Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /2

«Hai presenti gli “assi cartesiani”, quelli che, secondo il matematico-filosofo francese, consentono di individuare con procedimento matematico determinati punti nello spazio? Non ti ricordi, hai studiato male?». E poi: «Cambia qualcosa se gli assi principali anziché con X e Y, o come “ascisse” e “coordinate”, vengono indicati come “meridiani” e “paralleli” e applicati su una mappa che, a quel punto, diventa carta geografica o progetto politico»?

Avevo provocato un mio amico matematico sul punto se fosse possibile inquadrare in una formula algebrica i problemi del “che fare” in politica. E il professore mi aveva impartito l’intera lezione della quale, per non offendere la sua scienza, ho trattenuto e trascrivo solo alcune libere deduzioni.

Meridiani e paralleli
Sull’asse dei “meridiani” (che in politica tradurremo con “asse delle condizioni”) collochiamo quelli che possono essere considerati come i requisiti fondamentali del comportamento di chi voglia concorrere all’edificazione del “buon governo”; e li identifichiamo nei tre comandamenti del non uccidere, non rubare, non mentire.

Sull’asse dei “paralleli” (che in politica tradurremo come “asse degli obiettivi”) sistemiamo invece quelle che possiamo considerare come le finalità di un agire politico orientato alla piena umanizzazione della vita di ogni persona e di tutte le persone. E qui, con una scelta soggettiva, ma non arbitraria, indichiamo i tre concetti di “pace, lavoro, democrazia”, riservandoci ulteriori specificazioni.

Oltre la geometria
Si dovrà successivamente inserire un terzo asse da dedicare a quella che potremo indicare come l’energia di traino del processo politico e che non appare traducibile in formule matematiche.

Per rimanere ai tempi di Cartesio, ci faremo aiutare da Pascal per assegnare all’esprit de geometrie i concetti distribuiti sui due primi assi e all’esprit de finesse quelli assegnati al secondo asse. Per il momento lasciamo in pace il terzo.

“Non uccidere”: condiviso, ma…
Andiamo a verificare ora – cioè oggi, a inizio 2018, vigilia delle elezioni generali in Italia – quale sia la condizione dei “beni” fin qui elencati e quale possa essere il destino della loro interconnessione nelle condizioni date.

Sull’asse dei meridiani, cioè delle condizioni del buon governo, la percezione soggettiva dei tre comandamenti evocati è ancora largamente diffusa, oltre che scolpita in tanti documenti dell’ordine internazionale.

Ma tra i testi delle dichiarazioni e gli atteggiamenti feriali dei cittadini (e dei responsabili) sembra intercorrere una distanza sempre maggiore.

Il comandamento del non uccidere, ad esempio, è quotidianamente trasgredito in ogni angolo della terra; ma i fatti e i misfatti che le cronache registrano si stemperano in una indifferenza che li ignora o li minimizza, o si rifugia nel recinto dell’impotenza.

Quel mosaico mostruoso
Né un comportamento esemplare viene dai livelli della responsabilità politica. Ciò vale per quella che è stata chiamata l’attuale «guerra mondiale a pezzi», fatta sia di episodi cruenti che compongono un mosaico mostruoso, sia dall’indotto, non meno crudele, di un’“economia che uccide”.

È quel che avviene quando si subordina la crescita della ricchezza all’aumento della povertà e quando a vaste porzioni di umanità si impone la legge bronzea della sopravvivenza a livelli insopportabili di miseria e di fame.

Poiché il “non uccidere” riguarda sia i singoli che le comunità, la sua trasgressione non avviene solo quando si compie fisicamente il gesto di Caino ma anche quando non si interviene per impedire che altri lo compia.

D’altra parte, l’umanità è stata messa in grado, nel corso dei secoli, e segnatamente nel ’900, di conoscere a fondo e direttamente il “flagello” degli attacchi alla vita umana; e ha persino adottato, meritoriamente, le misure di prevenzione e di contrasto che sono garantite da istituzioni basate sul consenso dei popoli.

Questa circostanza dovrebbe attenuare l’onere dell’opposizione alla guerra e ai suoi derivati, ma, nel contempo, lo aggrava quando si lasciano fuori campo o si mettono fuori uso le strutture di prevenzione e di composizione dei conflitti o delle situazioni di disordine e/o di oppressione.

I movimenti disgregatori
Tanto maggiore si fa poi la responsabilità in questo campo quando, come oggi accade, si è in presenza di attacchi diretti al ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Delle quali si dichiara il superamento o addirittura l’inutilità quando – ed è il momento peggiore – non ci si comporta come se non esistessero.

Non uccidere significa allora contrastare i movimenti disgregatori che in varia forma – comprese le manifestazioni di sovranismo nazionalista – mettono in discussione i livelli pur minimi di collaborazione fin qui raggiunti, a partire dall’Europa.

L’espansione del “rubare”

Sempre sull’asse dei “meridiani” il comandamento del “non rubare” presenta il suo vasto campionario di inadempienze.

Ma l’atto tipico del “rubare” – la sottrazione fisica di un bene a chi lo detiene legittimamente e l’impossessamento di esso da parte di chi non ne ha titolo – appare sempre di più come un’entità minimale rispetto all’espandersi di altre dimensioni. Cresce infatti la mole dei fenomeni di scardinamento delle regole dell’economia e dello stesso diritto di proprietà che ne è il cardine.

Il vizio endemico moltiplicato
Le violazioni tradizionali – corruzione, concussione, appropriazione indebita ecc. – impallidiscono di fronte al proliferare di altre forme di speculazione e di intermediazione dolosa.

Queste si avvalgono sempre di più anche delle imponenti risorse offerte dalla possibilità di elaborazione e di trasmissione delle informazioni in tempo reale.

Per quanto il rubare sia un vizio endemico di impianto secolare, si direbbe che la tendenza odierna registra un rubare di più, un rubare più facile e più rapido.

Ne segue un effetto dimostrativo assolutamente inedito con il coinvolgimento di masse sempre più vaste di cittadini, indotti ad adottare come virtuosi i comportamenti rappresentati come “vincenti”, salvo dolersi poi degli infortuni subiti per malriposta fiducia.

Il tema del lavoro
Nel capitolo del “non rubare” va anche inclusa la cosiddetta “infedeltà fiscale”, alla quale tuttavia – per la sua importanza e attualità – converrà dedicare una specifica trattazione.

Lo stesso dicasi per il “non mentire”, di cui si parlerà nel prossimo articolo.

Quanto ai beni sistemati nella categoria degli obiettivi, come entità desiderabili ai fini della realizzazione secondo giustizia dello sviluppo integrale delle persone, un cenno particolare va fatto sulla questione del lavoro. Il tema della pace è stato infatti appena trattato, mentre a quello della democrazia diffusa è stato dato un certo spazio nel precedente articolo.

Guardando le cose in retrospettiva, si può constatare che, nel tempo, il problema-lavoro è stato per così dire declassato da materia con dignità autonoma a sottosezione dell’economia. E analoga sorte è toccata alle agenzie di tutela e di promozione del lavoro, in primo luogo i sindacati.

Tutto questo è avvenuto nel corso del mezzo secolo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio e rappresenta, più che un cambio politico, un mutamento culturale significativo.

Parlavamo il “keynesiano”
Subito dopo la conclusione del conflitto, sulle due sponde dell’Atlantico si parlava il “keiynesiano”, quell’idioma economico in base al quale, dovendosi realizzare come bene primario il pieno impiego di tutti i lavoratori (gente che prende il salario e lo spende e così alimenta l’economia) tutti gli sforzi andavano orientati a tale obiettivo.

Per stare in Italia, su tale linea era attestata la CGIL di Di Vittorio – 1949 – in dissenso con la casa-madre del PCI, e altrettanto dicasi di quelle tendenze cattoliche, impersonate da La Pira, dalle quali veniva una sollecitazione per «un governo con un solo obiettivo: il lavoro».

Nello stesso tempo (1952), le Acli reclamavano «una grande politica del lavoro», ritenendo possibile realizzare e mantenere, nel tempo e con l’opportuna strumentazione, «un alto e stabile livello di occupazione».

Occupazione e Costituzione
Il fatto è che, allora, per “piena occupazione” non si intendeva qualcosa di diverso da quanto scritto nell’art. 4 della Costituzione e cioè che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»; che era logicamente correlato con il dovere di ciascuno di «svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

Da Keynes a Friedman
Questa nota universalistica si mantiene succcssivamente anche quando, con lo “schema Vanoni” (1954), il traguardo del pieno impiego si procrastina nel tempo (un decennio) e si condiziona al mantenimento di alcune condizioni economiche, come la crescita del reddito nazionale al 5% che, per motivi vari, non si sarebbero realizzate.

I governi di centrosinistra ripresero poi l’idea del “piano” (1965) nel quale il pieno impiego era il risultato di uno sviluppo complessivo trainato soprattutto dall’ espansione dei consumi pubblici.

La scelta di approvare il piano per legge – come una sorta di gigantesca “finanziaria” – irrigidì la logica del piano che non giunse mai a piena realizzazione (se non per alcuni capitoli come la sanità). E il destino del lavoro rimase sempre più appeso alle fluttuazioni congiunturali.

La “massima occupazione”
Fu in questa fase che l’espressione “pieno impiego” venne sostituita da “massima occupazione”.

Non era una variante formale; quel “massima” stava ad indicare il livello consentito dagli equilibri complessivi del sistema.

La dottrina economica continuava a parlare keynesiano ma la sostanza delle scelte era sempre più vicina agli schemi neoliberisti di Milton Friedman. Che sarebbero… andati al potere con Ronald Reagan e Margaret Tatcher. Il resto è cronaca.

La nuova riconversione
La notazione storica resta importante, perché invita a rintracciare i momenti genetici della svolta liberista, che poi si è coniugata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.

Occorre accettare l’onere di una simile operazione, che comporta più di un’autocritica, per rendersi conto non solo della portata del cambiamento intervenuto ma anche del numero e dell’importanza delle forze che, anche a sinistra, lo hanno sostenuto.

Vale per la valutazione del passato ma vale anche per le sfide da affrontare a partire da oggi o, se si vuole, in Italia dal 4 marzo.

L’analisi dell’evoluzione intervenuta, abbozzata qui liberamente nel riferimento alle condizioni e agli obiettivi collocati sugli “assi cartesiani”, pare indispensabile per un approccio realistico e non ingannevole all’esigenza di una nuova riconversione. Che è necessaria per riportare il lavoro al posto che la dignità umana reclama e che la Costituzione ha stabilito fin dal suo incipit.

Ma che ascolto si può dare alle voci che si sovrappongono nella grande arena della contesa elettorale?

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una mappa… cartesiana per aiutare le scelte - di Domenico Rosati - 5/01/2018

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Lunedì, 15 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /1

Le elezioni come una pagina bianca. Anche il presidente Mattarella, nella sobria comunicazione di fine anno, ha fatto ricorso a quest’immagine. Che corrisponde alla realtà, ma solo fino ad un certo punto.

Ogni scadenza elettorale, infatti, è pagina bianca nel senso che si azzera e si elegge ex novo il Parlamento, ma sul foglio, come in filigrana, sono impresse le tracce di quel che è accaduto sia nel corso della legislatura che termina sia nel cumulo di tutte le fasi precedenti. Non solo le leggi ma anche le virtù e i vizi – i costumi – di un popolo.

Voto senza copia
Così è difficile dare credibilità ad una suggestione che trascuri il peso (il valore, la vergogna e altro) delle cose accadute; e lo conferma il fatto che anche l’evocazione della pagina bianca è saggiamente accompagnata dall’esortazione a non oscurare il messaggio del passato. Anche il presidente Mattarella ne ha fatto giustamente uso.

Da questa considerazione preliminare ne discende un’altra non meno importante. E cioè che non esistono elezioni-copia. Ogni momento di esercizio della sovranità popolare – che di questo si tratta – ha uno svolgimento proprio: di tempo, di modo, di luogo. Ed è quel che condiziona, se non determina, il comportamento dei protagonisti – “attivi” gli elettori, “passivi” gli eletti –, anche quando si tratta delle stesse figure che mutano orientamento per prolungare nel tempo il proprio potere.

Una guida nel labirinto
È probabilmente anche in questo misto di variabili, di novità e di tradizione, di rispetto del passato e di apertura al futuro che consiste il segreto della “durata” dei regimi democratici e della loro superiorità, al netto delle contraddizioni e degli errori che si rinvengono sul loro cammino.

Che però assomiglia – il cammino – più a un labirinto in cui è facile perdersi che ad un’autostrada sulla quale correre fino ad… esaurimento delle ambizioni terrene. Che le prove elettorali – è una costante –, per un verso, moltiplicano e, per un altro, comprimono.

Eccitazione e depressione
La campagna elettorale – anche questa è una costante – è il passaggio in cui avviene il massimo della eccitazione politica, nel senso dell’enunciazione di ciò che è più desiderabile nel momento dato e, contemporaneamente, si verifica il massimo della depressione. Questa si verifica nella presa di coscienza dello scarto tra il “dire” delle promesse” e il “fare” delle realizzazioni concretamente possibili.

Un’analisi del prodursi e riprodursi nel tempo di un simile scarto ne mette in luce gli effetti devastanti sulle aspettative, che degradano in delusioni, e permette di trovare una spiegazione del fenomeno della crescente fuga dalle urne che accompagna la democrazia nelle sue fasi mature.

Speranza e futuro
Chi scrive ha l’età per ricordare le grandi speranze che in Italia (e in tutta l’Europa) animarono i dibattiti (e gli scontri) della fase costituente dopo la seconda guerra mondiale. Il loro denominatore comune era quello della speranza.

L’atteggiamento prevalente dei protagonisti dell’epoca – quelli che andavamo ad ascoltare nei liberi comizi dopo l’esperienza delle adunate obbligatorie della dittatura – era di segno profetico: uno stimolo alle coscienze per alimentare il sogno di un mondo diverso.

Diverso da che cosa? Ci voleva poco a rendersi conto della distanza che correva tra l’irreggimentazione della società, in cui bisognava “credere, obbedire, combattere”, perché “Mussolini ha sempre ragione”, e il nuovo contesto in cui eri tu, in prima persona, convocato a concorrere, con il libero voto e con la partecipazione, a definire il futuro della comunità.

L’altra parola, coniugata a speranza, era infatti “futuro”.

Stato etico ed etica dello stato
Sull’idea della possibilità di costruire una nuova società fondata su valori umani universali si ritrovavano forze di origine e orientamenti diversi. Tutte però erano impegnate in un tentativo che superò più di una prova, a cominciare dalla redazione della Costituzione. Nella quale il tassativo rifiuto dello “stato etico” di impronta fascista dava risalto a principi fondamentali che configuravano un’“etica dello stato” come istanza di una moralità esigente nell’esercizio della vita pubblica.

Il vero miracolo italiano
Contrariamente a quel che successivamente è stato sostenuto dalla pubblicistica moderato-borghese, ho sempre ritenuto che il miracolo della democrazia italiana sia consistito – a parte i successi vantati in campo economico – nel fatto che, a edificare il nuovo edificio politico, abbiano dato opera entità culturali e sociali che originariamente erano ostili alla democrazia, come i cattolici, o l’accettavano solo come strumento di conquista del potere, come i comunisti e i socialisti.

Un “miracolo” che si protrasse anche dopo lo scontro delle elezioni del 1948, dando luogo a una dialettica tanto aspra negli atteggiamenti e nelle parole quanto reciprocamente prudente nella salvaguardia delle istituzioni della Repubblica. Tant’è che ad una comune solidarietà nazionale si ritenne di poter fare appello, con Moro e Berlinguer, quando negli anni 70 del ’900, il logoramento del tessuto democratico stava aprendo varchi regressivi pericolosi per il destino del sistema delle libertà.

Il prima e il dopo del voto
Tutto quel che precede dovrebbe fornire spunti adeguati a sostenere che ci si può accostare anche alla prossima scadenza elettorale – il 4 marzo 2018 – tentando di leggerne il significato come quello di un capitolo importante, ma non il primo né l’ultimo, della storia della democrazia italiana. Semmai, proprio la migliore conoscenza dei momenti più significativi di essa può riattivare qualche connessione oggi usurata nella coscienza dei cittadini; e così rimotivare una corrispondente volontà di partecipazione.

Qui ci si imbatte inevitabilmente nel discorso sulle virtù civiche che si esercitano – va detto con chiarezza – non solo nel voto ma anche e soprattutto prima del voto e dopo il voto.

La democrazia non esiste pienamente se non si alimenta della partecipazione dei cittadini. E questa non può essere limitata all’accesso alle urne. Si può lasciare in pace l’iperbole di Lenin, per il quale, «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo stato» e si debbono convenientemente criticare la esorbitanze dei sopraggiunti cultori delle qualità magiche dell’“uno vale uno”, peraltro rapidamente archiviato. Ma non si può non riflettere sui concetti di Pio XII circa il deficit di democrazia che si verifica quando il cittadino comune teme che «dietro la facciata di quello che si chiama stato si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati».

Lo stato della partecipazione
Forse prima di intraprendere una ricerca su quelle che potremmo chiamare le virtù civiche del XXI secolo, varrebbe la pena soffermarsi su questo aspetto costitutivo della vita democratica che convenzionalmente si chiama partecipazione. Che non è soltanto presenza ai comizi elettorali ma anche e soprattutto “ingerenza” assidua e attenta nelle vicende della vita sociale comune.

La Costituzione evoca una molteplicità di istanze e di organismi in cui la partecipazione può mettersi alla prova a servizio della comunità. Dagli enti locali ai partiti, ai sindacati al mondo associativo al volontariato, agli enti intermedi nella loro molteplicità e varietà. Per tacere della scuola dove pure si avviò negli anni 70 un tentativo di partecipazione triangolare (insegnanti, genitori, studenti) che è rimasto in piedi nella forma ancorché svuotato nella sostanza.

Interessi immediati e bene comune
Non è il caso di procedere ad un esame analitico di tutti i possibili varchi aperti dalle singole istanze e dal loro intreccio pluralistico. È invece doveroso chiedersi se e quanto e come abbiano funzionato come luoghi di attivazione politica dei rispettivi ambiti.

Nessuno può negare, con riguardo all’Italia, la vastità e profondità del fenomeno dell’ espansione di quelle che vengono definite come espressioni del terzo settore (ultimamente disciplinato per legge) in una visione che comprende sia l’economia sociale che il volontariato propriamente detto. E tuttavia rimane l’interrogativo se, a tale dilatazione nelle comunità locali e nei territori, abbia corrisposto una simmetrica espansione della coscienza sociale oltre le dimensioni degli interessi immediatamente percepiti e tutelati.

C’è da chiedersi insomma se la giusta preoccupazione per la salvaguardia di diritti acquisiti o rivendicati – in ambiti comunque ristretti (ad esempio “i residenti” nelle vertenze cittadine) non indebolisca la capacità di comprendere la dimensione effettiva dei problemi che oggi, non ieri, condizionano la coesistenza delle persone e ne alimentano il desiderio di cambiare.

Il punto decisivo più che mai questo: se si immagina di poter elaborare soluzioni valide per l’intera comunità (“uscirne insieme”, come diceva don Milani) oppure ci si limita a perimetrare tanti piccoli recinti privati di un’aleatoria sicurezza.

Prima e più ancora di ogni altro aspetto, quello del recupero di una dimensione sociale, cioè di bene comune, sembra essere il tema più serio e urgente da utilizzare come griglia critica per il giudizio sulle suggestioni elettorali oggi in campo e, soprattutto, per una riqualificazione dell’impegno dei cittadini ben oltre l’orizzonte della scadenza di marzo.

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una pagina bianca ma non vuota - di Domenico Rosati - 5/01/2018

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Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

I lavori del futuro

Sempre più spesso si parla di automazione industriale, intelligenza artificiale e del loro impatto sul mercato del lavoro. Le numerose opinioni divergenti sul tema ci permettono di comprendere la portata di un fenomeno dominato da un'inedita accelerazione tecnologica, i cui esiti sono necessariamente incerti.

L'obsolescenza del lavoro umano e la conseguente minaccia di una massiccia disoccupazione che si delineano in questo quadro rappresentano una realtà che affronteremo nei prossimi anni, alla quale la società sarà chiamata a rispondere.

Se da una parte il progresso permette l'ottimizzazione dei processi di produzione industriali e il miglioramento delle condizioni di lavoro, rendendolo più dignitoso, dall'altra esso comporta notevoli cambiamenti sia all'interno che all'esterno delle realtà aziendali in cui dispiega il suo potenziale. Il rischio è che un numero significativo di persone venga lasciato indietro.

Secondo un rapporto del World Economic Forum dello scorso anno, l'era delle macchine che imparano determinerà una perdita globale netta di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L'autore e futurologo americano Martin Ford ha affermato la necessità di un ripensamento del sistema economico e dell'introduzione, in una società futura minacciata da stagnazione e disoccupazione dilagante, di un reddito minimo garantito per tutti.

Quest'ultima soluzione è stata proposta anche da Elon Musk, prospettando un futuro in cui si dovrà lavorare meno e ci sarà più tempo libero.

In un panorama occupazionale in cui sempre più professioni saranno sostituite da tecnologia e robotica, oltre la metà di esse nei prossimi 20 anni secondo una previsione effettuata del 2013 da un gruppo di economisti della Oxford University, la riqualificazione dei lavoratori rappresenta la chiave di volta di ogni possibile equilibrio concepibile.

Sicuramente, infatti, i mutati contesti produttivi comporteranno l'emergere di nuove figure professionali, un rapporto della società di consulenza Cognizant Technology Solutions prova ad anticiparne alcune: Data Detective, Ethical Sourcing Manager, AI Business Development Manager e Man-Machine Teaming Manager tra i lavori che compariranno entro i prossimi cinque anni. Altri, tra cui Personal Data Broker e Genetic Diversity Officer, faranno la loro comparsa entro i prossimi dieci.

In questo clima d'incertezza, quello che sembra potersi ravvisare è la necessità di trovare nuovi modelli d'inclusione, nuove soluzioni in grado di creare valore, mettendo l'individuo al centro e collegando la propria attività ad obiettivi di sviluppo sociale, come Social Economy e Social Entrepreneurship insegnano.

L'umanità, che per definizione è prerogativa esclusiva delle persone, è l'unica via verso un futuro mission-driven che incontri il profitto passando attraverso il dialogo.

In fin dei conti, sono le scelte che compiamo a determinare se saremo sostituibili.


Da "http://www.huffingtonpost.it/" I lavori del futuro di Oliver Page - 08/01/2018

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I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

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Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Al supermercato di notte

ROMA. C’è un momento della notte, imprecisato ma non per questo meno inesorabile, in cui i supermercati romani si sincronizzano sul fuso di Manila. Al Carrefour di Tor Vergata, periferia meridionale della metropoli, succede a mezzanotte. Chiudono le porte alla clientela, ma le spalancano a una squadra di sei filippini dai venti ai trent’anni, piccoli di statura ma instancabili, che sgattaiolano dentro in maglietta rossa aziendale per farli sembrare ciò che non sono. In quello di viale Ciamarra, aperto h24, ne trovi altri chini sulle carcasse di bancali che hanno appena liberato dal cellophane a estrarre biscotti, tonno e sapone liquido per lavastoviglie da sistemare ognuno al suo posto. Ne avvicino un paio invano: o non parlano italiano o fingono per evitare grane. Altri ancora sono febbrilmente all’opera al quartiere Alessandrino non si sa da quanto, oppure al Pigneto o al Villaggio Olimpico. All’ultimo controllo sul sito del gruppo francese che ha introdotto l’apertura notturna in Italia nel 2012 sono 183 i punti vendita dove non tramonta mai il sole. Un boom che di recente ha spinto, nella capitale come altrove, anche chi non fa il tempo pieno a spostare in avanti le lancette della chiusura. Di questo passo l’ultima zona de-commercializzata della giornata sarà presto espugnata. Con la schizofrenia tipica del tardo capitalismo, da consumatori brindiamo per la maggiore comodità, mentre da cittadini rabbrividiamo quando scopriamo la retribuzione oraria degli scaffalisti asiatici che rendono possibile l’acquisto non-stop. Cinque euro e sedici dice la busta paga che ho davanti agli occhi. Che per un turno di quattro ore ne fa venti lordi con i quali, sì e no, potranno comprare i barattoli e le scatolette che sistemano in un minuto. Se la cosa non vi impressiona in assoluto, apprezzatela meglio in termini relativi: per fare lo stesso lavoro un vero dipendente dell’azienda prenderebbe circa il doppio. Grande distribuzione, grandissima ingiustizia.

Tu consumatore non lo sai, vedi addetti in divisa e pensi che tutti dipendano dal logo che hanno stampigliato all’altezza del cuore, ma non è così. Che imbocchi un corridoio o un altro, ti metta in fila a una cassa o in quella accanto, puoi incrociare valvassori, valvassini o servi della gleba. I primi sono gli assunti (paga oraria media 10 euro, straordinari, notturno, ferie). I secondi gli interinali, che per legge dovrebbero prendere quanto i primi ma in verità portano a casa sugli 8 euro (niente anzianità, niente straordinario). I terzi quelli delle cooperative, con paghe variabili dai 7 ai 5 euro, parliamo di lordo, no malattia, no quasi niente e se ti lamenti tanti saluti e avanti un altro. Judito, il filippino ventinovenne che incontro al McDonald’s di via Trionfale, rifugio con aria condizionata e wifi gratuito di tanti naufraghi metropolitani, appartiene all’ultima classe. Dice: «Negli ultimi due anni ho lavorato per due diverse cooperative trovate su Infojobs.it. Scaffalista per Conad e per Carrefour. Scarico la merce dal camion, la tolgo dai pallet, la carico sugli scaffali facendo la rotazione a seconda delle scadenze. Per 7 mila colli serve una squadra di cinque-sei persone. Per 10 mila otto». È veloce, gli fanno i complimenti, così a un certo punto fa notare che 5 euro e 50 sono proprio pochini. Almeno lo spostassero in un punto vendita più vicino casa, che è un aumento indiretto in moneta di tempo perso. Prima dicono di sì poi, l’impudenza va sanzionata, ci ripensano e gli offrono una sede ancora più lontana. Così trova un’altra cooperativa che di euro gliene dà 6,50, con lo straordinario al 20 per cento e un piccolo premio per il notturno. È felice sin quando non si accorge che il caporeparto pugliese fa fare tutto a lui e agli altri suoi connazionali mentre, sostiene, gli italiani se la prendono comoda ed escono per fumare. Sua moglie lavora tutto il giorno come domestica e spetta a lui portare alla materna il figlio di cinque anni che ora siede davanti a me fiero della sua maglietta di Spider Man. «Devo lavorare di notte per guardarlo, ma sono bravo e posso far meglio di così» motiva le sue ultime dimissioni. Su internet ha prenotato due colloqui con altrettante agenzie interinali ed è fiducioso che la sua vita migliorerà presto.

Valeria, nome di fantasia come la maggior parte degli altri, è già una «somministrata» ma non per questo si fa illusioni. Fa la cassiera in orari variabili dalle 20 alle 3 del mattino in una cittadina ligure e vengo a sapere della sua storia perché manda una richiesta di aiuto a Francesco Iacovone, dell’Unione sindacale di base, mentre mi fa da guida nel primo dei miei tour Supermarket-by-night. Quanto deve essere acuto il disagio affinché una quarantenne inequivocabilmente sana di mente mandi un WhatsApp dopo mezzanotte a un sindacalista con fama di combattività? Mi racconta dei suoi contratti, comunicati anch’essi via WhatsApp di settimana in settimana, orari inclusi. Del fatto che la maggiorazione notturna del 50 per cento dei colleghi assunti, per lei si ferma al 15 («Basta considerare come ordinarie le ore notturne»). Dello stress di dover correre a cambiare il rotolo delle etichette della bilancia quando finisce, o a dare la chiave a chi non riesce a entrare in bagno, quando sei l’unica in negozio assieme alla guardia e agli scaffalisti che, però, non devono avere contatti col pubblico. L’episodio più indigesto riguarda un cliente che, seccato per aver dovuto aspettare qualche minuto nella fascia oraria dove osa solo Marzullo, le ha detto con disprezzo «dovresti ringraziare di avere un lavoro»: «Io non devo ringraziare proprio nessuno, se non me, per questo lavoro di merda che ho». Ma il motivo per cui ha scritto a Iacovone è che il caporeparto le ha appena negato due settimane di ferie: «Ovviamente non pagate: solo uno stacco dopo un anno e mezzo, per prendere fiato col mio compagno che lavora anche lui da Carrefour ma di giorno, così non ci vediamo mai». Non può permettersi il rischio di trovare al rientro un’altra al posto suo ma neppure vuole correre quello, a forza di chinare la testa, di finire per strisciare.

Gianni Lanzi, della Filcams Cgil, ne ha viste troppe per meravigliarsi. Contesta in radice l’allargamento dell’orario («Ma sul serio, chi ha l’impellente bisogno di farsi una carbonara alle 4 di notte?») e denuncia «la disumanizzazione del lavoro» quando due che fanno la stessa identica cosa prendono uno la metà dell’altro. Per darmi la misura del Far West mi racconta anche di grosse catene romane che avrebbero praticamente solo personale che gli arriva via cooperative e che poi si vantano di laute elargizioni alla Caritas. O di fuoriusciti dalla Carrefour che avrebbero aperto cooperative che poi intrattengono con la ex alma mater relazioni preferenziali. È sempre lui ad aiutarmi a decrittare la busta paga di Judito: «Com’è possibile dargli così poco? Perché il contratto collettivo che gli applicano è quello Cisal, uno di quelli che noi definiamo contratti pirata» («Accusa infamante» è la risposta, però la vera infamia continuano a sembrarmi i 5,16 euro). Tant’è che Aneta, altra cooperativa altro contratto, di base ne prende 7,23 che è poco ma tanto di più. Però, da quando ha denunciato i suoi capi, non fa più vita: «Prima i turni erano settimanali, ora arrivano giorno per giorno. Così devi essere sempre pronta all’alba, anche se alla fine lavori di notte. E il responsabile bestemmia, mi umilia in pubblico: è diventato insopportabile!».

L’ufficio stampa di Carrefour, dal canto suo, è stato gentile e inutile in parti uguali. Gli ho chiesto un censimento di dipendenti, interinali e cooperativi, con relative differenze salariali, e mi ha risposto che «ovviamente tutti i lavoratori sono inquadrati anche da un punto di vista retributivo sulla base del contratto di riferimento aziendale». Ovviamente. È stato anche molto dettagliato su un progetto per valorizzare i prodotti lattiero-caseari piemontesi e su un «format gourmet (tipo Eataly) per privilegiare piccole produzioni autoctone». Ha rivendicato che le aperture notturne fanno lavorare ogni giorno centinaia di «giovani che vogliono arrotondare» (termine che andrebbe abolito per sempre) «e disoccupati che trovano un modo per guadagnare di più rispetto a un lavoro simile diurno» (magari). Infine ha aggiunto che in ogni caso le cooperative «devono rispettare precise regole e codici dell’azienda». Al che mi sono permesso di domandargli se questi codici fossero compatibili con i cinque euro e spiccioli, curiosità che lo ha letteralmente ammutolito. Christian Raimo, in uno sterminato, magistrale e raro reportage sul tema, stima in 3.000 i lavoratori delle coop rispetto ai 20 mila assunti Carrefour. Il muro di gomma aziendale mi ha fatto tornare in mente uno spot della Conad, sapidamente parodizzato, con la moglie di un socio Conad che aspetta invano nel parcheggio perché l’abnegazione dell’uomo è tale che, dalle sette quando doveva uscire, non si farà vivo che due ore dopo. E anche un passaggio di 24/7 (Einaudi) il saggio in cui Jonathan Crary racconta l’assalto del capitalismo al sonno: «L’enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti, rappresenta uno dei grandi atti di oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo contemporaneo». Una resistenza che, a quanto pare, stiamo perdendo.

C’è chi preferisce minimizzare, negando la novità del fenomeno: «I medici, gli infermieri, i poliziotti, i vigili del fuoco e i camerieri l’han sempre fatto». Iacovone, il sindacalista di base, sul suo sito si è dato la briga di risponder loro confrontando salari e condizioni complessive. Il punto è che la somma di due torti non fa mai una ragione (dovrebbero guadagnare meglio anche loro). E che nella grande distribuzione notturna la caratteristica di servizio pubblico essenziale scolora. Tanto vale far notare che siamo in buona compagnia. In The Fissured Workplace David Weil segnala che oggi in America un lavoratore su tre non è assunto dall’azienda che corrisponde al marchio del prodotto. Apple, per dire, a fronte a 63 mila dipendenti ha 750 mila contractors. Se le vendite del prossimo iPhone andranno meno bene del previsto, indovinate chi saranno i primi a saltare? Non c’è bisogno di licenziarli, basta non riassumerli. Magari con un iMessage gratuito. Quanto ai filippini non mi sorprende che accettino ciò che gli altri scartano. Hanno una soglia di sopportazione notoriamente alta. Di quella nazionalità è un terzo di tutti i marinai delle portacontainer e un terzo è anche la quota del loro stipendio rispetto a quello degli ufficiali europei. Però, come Judito dimostra, non bisogna esagerare. «Chiunque competa con gli schiavi, diventa uno schiavo» ammoniva Kurt Vonnegut, non sapendo di parlare a Salvini. Se oggi sono loro, domani saremo noi. Non expedit.


Da http://stagliano.blogautore.repubblica.it "Se andate al supermercato di notte ringraziate questi filippini" di Riccardo Staglianò 2-11-2017

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 15 Dicembre 2017 00:00

Obbligazioni e azioni

Che cos’è un’azione? Che cos’è un’obbligazione? In molti in Italia non hanno una risposta precisa a domande come questa. Le indagini svolte negli ultimi anni, OCSE-PISA tra gli studenti e Global Finlit Survey tra gli adulti, dipingono un quadro di vera emergenza in termini di informazione finanziaria collocando il nostro Paese all’ultimo posto tra quelli europei.
Una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini è fondamentale e l’educazione finanziaria dovrebbe essere una componente essenziale delle politiche di tutela del risparmio con il fine di dare ad ognuno gli strumenti necessari per muoversi e fare le scelte giuste in una realtà sempre più complessa e mutevole come quella attuale. La non conoscenza dei basilari meccanismi economici rischia infatti di rivelarsi l’ennesimo moltiplicatore delle diseguaglianze sociali, le indagini mostrano come i soggetti meno informati siano proprio quelli appartenenti alle categorie maggiormente a rischio: anziani, donne e giovani. Una diffusa educazione finanziaria – e anche assicurativa e previdenziale – potrebbe rivelarsi un utile strumento di equità sociale.
Il presente articolo si propone di fornire alcuni rudimenti riguardo obbligazioni ed azioni accompagnandoli con riflessioni ed esempi chiarificatori.


Fondamenti teorici

Un’obbligazione è un titolo di debito. Aristotele direbbe che il genere sommo di un’obbligazione è il debito e la differenza specifica è l’essere un titolo. Occupiamoci quindi in primo luogo di cosa sia un debito. Un debito comporta un trasferimento di denaro iniziale da un’entità ad un’altra. Tali entità possono essere sia imprese che individui. Per semplicità consideriamo il caso di due persone fisiche: il signor A dà al signor B una somma pari a 100 euro e contestualmente per il signor B sorge l’obbligazione di restituire al signor A una certa quantità di denaro in futuro. La somma di denaro che sarà restituita in futuro sarà composta dal capitale inizialmente prestato (i 100 euro iniziali) e da una somma di denaro chiamata interesse, nel nostro caso diciamo che saranno restituiti 110 euro. Dicesi tasso di interesse il rapporto tra il capitale prestato e l’ammontare degli interessi, in questo caso il tasso di interesse è pari al 10% (10/100).
Vi sono vari fattori che rendono particolare un’obbligazione rispetto ad un debito/credito ma la più rilevante ai fini di questo articolo è che un’obbligazione è incorporata in un titolo. Esemplificando, un titolo è un pezzo di carta strutturato in modo da renderne legalmente possibile la circolazione. Nel caso il signor A presti al signor B 100 euro, il signor B può dargli un pezzo di carta, detto titolo di credito, in cui vi è scritto che dietro presentazione di questo stesso titolo alla scadenza il signor B pagherà al suo portatore 100 euro. La forma del titolo di credito rende possibile per il signor A vendere con facilità il suo titolo di credito al signor C, che a sua volta lo può rivendere al signor D e così via diciamo fino ad un certo Signor X che invece decide di mantenere il titolo fino alla sua scadenza e che in tale data riscuoterà capitale ed interessi presso il signor B (il concetto di vendita di una obbligazione sarà chiarito meglio nel seguito). Nel caso in cui il signor B non riesca ad onorare la sua obbligazione costui andrà incontro a procedura di fallimento: tutto il suo patrimonio sarà liquidato e sarà distribuito proporzionalmente tra i suoi creditori. Default è il termine inglese equivalente a fallimento. Le obbligazioni possono essere emesse anche da stati: in questo caso vengono chiamate titoli di stato. Non tutte le obbligazioni hanno lo stesso livello di “privilegio”, o in inglese di “seniority”: è possibile che un debitore emetta obbligazioni così dette subordinate, in quanto il loro rimborso è subordinato al rimborso di tutte le altre obbligazioni emesse. In caso di default verranno prima interamente rimborsate tutte le obbligazioni non subordinate e solamente qualora residui del patrimonio si procederà a ripartirlo tra i creditori subordinati.
Consideriamo ora le azioni. Un’azione è un titolo, così come lo sono anche le obbligazioni. Un’azione tuttavia non rappresenta una obbligazione di pagare una somma di denaro in futuro bensì rappresenta una quota di partecipazione in una società. Comprare un’azione della società XYZ equivale a diventare proprietari di un pezzo dell’azienda XYZ. Le azioni beneficiano del cosiddetto principio della responsabilità limitata: non è possibile che vengano richiesti al possessore di un’azione versamenti di denaro obbligatori ed aggiuntivi rispetto al prezzo pagato per acquistarla. Nel caso ad esempio XYZ fallisca e residui un debito di svariati miliardi, non sarà presentato nessun conto da pagare ai possessori di azioni XYZ. Il principio di responsabilità limitata è stato introdotto per incoraggiare l’investimento, vale a dire per incanalare i risparmi degli individui verso le aziende e quindi attività produttive; senza il principio della responsabilità limitata difficilmente un buon padre di famiglia investirebbe in borsa sapendo che se i suoi investimenti andassero male potrebbe perdere la casa. I possessori di azioni di una società sono detti soci della società. Un’azione non comporta nessuna obbligazione di pagamenti regolari; d’altra parte lo scopo delle aziende è generare utili e restituirli ai proprietari, quindi è normale che un’azienda ripaghi i suoi soci. Le aziende “ricompensano” i loro soci pagando loro una somma di denaro, in genere annualmente, detta dividendo. Si noti che il pagamento del dividendo non è un obbligo e che nulla vieta che un’azienda decida di reinvestire la totalità degli utili senza pagare alcun dividendo o che al contrario decida di distribuire un dividendo sebbene sia in perdita.
Il valore di un’azione dipende dall’andamento economico della società e non da un obbligo di ripagare una somma di denaro determinata. Per questo le azioni sono generalmente considerate più rischiose delle obbligazioni. In caso di default inoltre saranno prima rimborsati gli obbligazionisti senior, successivamente quelli subordinati e solamente qualora residui ancora patrimonio questo verrà ripartito tra i soci. Al contrario, nel caso l’azienda vada molto bene e ad esempio raddoppi o decuplichi il suo valore, gli obbligazionisti avranno diritto solamente ad un pagamento limitato e pari alla somma di capitale ed interesse mentre tutta la ricchezza residua sarà di proprietà degli azionisti.


Determinazione del prezzo delle obbligazioni

Il prezzo di un’obbligazione è legato al suo tasso di interesse. Consideriamo l’esempio di cui sopra in cui il signor A presta al signor B 100 euro a un tasso del 10%. Supponiamo tuttavia che il signor A abbia improvvisamente bisogno di denaro per spese urgenti e non possa attendere la scadenza dell’obbligazione ed il suo rimborso. Di conseguenza il signor A decide di vendere l’obbligazione al signor C: ma il prezzo a cui viene venduta l’obbligazione non è necessariamente 100. Considerato il bisogno di denaro del signor A, il signor C potrebbe ad esempio spuntare un buon prezzo e comprare l’obbligazione a 90 euro. In questo caso il tasso di interesse per il signor C è pari al rapporto tra il tasso di interesse ed il capitale cioè in questo caso 20/90=22,2%. Una diminuzione del prezzo è legata ad un innalzamento del tasso di interesse e a perdite per i possessori attuali del titolo che vogliano venderlo. Al contrario l’aumento del tasso di interesse determina lauti guadagni per coloro che acquistano titoli. Viceversa per un calo del tasso di interesse: se il signor A riuscisse a spuntare un buon prezzo, diciamo di 109, il tasso di interesse per il signor C sarebbe un magro 0,9%. La relazione tra tasso di interesse e prezzo è quindi inversamente proporzionale.
L’attività di compravendita di titoli in modo sistematico è detta trading e può portare guadagni o perdite a seconda delle oscillazioni dei prezzi (e quindi dei tassi di interesse). Nel caso un investitore voglia immunizzarsi da tali oscillazioni è sufficiente che porti a scadenza tutti i titoli che acquista: tali investitori sono detti in gergo “cassettisti” e per costoro, nel caso il debitore non faccia default, il rendimento sarà uguale a quello calcolato al momento dell’acquisto. In altre parole se il signor A fosse certo che il signor B ripagherà il suo debito e fosse certo di portare a scadenza l’obbligazione, percepirebbe certamente nel giorno della scadenza dell’obbligazione 110 euro e quindi un tasso di interesse del 10% e ciò indipendentemente dalle fluttuazioni di prezzi e tassi di interesse. Generalmente la maggior parte delle famiglie italiane sono avverse al rischio e dovrebbe essere trattata dalle banche come un cassettista. Può talvolta accadere che ignari investitori retail vengano consigliati di intraprendere improbabili operazioni di compravendita, magari in previsione di lauti guadagni: ricordate sempre che la banca percepisce commissioni per ogni operazione di compravendita effettuata.
Accade spesso che qualcuno venda o compri obbligazioni e non le porti più semplicemente a scadenza? Si. In realtà voi stessi, se mai avete acquistato titoli di stato italiano, avete agito comprando non dallo stato ma da un qualche signor A che aveva inizialmente prestato allo stato e che ha poi deciso di rivendervi il suo credito. Solamente pochi operatori, tra i quali non vi sono le persone fisiche, possono prestare direttamente allo stato e tutti gli acquisti di obbligazioni della clientela retail avvengono tramite acquisti da altri signori A.
Come vengono determinati il prezzo e il tasso di interesse delle obbligazioni? Il tasso di interesse di un’obbligazione è composto da due parti. La prima è il cosiddetto tasso privo di rischio o componente di duration pura. Prestare è scomodo e richiede un premio: anche se fosse assolutamente certo che il signor B non farà default, per il signor A è scomodo rendersi indisponibili i suoi stessi soldi prestandoli al signor B e questo richiede un premio. Tale premio è quello espresso dal tasso di interesse privo di rischio, generalmente identificato con il tasso di interesse di emittenti estremamente sicuri come ad esempio la Germania o gli USA. A tutti gli altri emittenti, più rischiosi in termini di possibile default, viene richiesto un premio per il rischio aggiuntivo detto spread. La differenza tra il tasso pagato dal debitore stato italiano e stato tedesco è detto appunto spread e rispecchia la possibilità che l’Italia non riesca a ripagare i suoi debiti e faccia default. Similmente il tasso di interesse pagato dalla Grecia è più alto di quello di molti altri stati europei e ciò in considerazione delle difficoltà economiche di questo stato e della conseguente possibilità di default. Si noti che, come spiegato sopra, nel caso non vi sia default, oscillazioni di prezzo anche forti non impattano il ritorno dei cassettisti e nemmeno quello del debitore sui titoli già emessi (nell’esempio precedente il signor B ha già preso a prestito 100 e ripagherà comunque 110 anche nel caso il suo debito abbia un valore di mercato molto più basso). D’altra parte ogni aumento del tasso di interesse ha impatto sui titoli emessi dal momento dell’aumento del tasso di interesse in poi. Tutta la parte di debito pubblico italiano non in scadenza nel periodo dei forti movimenti speculativi del 2011-2012 non è stato impattato dall’innalzamento dei tassi di interesse; al contrario la parte di debito italiano in scadenza in quel periodo è stata rinnovata a tassi di interesse molto alti e comporta un notevole costo per il nostro paese.
Considerata la loro maggiore rischiosità, i titoli di debito subordinato hanno generalmente rendimenti più elevati. Vengono quindi talvolta venduti ai clienti con la prospettiva di rendimenti sostanziosi; il maggiore guadagno non è tuttavia un pasto gratis ma è giustificato dal maggior rischio come insegnano alcuni recenti casi di fallimenti bancari in cui i detentori di bond subordinati hanno perso tutto mentre invece i detentori di bond “senior” sono usciti sostanzialmente indenni.


Determinazione del prezzo delle azioni

Le azioni sono strumenti finanziari molto diversi dalle obbligazioni. Un’azione non fa sorgere alcuna obbligazione a pagamenti futuri (se non in misura del patrimonio residuo in caso di liquidazione della società). Il prezzo di un’azione è tuttavia calcolato seguendo gli stessi criteri utilizzati per quello di un’obbligazione. Come spiegato sopra, il prezzo di un’obbligazione viene calcolato utilizzando il tasso di interesse ed i pagamenti futuri. Per un’azione vengono calcolati dagli analisti i dividendi attesi futuri ed il loro valore presente, che è quello dell’azione stessa, è calcolato utilizzando un tasso di interesse che rispecchia la rischiosità delle attività dell’azienda in questione. Sia nel caso delle obbligazioni che delle azioni, le formule matematiche utilizzate per calcolare il prezzo “equo” (in inglese “fair”) sono estremamente più complesse di quanto mostrato finora, ma in ultima analisi la complessità matematica risponde alle logiche di cui sopra. In altre parole il valore di un’azienda non dipende da quello che produce, dalla sua collocazione all’interno di un certo settore merceologico o dalla sua tatticità e rilevanza o progresso tecnologico. Il valore economico di un’azienda dipende dai flussi di cassa futuri attesi e dalla rischiosità del suo business; i fattori di cui sopra (ad esempio settore merceologico e progresso tecnologico) sono rilevanti solamente qualora comportino maggiori flussi di cassa futuri attesi oppure una minore rischiosità.
Sia il calcolo dei flussi di cassa futuri che quello del tasso di interesse adeguato al loro sconto sono fondamentali per calcolare correttamente il prezzo equo di un’azione e quindi il valore di un’azienda. Calcolare il valore dei flussi di cassa futuri di un’azienda o il giusto tasso di interesse a cui scontarli è estremamente complesso e tutt’altro che facile. Il valore di un’azienda dipende da una quantità numerosissima di fattori: il capitale umano, il capitale fisico, il progresso tecnologico, variazioni del suo mercato di riferimento, sviluppi della regolamentazione. Negli ultimi anni il prezzo del petrolio (e così quello delle società petrolifere) è prima incrementato notevolmente, poi è crollato a seguito della scoperta di una tecnica di estrazione innovativa negli USA (“fracking”) che avrebbe potuto scalzare il ruolo dell’OPEC ed infine sta nuovamente incrementando. Valutare un’azienda che opera nel settore del petrolio vuole dire avere uno scenario riguardo il prezzo futuro del petrolio e quindi sullo sviluppo delle tecnologie rinnovabili, degli incentivi statali legati a queste e ad esempio al futuro degli accordi di Parigi, al successo o meno delle politiche dell’OPEC nel limitare l’offerta, negli sviluppi del mercato del petrolio da un punto di vista dei consumi (quanto crescerà la Cina e quindi i suoi consumi nei prossimi anni?). Di conseguenza le previsioni degli analisti sono spesso niente affatto precise e talvolta sorge il dubbio che per uno che non ci prende un altro invece ci azzecchi con una distribuzione piuttosto casuale.
Un modo più pratico di calcolare il prezzo di un’azione è quello di fare dei confronti con altre aziende del settore. Ad esempio consideriamo di volere calcolare il valore di un’azione della società XYZ: potremmo confrontare il suo fatturato, i suoi utili e magari il suo dividendo con altre aziende simili ed infine utilizzare il confronto per assegnare un valore ad XYZ. Ad esempio se XYZ avesse circa metà del fatturato e degli utili di un’altra azienda, ebbene il suo valore dovrebbe essere pari a metà del valore di questa. I principi di prezzatura che rispondono ai criteri di cui sopra sono denominati metodo dei multipli. Sebbene il metodo dei multipli sia utile da un punto di vista pratico, questo è di minore interesse per lo studioso che ricerchi la basi teoriche del calcolo del prezzo “equo” di un’azione. Il metodo dei multipli equivale ad accettare l’esistente per quel che è, senza capire perché è così.


Dalla teoria alla pratica

Nei capitoli precedenti è stata descritta la spiegazione teorica del livello dei prezzi esistente in un mercato. Negli ultimi anni sono stati prodotti modelli matematici complessi e notevoli energie finanziarie ed intellettuali sono state spese per comprendere le leggi della formazione dei prezzi. C’è da dire che il mercato ha sempre determinato i prezzi anche nei secoli in cui tali teorie non esistevano. Il metodo “pratico” con cui concretamente vengono determinati i prezzi è quello della domanda e dell’offerta. Se molte persone vogliono comprare, allora il prezzo sale e viceversa quando prevalgono gli ordini di vendita.
È interessante notare come le oscillazioni dei prezzi di mercato possono essere molto ampie. Ciò è evidente nei casi di crisi di borsa, in cui nel giro di poche settimane o anche giorni i prezzi subiscono variazioni molto ampie. Tali fenomeni sono spiegati con una variazione del tasso di interesse di riferimento a cui vengono scontate le obbligazioni oppure dello scenario riguardo i dividendi futuri attesi delle aziende per le azioni. Tale spiegazione teorica equivale a dire in termini più pratici che gli investitori hanno semplicemente cambiato idea o, utilizzando un altro punto di vista, stato d’animo. Talvolta, come nel caso del crollo di borsa di inizio 2016, le crisi non sono giustificate da nuovi flussi di informazione ma semplicemente da una diversa pesatura e lettura di informazioni già esistenti. A inizio 2016 si sparsero timori riguardo un possibile rallentamento della crescita in Cina, peraltro senza che tale sospetto fosse sostenuto da nuovi dati attendibili. In pochi giorni i principali indici mondiali subirono forti perdite. Nel giro di un mese tutti recuperarono poiché i timori erano infondati.
Il caso di cui sopra, così come altri simili, suggerisce che i prezzi sono più instabili di quanto suggerisca a prima vista una formula matematica. I prezzi sono formati dalle contrattazioni tra uomini: non rispondono a leggi di necessità fisiche ma derivano da relazioni umane. Per questo motivo le loro fluttuazioni sono causate anche da fattori psicologici come crisi di panico di massa o esuberanza irrazionale (che talvolta gonfia le famigerate bolle finanziarie). Tali crisi di panico ed esuberanze si succedono abbastanza regolarmente nei mercati finanziari. È interessante osservare il crescente interesse da parte dell’ambiente accademico verso le teorie economiche che tentano di affrontare situazioni di razionalità limitata o imperfetta. Per esempio, l’ultimo premio Nobel nel campo dell’economia è stato assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale, così definita da Wikipedia:
“La finanza comportamentale e l’economia comportamentale sono campi di studio strettamente legati, che applicano la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche e come queste si riflettano nei prezzi di mercato e nell’allocazione delle risorse. Entrambe si interessano della razionalità, o meglio della sua mancanza, da parte degli agenti economici. I modelli studiati in questi campi tipicamente integrano risultati della psicologia cognitiva con l’economia neoclassica.”
Finora si è dimostrato utile tentare di modellizzare matematicamente l’andamento dei prezzi ed esistono varie teorie quantitative che ne spiegano aspetti interessanti. D’altra parte nessuna teoria è ancora riuscita a fornirne una spiegazione definitiva e nessuno studioso può dire di essere in grado di predire le quotazioni di borsa future con certezza. Chiudo l’articolo con un richiamo al buon senso, su cui inoltre sono fondate la maggior parte delle teorie economiche moderne: il rischio finanziario è proporzionale al rendimento atteso. Diffidate di chi promette guadagni facili, sia che siano azioni di Veneto Banca o debito subordinato del Monte dei Paschi o diamanti; siate sempre consapevoli che un rendimento elevato è semplicemente specchio del fatto che in qualche modo state rischiando molto. Chi non risica non perde.


Da "www.pandorarivista.it" Obbligazioni e azioni: che cosa sono e come si determina il prezzo? di Gianluca Piovani

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 05 Gennaio 2018 00:00

La verità

Sotto il cielo sono tante le cose che non comprendiamo.

Ma dove vanno a finire i nostri dubbi, le nostre perplessità, le verità mai venute alla luce, le bugie che le hanno sepolte, il male che ci hanno fatto, il silenzio che ha coperto tutto, la nebbia che ha dissolto, il sole che è stato oscurato, le domande che non abbiamo fatto, quelle inevase, quelle ignorate, quelle cadute nel nulla?

Che fine fa la nostra curiosità che ci fa sporgere sull’orlo della verità?

Abbiamo imparato a far finta di nulla, a presentarci come comparse di una scena immobile, abbiamo dovuto scomparire per poter resistere.

La storia malgrado questo è andata avanti. Siamo caduti lungo la strada senza che alcun buon samaritano curasse le nostre ferite.

La verità è stata negata, poi imbavagliata, poi soffocata infine vanificata.

Non ci importa più di conoscerla, sospendiamo un attimo il respiro quando ci sembra di averla ormai a portata di mano, consapevoli però che essa non ci appartiene.

A chi dunque appartiene?

Essa ha un legittimo proprietario?

E se c’è, perché si presenta come un ladro?

Perché, malgrado la inutilità, dalla sporgenza sull’abisso continuiamo sempre ad affacciarci e a ritrarci?

La verità. “Cosa è la verità”? chiede Pilato a Gesù.

Avanza nella domanda non soltanto la curiosità di sapere, ma lo scetticismo che essa possa esistere e, se esiste, soltanto pochi sanno dove si nasconda e come sia possibile appropriarsene.

Pubblicato in Aggiornamenti

Le banche italiane a rischio default con i loro Non Perfoming Loans potrebbero innescare un’altra crisi finanziaria mondiale con effetto dòmino, lo disse Steve Eisman nel 2017, che molti di Voi ricorderanno nel film La grande scommessa, (The big short); Eisman è uno dei pochi finanzieri al mondo che riuscì a prevedere la crisi finanziaria dei mutui subprime ed a specularci sopra, traendone enorme profitto, ma che sta accadendo oggi, è vero che ci sono delle banche italiane a rischio default?
Come già abbiamo scritto più volte nella Nostra pagina finanziaria, ci sono diverse banche europee in difficoltà, ma Eisman non si ferma a dire che sono le banche europee ad essere a rischio default.
Il finanziere specifica con dovizie di particolari quello che potrebbe essere un probabile futuro per la finanza italiana, cioè per il sistema bancario italiano, una previsione che se risultasse reale, farebbe sembrare la crisi finanziaria del 2008, come la perdita di una banconota da 50 euro di un operaio, di fronte al suo licenziamento con moglie e figli a carico ed un mutuo da pagare.


Dopo il decreto salva banche

Ad oggi, cioè alla fine del 2017, possiamo dire che anche grazie all’intervento dello Stato, con il decreto salva banche, questo evento che avrebbe messo in ginocchio la Nostra finanza, quindi tutta la Nostra economia e che avrebbe colpito principalmente le fasce più povere della società è stato scongiurato, nonostante proprio tanta parte delle fasce più deboli della popolazione, protestino proprio contro questo decreto salva banche, resta comunque alta l’attenzione per alcuni Istituti di Credito di tipo Cooperativo QUI – Istituti di credito USA a rischio fallimento.


Le previsioni di Steve Eisman

1) Le banche italiane sono molto esposte in quanto piene di NPL cioè crediti non esigibili i Non Performing Loans, crediti inesigibili – o meglio – non del tutto inesigibili – per la somma di 360 miliardi di euro. Le banche italiane sono piene di questi titoli, una delle più esposte in assoluto è Monte dei Paschi di Siena,  ma ce li hanno anche altre banche italiane benchè abbiano superato gli stress test della BCE ma va detto che questi stress test sembra che non siano stati fatti in modo ‘pulito’, secondo il finanziare, anzi il finanziere ha proprio detto che la BCE ha chiuso un occhio.
2) I NPL ancora non sono stati dichiarati come delle “perdite” dai bilanci delle banche, ma ancora molti sono sotto il segno di “crediti“, pur sapendo benissimo che MAI riprenderanno questi soldi, o meglio si calcola che solo un 20% dei crediti inesigibili verranno – prima o poi – riscossi ( quindi a conti fatti, di 360 miliardi di euro, solo poco più di 70 miliardi ( circa ) rientreranno.
3) BCE Chiude un occhio: questo Eisman lo ha capito grazie al fatto che molte banche che hanno a loro volta cercato di comprare quote delle banche italiane, si sono accorte che quei bilanci erano fasulli. Eisman in una intervista al Guardian rilasciata il 19 novembre scorso, sostiene che ancora i crediti inesigibili che hanno le banche italiane sono ancora nei bilanci delle banche segnati come “crediti” e non come “perdite”, questa notizia è di una gravità inaudita perchè le banche italiane più importanti hanno fatto gli stress test della BCE a fine Agosto 2016, si presume quindi che questi stress test siano fasulli, se le informazioni che ci da Eisman sono esatte ed aggiornate, d’altronde non sarebbe la prima volta che il sistema creditizio italiano vuol far passare per mele buone quelle che sono mele marce, come è accaduto nel caso della vendita di obbligazioni subordinate di Banca Etruria ( la più famosa) ma anche di altre.
4) Credito Cooperativo, un’altra mina vagante nel sistema creditizio italiano.
5) Il Fondo Atlante fu costituito per occuparsi di questo problema, ma sembra che solo per coprire il le banche venete, sia ridotto al lumicino, tra l’altro sembra che la Veneto Banca stia facendo dumping per portare più liquidi possibili nelle sue casse.
6) La prima conseguenza di Trump alla Casa Bianca è stato il crollo delle obbligazioni di Stato europee, il che significa che le banche europee che posseggono questi titoli vedono diminuire anche il loro capitale, insieme al valore dei titoli stessi, aumentando così la loro esposizione.
7)La bomba inesplosa Deutsche Bank: in questo stato di cose già di per sè molto instabile, ci si mette la crisi della Deutsche Bank, la banca tedesca è la più grande di Europa che ha proprio in Italia e con le banche italiane la sua più importante esposizione, anche se grazie al fatto che DB ha prestato molti soldi a Trump l’ha per il momento salvata da una possibile brutta fine

Questi fattori potrebbero portare al fallimento di una o più grandi banche italiane a rischio default, che innescherebbero un effetto domino su altre realtà creditizie italiane in quanto tutte collegate una con l’altra, la cosa coinvolgerebbe anche Deutsche Bank che ha nell’Italia e nel sistema creditizio italiano il suo partner più importante.
 
Una volta fallita Deutsche Bank, ( una delle banche d’affari più grandi del mondo, in questo momento) sarebbe il disastro economico in tutta Europa, una cosa non proprio da Apocalisse Zombie, ma sicuramente vicino alla grande depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti.


Conclusioni

Questi sono scenari apocalittici diciamolo, sono il massimo della previsione negativa, ci mancano le cavallette e la morte dei primogeniti e poi sembrano le piaghe dell’Egitto, a differenza di quelle però,  qui le probabilità sono terribilmente reali, anche se a mali estremi interverrebbe la BCE, anche se gli accordi dell’Unione Interbancaria prevedono il Bail In ( salvataggio interno o default) e non più il Bail Out ( salvataggio esterno da parte di Stati o organi statali) , con molta probabilità prima di un disastro economico epocale le autorità di Bruxelles, che hanno finanza e banchieri tra le loro fila sicuramente qualcosa faranno.


Da http://finanza.economia-italia.com/ "Banche italiane a rischio default, previsioni 2018"

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

E venne il giorno

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con i silenzi.

Basta con l’obbedienza cieca.

Basta con i no pronunciati solo nel silenzio.

Basta con l’accondiscendenza.

Basta con la pace come stato di quiete.

Basta con una vita senza ardimenti.

Basta con un amore che non consola, ma impaurisce.

Basta con un amore senza il respiro dell’anima.

Basta con un amore che non produce rossori ma solo lacrime.

Basta con un amore che stringe il cuore fino a spezzarlo.

Basta con un amore assassino dell’amore.

E venne il giorno nel quale le donne decisero di dire basta.

Basta con le notti insonni.

Basta con l’assenza di desideri.

Basta con l’ansia di scomparire. Basta con la passione che distrugge.

Basta con le lacrime che non scorrono.

Basta con l’urlo che resta dentro.

Basta con l’orrore che divora.

Basta con il perdono che non assolve.

Basta con l’orrore di essere amata.

Basta con la paura dei giorni che verranno.

Basta con lo smarrimento che straluna.

Basta con le albe che non annunciano.

Basta con le notti che atterriscono.

Basta con i pensieri che ripiegano.

Basta con i sogni che svaniscono.

Basta con le attese che si consumano.

Basta con il desiderio della morte.

E venne il giorno in cui le donne decisero di dire basta per dire sì all’alba, annuncio di un nuovo giorno.

Pubblicato in Le parole delle donne

Lungi dall’essere solo un conflitto locale, i fattori scatenanti dell’indipendentismo catalano vanno ricercati innanzitutto su scala globale nell’impoverimento del progetto europeista e della società dopo la crisi finanziaria del 2008. L’illusoria narrazione dei nazionalisti e la rigidità dello Stato iberico hanno fatto il resto.

 

La crisi in Catalogna ha sorpreso l’opinione pubblica europea, suscitando opinioni antitetiche sui mezzi di comunicazione internazionali. Uno dei territori più prosperi di Spagna, con 7,5 milioni abitanti e un pil superiore ai 200 miliardi di euro, sta attraversando una crisi politica e istituzionale dalla portata difficilmente prevedibile.

La successione degli eventi – che ha raggiunto lo zenit con la celebrazione del «referendum sull’autodeterminazione» del 1° ottobre, la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre e il conseguente commissariamento della comunità – ha dato luogo a situazioni senza precedenti in gran parte dell’Europa occidentale.

Perché uno dei movimenti sociali più longevi e massicci degli ultimi decenni (ri)affiora in un territorio relativamente agiato, caratterizzato da un’alta qualità di vita media e cosmopolita? Perché, dopo un periodo di quasi quarant’anni nei quali la Catalogna ha potuto disporre dei maggiori livelli di autogoverno della storia contemporanea, l’anelito indipendentista ha raggiunto una trasversalità e un livello di rappresentanza parlamentare inedite? Perché una percentuale così ampia della popolazione mostra una profonda disaffezione verso lo Stato spagnolo?

È possibile rispondere soltanto analizzando le diverse crisi che convergono e si intersecano nella questione catalana.

C’è una crisi sociale, figlia dei costi e delle minacce poste dalla globalizzazione e dal predominio delle politiche neoliberali – esacerbate a partire dalla crisi economica del 2008 – che si riverberano su classe media e gruppi meno agiati.

C’è una crisi politica, condivisa da buona parte dei paesi europei, dovuta al discredito della politica istituzionale e del progetto europeista.

E c’è una crisi nazionale, frutto dell’indebolimento del sistema vestfaliano, inasprita in Spagna dalle storiche difficoltà nel processo di costruzione dello Stato, dai divari tra territori, dall’esistenza di forti sentimenti di appartenenza e dall’utilizzo che ne fanno le forze politiche.

Una triplice crisi, dunque, espressione dei mutamenti che scuotono le società europee, che si articola su scale plurime. Da qui la rilevanza di un’analisi geografica e geopolitica.


Il contesto globale

Lungi dall’essere un mero conflitto locale, i fattori scatenanti della crisi vanno ricercati innanzitutto su scala globale.

La Catalogna è, sin dal XIX secolo, una delle principali aree industriali dell’Europa meridionale e la sua travagliata storia contemporanea risponde a risultati e conflitti sociali prodotti da tale condizione. A partire dal 1986, con l’ingresso della Spagna nella Comunità europea, l’economia catalana è stata segnata da un’apertura che ha reso la Catalogna la prima comunità autonoma di Spagna in termini di esportazioni – il 25,5% del totale spagnolo. Il pil pro capite è passato da livelli inferiori alla media europea, al momento dell’adesione, a superarli di 22 punti percentuali nel 2006. Lo sviluppo economico e la costruzione dello Stato sociale in Spagna hanno determinato una significativa riduzione delle diseguaglianze a partire dagli anni Ottanta. Da qui il paradosso che quando in gran parte d’Europa si iniziava a mettere in dubbio e a ridurre lo Stato sociale, in Catalogna (e nel resto del paese) se ne cominciavano appena a percepire i benefici.

In tale contesto, dal 2008 la crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto acuto su classi lavoratrici e medie che generalmente avevano visto migliorare le proprie condizioni di vita nei tre decenni precedenti. Gli effetti della crisi hanno evidenziato la fragilità dei meccanismi di ascesa sociale. In relazione all’Europa, il reddito pro capite catalano è tornato a decrescere, attestandosi nel 2015 a soli 7 punti percentuali sopra la media, mentre le diseguaglianze aumentavano. Tale evoluzione è stata accompagnata anche da consistenti tagli al welfare, senza che apparentemente alcuna forza politica (da destra a sinistra) fosse in grado di offrire un’alternativa.

La rivendicazione nazionale ha così offerto l’illusione di una via d’uscita, un’identità, un rifugio a fronte della crescita apparentemente irrefrenabile dei costi derivanti dall’integrazione economica e dalle politiche che l’accompagnano. Nondimeno, né il movimento sovranista né le sue espressioni politiche costituiscono in Catalogna un fenomeno paragonabile ai movimenti nazionalisti xenofobi proliferati in altri paesi europei. Al contrario, essi incarnano valori normalmente associati a politiche progressiste – come la maggiore coesione sociale o la difesa del settore pubblico – e tendenzialmente inclusivi e trasversali. In questo senso, il 18 febbraio si è celebrata a Barcellona una delle maggiori manifestazioni d’Europa in favore dell’accoglienza dei rifugiati. La marcia ha visto protagonisti movimenti sociali e forze politiche eterogenei, compresi esponenti e formazioni indipendentiste.

Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco.

Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali.


Il puzzle iberico

Tali dinamiche costituiscono indubbiamente fattori rilevanti, ma non sufficienti a spiegare l’ascesa del movimento indipendentista catalano. Altre regioni d’Europa e di Spagna vivono situazioni analoghe senza porsi l’obiettivo dell’autogoverno e, ancor meno, quello dell’indipendenza con una simile intensità. Compresi quei territori con livelli di reddito medio e pressione fiscale paragonabili alla Catalogna. Perciò è necessario analizzare il difficile inquadramento istituzionale della Catalogna in Spagna.

Le difficoltà dello Stato nazionale spagnolo hanno profonde radici storiche, risalenti quantomeno alla rivoluzione borghese e alla modernizzazione economica del paese nel corso dei secoli XIX e XX. La costituzione spagnola del 1978 sembrò offrire una soluzione, prevedendo un assetto decentralizzato che riconosceva a nazionalità e regioni capacità di autogoverno.

Eppure, agli albori del XXI secolo, in Catalogna gran parte dell’opinione pubblica e la totalità delle forze rappresentate in parlamento, a eccezione del Partito popolare, ritenevano necessario riformare il sistema delle autonomie. Stando ai suoi sostenitori, il progetto si sarebbe dovuto concretizzare in un nuovo statuto che permettesse di consolidare l’autogoverno, stabilire un nuovo sistema fiscale, porre un freno alle tendenze (ri)centralizzatrici e contenere il regresso nell’uso della lingua.

Lo statuto fu approvato nel settembre 2005 con una maggioranza schiacciante – 120 voti a favore e 15 contrari – dal Parlament della Catalogna. Il testo fu quindi inviato alle Cortes, che diedero avvio all’iter legislativo mentre si accendeva sui media una forte campagna volta a screditarlo. Alla fine del procedimento, le Cortes approvarono un nuovo testo che restringeva sensibilmente le istanze iniziali. Questo fu sottoposto alla volontà popolare della Catalogna che – con un referendum svoltosi il 18 giugno 2006, al quale partecipò il 48,9% degli aventi diritto – lo approvò con il 73,9% dei voti.

Il nuovo statuto fu promulgato dal re ed entrò in vigore. Ma il Partito popolare e diverse comunità autonome governate da suoi esponenti presentarono riscorso al Tribunale costituzionale. La sentenza, emanata il 28 giugno 2010 dopo quattro anni di travagliato procedimento, dichiarò incostituzionali o reinterpretò restrittivamente diversi aspetti fondamentali della norma vigente già sottoposta a referendum. Il verdetto provocò una decisa reazione della società catalana nella manifestazione del 10 luglio 2010, convogliata al grido di «Som una nació. Nosaltres decidim» (Siamo una nazione. Decidiamo noi). È rimasta negli annali poiché fu una delle prima occasioni in cui slogan ed emblemi indipendentisti furono protagonisti in una manifestazione di massa.

I sondaggi segnalano come questo momento sia stato decisivo. Per anni un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica catalana aveva considerato insufficiente il livello di autogoverno (dal 2007, almeno il 60%). Eppure, l’opzione indipendentista era sempre stata nettamente minoritaria. Anche durante la primavera 2006, quando già si avvertiva insoddisfazione per l’iter legislativo dello statuto, solamente il 13,9% della popolazione era favorevole all’indipendenza, mentre quanti sostenevano che la Catalogna dovesse costituire una comunità autonoma o uno Stato federale all’interno della Spagna raggiungevano, rispettivamente, il 38,2% e il 33,4%.

A partire dall’estate del 2010, contestualmente alla sentenza emessa dal Tribunale, la percentuale di fautori dell’indipendenza iniziò ad aumentare sino a raggiungere in alcune fasi il 48,3%. Ma nel luglio 2017, la somma dei favorevoli a una Catalogna come comunità autonoma all’interno della Spagna (30,5%) e di quanti volevano che fosse uno Stato federato (21,7%) superava ampiamente coloro che optavano per l’indipendenza (34,7%). A conferma delle perplessità sull’adeguatezza di un referendum binario Sì/No sull’indipendenza.

Gli sviluppi successivi – i fallimentari tentativi di negoziato in materia fiscale, gli investimenti infrastrutturali incompiuti, il diniego allo svolgimento di una consultazione concordata e l’interpretazione restrittiva della sentenza da parte del governo centrale – hanno fornito nuove argomentazioni alla narrazione indipendentista. E hanno favorito la formazione di quelle che il politologo Josep Maria Vallès chiama due maggioranze contrapposte – quella dell’opinione pubblica catalana e quella del resto di Spagna – circa il modello di Stato e la questione dell’autogoverno.

Attorno a queste posizioni – delle quali i rispettivi governi sono alfieri e al contempo ostaggi – sono state imbastite strategie divergenti e difficilmente armonizzabili. Se l’esecutivo di Mariano Rajoy ha deciso di seguire una linea puramente legalista e poliziesca, l’operato del governo presieduto da Carles Puigdemont si è basato soprattutto su mobilitazione, presenza mediatica e appelli emotivi.


Il quadro catalano

Sarebbe comunque fuorviante e tendenzioso attribuire la crisi catalana esclusivamente a fattori esogeni. L’attuale situazione si deve anche alle contraddizioni della società catalana stessa, flagellata dagli effetti della triplice crisi menzionata in apertura che ha inficiato l’attività economica, la coesione sociale e la fiducia nel sistema politico.

A dispetto delle interpretazioni che riducono il conflitto a strumento politico dei partiti, il movimento indipendentista poggia innanzitutto sulla società civile e gode di una notevole autonomia rispetto alle compagini partitiche. Tanto che la sua organizzazione fa perno su enti civici, la Assemblea nacional de Catalunya e Òmnium Cultural, che nel 2015 potevano contare rispettivamente su 80 mila e 52 mila iscritti [9]. A conferma delle diverse anime di cui si compone il movimento e di come quest’ultimo si sia potuto servire di referenti politici agli antipodi – come il Partit demòcrata europeu català (fautore di politiche neoliberali), Esquerra republicana de Catalunya (d’ispirazione socialdemocratica) e Candidatura d’unitat popular (a favore di una piena indipendenza).

Così, per una parte considerevole della società catalana, l’indipendenza è diventata un progetto vago ma esaltante, che ha reso possibile aspirare a un futuro migliore. Le formazioni partitiche hanno dovuto fare i conti con l’impulso della società, non il contrario. Anche se, dalle istituzioni catalane alle controparti del governo spagnolo, ne hanno guadagnato in termini elettorali. Da una parte, l’onnipresenza del dibattito sull’indipendenza ha fatto il gioco di entrambi gli esecutivi, catalano e spagnolo, che sono riusciti a sviare l’attenzione da altri temi quali il deterioramento delle condizioni di vita, le politiche anti-crisi o la corruzione. Dall’altra, la battaglia giocata sull’emotività ha consentito loro di avere la meglio sugli avversari e in particolare su quelli attestati su posizioni intermedie, screditati e ridotti al silenzio da ambo i fronti.

Ne scaturisce un paradosso: le forze politiche al cui interno albergano opinioni diverse sulla questione indipendentista e caratterizzate da un approccio più equilibrato alla complessità della società catalana sono bollate come «ambigue» ed «equidistanti». Un esempio di tale dinamica su scala spagnola è l’Asamblea de Cargos Electos promossa da Podemos e celebrata a Saragozza il 24 settembre 2017 per reclamare l’apertura del dialogo istituzionale tra i due governi e la realizzazione di un referendum in Catalogna concordato con lo Stato. Malgrado riunisse forze politiche rappresentative di circa un terzo della Camera, i risultati dell’incontro sono stati screditati da entrambe le parti della contesa.

In tale quadro assume rilevanza anche la complessa interrelazione tra il movimento indipendentista e quello nato in seguito alle manifestazioni del 15 maggio 2011. Quest’ultimo, gli «Indignados», ha dato luogo alle formazioni «Barcelona en Comú» – guidata da Ada Colau, che governa il Comune di Barcellona – e «En Comú Podem», prima coalizione alle ultime elezioni generali in Catalogna. Tali compagini, nelle quali convivono indipendentisti e non, si sono dichiarate a favore della celebrazione di un referendum concordato. Invece di pronunciarsi apertamente a favore dell’indipendenza, propongono di vagliare altre strade d’intesa con lo Stato spagnolo e difendono soprattutto priorità politiche di carattere sociale. Questo ha permesso alle forze indipendentiste di scagliarsi ripetutamente contro i «Comuni» ed evitare – con successo – una loro espansione ad altri ambiti istituzionali.

Dell’interazione tra partiti e movimento indipendentista ha approfittato anche quest’ultimo. Giacché le istituzioni hanno affermato non soltanto che l’indipendenza è possibile, ma anche che avrebbe costi irrisori in termini economici e politico-istituzionali. Così le più alte istanze del governo e delle istituzioni catalane – al pari dei mezzi di comunicazione filoindipendentisti – hanno contribuito a creare un’opinione diffusa secondo la quale la creazione di una nuova repubblica avrebbe raccolto il favore internazionale, le autorità europee l’avrebbero accettata e lo Stato spagnolo avrebbe dunque dovuto cedere, mentre le imprese non avrebbero subìto contraccolpi. Con il risultato di rafforzare l’illusione e la plausibilità dell’opzione indipendentista. La constatazione delle resistenze all’avanzamento del progetto sperimentate nelle ultime settimane ha dunque provocato un’indignazione e un’inquietudine alla base della drammatica spirale degli eventi.

È stato certificato che lo Stato spagnolo, benché non disponga dei mezzi necessari a piegare il movimento indipendentista, non è disposto a farsi umiliare e cedere facilmente. Anzi, è oramai manifesto che la bilancia dei rapporti di forza – equilibri internazionali, magistratura, poteri economici, ricorso alla forza in extrema ratio – pende nettamente a favore dello Stato.

Parimenti, è evidente che né le istituzioni europee né i governi di alcuna potenza straniera sono favorevoli alla dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Le sponde internazionali ricevute pubblicamente sono finora state limitate ad appelli generici al dialogo per una via d’uscita concordata e alla condanna delle violenze. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiaramente esplicitato: «Se permettessimo la secessione della Catalogna, altri seguiranno il precedente, e non voglio che ciò accada. (…) Non voglio un’Unione Europea composta da qui a 15 anni da 98 Stati. È già relativamente complicato con 28 e con 27 non sarà più semplice, ma con 98 sarebbe impossibile».

La fuga delle imprese dalla Catalogna, inoltre, costituisce un limpido esempio dei limiti della politica. In un mondo globalizzato l’ubicazione delle aziende ha un’importanza crescente. Proprio grazie alla facilità di circolazione dei capitali, si fanno vieppiù rilevanti i vantaggi offerti da una località rispetto alle altre. Tra questi rientrano la sicurezza giuridica e il libero accesso ai mercati che un’eventuale indipendenza della Catalogna metterebbe a rischio. Una parte sostanziale del tessuto economico catalano ha difatti deciso di spostare la sede al di fuori della comunità autonoma. Ed è riuscito a farlo con estrema facilità.

Da ultimo, l’avanzata del movimento indipendentista ha evidenziato che una parte considerevole della società catalana non ne condivide gli obiettivi. Le circostanze in cui si sono tenuti i referendum del 9 novembre 2014 e del 1° ottobre 2017 impediscono di tracciare un parallelo rigoroso tra i rispettivi risultati. È tuttavia evidente come tra le due consultazioni non si sia prodotto un aumento straordinario del numero di voti favorevoli all’indipendenza. Le ultime elezioni del Parlament catalano, celebratesi nel 2015, mostrano anche come le formazioni pienamente favorevoli all’indipendenza rappresentino circa la metà dell’elettorato; una quota considerevole, ma non una maggioranza schiacciante.

In seguito al referendum del 1° ottobre, la drammaticità delle scene ripetute fino alla nausea dai mezzi di comunicazione e dai social network ha evidenziato la gravità della crisi e contribuito a rafforzare la plausibilità dell’indipendenza. Con l’effetto, solo parzialmente paradossale, di mobilitare quei settori della popolazione che non la bramano.

Lungi dal costituire una fragilità, tale complessità sociale potrebbe persino rappresentare la base per un accordo. Purché le parti in causa siano disposte ad abbandonare la convinzione che lo scontro sia più proficuo. In ogni caso, la dichiarazione di indipendenza da parte del parlamento catalano e il commissariamento dell’autonomia deciso dal governo spagnolo, avvenute simultaneamente il 27 ottobre, non inducono ottimismo e annunciano piuttosto un lungo periodo di instabilità.

 

 2/11/2017 - Da "http://www.limesonline.com" di Oriol Nel·lo Colom

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