Mark Zuckerberg ha delineato il futuro di Facebook: diventare un metaverso, un mondo interconnesso, virtuale e digitale, senza distanze e con maggiori possibilità di crescita individuale. Un’idea ai limiti della fantascienza ma che è già in via di sviluppo

Nonostante molti leader del Tech abbiano preso la via per lo spazio, Mark Zuckerberg punta al metaverso, un mondo fantascientifico in cui ogni persona può traslare la propria realtà, eliminando le distanze e potenziando le capacità di internet. Il metaverso è un concetto ideato da Neal Stephenson nel 1992, quando scrisse un libro di fantascienza in cui descriveva un mondo completamente virtuale, dentro ad internet e dove ogni personaggio aveva un proprio avatar – quindi una propria rappresentazione digitale di sé. Oggi, questa idea creata per un libro cyberpunk potrebbe diventare realtà proprio grazie a Zuckerberg.

Il fondatore del più grande social network al mondo ha, infatti, recentemente annunciato al proprio staff la volontà di spingere Facebook verso una realtà virtuale e non essere più soltanto la piattaforma dove gli utenti scambiano idee, opinioni e pubblicano foto. Il metaverso dovrà unire il mondo “vero”, fisico, a quello virtuale, avere un’economia propria, essere facilmente fruibile, contenere numerosi utenti ed essere completamente autonomo. Inoltre, il metaverso non potrà essere solamente un’evoluzione di internet, ha precisato il venture capitalist Matthew Ball nel suo blog, ma dovrà essere un sistema decentralizzato, con uno spazio e un universo virtuale che potrà essere utilizzato come un gioco ma anche un mondo parallelo al proprio.

È il mondo descritto da Ball e da Stephenson che vorrebbe creare Zuckerberg e che grazie alla divisione Oculus di Facebook, che produce i visori per la realtà aumentata Quest, sta già iniziando a sviluppare.

Questo mondo virtuale “porterà enormi opportunità: ai creatori individuali e agli artisti; agli individui che vogliono lavorare e possedere case lontano dai centri urbani di oggi; e alle persone che vivono in luoghi dove le opportunità di istruzione o ricreazione sono più limitate. Un metaverso realizzato potrebbe essere la cosa che più si avvicina a un dispositivo di teletrasporto funzionante,” ha detto Zuckerberg in modalità Star Trek durante l’incontro con il proprio staff raccontato da Casey Newton su The Verge.

Oltre a poter assistere alla riunione, Newton ha intervistato Zuckerberg, che ha confessato di voler creare una realtà vera, virtuale e digitale sin dai tempi del liceo. Questo perché, quando il piccolo leader del mondo Tech era giovane, aveva solo un amico interessato ai computer, senza il quale non avrebbe mai creato Facebook. Con il metaverso, un mini-Zuckerberg del futuro potrà conoscere migliaia di persone interessate al mondo Tech perché si cancelleranno completamente le distanze e si creeranno nuove opportunità per miliardi di persone.

L’annuncio per la creazione di un metaverso ha, inoltre, una tempistica da non sottovalutare, dato che arriva proprio nel momento in cui il Congresso Usa sta decidendo le sorti di Facebook, Instagram e WhatsApp. L’ideazione del metaverso potrebbe quindi frenare le proposte sul sul tavolo dei parlamentari e porre ulteriori dubbi e incertezze sul futuro del web, ma anche sul suo potere e la sua governabilità.

Da "formiche.net" Facebook ha conquistato l’universo e ora punta a creare il metaverso di Giulia V. Anderson

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Lunedì, 19 Luglio 2021 00:00

La verità è breve. O no?

Ogni ricerca, si sa, è un contributo alla crescita di tutti più che una verità assoluta. Ma proprio perché servono a farci crescere, ci sono ricerche che non vanno ignorate.
Prendete la lotta alle fake news. Se ne parla da anni, al punto che anche sul termine, «fake news», ormai c’è una certa confusione (per alcuni anche un refuso o una critica sono ormai «fake news», mentre dovrebbero esserlo solo «le notizie create ad arte per screditare qualcuno»). Premesso che chiunque abbia in ogni modo contrastato qualunque «fake news» non solo ha fatto bene ma ha tutta la mia stima, c’è un aspetto di questa vicenda che rischiamo di avere dimenticato. Una delle ragioni è probabilmente legata al fatto che quando pensiamo agli altri li raffiguriamo prendendo spunto dalle persone che conosciamo. E così dimentichiamo che una fetta sempre più grande della popolazione digitale non è come la immaginiamo, non solo perché comprende tipologie di persone che non frequentiamo quasi mai ma anche perché (come abbiamo capito tutti da tempo) anche quelli che conosciamo, a volte, hanno comportamenti «on-line» molto diversi rispetto a quando li incontriamo dal vivo.

C’è un recente studio di Mohsen Mosleh, Cameron Martel, Dean Eckles e David Rand che dovrebbe farci riflettere. Anzitutto perché è partito da una domanda molto pratica. E cioè: quando un utente (in questo caso di Twitter) riceve una correzione pubblica a una fake news che ha pubblicato o anche solo condiviso, starà più attento nei suoi tweet successivi?

CHI PUBBLICA FAKE NEWS E VIENE SCOPERTO SI VERGOGNA?
Succedesse a me e alle persone che conosco, sarei pronto a giurare che ci vergogneremmo come ladri per essere stati ripresi per avere condiviso una fake news e faremmo tantissima attenzione a ogni nostra mossa digitale successiva. Questa ricerca, però, ci svela un altro scenario. Per arrivarci i ricercatori hanno creato una serie di profili con i quali hanno pubblicato 1.500 correzioni ad alcuni tweet con informazioni false di oltre un migliaio di utenti. I risultati fanno pensare: «Gli utenti di Twitter che hanno ricevuto una risposta che smentiva un'affermazione fatta in uno dei loro post, nelle 24 ore successive hanno pubblicato più contenuti da fonti poco affidabili».


Avete letto bene: chi è stato beccato a pubblicare notizie false non solo non si è vergognato minimamente di averlo fatto, ma il fatto di essere stato ripreso pubblicamente invece che frenarlo l'ha spinto ad aumentare la pubblicazione di contenuti falsi.

Il che ci porta a un punto nodale: come si corregge il comportamento di una persona che, se pescata sul fatto e sbugiardata, reagisce in maniera opposta a quello che ci aspetteremmo? Allargando il discorso: come facciamo a far cambiare idea a persone che non vengono minimamente toccate dai convegni, dagli studi, dalle analisi, dai libri e dai dibattiti (tutti benemeriti, per carità) sulle fake news?

Molti esperti sostengono che l’imponente e importante lavoro sulle fake news va fatto per quella che viene definita «la maggioranza silente dei social», cioè da quel numero enorme di persone che non lascia traccia della propria presenza digitale (non mette like, non commenta, non condivide) ma legge (e tanto) ciò che viene scritto nei post come nei commenti.

Per quel che vale anche io sono convinto che sia un lavoro indispensabile e che serva anzitutto alla maggioranza delle persone che frequentano i social, ma tutto questo non risponde minimamente alla nostra domanda: come si comunica con chi passa il proprio tempo pubblicando falsità sui social e non viene toccato dai «metodi tradizionali»?

SAPER RISPONDERE VELOCEMENTE, CON UGUALE FORZA, SENZA ESSERE BANALI
La questione è grande e mette in discussione il modo col quale ognuno di noi comunica oggi. A partire dal fatto che noi (noi giornalisti, noi professori, noi esperti) per comunicare usiamo le parole e i ragionamenti articolati quando in Italia ben 11 milioni di persone (fonte Ocse) non sono in grado di comprendere scritti mediamente complessi. E così non li raggiungiamo.

Non solo. Abituati come siamo ad usare tante parole per spiegare le nostre idee e le nostre posizioni ci stiamo dimenticando che una parte del mondo comunica sui social (e non solo lì) usando slogan, «meme» (cioè, foto, mini video o disegni che attirano l’attenzione degli utenti diventando virali), foto accompagnate da frasi brevissime, storie di Instagram e video di TikTok. Non ci vuole niente, per esempio, a creare un video di pochi secondi per attaccare la Chiesa, accusandola delle peggiori nefandezze, ma ci vuole una bravura tutt’altro che scontata (e che in larga parte dobbiamo ancora imparare) per saper rispondere in pochi secondi con uguale forza senza cadere in un banale (quando poco coinvolgente) «non è vero».

Noi possiamo anche andare avanti all’infinito con (ribadisco: i benemeriti) convegni, webinar, lezioni, laboratori e dibattiti sulle fake news, ma dobbiamo al più presto accettare che il futuro della comunicazione passerà anche dalla nostra capacità di essere sintetici ed efficaci. Di usare ogni mezzo «nuovo» (che ormai, a ben vedere, così nuovo non è) per arrivare a più gente possibile.

In caso contrario ci troveremo a parlare sempre più solo tra noi (noi bravi, educati, amanti delle buone letture e delle buone maniere) in ambiti sempre più ristretti. E quindi a diventare sempre di più marginali. Nel digitale e non solo lì.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" La verità è breve. O no? di Gigio Rancilio

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Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

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Venerdì, 02 Luglio 2021 00:00

Quelle che rompono il soffitto di cristallo

Le samaritane: donne che alzano la posta, ieri come oggi

Le samaritane: femminile plurale. Secondo il vangelo di Giovanni, Gesù parla con una Samaritana e, secondo il vangelo di Luca, Gesù indica un qualsiasi Samaritano come figura esemplare di obbedienza alla Legge mosaica. Imponendo, nell’uno e nell’altro caso, di uscire dal sistema.

Da tempo, infatti, i Samaritani avevano costruito un loro tempio sul monte Garizim perché i Giudei li consideravano scismatici a causa della loro contaminazione etnica e religiosa e impedivano loro di partecipare al culto ufficiale di Gerusalemme. È Gesù, quindi, il primo che è uscito dal sistema.

La donna di Samaria

Mi sono sempre domandata come mai a uno dei più famosi templi parigini dell’era consumistica sia stato dato il nome “La Samaritaine”. La motivazione è tutt’altro che insignificante: sulla facciata della prima pompa idraulica fatta porre dal re Enrico IV (1553-1610) sul più antico ponte di Parigi, Pont Neuf, c’era un gruppo scultoreo che rappresentava l’incontro di Gesù con la Samaritana e, proprio su quello stesso ponte, aveva una botteguccia Ernest Cognacq, che con la moglie Marie-Louise Jaÿ fonderà, intorno al 1870, i celebri magazzini della Ville lumière. Quando ancora la memoria biblica faceva da ordito alla vita dell’Europa, insomma, era naturale associare all’acqua il ricordo della donna di Samaria evangelica.
Sconosciuta ai tre vangeli sinottici, la Samaritana [Gv 4,4-42] è invece per Giovanni una vera e propria protagonista del suo vangelo. Il suo incontro con Gesù avviene nella città di Sicàr, importante dal punto di vista religioso perché collegata, per la presenza di un pozzo d’acqua venerato ancora oggi, alla memoria del patriarca Giacobbe e di suo figlio Giuseppe. Non deve stupire, allora, che il pozzo, l’acqua e un’anfora siano per l’evangelista chiari indizi narrativi del significato che ha per lui l’intero racconto, centrato sul primo lungo discorso con il quale Gesù da inizio alla sua rivelazione pubblica.
C’era stato, è vero, l’incontro immediatamente precedente con Nicodemo [Gv 3,1-21] ma, se si considera l’insieme narrativo, sembra quasi che il dialogo con l’importante rabbino di Gerusalemme, uomo del sistema, sia utile soprattutto a preparare quello con qualcuno che è, invece, doppiamente fuori dal sistema perché donna e perché Samaritana. Nicodemo va da Gesù intenzionalmente, ma l’incontro avviene di notte, quasi che non voglia compromettersi, il loro dialogo avanza a fatica. Anche Nicodemo fa domande, cerca di sapere chi è quell’uomo, ma le risposte di Gesù si trasformano presto in un lungo monologo perché Nicodemo, silenziosamente, esce di scena.
L’incontro tra la donna di Samaria e Gesù è invece occasionale, e ha luogo alla piena luce del giorno e si sviluppa fino a culminare in una confessione della condizione messianica di Gesù da parte della donna che intraprende perfino una fortunata azione missionaria nei confronti dei suoi concittadini.

La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»

Al centro del dialogo non può esserci che l’acqua, e la strategia retorica dei fraintendimenti, cara all’evangelista, consente di mettere a fuoco che il vero fulcro del dialogo sta nel riconoscimento che l’acqua, simbolo della sapienza che dà la vita, è nello stesso tempo anche figura dell’insegnamento di Gesù e del dono dello Spirito. La brocca lasciata accanto al pozzo è segno che la donna di Samaria lo ha capito: come le ha detto Gesù, se accoglie il suo insegnamento non avrà più «sete in eterno». Il protagonismo della Samaritana è, per l’evangelista, tutt’altro che secondario: è lei l’interlocutrice insieme alla quale Gesù elabora il primo dei suoi discorsi di rivelazione, è l’incedere delle sue domande che, in un movimento a spirale, obbliga Gesù a uscire sempre più allo scoperto e a dichiararsi apertamente come il Messia. Perché incalzato dalla Samaritana Gesù pronuncia un discorso fortemente radicato nella tradizione anticotestamentaria, ma anche visionario, proteso verso la novità del dono messianico dello Spirito.

Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati incittà a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? […] Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Dal canto suo, anche la donna acquista sempre maggiore consapevolezza grazie alle sue stesse domande e capisce che, per accogliere la novità messianica, anche lei deve mettere in discussione il suo sistema religioso. Purtroppo, oggi come ieri, molti interpreti preferiscono ritenere che l’improvvisa richiesta fattale da Gesù di andare a chiamare suo marito si riferisca al suo disordine sessuale, dato che è costretta ad ammettere di non avere marito e sembra accettare il suo biasimo per averne avuti ben più di uno. Se, piuttosto che all’instabilità della vita matrimoniale della donna, il riferimento ai suoi “cinque mariti” viene inteso per quello che vuole essere, cioè una denuncia da parte di Gesù delle molteplici divinità a cui i Samaritani rendevano culto insieme a quello di Yhwh, allora è in perfetta linea con il resto del discorso e prepara alla dirompente rivelazione del nuovo culto, che ha luogo ormai «in spirito e verità», e a cui tutti, tanto i giudei che i samaritani, dovranno convertirsi.

Per un evangelista come Giovanni, che attinge a una tradizione spirituale che scorre a fianco del sistema della “grande chiesa”, il protagonismo della donna di Samaria serve ad alludere al fatto che la rivelazione di Dio si scontra, da una parte, con il misterioso rifiuto di coloro che avrebbero potuto recepirla e, dall’altra, con l’inattesa accoglienza da parte di coloro ritenuti ad essa più estranei. Non può certo stupire, allora che siano proprio le donne, all’epoca già sospinte progressivamente fuori dai margini delle prime comunità cristiane, a giocare invece un ruolo quanto mai importante nello sviluppo della trama teologica di un vangelo che vuole essere, se non proprio trasgressivo, almeno alternativo: Maria di Nazareth vigila sull’inizio e sul compimento della missione messianica di suo figlio; Marta di Betania pronuncia la più alta confessione cristologica di tutto il vangelo; sua sorella Maria, oltre ad assistere alla risurrezione del loro fratello Lazzaro, unge profeticamente i piedi e il capo di Gesù nella cena che precede il cammino della passione; Maria di Magdala è la destinataria della prima apparizione del Risorto e riceve da lui la prima consegna apostolica. Con loro, anche la donna di Samaria, l’eretica.
La buona samaritana

Doveva essere la fine degli anni ’60: messa domenicale di mezzogiorno nella chiesa del Gesù di Roma. Predica un padre gesuita che conoscevo molto bene e che azzarda un’attualizzazione della parabola del “buon samaritano”: due macchine, la prima targata SCV , Stato città del Vaticano, e la seconda DC , Democrazia Cristiana, passano senza accorgersi di un ferito sulla strada mentre da una terza, targata URSS , Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scende qualcuno che si prende cura del malcapitato. Accostamenti un po’ ingenui, forse, che in noi più giovani non hanno ingenerato nessuno scandalo, ma che al gesuita sono invece costati un mese di interdetto dalla predicazione. Una sanzione che non deve stupire: a Gesù, in fondo, è toccata una sorte ben peggiore. D’altro canto, affermare che un eretico eredita la vita eterna perché rispetta la Legge più di due esponenti della religione ufficiale non deve aver fatto certamente piacere a molti.
La parabola, una delle più note del vangelo, viene pronunciata da Gesù per rispondere a una sfida mossagli da un dottore della Legge che mette in discussione il suo diritto di insegnare visto che non è ufficialmente accreditato a farlo e, come sempre, ribalta la prospettiva dell’interlocutore: a un poveretto che i briganti hanno lasciato ferito sul ciglio della strada prestano soccorso non due figure istituzionali, un sacerdote e un levita, bensì un eretico, un samaritano che si prende cura di lui fino a pagargli il ricovero in un albergo.
In scena tutti maschi: lo sventurato che incappa nei briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, un albergatore.

D’altro canto, si può bene supporre che, al tempo di Gesù, nessuna donna avrebbe potuto avventurarsi da sola sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Se dovessimo rappresentarla oggi, però, potremmo certamente immaginare un casting tutto, o almeno in parte, femminile. Oltre tutto, poiché la parabola comincia con un generico “un uomo” e poiché dobbiamo sempre ritenere che con questo termine non si voglia intendere obbligatoriamente un maschio, allora è del tutto lecito immaginare che chi viene aggredito dai briganti e chi se ne prende cura possano anche essere donne.
Se oggi noi rileggessimo così una delle più famose parabole del vangelo nessuno potrebbe stupirsi. Non tanto per via del politically correct, ma perché un dato di fatto, forse per nulla casuale, è ormai sotto gli occhi di tutti: l’ambito della carità è stato il primo “soffitto di cristallo” che, nella Chiesa, le donne sono riuscite a infrangere, e un gran numero di loro occupa posti di rilievo negli organigrammi delle organizzazioni umanitarie di tutte le chiese e di tutti gli stati. Ho partecipato anni fa a una riunione internazionale di donne in cui hanno preso la parola responsabili di grandi istituzioni di diversi paesi che lavorano, e spesso anche vivono, a stretto contatto con situazioni emergenziali di povertà, malattia, guerra, soccorso in mare, deportazione. Sono tante le donne che, nelle Caritas, nelle Misereor, nella Croce Rossa internazionale, in Medici senza Frontiere, ma anche nei mille rivoli di una dedizione che non ha bisogno di telecamere, si fanno prossimo di infiniti sventurati di tutto il mondo. Sono tante che si spendono nelle missioni o ai bordi delle strade delle nostre città. In questi mesi non ne abbiamo forse viste tante fronteggiare nei nostri ospedali l’emergenza pandemica facendosi silenziosamente prossimo anche di chi era costretto a morire in solitudine?
Non è certo una novità. Lungo i secoli cristiani le buone samaritane sono state innumerevoli, alcune riconosciute e portate a esempio o perfino beatificate e santificate, altre, e sono la maggioranza, anonime, come il samaritano della parabola. E sulle nostre strade molte sono le “eretiche”, donne che consideriamo estranee al nostro sistema sociale e, spesso, anche a quello religioso, ma che non si sottraggono alla cura e alla dedizione verso i tanti “malcapitati” della società del benessere. Anche le samaritane, capaci di farsi prossimo di chiunque sia in difficoltà, non sono meno provocatorie del samaritano del vangelo. A conclusione della parabola, infatti, Gesù pronuncia non un insegnamento, ma un monito:
«Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così» (Lc 10, 36s).

Ci potremmo domandare in quanti saremmo disponibili a prendere esempio da qualcuna che viene da un paese lontano, che ha un colore della pelle diverso, che non ha tutti i permessi necessari per essere dentro il sistema, che appartiene a un’altra chiesa o onora un altro Dio, solo perché fa del bene.

Eppure, ieri come oggi le samaritane evangeliche sono lo specchio dei ministeri che molte donne esercitano nella Chiesa nell’ambito della carità, ma anche dell’insegnamento teologico e della catechesi. Fuori dal sistema? Forse, è venuto il tempo - ed è questo – in cui comincia a non essere più vero.

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Quelle che rompono il soffitto di cristallo di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne

In “Noi siamo tecnologia” (Mondadori), il fisico Massimo Temporelli illustra i cambiamenti imposti dalle nuove scoperte su tutti noi. Un lungo viaggio che va dalla selce alla barra di Google, passando il freno e Wikipedia. Il fatto è che siamo quello che creiamo. E i nostri strumenti diventano parte della nostra esistenza.

L’iPhone non è stato il primo smartphone della storia, anche se è stato quello che ha reso popolare questo concetto, diventando poi il paradigma con il quale esso si è diffuso nella nostra società.

Come dice la parola stessa, smartphone significa «telefono intelligente», ovvero un dispositivo in grado di fare telefonate ma che allo stesso tempo integra anche funzioni tipiche del personal computer, come archiviare, elaborare e trasmettere dati, attraverso l’uso di un apposito sistema operativo.


La telefonia mobile è nata negli anni Settanta con i radiotelefoni, ma è si è imposta solo negli anni Novanta grazie alle prime reti cellulari. Rispetto alla radiotelefonia, che funzionava solo in città e prevedeva un’unica antenna e dunque un unico punto di accesso per tutti gli utenti, producendo un vero e proprio collo di bottiglia per gli abbonati a questo servizio, la tecnologia cellulare, dividendo il territorio in tante celle (da qui il nome), aumentava incredibilmente il numero di chiamate supportate. Questo permise la diffusione del servizio e l’aumento degli utenti, innescando la rivoluzione della telefonia mobile.

I telefoni cellulari dei primi anni Novanta erano semplici terminali passivi, senza nessuna funzione aggiuntiva, nemmeno la rubrica, e spesso privi di monitor o con schermi molto piccoli. Si componeva il numero sul tastierino e si schiacciava il pulsante di chiamata, oppure, in ricezione, si premeva il tasto «rispondi». Punto. Niente più di questo.


Anno dopo anno, però, anche grazie al miglioramento e alla miniaturizzazione dei circuiti integrati e all’implemen-tazione di nuove reti di comunicazione mobile – che passarono in un decennio dalle tecnologie di prima generazione (1G) come TACS e ETACS a quelle di seconda generazione (2G) come GMS, fino a quella di terza (3G) come UMTS –, i telefoni cellulari iniziarono il loro cammino per diventare sempre più smart e ricchi di funzioni.

Proprio a partire dai primi anni Novanta, le aziende di informatica ed elettronica hanno cominciato a proporre dispositivi mobili con qualche funzione intelligente, ibridando i Personal Digital Assistant (PDA), chiamati anche «palmari», con i telefoni cellulari. Nel 1994 la statunitense IBM, per esempio, presentò il modello Simon, che integrava funzioni come il calendario, il blocco note, la rubrica, l’orologio, la posta elettronica e alcuni giochi. Nonostante il prezzo piuttosto elevato, ne vennero vendute ben 50.000 unità.

Il processo di fusione tra i Personal Digital Assistant e i telefoni cellulari è inoltre evidente in due modelli del 1996: l’OmniGo 700X di HP, che univa il PDA HP 200LX con il telefono cellulare Nokia 2110, e soprattutto il Nokia 9000 Communicator, un dispositivo che si apriva a conchiglia e che al proprio interno nascondeva uno schermo e una tastiera QWERTY, che permettevano di usare molte funzioni smart.

Il primo telefono chiamato «smartphone» fu il modello GS88 proposto dalla Ericsson nel 1997, mentre il primo dotato di un proprio sistema operativo fu il modello R380 sempre della casa svedese. Il sistema in questione era il Symbian, software nato dalla collaborazione fra diverse aziende di elettronica e informatica e oggi del tutto abbandonato.

A cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il mercato dei telefoni cellulari (smart e non) era dominato fondamentalmente da poche marche: la norvegese Nokia, la svedese Ericsson, la statunitense Motorola e la canadese RIM, che produceva i modelli Blackberry.

Tutte queste aziende erano impegnate da diversi decenni nello sviluppo della tecnologia e del business della telefonia e delle radiocomunicazioni. Per questo motivo nessuno avrebbe potuto immaginare che un tale oligopolio potesse essere letteralmente spazzato via da un’outsider: la Apple.

Arriva l’iPhone

Probabilmente, all’inizio del nuovo millennio nemmeno Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato di Apple, avrebbe mai pensato che sarebbe finito a progettare tecnologie per la telefonia mobile, diventandone poi il più grande innovatore e acquisendone la maggioranza delle quote di mercato.

Nel 2001, l’imprenditore statunitense aveva lanciato iPod, il lettore di mp3 che insieme a iTunes permetteva alla sua azienda di cavalcare la distribuzione della musica digitale sul web. L’intuizione di Jobs era giusta, tanto che in quattro anni questi prodotti divennero così importanti per Apple da rappresentare quasi il 50 per cento del suo fatturato, rilanciando il brand e aumentando di riflesso anche la vendita dei computer della mela, i Mac.

La Apple non era mai andata così bene, il suo ecosistema di hardware e software sembrava destinato a conquistare quote di mercato ancora più ampie. Tuttavia, proprio nel 2005 Jobs si rese conto che i telefoni cellulari stavano diventando sempre più smart, permettendo di includere nuove funzioni, e che prima o poi avrebbero finito per integrare anche i lettori mp3, invadendo il dominio dell’iPod e mettendo a repentaglio il nuovo modello di business della sua azienda.

Solo per questo motivo Steve Jobs decise di occuparsi anche di telefonia mobile, scendendo velocemente in campo per non farsi trovare impreparato davanti a quella che sembrava un’ineluttabile certezza, ovvero che il consumo della musica era destinato a convergere nel telefono.

La fretta di trovare una soluzione lo portò inizialmente ad assumere una decisione che raramente aveva preso nella sua vita imprenditoriale, ovvero aprirsi a una collaborazione con un partner industriale, perdendo così il controllo del processo di progettazione del nuovo dispositivo, cosa che Jobs non amava, anzi non sapeva proprio gestire.

Come ho detto, la statunitense Motorola era una delle aziende leader del mercato dei telefoni cellulari all’inizio del Duemila, e proprio in quegli anni il suo famoso smartphone Razr (successore dello Startac) vendeva milioni di pezzi. Grazie a questa leadership e soprattutto alla stima e all’amicizia che legava Jobs all’amministratore delegato di Motorola, Ed Zander, le due aziende decisero di collaborare, proponendo al mercato già nel settembre 2005 il Motorola Rokr, uno smartphone che integrava il software iTunes di Apple per l’acquisto e la riproduzione degli mp3.

A metà strada tra l’iPod e il Razr, dunque né carne né pesce, questo prodotto frutto del co-branding tra Motorola e Apple fu un vero e proprio fallimento a livello sia di critica sia commerciale. Per questo motivo Jobs, senza perdere altro tempo, chiuse la collaborazione e aprì un cantiere interno per progettare e produrre uno smartphone targato interamente Apple, che sarebbe passato alla storia con il nome di iPhone.

Non è compito di questo libro raccontare i dettagli del progetto iPhone. Quello che mi preme dire è che questo dispositivo è stato il terzo tassello della rivoluzione tecnologica e culturale di Steve Jobs, dopo il Mac e l’iPod. Anzi, presentandolo ad amici, collaboratori e giornalisti, Jobs spesso diceva che era la cosa migliore che avesse fatto in tutta la sua carriera.

In effetti l’iPhone ha rappresentato davvero una profonda rivoluzione rispetto agli altri smartphone prodotti fino ad allora. A ben guardare, Jobs e la Apple non inventarono nulla di nuovo: il dispositivo non era nient’altro che un telefono che integrava al suo interno un computer. Ma in tutti i suoi dettagli e le sue caratteristiche, dai materiali al sistema operativo, fino all’interfaccia e alle icone, l’iPhone era qualcosa di mai visto prima.

Vetro e metallo sostituivano la plastica largamente usata negli smartphone dell’epoca, la batteria era integrata nella scocca e non poteva essere estratta, lo schermo era gigantesco grazie alla scelta di fare sparire del tutto la tastiera fisica che occupava invece più del 50 per cento della superficie dei dispositivi dei competitor. Il sistema operativo era rivoluzionario (Apple iOS), così come l’interfaccia utente, che non prevedeva rotelle, pad o pennini ma solo l’uso delle dita e un sistema di gesti multitouch acquistato dall’azienda FingerWorks.

Jobs e il suo team, in soli due anni, avevano fatto il miracolo. Partendo da zero avevano messo a punto un software perfetto, capace di comandare e pilotare un hardware altrettanto ben disegnato.

Guardando ma soprattutto usando l’iPhone, sembrava davvero di vedere concretizzarsi le parole che un altro genio, Italo Calvino, scrisse a metà degli anni Ottanta nel libro “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”:

È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

Leggendo queste parole e osservando il funzionamento dell’iPhone è impossibile non chiedersi se Jobs abbia letto Calvino. A me piace pensare di sì.

Come sapete, l’iPhone è stato ed è un successo senza precedenti: proprio mentre scrivevo questo capitolo, a circa quindici anni dal suo lancio, la Apple ha annunciato che a livello mondiale ne sono attivi ben un miliardo di esemplari. Un numero davvero sbalorditivo, impensabile per altri strumenti elettronici della stessa categoria.


Da "https://www.linkiesta.it/" Come lo smartphone ha migliorato (e sconvolto) le nostre vite di Massimo Temporelli

Pubblicato in Comune e globale

L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
ITALIA
Perché è fondamentale costruire comunità di cura
Valentina Pigmei, giornalista
17 maggio 2021
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L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. - Fondazione Reggio childrenIl progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

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“Tutti abbiamo bisogno di cura”, dice Guerra, “non è un problema che può essere rimosso: che sia nostra madre o nostra figlia o una badante, qualcuno si è preso o dovrà prendersi cura di noi. C’è bisogno di risposte sistemiche perché queste non sono questioni identitarie, ma materiali”.

Secondo Carla Rinaldi “abbiamo trasformato la cura in accudimento, dimenticandoci che è un valore, abbiamo scordato la sua parte nobile, l’abbiamo delegata e questo è un vero delitto”.

Le comunità di cura, l’autogestione, i progetti educanti tuttavia non sono sufficienti: in un paese come l’Italia dove si registra il 51 per cento di disoccupazione femminile, dove la redistribuzione dei compiti all’interno del nucleo familiare è ancora del tutto insufficiente, forse è necessario che anche la politica se ne prenda carico, lavorando a un vero e proprio “stato di cura”.

Da "https://www.internazionale.it/" Perché è fondamentale costruire comunità di cura di Valentina Pigmei

Pubblicato in Comune e globale

La situazione è drammatica ma non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Gli italiani sembrano non avere piena cognizione di uno scenario che, allo stato attuale, sembra inverosimile.

1. Da un mese all’altro milioni di famiglie, quasi senza reddito, potrebbero non essere più in grado di rimborsare i mutui per la casa o i prestiti per l’acquisto dell’auto.

Secondo i dati della Banca d’Italia, al 15 gennaio 2020 gli istituti di credito hanno ricevuto oltre 2,7 milioni di domande di moratoria su mutui e prestiti, per un valore complessivo di circa 300 miliardi di euro.

2. Potremmo ritrovarci nelle condizioni di non riuscire a pagare le tasse e le cartelle fiscali.

Sono oltre 9 milioni le cartelle congelate dall’8 marzo 2020 fino al 30 aprile 2021. Vanno ad alimentare un magazzino di residuo ancora da recuperare di circa 130 milioni di cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo. I contribuenti, sia persone giuridiche che persone fisiche, con debiti sono complessivamente circa 21 milioni. Per un valore di 1000 miliardi di euro di crediti non riscossi.

3. Molte attività commerciali stanno già scomparendo e le piccole e medie imprese non sempre riusciranno a costituire tesoreria sufficiente per ripartire. Migliaia di aziende rischieranno la bancarotta e gli imprenditori che hanno rilasciato garanzie personali (fideiussioni) potranno perdere gli immobili acquistati con tanti sacrifici.

Secondo le ultime stime, in Italia si contano 5 milioni di piccole e medie imprese (Pmi). Nel 2020, a causa dell’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi, ne sono scomparse circa 300.000, quasi tutte (l’85%) appartenenti al segmento delle piccole attività e situate prevalentemente al Sud, a cui si aggiungono 200mila lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva, operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Il rischio che l’escalation dei contagi da coronavirus, pur in assenza di un vero lockdown nazionale, possa essere devastante in futuro per imprese e lavoro viene sottolineato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro nell’indagine Crisi, emergenza e lavoro nelle Pmi: secondo lo studio, due imprese su dieci di quelle tuttora in attività potrebbero chiudere nel 2021. Stiamo parlando del 20 per cento del tessuto produttivo di un paese come l’Italia, che si regge proprio sulla piccola e media impresa.


4. Nei bilanci delle banche, questa drammatica situazione si tradurrà in prestiti non pagati, crediti inesigibili, fallimenti e pignoramenti. Aumenteranno vertiginosamente i “crediti deteriorati”. La stretta creditizia sarà quattro volte più dura di quella vissuta dopo la crisi del 2008.

Banca Ifis ha stimato, sulla base dei bilanci provvisori degli istituti di credito, che l’ammontare complessivo dei Npl nel 2020 avrebbe raggiunto quota 338 miliardi di euro (+5% sul 2019). Nel 2021 le esposizioni deteriorate potrebbero salire fino a 385 miliardi, con un incremento ulteriore nel 2022.

Numeri che fanno rabbrividire, ma che gli italiani sembrano non aver ancora metabolizzato. Perché gli aiuti istituzionali e un approccio di stand-by mentale, all’insegna del “mal comune, mezzo gaudio”, non permettono al momento di prendere piena coscienza delle reali conseguenze della pandemia e del blocco dell’economia.


L’incertezza regna sovrana, alimentando un sensibile calo della fiducia che, a sua volta, induce a diffusi atteggiamenti di rigetto che intaccano la resilienza e la facoltà di reagire da soli.

È ormai chiaro quanto sperare ed insistere su promesse politiche demagogiche renda in realtà più difficile e tardivo qualunque processo di gestione autonoma, razionale ed efficace della crisi. Cosa possiamo fare, allora, rispetto al futuro che ci aspetta? Per difendersi e reagire esiste un solo modo: anticipare i tempi e agire di iniziativa.


Da "https://www.ilfattoquotidiano.it" La crisi sarà devastante ma nessuno ne parla: le lobby rischiano troppo di Vincenzo Imperatore

Pubblicato in Passaggi del presente

L’anno dalla pandemia ha segnato il trionfo del delivery in tutte le sue forme. Durante i mesi del lockdown più duro è stata un’àncora di salvezza fondamentale. Ma l’inedita “esperienza domiciliare” di questi mesi è andata molto oltre: a casa nostra non sono arrivati soltanto inconsueti quantitativi di pacchi o di cibo pronto, ma anche (per la prima volta nel corso della modernità) il lavoro e la scuola. Remote working e Didattica a Distanza sono diventati esperienza quotidiana per moltissimi, talvolta per quasi tutti.

La trasformazione in esperienza di massa della triade delivery + remote working + DAD, con l’aggiunta della chiusura di ogni forma di intrattenimento extra domestico e la rarefazione coatta delle relazioni sociali, ci sta rendendo sempre più avvezzi alla sedentarietà. A cui, forse, siamo ormai fin troppo abituati. Dovremo dunque fare i conti con la stabilizzazione di una inedita “società comoda”: un modello di cui vedevamo le tracce già prima, ma che con la pandemia si è imposta come possibile forma di organizzazione sociale. Un modello certamente ricco di vantaggi, ma anche di non pochi rischi.

TUTTO IN UN CLICK: MOLTO COMODO, MA CON UN "LATO OSCURO"
Tutte le trasformazioni determinate da questa triade ci hanno spinto a ridisegnare la vita direttamente a casa nostra. Con l’unica fatica di un click. Abbiamo scoperto certamente molte cose interessanti e utili: non è più necessario uscire di casa per fare certi acquisti; è possibile ripensare l’organizzazione del lavoro superando il quotidiano obbligo della vita in ufficio (con i suoi costi in termini di denaro, di tempo, di stress) aiutando la conciliazione dei ritmi della vita con quelli professionali; abbiamo molti strumenti per evitarci inutili viaggi, attese, scocciature; l’istruzione a tutti i livelli può essere “digitalmente aumentata”, innovando un modello di istruzione per molti versi superato.

Se questa esperienza potrebbe apparire luminosa, viverla in prima persona ce ne ha fatto tuttavia scoprire un “lato oscuro” che occorre mettere a fuoco in fretta. Perché l’impatto più generale e pervasivo della pandemia si è abbattuto sulle relazioni. Ed è proprio da qui, come consigliano Donati e Maspero nel recentissimo Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni, che occorre mettersi al lavoro per iniziare la ricostruzione. Sapendo però (ce lo insegna la Storia) che ricostruire mal si concilia con la comodità. Ciò vale anche nelle relazioni, poiché l’Altro è sempre scomodo.

TIRARE LE SOMME DI UN'ESPERIENZA CONTRADITTORIA
Dovremo capire innanzitutto se sono davvero plausibili (e soprattutto, utili all’inestinguibile bisogno di felicità dell’uomo) le narrazioni incantate sul futuro del “lavoro agile” e addirittura sulla “fine dell’ufficio”: se il lavoro non è solo produzione, ma innanzitutto relazione sociale, la sua eccessiva remotizzazione (o addirittura la sua domiciliarizzazione) toglie un pezzo rilevante del suo significato. E appare simbolicamente rilevante che i primi a capirlo siano stati giganti del digitale, come Google e Cisco, orientati a un rapido rientro in ufficio (seppur nella prospettiva di un hybrid workplace). Lavorare in un team senza incontrare quasi mai i colleghi rischia di non generare una squadra, di rendere difficile la costruzione di un senso di appartenenza e di comune identità.

Nella scuola e nell’università dovremo poi capire tutti, docenti e studenti, come maneggiare la “didattica aumentata digitalmente”. Ne abbiamo compreso le potenzialità, ne abbiamo benedetto l’esistenza che ha evitato lo stallo. Ma ne abbiamo visto i limiti insuperabili, perché la presenza in un rapporto educativo non è mai sostituibile. Soprattutto, quando dovremo decidere quale mix tra presenza e distanza inventarci, dovremo fare i conti proprio con la comodità che tanto nei docenti quanto negli studenti si propone come seduzione non priva di minacce.

Dovremo capire se la didattica remotizzata (in forma blended o addirittura registrata) possa essere un’opportunità per garantire il diritto allo studio (per chi lavora, per chi vive in aree lontane dai poli universitari di eccellenza, o semplicemente per chi non ha voglia di scomodarsi) oppure una pericolosa illusione che complica la relazione educativa trasformandola in un trasferimento funzionalistico di contenuti specialistici.

Così come illusoria (per i giovani innanzitutto) ci appare già oggi la narrazione del south working, l’idea cioè di lavorare per un’azienda del Nord continuando a vivere nella zona in cui si è nati. Nello studio come nel lavoro (e innanzitutto nella ricerca del lavoro, così come nella progressione di carriera) le relazioni dirette, i dialoghi tra pari a lezione o tra colleghi in ufficio, le chiacchiere nei chiostri o alla macchinetta del caffè, sono elementi insostituibili. Già negli anni Settanta il sociologo Mark Granovetter parlava di “forza dei legami deboli” come di un elemento indispensabile per sviluppare pienamente i propri talenti, per trovare lavoro, per costruire una carriera.

I RITI CHE RENDONO RESISTENTI LA VITA
C’è un ultimo aspetto, che mette in guardia dai rischi della “società comoda”. Nel suo recente La scomparsa dei riti il filosofo sud coreano (ma tedesco di adozione) Byung-Chul Han ci avverte del fatto che la scomparsa delle dimensioni rituali dell’esistenza rappresenta una perdita non sostituibile per la vita umana. La loro ripetitività rappresenta infatti un elemento centrale nella stabilizzazione dell’esperienza, rendendo così la vita resistente e capace di un rapporto armonico tra ciascuno e il complesso delle altre persone e delle “cose” con cui siamo soliti rapportarci.

Se scompaiono i riti (anche quelli della vita quotidiana come l’andare a scuola, in università, al lavoro, con i loro tempi, i loro luoghi, le scomodità che richiedono) si impone la logica del consumo applicata a tutte le dimensioni dell’umano, si perdono per strada la durata e lo scopo a favore di un unico obiettivo: performare meglio per produrre di più. Il digitale può essere un (imperfetto) succedaneo in termini produttivi, ma la corporeità resta insostituibile per umanizzare la realtà.

La “società comoda” e on-life (secondo la visionaria definizione di Luciano Floridi) può dunque rappresentare un guadagno ma nasconde un inganno. Ci potrà restituire più tempo di vita, forse. Ma ci potrà anche togliere relazioni e spazi di libertà, riducendo l’umano alla logica produttivista. Proprio per questo, sarà bene avere a mente (ce lo ricordano Magatti e Giaccardi nel loro Nella fine è l’inizio) che “l’obiettivo sensato per la prossima fase della crescita non è più l’aumento quantitativo della produzione” bensì “scommettere sulla qualità delle persone e dei legami sociali”.

Con uno slogan potremmo ricordare che bisogna scomodarsi per prendersi cura di sé, dell’altro e del mondo. In un tempo di ricostruzione, la “società comoda” ci imporrà insomma ogni giorno una scelta figlia di un negoziato che andrà fatto innanzitutto con noi stessi: appartarci (seppur in collegamento) o connetterci (ovvero, intrecciarci con le vite degli altri).

Da "https://rivista.vitaepensiero.it" DOPO LA PANDEMIA: LA SOCIETÀ COMODA E I SUOI RISCHI di Luca Pesenti

Pubblicato in Passaggi del presente

Nell’arco di quarantott’ore la natura del conflitto è cambiata. Gli scontri tra i manifestanti palestinesi e le forze dell’ordine a Gerusalemme si sono trasformati in una guerra aperta nella Striscia di Gaza, e il bilancio si è improvvisamente aggravato, con almeno quaranta morti.

È l’escalation nell’uso delle armi ad aver fatto impennare il numero delle vittime. Centinaia di razzi sono stati lanciati da Hamas contro Israele dalla Striscia di Gaza. Alcuni hanno superato la “cupola d’acciaio”, il sistema antimissile israeliano.

Cinque israeliani sono stati uccisi dai razzi, mentre a Gaza 35 palestinesi, tra cui dodici bambini, sono morti a causa della rappresaglia israeliana. Nel pomeriggio dell’11 maggio ottanta aerei israeliani hanno bombardato la Striscia, e in serata le sirene hanno suonato a Tel Aviv per avvisare di un nuovo lancio di razzi.

Conflitto irrisolto
Come siamo passati dalle violenze nelle piazze a una guerra combattuta con aerei e razzi, che rischia di non fermarsi? Come sempre succede in questa regione, gli incidenti isolati risvegliano conflitti mai risolti.

Nella sua cronologia degli eventi, il quotidiano israeliano Haaretz fa risalire lo scoppio della crisi al primo giorno di Ramadan, quando le autorità israeliane hanno cambiato il dispositivo di sicurezza alla porta di Damasco, principale via d’accesso alla città vecchia e ai luoghi di preghiera. Davanti alla porta, c’è il quartiere storico di Sheikh Jarrah, già in fibrillazione a causa delle espulsioni dei residenti palestinesi. I palestinesi si sono rifiutati di rispettare le nuove regole sulla sicurezza, giudicate “umilianti”.

C’è un vuoto di potere sia sul fronte israeliano sia su quello palestinese

Poi un video pubblicato su TikTok ha mostrato un giovane palestinese che schiaffeggiava un giovane ebreo ultraortodosso a Gerusalemme. Il video è diventato virale, come una sfida puerile lanciata dagli adolescenti all’onnipotente stato ebraico. A quel punto alcuni israeliani di estrema destra hanno lanciato una caccia all’uomo nei quartieri palestinesi, e la violenza si è messa in moto. Cominciata su TikTok e finita con i bombardamenti: è la guerra del ventunesimo secolo.

Ma questo non basta a spiegare tutto. Esiste anche il contesto politico. Sul fronte israeliano c’è un vuoto di potere nonostante tre elezioni nell’arco di poco tempo. Benjamin Netanyahu dovrebbe limitarsi agli affari correnti, eppure ha il potere di decidere se fare la guerra e la pace.

Sul versante palestinese il vuoto è ancora più sorprendente. Da quindici anni i palestinesi sono divisi tra la Striscia di Gaza, controllata dagli islamisti di Hamas, e l’Autorità palestinese in Cisgiordania, guidata da un Abu Mazen, il cui mandato è terminato da tempo, così come il suo credito politico.

Scatenando la battaglia a partire dal suo feudo, Hamas rivendica la leadership palestinese e prova ad approfittare dell’indebolimento del suo rivale storico, Al Fatah, la formazione in passato guidata da Yasser Arafat e ormai senza un capo né un progetto politico.

I giovani palestinesi, dal canto loro, non hanno fiducia in questi partiti che non sono in grado di offrirgli un futuro. Ma il rifiuto di un’occupazione senza speranze e senza fine assume la forma di un’ondata di violenza di cui nessuno può prevedere la fine.


Da "https://www.internazionale.it" Un mese di violenze, dalle strade di Gerusalemme ai cieli di Gaza di Pierre Haski, France Inter, Francia

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Il gesuita p. Karl Rahner è stato uno dei primi a riconoscere che il Concilio Vaticano II aveva trasformato la Chiesa cattolica occidentale in una Chiesa mondiale. Egli ha affermato: «Il Concilio Vaticano II è stato il primo grande evento ufficiale, in cui la Chiesa si è attuata come Chiesa mondiale»[1]. Se infatti nel Concilio Vaticano I erano presenti anche vescovi di Paesi non occidentali, essi tuttavia erano per lo più vescovi missionari di origine europea e nordamericana. I vescovi intervenuti al Vaticano II provenivano da 116 Paesi, la maggior parte dei quali erano nativi: il 36% venivano dall’Europa, il 23% dall’America Latina, il 12% dal Nord America, il 20% dall’Asia e dall’Oceania e il 10% dall’Africa. Nel Sinodo straordinario dei vescovi del 1985, a Roma, il 74% dei vescovi proveniva da Paesi diversi dall’Europa o dall’America settentrionale, e questo rispecchiava la proporzione (più del 70%) dei cattolici in tutto il mondo.

La più antica istituzione del mondo, la Chiesa cattolica, è davvero una Chiesa globale[2]. Con 1,3 miliardi di membri, essa rappresenta oltre il 50% dei 2,5 miliardi di cristiani nel mondo. Questi enormi numeri e l’organizzazione internazionale ne fanno un attore transnazionale. Stime recenti attestano la percentuale dei protestanti a circa il 37%, e quella delle varie Chiese ortodosse al 12%. Altre comunità, meno tradizionali, come cristiani scientisti, mormoni, testimoni di Geova, rappresentano circa l’1%. E oggi sono in rapida crescita le comunità pentecostali, carismatiche o del Rinnovamento, con oltre 682 milioni di membri[3].

Cambiamenti demografici

Tuttavia il volto del cristianesimo mondiale oggi sta cambiando. Le principali Chiese europee e nordamericane continuano a perdere membri, e ciò avviene in misura particolarmente rilevante in quelle cattoliche. In America Latina, patria di circa 425 milioni di cattolici, con la crescita del cristianesimo evangelico e pentecostale c’è stato un esodo dalla Chiesa cattolica di decine di milioni di membri. I pentecostali oggi si attribuiscono circa il 70% di tutti i protestanti latinoamericani. Basandosi su un culto soprannaturale, emotivo, e sulle preghiere di guarigione, spesso predicano il «vangelo della prosperità», o vangelo della salute e della ricchezza, che affonda le radici nel pentecostalismo statunitense[4]. Proprio il pentecostalismo, nelle sue varie forme, si è dimostrato particolarmente attraente per i poveri dell’America Latina. I pentecostali sono evangelizzatori efficaci, con il loro zelo nel comunicare la loro fede, l’accento posto sui doni carismatici e un’esperienza soggettiva di Dio. Tutti elementi che la teologia occidentale ha perso di vista da lungo tempo.

Negli Stati Uniti la percentuale di cattolici è scesa dal 23 al 20%, con la maggiore diminuzione nel Nord-est[5]. Le perdite sono più sensibili tra i giovani adulti. Il 36% dei post-Millennial (giovani fra i 18 e i 24 anni) non ha rapporti con alcuna tradizione religiosa. Essi spesso vengono chiamati «i non», per la risposta negativa che danno alle domande sulla propria affiliazione religiosa.

Nel 1910 l’Europa ospitava il 65% dei cattolici del mondo, a fronte dell’esiguo 24% odierno[6]. Questo calo è dovuto, tra l’altro, ai bassi tassi di fertilità, al fatto che la maggior parte dei cristiani è anziana e aumentano le persone che abbandonano il cristianesimo. Il numero delle persone che partecipano alla Messa continua a diminuire. Il declino non riguarda soltanto i cattolici: un’indagine di Stephen Bullivant ha rilevato che in 12 dei 22 Paesi europei da lui esaminati oltre la metà dei giovani adulti dichiara di non identificarsi con una particolare religione o denominazione.

Tuttavia, mentre in Occidente è in declino, il cristianesimo sta esplodendo in Africa, in Asia e in America Latina, ovvero nelle zone che di solito vengono denominate «il Sud del mondo». Secondo un’inchiesta del Pew Research Forum, più di 1,3 miliardi di cristiani (61%) vivono nel Sud del mondo, rispetto ai circa 860 milioni che vivono in Europa e Nord America (39%)[7].

In Africa, la crescita del cristianesimo è stata straordinaria: dai nove milioni del 1900 ai circa 380 milioni di oggi. Secondo Todd Johnson e i suoi collaboratori, «entro il 2050 probabilmente ci saranno più cristiani in Africa (1,25 miliardi) che in America Latina (705 milioni) ed Europa (490 milioni) messe insieme»[8]. Questo significa che cesserà il dominio numerico dell’Europa sul cristianesimo globale, come avveniva in passato.

In Asia il cristianesimo continua a crescere, soprattutto nelle sue espressioni evangeliche e pentecostali. I 17 milioni di evangelici e pentecostali asiatici presenti nel 1970 oggi si sono moltiplicati fino a superare i 200 milioni. A Singapore, nella Corea del Sud e nelle Filippine esistono Mega-Chiese con decine di migliaia di membri. In Indonesia e in Malesia l’adesione al cristianesimo cresce tra buddisti e confuciani. Molte di queste Chiese predicano il vangelo della prosperità. In Cina il cristianesimo continua a progredire, nonostante gli sforzi dell’attuale governo per controllarlo. Si stima che i cattolici oscillino tra i 10 e i 12 milioni, con una crescita lenta. I cristiani evangelici e pentecostali sono tra i 40 e i 60 milioni, anche se c’è chi ipotizza numeri più elevati, fino a 100 milioni.

Sfide

Sebbene il Concilio Vaticano II abbia fatto molto per rinnovare e rivitalizzare la Chiesa, essa oggi si trova ad affrontare molte sfide, oltre al calo dei suoi membri. Gravi danni sono stati causati dagli abusi sessuali su minori da parte di esponenti del clero, ossia dalla crisi più grave che la Chiesa abbia dovuto affrontare dai tempi della Riforma a oggi. Il problema, inizialmente liquidato da alcuni a Roma come una questione americana, adesso è mondiale[9].

Un’altra sfida è quella della carenza di sacerdoti, a mano a mano che molti di quelli finora attivi raggiungono l’età della pensione e che le nuove vocazioni al ministero ordinato diminuiscono. In Europa molte parrocchie vengono chiuse o riunite in centri pastorali. Alcuni Paesi dipendono sempre più dal clero nato all’estero.

Chiare sfide sono costituite anche dalla diversità culturale e dal pluralismo religioso. In quanto comunità globale, la Chiesa cattolica è presente in Paesi sempre più laici e convive con altre religioni non sempre ben disposte nei suoi confronti. Se in America Latina i cattolici si adoperano con scarso successo per stabilire relazioni migliori con le fiorenti Chiese pentecostali, in Cina, in India e in alcuni Paesi islamici devono fare i conti con governi ostili, pressioni politiche, assenza di libertà religiosa, e persino persecuzioni. Molte Chiese nazionali sono lacerate da fazioni interne che rappresentano una minaccia per l’unità. Infine, si dovrà vedere come le Chiese si riprenderanno dalle chiusure dovute alla pandemia e dal conseguente cambiamento delle pratiche religiose.

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco si è impegnato a spingere la Chiesa in avanti, proiettandola verso un mondo tanto bisognoso del Vangelo e distogliendola da una focalizzazione «autoreferenziale» su se stessa e sui propri problemi. Il Papa immagina un discepolato missionario, capace di combattere i «miti della modernità» («individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole»[10]) e di portare la buona notizia alle periferie, a tutti gli esclusi: i poveri, i migranti, i sofferenti. Egli desidera che la Chiesa venga conosciuta non per ciò a cui è contraria, ma per quello a cui è favorevole, una Chiesa che costruisce ponti. Quale aspetto potrebbe assumere una Chiesa siffatta?

Guardare avanti

Nel 2009 John Allen ha pubblicato un libro sulla Chiesa del futuro. A partire dalla considerazione dello spostamento demografico della maggioranza dei cristiani dall’Europa e dall’America settentrionale verso il Sud del mondo, prevedeva che il cattolicesimo futuro sarebbe stato molto diverso. Esso sarà per lo più non occidentale, non bianco e non ricco, più conservatore sulle questioni sessuali, più liberale sui temi della giustizia sociale; sarà contrario alla guerra, favorevole alle Nazioni Unite e diffidente verso il capitalismo del libero mercato; più biblico ed evangelico nell’affrontare le questioni culturali; più attento alla propria forte identità cattolica di fronte al pluralismo religioso. La Chiesa del futuro sarà più giovane, più ottimista e più aperta alla pratica religiosa indigena[11].

Che cosa potremmo aggiungere, alla luce degli sforzi che papa Francesco sta compiendo per rinnovare la Chiesa, soprattutto di fronte alle sfide che abbiamo considerato?

Una Chiesa policentrica

La Chiesa di domani sarà policentrica anziché eurocentrica. Francesco auspica che venga maggiormente riconosciuta l’autorità magisteriale delle Conferenze episcopali nazionali e regionali ed esorta a pensare con tutta la Chiesa, non solo con la gerarchia. Mette in risalto la «sinodalità», vale a dire il «camminare insieme», resistendo alla tentazione di governare in modo verticale, dall’alto verso il basso[12]. In un contesto di pluralità di culture, la sinodalità svolgerà un ruolo sempre più importante, favorendo la varietà nella teologia, nella liturgia e nella pratica pastorale. In qualche misura questo processo è già in atto nel lavoro che le Chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina stanno compiendo per inculturare la loro fede.

Il pentecostalismo ha lasciato il segno nelle liturgie e nella catechesi dell’America Latina. I teologi africani si stanno impegnando per sviluppare una teologia autenticamente africana, dove le donne hanno un ruolo sempre più importante. Le Chiese asiatiche, soprattutto quella che è in India, lottano per presentare Gesù come Parola di Dio e salvatore in un contesto di pluralismo religioso e in una condizione di minoranza. In futuro ci potranno essere nuovi centri di autorità, basati sulle Conferenze episcopali nazionali o regionali, sul modello della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) con sede a Washington, e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc). Un processo del genere potrà svilupparsi se si realizzerà la visione che Francesco ha di una Chiesa più sinodale.

Una «governance» più inclusiva

Una Chiesa decentralizzata e policentrica sarà caratterizzata da una governance più inclusiva. Le Chiese del Sud del mondo parlano sempre più con voce propria e pongono questioni vitali per la loro vita e missione ecclesiale. Spesso apportano nuovi problemi, avvalendosi anche della simultaneità delle comunicazioni moderne e dei social media. Molti cattolici si sforzano di essere più inclusivi riguardo a coloro che sono diversi.

Dato che a tutt’oggi i vescovi cattolici sono circa 5.600, le difficoltà logistiche connesse a un eventuale nuovo Concilio ecumenico fanno pensare che negli anni a venire il Sinodo dei vescovi svolgerà un ruolo sempre più importante. Potrebbe anche rendersi necessario un cambiamento nella struttura del Sinodo, affinché esso divenga qualcosa di più che un semplice Sinodo di vescovi in cui il diritto di voto spetta solo al clero[13]. Talvolta è accaduto che laici, uomini e donne, abbiano preso parte a gruppi linguistici sinodali, e si possono trovare altre modalità per coinvolgerli in maniera efficace.

I due Sinodi sul matrimonio e sulla famiglia (2014-15) e il Sinodo dell’ottobre 2019 sull’Amazzonia sono stati molto diversi da quelli che li hanno preceduti. Al loro interno si è sviluppata una libera discussione su questioni controverse, come non si verificava dal Concilio Vaticano II. Con quello che è stato definito un «esercizio di sinodalità» i vescovi francesi hanno allargato la loro Assemblea plenaria del novembre 2019, consentendo a ciascun vescovo di essere accompagnato da due fedeli, uomini o donne, ordinati o laici, per riflettere insieme a loro sulla missione futura della loro diocesi. Anche la Germania sta sviluppando un processo sinodale.

I laici, uomini e donne, potrebbero essere rappresentati meglio anche nei dicasteri vaticani e dovrebbero avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi. L’attuale sistema non sempre riesce a essere rappresentativo di tutte le voci ecclesiali. Un sistema di candidature da parte delle diocesi locali, con il diritto del Papa di prendere la decisione finale, potrebbe rendere possibili al tempo stesso la partecipazione locale e la supervisione papale.

Verso le periferie

Papa Francesco esorta i cattolici – anzi, tutti i cristiani – a «uscire dalla propria comodità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium [EG], n. 20). Egli mette al centro delle sue preoc­cupazioni i poveri, gli svantaggiati e i migranti. E se la Chiesa vuole riuscire a evangelizzare le diverse culture in cui vive, deve inculturarsi (cfr EG 68; 116-128). Significativi sono, a questo riguardo, la scelta, da parte di papa Francesco, di cardinali provenienti da sedi non tradizionali e l’inclusione delle voci delle Conferenze episcopali regionali nelle sue lettere apostoliche, come pure la sua insistenza sulla sinodalità.

Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica ne costitui­sce un esempio. Nella regione amazzonica, che abbraccia, in tutto o in parte, la Bolivia, il Brasile, la Colombia, l’Ecuador, la Guyana francese, la Guyana, il Perù, il Venezuela e il Suriname, vivono circa 34 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Si tratta di una regione minacciata, sottoposta a incendi che distruggono migliaia di chilometri di quella foresta pluviale che viene spesso chiamata «il polmone del Pianeta». In gran parte quegli incendi sono dolosi, provocati al fine di liberare spazio per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. L’utilizzo di pesticidi, l’inquinamento di fiumi, laghi e corsi d’acqua e l’estrazione mineraria illegale mettono in pericolo la salute degli abitanti. Tra le problematiche sociali vanno segnalate in particolare l’evacuazione delle popolazioni indigene, la criminalizzazione di rifugiati e migranti, il traffico sessuale di persone, in particolare donne, e l’accresciuto consumo di alcol e droghe.

Il Sinodo cercava una «Chiesa dal volto amazzonico», con una forma di governo sinodale più partecipativa, collegiale, caratterizzata, come sostiene p. Antonio Spadaro, da una comunione più forte e da nuove strutture per assisterla nell’affrontare queste realtà[14]. Dopo numerose sessioni di ascolto, il documento finale del Sinodo è stato approvato con una maggioranza di due terzi, compresa la votazione – con 128 voti a favore e 41 contrari – sui preti sposati, ossia sui cosiddetti viri probati o anziani di provata virtù, come pure quella sulle diaconesse, con 137 voti a favore e 30 contrari. Si è raccomandato anche un rito speciale per l’Amazzonia, sebbene non siano mancati alcuni voti contrari[15]. Ci sono state richieste di approfondimento e suggerimenti, che ora sono nelle mani del Papa.

Ma il Sinodo ha anche suscitato una forte opposizione. Un cardinale tedesco ha definito «eretico» il documento di lavoro, imputando a chi lo aveva redatto l’intento di trasformare la Chiesa in una Ong laica. Un cardinale americano ha definito il Sinodo un attacco diretto alla signoria di Cristo. Altre forti critiche sono giunte da alcuni gruppi di destra, fondati negli anni Sessanta per fare da baluardo contro gli influssi «comunisti» nella società e nella Chiesa. Qualcuno si è opposto a quella che definiva la «teologia indigenista» del Sinodo, considerandola «una radicalizzazione della fede cristiana dietro la maschera dell’ecologia»[16].

Anche i milioni di migranti e rifugiati abbandonati oggi nelle periferie stanno molto a cuore a papa Francesco. Il mondo intero è in movimento, con famiglie che fuggono da violenze e conflitti, da persecuzioni religiose, da una povertà opprimente o da cambiamenti climatici (cfr LS 25). Nel 2019 l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha riferito che il numero delle persone in fuga nel mondo aveva toccato i 70,8 milioni, il livello più alto mai registrato[17]. Ne fanno parte anche le persone che sono ammassate al confine meridionale degli Stati Uniti, molte delle quali sono state separate dai propri figli sotto l’amministrazione Trump.

I ministeri laicali

Nessuno si aspettava l’esplosione dei ministeri laicali, che ha fatto seguito ai passi compiuti dal Concilio Vaticano II per sviluppare una teologia dei laici e la loro partecipazione al sacerdozio di Cristo e alla missione della Chiesa. Oggi nelle comunità locali e nelle diocesi molti posti di responsabilità sono sempre più affidati a laici, e soprattutto a laiche.

In Africa e in America Latina, da tempo catechisti laici e agenti pastorali guidano comunità locali. In Africa il sostentamento dei catechisti è generalmente a carico delle loro comunità; essi non sono necessariamente remunerati in denaro, ma vengono forniti di vitto, alloggio e motociclette per spostarsi. L’Africa oggi può contare anche su una nuova generazione di teologi e professionisti della Chiesa, uomini e donne, sacerdoti e suore, molti dei quali si sono formati in Europa o negli Stati Uniti.

In Europa e in America Latina ci sono ministri laici, donne comprese, che officiano i funerali religiosi, presiedono la liturgia della Parola e predicano nei gruppi di preghiera quando non è disponibile un sacerdote. Alcune Chiese negli Stati Uniti hanno «amministratori parrocchiali laici», che svolgono importanti funzioni pastorali in tutti gli aspetti, tranne che nel ministero sacramentale.

Un sacerdozio rinnovato

In molte parti del mondo la carenza di sacerdoti è un problema serio. Nel 2017 il numero globale dei presbiteri è diminuito, cosa che non accadeva dal 2010. In una diocesi nel Nord del Brasile il 70% delle comunità vede un sacerdote solo una o due volte l’anno, e quindi il battesimo diventa il sacramento fondamentale.

Il sistema dei seminari, che un tempo ha avuto una riforma significativa, deve essere ancora rinnovato. Se si collocano i seminaristi in strutture tutte maschili e semi-claustrali, dando luogo a una «formazione per isolamento», non li si prepara ad affrontare le sfide del mondo attuale[18]. Molti di loro hanno scarsa percezione delle sfide della vita familiare o dei rapporti di lavoro equi con i ministri laici. La maturità affettiva e psicosessuale e il clericalismo sono questioni cruciali da affrontare, come ha dimostrato la crisi degli abusi sessuali. La teologia di un «cambiamento ontologico» in seguito all’ordinazione oggi è di difficile comprensione e rischia di favorire un elitarismo clericale. I seminaristi che si preparano al ministero dovrebbero frequentare classi miste, al fianco di uomini e donne, e i loro insegnanti e formatores, sia uomini sia donne, dovrebbero avere voce in capitolo per approvarne l’ordinazione[19].

Riguardo alla propria disciplina sacramentale, la Chiesa ha molto più margine di libertà di quanto finora sia stata disposta a riconoscere. Molti diaconi svolgono un eccellente ministero negli ospedali: perché non si potrebbe avviare una nuova riflessione sull’amministrazione del sacramento degli infermi e sulla remissione dei peccati ad esso connessa, valutando alcune circostanze e condizioni per le quali a celebrarlo possano essere i diaconi? Queste e altre questioni non sono state mai discusse dalla Chiesa intera, valendosi di tutte le sue risorse teologiche e pastorali, né è stato fatto alcuno sforzo per valutare il sensus fidelium sulla questione.

Perdita di privilegi

La Chiesa oggi non gode più di uno status speciale e privilegiato tra le istituzioni. La crisi degli abusi sessuali e la crescente secolarizzazione hanno portato a ridefinire i rapporti tra essa e lo Stato in modo significativo. La cultura laica di molti Paesi occidentali ha messo in discussione anche antiche politiche di istituzioni cattoliche relative all’insegnamento della Chiesa in materia di vita, sessualità e famiglia.

In Argentina, Australia, Belgio, Canada, Cile, India, Irlanda e Stati Uniti le autorità civili hanno avviato indagini sulle Chiese locali, chiedendo l’accesso ai documenti delle cancellerie. In India, Pakistan e Cina i cattolici devono affrontare tensioni.

Dialogo con la cultura

Se la Chiesa vuole che la sua voce oggi venga ascoltata, deve imparare un nuovo modo di insegnare. Non può fermarsi a deprecare una crescente secolarizzazione, la perdita della moralità tradizionale o i nuovi atteggiamenti verso la sessualità, il genere, l’etica medica e le questioni di fine vita. I giorni in cui poteva limitarsi a imporre la propria visione morale alla società tramite le leggi civili – l’antica alleanza fra il trono e l’altare – sono finiti in gran parte del mondo. La Chiesa ha bisogno di dialogare con la cultura, portandole il contributo delle sue tante risorse personali e istituzionali. È la via seguita da papa Francesco, che invoca «un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato»[20].

Per molti oggi l’autorità non deriva dalla dottrina, ma dall’esperienza. Si apprezzano i diritti individuali, l’autodeterminazione e l’autenticità della persona. Allo stesso tempo la Chiesa non può semplicemente abbracciare l’ethos della cultura, che in gran parte è profondamente contrario al Vangelo. Un radicale individualismo si contrappone al profondo impegno cattolico per il bene comune, per la dignità della persona e per la rivalutazione dell’importanza della comunità. Su tutti questi problemi la voce della Chiesa deve risuonare nella pubblica piazza.

Ma la Chiesa non ha la risposta a tutte le domande, e riconosce una certa autonomia delle realtà terrene (cfr Gaudium et spes, n. 36). Ha bisogno di appellarsi al senso della fede (sensus fidei) e dei fedeli (sensus fidelium). L’immagine bipartita di una Chiesa docente (ecclesia docens) e di una Chiesa discente (ecclesia discens) non è più appropriata, e forse non lo è mai stata[21]. La Chiesa ha bisogno di ascoltare anche i suoi teologi, i suoi studiosi e le altre Chiese.

Un nuovo ecumenismo

La crescita esplosiva delle «nuove» Chiese nel Sud del mondo – evangeliche, neopentecostali e indipendenti africane – rappresenta una nuova sfida per l’ecumenismo. Molte sono non tradizionali; poche costituiscono comunità sacramentali o liturgiche; la maggior parte non celebra l’Eucaristia. Poiché credono in un mondo ricco di spiriti, molte Chiese mettono in primo piano la guerra spirituale e gli esorcismi. La maggior parte di esse predica il «vangelo della prosperità». Poche sono interessate all’ecumenismo o all’unità visibile della Chiesa. Queste nuove Chiese considerano l’ecclesiologia occidentale troppo occidentale, eurocentrica e non sufficientemente in sintonia con la loro esperienza.

Le Chiese antiche e confessionali non possono semplicemente ignorare queste nuove Chiese, ma, per entrare in relazione con esse, dovranno sviluppare un nuovo ecumenismo più inclusivo. Queste nuove Chiese si curano meno delle dichiarazioni di consenso che hanno caratterizzato l’ecumenismo tradizionale, e apprezzano di più le testimonianze personali, condividono storie sulla vita nello Spirito e un senso di missione basato sui valori del Vangelo. L’approccio di papa Francesco è simile: sottolinea il camminare, il lavorare e il pregare insieme.

Le Chiese occidentali e quelle del Sud del mondo possono imparare molto le une dalle altre[22]. Dotate di un forte senso della loro missione evangelica e dei doni dello Spirito, le nuove Chiese sono comunità vitali, sebbene abbiano bisogno di andare oltre la loro predicazione su salute e ricchezza; di imparare che fede e ragione collaborano; e di ricercare l’unità visibile con le altre Chiese. Le Chiese occidentali possono avere un contatto più forte con la tradizione storica della Chiesa e con le dimensioni sociali della sua missione, ma la loro teologia troppo spesso è stata inquinata dal razionalismo illuminista, per cui oggi è necessaria una maggiore attenzione all’esperienza e alla percezione della vicinanza di Dio.

Il Vangelo chiama tutti i cristiani a vivere in comunione gli uni con gli altri. Può il vescovo di Roma diventare non solo un simbolo di unità, ma mettersi davvero al suo servizio, senza esigere che tutte le Chiese riconoscano la sua autorità giuridica? L’autorità è sempre maggiore quando viene riconosciuta piuttosto che rivendicata. L’unità è finalizzata alla missione, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). I cristiani devono riconoscersi l’un l’altro come fratelli e sorelle nel Signore. L’ecumenismo inizia sempre dall’amicizia.

Dialogo interreligioso

Esperti e giornalisti sono soliti parlare della morte della religione, ma molti conflitti oggi hanno radici religiose, sono provocati da fondamentalismi che in vario modo rappresentano una risposta alla modernità – amplificata dalla globalizzazione – da parte di molti che temono il cambiamento e di perdere potere e privilegi religiosi, politici o di altro genere.

Il fondamentalismo islamico, in Africa e in varie parti del Medio Oriente, è un problema che spesso porta alla violenza, ma il dialogo con l’islam è ancora nelle sue fasi iniziali, e sui rapporti con l’islam l’Europa è fortemente divisa. Non è alla religione in sé o alle sue pratiche che molti si oppongono, ma piuttosto all’ordine sociale e politico instaurato in molti Paesi musulmani, nei quali vengono negate, fra l’altro, la libertà di coscienza, la conversione religiosa e la piena uguaglianza delle donne e delle minoranze religiose. Il alcuni Stati dell’India sia i cristiani sia i musulmani hanno subìto persecuzioni.

Per papa Francesco il dialogo resta una priorità. Quando si è recato in Marocco, nel marzo 2019, egli ha sottolineato che la via per combattere il terrorismo è quella di un dialogo autentico; la «semplice tolleranza» non è sufficiente. «Nel rispetto delle nostre differenze, la fede in Dio ci porta a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili»[23]. È un messaggio che tutte le religioni dovrebbero condividere.

Identità ecclesiale

L’identità ecclesiale è una questione conclusiva. Oggi molti giovani cattolici non hanno familiarità con la propria tradizione e con i protocolli delle divisioni ecclesiali, o spesso li ignorano. Un’esperienza di comunità è più importante dell’identità istituzionale. Non è insolita la condivisione eucaristica non ufficiale. Alcuni parlano di «doppia appartenenza». Negli Stati Uniti, se a una coppia non viene concesso dalla Chiesa cattolica il permesso di celebrare il matrimonio «in giardino», essa si rivolge a pastori episcopaliani o metodisti, senza per questo considerarsi meno cattolica. In Nigeria e altrove, alcuni cattolici frequentano sia la propria chiesa sia una congregazione pentecostale. Pertanto, i «muri» ecclesiali oggi sono spesso porosi. Il facile attraversamento dei confini denominazionali può costituire di per sé un segno di quanto sia cambiato il paesaggio ecumenico.

Quando papa Francesco si è recato in Marocco, ha ammonito i cattolici a non preoccuparsi di operare conversioni: «In altre parole, le vie della missione […] non passano attraverso il proselitismo, che porta sempre a un vicolo cieco, ma attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri. Quindi il problema non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cfr Mt 5,13-15)»[24]. La sfida è quella di rimanere sempre aperti e accoglienti, senza smarrire il senso dei doni e delle convinzioni della nostra tradizione cattolica.

Conclusione

Il fenomeno della globalizzazione sta avvicinando le diverse culture del mondo, anche se non sempre in modo pacifico. Il cattolicesimo, in quanto Chiesa globale, riflette in misura notevole questa diversità. Il suo carisma originale è stato la sua capacità di tenere insieme unità e diversità in una tensione creativa.

Secondo Massimo Faggioli, la visione di papa Francesco è globale, ma apporta una nuova prospettiva. Il Papa vede che la Chiesa e il mondo si trovano entrambi in un processo di riassestamento globale, e ci invita a non guardarlo dal centro verso le periferie, ma dalle periferie verso il centro o, più precisamente, nella prospettiva di una Chiesa policentrica[25]. La Chiesa odierna ha più che mai bisogno di attingere alle numerose fonti di sapienza di cui dispone, ai suoi pastori e ministri, ai suoi studiosi e teologi, alle sue istituzioni educative, ai ministeri sociali e alla fede dei suoi popoli. Deve continuare a cercare una maggiore unione con le altre Chiese e comunità cristiane, e impegnarsi per una maggiore comprensione interreligiosa, se vuole realizzare la visione della Chiesa che è stata proposta dal Concilio Vaticano II: sacramento di unità con Dio e con tutto il popolo di Dio.

Da "https://www.laciviltacattolica.it" Sfide contemporanee del cattolicesimo globale di Thomas P. Rausch

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