Edgar Morin sostiene, e non a torto, che “tutte le crisi dell’umanità planetaria sono crisi cognitive” e per questo invoca una riforma del “pensiero”. Una bella proposta fatta a quanti, al contrario, pensano che tutte le crisi che ha attraversato il pianeta, sono di natura economica. La tesi della ipertrofia “globalizzata” del pensiero, dalla quale Morin profetizza una involuzione del pensiero e la sua riduzione a strumento pratico, è capovolta da quanti, invece, assumendo la “globalizzazione della conoscenza” come un fattore positivo, ne danno una lettura positiva. Essa prova la prova falsità dell’opinione e depone per una positiva e ragionevole aspettativa di miglioramento.

Assumendo il punto di vista edgariano, è proprio la vastità del sapere che rende difficile sopportarne il peso e quasi impossibile la possibilità di gestirlo al meglio. Troppo grande, troppo diffuso, troppo pervasivo, troppo esteso da non sentirsene schiacciato, sopraffatto, appesantito. Un individuo da se soltanto non può immagazzinarlo, gestirlo, sfruttarlo e la rinuncia, o la passività, sembra l’unica risposta possibile. La rinuncia, che è anche dichiarazione di impotenza, determina il rifiuto, in partenza, ad accettare la sfida del sapere, dell’apprendere, del conoscere tanto che la sana ignoranza, o piuttosto, il benefico buon senso, può risultare più utile nella vita della rincorsa, impossibile, a immagazzinare conoscenze. La loro indisponibilità misura la sproporzione del compito e denuncia un esito scontato. Ma c’è di più. La consapevolezza di questa dismisura nel presente, si accompagna con il dominio della tecnica: è sempre più evidente che non siamo noi ad adattare la tecnologia alle nostre esigenze, ma al contrario è la tecnologia che ci cambia.

Per la prima volta nella storia, l’uomo contemporaneo è testimone di una contraddizione: le società sviluppate e articolate, davanti alla complessità del conoscere, cercano la semplificazione, la semplicità, la linearità della conoscenza. E laddove il pensiero richiede il controllo di ogni attività, il dominio di una metodologia analitica, il possesso di potenzialità cognitive, il governo degli elementi di cui si tratta, per brevità e semplificazione ci affidiamo al cosiddetto “pensiero breve” che riduce la complessità, sacrifica entro i limiti di una sintesi forzata, rimpicciolisce nelle funzioni originarie. Questa è la comunicazione digitale che perde di vista il suo obiettivo originario e diventa un modello usato per relazioni brevi, veloci, immediate. Il mondo parcellizzato delle nostre conoscenze, raggruppate disordinatamente e frammentariamente acquisite, produce una “ignoranza” globale: che non riguarda più quello che siamo piuttosto rimanda a quello che non sappiamo, descrive un limite. Il pensiero “debole” , “breve” parla per lemmi, incrocia simboli, si accorcia piuttosto che distendersi e l’analfabeta adulto è colui che è convinto di possedere tutte le competenze richieste dal proprio tempo e dal proprio ruolo sociale, in quanto sa usare il compiuter, decifrare i messaggi, leggere il giornale, comunicare con i contemporanei su una lunghezza d’onda soltanto longitudinale. Grillo ha compreso tutto questo anzitempo e si è costruito un “esercito” personale, guida una pattuglia arrabbiata e disponibile, tiene saldo il timone di un numeroso popolo di revanchisti che, delusi dalla politica, si affidano ad un demiurgo. Sono i cognitivi digitali che credono di poter costruire la democrazia schiacciando un tasto; che per ovviare alle procedure, che presiedono alla costruzione del consenso, eliminano ogni intermediazione; che perseguono la modalità meno faticosa di una ritualità ripetitiva che non richiede dibattito, confronto, dialettica. L’atrofia del pensiero, la sua impermeabilità alla complessità del presente, appaiono come l’unica via di fuga all’incertezza dolorosa che è cifra del vivere in un tempo caratterizzato da contraddizione e dubbio.

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Mercoledì, 06 Febbraio 2013 16:33

Oltre il darwinismo ed il creazionismo di maniera

 

                     

Thomas Nagel, tra i maggiori filosofi americani, professore di filosofia e diritto alla New York University, continua a stupirci. In Mente e cosmo. Perché la concezione materialista neo-darwiniana della natura è quasi certamente falsa (Oxford University) sostiene che l’ipotesi darwiniana sull’evoluzione del cosmo, non regge alla prova dei fatti. Nagel non si è convertito, si dichiara ancora ateo, ma un ateo senza pregiudizi quando si tratta di spiegare l’esistenza della coscienza, del sapere, dei valori.

Infatti, non esita ad affermare che, nella polemica tra evoluzionisti e creazionisti (sostenitori dell’esistenza di una mente creatrice intelligente collocata fuori del mondo), pur non schierandosi con questi non ne sottovaluta le ragioni. Esse riguardano l’impossibilità degli evoluzionisti di spiegare come possa emergere l’intelligenza dalla materia; o come si renda fortemente presente la coscienza nella vita biologica dell’essere vivente; ed anche come sia possibile che elementi inorganici siano presenti o vengano generati da elementi organici. Secondo Nagel, i riduzionisti (tutto è materia, la materia spiga la materia, tutto ritorna alla materia) non riescono a rendere ragione del come e del perché la coscienza e l’intelligenza giungano a livelli di espressione sempre più astratti, sempre più immateriali, sempre più dislocati sull’infinito piuttosto che sul materiale finito. Sarebbe un errore assumere le riflessioni di Nagel come una critica al darwinismo, perché il suo scopo è diverso: il filosofo vuole proporci l’idea di una scienza più ampia. Facciamo un esempio. Se fin qui la scienza si è limitata a dare ragione della causa (A è causa di B), ora ambisce a spigare ed ad individuare anche il fine: A è ragione di B perché lo scopo è C. Applicando il ragionamento all’uomo, significa che questo ha sviluppato una massa cerebrale superiore agli altri primati perché era parte di un processo orientato verso un fine, quello di avere una coscienza, di sconfiggere la brutalità dello stato di natura. Nagel si fa sostenitore di una scienza che costruisce il proprio paradigma diventando anche “scienza dei fini” (teleologica) che è come dire che la scienza non si costruisce soltanto attorno alle cause efficienti. Ora, la richiesta di una scienza più ampia è un vasto disegno che giustifica come si può fare filosofia senza la scienza, ma non contro di essa. Ci fa piacere che anche un filosofo come Nagel si sia incamminato su questa strada e, senza indulgere ad una fin troppo facile polemica, vogliamo ricordare che già Aristotele, passando per Tommaso, avvertiva come ignorare l’ordine che presiede la natura dimostra che si perde di vista l’insieme col risultato di ricondurre la scienza soltanto allo studio delle funzioni.

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Mercoledì, 06 Febbraio 2013 16:09

La scelta di servire

 

I cristiani sanno che, pur essendo un privilegio donato dalla fede, devono continuamente scegliere di divenirlo, cristiani si intende, per fare in modo di poter continuare ad esserlo. Questa scelta, o rischio o scommessa, comporta l’anticonformismo come habitus mentale. Infatti, uscire dai luoghi abituali della convenienza, abbandonare il porto sicuro dei criteri dominanti, allontanarsi dall’ambito di ciò che tutti pensano, è una prerogativa del cristiano. Basti, a mò di esempio, una semplice osservazione. Il fatto che il cristiano ripone la sua piena fiducia nel “Figlio del Dio vivente, rivelatore del Dio invisibile”, sta a significare che è continuamente dislocato oltre l’apparenze per cogliere la vera consistenza nascosta nei “semi” che il tempo coltiva e nello stesso tempo continuamente nasconde.

Siamo dentro un travaglio storico che interpreta e colloca le speranze dell’uomo sempre un pochino più in là, oltre il presente, tanto che la vita diventa quasi un fragile sentimento, una emozione ed insieme un assillo. Di là dal rumore del mondo, il cristiano soppesa la “convenienza” del credere misurandola con le parole esili, ed anche ingannevoli, della politica che non si cura di suscitare speranze alle quali non potrà dare risposta. Fa parte del rumore del mondo, anzi lo rappresenta in quanto lo balbetta, il vocio della politica che coltiva in sé, e da se stessa, l’antipolitica quando si espone all’inganno, si misura con le difficoltà assegnandosi un ruolo centrale e definitivo, quando non purifica lo sguardo sulla realtà col considerare le priorità, per affinare le soluzioni, col vagliare i compiti volendoli commisurare ai mezzi. Ci sono momenti in cui il parlare con parole di verità significa dare all’uomo quanto a lui spetta; significa renderlo libero; significa porlo nella condizione di poter scegliere in piena avvertenza.

Per molti, direi per tutti, i riti della democrazia sono o un fastidio o una liturgia inutile malgrado vadano celebrati. Ma riflettiamo: quali le conseguenze del gesto? Quale la responsabilità connessa? Quali le conseguenze che non ricadono semplicemente sul singolo, ma sulla intera comunità? Di quale passaggio della storia del Paese siamo protagonisti? Quale futuro vogliamo? E tanto, ancora, che riguarda un intero del quale noi non siamo semplicemente parte. La democrazia è questo: uscire dal numero primo per diventare lo zero che aumenta l’unità.

Dunque la comunione è il tema della democrazia ed anche l’apertura alla novità, che continuamente si schiude davanti a noi come possibilità, ed lo stare dentro al travaglio storico delicatissimo e complicato. Per questo la democrazia, come la politica, è un tema etico tanto che partecipare è un dovere irrevocabile soprattutto se inseriamo le nostre scelte nel quadro che contiene tutta la vita civile.

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Roger Scruton, il filosofo che si autodefinisce un “conservatore”, segue la strada della speculazione filosofica ricominciando dalla filosofia del giudizio, della quale l’estetica è il filo conduttore. Afferma che l’arte del “giudizio estetico” ha un fondamento razionale e questo lo pone in linea di successione diretta con Kant.

Il giudizio estetico e quello teleologico sono due specificazioni di quello che Kant chiama giudizio riflettente che, a differenza di quello determinante (proprio della conoscenza scientifica, quindi sottoposto ad una regola universale predefinita che sussume il particolare) è quello in cui non può essere mai data una norma universale predefinita, ma corrisponde ad una esigenza propria della soggettività trascendentale (trascendentale nel senso di posto a priori , quindi universale e necessario), di ammettere un ordinamento intrinsecamente finalistico nel mondo della natura. Se questo giudizio è soggettivo (in senso “trascendentale”, in quanto non ha alcun fondamento in un concetto), ha anche una sua universalità perché non è determinato da condizioni empiriche, bensì dipende dalla struttura a priori delle nostre facoltà conoscitive.

Anche Scruton segue questa linea quando sottolinea che, malgrado non si possa prescindere dalla nostra soggettività, è possibile formulare giudizi che non siano contra rationem e, quindi, giudizi imparziali. Come dire “universali”. Essi sono quelli che nascono dallo sguardo “compassionevole” perché il mondo è molto più grande ed importante di noi. Dice: “se si fa propria questa attitudine, allora il giudizio torna ad essere possibile e sensato”. Le conseguenze sono rilevanti e non soltanto sul piano dell’etica: essere compassionevoli implica infatti uno sguardo piegato sull’altro, compenetrato, trapassante, interstiziale: un farsi intimo dell’altro, dimenticandosi. Dunque, non soltanto sul piano dell’etica, suggerisce Roger Scruton. Infatti, quando riconosciamo il valore della legge, anche se emanata da uomini, in realtà le annettiamo quasi valore assoluto, un “comune proseguimento del giudizio vero”. E la verità, in questo caso, è la ricerca della vita armonica. Indulgere ai propri istinti, mettere in pericolo l’armonia che è insita nel buon vivere, avere una idea della libertà che è radicalmente solitaria (in quanta piantata sull’io), significa cancellare dal novero del possibile che possano realizzarsi “relazioni creative”.

Invece lo sguardo compassionevole, recuperato da Eliot, implica una considerazione: la società non è frutto di una necessità (Hobbes), bensì lo smascheramento, in termini razionali, del “completo non senso” della solitudine. “Il comune perseguimento del giudizio vero” , cui tutti aneliamo, esige che quando cerchiamo qualcosa in comune, mettendo da parte le pulsioni individuali, quando assumiamo il punto di vista dell’altro, scopriamo che il significato più profondo della vita umana è la ricerca dell’armonia.

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Martedì, 29 Gennaio 2013 16:38

La “farmacia” di Platone

 

Vivere di politica, non poterne fare a meno, ricorrervi come ad una panacea: non è il male del secolo. E’ piuttosto lo stato di necessità che descrive la condizione dell’uomo in società. Essa mostra una incontrovertibile verità: l’altro è per ciascuno non semplicemente un nostro simile, ma un “uguale”. Nasconde profondità non del tutto esplorate, sentimenti oscuri che non sa dominare, un coacervo di pietà e di violenza che, quando non trova una via di uscita esterna, si ritorce contro il suo stesso essere. L’uomo ha paura di se stesso e dei tanti altri come lui: di qui il bisogno della politica. Un pharmákon , una medicina che intossica, un veleno che guarisce.

La indiscussa centralità della politica, celebra i suoi fasti trionfi nel periodo elettorale perché deve competere su due fronti contrapposti: quello dell’antipolitica e quello degli avversari.

Se sconfigge l’antipolitica, che raccoglie il popolo del non voto, rischia di portare acqua al mulino degli altri competitors. Nel contempo, se sconfigge i competitors si trova, anche in caso di vittoria, a dover gestire lo scontento del paese reale che potrebbe non accompagnare gli esiti del buon risultato.

Ecco allora che la politica deve per forza inventarsi, fare incursioni nella fantasia degli altri, interpretarne i desideri, costruire un immaginario dove quello che si spera diventa possibile. Nóstuo lathéstai, “dimenticare il ritorno”, quello alla realtà sostando nelle verdi praterie dell’illusione. Così accadde anche ai compagni di Ulisse che, mandati in avan scoperta presso i Lotofagi, trovatoli insospettabilmente ospitali (il frutto del loto fece la sua parte), non ne volevano più sapere di Itaca che appariva un miraggio lontano. Il nóstuo lathéstai è, fra le molte avversità incontrate da Ulisse, è descritto da Platone come un principio di degenerazione dell’individuo e segna il passaggio dall’uomo oligarchico all’uomo democratico. La “dimenticanza”, il “lasciar cadere dalla mente” è il “loto” della politica. Per questo, smessi i panni della concretezza, eiréne (pace), aidós (rispetto reciproco), eunomía (una buona legislazione), aphtonía díkes (la giustizia non invidiosa) sono soltanto parole d’ordine. Mai una technai. Platone (Leggi IV, 713 c-d) spiega molto bene come nella politica non vi sia nulla di naturale, né ancor meno di divino: si fa ricorso ad essa per paura e, nello stesso tempo, perché il cor inquietum non può rinunciare al sogno. Come altrimenti potrebbe sopravvive alla delusione, all’inganno, alla tracotanza, alla miseria, all’invidia etc degli altri ed alla propria? Infatti «nessuna natura duomo è capace di governare tutte le cose umane con potere assoluto senza riempirsi di tracotanza e di ingiustizia». Ecco perché, l’utopia, il sogno, la illusione che tutto sia nelle nostre mani diventa la “lunga ombra del vero”. L’antipolitica è l’amante deluso che dice “non amerò più”, “non toccherò più” quelle sponde, “mai più sarò tanto ingenuo”. Ma quel “mai” si infrange sullo scoglio del cor inquietum che “sempre” vuole amare, sempre cerca uno scoglio, sempre si acquieta all’inganno.

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:31

Primum: vivere da uomini

 

 

 

                

Primum: vivere da uomini

 

C’è in giro una ideologia, quella della mondializzazione, che tenta di giustificare la prevalenza, anzi l’imposizione, del globale sul locale. Questo vale non soltanto per le circoscrizioni geografiche, ma anche per i popoli, cioè le persone. Il più grande prevale sul piccolo, il potente sul debole, i molti sui pochi. Avanza, e questo di per sé non è necessariamente un male, la forza dei numeri: vale per l’economia, vale per la numerosità delle popolazioni, vale per le culture più aggressive. E’ la mondializzazione bellezza che, se per un verso, rimpicciolisce il mondo, azzera i confini, elimina le barriere , per un altro aumenta le disparità o meglio indica un modello, come dire una mono cultura, cui uniformarsi. Guardare da un punto di osservazione più alto e osservare il più esteso, dovrebbe significare acquisire una conoscenza critica” in quanto strutturata sul confronto, il paragone , le differenze. Invece la mondializzazione, che non è sovrapponibile tout court alla globalizzazione, intende uniformare, appiattire, modellare, Come se la rivoluzione copernicana non avesse più chance. Quella rivoluzione che, mostrando la sfericità della terra, faceva comprendere come con un colpo d’occhio non si potesse afferrare il tutto, che anche il sole era costretto, per mostrarsi e mostrare, fare il giro del convesso e che anche noi, volendo osservare dall’altra parte, dovevamo “incurvarci”.

La difficoltà nasce dal fatto che il potere, o l’egemonia, assunta dalla economia, ha fatto che all’interno della stessa griglia concettuale vengono ricondotte, come specifiche applicazioni, anche molte dinamiche di realtà che non possono essere ricondotte, per complessità e tipicità, ad uno schema di processo precostituito: quello economico. Questo si regge sul “mercato” che detta il suo modello economico, chiede adattamento, esige omologazione. Essa è la vera ideologia del XXI secolo, nel senso che governa i processi anche quelli democratici, che di per sé sono simbolici e quindi “astratti”. Credere che il progresso sia infinito, che per agevolarlo occorre considerare l’inesistenza di un “limite”, accettare che vivere significa consumare, che i veri beni sono soltanto quelli che si possono “commerciare”, significa obbedire ad interessi che non sono quelli “quelli dell’universo antropico”.

C’è nell’ideologia del mercato, un fraintendimento di fondo: che deriva da un pensiero debole perché avulso da una riflessione autonoma, profonda ed argomentata. Piuttosto, ci si accontenta di una riflessione meccanica, di una applicazione ripetitiva, mentre su un versante marginale restano “principi di universalità” sui quali il XX secolo credeva di aver raggiunto un punto di non ritorno: tolleranza ed uguaglianza. Un binomio che sintetizza l’autentico sviluppo, stabilisce un criterio di validità, globalizza l’umano.

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:29

La trasgressione di Dio: la croce

 

 

                           

La trasgressione di Dio: la croce

 

Nel confronto tra atei e credenti, l’argomento più spesso tirato in ballo è: fidarsi di Dio, fondarsi sulla sua legge, concedergli la parola definitiva significa rinunciare ad ogni giudizio critico individuale. Poniamo allora la questione in questi termini: è possibile un giudizio su ciò che è bene o male, (perché questo importa, rispetto a quanto dobbiamo o non possiamo “fare”, e non soltanto per noi) , se non si pone, in quanto ciò che possiamo chiamare bene/male? Che esprime come io stesso, posso diventare il giudice delle mie azioni.

Nella visione biblica l’uomo è chiamato a fidarsi di Dio. Questo perchè non è in grado di compiere atti liberi, ragionevoli, responsabili? Per cui “abbandonarsi alla volontà Dio” è per l’uomo la resa definitiva ed estrema?

Le cose non stanno proprio così, anche se nella Bibbia l’uomo è chiamato all’obbedienza: “non mangerai dei frutti dell’albero”. La stessa cosa accade nella legge, a dire poco impietosa, dell’io categorico di Kant. Il suo “devo” è richiesta di un fare necessitato da qualcosa o qualcuno esterno a me.

Ma, per tornare alla Bibbia, e per capire bene cosa l’autore sacro dice, c’è una successione tra l’ingresso o la conquista della piena maturità da parte dell’umanità (Adam)e la donazione della legge (Berith) che è successiva all’Esodo. Cosa significa? L’esodo è un peregrinare nella deprivazione totale per circa quarant’anni, in fuga dal passato, gli inseguiti sono memori della schiavitù che diventa piuttosto un miraggio (la pentola di cipolle che bolliva sul fuoco in terra d’Egitto), spinti in avanti senza sapere verso dove. C’è uno stato di povertà più simile a questo? In cosa consiste la vera povertà, se non nel fare conto soltanto sulle proprie forze? Nel deserto ciascuno può essere se stesso, sperimentare la vigoria del proprio corpo, di quella del pensiero capace di soluzioni, proteso nell’attesa del cambiamento. Invece, finalmente libero, senza dover impastare i mattoni per i figli del Faraone, l’ebreo si scopre errante: può fare di sé ciò che vuole, scegliere una destinazione piuttosto che un'altra, cibarsi o lasciarsi morire, tornare indietro o proseguire, scegliendo un improbabile, ma possibile, futuro. Come si vede, non c’è condizione estrema che non contempli la libertà. Il quesito è: libertà, quale?

Dio non si impone come necessario, sta ai due estremi della strada tanto che anche tornare indietro significa capire ciò che non si vede. Ma per veder occorre trasgredire. Trasgredire la legge degli uomini, che è quella della necessità, per poter vedere la legge di Dio che manifesta appieno i limiti di una libertà materiale.

Infatti il paradosso della libertà di Dio è la croce: il giudizio di Dio (Cristo) viene “giudicato” nell’uomo, e nell’uomo messo in croce. Dio si lascia giudicare. Questo è paradossale anche per le ragioni della ragione: le ragioni di chi crede e di chi non crede rimandano tutte alla figura della croce. Se per gli atei la crocifissione è la sconfitta della divinità che certifica la “morte di Dio”, per i credenti la “crocifissione di Dio” certifica la sua divinità. Non fuori della storia degli uomini, ma inchiodato per darci la capacità di vedere, quindi di giudicare dopo aver visto. Non alla cieca.

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Il pensiero si interroga sugli scopi del pensiero e dell’agire umano

 

“Nichilismo”, no grazie: perché manca il fine. Il fine è, spiega il filosofo Robert Spaemann, nella sua ultima fatica, “Fini naturali. Storia & riscoperta del pensiero teleologico (Ares, 2012), “la risposta ai perché”. Quando Nietzsche scriveva della fine dei “valori tradizionali”, filosofava sul disorientamento seguente la caduta verticale del finalismo o teleologia. La teleologia, infatti, spiega come il nostro pensiero, per progredire, ha bisogno non soltanto della dinamica di causa-effetto ma della domanda sul fine per cui qualcosa viene fatto. L’etica lo risolve nella scelta tra il bene/male, l’utilitarismo in quella del perché/per chi, il solidarismo indica quella del bene comune.

La teologia, dunque, implica la necessità di un processo, la sua intellegibilità, la sua finalizzazione. Un percorso logico fatto di passaggi, di metodo, di necessari perché, articolati, di ricerca di risposte che siano “adeguate”, come dire com-prensibili, al perché stesso, rispetto al quale misurano e stabiliscono la propria congruità grazie alla soddisfazione di una spiegazione “logica”. La teleologia comprende che, limitandosi alla casualità, non si ha una descrizione completa del reale. Piuttosto ci si sottrae al dominio della natura anche senza trascurarlo.

L’uomo è spinto a conoscere e a com-prendere i fenomeni ed insieme ha la necessità di dominarli, sottometterli. Hobbes esprime bene questo orientamento quando afferma che “conoscere qualcosa” è “immaginare cosa possiamo farne , una volta che la possediamo”.

La riscoperta della teleologia coincide con la critica all’evoluzionismo di Darwin condotta in nome di un “intelligent design” che recupera il deismo di stampo illuministico, un deus ex machina collocato fuori del mondo, e si confronta con la negazione di un Dio intelligente per amore,“caro factum est”.

In realtà la teleologia denuncia l’esito inevitabile di ogni ragione “positivista”, di una ragione cioè che pensa che fra essere e dover essere vi sia un abisso insormontabile e che dall’essere non possa mai derivare il “dover essere”, e un funzionalismo sociale antropologicamente cieco , nel quale non può che realizzarsi un progressivo divario fra ciò che è “umano” e ciò che è “sociale” e, quindi, la “abolizione dell’uomo” (C.S. Lewis).

Il positivismo, o meglio l’ approfondita indagine, sulla reale portata dei concetti positivisti di “natura” e di “ragione”, è una delle cause della crisi dell’ethos politico contemporaneo. Insieme al mancato riconoscimento delle basi morali e pre-politiche del potere e dello Stato, fino alla rimozione diffusa nella cultura contemporanea di un principio di fondo: la “normatività del reale”

 

  

 

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:20

Vizi antisociali

 

 

                                 

Vizi antisociali

 

Robert Skidelski, già biografo di Keynes, professore di Economia politica all’Università di Exeter, nel suo ultimo libro (How love of money and the case for the good life), conduce un’analisi spietata del capitalismo contemporaneo cui, a suo dire, soltanto l’economia sociale può fare da contrappeso. Questo, in pillole, il pensiero del professore: Keynes pensava che il capitalismo, lasciato a se stesso, avrebbe garantito un livello di sicurezza economica per tutti e che, una volta raggiunta, la gente non avrebbe voluto di più. Senza diventare macchina desiderante, ciascuno si sarebbe dedicato ad attività di piacere. Invece, è sempre il “professor pensiero”, la profezia keynesiana non si è avverata, anzi è accaduto tutt’altro. Il soggetto economico della economia capitalistica non è la persona, il soggetto “uomo”, l’individuo pensante, ma … il mercato. Una macchina da guerra che, una volta inventata, vive di vita propria. Come Pinocchio scappa dalle mani di Geppetto, si inoltra nel mondo credendolo tutto di balocchi, vive una settimana di sole domeniche, sta in una comunità di allegria. O ombre vane fuor che nell’aspetto! Nel mondo reale nulla è come sembra e accade che anche le espressioni culturali che l’uomo inventa per poter vivere meglio, come il mercato, diventino, se non sottoposte ad una legge “esterna” e “superiore” (non per questo “estranea”) dei frankestein.

Il mercato per conservarsi, necessita di consumatori; questi esigono merci sempre diverse ed appetibili. Il mercato si rivela un otto volante dal quale mai nessuno scende: produttori e consumatori. Nemmeno i ricchi, i tantissimo ricchi, smettono di voler possedere e, pur avendo tutto, vogliono il “nuovo” che la pubblicità descrive come indispensabile alla felicità. Chi occupa gli strapuntini della scala sociale, pensa che possedere l’ultimo prodotto lo impegni in un gradino più alto. Quello che ancora non è uscito dal gruppo dei più, corre per arrampicarsi almeno fino ad altezza di bidone visto che le briciole non cadono più dai tavoli dei ricchi.

Una macchina che alimenta se stessa e noi, sulla giostra, sembriamo felici di guardare il mondo da sopra in giù. La luce vista dall’alto acceca, ma soltanto quando si spegne. Questa è la felicità: restare incantati dietro o dentro il desiderio.

Capita così che i numeri siano impietosi: il 10% delle famiglie italiane possiede il 50% della ricchezza, e viceversa al 50% ne tocca appena il 10%. Edmondo Berselli ammoniva che la “grande crisi, è una gravissima crisi di redistribuzione”, è quella “rivolta dei ricchi contro i poveri” che, come preannunciava già negli anni novanta Max Frisch, diventa “una guerra mondiale”. In alcune parti del mondo, e non certo periferiche, parliamo dell’America, il dibattito su come uscire dalla forbice divaricante è in atto da almeno qualche anno e, sulla sua riduzione, Obama gioca il suo secondo mandato. O meglio: la possibilità di rimanere nella storia non soltanto per essere stato il primo presidente nero degli Stati Uniti. L’economista Daniel Altman propone il 2% sopra il milione di patrimonio. Nel nostro Paese, invece, il confronto elettorale è tra chi le spara più grosse. Anche Monti, soprannominato rigor-Monti, non si lascia sfuggire l’occasione. Vuole avere un bis, ha detto, per non passare alla storia come il “tassatore”.

Quello cui il Palazzo è impermeabile è che il problema della diseguaglianza economica e sociale nel nostro Paese, è oramai così acuta ed inaccettabile che soltanto una patrimoniale seria potrebbe salvare il Welfare. Una patrimoniale che dovrebbe colpire gli “speculatori”, non i risparmiatori, o i contribuenti onesti che dichiarano tutto il loro reddito rendendosi “visibili”.

C’è una prova inconfutabile che nessuna teoria economica ha mai smentito: se migliorano le condizioni di vita medie, se ne avvantaggia tutta la società. Se si crea un ceto medio vasto e solvente, che ingloba mano a mano buona parte dei lavoratori, garantisce i consumi, incrementa il livello di istruzione, le ambizioni sociali, in sostanza una società dinamica, è la migliore garanzia per una società di mercato e libera. Questa società di mercato e libera, se tale vuole restare, è una società dove non ci deve essere trippa per gatti, cioè gli evasori. Questi sono veri ladri. Per loro dovrebbe essere inventato una nuova fattispecie di reato: evasori dello spirito nazionale.

 

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:10

Il concitato ditirambo

                                                 

Danza concitata con ditirambo

Sono scesi nell’arena, ma entrambi i matador sapevano come sarebbe finita. Due vecchi sciacalli dell’audience, due schowmen, due anchormen navigati che hanno costruito le loro fortune odiandosi. Michele Santoro e Silvio Berlusconi.

Il primo (giornalista, conduttore-autore-produttore televisivo, opinion leader e, per un breve periodo, politico italiano), grazie al cosiddetto “editto bulgaro” si è giovarsi di una pubblicità a gratis , per lui non per i contribuenti del servizio pubblico, che gli ha fruttato contratti con tanti zero. Il secondo, Silvio Berlusconi, ha costruito le sue fortune, e non soltanto politiche, replicando il copione, in cartellone da più di vent’anni, del politico –ancorché imprenditore-uomo di stato- più perseguitato della terra. L’invidia nei confronti delle sue capacità, che gli hanno permesso un successo “senza radici”, che lo hanno innalzato, “solitario campione” della più bella Italia sopra i comuni mortali, gli ha procurato soltanto guai giudiziari, ma anche una spesa in avvocati che non ha eguale. Peccato, ancora una volta, che i suoi avvocati, tutti in Parlamento insieme ai tirapiedi di palazzo che hanno alzato la mano per approvare tutte le leggi ad personam, sono sempre a nostro carico: eletti con l’unico merito di essere nella busta paga del “padrone di turno”.

Un'ora e mezza di trasmissione (Servizio Pubblico, in onda su La7 il 10 gennaio 2013, 9 milioni di ascoltatori) senza stoccate, poi la sorpresa: lettera contro Travaglio. Santoro insorge: non erano questi i patti. E' scontro, infine si chiude con stretta di mano. Sono le regole dello spettacolo. Lo sanno sia Berlusconi sia Santoro, animali televisivi da super-show. Ognuno chiuso nella propria maschera che ha determinato anche il loro destino. Tanto che il Cavaliere tornando nella sua residenza romana, quando ormai le luci della notte romana erano quasi stanche, ha potuto dire ai suoi fedelissimi che gli avevano confezionato il colpo di mano contro Santoro e Travaglio (la lettera contenete l’elenco delle condanne per diffamazione), “anche questa volta faremo una rimonta senza precedenti. L'aria è cambiata. E nei prossimi quaranta giorni può accadere di tutto se andiamo avanti così”. E Silvio Berlusconi ora ci crede davvero. Non è più una illusione disperata, ma una possibilità concreta. E’ contento, gasato, divertito e così, da quando è finita la trasmissione di Michele Santoro, ha iniziato a indossare i panni del grande motivatore che suona la carica coi suoi. Inizia nel tragitto che lo porta dallo studio alla macchina. Non gli è sfuggita la determinazione dell’imprenditore donna che gli ha fatto le domande: un volto che potrebbe valere voti. Anche i “traditori”, quelli che gli avevano impudentemente voltato le spalle, e che credendolo ormai finito e si erano issati su un’altra zattera, devono tornare alla “greppia”, sperando che “l’ira funesta” di Silvio non si abbatta su di loro come una definitiva condanna.

Si replica dunque su un canovaccio: dal fuori onda giungono i complimenti nei confronti del lottatore, uno che sa ruggire ed anche ironizzare a confronto degli altri che sono tutti “seriosi” e “sfigati” perchè non hanno mai saputo vivere. Infatti se la vita è un grandioso spettacolo, non tutti sono grandi attori. Recitano, mai da protagonisti.

Berlusconi annusa il cambiamento del clima: la trasmissione di Santoro, che poteva essere un boomerang, è stata un trampolino di lancio. Una svolta. Gli ascolti record, i commenti, i social network impazziti. Tutto dimostra –come ammonisce i fedelissimi- che è ancora lui il matador che divide l'Italia. Non scende nell’arena per farsi matare, ma per matare. Polarizza, attira l’attenzione, crea un solco per separare, mentre appiana il suo dislivello. Ha ragione quando dice di aver oscurato sia Bersani, segretario del Partito Democratico, che Monti, attuale premier e competitor nelle elezioni di febbraio con una propria lista al Senato. Il primo mostra una nonchalance a volte urticante perché simile alla superficialità; il secondo , ha in fretta familiarizzato con le bugie o le mezze verità della politica:un Robespierre che non usa la ghigliottina ma che non rifiuta il fioretto. Così grazie all’inner circle si sta riaprendo la partita. E le elezioni, ancora una volta, l’ennesima, si trasformano in un referendum sul Cavaliere. Questo voleva e questo Santoro gli ha consentito. Aveva fatto dei patti Santoro con Berlusconi, che non si doveva far cenno hai processi. Santoro ha creduto alla parola data dal Cavaliere: come se non lo conoscesse, come se non ci fosse tutta una storia lunga due decenni ed anche più a dimostrare che la parola data per l’uomo di Mediaset non conta nulla, è la bugia che non è come la negazione della verità. Semmai la rappresentazione di un altro punto di vista sulla verità. Il Lunedì successivo alla trasmissione sono arrivati i sondaggi della fedelissima Alessandra Ghisleri, col consueto metodo. Perché l'impressione che si riporta a caldo può non coincidere con quella che va a finire nelle urne. Bisogna vedere cosa resta di tutto quanto detto. Sia come sia, il fiuto del Cavaliere dice che un messaggio è passato, quello più importante: “Ci sono, anche questa volta”. Il voto riguarderà la sua presenza, piuttosto che quanto intende fare. Perché il che fare, cosa fare e come, si vedrà. Il voto degli italiani non è determinato dalla irriducibilità del reale, ma dalla possibilità che un’altra realtà è possibile. Basta trovare le parole per dirla.

Tenace lottatore e abile motivatore, Berlusconi consegna agli sbandati del suo partito, all’Italietta che spera di poter prendere in Europa il posto della Merkel, un messaggio di fiducia: “Possiamo rimontare, l'esito non è scontato, possiamo anche vincere”. Dopo di che alcune teste dovranno cadere. Del resto nell’arena di Santoro chi poteva andare per riscattare i sondaggi? Il povero Angelino Alfano che non sa più nemmeno lui quale versione raccontare; La Russa sempre più simile a Mefistofele anche nel ghigno; Gasparri che può mostrare soltanto la dentatura; o chi altri? La Santanchè abituata a ben altre battaglie; Storace: altrimenti detto “ l’ultimo dei moicani” per la fede inossidabile nella destra “dura e pura”; o la Mussolini che fa ancora la sua bella figura nei salotti TV quando arrotonda vistosamente le labbra. Dunque chi altri, se non lui? E lui non si è rifiutato: costante nel prepararsi, abile a ricordare le cifre che snocciola come fumetti, ironico quanto basta, gran barzellettiere sempre, anche quando non racconta barzellette, quando si rivolge alla sua ex moglie come alla “signora” , riconducendo alla sua condizione di moglie come quella dalla quale ha ricavato anche il titolo con il quale l’apostrofa; strige Travaglio nella morsa dei gesti indimenticabili (lo rimanda a sedere nel suo angolo, ormai domato, mentre si riappropria della sua postazione se non dopo averla “spolverata”: i microbi sono insetti che si possono attaccare. Come se lo avesse schiacciato sotto il tacco della scarpa.

 

Allora l’arena di Servizio Pubblico, offre il clima di una partita che si è annunciata da subito come lunga. Ma una partita giocabile perché poteva far sperare almeno nel pareggio: tutti in quella piazza dello studio televisivo sapevano che nessuno avrebbe abbandonato all’altro il successo, retrocesso, abbandonato la postazione. Se Santoro voleva portare a casa il successo di aver costretto il nemico di sempre a scendere a patti, Berlusconi voleva e doveva, sapendo di poterlo fare, “risvegliare i dormienti”. Come ai tempi di Vicenza, quando si catapultò (malgrado un fastidioso dolore alla gamba),   sul palco dell’iniziativa, messa in piedi dagli imprenditori, l'obiettivo è fare il pieno del proprio bacino, riportare al voto chi ha scelto l’astensione. E come allora l'obiettivo è il pareggio in Senato, rimettere il pallino al centro.

Ecco allora il coniglio tirato fuori dal cappello: la grande coalizione, come specificato nell'intervista all’AdnKronos: “Se ci fosse un pareggio al Senato, credo che dovranno essere trovate altre soluzioni che verranno cercate in quel momento per una qualche collaborazione, un qualche accordo tra le forze politiche più importanti”. Che significa: Monti è fuori gioco. Il Senato si deciderà in quattro regioni, Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia, e non è affatto detto che dopo il voto basteranno i senatori di Monti per fare la maggioranza col Pd. Se Monti prende attorno al 10 - cifra di cui il Cavaliere è sicuro - la sua truppa a palazzo Madama non supera i quindici senatori, pochi per andare in soccorso al Pd.

 

Si prevede allora che i prossimi passaggi della campagna di Silvio saranno segnati da toni sempre più accesi, sprezzanti nei confronti di “quella testa dura di Monti”: al centro si gioca la vera partita. E Casini, veterano stratega, stringerà Monti in una morsa fino a soffocarlo: deve vedersela anche con Fini :che te lo raccomando! Quando il gioco si fa duro, soltanto i duri possono farcela.

Cicchitto, Gelmini, Biancofiore, Napoli, Matteoli, pure Quagliariello che una settimana fa voleva andare con Monti, pure Gasparri che congiurava per avere Alfano premier e non il Cavaliere, ora, rinvigoriti dalla respirazione “bocca a bocca” operata dal Cavaliere, pensano che la vittoria è possibile. Brunetta annuncia che manderà i cerotti a Santoro e Travaglio, Crosetto, che pure lo ha lasciato per “Fratelli di d'Italia”, esulta perché Berlusconi è l’unico che ha gli attributi, e pure fumanti.

 

Insomma: ancora Berlusconi gasa, gesticola, mena pugni, sorride, si diverte, fa battute, insegna all’uditorio quali siano i tempi della politica, li invita a non farsi imbrogliare, si riferisce agli altri capi di Stato come “suoi” colleghi, l'adrenalina va alle stelle.

Se dovessimo mettere in versi quanto sta accadendo, comporremmo un ditirambo che è una poetica corale dove poesia, musica e danza si fondono insieme per dare vita ad una danza drammatica e rapida. Ad essa sono adatti due metri. Il primo è lo spondèo usato in carmi con cui, nei sacrifici, si accompagnavano le libagioni rituali. E non è sempre una libagione quella che ci apparecchia Berlusconi?

Il secondo è l’anapesto adatto per descrivere le zuffa. E quando è che Berlusconi dà il meglio di sé se non nelle zuffe?

Un dibattito politico? Ma per favore! Si è trattato di un ditirambo.

 

 

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Pubblicato in Passaggi del presente