La questione dell’indipendenza catalana sta agitando la Spagna e la tensione si riverbera sul resto dell’Europa. L’attenzione mediatica è aumentata lungo il mese di settembre, in vista del contestato referendum del 1° ottobre, quando ci siamo trovati di fronte a immagini che hanno colpito se non allarmato l’opinione pubblica in tutto il mondo, con l’inevitabile seguito di polemiche, anche a colpi di fake news, sulle violenze e sul numero dei feriti. Nel momento in cui scriviamo lo svolgersi degli avvenimenti registra un crescente inasprimento dello scontro piuttosto che l’apertura di un dialogo. In ogni caso, quali che siano i suoi sviluppi, questa vicenda offre un’occasione per una riflessione più di fondo.

Al di là di alcune prese di posizione piuttosto evidentemente strumentali a favore dell’una o dell’altra parte, a molti livelli prevale una sensazione di sconcerto e perplessità di fronte a qualcosa a cui si assiste, ma di cui si faticano a mettere a fuoco le coordinate. La questione catalana non è una sorpresa in sé: la sua esistenza è ben nota e negli anni più recenti è stata a più riprese oggetto dell’attenzione della Rivista (cfr nota a fine articolo). Non è una novità nemmeno il fatto che l’Europa sia attraversata da spinte indipendentistiche, la cui lista non è corta. Ciò che colpisce è come la situazione sia montata esponenzialmente, il modo incerto e goffo con cui i diversi protagonisti la stanno gestendo, l’ambigua posizione dell’Unione Europea, che si nasconde dietro la non ingerenza nelle questioni interne. Tutto sembra avvitarsi in un blocco da cui non si intravedono vie di uscita, se non al prezzo di ulteriori lacerazioni.

Rivendicazioni
Sia il Governo catalano sia quello spagnolo si esprimono attraverso il linguaggio del diritto, in riferimento a una giustizia intesa in senso giuridico: da una parte ci si richiama al diritto di autodeterminazione dei popoli, dall’altra al rispetto della legalità costituzionale. I fatti però mostrano come questa sia solo una parte del problema. Le voci dei militanti e della gente comune parlano infatti un linguaggio diverso, quello del sentirsi o non sentirsi “a casa”. Il registro giuridico non basta: per comprendere la situazione occorre passare a quello del riconoscimento, che permette di tenere insieme il piano delle norme, quello delle rivendicazioni economiche e quello delle dinamiche sociali e culturali. In quanto sta accadendo a Barcellona tocchiamo la potenza che si nasconde nella richiesta collettiva di riconoscimento della propria identità – e quindi della propria differenza –, ma anche la forza di un legame che discende dai fatti e dalla storia della penisola iberica, con tutte le sue contraddizioni e traversie.

La chiave del riconoscimento ci permette di accostare le vicende catalane a molte altre in cui risuonano gli stessi temi, sebbene si snodino su piani assai diversi. Nel discorso tenuto a Firenze il 22 settembre 2017 sul tema della Brexit, il primo ministro britannico Theresa May ha usato espressioni straordinariamente simili a quelle degli indipendentisti catalani: «Il Regno Unito non si è mai sentito completamente a casa nell’Unione Europea». La questione interseca poi il complesso nodo delle relazioni di genere in molti ambiti: per il riconoscimento delle differenze non basta una equiparazione sul piano giuridico o retributivo, per quanto indispensabile. Infine, il riconoscimento è cruciale in una innumerevole serie di conflitti interpersonali: come mostrano le esperienze della mediazione in campo familiare o penale, ciò che le vittime cercano è il riconoscimento della sofferenza ingiusta che patiscono, ben più di un risarcimento monetario o di una condanna del colpevole.

Non intendiamo qui analizzare nei dettagli la vicenda catalana, ma cogliere lo stimolo che essa ci offre ad approfondire questa dimensione cruciale dei conflitti sociali e politici del mondo contemporaneo, di cui l’opinione pubblica sembra stentare a prendere piena consapevolezza. Le categorie di analisi sono fondamentali per una corretta comprensione dei problemi e quindi per la ricerca di soluzioni davvero efficaci. Proveremo perciò a dialogare con alcuni spunti offerti dalla sociologia e dalla filosofia, che ci sono d’aiuto per interpretare i conflitti sociali senza rimanere schiacciati sulla cronaca.

La lotta per il riconoscimento
È dall’inizio del nuovo millennio che la ricerca sociologica e politologica registra il ribaltamento degli assi del conflitto sociale, politico e culturale: le moderne lotte politiche, che nei due secoli precedenti riguardavano principalmente questioni redistributive, sono diventate prima di tutto e soprattutto lotte di riconoscimento (cfr Fraser N. – Honneth A., Redistribuzione o riconoscimento? Una controversia politico-filosofica, Meltemi, Roma 2007 [ed. or. 2003]). Questo vale a diversi livelli. Sono lotte per il riconoscimento quelle delle minoranze linguistiche, culturali, etniche o religiose, quelle basate sul genere e l’orientamento sessuale; lo sono quelle delle vittime che non si sentono considerate nel processo penale e quelle di chi compie lavori gravosi e trascurati; sono lotte per il riconoscimento quelle che prendono di mira le discriminazioni nell’accesso alle posizioni di potere, in politica come nelle imprese, e ci sono componenti di riconoscimento anche in molte rivendicazioni salariali. Sono frequenti infine le richieste di riconoscimento pubblico di situazioni singolari, pur non codificabili.

Queste lotte riguardano la tutela dell’identità di singoli o gruppi e, soprattutto, la possibilità di attuare liberamente le proprie aspirazioni: si rivendica la disponibilità di uno spazio a prescindere da come lo si riempirà. La negazione di questa possibilità è percepita come una umiliazione e la reazione assume spesso il colore della vendetta o i toni della violenza. Non è difficile rintracciare nelle vicende catalane un caso esemplare di questa dinamica, e non solo negli accenti rivendicativi di molti militanti. Lo rivela il fatto che tra i catalani la percentuale di quanti ritengono di avere il “diritto di decidere” è nettamente più elevata di quanti sono a favore dell’indipendenza. Il divieto di celebrare il referendum (con le azioni repressive che ne sono seguite) è stato percepito come una compressione di questo diritto di autodeterminazione e quindi come un’(ulteriore) umiliazione.

Facendo riferimento alla formulazione classica di che cosa sia la giustizia, “dare a ciascuno il suo”, nel caso delle lotte per il riconoscimento il conflitto non riguarda soltanto la determinazione quantitativa del “suo” che deve essere dato a “ciascuno”: qui entra in gioco la componente della minaccia dell’identità, e il piano simbolico-relazionale si salda a quello economico. La dinamica è bidirezionale. Ad esempio, nel mondo del lavoro, la rivendicazione di un livello salariale adeguato – pensiamo alle lotte per il salario minimo nei Paesi dove questo è definito per legge, ad esempio negli Stati Uniti durante la presidenza Obama – esprime in termini monetari una richiesta che è anche di riconoscimento e tutela della propria dignità personale. In modo speculare, è indubbio che le rivendicazioni indipendentiste catalane nell’ultimo decennio veicolino anche l’attesa di un cambiamento economico da parte degli strati della popolazione più colpiti dalla crisi economica. Almeno per una parte di coloro che la propugnano, l’indipendenza della Catalogna rappresenta l’occasione congiunta di affermare una identità culturale e di rimettere radicalmente in discussione la struttura delle disuguaglianze sociali. L’analisi dei conflitti sociali contemporanei ci impone così di elaborare una concezione bidimensionale della giustizia, che intrecci i registri e i linguaggi della redistribuzione e del riconoscimento. Come integrarli resta al momento un problema senza soluzioni generali già sperimentate.

Senza via d’uscita?
Proprio perché toccano il registro della soggettività, sulle lotte per il riconoscimento aleggia il timore che possano dare luogo a pretese senza limite, a una dinamica che gli studiosi chiamano di “cattivo infinito”. Questo vale in particolare quando si entra nel campo delle risorse pubbliche da destinare alla tutela di quelli che vengono presentati come nuovi diritti da riconoscere. Ad esempio, a quale livello di personalizzazione è giusto arrivare nella predisposizione dei menu delle mense scolastiche in una società sempre più fortemente multireligiosa e multiculturale? Quale tutela meritano le posizioni minoritarie in materia di sanità, dalla questione delle trasfusioni a quella dei vaccini, al rifiuto di essere visitati da un medico di genere diverso dal proprio? Oltre che sulla salute pubblica, la risposta a queste domande ha un impatto sull’organizzazione del sistema sanitario e la relativa spesa.

Anche se la supposta illimitatezza delle pretese nei fatti non è estrema quanto si paventa, in un contesto di forte individualismo la questione resta di non poco conto, anche alla luce dell’indebolimento delle istituzioni sociali – tipicamente quelle politiche ai vari livelli – a cui è affidata la mediazione tra pretese di riconoscimento e la determinazione di priorità e criteri di allocazione delle risorse. Preoccupazioni sulla effettiva capacità sociale di gestire queste problematiche nascono anche di fronte ai circuiti di autoreferenzialità resi possibili dalle nuove tecnologie digitali: sui social network la differenza è molto spesso oggetto di derisione o disprezzo anziché di riconoscimento.

Dinamiche di questo genere sono probabilmente all’opera anche nella vicenda catalana. Lo denuncia la situazione di stallo apertasi dopo il referendum: le due parti, a livello sociale, politico e anche istituzionale, non sembrano riuscire a sganciarsi dalla continua riaffermazione della propria posizione, proposta di fatto come qualcosa di non negoziabile. L’impressione è di un muro contro muro, o di un dialogo tra sordi, non di rado accompagnata da una presentazione caricaturale o denigratoria delle posizioni della controparte.

Da una parte ci si richiama alla storia, dall’altra alla legalità. Ma nessuna di queste prospettive è sufficiente da sola a risolvere la questione, anche se ciascuna è portatrice di elementi di chiarezza. Per incontrarsi, devono però abbandonare la pretesa di assolutezza e smettere di presentarsi come monoliti. La storia è sempre più sfaccettata di quanto appaia quando viene ricostruita attraverso processi ideologici di “nazionalizzazione”, da cui né Spagna né Catalogna sono esenti. Dal canto suo, il diritto non si risolve con l’esercizio della forza e quindi con la coercizione, dovendo lasciare continuamente aperto lo spazio dell’elaborazione normativa.

Le dinamiche di riconoscimento giocano un ruolo fondamentale anche come fattori di stallo comunicativo. Una dichiarazione di indipendenza è un’affermazione di identità che trancia un legame, non riconoscendolo più come un valore, ma essa stessa resta appesa al riconoscimento (in questo caso internazionale), senza il quale rimane vuota. Anche il richiamo alla Costituzione parla il linguaggio del riconoscimento. Almeno in uno Stato democratico – quale la Spagna indubitabilmente è –, la forza della Costituzione riposa in ultima analisi sul fatto che i cittadini ne riconoscano il valore in quanto si riconoscono nella storia comune che l’ha prodotta. È nel percorso storico che da secoli lega la Catalogna al resto della Spagna – non senza problemi e conflitti – che si radica l’elaborazione dell’attuale Costituzione spagnola, comprese le misure di tutela delle differenze culturali e delle autonomie regionali che ne discendono. Inevitabilmente, per coloro che non vi si riconoscono (più), il richiamo alla legalità costituzionale risulterà debole, specie quando sembra che alcuni brandiscano la Costituzione come una clava.

Il rischio del primo passo
Ma il riconoscimento entra in gioco anche come possibile catalizzatore di sblocco. Il dialogo, da molti invocato come unica possibile via di uscita, può avvenire in vari modi, ma non può fare a meno del riconoscimento della reciproca legittimità delle parti, per quel tanto che basta a sedersi allo stesso tavolo, magari con l’aiuto di un mediatore. Fin tanto che gli interlocutori non si riconoscono come tali, nessun dialogo può partire: è quanto insegnano tutti i tentativi di risoluzione dei conflitti attraverso processi di mediazione, a prescindere dal loro esito finale. Senza il riconoscimento della legittimità dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) come rappresentante dei palestinesi da parte israeliana, e senza il riconoscimento del diritto di Israele a esistere da parte palestinese, Rabin e Arafat non avrebbero raggiunto quelli che sono noti come Accordi di Oslo nel 1993.

La riflessione del filosofo francese Paul Ricoeur, in particolare nel volume Percorsi del riconoscimento (Cortina, Milano 2005), termina proprio con la considerazione delle esperienze riuscite di mutuo riconoscimento, significativamente chiamate «stati di pace». Non è una prospettiva irenica e utopica: si tratta piuttosto di situazioni in cui si sperimenta concretamente che la “lotta per il riconoscimento” non è destinata inevitabilmente a essere perpetua; e una risoluzione del conflitto, pur nella costante fragilità, può essere raggiunta. Quando questo accade, ciò che si prova accende il desiderio di sperimentarlo ancora, sostenendo la ricerca di ulteriori mutui riconoscimenti.

La chiave, secondo Ricoeur, è uscire da una prospettiva in cui qualunque scambio o dialogo ha una funzione puramente strumentale, una valenza solo commerciale o strategica, per assumere il rischio di compiere un primo passo senza garanzia previa di un contraccambio. Detto in altri termini, si tratta di compiere qualcosa che si colloca nell’ordine del gratuito, di fare un dono. Questo termine – lo evidenzia una ricca letteratura – va usato con poca retorica e grande cautela, liberandolo da tutto ciò che richiama il circuito dell’obbligo a restituire, che rende il dono un succedaneo del commercio o uno strumento per vincolare la libertà degli altri: non tutti i doni, infatti, sono gratuiti!

Quando il dono – o il primo passo in cui si mette in gioco qualcosa di sé – è davvero dell’ordine del gratuito, genera gratitudine e apre lo spazio a un percorso di fiducia: dal dono nella sua concretezza l’attenzione si sposta sulla relazione di libertà e reciprocità che esso istituisce tra colui che dona e colui che riceve, tra gratuità e gratitudine. La giustizia, per tornare all’espressione classica, si manifesta nella sua pienezza di relazione tra i soggetti legati dal verbo “dare”, al di là dell’oggettività e della materialità del “suo” che viene dato. Le due identità possono incontrarsi e riconoscersi, e il riconoscimento – dato e ricevuto – può diventare riconoscenza. Il legame è così stretto che il francese utilizza la stessa parola per entrambi i concetti: reconnaissance. Per dirlo con le parole di Ricoeur: «Non è forse nella mia identità più autentica che io chiedo di essere riconosciuto? E se, per fortuna, mi capita di esserlo, la mia gratitudine non va forse rivolta a tutti coloro i quali, in una maniera o nell’altra, hanno riconosciuto la mia identità riconoscendomi?» (p. 5).

L’esperienza della riconoscenza come gratuità reciproca che non vincola la libertà è fortunatamente frequente nell’ambito delle relazioni interpersonali: è il legame affettivo a offrire il terreno su cui muovere il primo passo di riconoscimento dato e ricevuto, verso l’uscita dalla logica dello scambio degli equivalenti. Per molti versi, le istituzioni universalistiche tipiche degli Stati nazionali del XIX e del XX secolo, dalla democrazia rappresentativa ai sistemi di welfare, riuscivano a riprodurre una dinamica analoga a livello collettivo, cioè dell’intera cittadinanza. Il sistema funzionava sulla base di due assunti, per lo più impliciti, entrati oggi entrambi in crisi.

Il primo implicito è la base di riconoscimento reciproco fornita dall’identità nazionale: non a caso il modello della democrazia liberale ottocentesca fatica a riconoscere le minoranze – che siano linguistiche, culturali e religiose – e a gestire le differenze, a partire da quelle di genere. Le rivendicazioni identitarie delle minoranze, ma soprattutto il passaggio a società fortemente multiculturali sgretolano questo assunto. Un discorso analogo vale per il secondo implicito, che è la compressione sistematica dell’individualità personale in modo da costringere ciascuno all’interno dello standard del cittadino; in quanto finzione giuridica, non è né alto né basso, né maschio né femmina, né vegano né celiaco, né praticante di alcuna religione. Se lo è, il fatto resta privato e non legittima la richiesta di un pasto speciale: la mensa fornisce lo stesso cibo a tutti e il menù è scritto in una sola lingua. Le lotte per il riconoscimento degli ultimi decenni non possono che mandare in frantumi questo assunto.

Una ricerca che ci coinvolge
Affievolite due istanze di mediazione potenti come l’identità nazionale e quella di cittadino, il sistema si imballa e abbiamo l’impressione che si stia tornando indietro. Dove cercare allora un terreno sufficientemente sicuro da rendere accettabile il rischio del primo passo che può avviare la dinamica del riconoscimento-riconoscenza? Spagna e Catalogna faticano decisamente a trovarlo. Se la pace sociale e il bene comune della loro popolazione sono la prima posta in gioco nel conflitto in corso, trovare nuove basi di riconoscimento sarebbe la seconda, quella che interessa e interpella poi più da vicino chi non è spagnolo né catalano. È in corso una ricerca di cui potremo tutti beneficiare, a prescindere dall’esito della vicenda concreta.

Non è probabilmente un caso che la questione si ponga in Catalogna, la cui popolazione è composta per il 18% di stranieri e in cui tre quarti dei residenti ha almeno uno dei quattro nonni nato al di fuori dei confini regionali; quella catalana è una delle società più plurali dell’Europa occidentale, una società di identità complesse e meticce, come riconosce il Preambolo del suo Statuto: «La Catalogna si è andata costruendo nel corso del tempo grazie al contributo di molte generazioni, di molte tradizioni e culture, che nella sua terra hanno trovato accoglienza». Così non è un caso che la vicenda interessi un Paese come la Spagna, che storicamente nasce dalla fusione progressiva e non sempre lineare di una monarchia centralizzatrice (la corona di Castiglia) e di una di tipo confederale (la corona di Aragona), al cui interno si erano sviluppate le prime istituzioni catalane.

Spagna e Catalogna sono alle prese da secoli con la questione dell’articolazione delle identità, pur con risultati non sempre eclatanti, come l’espulsione degli ebrei nel 1492 e quella dei morisco (ultimi discendenti dei dominatori arabi) all’inizio del XVII secolo. In questa storia, con le sue luci e le sue ombre, e nelle identità che nel suo corso si sono forgiate, Spagna e Catalogna possono rintracciare gli strumenti per attraversare il conflitto che oggi le divide – l’una dall’altra e ciascuna al proprio interno –, per trasformarlo nel primo anello di un nuovo processo. Il loro successo sarà una lezione di grande importanza per molte altre società e istituzioni, non ultima l’Unione Europea.

 

Da "aggiornamenti sociali" - Riconoscersi: la lezione del conflitto in Catalogna di Giacomo Costa

Pubblicato in Passaggi del presente

Vittorio Sgarbi: “Se esiste Michelangelo vuol dire che esiste Dio”

Vittorio Sgarbi spiega con la sua consueta abilità oratoria: «Il successo riscosso dal mio Caravaggio è un segnale molto importante di una volontà del pubblico di capire più a fondo un artista famoso di cui tutti parlano, ma non sempre con conoscenze appropriate; così mettendo insieme la popolarità di Caravaggio con la mia, ho incontrato l’entusiasmo del pubblico e ora gli stessi produttori mi hanno chiesto un nuovo spettacolo; avevo inizialmente pensato di parlare del Rinascimento, ma quando mi è venuta anche l’intuizione di costituire un movimento politico, dal nome Rinascimento, finalizzato a offrire agli italiani un orientamento consapevole sul patrimonio artistico, che è il vero tesoro d’Italia, si è creato un conflitto di interessi per l’omonimia tra spettacolo e partito. Avrei voluto raccontare la politica attraverso l’arte, in un excursus che unisse Piero della Francesca, Beato Angelico, Tiziano, ma ho dovuto rinunciare al percorso sul Rinascimento e concentrami su un autore, così tra Leonardo e Michelangelo, ho preferito quest’ultimo perché è l’unico artista che si è espresso tra pittura, scultura, architettura, poesia, con pari grandezza e pari impegno. Non ho inserito un elemento innovativo, come il parallelo con Pasolini nello spettacolo dedicato a Caravaggio, ma per Michelangelo propongo mille riferimenti agli artisti del Novecento che, in qualche misura, derivano da lui, come Henry Moore, Alberto Giacometti, così creo collegamenti solo formali non esistenziali, non esiste infatti oggi un equivalente di Michelangelo che, tuttavia, ha anticipato molte espressioni dell’arte contemporanea»

Sul palcoscenico scorrono le immagini delle opere di Michelangelo rese vive dal visual artist Tommaso Arosio, così da unire arte e tecnologia nel mostrare agli spettatori in modo chiaro le opere che Sgarbi sta illustrando, alternandosi con le musiche del compositore Valentino Corvino.

In Michelangelo, cosi come in Caravaggio, Sgarbi si sofferma sul legame fondamentale tra arte e religione: «attraverso l’arte – prosegue - tendo a mostrare l’orgoglio del Cristianesimo come religione dell’uomo, nella mia visione esiste il primato del Cristianesimo: nell’illustrare le opere sottolineo infatti l’importanza e la forza della religione di cui l’arte è dimostrazione tangibile, infatti se esiste un artista come Michelangelo vuol dire che Dio esiste. Michelangelo ha avuto contrasti con il papa, ma per lui il papa era il papa, mentre Dio era Dio: infatti Michelangelo sembra dialogare direttamente con Dio.»

Nell’assistere l’anno scorso a una delle repliche di Caravaggio, al Teatro Carcano di Milano, mi ha colpito il silenzio assoluto con cui gli spettatori, prevalentemente studenti, solitamente distratti anche a teatro dai cellulari o dalle chiacchiere, invece ascoltavano il prof. Sgarbi senza fiatare, conquistati dalla bellezza delle opere spiegate dalle sue parole. «La progettazione con cui sono presentate le opere» commenta Sgarbi « è ipnotica, inoltre la mia voce, che accompagna le immagini, è potente, perciò si assiste a un’ immersione nell’arte: sono infatti orgoglioso quando ho visto tutte le persone uscire da teatro piene di riconoscenza e di soddisfazione, infatti ritengo che una buona guida per guardare le opere d’arte serva a capire la necessità e l’urgenza della presenza della bellezza attorno a noi, anche se nulla è meno  necessario dell’arte, tuttavia è la nostra sensibilità a coglierla e a cercarla, così anche costruire uno spettacolo per  aumentare la sensibilità di qualcuno per me è un valore significativo»

Sgarbi, che recentemente ha perso suo madre, donna coltissima - ricordata e rimpianta in modo poetico e toccante nel romanzo “Lei mi parla ancora” (edito da Skira) scritto da suo padre Giuseppe, ora novantaseienne - ha sempre riflettuto molto nei suoi saggi sulla figura della Madonna, vista come madre.

«Non ho pensato a un collegamento personale con mia madre e con il libro di mio padre, magari prima del debutto milanese ci penserò, ma osservando la Pietà custodita a San Pietro a Roma ho sempre evidenziato come non esista il dramma della morte. La Madonna di Michelangelo è una ragazza diciottenne, rappresentata secondo una visione platonica e idealista, si trova in un tempo apparente, guarda e contempla il Cristo come lo guardava appena nato, è come la rappresentazioei di una Madonna con il bambino, senza la tragedia della madre che perde un figlio come vediamo ne Il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca che qui metto a confronto. Michelangelo le attribuisce il volto di una donna giovane come quando teneva in braccio Gesù, infatti in teatro leggo le terzine dantesche, “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura” della Preghiera alla Vergine di San Bernardo nel Canto XXXIII del Paradiso, di cui Michelangelo offre una traduzione perfetta, l’equivalente plastico che trasmette la stessa emozione»

Conclude Sgarbi: «Nessuna Nazione ha avuto un Rinascimento come il nostro, al di là della metafora della parola Rinascimento, è stata un’epoca straordinaria, come affermo anche nel mio libro scritto con Giulio Tremonti, Rinascimento (edito da Baldini & Castoldi), bisogna conoscere il nostro patrimonio artistico, è assurdo che anche i rappresentanti del governo non vedano dal vivo le nostre opere d’arte, che conoscano la pizza e non Piero della Francesca. Il motivo per cui gli stranieri, da Goethe a Stendhal, anche oggi numerosi, vengono in Italia è conoscere la nostra arte, che è il nostro patrimonio. Si pensi a quanti luoghi artistici sono deserti, è come avere un parco di macchine da corsa senza il pilota, mentre dobbiamo riappropriarci del nostro patrimonio artistico e farlo vivere in modo che l’Italia continui ad essere considerata il “giardino d’Europa”!»

Pubblicato in Studi e ricerche
Giovedì, 30 Novembre 2017 00:00

Trump: una tragedia americana

Trump: “una tragedia americana” lo smarrimento dei liberal

Di Mattia Baglieri,

Donne, uomini, politici, gente comune, giornali di tutto il mondo a bocca aperta, alle prese con un voto che lascia spiazzati, che toglie autorevolezza ai sondaggi, che rinnova tutto il peso degli Stati in bilico, ad ogni tornata i veri “decisori” fondamentali da cui dipende il futuro degli Stati Uniti.

Ma la vittoria di Trump scotta soprattutto per le riviste liberal che in un numero mai così elevato si erano spinte in endorsement ufficiali nei confronti del candidato democrat, di colei che oggi ammette la sconfitta ma sancendo che anche restare in minoranza significa giocare un ruolo di rilievo nella politica democratica all’insegna delle parole “lottare per ciò in cui si crede non è mai sbagliato”. Anche se non è bastato lo spostamento dell’asse della senatrice Liberal dello Stato di New York ed ex Segretario di Stato e l’appoggio del suo contendente alle primarie di partito, Bernie Sanders, nonostante uno dei consensi più alti mai raggiunti da un presidente al secondo mandato, ovverosia Barack Obama, Hillary ha portato su di sé il peso di alcune incompiute (medicare, occupazione e politica estera su tutte) e di una campagna elettorale senza l’appoggio pregnante delle generazioni più giovani (anche i latinos da sempre a lei vicini hanno latitato, soprattutto negli Stati chiave), per non dire dello scandalo delle mail.

Come ha sottolineato proprio su ResetDOC il commentatore Jim Sleeper nel suo articolo Some saw early what Trump’s rise meant. Others denied it (and us), la vittoria di Trump prende vita in un clima di misoginia nei confronti della candidata democratica e delle molte donne emancipate degli Stati Uniti, ma è anche un voto di protesta nei confronti tanto dell’ortodossia repubblicana quanto della retorica neoliberista.

L’irriverente New Yorker, che soprattutto negli ultimi giorni, aveva ritenuto un vero e proprio “impegno morale” stringersi attorno alla già senatrice democratica, non esita ad aprire con un articolo del suo direttore David Remnick in cui la vittoria dell’imprenditore viene definita An American Tragedy, infatti: «la vittoria di Trump non è niente meno che una tragedia per la repubblica americana, la sua costituzione. Ed è il trionfo delle forze nostrane e di quelle straniere che si fondano sul nativismo, sull’autoritarismo, sulla misoginia e sul razzismo. Si tratta di un evento doloroso per la storia degli Stati Uniti e per la democrazia liberale».

Linguaggio addirittura “marziale” per The Nation, la più antica rivista politica statunitense, nelle edicole sin dal 1865: «Benvenuti in battaglia», ammonisce D.D. Guttenplan, aggiungendo che «la storia non perdonerà chi si ritirerà nello sconforto e si dimenticherà delle minoranze messe più in pericolo dalla vittoria di Trump. (…) La disfatta di Hillary si accompagna allo sgomento dei democratici. E le donne americane hanno imparato che è sempre più probabile la vittoria di un uomo solo in quanto uomo, anche se si tratta di un buffone, ma pur sempre dotato di un pene, di milioni di dollari, di una televisione. Tantissimi nostri sogni sono stati infranti a partire dalla scuola e dalla sanità universali, da un sistema previdenziale funzionante, dal salario minimo, dai permessi parentali, dal cammino verso la fine della pena di morte. Insomma non avremo nessuna amministrazione da cercare di orientare verso un programma di sinistra».

Non si sbilancia per ora il Chicago Reporter, rivista di sinistra fondata nel 1972 che pone tra i suoi temi di interesse la povertà e le questioni razziali, ma la preoccupazione del giornale viene espressa non con commenti sdegnati ma con due campagne virali su facebook e twitter in cui la redazione chiede ai propri lettori «qual è la vostra più grande paura sotto la presidenza di Donald Trump?», a cui i lettori rispondono numerosi: la politica dell’odio, la sopravvivenza stessa, la prosecuzione di MediCare, l’ordine pubblico, la tutela dei diritti delle minoranze religiose e etniche, la supremazia dell’“uomo bianco”, solo per citare quelli più gettonati.

Sapore leniniano per l’articolo di apertura di Slate, affidato al ricercatore di teoria politica di Harvard Yashka Mounk dal titolo What We Do Now? (Che fare adesso?) in cui propone dieci punti per «sopportare» il periodo della presidenza Trump a partire dall’accettazione della sua vittoria come parte del processo democratico, passando per l’esortazione alla stampa affinché essa continui a prendere posizione sui vari scandali e tenga accesi i riflettori su quel che non va, e ancora alla stigmatizzazione degli autocrati mondiali che hanno cercato in Trump l’uomo forte che potesse divenire proprio alleato, sino ad esortare i funzionari federali al rispetto nei confronti della Costituzione degli Stati Uniti prima ancora che nei confronti del proprio Presidente e quindi ammonendoli a rispettare solo le leggi che essi ritengono legittime dal punto di vista costituzionale.

La rivista radicale CounterPunch apre con un articolo dal titolo Don’t Mourn Hillary’s Lost (Non piangiamo la sconfitta di Hillary) del suo direttore Joshua Frank in cui egli si spinge in un’aperta accusa nei confronti dei Democratici per la scelta della candidata sbagliata alla Casa Bianca: «Non piangiamo la sconfitta di Hillary, anche se essa ci ha imbarazzati, i Democratici si inventeranno certamente qualche scusa per legittimare la sconfitta, ma essi devono accusare soltanto se stessi. Hillary ha ottenuto quello che si meritava: perdere. Ha condotto una campagna orribile, impantanata in ogni genere di controversia e incapace di animare i propri elettori. È rimasta ancorata alla retorica neoliberale. Ha perso l’establishment e l’establishment merita questo destino».

Interessante l’analisi di Newsweek che si domanda quanti voti tipicamente democratici siano mancati alla candidata di Chicago: tra essi quello dell’influente anima-verde Susan Sarandon e dei libertari di Gary Johnson che mai come in questa elezione si sono spesi per l’irrompere sulla scena pubblica di un terzo soggetto politico che potesse essere una valida alternativa tra due candidati “effettivi” giudicati entrambi e per ragioni diversissime “inadatti”. Gli Stati in cui il fenomeno del “terzo partito” si è verificato con maggiore insistenza sono stati proprio gli Stati “swing” (in bilico) come Colorado, Michigan, Nevada, New Hampshire, Pennsylvania e Wisconsin. Per non parlare della Florida in cui Hillary ha preso 129.000 voti in meno di Trump ma ben 205.000 voti sono andati ai libertari di Johnson e 64.000 ai verdi di Jill Stein.

Profilo internazionalista, e non può sorprendere, per Foreign Policy che, nell’articolo di James Palmer China Just Won the US Election, sottolinea quanto i leader cinesi abbiano sperato ed oggi possano guadagnare da una vittoria di Trump e dalla sconfitta di Hillary, giudicata una delle più fervide oppositrici del regime sui generis di Pechino. Nondimeno, sebbene Taiwan come unico potere davvero alleato di Washington nell’area pacifica sia sempre più debole e questo rafforzi ancor di più il controllo geopolitico di Pechino, Trump fa anche paura alle elite cinesi per essere un homo novus, non rispondente alle logiche di una lunga carriera politica e quindi leader di cui non si possono adeguatamente anticipare le mosse politiche. Secondo FP ormai il destino di Pechino e quello di Washington sono sempre più legati, uno da una parte, l’altro dall’altra del globo, ma rimane da vedere in che modo il protezionismo economico preannunciato da Trump verrà messo in atto e quali Stati esportatori verso gli Stati Uniti colpirà più duramente.

Pubblicato in Aggiornamenti
Lunedì, 27 Novembre 2017 00:00

La pedagogia del bastone

La pedagogia del bastone, Gianfranco Ravasi, Cardinale arcivescovo e biblista

«O si impara l’educazione in casa propria o il mondo la insegna con la frusta e ci si può far male». Così si legge nel romanzo Tenera è la notte (1934) dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. Proprio per evitare questo rischio, il sapiente biblico educa i figli-discepoli in modo severo, talvolta discutibile ai nostri occhi. È già da un paio di settimane che, in questa nostra rubrica dedicata ai giovani alla luce delle Sacre Scritture, riserviamo spazio all’educazione giovanile, complice un po’ questo periodo di inizio dell’anno scolastico.

Se sfogliamo il libro dei Proverbi, specchio della formazione dei figli secondo i saggi di Israele, ci imbattiamo ripetutamente in frasi di questo taglio: «Non risparmiare al ragazzo la correzione, perché se lo percuoti col bastone non morirà... La verga e la correzione danno sapienza perché il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre... Chi risparmia il bastone odia suo figlio» (23,12; 29,17; 13,24). Alla base c’è la convinzione che essere esigenti nell’educazione è sostanzialmente un atto d’amore: «Chi ama suo figlio è pronto a correggerlo... Figlio mio, non aver a noia la correzione del Signore, perché egli corregge chi ama, come un padre fa col figlio prediletto... Correggi tuo figlio e ti darà serenità e ti procurerà consolazioni» (13,24; 3,11-12; 29,17).

Certo, c’è la consapevolezza che non si deve esagerare: «Correggi tuo figlio, perché c’è speranza, ma non lasciarti andare fino a farlo morire!» (19,18). Anche nelle prove della marcia nel deserto dall’Egitto fino alla terra promessa, il Signore fa soffrire Israele con la fame, ma gli offre poi la manna; lo fa camminare tra le pietre e i serpenti, ma «il tuo piede non si è gonfiato» e gli dona un antidoto ai morsi velenosi. Il principio generale è, quindi, chiaro: «Come un uomo corregge suo figlio, così il Signore tuo Dio corregge te» (si legga Deuteronomio 8,2-5). Significativo in questo equilibrio tra rigore e bontà è il monito di san Paolo agli Efesini: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore... Ma voi, padri, non esasperate i vostri figli, bensì fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (6,1.4).

Già nell’antichità classica vigeva questo principio dell’educazione sostenuta dall’amore, come testimonia il commediografo latino Terenzio (II sec. a.C.): «Credo che sia meglio educare i figli facendo leva sulla comprensione e sull’indulgenza più che sul timore del castigo. Il dovere di un padre è abituare il figlio ad agire bene, spontaneamente, più che per timore degli altri: in questo differisce il padre dal padrone». Sta di fatto, però, che è difficile tenere sempre il crinale sottile tra severità e dolcezza. Ai nostri giorni si sconfina nel permessivismo pressoché totale, così come in passato dominava la durezza talora eccessiva della disciplina.

Bisogna, inoltre, riconoscere che anche l’educazione minimale nel senso tradizionale ed esteriore del termine – la cosiddetta “buona educazione” – si è ormai evaporata. Basta salire su un mezzo pubblico per assistere alla sguaiataggine nei comportamenti, al disprezzo dei deboli, all’ignoranza delle regole, alla brutalità nei confronti della cosa pubblica. Può essere, perciò, utile ritornare alla lettura – attualizzata – dell’insegnamento dei sapienti biblici e invocare, come faceva Alessandro Manzoni nel suo inno Pentecoste, lo Spirito Santo: «Tempra de’ baldi giovani / il confidente ingegno».

Pubblicato in Studi e ricerche
Mercoledì, 15 Novembre 2017 00:00

Il cambiamento climatico

Il cambiamento climatico come strumento di potere

Intervista a Amitav Ghosh di Marina Forti

ottobre 2017

Conosciamo Amitav Ghosh come un romanziere, probabilmente uno dei più grandi scrittori indiani contemporanei. Ghosh però è anche uno studioso, e la sua formazione di antropologo è visibile nel rigore della documentazione in ogni suo romanzo. Ghosh è anche un giornalista, autore di alcuni bellissimi reportage e di numerosi saggi.

È un lungo saggio anche il suo ultimo libro, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, che tratta di come la cultura, e in particolare la letteratura, reagisce alla drastica trasformazione dell’ambiente in cui viviamo. Un cambiamento globale e profondo, che ormai è sotto i nostri occhi. Basti pensare agli eventi degli ultimi mesi: la siccità in Italia, l’ondata di caldo battezzata Lucifero, le disastrose alluvioni in Asia Meridionale, una serie di uragani nel golfo del Messico (eventi che hanno ricevuto attenzione diseguale: alla fine di agosto, proprio mentre i media mondiali seguivano la marcia del ciclone Harvey verso il Texas, in Bangladesh e India le alluvioni hanno ucciso 1.500 persone: senza quasi lasciare traccia sui media italiani).

Insomma: per dirla con Amitav Ghosh, le forze naturali che plasmano il nostro ambiente ci lanciano segnali che però stentiamo a riconoscere. Ho incontrato Amitav Ghosh durante il recente festival Internazionale a Ferrara.

Lei sostiene che il cambiamento del clima sta sconvolgendo il nostro ambiente fisico ma noi, gli umani, non vogliamo vederlo. È questa “la Grande Cecità”?

È vero, assistiamo a fenomeni meteorologici estremi un po’ ovunque. Quello che più mi ha impressionato è la recentissima inondazione a Livorno: una famiglia va a dormire tranquilla, senza segni di avvertimento, e si sveglia mentre sta annegando. Non solo non vogliamo riconoscere le forze naturali intorno a noi, non vogliamo neppure prendere atto dei pericoli che corriamo a causa del cambiamento climatico.

Ma perché lei chiama in causa gli scrittori? Un argomento centrale del suo libro è che la letteratura non riesce a riflettere sulla trasformazione del clima, benché sia di gran lunga la crisi più drastica del nostro tempo: dice che gli intellettuali, e più precisamente i letterati, rischiano di essere complici della “Grande cecità”.

Parlo degli scrittori in primo luogo perché è ciò io faccio proprio questo, scrivere. Ma è un atto di auto-critica, non sto additando gli altri. Mi interessa analizzare questo fallimento collettivo: noi, intellettuali, scrittori, artisti, ci stiamo dimostrando incapaci di riflettere sul cambiamento del clima. L’ironia è che questa è un’epoca di intellettuali e scrittori impegnati, engagés su ogni tipo di questione e in particolare questioni di identità, genere, razza, nazionalità, o delle diseguaglianze. Eppure la crisi ambientale, benché sia di gran lunga il pericolo più grande per l’umanità, resta al margine. È bizzarro che il grande cambiamento intorno a noi non entri a far parte della nostra consapevolezza.

Il ruolo del narrare, lei ha scritto, è “affrontare il mondo al congiuntivo“, cioè “immaginare altre possibilità”. La crisi del clima ci impone di immaginare altre forme di esistenza umana sul pianeta, e lei dice che la fiction è l’espressione culturale più adatta a farlo. Dunque oggi cosa si aspetterebbe da uno scrittore?

Se guardiamo il romanzo del Diciannovesimo secolo credo che Moby Dick sia uno dei romanzi più intensi mai scritti. Riesce a esprimere un profondo legame con il mondo non-umano: in Moby Dick la balena è un essere pensante, dotato di un’energia quasi diabolica.  Herman Melville è consapevole del danno ambientale provocato dalla caccia alla balena, spinta quasi all’estinzione, e attraverso il linguaggio riesce a mostrarci le contraddizioni della storia umana in relazione al mondo naturale. Mi viene da pensare anche a Zola, e a come ha esplorato le prime fasi dell’economia basata sui combustibili fossili: il carbone è un tema ricorrente nel suo lavoro. Nel romanzo del Ventesimo secolo, prendiamo Furore di John Steinbeck: per me è un romanzo sul cambiamento climatico ante litteram. Steinbeck descrive la risposta umana a un catastrofico evento climatico, la grande siccità, e le prime quattro pagine del romanzo sono forse la più potente narrazione del clima mai scritta. Insomma: voglio dire che gli umani hanno avuto gli strumenti per parlare di tutto ciò. Ma questo si è perso negli ultimi cinquant’anni. Per ironia proprio i processi che hanno portato in campo i gas di serra, responsabili del riscaldamento globale, sono gli stessi processi che stimolano il consumismo e ci portano a dimenticare il mondo fisico intorno a noi.

In effetti l’ambiente naturale è molto presente nei suoi romanzi – penso a Il paese delle Maree, dove la foresta del Sundarban, in Bengala, è protagonista della narrazione. In La grande cecità troviamo numerose digressioni narrative, che ne fanno una lettura affascinante. Ad esempio racconta come la Birmania aveva sviluppato una primitiva industria petrolifera, poi assorbita dalle compagnie britanniche. In effetti un grande merito di questo libro è che sposta lo sguardo: dal nostro punto di vista Euro-centrico, ci porta a spostare l’attenzione sull’Asia. Dice che l’Asia è cruciale nella crisi del clima. In che senso?

L’Asia è al centro di tutta la faccenda del clima perché è stato il rapido sviluppo economico di alcuni paesi asiatici negli ultimi vent’anni a far precipitare la crisi climatica. La crescita in Cina, India, Indonesia, per citare i tre paesi più popolosi, ha accelerato le emissioni globali dei gas di serra, quindi il riscaldamento dell’atmosfera. Ma così l’Asia ha dimostrato che un modello di economia ad alta intensità di risorse e di capitali può funzionare solo se praticato da una piccola minoranza della popolazione mondiale. In effetti, nell’Ottocento e fino agli anni ’70 del Novecento era così, solo il mondo Occidentale poteva praticare un’economia basata sui combustibili fossili. Ma poi quando Cina, India e Indonesia sono entrati in gioco – sia pure in piccolo, perché l’impronta ecologica di questi paesi resta molto piccola se paragonata all’Europa – questa sia pur modesta espansione ha accelerato il collasso del clima. L’Asia ha dimostrato che l’economia basata sui combustibili fossili non può essere estesa a tutto il mondo. E questa è un’altra straordinaria ironia: negli anni seguiti al 1789 la Rivoluzione francese ha affermato le idee di libertà, eguaglianza e fraternità, ma allo stesso tempo abbiamo enormi diseguaglianze, il lavoro forzato, la corsa delle potenze coloniali ad arraffare le risorse nel Sud del mondo. Per tutto il Ventesimo secolo abbiamo inseguito idee di progresso per combattere le diseguaglianze. Ma ora dobbiamo scoprire che era solo un’illusione: non possiamo perseguire in modo paritario il consumo di combustibili fossili.

Quindi il cambiamento del clima mette sul tavolo la questione dell’accesso alle risorse e della giustizia globale.

Certo. Il mondo in cui viviamo oggi è più diseguale di quello del Diciottesimo secolo. Le disparità di ricchezza e di potere non sono mai state così forti, sia tra nazioni – ad esempio l’Asia rispetto all’Occidente – sia all’interno delle singole nazioni, ad esempio in Cina o in India. E questo è un effetto del neoliberalismo.

Nel dibattito sul clima parliamo spesso di “scettici”,“negazionisti”, ma lei argomenta che i veri detentori del potere sono ben consapevoli della sfida del clima: semplicemente non hanno alcuna intenzione di modificare il modello di economia su cui è fondato lo stile di vita Occidentale.

Questo è un punto importante. È un errore pensare che quanti avversano le politiche sul clima siano inconsapevoli. L’amministrazione Trump, lo stesso presidente Donald Trump, il segretario di stato Rex Tillerson, perfino Steve Bannon, sono ben informati. Sanno. E sarebbe un errore anche pensare che non abbiano un piano: il loro piano è questo. Il piano è lo status quo. Contano su un’apocalisse climatica che ucciderà un gran numero di esseri umani. E questo perché sanno benissimo che l’economia estrattiva su cui si fonda lo stile di vita occidentale può funzionare solo per numeri piccoli. In un certo senso sono catastrofisti malthusiani. Pensano che una catastrofe malthusiana si avvicina, e si stanno preparando.

È quella che lei chiama “politica della scialuppa armata”?

Esatto. La “politica della scialuppa armata” significa tenere fuori gli immigranti a tutti i costi, militarizzare le frontiere, armarsi fino ai denti, difendere il proprio accesso alle risorse, e fare di tutto ciò una questione di sicurezza.

In effetti negli ultimi dieci o quindici anno diverse istituti di studi strategici hanno cominciato a ragionare sull’impatto del cambiamento climatico come una questione di sicurezza. Non ultimo il Pentagono, cioè il ministero della difesa della prima potenza mondiale…

Sì, ed è interessante. Oggi il più grande singolo consumatore di combustibili fossili al mondo è proprio il Pentagono. Un anno di operazioni militari brucia una quantità di energia fantasmagorica. E tutti gli eserciti sono in espansione: Russia, Cina, India, tutti paesi che hanno firmato gli Accordi di Parigi sul clima, eppure stanno rapidamente rafforzando la propria difesa: e questo perché dall’inizio della Rivoluzione industriale i combustibili fossili e il potere sono inestricabilmente legati. Il carbone ha permesso alla Gran Bretagna di innescare la rivoluzione industriale e allo stesso tempo creare un’industria delle armi: è così che ha sconfitto l’intera flotta cinese con una sola nave da guerra a vapore, la Nemesis. Da allora ogni paese sa che i combustibili fossili hanno una relazione diretta con il potere, e ogni paese sta surrettiziamente allargando l’uso di combustibili fossili per la difesa.

Solo che nessuno dirà al Pentagono “ora dovete tagliare”. E questo anche perché via via che il cambiamento del clima accelera, e cresce il suo impatto, vedremo più insicurezza. Conflitti per l’acqua e per le risorse sono già una realtà in diverse parti del mondo. Un circolo vizioso: aumentano i conflitti per le risorse e aumenta il consumo di combustibili fossili, cosa che a sua volta accelera il cambiamento del clima.

Vuol dire che andiamo verso una situazione in cui una piccola élite mondiale vorrà monopolizzare le risorse naturali, l’acqua l’energia?

Appunto. Il cambiamento del clima è in sostanza una questione di potere: non ci sarà un approccio realistico se non metteremo in discussione la distribuzione globale del potere.

Tra gli effetti del cambiamento del clima si parla spesso di masse di persone costrette a sfollare da eventi estremi some alluvioni o siccità, quindi nuove ondate di migranti. Nei suoi romanzi l’esperienza del migrare è molto presente – contadini egiziani che si spostano in Medio oriente, migranti bengalesi nella penisola Arabica, commercianti indiani nella Cina del secolo scorso… Lei sembra suggerire che attraversare frontiere, sia geografiche che culturali, è parte dell’esperienza umana, e di sicuro parte della modernità. In Europa però l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone suscita paure e reazioni ostili…

La crisi dei migranti mi interessa molto. Sarà per la mia storia familiare: io sono bengalese; i miei avi venivano da quello che ora è Bangladesh ma dovettero emigrare, intorno al 1850, perché un fiume aveva cambiato il suo corso e sommerso il nostro villaggio. Forse è per questo che mi sono sempre interessate le storie di sfollati e migranti. Negli ultimi mesi ho visitato diversi centri per migranti in Italia – in Sicilia, vicino a Milano, a Venezia. Io parlo bengalese, hindi, urdu, arabo, e queste oggi sono le lingue dei poveri globali: posso avere una comunicazione diretta con le persone che ho incontrato. Cosa ho ricavato da queste visite? Primo, che in effetti è vero, la gran parte di questi migranti sono spinti da effetti del cambiamento climatico: è vero per il Sahel e l’Africa sub sahariana, ma anche per il Bangladesh, che oggi è il secondo paese di provenienza di immigrati in Italia. Ma è complicato. Prendiamo una famiglia rurale in Bangladesh. Un anno la terra viene allagata: è cosa che succede, e loro riescono a farvi fronte. Ma l’anno dopo l’alluvione si ripete, e anche quello dopo ancora, e le risorse per fare fronte non ci sono più. Di solito, la prima risposta sarà mandare il figlio, un ragazzo di 16 o 17 anni, a cercare lavoro in città, magari a Dhaka. Se non lo trova, il ragazzo finirà su una delle barche che attraversano il Mediterraneo. Ma se gli chiedete ‘sei un migrante climatico’ lui negherà. Un elemento che spesso sfugge agli europei è che nessuno dei migranti che sbarca in Europa si percepisce come vittima. Loro sono protagonisti. Hanno iniziativa. E in effetti per intraprendere un viaggio così pericoloso devi avere iniziativa, e coraggio.

Un altro aspetto spesso tralasciato è l’impatto delle nuove tecnologie delle comunicazioni. I telefoni cellulari e l’internet sono fondamentali per i migranti. Il telefonino ti permette di vedere foto, sapere cosa succede in Europa, essere aggiornato sui percorsi, trasferire soldi. Forse il servizio più importante che le Ong possono offrire ai migranti sono i punti di ricarica.

In questo vedo un’altra delle ironie del cambiamento del clima: proprio il tipo di consumismo che porta alla crisi del clima porta anche a una sempre maggior dipendenza da questi strumenti che stanno tagliando la nostra connessione storica alla terra. In un villaggio del Bangladesh vedi telefilm magari girati a Calcutta, che mostrano una vita piena di automobili e frigoriferi e cose simili: e sono gli oggetti che tutti vorranno.

Voglio dire che siamo di fronte a una crisi su parecchi livelli. È una questione di cambiamento del clima e anche una questione di desideri, solo che questo aspetto non è spesso considerato. Forse il solo che abbia compreso la natura ambigua della questione è Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sì. Il capo della chiesa cattolica, con la sua rete di istituzioni a diretto contatto con i poveri, deve avere percepito che il desiderio di migrare non riguarda solo la povertà.

*Amitav Ghosh è nato a (Calcutta) nel 1956. Ha studiato a Oxford, dove ha conseguito un dottorato in antropologia sociale. Vive tra New York e l’India. È autore dei romanzi Il cerchio della ragione; Le linee d’ombra; Il cromosoma Calcutta; Il palazzo degli specchi; Il paese delle maree; e la “trilogia dell’Ibis” (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio e Diluvio di fuoco). La grande cecità è il suo secondo lavoro di non-fiction dopo Lo schiavo del manoscritto. Tra i reportage vanno segnalati Conto alla rovescia (sui test nucleari dell’India nel 1998), e Danzando in Cambogia. Articoli e saggi di Ghosh sono stati pubblicati da The New Yorker, The New Republic e The New York Times; una raccolta di saggi brevi è pubblicata nel volume Circostanze incendiarie.

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 18 Agosto 2017 00:00

Oggi la flessibilità

Oggi la flessibilità, domani la povertà, Ferruccio D'Ambrogio

Più flessibilità e meno vincoli per il mercato del lavoro: lo vogliono gli imprenditori e la commissione economica delle due camere che ha dato il suo benestare, un progetto di legge in tal senso è in preparazione. Le imprese si sono già mosse adottando forme organizzative che modulano il lavoro secondo la domanda. Il recente rapporto Ustat lo conferma: il lavoro “atipico” (a tempo determinato, su chiamata, interinale, e per i giovani il lavoro autonomo) sta dilagando. Forme nuove, ammesse dalla legislazione attuale che sovente non riescono a soddisfare il bisogno di chi vorrebbe lavorare in modo più continuato ed avere un reddito sufficiente o aumentarlo, e producono scompensi nel finanziamento del welfare e della previdenza.

Dietro le cifre rassicuranti sull’occupazione e dell’aumento dei salari reali si cela un enorme problema che ipoteca pesantemente il futuro e che viene sottaciuto: la precarietà di molte persone che oggi riescono a racimolare un reddito sufficiente per sopravvivere, ma insufficiente per assicurarsi una pensione di vecchiaia adeguata. Non solo in Svizzera. Anche la Germania, paese locomotiva d’Europa, campione di efficienza e performance, è un gigante dai piedi d’argilla: oltre il 15% della popolazione è povera, e milioni di persone che tra 10 -20 anni raggiungeranno l’età della pensione, ma saranno sguarniti a livello di previdenza. È il risultato della liberalizzazione del mercato del lavoro voluta dall’ex cancelliere Schröder che a fine anni ’90 promosse il famoso Patto sul lavoro tra sindacati e imprese: i primi, al fine di mantenere l’impiego nel paese, accettarono che i guadagni di produttività finissero alle imprese e non nell’aumento dei salari. La liberalizzazione è proseguita con forme di lavoro “sganciate” dai normali canoni normativi, tra queste l’introduzione dei minijobs (15 ore lavorative settimanali, salario 450 euro mensili, che danno diritto a una pensione di 3,11 euro mensili per ogni anno lavorato!)

In Svizzera non abbiamo i minijobs, ma forse non tutti sanno che il capitale di vecchiaia di coloro che sono in disoccupazione non aumenta, perché la legge esonera dal versare gli specifici contributi. Molti lavoratori nostri che alternano momenti di lavoro con altri di disoccupazione, o lavori saltuari a tempo determinato, su chiamata, non riescono rimpolpare il proprio capitale di pensione. Il loro futuro è più che mai tenebroso; pur riuscendo oggi a sbarcare il lunario, si ritroveranno al momento del pensionamento con un cumulo di rendite Avs e Cassa pensione al di sotto della soglia di povertà. D’altronde già percepiamo i segnali di tale fenomeno: l’impennata delle persone richiedenti l’assistenza, gli over 50 che faticano a ritrovare un’occupazione, l’aumento dei sottoccupati che vorrebbero lavorare di più per incrementare il loro reddito ma non trovano sbocco. Agli eloquenti indizi del crescente disagio economico si aggiunge quello psico-emotivo di persone che vivono male la loro condizione di incertezza (sia di non garanzia del lavoro, sia delle condizioni stesse di lavoro), affette da malattie psico-somatiche il cui costo nel 2016 è stato di 5,7 miliardi. L’immagine della Svizzera “isola felice” si offusca. Inutile far finta di nulla, due paesi “solidi” – la Germania, addirittura presa quale esempio da seguire – celano in grembo una bomba a orologeria. All’orizzonte si profila una nuova questione sociale che, senza cambiamento di rotta, parimenti a quella dell’800, genererà l’aggravamento delle condizioni di vita e quella psico-sociale di molti cittadini. Irresponsabile oltre che immorale voler proseguire su questa strada.

Pubblicato in Aggiornamenti
Mercoledì, 12 Luglio 2017 00:00

guerra mondiale dei cervelli

CENTRALITÀ DELL’ECONOMIA DELLA CONOSCENZA, Pietro Greco : La guerra mondiale dei «cervelli»

La «guerra mondiale dei cervelli» è iniziata. Anzi, è in corso già da qualche anno. E l’Italia la sta perdendo. Senza combattere. E senza neppure comprendere le ragioni di una resa senza condizioni. Pochi si occupano del problema. E quei pochi elaborano, spesso, una diagnosi sbagliata. L ’Italia sta infatti perdendo la «guerra mondiale dei cervelli» non a causa della «fuga» di molti italiani in possesso di una laurea e, spesso, di un dottorato che vanno a lavorare all’estero. Ma all’opposto, perché non ha alcuna capacità di attrarre talenti dall’estero. Anzi, scambiando gli amici per nemici, li respinge alla frontiera. È questa la sintesi di una serie di indagini realizzate di recente sul «brain drain» sul drenaggio dei cervelli, appunto. Siamo entrati, ormai, nell’economia della conoscenza. In cui quel che conta per un’impresa e per un intero sistema produttivo è il «tasso di sapere aggiunto» che riescono a mettere nei beni e nei servizi realizzati. In questa economia, che ha per confini il mondo, la risorsa più preziosa sono i «cervelli», ovvero le persone altamente qualificate. In genere quelle che sono in possesso di un dottorato di ricerca o, almeno, di una laurea. In particolare, le persone in possesso di un dottorato o di una laurea che svolgono attività di ricerca scientifica e di sviluppo tecnologico. Non importa da dove vengono. Quel che importa è dove svolgono il loro lavoro. Perché è lì, come dimostrano tutte le ricerche economiche, che portano sapere e ricchezza. Oggi le sirene che cantano per attrarre talenti stranieri sono nettamente aumentate, in ogni parte del mondo. Per questo è lecito sostenere – come hanno fatto Simone Bertoli, Herbert Brücker e Giovanni Peri, oltre agli stessi Facchini e Mayda in un recente convegno, Brain Drain and Brain Gain, organizzato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti – che è iniziata la «guerra mondiale per i cervelli». Una battaglia che l’Italia sta perdendo. Perché il nostro è nel limbo di quei Paesi che non hanno una politica né per conservare i propri né, soprattutto, per attrarre i talenti stranieri. Il problema ha due facce. La prima è quella nota come «fuga dei cervelli»: ovvero l’emigrazione all’estero di italiani, per lo più giovani, con una laurea o con un dottorato di ricerca. Non sappiamo, esattamente, quanti siano. In Italia nessuno li raccoglie con sistematicità. Ebbene, negli Usa ben 9.000 tra questi italiani con alta qualifica erano all’inizio del decennio ricercatori che lavoravano nelle università e nei laboratori scientifici. Si tratta di un numero molto alto. Sia perché quei 9.000 ricercatori rappresentavano il 17% degli italiani con educazione terziaria che lavorano negli Usa (in genere solo il 9% degli stranieri con educazione terziaria fanno ricerca negli States); sia perché rappresentavano il 15% dei ricercatori che facevano ricerca in Italia. Se a questi si aggiungono almeno altrettanti ricercatori italiani che lavoravano in altri Paesi europei, se ne ricava che intorno all’anno 2000 uno su quattro degli scienziati che avevamo formato in Italia era emigrato all’estero. È probabile che la situazione non sia cambiata. Non nel senso di un’attenuazione del fenomeno, almeno. Cosicché possiamo inferirne, come suggerisce Lorenzo Beltrame, che l’Italia ha un modesto flusso di persone qualificate che vanno all’estero. Ma tra quelli altamente qualificati, coloro che vanno all’estero per fare ricerca scientifica sono moltissimi. E tuttavia, come rilevano sia Lorenzo Beltrame sia Tito Boeri, non è questo della «fuga» il problema principale del nostro Paese nella «battaglia dei cervelli». Il problema principale è la scarsa «capacità di attrazione» dell’Italia. Troppo pochi sono i cervelli stranieri che vengono nel nostro Paese. Questo dato ha due aspetti negativi. Il primo è che il tasso di internazionalizzazione del nostro mondo del lavoro è bassissimo: un vero handicap nella società globale della conoscenza. Il secondo è che il flusso di persone qualificate – soprattutto nel settore più strategico, la ricerca scientifica – non solo è tenue, ma è anche monodirezionale. Conosce una sola strada: l’uscita. Non vengono persone qualificate. Non vengono giovani per qualificarsi. L’Italia non ha una politica attiva per favorire l’ingresso nel Paese di lavoratori stranieri altamente qualificati. Il secondo motivo è che la domanda di lavoro altamente qualificato in Italia è molto bassa: anche per gli italiani. Il nostro sistema produttivo – specializzato com’è nella produzione di beni a media e bassa tecnologia – non richiede laureati e men che meno dottorati in possesso di un PhD. La gran parte delle offerte di lavoro in Italia, come dimostrano i dati rilevati da Unioncamere, è rivolta a persone in possesso di un titolo di educazione primaria (scuole dell’obbligo). Nel resto d’Europa (e, ormai, di gran parte del mondo) la maggior parte delle offerte di lavoro è rivolta a persone in possesso di un titolo di educazione terziaria (laurea o PhD). Il terzo motivo è che la nostra burocrazia rende la vita impossibile agli studenti e ai ricercatori stranieri.

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 03 Luglio 2017 00:00

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo.

Un minore che attraversa confini in condizioni estreme, nelle mani di aguzzini, macinando distanze da atlante in difficoltà impossibili da riprodurre a parole. Senza genitori. Solo come un cane, in mezzo a tanti altri disperati, così disgraziati che ognuno resta abbandonato a sé stesso. Shakir, 11 anni, è riuscito a superare e a sopportare il viaggio dall’Eritrea all’Europa. Dal barcone è sceso fino a giungere al foyer della Croce Rossa di Paradiso, da dove con altri due ragazzi è scappato lo scorso 22 febbraio. Ecco la sua storia, o quel frammento di storia che conosciamo.

È il settembre del 2015, la scuola ha riaperto e le attività sono ricominciate. Accompagno mio figlio all’allenamento di calcio. Osservo che c’è un nuovo compagno di squadra: è nero e conosce pochissimo l’italiano. Mi immagino uno spostamento familiare. Non penso neppure un secondo che sia un minore non accompagnato, che quel bambino sia qui da solo». Così Simona Spinedi Schoepf, che incontriamo a Breganzona nel suo studio di psicoterapia, ricorda il primo incontro con Shakir: «Non si poteva non notarlo, fosse stato solo per il sorriso che aveva. Lega subito con mio figlio, fra di loro c’è simpatia. Noto che dopo gli allenamenti fa la doccia, ma si rimette gli stessi indumenti usati in campo. Mi sembra strano. E ha un sacchetto piccolo piccolo, inadeguato alla pratica sportiva, dove ci stanno solo le scarpette. Vengo a sapere che è qui come richiedente l’asilo. Da solo. È poco più di un bambino, mi intenerisce e mi colpisce la sua situazione, che fa male». Shakir è simpatico, fa venire voglia di conoscerlo. «Vista l’amicizia che si sta instaurando con mio figlio, propongo un pranzo da noi dopo la partita. Chiedo l’autorizzazione alla direzione del foyer dove risiede e Shakir inizia così a frequentare casa nostra». Si integra subito bene e la frequentazione diventa un appuntamento fisso: ogni week end Shakir lo passa dagli Schoepf «portando allegria e trovando una casa che può sentire anche sua assieme ai miei due figli, uno nato nel 2006 e l’altro nel 2004: sono vicini d’età e si intendono bene. Passano le giornate a giocare, alla sera guardano un film, ridono in camera quando vanno a dormire: le cose che fanno i ragazzi assieme quando si divertono».

Shakir, piano, piano, inizia ad aprirsi e a raccontare un po’ di sé: abitava in Eritrea, ma è di origine somala, sono in sette fratelli e con uno di questi ha deciso, contro il volere dei genitori, di venire in Europa. Il ragazzo non parla volentieri del suo passato, e nessuno lo forza, ma, acquistando fiducia nella famiglia con cui trascorre ogni fine settimana, parla a mozziconi della sua storia: dice di non avere subito violenze fisiche, ma maltrattamenti psicologici. Riferisce di essere partito con un fratello maggiore, ma di averlo perso di vista in Sudan. Arrivato in Libia non sarà facile il “soggiorno”: «Shakir lì lavora per raccogliere i soldi necessari per la traversata. “Fai il bravo perché la tua vita vale meno del mio proiettile” gli dice chi lo controlla e che mi descrive come “un grosso uomo nero”». Un’idea fissa però ce l’ha: «Voglio andare in Svizzera» dirà quando approda col barcone in Italia. E in Svizzera arriverà. A Stabio, nel centro dove vengono smistati i minori, resta tre settimane e lì verrà separato dall’unico punto di riferimento che gli resta: un amico che si è fatto sul barcone e con cui lui ha condiviso quella esperienza folle, vertiginosa per qualunque essere umano.

Shakir viene assegnato al canton Ticino, che ha appena aperto un foyer per i minori non accompagnati. Inizia la scuola e il suo percorso d’integrazione che a un certo punto si incrocia con la famiglia di Bedano. «L’esperienza che viviamo con Shakir è positiva. Lo osservo, e da psicoterapeuta specializzata in trauma, constato che lo stress in lui non si è cronicizzato e che la permanenza nella nostra casa non riattiva traumi. Chiedo conferma agli educatori del foyer della Croce Rossa: sì, anche secondo loro, Shakir è contento di stare da noi. Io e mio marito decidiamo di annunciarci come famiglie affidatarie». A questo punto la famiglia Schoepf avvia il percorso per diventare famiglia affidataria e offrire una casa a Shakir, crescendolo con i propri figli.

A dicembre 2016 all’interno al Centro richiedenti l’asilo della Croce Rossa a Paradiso un somalo di 17 anni aggredisce con un coltello un connazionale, ferendolo in modo grave. «Sento la notizia alla radio, si parla di somali, penso a Shakir, mi spavento. Gli scrivo immediatamente e mi risponde che sta bene, ma che ha paura a restare nel foyer. Chiedo quindi all’educatrice di poterlo tenere con noi quella notte, ma ci viene negato il permesso. Pure il week end successivo, per la prima volta, Shakir non potrà venire a casa nostra perché ha delle attività nel foyer da seguire» continua Spinedi Schoepf. Arriva il Natale, Shakir lo passa con gli Schoepf, ma il 22 febbraio 2017 il ragazzo con altri due compagni del foyer scappa: «Alla mattina non si presenta a scuola. La docente allerta la Croce Rossa, eppure i tre ragazzi, senza biglietti ferroviari, documenti d’identità, non vengono controllati da nessuno durante il viaggio che li conduce da Lugano, prima a Zurigo e poi a Basilea. Le autorità sono state allertate subito? Dopo tre giorni dalla sua fuga, riesco finalmente a sentirlo. È in Germania, fuori Basilea, ed è stato assegnato a una famiglia affidataria».

Che cosa non è funzionato? Perché è scappato?

Ce lo siamo chiesti anche noi. È stato molto doloroso, non sai in che condizioni è partito, che fine ha fatto, quando ha preso questa decisione. Noi lo vedevamo contento e si stava già proiettando nella nostra casa. Non si vedeva come un rifugiato sfigato, ma come il componente di una famiglia che poteva garantirgli affetto, vicinanza, sostegno, ma anche quel pallone nuovo o l’uscita al cinema come ogni ragazzo che ha una situazione normale. Siamo sempre in contatto con lui e, nel frattempo, Shakir mi ha fatto avere delle lettere in cui parla della sua fuga. Ne sapremo di più a fine mese quando andremo a trovarlo.

Alla luce della sua esperienza, ritiene più adatto l’affido in famiglia o la permanenza in foyer?

Se i foyer possono essere necessari, una casa, una famiglia sono tutt’altro. Occorre inoltre distinguere fra intervento educativo e sanzioni che celano un abuso di potere. Ritengo che l’affidamento sia un vantaggio per tutte le parti in causa. Per la Confederazione è una soluzione più economica rispetto all’istituto. Inoltre, evita la ghettizzazione dei minori e facilita una reale integrazione nel tessuto sociale grazie alla famiglia che fa da ponte. In questo modo si disinnescherebbe pure quella frustrazione del sentirsi perennemente fuori luogo, che può trasformarsi in una bomba a orologeria.

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Mercoledì, 28 Giugno 2017 00:00

Le primarie

Le primarie al tempo delle primarie

La discussione sulle primarie sembra non terminare mai e la questione dei gazebo appare, ogni volta che se ne torna a parlare, sempre più zeppa di gracili e inconcludenti assunti ideologici. Quando, invece che di politica, si ragiona con delle sterili petizioni di principio si entra in un vicolo cieco. E allora bisognerebbe scavare nei fenomeni reali, non rinchiudersi nei postulati astratti circa la strutturale diversità qualitativa dei partiti. Non esiste alcuna teoria coerente delle coalizioni che predefinisca il campo incerto della lotta politica e precluda esiti sgraditi a chi immagina di avere per diritto di natura riservata la funzione del comando. Se si trovano davvero partiti che già in partenza dichiarano che per identità e funzione aspirano a svolgere solo un ruolo marginale bisognerebbe radiarli dall’albo ideale dei partiti desiderabili. Persino Vendola, che non conta neppure su un deputato, aspira alla leadership. Nessun partito, per identità e funzione, si priva già in partenza del possibile ruolo centrale in un sistema politico, aspetta, prima di abdicare, per lo meno di conoscere il responso delle urne. Non si può certo stabilire per decreto la funzione e il peso dei partiti e indurli a comportarsi di conseguenza alla luce della loro identità preventivamente accertata. Ma esistono momenti in cui non è consentito perdere, pena un arretramento considerevole della democrazia. E in tali circostanze (quando gli eventi suggeriscono per evitare collassi di portata storico-politica di stringere non già comode coalizioni omogenee con ruoli prefissati, ma accordi difficili con culture molto diverse) le deroghe al principio quantitativo come metro principale per assegnare un ruolo ai partiti sono del tutto ammissibili. Servono per fissare un punto di equilibrio non scontato tra i contraenti eterogenei del patto, sono richieste per mettere insieme soggetti potenzialmente alternativi tra loro e che però, soprattutto per ragioni storico-politiche d’ordine eccezionale, scelgono di compiere una importante esperienza di governo presentandosi insieme al voto come alleati. Per questo invoca, quale condizione inappellabile, che il candidato a palazzo Chigi sia appannaggio del partito maggiore perché così accade ovunque. E allora qui, dal piano delle metafisiche tesi e degli assiomi razionali sulle coalizioni ottimali, egli si sposta al livello più prosaico delle consuetudini effettuali. Ne è proprio sicuro però che la fisiologia sia sempre rispettata quasi per una spontanea accondiscendenza dei minori verso il partito più grande? Solo per poco più di trent’anni questa fisiologica accettazione del ruolo guida del partito di maggioranza relativa è stata rispettata in Italia. Dagli anni Ottanta è invece caduta in desuetudine con le richieste certo esorbitanti dei partiti laici minori e nessuna «teoria coerente» l’ha recuperata come meritava una clausola «fisiologica» e quindi razionale, coerente. Ogni volta che nell’Italia della Seconda Repubblica sono state allestite coalizioni plurali ampie, mai la leadership è andata al partito maggiore della sinistra, ma a Prodi e a Rutelli che non erano certo alla testa della forza più rappresentativa. Più che di teoria non falsificabile che assegna la guida di una coalizione al leader di un partito, qui si parla di dati concreti di esperienza sempre mutevoli e contingenti. E a essi conviene sempre attenersi. La realtà è ben più complessa degli schemi razionali costruiti per catturarla con eccessiva e ingannevole facilità. È sempre possibile che su un leader non ci sia la convergenza necessaria degli alleati e che per sviluppare maggiori chance competitive sia magari preferibile puntare su un diverso cavallo. Non ci sono regole fisiologiche da seguire comunque, ma valutazioni realistiche che suggeriscono di volta in volta la ricerca di un candidato che si presenti come il migliore garante di un equilibrio altrimenti impossibile da raggiungere. In condizioni non bipartitiche, ma a bipolarismo forzato, non esistono affatto dei postulati ferrei cui restare fedeli e occorre con pazienza consegnarsi alle necessità multiformi della prassi. L’accettazione di un leader diverso dal segretario non è necessariamente una capitolazione, può anche essere una scelta consapevole e realistica in determinate circostanze. Ciò si verifica quando la rinuncia a esercitare una leadership, sprovvista dei requisiti sistemici necessari per la possibile vittoria, si può ben giustificare con il raggiungimento, attraverso una alleanza più ampia, di un obiettivo storico-politico più prezioso (la vittoria elettorale e con essa una alternativa di sistema politico per la fuoriuscita dalla stagione del populismo). Ci sono condizioni politiche del tutto peculiari entro cui la coincidenza tra il segretario e il candidato premier non è automatica se, poniamo, in campo c’è l’imperativo supremo di definire una strategia più ampia di coalizione per segnare una discontinuità storico istituzionale. La difficile costruzione di una alleanza inedita con forze prima appartenenti a un altro campo culturale, rende la coincidenza tra capo di partito e premier nient’affatto scontata, può esserci come non esserci, dipende dalle condizioni. La politica e non un punto fermo venerabile come un assioma di per sé indiscutibile è quello che conta. Lo stesso statuto del Pd, non prevedendo la simultaneità tra la stagione dei congressi di partito e le elezioni politiche nazionali, non dà per scontato che il premier sia sempre il segretario. È palese che la sfasatura temporale tra congressi e elezioni sia piuttosto illogica e poco funzionale alla coincidenza auspicata tra leadership di organizzazione e ruolo istituzionale perché essa determina il ricorso a due primarie per ciascuna legislatura. Le primarie devono essere aperte perché altrimenti con i soli iscritti si pagherebbe salata la «distanza sociologica e politica dei militanti rispetto agli elettori», ma sebbene aperte, le primarie devono rimanere limitate al solo Pd perché così richiede il rispetto della vocazione maggioritaria che non può rifluire. La strada prescelta apre un doppio e potenzialmente dirompente circuito, quello interno riservato agli iscritti consultati in regolari congressi, e quello esterno aperto agli elettori indifferenziati che potrebbe stridere con le risultanze delle assise svoltesi nei territori. Che le primarie di coalizione siano «un non senso» è indubbio, ma che una coalizione plurale sia da cementare sulla base delle scelte per tutti obbliganti anche se compiute da un solo partito magari alcuni anni prima è altrettanto un non senso se l’alleanza non si limita a forze minori attigue, ma si allarga a poli di media grandezza portatori di istanze e culture lontane su punti nodali. Le primarie di coalizione, richieste dal movimento monotematico di Vendola come supremo atto di fede verso una presunta democrazia diretta che degli ingordi uomini di apparato vorrebbero cancellare, sono un non-senso e non certo perché Bersani le perderebbe determinando così il definitivo big bang del partito ma perché urtano contro tutte le ragioni del fare politica. È davvero irenico (e quindi da sprovveduti) che un partito largamente maggioritario in uno schieramento possa giocarsi tutto e accettare una gara con partiti satelliti da cui avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare. Nessun partito ricorre alla primarie di coalizione nelle quali, senza trovare alcuna convenienza o plusvalore politico, corre il rischio di concedere la leadership a partner molto minoritari. Se proprio deve perdere alle elezioni, un partito più grande preferisce farlo incamerando almeno qualche esiguo vantaggio competitivo (leadership della coalizione). Il timore di una sconfitta comunque non c’entra nulla (basta un semplice accorgimento, quello di collegare la designazione del candidato premier con una lista di candidati per la selezione degli aspiranti locali al seggio parlamentare, per evitare ogni sorpresa e scongiurare la scarsa fedeltà di un partito che resta poco strutturato e quindi sottoposto a guerre intestine e spinte centrifughe che rischiano di alimentare spinte di conquista), nella ripulsa delle primarie di coalizione conta piuttosto la loro conclamata disfunzionalità. Il problema più rilevante non è certo quello di schivare un potenziale pericolo proveniente da una candidatura radicale che certo non garantirebbe un punto accettabile di sintesi e di equilibrio alla coalizione. Il vero tema da affrontare è quello di definire i modi più efficaci per una politica convincente oggi richiesta per andare oltre il sistema politico in crisi strutturale. Non è molto sensato fare delle primarie competitive per scegliere un capo senza aver stipulato, prima dell’apertura dei gazebo, delle intese programmatiche solide per allestire una coalizione elettorale coesa e vincente. È inoltre del tutto disfunzionale la pretesa di conferire, attraverso le prove selettive delle primarie, la leadership a un candidato premier che poi non avrebbe dalla sua il controllo di un partito maggioritario. Si incrocia qui la completa irrazionalità di un ricorso alle primarie (strumento congeniale ai regimi che prevedono l’elezione diretta di una carica monocratica) in un sistema parlamentare con governi di coalizione. Anche le difese deboli delle primarie, ovvero la esaltazione della loro carica mobilitante indispensabile per smuovere dal torpore settori cruciali di un elettorato altrimenti sfiduciato, non sembrano persuasive dinanzi alla crescita prolungata dell’astensionismo che ha radici profonde. Il meccanismo delle primarie non sollecita la riattivazione di soggetti critici e delusi verso le esperienze della politica e nemmeno riavvicina alla partecipazione politica porzioni di ceti sociali più periferici che avvertono una carenza di rappresentanza. Le primarie sono diventate un palese elemento di blocco sistemico, sono cioè una parte del bileaderismo odierno, non sono una tappa per conquistare una diversa qualità democratica. Anche la ricetta di Scalfari, di confidare a esse per una resurrezione postuma di Veltroni da lui auspicata, come evento da verificarsi in concomitanza del voto, sembra una alchimia escogitata per obiettivi parziali che non va al cuore del problema, quello di abbattere un meccanismo perverso come quello del bipolarismo coatto di cui si riscontra in realtà la malattia mortale. Per andare oltre il bipolarismo, colto nelle forme degenerative attualmente sperimentate, occorre una drastica contrazione della porzione leaderistica della contesa politica che le primarie convocate per una carica inesistente (l’elezione diretta del Presidente del consiglio) contribuiscono a sprigionare nel sistema politico. Le primarie sono una robusta forma di freno all’innovazione oggi indispensabile, sono cioè un argine opprimente che inibisce la maturazione di forze nuove e obbliga al mantenimento del sistema politico populistico della Seconda Repubblica. Contro i partiti puramente parlamentari e asfittici di oggi le primarie sono forse la ritrovata linfa vitale di una partecipazione di massa? Le primarie sono sempre più una maldestra (sregolata, improvvisata, strumentale) caricatura della politica americana. Esse sono utilizzate in modo abnorme (per tentare scalate a partiti a cui non si appartiene; per sconvolgere i consolidati rapporti di forza tra i potenziali alleati di una coalizione ancora da costruire) e senza le condizioni istituzionali (l’elezione diretta di una carica monocratica: siamo per fortuna, o meglio, grazie al referendum costituzionale già dimenticato del 2006 che bocciò il premierato assoluto, ancora in un regime parlamentare) e senza le condizioni politiche (un assetto fortemente frantumato e coalizionale e nient’affatto bipartitico).

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Mercoledì, 21 Giugno 2017 00:00

Le oligarchie

Le oligarchie

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

Fino a ora si era lasciata almeno la forma della democrazia rappresentativa, pur con riforme istituzionali ed elettorali che l’avevano sempre più ridotta a un vuoto schema. L’elezione di Macron in Francia rappresenta però una svolta fondamentale nel rapporto fra oligarchie dominanti e elezione dei rappresentanti istituzionali. La scelta è una forma di “autocrazia diretta”, in cui i candidati vengono scelti direttamente dagli “uffici elettorali” delle organizzazioni economiche e finanziarie, saltando ogni mediazione e ogni rito democratico, anche quello formale delle “elezioni primarie” e rivolgendosi direttamente al “popolo”. Il candidato, supportato economicamente da una potente campagna mediatica, deve ignorare o addirittura attaccare duramente ogni corpo intermedio e ogni mediazione, negare l’appartenenza a questo o a quello schieramento politico, rivolgersi direttamente agli elettori, con una narrazione più o meno convincente e appelli drammatizzanti, quali, per esempio, «la patria è in pericolo».

Il vantaggio del candidato che così viene lanciato nell’agone politico è che nel frattempo, sempre con una potente campagna di stampa, ma anche con le politiche liberiste, si sono creati a destra e a sinistra movimenti antisistema che vengono bollati come pericoli mortali per la società nazionale.

Una situazione simile precedette la presa del potere dei movimenti fascisti in tutta Europa: il pericolo mortale a quei tempi erano i movimenti socialisti e comunisti. Ora che il comunismo è morto e che il socialismo “non sta molto bene”, i nemici mortali debbono essere trovati altrove. E perché no nei movimenti di protesta di quei gruppi sociali annientati dalla crisi e dalle politiche liberiste? La scelta è molteplice: destra nazionalista, nuovi movimenti di sinistra, partiti islamisti (in futuro?).

E vediamo ora il metodo che viene seguito per ottenere il risultato voluto. Si sceglie accuratamente un candidato “nuovo” e possibilmente poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma ben noto agli ambienti economici e finanziari. Il candidato deve essere quanto più neutro possibile, giovane, di cultura modesta, di idee abbastanza banali e con una storia che possa piacere e ispirare buoni sentimenti.

Cosa ci può essere di meglio di un uomo giovane, con una moglie che per la sua età potrebbe essere sua madre e che così viene presentata dai media? Il candidato si dichiara né di destra né di sinistra, anzi intende muoversi fuori e contro i partiti tradizionali, ridimensionando il potere dei sindacati e dei corpi intermedi, tanto più quanto sono rappresentanti di interessi particolari. Il candidato rappresenterà se stesso e difenderà l’interesse generale e per questo chiederà direttamente al popolo la delega in bianco, sulla fiducia. I tempi sono difficili, bisogna fare presto e non si può perdere troppo tempo dietro ai riti consunti della democrazia rappresentativa.

Dopo l’elezione farà un bel discorso, proponendosi come il nuovo uomo della provvidenza che risolverà ogni problema presente e futuro, dichiarando: «io farò, io dirò, io aiuterò».

Molte delle frasi dei suoi discorsi cominceranno con “io”. Nel discorso fatto al Louvre, subito dopo i risultati elettorali, Macron ha usato “je” la bellezza di 22 volte.

Il governo sarà composto dal più vecchio e “sputtanato” personale politico preso a destra e a sinistra, per una politica di lacrime e sangue: questo chiede il nuovo processo rivoluzionario eversivo.

E l’Europa? In questo caso la nuova concezione è quella del nazional-europeismo: «Francia first», ma in Europa; così come è stata fino a ora «Germania first», sempre in Europa. Di nuovo, l’asse Francia-Germania. Per gli altri paesi dell’Ue, vedremo come sapranno adeguarsi a questa politica.

Rimane un problema: la presenza di un’Assemblea legislativa e le elezioni dell’11 giugno prossimo. Così come è nato, Macron non ha un partito. Previsione: la potente macchina mediatica e l’infinito potere economico e finanziario delle classi dominanti si metteranno in moto per creare un partito leggero personale di Macron, con pochi iscritti ma con molti addetti alla propaganda nei media.

Un nuovo partito virtuale, i cui candidati saranno scelti con gli stessi criteri con cui è stato scelto Macron, di destra, di centro, di sinistra e da ogni dove, in grado di fargli ottenere la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale in alcune settimane. Il circolo così si chiude.

Se questa operazione funziona per la Francia, può essere estesa a tutti i paesi europei dove si terranno elezioni, naturalmente con le dovute differenze legate ai differenti ordinamenti istituzionali e leggi elettorali, e in questo scenario può pesare per esempio una maggiore complessità politica e articolazione dei bacini elettorali in Italia rispetto ad altri paesi europei.

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