava rimproverandoci. “Questa non è una sala giochi”.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa e, allo stesso tempo, non c’è mai

Ma all’epoca le sale giochi erano ancora posti piuttosto squallidi, e alcuni genitori sconsigliavano o addirittura proibivano ai figli di metterci piede. E così a noi toccava ripiegare sulle sale bowling (non meno squallide, anzi forse di più), i mini-market o le lavanderie automatiche, luoghi dove la gente passava il tempo infilando monetine in una fessura.

Poi Damon e suo fratello hanno ricevuto in regalo il Nintendo. Quell’acquisto ha reso assolutamente superflui posti come la drogheria o la sala giochi. Finalmente potevamo sparare alle anatre o far saltare un idraulico con i baffi adagiati sul morbido tappeto di casa di Damon. Alla fine hanno portato via il videogioco dal 7-Eleven. Gli introiti delle sale giochi sono crollati. Le camere da letto e i soggiorni avevano incorporato la sala giochi, proprio come il videoregistratore aveva portato in casa il cinema. Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto

Lo sconfinamento del lavoro in quella che un tempo era la sfera privata è fonte di preoccupazione. In passato ho usato l’espressione “iperimpiego” per definire il lavoro senza fine a cui tutti siamo sottoposti e le cui dimensioni sono nettamente superiori al lavoro per cui siamo pagati. Il mio collega Derek Thompson ha definito con l’espressione “workism” (lavorismo) la devozione quasi religiosa che gli statunitensi provano per il loro lavoro. Ma l’iperimpiego e il lavorismo sono anche conseguenze della progressiva superspazialità dell’ambiente in cui ci muoviamo. A seguirci fin dentro le mura di casa non è solo il lavoro, ma anche l’ufficio. Lo smartphone, infinitamente portatile, trasforma ogni spazio in un ambiente di lavoro. Una volta avviata l’applicazione di Salesforce qualsiasi stanza diventa una sala conferenze.

I luoghi esistono per adempiere una funzione, e quando questa funzione si sposta in nuovi spazi porta con sé anche i fantasmi dei luoghi che occupava in passato. Il bagno è uno spazio deputato alla pulizia e alle deiezioni, ma basta portarci un telefono e diventa anche l’ufficio in cui puoi gestire finanze e personale attraverso un programma come Workday, un cinema in cui puoi guardare The crown su Netflix, un’aula in cui puoi studiare il lituano con Duolingo, un’agenzia di viaggi in cui puoi prenotare un volo. L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto.


Questa capacità evidenzia la forza sociale ed economica della computerizzazione, che tra le altre cose ha la capacità di trasformare gli individui che usano gli smartphone negli spazi dove un tempo si svolgevano attività separate, o quantomeno nella memoria culturale di quegli spazi. Il manager che durante una cena si scusa perché deve inviare un messaggio non sta solo portando il lavoro al tavolo, ma trasporta se stesso in ufficio. L’imprenditore che prenota un volo dalla sala d’aspetto del medico si teletrasporta nell’agenzia di viaggi o nella biglietteria dell’aeroporto.

Questi cambiamenti svuotano i luoghi dove in precedenza si svolgevano attività specifiche. L’atmosfera unica e l’energia spirituale del negozio di dischi o della boutique di abiti evaporano nel momento in cui questi luoghi sono rimpiazzati da Spotify o Amazon. E con loro se ne vanno anche gli spazi accessori, come le strade o le linee del trasporto pubblico su cui viaggiavano i clienti o i bar e le gelaterie che frequentavano.

La casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo

L’indifferenza della computerizzazione rispetto ai luoghi, inoltre, scaglia gli spazi dove sono usati gli smartphone in un caos specifico. Nel momento in cui uno di quei ricordi spaziali si presenta, subito lo sostituisce un altro spazio che nelle retrovie lottava per emergere. Decidi di cominciare a guardare in streaming un episodio di The great british baking show quando all’improvviso arriva una notifica di Slack a trasformare il divano in una sala riunioni. A quel punto puoi decidere di riprendere la visione, ma anche di sostituire i fogli di calcolo con YouTube, dove un video Asmr trasforma la stanza da letto in uno spazio meditativo. O magari vai in bagno e ti metti a scorrere le notifiche di Facebook, nella speranza di sostituire il silenzioso isolamento del water con il mormorio sociale di un pub.

Tutto questo è tanto facile quanto disorientante, e trasforma la casa in uno spazio strano. Fino al ventesimo secolo era indispensabile uscire di casa per qualsiasi cosa: lavorare, mangiare, fare acquisti, divertirsi, vedere altra gente. Per decenni le famiglie hanno avuto solo una radio. Poi avevano diverse radio e una tv. Le possibilità fuori delle mura casalinghe erano enormemente maggiori di quelle che si presentavano all’interno. Ora, invece, fare quasi tutto da casa non è solo possibile, è anche la scelta migliore. Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

Rinfrancati dalla specificità spaziale del vedere Star Wars al cinema, io e la mia famiglia abbiamo provato il desiderio di prolungare quel senso di libertà. Così abbiamo trascorso un paio d’ore da Dave & Buster’s, un’immonda fusione tra una bisteccheria di periferia, una sala giochi e un casinò. È il discendente di Chuck E. Cheese’s Pizza Time Theatre, aperto nel 1977 dal fondatore di Atari, Nolan Bushnell, per offrire un’alternativa familiare alle taverne e alle sale giochi.

Nel chiasso del Dave & Buster’s abbiamo scoperto che i nostri dispositivi elettronici erano lì ad attenderci: la sala era piena di versioni giganti del videogioco per smartphone Candy crush. Un tempo avremmo avuto la sensazione di essere finiti in un meccanismo perverso. Ma oggi qualsiasi allontanamento dal superspazio sembra accettabile. Abbiamo pagato per starcene lì, armeggiando con versioni colossali delle applicazioni che avevamo già in tasca. Sempre meglio che tornare in auto, prendere l’autostrada e rientrare in casa, dove ognuno di noi si sarebbe sicuramente ritirato nel profondo isolamento di uno smartphone.

Da "https://www.internazionale.it/" Con lo smartphone un posto vale l’altro di Ian Bogost

Pubblicato in Fatti e commenti


Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.


A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo. Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.


Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN
Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia. Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.


Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.


IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO
Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE
Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA
Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».


Da "https://www.lettera43.it/" Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina di Marco Lupis

Pubblicato in Passaggi del presente

«Hanno inventato un nuovo peccato?»: è stata questa la domanda spontanea di molti quando i media hanno diffuso la notizia che il Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (DF), approvato a fine ottobre, propone all’attenzione della Chiesa e del mondo la considerazione del peccato ecologico. Questo viene sinteticamente definito «come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le future generazioni e si manifesta negli atti e nelle abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, nelle trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344)» (n. 82). Poche settimane dopo la conclusione del Sinodo, il 15 novembre, papa Francesco ha ripreso e fatto propria questa espressione, all’interno del Discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale, nei passaggi dedicati alla tutela giuridico-penale dell’ambiente.

La novità dell’espressione peccato ecologico è relativa (cfr box alla p. seguente); in ogni caso la sua portata si può cogliere in pienezza all’interno del quadro di riferimento proposto dall’enciclica Laudato si’ (LS), a partire dall’esplicitazione di quel legame fondamentale per cui ogni azione od omissione contro l’ambiente è anche un peccato contro Dio, il prossimo, la comunità e le future generazioni. L’espressione contiene anche qualcosa di molto tradizionale e consolidato quale il concetto di peccato, che per il cristianesimo rimanda a una esperienza fondamentale di ogni essere umano. Il mondo in cui siamo inseriti è infatti percorso dal richiamo della pienezza di vita e della gioia, che esprime ciò che Dio desidera per tutte le sue creature, ma è misteriosamente attraversato anche da una logica opposta, che sembra promettere la felicità ma conduce invece alla morte. Si commette un peccato quando ci si inganna e anziché la logica della vita si segue quella della morte. Riconoscere l’esistenza del peccato ecologico dunque non significa cedere a una moda, ma affermare che anche nel rapporto con l’ambiente si può scegliere la morte anziché la vita. Per molti secoli non si è fatto caso a questo aspetto, ma la gravità dell’attuale crisi ci obbliga ad aprire gli occhi sull’impatto, a volte devastante, dei comportamenti umani sull’ambiente e sulle conseguenze che ciò provoca per la nostra stessa vita: «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi» (LS, n. 56). È l’ascolto della realtà dei nostri giorni a fornire la base di una nuova consapevolezza che la Chiesa esprime con il linguaggio che le è proprio, indicando ai cristiani e all’intera umanità un ambito di responsabilità particolarmente cruciale, ma anche un terreno su cui fare esperienza di conversione, misericordia e salvezza.

Veri e propri “ecocidi”
Parlare di peccato ecologico richiede di avere davanti agli occhi la concretezza della realtà a cui si fa riferimento. Nel discorso all’Associazione internazionale di diritto penale, papa Francesco lo fa ricorrendo alla categoria di ecocidio, in cui inserisce «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema», o, con un linguaggio più tecnico, «la perdita, il danno o la distruzione di ecosistemi di un territorio determinato, in modo che il suo godimento per parte degli abitanti sia stato o possa vedersi severamente pregiudicato». Chiede quindi che sia dato un riconoscimento giuridico a questa categoria di «crimini contro la pace», dopo aver denunciato l’impunità di cui spesso gode «la macro-delinquenza delle grandi imprese e delle multinazionali» che è «all’origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l’ambiente».


Alcuni testi di riferimento

L’enciclica Laudato si’ (LS) sulla cura della casa comune non usa esplicitamente l’espressione peccato ecologico, ma ricorre ad altre che vi sono molto vicine, in particolare quella di «peccati contro la creazione» (LS, n. 8), quali la distruzione della biodiversità, l’inquinamento o la compromissione dell’integrità della terra; riconoscendo il fondamentale contributo del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo nell’aver sviluppato la riflessione a riguardo, ne cita queste parole, pronunciate nel 1997 «“un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (ivi). Anche per Benedetto XVI – lo ricorda la LS al n. 6 – il degrado ambientale, al pari di quello sociale, è la conseguenza del ripiegamento egoistico dell’essere umano su di sé (cfr enciclica Caritas in veritate [2009], n. 34). «Lo spreco della creazione – affermò Benedetto XVI durante l’incontro con il clero della diocesi di Bressanone il 6 agosto 2008 – inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi».

Si tratta dello stesso percorso compiuto dal Sinodo, che fa risalire agli «interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e di alcuni leader indigeni» (DF, n. 10), la responsabilità per il degrado ambientale dell’Amazzonia, per le violazioni della dignità umana, le violenze e la disgregazione di molte comunità. Del resto già il cap. I della LS aveva concluso la rassegna dei principali problemi ecologici del mondo contemporaneo (inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, questione dell’acqua, ecc.) con la denuncia delle debolezze della politica (cfr LS, n. 54) e del fatto che «i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente» (LS, n. 56).

Non si tratta di fenomeni che riguardano solo regioni lontane:
dinamiche analoghe affliggono il nostro Paese. Il dissesto idrogeologico e la scorretta gestione del territorio, causati dalla corruzione, dalla speculazione o da progetti di sviluppo miope (pensiamo ad esempio alla laguna di Venezia) provocano vittime e ingentissimi danni ogni anno, mentre numerose indagini segnalano quanto siano frequenti gli intrecci tra corruzione, interessi della malavita e gestione dei rifiuti, che si tratti della crisi ormai endemica di alcune aree urbane o della contaminazione di interi territori – la Terra dei fuochi, ma non solo – con pesanti conseguenze per la salute dei loro abitanti. Né possiamo dimenticare le vicissitudini della città di Taranto, icona degli intrecci tra interessi economici (anche di grandi gruppi multinazionali), tutela dell’occupazione e della salute, salvaguardia dell’ambiente. Non a caso sarà la città pugliese a ospitare, nel febbraio 2021, la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata proprio a questi temi e intitolata “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”.

Il rompicapo della responsabilità
L’analisi delle situazioni concrete ne evidenzia le responsabilità. In alcuni casi non si fa fatica a identificare mandanti, complici e conniventi di clamorosi ecocidi. In altri emerge invece una catena ramificata. Ma quanto è lunga? In altre parole il peccato ecologico riguarda solo un numero ristretto di persone o ci coinvolge potenzialmente tutti? E in che senso possiamo o dobbiamo sentirci responsabili di vicende che si svolgono dall’altra parte del pianeta? Si tratta di domande scomode, ma non possiamo evitarle se alla diagnosi del male vogliamo far seguire un’azione contraria, che ci aiuti «ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS, n. 163).

La scomodità di questi interrogativi spiega perché la questione sia spesso affrontata in chiave di fuga o di negazione, ad esempio sulla base della considerazione che l’intreccio delle responsabilità e dei coinvolgimenti è così complesso da scoraggiare qualsiasi tentativo di ricostruirlo, con la conseguente paralisi dell’azione. Come nota la LS, «Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito» (n. 56), con la conseguenza che il disinteresse generale blocca la ricerca di soluzioni alla crisi ambientale quanto e forse più dell’opposizione di chi non vuole alcun cambiamento. E questo fa il gioco di chi ha interesse ad addormentare le coscienze perché trae profitto dall’attuale situazione.

Un’altra reazione diffusa e non troppo diversa di fronte alla complessità è quella di semplificare il quadro recidendo o ignorando alcuni legami. La LS lo definisce riduzionismo, che è il rifiuto (più o meno consapevole) di considerare legami e connessioni. La sua principale forma spinge alla ricerca della massimizzazione del profitto a ogni costo, senza alcuna considerazione per le conseguenze sociali e ambientali, ma dalla stessa matrice vengono anche una fiducia cieca nelle capacità della tecnica di risolvere tutti i problemi, uno stile di vita consumista o persino un impegno ecologico superficiale, che si accontenta di soluzioni parziali senza inserire i problemi in un quadro più completo. I comportamenti che rientrano nella definizione di peccato ecologico sono quasi sempre la conseguenza di una qualche forma di riduzionismo, della incapacità o non volontà di tenere conto di legami e connessioni tra i fenomeni.

Invece è proprio la consapevolezza dell’interdipendenza e dei collegamenti il modo per affrontare in maniera costruttiva la questione delle responsabilità, consentendo di dare l’esatta misura, anche morale, ai singoli gesti che compiamo, nel bene e nel male. Di generazione in generazione, i comportamenti individuali di attenzione o di disattenzione per l’ambiente – quelli dei manager e dei politici, quelli degli insegnanti e dei ricercatori, quelli dei normali cittadini e lavoratori, quelli degli attivisti e di coloro che lottano per cambiare le cose – si aggregano e si sedimentano, dando forma a una cultura della cura oppure dello scarto, che si traducono a loro volta in strutture e istituzioni (enti pubblici, ma anche imprese, associazioni e organizzazioni di vario genere). Questo impatto aggregato supera di gran lunga quello che può produrre ciascuno di questi gesti preso singolarmente, perché cultura e strutture definiranno l’orizzonte di riferimento della collettività e le opzioni disponibili alle generazioni successive, indirizzando in modo più o meno stringente le scelte dei singoli. Il clima è un buon esempio: le scelte energetiche di ogni singolo consumatore (rispetto ai mezzi di trasporto, al riscaldamento e all’aria condizionata, ecc.) hanno con tutta evidenza un impatto trascurabile sui cambiamenti climatici, ma è altrettanto vero che le generazioni future erediteranno un pianeta più o meno ospitale a seconda di come si sono comportate quelle che le hanno precedute, compresa la nostra.

Inoltre, scelte di attenzione all’ambiente trasformano la cultura e stimolano altri a compierne di analoghe. Le dinamiche collettive sono sempre il risultato del concorso di comportamenti personali, a loro volta condizionati e orientati dalla complessa rete in cui ciascuno è inserito. Tanto per fare un esempio: operare scelte di consumo consapevole e responsabile dipende dalla concreta disponibilità di prodotti che rispettino determinati standard etici, che non è la stessa ovunque nel mondo. Le possibilità si ampliano quando molti consumatori adottano comportamenti analoghi: sarà questa pressione collettiva a far aumentare la disponibilità di prodotti che soddisfino anche le loro esigenze etiche. In un mondo in cui tutto è connesso, solo collegandosi si ottengono dei risultati.

Una nuova consapevolezza si fa avanti, quella della solidarietà nella responsabilità. Rendersi conto di essere parte di un gruppo, di una comunità, di un’impresa, di una generazione, di una collettività nazionale o di una certa cultura fa comprendere che è impossibile rescindere questi legami e azzerare una quota di responsabilità per le scelte collettive che danno forma al mondo in cui viviamo, a prescindere dagli atti che ciascuno compie individualmente. Per la stessa ragione, di fronte alle catastrofi ambientali o agli ecocidi, la spinta a cercare un capro espiatorio è una scorciatoia seducente, ma anche ingannevole. Le responsabilità individuali, a livello morale e anche penale, sono un capitolo importante, ma non esauriscono la questione.

Gli ecocidi, così come le buone pratiche di cura della casa comune – che pure ci sono e vanno valorizzate – ci fanno percepire la forza del legame che unisce i membri di una collettività, per cui le azioni compiute da alcuni coinvolgono tutti: nel male, come nel bene, vi è una profonda solidarietà. Provare a rifiutarla, magari sulla spinta dell’individualismo dominante, non la elimina, ma ci preclude possibilità di azione efficace sulla realtà. Un buon esempio viene da tutte quelle dinamiche che intaccano il capitale sociale o ne favoriscono il recupero. Gli atti di corruzione non hanno un impatto solo su chi li commette (corruttori e corrotti), ma sull’intera società, diffondendo la propria logica perversa e provocando la degenerazione del tessuto sociale circostante. Lo stesso vale, ma in direzione opposta, per tutte quelle azioni che favoriscono la coesione della società: per questo il volontariato, così come tutte le esperienze di gratuità, rappresentano una componente insostituibile del capitale sociale. Lo vediamo bene anche in campo ambientale!

Così, riflettere sulla questione della responsabilità all’interno dell’intricata rete di connessioni e interdipendenze che è la trama del nostro mondo ci porta a scoprire una tensione ineliminabile, ma feconda, tra due livelli differenti (anche in termini di imputabilità morale), ma in relazione: quello collettivo e quello personale. Il condizionamento (negativo e positivo) che viene dalla cultura e dalle strutture prodotte dalla sedimentazione delle scelte compiute da chi ci ha preceduto non può essere ignorato, ma questo non azzera lo spazio della libertà e quindi della responsabilità personale: piccolo o grande, c’è sempre un margine di scelta tra comportamenti ispirati alla logica della vita o a quella della distruzione. E questa scelta contribuirà a configurare le opportunità di cui potrà disporre chi verrà dopo di noi.

Peccato e conversione
Questo margine di scelta è anche la condizione di possibilità di una inversione di rotta, evitando di chiuderci nel senso di solitudine o di impotenza. Rileggere la crisi socioambientale in termini morali attraverso la categoria di peccato ecologico fa emergere dinamiche e responsabilità che facilmente tendiamo a occultare o sminuire, ma consente anche di guardarle in una diversa prospettiva. Nella teologia e nella spiritualità cristiana, infatti, considerare i peccati commessi, e ancor di più la trama di peccato in cui tutti siamo inseriti, non è un esercizio di autocommiserazione o di autoflagellazione per cercare di placare i sensi di colpa. Per il cristiano, il peccato può diventare il luogo di incontro con la misericordia di Dio, che dona la salvezza e apre un cammino di conversione. Questo vale anche per gli ecocidi e gli errori che sono alla radice dei disastri ambientali del nostro mondo. È questa la radice della speranza che percorre l’intero testo della LS e da cui siamo invitati a lasciarci contagiare: «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205). In altre parole, scegliere la logica del bene, che abita la nostra realtà a fianco di quella del male, resta una possibilità sempre aperta per la libertà della coscienza umana. Non è un caso che nel DF la menzione del peccato ecologico appaia in un paragrafo intitolato «Appello profetico e messaggio di speranza a tutta la Chiesa e al mondo intero».

L’incontro gratuito con la salvezza donata da Dio non risolve tutti i problemi in modo magico o estrinseco, ma suscita l’impegno a incamminarsi in un percorso di conversione ecologica: abbandonare le abitudini, le scelte, i comportamenti riconosciuti come sbagliati, farsi carico delle loro conseguenze, spesso tanto drammatiche quanto irrevocabili, e dirigersi in direzione del bene.

Tuttavia, nessun cambio di rotta, per quanto deciso e profondo, potrà eliminare la complessità del reticolo di interazioni che abbiamo considerato nel paragrafo precedente, compresi i fattori che potranno limitare il nostro slancio. Anche questi limiti dovranno essere assunti e integrati. Del resto, ogni conversione, anche quella ecologica, orienta al bene concretamente possibile oggi, sapendo che compierlo equivale a fare un passo avanti che dischiuderà maggiori possibilità di bene domani. In questo senso la LS è attenta a inserirci in un orizzonte di progressione, specie quando si tratta di intervenire su assetti economici e sociali che hanno dato vita a strutture estremamente solide e ramificate. Parlando ad esempio della necessità di abbandonare al più presto i combustibili fossili, essa riconosce che questo non è realizzabile dall’oggi al domani. Nel frattempo «è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie» (LS, n. 165), a condizione che questo non diventi un pretesto per rallentare il processo o per scaricare sui più deboli i costi della transizione energetica o del ritardo nel compierla.

Ugualmente bisogna tenere conto che le possibilità di azione dipendono dal ruolo occupato da ciascuno all’interno del sistema economico e sociale: i poveri che vivono nelle periferie degradate non hanno la stessa possibilità di incidere e quindi la stessa responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni ai livelli più alti delle organizzazioni internazionali, delle amministrazioni pubbliche o delle grandi imprese multinazionali.

La considerazione della complessità strutturale della conversione ecologica introduce un altro elemento di grande rilevanza: essa è un compito per il genere umano nella sua totalità: «mentre l’umanità del periodo postindustriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ivi). Insieme all’impegno personale è indispensabile il concorso di tutti: il peccato ecologico ci coinvolge collettivamente, come umanità o, più precisamente, come famiglia universale composta da «noi tutti esseri dell’universo […] uniti da legami invisibili» (LS, n. 89). E proprio come rischiamo di sprofondare tutti insieme, è altrettanto chiaro che nessuno si potrà salvare da solo.

La profezia della gratuità
In conclusione, il peccato ecologico è una lettura di una delle più gravi emergenze del nostro tempo, che fa tesoro delle ricchezze della tradizione per sostenere lo slancio verso il cambiamento e contrastare la tentazione della chiusura nello scoraggiamento o nei sensi di colpa. Lo stupore che ha suscitato la menzione del peccato ecologico nel DF è la spia che questa dinamica non ci è familiare, almeno a livello di consapevolezza condivisa e in riferimento alle questioni ambientali. Per aiutarci a scoprire come introdurre la dimensione ecologica nelle pratiche della vita cristiana, già nel 2016 papa Francesco aveva proposto un esame di coscienza ecologico e l’inserimento della cura della casa comune nel tradizionale elenco delle opere di misericordia (cfr. Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, 1° settembre 2016). La nostra Rivista ha fin da subito mostrato attenzione a questi stimoli e continuerà anche nei prossimi numeri a dar spazio a contributi a sostegno di percorsi di conversione ecologica a diversi livelli.

Considerare ecocidi e disastri ambientali come peccati ecologici ci lancia davvero una sfida radicale. Ci ricorda infatti che non sarà possibile farvi fronte solo con la logica del conteggio dei danni e dei relativi indennizzi, o di qualche forma di compensazione che non cambia radicalmente le cose ma aiuta chi sa di aver sbagliato “a mettersi a posto la coscienza”. Per la teologia cristiana è chiaro che solo la grazia può vincere il peccato. Per questo la LS non cessa di sottolineare l’importanza di tutte le esperienze personali e collettive di gratuità, dalla fruizione della bellezza (naturale o artistica) alla difesa di spazi sociali di riposo e celebrazione sottratti alla logica del consumo e del profitto, agli impegni di volontariato e azione per la giustizia, in cui persone e ambiente sono oggetto di rispetto e non di sfruttamento. Tutto ciò che è gratuito appartiene all’ordine della grazia e per questo ha efficacia salvifica. Ma la brutalità e la violenza del peccato ecologico su scala globale sono così intense che possiamo affrontarle solo entrando in una prospettiva di gratuità ancora più integrale e capace di debordare, di eccedere ogni misura, cioè nella gratuità del dono di sé. Famosi o sconosciuti, cattolici o non cattolici, i martiri ecologici del nostro tempo – tra cui non poche donne, quali Berta Cáceres e suor Dorothy Stang – ci aprono profeticamente questa strada.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" Peccato ecologico, un appello alla responsabilità di Giacomo COSTA e Paolo FOGLIZZO

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