Il 9 novembre 1989, mentre il muro di Berlino stava crollando, Hans-Joachim Binder faceva il turno di notte in una miniera di potassio a Bischofferode, un piccolo paese della Germania Est a guida comunista (la Repubblica Democratica Tedesca, Ddr). Binder, un addetto alle manutenzioni che aveva lavorato nella miniera per 17 anni, non aveva idea del momento storico che si stava consumando 240 chilometri più a est. Il primo segno che qualcosa bolliva in pentola fu quando la maggior parte dei suoi colleghi si allontanò per capire cosa stesse accadendo al confine con la Germania Ovest, distante appena dieci minuti di auto. Solo in tre tornarono per completare il proprio turno.

Meno di un anno dopo la Germania si era riunita, portando a termine una delle più straordinarie storie dell’età contemporanea. Non solo era crollata una dittatura comunista, liberando 16 milioni di persone dalla paura della Stasi (la polizia segreta) e dall’istupidimento della censura. A differenza di quanto accaduto a tutti gli altri paesi liberati da una tirannia, a tutta la popolazione della Germania Est fu concesso di appartenere a una grande e ricca democrazia. In segno di grandioso, anche se poi sciagurato, gesto di benvenuto, il cancelliere della Germania occidentale Helmut Kohl convertì alcuni dei loro risparmi senza valore in valuta forte, al tasso assurdamente generoso di un marco dell’ovest (deutschmark ) per ogni marco dell’est (ostmark).

Più di un milione di ex tedeschi dell’est approfittò della nuova libertà trasferendosi nella parte occidentale, dove la maggior parte della popolazione viveva nel benessere. Le statistiche ufficiali non consideravano più questo gruppo di persone – che erano in grandissima parte giovani, intelligenti, donne e ambiziose – come tedeschi orientali. Per quanti sono rimasti a est, tuttavia, i trent’anni passati dalla caduta del muro sono stati una miscela di grande crescita materiale, spesso data per scontata, e di amara delusione.

Un prezzo da pagare
Il danno arrecato da quattro decenni d’oppressione e indottrinamento non poteva essere sanato in una notte. Ma un popolo cresciuto in una società in cui l’iniziativa individuale era spietatamente repressa fu costretto ad adattarsi all’improvviso alle asprezze del capitalismo. Non sorprende quindi che molti non vi riuscirono. Binder fu licenziato. E lo stesso accadde a centinaia di migliaia di altre persone che prima avevano impieghi statali sicuri, tristi e improduttivi. Nonostante i tentativi di salvarla, comprese alcune manifestazioni e uno sciopero della fame, la miniera di potassio fu chiusa.

Furono 8.500 le aziende dell’est privatizzate o liquidate dalla Treuhand, una nuova agenzia governativa. Binder se la cavò facendo lavoretti per un po’, prima di ottenere i benefici previsti dal piano Hartz IV, i più modesti dei sussidi statali della Germania, grazie ai quali vive ancora oggi. Come molte donne della Germania Est, sua moglie seguì un corso di formazione e se ne andò quando ottenne un posto di lavoro a ovest. Quando gli si chiede oggi cosa pensi della riunificazione del suo paese, Binder risponde con un’alzata di spalle. “Mi ha fatto perdere il mio posto di lavoro garantito. Per me la Ddr poteva anche continuare a esistere”.

Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto dopo la riunificazione, senza lavoro

Non esisteva alcun manuale che indicasse la strada per l’assorbimento dell’est all’interno dell’ovest. Era ovvio che le politiche che hanno tradito persone come Binder fossero destinate a essere sempre oggetto di dure dispute. La sorpresa, mentre si avvicina il trentesimo anniversario della caduta del muro, è la velocità con cui simili polemiche sono tornate al centro del dibattito pubblico. Giornali e riviste sono piene di nuovi giudizi sulla wiedervereinigung (riunificazione). I tedeschi dell’ovest si crogiolano nei libri di memorie e nelle polemiche degli autori dell’est. Mai prima d’oggi la Germania aveva discusso della sua riunificazione con tale vigore. Ma perché?

Molti osservatori sostengono che il dibattito sia diventato più acceso tre o quattro anni fa. La spiegazione più ovvia starebbe quindi nella crisi dei migranti del 2015 e 2016. Petra Köpping, ministra dell’integrazione in Sassonia, uno dei cinque stati orientali creati dopo la riunificazione, sostiene che quando ha cercato di spiegare ai suoi elettori perché lo stato stava aiutando i rifugiati, alcuni hanno risposto: “Integrate prima noi!”. Molti tedeschi orientali sono rimasti indispettiti per le risorse destinate ad aiutare i nuovi arrivati, quando loro stessi si sentono trascurati. Non hanno inoltre gradito che le loro lamentele fossero etichettate come razziste.

Ma la crisi dei profughi ha semplicemente fatto emergere un cambiamento più profondo, sostiene Christian Hirte, commissario speciale del governo per la Germania orientale. Un’idea, ventilata da Angela Merkel – che in quanto cancelliera è il prodotto d’esportazione più noto della Ddr –, è che l’est stia vivendo qualcosa di paragonabile all’esperienza della Germania Ovest nel 1968, quando i figli obbligarono i propri genitori a rendere conto delle loro attività nel periodo nazista. Oggi, viene detto, i giovani tedeschi dell’est cercano una spiegazione a quanto accaduto ai loro genitori nei primi anni della riunificazione. “Le ferite più profonde sono rimaste nascoste perché le persone era assorbite nel cercare il loro posto nella nuova società”, dice Steffen Mau dell’università Humboldt di Berlino. “Forse per rendersene conto servivano 25 anni”.

L’estate scorsa Marie-Sophie Schiller, una giovane abitante di Lipsia autrice di un podcast intitolato L’Est: una guida, ha avuto una “commovente” conversazione con i suoi genitori a proposito delle loro esperienze dopo il 1990. È rimasta stupefatta nello scoprire le loro umiliazioni e difficoltà quotidiane. Stefan Mayer, un attivista cresciuto a Berlino Est, ricorda di aver assistito al declino della fiducia dei genitori, a mano a mano che questi faticavano a trovare la loro dimensione nel nuovo paese.

La necessità di capire
Dopo il 1990, i tedeschi dell’est hanno dovuto “riprogrammare interamente la loro vita”, spiega Markus Kerber, un pezzo grosso del ministero dell’interno. Alcune sofferenze a breve termine erano inevitabili. La produttività media della manodopera nell’est era il 30 per cento di quella dell’ovest. La decisioni di Kohl di scambiare gli ostmark a un tasso identico a quello dei deutschmark ha reso un sacco di aziende automaticamente non competitive. Quelle che sono sopravvissute hanno faticato ad adattarsi alle regole occidentali che hanno dovuto accettare per intero. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto della propria vita, senza lavoro.

Forse la Treuhand avrebbe potuto procedere più gradualmente, dicono alcuni oggi. Forse il paese unificato avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione invece di limitarsi a estendere quella occidentale all’est. L’occidente avrebbe potuto apprendere alcuni degli aspetti più illuminati della Ddr, come le cure mediche gratuite per i bambini e il sostegno alle donne affinché lavorassero fuori casa. I partiti radicali di sinistra e destra portano simili argomentazioni fino agli estremi, sostenendo che la riunificazione è stata la “colonizzazione” di un popolo frastornato da parte di un occidente predatorio.

Simili punti di vista attingono al sentimento, diffuso tra molti tedeschi dell’est, di aver faticato a riprendere le redini del proprio destino. Köpping sostiene che solo il 4 per cento delle professioni d’élite a est sono svolte da tedeschi orientali. Molti di questi ultimi vivono in affitto in appartamenti di proprietà dei tedeschi occidentali, che possiedono buona parte del parco immobiliare orientale.

Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo

“A volte i tedeschi dell’est sentono di non essere padroni del proprio destino, ma di essere comandati da altri”, dice Klara Geywitz, una brandeburghese in corsa per diventare co-segretaria generale del Partito socialdemocratico tedesco. Circa 14 anni dopo essere salita al potere, Angela Merkel, come Joachim Gauck, presidente dal 2012 al 2017, rimane un’eccezione invece che un’avanguardia. Poco propensa a soffermarsi sulle sue origini, Merkel ha recentemente cominciato a riflettere pubblicamente sull’eredità contrastante della riunificazione. “Dobbiamo tutti… cominciare a capire perché, per così tante persone degli stati tedeschi dell’est, l’unità della Germania non è solo un’esperienza positiva”, ha dichiarato il 3 ottobre scorso.

Un ostacolo a tale comprensione è il fatto che i tedeschi vedono la riunificazione in modi diversi. Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo. Molti a ovest ignorano le difficoltà affrontate dai loro nuovi compatrioti. “Il 4 ottobre 1990, il giorno dopo la riunificazione, dopo una notte di festeggiamenti, la mia vita ha continuato come prima”, racconta Kerber. “Non un singolo tedesco dell’est ha avuto la stessa esperienza”. In alcune zone sopravvivono gli stereotipi occidentali riferiti ai cittadini dell’est, con espressioni come jammerossi (“i lamentosi dell’est”), o dunkeldeutschland (Germania scura), un termine risalente alla guerra fredda e che esprime l’idea di arretratezza.

Più recente è l’idea dell’est come culla del neonazismo, alimentata dalla forza che ha, in quelle zone, il partito d’estrema destra Alternativa per la Germania (Afd). La rappresentazione dell’est nei mezzi d’informazione nazionali (leggasi occidentali) tedeschi somiglia spesso a dispacci da una terra esotica e problematica, dove l’estrema destra marcia costantemente nelle strade o maltratta gli immigrati.


Simili descrizioni rischiano d’ignorare gli immensi progressi fatti dall’ex Germania Est dopo la riunificazione. I cittadini si sono trovati liberi dalle umiliazioni patite vivendo in uno stato di polizia. Hanno potuto votare alle elezioni, esprimere le loro opinioni e viaggiare, in Germania Ovest e oltre. Dal punto di vista economico, nonostante le difficoltà dei primi anni, l’est ha presto cominciato a convergere verso l’ovest, e la vita è drasticamente migliorata in un’ampia gamma d’indicatori.

Oggi alcune regioni orientali della Germania hanno tassi di disoccupazione più bassi di regioni occidentali postindustriali come la Saarland o la valle della Ruhr. Trasferimenti monetari da ovest a est di circa due trilioni di euro hanno ridotto il divario infrastrutturale (oggi questi rappresentano circa trenta miliardi di euro all’anno, perlopiù sotto forma di pagamenti per la previdenza sociale). Gli stipendi a est sono oggi all’incirca l’85 per cento di quelli dell’ovest, e il costo della vita è inferiore. Il divario relativo alla speranza di vita si è chiuso, l’aria è più pulita e gli edifici sono più intelligenti. Secondo la società di sondaggi Allensbach, il 53 per cento dei tedeschi dell’est è felice della sua condizione economica, una cifra identica a quella dell’ovest. “Ha tutto funzionato sorprendentemente bene, ma questa versione a est non è diffusa”, dice Werner Jann dell’università di Potsdam.

Uno dei migliori
Lo scorso anno Andrea Boltho, Wendy Carlin e Pasquale Scaramozzino, tre economisti, hanno analizzato gli esiti successivi alla riunificazione tedesca, descrivendoli positivamente nel confronto con il Mezzogiorno italiano, dove il pil per abitante rimane di poco superiore alla metà di quello del nord. Forse il paragone più appropriato è quello con altre parti d’Europa che si sono liberate dal comunismo. La crescita pro capite della ex Germania Est è stata superiore a quella della maggior parte degli altri paesi dell’Europa orientale, nonostante sia partita da una base più alta. Come fa notare Richard Schröder, un ex dissidente della Ddr, l’applicazione di pratiche e leggi occidentali ha eliminato la minaccia di corruzione oligarchica che ha colpito molti dei vicini orientali della Germania.

Ma se i tedeschi orientali non sempre apprezzano la loro buona sorte, è perché i loro riferimenti sono stati Amburgo e Monaco, non Bratislava o Budapest. Implicito, nella promessa di riunificazione, c’era il patto che i tedeschi dell’est avrebbero potuto finalmente godere di quanto avevano a lungo invidiato all’ovest. Per anni erano stati costretti a osservare uno stile di vita che rimaneva fuori della loro portata, con i pacchi di caffè e dolci inviati dai parenti dell’ovest, le merci occidentali in mostra nei negozi Intershop – accessibili solo a chi possedeva valuta pregiata – o le pubblicità nei canali televisivi occidentali che trasmettevano da oltre il confine. Nel 1990 il cancelliere Kohl promise ai tedeschi dell’est “paesaggi rigogliosi”, ma invece hanno ottenuto deindustrializzazione e disoccupazione di massa. “Nel 1990 trecentomila persone si radunarono per inneggiare a ‘Helmut!’ in Augustusplatz, a Lipsia”, ricorda Kurt-Ulrich Mayer, che contribuì a radicare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) di Kohl in Sassonia. “Quattro anni dopo ci tornò, e servirono degli ombrelli per proteggerlo dalle uova e dai pomodori”. A differenza di polacchi e ungheresi, i tedeschi dell’est avevano qualcun altro cui dare la colpa quando le cose andarono male.

In seguito la convergenza tra ovest ed est si è fermata. Oggi solo il 7 per cento delle cinquecento aziende più ricche di Germania (e nessuna di quelle inserite nel listino dax30) ha sede nella parte orientale del paese. Questo riduce il gettito fiscale delle amministrazioni comunali e alimenta il divario di produttività tra est e ovest, che da circa vent’anni si attesta intorno al 20 per cento. La maggior parte dei beni liquidati dal Treuhand finirono in mani straniere o della Germania ovest, ostacolando lo sviluppo di una classe capitalistica a est.

Per molti il modo migliore di avere uno stile di vita occidentale fu di trasferirsi a ovest, come il 25 per cento dei tedeschi orientali di età compresa tra 18 e 30 anni. Le parti rurali dell’ex Ddr furono le più colpite. A mano a mano che città e villaggi si svuotavano e il gettito fiscale diminuiva, le scuole chiudevano, i negozi abbassavano la saracinesca e i condomini residenziali venivano demoliti. L’emigrazione di massa dei giovani portò a un crollo del numero delle nascite. Dal 2017 l’emigrazione netta da est a ovest è stata prossima allo zero, fino a diventare equivalente a quella in senso opposto.

L’età media nell’est è inoltre molto più alta di quella nell’ovest. Dal 1990 il numero di ultrasessantenni è cresciuto di 1,3 milioni, nonostante la popolazione totale sia scesa di 2,2 milioni. Iwh, un istituto di ricerca con sede a Halle, ritiene che la popolazione in età da lavoro nell’est scenderà di oltre un terzo entro il 2060. Nel 2035, 23 dei 401 kreise (distretti amministrativi) tedeschi si saranno ridotti di almeno un quinto, secondo Susanne Dähner dell’Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, e tutti si trovano a est. In alcuni distretti ci saranno quattro funerali per ogni nascita. Invece di perdere persone a causa dell’emigrazione verso ovest, la Germania est li vedrà letteralmente morire.

La promessa costituzionale di “condizioni di vita equivalenti” in tutta la Germania appare quindi irraggiungibile. Il governo cerca di aiutare le regioni dette “strutturalmente deboli”, a est come a ovest. Ma sebbene l’investimento nelle infrastrutture o nelle università tecniche possa aiutare alcune città, non può arginare il declino demografico di molte regioni della Germania orientale.

Fare i conti
Il quadro è molto più roseo in alcune città dell’est. Potsdam, Jena e Dresda possiedono poli industriali e turistici, oltre che alloggi a buon mercato. Altre, come Lipsia (Hypezig, come è chiamata, facendo irritare i suoi abitanti), conoscono da anni un boom. La “bacon belt” (la cintura della pancetta) intorno a Berlino trae beneficio dal successo della capitale, soprattuto grazie ai lavoratori più anziani che si trasferiscono in periferia. Eppure, nonostante l’emigrazione generale vada esaurendosi, le città dell’est sottraggono persone istruite alle piccole città o ai villaggi già in difficoltà. Questa tendenza potrebbe continuare, visto che solo la metà dei lavoratori tedeschi nell’est lavora in città, rispetto ai tre quarti nell’ovest.

Le mutazioni a est hanno conseguenze sociali, culturali e politiche che oggi si stanno rivelando con più chiarezza. Lo scorso febbraio migliaia di sostenitori della Dynamo Dresda, durante una trasferta ad Amburgo, hanno cominciato a scandire un coro poco familiare: “Ost, Ost, Ostdeutschland!” (Est, Est, Germania Est). Un filmato dell’episodio è diventato virale, scatenando un vivace dibattito: i tifosi stavano esprimendo una variante “orientale”, e di dubbio gusto, del nazionalismo militante tedesco? Oppure si è trattato di una gioiosa riappropriazione di un’identità che per lungo tempo è stata considerata un tratto di stupidità e chiusura mentale?

“L’identità è fondamentale per capire la Germania orientale”, spiega pensierosa Franziska Schubert, rappresentante dei Verdi per la città di Görlitz nel parlamento statale della Sassonia. Oltre il 47 per cento dei tedeschi dell’est sostiene che la propria identità sia orientale prima che tedesca, una proporzione molto più alta di quella rilevata durante l’euforico momento della riunificazione (lo stesso vale per il 22 per cento dei tedeschi dell’ovest). L’identità regionale non è certo un’eccezione in Germania – basta chiedere ai bavaresi – ma nell’est può sembrare un dato anche politico, e non solo culturale e tradizionale.


Quando, di recente, la scrittrice Jana Hensel ha tenuto una conferenza in una scuola di Lipsia, sua città natale, è rimasta sorpresa a dover rispondere per mezz’ora alle domande degli adolescenti sulle ossiquote (la proposta di favorire i tedeschi dell’est nell’attribuzione d’impieghi pubblici). “Più di 25 anni dopo la fine della Ddr, gli studenti sono ridiventati tedeschi dell’est”, dice. “Se non faremo attenzione, perderemo un’altra generazione”.

L’Afd ha sfruttato la forza del particolarismo orientale. Usando slogan come “l’est insorge!” il partito ha ottenuto più del 20 per cento dei voti in alcune elezioni statali a est, la più recente il 27 ottobre in Turingia. Qui, e nelle recenti elezioni in Brandeburgo e Sassonia, è stato solo grazie agli elettori di oltre sessant’anni e al loro sostegno per i partiti tradizionali che l’Afd non è stato il primo partito. In Sassonia e Turingia l’Afd è stato il partito più popolare tra le persone di meno di trent’anni. Un fatto preoccupante in una zona del paese dove l’estremismo ha trovato terreno fertile. Più di metà dei crimini d’odio in Germania ha avuto luogo nell’est, nonostante abbia appena il 20 per cento della popolazione totale e un numero minore di immigrati.

Ma l’identità orientale non è appannaggio esclusivo degli estremisti. Molti giovani tedeschi dell’est hanno semplicemente sviluppato un’identità “ossi” dopo essersi scontrati con l’ignoranza e il disprezzo nell’ovest. E non è necessariamente una cosa solo negativa. Matthias Platzeck, ex premier del Brandeburgo e oggi a capo di una commissione per il trentesimo anniversario della riunificazione, sostiene che le recenti elezioni nel suo stato sono state più che mai segnate dai malumori. Ciò nonostante spera che a est emerga una sana fiducia in sé stessi, costruita sulle fondamenta di storie di successo, e una nuova attenzione sui nuovi problemi che accomunano est e ovest. Il motto informale della sua commissione, dice, è “lo stretto necessario di celebrazioni nazionali, e quanto più dibattito possibile”. E dal momento che il muro di Berlino non esiste più, non esiste discussione che possa mandare qualcuno in prigione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Da "www.internazionale.it" I tedeschi sono ancora divisi sul senso della riunificazione

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Il sindaco di Milano intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival

«Non sono un teorico della Milano città Stato. La creazione di un nuovo modello sociale mi sta benissimo e lavoriamo per questo. Ma questo modello è da governare», dice Beppe Sala, sindaco di Milano, intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival. Il primo cittadino, che ha definito «solida» l’ipotesi di una sua ricandidatura alla guida della città, ha elencato i prossimi passi da compiere per migliorare il “modello Milano”. Un modello, dice, «che va applicato all’Italia intera», lasciando intravedere quindi anche un suo impegno nella politica nazionale.

«In questi anni la città si è molto consolidata nelle sue componenti, dalle università all’industria. Stiamo fagocitando le energie e le risorse anche di questo Paese. Di 8mila multinazionali presenti in Italia, 4.300 sono a Milano. Milano fa il 10% del Pil. Gli investimenti immobiliari a Milano nei prossimi anni raggiungeranno i 12-13 miliardi su Milano. E quest’anno supereremo i 10 milioni di turisti nell’area metropolitana». Basta tutto questo? No, secondo il primo cittadino milanese. «È tutto bene, ma è da governare», ribadisce Sala. «Gli investimenti immobiliari devono essere inseriti in una dimensione coerente e sostenibile. E serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento di questo beneficio ne hanno goduto in pochi. Una parte ancora troppo limitata della città sta godendo di questo momento positivo. Quindi andiamo avanti su questo percorso ma governandolo e sentendoci in dovere di agire perché ci sia più equità».

Serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento a Milano di questo beneficio ne hanno goduto in pochi

Spostandosi da Milano alla politica romana, Beppe Sala ha escluso per il momento un suo imminente salto nella dimensione nazionale, ma ha rivelato comunque che sta lavorando «per aggregare persone e idee per portare forza nuova e linfa nuova alla politica nazionale». Il “modello Milano”, ha spiegato, «ora va applicato all’Italia». Certo, ha aggiunto, «se mi ricandidassi a Milano, mi ricandiderei in discontinuità con me stesso. Vorrei avere intorno a me persone nuove, più fresche, che si affiancano a persone esperte».

Quanto al futuro del Partito democratico, Sala ha spiegato che «fino a febbraio-marzo, il Pd dovrà mettere giù la testa e trovare la formula per immaginare di andare a elezioni con un sistema diverso». Sulla debacle delle elezioni in Umbria, ha detto: «Hanno fatto una stupidata a mettersi insieme Pd e Cinque Stelle, lì era segnato il destino. Ti metti insieme la prima volta per una cosa che sai già che perdi. Mentre in Emilia l’idea dei Cinque Stelle di dire “non partecipiamo all’alleanza” mi sembra bislacca. Lì dovrebbero davvero stare insieme».

«Io ho aperto all’idea dei Cinque Stelle, perché in un’ottica proporzionale il Pd è un partito da 20%. Per cui dobbiamo trovare delle formule di coalizione», ha detto Sala. Anche perché, ha aggiunto, «l’appuntamento dell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 è fondamentale in un Paese come l’Italia. Io mi sentirei in forte disagio a immaginare un presidente della Repubblica scelto da Matteo Salvini che governa per sette anni». E su Matteo Renzi, ha raccontato che «ci siamo sentiti molto durante la crisi di governo. Non è stata una sorpresa la sua uscita dal Pd. Forse è stata una sorpresa il timing. Certo non è che il Pd gli abbia steso mai tappeti rossi! Ma è tutto meno che uno da buttar via nello scenario politico italiano».

Da "www.linkiesta.it/" Beppe Sala: «Il “modello Milano” va applicato all’Italia»

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Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.


Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

L’esercito turco ad Akçakale, lungo il confine con la città siriana di Tell Abiad, l’11 ottobre 2019. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
SIRIA
Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria
Pierre Haski, France Inter, Francia
14 ottobre 2019 11.29
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Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.

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Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

Ai tempi della guerra fredda il Medio Oriente si divideva tra i “clienti” di uno schieramento e quelli dell’altro. Con il crollo dell’Unione Sovietica il gioco è diventato sempre più complesso, facendo emergere potenze regionali autonome.

Quale sarà l’aspetto del Medio Oriente dopo le convulsioni provocate dall’intervento turco? Putin saprà approfittare ancora della situazione? In che modo? Osservando la situazione attuale dei curdi possiamo essere sicuri che l’obiettivo di Mosca non sarà sicuramente proteggere i popoli della regione, eterne vittime delle strategie delle potenze di turno.

Da "https://www.internazionale.it" Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria di Pierre Haski, France Inter, Francia

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Forte sostenitrice dei diritti delle donne, la 35enne era la segretaria generale del Partito del Futuro Siriano ed è stata trucidata perché considerata un simbolo di dialogo potenzialmente pericoloso. Lottava per un Paese "multi identitario e senza violenza".

Uccisa perché considerata un simbolo di dialogo, potenzialmente pericoloso. C’era anche Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano (Future Syria Party), tra i nove civili trucidati sabato 12 ottobre in un agguato teso nel Nord-Est della Siria. Sull'uccisione, però, non è ancora stata fatta piena chiarezza: alcuni media parlano di omicidio a colpi di arma da fuoco, altre fonti sostengono sia stata lapidata. Anche sugli esecutori materiali non c'è certezza: alcuni indicano milizie filo-turche presenti nel Nord-Est siriano, ma non si esclude la possibilità che siano stati gli estremisti islamici dell'Isis o di Al Nusra a uccidere la 35enne.

Le lotte di Hevrin Khalaf
Paladina dei diritti civili delle donne, laureata in ingegneria civile, chi la conosceva parlava di lei come una sorta "ministro degli Esteri" del Rojava. Si batteva anche per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era molto apprezzata da tutte le comunità. Di recente aveva guidato un Forum tribale delle donne, quest'ultime soggetto cruciale, per lei, di una possibile transizione democratica per una Siria inclusiva e rispettosa dei diritti delle minoranze, e fortemente decentralizzata rispetto all'impostazione baathista. Al momento della sua fondazione, avvenuta il 27 marzo del 2018, il Partito per il Futuro della Siria, aveva affermato tra i suoi principi la laicità dello Stato, oltre che quello di una Siria "multi identitaria", della "rinuncia alla violenza" in favore di una "lotta pacifica per la risoluzione delle controversie", dell' "eguaglianza tra uomini e donne" e del rispetto delle risoluzioni delle nazioni Unite, "in particolare la risoluzione 2254, secondo cui tutte le fazioni del popolo siriano dovrebbero essere rappresentate nel processo politico, compresa la stesura di una nuova costituzione".

L’uccisione della 35enne
Nel momento in cui è stata fermata, lo scorso 12 ottobre, l'attivista stava viaggiando sull'autostrada M4 insieme al suo autista nel tentativo di raggiungere la città di Qamishli. Qui, un commando di uomini composto da miliziani li ha fatti scendere con la forza dall'auto, per poi ucciderli. Del massacro sono stati diffusi due video in rete, ripresi con i cellulari dagli stessi miliziani. I funzionari americani ritengono che le immagini siano autentiche. In un primo momento la responsabilità dell'uccisione di Hevrin è stata attribuita ai jihadisti dell'Isis. Ma poi le accuse sono cadute sulle milizie filo-turche, che comunque negano. "Khalaf è stata trascinata fuori dalla sua auto durante un attacco sostenuto dalla Turchia e giustiziata da milizie mercenarie appoggiate da Ankara", è la versione del braccio politico delle forze democratiche siriane a guida curda (Sdf). "Questa è una chiara prova che lo Stato turco sta continuando la sua politica criminale nei confronti di civili disarmati", ha accusato.

Il ricordo di Hevrin Khalaf
La morte di Hevrin Khalaf ha suscitato numerose reazioni a livello internazionale: "Aveva un talento per la diplomazia, partecipava sempre agli incontri con americani, francesi e le delegazioni straniere", ha ricordato Mutlu Civiroglu, analista politico curdo americano. "Hevrin Khalaf - ha detto il presidente del Parlamento europeo David Sassoli - è il volto del dialogo e dell'emancipazione delle donne in Siria. La sua uccisione, opera di terroristi islamisti, più attivi dopo l'invasione dei territori curdi da parte della Turchia, è un orrore su cui la comunità internazionale dovrà andare fino in fondo!".

CURDI, STORIA DI UN POPOLO SENZA STATO 

Da "https://tg24.sky.it" Hevrin Khalaf, chi era l'attivista e paladina curda uccisa in Siria

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 27 Settembre 2019 00:00

Nuovo rapporto Onu sul clima

I danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, dicono gli scienziati. Unico possibile rimedio: limitare decisamente l’innalzamento della temperatura mondiale.

I cambiamenti climatici stanno già causando enormi conseguenze sugli oceani e sui ghiacciai. E i danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, con straripamenti dei fiumi, inondazioni e alluvioni sempre più frequenti. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite sullo stato delle calotte polari, diffuso a poche ore dal vertice Onu dedicato ai cambiamenti climatici.

Il clima sempre più caldo, dicono gli scienziati, sta già uccidendo le barriere coralline, sovraccaricando le tempeste e aumentando le temperature dei mari. E il futuro sarà ancora più catastrofico, se le emissioni di gas serra rimarranno incontrollate. Con alluvioni e inondazioni sempre più violente e frequenti.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali, secondo l’Ipcc. E se le emissioni continuassero ad aumentare, i livelli globali del mare potrebbero crescere di oltre un metro entro la fine di questo secolo, circa il 12% in più rispetto al gruppo stimato nel 2013. Provocando danni enormi all’approvvigionamento idrico e alla pesca.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali

«A causa dell’eccesso di gas serra nell’atmosfera, già oggi l’oceano è più alto, più caldo, più acido, meno produttivo e contiene meno ossigeno», ha spiegato Jane Lubchenco, ex amministratore della National Oceanic and Atmospher Administration. «La conclusione è inevitabile: gli impatti dei cambiamenti climatici sull’oceano sono ben avviati. A meno che non prendiamo provvedimenti molto seri molto presto, questi impatti peggioreranno, molto, molto peggio». Conseguenze profonde e potenzialmente devastanti si prospettano per la vita marina, gli ecosistemi artici e intere società umane, quindi, se i cambiamenti climatici continueranno senza sosta.

Già lo scorso autunno, l’Ipcc aveva avvertito in un suo rapporto la necessità di apportare rapidi e radicali cambiamenti sul fronte dell’energia e dei trasporti per mantenere il riscaldamento al di sotto di un aumento di 1,5 gradi, la soglia chiave individuata nell'accordo sul clima di Parigi.

«L'emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma è una gara che possiamo vincere se cambiamo le nostre strade adesso», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel corso del summit sul clima. «Quello che una volta era chiamato “cambiamento climatico” ora è veramente una “crisi climatica”. Stiamo assistendo a temperature senza precedenti, tempeste inarrestabili e prove scientifiche innegabili».


Da "https://www.linkiesta.it" Il nuovo rapporto Onu sul clima: inondazioni e alluvioni saranno inevitabili

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 02 Settembre 2019 00:00

Ecco i veri nodi dell’immigrazione

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.


Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro

Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.

È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.

Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.

Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.

In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione

Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.

Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.

Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.

Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.


Da "https://www.lavoce.info" Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia diMaurizio Ambrosini

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Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

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Venerdì, 09 Agosto 2019 00:00

In Europa non contiamo più nulla

Strano. Nell’ennesima intervista da campagna elettorale permanente Di Maio non ha annunciato che il Governo regalerà un panino al salame per tutti. Ha lanciato un assist a Salvini che oggi proporrà un panino e una bibita per tutti. Intanto la produzione industriale cala, il Pil è a zero, la cassa integrazione straordinaria è raddoppiata.

In Europa e nel mondo non contiamo più nulla: dovevano cambiare tutto non trovano neanche un Commissario per rappresentarci. In realtà c’è poco da ridere, l’egoismo di chi ci governa sta bombardando l’Italia di idee stravaganti confuse e spesso irrealizzabili. Senza un progetto, una visione una strategia e i risultati si vedono. Per questo noi ripartiamo dalle idee perché qualsiasi riscossa e costruzione di un’alternativa non può che partire da una visione e una idea di Paese. Il Pd ha iniziato a fare proprio questo.

La costituente delle idee per un piano per l’Italia ha questo obiettivo: ricreare fiducia e ottimismo ricostruendo insieme un credibile piano di sviluppo del Paese fondato sulla sostenibilità ambientale e sociale. Stiamo chiamando la parte migliore e più creativa del Paese a collaborare. Lo faremo da settembre con appuntamenti tematici, lo faremo con grandi agorà di confronto nelle città Italiane. Lo faremo ricostruendo una nuova agenda: scuola e conoscenza; sanità e welfare; investimenti, con risorse che ci sono, per cantieri green che creino lavoro.

Aggiungo, da amministratore, con una grande semplificazione dello Stato che renda credibile parlare di sviluppo, investimenti e riforme in questo paese reso complicato dall’affastellamento confuso di riforme mancate o approvate senza un disegno strategico. In Italia non si fanno più figli e ossessionati dagli sbarchi di immigrati hanno nascosto la fuga dei nostri giovani dal Paese. Come ha ricordato Emanuele Felice si stanno producendo due fratture gravi. Una tra nord e sud e una altra tra Italia e la media Ue. Cosi l’Italia muore. Io sono contento che molti si affannano a dire che il PD da solo non basta. Ma intanto il pd c’è, cresce ed è l’unica credibile alternativa a questo stato di cose. Oggi con la costituente offre uno spazio a tutti per contribuire.

Nel web, negli appuntamenti nazionali nelle città: sarebbe il caso per molti di provare oltre che a giudicare e commentare a contribuire. Sono certo che saremo in molti, centinaia di migliaia. Ho fiducia. Pochi credevano nel 1.600.000 italiani ai gazebo e nessuno credeva nei 4 punti in più alle europee e nel sorpasso con i cinque stelle. Non basta? No. Ma anche per questo partecipate tutti. Perché il futuro è li. Nell’immaginare e costruire un domani migliore e non nell’essere ossessionati e subalterni a chi sta fallendo e vuole portarci tutti nel baratro.

Da "www.huffingtonpost.it" In Europa non contiamo più nulla di Nicola Zingaretti

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Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

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Venerdì, 02 Agosto 2019 00:00

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

Il leader della Lega attacca il ministro dell'Economia: "Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro". Ma quella del ministro dell'Interno è l'ennesima ricetta da apprendista stregone che non risolverà i veri problemi dell'Italia

Il nemico del giorno di Matteo Salvini si chiama Giovanni Tria. La colpa del ministro dell’Economia è di aver promesso di tagliare un po' di tasse, rispettando le regole europee. Un’eresia per il ministro dell’Interno che da mesi assicura di risolvere i problemi dell’Italia con una flat tax, che non è una vera flat tax, da 10 miliardi di euro. Anche a costo di sforare il deficit oltre il 3%. E si sa, ogni promessa del governo gialloverde è debito pubblico. «Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro dell’Economia», ha detto Salvini. Il problema del leader della Lega è che il suo vero nemico non è Tria, né la commissione Europea e neppure Carola Rackete, ma qualcosa che non potrà essere denigrato o sminuito a colpi di slogan: la realtà. Oltre 2.365 miliardi di debito pubblico, il 132,2% del nostro prodotto interno lordo, e oltre 66 miliardi spesi ogni anno per pagare gli interessi sul debito. Questa è la robetta, ciò che rimane dopo decenni di politiche economiche di apprendisti stregoni convinti che la loro ricetta avrebbe cambiato le magnifiche sorti progressive del nostro Paese. È l’Italia, bellezza e per ora neanche il leader della Lega ha potuto farci niente.

«Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile», spiega l’economista Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e autore di “Flat tax. Aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo” (Marsilio, 2017). «Che facciamo, ogni volta che c'è una congiuntura negativa facciamo una riforma fiscale? In media durano decenni. Sarebbe un po' ridicolo metterla in questi termini». E dire che Nicola Rossi è il primo a pensare che all’Italia serva il prima possibile una riforma complessiva del sistema fiscale. Quello che abbiamo oggi ha ormai più di 50 anni e non regge più. È un tessuto slabbrato, formato da imposte, detrazioni e bonus che hanno stravolto il senso della riforma del 1971. Salvini invece impugna la flat tax come una clava convinto che uno shock fiscale alla Trump faccia ripartire l’economia italiana.

Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile. (Nicola Rossi, presidente dell'Istituto Bruno Leoni)


La riforma leghista si basa su un grande equivoco: la flat tax non è una vera flat tax. Ovvero non ci sarà mai una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito. Le aliquote non passerebbero dalle cinque di oggi a una singola valevole per tutti i livelli di reddito. E anche chi come Rossi ha proposto nel suo libro una singola aliquota al 25% rimane spiazzato: «Le parole hanno perso completamente il loro significato. Ho sentito parlare persone di una flat tax a tre aliquote senza arrossire» commenta Rossi. «Quello che si intende è una riduzione del carico fiscale. Una cosa sensata purché non sia a debito. Non è una questione ideologica, semplicemente non funziona. Se invece assieme alla flat tax si riduce la spesa pubblica si lascerebbe spazio e margini di libertà al settore privato, si libererebbero risorse». Ma la “flat tax“ che ha in mente Salvini costa almeno 10 miliardi e nessuno parla più di spending review. Senza contare l’ultima idea della Lega: la “flat tax volontaria”: due o tre schemi per le famiglie e ognuno deciderà se gli conviene il nuovo regime forfettario che assorbirà deduzioni e detrazioni, o rimanere al vecchio. «Gli italiani saranno costretti a fare due conti invece di uno: volevano semplificare il sistema. Questa è la maniera perfetta per complicarlo», spiega Rossi.

«Ben venga la flat tax ma sto aspettando che indichino le coperture». Se anche il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si è accorto che la realtà è una cosa e le promesse un’altra, forse siamo sulla buona strada. Ma se la Lega piange, il Movimento Cinque Stelle non ride. Perché l’idea del salario minimo a nove euro l’ora fa a pugni con la realtà dell’economia italiana. «Dicono di voler introdurre il salario minimo per aiutare i circa 3 milioni di italiani che vivono in assoluto precariato. Ma nessuno dice che la proposta del M5S li tiene fuori perché si rivolge ai lavoratori subordinati e i co.co.co strutturati» chiarisce Severino Nappi, professore di Diritto del lavoro all’Università di Napoli. «I veri precari sono quelli che consegnano i pacchi e le pizze, quelli che lavorano il sabato e la domenica, o i part time involontari che fanno due ore al giorno perché magari lavorano grazie agli appalti delle pulizie. Tutti esclusi perché giuridicamente non sono lavoratori subordinati né co.co.co. I bibitari meno fortunati Di Maio sono tecnicamente dei lavoratori autonomi. Ma il vero problema sono le gabbie salariali. Il disegno di legge prevede un salario medio a seconda delle zone. «Quindi lo stesso lavoro a Milano può valere X e a Reggio Calabria Z. Introdurre la possibilità di trattamento differenziato a seconda delle zone per la stessa mansione significa invitare aziende più fragili a fare prezzi più bassi. Sarebbe un attentato al Sud Italia», spiega Nappi.

La realtà è sempre implacabile: l’Italia ha il costo del lavoro lordo tra i più pesanti in Europa ma gli stipendi più bassi nel Continente per le professioni medio basse. Un salario minimo a carico delle aziende sarebbe letale. Perché in Italia il 95% delle imprese ha meno di cinque dipendenti e questo spingerebbe i datori di lavoro a pagare in nero. E nel paese del fatta la legge trovato l’inganno se la norma è generica si rischia di fare più danno. «Se noi stabiliamo che nove euro lordi sono il trattamento minimo legale, i rol (riduzione orario di lavoro, ndr) i permessi, i trattamenti accessori, le indennità e i premi devono essere calcolati in quella somma oppure no? Immagino già i sindacalisti, gli imprenditori, i commercialisti e consulenti del lavoro che cominciano a lavorare di cesello sugli altri istituti contrattuali. La legge si guarda bene a entrare in cose che appartengono al mondo reale». Il rischio vero è che un'azienda strutturata e furba con la scusa del salario minimo legale potrebbe addirittura abbassare i costi.

C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte

Dopo un anno possiamo dirlo: il governo del cambiamento sembra sempre più simile a quelli precedenti. Anche Lega e M5S credono in una politica pseudokenesiana all'amatriciana per cui l'unico modo per far ripartire l'Italia è spendere tanto a debito, fregandosene delle generazioni futura. Si parla qualche volta di spending review dei costi della politica che vale qualche centinaia di milioni, briciole per la spesa pubblica italiana che vale 800 miliardi. La sanità e il sistema pensionistico, la scuola, una vera riforma fiscale sono totem da non toccare perché sennò si perdono voti. C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte. Per le vere riforme strutturali che l'Europa chiede da anni si vedrà. L’Italia sembra come una vecchia villa le cui fondamenta sono solide ma tutto il resto si sta lentamente degradando. A turno, ogni nuovo proprietario chiede un prestito per riparare solo una stanza. Mentre i tubi, il condotto di areazione, il tetto e le altre stanze vanno sempre più in malora. Forse la verità è che bisognerebbe avere il coraggio di ristrutturare. Il problema però è che l'Italia non è una villa ma la settima potenza industriale del mondo.

Da "www.linkiesta.it" Flat tax? il vero nemico di Salvini non è Tria, ma la realtà

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