Sabato, 11 Maggio 2013 10:11

Sulle orme ...

Le speranze accese da papa Francesco, anche in settori i più disparati della società ed in ambienti solitamente prevenuti nei confronti della Chiesa, sono molte. Forse perché il nome è già un programma; forse perché il parlare quasi familiare lo fa stare in mezzo a noi come uno che conosciamo da sempre; forse perché l’uso esclusivo della lingua italiana lo rende veramente vescovo di Roma; vuoi perché le sue scarpe così robuste, ci fanno pensare che seriamente lui percorrerà il mondo.

Francesco”: il nome che rimanda ad un tempo molto lontano e non soltanto perché tanti secoli si interpongono col presente, perché evoca una necessità per la Chiesa che il poverello di Assisi caricò sulle sue spalle e che da allora intercetta una esigenza di semplicità, quasi di conversione che Francesco, in quanto l’ha vissuta come esperienza della sua vita, l’ha resa possibile ed auspiacabile anche per altri. Un figlio del mondo, Francesco di Assisi, uno dei tanti, un paradosso però per il suo tempo che, oggi, parla dei paradossi del nostro.

Ma, che fare quando tra questi paradossi, scompare quello della speranza? Che fare quando il mondo ci si presenta come irreformabile, quando la stella di Lucifero non annuncia più il giorno insieme a tante albe sempre pronte a susseguire la notte?

Ecco papa Francesco ci parla di tutto questo: la necessità di non confondere la pace con la quiete; di non sovrapporre il desiderio di “vita beata” con l’assenza di dolore e di necessità; di non considerare il mondo soltanto uno spazio geografico. Questo vale anche per la Chiesa. Che futuro ha la Chiesa, se cessa di credere nella riforma e nella necessità di “rifarsi bella” ogni volta e sempre perché la caligine del tempo scolora il suo biancore?

Che speranza possiamo avere noi che crediamo nella Chiesa, se ci limitiamo a giudicare e condannare senza accompagnare? Quale attesa può tramutarsi in slancio, se siamo soltanto “fedeli obbedienti? La Chiesa non fa le rivoluzioni, è vero, ma ambisce sempre alle res novae: esse sono le riforme che nel Vangelo sono comprese, indicate ed affidate. Francesco può essere tutto questo per la Chiesa, per il mondo, per ciascuno

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Venerdì, 03 Maggio 2013 13:51

Il cambiamento è una zona franca

 

 

Mai, come in questo momento della vita del paese, il conflitto generazionale è stato tanto vistosamente rappresentato. Da un lato, la incapacità del nuovo- malgrado l’irruenza-, di imporsi e dar vita a forme rappresentative ed istituzionali diverse; dall’altro, la scappatoia, visto lo stallo e la inconcludenza del conflitto, di affidarsi ai saggi, ai grandi vecchi, ai “facilitatori”. I vecchi, certamente, non sono tutti uguali, come i giovani del resto.

Ci sono vecchi che accanto alla saggezza e determinazione, prerogative tipiche dell’età adulta, conservano una visione di futuro da fare invidia a tanti giovani. Questi, del resto, hanno l’energia tipica dell’età ed insieme la conflittualità che, però, inibisce ogni capacità di realizzare, rappresentare il nuovo, oltre che con la volontà, con forme reali di cambiamento.

Sono apparse elités diverse, anzi più elités, che non si confrontano e rimangono ciascuna impermeabile nel loro recinto. Questo è lo stallo attuale. Emergono nomi e volti nuovi, ma non una nuova classe dirigente. Le elités degli intellettuali del novecento, il secolo scorso, erano delle avanguardie che, vuoi con gli scritti (le numerose riviste) vuoi con la fondazione di aggregazioni culturali (associazioni e circoli di diversa provenienza), vuoi con la stessa militanza, non si limitavano a mettere in crisi la loro contemporaneità, ma realmente insidiavano lo zoccolo duro della sua permanenza.

Se, da un lato, l’ascesa verso l’alto era scandita da cooptazioni, perché la formazione si produceva in incubatoi di pensiero e di azione, la selezione poi avveniva sul campo. La cooptazione attuale, invece, determina la permanenza della stessa classe dirigente ed i volti nuovi che appaiono sono frutto di un fama che non è determinata dalla qualità del pensiero, ma dall’immagine. La selezione della classe dirigente buca lo schermo.

Il rinnovamento delle liste, ad esempio, non significa che comunque il rinnovamento sia stato reale. Le stesse primarie hanno espresso la radicalità con la quale il vecchio si perpetua grazie anche agli strumenti nuovi. La cultura meritocratica, infatti, ha rafforzato la deriva orizzontalistica e la rotazione nelle cariche (vedi lo statuto del M5S) che altro non è che la discontinuità rispetto alla possibilità di formare competenze. I supporter della società aperta non ha spinto il cambiamento, ma radicalizzato la continuità. Una operazione che ricorda il franchising commerciale.

Lo scontro interno ai soggetti collettivi, che ha il volto più giovane e quello meno giovane dei candidati, si è servito dei raccordi intermedi per diffondere slogans piuttosto che avviare una discussione sulle linee, sui programmi, sulle prospettive. La comunicazione è quella top down sul blog che riproduce il dispotismo dei mercati e dei sondaggi.

Chi è in grado di misurare il saldo delle competenze tra quelle uscenti e quelle entranti? Il cambiamento sembra diventato una zona franca. A prescindere.

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Non abbiamo mai pensato che, per fare bene la politica, si dovesse essere dei “politicanti”. O che il mestiere della politica fosse un tale tecnicismo che, per farlo bene, occorresse essere preparati ed esercitarlo al meglio. Non lo abbiamo mai pensato, quindi creduto perché, altrimenti, come potremmo contemporaneamente affermare che la democrazia è la casa di tutti.

Ma in questi ultimi giorni la nostra fede vacilla, ci sentiamo accerchiati da tanti avvenimenti, o piuttosto rappresentazioni, che ci fanno credere di assistere ad un talk schow in diretta. E’ arrivata in Parlamento la generazione degli sfigati! Sì, proprio quella generazione, tra i trenta e i cinquanta anni, ma meno, che finalmente può salire alle cronache non come la generazione delle occasioni perdute, quella che paga la crisi permanente, o semplicemente componente di graduatorie che non si esauriscono mai. Tutt’altro.

Giovani, non “bamboccioni”, che hanno in tasca un titolo di studio, che sono stati selezionati sul Web o nelle segreterie dei partiti con una certa attenzione perché il momento lo richiedeva e sotto l’incalzare di parole d’ordine quali “rinnovare”, “cambiare”, “svecchiare”, “rottamare”.

E ce li troviamo in Parlamento, più smarriti di noi che li osserviamo e che sentiamo crescere in noi l’apprensione. Un esercito variopinto di ex indignati che ora, al timone, non sanno quali pesci prendere. Un tipo umano “antropologicamente” altro che segna una frattura ed una ferita. Il “cittadino”, non più “onorevole”, è diverso nel linguaggio, più simile al pendolare che si stupisce di poter viaggiare in prima classe di un Freccia Rossa; un alieno che è capitato là dove non avrebbe mai pensato di poter essere. La politica non l’ha succhiata con il latte, come è stato per le prime tre generazioni dei nostri rappresentanti, non ha frequentato mai una sezione di partito. Anzi! La politica era qualcosa da cui tenersi alla larga ed ora … . Ora deve fare politica. Deve misurarsi con il Paese e le sue attese e le sue necessità e soprattutto con i “riti” del “processo democratico”.

Perché, sarà anche una creative class, ma questa cui sono affidate le sorti della XVII legislatura, è un insieme di biografie che il caso ha fatto incontrare, un coacervo di identità esposte sul crinale dell’innovazione, tra le macerie di ciò che non si vorrebbe più e le fantasie di ciò che non è ancora.

Difficile leggere in questo mutamento di scenario un deja vu col “diciannovismo”, perché nulla, di quello che vediamo accadere sotto i nostri occhi, è riconducibile alle tradizionali forme della rappresentanza: la classe politica della attuale rappresentanza sarà anche un investimento, ma a lungo termine. Per ora stiamo nelle mani di apprendisti.

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Quante volte nella vita, e a momenti alterni sebbene diversi, ci siamo posti la domanda: cosa è il tempo?

La risposta non è stata mai facile, né poteva esserlo, e nemmeno univoca. Perché le circostanze hanno il loro peso, le fasi della vita, i momenti che viviamo o non vorremmo vivere, la gioia, il dolore, l’attesa, la sospensione, le lagrime, il sorriso, l’amore, i figli, la famiglia, l’amicizia: tutto questo è il tempo. Una sospensione dell’anima che a volte ci esalta, altre ci annega, ancora ci incanta, sempre ci ammalia e ci dispera. Il tempo! La vita è il tempo, scorre nel tempo, la viviamo nel tempo, la ricordiamo nel tempo, é come il tempo. E come il tempo, la vita ci sfugge di tra le dita anche quando le serriamo, le chiudiamo, ce le appoggiamo al petto tentando di non lasciare cadere nulla o le portiamo alla testa cercando di non dimenticare alcunché.

Però … Il tentativo fallisce e ci smarrisce, ci proviamo ancora, ma sempre più debolmente. Perché è proprio il tempo a renderci consapevoli dell’impari sforzo, dell’inanità della fatica, e della vanità dell’impossibile tentativo.

Ci arrestiamo, dunque, sulla porta del tempo e aspettiamo che, con il suo battere d’ala, si appoggi alla nostra porta, la forzi, la oltrepassi, oppure la socchiuda appena per farci intravedere come nel tempo tutto si consuma, come la polvere sia una sua traccia, come il filo d’ombra attraversi, penetrandoli, i nostri sogni.

Il tempo, il nostro come quello di altri, è soltanto uno dei tanti possibili modi di tracimare nell’impossibile eternità.

Ci intrufoliamo nel tempo ed anche nella vita degli altri, occhieggiamo per scorgere quello che c’è in essa e che manca nella nostra. Ci arrovelliamo nel tentativo di escogitare un giro all’indietro: il “se” diventa allora la congiunzione più importante.

Le ipotesi che formuliamo sono sempre quelle dell’impossibilità. Sempre avanti con il tempo, mai una seconda possibilità, sempre noi, ma diversi, sempre come Erme bifronti: guardiamo avanti mentre speriamo di poter cambiare ciò che è stato. Speriamo qui , nel tempo, che tutto si consumi oppure duri; ci attardiamo, o ci ostiniamo; ci affrettiamo, oppure ci arrestiamo; acceleriamo, ma anche freniamo. Sempre sull’altalena del tempo: mai piloti, sempre viaggiatori; mai protagonisti, sempre spettatori.

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Martedì, 16 Aprile 2013 15:58

Orientarsi nel caos

 

Partiti sì, partiti no. Due scuole di pensiero: la prima li considera necessari alla democrazia, la seconda, invece, li vede come lo sfilacciamento finale di una storia giunta al capolinea. Grillo ha accelerato il percorso o, forse soltanto, Grillo è il prodotto della situazione giunta al rasch finale. Ma tanto è.

La Sinistra, ci dicono, è come la destra; le case di appartenenza non ci sono più; la base degli schieramenti altro non è che un raccogliticcio di necessità che di volta in volta si schiera. La speranza che il bipolarismo, eredità o sogno delle democrazie anglosassoni, anche da noi si radicasse, ha fatto poca strada. E le elezioni politiche nazionali del febbraio 2012 hanno di fatto azzerato ogni residua possibilità.

Berlusconi, che dello schema bipolare è stato insieme il costruttore ed il demolitore, con un colpo di mano ha azzerato venti anni di storia, che sono stati la sua storia. All’inizio la contrapposizione gli è servita per mettere insieme una alternativa al consociativismo democratico e socialista, ma poi lo ha sacrificato sull’altare delle sue necessità processuali. Un centro destra che ha servito un “padrone” più che una idea di Stato; un centro destra nel quale hanno trovato la “casa” i leghisti alla Bossi, gli ex socialisti sopravvissuti al Raphael, ex democristiani che pur sostenitori della morale cattolica, hanno fatto valere la regola delle tre scimmie (non c’ero, non vedevo, non sentivo); ex eredi del MSI che dentro la casa della libertà hanno condotto a termine la guerra fratricida. Rimangono vecchi gerarchi eredi che si contendono i favori di donna Assunta, l’unica trincea rimasta a difendere la storia di Giorgio Almirante. Questi di oggi non sono che beceri rottamatori.

Allora: partiti si, partiti no. Una impietosa situazione quella dei partiti italiani: nessuno vince, nessuno perde. Un Paese a tre punte che parla dell’esaurimento di una fase, della fine della spinta propulsiva della politica, della paura di trovarsi in un Paese per vecchi e di vecchi: senza storia e senza futuro.

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Martedì, 16 Aprile 2013 15:42

Populisti: l’eterno ritorno

 

La politica per screditare i competitors li apostrofa diversamente, ma sempre usando una terminologia che dovrebbe suscitare riprovazione, determinare una presa di distanza, esprimere un giudizio negativo. “Populista”, “fascista”, “comunista”, sono soltanto una parte del vocabolario con il quale si apostrofano quelli che insidiano il pantheon. Da due decenni, a mò di sintesi e a significare i termini di una presa di distanza, si usa anche il termine “berlusconiano” o “berlusconismo” che non indica l’appartenenza allo schieramento del centro-destra riassunto con il nome del suo fondatore (Sivio Berlusconi), piuttosto una antropologia del tutto nuova, una mutazione genetica che ha dato vita ad un mammifero che ha sviluppato una morale individualista, o meglio, una “ morale che si appartiene”.

Da quando però il M5S ha fatto il suo ingresso a Montecitorio e i suoi “cittadini” si sono issati sugli scranni situati nella parte alta dell’emiciclo, a significare che “osservano, giudicano, condannano”, la parola più gettonata e buttata lì nel bel mezzo del discorso come una accusa infamante, è quella di “populista”. Ognuno nell’immaginario vede il populista come sa, come può, come vuole: un rivoluzionario, un becero antidemocratico, un servitore delle cause perse, un trascinatore, un fanfarone, un pifferaio, un cantastorie.

Grillo, invece, ci ha abituati a qualche altra cosa: il comico sa cambiare i paludamenti e sa anche cambiare registro: si presenta con una maschera, la sua faccia, che sembra disegnata per essere incorniciata dai boccoli bianchi. Il fisico tozzo, ma resistente, si muove sulla scena padrone di un linguaggio sempre offensivo e sempre al limite dell’ingiuria. E non è necessario che l’ingiuria sia quella che è penalmente contemplata. L’ingiuria è nei confronti della democrazia rappresentativa, nei confronti delle sedi istituzionali, nei confronti della tecnicalità che serve alla politica per costruire un consenso organizzato che è quello poi democratico.

Ludovico Incisa di Camerana , nel Dizionario di Politica, nella voce dedicata al “populismo”, sostiene che esso è una “sindrome”, nel senso che caratterizza uno stato d’animo che vibra sotto la spinta di sensazioni ed emozioni. Queste poi diventano pensieri, giudizi, comportamenti. Non esiste una “ideologia” del populismo, non ci sono programmi organici, prospettive e narrazioni di futuro. Piuttosto due convinzioni: il popolo che è depositario della verità (quella che sia) e la struttura che, lo raggira. Il fatto che la verità sia rappresentata dal popolo, significa che il popolo è l’assoluto, l’indiscusso, l’universale: insomma Dio. A Dio si oppone Satana, la forza dell’inganno, del tradimento, del travisamento, della manipolazione. La politica è tutto questo. La verità è incontaminata, vergine, debole, indifesa, mentre il male è furbo, aggressivo. Un lenone che si innamora della bellezza, ma soltanto per sporcarla. Il populismo e i populisti (adepti delle diverse realizzazioni storiche di populismo), in genere sono la malattia che cova dentro il corpo delle democrazie, e nei soggetti collettivi: aspetta che il meccanismo di funzionamento si inceppi per attaccare l’intero sistema portando il corpo al collasso.

Accade anche nella Chiesa che da sempre sperimenta movimenti catartici e pauperistici i quali, col ferro e col fuoco, intendono ripristinare la situazione di iniziale perfezione. C’è un illusione di fondo: quella della decadenza da una condizione di iniziale perfezione ed insieme una idea pessimistica della natura umana: l’uomo corrompe tutto ciò che tocca.

Per questo i populismi non sono uguale ai fascismi, ma la loro anticamera.

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Lunedì, 01 Aprile 2013 17:08

La parola data: quasi un giuramento

 

Quando si dice che l’onore non esiste più. Quando si sostiene che la parola data è un semplice escamotage per prendere tempo. Quando si afferma che ricordare l’onorabilità della propria persona è un semplice tergiversare!:Non è vero. Con l’onore non si scherza, tanto meno con la parola data. Perchè l’onore non è semplicemente una qualità che attiene alla persona come la virtù. Esso infatti permea il contesto dove la persona vive, parla della comunità cui appartiene, descrive un legame sociale tra la persona ed il gruppo.

Non va trascurata la valenza dell’onore e dell’onorabilità soprattutto quando riguarda le istituzioni, gli uomini che le rappresentano, gli Stati dei quali dovrebbero esporre la faccia più bella. Il nostro ambasciatore, a nome del governo italiano, e per la circostanza riguardante la vicenda di due nostri militari accusati dal governo indiano di aver sparato ed ucciso due pescatori durante un’operazione antipirateria, ha sottoscritto con la Corte Suprema di   Nuova Delhi, un impegno che poi lo stesso governo ha rinnegato e tradito. Quando firmava, non rappresentava se stesso, sarebbe stata ben poca cosa, ma uno Stato, una comunità, un popolo che aveva messo nelle sue mani quanto di più prezioso un popolo ed uno Stato posseggano: la forza della rappresentanza delle sue istituzioni. Dopo questa vicenda, il ministro degli Esteri, diplomatico di lungo corso, si è dimesso: ma che importa? Per lui è contato di più il rapporto con i marò che aver impegnato l’onore dello Stato sul piano internazionale. Va da sé che un accordo, gli impegni, i trattati parlano del Paese che li sottoscrive, rappresentano un patrimonio di credibilità, ipotecano il futuro. L’immagine, la reputazione, la qualità dei rappresentanti in democrazia sono la cifra della civiltà di un popolo, esprimono la cultura che lo fonda, indicano una storia che non soltanto guarda indietro, piuttosto si prolunga nel futuro a venire. Se facciamo eccezione dello Stato Vaticano, che vanta la diplomazia più antica e solida del mondo, pochi sono gli Stati che possono dire di non avere macchie. Ma, il fatto è che la nostra fama ci precede: siamo burloni, Arlecchini di professione, improvvisatori e machiavellici quando si tratta di uscire da una difficoltà. Harold Nicolson , autore di una storia della diplomazia internazionale, non ci tratta propriamente bene. Secondo l’autore noi siamo stati capaci di produrre un cambio di paradigma, riuscendo in un piccolo miracolo non basando, in politica estera, la diplomazia sulla potenza, piuttosto la potenza sulla diplomazia. Ora tutto questo è venuto meno: rien de rien. Né diplomazia, né potenza. La nostra arte di negoziatori è naufragata sugli scogli di un rappresentante di un governo che, chiamato a turare falle, ne aperte di altre e ben più profonde. Ci vuole veramente qualcosa di più della libera docenza per essere dei buoni servitori dello Stato perché, invece, per fare i politici basta che ci si trovi al posto giusto quando si ferma la ruota della fortuna.

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Martedì, 26 Marzo 2013 14:33

Ecologismo generale?

 

I temi dello sviluppo, la sua qualità, la sua generalizzazione e diffusione, chiamano in campo la possibilità di uno “sviluppo, come si dice, “sostenibile” che rimanda alla scelta dei campi, alla difesa delle risorse, all’attenzione per un bene possibile. Quale mondo vogliamo? In quale mondo possibile vogliamo vivere? Quale futuro si apre davanti a noi?

Fino a qualche anno fa, nemmeno tanto lontano, i sostenitori di un “ecologismo senza se e senza ma”, erano diventati gli araldi di ciò che non si poteva e dovva fare in assoluto. Numerosi rappresentati del movimento, entrati nelle amministrazioni, bloccavano piani regolatori, progetti di strade, costruzioni di ponti e quant’altro. Ora ci sono dei pentiti anche in questo settore e, al posto degli “ecologisti in assoluto” comincia ad affacciarsi e, ad occupare la scena, “l’ecologista possibile”.

Passato il boom economico, alle prese con la difficoltà della ripresa, davanti ad una globalizzazione dei temi della crisi, anche i fautori di “uno sviluppo alternativo” hanno dei ripensamenti. Si è diffusa la coscienza che le pratiche ambientaliste sono sicuramente a favore della qualità della vita, ma anche che il culto per un passato impossibile da replicare rientra tra quelle cose “di pessimo gusto” , per dirla con il poeta Gozzano, che sarebbe inutile richiamare in vita.

Allora quale la via d’uscita? Occorre rompere il “patto narrativo” che per decenni ha legato il “mito del buon selvaggio” con il “ritorno allo stato di natura”. Occorre inserire in questo paradigma la cosiddetta “narrazione scientifica” fatta di analisi, correlazioni, valutazioni caso per casso. Il tono sarà diverso ed anche la scelta non si giocherà in assoluto tra “questo o quello”. Piuttosto tra “caso per caso”. Una scelta più umile forse, ma più ponderata, più riflessiva, più pacata. Senz’altro più scientifica, quindi più sostenibile.

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Martedì, 26 Marzo 2013 14:25

La crisi: tra implosioni e implementazioni.

 

Questo contributo può dirsi “eccentrico”. Nel senso che è “dislocato” su un versante particolare con l’ambizione di marcare un punto di vista altro rispetto a quello propriamente sociologico. Il contributo si svolgerà, dopo una premessa e due “punti di attacco”, intorno a tre concetti fondamentali: quello di virtù, quello di relazione, quello di progetto pubblico. Seguiranno, infine, le conclusioni.

La premessa comprende concetti come la crisi, parola che a ben guardare è evocativa di significati molto “sfilacciati” e declinati grazie a percezioni personali. La crisi pare aver determinato due implosioni e altrettante implementazioni. Naturalmente le une e le altre si presentano come opportunità di ragionamenti che potrebbero essere, oltre che più complessi, anche più strutturati. La prima implosione riguarda la filosofia del secolo scorso. Questa ha proseguito, senza alcuna critica o verifica di metodo, sulla strada inaugurata da Plotino (ma può vantare anche affinità con Aristotele e Platone), in quanto le emanazioni e le processioni dei fenomeni sociali sono state fatte discendere da un uno considerato “principio” (e non soltanto inizio). Di volta in volta l’uno è stato rintracciato in questo o in quello accadimento, non verificato se non perché dato. Come nella filosofia plotiniana, in certe analisi sociali, politiche ed anche economiche, l’ipostasi, divenuta altro rispetto al principio, ne giustifica gli scostamenti e le aporie. La seconda implosione è toccata agli storicismi del Novecento. Essi si servivano della dialettica per indagare le tappe di un percorso che ci si augurava volgesse, o avesse come miglior risultato, l’unità della diversificazione. Ora le segmentazioni, le frammentazioni, i rivoli di un processo, che appare incomprensibile almeno rispetto a chi lo governa, rivela una necessità del pensiero contemporaneo: la giustificazione continua della eterogenesi dei fini. Che dire del linguaggio che ha coniato il brutto neologismo “glocal” per tentare di catturare i due estremi della presbiopia di una fase di crescita senza sviluppo? Malgrado la filosofia occidentale ci abbia insegnato sin dai suoi esordi a diffidare del linguaggio, delle sue false evidenze, della potenza racchiusa nell’ingannevole trasparenza delle parole, l’esperienza ancora si struttura sulla ripetitività

Si considerino ora le implementazioni. Destra e sinistra, in questa che viene definita “età post-ideologica”, hanno perso la virulenza, o meglio i caratteri costitutivi dell’essere versus, e hanno giustificato il loro punto di origine, che identifica anche il principale loro vulnus, nell’essere per. Proprio per questo il centro è diventato lo spazio policentrico non dei convergenti, piuttosto degli opposti. E in questo senso, ma non soltanto, che i movimenti tradizionalmente riconducibili all’area democratico-cristiana possono incontrarsi con altri riconducili alla destra. Ancora. I temi dello sviluppo e della crescita, non sempre ben identificati – più spesso indifferentemente assunti anche se indicano realtà umane, prima che economiche, diverse – assorbono tutto lo spettro della conoscenza, dell’indagine, del sapere. Insomma: attraggono tutta la realtà.

Ora veniamo a quelli che ho definito “punti di attacco”. Il primo rimanda all’identità, della quale Heiddeger dà la definizione più breve, lapidaria e al tempo stesso reversibile a più contesti: «L’identità non è nel soggetto ma nella relazione» Essa non diminuisce la percezione della soggettività, ma non la declina nella sua auto-fondazione ed esclusività. Sono necessarie le relazioni, ciò significa trovare un luogo, quasi una fisicità alla soggettività, una sua carnalità che si realizza nelle filiere di altre fisicità.

Il secondo attacco, è tratta dalla Caritas in Veritate di Benedetto XVI - impropriamente, o almeno troppo frettolosamente, giudicata una “enciclica economica” -, laddove si legge: «Lo sviluppo è vocazione». Si rende ragione della differenza tra sviluppo e crescita e, più importante da sottolineare, assumendo una sporgenza antropologica che è ontologica, recupera ciò che è alla base dello sviluppo, che lo giustifica, che ne è ragione determinante: la vocazione. Si diventa, grazie allo sviluppo nel suo continuum, ciò che già si è. Ciò diverge completamente dall’idea di sviluppo inteso come “essere ciò che si diventa”. Quindi instabilità, perenne incoerenza, fluttuazione, movimento senza mai una stabilità convergente ad un fine. Se così è, non è condivisibile l’idea che le società, sempre, ogni volta, diversamente devono ridiscutere il modello di crescita separata da quella dello sviluppo. Crescere seguendo l’impulso vitale delle società senza il governo di un progetto, significa far girare a vuoto l’energia, che nella crescita si esibisce come impulso, un posizionamento diverso da quello precedente, ma non allo sviluppo che è adeguamento al fine.

Viene considerato di seguito il terzo “punto d’attacco”: la diversità. Per diversità si intende ciò che è riconoscibile per differenza e sottrazione, ciò che non è omologazione ad un parametro che sottopone l’oggetto misurato allo strumento che lo rileva. Diversità è l’endorsement della crisi come stato di perenne “differente disuguaglianza”. Si considerino ora i concetti fondamentali citati all’inizio del contributo nel senso che si elevano sul Grund costituito dai punti di attacco, ma non sono semplicemente consequenziali. Zigmunt Baumann in Cose che abbiamo in comune scrive che c’è un’illusione che aleggia sul nostro mondo: quella della seconda chance. Ci protendiamo nel tempo senza produrre legami, tanto siamo in attesa della “seconda possibilità”. Ci connettiamo e ci disconnettiamo con un click alla macchina del tempo: passeggeri dell’universo Web, solchiamo l’agorà mediatica, navighiamo il mare delle onde sonore, ci spostiamo in un improponibile ritorno al futuro.

In Passaggio ad occidente Giacomo Marramao spiega come la modernità, per dirla brevemente, sia tutta raggrumabile in questa lotta contro la fisicità, contro la gravità, contro l’attrazione che impedisce di mettere le ali all’essere umano, radicato alla terra. Esempio di una segreta corrispondenza tra i due richiami simbolici della globalizzazione: mundus e globus, espansività e compiutezza. Scrive Marramao:

«Il nodo nevralgico di questo passaggio è costituito dalla possibilità di ridefinire le categorie di modernità-mondo e di società-mondo (introdotte rispettivamente dai sociologi brasiliani Octavio Ianni e Renato Ortiz e dal teorico tedesco dei sistemi Niklas Luhmann) al fine di qualificare il paradosso soggiacente alla logica e alla struttura di una realtà globale che si presenta a un tempo come unipolare e multicentrica: una realtà planetaria, a voler essere rigorosi, non solo policentrica, ma anche multidimensionale. La delicatezza dell’operazione teorica consiste nel fare interagire le due ottiche della globalizzazione e della secolarizzazione per sottrarle a due rischi opposti e speculari: a) il rischio dell’omologazione e dell’unificazione forzosa,[…]; b) il rischio della separazione e della dissociazione, proprio degli schemi interpretativi dualistici […] intendendo il secondo termine come fattore meramente reattivo (sul piano socioeconomico o su quello cultural-identitario) rispetto alla dinamica espansiva della modernità» Per afferrare il senso di questo passaggio occorre prendere atto la rivoluzione silenziosa che negli ultimi decenni ha investito il concetto di natura, che ha asserito allo spazio un ulteriore spessore grazie alla struttura attribuitagli dalla “cultura antropica”. Fino a due decenni fa, la cultura occidentale ha lavorato su due concetti di natura dominanti. Il primo, schematizzando, è riassumibile nel concetto di kósmos: spazio perfettamente delimitato, e in sé perfettamente conchiuso e armonico, ove si giustapponevano, ricorrendo, gli eventi. Ogni rottura all’interno di questa compattezza armonica, era vissuta come ferita, frattura di un ordine che doveva essere ristabilito. Il secondo concetto di natura, dopo l’ordine infranto dalla rivoluzione galileiana-copernicana, assume la natura come “laboratorio”. Accade che gli esperimenti, siano considerati non soltanto possibili, necessari utili: l’ordine va sconvolto, provato, ristrutturato, ricercato grazie all’experimentum: passaggio indispensabile per alzare il velo di maya che copre la natura. L’universum esprime la potenza omologatrice di uno spazio uniforme, matematico, non più qualitativo ma quantitativo e misurabile e la natura, laboratorio, è uno spaccato una sezione ritagliabile ed estrapolabile dello spazio-universo omogeneo. Natura come tempio, natura come laboratorio. Rispetto a queste immagini della natura così influenti e di lunga durata, lo scenario appare oggi radicalmente mutato. Non solo per la rottura determinata da eventi come la relatività einsteiniana e la meccanica quantistica e dai loro sviluppi contemporanei . Ma anche per la silent revolution, per il rivolgimento del paradigma scientifico moderno e che ha fatto ormai la sua irruzione all’aperto, attraverso la funzione egemonica della biologia, delle scienze della vita. L’esito prorompente di questa rivoluzione silenziosa ha posto al centro della scena un nuovo concetto di natura: la natura come codice lo scompaginamento di un altro dualismo tradizionale che aveva attraversato tutto il pensiero antico e poi quello moderno: il dualismo di soggetto e oggetto. E, con lo scompaginamento dei confini, soggetto ed oggetto, uomo-natura sono similari in quanto appartengono allo stesso codice. La biopolitica costituisce il naturale sviluppo di questo passaggio di secolo che rivela anche tutte le contraddizione connesse alla dispersione di sovranità tanto che il riconoscersi è una questione di procedure e sul piano della tecnicalità.

Conclusioni aperte

La dislocazione richiesta dal multilevel systems of government (necessaria, ma non necessariamente positiva) deve tenere conto del fatto che se analoghe sono le forme, diversa è la natura dei soggetti. Quindi è necessario stabilire una continuità, e non una graduatoria, dei livelli. E questo significa che è necessario definire un modello etico e culturale alternativo, che non può essere né schiacciato su uno dei due corni del dilemma (capitalismo ed etica individualista), né tanto meno risolversi in una mediazione compromissoria. Dovrà tornare necessario saldare i diritti alle forme di vita e di esperienza dei soggetti sociali: di donne e uomini concreti, che contribuiscono con la loro prassi a costruire una sfera pubblica politica, capace di collocarsi al di là di Stato e Mercato. Fuori da ogni ossessione identitaria. Senza nessuna nostalgia di reductio ad unum.



 
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Giovedì, 07 Marzo 2013 18:02

Sapere e mistero

 

B. Pascal torna ciclicamente alla memoria recuperando attualità. Le condizioni che lo rendono plausibile col presente, rimandano alla crisi che attraversa il determinismo, alla fine di una concezione della storia che si volge alla sua consumazione, al ritorno dell’incertezza, o del dubbio, nel processo conoscitivo della scienza. La verità appare anche ad essa, alla scienza, un miraggio, o meglio il risultato sempre parziale del disvelamento della realtà che dona con parsimonia i suoi tesori.

Il presente ha i connotati dell’incertezza oggi come sempre, ma se lo scientismo, ideologia del novecento, aveva indotto credere che la parzialità del nostro conoscere fosse soltanto temporanea, il XXI secolo ci regala una sola certezza: la scienza prevede errori e parziali progressi. Però  questo non significa che procediamo alla cieca e che ogni tanto ci imbattiamo nella casualità di una scoperta. Al contrario e per questo torna a farsi strada il convincimento contenuto nell’affermazione di Pascal, ed anche di Niels Bohr, secondo la quale il contrario di una verità profonda, non è un errore, bensì un’altra verità profonda.

E quando la microfisica e l’astrofisica parlano di “due infiniti”, ci torna in mente sempre il Pascal che si interroga: “Che cosa è un uomo nell’infinito? Chi può comprenderlo?” La domanda non ci parla dell’angoscia esistenziale e nemmeno rimanda alla risposta, per certi versi scontata, che la sapienza umana, filosofica, religiosa, danno della vita: un filo d’erba. No. Pascal studia la marginalità della nostra vita rispetto al tutto svelando però che la piccolezza e la fragilità dell’umano nel cosmo, non è né smarrimento né vertiginosa piccolezza. Il nostro gigantismo si rivela proprio in rapporto all’infinità di universi. Questo perché la razionalità di Pascal non si consuma nel dubbio, come quella di Cartesio,ed infatti introduce una casualità interattiva. Vediamola: “Poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate ed immediate, e tutte intrattengono un legame naturale e insensibile che connette le più lontane e le più differenti, ritengo sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, senza conoscere nel dettaglio le parti” . Non si tratta più di applicare pedissequamente il criterio della necessità, come indica Cartesio nel suo “Discorso sul metodo”, perché nel separare tutte le cose per cogliere singolarmente le difficoltà delle parti, si perde la complementarietà che esiste tra le parti. Pascal ha individuato anzitempo, e perseguendo la via filosofica, il metodo della moderna scienza: disgiunzione e congiunzione, semplificazione e complessificazione, antagonismo e complementarietà poiché, secondo la formula pascaliana, “tutte le cose sono causate e causanti”. Anche rispetto alla morale, Pascal ci offre “una regola d’oro” così esplicata:“Applicarsi a ben pensare, ecco il principio della morale”. Ben pensare significa vedere il tutto nelle parti e le le parti nel tutto, conoscere i contesti e riconoscere la complessità, comprendere che c’è una “ecologia dell’azione”. Perchè un’azione volta al male, spezza l’armonia del tutto.

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