Il 9 novembre 1989, mentre il muro di Berlino stava crollando, Hans-Joachim Binder faceva il turno di notte in una miniera di potassio a Bischofferode, un piccolo paese della Germania Est a guida comunista (la Repubblica Democratica Tedesca, Ddr). Binder, un addetto alle manutenzioni che aveva lavorato nella miniera per 17 anni, non aveva idea del momento storico che si stava consumando 240 chilometri più a est. Il primo segno che qualcosa bolliva in pentola fu quando la maggior parte dei suoi colleghi si allontanò per capire cosa stesse accadendo al confine con la Germania Ovest, distante appena dieci minuti di auto. Solo in tre tornarono per completare il proprio turno.

Meno di un anno dopo la Germania si era riunita, portando a termine una delle più straordinarie storie dell’età contemporanea. Non solo era crollata una dittatura comunista, liberando 16 milioni di persone dalla paura della Stasi (la polizia segreta) e dall’istupidimento della censura. A differenza di quanto accaduto a tutti gli altri paesi liberati da una tirannia, a tutta la popolazione della Germania Est fu concesso di appartenere a una grande e ricca democrazia. In segno di grandioso, anche se poi sciagurato, gesto di benvenuto, il cancelliere della Germania occidentale Helmut Kohl convertì alcuni dei loro risparmi senza valore in valuta forte, al tasso assurdamente generoso di un marco dell’ovest (deutschmark ) per ogni marco dell’est (ostmark).

Più di un milione di ex tedeschi dell’est approfittò della nuova libertà trasferendosi nella parte occidentale, dove la maggior parte della popolazione viveva nel benessere. Le statistiche ufficiali non consideravano più questo gruppo di persone – che erano in grandissima parte giovani, intelligenti, donne e ambiziose – come tedeschi orientali. Per quanti sono rimasti a est, tuttavia, i trent’anni passati dalla caduta del muro sono stati una miscela di grande crescita materiale, spesso data per scontata, e di amara delusione.

Un prezzo da pagare
Il danno arrecato da quattro decenni d’oppressione e indottrinamento non poteva essere sanato in una notte. Ma un popolo cresciuto in una società in cui l’iniziativa individuale era spietatamente repressa fu costretto ad adattarsi all’improvviso alle asprezze del capitalismo. Non sorprende quindi che molti non vi riuscirono. Binder fu licenziato. E lo stesso accadde a centinaia di migliaia di altre persone che prima avevano impieghi statali sicuri, tristi e improduttivi. Nonostante i tentativi di salvarla, comprese alcune manifestazioni e uno sciopero della fame, la miniera di potassio fu chiusa.

Furono 8.500 le aziende dell’est privatizzate o liquidate dalla Treuhand, una nuova agenzia governativa. Binder se la cavò facendo lavoretti per un po’, prima di ottenere i benefici previsti dal piano Hartz IV, i più modesti dei sussidi statali della Germania, grazie ai quali vive ancora oggi. Come molte donne della Germania Est, sua moglie seguì un corso di formazione e se ne andò quando ottenne un posto di lavoro a ovest. Quando gli si chiede oggi cosa pensi della riunificazione del suo paese, Binder risponde con un’alzata di spalle. “Mi ha fatto perdere il mio posto di lavoro garantito. Per me la Ddr poteva anche continuare a esistere”.

Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto dopo la riunificazione, senza lavoro

Non esisteva alcun manuale che indicasse la strada per l’assorbimento dell’est all’interno dell’ovest. Era ovvio che le politiche che hanno tradito persone come Binder fossero destinate a essere sempre oggetto di dure dispute. La sorpresa, mentre si avvicina il trentesimo anniversario della caduta del muro, è la velocità con cui simili polemiche sono tornate al centro del dibattito pubblico. Giornali e riviste sono piene di nuovi giudizi sulla wiedervereinigung (riunificazione). I tedeschi dell’ovest si crogiolano nei libri di memorie e nelle polemiche degli autori dell’est. Mai prima d’oggi la Germania aveva discusso della sua riunificazione con tale vigore. Ma perché?

Molti osservatori sostengono che il dibattito sia diventato più acceso tre o quattro anni fa. La spiegazione più ovvia starebbe quindi nella crisi dei migranti del 2015 e 2016. Petra Köpping, ministra dell’integrazione in Sassonia, uno dei cinque stati orientali creati dopo la riunificazione, sostiene che quando ha cercato di spiegare ai suoi elettori perché lo stato stava aiutando i rifugiati, alcuni hanno risposto: “Integrate prima noi!”. Molti tedeschi orientali sono rimasti indispettiti per le risorse destinate ad aiutare i nuovi arrivati, quando loro stessi si sentono trascurati. Non hanno inoltre gradito che le loro lamentele fossero etichettate come razziste.

Ma la crisi dei profughi ha semplicemente fatto emergere un cambiamento più profondo, sostiene Christian Hirte, commissario speciale del governo per la Germania orientale. Un’idea, ventilata da Angela Merkel – che in quanto cancelliera è il prodotto d’esportazione più noto della Ddr –, è che l’est stia vivendo qualcosa di paragonabile all’esperienza della Germania Ovest nel 1968, quando i figli obbligarono i propri genitori a rendere conto delle loro attività nel periodo nazista. Oggi, viene detto, i giovani tedeschi dell’est cercano una spiegazione a quanto accaduto ai loro genitori nei primi anni della riunificazione. “Le ferite più profonde sono rimaste nascoste perché le persone era assorbite nel cercare il loro posto nella nuova società”, dice Steffen Mau dell’università Humboldt di Berlino. “Forse per rendersene conto servivano 25 anni”.

L’estate scorsa Marie-Sophie Schiller, una giovane abitante di Lipsia autrice di un podcast intitolato L’Est: una guida, ha avuto una “commovente” conversazione con i suoi genitori a proposito delle loro esperienze dopo il 1990. È rimasta stupefatta nello scoprire le loro umiliazioni e difficoltà quotidiane. Stefan Mayer, un attivista cresciuto a Berlino Est, ricorda di aver assistito al declino della fiducia dei genitori, a mano a mano che questi faticavano a trovare la loro dimensione nel nuovo paese.

La necessità di capire
Dopo il 1990, i tedeschi dell’est hanno dovuto “riprogrammare interamente la loro vita”, spiega Markus Kerber, un pezzo grosso del ministero dell’interno. Alcune sofferenze a breve termine erano inevitabili. La produttività media della manodopera nell’est era il 30 per cento di quella dell’ovest. La decisioni di Kohl di scambiare gli ostmark a un tasso identico a quello dei deutschmark ha reso un sacco di aziende automaticamente non competitive. Quelle che sono sopravvissute hanno faticato ad adattarsi alle regole occidentali che hanno dovuto accettare per intero. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto della propria vita, senza lavoro.

Forse la Treuhand avrebbe potuto procedere più gradualmente, dicono alcuni oggi. Forse il paese unificato avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione invece di limitarsi a estendere quella occidentale all’est. L’occidente avrebbe potuto apprendere alcuni degli aspetti più illuminati della Ddr, come le cure mediche gratuite per i bambini e il sostegno alle donne affinché lavorassero fuori casa. I partiti radicali di sinistra e destra portano simili argomentazioni fino agli estremi, sostenendo che la riunificazione è stata la “colonizzazione” di un popolo frastornato da parte di un occidente predatorio.

Simili punti di vista attingono al sentimento, diffuso tra molti tedeschi dell’est, di aver faticato a riprendere le redini del proprio destino. Köpping sostiene che solo il 4 per cento delle professioni d’élite a est sono svolte da tedeschi orientali. Molti di questi ultimi vivono in affitto in appartamenti di proprietà dei tedeschi occidentali, che possiedono buona parte del parco immobiliare orientale.

Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo

“A volte i tedeschi dell’est sentono di non essere padroni del proprio destino, ma di essere comandati da altri”, dice Klara Geywitz, una brandeburghese in corsa per diventare co-segretaria generale del Partito socialdemocratico tedesco. Circa 14 anni dopo essere salita al potere, Angela Merkel, come Joachim Gauck, presidente dal 2012 al 2017, rimane un’eccezione invece che un’avanguardia. Poco propensa a soffermarsi sulle sue origini, Merkel ha recentemente cominciato a riflettere pubblicamente sull’eredità contrastante della riunificazione. “Dobbiamo tutti… cominciare a capire perché, per così tante persone degli stati tedeschi dell’est, l’unità della Germania non è solo un’esperienza positiva”, ha dichiarato il 3 ottobre scorso.

Un ostacolo a tale comprensione è il fatto che i tedeschi vedono la riunificazione in modi diversi. Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo. Molti a ovest ignorano le difficoltà affrontate dai loro nuovi compatrioti. “Il 4 ottobre 1990, il giorno dopo la riunificazione, dopo una notte di festeggiamenti, la mia vita ha continuato come prima”, racconta Kerber. “Non un singolo tedesco dell’est ha avuto la stessa esperienza”. In alcune zone sopravvivono gli stereotipi occidentali riferiti ai cittadini dell’est, con espressioni come jammerossi (“i lamentosi dell’est”), o dunkeldeutschland (Germania scura), un termine risalente alla guerra fredda e che esprime l’idea di arretratezza.

Più recente è l’idea dell’est come culla del neonazismo, alimentata dalla forza che ha, in quelle zone, il partito d’estrema destra Alternativa per la Germania (Afd). La rappresentazione dell’est nei mezzi d’informazione nazionali (leggasi occidentali) tedeschi somiglia spesso a dispacci da una terra esotica e problematica, dove l’estrema destra marcia costantemente nelle strade o maltratta gli immigrati.


Simili descrizioni rischiano d’ignorare gli immensi progressi fatti dall’ex Germania Est dopo la riunificazione. I cittadini si sono trovati liberi dalle umiliazioni patite vivendo in uno stato di polizia. Hanno potuto votare alle elezioni, esprimere le loro opinioni e viaggiare, in Germania Ovest e oltre. Dal punto di vista economico, nonostante le difficoltà dei primi anni, l’est ha presto cominciato a convergere verso l’ovest, e la vita è drasticamente migliorata in un’ampia gamma d’indicatori.

Oggi alcune regioni orientali della Germania hanno tassi di disoccupazione più bassi di regioni occidentali postindustriali come la Saarland o la valle della Ruhr. Trasferimenti monetari da ovest a est di circa due trilioni di euro hanno ridotto il divario infrastrutturale (oggi questi rappresentano circa trenta miliardi di euro all’anno, perlopiù sotto forma di pagamenti per la previdenza sociale). Gli stipendi a est sono oggi all’incirca l’85 per cento di quelli dell’ovest, e il costo della vita è inferiore. Il divario relativo alla speranza di vita si è chiuso, l’aria è più pulita e gli edifici sono più intelligenti. Secondo la società di sondaggi Allensbach, il 53 per cento dei tedeschi dell’est è felice della sua condizione economica, una cifra identica a quella dell’ovest. “Ha tutto funzionato sorprendentemente bene, ma questa versione a est non è diffusa”, dice Werner Jann dell’università di Potsdam.

Uno dei migliori
Lo scorso anno Andrea Boltho, Wendy Carlin e Pasquale Scaramozzino, tre economisti, hanno analizzato gli esiti successivi alla riunificazione tedesca, descrivendoli positivamente nel confronto con il Mezzogiorno italiano, dove il pil per abitante rimane di poco superiore alla metà di quello del nord. Forse il paragone più appropriato è quello con altre parti d’Europa che si sono liberate dal comunismo. La crescita pro capite della ex Germania Est è stata superiore a quella della maggior parte degli altri paesi dell’Europa orientale, nonostante sia partita da una base più alta. Come fa notare Richard Schröder, un ex dissidente della Ddr, l’applicazione di pratiche e leggi occidentali ha eliminato la minaccia di corruzione oligarchica che ha colpito molti dei vicini orientali della Germania.

Ma se i tedeschi orientali non sempre apprezzano la loro buona sorte, è perché i loro riferimenti sono stati Amburgo e Monaco, non Bratislava o Budapest. Implicito, nella promessa di riunificazione, c’era il patto che i tedeschi dell’est avrebbero potuto finalmente godere di quanto avevano a lungo invidiato all’ovest. Per anni erano stati costretti a osservare uno stile di vita che rimaneva fuori della loro portata, con i pacchi di caffè e dolci inviati dai parenti dell’ovest, le merci occidentali in mostra nei negozi Intershop – accessibili solo a chi possedeva valuta pregiata – o le pubblicità nei canali televisivi occidentali che trasmettevano da oltre il confine. Nel 1990 il cancelliere Kohl promise ai tedeschi dell’est “paesaggi rigogliosi”, ma invece hanno ottenuto deindustrializzazione e disoccupazione di massa. “Nel 1990 trecentomila persone si radunarono per inneggiare a ‘Helmut!’ in Augustusplatz, a Lipsia”, ricorda Kurt-Ulrich Mayer, che contribuì a radicare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) di Kohl in Sassonia. “Quattro anni dopo ci tornò, e servirono degli ombrelli per proteggerlo dalle uova e dai pomodori”. A differenza di polacchi e ungheresi, i tedeschi dell’est avevano qualcun altro cui dare la colpa quando le cose andarono male.

In seguito la convergenza tra ovest ed est si è fermata. Oggi solo il 7 per cento delle cinquecento aziende più ricche di Germania (e nessuna di quelle inserite nel listino dax30) ha sede nella parte orientale del paese. Questo riduce il gettito fiscale delle amministrazioni comunali e alimenta il divario di produttività tra est e ovest, che da circa vent’anni si attesta intorno al 20 per cento. La maggior parte dei beni liquidati dal Treuhand finirono in mani straniere o della Germania ovest, ostacolando lo sviluppo di una classe capitalistica a est.

Per molti il modo migliore di avere uno stile di vita occidentale fu di trasferirsi a ovest, come il 25 per cento dei tedeschi orientali di età compresa tra 18 e 30 anni. Le parti rurali dell’ex Ddr furono le più colpite. A mano a mano che città e villaggi si svuotavano e il gettito fiscale diminuiva, le scuole chiudevano, i negozi abbassavano la saracinesca e i condomini residenziali venivano demoliti. L’emigrazione di massa dei giovani portò a un crollo del numero delle nascite. Dal 2017 l’emigrazione netta da est a ovest è stata prossima allo zero, fino a diventare equivalente a quella in senso opposto.

L’età media nell’est è inoltre molto più alta di quella nell’ovest. Dal 1990 il numero di ultrasessantenni è cresciuto di 1,3 milioni, nonostante la popolazione totale sia scesa di 2,2 milioni. Iwh, un istituto di ricerca con sede a Halle, ritiene che la popolazione in età da lavoro nell’est scenderà di oltre un terzo entro il 2060. Nel 2035, 23 dei 401 kreise (distretti amministrativi) tedeschi si saranno ridotti di almeno un quinto, secondo Susanne Dähner dell’Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, e tutti si trovano a est. In alcuni distretti ci saranno quattro funerali per ogni nascita. Invece di perdere persone a causa dell’emigrazione verso ovest, la Germania est li vedrà letteralmente morire.

La promessa costituzionale di “condizioni di vita equivalenti” in tutta la Germania appare quindi irraggiungibile. Il governo cerca di aiutare le regioni dette “strutturalmente deboli”, a est come a ovest. Ma sebbene l’investimento nelle infrastrutture o nelle università tecniche possa aiutare alcune città, non può arginare il declino demografico di molte regioni della Germania orientale.

Fare i conti
Il quadro è molto più roseo in alcune città dell’est. Potsdam, Jena e Dresda possiedono poli industriali e turistici, oltre che alloggi a buon mercato. Altre, come Lipsia (Hypezig, come è chiamata, facendo irritare i suoi abitanti), conoscono da anni un boom. La “bacon belt” (la cintura della pancetta) intorno a Berlino trae beneficio dal successo della capitale, soprattuto grazie ai lavoratori più anziani che si trasferiscono in periferia. Eppure, nonostante l’emigrazione generale vada esaurendosi, le città dell’est sottraggono persone istruite alle piccole città o ai villaggi già in difficoltà. Questa tendenza potrebbe continuare, visto che solo la metà dei lavoratori tedeschi nell’est lavora in città, rispetto ai tre quarti nell’ovest.

Le mutazioni a est hanno conseguenze sociali, culturali e politiche che oggi si stanno rivelando con più chiarezza. Lo scorso febbraio migliaia di sostenitori della Dynamo Dresda, durante una trasferta ad Amburgo, hanno cominciato a scandire un coro poco familiare: “Ost, Ost, Ostdeutschland!” (Est, Est, Germania Est). Un filmato dell’episodio è diventato virale, scatenando un vivace dibattito: i tifosi stavano esprimendo una variante “orientale”, e di dubbio gusto, del nazionalismo militante tedesco? Oppure si è trattato di una gioiosa riappropriazione di un’identità che per lungo tempo è stata considerata un tratto di stupidità e chiusura mentale?

“L’identità è fondamentale per capire la Germania orientale”, spiega pensierosa Franziska Schubert, rappresentante dei Verdi per la città di Görlitz nel parlamento statale della Sassonia. Oltre il 47 per cento dei tedeschi dell’est sostiene che la propria identità sia orientale prima che tedesca, una proporzione molto più alta di quella rilevata durante l’euforico momento della riunificazione (lo stesso vale per il 22 per cento dei tedeschi dell’ovest). L’identità regionale non è certo un’eccezione in Germania – basta chiedere ai bavaresi – ma nell’est può sembrare un dato anche politico, e non solo culturale e tradizionale.


Quando, di recente, la scrittrice Jana Hensel ha tenuto una conferenza in una scuola di Lipsia, sua città natale, è rimasta sorpresa a dover rispondere per mezz’ora alle domande degli adolescenti sulle ossiquote (la proposta di favorire i tedeschi dell’est nell’attribuzione d’impieghi pubblici). “Più di 25 anni dopo la fine della Ddr, gli studenti sono ridiventati tedeschi dell’est”, dice. “Se non faremo attenzione, perderemo un’altra generazione”.

L’Afd ha sfruttato la forza del particolarismo orientale. Usando slogan come “l’est insorge!” il partito ha ottenuto più del 20 per cento dei voti in alcune elezioni statali a est, la più recente il 27 ottobre in Turingia. Qui, e nelle recenti elezioni in Brandeburgo e Sassonia, è stato solo grazie agli elettori di oltre sessant’anni e al loro sostegno per i partiti tradizionali che l’Afd non è stato il primo partito. In Sassonia e Turingia l’Afd è stato il partito più popolare tra le persone di meno di trent’anni. Un fatto preoccupante in una zona del paese dove l’estremismo ha trovato terreno fertile. Più di metà dei crimini d’odio in Germania ha avuto luogo nell’est, nonostante abbia appena il 20 per cento della popolazione totale e un numero minore di immigrati.

Ma l’identità orientale non è appannaggio esclusivo degli estremisti. Molti giovani tedeschi dell’est hanno semplicemente sviluppato un’identità “ossi” dopo essersi scontrati con l’ignoranza e il disprezzo nell’ovest. E non è necessariamente una cosa solo negativa. Matthias Platzeck, ex premier del Brandeburgo e oggi a capo di una commissione per il trentesimo anniversario della riunificazione, sostiene che le recenti elezioni nel suo stato sono state più che mai segnate dai malumori. Ciò nonostante spera che a est emerga una sana fiducia in sé stessi, costruita sulle fondamenta di storie di successo, e una nuova attenzione sui nuovi problemi che accomunano est e ovest. Il motto informale della sua commissione, dice, è “lo stretto necessario di celebrazioni nazionali, e quanto più dibattito possibile”. E dal momento che il muro di Berlino non esiste più, non esiste discussione che possa mandare qualcuno in prigione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Da "www.internazionale.it" I tedeschi sono ancora divisi sul senso della riunificazione

Pubblicato in Passaggi del presente


Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.


Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

L’esercito turco ad Akçakale, lungo il confine con la città siriana di Tell Abiad, l’11 ottobre 2019. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
SIRIA
Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria
Pierre Haski, France Inter, Francia
14 ottobre 2019 11.29
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Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.

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Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

Ai tempi della guerra fredda il Medio Oriente si divideva tra i “clienti” di uno schieramento e quelli dell’altro. Con il crollo dell’Unione Sovietica il gioco è diventato sempre più complesso, facendo emergere potenze regionali autonome.

Quale sarà l’aspetto del Medio Oriente dopo le convulsioni provocate dall’intervento turco? Putin saprà approfittare ancora della situazione? In che modo? Osservando la situazione attuale dei curdi possiamo essere sicuri che l’obiettivo di Mosca non sarà sicuramente proteggere i popoli della regione, eterne vittime delle strategie delle potenze di turno.

Da "https://www.internazionale.it" Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria di Pierre Haski, France Inter, Francia

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Forte sostenitrice dei diritti delle donne, la 35enne era la segretaria generale del Partito del Futuro Siriano ed è stata trucidata perché considerata un simbolo di dialogo potenzialmente pericoloso. Lottava per un Paese "multi identitario e senza violenza".

Uccisa perché considerata un simbolo di dialogo, potenzialmente pericoloso. C’era anche Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano (Future Syria Party), tra i nove civili trucidati sabato 12 ottobre in un agguato teso nel Nord-Est della Siria. Sull'uccisione, però, non è ancora stata fatta piena chiarezza: alcuni media parlano di omicidio a colpi di arma da fuoco, altre fonti sostengono sia stata lapidata. Anche sugli esecutori materiali non c'è certezza: alcuni indicano milizie filo-turche presenti nel Nord-Est siriano, ma non si esclude la possibilità che siano stati gli estremisti islamici dell'Isis o di Al Nusra a uccidere la 35enne.

Le lotte di Hevrin Khalaf
Paladina dei diritti civili delle donne, laureata in ingegneria civile, chi la conosceva parlava di lei come una sorta "ministro degli Esteri" del Rojava. Si batteva anche per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era molto apprezzata da tutte le comunità. Di recente aveva guidato un Forum tribale delle donne, quest'ultime soggetto cruciale, per lei, di una possibile transizione democratica per una Siria inclusiva e rispettosa dei diritti delle minoranze, e fortemente decentralizzata rispetto all'impostazione baathista. Al momento della sua fondazione, avvenuta il 27 marzo del 2018, il Partito per il Futuro della Siria, aveva affermato tra i suoi principi la laicità dello Stato, oltre che quello di una Siria "multi identitaria", della "rinuncia alla violenza" in favore di una "lotta pacifica per la risoluzione delle controversie", dell' "eguaglianza tra uomini e donne" e del rispetto delle risoluzioni delle nazioni Unite, "in particolare la risoluzione 2254, secondo cui tutte le fazioni del popolo siriano dovrebbero essere rappresentate nel processo politico, compresa la stesura di una nuova costituzione".

L’uccisione della 35enne
Nel momento in cui è stata fermata, lo scorso 12 ottobre, l'attivista stava viaggiando sull'autostrada M4 insieme al suo autista nel tentativo di raggiungere la città di Qamishli. Qui, un commando di uomini composto da miliziani li ha fatti scendere con la forza dall'auto, per poi ucciderli. Del massacro sono stati diffusi due video in rete, ripresi con i cellulari dagli stessi miliziani. I funzionari americani ritengono che le immagini siano autentiche. In un primo momento la responsabilità dell'uccisione di Hevrin è stata attribuita ai jihadisti dell'Isis. Ma poi le accuse sono cadute sulle milizie filo-turche, che comunque negano. "Khalaf è stata trascinata fuori dalla sua auto durante un attacco sostenuto dalla Turchia e giustiziata da milizie mercenarie appoggiate da Ankara", è la versione del braccio politico delle forze democratiche siriane a guida curda (Sdf). "Questa è una chiara prova che lo Stato turco sta continuando la sua politica criminale nei confronti di civili disarmati", ha accusato.

Il ricordo di Hevrin Khalaf
La morte di Hevrin Khalaf ha suscitato numerose reazioni a livello internazionale: "Aveva un talento per la diplomazia, partecipava sempre agli incontri con americani, francesi e le delegazioni straniere", ha ricordato Mutlu Civiroglu, analista politico curdo americano. "Hevrin Khalaf - ha detto il presidente del Parlamento europeo David Sassoli - è il volto del dialogo e dell'emancipazione delle donne in Siria. La sua uccisione, opera di terroristi islamisti, più attivi dopo l'invasione dei territori curdi da parte della Turchia, è un orrore su cui la comunità internazionale dovrà andare fino in fondo!".

CURDI, STORIA DI UN POPOLO SENZA STATO 

Da "https://tg24.sky.it" Hevrin Khalaf, chi era l'attivista e paladina curda uccisa in Siria

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 27 Settembre 2019 00:00

Nuovo rapporto Onu sul clima

I danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, dicono gli scienziati. Unico possibile rimedio: limitare decisamente l’innalzamento della temperatura mondiale.

I cambiamenti climatici stanno già causando enormi conseguenze sugli oceani e sui ghiacciai. E i danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, con straripamenti dei fiumi, inondazioni e alluvioni sempre più frequenti. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite sullo stato delle calotte polari, diffuso a poche ore dal vertice Onu dedicato ai cambiamenti climatici.

Il clima sempre più caldo, dicono gli scienziati, sta già uccidendo le barriere coralline, sovraccaricando le tempeste e aumentando le temperature dei mari. E il futuro sarà ancora più catastrofico, se le emissioni di gas serra rimarranno incontrollate. Con alluvioni e inondazioni sempre più violente e frequenti.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali, secondo l’Ipcc. E se le emissioni continuassero ad aumentare, i livelli globali del mare potrebbero crescere di oltre un metro entro la fine di questo secolo, circa il 12% in più rispetto al gruppo stimato nel 2013. Provocando danni enormi all’approvvigionamento idrico e alla pesca.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali

«A causa dell’eccesso di gas serra nell’atmosfera, già oggi l’oceano è più alto, più caldo, più acido, meno produttivo e contiene meno ossigeno», ha spiegato Jane Lubchenco, ex amministratore della National Oceanic and Atmospher Administration. «La conclusione è inevitabile: gli impatti dei cambiamenti climatici sull’oceano sono ben avviati. A meno che non prendiamo provvedimenti molto seri molto presto, questi impatti peggioreranno, molto, molto peggio». Conseguenze profonde e potenzialmente devastanti si prospettano per la vita marina, gli ecosistemi artici e intere società umane, quindi, se i cambiamenti climatici continueranno senza sosta.

Già lo scorso autunno, l’Ipcc aveva avvertito in un suo rapporto la necessità di apportare rapidi e radicali cambiamenti sul fronte dell’energia e dei trasporti per mantenere il riscaldamento al di sotto di un aumento di 1,5 gradi, la soglia chiave individuata nell'accordo sul clima di Parigi.

«L'emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma è una gara che possiamo vincere se cambiamo le nostre strade adesso», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel corso del summit sul clima. «Quello che una volta era chiamato “cambiamento climatico” ora è veramente una “crisi climatica”. Stiamo assistendo a temperature senza precedenti, tempeste inarrestabili e prove scientifiche innegabili».


Da "https://www.linkiesta.it" Il nuovo rapporto Onu sul clima: inondazioni e alluvioni saranno inevitabili

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Venerdì, 20 Settembre 2019 00:00

Sui migranti la risolviamo all'europea


La presidente della Commissione promette una soluzione diversa dal modello Usa e dall'Australia. Il tedesco Steinmeier vede Mattarella: "L'Italia non va lasciata sola".


“L’Europa deve essere un modello sull’immigrazione, con un sistema efficace, umano, sostenibile. Lo stile di vita europeo non è quello americano, né quello australiano”. Con queste parole, Ursula von der Leyen tenta di rassicurare i gruppi dell’Europarlamento, agitati per il portafoglio con competenze sui migranti nella nuova Commissione europea, quello affidato al greco Margaritis Schinas con la contestata titolazione ‘Proteggere il nostro stile di vita europeo’. A Strasburgo, la presidente della nuova Commissione Ue lascia la conferenza dei presidenti dei gruppi ancora abbastanza sorpresa da tutta la discussione e anche un po’ scocciata. E’ disponibile solo ad aggiungere qualcosa per specificare meglio il titolo di questo e altri portafogli contestati. Non lo fa oggi, suscitando sconcerto soprattutto tra i Verdi e i liberali. Però, all’indomani della visita di Emmanuel Macron a Roma e nel giorno della visita del presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte, von der Leyen dà una mano all’Italia sulla questione dei migranti.

Il tutto accade nelle stesse ore in cui a Roma Steinmeier ribadisce a Mattarella che “l’Italia non va lasciata sola. Dobbiamo trovare una soluzione europea che alleggerisca il peso che sinora ha gravato sull’Italia”. Il capo dello Stato ringrazia il tedesco “per la disponibilità ad accogliere i migranti. Crediamo sia necessario che i Paesi che avvertono la responsabilità attivino meccanismi comuni di redistribuzione e la Ue dovrebbe assumere l’onere dei rimpatri, nel rispetto dei diritti umani per quelli che non hanno diritto a restare nella Ue”.

Sostanzialmente, escludendo dal suo orizzonte i modelli “americano e australiano” che sono esempio di sistema chiuso e rigido sui migranti, von der Leyen fa capire che la direzione in Europa è opposta, più vicina alla distribuzione di responsabilità dei paesi membri. Il che naturalmente aiuta paesi periferici come l’Italia, sottoposti alla continua pressione degli arrivi nel continente. Fin dal giorno della sua nomina a capo della Commissione, la nuova presidente è stata chiara sulla necessità di rivedere il regolamento di Dublino, invocata da Roma. E comunque ha bene in chiaro il fatto che ormai molti Stati europei non ne possono più di continuare a discutere di immigrazione senza trovare un sistema comune. E’ ora di uscire dall’impasse. L’impostazione c’è, come ha lasciato capire ieri sera Macron nell’incontro con il premier italiano Giuseppe Conte. L’azione ancora no.

Sull’uso delle parole usate per denominare il portafoglio sull’immigrazione, per dire, von der Leyen ancora non molla. La Verde Ska Keller, una dei più insistenti tra i capigruppo a chiedere spiegazioni alla nuova presidenza, si sarebbe aspettata già oggi una decisione che accogliesse le richieste del Parlamento. E invece no. Von der Leyen se ne va lasciandosi dietro la sola promessa di “aggiungere” qualcosa per specificare meglio portafogli di cui continua a essere fiera. Trapela che potrebbe aggiungere “dignità delle persone”, al titolo contestato.

Anche il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha avuto una “recente discussione con Ursula von der Leyen su questo argomento”, come racconta lui stesso in un’intervista a Le Monde. “Credo - dice Sassoli - che pensi davvero ai valori di cui all’articolo 2 del trattato dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, eccetera Il legame che ha stabilito tra migrazione e ‘protezione’ non era chiaro, tuttavia. A mio parere, dovrebbe riflettere su come integrare meglio questi valori nella definizione del portafoglio del futuro Commissario. Anche i temi della ricerca, della cultura, della gioventù dovrebbero essere evidenziati. E il portafoglio del commissario per il Lavoro deve essere meglio definito attorno ai temi dell’Europa sociale”.

Ad ogni modo, non è solo una questione di parole. Nella conferenza dei presidenti, le hanno contestato anche l’organizzazione “piramidale” della stessa Commissione, composta da una presidente e tre vice (Dombrovskis, Vestager e Timmermans) che dovranno sovrintendere al lavoro dei commissari, a seconda delle competenze. E poi le hanno contestato anche la titolazione di altri dicasteri, soprattutto quello chiamato ‘Gioventù e innovazione’, che dovrebbe interessare la ricerca, la cultura: peccato che non capisca bene se è così, come rileva un appello firmati da diversi accademici europei. “E dove sta la pesca?”, le avrebbe chiesto Keller. Von der Leyen insiste che è meglio usare la parola ‘oceani’ per identificarla. Inoltre il portafoglio ‘Job’, lavoro, sul quale ha delle perplessità anche il presidente uscente della Commissione Jean Claude Juncker.

I portafogli stabiliscono anche i dossier che poi arrivano in Parlamento. Se non si capisce di cosa si occupano, diventa più complicato individuare le commissioni parlamentari di competenza. Questione noiosa e tecnica? Fino a un certo punto. Von der Leyen intanto giustifica la scelta di dare alla Commissione una struttura piramidale con la necessità di stabilire un ordine sul lavoro da fare. Ma, per fare un esempio, è difficile non vedere un senso politico nella decisione di far sovrintendere dal ‘falco’ Dombrovskis il lavoro del Commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

La discussione oggi in conferenza dei presidenti lascia uno strascico di malumore tra i gruppi che, a partire dalla prima settimana di ottobre, dovranno votare sui candidati commissari in audizione nelle varie commissioni parlamentari e poi alla plenaria di ottobre dovranno esprimere un voto su tutta la squadra von der Leyen: senza maggioranza non passa.

Non siamo a questo livello di rischio. Ma l’aria non è tranquilla intorno alla nuova presidente. Il presidente del Ppe Manfred Weber ha cercato di darle una mano: “Stile di vita europeo sull’immigrazione vuol dire anche soccorrere vite in mare”, parole che la dicono lunga sulla volontà – anche da parte dei Popolari – di trovare un accordo sui migranti in modo da sfilare questo tema alla propaganda sovranista.

Uno dei più riottosi contro von der Leyen in conferenza dei presidenti è stato il capogruppo liberale Dacian Ciolo?, che ha anche sollevato il problema di alcuni candidati commissari oggetto di inchieste della magistratura nei propri paesi d’origine. Per la verità, questo è anche il caso della francese Sylvie Goulard, accusata di aver assunto assistenti del suo partito (la Republique en marche) con fondi Ue, tanto da doversi dimettere dall’incarico di ministro della Difesa due anni fa. Ma Ciolos, presidente del gruppo che comprende anche gli eletti di Macron, ce l’aveva più con la sua connazionale Rovana Plumb, commissaria ai trasporti, candidata alla Commissione Ue dal governo socialista di Bucarest, coinvolta in un caso di corruzione nel 2017. In Romania a breve ci sono le elezioni e il partito di Ciolos – che è lo stesso del popolarissimo presidente della Repubblica Klaus Iohannis – vuole porre fine all’era socialista in paese.

“L’incontro è stato costruttivo e positivo”, dice von der Leyen lasciando l’Europarlamento di Strasburgo senza abbandonare il suo solito, imperturbabile sorriso. Ma molte tessere devono ancora andare a posto: l’Italia la aspetta sull’immigrazione, i gruppi la aspettano su tutte le questioni aperte.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Ursula von der Leyen: "Sui migranti la risolviamo all'europea" di Angela Mauro

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Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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Lunedì, 02 Settembre 2019 00:00

Ecco i veri nodi dell’immigrazione

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.


Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro

Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.

È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.

Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.

Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.

In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione

Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.

Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.

Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.

Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.


Da "https://www.lavoce.info" Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia diMaurizio Ambrosini

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Lunedì, 12 Agosto 2019 00:00

MEGLIO GRETINI CHE CRETINI

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia a ritmi da record nell’ultimo decennio. E gli incendi artici sono una catastrofe ambientale mai accaduta negli ultimi 10mila anni. Vogliamo fare qualcosa? Oppure davvero è tutto normale?

Se un settimanale come l’Economist, non la Nuova Ecologia, dedica la sua storia di copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone del settimanale inglese, può voler dire due cose: che sono impazziti. O che siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme.

Propenderemmo per la seconda ipotesi, leggendo i dati. racconta, l’Economist, come dopo anni di rallentamento, la deforestazione dell’Amazzonia è ricominciata più spedita che mai. Che tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E che nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che prioiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige.


Non è semplicemente una questione di qualche albero in meno. Come raccontano sempre all’Economist due ricercatori dell’istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale, il 40% in meno degli alberi dell’Amazzonia potrebbe interrompere quel meccanismo perfetto di riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi alberi - non a caso si chiama foresta pluviale - che ne garantisce la forza e la sopravvivenza. Meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli. Alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni.

La cosa buffa, si fa per dire, è che tutto questo avviene senza che la politica nasconda nulla. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro si fa vanto della deforestazione, e ne ha fatto uno dei punti qualificanti del suo programma che ha stravinto le elezioni, così come l’immediata uscita dagli accordi di Parigi e la mancata istituzione del ministero dell’ambiente. Memento mori: se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi. Altro che il grado e mezzo che segna il punto di non ritorno per l’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico.

Se tutta la foresta amazzonica fosse ridotta a pascolo, la temperatura del pianeta si alzerebbe di 4,3 gradi.


Nell’Artico, se possibile, le cose vanno pure peggio. Gli incendi continuano e l’aggiornamento dei record pure: secondo gli studiosi, quel che sta accadendo oggi, con la torba siberiana che brucia, non si era mai visto negli ultimi diecimila anni. Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Nessuno, peraltro, sa prevedere quando si riusciranno a spegnere gli incendi, né come. Nel frattempo, le aree andate a fuoco hanno sprigionato diossido di carbonio in atmosfera pari a quello che produce il Belgio in un anno.

Di fronte a queste cose, e di fronte alle ostentate responsabilità di Bolsonaro e all’algida indifferenza di Putin, il mondo deve alzare la testa. Che senso hanno (o avevano) le sanzioni economiche a Venezuela, Cuba, Russia, Iran, se non si sanziona anche la deliberata intenzione di Bolsonaro di fare terra bruciata del più grande polmone della terra? In che pianeta quel che fa Bolsonaro è meno criminale di quel che fa Maduro? E ancora: perché la comunità internazionale non offre tutti i mezzi che ha a disposizione per domare gli incendi in Siberia? Perché stiamo a guardare senza fare nulla? Perché nessuno scende in piazza a chiedere a Di Maio, Salvini, Merkel, Macron. von der Leyen, Trump, chi volete voi, di fare qualcosa? Che cosa diavolo stiamo aspettando? Che vada a fuoco tutta la tundra?

Nei territori in fiamme, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla

È qui che finiscono a zero tutte le chiacchiere sulla nuova coscienza verde dell’Occidente. È qui che si capisce, molto semplicemente, che nessuno, in fondo, crede davvero che questa sia la più grande emergenza che l’umanità abbia mai conosciuto, che davvero - per dirla con le parole di Greta Thunberg o dei suoi ghostwriter - stiamo deliberatamente incendiando la nostra casa, e non ci stiamo nemmeno preoccupando di spegnere il fuoco che noi stessi abbiamo appiccato. Anche voi che state leggendo, e che maledite ogni giorno le temperature folli di quest’estate bollente: davvero volete continuare a far finta di niente?


Da "www.linkiesta.it" Artico e Amazzonia sono la nostra Chernobyl: ed è ora che ci svegliamo sul serio

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Venerdì, 09 Agosto 2019 00:00

In Europa non contiamo più nulla

Strano. Nell’ennesima intervista da campagna elettorale permanente Di Maio non ha annunciato che il Governo regalerà un panino al salame per tutti. Ha lanciato un assist a Salvini che oggi proporrà un panino e una bibita per tutti. Intanto la produzione industriale cala, il Pil è a zero, la cassa integrazione straordinaria è raddoppiata.

In Europa e nel mondo non contiamo più nulla: dovevano cambiare tutto non trovano neanche un Commissario per rappresentarci. In realtà c’è poco da ridere, l’egoismo di chi ci governa sta bombardando l’Italia di idee stravaganti confuse e spesso irrealizzabili. Senza un progetto, una visione una strategia e i risultati si vedono. Per questo noi ripartiamo dalle idee perché qualsiasi riscossa e costruzione di un’alternativa non può che partire da una visione e una idea di Paese. Il Pd ha iniziato a fare proprio questo.

La costituente delle idee per un piano per l’Italia ha questo obiettivo: ricreare fiducia e ottimismo ricostruendo insieme un credibile piano di sviluppo del Paese fondato sulla sostenibilità ambientale e sociale. Stiamo chiamando la parte migliore e più creativa del Paese a collaborare. Lo faremo da settembre con appuntamenti tematici, lo faremo con grandi agorà di confronto nelle città Italiane. Lo faremo ricostruendo una nuova agenda: scuola e conoscenza; sanità e welfare; investimenti, con risorse che ci sono, per cantieri green che creino lavoro.

Aggiungo, da amministratore, con una grande semplificazione dello Stato che renda credibile parlare di sviluppo, investimenti e riforme in questo paese reso complicato dall’affastellamento confuso di riforme mancate o approvate senza un disegno strategico. In Italia non si fanno più figli e ossessionati dagli sbarchi di immigrati hanno nascosto la fuga dei nostri giovani dal Paese. Come ha ricordato Emanuele Felice si stanno producendo due fratture gravi. Una tra nord e sud e una altra tra Italia e la media Ue. Cosi l’Italia muore. Io sono contento che molti si affannano a dire che il PD da solo non basta. Ma intanto il pd c’è, cresce ed è l’unica credibile alternativa a questo stato di cose. Oggi con la costituente offre uno spazio a tutti per contribuire.

Nel web, negli appuntamenti nazionali nelle città: sarebbe il caso per molti di provare oltre che a giudicare e commentare a contribuire. Sono certo che saremo in molti, centinaia di migliaia. Ho fiducia. Pochi credevano nel 1.600.000 italiani ai gazebo e nessuno credeva nei 4 punti in più alle europee e nel sorpasso con i cinque stelle. Non basta? No. Ma anche per questo partecipate tutti. Perché il futuro è li. Nell’immaginare e costruire un domani migliore e non nell’essere ossessionati e subalterni a chi sta fallendo e vuole portarci tutti nel baratro.

Da "www.huffingtonpost.it" In Europa non contiamo più nulla di Nicola Zingaretti

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Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

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