La comparsa di un nuovo virus è un fatto naturale, la pandemia no: la crisi sanitaria e i suoi effetti economici, sociali e politici “sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita”; un modello “nocivo e dannoso per noi individui, per le comunità, per la natura”. Esordisce così il documento intitolato “Per un manifesto di ecologia popolare”, elaborato da un gruppo di attivisti e ricercatori che durante i mesi di sospensione delle attività e degli spostamenti in Italia si sono interrogati sulle origini della crisi che stiamo attraversando, convinti che le premesse del disastro fossero tutte visibili ancora prima che arrivasse il nuovo coronavirus.

“Gli ingredienti di una pandemia sono gli stessi che muovono la crescita illimitata”, scrivono: lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra e degli allevamenti animali; la densità abitativa delle grandi città; la crescente interconnessione di un mondo globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta, gli standard sanitari e alimentari inadeguati. Insomma: la crisi del covid-19 deve spingerci a ripensare “un modello di crescita autodistruttivo improntato solo al benessere economico”.

Gli autori del manifesto vivono e lavorano per lo più a Napoli, anche se hanno orizzonti più ampi. Il gruppo è eterogeneo: ricercatori universitari, artisti, educatori, giornalisti. Hanno creato la rete Terre in movimento e si presentano con un’identità collettiva. Il nome che ciascuno usa è Ecopop, seguito da un numero per gli uomini e una lettera per le donne: questo perché, spiegano, “vogliamo dare voce a tutti i gruppi che si battono per la giustizia ambientale”. Aggiungono che l’anonimato è anche una sorta di tutela, “perché in molti conflitti ambientali i cittadini non hanno di fronte solo le istituzioni ma anche altre forze, inclusa la criminalità organizzata”.

La crisi dei rifiuti
Per spiegare cosa intendano con “ecologia popolare”, gli autori del manifesto citano la crisi dei rifiuti vissuta dalla Campania per circa un decennio a partire del 2001. “Era un conflitto ambientale tipicamente moderno”, osserva Ecopop 1, “chiamava in causa il ciclo dei rifiuti, la speculazione, i meccanismi illegali che trasferivano gli sversamenti industriali delle regioni più ricche alle zone più povere nel sud dell’Italia, un po’ come si mandavano le navi di rifiuti tossici in Africa. Eppure sui mezzi di informazione non è stato descritto come un conflitto ambientale, soprattutto all’inizio: si parlava di cattiva gestione, di traffici illegali, di camorra, ma la salute di quelle persone e l’ambiente entravano di rado nel discorso”.

Le proteste degli abitanti erano descritte più che altro come “egoismi localisti”. È nato allora il nomeTerra dei fuochi. “Si discuteva di inceneritori e di dove collocare le discariche dando per scontato che chi viveva in quei luoghi non avesse una coscienza ambientale”, continua Ecopop 1. “Ma era vero il contrario. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano proprio loro. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente. Ci sono voluti anni di battaglie perché questo fosse riconosciuto”.

“Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali perché nel nostro paese manca una cultura politica ecologica”, si legge nel manifesto. Si parla di “analfabetismo ecologico”. La sinistra italiana ha una “tradizione industrialista” che l’ha portata anche in tempi recenti a difendere scelte come la Tav, affermano gli autori. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, “per darsi un volto presentabile”. “Vogliamo che la questione ambientale sia la chiave di lettura per tutti i temi della politica e della società”, dice Ecopop B.

La grande cecità
“Bisogna mettere l’accento sul legame tra il contagio e la cecità del modello di sviluppo”, si legge ancora nel manifesto. La pandemia, il degrado ambientale, le mutazioni del clima “sono tutti prodotti di un modello di crescita improntato al solo benessere economico che nasconde una sistematica volontà autodistruttiva”. Riecheggia quella che lo scrittore Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità” di fronte al cambiamento climatico, e in effetti gli autori dichiarano di aver tratto ispirazione da quel saggio: “La grande cecità è quella degli esseri umani che non riconoscono alla natura un ruolo protagonista”, riassume Ecopop 1.

Gli autori del manifesto criticano in particolare l’idea di “sviluppo sostenibile”, che considerano una contraddizione in termini: “Si basa sull’idea di un buon uso delle risorse per una crescita economica compatibile con la natura. È il tentativo delle élites ‘avvedute’ di mediare tra l’ambiente e il capitalismo”, dice Ecopop 1: “Ma è una mediazione impossibile. La logica del capitalismo è la ricerca continua di profitto, non la tutela dell’ambiente o della salute della collettività. Al dunque, profitto e natura sono in conflitto”. E poi, “che mediazione può fare una cultura autodistruttiva?”. Al contrario, per “ribaltare il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi attuale” serve un’ecologia “partecipata e dal basso proprio come era successo nella Terra dei fuochi”. Citano i comitati che si battono per la bonifica nei numerosi siti industriali inquinati in Italia, i movimenti No Tav e quelli No Tap (che si oppongono al gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe approdare in Puglia).

La giustizia ambientale “è il nuovo spartiacque del conflitto sociale”, dicono in definitiva gli autori del manifesto di ecologia popolare. Il documento evoca “pratiche di mutualismo” nelle comunità fondate sul “diritto collettivo al cibo, alla salute, la terra, l’acqua come capisaldi del diritto alla vita”. Vedono un esempio positivo nelle esperienze di mutuo soccorso nate nelle settimane del confinamento, da Scampia a Rosarno. Guardano anche più lontano, alle reti di comunità indigene dell’Amazzonia in difesa della foresta o gli ecovillaggi del Rojava.

Il collettivo Terre in movimento si è dato degli obiettivi pratici. Mapperà i conflitti ambientali a cominciare dalle esperienze locali di difesa del territorio e della salute “e qui nel sud ne abbiamo molti casi, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di Taranto”. Avvierà un’inchiesta sul bacino del fiume Sarno, caso esemplare di dissesto e inquinamento: durante il confinamento il fiume si era ripulito e gli abitanti rivendicano una bonifica duratura. Poi un’indagine sul parco dei Camaldoli, 135 ettari di area protetta con un castagneto secolare, vero polmone verde alle porte di Napoli che però resta inspiegabilmente chiuso. L’obiettivo, dicono, è mettere in collegamento esperienze popolari, locali e globali. E diffondere una “vera cultura politica ecologica”.

Da "https://www.internazionale.it/" In Italia c’è bisogno di una nuova ecologia popolare di Marina Forti

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Cioè che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c'è un motivo.

La pandemia di COVID-19 ha confermato fin qui due cose che gli attivisti ambientalisti dicono da molto tempo. La prima è che per diminuire significativamente la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, come richiederebbero gli obiettivi internazionali fissati per contrastare il riscaldamento globale, servono interventi molto più radicali di quelli portati avanti finora sulla spinta delle conferenze come la Cop21 di Parigi. La seconda è che gli sforzi individuali per ridurre l’impatto delle attività umane sull’atmosfera, per quanto lodevoli, servono a poco.

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L’effetto della pandemia sulle emissioni di CO2
Già a febbraio si era cominciato a parlare dell’effetto delle restrizioni agli spostamenti e alle attività produttive per contenere i contagi da coronavirus (SARS-CoV-2) sull’inquinamento atmosferico. Si è visto prima con le fabbriche cinesi, che hanno interrotto o rallentato la produzione, poi con le automobili private in Europa e negli Stati Uniti, che sono rimaste parcheggiate per settimane, e con i voli cancellati in tutto il mondo.


Il 19 maggio sulla rivista scientifica Nature Climate Change è stato pubblicato il primo studio sugli effetti della pandemia sulle emissioni di anidride carbonica (CO2), il principale gas responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento climatico. Lo studio, realizzato da 13 noti esperti di scienza ambientale di diverse parti del mondo, stima quanto si sia effettivamente ridotta la quantità di emissioni di CO2 dall’inizio dell’anno alla fine di aprile: di più di un miliardo di tonnellate rispetto all’anno scorso. Nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 aprile, il 7 aprile è stato il giorno in cui si è emessa meno anidride carbonica rispetto allo stesso giorno del 2019: il calo giornaliero mondiale è arrivato al 17 per cento. Da fine marzo a fine aprile il calo è sempre stato superiore al 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Le riduzioni ovviamente sono diverse da paese a paese e da settore a settore. Al suo picco massimo, per esempio, la riduzione di emissioni dovuta alle chiusure in Cina è stata maggiore rispetto al picco massimo di quella dovuta alle chiusure negli Stati Uniti. In media nei momenti di maggiore chiusura i singoli paesi hanno ottenuto una riduzione delle proprie emissioni del 26 per cento.


Per quanto riguarda i diversi settori che producono emissioni di anidride carbonica, un calo percentuale molto alto (meno 36 per cento rispetto al 2019) c’è stato nel settore dei trasporti di superficie: relativo soprattutto nell’uso delle automobili, dato che il trasporto di merci su gomma è continuato. L’aviazione civile ha prodotto invece il 60 per cento di emissioni in meno, essendosi fermata in gran parte: i voli aerei però contribuiscono solo a una piccola frazione del totale delle emissioni dovute ai trasporti – solo al 9 per cento nel caso degli Stati Uniti – dunque a questo grosso calo percentuale non corrisponde una diminuzione davvero significativa nelle emissioni totali globali.


Complessivamente la diminuzione delle emissioni ci ha fatto tornare a livelli di emissioni giornaliere globali visti l’ultima volta nel 2006: l’impatto delle restrizioni dovute alla pandemia sulla produzione di emissioni è stato quindi maggiore di quello dovuto alla crisi economica del 2008-2009.

Secondo gli esperti, però, è improbabile che questo effetto continui anche nei prossimi mesi, anzi: le iniziative dei governi per il rilancio dell’economia dovrebbero portare a una crescita molto forte nella produzione di emissioni. Lo studio pubblicato su Nature Climate Change prevede che nel 2020 le emissioni totali globali saranno solo minori del 4-7 per cento rispetto a quelle prodotte nel 2019. Considerando che negli scorsi decenni l’emissione annuale globale di anidride carbonica è quasi sempre aumentata (tra il 2008 e il 2009 diminuì dell’1,4 per cento) non è detto che questa diminuzione abbia un effetto davvero rilevante e conti qualcosa a lungo termine nel contrasto al cambiamento climatico.

Quella che conta è la concentrazione di CO2
Sebbene i grafici e i dati sul calo di emissioni negli ultimi mesi siano notevoli e impressionanti, infatti, è importante ricordare che il principale parametro da considerare quando si parla di emissioni di CO2 e cambiamento climatico è la concentrazione di questo gas serra nell’atmosfera. È dall’inizio della Rivoluzione Industriale, nel Settecento, che le attività umane causano un aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, in aggiunta a quella dovuta ai processi naturali: qualche mese senza automobili, aerei e centrali elettriche alimentate a carbone non può stravolgere quanto fatto in più di due secoli.

Si capisce bene guardando la cosiddetta “curva di Keeling”, un grafico che mostra l’andamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera dal 1958 a oggi, secondo le misurazioni dell’osservatorio meteorologico del vulcano Mauna Loa, alle Hawaii. Nel grafico si vedono due linee. Quella in rosso nell’immagine che segue mostra il livello di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera misurato all’osservatorio di Mauna Loa nel tempo. Sale e scende a seconda delle stagioni, dato che durante l’estate le piante dell’emisfero boreale assorbono più CO2 di quanta riescano ad assorbirne le piante dell’emisfero australe (che sono meno) d’inverno. La linea nera invece è l’andamento medio, che appiattisce le crescite e i cali stagionali.

Molti hanno chiesto all’osservatorio di Mauna Loa se nelle loro misurazioni si sia visto l’effetto della pandemia di COVID-19 sulle emissioni. L’osservatorio ha spiegato:

Perché il calo nelle emissioni sia visibile deve essere abbastanza pronunciato da distinguersi rispetto alla naturale variabilità della CO2 nell’atmosfera causata da come le piante e il suolo reagiscono alle annuali variazioni di temperatura, umidità, etc. Queste variazioni sono molto ampie e per ora le emissioni “mancanti” non si notano. Ecco un esempio: se le emissioni fossero minori del 25 per cento, ci aspetteremmo di vedere la media mensile di CO2 misurata a marzo a Mauna Loa minore di 0,2 parti per milione, e di nuovo lo stesso ad aprile, etc. Quindi nel confronto delle medie annuali ci aspetteremmo una differenza visibile dopo una serie di mesi, ciascuno con 0,2 parti per milione in meno.

L’Agenzia internazionale dell’energia si aspetta che quest’anno le emissioni calino dell’8 per cento. Non possiamo quindi vedere un effetto globale come questo in un periodo minore di un anno. La CO2 nell’atmosfera continuerà a crescere più o meno alla stessa velocità, cosa che dimostra che per contrastare l’emergenza del riscaldamento climatico servono investimenti aggressivi nel campo delle fonti di energia alternative.

Insomma, i dati sulla concentrazione non mostrano cambiamenti: le emissioni dovrebbero diminuire molto di più di quanto hanno fatto finora perché l’effetto del loro calo fosse visibile nei grafici relativi. Al contrario, ad aprile del 2020 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera è stata di 416,21 parti per milione, la più alta mai registrata dal 1958. I dati sulla concentrazione di CO2 che gli scienziati hanno ottenuto studiando i ghiacci antartici – l’unica fonte che abbiamo per sapere com’era il clima terrestre centinaia di migliaia di anni fa – inoltre dicono che è da almeno 800mila anni che non c’è così tanta anidride carbonica nell’atmosfera. La nostra specie, Homo sapiens, esiste da circa 300mila anni.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a novembre, per scongiurare i peggiori effetti del cambiamento climatico le emissioni di anidride carbonica dovrebbero diminuire di almeno il 7,6 per cento ogni anno per decenni. Quindi le emissioni “mancanti” di quest’anno non avranno alcun effetto a lungo termine se nei prossimi anni non ci saranno cali simili.

Le scelte individuali contano poco
I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

«Cambiare il nostro comportamento e basta non è sufficiente, ora lo vediamo» ha detto al Washington Post Corinne Le Quéré, prima autrice dello studio pubblicato su Nature Climate Change. Le Quéré ha spiegato che si sarebbe aspettata riduzioni nella produzione di emissioni ancora maggiori, legate alla chiusura delle industrie e alla conseguente minor produzione di energia elettrica: invece, certi settori hanno continuato a funzionare come al solito e a consumare energia «come se avessero il pilota automatico», nonostante molte persone lavorassero da casa. Le emissioni prodotte dalle industrie sono diminuite del 19 per cento rispetto al 2019, quelle dovute al settore energetico solo del 7 per cento.

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Da "https://www.ilpost.it/" La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico

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Intervista al sociologo e professore all'Università di Torino sull'Italia post-Covid. "I nuovi 'parassiti' vivranno dipendenti dalla mano pubblica". "Questo è il primo governo risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica".

“La nostra società, se non si cambia rotta, molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una ‘società parassita di massa’, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione ‘involutoria’, come forse la chiamerebbe un matematico”. Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei Dati all’Università di Torino, nonché responsabile scientifico della Fondazione Hume, mostra tutti i rischi dell’epoca post-Covid per un paese che da anni si è auto-condannato al declino, come ben spiegato nel suo ultimo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

Professor Ricolfi, vado dritto al punto. Secondo lei, questo governo ha un’idea dell’Italia? Ha una visione del futuro di questo paese, cosa ancor più necessaria in una fase di gestione dell’emergenza sanitaria e soprattutto economica post- Covid?

Mi ha molto colpito l’osservazione del vostro De Angelis, secondo cui non si può governare l’Italia senza un’idea di futuro, idea che a questo governo parrebbe mancare. Sottoscrivo al 100% la prima affermazione, ma non la seconda: a mio parere questo governo un’idea del futuro ce l’ha eccome, purtroppo. Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso, infatti, le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque Stelle.

E il più straordinario paradosso politico è che un simile mostro socio-economico, che peserà chissà per quanti anni sul futuro dell’Italia, sia stato accuratamente apparecchiato dall’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi.

Proprio da Italia Viva, almeno a parole, sono piovute le critiche per le ricette economiche messe in campo dal governo: secondo Renzi vanno nella direzione di un più puro assistenzialismo, dal reddito d’emergenza ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga. Che effetto avrà nei prossimi anni sulla struttura della nostra società che già in epoca pre-Covid aveva e ha il limite di essere basata sulla rendita più che sul lavoro, come ha descritto nel suo ultimo libro?

La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria”, come forse la chiamerebbe un matematico.

Mi spiego: nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti. I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue.

Però l’ex premier Romano Prodi domenica scorsa ha sostenuto la diversa tesi secondo cui da questa crisi si può uscire con una presenza più forte dello Stato nell’economia.

Prodi è la perfetta manifestazione della forma mentis della nostra classe politica: qualsiasi problema si presenti, e più è grande il problema che si presenta, più forte è l’istinto a invocare “più politica”, “più intervento”, “più stato”. E’ un tic mentale, come lo è quello degli europeisti doc, che qualsiasi cosa accada chiedono “più Europa”, e come lo è quello dei liberisti duri e puri, che qualsiasi cosa accada chiedono “più mercato”.

E invece abbiamo bisogno di fantasia, di apertura mentale, non di rifugiarci ognuno nelle proprie credenze di sempre.

Dalle imprese tuttavia s’è visto uno scatto d’orgoglio. Il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi. Sorpreso?

Sì, sono rimasto (felicemente) sorpreso. Nonostante io nutrissi parecchie speranze in Bonomi, che mi è parso subito più attrezzato e più coraggioso dei suoi predecessori, mi aspettavo che Confindustria non dismettesse la prudenza (eufemismo) che, almeno dopo i tempi di Montezemolo e del compianto Andrea Pininfarina, ha sempre caratterizzato i suoi rapporti con il potere politico. Da almeno un decennio non ricordavo una presa di posizione così netta contro il governo.

Perché, secondo lei, Bonomi ha assunto una posizione così critica?

Me lo sono chiesto anch’io, mi sono chiesto, in particolare, se sia in corso una manovra per sostituire un premier la cui inadeguatezza, dopo gli ultimi errori, è divenuta difficile da nascondere dietro i fumi delle parole e la mortificante soggezione di una parte dei media.

Poi però mi sono dato un’altra risposta, molto più semplice: “è la sopravvivenza, bellezza!”. Persino un coniglio, se sta per essere inghiottito da un pitone, combatte la sua estrema battaglia per non morire. Figuriamoci una potente organizzazione come Confindustria.

La mia impressione è che il mondo dei produttori, specie nelle regioni del centro-nord, abbia perfettamente capito quel che sta succedendo, e viva una sorta di presentimento di morte. Poiché molte imprese sono già morte, altre agonizzano, altre sanno che non potranno durare, le imprese superstiti cercano disperatamente di non scomparire. E avendo capito che la sopravvivenza delle imprese non è in cima alla lista delle priorità di questo governo, tentano l’ultima battaglia per salvare sé stesse dalla catastrofe che si annuncia.

Insomma, voglio dire che il governo Conte è riuscito nel miracolo di restituire una sorta di “coscienza di classe” alla parte produttiva del paese. E meno male che ciò sta accadendo, perché in questo momento (preciso: in questo momento, non sempre e comunque) dare la priorità alle imprese è l’unico modo di difendere l’interesse collettivo e nazionale. Sul piano economico-sociale (lascio perdere quello sanitario, per non infierire) la più grande bugia di questo governo è stata di lanciare il messaggio: nessuno perderà il lavoro, nessuno sarà lasciato indietro.

E invece no: se il Pil perderà il 10 o il 20% in un anno, come è verosimile, spariranno milioni di posti di lavoro, e vivere di sussidi sarà l’unica possibilità per milioni di famiglie.

Cerchiamo appunto di guardare ai prossimi mesi. Il Covid alla fine ci potrà dare una vera spinta per evitare il declino - lei lo definisce “argentinizzazione lenta” - verso cui da anni ci siamo incamminati? Pensa che davvero si creerà un clima da ricostruzione post-bellica o è solo retorica e propaganda politica?

Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è che la base produttiva non subisca una distruzione catastrofica (caduta del Pil superiore al 10-15%). Il secondo è che le imprese vengano messe, per la prima volta nella nostra storia, in condizione di lavorare senza ostacoli burocratici e vessazioni fiscali. Il terzo è il fattore-Churchill: ovvero, avere al comando una classe dirigente seria, e possibilmente non frutto di manovre di palazzo.

Per ripartire e ricostruire c’è però bisogno di una generazione che se ne faccia carico, un po’ come quella che ha fatto tanti sacrifici nel Dopoguerra e che però ha portato l’Italia al miracolo economico degli anni ’60. Dovrebbe, almeno teoricamente, essere quella degli attuali giovani, fra i 20 e i 40 anni. Ma si tratta di quella stessa generazione che si è abbandonata all’opulenza negli ultimi anni, preferendo consumare ricchezza invece che creare reddito. Mi sembra un bel dilemma, non crede?

Sì, la riconversione dei cosiddetti Neet (che alcuni chiamano bamboccioni, o generazione choosy) è un’impresa difficile, specie se di lavoro ce ne sarà ancora meno che oggi.

Proprio per questo tendo a pensare che, se ricostruzione ci sarà, sarà grazie all’apporto di tutti, compresi anziani e pensionati, non certo soltanto o principalmente per opera degli attuali 20-40enni. Ma soprattutto penso che, a differenza che in passato, si dovrà puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto di lavoro.

E se poi uno dei motori della ricostruzione fosse formato da quegli immigrati che lavorano in condizioni para-schiavistiche e che sono funzionali alla società signorile di massa come braccianti, colf, badanti e via dicendo?

Di alcuni segmenti di quella che nel mio libro definisco la “infrastruttura para-schiavistica” della società italiana sarà difficile fare a meno. Ma mi piacerebbe che il dopo-Covid fosse anche l’occasione per attenuare il loro giogo: i fiumi di miliardi che oggi vanno a sussidiare chi non fa nulla, o lavora in nero senza pagare le tasse, troverebbero una destinazione più degna di un paese civile se servissero a trasformare i nostri attuali para-schiavi in veri lavoratori, restituendo loro il rispetto che la civiltà del lavoro ha sempre riservato al mondo dei produttori, compresi i più umili.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Luca Ricolfi: "Ci avviamo verso una società parassita di massa" di Gianni Del Vecchio

Pubblicato in Passaggi del presente

L’etica e la dottrina sociale della Chiesa si confrontano con le sfide dell’intelligenza artificiale. La responsabilità umana nel progettare i nuovi dispositivi resta al centro della riflessione: si tratta infatti di incorporare dei criteri etici nei parametri decisionali delle “macchine intelligenti”.

Gli scenari aperti dal progresso tecnologico nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dall’impatto che esso avrà sulla società sollevano questioni etiche e antropologiche con cui la riflessione filosofica e teologica e la dottrina sociale della Chiesa sono chiamate a misurarsi. Le macchine intelligenti acquisteranno anche la capacità di distinguere il bene dal male? Dovremo quindi considerarle soggetti con una propria responsabilità? O la responsabilità morale resterà una caratteristica peculiare dell’essere umano? L'articolo di Markus Krienke Docente di Storia della Filosofia moderna e di Etica sociale presso la Facoltà Teologica di Lugano e di Antropologia filosofica presso la Pontificia Università Lateranense


Pontificia Accademia per la Vita, Microsoft, IBM, FAO e Governo italiano sono i primi firmatari del Rome Call for AI Ethics (Appello di Roma per un’etica dell’intelligenza artificiale), sottoscritto lo scorso 28 febbraio. L’obiettivo è orientare i progressi dell’intelligenza artificiale (AI) al bene dell’umanità e della casa comune. Etica, educazione e diritti sono le tre vie per renderlo possibile, evitando derive che asservirebbero l’essere umano alla macchina e ai suoi canoni di funzionamento.

Dal principio dell’inviolabile dignità della persona umana emerge l’esigenza che l’AI sia inclusiva e trasparente, in modo da porsi autenticamente al servizio della realizzazione di ogni uomo e ogni donna. È urgente predisporre piani formativi che consentano ai giovani di sviluppare le capacità necessarie per avvalersi dell’AI e adottare norme che regolino gli ambiti della vita sociale che si realizzano tramite l’AI.

A questo scopo il Rome Call propone sei principi di riferimento: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità tracciabilità e sicurezza (privacy). Prende corpo un percorso per concretizzare quanto papa Francesco auspicava nel messaggio indirizzato al World Economic Forum di Davos il 24 gennaio 2018, ossia che l’AI contribuisca «al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune invece che per l’esatto opposto, come purtroppo prevedono alcune stime».

Le dimensioni della trasformazione in atto
Un dato aiuta a mettere a fuoco la dimensione della rivoluzione in atto: attualmente in un solo anno l’umanità produce tanti dati quanti in tutta la storia precedente. Tra dieci anni, quando il numero dei dispositivi connessi a Internet sarà di 150 miliardi, il tempo di raddoppiamento si ridurrà a 12 ore (cfr Rasetti 2018, 33). Inoltre, già oggi un terzo delle notizie di Bloomberg News è prodotto con l’aiuto di AI (cfr Peiser 2019) e nel 2018 si è registrato un aumento del 18% nell’uso di AI per operazioni chirurgiche. Si stima che in futuro il 49% dei lavori potrà essere svolto da apparati dotati di AI, con una ricaduta anche sui “colletti bianchi”. Determinate professioni non esisteranno più, mentre in tutti i lavori l’essere umano dovrà collaborare con macchine intelligenti. Nel 2016 in Arabia Saudita per la prima volta un robot, chiamato Sophia, ha ottenuto la cittadinanza.

Al di là delle sfide tecniche e sociali, si pone la domanda etica e antropologica se le macchine intelligenti un giorno davvero disporranno di una coscienza simile alla nostra, in grado di autodeterminarsi e di scegliere fra bene e male. Se così fosse, acquisterebbero lo status di autentiche “persone artificiali”, dissolvendo il confine fra l’umano e l’artificiale: è la tesi, decisamente antiumanistica, dell’“AI forte”. Invece si definisce “AI debole” l’ipotesi secondo cui la macchina potrebbe essere in grado di simulare il funzionamento di una coscienza umana, ma senza averne le proprietà. Un caposaldo della seconda ipotesi è rappresentato dal “test di Turing”. Il matematico britannico Alan Turing (1912-1954) ipotizzò un esperimento in cui un essere umano comunica per iscritto con due soggetti, uno umano e l’altro un’AI. Se non riesce a distinguere tra l’interlocutore umano e la macchina, possiamo affermare che quest’ultima è in grado di pensare (cfr Brand 2018, 39). A questo punto sorgono due domande: questo test vale anche per l’agire morale? E basta questo test per attribuire alle macchine ciò che chiamiamo “moralità” in senso proprio, cioè la capacità di fare scelte sulla base di considerazioni etiche?

Una macchina può agire moralmente?
Nel 1942, nel romanzo Io, Robot lo scrittore Isaac Asimov (1920-1992) formulò le tre “leggi della robotica”, destinate a disciplinare il comportamento dei robot dotati di AI in un ipotetico futuro:
I. Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano subisca un danno;
II. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché non siano in contrasto con la prima legge;
III. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la prima o con la seconda legge.

Al di là della finzione narrativa, queste leggi sono un primo tentativo di basare l’agire dei robot intelligenti non solo sul calcolo utilitaristico del miglior risultato, ma su un vero e proprio senso del dovere, che richiama alla mente la filosofia di Immanuel Kant (1724-1804), secondo cui la moralità umana consiste nella capacità di riconoscere la legge morale come vincolante e di obbedirle.

Tuttavia queste regole basate sul dovere (e perciò dette deontologiche), hanno un problema in comune con i criteri della morale utilitarista: non riescono a rispecchiare né a prevedere la complessità della deliberazione morale, in quanto tendono ad astrarre dal contesto concreto nel quale l’azione si svolge. Proprio questo sembra il punto decisivo da considerare, nel momento in cui l’AI assume tratti sempre più simili all’agire umano.

A differenza delle morali utilitaristiche e deontologiche, per Aristotele e la tradizione che si ispira al suo pensiero l’azione morale va sempre considerata nel suo contesto: solo a partire dalle circostanze concrete è possibile giungere a una scelta ponderata e virtuosa, che si colloca “nel mezzo” fra gli eccessi opposti. La prospettiva suggerita da Aristotele mette al centro il concetto di virtù, considerata come la capacità abituale di individuare i valori in gioco in una situazione e di perseguirli in maniera efficace. Questo approccio potrebbe essere applicato anche all’AI. Poiché, infatti, le virtù sono il risultato di un processo di apprendimento intelligente, si teorizza anche per l’AI la prospettiva di “imparare” il comportamento morale. In sintesi, se l’AI fosse in grado di imparare ad agire in modo virtuoso, dovremmo attribuirle una personalità morale al pari dell’essere umano. Tuttavia, questa posizione solleva alcune perplessità.

Come esempio immaginiamo un robot medico che, avendo ricevuto informazioni errate, somministri a un paziente un farmaco sbagliato, uccidendolo, e che, a seguito dell’accaduto, mostri dispiacere per la morte della persona. Possiamo dare una valutazione morale di questo episodio? La nostra risposta è no.

In primo luogo, potremmo “assolvere” il robot perché l’informazione sbagliata non ricadeva nella sua responsabilità. Tuttavia non ha senso affermare che il robot non “volesse” la morte del paziente, perché l’intenzionalità di un robot coincide con il suo agire effettivo.

In secondo luogo, anche il dispiacere non può essere compreso nella valutazione morale, perché è semplicemente la reazione che il robot ha imparato a mostrare dopo tale risultato. Certamente anche per il robot sarebbe stato meglio se il paziente fosse rimasto in vita, perché avrebbe ricevuto un feedback positivo, e senz’altro cercherà di fare in modo che questo accada in situazioni analoghe in futuro. Ma questo robot non possiede le caratteristiche di intenzionalità (volere) e autoconsapevolezza (dispiacere) necessarie per giungere a un giudizio morale sul proprio agire (cfr Brand 2018, 119-120). Esso agisce esteriormente in modo conforme al dovere morale, ma ciò che gli manca è il fatto di agire in quanto intimamente convinto che obbedire alla legge morale sia giusto.

In altre parole, ciò che differenzia il comportamento degli esseri umani da quello delle macchine è che i primi sono consapevoli dei propri stati interiori, riconoscono il proprio agire come libero (“libero arbitrio”) e sono capaci di scegliere in base a una ponderazione complessa delle circostanze, e non semplicemente in base a un calcolo di vantaggi e benefici. Queste capacità costituiscono il proprio dell’essere umano e il fondamento di una libertà che chiede di essere rispettata; pertanto già nel 1990, Giovanni Paolo II affermò che «Il tentativo di spiegare il pensare e il volere libero dell’uomo in chiave meccanicistica e materialistica porta inevitabilmente alla negazione della persona e della sua dignità».

Intelligenza senza ragione
Questa riflessione sulla differenza morale fra l’agire umano e l’AI non viene accettata da chi, come l’informatico statunitense Raymond Kurzweil, vede avvicinarsi il momento in cui l’AI raggiungerà il livello umano e avverrà così il «culmine della fusione fra il nostro pensiero e la nostra esistenza biologica con la nostra tecnologia»; verrà così superata ogni «distinzione fra umano e macchina o fra realtà fisica e virtuale» (Kurzweil 2014, 9). Tale tesi trova sostegno in alcune posizioni di autori contemporanei: dall’impressione che la differenza categoriale tra l’AI e quella umana «non può essere sostanziata da argomentazioni filosofiche non controverse» (Boden 2019, 140), all’affermazione che «per quanto riguarda i processi decisionali non è, almeno finora, stata individuata alcuna ragione per credere che esseri umani e macchine obbediscano a principi diversi, naturali o scientifici che siano» (Kaplan 2018, 121).

Tuttavia questi autori omettono di fare distinzione fra due dimensioni della mente umana che possiamo chiamare “intelligenza” e “ragione”. Il primo termine riguarda i processi cognitivi e viene applicato, non senza qualche forzatura, alle macchine pensanti. Invece il concetto di ragione ha un maggiore spessore e coinvolge la sfera della deliberazione morale, indispensabile in quei momenti in cui la semplice ottimizzazione intelligente non basta. La macchina intelligente è progettata per ottimizzare i risultati nelle situazioni ordinarie; invece, nelle loro decisioni morali gli «uomini non ottimizzano» (Nida-Rümelin e Weidenfeld 2018, 97, nostra trad.). In altre parole, la prassi delle decisioni morali non può essere sostituita da algoritmi. Il fatto che il funzionamento delle macchine possa assomigliare a quello dell’essere umano non significa che sia identico. Il filosofo statunitense John Searle ha distinto su questa base l’intelligenza umana (intelligence with reason) da quella artificiale (intelligence without reason).

Tuttavia, poiché i sistemi dotati di AI agiscono, è senz’altro necessario dotarli di “ragione etica” per renderli compatibili con il mondo umano (cfr Zamagni 2019, 189): basta pensare ai problemi sollevati dai veicoli a guida autonoma (cfr Cerruti 2018). In questa prospettiva, è necessario attribuire alla macchina, seppure in modo soltanto analogo alla ragione umana, una certa “capacità di agire” (agency), così da regolamentarla. In questa linea, nel 2019 l’Unione Europea si è dotata di un Codice etico sull’AI, che individua i principi fondamentali in base ai quali il comportamento delle macchine intelligenti deve essere programmato: rispetto dell’autonomia umana, prevenzione dei danni, equità, esplicabilità (cfr AI HLEG 2019). Questa scelta non considera i robot intelligenti «avversari evolutivi dell’homo sapiens bensì strumenti (artefatti) che devono essere pensati come cooperativi alla persona» (Benanti 2018, 113). A questo punto si pone la domanda conclusiva sulla differenza antropologica tra persone e macchine intelligenti.

Soggetti e persone
L’aumento della complessità degli strumenti digitali porta con sé un’accresciuta difficoltà di prevederne il funzionamento e di attribuire la responsabilità delle operazioni che essi svolgono. Nascono così i “buchi dell’attribuzione di responsabilità” (responsibility gap). In questa situazione, è importante riacquisire un concetto di responsabilità che vada al di là della dimensione, meramente fattuale, del riportare un effetto a una causa. Questa interpretazione riduttiva ha condotto a una crisi della responsabilità, con il risultato di impoverire la nostra esperienza morale.

È questa deriva che papa Francesco denuncia, quando afferma che l’«antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano “non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio”» (LS, n. 115). Si verifica così un paradosso: «la macchina si umanizza non meno di quanto l’uomo si macchinizzi» (Benanti 2016, 63).

Per comprendere correttamente i termini della responsabilità umana, dobbiamo prima chiarire che cosa significa che l’essere umano è persona. È questo, infatti, l’assunto antropologico fondamentale, sotteso anche alla tradizione filosofico-teologica e alla dottrina sociale della Chiesa. Il confronto con l’AI può aiutarci in questo compito. Le macchine intelligenti e agenti esprimono quella che senz’altro possiamo chiamare soggettività, cioè la capacità di elaborare determinate informazioni e di rispondere autonomamente. In questo senso, possiamo affermare senza dubbio che l’AI è un soggetto. Tuttavia un soggetto, descritto in questi termini, è lontano dal realizzare la specificità che la tradizione filosofica e teologica cattolica attribuisce alla nozione di persona. Essa si realizza nella capacità dell’essere umano di distinguere il bene dal male, detta in termini tecnici sinderesi. Questa facoltà è anteriore alla coscienza morale riflessa e ne costituisce il presupposto. La possibilità di deliberare moralmente, infatti, non potrebbe sussistere se non vi fosse, al di sotto di essa, questa capacità intuitiva dei principi universali dell’ordine morale. È a questo livello che si radica il concetto di persona. Ciò che la persona è non si identifica con l’autoconsapevolezza, la libertà o la capacità di scelta come caratteristiche della soggettività, ma è il presupposto indisponibile di queste capacità.

Tornando al confronto con l’AI, possiamo per la prima volta distinguere fra soggettività e persona, concetti che sono stati spesso assimilati; arriviamo così ad affermare che può darsi soggettività senza persona (la macchina pensante e agente), ma che l’agire di una tale soggettività è svuotato di significato morale, in quanto non c’è vera conoscenza dei principi etici universali. Al contrario, l’essere umano è considerato persona, quindi titolare di un’esperienza morale, anche se è privo delle sue facoltà razionali e di scelta autonoma, come può verificarsi nel caso di un grave handicap cognitivo.

Da questo ragionamento segue anche che difficilmente è possibile immaginare una vita personale senza che l’intelligenza sia realizzata in un corpo biologico dotato di metabolismo e quindi di vita reale (cfr Boden 2019, 141); detto in altri termini: la macchina può esprimere esteriormente un modello umano di ragionamento e comportamento etico, ma senza realizzarlo veramente in se stessa.

Possiamo allora affermare che le macchine autonome dotate di AI sono agenti morali solo in senso improprio: possono realizzare istanze di decisione, ma non ha senso attribuire loro una responsabilità morale. Solo l’essere umano, in quanto moralmente responsabile, è un agente morale in senso proprio.

Ecco chiarita anche la differenza fra il problem solving e il fatto di affrontare un problema morale. Il primo è una procedura di ottimizzazione dei risultati, che può essere svolta da un soggetto artificiale sulla base di parametri previamente assegnati, forse anche in modo più efficiente di quanto un essere umano farebbe. Invece, si dà un problema morale quando una persona mette in gioco la propria intuizione, il proprio libero arbitrio e la propria responsabilità per rispondere a una situazione data. Per questo motivo le macchine non devono acquisire potere decisionale quando si tratta della vita umana: devono essere poste al servizio dell’autodeterminazione umana e non restringerla, per assicurare sempre l’ultima istanza della responsabilità umana.

Marvin Minsky, matematico e informatico statunitense, affermò che «se può farlo una macchina, allora non è una cosa intelligente», sottolineando così la differenza qualitativa fra l’intelligenza umana e quella artificiale. Possiamo riprendere questa frase in chiave etica, dicendo che «se può risolverlo il computer, allora non è più un problema morale» (Brand 2018, 143, nostra trad.).


Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" I robot distinguono tra bene e male? Aspetti etici dell’intelligenza artificiale di Markus KRIENKE

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Limitare i danni spuntando per quanto possible il Diktat di Berlino mediante l'utilizzo dei principi e degli strumenti che la nostra appartenenza all'Unione ci consente
In questi ultimi anni mi è capitato spesso in coincidenza di interlocutori e platee diverse di dover rispondere alla stessa domanda: “Bruxelles conviene?”. Ad ogni singola occasione la mia risposta è stata identica ai limiti della monotonia: “Bruxelles per noi non solo conviene ma è addirittura vitale per la tutela dei nostri interessi”.

Diversi ne sono i motivi.

Primo: gli assi (alleanze più piccole) tra Paesi storicamente parlando non ci hanno mai portato bene.

Secondo: gli assi tra Paesi tendono spesso ad avvitarsi secondo logiche muscolari (logiche su cui spesso la casistica negoziale passata ci ha visti subire).

Terzo: la nostra posizione negoziale è per natura una posizione determinata dalla geografia: sovraesposti a Sud (si pensi alla nostra sofferenza mediterranea di questi ultimi anni) e asfissiati a Nord (si pensi al condizionamento che le montagne pongono alla nostra mobilità e alle nostre attività ad essa connesse). Il che significa che per non rimanere isolati dobbiamo fare leva su principi europei comuni che ci permettano di sormontare gli handicap fisici che la natura ci ha riservato, penso ad esempio al Principio europeo della libera circolazione di persone e di beni che c’impedisce di subire gli sbalzi umorali francesi o austriaci (vedi ad esempio la vicenda Ecopunti).

Quarto: affidarsi a principi e strumenti condivisi da certezza ai rapporti a prescindere di assi e dinamiche muscolari.

È di pochi giorni fa la notizia che la Germania abbia deciso di riaprire le proprie frontiere il 15 giugno prossimo verso determinati Paesi considerati più sicuri in quanto a gestione della pandemia, decisione sostanziale incontrovertibile se commisurata all’esigenza di tutelare i propri cittadini.

Decisione, tuttavia, non esente dal provocare effetti collaterali non propriamente in linea con lo stare insieme in Europa.

Uno di questi effetti riguarda il generare corridoio Covid free per i propri abitanti verso determinati Paesi, orientamento che a maggio inoltrato rischia di creare una forte distorsione della concorrenza in un settore vitale come il turismo.

Va, infatti, ricordato che generalmente (probabilmente non quest’anno) un’ estate in Europa è una torta che vale per le categorie produttive del continente 150 miliardi di euro.

Immaginate pertanto cosa possano significare anche solo mere dichiarazioni da parte di Berlino relativamente all’orientamento di puntare su alcuni Paesi e di escluderne altri come ad esempio l’Italia e la Spagna relativamente all’opportunità per i cittadini tedeschi di passare le vacanze all’estero…

Ricordiamo inoltre che l’Italia, insieme alla Spagna, risulta uno dei principali beneficiari della torta turistica europea, che il turismo rappresenta per il Belpaese il 13% del Pil e che generalmente ogni anno 14 milioni di tedeschi vengono in Italia…

Che fare allora?

Limitare i danni spuntando per quanto possible il Diktat di Berlino mediante l’utilizzo dei principi e degli strumenti che la nostra appartenenza all’Unione ci consente.

Iniziamo pertanto a spellare la cipolla tedesca strato per strato…

Partiamo, innanzitutto declinando la questione con il Principio europeo di non discriminazione (art 13 TUE) e riprendendo le recenti parole della commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, in cui viene spiegato che quando un Paese decide di revocare le restrizioni alle sue frontiere, apre le porte a tutti i cittadini residenti negli Stati Ue che si trovano nell’analoga situazione epidemiologica, senza discriminare sulla base della loro cittadinanza e del loro passaporto.

Orientamento, che trova poi ulteriore precisazione nelle linee guida sul turismo pubblicate il 13 maggio scorso dalla Commissione europea in cui si sostiene che il viaggio andrebbe consentito non unicamente verso Stati con condizioni epidemiologiche simili ma anche verso regioni europee che condividono le stesse condizioni epidemiologiche.

Il che significa secondo Bruxelles che se ad esempio Sicilia e Sardegna o Maiorca o Minorca dovessero secondo i parametri previsti dal Centro europeo per la prevenzione del controllo delle malattie (Ecdc) trovarsi in situazioni epidemiologiche simili di alcuni länder tedeschi non vi sarebbe alcuna ragione per non pianificarvi una vacanza.

Allo stesso modo se Trentino e Tirolo austriaco dovessero vantare situazioni epidemiologiche simili non vi è nessuna ragione per cui il confine tra Italia ed Austria rimanga chiuso.

In tal senso nel negoziato europeo al fine di sgrezzare la posizione tedesca occorrerà attivare la diplomazia tra territori europei mediante il Comitato delle Regioni (Cdr) e mediante reti europee influenti come la Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime (Crpm). In ragione della disomogeneità del fenomeno è proprio nella diplomazia dei territori che può risiedere la miglior risposta modulare alla pandemia e ai suoi effetti collaterali almeno nel medio periodo.

Certo un imprenditore turistico pugliese, ligure o marchigiano potrebbe obiettare parafrasando Keynes che nel medio periodo (inteso qui come domani) la sua attività sarà morta.

In tal proposito, anche qui Bruxelles sembra poter prospettare speranze di sopravvivenza, innanzitutto, garantendo liquidità sia attraverso la facilitazione del quadro delle norme in materia di aiuti di stato (regimi di garanzia per i buoni o altri regimi di liquidità per sostenere le imprese dei trasporti e dei viaggi e per garantire che siano soddisfatte le richieste di rimborso per Covid) sia attraverso finanziamenti (ad esempio gli 8 miliardi di euro previsti dal Fei per 100.000 piccole imprese colpite dalla crisi).

Non secondario poi nemmeno il contributo finanziario del programma Sure (fino a 100 miliardi di euro) per la salvaguardia dei posti di lavoro. Tutto ciò, val la pena ricordarlo, per una materia, il turismo, che non è di competenza europea bensì degli Stati nazionali!

Alla fine della fiera, Bruxelles conviene? A me pare di sì ma fate voi…

Da "https://formiche.net/" Turismo Covid-free, ecco perché l’Europa conviene. di Cristiano Zagari

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Lunedì, 25 Maggio 2020 00:00

OGM, un fallimento di successo

Diciassette milioni di utenti soddisfatti in 26 Paesi. 191 milioni di ettari ospitanti. Un beneficio economico per i Paesi che l’hanno utilizzata pari a 186 miliardi di dollari. 670 milioni di kg di agrofarmaci utilizzati in meno, eppure un aumento della produzione di 657 milioni di tonnellate. Potremmo conteggiare anche i benefici ambientali (27 miliardi di kg di emissioni di CO2 annue in meno; più di 180 milioni di ettari di ambiente naturale risparmiato), quelli in termini di salubrità di alimenti e di mangimi ottenuti e quelli di miglioramento delle condizioni di vita di tante famiglie di agricoltori.

È forse questo il ritratto di una tecnologia fallimentare?
Le colture transgeniche (impropriamente e tendenziosamente chiamate OGM) hanno rivoluzionato il modo di fare miglioramento genetico, contrariamente a quanto sostiene qualcuno, perché hanno permesso di approfondire la conoscenza del funzionamento dei meccanismi di espressione e regolazione del genoma e la conoscenza di nuove tecniche per migliorarli, conoscenza che ha contribuito anche a mettere a punto le attuali tecnologie di evoluzione assistita.

Non hanno soddisfatto le aspettative che avevano solleticato? In parte è vero: si era promesso troppo, accesi da facili entusiasmi e si sa, non si dovrebbe mai dire gatto se non lo si ha nel sacco. Ma d’altra parte, come investire e ottenere il meglio da una tecnologia così avversata dall’opinione pubblica mondiale, spaventata da associazioni pseudo-ambientaliste che hanno una potenza di fuoco mediatico e una capacità comunicativa da fare scuola? La pesante, ridondante regolamentazione messa in atto per contenere questa tecnica l’ha frenata, non ha permesso alla ricerca – pubblica in particolare – di metterla al servizio delle peculiari esigenze dei territori, di specifiche produzioni locali. Questo almeno è quel che è successo in Italia, mentre invece in alcuni Paesi asiatici e africani è stata applicata a coltivazioni locali per ridurne la dipendenza dalla difesa con agrochimica. Questo deve farci riflettere: come arginare un messaggio che parla alle paure e alla pancia delle persone? Come smontare una narrazione che si serve delle più capaci menti del marketing e può spendere molto per farlo? Con un solo potentissimo strumento: i dati scientifici, che su questo argomento parlano molto chiaramente di benefici per produttori, ambiente e consumatori.

Leggere frasi che parlano del “sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura. Perché di fallimento si tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM” è un’offesa nei confronti dei tanti scienziati italiani che hanno dovuto abbandonare promettenti ricerche, magari vederle andare letteralmente in fumo e cenere. Ed è un affronto agli agricoltori italiani, che ancora oggi sono beffati da un mercato che acquista e utilizza merce che essi non sono autorizzati a produrre. Il comparto del mais italiano, filiera alla base del Made in Italy agroalimentare, ha subito perdite dell’ordine di 200 milioni di € all’anno, vedendo dimezzata (dimezzata!) la produzione nazionale per l’incapacità di competere con la qualità e il prezzo del prodotto estero. Altrettanto ha perso il comparto della zootecnia. Sono affermazioni che ricordano i proclami coldirettiani “gli OGM hanno fallito in Europa” perché scarsamente coltivati, ignorando volutamente che nemmeno il miglior maratoneta può avere performance interessanti se lo si fa correre con mani e piedi legati, con un pubblico a bordo strada che lo insulta e giudici di gara che lo boicottano per soddisfare la sete di sangue degli astanti.

Non è rinnegando i dati che usciremo da questa trappola mediatica, ma restando coerenti con essi. Abbiamo per vent’anni, dati alla mano, difeso l’utilità delle tecnologia della transgenesi e la sicurezza dei prodotti messi in commercio e da essa derivati. Dovremmo oggi dire che è stata un fallimento? Quando invece il fallimento è stato quello di un’intera società incapace di trovare al proprio interno gli anticorpi per espellere dal consenso mediatico narrazioni fraudolente. Mai mettere il bavaglio alle opinioni, ma mostrare all’opinione pubblica dove si trovano informazioni verificate e dove invece si vende se stessi per avere visibilità, soldi e comprarsi falsa autorevolezza con denari altrui. Vorrei vedere un rapporto responsabile con la società, che sia in grado di coinvolgerla nelle problematiche da risolvere e nella conoscenza delle soluzioni a disposizione per farlo.
Dovremmo chiedere un impegno politico a favorire il processo di approvazione all’uso di piante e prodotti derivanti da qualsiasi tecnica biotecnologica, anche nel rispetto delle attuali normative.

Le tecnologie di evoluzione assistita sono promettenti, sicure, efficaci, dispiace vederle lanciate usando messaggi che hanno il sapore di un immeritato tradimento ai danni di chi, agricoltori per primi, ha sempre difeso il lavoro dei ricercatori e ha fatto della propria fiducia nel metodo scientifico una bandiera, una guida nel proprio lavoro di imprenditori, uno strumento – l’unico! – per conoscere il mondo e discernere fra sirene e maestri, fra tritoni e maestre.

Da "https://www.stradeonline.it/" OGM, un fallimento di successo di Deborah Piovan

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Il buongiorno della Fase 2 si vede dalla “colazione fuori”, un rito che non siamo disposti a sostituire, neanche con il take away, e a cui ci dovremo abituare, almeno fino alla riapertura.

«Il solito, grazie». Avvicinarsi al bancone e sorseggiare il caffè nello stesso bar come colonna sonora dei nostri risvegli è tra i gesti più ordinari che mancano. Nella smorfia napoletana sognare di trovarsi in un bar traduce il desiderio di scappare dallo stress della vita quotidiana. Un logorìo psicologico subìto in queste settimane “ai domiciliari” che fa sembrare speciale anche tornare nel locale mattutino preferito per concedersi il lusso di un espresso e un cornetto, rigorosamente a portar via. Da lunedì 4 maggio, infatti, attività ristorative sempre chiuse ma via libera all’asporto per bar e ristoranti. Come, ha dimostrato un’indagine condotta dall’Istituto Espresso Italiano e YouGov, «neppure il virus riesce ad alterare significativamente l’immagine assolutamente positiva che gli italiani hanno del bar». Sempre da questo studio il 72% degli italiani ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare anche una maggiorazione sul caffè se fossero adottate misure di sicurezza dimostrabili sul luogo di consumo, mentre il 68% lo farebbe in presenza di una qualità migliore.

Gli incentivi che spingono a frequentare nuovamente i bar si riferiscono a una assidua igienizzazione dei tavoli e all’utilizzo di prodotti specifici per la pulizia delle stoviglie. In questa fase di semi-lockdown i locali per tornare a respirare si sono adeguati alle normative grazie a disposizioni efficaci e congrue per le singole realtà. Se come prassi non è consentito consumare i prodotti all’interno e all’esterno del negozio, alcuni permettono l’ingresso di una persona alla volta mentre altri fanno sostare al di fuori; c’è poi chi ha imposto l’obbligatorietà per i clienti a indossare guanti e mascherina prima di varcare la soglia o chi si è attrezzato attivando la prenotazione dei prodotti con anticipo per evitare raggruppamenti.

Un silenzio rumoroso. Questo è l’ossimoro calzante per i bar vuoti ai tempi del coronavirus, per noi che siamo abituati ad affollarli a qualsiasi ora del giorno, dal caffè senza tempo all’aperitivo al tramonto. Un fare all’italiana che lo rende uno dei luoghi che più ci rappresenta all’estero, un momento, quello del caffè, che si trasforma in un rito come ha spiegato bene Luciano De Crescenzo quando disse che è «una scusa per dire a un amico che gli vuoi bene». Sfidando le abitudini degli italiani a Udine c’è chi ha riconvertito il proprio locale in una sorta di bar drive o drive-through, come lo chiamano gli americani dagli anni ’30, per consumare cappuccino e cornetto in macchina. È accaduto in una pompa di benzina lungo viale Palmanova: qui i clienti rimanendo all’interno della propria vettura possono ordinare e bere il caffè con il motore acceso. Un servizio che non prevede costi aggiuntivi sul listino standard ed è pensato soprattutto per i lavoratori che continuano a spostarsi, faticando a trovare punti ristoro aperti nelle aree extraurbane. Un metodo molto distante dalla concezione borghese dei caffè triestini attualmente piegati sotto il peso della loro stessa storicità. Tommaseo, San Marco, degli Specchi, Torinese: sono questi alcuni dei più famosi caffè del capoluogo friulano, studiati anche a scuola come luoghi di aggregazione per eccellenza, in cui intellettuali e letterati hanno fatto e scritto la storia. Qui più della metà del fatturato prima del coronavirus proveniva da clientela internazionale e occasioni speciali come lauree, compleanni e matrimoni, mentre adesso si ordina a vista.

A Torino Caffè Mulassano non ha mai riaperto dai primi di marzo. Con i suoi 31 metri quadrati è tra i più piccoli locali della penisola e, in attesa di tornare operativo, sta riorganizzando l’esiguo spazio con sofferte rinunce anche sulle classiche disposizione di un arredo datato ai primi del Novecento, tanto caro ai suoi clienti. Ed è proprio da questi ultimi che non sono mancati messaggi di affetto nei passati mesi. «Copiosi sono stati post e stories su Instagram e Facebook in cui si ricordava una colazione o un aperitivo al Mulassano, nella speranza di poter ripetere al più presto l’esperienza. E senza ombra di dubbio possiamo confermare che il prodotto più amato è il nostro tramezzino, soprattutto i gusti più classici quali aragosta o burro e acciughe».

Un altro luogo di lunga memoria storica si trova a Roma tra le mura di Sciascia Caffè che proprio nel 2019 ha compiuto 100 anni di attività raddoppiando con un altro locale. Entrambi posizionati nel quartiere Prati, in una zona che pullula di uffici, nel più longevo il primo giorno della fase 2 sono stati registrati circa 350 scontrini con una media di 2/2.80 euro per ciascuno, ma quello che continua a mancare è la socialità. Per esorcizzare il momento Hiromi Cake, pasticceria giapponese, ha condiviso il proverbio “Nana Korobi, Ya Oki” che tradotto dalla lingua originale significa “cadi 7 volte e rialzati 8”, una sorta del nostro “la fortuna aiuta gli audaci”. L’ottimismo è un sentimento insito nella loro cultura e, nonostante «per rivedere i numeri di prima ci vorrà del tempo», sicuramente i tanti messaggi di affetto hanno contribuito a fare circolare pensieri e azioni positive. Con la recente attivazione del servizio a domicilio e il debutto dell’asporto, stanno avendo un buon riscontro soprattutto con mochi e dorayaki, dolci nipponici difficilmente riproducibili a casa. C’è chi non ha mai sospeso la produzione grazie alle consegne dirette o alla somministrazione su piattaforme esterne. Tra questi Le Levain, pasticceria e boulangerie francese nel cuore di Trastevere, che ha da poco attivato il take away affinché «impegnandoci tutti insieme, torneremo presto alla normalità. Siamo rimasti aperti durante il lockdown lavorando abbastanza bene, al punto che è in cantiere l’e-commerce». La testimonianza del proprietario Giuseppe Solfrizzi sottolinea come l’introduzione dell’asporto abbia aumentato lievemente la vendita diretta, sempre a fronte di un’entrata contingentata di una persona alla volta, per pane e prodotti per la colazione riscontrando, invece un calo del delivery.

Mappando anche Milano si deve menzionare la cronaca cittadina degli ultimi giorni che ha visto protagonisti ristoratori e baristi in una manifestazione in cui chiedevano aiuti e detassazioni. Un gesto di protesta che gli è costato una multa di 400 euro per assembramento. Tra coloro che sono ripartiti solo adesso c’è Panzera e ha scelto di farlo con un suo signature: la “colazione da pasticceria”. Monoporzioni, mignon, biscotteria da tè e brioche per accompagnare un cappuccino o un espresso esclusivamente in modalità da asporto. «Siamo pronti a portare un po’ di serenità e di senso di “normalità” nella vita di tutti i giorni – commenta Lorenzo Panzera – Naturalmente proporremo anche le nostre torte realizzate in formato più piccolo per un consumo in famiglia, tra poche persone». Alle porte di Milano, nel comune di Abbiategrasso, c’è Besuschio una pasticceria che sembra più una boutique e la sua insegna è legata al cognome di una famiglia di pasticceri da oltre 170 anni. Il laboratorio non ha mai smesso di produrre con una forza lavoro che ha potuto contare su mamma, papà e due figli. Ed è proprio il giovane Giacomo, ultima generazione Besuschio, a raccontare come siano cambiate le abitudini dei loro clienti, più vogliosi di torte da condividere in famiglia e molto ricettivi all’introduzione dell’asporto, in particolare le persone più anziane che non sono state intercettate prima con i Social e tutti sono tornati a chiedere le brioche a colazione. «La nostra fortuna è essere una famiglia e condurre insieme questa attività. I Besuschio hanno passato 2 guerre, ce la faremo anche questa volta».

 

Da "www.linkiesta.it" Il caffè è un rito: senza bar, che rito è? di Andrea Martina Di Lena

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Venerdì, 15 Maggio 2020 00:00

Europa, un destino comune

Il 9 maggio 1950, Robert Schumann, uno dei padri dell’Europa, in una dichiarazione divenuta celebre, immaginava un continente unito sul piano economico e – in prospettiva – sul piano politico, per superare la pesante eredità della guerra e come punto di partenza di un ambizioso processo di integrazione fra Paesi.

Il cammino dell’Unione europea è passato attraverso fasi di fiducia e periodi di difficoltà, ma non venendo mai meno alla sua fondamentale promessa di pace, stabilità e prosperità per i popoli europei. La visione di una generazione di intellettuali e uomini politici che per il bene comune della famiglia europea seppe superare divisioni antiche ci deve sostenere anche nelle attuali difficili circostanze.

Ci troviamo di fronte a una sfida che non ha precedenti per ampiezza e profondità, e dobbiamo saper dare risposte all’altezza di quella lungimiranza che, ancor oggi, rappresenta il patrimonio più prezioso che i Padri fondatori ci hanno lasciato in eredità.

Non è in gioco soltanto la risposta alla crisi epidemica, ma si tratta di un banco di prova fondamentale per il futuro dei nostri popoli e per la stessa stabilità del continente.

Il progetto europeo ha saputo dimostrare l’elasticità e la resilienza necessarie a propiziare fondamentali e positivi cambiamenti. È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell’Unione.

Solo più Europa permetterà di affrontare in modo più efficace la pandemia – sfida di dimensioni realmente globali – sul piano della ricerca e della assunzione di misure per la difesa della salute e sul piano della ripresa economica e sociale. Saremmo tutti più in difficoltà se non potessimo disporre di quella necessaria rete di condivisione che lega i nostri popoli attraverso le istituzioni comuni.

Avvertiamo tutti la responsabilità di unirci nel sostegno alle vigorose misure di risposta alla crisi e alle sue conseguenze. Alle misure già decise e a quelle ancora da assumere. Il cammino europeo ha prodotto enormi progressi, in questi settant’anni, verso quella “fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica” immaginata da Schumann.

Ora l’emergenza in corso non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il “fermento di una comunità più profonda”.

Tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci.

Da "http://www.settimananews.it/" Europa, un destino comune di Sergio Mattarella

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Niente fase 3 fino al 2022 secondo Fabrizio Landi, presidente di Toscana Life Sciences. E forse, nemmeno allora torneremo alla normalità: "Di virus come il Covid-19, potrebbero essercene altri. La cura? Due filoni: "Il primo parte dagli antivirali e il secondo, che seguiamo in TLS, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone guarite. Entro 18-24 mesi potremmo avere un sistema validato ed efficace"
Distinguere con razionalità la fase 2 dalla fase 3, senza precorrere i tempi. Parte da questa considerazione Fabrizio Landi, presidente dal 2014 della Fondazione Toscana Life Sciences intervistato da Formiche.net. Sarebbe però un errore mettere in atto strategie come se la fase 3, per quanto lontana, non dovesse arrivare mai. Pena quegli enormi costi economici – evitabilissimi – che andrebbero a gravare sulla già difficile condizione economica in cui versa il nostro Paese. La cura? Per Landi sempre più vicina fra antiretrovirali, eparina e, non da ultimo, le terapie basate sugli anticorpi sviluppati dalle persone già guarite dal Covid-19, che sembrano funzionare e garantire tempi meno lunghi per la commercializzazione e la distribuzione.

Eravamo tutti in attesa della Fase 2 e ora che è arrivata siamo tutti scontenti. Cosa cambia davvero?

Credo sia di fondamentale importanza guardare con schematicità alle diverse fasi che caratterizzano questa epidemia. La fase 1 è quella che si sta concludendo e in cui la pandemia ci ha colpiti con maggiore forza, cogliendoci del tutto impreparati. Devo dire, però, che ha portato alla luce un nostro grande punto di forza, la capacità di reazione. Avevamo meno posti letto in terapia intensiva di tanti Paesi vicini e in meno di due mesi ne abbiamo superati tantissimi.

Però?

Però nella fase 1 non avevamo disponibilità di test diagnostici che invece avremo nella fase 2, e che faranno una prima differenza importante. Ad oggi avevamo solo l’arma del distanziamento sociale e, ovviamente, la struttura del sistema sanitario che per fortuna ha retto all’enorme impatto dei malati entrati nella fase più grave (la polmonite) della malattia da Covid19.

Che però sembra funzionare…

Funziona, eccome. Addirittura, e questo è un dato davvero interessante, ha funzionato così bene che ha generato un crollo nell’uso di antibiotici dell’80-90%. Questo vuol dire che oltre a bloccare il coronavirus, abbiamo fermato tutte quelle infezioni batteriche non mortali (per quelle mortali siamo spesso già vaccinati), come ad esempio i famosi mal di gola invernali. Il distanziamento sociale funziona e, in mancanza di farmaci, è la cura più efficace. Ma capisce bene che non possiamo continuare così finché non si trova un vaccino, o rischiamo di uccidere irrimediabilmente l’economia nazionale.

Al di là del distanziamento sociale, le principali cure sono garantite oggi dai farmaci antiretrovirali. È corretto?

Certo: gli antiretrovirali sono un’arma importate. Intervengono sul collasso dei polmoni indotto da una anomala ed esagerata risposta immunitaria insieme ad altri farmaci come l’eparina, che invece interviene sulla trombizzazione sempre indotta nella fase acuta della polmonite da Covid-19. Ricordiamo, però, che si tratta di soluzioni che agiscono sull’effetto più grave del Covid-19 (appunto la polmonite) e non sul virus in sé.

E quale cura, invece, si sta studiando proprio per il virus?

Ci sono due filoni. Il primo parte proprio dal funzionamento degli antivirali, che puntano a disattivare il cosiddetto spike, la proteina che il virus usa per aprire la membrana cellulare. Per alcune malattie, funzionano. Per altre, come la malaria, assai meno. Il secondo filone, che è quello che seguiamo in TLS in collaborazione con lo Spallanzani, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone che sono guarite dalla malattia da Covid-19: si estraggono gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario dei guariti, si cercano quelli più forti, si clonano – producendo quindi non una sintesi chimica, ma un organismo naturale – per sviluppare un farmaco che sarà somministrato ai malati.

Ed è una via più rapida e più sicura?

Potenzialmente sì. Entro la fine dell’anno speriamo di aver prodotto in TLS una serie di target sufficienti per passare poi alla fase di produzione dei primi lotti con cui sperimentare l’efficacia del trattamento secondo le regole da definire con l’Aifa e gli enti regolatori. Se tutto procederà come previsto, a 18-24 mesi da oggi potremmo avere disponibile e validato un efficace sistema di profilassi e cura della malattia virale, guarendo gli infettati ed evitando la comparsa della polmonite indotta così grave come si è visto in questi ultimi pochi mesi.

Una buona notizia, quindi?

Certo, anche perché pur non avendo capacità produttiva sufficiente per produrne dosi massicce, dovremmo riuscire a produrre in Italia tutte le dosi pilota. Ovviamente, poi, per l’eventuale commercializzazione bisognerà rivolgersi all’industria.

Perché la Lombardia ha numeri molto più alti del resto d’Italia?

Guardi, io credo che vi siano più ragioni, ma che la singola più significativa sia da collegarsi alle scelte fatte di macro-organizzazione sanitaria della regione. Da circa vent’anni la Lombardia ha fatto la scelta di una politica sanitaria prettamente incentrata sulla centralità dell’ospedale a discapito di un minor ruolo della medicina territoriale, a differenza di altre regioni dove l’ospedale rappresenta la scelta di cura soprattutto per i pazienti in fase acuta e si, punta, quindi a trattare molto il paziente sul territorio. E sebbene questo sistema ospedale-centrico abbia indubbi pregi, fra cui notevoli risparmi dettati dalla concentrazione delle capacità tecnologiche e operative in un numero limitato di strutture, al contempo in caso di emergenze pandemiche l’ospedale diventa la prima causa di contagio massivo. Perché chiunque ha un qualunque tipo di malessere, va subito in ospedale e si infetta.

E dove è andata diversamente?

In Veneto, per esempio. Che pur avendo una tradizione culturale molto simile, ha mantenuto un’importante sanità territoriale.

Quando avremo il vaccino per tutti il Covid-19 sarà solo un brutto ricordo?

Il Covid-19 sì. Con il vaccino diventerà un problema al pari del morbillo, di cui non parla più nessuno. Ma dovremo fare attenzione e imparare la lezione. Perché dopo il Covid-19 potrebbero essercene altri. E la SARS o l’H1N1 sono stati campanelli di allarme che abbiamo sottovalutato. Questa volta starà a noi non farci trovare impreparati.

Quindi ci teniamo all’erta?

Sì, ma con razionalità. Non dobbiamo nemmeno reagire caoticamente, rivoluzionando i settori nazionali come se la fase 2 durasse per sempre. Guardi i trasporti, per esempio. Va bene vagliare soluzioni auspicabili per la fase 2, ma senza smantellare tutto come se la crisi sanitaria non dovesse finire mai.

Insomma, dobbiamo stare attenti a pianificare, ma non solo nel breve termine, come purtroppo abbiamo già fatto in passato.

Esatto. Come dicevo all’inizio, ogni fase ha il suo tempo e le sue caratteristiche. Il primo passo per affrontarle è saperle distinguere bene, ma senza dimenticarsi delle altre. Solo così potremo uscirne. Stanchi, ma non sconfitti.

Quando possiamo immaginare una Fase 3?

Fine 2021, inizio 2022. Non sono io a dirlo, è la previsione prevalente fra i numeri che analizzano e prevedono gli scienziati. Non dobbiamo farci illusioni, altrimenti la delusione sarà difficile da accettare. E potremmo correre rischi enormi di non poter vincere sino in fondo la battaglia contro il virus senza distruggere le nostre economie.


Da "formiche.net" Covid-19 fra cura e vaccino. Ecco come aspettare la fase 3. Parla Fabrizio Landi di Alessandra Micelli

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 08 Maggio 2020 00:00

L’alimentazione è una scelta geopolitica


Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni di carne, soprattutto in situazioni di crisi come questa, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta.

Da trent’anni, una delle principali questioni affrontate nei congressi del Partito Comunista Cinese, in parte ancora coperta dal segreto di Stato, è come garantirsi cibo in periodi d’incertezze. Nell’ultimo Food Security Plan del 2019 si legge: «Le ciotole dei cinesi devono poggiare solidamente nelle nostre mani. Fare affidamento interamente sui mercati internazionali per alimentare 1,4 miliardi di abitanti è un rischio troppo grande per il governo cinese».

Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni alimentari, soprattutto in situazioni di crisi globali, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta. La questione non sta solo nei nuovi milioni di individui da sfamare, quanto in tutte quelle persone che cambieranno dieta, “occidentalizzando” le proprie abitudini alimentari. Cosa vuol dire? Maggiori consumi di carne, pesce, uova, derivati del latte.

Per nutrirsi con proteine e carne occorre, pro capite, una superficie di terreno cinque volte superiore rispetto a un nutrimento a base di soli cereali. Veniamo da una fase di innovazioni quasi miracolose, che hanno per esempio consentito di triplicare la produzione dei cereali in cinquant’anni. Ma sarà molto difficile replicare quei miracoli, perché un conto è triplicare la produzione di cereali, ben altra cosa è triplicare quella di carne.

Per nutrire gli animali allevati, infatti, serve la soia. E l’aumento dei capi di bestiame comporta un aumento esponenziale della domanda di soia, tanto che le superfici coltivate in tutto il mondo stanno superando quelle a grano e mais. Già oggi 36 paesi poveri esportano cereali per l’alimentazione animale anziché sfamare la propria popolazione. Quindi, almeno nel prossimo trentennio, non solo il consumo di cibo crescerà più rapidamente sia della popolazione mondiale sia della produttività del settore agricolo, ma crescerà anche il consumo delle risorse planetarie necessarie al soddisfacimento di questi nuovi stili di vita.

Se così sarà, il problema di garantirsi il rifornimento di cibo in situazioni di scarsità, come quella che stiamo vivendo, oltre che un problema umano, diverrà un serio problema geopolitico. E il fattore cinese sarà determinante. Perché nel Paese già negli ultimi trent’anni l’incremento della domanda di cibo è stato accompagnato da un radicale cambiamento delle abitudini alimentari, che alla tradizionale dieta a base di carboidrati, ha aggiunto consistenti apporti di cibi a contenuto proteico.

Nel 1990 il consumo di carne pro capite della Cina era di 25 Kg, a fronte di una media mondiale di 33 Kg. Ai giorni nostri, la media pro capite è di 62 kg, a fronte di una media mondiale di 45 Kg. La Cina oggi consuma quasi la metà della carne di maiale che ogni anno viene consumata da tutta l’umanità. Volendo estremizzare, se i cinesi dovessero allinearsi del tutto alle diete proteiche occidentali – come ha calcolato Earth Policy Institute di Washington – occorrerebbero circa 120 miliardi di animali e per nutrirli bisognerebbe impiegare due terzi delle terre arabili del pianeta.

Man mano la Cina si è quindi trovata “scoperta” sia nella produzione domestica destinata all’alimentazione umana, sia in quella di carni, dovendo di conseguenza ricorrere per entrambe a massicce importazioni. E per mantenere l’autosufficienza nella produzione dei tre cereali principali (con l’obiettivo di almeno il 95% di autonomia prefissato dal governo) ha dovuto sacrificare una delle sue colture più antiche, proprio la soia, divenendone sempre più estero-dipendente.

In questo cortocircuito, per mantenere fermi il dogma della sovranità alimentare e dell’indipendenza dai mercati nelle situazioni di crisi, alla Cina non sono rimaste allora che due strade percorribili.

La prima è stata quella di aumentare a dismisura le proprie scorte strategiche di cibo. È certo che ormai la Cina sia diventata il più grande magazzino di cibo del mondo. La seconda via, ancora più impattante sugli equilibri mondiali e assai discussa nei suoi diversi aspetti problematici, è stata invece quella di aumentare le proprie superfici coltivabili andando a prendersele all’estero.

A livello mondiale, la terra incolta è pari a circa il 20% della terra coltivata ed è concentrata in Africa e in America Latina. Ed è proprio lì che, come sappiamo, il Dragone ha puntato, investendo parte delle sue imponenti risorse finanziarie e trovando nello sterminato territorio africano, non senza conseguenze per i paesi interessati, quello spazio vitale necessario alla realizzazione della propria food security e della propria indipendenza alimentare.

E così, mentre in America con la pandemia si tocca con mano la pesante crisi di una parte del sistema dell’approvvigionamento alimentare a partire proprio dalle filiere della carne, il paese del Dragone annuncia per il 2020 raccolti e produzioni agricole record mai raggiunte fino a qui.


Da "www.linkiesta.it" L’alimentazione è una scelta geopolitica

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