Venerdì, 20 Settembre 2019 00:00

Sui migranti la risolviamo all'europea


La presidente della Commissione promette una soluzione diversa dal modello Usa e dall'Australia. Il tedesco Steinmeier vede Mattarella: "L'Italia non va lasciata sola".


“L’Europa deve essere un modello sull’immigrazione, con un sistema efficace, umano, sostenibile. Lo stile di vita europeo non è quello americano, né quello australiano”. Con queste parole, Ursula von der Leyen tenta di rassicurare i gruppi dell’Europarlamento, agitati per il portafoglio con competenze sui migranti nella nuova Commissione europea, quello affidato al greco Margaritis Schinas con la contestata titolazione ‘Proteggere il nostro stile di vita europeo’. A Strasburgo, la presidente della nuova Commissione Ue lascia la conferenza dei presidenti dei gruppi ancora abbastanza sorpresa da tutta la discussione e anche un po’ scocciata. E’ disponibile solo ad aggiungere qualcosa per specificare meglio il titolo di questo e altri portafogli contestati. Non lo fa oggi, suscitando sconcerto soprattutto tra i Verdi e i liberali. Però, all’indomani della visita di Emmanuel Macron a Roma e nel giorno della visita del presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte, von der Leyen dà una mano all’Italia sulla questione dei migranti.

Il tutto accade nelle stesse ore in cui a Roma Steinmeier ribadisce a Mattarella che “l’Italia non va lasciata sola. Dobbiamo trovare una soluzione europea che alleggerisca il peso che sinora ha gravato sull’Italia”. Il capo dello Stato ringrazia il tedesco “per la disponibilità ad accogliere i migranti. Crediamo sia necessario che i Paesi che avvertono la responsabilità attivino meccanismi comuni di redistribuzione e la Ue dovrebbe assumere l’onere dei rimpatri, nel rispetto dei diritti umani per quelli che non hanno diritto a restare nella Ue”.

Sostanzialmente, escludendo dal suo orizzonte i modelli “americano e australiano” che sono esempio di sistema chiuso e rigido sui migranti, von der Leyen fa capire che la direzione in Europa è opposta, più vicina alla distribuzione di responsabilità dei paesi membri. Il che naturalmente aiuta paesi periferici come l’Italia, sottoposti alla continua pressione degli arrivi nel continente. Fin dal giorno della sua nomina a capo della Commissione, la nuova presidente è stata chiara sulla necessità di rivedere il regolamento di Dublino, invocata da Roma. E comunque ha bene in chiaro il fatto che ormai molti Stati europei non ne possono più di continuare a discutere di immigrazione senza trovare un sistema comune. E’ ora di uscire dall’impasse. L’impostazione c’è, come ha lasciato capire ieri sera Macron nell’incontro con il premier italiano Giuseppe Conte. L’azione ancora no.

Sull’uso delle parole usate per denominare il portafoglio sull’immigrazione, per dire, von der Leyen ancora non molla. La Verde Ska Keller, una dei più insistenti tra i capigruppo a chiedere spiegazioni alla nuova presidenza, si sarebbe aspettata già oggi una decisione che accogliesse le richieste del Parlamento. E invece no. Von der Leyen se ne va lasciandosi dietro la sola promessa di “aggiungere” qualcosa per specificare meglio portafogli di cui continua a essere fiera. Trapela che potrebbe aggiungere “dignità delle persone”, al titolo contestato.

Anche il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha avuto una “recente discussione con Ursula von der Leyen su questo argomento”, come racconta lui stesso in un’intervista a Le Monde. “Credo - dice Sassoli - che pensi davvero ai valori di cui all’articolo 2 del trattato dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, eccetera Il legame che ha stabilito tra migrazione e ‘protezione’ non era chiaro, tuttavia. A mio parere, dovrebbe riflettere su come integrare meglio questi valori nella definizione del portafoglio del futuro Commissario. Anche i temi della ricerca, della cultura, della gioventù dovrebbero essere evidenziati. E il portafoglio del commissario per il Lavoro deve essere meglio definito attorno ai temi dell’Europa sociale”.

Ad ogni modo, non è solo una questione di parole. Nella conferenza dei presidenti, le hanno contestato anche l’organizzazione “piramidale” della stessa Commissione, composta da una presidente e tre vice (Dombrovskis, Vestager e Timmermans) che dovranno sovrintendere al lavoro dei commissari, a seconda delle competenze. E poi le hanno contestato anche la titolazione di altri dicasteri, soprattutto quello chiamato ‘Gioventù e innovazione’, che dovrebbe interessare la ricerca, la cultura: peccato che non capisca bene se è così, come rileva un appello firmati da diversi accademici europei. “E dove sta la pesca?”, le avrebbe chiesto Keller. Von der Leyen insiste che è meglio usare la parola ‘oceani’ per identificarla. Inoltre il portafoglio ‘Job’, lavoro, sul quale ha delle perplessità anche il presidente uscente della Commissione Jean Claude Juncker.

I portafogli stabiliscono anche i dossier che poi arrivano in Parlamento. Se non si capisce di cosa si occupano, diventa più complicato individuare le commissioni parlamentari di competenza. Questione noiosa e tecnica? Fino a un certo punto. Von der Leyen intanto giustifica la scelta di dare alla Commissione una struttura piramidale con la necessità di stabilire un ordine sul lavoro da fare. Ma, per fare un esempio, è difficile non vedere un senso politico nella decisione di far sovrintendere dal ‘falco’ Dombrovskis il lavoro del Commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

La discussione oggi in conferenza dei presidenti lascia uno strascico di malumore tra i gruppi che, a partire dalla prima settimana di ottobre, dovranno votare sui candidati commissari in audizione nelle varie commissioni parlamentari e poi alla plenaria di ottobre dovranno esprimere un voto su tutta la squadra von der Leyen: senza maggioranza non passa.

Non siamo a questo livello di rischio. Ma l’aria non è tranquilla intorno alla nuova presidente. Il presidente del Ppe Manfred Weber ha cercato di darle una mano: “Stile di vita europeo sull’immigrazione vuol dire anche soccorrere vite in mare”, parole che la dicono lunga sulla volontà – anche da parte dei Popolari – di trovare un accordo sui migranti in modo da sfilare questo tema alla propaganda sovranista.

Uno dei più riottosi contro von der Leyen in conferenza dei presidenti è stato il capogruppo liberale Dacian Ciolo?, che ha anche sollevato il problema di alcuni candidati commissari oggetto di inchieste della magistratura nei propri paesi d’origine. Per la verità, questo è anche il caso della francese Sylvie Goulard, accusata di aver assunto assistenti del suo partito (la Republique en marche) con fondi Ue, tanto da doversi dimettere dall’incarico di ministro della Difesa due anni fa. Ma Ciolos, presidente del gruppo che comprende anche gli eletti di Macron, ce l’aveva più con la sua connazionale Rovana Plumb, commissaria ai trasporti, candidata alla Commissione Ue dal governo socialista di Bucarest, coinvolta in un caso di corruzione nel 2017. In Romania a breve ci sono le elezioni e il partito di Ciolos – che è lo stesso del popolarissimo presidente della Repubblica Klaus Iohannis – vuole porre fine all’era socialista in paese.

“L’incontro è stato costruttivo e positivo”, dice von der Leyen lasciando l’Europarlamento di Strasburgo senza abbandonare il suo solito, imperturbabile sorriso. Ma molte tessere devono ancora andare a posto: l’Italia la aspetta sull’immigrazione, i gruppi la aspettano su tutte le questioni aperte.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Ursula von der Leyen: "Sui migranti la risolviamo all'europea" di Angela Mauro

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Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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Lunedì, 02 Settembre 2019 00:00

Ecco i veri nodi dell’immigrazione

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.


Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro

Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.

È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.

Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.

Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.

In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione

Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.

Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.

Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.

Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.


Da "https://www.lavoce.info" Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia diMaurizio Ambrosini

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Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

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Venerdì, 09 Agosto 2019 00:00

In Europa non contiamo più nulla

Strano. Nell’ennesima intervista da campagna elettorale permanente Di Maio non ha annunciato che il Governo regalerà un panino al salame per tutti. Ha lanciato un assist a Salvini che oggi proporrà un panino e una bibita per tutti. Intanto la produzione industriale cala, il Pil è a zero, la cassa integrazione straordinaria è raddoppiata.

In Europa e nel mondo non contiamo più nulla: dovevano cambiare tutto non trovano neanche un Commissario per rappresentarci. In realtà c’è poco da ridere, l’egoismo di chi ci governa sta bombardando l’Italia di idee stravaganti confuse e spesso irrealizzabili. Senza un progetto, una visione una strategia e i risultati si vedono. Per questo noi ripartiamo dalle idee perché qualsiasi riscossa e costruzione di un’alternativa non può che partire da una visione e una idea di Paese. Il Pd ha iniziato a fare proprio questo.

La costituente delle idee per un piano per l’Italia ha questo obiettivo: ricreare fiducia e ottimismo ricostruendo insieme un credibile piano di sviluppo del Paese fondato sulla sostenibilità ambientale e sociale. Stiamo chiamando la parte migliore e più creativa del Paese a collaborare. Lo faremo da settembre con appuntamenti tematici, lo faremo con grandi agorà di confronto nelle città Italiane. Lo faremo ricostruendo una nuova agenda: scuola e conoscenza; sanità e welfare; investimenti, con risorse che ci sono, per cantieri green che creino lavoro.

Aggiungo, da amministratore, con una grande semplificazione dello Stato che renda credibile parlare di sviluppo, investimenti e riforme in questo paese reso complicato dall’affastellamento confuso di riforme mancate o approvate senza un disegno strategico. In Italia non si fanno più figli e ossessionati dagli sbarchi di immigrati hanno nascosto la fuga dei nostri giovani dal Paese. Come ha ricordato Emanuele Felice si stanno producendo due fratture gravi. Una tra nord e sud e una altra tra Italia e la media Ue. Cosi l’Italia muore. Io sono contento che molti si affannano a dire che il PD da solo non basta. Ma intanto il pd c’è, cresce ed è l’unica credibile alternativa a questo stato di cose. Oggi con la costituente offre uno spazio a tutti per contribuire.

Nel web, negli appuntamenti nazionali nelle città: sarebbe il caso per molti di provare oltre che a giudicare e commentare a contribuire. Sono certo che saremo in molti, centinaia di migliaia. Ho fiducia. Pochi credevano nel 1.600.000 italiani ai gazebo e nessuno credeva nei 4 punti in più alle europee e nel sorpasso con i cinque stelle. Non basta? No. Ma anche per questo partecipate tutti. Perché il futuro è li. Nell’immaginare e costruire un domani migliore e non nell’essere ossessionati e subalterni a chi sta fallendo e vuole portarci tutti nel baratro.

Da "www.huffingtonpost.it" In Europa non contiamo più nulla di Nicola Zingaretti

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 02 Agosto 2019 00:00

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

Il leader della Lega attacca il ministro dell'Economia: "Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro". Ma quella del ministro dell'Interno è l'ennesima ricetta da apprendista stregone che non risolverà i veri problemi dell'Italia

Il nemico del giorno di Matteo Salvini si chiama Giovanni Tria. La colpa del ministro dell’Economia è di aver promesso di tagliare un po' di tasse, rispettando le regole europee. Un’eresia per il ministro dell’Interno che da mesi assicura di risolvere i problemi dell’Italia con una flat tax, che non è una vera flat tax, da 10 miliardi di euro. Anche a costo di sforare il deficit oltre il 3%. E si sa, ogni promessa del governo gialloverde è debito pubblico. «Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro dell’Economia», ha detto Salvini. Il problema del leader della Lega è che il suo vero nemico non è Tria, né la commissione Europea e neppure Carola Rackete, ma qualcosa che non potrà essere denigrato o sminuito a colpi di slogan: la realtà. Oltre 2.365 miliardi di debito pubblico, il 132,2% del nostro prodotto interno lordo, e oltre 66 miliardi spesi ogni anno per pagare gli interessi sul debito. Questa è la robetta, ciò che rimane dopo decenni di politiche economiche di apprendisti stregoni convinti che la loro ricetta avrebbe cambiato le magnifiche sorti progressive del nostro Paese. È l’Italia, bellezza e per ora neanche il leader della Lega ha potuto farci niente.

«Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile», spiega l’economista Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e autore di “Flat tax. Aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo” (Marsilio, 2017). «Che facciamo, ogni volta che c'è una congiuntura negativa facciamo una riforma fiscale? In media durano decenni. Sarebbe un po' ridicolo metterla in questi termini». E dire che Nicola Rossi è il primo a pensare che all’Italia serva il prima possibile una riforma complessiva del sistema fiscale. Quello che abbiamo oggi ha ormai più di 50 anni e non regge più. È un tessuto slabbrato, formato da imposte, detrazioni e bonus che hanno stravolto il senso della riforma del 1971. Salvini invece impugna la flat tax come una clava convinto che uno shock fiscale alla Trump faccia ripartire l’economia italiana.

Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile. (Nicola Rossi, presidente dell'Istituto Bruno Leoni)


La riforma leghista si basa su un grande equivoco: la flat tax non è una vera flat tax. Ovvero non ci sarà mai una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito. Le aliquote non passerebbero dalle cinque di oggi a una singola valevole per tutti i livelli di reddito. E anche chi come Rossi ha proposto nel suo libro una singola aliquota al 25% rimane spiazzato: «Le parole hanno perso completamente il loro significato. Ho sentito parlare persone di una flat tax a tre aliquote senza arrossire» commenta Rossi. «Quello che si intende è una riduzione del carico fiscale. Una cosa sensata purché non sia a debito. Non è una questione ideologica, semplicemente non funziona. Se invece assieme alla flat tax si riduce la spesa pubblica si lascerebbe spazio e margini di libertà al settore privato, si libererebbero risorse». Ma la “flat tax“ che ha in mente Salvini costa almeno 10 miliardi e nessuno parla più di spending review. Senza contare l’ultima idea della Lega: la “flat tax volontaria”: due o tre schemi per le famiglie e ognuno deciderà se gli conviene il nuovo regime forfettario che assorbirà deduzioni e detrazioni, o rimanere al vecchio. «Gli italiani saranno costretti a fare due conti invece di uno: volevano semplificare il sistema. Questa è la maniera perfetta per complicarlo», spiega Rossi.

«Ben venga la flat tax ma sto aspettando che indichino le coperture». Se anche il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si è accorto che la realtà è una cosa e le promesse un’altra, forse siamo sulla buona strada. Ma se la Lega piange, il Movimento Cinque Stelle non ride. Perché l’idea del salario minimo a nove euro l’ora fa a pugni con la realtà dell’economia italiana. «Dicono di voler introdurre il salario minimo per aiutare i circa 3 milioni di italiani che vivono in assoluto precariato. Ma nessuno dice che la proposta del M5S li tiene fuori perché si rivolge ai lavoratori subordinati e i co.co.co strutturati» chiarisce Severino Nappi, professore di Diritto del lavoro all’Università di Napoli. «I veri precari sono quelli che consegnano i pacchi e le pizze, quelli che lavorano il sabato e la domenica, o i part time involontari che fanno due ore al giorno perché magari lavorano grazie agli appalti delle pulizie. Tutti esclusi perché giuridicamente non sono lavoratori subordinati né co.co.co. I bibitari meno fortunati Di Maio sono tecnicamente dei lavoratori autonomi. Ma il vero problema sono le gabbie salariali. Il disegno di legge prevede un salario medio a seconda delle zone. «Quindi lo stesso lavoro a Milano può valere X e a Reggio Calabria Z. Introdurre la possibilità di trattamento differenziato a seconda delle zone per la stessa mansione significa invitare aziende più fragili a fare prezzi più bassi. Sarebbe un attentato al Sud Italia», spiega Nappi.

La realtà è sempre implacabile: l’Italia ha il costo del lavoro lordo tra i più pesanti in Europa ma gli stipendi più bassi nel Continente per le professioni medio basse. Un salario minimo a carico delle aziende sarebbe letale. Perché in Italia il 95% delle imprese ha meno di cinque dipendenti e questo spingerebbe i datori di lavoro a pagare in nero. E nel paese del fatta la legge trovato l’inganno se la norma è generica si rischia di fare più danno. «Se noi stabiliamo che nove euro lordi sono il trattamento minimo legale, i rol (riduzione orario di lavoro, ndr) i permessi, i trattamenti accessori, le indennità e i premi devono essere calcolati in quella somma oppure no? Immagino già i sindacalisti, gli imprenditori, i commercialisti e consulenti del lavoro che cominciano a lavorare di cesello sugli altri istituti contrattuali. La legge si guarda bene a entrare in cose che appartengono al mondo reale». Il rischio vero è che un'azienda strutturata e furba con la scusa del salario minimo legale potrebbe addirittura abbassare i costi.

C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte

Dopo un anno possiamo dirlo: il governo del cambiamento sembra sempre più simile a quelli precedenti. Anche Lega e M5S credono in una politica pseudokenesiana all'amatriciana per cui l'unico modo per far ripartire l'Italia è spendere tanto a debito, fregandosene delle generazioni futura. Si parla qualche volta di spending review dei costi della politica che vale qualche centinaia di milioni, briciole per la spesa pubblica italiana che vale 800 miliardi. La sanità e il sistema pensionistico, la scuola, una vera riforma fiscale sono totem da non toccare perché sennò si perdono voti. C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte. Per le vere riforme strutturali che l'Europa chiede da anni si vedrà. L’Italia sembra come una vecchia villa le cui fondamenta sono solide ma tutto il resto si sta lentamente degradando. A turno, ogni nuovo proprietario chiede un prestito per riparare solo una stanza. Mentre i tubi, il condotto di areazione, il tetto e le altre stanze vanno sempre più in malora. Forse la verità è che bisognerebbe avere il coraggio di ristrutturare. Il problema però è che l'Italia non è una villa ma la settima potenza industriale del mondo.

Da "www.linkiesta.it" Flat tax? il vero nemico di Salvini non è Tria, ma la realtà

Pubblicato in Fatti e commenti

È uscito in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) il Rapporto dell’UNHCR e anche quest’anno ci ricorda una serie di dati che non troviamo facilmente sui grandi media. Anzitutto la crescita delle persone che sono state costrette a lasciare la propria casa: 70,8 milioni a fine 2018, 2,3 milioni in più dello scorso anno. Uno su due sono minorenni. Due su tre vengono da cinque Paesi soltanto: nell’ordine Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia. Non esistono conflitti soltanto locali, privi di ripercussioni per le regioni circostanti.

Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza, le sorprese non mancano rispetto a quanto comunemente si crede. La maggior parte dei rifugiati sono sfollati interni (nel gergo internazionale, IDP: Internal displaced people), ossia hanno cercato scampo in un’altra regione del proprio Paese. Si tratta di 41,3 milioni, il 58,3% del totale.

Quanto ai rifugiati internazionali (25,9 milioni più 3,5 milioni di richiedenti asilo), quattro su cinque si fermano nei Paesi che confinano con quello di origine, con i Paesi in via di sviluppo in prima fila. Ospitano infatti l’84% dei rifugiati internazionali. Troviamo al primo posto la Turchia (3,7 milioni, perlopiù siriani), seguita dal Pakistan (1,4 milioni, in gran parte afghani), dall’Uganda (1,2 milioni, provenienti soprattutto da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo) e dal Sudan (1,1 milioni, dovuti soprattutto agli arrivi dal Sud Sudan). Tra i Paesi ai primi posti della classifica, l’unico a sviluppo economico avanzato, oltre che appartenente all’UE, è la Germania.

I Paesi più deboli, collocati nelle ultime posizioni nella graduatoria basata sull’Indice di sviluppo umano dell’ONU, accolgono 6,7 milioni di persone, ossia un rifugiato su tre. Sono Paesi molto poveri come Uganda, Bangladesh, Etiopia, Ciad, Yemen. Rappresentano il 13% della popolazione mondiale e appena l’1,25% dell’economia globale.

Molto istruttivo anche il dato che confronta il numero dei rifugiati con quello dei residenti. Qui spicca il primo posto del piccolo e travagliato Libano, con 156 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi. Segue la Giordania con 72, poi la Turchia con 45. Gli unici Paesi dell’UE tra i primi dieci in questo caso sono la Svezia, con 25, e Malta, con 20. E l’Italia? A dispetto di tante polemiche, siamo lontani da questi numeri. Secondo l’ONU, a fine 2018 accoglievamo 295.599 richiedenti asilo e rifugiati, pari a circa 5 persone su 1.000 residenti. La distanza tra le narrazioni e la realtà è strabiliante.

Da "www.aggiornamentisociali.it" I numeri sui rifugiati: dalle narrazioni alla realtà di Maurizio Ambrosini

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Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

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