Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Migranti senza volto

I Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina editore, 2018).

Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale – per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 – è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.

Questa lunga premessa serve a dire che l’estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:

I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi (A.C. Diener, J. Hagen: Borders. Oxford University Press, 2012)

Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla pietas per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell’équipe della Cattaneo emerge molto più della pietas. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).

È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:

Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia – ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana.

Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,

Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi – in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo – non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo…

Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:

Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee (Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. Ansa, 20.06.2018)

Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.

In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la pietas al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.

Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (…) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema pietas del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.

Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.


Da "http://www.settimananews.it" Migranti senza volto di Paolo Vineis

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Venerdì, 17 Maggio 2019 00:00

Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.

Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento.

Anzi, come spesso accade, sgonfiatasi la notizia principale – l’incendio è stato domato e la Cattedrale è tutto sommato ancora in piedi – il focus del racconto si è spostato: sul futuro e sui modi e i tempi della ricostruzione; sul passato e sulla caccia al capro espiatorio responsabile dell’incendio; sulla gente e su quello che ha provato per l’occasione; su Trump e la sua ennesima gaffe sui canadair; sulla politica – ovviamente – interna (Macron, le sue dichiarazioni, le sue colpe) ed estera (il senso di europeismo che questo evento avrebbe fatto emergere); sulla gara di solidarietà, le generose donazioni per la ricostruzione; sulle colpe dei donatori che avrebbero dovuto sostenere cause più importanti; sui new media stessi e il loro modo di affrontare la notizia: i trending topics e gli hashtag correlati, i tweet più condivisi, le immagini divenute virali e dunque immaginario di tutti noi.

C’è da dire, comunque, che questo immaginario si è venuto effettivamente a creare in modi assai diversi: noi, spettatori più o meno casuali di un enorme bombardamento iconografico, siamo stati sollecitati a partire da leve anche molto differenti. Innanzitutto, a essere convocato è stato il nostro corpo: foto e video immediatamente a ridosso dell’accaduto hanno cercato di sublimare la distanza ponendoci di fronte a quanto si andava disegnando. Lo sguardo tanto ravvicinato quanto irrealistico (la zona era chiaramente transennata e non saremmo mai potuti arrivare laddove ci portavano gli zoom delle macchine fotografiche, dei droni e delle telecamere) ci poneva a pochi passi dall’incendio, con nubi, fiamme e potenti getti d’acqua proprio lì, sotto i nostri occhi. Ci sembrava quasi di toccarli, di sentirli, così come sentivamo le sirene e i rumori dal vivo che la scena ci restituiva. Il top di questo tipo di visione si è toccato con il momento clou e più spettacolare, la terribile caduta della guglia: lì abbiamo perso addirittura la visione d’insieme della Cattedrale, perché a essere di rilievo, in quel momento, era il dettaglio, la sequenza della spaccatura, magari da riportare al ralenti o in una serie di foto in sequenza che meglio rendessero conto quasi in termini materici dell’effetto di catastrofe, dello scenario bellico e apocalittico. Stessa cosa è accaduta quando siamo entrati, di nuovo ovviamente per primi e insieme ai vigili del fuoco, all’interno della Chiesa: anche qui a contare non era la visione di insieme ma piuttosto il frammento, anzi era proprio la visione frammentaria a restituire l’idea della tragedia.

Abbiamo guardato pezzi di volta caduti, pieni e vuoti architettonici, colori scuri e bluastri, piccole nubi di fumo che ancora si levavano dal pavimento, e di nuovo acqua. Il fuoco diventava quasi un fuoco fatuo, quello bluastro appunto che ogni tanto si sviluppa – guarda caso – vicino a corpi in decomposizione. L’unico tono brillante che emergeva per contrasto in questo desolato scenario di macerie era un crocifisso dorato, ancora evidentemente resistente, che di certo spiccava ancorando il nostro corpo a una speranza.

A questo zoom sui dettagli, ha fatto pendant tutta un’altra serie di immagini grandangolari, quelle sì in grado di restituirci la veduta d’insieme. Non sappiamo quanti droni abbiano sorvolato la Cattedrale in quei (questi) giorni, ma a naso sicuramente tanti. La prospettiva privilegiata, anch’essa, come la precedente, distante da quella dell’uomo comune, era appunto zenitale. Nôtre-Dame dall’alto, in planimetria: il senso del dramma che si stava consumando emergeva in prima battuta a partire dal confronto con ciò che la circondava. Era uno sguardo pacato che, attraverso una messa a distanza, puntava a una razionalizzazione dell’accaduto. Ed è stato anche uno degli sguardi più tipici del the day after, dell’immediatamente successivo, in cui molti giornali hanno fornito una visione post-traumatica volta a fare il punto della situazione, con un occhio posato sul disastro e volto allo stesso tempo a fornire un quadro di insieme. Mappe, plastici, spaccati si sono sprecati illustrandoci sequenze prima/dopo, com’era/com’è, cosa è andato perduto e cosa invece è rimasto intatto. E giù su queste rappresentazioni frecce e puntatori, indicazioni di cifre, orari, dettagli ben precisi, magari anche del tutto inutili e che pure però costituivano quell’effetto di precisione giornalistica che allontanava il pezzo dal rischio di essere percepito come fake news.


La razionale ricostruzione degli eventi ha almeno due contraltari. Da un lato, e fa forse la parte del leone nella vicenda, tutta una serie di raffigurazioni miranti a scatenare in noi passioni, le più disparate, le più varie. L’imperativo sembrava essere: emozioniamoci. In primo luogo, in contemporanea e immediatamente a ridosso dell’accaduto, il nostro sguardo, dopo essere stato catapultato all’interno o nelle immediate vicinanze della Cattedrale, dopo avere colto l’edificio nel suo insieme, viene arretrato ancora un po’, si è spostato al di là della riva della Senna per coincidere con quello dei numerosissimi cittadini accorsi a guardare l’accaduto: gente attonita in lacrime, in ginocchio, in preghiera; tutti nostri ideali prolungamenti e utilissimi delegati con cui immedesimarci comodamente spaparanzati sul divano. Il luogo della tragedia, come sempre accade in questi casi, diviene meta di pellegrinaggio, dove andare non soltanto per curiosare ma anche per farsi prendere e contagiare emotivamente.

È il regno delle passioni collettive: cori più o meno spontanei che hanno salutano la Cattedrale, lacrime che si sono contagiate manco fossero sbadigli, pletore di convenuti compunti, tutti rigorosamente con gli occhi all’insù e con lo smartphone ben saldo nell’altra mano a testimoniare i fatti e la propria presenza. Una foto divenuta virale scattata un’ora prima dell’incendio, mostrava un padre che prendeva la sua bimba per le mani facendola volteggiare con le gambe in aria davanti a quello che di lì a poco si sarebbe trasformato in teatro della catastrofe. L’autrice dello scatto lancia un appello: vorrebbe fare avere la foto allo sconosciuto in ricordo di quell’inconsapevole momento di felicità ben presto destinato a incrinarsi.

La nostalgia e il rimpianto per il passato perduto si alternano alla rabbia e alla commozione per un presente che forse si sarebbe potuto evitare. Sono le prime pagine dei quotidiani francesi all’indomani della tragedia a dare sfogo a questi tumulti passionali, parlando di disastro, desolazione e, facile gioco di parole, “Notre Drame” – è il titolo di Libération. L’immagine-icona è ancora quella della guglia cadente ma stavolta presa dal basso e da una certa distanza, un’inquadratura che amplifica la passione, perché è come se fossimo lì giù, inermi, a osservare una caduta che è un qualcosa di dirompente che ci sopraffà, prendendo il sopravvento su di noi. Oppure le passioni si rifanno alle citazioni, Gobbo in primis, anch’egli assurto agli onori di cronaca e protagonista di svariate vignette che lo ritraggono triste, piangente, mentre abbraccia la Cattedrale o la porta via con sé, privato del suo luogo identitario, della sua casa-guscio.

Per non parlare della correlata, quanto mitica, “profezia” di Victor Hugo: non mancano le citazioni del passo del libro in cui si parla di un rogo all’interno della Cattedrale abbinate a selezionate immagini del presente, con una sincronizzazione e un conseguente effetto-stupore per questa coincidenza che assume quasi un che di sovrannaturale. Contraltare rispetto a questo clima grigio e triste è la convocazione di tutto un côté passionale quasi euforico, fatto di una proiezione speranzosa verso un futuro di rinascita dalle proprie ceneri, è il caso di dire. Il tweet del teatro La Fenice – anch’esso divenuto virale – è quel messaggio di solidarietà di chi ha attraversato una simile situazione e nonostante tutto è riuscita a ritornare agli antichi splendori. L’incoraggiamento, la grinta, la spinta positiva sono il naturale bilanciamento della negatività imperante. La vita continua, nonostante tutto, così come sorprendentemente continua, notizia dei giorni successivi, la vita delle api abitanti delle arnie impiantate sul tetto della Cattedrale anni addietro per un progetto di apicoltura: ancora vive nonostante tutto, chapeau.

Infine, in questo progressivo arretrarsi dello sguardo e conseguente ampliarsi di prospettiva, sono stati pubblicati una serie di articoli che hanno sottolineato come in realtà la Cattedrale non fosse mai stata quella architettura monolitica e definitiva che gli altri (giornali) ci stavano negli stessi giorni abituando a pensare, ma una cangiante figlia dei suoi tempi, esito della storia, degli eventi, delle mode, dei processi che l’hanno attraversata e di conseguenza modificata. Quell’eternità immobile e duratura a rischio crollo non era in realtà mai stata tale, e anche il rogo, in fondo, non rappresentava una frattura così netta: in un’ottica di lungo periodo, non era altro che uno dei tanti eventi, più o meno traumatici, più o meno invasivi, che avevano attraversato e trasformato nei secoli quella struttura che a noi sembrava sempre essere stata così.

Nello stesso tempo sono state diffuse una serie di raffigurazioni basate su uno stravolgimento programmatico di alcuni tratti dell’evento a fini satirici o polemici. Il rogo è divenuto il pretesto per parlare d’altro, un altro che deve essere innanzitutto capito, colto, intuito dal lettore/spettatore con cui si cerca una complicità innanzitutto a livello cognitivo. La copertina dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo, ipercondivisa sui social, pone su uno sfondo rosso la caricatura del volto di Macron: l’espressione è sadica e a mo’ di due corna campeggiano sul suo capo le torri in fiamme di Nôtre-Dame, la parola “Riforme” si abbina a un balloon che fa dire al Presidente “Je commence par la charpente”.

Il grado zero dell’accaduto non è semplicemente dato per scontato, ma per di più negato per farsi portatore di un discorso “altro” che tracima il rogo per addentrarsi su spinose questioni di politica interna. In tutta una serie di altre immagini, il bersaglio polemico è la considerevole cifra raccolta in pochi giorni per la ricostruzione grazie a donazioni e donatori più o meno noti e più o meno generosi: al suono di “rebuild this chatedral” l’immagine di Nôtre-Dame nel fuoco è stata accostata a selvagge foreste, fondali marini infestati di plastica e spiagge non più incontaminate ma invase da rifiuti. Insomma, anche qui i fatti del 15 aprile sono solo un pretesto per mettere in discussione il valore dei valori, le questioni etiche e le priorità. A noi spettatori, il compito di ingaggiare una caccia alla scoperta di questi ulteriori sensi dell’accaduto, la sollecitazione ad attivare un’interpretazione non immediata dei fatti.

Ecco, il rogo e Nôtre-Dame hanno vissuto e continuano a vivere a cavallo di queste dimensioni, ce ne siamo fatti un’idea dai racconti che abbiamo ascoltato, dalle immagini che abbiamo visto, dai video che abbiamo scaricato. Ma è in fondo nella traduzione tra tutti questi racconti, nella loro convivenza, a cavallo tra passato, presente e futuro che ancora Nostra Signora è con noi.


Da "www.doppiozero.com" Iconologia del rogo di Alice Giannitrapani

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Ci sono quasi tutti, da quello del PD a quelli di Forza Italia, dei Verdi Europei e di +Europa: quello della Lega, invece, non si trova da nessuna parte


In vista delle elezioni europee del 26 maggio, i principali partiti hanno già presentato le liste dei propri candidati (QUI), più o meno si sa dove siederanno a Strasburgo e già da tempo vi avevamo detto tutto su come si vota (QUI). Quello che mancava erano solo i programmi elettorali, che sono la cosa più importante se si vuole decidere per chi votare.

Qui li trovate quasi tutti, manca quello della Lega, che sul suo sito ha pubblicato solo il documento (QUI) programmatico della nuova alleanza di partiti nazionalisti e sovranisti euroscettici (QUI). Il Post ha provato a chiedere informazioni al partito, ma per il momento non ha ricevuto risposta.

Da "www.ilpost.it" I programmi dei partiti italiani per le elezioni europee 2019 di Eugenio Dacrema

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La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire. Le persone devono pretendere dalle aziende di cui si fidano di fare scelte a favore dell'ambiente. Uno dei princìpi dello sferismo: incoraggiare l’individuo affinché si assuma più responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza


Finalmente la sostenibilità è un argomento che fa notizia. Tra un po’ diventerà di moda. Se però prima non diventerà uno stato di coscienza, passerà (come tutte le mode) fino a scomparire, e noi esseri umani stavolta rischiamo di scomparire con lei. In ogni caso, la mia inguaribile fiducia nell’umanità in questi giorni ha avuto una conferma: la sostenibilità è entrata nella quotidianità delle persone, anche degli italiani. E questa è già di per sé una buona notizia che ci viene raccontata dai dati del quinto Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile realizzato da LifeGate in collaborazione con Eumetra MR e patrocinato dalla Commissione europea, dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, da Assolombarda e Confcommercio, alla cui presentazione ho apportato il mio punto di osservazione accanto alle testimonianze dell’architetto di fama internazionale Stefano Boeri, di Livia Pomodoro del Milan center for food law and policy, dell’autorevole giornalista Ferruccio De Bortoli, del vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, di Simona Bordone, responsabile dei progetti speciali Domus, del primo chef vegetariano stellato Pietro Leemann.

La seconda buona notizia è che la percentuale degli italiani che hanno piena conoscenza della sostenibilità cresce del 10% rispetto all’anno scorso e si attesta oggi al 32%. La terza è che quasi tutti i nostri connazionali (il 92%) fanno la raccolta differenziata per rispetto delle generazioni future e che il 97% ritiene fondamentale ridurre l’utilizzo della plastica attraverso campagne di sensibilizzazione e leggi mirate. È giustamente auspicabile che nelle città del futuro non ci sia posto per le plastiche e le microplastiche; che vi sia invece spazio per gli alberi e per le aree verdi, dei quali dobbiamo sentire sempre più il bisogno. Dobbiamo chiedere e adoperarci per ottenere che le periferie rinascano, che i mezzi pubblici vengano potenziati e quindi adoperati, che vi sia una maggiore diffusione di auto elettriche.


La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale

La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale. Il cambiamento sta arrivando, lo dico da anni, e ci scopriremo fortemente fuori tempo se non ci accorgeremo presto che stiamo vivendo alla vigilia di un vero e proprio cambio d’epoca. Tutte le stime più accreditate, infatti, ci dicono che questo cambio epocale si manifesterà inevitabilmente tra il 2020 e il 2045 sotto la spinta inarrestabile dei 4 mega-trend che stanno ridisegnando il pianeta: la demografia, l’ambiente, la tecnologia e l’etica.

Le persone, gli esseri umani, sono responsabili del “tutto”. Non ci sono altri attori, non ci sono altre entità sulle quali scaricare colpe e responsabilità. E anche i meriti saranno loro! Non ci sono alternative: il singolo individuo deve tornare ad essere centrale, protagonista, al punto da poter incarnare questo rinnovato protagonismo proprio nella sua sfera di influenza, nell’interesse non più solo di sé stesso, bensì anche della collettività e del pianeta. Questo individuo, che io chiamo Nuovo Eroe, agendo per-il-Bene nella propria sfera di influenza, diventerà fondamentale in questo momento storico. Questo il movimento che ho definito Sferismo: l’incoraggiamento all’individuo affinché si assuma maggiori responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza. Ciascun essere umano dovrà quindi lavorare su sé stesso lungo tre direttrici - idee, emozioni, azioni - contribuendo a generare amore, rispetto e gratitudine. Generare un senso di gratitudine nell’altro è la sfida della nuova economia.

Vivete...eroicamente!


Da "www.linkiesta.it/" Salvare l’ambiente? L’umanità non è il problema, ma la soluzione

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Lunedì, 29 Aprile 2019 00:00

Umberto Eco e i migranti

Come sempre Umberto Eco non ci tradisce. Anche alcuni scritti (o parlati, visto che in molti casi si tratta di conferenze) che potremmo definire minori, non peccano mai di banalità. Anche questo libretto, nato dalla trascrizione di interventi fatti in momenti diversi sul tema del razzismo e delle migrazioni, rivela osservazioni interessanti e in certi casi, visto che alcuni scritti sono della fine degli anni Novanta, anche premonitrici. Interessante la distinzione tra immigrazione e migrazione: nel primo caso è solo una parte di una popolazione che si sposta ed è quindi un fenomeno, che può essere gestito: nel secondo si tratta invece di fenomeni paragonabili agli eventi naturali a cui è pressoché impossibile opporsi. Pertanto, il futuro dell’Europa (ma anche il passato peraltro lo è stato) sarà del meticciato: «Ebbene, quello che attende l’Europa è un fenomeno del genere, e nessun razzista, nessun nostalgico reazionario potrà impedirlo».

Invece si assiste ogni giorno di più a un barbaro tentativo di opporsi al diritto che ogni essere umano dovrebbe avere, di cercare un futuro migliore. In tutta l’Europa vediamo rigurgiti di razzismo, che speravamo relegati nei polverosi scaffali della storia, utili a essere studiati come prodotto di un passato ormai lontano e scomparso. Ci eravamo sbagliati, non avevamo prestato abbastanza fede alle parole di Primo Levi in I sommersi e i salvati: “è accaduto, potrebbe accadere di nuovo”.

Eco, infatti, mette in evidenza come in queste nuove forme di intolleranza, batta un cuore antico. Non sono figlie della contemporaneità, se non nella forma. Alla base c’è una storia, più o meno lunga, a cui ricollegarsi, per presentare di nuovo il conto della razza. Per esempio l’antisemitismo pseudoscientifico, scrive Eco: «sorge nel corso del XIX secolo e diventa antropologia totalitaria e pratica industriale del genocidio solo nel nostro secolo, ma non avrebbe potuto nascere se non ci fosse stata da secoli, sin dai tempi dei padri della Chiesa, una polemica antigiudaica, e presso il popolo minuto un antisemitismo pratico che ha attraversato i secoli in ogni luogo ove vi fosse un ghetto».

Quel rancore che percorre oggi molte delle nostre strade, delle nostre città è roba vecchia, è un sentimento che si è trasformato in risentimento contro chiunque ci appaia (senza peraltro necessariamente esserlo) diverso da noi. Non ha neppure bisogno di avere teorie di riferimento, vive di azioni improvvisate, alimentate da bassi sentimenti. Un razzismo non scientifico come quello della Lega, sostiene Eco, non ha le stesse radici culturali del razzismo pseudoscientifico (in realtà non ha alcuna radice culturale), eppure è razzismo.

Parlando di intolleranza, che può condurre al razzismo, Eco sottolinea come l’intolleranza sia più pericolosa quando non viene elaborata. Quella che nasce in assenza di qualsiasi dottrina, che scaturisce da pulsioni elementari e che a differenza di un razzismo pseudoscientifico è più difficile da sradicare. Perché è impossibile per qualunque individuo dotato di capacità di ragionamento, opporre un pensiero razionale. Non ci si può battere contro l’intolleranza selvaggia, ci dice Eco: «perché di fronte alla pura animalità senza pensiero il pensiero si trova disarmato». Questo è il grande rischio che corriamo: la fine del pensiero, del confronto, del polemos, che sta alla base della democrazia vera.

Che fare? L’unica strada per sconfiggere l’intolleranza selvaggia è batterla dal basso, alle radici. Occorre una educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, ma che continui anche nell’età adulta, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza».


Da "www.doppiozero.com" Umberto Eco e i migranti di Marco Aime

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La sospensione della pena capitale nello Stato della California viene accolta dalla Comunità di Sant'Egidio con grande soddisfazione perchè - per la sua importanza e per le motivazioni addotte - apre alla speranza di una sua possibile, progressiva, abolizione. "In un mondo in cui la leadership si è spesso trasformata in “followship”, al seguito di sondaggi e umori variabili, la California e il nuovo governatore Gavin Newsom danno prova di un grande coraggio politico e leadership", dichiara il coordinatore della Campagna mondiale per l'Abolizione della pena di morte, Mario Marazziti.

In California c’è il più grande braccio della morte del mondo, con 737 condannati, ma dal 1978 le esecuzioni sono state 11, mentre 79 sono morti di cause naturali, 26 per suicidio. E 79 hanno, ad oggi, esaurito tutti gli appelli. La Comunità di Sant’Egidio, che assieme a oltre 20 ministri della Giustizia radunati a Roma nella Conferenza Internazionale della Giornata mondiale delle Città contro la Pena di Morte a Roma, il 29 novembre scorso, aveva promosso un appello al Governatore uscente Brown per commutare tutte le sentenze capitali, esprime la sua soddisfazione e si complimenta per la decisione e la chiarezza del Governatore Newsom, che ha ufficializzato che “non darà l’autorizzazione a nessuna esecuzione” durante il suo mandato, convinto come è che “l’uccisione intenzionale di qualunque persona è sempre sbagliata” , che il sistema della pena capitale “è un fallimento”, “ha discriminato persone con disabilità mentali, neri e di colore, e chi non si può permetter una adeguata difesa legale”, col risultato di persone sicuramente innocenti messe a morte.

Il Governatore Newsom, dichiarando la pena di morte “assoluta, irreversibile e irreparabile” si assume con coraggio le ovvie contestazioni di quanti in California hanno chiesto al contrario, con la Proposizione 66, di accelerare le procedure delle esecuzioni. In sintonia con la nuova consapevolezza cresciuta nella Chiesa cattolica dai pontificati di Paolo VI , Giovanni Paolo II e papa Benedetto, espressa dallo storico nuovo testo del Catechismo voluto da Papa Francesco, che dichiara la pena di morte non solo “non più necessaria”, ma “sempre “inammissibile".
Dalla California può venire un nuovo impulso verso il restringimento della pena capitale negli Stati Uniti, che vede prossima l’abolizione in New Hampshire, con voto bipartisan, dove già da venti anni si assiste ad una riduzione nel numero delle esecuzioni, scese di 5 volte, e per la prima volta la calendarizzazione di progetti di legge per l’abolizione o per una moratoria in stati a guida repubblicana, incluso l’Utah e quelli della “Montagna”.

Da "www.santegidio.org" Pena di morte: grande segnale di speranza la sospensione in California, il più grande braccio della morte del mondo

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“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Pubblicato in Passaggi del presente

Sono vari anni che la Cina bussa alla porta italiana, poiché l’Italia si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania”. Parla Lucio Caracciolo, analista di geopolitica, direttore di Limes ed editorialista del quotidiano la Repubblica

La notizia del giorno è la probabile, addirittura imminente, adesione dell’Italia – primo Paese del G7 a farlo – al maxi progetto infrastrutturale della Cina di Xi Jinping: la “Belt and Road Initiative” (BRI). Sono le famose “nuove vie della Seta” che si sostanzieranno in sei corridoi, cinque terrestri ed uno marittimo, tra Asia ed Europa, capaci di connettere la Repubblica Popolare al mercato strategico del Vecchio Continente e a quelli emergenti dell’Asia sudorientale, dell’Asia centrale, del Medio Oriente e dell’Africa.


Un progetto ambizioso, fiore all’occhiello del presidente Xi, con cui Pechino si candida a guidare una nuova fase della globalizzazione, questa volta con “caratteristiche cinesi”. Ma al quale non pochi guardano con sospetto, riconoscendovi l’imprinting di un preciso disegno geopolitico che mira ad assorbire intere regioni e paesi in una nuova sfera di influenza della Cina. La quale diventerebbe, così, il nuovo centro di un mondo riconfigurato secondo i desiderata, e le esigenze, del Partito Comunista Cinese.

I primi a suonare l’allarme sono, ovviamente, gli Stati Uniti. I quali, nello stesso articolo del Financial Times che riportava ieri le dichiarazioni con cui il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Michele Geraci, rivelava che il Memorandum of understanding con cui aderiremo alla BRI è in dirittura d’arrivo, consegnavano al nostro paese un duro monito, arrivato attraverso le parole di Garret Marquis, portavoce del National Security Council, organo della Casa Bianca che si occupa di minacce strategiche.

Nelle stesse ore, inoltre, fonti del Corriere della Sera portavano a galla le pressioni esercitate dagli Usa sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte e sul sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti affinché l’Italia non dia seguito al suo proposito di essere il primo paese del gruppo dei Grandi a partecipare alla BRI e non approfitti in particolare della visita nel nostro paese del presidente Xi, programmata per i prossimi 22 e 23 marzo, per apporre la fatidica firma.

Un dossier scottante che Start Magazine ha deciso di approfondire.

Ecco la conversazione con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la prima rivista italiana di geopolitica e fucina di analisti ed intellettuali che dissezionano i grandi trend strategici del nostro pianeta.

Cosa sono dunque, Caracciolo, le nuove vie della Seta, ovvero “una cintura, una strada”?
Rappresentano una strategia di globalizzazione vestita da progetto di promozione infrastrutturale marittima e terrestre, che ha il compito di collegare il mercato europeo a quello cinese e ad altri mercati asiatici. Un progetto con un chiaro sottotono geopolitico, che punta sulla valorizzazione del marchio Cina e sull’espansione dell’influenza cinese nel mondo, con particolare riguardo ai paesi toccati da queste rotte marittime e terrestri.

Un insieme di progetti, la BRI, nell’ambito dei quali il nostro paese dovrebbe ricoprire un ruolo privilegiato, nella sua qualità di sbocco delle vie della seta: di qui l’importanza dei porti dell’Alto Adriatico, tra cui quello di Trieste.
Più che di ruolo per il nostro paese, parlerei di potenziale. Nel senso che sono vari anni che la Cina bussa alla porta italiana, poiché l’Italia si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania. Potenziale, perché sinora l’Italia non è stata in grado o non ha voluto offrire vere sponde alla Cina.

E oggi?
Oggi, se veramente si firmerà questo memorandum, le cose procederanno diversamente. Lei ha citato Trieste, ma si potrebbe citare Genova, così come altri porti meno rilevanti, che potrebbero diventare dei perni del collegamento marittimo e ferroviario dalla Cina all’Europa. Trieste ha la caratteristica speciale di essere un porto franco, fondato 300 anni fa dagli Asburgo: ciò significa un vantaggio doganale notevole per chi vi sbarca o lo utilizza. Trieste è ben collegata alla linea Vienna-Monaco piuttosto che al resto dell’Italia. E poi Trieste ha da sempre una vocazione autonoma, di carattere anche geopoliticamente ambiguo fra Italia ed Europa di mezzo, e questo rappresenta da un certo punto di vista un vantaggio, ma anche un problema per l’Italia. Poi c’è un secondo capitolo della BRI…

Quale?
È il capitolo rappresentato dalle vie della seta digitali, ossia la penetrazione di cavi internet e data center. Su questo i cinesi puntano molto, in particolare Huawei, portatrice di una tecnologia 5G che le conferisce una posizione privilegiata rispetto agli americani. Questo crea però una tensione forte tra Italia e Usa, perché Washington teme che la Cina usi l’Italia come base di spionaggio.

E qui, dopo le opportunità che i progetti cinesi offrono all’Italia, si apre la questione delle minacce. Che gli Usa, sia per quanto riguarda BRI che per Huawei, ci ricordano ad ogni pie’ sospinto. Perché, concretamente, gli Usa vogliono che l’Italia si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale?
Gli Stati Uniti vedono nella Cina la minaccia numero uno al loro primato mondiale. Vedono nella tecnologia cinese nel campo di internet un rivale pericoloso, capace di penetrare anche i segreti degli Usa e della loro sfera di influenza imperiale, di cui noi facciamo parte. Quindi, se, come già sta avvenendo, Huawei apre dei centri di raccolta dati e internet in Italia, questo crea un malumore negli Stati Uniti.

Gli Usa lanciano l’allarme Huawei, ma non esibiscono le prove: non c’è la pistola fumante di un coinvolgimento dell’azienda di Shenzhen nello spionaggio di Pechino. Le famose “backdoor” che Huawei piazzerebbe nella rete, e che costituirebbero il cavallo di Troia con cui il regime cinese penetrerebbe nei nostri network, non le ha viste nessuno.
Noi sappiamo che da parte britannica, dunque di un alleato privilegiato degli Usa, è stata notata una relativa innocuità delle tecnologie di Huawei. E’ chiaro che, in questo campo, prove certe non ci sono, o se si hanno ciascuno le tiene per sé, magari sotto il tavolo. Quindi non mi aspetterei rivelazioni clamorose. Resta il fatto che gli americani, che abbiano ragione o torto, credono che Huawei sia un pericolo.

Un pericolo anche perché la legge cinese sull’Intelligence del 2017 dice chiaramente che Huawei è obbligata a collaborare col governo.
Ma questo è perfettamente normale, in tutti i paesi normali. Anche Google e Facebook collaborano con il governo americano.

Ma quali minacce specifiche pone la Via della seta al nostro Paese?
Nessuna in particolare. Il vero problema a mio avviso è che i cinesi potrebbero usare l’Italia per i loro fini esclusivi e mettano un’impronta troppo forte ed esclusiva sull’Italia. Questo significa evidentemente una minaccia per un paese come il nostro che fa parte della Nato ed è dentro la sfera di influenza europea dell’America. Quindi, come vediamo anche dalla cronaca, siamo sottoposti ad una serie di pressioni.

Peraltro, è la stessa Unione Europea a nutrire diffidenza nei confronti della BRI. Ricordo solo il report firmato da 27 ambasciatori in Cina dei paesi UE – tutti tranne quello ungherese – che l’anno scorso evidenziò tutte le perplessità europee sul progetto.
Per la verità alcuni paesi europei non secondari, come la Germania o l’Inghilterra, sono già in rapporti con Huawei ed hanno già rapporti piuttosto avanzati in campo tecnologico con la Cina. Credo che retorica e sostanza in questo caso non coincidono.

Secondo lei, il governo italiano sottovaluta i problemi intrinseci ai dossier BRI ed Huawei? Vede la possibilità all’orizzonte di uno scollamento nei rapporti tra Italia e Usa?
C’è un problema di dilettantismo, o se si preferisce di ignoranza. Questo è un governo composto da persone che non hanno mai avuto a che fare con questo genere di dossier, e dunque si sono fatte prendere alla sprovvista. Di Maio stesso pensava di poter firmare il memorandum of understanding sulla BRI nel novembre scorso (mentre era in visita istituzionale in Cina, ndr), ed evidentemente è stato fermato dagli americani.

E invece la Lega – al di là dell’entusiasmo di Geraci – che posizione ha su questi dossier?
Almeno finora, direi che sostanzialmente condivide la necessità di aderire alle Vie della seta. Non vedo dunque su questo una divaricazione tra M5S e Lega.

Gli Usa tuttavia, va detto, hanno un atteggiamento quanto meno ondivago. Perché se da un lato chiamano all’ordine gli alleati su Huawei e BRI, poi scopriamo dal New York Times che Donald Trump ogni tanto si consulta con i suoi consiglieri su come si possa far uscire l’America dalla Nato. Quindi non ci si può stupire se l’Italia non sappia più come orizzontarsi.
A parte le esercitazioni di Trump, è chiaro che gli Usa non hanno alcuna voglia di uscire dalla Nato. Anzi, negli ultimi tempi la loro presenza in Europa anche militare si è accresciuta.

A proposito dei nostri rapporti con il nostro maggiore alleato, cosa ne pensa della partecipazione del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi alla ministeriale di Varsavia convocata due settimane fa dagli Usa per dare vita ad una poderosa coalizione contro l’Iran? Un’iniziativa che è stata disertata, oltre che da Federica Mogherini, dai capi delle diplomazie di Francia e Germania, che hanno preso clamorosamente le distanze dal tentativo americano di coinvolgere l’Europa nella campagna di “massima pressione” nei confronti degli ayatollah. Le chiedo, l’Italia ha per caso aderito, senza strombazzarlo troppo, alla coalizione anti-Iran?
Non mi risulta. L’Italia mantiene una posizione piuttosto riservata. Comunque la posizione italiana non conta granché visto che il nostro paese, per sua scelta, non ha voluto partecipare ai negoziati con l’Iran sul trattato contro la proliferazione nucleare. Quindi siamo fuori da questo gioco.

Nella grande partita che è in corso nella Mezzaluna tra regimi come quello di Sisi e bin Salman da un lato e forze islamiste guidate da Turchia e Qatar dall’altro, noi stiamo facendo un gioco, come dire, altalenante, che non sembra nemmeno funzionale ai nostri interessi nazionali, come dimostra il caso della Libia, che ci vede sempre più isolati ed in difficoltà. Lei cosa suggerirebbe a questo governo?
Io penso che sia importante mantenere relazioni decenti con tutti, anzitutto con l’Iran, che è uno dei paesi veri della regione. A parte Teheran, io vedo solo Israele e Turchia come realtà consolidate. Il resto sono o famiglie allargate, vedi quella saudita, o regimi su cui difficilmente si può scommettere per il futuro. Segnalo anche i sommovimenti in corso in Algeria, che ci interessano da vicino.

Da "www.startmag.it" Via della Seta, perché la Cina punta sull’Italia e perché gli Usa sbuffano di Marco Orioles

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 11 Marzo 2019 00:00

Non c’è futuro senza femminismo

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“La violenza di genere non riguarda solo le relazioni interpersonali: coinvolge la politica, l’economia e tutta la società”, dice Marta Dillon, intervistata al festival di Internazionale a Ferrara. “Con il movimento Ni una menos sono stata protagonista di una rivoluzione che ha portato grandi cambiamenti”, aggiunge la giornalista argentina.

Marta Dillon è tra le fondatrici del collettivo femminista Ni una menos, nato in Argentina nel 2015 per protestare contro i femminicidi e la violenza sulle donne (secondo la corte suprema del paese, nel 2017 sono stati accertati 273 femminicidi). Il movimento si è poi diffuso anche in altri paesi dell’America Latina e in Europa.

In Italia è nato il movimento femminista Non una di meno. Il 24 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma contro la violenza di genere e le politiche del governo.

Marta Dillon è una giornalista e sceneggiatrice argentina. Lavora per il quotidiano di Buenos Aires Página12 e dirige il supplemento Las12. Ha scritto Aparecida (Sudamericana 2015) e Corazones Cautivos. La vida en la cárcel de mujeres (Aguilar 2008). È autrice di programmi televisivi e documentari.

Da "https://www.internazionale.it" Non c’è futuro senza femminismo 

Pubblicato in Le parole delle donne

La legge che, a far data dal 5 ottobre 2018, ha soppresso il titolo di soggiorno attribuibile ai migranti in presenza di seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano, non può avere effetto retroattivo e, pertanto, non è applicabile alle domande di riconoscimento della protezione internazionale presentate prima della suddetta data.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che, pur respingendo l’istanza di protezione internazionale e umanitaria di un cittadino della Guinea sul presupposto che le ragioni dell’allontanamento dal suo paese erano state esclusivamente di natura economica, rappresenta una sorta di spartiacque nella legislazione restrittiva in tema di immigrazione introdotta dall’attuale Governo e ne ridimensiona drasticamente la portata, in quanto stabilisce che l’abrogazione del permesso di soggiorno sostenuto da ragioni umanitarie rileva esclusivamente per coloro che hanno fatto domanda dopo il 4 ottobre 2018.

La protezione umanitaria nel diritto vivente
La protezione per motivi umanitari è un istituto introdotto nel nostro ordinamento nel 1998 per dare piena attuazione all’articolo 10, comma 3 della Costituzione che riconosce protezione e diritto di asilo allo straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana».

Un’ampia e univoca elaborazione giurisprudenziale ha positivamente considerato il carattere aperto della norma e ha messo in evidenza l’intima connessione esistente tra permesso umanitario e diritto di asilo costituzionale.

La qualificazione giuridica della protezione umanitaria come diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale, è stata affermata e mantenuta costante a partire dal 2009.

Tale peculiare natura ha avuto notevole rilievo nell’individuazione, da parte della giurisprudenza di legittimità, dei presupposti per il relativo accertamento, nel contesto di un catalogo aperto di situazioni ritenute meritevoli di considerazione per motivi socialmente rilevanti riferibili all’inviolabilità dei diritti umani e all’obbligo di solidarietà espressi dall’articolo 2 della Costituzione, nonché alla tutela e al rispetto della dignità umana che l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea considera «inviolabile».

Si è, infatti, ritenuto che tali presupposti fossero diversi da quelli posti a base sia della tutela accordata allo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, sia della protezione sussidiaria di derivazione europea da considerare «complementare e supplementare» rispetto alla protezione dei rifugiati.

La protezione umanitaria costituisce una forma di tutela a carattere residuale posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina la protezione internazionale degli stranieri in Italia, dal momento che le condizioni di vulnerabilità suscettibili di integrare i «seri motivi umanitari» sono necessariamente correlati al quadro costituzionale e convenzionale al quale sono ancorati e non predeterminati.

Un altro punto fermo della giurisprudenza di legittimità consiste nel riconoscimento che il diritto alla protezione umanitaria costituisce oggetto di accertamento e non di riconoscimento. Tale convinzione trova la sua ragione logico-giuridica nella necessità di ribadire come il diritto alla protezione umanitaria, quale teoricamente configurato dalle norme nazionali e sovranazionali, già appartiene al patrimonio dei diritti ed è suscettibile di concretizzarsi (mediante l’accertamento) nel momento in cui la persona di nazionalità straniera matura la decisione di avvalersi della situazione di natura sostanziale riconosciutagli dall’ordinamento (proposizione della domanda di protezione internazionale).

È questa la ragione per cui si deve parlare non di «riconoscimento del diritto» e del correlato status ma di «accertamento del diritto» e dello status di protezione, trattandosi di situazioni sostanziali che preesistono e che hanno una autonoma valenza giuridica ancor prima che il soggetto decida concretamente di invocarne l’applicabilità.

Di conseguenza, la protezione umanitaria, che sia già entrata a far parte del corredo individuale dei diritti (per effetto della normativa vigente al momento in cui la persona di nazionalità straniera abbia formalizzato la domanda di protezione), non può essere ridimensionata, o diversamente interpretata, o eliminata sulla base di una normativa sopravvenuta che non ha regolato il regime transitorio.

Detto in altri termini, l’esame della domanda è da considerare alla stregua di un procedimento tecnicamente ricognitivo. A costituire e ad accertare il diritto non sono le commissioni territoriali o il tribunale. L’autorità amministrativa o giudiziaria «accertano» che, quando la persona ha fatto la domanda di protezione, aveva diritto a che gli fosse riconosciuta.

Questo significa che non avrebbe senso – anzi, sarebbe irragionevole – dare una risposta positiva all’istanza di permesso per motivi umanitari presentata in data anteriore al 5 ottobre 2018 da parte della commissione che è stata rapida a decidere e dare invece una risposta negativa solo perché la commissione è stata in grado di decidere – e di farlo in senso negativo – dopo la soppressione dell’istituto della protezione umanitaria.

La protezione umanitaria dopo il 4 ottobre 2018
Il problema posto all’esame della suprema Corte attiene, appunto, alla disciplina da applicare alle ipotesi di procedimenti in itinere dinanzi alle commissioni territoriali o ai giudizi in corso a seguito del provvedimento, di accoglimento o di diniego, dell’organo amministrativo.

Dal momento che, al riguardo, la legge tace, la prassi amministrativa ha scelto di applicare la norma con effetto retroattivo: scelta censurata dalla Corte di Cassazione. La quale, richiamando alcuni principi giuridici in tema di irretroattività della legge, che non è il caso in questa sede di esplicitare, ha affermato il seguente principio di diritto: «La normativa introdotta, a far data dal 5 ottobre 2018, con il decreto legge 4 ottobre 2018 n. 113, convertito in legge 1° dicembre 2018 n. 132, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore della nuova legge, le quali dovranno, pertanto, essere scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione. Tuttavia in tale ipotesi, all’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base dei presupposti esistenti prima del 5 ottobre 2018, farà seguito il rilascio da parte del Questore di un permesso di soggiorno contrassegnato dalla dicitura “casi speciali”, della durata di due anni, convertibile, laddove ne ricorrano le circostanze, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato».

Il che implica che la pubblica amministrazione dovrà applicare la legge come interpretata dalla giurisprudenza.

Ne consegue che le commissioni territoriali, se oggi esaminano la domanda di asilo presentata prima del 5 ottobre 2018, lo dovranno fare secondo l’interpretazione che della legge ormai abrogata ha offerto il diritto vivente.

Ad oggi, questo non succede. Se tale prassi dovesse persistere, non rimarrà, per le persone interessate, che adire le vie legali per l’accertamento del diritto alla protezione.

Abrogazione costituzionalmente legittima?
L’abrogazione, da parte del legislatore, della protezione umanitaria, ancorché sostituita in parte da permessi parcellizzati per situazioni specifiche e limitate, era stata aspramente criticata soprattutto dalle associazioni che operano nel campo della tutela dei diritti fondamentali dei migranti.

In occasione della firma del provvedimento il Presidente della Repubblica aveva, in modo inusuale, fatto recapitare una lettera al Presidente del Consiglio, con la quale aveva chiesto il rispetto degli obblighi costituzionali, in particolare del citato articolo 10 della Costituzione, oltre che di tutti quelli derivanti dagli accordi internazionali e dall’ordinamento europeo.

Poiché, in un passaggio della recente sentenza, la Cassazione afferma l’«intima connessione» del permesso umanitario con «il diritto d’asilo costituzionale», qualificandolo nuovamente quale «diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale», ci si può fondatamente chiedere se la scelta governativa di abrogare la protezione umanitaria sia costituzionalmente corretta.

Come è stato affermato in sede parlamentare da parte di alcune forze politiche di opposizione, esistono forti dubbi sulla costituzionalità della nuova legge proprio nella parte relativa ai permessi per motivi umanitari.

Non si può dimenticare che forme di protezione umanitaria sono previste, con modalità diverse, in diciannove dei ventotto paesi dell’Unione Europea (Austria, Cipro, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia, Ungheria), così come stabilito all’articolo 6, quarto paragrafo della direttiva 115/2008/UE il quale prevede la possibilità per gli Stati membri di ampliare l’ambito delle forme di protezione tipiche sino ad estenderlo ai motivi «umanitari», «caritatevoli» o «di altra natura».

Da "http://www.settimananews.it/" Protezione umanitaria: l’abrogazione non è retroattiva di Andrea Lebra

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