Una donna ha le convulsioni e viene portata a terra su una barella poco dopo l’attracco della motovedetta, un uomo vomita sangue davanti al medico del poliambulatorio allo sbarco. Il funzionario di polizia che sorveglia le operazioni discute con il medico che non vuole trasportare il ragazzo sull’ambulanza per paura che abbia il covid-19. Sotto la statua della madonnina di Lampedusa, a due passi dalla strada principale dell’isola affollata di turisti, è appena attraccata una motovedetta della guardia costiera italiana che ha scortato in porto due imbarcazioni, una partita da Zuara, in Libia, e una partita da Sfax, in Tunisia.

È l’ora di cena di lunedì 3 agosto e ai tavolini dei bar e dei ristoranti i turisti non si accorgono di quello che sta succedendo a pochi metri da loro, sotto alla caserma della guardia costiera. Mentre i poliziotti discutono con gli operatori sanitari, bardati con le protezioni anticovid, Bassim e Ghazi, due minorenni tunisini, sono saliti sul pulmino che li porterà nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. Sono felici di aver toccato terra dopo più di venti ore di navigazione a bordo di una piccola imbarcazione di legno, ma sono anche stravolti dal mal di mare. Sono partiti dalle isole Kerkenna, nella provincia di Sfax, insieme ad altri sette ragazzi. Hanno speso 3.500 dinari tunisini (mille euro) a testa per fare la traversata e arrivare a “Lambadusa”, uno dei posti di cui hanno sentito parlare di più in vita loro.

Una delle canzoni cantate nelle strade di Tunisi durante la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 era H’biba ciao, la versione tunisina di Bella ciao, che non parla di guerre né di mondine, ma di un migrante che prova ad attraversare il mare per arrivare a “Lambadusa”. “Sia che vediamo quel paradiso coi nostri occhi – bella ciao – sia che affoghiamo e moriamo senza sepoltura, la mia anima tornerà da te a nuoto”, dice la canzone. A nove anni dall’unica primavera araba che ha prodotto una transizione democratica, per i tunisini è arrivato il tempo della disillusione. La crisi economica e politica nel paese era profonda anche prima che arrivasse il nuovo coronavirus, ma la pandemia ha ulteriormente aggravato una situazione già compromessa. E così negli ultimi mesi sono aumentate le barche che di notte prendono il largo da Zarzis, da Sfax, da Mahdia, con la complicità della guardia costiera locale.

Accordi e minacce
Secondo un rapporto dell’African development bank (Afdb), la Tunisia va incontro a una delle recessioni più gravi dall’indipendenza nel 1956. “Nessuno di noi ha un futuro lì, spero di riuscire ad arrivare in Francia”, afferma Ghazi, 17 anni, originario di Sidi Bouzid, una delle aree più povere del paese. Ma a Lampedusa quelli come lui non sono benaccetti: “I turchi”, li chiamano. Come se fossero invasori, come se fossero pirati o soldati della flotta ottomana. Eppure nelle vie del centro e lungo le spiagge affollate di turisti non si vedono, se non di rado. Il centro di prima accoglienza è nascosto agli occhi dei locali e dei visitatori, nell’entroterra dell’isola. Ma i tunisini sono sinonimo di invasione per i lampedusani e muovono sentimenti di ostilità.

Nel 2020 i tunisini sono il gruppo più numeroso tra i migranti arrivati in Italia. Su 14mila persone approdate via mare da gennaio, 5.909 (cioè il 40 per cento) sono tunisini. Quasi tutti con piccole imbarcazioni, attraccate direttamente sulle coste di Lampedusa o della Sicilia. Sono lontani i numeri raggiunti nel 2011 – l’anno della rivoluzione tunisina – quando in pochi mesi a Lampedusa arrivarono tra le 11mila e le 15mila persone. Tuttavia è bastato che aumentassero gli arrivi nella piccola isola italiana per fare andare il tilt il sistema di accoglienza, ridimensionato dal primo decreto sicurezza del 2018.

Dal 2011 la Tunisia ha firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio dei migranti irregolari: a Tunisi arriva un volo a settimana con sessanta tunisini. Ma spesso chi viene rimpatriato, dopo qualche anno o addirittura pochi mesi prova a partire nuovamente. “La storia si ripropone, abbiamo assistito a diverse ondate di arrivi di tunisini negli ultimi quindici anni”, spiega Sara Prestianni, ricercatrice e responsabile immigrazione dell’ong EuroMed rights. “Le cause delle partenze sono le condizioni economiche e sociali del paese, uno dei pochi settori ancora attivi come il turismo è stato messo in ginocchio dalla crisi sanitaria e quindi il sistema economico già debole sta definitivamente collassando”, continua Prestianni.

Ora il governo italiano minaccia di usare gli aiuti allo sviluppo come arma di ricatto: “Il ministro degli esteri Di Maio è arrivato ha detto che taglierà 6,5 milioni di fondi per gli aiuti, ma questo potrebbe solo acuire i problemi e spingere altre persone a partire. Nelle politiche dell’immigrazione italiane sembra che non si guardi a quello che succede dall’altra parte del Mediterraneo”.

Il centro di accoglienza al collasso
Sulla barca partita da Zuara, in Libia, hanno viaggiato in trenta. Sette donne, undici uomini e dodici bambini di diverse nazionalità (palestinesi, gambiani, ivoriani, marocchini, libici). Nelle ultime settimane sono arrivate anche trecento persone al giorno sull’isola. Da qualche anno Lampedusa, simbolo della frontiera, ritratta da decine di film e romanzi, era scomparsa dalle cronache, perché dal 2013 e fino alla fine del 2016 i migranti sono stati soccorsi al largo dalle autorità italiane e dalle navi umanitarie, per poi essere portati nei diversi porti italiani per lo sbarco.

Dal 2017 questo sistema di ricerca e soccorso, coordinato dal governo italiano, è stato smantellato e sono ricominciati i cosiddetti sbarchi autonomi. Infine, con la stagione estiva e con la fine del lockdown in Tunisia, sono aumentati gli arrivi dalla Tunisia e alle tensioni politiche per la gestione dei flussi migratori si sono sommate a quelle per la pandemia. Così da qualche mese Lampedusa è ritornata a essere protagonista assoluta del dibattito: la frontiera è arretrata di nuovo fino a coincidere con le spiagge cristalline dell’isola italiana e le lancette dell’orologio sembrano essere tornate improvvisamente indietro di un decennio.


Il centro di accoglienza di contrada Imbriacola ha di nuovo dimostrato di essere uno dei nodi problematici del sistema di prima accoglienza, con la sua capienza che non supera i duecento posti e un intero padiglione dormitorio dismesso e ancora in attesa di essere ristrutturato. Nelle ultime settimane la struttura, da gennaio gestita da un’organizzazione a scopo di lucro e senza una chiara missione sociale, la trevigiana Nova facility (la stessa società che gestisce la caserma Serena a Treviso), è arrivata a ospitare anche mille persone, che sono state ammassate su materassi stesi a terra anche all’aperto, tra l’immondizia.

I trasferimenti sulla terraferma con le navi della guardia costiera e della guardia di finanza dovrebbero essere continui, ma sono stati sporadici, anche per le proteste dei sindaci e degli amministratori regionali siciliani, e questo ha prodotto una situazione esplosiva nel centro di Lampedusa, sovraffollato e lontano dagli standard minimi di igiene, soprattutto in un momento di crisi sanitaria. Il sindaco dell’isola Salvatore Martello ha chiesto che sia dichiarato lo stato di emergenza, dicendo che le strutture di accoglienza sull’isola sono al collasso: “Ci sono 1.300 persone in due strutture: l’hotspot che era pieno con 1.100 persone e altre duecento persone in una struttura della chiesa, perché all’interno del centro accoglienza non entrava materialmente più nessuno”.

Ma sembra che sull’isola non si riesca a uscire dalla logica dell’emergenza e che questo impedisca di essere preparati davanti a nuove crisi migratorie. “Nel 2007 l’apertura del centro di contrada Imbriacola doveva essere esemplare, quel centro era stato pensato per diventare un modello, perché era stato costruito per rispondere alle inchieste giudiziarie che c’erano state sul vecchio centro di accoglienza vicino all’aeroporto, poi chiuso”, spiega Tareke Brhane, ex operatore del centro di accoglienza, oggi a capo del Comitato 3 ottobre.

“Negli anni la situazione è peggiorata, le persone rimangono per mesi dentro a una struttura pensata per ospitarle al massimo due giorni: ci sono state proteste, incendi”. Nel 2009 il centro di prima accoglienza è diventato un centro per il rimpatrio, poi di nuovo centro di accoglienza e nel 2015 è stato trasformato in un hotspot, cioè in un centro di prima accoglienza e identificazione. Rimangono però i problemi di una struttura progettata per una permanenza transitoria, che è costretta a ospitare un numero di persone cinque volte superiore a quello consentito per periodi molto più lunghi del previsto. “Ci dovrebbe essere una nuova inchiesta parlamentare per capire come sono spesi i soldi che il governo versa agli enti gestori (32 euro al giorno per persona) e perché il personale è così ridotto e i servizi così scarsi”, conclude Brhane.

La nave da quarantena Azzurra
Il 4 agosto di prima mattina è attraccata nello scalo di Cala Pisana la nuova nave da quarantena, la terza da aprile, affittata dal governo italiano con una spesa di quattro milioni di euro. Si tratta di una nave di 170 per 27 metri, un palazzo galleggiante di proprietà di Grandi navi veloci (Gnv), del gruppo Compagnia di navigazione italiana (ex Tirrenia), come la nave Rubattino e la Moby Zazà, usate per la stessa mansione. L’imbarcazione ha ormeggiato nello scalo di Cala Pisana, costruito nel 2011 dal governo Berlusconi per far attraccare i traghetti che trasferivano i tunisini sulla terraferma, e quasi mai usato da quel momento.

Alle 7.30 è cominciato il trasferimento di 360 migranti dall’hotspot sulla nave Azzurra di Gnv. Anche Bassim e Ghazi sono portati a bordo, dove saranno sottoposti a tampone e dovranno rimanere per 14 giorni, anche se dovessero risultare negativi al test. La decisione d’impiegare una nuova struttura galleggiante per la quarantena al largo ha suscitato molte critiche, perché nelle esperienze dei mesi scorsi non sono mancati i problemi e perché le imbarcazioni sono considerate dagli esperti dei possibili moltiplicatori del contagio da covid-19.

Il 20 maggio un ragazzo è morto gettandosi dalla Moby Zazà per raggiungere la terraferma a nuoto e sono scoppiate diverse proteste a bordo. Per la nave Azzurra era previsto che a bordo salissero anche forze di polizia, insieme al personale medico della Croce rossa, ma per ora la soluzione è stata osteggiata da una parte delle organizzazioni coinvolte, perché potrebbe favorire ulteriormente tensioni, proteste e risse a bordo. In tanti si chiedono come mai siano stati spesi così tanti soldi per gestire la quarantena dei nuovi arrivati, che avrebbe potuto essere allestita a terra.

Dalle interrogazioni parlamentari presentate dal deputato Riccardo Magi di Più Europa è emerso che per far fare la quarantena a 180 persone sulla nave Rubattino siano stati spesi 423 mila euro, mentre per i 680 che l’hanno fatta sulla Moby Zazà sia stato pagato più di un milione di euro. “La Azzurra ripropone il modello fallimentare delle altre navi, così come della Captain Morgan a Malta, modello che La Valletta ha dovuto interrompere per le situazioni drammatiche che si presentavano all’interno. Tuttavia, sembra che l’importante sia dare il messaggio che i migranti sono stati isolati, tenuti lontano dal resto delle persone, senza nessuna valutazione sulla sicurezza di queste operazioni”, commenta Sara Prestiani di EuroMed rights.

Mentre alle dieci del mattino la nave Azzurra chiude il portellone e prende il largo per cominciare una lenta e indefessa circumnavigazione intorno all’isola, alcuni lampedusani venuti a vedere le operazioni di imbarco commentano: “Speriamo che affondi”. Non è un commento raro da ascoltare tra gli abitanti dell’isola, sempre più divisi tra chi difende il carattere accogliente di ogni comunità di marinai e pescatori e chi si dice esasperato dalla presenza degli immigrati. “È una specie di dissociazione che riscontriamo nei lampedusani, perché l’aumento degli sbarchi autonomi dalla Tunisia ha coinciso con l’inizio della stagione turistica. Quindi i lampedusani da una parte rassicurano i turisti sul fatto che i migranti sono invisibili e per altro verso sono molto aggressivi verso gli stessi migranti, sono preoccupati che possano portare il covid-19, nonostante siano sottoposti a tampone, ma non sono preoccupati che a portare il virus siano i turisti che arrivano in aereo senza controlli”, spiega Lorenzo Alunni, antropologo e ricercatore all’Ecole des hautes etudes en sciencessociales di Parigi, che sta conducendo uno studio sull’isola.

“La sera in via Roma, o nei vari locali, i villeggianti sono tutti molto vicini e nessuno indossa la mascherina, ma questo spaventa molto meno dei ragazzi tunisini che arrivano con le barche”. Questa specie di dissociazione, secondo l’antropologo, in parte è frutto di un trauma che non è stato elaborato: “Quello dell’arrivo nel 2011 di migliaia di tunisini, senza che ci fosse un sostegno da parte del governo italiano. Molte delle risposte attuali sembrano un’elaborazione di quel momento, che è ancora impresso nella memoria collettiva e alimenta un senso di abbandono e di isolamento introiettato dai lampedusani”.

Le preoccupazioni per il nuovo coronavirus hanno acuito questa reazione. In generale sembra che l’isola e chi la amministra fatichi a immaginarsi come luogo di transito: “Lo stesso fenomeno lo riscontriamo a Calais o sulle Alpi. C’è una difficoltà strutturale della politica a relazionarsi con le persone che transitano, con chi è di passaggio. Sembra che ci sia un deficit di immaginazione rispetto all’elaborazione di strategie e soluzioni per far fronte a un fenomeno strutturale”, conclude Alunni.

 

Da "https://www.internazionale.it/" A Lampedusa si torna indietro di dieci anni sull’immigrazione di Annalisa Camilli

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Lunedì, 03 Agosto 2020 00:00

Trasporto aereo in picchiata

Secondo Eurocontrol, ieri il trasporto passeggeri ha toccato in Europa il -90% rispetto allo scorso anno. Dalle compagnie agli aeroporti, fino al settore della difesa, la crisi potrebbe non risparmiare nessuno. Le aziende fanno appello ai governi per misure simili a quelle adottare dagli Usa. Serve liquidità
Compagnie aeree, aeroporti, costruttori e persino il settore della Difesa. Nessuno sembra escluso dalla crisi che si sta per abbattere su un mondo alle prese con il Covid-19. Le stime per il trasporto aereo sono a dir poco drammatiche, con il rischio di allargarsi anche ad altri segmenti ritenuti più strutturati. Gli Stati Uniti si attrezzano con un piano da 500 miliardi di dollari per le proprie aziende, mentre in Europa si sommano gli appelli delle imprese ai governi: bisogna fare presto e iniettare liquidità.

UNO SCENARIO DRAMMATICO

I dati di Eurocontrol descrivono un quadro drammatico, in peggioramento di giorno in giorno. Rispetto allo scorso anno, ieri si è registrato un -79% (martedì era -77%) per il traffico aereo del Vecchio continente. Tiene contro del +4% per i voli cargo, tale per cui, considerando il solo traffico passeggeri, la discesa si attesta intorno al -90%. Coinvolge tutti, anche le compagnie più strutturate. Ieri, easyJet non ha avuto voli; Ryanair è calata del 95% con soli 89 voli. Ha fatto lo stesso la tedesca Lufthansa, con -93%, tra le altre ad aver già annunciato la sospensione del dividendo per il 2019. Anche l’International Air Transport Association (Iata) ha aggiornato le stime: in Europa le compagnie aeree rischiano di perdere 76 miliardi di dollari, scenario che mette a rischio 5,6 milioni di posti di lavoro e 378 miliardi di Pil generato dal comparto. Dalle compagnie aree, nota Eurocontrol, la crisi si estende poi agli aeroporti, che registrano complessivamente un -75%. Lo scalo di Parigi Orly è il peggiore con -95%, mentre Milano Malpensa di attesa al -86%.

L’APPELLO DELL’INDUSTRIA EUROPEA

È per questo che oggi l’Aerospace and Defence Industries Association of Europe (ASD, associazioni delle industrie aerospaziali e della difesa europee) ha rivolto un appello senza mezzi termini ai governi del Vecchio continente. Senza il supporto finanziario alle compagnie, “esiste il rischio di fallimenti diffusi che creerebbero un impatto finanziario immediato e devastante su altre parti della catena del valore”. Non sono immuni infatti gli altri attori del settore. L’aerospazio, nota ASD, “ha subito un forte impatto diretto dalla crisi Covid-19, con conseguenti tagli alla produzione, problemi di approvvigionamento, ritardi nella produzione, ritardi nella consegna degli aeromobili e problemi di flussi di cassa”.

RISCHIO EFFETTO DOMINO SULLA DIFESA

Non è immune il comparto della Difesa. Il collasso dell’aviazione e dell’aerospazio, nota ancora ASD, “danneggerebbe gravemente anche la base industriale europea della Difesa, visto che molte compagnie aerospaziali sono pure fornitori-chiave di attrezzature all’avanguardia per le nostre forze armate”. Lo ha notato nei giorni scorsi anche l’agenzia di rating Moody’s: “Il settore della difesa, relativamente stabile, non è più sufficiente per frenare una regressione” e dunque “è improbabile che esca incolume”. Si temono soprattutto revisioni al ribasso dei budget pubblici per il comparto, per molti scontate quando si tratterà di ridefinire i bilanci dopo l’emergenza. Eppure, avverte ASD, la posta in gioco “non è solo economica, ma anche strategica”. Ne deriva l’appello ai governi: servono “misure simili a quelle previste da Paesi terzi, come gli Stati Uniti”.

GLI AIUTI DEL GOVERNO USA

Il riferimento è al pacchetto d’aiuti che il Senato americano ha approvato per l’industria nazionale, sulla scia degli input dell’amministrazione e in attesa, venerdì, del passaggio definitivo alla Camera. Donald Trump ha invitato il Congresso a fare in fretta, promettendo una rapida firma al decreto che rischia di passare come il più importante nella storia degli Usa. L’accordo raggiunto prevede 30 miliardi per le compagnie aeree (passeggeri e merci) tra garanzie dirette e garanzie per fidi bancari, così da garantire liquidità. Sono previsti inoltre 17 miliardi per le aziende definite cruciali per la sicurezza nazionale, formula che, nota il Washington Post, è pensata soprattutto per Boeing, che di miliardi ne aveva chiesti 60.

LE COMPAGNIE AMERICANE VERSO L’INTERVENTO PUBBLICO

A dare l’idea della determinazione del governo federale americano c’è oggi l’indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui nelle pieghe del pacchetto ci sarebbe la possibilità per gli Stati Uniti di rilevare quote delle compagnie aree a stelle e strisce. Sebbene l’intervento pubblico in tale settore sia piuttosto consueto nel nostro Paese, lo stesso non si può dire dell’alleato americano, tradizionalmente restio a iniziative di questo tipo. Eppure, riporta il quotidiano, l’ipotesi sarebbe stata paventata dal segretario al Tesoro Steve Mnuchin, come una sorta di tentativo per mettere tutti d’accordo rispetto al pacchetto d’aiuti previsti.

IL RIMBALZO DI BOEING

Intanto, sulla scia delle notizie del supporto governativo, il titolo Boeing vola a Wall Street, con un rimbalzo che tuttavia non sembra permettere di recuperare quanto è stato perduto. Sulla crescita del titolo pesa da ieri anche la notizia del ritorno alla produzione, a maggio, del 737 Max, il velivolo messo a terra da un anno dopo due drammatici incidenti. Il tema rappresentava la maggiore criticità per il costruttore americano prima dell’emergenza Covid-19, che dunque è intervenuta a complicare una situazione già difficile (non irreversibile, notava l’esperto Gregory Alegi). È per questo che il gruppo guidato dal ceo Dave Calhoun ha chiesto direttamente al governo 60 miliardi di euro, trovando sponda disponibile direttamente in Donald Trump. Non è escluso dunque che i fondi per il settore aumentino. Un segnale per l’Europa, dove i venti di crisi iniziano a soffiare sempre più forti.

Da "formiche.net" Trasporto aereo in picchiata. Ecco le misure eccezionali allo studio di Stefano Pioppi

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Le fasce di popolazione meno esposte al virus, come i Millennial e la generazione Z hanno subito l’impatto della crisi. Riusciranno a mettere al centro del nuovo mondo l’uomo e non più il profitto?

Per dirla con le parole del filosofo, sociologo, politologo ed accademico sloveno Slavoj Žižek: «Il vero successo di una rivoluzione può essere misurato solo l’indomani», ed è proprio all’indomani di questa imprevedibile rivoluzione che la pandemia ha impresso alle nostre vite, alle nostre abitudini, ai nostri pensieri e ai nostri comportamenti, oltre che alla politica, alla produttività e all’organizzazione sociale, che è stata condotta la seconda parte della Millennial Survey di Deloitte 2020.

Fatta a fine 2019 in 43 paesi e su un campione di 18mila individui tra Millennials (1981-1996) e Z (1996-fine anni 2000), l’indagine ha poi voluto e dovuto predisporre un aggiornamento post-pandemia che è stato condotto in 13 paesi e su oltre 9mila intervistati e che fotografa uno scenario delle giovani generazioni particolarmente articolato e complesso, in cui la preoccupazione per il loro futuro lavorativo e finanziario fa costantemente da sfondo.

Anche i giovani italiani si dicono stressati seguendo allo stesso modo il trend globale che con l’arrivo della pandemia ha visto crescere ulteriormente il livello dell’ansia sia tra i Millennial (dal 45% al 47%) sia nella Generazione Z (dal 45% al 48%).

Le loro maggiori fonti di preoccupazione derivano dalla situazione finanziaria di lungo periodo, dal benessere familiare e dalle prospettive di carriera. Anche se c’è stato un significativo aumento dell’ansia per la salute fisica: tra i Millennials italiani si è dichiarato preoccupato per la salute il 39%, tra la Gen Z il 42%.

Questo aumento derivato dalla diffusione del Covid-19, ci racconta oltre tutto come l’impatto psicologico della pandemia abbia raggiunto una certa profondità anche sulle fasce di popolazione meno esposte al virus. Sono stati così profondamente colpiti da questa esperienza, ci dice lo studio, che circa 3 giovani italiani su 4 hanno dichiarato di sentirsi più empatici verso il prossimo e di voler portare un impatto positivo sulla propria comunità.

E in pratica, pur se preoccupati per l’immediatezza, nonostante la quota di italiani incapaci di affrontare una spesa imprevista sia scesa dal 42% al 31% tra i millennial e dal 50% al 25% tra la Gen Z dopo la pandemia, sono consapevoli che il mondo del lavoro cambierà drasticamente, infatti il 65% dei millennial e il 68% degli Z pensano che il telelavoro possa avere effetti positivi in termini di work-life balance.

E quindi di fronte alla scelta tra il ritorno in ufficio nelle grandi città e lo smart working in una città più piccola, il 49% dei millennial e 46% degli Z preferirebbero andare via dai grandi centri. Un trend di cui employer e urbanisti stanno già parlando e che potrebbe diventare sempre più rilevante poiché a livello globale i millennial e gli Z che dichiarano di voler lasciare le metropoli sono il 56%.

Dunque, sembrerebbe che la pandemia abbia portato con sé, almeno nelle giovani generazioni italiane, anche un senso più forte di responsabilità individuale tant’è che si dichiarano pronte a rimboccarsi le maniche per far diventare realtà una società migliore rispetto a quella che avevamo impostato prima che tutto ciò accadesse.

Presa coscienza che se anche la realtà in cui viviamo è basata sul primato del profitto sull’essere umano, non è tuttavia l’unico mondo possibile, il tema che resta aperto riguarda le istituzioni: governi e imprese dovranno rispecchiare lo stesso impegno per la società, mettendo le persone al centro di tutti i sistemi. Personalmente ritengo le aziende un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento da protagoniste.

Per far sì che si realizzi un’evoluzione positiva, le aziende devono iniziare a occuparsi non solo del proprio vantaggio ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento, cioè quello in cui operano e dal quale attingono le risorse umane.

Il futuro sarà di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di sé stesse, dei propri clienti ma al contempo anche della collettività. In tutto questo l’Uomo, quindi il Suo pensiero, le Sue emozioni e le Sue aspirazioni, elemento artistico su cui far convergere una profonda riflessione, deve essere posto al centro di tutto.

Da "www.linkiesta.it/" La pandemia ha colpito i giovani, ma ha anche dato loro un modello da cui ripartire di Oscar di Montigny

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Nell'ottobre del 2007, lo scienziato Kwok Yung Yuen definiva i coronavirus una bomba a orologeria. Citando animali e laboratori come possibili fonti di contagio. Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto.


«I coronavirus sono una bomba a orologeria». Così, nell’ottobre del 2007, scriveva lo scienziato Kwok Yung Yuen, microbiologo a capo del Dipartimento di malattie infettive emergenti presso l’università di Hong Kongin uno studio post-Sars. L’articolo, frutto di un lavoro effettuato con altri tre ricercatori e pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Microbiology Reviews, parlava chiaro: «I coronavirus sono ben noti per le ricombinazioni genetiche che possono portare a nuovi genotipi ed epidemie. La presenza di una larga riserva di coronavirus nei pipistrelli ferro di cavallo e la cultura di mangiare mammiferi esotici nel sud della Cina creano una “bomba a orologeria”. La possibilità che si ripresenti la Sars o nuovi altri virus da animali o da laboratori, e dunque la necessità di essere pronti, non dovrebbe essere ignorata». Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto. Già, perché il professore cinese citava proprio le due possibili fonti di contagio sul tavolo anche per l’attuale pandemia: animali o laboratori. Come mai?


LA NECESSITÀ DI RAFFORZARE LE MISURE DI BIOSICUREZZA
Se la maggioranza degli scienziati propende per l’origine naturale del Sars-CoV-2 (di nuovo un salto di specie da pipistrello a uomo attraverso un ospite intermedio, in un primo momento identificato nel pangolino poi scagionato), il presidente americano Donald Trump ha accusato più volte Pechino sostenendo di avere le prove – in realtà, senza mai fornirle – che questo coronavirus è frutto di ingegneria genetica. Nel mirino, l’istituto di virologia di Wuhan (WTV), una struttura che rivendica di avere laboratori con il massimo livello di biosicurezza internazionale (Bsl-4) ma che una recente inchiesta del Washington Post ha rivelato essere al centro di grossi timori dell’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino (che, per questo, aveva inviato ripetutamente diplomatici scientifici statunitensi nel centro di ricerca) fin dal 2018. È un fatto che una relazione della Commissione europea nel 2004 riferiva che, sebbene dal 5 luglio 2003 l’Organizzazione mondiale della sanità non avesse registrato nuovi casi di Sars, i contagi erano riapparsi in almeno quattro occasioni fra la fine di agosto 2003 e il 2004: una volta nella città di Guangzhou – ancora nel sud della Cina – nella provincia di Guangdong (un’infezione trasmessa da un animale ma contenuta ad appena quattro contagi), altre tre volte a Singapore, Taipei e Pechino. In tutti questi casi, si trattava di incidenti di laboratorio che avevano coinvolto 13 persone: sei mentre conducevano esperimenti sul virus della Sars (Sars CoV), i restanti sette per esposizione a uno dei contagiati. I servizi di Bruxelles annotavano la necessità di prepararsi a un possibile ritorno dell’epidemia e di rafforzare le misure di biosicurezza dei centri di ricerca. Ma che cosa era successo?


LE INDAGINI DELL’OMS A SINGAPORE
Un team internazionale dell’Oms si recò a Singapore per un’indagine sul campo su uno dei nuovi casi registrati, quello di un ventisettenne al suo terzo anno di dottorato in microbiologia presso l’università nazionale di Singapore. Gli 11 esperti, guidati dal virologo Antony Della-Porta, giunsero alla conclusione che la contaminazione era avvenuta probabilmente in modo accidentale per un mancato rispetto delle regole. In pratica, l’esperimento avrebbe dovuto svolgersi in un laboratorio diverso ma, un giorno, lo specializzando era stato lasciato solo dal suo tutor perché era sabato mattina (il giorno delle riunioni dello staff). Le rilevazioni mostrarono che mancavano standard e linee guida di biosicurezza adeguati, un’idonea formazione dei ricercatori e l’istituto necessitava di svariati interventi strutturali. A Taipei, invece, l’incidente si era verificato in un laboratorio di massima sicurezza perché lo scienziato (in questo caso di grande esperienza) non aveva seguito la procedura per la decontaminazione della strumentazione e aveva effettuato la pulizia senza idonee protezioni per le vie aeree. Ma, una volta accusati i sintomi di crisi respiratoria, incredibilmente, l’uomo non era stato visitato e monitorato nei giorni di assenza per malattia con il rischio di contagiare altre persone. Ad aprile 2004, infine, due ricercatori dello staff del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Pechino avevano contratto la Sars, contagiando sette persone esterne (una delle quali morì). Eppure, nessuno di loro lavorava sul virus della Sars (probabilmente, c’era stata una contaminazione in uno dei laboratori poi usati dagli altri).

LA “MORATORIA” DI OBAMA DEL 2014
Nel 2014 è la volta degli Stati Uniti. Nei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta – uno dei luoghi strategici per la lotta a contagi ed epidemie – si verificano vari incidenti gravi che coinvolgono il laboratorio dove si studia l’antrace e quello del virus H5N1, l’influenza aviaria. Il direttore, Thomas Frieden, è costretto ad ammettere che gli errori avrebbero potuto, in teoria, uccidere sia i ricercatori dello staff sia persone comuni fuori dal centro. In un episodio, almeno 62 tecnici risultano a rischio, essendo stati esposti al batterio dell’antrace privi dell’adeguato equipaggiamento. Le strutture vengono chiuse e il presidente Barack Obama decide di imporre una “moratoria” di un anno a questo tipo di esperimenti (i cosiddetti «Gain-of-Function» ovvero quelli finalizzati ad accrescere la virulenza o trasmissibilità dei patogeni), tagliando i fondi alla ricerca su Sars, Mers e altri coronavirus o virus influenzali. Obama invita gli scienziati americani a una pausa volontaria da studi del genere finché non si stabiliranno regole di biosicurezza più stringenti ma nella comunità scientifica riprende quota l’annoso (e, in realtà, mai sopito) dibattito: i ricercatori si dividono fra chi ritiene che creare patogeni in laboratorio in grado di scatenare potenziali pandemie è troppo rischioso per la salute umana e chi, viceversa, lo giudica indispensabile proprio per trovare nuove terapie. Così è. Ma, alla fine, l’errore non si può mai escludere.


Da "www.lettera43.it/" L’allarme del 2007 sul rischio coronavirus in wet market e laboratori di Angelica Giordani

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 24 Luglio 2020 00:00

La guerra dei microbi

Chi si appresterà fra qualche tempo a tradurre in storia le cronache convulse di questi mesi pandemici farebbe bene a leggersi I microbi: guerra e pace di Bruno Latour (1984, Editori Riuniti, 1991). Come il generale russo Kutuzov in Guerra e pace di Tolstoj, anche il ‘generale’ Pasteur passa di vittoria in vittoria, fino a promuovere l’avvento, negli ultimi decenni dell’Ottocento, della batteriologia e la diffusione della vaccinazione. Il suo trionfo, nella scienza e nella società, non si deve (sol)tanto alla genialità dello scienziato, ma anche alla capacità di tessere una complessa rete di alleanze e di truppe pronte a sostenere le sue battaglie. Per vincere l’avversione di buona parte dei colleghi nei confronti della spiegazione delle malattie infettive e dell’ipotesi, ritenuta assurda, che potessero essere prevenute attraverso un’inoculazione della malattia stessa, Pasteur deve costruire il suo fatto scientifico ottenendo il supporto di veterinari, igienisti e allevatori, nonché degli stessi batteri.

La carriera di Pasteur è segnata da continui spostamenti, da variazioni nei campi d’indagine, dove ogni volta il chimico e biologo fa tesoro delle acquisizioni precedenti. I suoi primi studi sono stati dedicati alla cristallografia: esaminando il sale dell’acido tartarico, scopre che esso forma due tipologie di cristallo in cui la luce polarizzata ruota in modo specularmente differente. Le strutture cristalline sono enantiomorfe, e tale scoperta della chiralità della materia lo conduce a riconoscere quella asimmetria della vita che tanto doveva attrarre Primo Levi. Pasteur compie in seguito un passo laterale verso problemi di maggior impatto economico-sociale, come la produzione industriale della birra, dell’aceto e del vino. Nel 1854 si occupa dei metodi per l’annientamento dei batteri responsabili delle alterazioni delle bevande alcoliche durante la fermentazione; scopre che le loro malattie sono correlate alla presenza di vegetazioni microscopiche, trasportate dalla polvere nell’aria, che contaminano le materie prime. Per impedire lo sviluppo dei parassiti, Pasteur utilizza il calore come mezzo di preservazione; portando la birra a una temperatura tra 50 e 60 gradi, non si preserva solo la bevanda, si dà anche un contributo fondamentale al conflitto che opponeva la produzione francese a quella tedesca, nei decenni che preparano l’altra guerra, quella cruenta, che scoppierà nel 1870. Così fin dall’inizio degli anni Sessanta, Pasteur assurge al ruolo di gloria nazionale, è ammesso all’Accademia delle Scienze, viene presentato all’Imperatore Napoleone III.

Nel dicembre del 1858 Félix Pouchet, direttore del Museo di Storia naturale di Rouen, presenta ai membri dell’Accademia delle Scienze di Parigi un esperimento che gli appare decisivo. In una provetta ermeticamente sigillata, capovolta in una scodella di mercurio, vengono introdotti ossigeno puro e una piccola quantità di fieno, tenuto per mezz’ora in forno a temperatura elevata. Nella provetta, aperta dopo alcuni giorni, appare un piccolo fungo: escluso che possa essere cresciuto a partire da germi atmosferici, Pouchet giunge alla conclusione che i microorganismi siano comparsi per generazione spontanea da altre specie. Si apre un caso esemplare di controversia scientifica, su cui Latour si è soffermato in “Pasteur e Pouchet: eterogenesi della storia delle scienze” (in Élements d’Histoire des sciences, a cura di Michel Serres, Bordas, 1989). Alla Sorbona, nell’aprile del 1864, Pasteur mostra, nel corso di una affollata conferenza, l’agitarsi di polveri in un fascio luminoso, germi di esseri microscopici; Pouchet, dice, ha cercato di eliminarli nei suoi esperimenti, ma ha tolto solo quelli presenti nell’acqua e nell’aria, non quelli sulla superficie del mercurio. Se in un vaso attraverso un alambicco pongo un’infusione di materia organica, nel giro di un giorno conterrà degli animaletti, non per generazione spontanea, ma perché vi si depositano i germi in sospensione nell’aria. Basta che l’alambicco venga ritorto, che il suo collo di cigno si faccia sinuoso, per impedire ai microbi dell’aria di depositarsi: e il liquido del vaso rimane limpido. La controversia si chiude, Pasteur conserverà stima per il suo avversario, sperimentatore meticoloso; lo ha sconfitto perché ha saputo padroneggiare gli spostamenti degli animaletti, ma anche perché ha tessuto reti in cui i fenomeni della natura si sono sempre più intrecciati alle questioni sociali.

La via regia per penetrare nelle scienze, suggerisce Latour, è costituita proprio dalle controversie, di cui è possibile costruire una “storia naturale” tanto più interessante quanto più deborda dai forum ufficiali – stampa specializzata e gruppi di esperti – fino a coinvolgere parlamenti, tribunali, e l’opinione pubblica percorsa da contrasti ideologici e politici. È la storia di oggi, in forme più tragiche e conflittuali rispetto a quanto già era accaduto al tempo dei dibattiti sui modi di trasmissione dell’Aids, sulla mucca pazza o il dissesto ambientale.


È in questi casi che possiamo vedere “la scienza in azione”, come recita il titolo del libro di Latour (sottotitolo: Introduzione alla sociologia della scienza, 1987, edizione di Comunità, 1998): le polemiche non si sono ancora chiuse, le ipotesi in conflitto non hanno trovato soluzione, gli “esperti” non ci consegnano verità accreditate, al più congetture, talora azzardate, che attendono ancora controlli sperimentali. E spesso si fatica a distinguere la voce dello scienziato, a cui sarebbe richiesto un doveroso controllo delle proprie affermazioni (in direzione opposta alle esigenze dello spettacolo mediatico), dalle voci di amministratori e funzionari pubblici, o dagli sproloqui di politici rissosi.

Molte domande restano sospese: qual è l’origine del virus, naturale o umana? C’è stato un salto di specie (spillover)? Come si diffonde e quali precauzioni per ridurne la propagazione? Gli asintomatici diffondono il virus? Stiamo assistendo a una riduzione della virulenza del covid 19? In attesa che sperimentazioni ritenute determinanti riescano almeno a confutare alcune delle ipotesi sul terreno, che sentenze giuridiche o decisioni politiche (ma sono sempre possibili procedure d’appello) tronchino i contrasti, le controversie restano aperte e spesso a chiudere la diatriba non bastano storici indipendenti dalle parti in conflitto.

Le versioni ufficiali dello sviluppo scientifico affermano che la verità sia emersa dall’errore, sia una “storia-scoperta”, segnata da un evento decisivo che ha posto fine per sempre alla partita. Ma invece di ammettere una coupure radicale fra chi era nella ragione e chi nel torto, Latour suggerisce di accogliere un principio di simmetria che protegga gli sconfitti davanti al tribunale della storia e non riconduca i loro errori a pregiudizi ideologici o a condizionamenti di varia natura. Nella disputa fra Pasteur e Pouchet, come sempre nelle problematiche scientifiche (pur con gradi diversi d’intensità), entrano in gioco componenti estranee alle pratiche di laboratorio. Da poco si era aperta un’altra controversia, quella sul trasformismo; il traduttore francese di L’origine delle specie di Charles Darwin, Clémence Royer, vi aveva aggiunto una prefazione a favore del materialismo e dei valori repubblicani. Nel riconoscere alla materia un’attitudine a generare organismi differenti, il sessantenne Pouchet è convinto di aver trovato l’alternativa all’ateismo latente nelle dottrine evoluzionistiche. Il trentottenne Pasteur, all’inizio della sua conferenza alla Sorbona, scarica abilmente sull’avversario le accuse di ateismo: la generazione spontanea attribuisce alla materia una capacità creativa che non richiede più il ricorso a Dio. Ci piacerebbe pensare che la soluzione della disputa dipenda esclusivamente dalle sentenze pronunciate dalle pratiche sperimentali (criterio su cui i contendenti concordano), vorremmo relegare le scelte ideali o la ricerca di alleati (la fede, il potere politico, ecc.) all’ambito extra-scientifico.

Ci sembra ininfluente che Pasteur scriva all’aiutante di campo dell’Imperatore per segnalare la rilevanza dei misteriosi fenomeni della batteriologia in merito alle malattie contagiose che colpivano i cittadini e i soldati francesi. Prestiamo scarso ascolto alle lettere indirizzate ai suoi collaboratori in cui Pouchet non fa che parlare dei complotti della scienza “ufficiale” contro di lui, provinciale di Rouen, escluso dagli intrighi della capitale; ed infatti finirà per rifiutare i pareri delle commissioni nominate dall’Accademia, dove siedono amici di Pasteur, per risolvere la controversia. Certo, le ricerche hanno bisogno di sovvenzioni, servono laboratori, ma siamo proprio sicuri che a decidere la vittoria siano solo i risultati sperimentali? Dal tempo di Pierre Duhèm sappiamo che le teorie sono sotto-determinate, cioè che l’evidenza disponibile è insufficiente per validare le nostre ipotesi; l’esperienza deve essere accompagnata da qualcosa d’altro per ottenere consenso, da convinzioni teoriche, da paradigmi fecondi, avrebbe detto Thomas Kuhn, se non da pre-giudizi, nel senso di Feyerabend. All’inizio della disputa Pouchet ha accumulato una serie di “fatti” empirici stringenti in suo favore, eppure Pasteur resta convinto, a priori, che nelle ricerche dell’avversario entrino sempre in gioco contaminazioni delle colture. Ma oltre a una teoria inventiva in grado di “forzare” i fatti, esistono anche condizionamenti esterni, influenze che si esercitano sul laboratorio e tutto quest’ambito che vorremmo extra-scientifico, suggerisce Latour, non si limita a definire l’accettazione di un argomento, interviene nella sua stessa origine, dà forma al terreno su cui avverrà la battaglia.

Tendiamo a una ricostruzione retrospettiva del passato a partire dalla fine, quando la disputa si è chiusa, ma l’analisi delle controversie ci mostra che non c’è, da un lato, una storia di uomini, culture, idee, e dall’altro oggetti astorici. Anche la storia della scienza deve costruire i suoi oggetti, anch’essi vengono formati nel corso della controversia, attraverso le reti eterogenee che li costituiscono, laboratori, gruppi di ricerca, relazioni con forze politico-economiche, interessi nazionali, ecc. La storia-costruzione proposta da Latour è la storia tout court, ma non riservata in esclusiva agli uomini; bisogna restituire l’agitazione, l’incertezza e la passione, cioè la storicità, alle cose stesse. Pasteur veniva da un dibattito con il più grande chimico dell’epoca, Justus Liebig, il quale, ritenendo che le trasformazioni della materia, anche organica, avessero cause chimiche, accusava Pasteur di essere un vitalista; gli animaletti che proliferavano nel vino o nella birra, non erano la causa delle fermentazioni, ma al più le conseguenze, gli inneschi o i catalizzatori. Pasteur nel fuoco della ricerca è nell’incertezza; il micro-organismo è un attore in via di definizione, come l’Impero, il laboratorio, la carriera dello scienziato che si forma mentre si costruisce il microbo: una “cosa” che deve essere capace di produrre le fermentazioni, contro Liebig, e di non apparire nelle colture ben ripulite, contro Pouchet. Il microbo si definisce come ogni altro attore, per quello che fa, per quello che fa fare; è la forma provvisoria di reti in cui sono in gioco altri attanti, umani e non-umani.

Quando nel 1979 Bruno Latour diede avvio alla sua antropologia simmetrica, rivolta ai saperi che diciamo efficaci quanto alle credenze che pretendiamo infondate, si recò con Steve Woolgar presso una particolare tribù del mondo occidentale: i neuroendocrinologi del Salk Laboratory di La Jolla, in California (Laboratory Life. The Construction of Scientific Facts, Sage Publications). La ricerca si rivolgeva alle pratiche quotidiane del laboratorio, secondo modalità analoghe a quelle utilizzate dagli etnografi sul campo, presso popolazioni lontane, con l’obiettivo di ricostruire protocolli e tecniche di misura, strumenti e miti, elementi che si mescolano agli oggetti studiati. Venivano così poste le basi della Actor-network theory, secondo cui ogni fatto sociale e ogni oggetto scientifico è il prodotto di un’intricata rete di relazioni e alleanze tra umani e non-umani. Gli scienziati tendono a presentare ex post il proprio lavoro come un percorso lineare di scoperta della natura, secondo l’immagine convenzionale trasmessa dai manuali, dove i saperi si presentano “pronti per l’uso”, “scatole nere” che possono venire utilizzate senza che se ne conoscano storia o contenuto. La tradizione classica dell’epistemologia assegna allo scienziato il ruolo ideale dell’osservatore puro e distaccato, del razionale costruttore di teorie rispondenti solo a criteri di coerenza logica e di validazione empirica. Continuiamo a credere che le verità della scienza si impongano da sé, in base all’autorità del metodo, in virtù delle “sensate esperienze” e delle “matematiche dimostrazioni” della diade galileiana, proprio perché purificate dalle indebite intrusioni del vissuto soggettivo, dall’invadenza dell’ideologia e del sociale.

E questo ci induce a credere che “i fatti parlino da soli”. Ma se prestiamo attenzione alla “scienza in azione”, al momento del suo farsi, nei laboratori ma anche nei numerosissimi passaggi di traduzione necessari per trasformare un evento sperimentale nel tassello di una conoscenza acquisita (risorse strumentali e finanziarie, credenze e reti di influenze, etc.), essa non appare più isolata dalle relazioni sociali, mostra al contrario una sapiente capacità di abitarle, trasformarle, percorrerle. Il fatto scientifico non è, nell’antropologia di Latour, un punto di partenza a cui appiccicare fattori ritenuti estranei, lo sfondo culturale o il contesto storico-sociale, ma è il risultato di una storia in cui si sono intrecciate senza distinzioni componenti umane e non umane.

È nel laboratorio, luogo sociale di elaborazione e costruzione del sapere, spazio di formazione in cui si aderisce a una tradizione che fornisce l’interpretazione dei ‘dati’, che si svela il segreto della scienza: la capacità di sfruttare sistemi che “rappresentano” gli elementi del mondo, così da poterli conservare e manipolare, per agire a distanza su di essi. L’odierna tecnoscienza non ha fatto che accrescere la capacità degli scienziati di lavorare con immagini e riproduzioni; le teorie sono mappe, rappresentazioni che rendono conto in via provvisoria dei fenomeni. E per proseguire le ricerche occorre elaborare strategie per mobilitare risorse, trovare aziende disposte a investire, escogitare tecniche retoriche di persuasione per pubblicizzare scoperte e invenzioni o per rendere credibili ricerche dagli esiti ancora incerti. Senza questo lavoro “impuro”, che si muove nell’incertezza, un fatto non viene accolto dalla comunità: ma un fatto non è all’inizio qualitativamente diverso da una finzione, solo nel corso del processo collettivo di discussione si sedimenta ed assume forza venendo incorporato nel patrimonio scientifico. Che una teoria corrisponda alla realtà non è questione che un metodo possa risolvere, sostiene Latour: se uno scettico volesse aprire la scatola nera delle scienze sarebbe rimandato a una catena che non ha al suo termine la natura, semmai il laboratorio, cioè iscrizioni, rappresentazioni visive, dispositivi di registrazione. Ed è lo scienziato a porsi come portavoce, interprete ufficiale di quanto è leggibile nei grafici e nelle tracce lasciate dall’esperimento.

I microbi si apre con la dedica “A chi ha attraversato il Passaggio a Nord-Ovest”, esplicito riferimento al quinto e ultimo volume della serie che Michel Serres dedicò ad Ermes, il dio degli incroci (1980, Pratiche, 1984). La metafora marinara che rievoca la ricerca del varco nel Nord del Canada fra l’Atlantico e il Pacifico stava a indicare l’esigenza di varcare il fossato fra natura e cultura, fra cultura scientifica e umanistica, fra noi e il mondo. Non ci sono da un lato la scienza e dall’altro la società: la scienza, sostiene Latour, persegue i suoi fini scientifici socialmente, le sue pratiche non sono che forme particolari di socialità, costruzioni di reti e di operazioni istituzionali. La scienza non scopre il mondo, lo costruisce: i suoi oggetti non sono dei “fatti” (“fatto” è pur sempre il participio passato del verbo “fare”), quanto dei “fattizi”, a ricordarci quanto di costruito, di artefatto si conserva in quel che lo scienziato produce. Questo non significa mettere scetticamente in discussione la validità della scienza, quanto invece accettare la sfida di provare a renderne conto in termini non garantiti preventivamente da “rotture epistemologiche” che la separerebbero, in forza di discutibili criteri di demarcazione, da altre forme di sapere.

Per gli oggetti naturali “lavorati” in laboratorio vale quel che emerge dalle analisi che Didi-Huberman ha condotto sulle fotografie a cui Jean-Martin Charcot faceva ricorso nella sua clinica alla Salpetrière: esse non ci mostrano la realtà del corpo isterico, quest’ultimo è stato messo in posa, è stato reso manipolabile grazie all’ipnosi, sottomesso alla volontà del medico/artista che ne controlla sintomi, dolori e guarigioni. Si comprende allora perché il filosofo francese dell’universo delle immagini abbia intitolato il suo libro L’invenzione dell’isteria (1982, Marietti, 2008): più che la rivelazione di una patologia, la cui stessa essenza è mascherarsi, le fotografie ci pongono di fronte a fattizi, costruzioni ibride, naturali e culturali a un tempo, come i microbi che Pasteur “fa essere”. Nella scienza anche le cose, i virus come le onde di gravità, sono degli attori; solo superando l’antica barriera fra umani, dotati di coscienza e intenzioni, e cose, obbedienti soltanto a determinazioni causali, possiamo cominciare a comprendere quanto insegnano le crisi ecologiche e sanitarie del nostro tempo, dall’effetto serra alla recente pandemia.

Da "https://www.doppiozero.com/" La guerra dei microbi di Mario Porro

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Non c’è dubbio che la pandemia da COVID-19 costituisca uno choc epocale, di quelli che accadono una volta ogni generazione. Sono passaggi della storia, personale e collettiva, in cui la normalità quotidiana – del pensiero come dell’azione – entra in una sorta di sospensione, mentre l’orizzonte si stringe fino a farci dubitare che non ci sia più un futuro. Pian piano poi si comincia a intravedere un insospettato passaggio, magari angusto e tortuoso. Quando l’orizzonte si riapre, l’impressione è di trovarsi in un mondo nuovo, in cui è possibile quello che prima non si riusciva neanche a concepire come tale, ma in cui è sempre in agguato la tentazione della nostalgia e la spinta a provare a tornare indietro senza cambiare niente.

Per cogliere le opportunità inattese e non soccombere al rimpianto serve quindi capacità di visione e di immaginazione, serve uno sforzo personale e collettivo per riconfigurare il modo in cui si pensa e si agisce. E servono il coraggio e la volontà di farlo. Solo in questo modo si riesce ad attraversare gli choc. È così che la Grande depressione del 1929 aprì le porte a una politica economica radicalmente diversa, che siamo abituati a chiamare keynesiana, mentre, pochi anni dopo, il secondo conflitto mondiale diede alla luce il welfare State (il Rapporto Beveridge è del 1942) e il sogno di una casa comune europea libera dalla guerra. Sono queste le basi per lo straordinario periodo di prosperità e progresso (almeno in Occidente) degli anni del boom economico nel secondo dopoguerra.

Intrecci di prospettive
La novità, tanto più se è radicale, la si mette meglio a fuoco insieme, specie in un mondo che durante il lockdown non è certo diventato meno complesso. Del resto, credo che sia esperienza comune di questo tempo quanto incontri e confronti autentici possano aiutare a fare chiarezza o perlomeno a non rimanere chiusi nelle proprie idee. È ciò che è avvenuto anche all’interno della nostra Redazione e soprattutto negli scambi con tante persone che anni di lavoro ci hanno portato a incrociare e con cui si è sviluppata una sintonia.

Questo mi ha suggerito di provare a “rompere gli schemi” abituali della Rivista e trasformare quello che da anni è il posto in cui prende la parola il Direttore in uno spazio che accoglie e intreccia più voci. Nasce così l’idea di questo editoriale “condiviso”, che prova a riprodurre su carta l’incrocio di prospettive diverse sull’unico interrogativo che oggi sta a cuore a tutti, quello che riguarda il nostro futuro. Questa varietà è però tenuta insieme da una opzione di fondo, la stessa che muove la nostra Rivista fin dalla sua origine: uno sguardo che parte dai poveri e dagli esclusi, non per retorica ma per impegno quotidiano e per rispetto della dignità di ogni essere umano, e che mette al centro dell’attenzione le dinamiche che generano inequità e disuguaglianza. Nelle pagine che seguono troveranno spazio le voci di alcuni amici che hanno risposto al nostro invito, ritagliando un po’ di tempo per riflettere e scrivere in una fase che per molti è parecchio concitata. Ringrazio ciascuno di loro per la disponibilità e lo sforzo. Appariranno in ordine alfabetico, perché è necessario disporli in una qualche successione, ma senza alcun disegno strategico. Immaginare la novità richiede di essere liberi da format. Le loro prospettive non esauriscono tutte quelle rilevanti – non basterebbero le pagine –, ma stiamo già lavorando per dare spazio ad altre nei prossimi numeri, riguardanti ad esempio il mondo della scuola, quello dell’accoglienza e del volontariato, le questioni di genere o le prospettive internazionali.

Connessioni trasversali
Ciascuno dei contributi che compongono questo editoriale reca con forza il marchio di chi lo ha steso, della sua competenza e delle specificità del settore in cui opera, ma soprattutto della sua passione e dedizione. Leggendoli insieme emergono pian piano anche consonanze e rimandi reciproci: al di là delle peculiarità di ogni ambito, le domande di fondo che la pandemia suscita sono trasversali. O meglio, ci rendiamo conto di come le questioni settoriali siano tutte incardinate nella logica di funzionamento della società e della cultura, che è la stessa. “Tutto è collegato” – lo ripetiamo spesso – non è una frase a effetto, ma un dato di fatto che un evento inatteso come la pandemia fa balzare agli occhi con evidenza ancora maggiore.

Invito ciascun lettore a scoprire queste consonanze e poi a farle risuonare all’interno degli ambiti che pratica con il suo lavoro, il suo studio o il suo impegno civile o di volontariato, alla ricerca di ulteriori connessioni, coinvolgendo in questo lavoro le reti comunitarie di cui fa parte, in ambito sociale, professionale, ecclesiale, ecc. Qui mi limito a indicarne alcune che mi hanno particolarmente colpito.

La prima è la sensazione di una forte accelerazione di processi che erano già in atto. In altre parole la pandemia sembra comportarsi come un catalizzatore delle dinamiche economiche, sociali e culturali e delle loro contraddizioni: non introduce elementi di novità radicale, ma porta i nodi al pettine con maggiore velocità e svela quanto prima rimaneva più facilmente nascosto o implicito, anche se gli osservatori più attenti lo avevano già evidenziato. Che lavoro, casa, ambiente o salute fossero nodi cruciali lo sapevamo anche prima, così come sapevamo quanto contraddittorie, problematiche e persino potenzialmente catastrofiche fossero alcune scelte e comportamenti. In altre parole, quello che ci sta accadendo è che non possiamo più far finta di non vedere quanto fosse insostenibile il futuro che con le nostre azioni e le nostre scelte ci stavamo costruendo in quello che oggi ci appare come il nostro passato. È evidente che dobbiamo cambiare, ma è ancora più chiaro che la vera domanda è se vogliamo farlo.

Una seconda risonanza trasversale è quella legata alla ricorrente emersione di un rinnovato bisogno di governo, cioè di una istanza capace di fare scelte, dare indirizzi e assicurarne attuazione, soprattutto attraverso un efficace coordinamento dei molti attori e dei molti livelli che sono chiamati a partecipare ai processi. Non bastano i meccanismi di autoregolazione, le mani invisibili e probabilmente nemmeno gli algoritmi. Scopriamo di avere ancora bisogno di politica, nel senso pieno di esercizio responsabile dell’autorità e non solo di apparato di gestione del consenso. Di per sé neanche questa è una grossa novità, ma lo sguardo sistemico che la gestione di una crisi complessa come l’emergenza pandemia ci ha obbligato ad assumere ci può aiutare a rimettere le cose in prospettiva: la questione della politica, nel senso di un esercizio dell’autorità che abbia di mira il bene comune e non gli interessi di parte, non si esaurisce con l’identificazione del leader, dell’uomo solo al comando. Una politica sana resta un’azione corale, che nella diversità dei ruoli e delle funzioni ci chiama in causa tutti, i singoli cittadini così come gli attori sociali collettivi (le diverse forme di realtà istituzionali, le associazioni, le imprese, tutti quelli che si usavano chiamare corpi intermedi, le banche, i media, il mondo della scuola e della ricerca, ecc.). Il modo in cui gestiremo la ripartenza e il rilancio del Paese sarà una cartina al tornasole non solo per il mondo politico, ma per l’intera classe dirigente del Paese e in fin dei conti per ogni cittadino. E quindi anche per la comunità ecclesiale italiana, che è chiamata a fare la propria parte.

Rinverdire la cultura della partecipazione
La sfida resta quella della partecipazione, ma questo richiede innanzi tutto un cambio di passo in termini di cultura e di atteggiamenti. Si apre in questo modo una opportunità di rinnovamento per la democrazia, che è stata messa in questione dalle modalità emergenziali in cui ha dovuto funzionare, rinunciando anche ad alcune delle sue procedure ordinarie. Queste modalità non possono che essere transitorie, ma ci sfidano a chiederci quali valori vogliamo che le nostre norme tutelino, al di là delle forme e delle procedure con cui questo avviene. Cambiamento ed evoluzione sono necessari, ma non possono mettere in discussione i diritti fondamentali della persona.

A questo lavoro collettivo mi auguro che le pagine che seguono possano dare un contributo, sperando in particolare che questo incrocio di prospettive possa innescare dinamiche di confronto e di scambio anche tra i nostri lettori e le persone con cui lavorano, riflettono, sognano. L’ambizione di una Rivista come Aggiornamenti Sociali è proprio di partecipare all’animazione del tessuto sociale, perché possa trovare nuova vitalità il senso di appartenenza a quella che con il lessico dei social media potremmo essere tentati di chiamare community, ma che resta meglio indicare con il più tradizionale, ma per le nostre orecchie ben più ricco, “comunità”.


Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" La “porta stretta” verso il futuro. Pensare insieme dopo il lockdown di Giacomo Costa

Pubblicato in Passaggi del presente

La comparsa di un nuovo virus è un fatto naturale, la pandemia no: la crisi sanitaria e i suoi effetti economici, sociali e politici “sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita”; un modello “nocivo e dannoso per noi individui, per le comunità, per la natura”. Esordisce così il documento intitolato “Per un manifesto di ecologia popolare”, elaborato da un gruppo di attivisti e ricercatori che durante i mesi di sospensione delle attività e degli spostamenti in Italia si sono interrogati sulle origini della crisi che stiamo attraversando, convinti che le premesse del disastro fossero tutte visibili ancora prima che arrivasse il nuovo coronavirus.

“Gli ingredienti di una pandemia sono gli stessi che muovono la crescita illimitata”, scrivono: lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra e degli allevamenti animali; la densità abitativa delle grandi città; la crescente interconnessione di un mondo globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta, gli standard sanitari e alimentari inadeguati. Insomma: la crisi del covid-19 deve spingerci a ripensare “un modello di crescita autodistruttivo improntato solo al benessere economico”.

Gli autori del manifesto vivono e lavorano per lo più a Napoli, anche se hanno orizzonti più ampi. Il gruppo è eterogeneo: ricercatori universitari, artisti, educatori, giornalisti. Hanno creato la rete Terre in movimento e si presentano con un’identità collettiva. Il nome che ciascuno usa è Ecopop, seguito da un numero per gli uomini e una lettera per le donne: questo perché, spiegano, “vogliamo dare voce a tutti i gruppi che si battono per la giustizia ambientale”. Aggiungono che l’anonimato è anche una sorta di tutela, “perché in molti conflitti ambientali i cittadini non hanno di fronte solo le istituzioni ma anche altre forze, inclusa la criminalità organizzata”.

La crisi dei rifiuti
Per spiegare cosa intendano con “ecologia popolare”, gli autori del manifesto citano la crisi dei rifiuti vissuta dalla Campania per circa un decennio a partire del 2001. “Era un conflitto ambientale tipicamente moderno”, osserva Ecopop 1, “chiamava in causa il ciclo dei rifiuti, la speculazione, i meccanismi illegali che trasferivano gli sversamenti industriali delle regioni più ricche alle zone più povere nel sud dell’Italia, un po’ come si mandavano le navi di rifiuti tossici in Africa. Eppure sui mezzi di informazione non è stato descritto come un conflitto ambientale, soprattutto all’inizio: si parlava di cattiva gestione, di traffici illegali, di camorra, ma la salute di quelle persone e l’ambiente entravano di rado nel discorso”.

Le proteste degli abitanti erano descritte più che altro come “egoismi localisti”. È nato allora il nomeTerra dei fuochi. “Si discuteva di inceneritori e di dove collocare le discariche dando per scontato che chi viveva in quei luoghi non avesse una coscienza ambientale”, continua Ecopop 1. “Ma era vero il contrario. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano proprio loro. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente. Ci sono voluti anni di battaglie perché questo fosse riconosciuto”.

“Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali perché nel nostro paese manca una cultura politica ecologica”, si legge nel manifesto. Si parla di “analfabetismo ecologico”. La sinistra italiana ha una “tradizione industrialista” che l’ha portata anche in tempi recenti a difendere scelte come la Tav, affermano gli autori. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, “per darsi un volto presentabile”. “Vogliamo che la questione ambientale sia la chiave di lettura per tutti i temi della politica e della società”, dice Ecopop B.

La grande cecità
“Bisogna mettere l’accento sul legame tra il contagio e la cecità del modello di sviluppo”, si legge ancora nel manifesto. La pandemia, il degrado ambientale, le mutazioni del clima “sono tutti prodotti di un modello di crescita improntato al solo benessere economico che nasconde una sistematica volontà autodistruttiva”. Riecheggia quella che lo scrittore Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità” di fronte al cambiamento climatico, e in effetti gli autori dichiarano di aver tratto ispirazione da quel saggio: “La grande cecità è quella degli esseri umani che non riconoscono alla natura un ruolo protagonista”, riassume Ecopop 1.

Gli autori del manifesto criticano in particolare l’idea di “sviluppo sostenibile”, che considerano una contraddizione in termini: “Si basa sull’idea di un buon uso delle risorse per una crescita economica compatibile con la natura. È il tentativo delle élites ‘avvedute’ di mediare tra l’ambiente e il capitalismo”, dice Ecopop 1: “Ma è una mediazione impossibile. La logica del capitalismo è la ricerca continua di profitto, non la tutela dell’ambiente o della salute della collettività. Al dunque, profitto e natura sono in conflitto”. E poi, “che mediazione può fare una cultura autodistruttiva?”. Al contrario, per “ribaltare il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi attuale” serve un’ecologia “partecipata e dal basso proprio come era successo nella Terra dei fuochi”. Citano i comitati che si battono per la bonifica nei numerosi siti industriali inquinati in Italia, i movimenti No Tav e quelli No Tap (che si oppongono al gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe approdare in Puglia).

La giustizia ambientale “è il nuovo spartiacque del conflitto sociale”, dicono in definitiva gli autori del manifesto di ecologia popolare. Il documento evoca “pratiche di mutualismo” nelle comunità fondate sul “diritto collettivo al cibo, alla salute, la terra, l’acqua come capisaldi del diritto alla vita”. Vedono un esempio positivo nelle esperienze di mutuo soccorso nate nelle settimane del confinamento, da Scampia a Rosarno. Guardano anche più lontano, alle reti di comunità indigene dell’Amazzonia in difesa della foresta o gli ecovillaggi del Rojava.

Il collettivo Terre in movimento si è dato degli obiettivi pratici. Mapperà i conflitti ambientali a cominciare dalle esperienze locali di difesa del territorio e della salute “e qui nel sud ne abbiamo molti casi, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di Taranto”. Avvierà un’inchiesta sul bacino del fiume Sarno, caso esemplare di dissesto e inquinamento: durante il confinamento il fiume si era ripulito e gli abitanti rivendicano una bonifica duratura. Poi un’indagine sul parco dei Camaldoli, 135 ettari di area protetta con un castagneto secolare, vero polmone verde alle porte di Napoli che però resta inspiegabilmente chiuso. L’obiettivo, dicono, è mettere in collegamento esperienze popolari, locali e globali. E diffondere una “vera cultura politica ecologica”.

Da "https://www.internazionale.it/" In Italia c’è bisogno di una nuova ecologia popolare di Marina Forti

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L’ultimo report della Commissione disegna una futuro inevitabile: calo delle nascite, età media sempre più alta: 49 anni. Nei paesi dell’Est il crollo è preoccupante, Gli Stati occidentali si salvano per ora solo grazie agli immigrati. Nel 1960 gli abitanti europei erano il 12% della popolazione mondiale, nel 2070 saranno solo il 4%.


«I cambiamenti demografici in Europa saranno tali da modificare profondamente la società e l’economia del Continente». Secondo l’ultimo report della Commissione europea sulla demografia l’Unione ha davanti a sé un futuro già scritto, con un’età media dei suoi abitanti sempre più alta e un crollo delle nascite. Se nel 1960 gli abitanti erano il 12% della popolazione mondiale, ora sono il 6% e nel 2070 saranno solo il 4%. Uno scenario legato alle scelte fatte a livello politico, economico e culturale dai singoli Stati e destinate a manifestarsi tanto nel presente quanto nel futuro. Per questo «non va sprecata l’occasione per costruire una società europea più giusta e resiliente».

Dal 1960 il numero di abitanti europei è cresciuto del 25%, toccando quota 447 milioni nel 2019. Un dato che però nasconde molte disparità al suo interno, visto che Paesi come Belgio, Cipro e Irlanda hanno mantenuto nel corso del tempo tassi relativamente consolidati di crescita mentre altri, come Bulgaria, Croazia, Lettonia e Romania, hanno cominciato a spopolarsi a partire dal 1990. Un anno non casuale per i paesi dell’Europa dell’Est che negli anni Novanta si sono resi indipendenti dal blocco di Varsavia e dall’Unione Sovietica, crollata nel 1991.

Le politiche a favore della natalità attuate finora dai governi della regione non hanno frenato l’emorragia di giovani, che spesso decidono di emigrare insieme alle famiglie perché non trovano le giuste condizioni di vita nei loro Paesi. Un calo raccontato dai numeri: Un calo raccontato dai numeri: nei prossimi decenni la Bulgaria perderà il 39 per cento della sua popolazione, seguita da Romania (30 per cento) e Polonia (15 per cento)

Se in Europa occidentale non accade lo stesso, il merito è dell’immigrazione. Infatti, la popolazione europea è destinata a crescere ancora per qualche anno, raggiungendo i 449 milioni di abitanti nel 2025 per poi scendere a 424 nel 2070. Un dato probabilmente inconciliabile con il basso tasso di natalità, sceso in maniera costante dagli anni ’60 agli anni ’90 in tutto il Continente.

Nel 2018 la Commissione ha registrato un tasso di 1,55 figli per donna, un valore ben distante dal quel 2,1 che manterrebbe stabile una popolazione in assenza di migrazioni. In alcune aree europee il dato arriva a scendere addirittura sotto quota 1,25, come in Sardegna e in alcune parti del Mezzogiorno italiano, in Grecia e nel nord ovest della Spagna.

Un dato certamente legato alla condizione economica di queste aree, tra le più povere del Continente, dove la donna risente maggiormente delle condizioni di incertezza e precarietà a livello soprattutto occupazionale. Si spiega anche così la crescita dell’età media in cui una donna europea decide di partorire, arrivata nel 2018 a 30,8 anni.

Nel Continente cresce però anche l’aspettativa di vita. Come sottolinea il report, «gli europei vivono generalmente più a lungo, più in salute e più sicuri rispetto al passato, grazie anche a un sistema sanitario e di welfare tra i più avanzati a livello mondiale».

Lo dimostrano le statistiche: nel 2070 l’aspettativa di vita di uomini e donne conterà quasi 10 anni in più rispetto a oggi e sarà di 86 anni per gli uomini e di oltre 90 per le donne. Le condizioni di vita però sono notevolmente diverse nell’Unione.

Se gli abitanti di alcuni Paesi dell’Europa occidentale, come Italia, Spagna e Francia, hanno un’aspettativa media di vita superiore agli 80 anni, quella nei Paesi dell’Europa orientale, come Estonia, Lettonia o Romania, è addirittura inferiore ai 76. Un dato spiegabile soprattutto con le migliori opportunità di vivere più a lungo in salute presenti ad Ovest e non ad Est.

Insieme alla crescita dell’aspettativa di vita sale anche l’età media della popolazione europea più alta. Una questione molto importante, soprattutto a livello economico e occupazionale. Secondo le statistiche, nel 2070 l’età media della popolazione sarà di 49 anni e a incidere maggiormente sarà la fascia anziana, in particolare gli over 65, che arriverà a essere più di un quarto della popolazione totale.

Una crescita che sarà a fatica supportata dalla popolazione in età da lavoro (20-64 anni), che scenderà al 51% della popolazione, e dai bambini e ragazzi, che tra 50 anni saranno solo 12,6 milioni in tutto il Continente. Nell’agenda europea degli anni a venire sarà così centrale la “silver economy”, visto che un’Europa sempre più anziana avrà necessariamente bisogno di attività e servizi diversi da quelli odierni. Prenderne atto sarà la prima attività che l’Unione dovrà svolgere, per non farsi trovare impreparata alla prova dei fatti.

Da "https://www.linkiesta.it/" In Europa sta per scoppiarci in mano una bomba demografica di Lucio Palmisano

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Cioè che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c'è un motivo.

La pandemia di COVID-19 ha confermato fin qui due cose che gli attivisti ambientalisti dicono da molto tempo. La prima è che per diminuire significativamente la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, come richiederebbero gli obiettivi internazionali fissati per contrastare il riscaldamento globale, servono interventi molto più radicali di quelli portati avanti finora sulla spinta delle conferenze come la Cop21 di Parigi. La seconda è che gli sforzi individuali per ridurre l’impatto delle attività umane sull’atmosfera, per quanto lodevoli, servono a poco.

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L’effetto della pandemia sulle emissioni di CO2
Già a febbraio si era cominciato a parlare dell’effetto delle restrizioni agli spostamenti e alle attività produttive per contenere i contagi da coronavirus (SARS-CoV-2) sull’inquinamento atmosferico. Si è visto prima con le fabbriche cinesi, che hanno interrotto o rallentato la produzione, poi con le automobili private in Europa e negli Stati Uniti, che sono rimaste parcheggiate per settimane, e con i voli cancellati in tutto il mondo.


Il 19 maggio sulla rivista scientifica Nature Climate Change è stato pubblicato il primo studio sugli effetti della pandemia sulle emissioni di anidride carbonica (CO2), il principale gas responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento climatico. Lo studio, realizzato da 13 noti esperti di scienza ambientale di diverse parti del mondo, stima quanto si sia effettivamente ridotta la quantità di emissioni di CO2 dall’inizio dell’anno alla fine di aprile: di più di un miliardo di tonnellate rispetto all’anno scorso. Nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 aprile, il 7 aprile è stato il giorno in cui si è emessa meno anidride carbonica rispetto allo stesso giorno del 2019: il calo giornaliero mondiale è arrivato al 17 per cento. Da fine marzo a fine aprile il calo è sempre stato superiore al 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Le riduzioni ovviamente sono diverse da paese a paese e da settore a settore. Al suo picco massimo, per esempio, la riduzione di emissioni dovuta alle chiusure in Cina è stata maggiore rispetto al picco massimo di quella dovuta alle chiusure negli Stati Uniti. In media nei momenti di maggiore chiusura i singoli paesi hanno ottenuto una riduzione delle proprie emissioni del 26 per cento.


Per quanto riguarda i diversi settori che producono emissioni di anidride carbonica, un calo percentuale molto alto (meno 36 per cento rispetto al 2019) c’è stato nel settore dei trasporti di superficie: relativo soprattutto nell’uso delle automobili, dato che il trasporto di merci su gomma è continuato. L’aviazione civile ha prodotto invece il 60 per cento di emissioni in meno, essendosi fermata in gran parte: i voli aerei però contribuiscono solo a una piccola frazione del totale delle emissioni dovute ai trasporti – solo al 9 per cento nel caso degli Stati Uniti – dunque a questo grosso calo percentuale non corrisponde una diminuzione davvero significativa nelle emissioni totali globali.


Complessivamente la diminuzione delle emissioni ci ha fatto tornare a livelli di emissioni giornaliere globali visti l’ultima volta nel 2006: l’impatto delle restrizioni dovute alla pandemia sulla produzione di emissioni è stato quindi maggiore di quello dovuto alla crisi economica del 2008-2009.

Secondo gli esperti, però, è improbabile che questo effetto continui anche nei prossimi mesi, anzi: le iniziative dei governi per il rilancio dell’economia dovrebbero portare a una crescita molto forte nella produzione di emissioni. Lo studio pubblicato su Nature Climate Change prevede che nel 2020 le emissioni totali globali saranno solo minori del 4-7 per cento rispetto a quelle prodotte nel 2019. Considerando che negli scorsi decenni l’emissione annuale globale di anidride carbonica è quasi sempre aumentata (tra il 2008 e il 2009 diminuì dell’1,4 per cento) non è detto che questa diminuzione abbia un effetto davvero rilevante e conti qualcosa a lungo termine nel contrasto al cambiamento climatico.

Quella che conta è la concentrazione di CO2
Sebbene i grafici e i dati sul calo di emissioni negli ultimi mesi siano notevoli e impressionanti, infatti, è importante ricordare che il principale parametro da considerare quando si parla di emissioni di CO2 e cambiamento climatico è la concentrazione di questo gas serra nell’atmosfera. È dall’inizio della Rivoluzione Industriale, nel Settecento, che le attività umane causano un aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, in aggiunta a quella dovuta ai processi naturali: qualche mese senza automobili, aerei e centrali elettriche alimentate a carbone non può stravolgere quanto fatto in più di due secoli.

Si capisce bene guardando la cosiddetta “curva di Keeling”, un grafico che mostra l’andamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera dal 1958 a oggi, secondo le misurazioni dell’osservatorio meteorologico del vulcano Mauna Loa, alle Hawaii. Nel grafico si vedono due linee. Quella in rosso nell’immagine che segue mostra il livello di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera misurato all’osservatorio di Mauna Loa nel tempo. Sale e scende a seconda delle stagioni, dato che durante l’estate le piante dell’emisfero boreale assorbono più CO2 di quanta riescano ad assorbirne le piante dell’emisfero australe (che sono meno) d’inverno. La linea nera invece è l’andamento medio, che appiattisce le crescite e i cali stagionali.

Molti hanno chiesto all’osservatorio di Mauna Loa se nelle loro misurazioni si sia visto l’effetto della pandemia di COVID-19 sulle emissioni. L’osservatorio ha spiegato:

Perché il calo nelle emissioni sia visibile deve essere abbastanza pronunciato da distinguersi rispetto alla naturale variabilità della CO2 nell’atmosfera causata da come le piante e il suolo reagiscono alle annuali variazioni di temperatura, umidità, etc. Queste variazioni sono molto ampie e per ora le emissioni “mancanti” non si notano. Ecco un esempio: se le emissioni fossero minori del 25 per cento, ci aspetteremmo di vedere la media mensile di CO2 misurata a marzo a Mauna Loa minore di 0,2 parti per milione, e di nuovo lo stesso ad aprile, etc. Quindi nel confronto delle medie annuali ci aspetteremmo una differenza visibile dopo una serie di mesi, ciascuno con 0,2 parti per milione in meno.

L’Agenzia internazionale dell’energia si aspetta che quest’anno le emissioni calino dell’8 per cento. Non possiamo quindi vedere un effetto globale come questo in un periodo minore di un anno. La CO2 nell’atmosfera continuerà a crescere più o meno alla stessa velocità, cosa che dimostra che per contrastare l’emergenza del riscaldamento climatico servono investimenti aggressivi nel campo delle fonti di energia alternative.

Insomma, i dati sulla concentrazione non mostrano cambiamenti: le emissioni dovrebbero diminuire molto di più di quanto hanno fatto finora perché l’effetto del loro calo fosse visibile nei grafici relativi. Al contrario, ad aprile del 2020 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera è stata di 416,21 parti per milione, la più alta mai registrata dal 1958. I dati sulla concentrazione di CO2 che gli scienziati hanno ottenuto studiando i ghiacci antartici – l’unica fonte che abbiamo per sapere com’era il clima terrestre centinaia di migliaia di anni fa – inoltre dicono che è da almeno 800mila anni che non c’è così tanta anidride carbonica nell’atmosfera. La nostra specie, Homo sapiens, esiste da circa 300mila anni.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a novembre, per scongiurare i peggiori effetti del cambiamento climatico le emissioni di anidride carbonica dovrebbero diminuire di almeno il 7,6 per cento ogni anno per decenni. Quindi le emissioni “mancanti” di quest’anno non avranno alcun effetto a lungo termine se nei prossimi anni non ci saranno cali simili.

Le scelte individuali contano poco
I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

«Cambiare il nostro comportamento e basta non è sufficiente, ora lo vediamo» ha detto al Washington Post Corinne Le Quéré, prima autrice dello studio pubblicato su Nature Climate Change. Le Quéré ha spiegato che si sarebbe aspettata riduzioni nella produzione di emissioni ancora maggiori, legate alla chiusura delle industrie e alla conseguente minor produzione di energia elettrica: invece, certi settori hanno continuato a funzionare come al solito e a consumare energia «come se avessero il pilota automatico», nonostante molte persone lavorassero da casa. Le emissioni prodotte dalle industrie sono diminuite del 19 per cento rispetto al 2019, quelle dovute al settore energetico solo del 7 per cento.

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Da "https://www.ilpost.it/" La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico

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Intervista al sociologo e professore all'Università di Torino sull'Italia post-Covid. "I nuovi 'parassiti' vivranno dipendenti dalla mano pubblica". "Questo è il primo governo risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica".

“La nostra società, se non si cambia rotta, molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una ‘società parassita di massa’, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione ‘involutoria’, come forse la chiamerebbe un matematico”. Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei Dati all’Università di Torino, nonché responsabile scientifico della Fondazione Hume, mostra tutti i rischi dell’epoca post-Covid per un paese che da anni si è auto-condannato al declino, come ben spiegato nel suo ultimo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

Professor Ricolfi, vado dritto al punto. Secondo lei, questo governo ha un’idea dell’Italia? Ha una visione del futuro di questo paese, cosa ancor più necessaria in una fase di gestione dell’emergenza sanitaria e soprattutto economica post- Covid?

Mi ha molto colpito l’osservazione del vostro De Angelis, secondo cui non si può governare l’Italia senza un’idea di futuro, idea che a questo governo parrebbe mancare. Sottoscrivo al 100% la prima affermazione, ma non la seconda: a mio parere questo governo un’idea del futuro ce l’ha eccome, purtroppo. Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso, infatti, le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque Stelle.

E il più straordinario paradosso politico è che un simile mostro socio-economico, che peserà chissà per quanti anni sul futuro dell’Italia, sia stato accuratamente apparecchiato dall’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi.

Proprio da Italia Viva, almeno a parole, sono piovute le critiche per le ricette economiche messe in campo dal governo: secondo Renzi vanno nella direzione di un più puro assistenzialismo, dal reddito d’emergenza ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga. Che effetto avrà nei prossimi anni sulla struttura della nostra società che già in epoca pre-Covid aveva e ha il limite di essere basata sulla rendita più che sul lavoro, come ha descritto nel suo ultimo libro?

La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria”, come forse la chiamerebbe un matematico.

Mi spiego: nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti. I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue.

Però l’ex premier Romano Prodi domenica scorsa ha sostenuto la diversa tesi secondo cui da questa crisi si può uscire con una presenza più forte dello Stato nell’economia.

Prodi è la perfetta manifestazione della forma mentis della nostra classe politica: qualsiasi problema si presenti, e più è grande il problema che si presenta, più forte è l’istinto a invocare “più politica”, “più intervento”, “più stato”. E’ un tic mentale, come lo è quello degli europeisti doc, che qualsiasi cosa accada chiedono “più Europa”, e come lo è quello dei liberisti duri e puri, che qualsiasi cosa accada chiedono “più mercato”.

E invece abbiamo bisogno di fantasia, di apertura mentale, non di rifugiarci ognuno nelle proprie credenze di sempre.

Dalle imprese tuttavia s’è visto uno scatto d’orgoglio. Il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi. Sorpreso?

Sì, sono rimasto (felicemente) sorpreso. Nonostante io nutrissi parecchie speranze in Bonomi, che mi è parso subito più attrezzato e più coraggioso dei suoi predecessori, mi aspettavo che Confindustria non dismettesse la prudenza (eufemismo) che, almeno dopo i tempi di Montezemolo e del compianto Andrea Pininfarina, ha sempre caratterizzato i suoi rapporti con il potere politico. Da almeno un decennio non ricordavo una presa di posizione così netta contro il governo.

Perché, secondo lei, Bonomi ha assunto una posizione così critica?

Me lo sono chiesto anch’io, mi sono chiesto, in particolare, se sia in corso una manovra per sostituire un premier la cui inadeguatezza, dopo gli ultimi errori, è divenuta difficile da nascondere dietro i fumi delle parole e la mortificante soggezione di una parte dei media.

Poi però mi sono dato un’altra risposta, molto più semplice: “è la sopravvivenza, bellezza!”. Persino un coniglio, se sta per essere inghiottito da un pitone, combatte la sua estrema battaglia per non morire. Figuriamoci una potente organizzazione come Confindustria.

La mia impressione è che il mondo dei produttori, specie nelle regioni del centro-nord, abbia perfettamente capito quel che sta succedendo, e viva una sorta di presentimento di morte. Poiché molte imprese sono già morte, altre agonizzano, altre sanno che non potranno durare, le imprese superstiti cercano disperatamente di non scomparire. E avendo capito che la sopravvivenza delle imprese non è in cima alla lista delle priorità di questo governo, tentano l’ultima battaglia per salvare sé stesse dalla catastrofe che si annuncia.

Insomma, voglio dire che il governo Conte è riuscito nel miracolo di restituire una sorta di “coscienza di classe” alla parte produttiva del paese. E meno male che ciò sta accadendo, perché in questo momento (preciso: in questo momento, non sempre e comunque) dare la priorità alle imprese è l’unico modo di difendere l’interesse collettivo e nazionale. Sul piano economico-sociale (lascio perdere quello sanitario, per non infierire) la più grande bugia di questo governo è stata di lanciare il messaggio: nessuno perderà il lavoro, nessuno sarà lasciato indietro.

E invece no: se il Pil perderà il 10 o il 20% in un anno, come è verosimile, spariranno milioni di posti di lavoro, e vivere di sussidi sarà l’unica possibilità per milioni di famiglie.

Cerchiamo appunto di guardare ai prossimi mesi. Il Covid alla fine ci potrà dare una vera spinta per evitare il declino - lei lo definisce “argentinizzazione lenta” - verso cui da anni ci siamo incamminati? Pensa che davvero si creerà un clima da ricostruzione post-bellica o è solo retorica e propaganda politica?

Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è che la base produttiva non subisca una distruzione catastrofica (caduta del Pil superiore al 10-15%). Il secondo è che le imprese vengano messe, per la prima volta nella nostra storia, in condizione di lavorare senza ostacoli burocratici e vessazioni fiscali. Il terzo è il fattore-Churchill: ovvero, avere al comando una classe dirigente seria, e possibilmente non frutto di manovre di palazzo.

Per ripartire e ricostruire c’è però bisogno di una generazione che se ne faccia carico, un po’ come quella che ha fatto tanti sacrifici nel Dopoguerra e che però ha portato l’Italia al miracolo economico degli anni ’60. Dovrebbe, almeno teoricamente, essere quella degli attuali giovani, fra i 20 e i 40 anni. Ma si tratta di quella stessa generazione che si è abbandonata all’opulenza negli ultimi anni, preferendo consumare ricchezza invece che creare reddito. Mi sembra un bel dilemma, non crede?

Sì, la riconversione dei cosiddetti Neet (che alcuni chiamano bamboccioni, o generazione choosy) è un’impresa difficile, specie se di lavoro ce ne sarà ancora meno che oggi.

Proprio per questo tendo a pensare che, se ricostruzione ci sarà, sarà grazie all’apporto di tutti, compresi anziani e pensionati, non certo soltanto o principalmente per opera degli attuali 20-40enni. Ma soprattutto penso che, a differenza che in passato, si dovrà puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto di lavoro.

E se poi uno dei motori della ricostruzione fosse formato da quegli immigrati che lavorano in condizioni para-schiavistiche e che sono funzionali alla società signorile di massa come braccianti, colf, badanti e via dicendo?

Di alcuni segmenti di quella che nel mio libro definisco la “infrastruttura para-schiavistica” della società italiana sarà difficile fare a meno. Ma mi piacerebbe che il dopo-Covid fosse anche l’occasione per attenuare il loro giogo: i fiumi di miliardi che oggi vanno a sussidiare chi non fa nulla, o lavora in nero senza pagare le tasse, troverebbero una destinazione più degna di un paese civile se servissero a trasformare i nostri attuali para-schiavi in veri lavoratori, restituendo loro il rispetto che la civiltà del lavoro ha sempre riservato al mondo dei produttori, compresi i più umili.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Luca Ricolfi: "Ci avviamo verso una società parassita di massa" di Gianni Del Vecchio

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