Venerdì, 12 Maggio 2017 00:00

5 letture per resistere

5 letture per resistere alla post-verità

Dopo le ultime proposte per combattere le bufale potrebbe essere d’aiuto leggere qualche libro dedicato al pensiero critico. Ve ne consigliamo 5

di Stefano Dalla Casa

Perché noi italiani chiamiamo fake news quelle che sono sempre state bufale? Questo è uno dei tanti misteri a cui storici del futuro dovranno rispondere cercando di dare un senso all’epidemia mondiale di articoli dedicati alla mitologica post verità cominciata la scorsa estate.

Nelle ultime settimane il nostro paese si è dimostrato ancora una volta all’avanguardia in quanto a soluzioni innovative a un problema che, prima del forestierismo, non è mai stato esattamente al centro dell’agenda: da chi vorrebbe dare all’Unione Europea l’autorità di rimuovere le bufale in Rete e sanzionare gli autori alle giurie popolari che dovrebbero stabilire quando una notizia pubblicata da un giornale è falsa, fino ai giornalisti che vorrebbero vietare l’anonimato, il 2017 si preannuncia un anno piuttosto movimentato.

Tornando seri, è comunque improbabile che esista una pallottola d’argento per elevare la qualità dell’informazione (dentro e fuori dalla Rete). Per esempio, all’alba della vittoria di Trump una delle narrazioni prevalenti è stata affibbiare la colpa del risultato alle bufale on line e alla popolarità che grazie ai social network queste possono guadagnare rispetto a contenuti veritieri. Che l’avanzata dei populismi sia davvero (solo) colpa di discariche xenofobe come Breitbart e siti acchiappaclick è tutto da dimostrare, tuttavia Facebook e Google hanno rapidamente promesso (di nuovo) di impegnarsi a contrastare la diffusione di questo tipo di contenuti.

Ma delegare l’esercizio del senso critico a queste società e ai loro algoritmi è davvero una buona idea? Persino il fact-checking non può essere da solo la soluzione a questi problemi.

Secondo gli autori di un preoccupante studio dell’università di Stanford sarebbe necessario insegnare il senso critico già a partire dalla scuola dell’obbligo, ma nel frattempo tutti, giovani meno giovani, potremmo provare a partire dai fondamentali leggendo (o rileggendo) qualche libro dedicato al pensiero critico e alla sua non sempre facile applicazione.

Il mondo infestato dai demoni
Il libro più famoso dell’astronomo e divulgatore Carl Sagan è Il mondo infestato dai demoni – La scienza e il nuovo oscurantismo (1996), una raccolta di riflessioni sulla scienza e il suo posto nella società. Scrive l’autore:

“I valori della scienza e della democrazia concordano, anzi in molti casi sono indistinguibili. Scienza e democrazia hanno avuto origine – nelle loro forme civilizzate – nello stesso tempo e nello stesso luogo, ossia nell’antica Grecia, fra il VII e il VI secolo a.C. La scienza conferisce potere a chiunque si dia la pena di impararla (anche se a troppi è stato sistematicamente impedito di farlo). Essa prospera sul libero scambio di idee, che ne è anzi una condizione indispensabile; i suoi valori sono antitetici al segreto. Essa non ha alcun punto di vista speciale o alcuna posizione privilegiata. Tanto la scienza quanto la democrazia incoraggiano opinioni non convenzionali e discussioni vigorose. Entrambe richiedono ragioni adeguate, argomentazioni coerenti, criteri rigorosi di prova nonché onestà”.

Un ingrediente fondamentale per la scienza e la democrazia secondo l’autore è costituito dal pensiero scettico, che ci obbliga a valutare le prove disponibili invece che seguire i nostri inevitabili pregiudizi. Questo strumento però, deve essere appreso e mantenuto ben affilato, facendo sempre attenzione a non confondere lo scetticismo con una chiusura mentale a qualunque nuova informazione.

I ferri del mistero
Applicare il pensiero scettico a paranormale e pseudoscienze è uno dei metodi per comunicarlo e allo stesso tempo mostrare cosa può distinguere la scienza da quello che scienza vuole solo sembrare. Con questo spirito è stato scritto I ferri del mistero – Strumenti e idee della scienza per esplorare l’insolito (2013) di Andrea Ferrero e Stefano Bagnasco, una raccolta ragionata di articoli pubblicati sulla
rivista Query del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze). Gli autori nell’introduzione scrivono:

“La caccia alla bufala non è più dominio di
pochi appassionati, ma è diventata uno sport popolare tra
professionisti e amatori. Con l’esperienza maturata in tanti
anni, ci sentiamo di poter dire qualcosa sull’argomento”.

Il pensiero scettico, così come gli altri strumenti usati dalla scienza, non si può ridurre a una serie di rigide regole seguendo le quali arriveremo inevitabilmente alla verità. È vero, a volte possono bastare una manciata di campanelli d’allarme per farci sentire puzza di bruciato e scartare un’affermazione, ma in altre circostanze le cose sono più complesse. Per questo gli autori si soffermano a lungo a spiegare, per esempio, in cosa consiste il consenso scientifico o ad approfondire il difficile problema della demarcazione tra scienza e pseudoscienza. Possiamo costruirci una cassetta degli attrezzi simile a quella degli scienziati per valutare criticamente certi fenomeni, ma dobbiamo metterci dentro anche le basi filosofiche in grado di ricordarci i limiti imposti dalle specifiche competenze.

Racconti di scienza
La storia di una bufala può essere molto complessa e coprire un arco di tempo anche molto dilatato. La truffa che collega autismo e vaccini è un perfetto esempio, ma non tutti siamo disposti a leggere l’
intera inchiesta di Brian Deer, il giornalista che alla fine smascherò Andrew Wakefield. Possiamo però ripercorrere agevolmente questa storia grazie a Racconti di scienza – Bugie, bufale e truffe (2015) graphic novel di Darryl Cunningham in cui l’artista evidenzia i danni tangibili che la diffusione di informazioni false su temi scientifici sono in grado di causare alla società, da qualunque fonte provengano. Scrive l’autore nell’introduzione:

“È il procedimento stesso che intendo promuovere, e non l’establishment scientifico, che non è meno in grado di imbrogliare, di farsi corrompere da politica o denaro o semplicemente di aver torto di qualsiasi gruppo umano dedito a qualsiasi attività. Sappiamo invece che del procedimento scientifico ci si può fidare perché, se così non fosse, le lampadine non funzionerebbero una volta accese, i cellulari sarebbero un peso inutile e non esisterebbero satelliti in orbita intorno al pianeta”.

Merchants of doubt

Verso la fine dell’anno Grist ha pubblicato l’articolo Fake news are old news to climate scientists: il titolo non è solo accattivante, ma assolutamente esatto e riprende quasi letteralmente un commento di Michael Mann, il celebre climatologo autore del grafico “mazza da hokei” che mostra il riscaldamento dell’emisfero settentrionale.

Facebook e le sue camere di risonanza non esistevano nemmeno quando lo scienziato entrò per la prima volta mirino dei negazionisti, ma per capire fino in fondo come questo sia potuto accadere è necessario leggere il libro Merchants of doubt: How a Handful of Scientists Obscured the Truth on Issues from Tobacco Smoke to Global Warming (2010) di Naomi Oreskes e Erik M. Conway, purtroppo inedito in Italia. Dal tabacco al Ddt fino ai cambiamenti climatici i due storici documentano le tattiche con cui è stato possibile creare nel pubblico l’illusione di controversie scientifiche inesistenti e ostacolare il riconoscimento del consenso scientifico ogni volta che poteva toccare particolari interessi e/o ideologie.

Dove sono le prove?
In medicina cioè che è nuovo non è necessariamente migliore, come non è vero che più interventi siano necessariamente benefici. Spesso sulla stampa le rivoluzioni mediche sembrano dietro l’angolo, ma non è così. Una medicina migliore può invece nascere da una maggiore consapevolezza dei pazienti su quello che devono pretendere: prove di efficacia, trasparenza, partecipazione.

Il libro Dove sono le prove? – Una migliore ricerca per una migliore assistenza sanitaria (2013) si occupa di questo tema e si può leggere gratuitamente anche in italiano. Pubblicato per la prima volta nel 2006, ha ispirato una serie di iniziative dedicate all’insegnamento del pensiero critico e si è da poco concluso uno studio che ci dirà se i principi del libro possono essere insegnati anche ai bambini. Scrivono Paola Mosconi e Silvio Garattini (IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano) nella prefazione al’edizione italiana:

Chi leggerà questo libro avrà sufficienti conoscenze per non far parte del mondo dei creduloni che accettano senza spirito critico proposte terapeutiche con non hanno alcuna base scientifica

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 08 Maggio 2017 00:00

Chiesa rompe silenzio

Violenza, la Chiesa rompe il silenzio sulle responsabilità del maschio. Grazie al Papa


 


di Cristina Simonelli

Chi «parea fioco» per il lungo silenzio, nella Commedia, è Virgilio, presentato con una metafora che associa in maniera interessante il registro visivo e quello uditivo. Entrambi gli aspetti sono comunque utili per approfondire la forma incipiente e ancora a tratti un po’ barcollante con cui Amoris laetitia (la seconda esortazione apostolica di Papa Francesco, ndr) si riferisce alla maschilità e in particolare alle responsabilità maschili nella violenza sulle donne. Da più parti, infatti, mi è stato chiesto di spiegare meglio cosa intendessi dire in alcune pagine di Dio. Patrie. Famiglie (Piemme 2016), quelle in particolare dedicate alla maschilità, cui anche 27ora ha dato spazio. In quel contesto scrivevo che il testo di papa Francesco, che legge e rilancia i due anni di consultazione sinodale, iniziava a parlare della maschilità e delle responsabilità maschili anche nella violenza familiare «slittando però un po’ troppo velocemente dalla maschilità alla paternità» (p.105).

Il (troppo) lungo tacere riguarda il lento aprirsi delle Chiese e di quella cattolica in particolare a «vedere» prima di tutto e poi a esecrare la violenza sulle donne, nella larga maggioranza dei casi subita all’interno della coppia o dell’ex nucleo di convivenza. Si potrebbe dire che ci troviamo tra l’opera di Elisabeth Green — pastora della Chiesa battista oggi a Cagliari che a più riprese è intervenuta nel panorama editoriale italiano a mostrare come nella Bibbia ci siano testi di violenza contro le donne e come il fatto che non si commentino faccia da specchio alla scarsa attenzione che i cristiani avevano fin qui dedicato a questo dramma (Lacrime amare, 2000 / Cristianesimo e violenza contro le donne, 2015, Claudiana) — e la recente pubblicazione di una biblista cattolica, Donatella Scaiola (Donne e violenza nella Scrittura, 2016, Messaggero). Oggi se ne parla, si scrive e si interviene su questo tema. Entrambe le amiche e colleghe sono anche rappresentative delle rispettive Chiese; ma solo quando la questione sarà presa a pieno carico dagli uomini delle Chiese potremo dire che il silenzio ecclesiastico è cosa del passato.

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Proprio da questo punto di vista, però, i primi passi in questa direzione hanno un valore tutto particolare, perché sono un inizio, forse piccolo, ma promettente. Alcune espressioni di Amoris laetitia sono proprio per questo sicuramente rilevanti e per niente scontate, anche perché sono in certo modo le prime a questo livello di ufficialità (i documenti nella Chiesa cattolica sono molti, ma non tutti dello stesso livello di autorevolezza e cogenza. Si può paragonare questo sistema a quello civile delle «fonti del diritto», con il rispettivo ordine di importanza o gerarchia). Vale la pena metterle nuovamente in evidenza: «Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale [...]. C’è chi ritiene che molti problemi attuali si siano verificati a partire dall’emancipazione femminile. Ma questo argomento non è valido, è una falsità, non è vero. È una forma di maschilismo. L’identica dignità tra l’uomo e la donna ci porta a rallegrarci del fatto che si superino vecchie forme di discriminazione, e che in seno alle famiglie si sviluppi uno stile di reciprocità» (Amoris laetitia n. 54).  

Si apre dunque una stagione in un certo senso inedita: ma gli inizi sono anche delicati e vanno in qualche modo rafforzati e protetti. In primo luogo vegliando che nei livelli intermedi — le Conferenze episcopali nonché i singoli vescovi e diocesi, ad esempio — il processo avviato sia recepito e sviluppato. Nel documento, infatti, altre parole abbastanza decise sono riportate attraverso una presa di posizione dei vescovi del Messico (Al n. 51). Si sa che una delle attenzioni di papa Francesco è quella di superare l’idea che la Chiesa cattolica sia eurocentrica e dunque ben venga la citazione messicana: certo che adesso aspettiamo passi altrettanto decisi da parte dell’episcopato italiano, data la frequenza drammatica nel nostro Paese di episodi di grave violenza, fino all’uccisione della compagne o ex compagne. Magari senza perdere troppo tempo a disquisire sulle parole e dunque a fermarsi sull’interrogativo se «femminicidio» e, specularmente, «omofobia» siano i termini più adeguati o meno. Intanto i fenomeni violenti non cessano: questo male antico della violenza è anche il male di oggi e dovrebbe apparire fra le priorità, anche ecclesiali. Non può ad esempio sfuggire che al n. 56, nella stessa sezione, sono presentate due diverse accezioni di gender, aprendo così finalmente lo spazio per una discussione pacata, invece che visioni fantasmatiche, messe troppe volte tra le priorità.

Proprio il passo incerto di chi impara a camminare o la parola impacciata di chi è «piccolo» da questo punto di vista, può anche spiegare lo scarto che segnalavo. Si tratta del n. 55, quasi interamente desunto dal testo che raccoglieva in sintesi le opinioni dell’ultima Assise sinodale (relatio finalis 2015): L’uomo «riveste un ruolo egualmente decisivo nella vita della famiglia, con particolare riferimento alla protezione e al sostegno della sposa e dei figli. […] Molti uomini sono consapevoli dell’importanza del proprio ruolo nella famiglia e lo vivono con le qualità peculiari dell’indole maschile. L’assenza del padre segna gravemente la vita familiare, l’educazione dei figli e il loro inserimento nella società. La sua assenza può essere fisica, affettiva, cognitiva e spirituale. Questa carenza priva i figli di un modello adeguato del comportamento paterno» (n. 55).

Come si può notare si parla di «uomini», nel senso di «uomini maschi»: può sembrare molto poco, a maggior ragione se quell’«indole peculiare» può alludere anche a un plesso di stereotipi magari associati alla maschilità, ma per un ambiente in cui troppo spesso ancora dire «l’uomo» equivale a un’espressione universale, a comprendere senza nominare anche le donne, è già molto. Vero anche che l’ottica è quella di parlarne rispetto ai nuclei familiari, però qui si perde — o meglio, appena si inizia — quel lavoro sulla maschilità che è uno degli elementi preziosi della riflessione di questi ultimi decenni. E che trova anche in Italia elaborazioni magistrali, quali quelle di Stefano Ciccone e di Maschile Plurale: si potrebbero certo citare lavori collettivi e anche di donne, ma in questo caso è di vitale importanza il lavoro che gli uomini fanno e devono fare «a partire da sé», in compagnia di donne ma senza supplenze, che sarebbero del resto inefficaci e insufficienti.

Qui si apre probabilmente un ulteriore spazio di riflessione rispetto alla Chiesa cattolica, che è vissuta in larga maggioranza da donne (basta entrare in una qualche chiesa durante la liturgia...), ma che a livello dei suoi «quadri» è inguaribilmente maschile, fatta salva la questione appena riproposta di un’ordinazione diaconale di donne, dall’esito ancora più che incerto. Senza entrare nell’aspetto specifico del ministero, ma rimanendo nel plesso violenza/maschilità, appare chiaramente la seguente questione: dal momento che diaconi/preti/vescovi sono uomini, sta a loro, esattamente come agli altri uomini italiani, imparare a partire da sé, a dire «sono solo questo uomo qui» e per di più (esclusi molti diaconi e preti cattolici di rito diverso da quello latino) pure celibi. In questo senso c’è ancora molta strada da fare. Ma nello stesso momento e per la stessa ragione si può dire che il cammino è iniziato e per esperienza personale, per la conoscenza di tanti uomini compagni non solo fuori ma anche «dentro» la Chiesa a vari livelli, penso che il cammino iniziato non si fermerà: certo va curato, va accompagnato, va protetto, perché è ancora piccolo. Si può a questo punto anche alludere a un passo evangelico: importante sarà non spezzare la canna incrinata, né spegnere la fiammella incerta. Anche se foschi scenari internazionali riportano immagini di potenza economica e violenza xenofoba, non casualmente intrisi anche di sessismo e omofobia, i passi iniziati possono rafforzarsi e le voci incerte possono ancora diventare un cantus firmus a sorreggere voci differenti e convergenti.

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 05 Maggio 2017 00:00

Empowerment

Empowerment: tra aspirazione e realizzazione.

Scrive il dott. Luigi Sardella, Psicologo Clinico – Psicoterapeuta, che “empowerment”, letteralmente “rendere potenti”,«richiama in psicologia sociale quegli interventi atti a rendere gli individui maggiormente liberi, responsabili e consapevoli, aumentano la loro “forza” critica facendo sì che divengano più capaci di fare rispettare i propri diritti migliorando inevitabilmente la giustizia sociale complessiva[…] e che un’adeguata politica di empowerment sociale, dovrebbe inevitabilmente coinvolgere la formazione dei cittadini …». Inoltre «la psicologia di comunità ha individuato nell’approccio teorico dell’empowerment un sistema efficace per integrare la libertà con la giustizia sociale; infatti, se grazie ad interventi di empowerment di vario genere gli individui aumentano le loro capacità, è altrettanto importante sottolineare che individui maggiormente liberi, responsabili e consapevoli aumentano la loro “forza” critica e quindi sono più capaci di fare rispettare i propri diritti migliorando inevitabilmente la giustizia sociale complessiva

 

 

Per una definizione di empowerment»

Tra le parole straniere ormai di uso corrente, empowerment è una delle poche a non avere un corrispettivo nella lingua italiana. L’empowerment è un concetto complesso di cui è difficile dare una definizione unica ed esaustiva perché, più che una categoria chiusa, esso è una costellazione di elementi collegati tra di loro. Empowerment indica l'insieme di conoscenze, abilità relazionali e competenze che permettono a un singolo o a un gruppo di porsi obiettivi e di elaborare strategie per conseguirli utilizzando le risorse esistenti. Indica sia un concetto sia un processo che permette di raggiungere gli obiettivi, e si basa su due elementi principali: la sensazione di poter compiere azioni efficaci per il raggiungimento di un obiettivo, e il controllo, la capacità di percepire l'influenza delle proprie azioni sugli eventi. Questa definizione un pò vaga trova una sua specificazione se viene calata in alcuni degli ambiti in cui, sin dagli anni Sessanta, il concetto di empowerment è presente: la politica, la psicologia, l'organizzazione aziendale, la formazione. Dunque l’empowerment è strettamente connesso al concetto di cambiamento. Il cambiamento è faticoso e comporta una rinuncia. Il punto di forza dell’empowerment è che esso, proponendo nuove alternative, non costringe ad abbandonare il già conosciuto. Queste alternative sono nuove possibilità da affiancare a quelle note tra cui scegliere, e non una volta per tutte, ma tutte le volte che si vuole. L’empowerment è, insomma, una tecnica per (ri)prendere in mano il controllo della propria vita, una modalità per progettare ed agire con efficacia e realismo, ma, soprattutto, rappresenta un nuovo approccio epistemologico, una nuova pensabilità del cambiamento - per il singolo, per il gruppo, per la società - all'insegna non della ricerca della soluzione migliore, ma dell'aumento delle possibilità, delle scelte, della libertà (Giuseppe Burgio). Bene si comprende allora come su questo terreno si siano misurate tutte le politiche messe in atto a partire dagli anni Ottanta al fine di realizzare una “democrazia sociale e politica inclusiva”. Ma la crisi attuale dimostra, che esse si sono tutte infrante nel confronto/scontro con la globalizzazione entrata in collisione con l’affermazione dei “diritti umani” che più di altre realtà hanno pagato lo scotto del progresso economico. Di questo ora parliamo.

 

Per una definizione della Globalizzazione

Sul tema della globalizzazione si sono impegnati esperti appartenenti a diverse scuole di pensiero e intorno ad esso si è polarizzata l’opinione pubblica a partire dagli anni novanta da quando il termine, che in precedenza non figurava neppure tra le voci declinate nei dizionari, ha cominciato a costituire un terreno di dibattiti, confronti divenendo esponenziale di opposte visioni del mondo. Passati gli anni della contestazione, e alla fine degli anni Novanta, si cominciò diffusamente a pensare, sebbene non unanimemente, che la globalizzazione rappresentasse un fenomeno positivo, ma solo se accompagnato da un quadro di politiche pubbliche di aggiustamento e ammortizzazione sociale. Da allora, se da un lato l’opinione pubblica ha accettato l’idea che la globalizzazione è forza capace di cambiare in meglio le dinamiche della società, allargando il perimetro del benessere, riducendo gli ostacoli e aumentando le possibilità, dall’altra ha invocato politiche pubbliche per dare risposta adeguata alle nuove ineguaglianze e insicurezze. Mai come nel 2008, l’apertura dei mercati internazionali - vale a dire il processo chiamato comunemente globalizzazione - sta facendo emergere gli elementi contrastanti in essa contenuti. Infatti «insieme ai vantaggi relativi all’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazioni di aree particolari come la Cina, vengono alla luce aspetti profondamente negativi. Sono aspetti conseguenti all’assenza di regole condivise per governare un processo complesso, che costringe ad un confronto serrato aree geografiche profondamente diverse per cultura, storia e tradizioni» (Rapporto sui diritti globali 2008).

Anche Benedetto XVI ha preso una posizione forte e netta censurando il capitalismo e la «prevalente logica del profitto» che genera disuguaglianza e povertà e il «rovinoso sfruttamento del pianeta» invitando a non considerare il capitalismo «l’unico modello valido di organizzazione economica» (24 settembre 2007). Dice Benedetto XVI: «La disparità tra ricchi tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. […] In questo contesto, combattere la povertà implica un’attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà» (messaggio per la celebrazione della “Giornata mondiale della pace”, 1° gennaio 2009).

Globalizzazione e diritti umani: processo o regresso?

Se il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta, l’ambizione che la globalizzazione come fenomeno coltiva è la reductio ad unum che, in questa epoca storica definita della “terza modernità”, è l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.Ma la tanto declamata “forza autoregolativa” del mercato, grazie alla quale esso doveva deterministicamente realizzare un miglioramento generalizzato al fine di permettere il godimento quasi imparziale delle risorse destinandole ai più capaci e dotati per premiarne il merito, rivela delle fratture intollerabili. I Paesi ricchi di risorse naturali sono stati privati delle sostanze e delle braccia; sono divenuti sempre più poveri e le loro popolazioni sono state sospinte, come fiumana umana che vuole sfuggire alla guerra, alla fame e alla morte, a divenire “migranti” verso un mondo che, prima li depriva poi li scaccia. Il mondo occidentale ha paura della povertà e tende a riporre ogni sicurezza nell’aumento dei beni che non intende né dividere né condividere soprattutto ora che anche da questa parte del mondo cosiddetto occidentalizzato, la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di pochi che esercitano il privilegio della “differenza di capability” (“capacitazioni”) su una quantità sempre maggiore di cosiddetti “nuovi poveri” e “nuove povertà”. Lo stato sociale è smantellato, la mancanza di risorse pubbliche di Stati “sciuponi” fa venir meno il senso di responsabilità e quello della solidarietà nonché appanna l’orizzonte etico del “bene comune”. C’è un rischio in tutto questo che è conseguenza della separazione della solidarietà da ogni relazione agli individui concreti, della evasione di ogni riferimento all’humanum e dell’assunzione del parametro dei “buoni sentimenti”che determina la latitanza dello Stato che, oltretutto sottomesso alle politiche di bilancio, non sa più indicare una “graduatoria” dei valori di socialità e delle scelte di politica attive, per esempio inclusive della cittadinanza.

Il diritto perde così la sua valenza normativa e si rivela una costruzione sociale particolarmente permeabile alle interferenze esterne (ad esempio il diritto americano si presta a fare da modello al “diritto globale”). A questo “diritto delle possibilità”, che ha necessariamente un carattere pluralista, si contrappone nell’ambito del diritto globale un “diritto della necessità” che tende invece ad essere unitario. Alla sfera del “diritto della necessità” appartengono i “diritti umani” determinando così la saldatura tra la tendenza al pluralismo e la tendenza all’unità. Eppure i mezzi che si considerano indispensabili al processo di globalizzazione la fanno da padrone in quanto hanno acquisito lo status di valori in sé. Questi valori includono, ad esempio, la privatizzazione del maggior numero di funzioni possibile: uno Stato “leggero” capace di risolutezza e decisionalità, ristretto alle funzioni repressive (law and order), sicurezza garantita ad un minimo livello, ridimensionamento dei sindacati e così via. Certamente nessuno di questi sviluppi in sé è incompatibile con i diritti umani ma la tendenza in atto è quella di tenere separate le due problematiche. In sostanza mentre i giuristi pensano ad un’organizzazione internazionale che si faccia garante dell’applicazione dei diritti umani, gli Stati procedono in ordine sparso, ognun per sé e difendendo punti di vista parziali.

 

Una conclusione

L’insegnamento della Chiesa sulla globalizzazione è la promozione della solidarietà. Una solidarietà globale perchè tutti possano godere dei cambiamenti economici. La solidarietà cristiana, infatti, ci rende responsabili gli uni degli altri in quanto l’unità dell’umanità risale al momento della creazione; a quando, come leggiamo nella Genesi, Dio ha creato l’uomo dandoci un punto d’origine comune ed un destino comune. Visto da questa prospettiva, la maggiore interdipendenza derivante dalla globalizzazione acquista una nuova dimensione che la salva da un riduzionismo tecnico o economico.

Pubblicato in Studi e ricerche
Martedì, 02 Maggio 2017 00:00

Etica ed umiltà

Etica e umiltà gli antidoti a post-verità e «fake news»,Chiara Giaccardi

Perché le bufale proliferano nell'era dell'arroganza

Per la morte della verità si cerca il colpevole, e in questi primi giorni del 2017 il web diventa terreno di scontro tra opposte fazioni che, accusandosi tra loro, mancano però il nocciolo della questione. Da una parte, i media tradizionali accusano i social media di inquinare l’informazione con la diffusione virale di bufale, fake news (notizie false, diffuse e/o costruite ad hoc per raggiungere certi obiettivi) e hate speech (discorso violento che istiga alla violenza). Dall’altra i social polemizzano contro una informazione faziosa, che tutela gli interessi di pochi, non sopporta di aver perso il monopolio della verità e vorrebbe mettere il bavaglio a chi parla con libertà. «Post verità», parola dell’anno 2016 secondo l’Oxford English Dictionary e termine che indica che «i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare la pubblica opinione degli appelli a emozioni e delle credenze personali», sarebbe dunque l’etichetta con cui l’establishment cerca di neutralizzare ciò che lo mette in discussione. E al fondo c’è la polemica contro ogni idea di 'verità', intesa come la visione dominante, legittimata dal potere, che si impone con violenza, e che di fatto è propaganda. Entrambe le posizioni colgono un punto importante ma cadono nella fallacia di chi attribuisce all’altro tutte le colpe, senza ombra di autocritica. Che ci sia un problema con l’informazione è vero. E non da oggi. Scivolata sempre più verso l’intrattenimento, monopolizzata da pochi soggetti influenti, condizionata dalla politica e dall’economia, disposta a normalizzare ciò che guardato con un minimo di lucidità è quantomeno grottesco, versa in una profonda crisi di legittimità. E ben venga il fatto che alcuni eventi mettano in evidenza tale crisi. È una buona occasione per farsi delle domande, e ripensare la funzione dei media oggi. Quanto è lontana l’epoca in cui Denis McQuail definiva i media come i 'cani da guardia' della democrazia, addetti a sorvegliare i poteri forti a servizio dei cittadini. Oggi molti di essi sembrano aver perso completamente questa capacità, trasformandosi piuttosto in cani da salotto e da compagnia, fedeli a chi offre l’osso più grosso. Ciò però non porta alla conclusione che i social in quanto tali siano il luogo della libertà e dell’indipendenza dal potere, della parresìa contro l’ipocrisia dei media tradizionali, in particolare stampa e televisione, che sarebbero i veri piazzisti di 'fuffa'. Anche sul web, insieme a voci e notizie che aiutano a capire, che informano su ciò che non trova spazio altrove (anche per vere forme di censura, opportunamente denunciate), che innescano processi virtuosi di consapevolezza e mobilitazione circolano istigazioni all’odio, notizie non verificate o addirittura costruite appositamente per interferire con i processi democratici, forme di populismo che alimentano odio e razzismo. Con il paradosso che il linguaggio 'politicamente scorretto' (in realtà aggressivi e spesso anche volgare) diventa una marca di 'autenticità' e onestà comunicativa. L’essere informati viene confuso con la rancorosa esibizione di appartenenza. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. E se ti schieri insultando, allora significa che sei davvero convinto. È il tranello della 'doppia negazione': non nascondere la propria 'scorrettezza politica' mentre ci si scaglia contro l’establishment di turno non vuol dire essere in buona fede. La negazione di una bugia non è per forza una verità. In realtà, la crisi di legittimità dell’informazione non è un effetto della proliferazione di fake news prodotte e diffuse dal web. Nessun medium è immune dalla modalità di comunicazione dove le opinioni contano più dei fatti: in quanto 'discorso' sulla realtà, la notizia è inevitabilmente sempre costruita, a partire da un punto di vista. Da sempre, anche nei media tradizionalmente ritenuti autorevoli. Nessuno può pretendere di dire 'le cose come stanno': per questo occorre prudenza, rispetto, consapevolezza del limite. Tanto più che l’informazione 'ufficiale', persa dietro gli interessi di pochi, rischia sempre di smarrire il contatto con la realtà, con il mondo di cui dovrebbe parlare, con le persone ridotte a numeri e statistiche. Come aveva scritto Walter Benjamin, l’informazione diventa incapace di comunicare quando il lato 'epico' della verità, la saggezza 'cucita nella stoffa della vita vissuta', viene meno. Più concretezza sarebbe già un antidoto all’autoreferenzialità. L’unico rimedio alle fake news non è in ogni caso, come si tende a sostenere, il fact-checking, le prove a sostegno. Perché non c’è solo un problema di aderenza ai fatti: i fatti richiamati possono essere veri, ma non i più rilevanti e non è un 'positivismo 3.0' la soluzione che ci serve. La selezione è inevitabile: cosa e come selezionare è questione di giudizio e quindi di giustizia e di etica, non di una presunta neutra aderenza alla realtà. Perché, allora, le due posizioni in campo mancano il punto? Perché si tengono l’un l’altra nel fare della verità un feticcio da possedere o da distruggere. Il problema è che non siamo solo vittime innocenti della post-verità e dei suoi effetti antidemocratici, ma ne siamo in qualche modo responsabili, anche quando diciamo di combatterla. Quando, ad esempio, pieghiamo la complessità delle cose alle nostre ragioni, o trasformiamo questioni antropologiche fondamentali in chiacchiera o in spada da brandire contro qualcuno. O in trampolini di lancio per un po’ di notorietà personale. Quando siamo più preoccupati di posizionarci difensivamente o contro rispetto a una questione (occupare spazi) piuttosto che cercare di comprenderla nelle sue radici, nel suo sviluppo, nelle sue prospettive (nel tempo). Quando pensiamo che il giornalismo deve colpire allo stomaco, parlare alla pancia. O diventare veicolo di egemonia culturale. Viviamo in un’epoca dove il cielo è troppo basso, dove non si respira perché tutto è ridotto a misura stretta, a vantaggio immediato e individuale. A moda del momento. Dove abbiamo perso la capacità di cogliere le connessioni, e così ci rassegniamo alle schegge di nonsenso che ogni giorno ci colpiscono. O pensiamo di contrastare questa deriva facendoci crociati di una verità che pensiamo di possedere. E invece la verità è inesauribile e inoggettivabile (Pareyson). Dunque non si coglie che all’interno di una prospettiva sempre parziale. Che è insieme vera – dal momento che è una finestra sulla vita e sul mondo – e non vera, se pretende di esaurire quella verità con una parola definitiva e ultima. Per questo la ricchezza delle interpretazioni non è per forza segno di relativismo radicale, equivalenza e indifferenza. La verità poi non può mai essere tutta esplicita. C’è sempre una parte di mistero, una parte che ci sfugge, che chiede ascolto, silenzio per essere compresa. Umiltà. L’era della post-verità è quella, arrogante, che ha bandito il mistero e il silenzio. Daremo un contributo non se urleremo più forte degli altri, ma se sapremo custodirequesto spazio di eccedenza e di libertà.

Pubblicato in Aggiornamenti
Giovedì, 27 Aprile 2017 00:00

centro Sinistra

Il centrosinistra deve dare vita a una nuova piattaforma politica. La via seguita finora è sbagliata, Bersani

Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Se il Pd e il campo progressista restano sul piano di un blairismo nato in altre fasi, rimasticato e ormai esausto, o se ci si mette sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro. Le scorie lasciate dal ripiegamento della globalizzazione, la disunione europea, i problemi strutturali italiani impongono un ripensamento complessivo. Dobbiamo proporre protezione, ma con i valori della sinistra: riprendere in mano i diritti del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo ridurre la forbice sociale, basandoci su due pilastri: fedeltà e progressività fiscale da un lato e welfare universalistico davanti ai bisogni essenziali. E un nuovo ciclo di investimenti pubblici per dare lavoro, in particolare sull'innovazione industriale e per la manutenzione straordinaria del Paese.

Il Pd e più in generale il campo progressista non possono farcela se non si elabora e si trasmette un’idea di Paese. Il Paese che vogliamo, un Paese più avanzato e rinnovato, ma solidale, inclusivo, dove ognuno abbia la possibilità di un lavoro e di una vita dignitosa.

L’idea di Paese in questi anni si è persa in analisi e riflessioni di straordinaria leggerezza, nella nebbia di un racconto consolatorio ma fallace, anche se per alcuni aspetti perfino eccitante. Questo racconto ha coinvolto e convinto molte persone e ancora oggi coinvolge tanti italiani.

Come è potuto accadere? Dobbiamo chiederci come ha fatto a reggere così a lungo una narrazione rosea della realtà, mentre il Paese vero finiva in ginocchio. La risposta è che, al fondo, questa narrazione, la sua diffusione e il fatto che sia stata così poco contrastata e così tanto condivisa ha una base strutturale, la quale poggia sulle spalle di diversi soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione.

Questi soggetti, nel mezzo di un passaggio sociale ed economico che è difficile per tutti, hanno avuto ed hanno bisogno di aggiustare le proprie cose con tranquillità, e dunque anche di evitare scossoni dovuti al malessere. Per tale ragione hanno sostenuto e sostengono un racconto destinato a convincere anche i passeggeri della terza classe, che pure si stanno bagnando i piedi, che la rotta è quella giusta, che la nave va e con un po’ di ottimismo arriverà in porto.

Questa è stata la base strutturale che ha sostenuto il racconto di un Paese in rosa. Naturalmente, un po’ di ottimismo della volontà e il riconoscimento che il nostro è uno straordinario Paese sono indispensabili. Il problema è che l’idea di quei soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione di aggiustare le proprie cose, coprendosi con un racconto che illude, ha coinciso e coincide di fatto con un indebolimento delle nostre strutture economiche, industriali e finanziarie, perché spesso e volentieri significa darle via, perderle.

Noi dobbiamo quindi cominciare in un altro modo, con un’altra logica: dobbiamo riprendere il filo di una esigenza nazionale, da un’idea di Paese che sia seria e sia veritiera e che parta anche – considerato che spesso nell’analizzare i problemi che ci sono ci dimentichiamo di sottolinearlo – dalla forza, dalla vitalità, dalle potenzialità che ci sono e sono grandi, ma che possono attivarsi solo se raccontiamo una cosa vera.

E allora: come siamo messi in realtà? Siamo in mezzo ad un passaggio di fase, e non da oggi, già da due o tre anni. Un passaggio nel quale si intrecciano in modo inestricabile tre fatti.

Il primo fatto è il ripiegamento della globalizzazione. Ormai è un dato conclamato. Basta leggere le statistiche. Fino a due anni fa il commercio mondiale cresceva a ritmi di oltre il sette per cento l’anno. Adesso va malamente al più uno. Il Prodotto interno lordo del mondo cresce più del commercio, e questo solo dato segnala che la globalizzazione sta ripiegando. Siamo dunque di fronte al cambiamento di una lunga fase cominciata negli Novanta.

Il secondo fatto è la disunione dell’Europa. Il terzo è rappresentato dai nostri problemi. E tra questi diversi fenomeni c’è un intreccio profondo.

La globalizzazione ha fatto avanzare il mondo nel suo complesso. Non vi sono dubbi. Ma adesso, nel ripiegamento, sta consegnando le sue scorie alla parte di mondo che è stata più coinvolta. Sono scorie già attive da alcuni anni. La prima di queste scorie è che si sono creati soggetti e fenomeni che non hanno una governance. Il pensiero va immediatamente alla finanza. In realtà, l’elenco potrebbe essere lungo. Basti pensare al mercato dei brevetti sui farmaci, alle migrazioni, al terrorismo e alla violenza, fino alle guerre che non solo non si riesce più a fermare, ma che non si riesce nemmeno più a interpretare. Sono fatti non governati.

Un’altra scoria, se così possiamo dire, è la forte disuguaglianza, cresciuta a livelli inediti. Non parlo del mondo nel complesso, per il quale si potrebbe addirittura dire che enormi masse sono emerse dalla povertà e quindi è cresciuta l’uguaglianza. Dico che nei singoli paesi, soprattutto in quelli più sviluppati, la forbice si è allargata in modo drastico.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’indebolimento e la ricattabilità del lavoro, dovuta a due motivi di fondo: la sovracapacità produttiva che la bolla della globalizzazione ha creato e che ora tende a ridimensionare; e la pervasività delle nuove tecnologie che, finita la fase rivoluzionaria, adesso si sono inserite in tutti i settori, mettendo all’angolo il lavoro. Tutto questo è avvenuto in nome del consumatore, per favorire il consumatore. E così è anche stato. Ma poiché il consumatore è anche un lavoratore, e il lavoratore è via via diventato più ricattabile, più precario, meno pagato, oggi anche il consumatore rischia di essere più debole, o addirittura di scomparire, fatto dal quale deriva il rischio di una lunga fase di stagnazione, di crescita del Pil allo zero virgola, il che significa che non aumentano i consumi e quindi non aumentano nemmeno gli investimenti.

Questi sono i fatti che ci consegna il ripiegamento della globalizzazione e sui quali è nata la base ideologica e politica di quella che potremmo chiamare la nuova destra, sovranista, protezionista, identitaria e anti-establishment, che sia pure in diverse forme si sta manifestando in tutto il mondo. E’ una cosa nuova rispetto alle destre del passato. E’ un fenomeno diverso. E’ un campo in formazione.

Di fronte a questi fatti, l’Europa aggiunge un problema, invece di dare una risposta. Oggi ci stupiamo della disunione dell’Europa. Ma la verità è che la disunione dell’Europa ha fatto i primi passi all’inizio della fase della globalizzazione, quando il modello europeo (alta fiscalità, forti diritti del lavoro, welfare molto costoso) ha cominciato a subire colpi duri. Improvvisamente, in quegli anni la globalizzazione ha smontato il meccanismo del modello europeo, perché si doveva competere con paesi e popoli che non avevano le stesse protezioni sociali. E quindi è cominciata anche una concorrenza interna in Europa, una corsa a chi sapeva smontare più pezzi del modello fiscalità-welfare-diritti del lavoro. Così, quando è arrivata la crisi nel 2007, non c’era già più la solidarietà e ci siamo trovati messi come siamo oggi.

Non è un caso che quelle risposte - a volte di destra, ma non sempre - che dicono protezionismo e anti-establishment siano nate in Europa, siano nate prima qui, proprio qui.

Infine, c’è il nostro problema nazionale. Un problema strutturale e storico: le differenze Nord-Sud, un sistema economico bancocentrico, la dimensione delle imprese, il debito pubblico. Senza dire dei problemi protostorici, come la debolezza dello spirito e della coscienza nazionale: ne parlava già Giacomo Leopardi.

Questo spiega perché nella crisi cominciata nel 2007 abbiamo perso dieci punti di Pil e oltre il 20 per cento della produzione industriale. Oggi, coloro che ripetono ogni momento che abbiamo ritrovato la strada giusta perché cresciamo dello zero virgola, dimenticano di dire che nella crisi abbiamo perso molto ma molto di più degli altri Paesi: due, tre, quattro volte di più rispetto agli altri.

Che fare, allora? Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo sì fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Ma non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Non per i piccoli passi, proprio per la direzione. Dobbiamo fare in modo che il problema che c’è, il malessere, non venga interpretato solo dalla demagogia. Non lo chiamo neppure più populismo. Sono i cattivi pensieri di una nuova forma di destra nascente. E possono essere guai, se non interviene il Pd, lo schieramento progressista, che è già in ritardo.

Come? Io vedo tre campi di azione. Il primo: riprendere in mano i diritti del lavoro. C’è poco da fare: se non mettiamo meno insicurezza, meno incertezza e meno precarietà nel lavoro; se prosegue l’umiliazione del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, se tutto questo non accade, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Secondo, cercare di ridurre la forbice sociale. Sono due i pilastri per riuscire in questa impresa: fedeltà e progressività fiscale da un lato; e, dall’altro, welfare universalistico davanti a bisogni essenziali della vita delle persone, a cominciare dalla salute. Anche questo dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Terzo campo di azione: il ruolo del settore pubblico, diretto e indiretto, negli investimenti. Finché si va avanti con crescite dello zero virgola non possiamo pensare che non vi sia uno sciopero del capitale, come è avvenuto negli ultimi anni. Se non c’è un orizzonte che consente di sperare in una crescita dei consumi, l’imprenditore i soldi se li tiene ben stretti. Quindi ci vuole un nuovo ciclo di investimenti pubblici diretti e indiretti, se vogliamo dare lavoro. Investimenti ben selezionati, perché devono essere orientati al lavoro, alla modernizzazione e al potenziamento dell’apparato economico.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega. Protezione e dignità, ma non come fa Trump, che non propone di risolvere i problemi degli americani, ma solo di scaricarli sui messicani, senza cambiare nulla rispetto alle disuguaglianze interne, rispetto agli interessi dei più forti.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Non mi si venga a dire che non ci sono i soldi. Basti pensare che, contati per difetto, in questi anni abbiamo messo 25 miliardi di euro su roba varia che non sono investimenti. E oggi ci ritroviamo ad aver attraversato la fase dei tassi di interesse più bassi, con una liquidità che te la tirano dietro, riuscendo ad aumentare il debito pubblico senza fare investimenti, un bel capolavoro.

In questo contesto va segnalato anche lo straordinario fatto che siamo diventato tutti tifosi del deficit e del debito: “Europa matrigna facci fare più deficit e debito”, è il motivo di fondo. Ma guardate che poi questi debiti non li pagheranno gli altri. Semplicemente li stiamo scaricando sulle spalle dei nostri figli.

Con l’Europa è giusto parlare e trattare. Ma per dire: cari partners, sì, vogliamo indebitarci, ma solo per investimenti utili. Il resto ce lo vediamo e ce lo facciamo con la redistribuzione interna, dove chi ha di più deve dare di più.

Sono cose da sinistra di governo. E non sono cose anti-establishment. La sinistra con l’establishment ci parla, ci deve parlare, il problema è mantenere il proprio autonomo punto di vista per una crescita più equilibrata, per una riduzione della forbice, altrimenti non può esserci una crescita duratura.

Oggi non possiamo stupirci se la gente considera il Pd insieme ai più forti. Di che ci stupiamo: la base strutturale della narrazione corrente questo dice. E non è un caso se nella votazione sull’ultimo referendum è emersa una divisione del voto, come ha suggerito Alfredo Reichlin, addirittura per classi. Noi dobbiamo dunque riprendere una visione nazionale, dove non si dividono gli interessi, ma si riunificano.

Ecco, concluderei dicendo con forza che solo con proposte di una sinistra di governo la sinistra sarà di nuovo competitiva. Se invece il Pd e insieme al Pd tutto il campo progressista restano sul piano di un blairismo rimasticato, e ormai esausto, o se si mettono sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro.

Una fase si è chiusa. L’esigenza urgente e drammatica è di non arroccarsi e di aprire una discussione vera. Perché sarebbe sbagliato pensare solo ad aggiustamenti millimetrici, o che basti mettere una scorza di sinistra nel cocktail degli ultimi tre anni. Non basta. Né il Pd potrà riproporre idee come la rottamazione, o quella forma di giovanilismo un po’ futurista che ha contraddistinto l’ultima fase. Per il centrosinistra si impone una nuova piattaforma politica: guardiamo avanti, Bersani

Pubblicato in Passaggi del presente
Giovedì, 20 Aprile 2017 00:00

paradosso nordico

Il paradosso nordico, paesi migliori per le donne ma anche più violenti

I 4 Paesi al mondo che più rispettano l’uguaglianza fra i sessi e i diritti delle donne sono tutti incastonati nel Nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia. Sono, come dicono in coro il World Economic Forum, l’Unesco e l’Ocse, le 4 «best countries for women», le 4 nazioni dove per una donna è meglio vivere e lavorare. Eppure, tre fra loro -Finlandia, Norvegia e Svezia- hanno anche un primato opposto e raggelante: molto più che nei Paesi del Sud-Europa, le donne vi sono maltrattate, offese e anche uccise dai loro partner diretti.

Il femminicidio, e altre barbarie, non conoscono confini. È il cosiddetto «paradosso nordico» cui i ricercatori non hanno ancora trovato una risposta sicura. La Finlandia, per esempio: è seconda nella classifica delle «best countries», è riuscita a colmare l’85% delle differenze di genere fra i sessi, ma secondo varie ricerche e uno studio più recente del giugno 2016 comparso su Social science and medicine il 30% delle sue donne subisce durante l’arco della vita quella che viene definita «violenza fisica, violenza sessuale, stalking e aggressione psicologica da un partner attuale o passato»; mentre la stessa media nell’Unione Europea è del 22%.

E la Svezia? Quarta fra le «best countries», ma con un 28% di violenze domestiche subite in media dalle sue donne. E la Danimarca? Numero 19 fra le «best countries», agghiacciante primo posto (32% di casi nell’arco di una vita) per abusi, botte, umiliazioni con vittime femminili. Mentre Italia, Portogallo o Spagna –Paesi del Sud tradizionalmente associati a immagini di “machismo” o comunque di pesante disuguaglianza fra i sessi (che comunque esistono davvero, non sembrano essere solo luoghi comuni) restano al di sotto del 30%. Il «paradosso nordico» ha trovato finora due sole ipotesi di spiegazione. Primo, dipende molto dal numero delle denunce, in un Paese che garantisce loro parità di genere e (in teoria) pieni diritti civili, le vittime si sentono più libere di denunciare ciò che loro accade. Seconda ipotesi: garantendo pieni diritti civili alle donne, le «best countries» provocano la reazione di uomini che si sentono minacciati nel proprio potere e nelle propria identità, perciò rispondono sempre più con l’unica arma che conoscono, la violenza. Può essere: ma è un’ipotesi che fa rabbrividire.

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 17 Aprile 2017 00:00

Vento radical populista

Il vento radical-populista che scuote le democrazie

Di Fortunato Musella

I partiti dell’estrema destra per la prima volta conquistano larghe fette dell’elettorato, candidandosi per la guida di alcuni dei più importanti paesi occidentali. Riallacciandosi allo spirito populista del tempo, fanno leva sulla crisi della rappresentanza e su importanti cambiamenti strutturali della società. Una sintonia che tuttavia non assicura la legittimità di forze che fanno traballare, dall’interno, le democrazie europee.

Sono stati a lungo considerati un’insidiosa sopravvivenza del passato, spia del malessere covato in seno alle democrazie consolidate. Con la complicità della crisi, economica e politica insieme, i partiti di estrema destra guadagnano ora terreno in numerosi paesi europei, raggiungendo proporzioni elettorali insperate sino qualche anno fa. Per i governi in carica, e i cittadini moderati, il pericolo di una loro affermazione, per il momento scampato, resta tuttavia in agguato.

Dopo l’offensiva terroristica di Parigi del novembre del 2015, giudi­cato come l’attacco più grave subito dal paese dalla seconda guerra mondiale, solo il meccanismo del doppio turno ha potuto fermare l’avanzata del partito ultranazionalista Front National di Marine Le Pen alle elezioni regionali. Alle recenti presidenziali austriache solo un pugno di voti separano il candidato di estrema destra Norbert Hofer dalla conquista della carica al ballottaggio, dopo aver ripor­tato un netto vantaggio al primo turno. E la decisione della Corte Suprema austriaca di annullare il voto per irregolarità darà presto all’ultradestra una nuova chance. In Inghilterra, alle elezioni euro­pee del 2013, il partito Independence Party guidato da Nigel Farage ottiene visibilità internazionale per aver conquistato un quarto dei voti, presentando un programma antieuropeista. I suoi attivisti sono stati tra i principali sostenitori del sì al referendum per la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, al quale i cittadini inglesi hanno dato responso positivo. Nell’Europa centrorientale i partiti di destra estrema godono di largo seguito: si può fare l’esempio del partito di estrema destra Jobbik in Ungheria, il cui leader Gábor Vona si è candidato per la premiership e ha su­perato il 20% dei voti alle ultime elezioni parla­mentari. E tutto ciò avviene mentre negli Stati Uniti Donald Trump corre per la presidenza americana impostando la sua campagna eletto­rale su posizioni populiste e ultraconservatrici, come mostra ad esempio il costante attacco agli immigrati islamici. Si tratta di leader che offro­no un riferimento anche per alcuni partiti italia­ni, che dalla Lega di Salvini al Movimento 5 Stelle di Grillo ben si inseriscono nel parterre internazionale dei partiti radical-populisti. Italia, Francia, Inghilterra, tante terre accomunate dal revival della destra radicale, che punta al cuore dei sistemi democratici attraverso la via dell’urna.

Già negli anni Novanta Marco Tarchi, in un interessante articolo di rassegna della letteratura sui partiti di estrema destra, avvertiva che tali partiti non dovevano essere sbrigativamente trattati con le metafore mediche sulle “diagnosi” e le “cure”, come fenomeno ano­malo e magari passeggero da arginare in qualche modo.1 Se allora tali formazioni politiche sembravano destinate a consolidarsi sul piano elettorale e organizzativo, in seguito esse hanno costituito uno dei fe­nomeni più dinamici e dirompenti nei sistemi politici europei. Forze che in passato raggiungevano successi elettorali solo limitati per en­tità, e piuttosto episodici, hanno occupato importanti spazi lasciati liberi dalle formazioni tradizionali.

Come ha confermato uno degli autori di alcuni importanti testi sul populismo di destra, si è passati dal notare una normale patologia delle democrazie contemporanee al costatare una normalità patolo­gica:2uno scenario in cui partiti che si collocano ideologicamente al di fuori dei canoni classici della democrazia liberale, e che la osteg­giano apertamente, ne diventano attori cruciali. Tanto più che in alcuni casi i partiti radicali di destra, a livello sia nazionale che locale, partecipano già al potere, presentandoci un quadro del tutto inedito e aperto all’analisi.3 I partiti di destra radicale sono inoltre un feno­meno “in larga misura nuovo e sui generis”.4 Se mantengono dei legami con le vecchie ideologie fasciste, essi più che ancorarsi alla mera nostalgia del passato, traggono slancio da temi e rivendicazioni nuovi. Costituiscono una vera e propria “famiglia di partito”, con atteggiamenti condivisi, quali l’orgoglio nazionale, il bisogno di sicu­rezza, l’ostilità verso gli immigrati, l’opposizione all’Unione europea, la critica radicale alle forme e agli attori della politica democratica. Si ricollegano dunque allo spirito del tempo,5 vale a dire a quel po­pulismo che è stato oggetto di migliaia di libri, articoli ed editoriali, la cui circoscrizione analitica è apparsa come “definire l’indefinibile”, per la sua ampiezza semantica e per il numero di esperienze che a esso si ricollegano. Ma che proprio per questo è da considerarsi come una delle categorie più inclini a cogliere il zeitgeist contemporaneo.

I partiti di destra estrema – o, meglio, i partiti populisti di destra ra­dicale – possono essere compresi a partire da un’ideologia che separa la società in due gruppi ben distinti, in maniera quasi manichea: il popolo dei puri e quello dei corrotti, alzando una barriera tra un noi e gli altri. La politica diventa il mezzo per dare voce e azione alla volontà generale del primo popolo, senza alcun tipo di compromesso. Per i populismi che si col­locano all’estrema destra, tale atteggiamento, in netto contrasto con la teoria e la pratica della liberaldemocrazia, si tinge di colori ancora più foschi, dal momento che la nozione di popolo si carica di significati nazionalisti.

Esiste un comune retroterra all’exploit dei po­pulismi radicali in Europa. La parola che più di tutte accompagna il loro sviluppo è conosciuta da tutti gli studiosi del campo: si chiama crisi. Innanzitutto crisi dello Stato democratico in grado di garantire per decenni un effi­cace scambio con i cittadini: consenso al posto di beni collettivi. Col cosiddetto compromesso democratico, la democrazia rappre­ sentativa confermava la sua legittimità attraverso un sistema che ga­rantiva sviluppo economico, occupazione, protezione previdenziale. Prometteva conseguimenti che tuttavia hanno fatto parte di una platea sempre più estesa, con un conseguente crescendo di aspetta­tive da parte dei cittadini: prima la difesa e l’ordine pubblico, poi l’istruzione, la sicurezza sociale, il benessere. Fa bene Sabino Cassese a ricordare che chiediamo allo Stato di giocare davvero il ruolo di Provvidenza, tanto che oggi ci rivolgiamo allo Stato anche per pre­stare assicurazione contro i rischi che derivano dai terremoti e da tutti gli eventi naturali.6

Il patto democratico che è durato per decenni, e ha fatto la fortuna dei regimi partitocratici, oggi ha perso però la sua forza propulsiva. Ed è sempre più insostenibile, soprattutto in fasi calanti dell’econo­mia. In questo modo, ad alzarsi è il vento del malcontento da parte degli elettori, facile richiamo di quelle forze politiche che chiedo­no di ridare centralità al popolo, contro i suoi “nemici”: la casta, l’Europa, gli immigrati – il bersaglio di volta in volta adottato non è così importante quanto la necessità di protesta. In alternativa, i cittadini vanno a ingrossare le file del partito del non voto, che di consultazione in consultazione aumenta progressivamente le proprie dimensioni. Tanto più che da ultimo lo Stato nazionale si trova in difficoltà non solo per il mantenimento delle promesse di benessere, ma anche rispetto al nucleo funzionale attorno al quale esso è nato: la garanzia di sicurezza per il cittadini. Dal crollo delle Torri Gemelle al Bataclan, la sensazione di vulnerabilità del cittadino occidentale produce atteggiamenti di chiusura, trasformati facilmente dalle forze populiste in attacco al diverso e allo straniero.

Una seconda spinta alla espansione della destra radicale deriva dal cambiamento strutturale dei sistemi di partito. Come alcuni contri­buti classici della scienza politica confermano,7 i sistemi di partito delle democrazie occidentali si sono articolati – o per meglio dire congelati – per secoli intorno a grandi fratture che hanno attraver­sato le società occidentali, dallo scontro tra datori di lavoro e ope­rai, alla tensione tra Stato e Chiesa. Ciò ne dettava una notevole stabilità, tanto che i principali cleavages della politica novecentesca risalivano ai macroprocessi storici della formazione degli Stati mo­derni e dell’industrializzazione. Tuttavia, ai nostri giorni, la perdita di salienza delle tradizionali linee di conflittualità politica ha por­tato i sistemi di partito a traballare.8 In primo luogo rispetto alla loro prima caratteristica: il numero dei partiti cresce in quasi tutti i paesi occidentali, e anche i casi storici di bipartitismo, come quello inglese e spagnolo, non resistono alla prova del voto. Senza parlare dell’Italia, che a fronte dell’introduzione di meccanismi maggioritari di traduzione dei voti in seggi negli anni Novanta, ha lasciato riscon­trare altissimi livelli di frammentazione dell’offerta elettorale. Col ri­sultato che, dopo l’abbaglio costituzionale del modello Westminster, abbiamo avuto maggioranze fragili e assemblee con una quantità di gruppi tra le più alte nella storia repubblicana.

A ciò si aggiunga che muta notevolmente anche la seconda impor­tante caratteristica dei sistemi di partito: la sua dinamica, vale a dire le relazioni reciproche tra i suoi componenti. L’asse destra-sinistra risulta sempre meno saliente, tanto che leader e partiti sono alla ricerca di un consenso trasversa­le, che attraversa le tradizionali appartenenze po­litiche. Non a caso il marketing politico orienta le campagne elettorali per tutti i livelli di gover­no, con un approccio molto vicino a quella te­oria economica della democrazia messa a punto da Anthony Downs9 per gli Stati Uniti a metà del secolo scorso, e ora perfettamente applicabile anche al Vecchio continente. La crisi dei sistemi di partito tradizionali apre così una finestra di opportunità per forze che mobilitano l’elettorato su nuovi fronti di divisione politico-sociale, come ad esempio la con­trapposizione tra popolo e Palazzo, per la quale, secondo i populisti, il mondo della politica si iscrive, senza grandi distinzioni, nei confini della corruzione o del malaffare.

La nuova destra estrema trae alimento anche da un’altra forma di crisi, che si esprime questa volta dal lato della domanda politica. E che è premessa, dal punto di vista sia logico che storico, alla crisi delle forme rappresentative. Le classi sociali sono state le principali inter­locutrici della politica novecentesca. Esprimevano comportamenti di voto piuttosto stabili, tali da garantire un consenso duraturo ai partiti che le rappresentavano. Con le recenti trasformazioni della struttura sociale, l’elettorato è sembrato invece sempre più incapace di esprimere forme di aggregazione durature. Non a caso sono i lea­der, più che i partiti, ad attrarre il consenso di un elettorato sempre più diviso al suo interno, potremmo dire tendenzialmente atomizza­to. Gli unici in grado di sviluppare un nuovo senso di identificazione che si presta a costituire un sostituto funzionale del vecchio spirito di appartenenza ai partiti. I leader forse non più come in passato porta­tori di una missione, ma fattore di coagulo di un popolo-massa, sulla base di un efficace mix di immagine e carisma.

Rispetto a questo mutato contesto i partiti di estrema destra si trova­no a godere di alcuni vantaggi competitivi, che come si vede stanno mettendo a frutto. Essi, sulla base di un’organizzazione già persona­lizzata per storia e impostazione culturale,10 riescono a imporre temi forti, a presa rapida su un elettorato che ha smarrito i suoi principali riferimenti collettivi. Con parole e moduli comunicativi semplici, in grado di parlare all’uomo della strada e di stimolarne l’emotività. Essi, inoltre, possono offrire alla massa idee di “popolo” alle quali ri­collegarsi, spesso un popolo-nazione, come comunità ideale costruita dalla storia, dalla geografia e/o dal sangue.11 Come si spiega in una recente opera sui concetti della politica, i partiti populisti di destra si oppongono all’individualismo tipico della società odierna con un co­munitarismo che insiste sull’unità del popolo, creando «una barriera di difesa nei confronti dei corruttori delle virtù del popolo: trasgres­sori (di qui l’insistenza sulla prospettiva di law and order), devianti, rappresentanti di una cultura “altra”».12 Un discorso identitario che non rinuncia mai dunque a veicolare atteggiamenti radicali e aggres­sivi rispetto a coloro che non lo condividono.

Fissiamo però un punto in merito allo sviluppo dei partiti radi­cal-populisti. Come visto, il rafforzarsi dei partiti radicali deriva dalle trasformazioni, potremmo dire strutturali, della società e della poli­tica che la riflette. Inoltre, per la prima volta, essi sono depositari di ampio supporto elettorale, in molti casi a doppia cifra. Per quanto la democrazia si affidi agli elettori per la scelta dei governanti, questi due fattori non sono tuttavia sufficienti a garantire la legittimità di una forza politica. I partiti di destra estrema presentano posizioni e punti di vista che contrastano con le acquisizioni della liberal-de­mocrazia. Per essere più chiari essi sono spesso irrimediabilmente incostituzionali. Sia in relazione alle procedure della democrazia, che sovente disprezzano, e ta­lora calpestano, lamentando un eccesso di lun­gaggine e farraginosità elettorale nei meccanismi istituzionali; sia per quanto riguarda i contenuti politici, perchè il loro attacco a quanti non con­dividono la stessa “heartland”, il posto dove se­condo l’immaginario populista risiede il popolo virtuoso e unificato,13 pone in dubbio la validità dei diritti espressi nelle costituzioni. Per alcuni non c’è più dubbio che accademici e commentatori abbiano celebra­to prematuramente la vittoria universale della democrazia.14 Sicura­mente i partiti di destra minacciano la democrazia che più di tutte mostra ancora una sua intrinseca fragilità, vale a dire la democrazia europea, ancora in ritardo nel consolidare i processi di rappresen­tanza e partecipazione dei cittadini. A essa ha inflitto un duro colpo la vittoria dei sì al referendum sulla Brexit britannica, conducendo probabilmente a una spirale di recessione e forse a un effetto domino anche in altri paesi.

È curioso notare la novità dei partiti di estrema destra in un conti­nente in cui, meno di un secolo fa, si è registrata la più importan­te involuzione autoritaria che la storia abbia conosciuto. Le nuove destre nascono infatti in uno scenario politico e per ragioni molto diverse rispetto al passato. Fanno leva sulle pulsioni emotive e spesso aggressive di un elettorato spaesato, che si trova a vivere sfide inedite quali la globalizzazione e il terrorismo internazionale. Per la prima volta privato del riferimento ideologico e organizzativo dei partiti tradizionali.

Sono in molti, però, a non trovare, accanto a questi elementi di no­vità, anche rilevanti fattori di continuità storica con il passato delle destre radicali, dalle posizioni xenofobe e razziste ai toni egualmen­te minacciosi. Saranno in molti a restare col fiato sospeso, elezione dopo elezione, paventando l’affermazione di forze che partecipano alle elezioni ma che si pongono ai confini, o al di fuori, delle nostre democrazie. Sperando, di volta in volta,15 che lo spettro che si aggira per l’Europa non prenda lo scettro del comando.


[1] M. Tarchi, Estrema destra e neopopulimo in Europa, in “Rivista italiana di scienza politica”, 2/1998, pp. 379-89.

[2] Si tratta di C. Mudde, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press, Cambridge 2007.

[3] Il tema di come i partiti populisti si comportino al potere, e delle strategie messe in atto per reagire alle forze populiste, è al centro di un emergente filone di ricerca della scienza politica. Il numero monografico a cura di P. Taggart e C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government (in “Democratization”, 2/2016) offre primi elementi di inquadramento della problematica.

[4] P. Merkl, Why they are so strong now? Comparative reflections on the revival of the radi­cal right in Europe, in P. H. Merkl, L. Weinberg (a cura di), The Revival of Right Wing Extremism in the Nineties, Routledge, Londra 1997, p. 18.

[5] C. Mudde, The Populist Zeitgeist, in “Government and Opposition”, 4/2004, pp. 542-63.

[6] S. Cassese, L. Torchia, Diritto amministrativo. Una conversazione, il Mulino, Bologna 2014.

[7] Già nello studio comparato S. M. Lipset, S. Rokkan, Party Systems and Voter Align­ments: Cross-National Perspectives, Free Press, New York-Londra 1967.

[8] Di Parties without system ha parlato Mauro Calise in S. Passigli (a cura di), La politica come scienza. Scritti in onore di Giovanni Sartori, Passigli Editore, Firenze 2015, illustrando la stretta relazione tra personalizzazione della politica e crisi dei sistemi di partito.

[9] A. Downs, An Economic Theory of Democracy, Harper, New York 1957.

[10] Per una recente ricognizione empirica sulla personalizzazione dei partiti politici, si veda il numero monografico a cura di F. Musella e P. Webb, Personal Leaders in Contemporary Party Politics, in “Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica”, 3/2015.

[11] È, questo popolo, tra i tre tipi presenti in Y. Meny, Y. Surel, Populismo e democrazia, il Mulino, Bologna 2014.

[12] A. Criscitiello, Populismo, in M. Calise, T.J. Lowi, F. Musella, Concetti chiave. Ca­pire la scienza politica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione. Si veda anche M. Canovan, Populism, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1981.

[13] Secondo la definizione di P. Taggart in Populism, Open University Press, Buckingam 2000.

[14] P. Taggart, C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government cit., pp. 201-20.

[15] Non a caso la metafora dello spettro ha animato diversi contributi sul tema. Si veda, ad esempio, B. Arditi, Populism as a Spectre of Democracy: A Response to Canovan, in “Political Studies”, 1/2004, pp. 135-43, e il capitolo D. Albertazzi, D. McDonnell, Introduction: The Sceptre and the Spectre, in D. Albertazzi, D. McDonnell (a cura di) Twenty First Century Populism, Palgrave, Londra 2008, pp. 1-14.

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Giovedì, 13 Aprile 2017 00:00

Post verità ...bufale

Non è tanto la post-verità, quanto la coglioneria (la risposta ce la dà Gramsci)

Giulio Cavalli

«Mentre eravamo tutti distratti dalla tragedia del terremoto, il Senato ha approvato – con ben 303 voti a favore e solo 116 contrari – la modifica dell’articolo 126 ter del cod. della strada che prevede l’ottenimento della patente GRATIS (scritto così, maiuscolo, eh nda) per (minuscolo nda) TUTTI GLI IMMIGRATI (arieccolo il maiuscolo nda) che la richiedono, e con ben 30 punti iniziali anziché 20 come NOI »

e poi sotto il solito «SCRIVI BASTA E CONDIVIDI»

Accanto alla foto l’amministratore commenta a nome della pagina: “Adesso basta siamo stanchi di queste ingiustizie poi dobbiamo vederli ubriachi che fanno le stragi” e il solito invito a condividere.

Sotto il solito proliferare di beceri commenti razzisti. Un’orda di imbecilli pronta a farsi massa alla prima coglionata.

E fa niente che l’articolo 126 ter del Codice della Strada non esista. E fa niente che i voti dei senatori sarebbero 303+116 e quindi 419 quando in Senato sono 315 in tutto (più i Senatori a vita). Fa niente che la didascalia sia scritta con un analfabetismo degno di un discorso di Salvini in inglese. Tutti incazzosi, tutti pronti a indignarsi. Solo ieri pomeriggio erano 58.514 le persone che avevano condiviso sulle proprie bacheche. Un virus. Gente che non si informa perché intende le notizie (e la politica) solo come occasioni di vendetta: se sono funzionali alla bile vanno bene, vere o non vere.

Qui non è questione di post-verità ma di coglioneria. Gente che usa la propria tessera elettorale per affettare i nemici sull’onda di odio indotto.

Se ne conoscete qualcuno, se lo incrociate virtualmente o dal vivo fategli un piacere, leggetegli ciò che scriveva Antonio Gramsci ne “L’Ordine Nuovo” il 26 aprile del 1921:

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri.

Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”

Ah, specificategli che è morto, Gramsci.

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Lunedì, 10 Aprile 2017 00:00

Post verità e televisione

La post-verità può arrivare in televisione

Un giornalista di Fox News ha incalzato l'autore di una notizia falsa durante il suo programma, e ne è uscita una cosa surreale

Il 17 gennaio, Tucker Carlson, un giornalista di Fox News, il principale network televisivo conservatore americano, ha invitato nel suo programma Dom Tullipso, presidente di “Demand Protest”, un’associazione che, secondo il suo sito, si occupa di fornire manifestanti “politicamente motivati” a pagamento e per qualsiasi causa. Nei giorni precedenti, “Demand Protest” aveva pubblicato diversi annunci di lavoro in circa venti città americane in cui si offriva di pagare manifestanti per protestare a pagamento contro l’insediamento di Trump e diversi media conservatori americani avevano ripresa la notizia dandola per vera. Naturalmente si tratta di una bufala: la società di Tullipso non esiste, il sito è online da pochi giorni e lo stipendio promesso negli annunci di lavoro, tra le altre cose, non è credibile: 2.500 dollari al mese per i dipendenti fissi più 50 dollari all’ora per ogni “evento di protesta”. Carlson, durante la trasmissione, ha iniziato proprio da questo, e ha chiesto a Tullipso «Questa è una truffa, la sua società non è reale, il vostro sito web è finto, quello che dite sono bugie e tutto quello che state facendo è uno scherzo. Ma mi permetta di cominciare dall’inizio, dal suo nome: Dom Tullipso, che non è il suo vero nome. È un nome falso, abbiamo fatto delle verifiche tramite fonti della polizia e questo nome non esiste. Quindi cominciamo dalla verità. Mi dica qual è il suo vero nome».

Nonostante le evidenti prove sulla falsità di quello che diceva, Tullipso ha negato che tutta l’operazione fosse uno scherzo, ha fatto notare che il fatto stesso di essere in televisione fosse prova dell’autenticità della sua società e dopo pochi minuti ha detto che la sua associazione era passata dall’essere anti-Trump a pro-Trump circa 30 minuti prima dell’intervista. L’intervista è poi proseguita con toni surreali, perché Tullipso non è uscito dal personaggio fino alla fine dell’intervista, quando ha ammesso di essere molto sorpreso da quanto fosse stato facile ottenere un’ampia copertura mediatica alla sua iniziativa. Poi ha aggiunto immediatamente che non stava davvero ammettendo di essere l’autore di uno scherzo. Carlson a quel punto è scoppiato a ridere. Secondo il giornalista di Fox News, l’operazione di “Tullipso” aveva lo scopo di ingannare i media conservatori per poi mostrare la loro credulità davanti alle notizie false. In passato, il presidente eletto Donald Trump ha spesso accusato le persone che protestavano contro di lui di essere pagate da organizzazioni politiche a lui ostili

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Lunedì, 03 Aprile 2017 00:00

Opinioni

opinioni

Alla protezione civile non servono nuove regole ma più controlli

Roberta Carlini, giornalista

“Sarà una riforma storica”. Con queste parole il ministro Graziano Delrio aveva benedetto l’inizio dell’iter in parlamento della riforma della protezione civile. Era il 15 marzo 2015. Quel testo, approvato dalla camera il 23 settembre 2015, solo in questi giorni, a sei mesi dall’inizio dell’emergenza terremoto in Italia centrale, è arrivato in aula in senato.

Anche qualora vedesse la luce in poche settimane, occorrerebbe poi aspettare nove mesi per avere i relativi decreti delegati, insomma l’attuazione pratica. Motivo per cui i veri interventi legislativi “urgenti”, a ridosso dell’emergenza di queste settimane, arriveranno per decreto legge del governo entro la prossima settimana, come ha annunciato in senato il presidente del consiglio Paolo Gentiloni.

Avremo così il sesto intervento legislativo sulla materia dal 1992, anno in cui la protezione civile fu istituita, in attesa del settimo, la riforma storica (senza contare il codice degli appalti, che a sua volta incide sulla materia).

Come una fisarmonica Si può dire, che a ogni inizio decennio lo stato italiano ha visto in modo diverso il concetto di protezione, tant’è che lo stesso campo d’azione della protezione civile si è allargato e ristretto come una fisarmonica: con la legge del 1992, che poneva come oggetto del nuovo servizio “tutelare la integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi”; all’inizio del primo decennio del duemila, con il decreto legge che aggiunge all’elenco i “grandi eventi”, aprendo la strada alla gestione in emergenza e con pieni poteri discrezionali anche della costruzione delle opere per eventi che potevano andare da un vertice internazionale a una gara sportiva; alla svolta degli anni dieci, con il ritorno della protezione civile al suo nucleo originario.

Si dà per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione

Che non è affatto ristretto, dato che nel concetto di protezione rientrano tre attività essenziali: previsione, prevenzione e soccorso (che dovrebbe durare fino al ripristino delle condizioni di normalità); e che la definizione di “calamità” non è limitata a quelle naturali ma anche a quelle derivanti dall’opera dell’uomo; ne derivano poteri di emanare ordinanze in deroga alle norme vigenti, per fronteggiare l’emergenza.

Da un terremoto a uno scandalo a un altro terremoto, il pendolo del legislatore nel regolare tutto ciò oscilla tra maggiore o minore rigore nelle procedure e nei controlli, e tra maggiore o minore accentramento dei poteri decisionali: ogni volta dimenticandosi dei problemi che avevano portato ai cambiamenti della volta precedente. E anche oggi, in seguito ai ritardi (anzi, secondo Gentiloni per “prevenire accumuli di ritardi”) nella gestione dell’emergenza del terremoto nell’Italia centrale, si rimette mano alla legge vecchia, in attesa di quella nuova.

Dando per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione. E, tra le regole, si torna a mettere nel mirino le odiate gare pubbliche: quelle che lo stato o un ente pubblico fa quando deve scegliersi un fornitore, e che sarebbero regola europea – soggetta però a numerose e sensibili eccezioni.

Gara versus trattativa privata Ma siamo sicuri che, oggi come ieri, il nucleo del problema sia nella scelta, su cui si dibatte, tra la velocità della trattativa privata nell’affidamento dei lavori e le pastoie delle gare a evidenza pubblica?

È la questione che ritorna a ogni ritardo, a ogni opera e – purtroppo – a ogni scandalo. La straordinaria urgenza nella quale per definizione la protezione civile è costretta a operare è infatti, per ovvio buon senso, motivo di deroga alle norme generali. E anche motivo per cui, nel passato recente che ancora brucia, si allargò a dismisura la competenza della protezione civile fino a farvi rientrare tutta la ricostruzione e anche i grandi eventi, sotto la gestione Bertolaso. In modo da poter gestire gli appalti con totale discrezionalità e senza procedure a evidenza pubblica.

Nel 2012, con gli scandali dell’Aquila e dei Mondiali di nuoto ancora freschi, il governo Monti varò l’indietro tutta con il decreto 59, che delimitò il campo d’azione della protezione civile eliminando da questo i grandi eventi, oltre a fissare le procedure per il ritorno alla gestione ordinaria appena finito lo stato d’emergenza (che, secondo quella legge, non poteva durare più di 90 giorni, prorogabili per non più di 60: termine che poi è stato allungato a 180 giorni da un decreto successivo, del 2013).

Nella stessa legge si prevedevano anche ruolo e durata di eventuali commissari, e un rapporto con le istituzioni locali molto meno “accentratore” rispetto alla gestione precedente. Il tutto, sotto il segno prevalente del governo dell’epoca: un controllo più stretto dei saldi di bilancio. Insomma, contro il lievitare di spese incontrollate varate sotto la spinta dell’emergenza e poi destinate a crescere in corso d’opera. Emergenza che, sia pure su tempi ed eventi delimitati, consentiva poteri di deroga alle procedure burocratiche ordinarie.

La questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta

Anche il codice degli appalti varato nell’aprile del 2016 dà pieni poteri per evitare le gare, in caso di emergenza, “nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dall’amministrazione aggiudicatrice, i termini per le procedure aperte o per le procedure ristrette o per le procedure competitive con negoziazione non possono essere rispettati”: così recita l’articolo 63, e sarebbe difficile non far rientrare in questa cornice generale l’acquisto di beni e servizi, e anche la confezione di manufatti, necessari per fare fronte alla prima emergenza di un terremoto.

Va detto che il governo vuol farvi rientrare anche i lavori stradali per preparare il G7 di Taormina, e così ha disposto nel decreto per il Mezzogiorno varato alla fine dell’anno scorso: contro questa scelta si è schierato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, dicendo che quella norma “concede una procedura iper-eccezionale” e temendo infiltrazioni mafiose nei lavori. Dunque, la questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta. E, nel caso del terremoto, trova a suo sostegno lo stato di parte delle popolazioni e dei loro animali ancora al freddo e al gelo, a cinque mesi dalle prime scosse.

Le casette e le stalle Dunque le norme per fare procedure d’emergenza, senza le gare, già ci sono nelle regole della protezione civile e anche nello stesso codice degli appalti. Ma nel caso del terremoto dell’Italia centrale le gare ci sono state, su richiesta dell’Anac di Cantone.

Solo che per quanto riguarda le strutture provvisorie per gli allevamenti (i Mapre, moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali) le ditte selezionate con le gare non hanno consegnato tutto il dovuto nei tempi previsti: la regione Lazio, alla quale era stata attribuita la responsabilità di questi acquisti per tutte le regioni colpite dal sisma, ha bandito una gara al massimo ribasso, suddivisa in quattro lotti (bovini da latte e da carne, ovini e fienili).

Ma l’impresa che ha vinto la gara per i bovini non ha consegnato i manufatti in tempo: e qui scattano altri ritardi, dovuti ai tempi di messa in mora necessari prima di interrompere un contratto (la diffida è partita solo il 5 gennaio 2017). Intanto, è partito tutto un altro iter, con il quale si è data agli agricoltori la possibilità di comprarsi da soli le stalle con un contributo pubblico totale, con altre complicazioni e passaggi burocratici. Mentre per quanto riguarda i prefabbricati abitativi (Sae, soluzioni abitative d’emergenza), la gara era addirittura stata fatta due anni prima, e la protezione civile ha messo a disposizione degli enti locali elenco delle ditte e protocollo dell’accordo: solo che è lo stesso accordo che prevede che i tempi di realizzazione siano di circa sette mesi… tempi lunghissimi per un’emergenza, anche se non ci fosse stato l’eccezionale maltempo di quest’inverno.

Più che la procedura delle gare – e l’alternativa sempre caldeggiata da una parte di costruttori, fornitori e politici, ossia la trattativa privata – sotto la lente dovrebbe stare la sua concreta attuazione. Il controllo del rispetto degli accordi, i contrasti tra amministrazioni (il fatto che le regioni coinvolte fossero quattro non ha aiutato, né ha semplificato le cose la diarchia tra protezione civile e il commissario alla ricostruzione), la loro maggiore o minore efficienza, la capacità di far fronte a impegni straordinari con organici e mezzi impoveriti da anni in cui nelle stesse amministrazioni ordinarie non si è più investito.

Invece di guardare a quel che non va sul terreno, l’invocazione di poteri e procedure straordinarie dall’alto può servire a coprire l’incuria dell’ordinaria amministrazione, se non peggio a rivitalizzare gli appetiti e le pratiche che nel passato sono costate tanto alle casse pubbliche e poco hanno portato al territorio.

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