Giovedì, 14 Febbraio 2013 17:06

Quo vadis, romana Ecclesia?

Se lo stile è l’uomo, questo gesto rivela un tipo di umanità non comune: la scelta di una kenosi, dello svuotamento di sé e della propria presunta onnipotenza, proprio perché riguarda il Papa, si carica di una profezia indicibile. Il chiacchiericcio del mondo, il politically correct, i cinguettii delle talpe di palazzo, devono prendersi una pausa di meditazione.

Benedetto XVI, che nei suoi otto anni di pontificato straordinario, ha avuto come bussola l’unità dinamica di questione sociale e la questione antropologica, punto strategico fondamentale per la ricostruzione civile e morale del Paese, con questa scelta finale indica piuttosto la frontiera che guarda ad una rinnovata collegialità della Chiesa, al suo spogliarsi volontariamente della condizione divina per assumere quella di servo che ha come cifra interpretativa la debolezza e la fragilità dei bambini. Cui spetta anche la cifra dell’innocenza. Ci si chiede: può un Papa scendere dalla croce? Può un Papa dimettersi come un qualsiasi funzionario? Può un Papa revocare a sé la libertà che aveva donato all’atto dell’accettazione del grande incarico? Benedetto XVI, il più vecchio pontefice regnate dalla morte di Leone XIII (morto all’età di novantatrè anni), detentore di una carica monocratica che non ha eguali nella storia recente e passata, in un attimo ha bruciato secoli di protocolli inossidabili, una prassi canonistica con poche eccezioni in due millenni, ma nessuna uguale a questa presente, pone questioni teologiche sulle quali si affaticheranno le più belle menti ed esperti della materia. Da lontano viene questa scelta e soprattutto dopo l’altra grande scelta fatta da Giovanni Paolo II: quella di rimanere sulla croce mostrando la devastazione del corpo, le piaghe dell’anima, il lungo doloroso addio alla legge del mondo e della vita.

Nessuno come lui si è battuto per l’unità e la trasparenza, nessuno ha compreso la sfida della modernità alla Chiesa, letta con le lenti del relativismo-secolarismo-individualismo-nichilismo, nessuno come lui ha compreso che la centralità della Chiesa è stare nella marginalità della logica del mondo. Rappresentata soprattutto dal potere. Soltanto a Dio si deve obbedienza. Il Dio coltivato nel balbettio della preghiera, nella solitudine del cuore che lo cerca, nelle tortuosità della mente che lo scruta. Il gesto non lascia spazio a rivendicazioni, spunta le tortuosità della curia, impedisce i sotterfugi che si alimentano delle lunghe agonie.

Nel discordo pronunciato da Benedetto XVI nel collegio parigino dei bernardins, durante il suo ultimo viaggio in Francia, vibra tutta la forza costruttiva delle teorie di politica che lo avevano affascinato da giovane studioso, così nella grandiosa allocuzione nel Bundestag di Berlino, ritroviamo tutta la forza dirompente contenuta nel rapporto tra teologia e diritto, mentre nel discorso di Ratisbona, da cui gli venne l’accusa di “superficialità”, tutta la forza di una visione universale della Chiesa che ha davanti battaglie inedite. Sfide che abbisognano di una riserva di forza e soprattutto di una riserva profetica, merce rara di questi tempi. Il Papa Benedetto XVI con un gesto di implicita modernizzazione, ha riaffermato con uno “strappo”, la centralità della guida del vescovo di Roma nella Chiesa universale, ha rivendicato con una cesura l’esigenza e la richiesta di modernizzazione che preserva, paradossalmente il Papa, relativizzando la Sua persona, tutto quello che il successore di Pietro significa nella e per la cattolicità.      

 

La scelta operata può definirsi laica perché distingue tra funzione ed essenza, ruolo e identità/persona mentre esalta la funzione più che la sua sacralità. I simboli di questa funzione, le chiavi di Pietro (che lo facevano mediatore tra il cielo e la terra), la tiara, simbolo del potere pontificio, che fu anche temporale, l’anello piscatoio, che lo rendeva pescatore di uomini come san Pietro, saranno restituiti mentre a Joseph Ratzinger resterà soltanto la mitra, simbolo della sacralità del semplice sacerdozio. Un papa in vita, in carica, ma a scadenza, con l’autorità intatta ma a termine, assisterà al Conclave dal quale uscirà il suo successore cui giurerà piena fedeltà. Due papi cammineranno nel secolo coesistendo in una visibilità eremitica l’uno, pubblica, l’altro. De facto, de iure non più vescovo di Roma, non più papa, Joseph non sarà nemmeno elettore in quanto cardinale che ha compiuto ottanta anni. Come stabilisce il motu proprio del 20 settembre 1970 di Paolo VI, «col compimento dell’ottantesimo anno di età i cardinali: 1)cessano di essere membri dei dicasteri della Curia romana …; 2) perdono il diritto di eleggere il Romano Pontefice e quindi anche il diritto di entrare in Conclave. Insieme a lui, alle ore 20 del 28 febbraio 2013, decadranno, per effetto della decisione di Benedetto XVI, tutti i capi ed i membri dei dicasteri curiali. Manterranno, invece l’incarico, il penitenziere maggiore, il vicario di Rom,a, l’arciprete si S. Pietro e il camerlengo, col compito di amministrare e curare i beni della Chiesa. Del resto la Cost. Apostolica Universi dominici gregis di Giovanni Paolo II, prescrive le norme da osservare in caso di vacanza, per morte del Papa o per una sua eventuale rinuncia della Sede apostolica. Morire da pontefice, infatti, non è un dato rivelato e meno che meno una norma inviolabile: è una consuetudine che ha lo spessore del tempo, non il valore della verità.

 

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Giovedì, 14 Febbraio 2013 17:03

Un gesto di grande giovinezza dello Spirito

                   

                    

 

«… così percossa, attonita/ la terra al nunzio sta…»

Lo stupore generato dalla rinunzia all’ufficio ecclesiastico (secondo la formula del canoni 187-190 del Diritto canonico) di Benedetto XVI, può trovare una eco nei versi di A. Manzoni. Infatti, la notizia fulminea ha attraversato la terra, l’ha percossa lasciandola attonita.

Al Concistoro pubblico, convocato per la canonizzazione dei martiri di Otranto, Benedetto XVI annuncia, la sua estrema decisione leggendo in latino la seguente declaratio: «Carissimi Fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della chiesa.  Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo sommo pontefice. Carissimi fratelli vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la santa chiesa alla cura del suo sommo pastore, nostro Signore Gesù Cristo e imploriamo la sua santa madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i padri cardinali nell'eleggere il nuovo sommo pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la santa chiesa di Dio».

Nel testo breve, ma denso di passaggi carichi di storia anche per il futuro, vanno sottolineate alcune parole chiave:

  1. 1)vi ho convocati a questo Concistoro”: per la sua validità, la rinunzia deve essere presentata all’autorità alla quale compete la provvista canonica dell’ufficio a cui si intende rinunciare. In questo caso, e trattandosi del Papa, la scelta del modo è sottoposta alla Sua valutazione, purché sia manifestata debitamente (rite) ed in modo “esterno e formale”: il Concistoro è una circostanza pubblicaci presenziava il Collegio cardinalizio di stanza a Roma;  
  2. 2)la decisione è di “grande importanza per la vita della Chiesa”: la scelta dell’aggettivo “grande” sottolinea la portata della decisione mentre la riconduce entro il legittimo contesto sottolineando le debite proporzioni delle conseguenze che sono nella misura di “grande”, cioè: “eccezionale”, “rilevante”);
  3. 3)“dopo aver esaminato la mia coscienza”: un passaggio d’obbligo, ma non semplicemente dovuto. Esso sottolinea la “piena libertà” con la quale la decisione è stata assunta (“dopo aver esaminato la mia coscienza” che, come già il Papa ebbe a dire, “è istanza ultima”, “foro interiore”) condizione questa richiesta dal canone 332,§ 2 del Codice Diritto Canonico (CIC). Il canone enuncia un principio nella esposizione chiaramente ricordato: il Pontefice accetta liberamente il suo ufficio e liberamente può rinunziarvi per una causa giusta e proporzionata, come richiesto espressamente dal can 187 (“sano di mente” e non “per timore grave incusso ingiustamente…”);
  4. 4)sono pervenuto alla certezza”: sottolinea la capacità d’intendere e di volere, una condizione pretesa “ipso iure naturae” per la validità di ogni atto giuridico;
  5. 5)per esercitare in modo adeguato il ministero petrino” cui è necessario “anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo”): questo passaggio completa le condizioni che presiedono alla rinuncia di un ufficio ecclesiatico legittimamente conferito. Tra esse, come detta il canone 187, figura la “giusta causa” fondata su elementi soggettivi (necessità ed esigenze del titolare, sue particolari condizioni ecc.), e su elementi oggettivi (concernenti lo stesso ufficio, le necessità della Chiesa ed altre circostanze esterne);
  6. 6)“ben consapevole della gravità di questo atto”: questo passaggio, quasi a conclusione, serve a sottolineare la consapevolezza della “gravitas” della decisione che, inappellabile ed atto unilaterale, estende gli effetti su tutta la Chiesa. Per comprendere bene il significato della scelta del vocabolo “gravitas” dobbiamo andare a leggere il canone 189 §2 ove “gravitas” sta per “proporzione”. Come dire che il gesto è proporzionato alle conseguenze ad esso collegate. Per comprendere bene il significato teologico di proporzionalità richiamato, dobbiamo leggere il passo della Lumen Gentium (n. 18,2): “nella comunione ecclesiale esistono legittimamente le Chiese particolari con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime, ed insieme vigila affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto serva ad essa”. Significa che l’autorità suprema del Papa può agire da sé, senza il consenso del Collegio entro il quale pure il Romano Pontefice esercita un potere personale (seorsum) e collegiale. Va da sé, allora, che la vicenda di Celestino V e del suo dantesco gran rifiuto, non è un precedente che può offrire un riferimento con la decisione di Papa Benedetto. Infatti, le condizioni di potere politico e di violenza di quegli avvenimenti lo escludono in quanto mancò allora una condizione essenziale ad liceitatem del gesto di Celestino V: la libertà. Senza sminuire il fatto che la rinuncia di Celestino pose a tema problemi teologici che ancora oggi conservano un loro pruderie intellettuale. Vediamoli. I cardinali Giacomo e Pietro Colonna (anche se soltanto per appoggiare un loro specifico interesse) affermarono pubblicamente e per iscritto che la rinuncia di Celestino e l’elezione di Bonifacio erano invalide. Tra i loro argomenti, il più importante si richiamava ad Innocenzo III, il papa che aveva rivendicato per sé il titolo di “vicario di Cristo”. Una sua decretale affermava che il vincolo tra un vescovo e la sua Chiesa può essere sciolto solo da Dio o dal sommo pontefice, che agisce in luogo di Dio; e poiché il Papa è il vice di Dio in terra, nessuno può assolvere lui dall’unione sacramentale con la sposa di Cristo, se non Cristo stesso con la morte, quando lo ritiene opportuno. La parte avversa alla tesi dei Colonna opponeva, per sostenere la legittimità delle dimissioni, episodi celebri del passato come quello del papa Clemente nominato da parte di Pietro vescovo di Roma, mentre questi era ancora in vita.

Ma anche si discusse, allora come oggi, se l’infallibilità connessa al ministero petrino (costituzione dogmatica Pastor aeternus, Concilio Vaticano I, 18 luglio 1870) potesse essere a termine. Detta più esplicitamente: i doni dello Spirito sono revocabili? Alcuni teologi, come Vito Mancuso, sulla scorta di H. Küng, suggeriscono di sostituire il concetto “infallibilità” con quello di “indefettibilità” tenendo ben presente che l’indefettibilità della chiesa consiste nel fatto che essa non verrà meno nel corso dei secoli in forza della promessa di Cristo. Quindi:

• essa attraversa i secoli custodendo la memoria di Cristo nell’attesa del Regno;

• essa deve annunciare il Regno, mantenendo viva l’attesa escatologica;

• essa deve costituire una costante prolessi del Regno, per dare alla storia umana la dimensione dell’eterno, nonché per tenere viva, tramite i sacramenti la presenza del Signore risorto.

Mentre, l’infallibilità della Chiesa (che è un caso particolare dell’indefettibilità) consiste nel permanere (ovvero l’indefettibilità) dell’autenticità dell’atto di comunicazione della fede.

Ci sembra piuttosto che il gesto attuale abbia una portata diversa in quanto desacralizzando il potere, riconsegna la storia della Chiesa al Padre quasi a sottrarla, mentre ve la rimanda, alla contingenza storica e alla caducità umana. Soltanto da questo punto di vista varrebbe la pena fare una riflessione che mirasse alla sostanza e, poiché non vi saranno cerimonie funebri, riflettesse sulla difficoltà del discorso de eligendo pontefice (nel quale si elencano le istanze da affidare a chi sarà eletto in conclave), che potrebbe essere influenzato dal rapporto del cardinale che lo pronuncia col Papa uscente (o piuttosto: “emerito” o semplicemente “ex” ).

 

 

 

 

 

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Mercoledì, 06 Febbraio 2013 16:52

Una rabbia che parla di indignazione

 

In questi due ultimi anni, nei quali la crisi è incrudelita, le immagini di quanto avveniva in Paesi a noi vicini soltanto oltre il Mediterraneo, hanno fatto dire ai sociologi e commentatori politici che, in Italia, tutto sommato le cose vanno meglio. Il termometro che ha misurato la febbre sociale, è quello della mancanza di manifestazioni, di agitazioni popolari, di fenomeni canalizzati dello scontento di massa. Eppure, l’Italia ha costituito un caso di scuola negli anni settanta riguardo a fenomeni di massa che fecero a pezzi l’immagine di un Paese almeno riguardo la governabilità. La politica cavalcò, allora, il “dissesto” come ora cavalca “il silenzio”. Così alcuni sostengono che nel nostro Paese, in fondo, la situazione non è malaccio, che la crisi, che altrove morde, qui ha trovato la sponda del risparmio, della famiglia, del Welfare. Insomma: un Paese nel quale ancora i ristoranti la sfangano, le agenzie di viaggio non abbassano la serranda; i marchi doc macinano affari. La storia, come ci viene raccontata, è quella sintetizzata dal “pollo di Trilussa”. E poiché la rabbia è silente, dato che manca lo sfiatatoio della rivolta e le piazze non sono vocianti, la crisi da noi non fa storia. Anzi: non ha storia. Tutti ci fanno i complimenti: siamo stati bravi, abbiamo ingoiato una medicina amara, e nonostante una classe dirigente dissennata, il Paese reale ha dato prova di maturità. Le cose non stanno così. Se gli osservatori di fenomeni sociali si piegassero a leggere lo stato d’animo del Paese, si renderebbero conto che qualcosa di più profondo è introiettato nell’animo degli italiani. La rabbia dei nostri giovani si sfoga sul Web; la violenza, che si sfoga nell’assalto corpo a corpo, trova nelle donne la parte più fragile; il malessere, di quella che un tempo era la classe operaia, sembra inerme davanti all’individualismo di un certo capitalismo nostrano. Un silenzio che fa paura, una invettiva che chiede di essere decriptata, populismi sciatti, da piazza e di piazza, a volte scurrili, che intercettano la rabbia senza interpretarne le richieste, sublimano in decibel un disagio, la protesta, la denuncia. Un’ira tradotta in grossolani calembour, o invettiva piena di odio. Anche in TV si celebra l’indignazione che produce businnes, mentre sui giornali contribuisce ad aumentarne le tirature. Si tratta di paura senza voce quella degli Italiani, che parla di profondità, di una collera sminuzzata in tante singole collere che non si incontrano. Apparentemente senza frutto o costrutto. Eppure malgrado non appaia, l’Italia non ha smesso di indignarsi.

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Edgar Morin sostiene, e non a torto, che “tutte le crisi dell’umanità planetaria sono crisi cognitive” e per questo invoca una riforma del “pensiero”. Una bella proposta fatta a quanti, al contrario, pensano che tutte le crisi che ha attraversato il pianeta, sono di natura economica. La tesi della ipertrofia “globalizzata” del pensiero, dalla quale Morin profetizza una involuzione del pensiero e la sua riduzione a strumento pratico, è capovolta da quanti, invece, assumendo la “globalizzazione della conoscenza” come un fattore positivo, ne danno una lettura positiva. Essa prova la prova falsità dell’opinione e depone per una positiva e ragionevole aspettativa di miglioramento.

Assumendo il punto di vista edgariano, è proprio la vastità del sapere che rende difficile sopportarne il peso e quasi impossibile la possibilità di gestirlo al meglio. Troppo grande, troppo diffuso, troppo pervasivo, troppo esteso da non sentirsene schiacciato, sopraffatto, appesantito. Un individuo da se soltanto non può immagazzinarlo, gestirlo, sfruttarlo e la rinuncia, o la passività, sembra l’unica risposta possibile. La rinuncia, che è anche dichiarazione di impotenza, determina il rifiuto, in partenza, ad accettare la sfida del sapere, dell’apprendere, del conoscere tanto che la sana ignoranza, o piuttosto, il benefico buon senso, può risultare più utile nella vita della rincorsa, impossibile, a immagazzinare conoscenze. La loro indisponibilità misura la sproporzione del compito e denuncia un esito scontato. Ma c’è di più. La consapevolezza di questa dismisura nel presente, si accompagna con il dominio della tecnica: è sempre più evidente che non siamo noi ad adattare la tecnologia alle nostre esigenze, ma al contrario è la tecnologia che ci cambia.

Per la prima volta nella storia, l’uomo contemporaneo è testimone di una contraddizione: le società sviluppate e articolate, davanti alla complessità del conoscere, cercano la semplificazione, la semplicità, la linearità della conoscenza. E laddove il pensiero richiede il controllo di ogni attività, il dominio di una metodologia analitica, il possesso di potenzialità cognitive, il governo degli elementi di cui si tratta, per brevità e semplificazione ci affidiamo al cosiddetto “pensiero breve” che riduce la complessità, sacrifica entro i limiti di una sintesi forzata, rimpicciolisce nelle funzioni originarie. Questa è la comunicazione digitale che perde di vista il suo obiettivo originario e diventa un modello usato per relazioni brevi, veloci, immediate. Il mondo parcellizzato delle nostre conoscenze, raggruppate disordinatamente e frammentariamente acquisite, produce una “ignoranza” globale: che non riguarda più quello che siamo piuttosto rimanda a quello che non sappiamo, descrive un limite. Il pensiero “debole” , “breve” parla per lemmi, incrocia simboli, si accorcia piuttosto che distendersi e l’analfabeta adulto è colui che è convinto di possedere tutte le competenze richieste dal proprio tempo e dal proprio ruolo sociale, in quanto sa usare il compiuter, decifrare i messaggi, leggere il giornale, comunicare con i contemporanei su una lunghezza d’onda soltanto longitudinale. Grillo ha compreso tutto questo anzitempo e si è costruito un “esercito” personale, guida una pattuglia arrabbiata e disponibile, tiene saldo il timone di un numeroso popolo di revanchisti che, delusi dalla politica, si affidano ad un demiurgo. Sono i cognitivi digitali che credono di poter costruire la democrazia schiacciando un tasto; che per ovviare alle procedure, che presiedono alla costruzione del consenso, eliminano ogni intermediazione; che perseguono la modalità meno faticosa di una ritualità ripetitiva che non richiede dibattito, confronto, dialettica. L’atrofia del pensiero, la sua impermeabilità alla complessità del presente, appaiono come l’unica via di fuga all’incertezza dolorosa che è cifra del vivere in un tempo caratterizzato da contraddizione e dubbio.

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Mercoledì, 06 Febbraio 2013 16:33

Oltre il darwinismo ed il creazionismo di maniera

 

                     

Thomas Nagel, tra i maggiori filosofi americani, professore di filosofia e diritto alla New York University, continua a stupirci. In Mente e cosmo. Perché la concezione materialista neo-darwiniana della natura è quasi certamente falsa (Oxford University) sostiene che l’ipotesi darwiniana sull’evoluzione del cosmo, non regge alla prova dei fatti. Nagel non si è convertito, si dichiara ancora ateo, ma un ateo senza pregiudizi quando si tratta di spiegare l’esistenza della coscienza, del sapere, dei valori.

Infatti, non esita ad affermare che, nella polemica tra evoluzionisti e creazionisti (sostenitori dell’esistenza di una mente creatrice intelligente collocata fuori del mondo), pur non schierandosi con questi non ne sottovaluta le ragioni. Esse riguardano l’impossibilità degli evoluzionisti di spiegare come possa emergere l’intelligenza dalla materia; o come si renda fortemente presente la coscienza nella vita biologica dell’essere vivente; ed anche come sia possibile che elementi inorganici siano presenti o vengano generati da elementi organici. Secondo Nagel, i riduzionisti (tutto è materia, la materia spiga la materia, tutto ritorna alla materia) non riescono a rendere ragione del come e del perché la coscienza e l’intelligenza giungano a livelli di espressione sempre più astratti, sempre più immateriali, sempre più dislocati sull’infinito piuttosto che sul materiale finito. Sarebbe un errore assumere le riflessioni di Nagel come una critica al darwinismo, perché il suo scopo è diverso: il filosofo vuole proporci l’idea di una scienza più ampia. Facciamo un esempio. Se fin qui la scienza si è limitata a dare ragione della causa (A è causa di B), ora ambisce a spigare ed ad individuare anche il fine: A è ragione di B perché lo scopo è C. Applicando il ragionamento all’uomo, significa che questo ha sviluppato una massa cerebrale superiore agli altri primati perché era parte di un processo orientato verso un fine, quello di avere una coscienza, di sconfiggere la brutalità dello stato di natura. Nagel si fa sostenitore di una scienza che costruisce il proprio paradigma diventando anche “scienza dei fini” (teleologica) che è come dire che la scienza non si costruisce soltanto attorno alle cause efficienti. Ora, la richiesta di una scienza più ampia è un vasto disegno che giustifica come si può fare filosofia senza la scienza, ma non contro di essa. Ci fa piacere che anche un filosofo come Nagel si sia incamminato su questa strada e, senza indulgere ad una fin troppo facile polemica, vogliamo ricordare che già Aristotele, passando per Tommaso, avvertiva come ignorare l’ordine che presiede la natura dimostra che si perde di vista l’insieme col risultato di ricondurre la scienza soltanto allo studio delle funzioni.

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Mercoledì, 06 Febbraio 2013 16:09

La scelta di servire

 

I cristiani sanno che, pur essendo un privilegio donato dalla fede, devono continuamente scegliere di divenirlo, cristiani si intende, per fare in modo di poter continuare ad esserlo. Questa scelta, o rischio o scommessa, comporta l’anticonformismo come habitus mentale. Infatti, uscire dai luoghi abituali della convenienza, abbandonare il porto sicuro dei criteri dominanti, allontanarsi dall’ambito di ciò che tutti pensano, è una prerogativa del cristiano. Basti, a mò di esempio, una semplice osservazione. Il fatto che il cristiano ripone la sua piena fiducia nel “Figlio del Dio vivente, rivelatore del Dio invisibile”, sta a significare che è continuamente dislocato oltre l’apparenze per cogliere la vera consistenza nascosta nei “semi” che il tempo coltiva e nello stesso tempo continuamente nasconde.

Siamo dentro un travaglio storico che interpreta e colloca le speranze dell’uomo sempre un pochino più in là, oltre il presente, tanto che la vita diventa quasi un fragile sentimento, una emozione ed insieme un assillo. Di là dal rumore del mondo, il cristiano soppesa la “convenienza” del credere misurandola con le parole esili, ed anche ingannevoli, della politica che non si cura di suscitare speranze alle quali non potrà dare risposta. Fa parte del rumore del mondo, anzi lo rappresenta in quanto lo balbetta, il vocio della politica che coltiva in sé, e da se stessa, l’antipolitica quando si espone all’inganno, si misura con le difficoltà assegnandosi un ruolo centrale e definitivo, quando non purifica lo sguardo sulla realtà col considerare le priorità, per affinare le soluzioni, col vagliare i compiti volendoli commisurare ai mezzi. Ci sono momenti in cui il parlare con parole di verità significa dare all’uomo quanto a lui spetta; significa renderlo libero; significa porlo nella condizione di poter scegliere in piena avvertenza.

Per molti, direi per tutti, i riti della democrazia sono o un fastidio o una liturgia inutile malgrado vadano celebrati. Ma riflettiamo: quali le conseguenze del gesto? Quale la responsabilità connessa? Quali le conseguenze che non ricadono semplicemente sul singolo, ma sulla intera comunità? Di quale passaggio della storia del Paese siamo protagonisti? Quale futuro vogliamo? E tanto, ancora, che riguarda un intero del quale noi non siamo semplicemente parte. La democrazia è questo: uscire dal numero primo per diventare lo zero che aumenta l’unità.

Dunque la comunione è il tema della democrazia ed anche l’apertura alla novità, che continuamente si schiude davanti a noi come possibilità, ed lo stare dentro al travaglio storico delicatissimo e complicato. Per questo la democrazia, come la politica, è un tema etico tanto che partecipare è un dovere irrevocabile soprattutto se inseriamo le nostre scelte nel quadro che contiene tutta la vita civile.

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Roger Scruton, il filosofo che si autodefinisce un “conservatore”, segue la strada della speculazione filosofica ricominciando dalla filosofia del giudizio, della quale l’estetica è il filo conduttore. Afferma che l’arte del “giudizio estetico” ha un fondamento razionale e questo lo pone in linea di successione diretta con Kant.

Il giudizio estetico e quello teleologico sono due specificazioni di quello che Kant chiama giudizio riflettente che, a differenza di quello determinante (proprio della conoscenza scientifica, quindi sottoposto ad una regola universale predefinita che sussume il particolare) è quello in cui non può essere mai data una norma universale predefinita, ma corrisponde ad una esigenza propria della soggettività trascendentale (trascendentale nel senso di posto a priori , quindi universale e necessario), di ammettere un ordinamento intrinsecamente finalistico nel mondo della natura. Se questo giudizio è soggettivo (in senso “trascendentale”, in quanto non ha alcun fondamento in un concetto), ha anche una sua universalità perché non è determinato da condizioni empiriche, bensì dipende dalla struttura a priori delle nostre facoltà conoscitive.

Anche Scruton segue questa linea quando sottolinea che, malgrado non si possa prescindere dalla nostra soggettività, è possibile formulare giudizi che non siano contra rationem e, quindi, giudizi imparziali. Come dire “universali”. Essi sono quelli che nascono dallo sguardo “compassionevole” perché il mondo è molto più grande ed importante di noi. Dice: “se si fa propria questa attitudine, allora il giudizio torna ad essere possibile e sensato”. Le conseguenze sono rilevanti e non soltanto sul piano dell’etica: essere compassionevoli implica infatti uno sguardo piegato sull’altro, compenetrato, trapassante, interstiziale: un farsi intimo dell’altro, dimenticandosi. Dunque, non soltanto sul piano dell’etica, suggerisce Roger Scruton. Infatti, quando riconosciamo il valore della legge, anche se emanata da uomini, in realtà le annettiamo quasi valore assoluto, un “comune proseguimento del giudizio vero”. E la verità, in questo caso, è la ricerca della vita armonica. Indulgere ai propri istinti, mettere in pericolo l’armonia che è insita nel buon vivere, avere una idea della libertà che è radicalmente solitaria (in quanta piantata sull’io), significa cancellare dal novero del possibile che possano realizzarsi “relazioni creative”.

Invece lo sguardo compassionevole, recuperato da Eliot, implica una considerazione: la società non è frutto di una necessità (Hobbes), bensì lo smascheramento, in termini razionali, del “completo non senso” della solitudine. “Il comune perseguimento del giudizio vero” , cui tutti aneliamo, esige che quando cerchiamo qualcosa in comune, mettendo da parte le pulsioni individuali, quando assumiamo il punto di vista dell’altro, scopriamo che il significato più profondo della vita umana è la ricerca dell’armonia.

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Martedì, 29 Gennaio 2013 16:38

La “farmacia” di Platone

 

Vivere di politica, non poterne fare a meno, ricorrervi come ad una panacea: non è il male del secolo. E’ piuttosto lo stato di necessità che descrive la condizione dell’uomo in società. Essa mostra una incontrovertibile verità: l’altro è per ciascuno non semplicemente un nostro simile, ma un “uguale”. Nasconde profondità non del tutto esplorate, sentimenti oscuri che non sa dominare, un coacervo di pietà e di violenza che, quando non trova una via di uscita esterna, si ritorce contro il suo stesso essere. L’uomo ha paura di se stesso e dei tanti altri come lui: di qui il bisogno della politica. Un pharmákon , una medicina che intossica, un veleno che guarisce.

La indiscussa centralità della politica, celebra i suoi fasti trionfi nel periodo elettorale perché deve competere su due fronti contrapposti: quello dell’antipolitica e quello degli avversari.

Se sconfigge l’antipolitica, che raccoglie il popolo del non voto, rischia di portare acqua al mulino degli altri competitors. Nel contempo, se sconfigge i competitors si trova, anche in caso di vittoria, a dover gestire lo scontento del paese reale che potrebbe non accompagnare gli esiti del buon risultato.

Ecco allora che la politica deve per forza inventarsi, fare incursioni nella fantasia degli altri, interpretarne i desideri, costruire un immaginario dove quello che si spera diventa possibile. Nóstuo lathéstai, “dimenticare il ritorno”, quello alla realtà sostando nelle verdi praterie dell’illusione. Così accadde anche ai compagni di Ulisse che, mandati in avan scoperta presso i Lotofagi, trovatoli insospettabilmente ospitali (il frutto del loto fece la sua parte), non ne volevano più sapere di Itaca che appariva un miraggio lontano. Il nóstuo lathéstai è, fra le molte avversità incontrate da Ulisse, è descritto da Platone come un principio di degenerazione dell’individuo e segna il passaggio dall’uomo oligarchico all’uomo democratico. La “dimenticanza”, il “lasciar cadere dalla mente” è il “loto” della politica. Per questo, smessi i panni della concretezza, eiréne (pace), aidós (rispetto reciproco), eunomía (una buona legislazione), aphtonía díkes (la giustizia non invidiosa) sono soltanto parole d’ordine. Mai una technai. Platone (Leggi IV, 713 c-d) spiega molto bene come nella politica non vi sia nulla di naturale, né ancor meno di divino: si fa ricorso ad essa per paura e, nello stesso tempo, perché il cor inquietum non può rinunciare al sogno. Come altrimenti potrebbe sopravvive alla delusione, all’inganno, alla tracotanza, alla miseria, all’invidia etc degli altri ed alla propria? Infatti «nessuna natura duomo è capace di governare tutte le cose umane con potere assoluto senza riempirsi di tracotanza e di ingiustizia». Ecco perché, l’utopia, il sogno, la illusione che tutto sia nelle nostre mani diventa la “lunga ombra del vero”. L’antipolitica è l’amante deluso che dice “non amerò più”, “non toccherò più” quelle sponde, “mai più sarò tanto ingenuo”. Ma quel “mai” si infrange sullo scoglio del cor inquietum che “sempre” vuole amare, sempre cerca uno scoglio, sempre si acquieta all’inganno.

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:31

Primum: vivere da uomini

 

 

 

                

Primum: vivere da uomini

 

C’è in giro una ideologia, quella della mondializzazione, che tenta di giustificare la prevalenza, anzi l’imposizione, del globale sul locale. Questo vale non soltanto per le circoscrizioni geografiche, ma anche per i popoli, cioè le persone. Il più grande prevale sul piccolo, il potente sul debole, i molti sui pochi. Avanza, e questo di per sé non è necessariamente un male, la forza dei numeri: vale per l’economia, vale per la numerosità delle popolazioni, vale per le culture più aggressive. E’ la mondializzazione bellezza che, se per un verso, rimpicciolisce il mondo, azzera i confini, elimina le barriere , per un altro aumenta le disparità o meglio indica un modello, come dire una mono cultura, cui uniformarsi. Guardare da un punto di osservazione più alto e osservare il più esteso, dovrebbe significare acquisire una conoscenza critica” in quanto strutturata sul confronto, il paragone , le differenze. Invece la mondializzazione, che non è sovrapponibile tout court alla globalizzazione, intende uniformare, appiattire, modellare, Come se la rivoluzione copernicana non avesse più chance. Quella rivoluzione che, mostrando la sfericità della terra, faceva comprendere come con un colpo d’occhio non si potesse afferrare il tutto, che anche il sole era costretto, per mostrarsi e mostrare, fare il giro del convesso e che anche noi, volendo osservare dall’altra parte, dovevamo “incurvarci”.

La difficoltà nasce dal fatto che il potere, o l’egemonia, assunta dalla economia, ha fatto che all’interno della stessa griglia concettuale vengono ricondotte, come specifiche applicazioni, anche molte dinamiche di realtà che non possono essere ricondotte, per complessità e tipicità, ad uno schema di processo precostituito: quello economico. Questo si regge sul “mercato” che detta il suo modello economico, chiede adattamento, esige omologazione. Essa è la vera ideologia del XXI secolo, nel senso che governa i processi anche quelli democratici, che di per sé sono simbolici e quindi “astratti”. Credere che il progresso sia infinito, che per agevolarlo occorre considerare l’inesistenza di un “limite”, accettare che vivere significa consumare, che i veri beni sono soltanto quelli che si possono “commerciare”, significa obbedire ad interessi che non sono quelli “quelli dell’universo antropico”.

C’è nell’ideologia del mercato, un fraintendimento di fondo: che deriva da un pensiero debole perché avulso da una riflessione autonoma, profonda ed argomentata. Piuttosto, ci si accontenta di una riflessione meccanica, di una applicazione ripetitiva, mentre su un versante marginale restano “principi di universalità” sui quali il XX secolo credeva di aver raggiunto un punto di non ritorno: tolleranza ed uguaglianza. Un binomio che sintetizza l’autentico sviluppo, stabilisce un criterio di validità, globalizza l’umano.

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Sabato, 12 Gennaio 2013 14:29

La trasgressione di Dio: la croce

 

 

                           

La trasgressione di Dio: la croce

 

Nel confronto tra atei e credenti, l’argomento più spesso tirato in ballo è: fidarsi di Dio, fondarsi sulla sua legge, concedergli la parola definitiva significa rinunciare ad ogni giudizio critico individuale. Poniamo allora la questione in questi termini: è possibile un giudizio su ciò che è bene o male, (perché questo importa, rispetto a quanto dobbiamo o non possiamo “fare”, e non soltanto per noi) , se non si pone, in quanto ciò che possiamo chiamare bene/male? Che esprime come io stesso, posso diventare il giudice delle mie azioni.

Nella visione biblica l’uomo è chiamato a fidarsi di Dio. Questo perchè non è in grado di compiere atti liberi, ragionevoli, responsabili? Per cui “abbandonarsi alla volontà Dio” è per l’uomo la resa definitiva ed estrema?

Le cose non stanno proprio così, anche se nella Bibbia l’uomo è chiamato all’obbedienza: “non mangerai dei frutti dell’albero”. La stessa cosa accade nella legge, a dire poco impietosa, dell’io categorico di Kant. Il suo “devo” è richiesta di un fare necessitato da qualcosa o qualcuno esterno a me.

Ma, per tornare alla Bibbia, e per capire bene cosa l’autore sacro dice, c’è una successione tra l’ingresso o la conquista della piena maturità da parte dell’umanità (Adam)e la donazione della legge (Berith) che è successiva all’Esodo. Cosa significa? L’esodo è un peregrinare nella deprivazione totale per circa quarant’anni, in fuga dal passato, gli inseguiti sono memori della schiavitù che diventa piuttosto un miraggio (la pentola di cipolle che bolliva sul fuoco in terra d’Egitto), spinti in avanti senza sapere verso dove. C’è uno stato di povertà più simile a questo? In cosa consiste la vera povertà, se non nel fare conto soltanto sulle proprie forze? Nel deserto ciascuno può essere se stesso, sperimentare la vigoria del proprio corpo, di quella del pensiero capace di soluzioni, proteso nell’attesa del cambiamento. Invece, finalmente libero, senza dover impastare i mattoni per i figli del Faraone, l’ebreo si scopre errante: può fare di sé ciò che vuole, scegliere una destinazione piuttosto che un'altra, cibarsi o lasciarsi morire, tornare indietro o proseguire, scegliendo un improbabile, ma possibile, futuro. Come si vede, non c’è condizione estrema che non contempli la libertà. Il quesito è: libertà, quale?

Dio non si impone come necessario, sta ai due estremi della strada tanto che anche tornare indietro significa capire ciò che non si vede. Ma per veder occorre trasgredire. Trasgredire la legge degli uomini, che è quella della necessità, per poter vedere la legge di Dio che manifesta appieno i limiti di una libertà materiale.

Infatti il paradosso della libertà di Dio è la croce: il giudizio di Dio (Cristo) viene “giudicato” nell’uomo, e nell’uomo messo in croce. Dio si lascia giudicare. Questo è paradossale anche per le ragioni della ragione: le ragioni di chi crede e di chi non crede rimandano tutte alla figura della croce. Se per gli atei la crocifissione è la sconfitta della divinità che certifica la “morte di Dio”, per i credenti la “crocifissione di Dio” certifica la sua divinità. Non fuori della storia degli uomini, ma inchiodato per darci la capacità di vedere, quindi di giudicare dopo aver visto. Non alla cieca.

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