Venerdì, 02 Marzo 2018 00:00

Nessuno vincerà le elezioni

Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati venerdì scorso prima dell’entrata in vigore del divieto di diffusione, nel Parlamento che sarà eletto il prossimo 4 marzo non ci sarà una chiara maggioranza. È un’ipotesi di cui i leader politici ovviamente preferiscono non parlare durante la campagna elettorale – in questi giorni sono tutti impegnati a dire che riusciranno a ottenere i voti per formare un governo – ma è decisamente l’ipotesi più probabile, mentre è molto improbabile a oggi che il 5 marzo ottenga la maggioranza uno qualsiasi degli schieramenti per cui voteranno gli elettori.

Se le cose andassero così, ci sono tre scenari principali che potrebbero verificarsi: alcuni passano per l’alleanza tra partiti che oggi sono avversari. Il primo scenario, un po’ più improbabile degli altri visti i precedenti e il buon senso, è quello che invece i leader politici invocano in caso di Parlamento bloccato: nuove elezioni. Il secondo: Partito Democratico, Forza Italia e altri partiti riescono ad allearsi e formare un governo. Il terzo: Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia riescono ad allearsi e formare un governo. Ovviamente non sono tutti e tre probabili allo stesso modo – serve che queste forze insieme abbiano i numeri per formare delle alleanze, prima ancora della volontà politica – ma prima di esaminare questi tre scenari nel dettaglio c’è bisogno di capire cosa significa, in pratica, avere un Parlamento senza maggioranza.

Cosa succede dopo il voto?
Se ci sarà effettivamente un Parlamento senza una maggioranza lo sapremo nel corso della notte tra il 4 e il 5 marzo, man mano che i risultati del voto diventeranno definitivi. Dopo le elezioni, almeno apparentemente, le cose si fermeranno per un paio di settimane: il tempo necessario affinché il nuovo Parlamento si insedi (bisogna aspettare che le Corti d’Appello proclamino gli eletti e svolgere tutta un’altra serie di incombenze burocratiche). Il primo giorno di riunione del Parlamento si formeranno i gruppi parlamentari sotto la presidenza dei due parlamentari più anziani di ciascuna Camera. Il giorno successivo cominceranno le procedure per eleggere i nuovi presidenti di Camera e Senato.

Sarà il primo momento delicato, poiché qui si vedranno per la prima volta alla prova le possibili intese che potrebbero far nascere un nuovo governo. Pochi giorni dopo questo passaggio inizieranno le consultazioni, il momento in cui il presidente della Repubblica riceve i rappresentanti dei vari gruppi parlamentari per capire se è possibile formare una maggioranza (nel 2013 le consultazioni cominciarono il 20 marzo, cinque giorni dopo l’insediamento delle Camera e quasi a un mese di distanza dal voto).

Le consultazioni
Le consultazioni sono una prassi, una tradizione che non si ritrova in alcuna legge. La Costituzione recita soltanto all’articolo 92 che il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio: chi nominare e come sceglierlo è lasciato completamente al suo arbitrio (per esempio non è obbligato a nominare il capo del partito che ha ottenuto più voti, né tantomeno un membro del Parlamento). Ovviamente, però, l’incaricato dal presidente della Repubblica dovrà in ogni caso ricevere la fiducia del Parlamento. Le consultazioni durano di solito un paio di giorni, al termine dei quali il presidente della Repubblica può fare tre cose.

La prima: affidare a qualcuno l’incarico di formare un governo. Quella persona se vuole può condurre delle sue consultazioni e poi, se pensa di poter avere la fiducia del Parlamento, deve presentare una lista di ministri al presidente della Repubblica, giurare insieme al suo nuovo governo ed entro dieci giorni presentarsi al Parlamento per ottenere la fiducia. Di solito il presidente della Repubblica affida un incarico quando dalle elezioni emerge un chiaro vincitore o quando dalle consultazioni emerge una chiara maggioranza.

La seconda: se non emerge una chiara maggioranza, il presidente è costretto a continuare le consultazioni direttamente oppure affidando a un altro leader politico un incarico “esplorativo”. A volte in questo caso il mandato esplorativo viene affidato a chi ricopre un incarico istituzionale, come il presidente del Senato. Se tutti i tentativi di formare un governo falliscono, il presidente della Repubblica ha una terza opzione: lo scioglimento delle Camere e la convocazione di nuove elezioni.

Tre scenari
Intorno al 20 marzo, quindi, si insedierà il nuovo Parlamento e pochi giorni dopo il presidente della Repubblica inizierà le consultazioni. Sergio Mattarella incontrerà uno dopo l’altro i leader di tutti i gruppi parlamentari, dal più piccolo al più grande, ascolterà quali sono le loro intenzioni e deciderà cosa fare. Gli scenari principali sono tre.

Primo scenario: si torna a votare
Se i vari partiti manterranno anche con il presidente della Repubblica l’atteggiamento che hanno in campagna elettorale, è probabile che il primo giro di consultazioni vada a vuoto e Mattarella sia costretto a sciogliere le camere appena insediate e convocare nuove elezioni. In questo scenario il Movimento 5 Stelle potrebbe chiedere che gli venga affidata la formazione del governo, rivendicando di essere – come dovrebbe essere secondo i sondaggi – il primo gruppo al Parlamento, ma nessun’altra forza sarà disposta ad appoggiarli e quindi Mattarella non affiderà l’incarico a Luigi Di Maio.

Terminato il primo giro di consultazioni, però, Mattarella potrebbe decidere di prendere tempo, affidando un incarico esplorativo a una figura istituzionale come il presidente del Senato oppure a un’altra figura super partes. Oppure potrebbe decidere di tenere un secondo giro di consultazioni a distanza di pochi giorni. Giorgio Napolitano ha dimostrato che in questi momenti di difficoltà il presidente della Repubblica può mettere in atto soluzioni originali e creative.

Dopo il fallimento di Bersani nel 2013, per esempio, Napolitano nominò due commissioni di “saggi”, formate da esponenti dei principali schieramenti politici, con il compito di studiare possibili riforme costituzionali bipartisan. Questa soluzione, mai sperimentata prima, contribuì in qualche misura a creare il contesto parlamentare adatto alla formazione del governo di coalizione guidato da Enrico Letta. È probabile che Mattarella proverà in vari modi a fare pressioni verso il Parlamento e costringere le forze politiche a raggiungere un accordo: questa fase di trattative potrebbe durare settimane ed essere molto convulsa. Ma se le forze politiche decideranno di non collaborare, l’unica soluzione rimarrà lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni.

Secondo scenario: la grande coalizione
Molti ritengono improbabile lo scioglimento delle Camere. Sostengono che è probabile che dopo il primo giro di consultazioni la pressione per formare un nuovo governo inizierà a farsi sempre più forte. Con ogni probabilità PD e Forza Italia all’inizio diranno di non aver alcuna intenzione di allearsi, ma con il passare dei giorni inizieranno a farsi sempre più pesanti i timori per la stabilità finanziaria del paese, le pressioni del presidente della Repubblica e la stanchezza di partiti e singoli parlamentari neoeletti di fronte all’ipotesi di una nuova campagna elettorale e nuove elezioni a breve termine.

Molto dipenderà comunque dai risultati del voto. Per formare un governo di grande coalizione serve un congruo numero di parlamentari disposti ad appoggiarlo. Significa che PD, Forza Italia e partiti centristi minori dovranno conquistare un numero di seggi sufficiente a formare una maggioranza. Se non ci riusciranno – risultato non improbabile, secondo i sondaggi – dovranno raccogliere abbastanza supporto tra i parlamentari degli altri partiti per riuscirci. E non è detto che ci riescano.

Il primo caso è quello più semplice: dopo un primo giro di consultazioni andate a vuoto, PD e Forza Italia iniziano a moderare il loro atteggiamento e una possibile maggioranza comincia a emergere. A quel punto, il presidente Mattarella potrebbe decidere di affidare l’incarico alla figura che più facilmente potrebbe mettere d’accordo queste forze: non un leader di primo piano, probabilmente, ma qualcuno in grado di mettere d’accordo partiti molto diversi. L’attuale presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è considerato uno dei candidati migliori, ma non è detto che sarà il suo nome quello destinato ad emergere dalle trattative e molto dipenderà dai rapporti di forza usciti dal voto. La componente di centrodestra della futura maggioranza, per esempio, potrebbe chiedere un nome più neutrale per guidare il governo, o comunque un nome nuovo per poter rivendicare la discontinuità col passato davanti ai propri elettori.

A seconda dei numeri che usciranno dal voto, formare un governo di grande coalizione potrebbe essere una passeggiata oppure un’impresa. Il primo caso è quello in cui PD, Forza Italia e centristi raggiungono da soli una maggioranza. Se invece, come i sondaggi sembrano indicare, per formare una maggioranza ci sarà bisogno di andare a cercare i parlamentari uno per uno, l’unico modo di verificare la tenuta del governo sarebbe attendere l’esito del primo voto di fiducia, con tutte le incertezze che ne deriverebbero.

Terzo scenario: il governo del Movimento 5 Stelle
Se in Parlamento dovessero mancare i numeri per formare una grande coalizione, è possibile (anche se improbabile) che ci siano quelli per formare una maggioranza con M5S, Lega e Fratelli d’Italia, tre partiti in sintonia su moltissimi temi. È difficile che un governo con un simile appoggio nasca già alle prime consultazioni: i tre partiti dovrebbero dire al presidente della Repubblica di essere pronti a governare insieme sin dal loro primo incontro. Sembra più probabile invece che si prenderanno del tempo in più per arrivare a questa conclusione.

In questo scenario, i rappresentanti di Lega e Fratelli d’Italia (ed eventualmente altre forze) assicurerebbero al presidente che appoggeranno un governo del Movimento 5 Stelle. Mattarella a quel punto affiderebbe l’incarico a Luigi Di Maio, che presenterebbe una lista di ministri ed entro dieci giorni si presenterebbe al Parlamento per chiedere la fiducia. L’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia potrebbe prendere due forme diverse: potrebbero formare un governo insieme, dividendosi quindi posti e incarichi nei vari ministeri, oppure il M5S potrebbe formare un governo “monocolore” (cioè formato solo dai suoi esponenti) e ricevere l’appoggio esterno di Lega e Fratelli d’Italia, che si limiterebbero a votare i singoli provvedimenti e la fiducia ma senza partecipare al governo.


Da "www.ilpost.it" Nessuno vincerà le elezioni

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 26 Febbraio 2018 00:00

La metamorfosi dei cinquestelle

Saranno loro i vincitori? Tutti i sondaggi pubblicati fino al 17 febbraio lasciano pochi dubbi almeno su un punto: il Movimento 5 stelle sarà il più forte partito italiano, in grado di mandare in parlamento più o meno 250 tra deputati e senatori.

La campagna elettorale che hanno condotto finora è ben diversa da quella del 2013. Allora il protagonista era uno solo: Beppe Grillo, anche se lui stesso non era neanche tra i candidati. Era lui ad attraversare il paese da nord a sud con il suo Tsunami tour, a riempire le piazze, ad attirare migliaia e migliaia di persone davanti alle quali urlava il suo e il loro sdegno contro la casta, la corruzione, ma anche contro l’Unione europea e l’euro.

Il rito dei suoi show era sempre uguale, fino alla chiusura trionfale in piazza San Giovanni a Roma, con centinaia di migliaia di persone sotto al palco: lui da solo a sgolarsi e alle sue spalle un gruppetto di perfetti sconosciuti, sostanzialmente muti, ma destinati a entrare in parlamento come “portavoce” dei cittadini. Il comico e i suoi erano presenti nelle piazze, ma del tutto assenti in tv, principale luogo di campagna elettorale degli altri partiti.

Dalle piazze alla tv
E oggi? Invece delle piazze gremite intorno all’istrionico Grillo anche l’M5s ha scelto teatri o palestre per le sue manifestazioni elettorali. Al posto del fondatore – quasi del tutto assente – il giovane Luigi Di Maio gira il paese e parla davanti a manifesti con scritto “Di Maio presidente”, e non mette in scena uno show, ma un discorso dai toni pacati anche se decisi, ferocemente critico verso le altre forze politiche, però privo delle invettive a cui ci eravamo abituati.

Invece dei tanti giovani che parteciparono agli appuntamenti del 2013, oggi prevalgono persone di mezza età, spesso in giacca e cravatta, spesso in rappresentanza di ordini professionali e associazioni di categoria. Inoltre, i candidati locali presenti ai comizi non sono più dei perfetti sconosciuti, ma spesso parlamentari uscenti o nomi più o meno noti della società civile. Sono finiti anche i tempi in cui i cinquestelle snobbavano il piccolo schermo: i suoi rappresentati, a cominciare da Di Maio, partecipano a talk show e trasmissioni varie come quelli degli altri partiti.

Per molti versi ha quindi sorpreso, l’M5s. Intanto, non solo perché è cambiato, ma forse ancora di più perché è sopravvissuto. Tanti lo vedevano – lo volevano vedere – come un fenomeno effimero, un “one man show” privo di consistenza, in cui un comico un po’ invasato aveva trascinato un esercito di dilettanti allo sbaraglio. Esercito che con il passare dei giorni aveva tra l’altro dovuto fare i conti con epurazioni e defezioni: su circa 160 parlamentari, una quarantina hanno lasciato, o hanno dovuto lasciare, il movimento.

Sopravvissuti
Questo salasso non ha però indebolito il partito; come non ha fatto danni l’espulsione di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; come non hanno pesato le dubbie prove di governo a Roma e a Torino, conquistate dai cinquestelle nel 2016; come non sembra avere conseguenze la storia dei mancati rimborsi di una dozzina di parlamentari pentastellati.

L’elettorato dei cinquestelle, a quanto pare, non ignora queste storie, ma le pesa a modo suo e arriva alla conclusione che di fronte agli scandali altrui, quelli targati M5s sono poca cosa. Va aggiunto il fatto che la leadership del movimento si mostra alquanto intransigente – a differenza di quella degli altri partiti – verso quei candidati che sbagliano, segnando in questo modo una distanza, almeno a livello di immagine.

Ma i cinquestelle sono sopravvissuti anche alla morte di Gianroberto Casaleggio, al ritiro di Grillo dalla leadership attiva. Ormai hanno un gruppo dirigente, una struttura ramificata, un radicamento territoriale che gli permette di andare oltre l’immagine di movimento virtuale, presente solo sul web. Sono sopravvissuti soprattutto perché la loro offerta incontra una domanda consistente. L’Europa ormai pullula di forze che sfidano i partiti tradizionali e si erigono a paladine nello scontro tra i cittadini e la “casta”. Ci sono, tra gli altri, i populisti di destra dell’Ukip nel Regno Unito, il Front national in Francia, l’Alternative für Deutschland in Germania, Die Freiheitlichen in Austria e il partito di Geerd Wilders nei Paesi Bassi. E poi le nuove forze di sinistra come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Trasversalità
L’M5s fa storia a sé. È riuscito a far passare il messaggio di non essere né di destra né di sinistra e di essere governato “dalle idee, non dalle ideologie”. E che per questo riesce ad attingere a un elettorato del tutto trasversale, da nord a sud, di sinistra e di destra, fatto di borghesi ma anche di operai e disoccupati, i quali sono ormai la prima forza fra i ceti attivi – e quella più rappresentativa tra i 25 e i 54 anni.

I cinquestelle – finora con successo – si stanno giocando la carta della trasversalità anche in questa campagna elettorale, con un programma che tiene conto delle esigenze degli imprenditori (sulla tassazione) ma anche dei lavoratori (sull’articolo 18 o la legge Fornero), dei simpatizzanti di sinistra (reddito di cittadinanza ed ecologia) ma anche di quelli di destra (controllo più rigido sull’immigrazione e investimento sulla sicurezza).


Inoltre, Di Maio e i suoi hanno pensato bene di disinnescare una della vecchie richieste del movimento, e cioè quella di un referendum per uscire dall’euro. Certo, tanti italiani non amano l’Unione e la moneta unica, ma pochi vorrebbero esporsi al rischio di un’Italexit dalle conseguenze imprevedibili. L’uscita dall’euro è stata cassata a favore di una rinegoziazione dei patti europei – un po’ quello che chiedono quasi tutti i leader politici italiani, da Renzi a Berlusconi.

Questa trasversalità – unica in Europa – spiega come mai i cinquestelle possono aspirare a diventare il primo partito in Italia. Tutt’altra questione è se possono diventare forza di governo. Non soltanto perché c’è chi fa molta resistenza, in Italia e all’estero – l’Europa ha riscoperto Berlusconi nel ruolo finora mai rivestito di “baluardo contro il populismo”, per esempio. Ma anche perché, una volta investiti dalla responsabilità di governare, i cinquestelle sarebbero messi a dura prova, dovendo fornire risposte non più ecumeniche e trasversali, ma precise, rischiando così di scontentare almeno una parte dei quegli elettori che sembrano provenire sia da destra sia da sinistra. Ma questo capitolo si aprirà semmai dopo le elezioni, non prima.


Da "www.internazionale.it" La metamorfosi dei cinquestelle da Grillo a Di Maio di Michael Braun

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 23 Febbraio 2018 00:00

Il governo Berlusconi-Renzi non si può fare

Tra le poche certezze del dopo elezioni, una va facendosi largo con forza piuttosto considerevole: non vi sarà spazio per un accordo di governo tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, se lo intendiamo come derivante da iniziativa autonoma presa da loro due (cui magari aggiungere sostegni parlamentari numericamente necessari).

Ciò è sempre più evidente sia per ragioni politiche che di "compatibilità" con il sistema nel suo complesso, dove agiscono poteri più o meno forti (in fondo questa è la democrazia).

Cominciamo dagli aspetti politici, peraltro ben evidenziati oggi su Repubblica da Claudio Tito.

Da un lato c'è il Cavaliere, infilato in una coalizione che, piaccia o non piaccia, arriverà vicina alla autosufficienza parlamentare.

Questa coalizione, peraltro sancita formalmente dalla legge elettorale in vigore, non potrà essere archiviata come carta straccia in nome di un accordo di governo che suoni come un brutale voltafaccia rispetto agli impegni presi in campagna elettorale.

Ne saranno testimonianza vivente gli oltre 150 parlamentari (tra Camera e Senato) che saranno eletti con i voti di tutta la coalizione nei collegi uninominali: obbligarli a dividersi in modo sanguinoso subito all'avvio della legislatura sarebbe esercizio di somma imprudenza.

A ogni buon conto è lo stesso Berlusconi che da diversi giorni va chiarendo ai suoi interlocutori privilegiati che lo schema FI-PD, per mesi dato per certo da quasi tutti gli osservatori più avveduti, non può funzionare forzando le cose: il Cavaliere è innanzitutto un gran pragmatico e non mancherà di dimostrarlo anche stavolta.

Poi ci sono le vicende sul lato sinistro dell'eventuale accordo per il "governissimo".

Renzi stesso ha ormai compreso che quella strada non è percorribile innanzitutto per ragioni politiche, poiché finirebbe per produrre una ulteriore frattura nel PD (molti, anche tra i ministri in carica, sono fermamente contrari) e poi lo consegnerebbe ad un accordo di governo con il Cavaliere di difficilissima gestione, esposto al bombardamento di tutti quelli che ne resterebbero fuori, a cominciare da gran parte della "nobiltà", più o meno in sella, della sinistra italiana.

È però vero che per diverse settimane questo schema ha impegnato le energie di molti, sino al punto di generare persino ipotesi di suddivisione dei ministeri.

Proprio qui è scattato il campanello di allarme e così questo mese di febbraio si è visto incaricato di mandare ai naviganti tutti (e a due in particolare) segnali ben precisi di dissenso.

Sono così emersi due elementi che hanno raffreddato gli entusiasmi e chiarito con nettezza che occorre cambiare schema di gioco.

Il primo è l'ingarbugliarsi della vicende relative alla vendita del Milan, croce e delizia delle emozioni e degli affari di famiglia del Cavaliere.

Prima una dettagliata inchiesta pubblicata da La Stampa, poi un puntiglioso approfondimento di Milena Gabanelli sull'edizione web del Corriere della Sera: quella storia non è in ordine e continuerà a far parlare di sé anche nei prossimi mesi.

Il secondo segnale è arrivato (con metodi giornalistici su cui andrebbe aperto un serio dibattito a parte) al più potente uomo politico del Sud che non ha mai tentennato nel sostenere Matteo Renzi, cioè il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Ebbene è noto a tutti che la partita del 4 marzo si gioca al Sud ed è anche ben evidente l'aria che tira in Puglia o in Sicilia, dove gli amici del segretario si contano su poche dita.

Oggi quindi un problema di De Luca è, inevitabilmente, anche un problema di Renzi: per questo la vicenda campana dell'ultima settimana fa il paio con quella del Milan.

Possiamo quasi affermare con pacatezza che il messaggio è stato forte e chiaro, nonché ben recepito dai diretti interessati.

Si può quindi procedere nel lavoro per il dopo elezioni su basi rinnovate, come emerge dalle parole di uomini che mai parlano a caso come Romano Prodi e Giorgio Napolitano.

Molto probabilmente servirà un ampio accordo di governo e difficilmente ne saranno esclusi il PD e Forza Italia.

Ma sarà un accordo ampio, ben diverso (nella forma e nella sostanza) da un governo con due soli "riferimenti".

Pubblicato in Passaggi del presente

 

Non c’è nemmeno l’elettricità nella baracca che si è costruito con le sue mani. Mike ha messo una catena con un lucchetto per tenere chiusa la porta quando si allontana dalla sua stanza due metri per tre fatta di tavole, coperte e cartoni. “Non ho niente che si possa rubare e in fondo non me ne importa niente, entrino pure”, dice amareggiato in un perfetto inglese.

È nigeriano, ha 23 anni, è arrivato dalla Libia in Italia due anni fa, è stato trasferito in un centro di accoglienza in Sardegna, ma è scappato perché voleva raggiungere degli amici a Roma per lavorare. Nella capitale non ha trovato quello che sperava: un lavoro e una casa. Sta aspettando che la sua richiesta di asilo sia esaminata, ma intanto ha perso ogni diritto all’accoglienza, perché si è allontanato per più di tre giorni dal centro. Così è finito a vivere in una fabbrica abbandonata lungo via Tiburtina.

Nella struttura alloggiano 150 persone: il doppio rispetto a giugno del 2017 quando un altro capannone abbandonato della zona è stato sgomberato dalla polizia. Quello che sarebbe dovuto essere il distretto industriale di Roma, sulla via Tiburtina, si è trasformato in un quartiere fantasma tra sale giochi, cantieri stradali e capannoni abbandonati come quelli dell’ex fabbrica di penicillina Leo.

Espulsi dalla città
Decine di edifici industriali sono diventati un rifugio per le famiglie e le persone sole che hanno perso la casa o non ne hanno mai avuta una: c’è la tendopoli del Baobab in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, c’è l’occupazione dell’ex sede del quotidiano La Stampa, quella di “palazzo Sudan”, e poi Tor Cervara, via Vannina, via Fabio Costi. Una città ai margini della città, una dimensione invisibile di baracche e stamberghe senza elettricità, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Gli sgomberi avvenuti negli ultimi mesi hanno aggravato la situazione, costringendo molte persone rimaste senza casa a trovare rifugio nelle altre occupazioni già affollate.


Mike aveva saputo da alcuni amici che nella periferia orientale di Roma, oltre il carcere di Rebibbia – tra l’Aniene e il Grande raccordo anulare – avrebbe potuto trovare un letto per dormire. Quando è arrivato non riusciva a credere ai suoi occhi: un palazzo fatiscente su due piani, piccole costruzioni di fortuna – una a fianco all’altra all’interno dell’edificio – e sul retro un’enorme discarica abitata da topi enormi. Una scala esterna porta al secondo piano dove si apre un altro ambiente. Le costruzioni di legno si avvicendano in un serpentone, alla fine si apre uno spazio comune usato per cucinare e mangiare, dove ci sono un tavolo, delle sedie e perfino un divano.

Anche farsi da mangiare non è facile, perché i fornelli funzionano solo con le bombole del gas, così gli abitanti dell’occupazione si sono organizzati in una specie di gestione collettiva. Alcuni cucinano e distribuiscono i pasti a tutti gli altri. C’è anche un piccolo negozio al secondo piano che vende i beni di prima necessità, perché i negozi più vicini sono a qualche chilometro di distanza. Mike viene da una famiglia del ceto medio dello stato nigeriano del Delta, dove faceva il musicista. Dopo un passaggio traumatico in Libia è arrivato in Italia via mare, sperando di ricominciare la sua vita e poter studiare e lavorare. Ma ora, se potesse, tornerebbe indietro.

“Non trovo nemmeno una cosa positiva in questo paese, se solo ottenessi i documenti me ne andrei”, afferma. Tuttavia anche tornare indietro non è facile, non ha i soldi per l’aereo e ha paura di non trovare niente di quello che ha lasciato. Le giornate passano tutte uguali: al piano terra nell’enorme stanzone circondato dalle baracche alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco per riscaldarsi, la fuliggine e l’odore di fumo annebbia tutto. Una radio trasmette musica reggae. “A volte piango da solo nella mia stanza perché non vedo un futuro”, dice Mike.

Il fallimento dell’accoglienza
Dal novembre del 2017 l’edificio è presidiato da un’équipe di Medici senza frontiere (Msf) che arriva con un camper una volta ogni quindici giorni. “Abbiamo fatto diverse visite perché volevamo sapere se le persone hanno accesso ai servizi sanitari”, spiega Ahmad al Rousan, coordinatore del progetto. “Abbiamo capito che molti di loro non sanno di avere diritto all’assistenza sanitaria. Per esempio abbiamo avuto un ragazzo che si è completamente ustionato e non è andato al pronto soccorso nonostante le ustioni gravissime”, continua. “Oltre a questo edificio, stiamo monitorando tutto il territorio cittadino e a Roma stiamo documentando delle situazioni davvero critiche, dei veri e propri ghetti”, spiega Al Rousan.

Nel rapporto Fuori campo pubblicato l’8 febbraio, Msf denuncia una situazione diffusa di cattiva accoglienza in Italia che favorisce la nascita di ghetti e di aree disagiate in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, sia in contesti urbani sia in quelli rurali. Secondo il rapporto, sono diecimila le persone che vivono in queste condizioni con “limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Gli insediamenti informali sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.


Al livello legislativo, inoltre, Medici senza frontiere denuncia un processo in atto che tende a rendere l’accoglienza nei centri sempre più una concessione e non un diritto. “Tra aprile e luglio 2016 la Commissione europea ha presentato un intero pacchetto di proposte di riforma del sistema di protezione internazionale dell’Unione tese a rimodellare ogni aspetto della procedura di accoglienza”, scrive Msf nel rapporto. Per esempio l’accoglienza può essere ridotta o revocata se i richiedenti asilo non rispettano le regole del centro a cui sono stati assegnati.

“Già ora tra le persone che vivono in queste condizioni ce ne sono molte che sono state mandate via dai centri di accoglienza per futili motivi”, continua Al Rousan. L’espulsione dai centri alimenta una specie di circuito parallelo di insediamenti informali che ha dei fulcri storici nella penisola: i ghetti pugliesi della Capitanata e quelli calabresi, la provincia di Caserta, gli edifici occupati di Roma, a cui dal 2016 si sono aggiunti gli insediamenti informali sorti vicino alle aree di frontiera come Ventimiglia, Como, il Brennero, Udine e Gorizia.

Chi non ce la fa a passare la frontiera torna negli insediamenti informali, spesso spostandosi da una città all’altra in cerca di un lavoro. Nell’ottobre del 2017 il ministero dell’interno ha varato il Piano nazionale integrazione, che contiene indicazioni generali sulla questione abitativa dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ma non prevede lo stanziamento di risorse specifiche per favorire l’inclusione sociale.

Il problema della residenza
A Roma sono state censite più di cento occupazioni, alcune sono organizzate dai diversi movimenti di lotta per la casa. In questi insediamenti vivono almeno 600 richiedenti asilo e rifugiati, pari al 20 per cento degli occupanti, secondo il rapporto di Msf. Soprattutto negli ultimi cinque anni, le occupazioni hanno svolto un ruolo di decompressione rispetto alla carenza di posti nel sistema di accoglienza. Nelle occupazioni, italiani e stranieri spesso convivono e condividono gli stessi problemi.

Nell’ex sede dell’Inpdap occupata nel 2012, vivono circa 400 persone, tra le quali un centinaio di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Tra i residenti ci sono anche italiani. Le attività all’interno dell’edificio comprendono uno sportello di orientamento legale, corsi di italiano, laboratori di falegnameria, serigrafia e corsi di teatro in collaborazione con scuole del quartiere. Gli occupanti hanno anche sviluppato un progetto di accoglienza temporanea – dai 3 ai 12 mesi – che coinvolge quasi esclusivamente richiedenti asilo e rifugiati (dodici in tutto) inseriti in specifici percorsi di integrazione sociale, come corsi di formazione professionale.

Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. - Alessandro Penso, Msf Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. (Alessandro Penso, Msf)
Anche nella ex sede dell’Inps di viale delle Province, occupata nel 2012, tra i circa 500 occupanti vivono poco meno di cento tra richiedenti asilo e titolari di protezione. Insieme a palazzo Selam e a palazzo Naznet – le due occupazioni storiche di rifugiati provenienti dall’Eritrea e dal resto del corno d’Africa, la cui popolazione si è ulteriormente ingrandita dopo lo sgombero di piazza Indipendenza dell’agosto 2017 – l’edificio è inserito nella lista dei siti da sgomberare in via prioritaria inclusa nella delibera numero 50 del 2016 dell’ex commissario straordinario Tronca.

Nel “palazzo Sudan” vivono un centinaio di rifugiati sudanesi, che erano stati sgomberati dall’”hotel Africa”, un altro insediamento informale vicino alla stazione Tiburtina. La struttura è stata finanziata nel corso degli anni da programmi di accoglienza pubblici. Quando sono finiti i fondi, i rifugiati sono rimasti nella palazzina senza alcuna forma di intervento dello stato. Negli ultimi mesi, la fornitura di gas è stata tagliata e l’erogazione di energia elettrica ridotta.


“La cronica carenza di posti in accoglienza e gli sgomberi in assenza di soluzioni abitative alternative stanno determinando il moltiplicarsi di insediamenti spontanei, in edifici abbandonati lontani dal centro, dove l’invisibilità si accompagna a condizioni di vita di assoluto degrado, con uomini, donne e minori che non riescono ad accedere ai beni più elementari”, scrive il rapporto. Uno dei problemi principali è la difficoltà a ottenere la residenza anagrafica in base al cosiddetto decreto Lupi (il decreto legge 47 del 2014) sull’emergenza abitativa. La mancanza di questo requisito implica la difficoltà ad accedere a molti servizi di base come le cure mediche presso il servizio sanitario nazionale.

Dal marzo del 2017, l’amministrazione comunale di Roma ha deciso di usare la residenza anagrafica fittizia di via Modesta Valenti, già usata per i senza dimora, anche per i migranti presenti negli insediamenti informali. Ma il rapporto Fuori campo di Msf denuncia che l’applicazione della delibera resta discrezionale e non funziona allo stesso modo in tutti i municipi della città. “Le principali differenze riguardano non solo i tempi per il rilascio della residenza, ma anche le modalità di accesso e l’elenco dei documenti richiesti”. Di recente la questura di Roma ha cominciato a chiedere la residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, provocando una situazione in cui i migranti rimangono ingabbiati nella burocrazia, senza possibilità di riuscire a ottenere nessuno dei due documenti.

 


Da "https://www.internazionale.it/" Fuori campo, perché i migranti finiscono nei ghetti di Annalisa Camilli 8/02/2018

Pubblicato in Passaggi del presente

Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità.


Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.


Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo
Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 16 Febbraio 2018 00:00

La tentazione delle “vie di fatto”

Questa campagna elettorale, cominciata all’insegna delle promesse iperboliche, si è andata progressivamente imbarbarendo fino a prefigurare l’incubo di circuiti incontrollabili.

Le peggiori ipotesi si sono materializzate in fatti che rivelano scosse telluriche nel profondo della società e scuotono la stessa resistenza delle istituzioni.

Non è rilevante che l’epicentro del sisma politico si sia manifestato in una remoto capoluogo di provincia, come Macerata, e non in un’area metropolitana presuntivamente più esposta.
Semmai deve far riflettere proprio la circostanza che l’epifania di certe pulsioni non controllate sia avvenuta al livello dei capillari della società, là dove si presume che la regola sia l’ordine e che non c’è (non ci sarebbe) spazio per il suo contrario.

Un meccanismo ricorrente
Vi sono segni che portano ad affermare che qualcosa si è rotto nell’equilibrio dei fattori che regolano il vivere civile; e ciò riduce l’area della sorpresa per lasciare campo ad una realtà ancora non analizzata, con la quale comunque si devono fare i conti.

In realtà, quanto è accaduto a Macerata e dintorni mette in chiaro il funzionamento di un meccanismo ricorrente che, in circostanze e con motivazioni molteplici, apre la via a comportamenti che convenzionalmente chiamiamo anomali, ma che continuamente ritornano nelle vicende delle società organizzate.

Nel circuito di Caino
È la stessa dinamica che opera nelle relazioni tra le persone e viene descritta come il passaggio alle “vie di fatto”, ossia il transito da un confronto verbale, anche eccitato e alterato (metti in osteria) al… mettere mano al coltello, o alla pistola o al mitra.

Non c’è bisogno di cambiare analisi per ogni episodio, che pure si presenta con caratteristiche particolari e non sovrapponibili. Il punto cruciale della ricerca è l’individuazione del punto in cui, precisamente, un individuo o un gruppo entrano nel… circuito di Caino.

Le motivazioni possono essere le più diverse, dalle più enfatiche alle più futili, ma in tutti i casi c’è qualcosa che si rompe in termini di legalità, di fedeltà alle istituzioni, di rispetto per l’altro e gli altri. Il pensiero, come atteggiamento razionale e riflessivo, viene sopraffatto dall’azione, che diventa autonoma e incontrollata quando si invera nella forma della violenza.

La “soluzione finale”
Ciò avviene, per dirla in modo comprensibile dai contemporanei, quando si accede alla prospettiva di attuare la “soluzione finale”, ossia l’annientamento anche fisico dell’avversario di turno, nel presupposto che in tal modo si ristabiliscono l’ordine e la quiete là dove il turbamento aveva imposto la sua legge.

Vale per i conflitti individuali e per le contese globali. La logica della guerra rientra in questo ambito così come, per fare un esempio a noi più vicino, la logica del terrorismo.

Il mito della lotta armata
Chi ha memoria del “68”, di cui molti stanno celebrando i fasti anniversari, non può dimenticare di aver udito, non solo nelle agitate assemblee studentesche dell’epoca, ma anche in altri abitualmente più composti consessi di lavoratori, frasi che affermavano l’ineluttabilità, data la situazione, del ricorso alla “lotta armata”.

Alla quale poi, fortunatamente, non tutti si applicarono (ché anzi ne presero le distanza al manifestarsi dei primi sintomi), ma che ebbe un fascino per i cultori di un “cambiamento” che si voleva completo e istantaneo come effetto di una “presa del potere” ritenuta salvifica.

Gli invasori della casa accanto
Non credo di sbagliare se affermo che, anche sul versante opposto, quello della destra neofascista, queste fossero le pulsioni di fondo, a partire dalla convinzione dell’irreformabilità di un sistema che si poteva redimere solo rovesciandolo.

Ecco, a Macerata e dintorni dev’essere accaduto qualcosa che ricalca la descrizione che precede. L’arrivo di gente straniera, diversa anche nel colore della pelle, e sempre più insistentemente descritto come “invasione”, ha sviluppato in un soggetto particolare, già nutrito – per così dire – a pane e mein kampf, la convinzione che altro non ci fosse da fare se non attuare una personale, privatissima, soluzione finale verso quegli invasori della casa accanto, identificati in modo semplice come una “razza” malefica da eliminare.

Il ruolo della propaganda
Quale connessione abbiano le amplificazioni politiche della propaganda sullo stato d’animo di un soggetto già in qualche modo predisposto; quanto influsso abbiano esercitato le conversazioni di bar o di palestra a proposito del peso del “disturbo” recato alla convivenza dalla massa dei “negri”; quanto, infine, può aver scatenato il raptus stragista l’avvenimento di un delitto orrendo consumato sul territorio con l’uccisione di una ragazza innocente: tutto questo e altri elementi rientrano nell’ambito degli accertamenti giudiziari attorno al “caso”.

Un malessere esteso
Quanto all’effetto che esso ha prodotto nel clima e nel contesto della campagna elettorale in corso, si può ritenere con certezza che ne è derivato un inasprimento delle posizioni contrapposte sul tema dell’immigrazione. E proprio non se ne sentiva il bisogno.

Ma soprattutto dev’essere motivo di allarme la constatazione dell’estensione del malessere popolare attorno ai temi dell’ingresso e dell’accoglienza degli stranieri.

«Chi non era razzista lo sta diventando»: parole del sindaco di Macerata sulle quali conviene meditare. Non per inseguire il razzismo nelle sue stolte operazioni di aggiornamento, ma per rappresentare la necessità e fattibilità di un’alternativa in cui l’accoglienza e l’integrazione siano parte costitutiva di una convivenza che esclude l’odio e cerca sempre la pienezza della condizione umana.

Pochi giorni per non sbagliare
La logica delle contrapposizioni appare indubbiamente la più praticabile, specie se si inasprisce il contrasto con il fascismo di ritorno che è disseminato in più d’una delle posizioni in campo e non solo in quelle dichiaratamente di destra.

Ma contrapporsi non basta se non si riesce a persuadere che, oltre il contrasto ideale e culturale, che va mantenuto e alimentato, è indispensabile individuare soluzioni che si accreditino con l’evidenza delle cose buone e diventino per ciò stesso persuasive.

Ci sono pochi giorni per fare qualcosa prima del 4 marzo. Soprattutto per non fare cose sbagliate. Ma, siccome il problema viene da lontano, occorre mettere in cantiere un’impresa di riabilitazione del costume e del metodo democratico come unico vaccino contro la tentazione della violenza risolutrice. Che oggi si ripropone dal profondo delle nostre comunità.

 

Da "http://www.settimananews.it" La tentazione delle “vie di fatto” di Domenico Rosati - 10/02/2018

 

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 09 Febbraio 2018 00:00

Viaggio nell'Italia di oggi

Poche nazioni come l’Italia sono segnate dalla grande varietà dei suoi luoghi e delle sue città. Una varietà che da sempre è all’origine della sua forza e della sua bellezza, ma anche delle sue difficoltà di governo. Le realtà, così come le rappresentazioni, dei luoghi dell’Italia sono assai persistenti: molte analisi del presente finiscono per richiamare l’annessione di Padova alla Serenissima nel 1405, la ricostruzione di Ragusa e dell’Aquila dopo i terremoti del 1693 e del 1703, l’editto sul porto franco di Trieste del 1719. Appare l’ambivalenza del tempo lungo. Ci ricorda la forza del nostro Paese; le radici profonde di risorse e capacità; la resilienza a mutamenti strutturali. Non è un fenomeno solo italiano: è straordinario come siano riemerse all’inizio del XXI secolo le differenze che caratterizzavano i luoghi dell’Europa centro-orientale all’inizio del XX, come se due guerre e quarant’anni di comunismo fossero stati piccoli accidenti di percorso nella «lunga durata». Ma, se è simile l’importanza dei retaggi storici, da noi mancano le grandi trasformazioni che stanno segnando oggi l’Europa orientale. In Italia è più forte il rischio di vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere. Leggiamo ancora oggi, a La Spezia come in Sardegna, di dinamiche che hanno origine già dalla fine del miracolo economico negli anni Settanta; come è stato detto di Genova, «l’ombra del Novecento vive ancora qui». Corriamo il rischio di non trovare nuove narrazioni del presente e del futuro; di finire, come forse sta avvenendo soprattutto a Venezia, «prigionieri della storia»; di essere come l’Italia degli anni Cinquanta raccontata da Guido Piovene, «un Paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capire con chiarezza il perché».

Nei nostri racconti, i cambiamenti di questo scorcio del XXI secolo sembrano relativamente limitati. Eppure ci sono, in parte conseguenze della gravissima crisi economica dell’ultimo decennio, la peggiore della storia unitaria. Vi sono dinamiche all’interno delle grandi aree territoriali. Al Nord sono forti i processi di gerarchizzazione a vantaggio di Milano. In non poche delle terre del Centro Italia è evidente la preoccupazione di perdere quella combinazione fra benessere privato e coesione sociale frutto del secondo Novecento: affiorano vicende di difficoltà profonde, come quelle di Siena, mutazioni strutturali come quelle di Prato, lo «scivolamento verso il basso» delle Marche. Colpisce il declino di Roma. Si approfondiscono, in un quadro d’insieme negativo, grandi differenze all’interno del Mezzogiorno, leggibili percorrendo i pochi chilometri che separano Salerno da Casal di Principe, Ragusa da Gela. Spiccano le straordinarie difficoltà di Taranto.

Nell’insieme, due sembrano i temi che maggiormente connotano le realtà e le dinamiche di molti luoghi dell’Italia. Da un lato, la demografia: sono le variazioni della popolazione, già registrate o prevedibili, a influenzare significativamente realtà e prospettive di molti luoghi italiani, nel bene e nel male. Dall’altro il rafforzarsi o il venir meno di istituzioni, pubbliche o private, con un raggio d’azione sovralocale, capaci di essere nodi di flussi interregionali e internazionali di idee, capitali, beni e servizi e soprattutto di giovani qualificati.

Su queste dinamiche riescono a incidere molto poco visioni e azioni strategiche esplicite, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. La speranza, alimentata da non poche interessanti esperienze, è che iniziative locali, spontanee, riescano a influenzare positivamente questi cambiamenti; il timore è che esse siano insufficienti in un quadro di straordinaria debolezza della politica e delle politiche; che in molti luoghi si miri più a sfruttare rendite di posizione (per chi le ha) che non a mettere in moto gli investimenti, materiali e immateriali, che sono necessari.

I più forti cambiamenti di questo scorcio di secolo sono, ovunque, nelle dinamiche demografiche. L’arrivo di 5 milioni di stranieri in un lasso di tempo breve, contemporaneo al calo della natalità e all’aumento della vita media e quindi all’invecchiamento della popolazione. La presenza di tanti immigrati è ormai una caratteristica strutturale, nuova, dell’Italia; ma le differenze fra luogo e luogo sono profonde. La presenza degli stranieri è molto maggiore al Nord rispetto che al Sud; ha una valenza decisiva in città e territori dove arriva a sfiorare ormai il 20% della popolazione. Quali conseguenze ne stanno derivando?

Nei luoghi in cui è maggiore l’afflusso di immigrati, i nostri racconti segnalano con chiarezza che quel che conta è l’integrazione socio-economica e quindi culturale, che scaturisce dalla disponibilità di lavoro e dalla capacità di presa in carico della rete dei servizi, dalla scuola alle strutture socio-sanitarie e assistenziali. Da molti luoghi vengono segnali positivi: città che divengono più articolate; famiglie e imprese che traggono vantaggio da una nuova offerta di lavoro, spesso a costi assai contenuti; l’accresciuta domanda espressa da una maggiore popolazione che mantiene toniche le economie locali. In non pochi casi, come a Bergamo, «la ricchezza accumulata negli anni precedenti funge da ammortizzatore sociale». Non mancano problemi, naturalmente, in un processo così ampio e rapido. Tensioni latenti o palesi, conflitti fra le frange più deboli o chiuse della società (aizzate da imprenditori politici della paura) e gli immigrati, fra gli ultimi e i penultimi, esemplificate dalle vicende di via Anelli a Padova. Preoccupazioni per la tenuta del buon livello dei servizi, anche per la penuria complessiva di risorse degli enti locali, come a Pistoia.

Dalla presenza degli immigrati scaturiscono però anche interrogativi. Ad esempio sulle tendenze di molte attività economiche, nelle quali la disponibilità di nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti può forse suggerire strategie imprenditoriali più basate sui prezzi che sull’innovazione; specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati in Italia, ormai da molti anni. Interrogativi sugli scenari futuri. Sulle relazioni fra «una popolazione che invecchia e fa sempre meno figli» e «un’immigrazione che guadagna rapidamente posizioni e che presto potrebbe essere maggioranza», come a Modena; con una possibile anticipazione nelle vicende di Prato, dove ormai l’imprenditoria cinese copre l’80% della produzione di abbigliamento, con una mutazione radicale – che non si ritrova in altri luoghi – delle caratteristiche del distretto industriale. Sulle dinamiche della popolazione di città come Milano, in cui già oggi un sesto degli abitanti ha più di 75 anni e un quarto vive da solo.

Il modesto apporto dell’immigrazione, insieme al diminuire della popolazione indigena, è invece la cifra di altri luoghi italiani. Emergono i problemi di tante aree interne, dalla Val Borbera all’Umbria, alle Madonie, nelle quali i cinque milioni di italiani «a guardia di un terzo del nostro territorio» sono nel pieno di un circolo vizioso nel quale il contrarsi della popolazione rende ancora più sottile la presenza di servizi fondamentali di istruzione, salute, mobilità, rafforzando l’emigrazione. A Bovino, già capoluogo di sottoprefettura nel Foggiano, si è passati negli ultimi sessant’anni da 9.500 a 3.500 abitanti; la Basilicata ha perso un ventesimo della sua popolazione dall’inizio del secolo. Fenomeni più forti al Sud ma ben presenti anche al Centro Nord, specie lungo la fascia appenninica, che mettono a rischio gli equilibri complessivi del Paese, la sua capacità di manutenere e valorizzare risorse fondamentali, naturalistiche così come culturali, dei suoi luoghi più interni. Invecchiamento, spopolamento e abbandono assai difficili da contrastare.

Ma le dinamiche demografiche negative segnano profondamente anche i centri urbani più deboli del Paese, prevalentemente al Sud. Luoghi caratterizzati in passato dalla prevalenza dell’attività edile e di intermediazione commerciale, con l’invecchiamento e la riduzione della popolazione vedono prosciugarsi le tradizionali attività lavorative. L’edilizia langue, non solo per i colpi fortissimi della crisi ma per dinamiche ormai strutturali; e così il commercio al dettaglio. Lì paiono ormai arrivate al culmine le attività edilizie per la realizzazione di centri commerciali all’esterno delle cinte urbane: hanno dato per un periodo un po’ di nuova linfa alle costruzioni, ma hanno contribuito all’impoverimento del commercio. Con il contrarsi della popolazione calano il gettito fiscale e la capacità di finanziare i servizi pubblici, specie in un quadro nazionale di trasferimenti fortemente decrescenti; diminuisce la domanda di servizi privati e di spazi abitativi (in un Paese dove già una casa su cinque non è occupata, ma una su tre nei piccoli comuni della provincia di Terni o in Calabria); decrescono i valori immobiliari, con un effetto-ricchezza negativo specie per i piccoli proprietari. Meno bambini e dunque meno insegnanti, meno scuole, meno ospedali, meno negozi, meno abitazioni. A ciò si somma la riduzione di presenze che per decenni hanno segnato la vita dei capoluoghi di provincia e animato le loro economie, dalle Camere di Commercio alle sedi di istituzioni nazionali, agli stessi organi amministrativi delle oramai defunte Province. Con grande preoccupazione ci si interroga sul futuro di realtà come Cosenza o Catanzaro: che succede, con il passar dei lustri, a città e paesi nei quali la popolazione diminuisce? È difficile attendersi flussi dall’esterno che li rivitalizzino. Anche alla luce di una delle grandi tendenze che permeano l’economia contemporanea in Italia e in Europa: gli investimenti «Nord-Sud», da luoghi densi e ricchi e per questo con costi più elevati verso luoghi a minor costo di produzione, ormai non sono più ristretti dalle dimensioni nazionali, ma fluiscono liberamente verso destinazioni anche lontane. Le organizzazioni produttive si strutturano su catene del valore globali, delle quali decrescenti costi di trasporto e possibilità di interazione a distanza consentono controllo ed economicità. In altri termini: per le aree deboli nazionali l’attrazione di investimenti da quelle forti è sempre più difficile; in Europa queste interrelazioni si strutturano sempre più lungo la dimensione Ovest-Est che Nord-Sud.

L’economia contemporanea è caratterizzata dall’intensificarsi dei flussi: di beni e servizi, di capitali, ma soprattutto di idee e di persone, specie giovani e a elevata qualifica. Le sorti dei luoghi sono sempre più determinate dall’essere, almeno in parte, nodi di queste relazioni, origini e destinazioni dei flussi; dalla lorocapacità di esportare, a distanza breve, media o lunga, idee, prodotti e servizi, e dalla conseguente capacità di importarne e di modificare così continuamente le proprie capacità produttive. Questa capacità dipende dall’esistenza nei luoghi di istituzioni, pubbliche e private, di rango non locale; dalla presenza, ad esse collegati, di risorse cognitive e capitale umano; dalla valorizzazione di competenze in grado di differenziare e specializzare, nel quadro nazionale e continentale, le funzioni urbane.

La presenza delle teste pensanti di imprese di media o grande dimensione diviene fattore sempre più decisivo. La grande crisi economica italiana, com’è noto, è stata selettiva: ha prodotto un’ulteriore, significativa diminuzione delle imprese più grandi. Tuttavia, insieme al ripiegamento di tanti segmenti della nostra capacità produttiva, ha prodotto il riorganizzarsi e il consolidarsi di imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi. E così si nota ancor più negli ultimi anni la realtà di Cuneo, sede di grandi imprese globali e luogo di competenze specialistiche nell’alimentazione; si difende bene Parma; resta forte, ma meno che in passato, Varese, a causa delle «defezioni dell’imprenditoria locale»; mentre Torino si interroga preoccupata sul futuro, sulla «ritirata silenziosa» delle imprese, sull’effettiva capacità di superare virtuosamente la monocultura automobilistica. Fortunatamente non è alle viste alcuna rust belt italiana, come nel Nord dell’Inghilterra, ma non sono pochi i casi di gravi crisi di rilevanti produttori, al Nord e al Sud: in quest’ultimo caso con evidenti e pericolosi segnali di deindustrializzazione prematura.

Crescono le differenze nei risultati fra i distretti industriali e fra le imprese al loro interno: le dinamiche sembrano migliori per quelle aree che associano alle abilità produttive sul territorio attività terziarie tipicamente urbane; per quelle in cui sono maggiormente presenti le produzioni di beni di investimento rispetto a quelle dove ci sono solo beni tradizionali di consumo; per quelle in cui emergono imprese in grado di associare processi di innovazione tecnologica basati sul ridisegno organizzativo all’insegna della digitalizzazione, con il controllo – o quantomeno la partecipazione con un ruolo rilevante – di catene del valore, e presenze commerciali in ampie porzioni del mondo. Si rafforzano Modena, Vicenza, Padova e Treviso, centri di riferimento di imprese di grande successo e di distretti, apparentemente più di quanto riescano a fare Udine o Ancona.

Rilevantissimo è ciò che accade nei servizi. Molto è cambiato nel sistema bancario con il forte ripiegamento di Siena e delle stesse Treviso e Vicenza, ma non di Modena. Con la perdita dei grandi quartieri generali di istituzioni creditizie sembra forte il ridimensionamento di diverse città del Centro Nord a tutto vantaggio di Milano. Anche il sistema fieristico si concentra su Milano; ma con persistenze importanti a Rimini, a Parma e a Verona. Si rafforzano nuovi nodi della distribuzione e della logistica, da Piacenza a Nola, ed eccellenze nelle cure sanitarie, da Milano a Pisa. Restano molto rilevanti per le economie e le società locali quelle fondazioni di origine bancaria che sono riuscite a diversificare i propri investimenti.

Conta moltissimo la presenza dei grandi mezzi di informazione, di case editrici: per il ruolo diretto nell’economia, per la capacità di leggere e raccontare le dinamiche locali e di promuoverne la conoscenza. Nell’ultimo decennio si è ridimensionato e riconfigurato il sistema universitario, più resiliente nei luoghi a maggior reddito e in forte declino altrove, specie al Centro Sud, anche per l’effetto diretto di scelte politiche esplicite; emerge l’importanza di istituzioni universitarie speciali come a Pisa, o europee o internazionali come a Firenze e Bologna, o di centri di ricerca avanzati come a Trieste o, nascenti, all’Aquila. Conta la presenza delle istituzioni europee, come il Jrc a Ispra (Varese) o l’Efsa a Parma; o delle prestigiose istituzioni culturali, come i grandi musei (e i nuovi, di Roma e Napoli); delle eccellenze sportive (che hanno a lungo caratterizzato Treviso e Siena); dei grandi, consolidati eventi, come la Biennale. In un quadro in cui i flussi di investimenti produttivi dall’estero in Italia restano modesti, essi si concentrano nei luoghi più densi di istituzioni, sia per acquisire il controllo di imprese – con esiti ambivalenti nel lungo periodo – sia per giovarsi di complementarità. Presenze, crisi e sviluppi stanno ridisegnando ruoli e gerarchie fra le aree urbane.

Decisive sono anche le integrazioni a breve raggio. Si conferma la vitalità di sistemi territoriali policentrici e diversificati: come è in parte l’intero Veneto, certamente la Romagna e, su scala inferiore, la Murgia dei trulli o l’area degli Iblei; e le difficoltà dei luoghi che invece si «attraversano» come Ventimiglia o l’intero Lazio non urbano. Interessanti appaiono i processi di riconfigurazione della grandissima, complessa ma vitale, area urbana napoletana. Ovunque si segnalano difficoltà di governo dei territori: il sostanziale fallimento dell’esperienza delle città metropolitane e le difficoltà per le aree vaste che scaturiscono dall’abolizione delle Province; in molti luoghi, si confermano debolezze nei servizi di rete, il persistere di confini nelle competenze (come nei collegamenti dal Friuli all’aeroporto di Treviso), di piccole rendite e veti incrociati nella gestione dei servizi; in alcune grandi città del Centro Sud anche nella gestione dei rifiuti. Risulta cruciale la capacità delle città di offrire buoni servizi di mobilità alle persone, a partire dalla assai difficile situazione dei 700 mila pendolari giornalieri su Roma: capacità indebolita dal disinvestimento delle ferrovie sulle tratte metropolitane (a vantaggio delle più lucrose connessioni ad alta velocità), dalle difficoltà finanziarie degli enti locali, talvolta dalla cattiva gestione delle aziende di trasporto. Anche in questo ambito Milano mostra dinamiche assai migliori di altre città; ma non mancano altre esperienze interessanti, nei tram di Firenze e di Palermo o nel faticoso ma decisivo sviluppo della rete della metropolitana a Napoli.

La capacità delle politiche nazionali di influenzare le dinamiche dei luoghi è stata, in questo scorcio di secolo, particolarmente modesta. Ciononostante si sono determinati almeno due grandi cambiamenti di rilievo. Il primo è la realizzazione della rete dell’alta velocità ferroviaria. Anch’essa sta ridisegnando le gerarchie urbane. Fra i territori che ne sono interessati e quelli che ne sono esclusi, riproponendo forse a più di un secolo di distanza un vantaggio strutturale della dorsale tirrenica su quella adriatica, che resta ancora priva persino del doppio binario, fra Ripalta e Termoli; e con Matera non ancora raggiunta dalla rete ferroviaria nazionale. Fra i luoghi che ne sono terminali e quelli che ne sono attraversati ma scavalcati: come le pur forti città emiliane, con la significativa eccezione di Reggio Emilia e della sua nuova stazione. Fra i luoghi che attraggono e quelli che divengono stazioni prevalentemente di partenza: la dinamica delle relazioni fra Milano e Torino – dopo una lunga stagione di forte ripresa dell’antica capitale – pare oggi segnata decisamente dalla superiore capacità attrattiva della prima.

Il secondo è la profonda evoluzione della rete dei collegamenti aerei, nazionali e soprattutto internazionali. La liberalizzazione delle tratte ha permesso lo strutturarsi di una rete di collegamenti «da punto a punto», ormai prevalenti rispetto al vecchio sistema di «centri e raggi»: come testimoniato dal netto sorpasso operato da Ryanair nei confronti di Alitalia.

L’esistenza di uno scalo aeroportuale ben gestito è divenuta un fattore fondamentale; diversi centri medio-grandi e medi se ne sono avvantaggiati, da Venezia a Catania, da Bergamo a Bari, da Brindisi a Comiso-Ragusa. Specie laddove, come a Bologna e a Pisa, ma anche a Napoli, si punta su una forte integrazione funzionale aeroporto-stazione ferroviaria. Assai meno è cambiato in altre fondamentali relazioni: nelle reti di collegamento transalpine, dove, pur con progressi infrastrutturali già compiuti o in realizzazione, restano condizioni per cui il Friuli, che «al centro dell’Europa c’è da sempre», sembra ancora sentirsi «calpestato dagli zoccoli dei cavalli dei tanti eserciti in transito», più che protagonista a pieno titolo della reintegrazione europea. Aosta fa storia a sé; Bolzano e Trento sono forse più agganciate alla «locomotiva tedesca» che al resto del Paese. Nelle relazioni adriatiche, per le quali l’approdo della nave «Vlora» a Bari nel 1991 sembrava prefigurare un futuro solo in parte realizzato. In generale nella proiezione mediterranea: nonostante i buoni segnali di Salerno, Trieste rischia di perdere colpi a vantaggio di Capodistria, Taranto traffico a vantaggio del Pireo e Gioia Tauro attività a vantaggio di altri grandi porti di transhipment.

In quasi tutti i luoghi italiani è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali. Ci sono molte condizioni favorevoli: dalla grandissima e differenziata disponibilità di fattori attrattivi ai nuovi collegamenti aerei; dalle tendenze di lungo periodo del turismo internazionale verso vacanze più brevi e frequenti alle condizioni che oggi riducono la concorrenza di altre mete mediterranee. Alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari, si aggiunge così un’offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani.

Specie per le città più deboli sotto il profilo manifatturiero, si tratta di percorsi interessanti, basati sulla valorizzazione di risorse architettoniche, culturali, ambientali, naturali; sui positivi processi di risanamento e rivitalizzazione dei centri storici che si sono realizzati in molte città del Sud, da Salerno a Matera (anche per questo Capitale europea della Cultura 2019), da Bari a Lecce, da Siracusa a Ragusa.

Cambiamenti assai positivi, in un Paese che ha fatto del dissennato consumo di suolo e del deturpamento di città e campagne la sua cifra per decenni. La crescita dei flussi turistici e della stessa notorietà e immagine dei luoghi può portare ricadute per la commercializzazione di produzioni alimentari o vinicole che più con quei luoghi si identificano, con un aumento dell’occupazione e del reddito. Non mancano però rischi in queste strategie: quella dello scenario di città-museo, con eventi di corto respiro, organizzata per la gestione di flussi di presenze mordi-e-fuggi, con la trasformazione dei centri storici in strutture e servizi di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario. Appare l’ambivalenza dei possibili effetti della «sharing economy» di Airbnb, con il rischio della concentrazione delle ricadute reddituali positive sulla grande rendita immobiliare. La difficile convivenza di Firenze con queste dinamiche è storia esemplare.

Al di là dei luoghi specializzati del turismo marino o montano, per le città di maggiore dimensione è sempre necessaria una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza. Uno sviluppo «polifonico» come quello che ad esempio si sta cercando di costruire, riuscendo solo in parte, nel Salento. Il binomio cultura-turismo non può essere solo passivamente messo a rendita, perché con il tempo deperisce: va continuamente rivitalizzato con investimenti su attività di alta qualità, permanenti, radicate, con lo sviluppo di risorse cognitive nuove, originali. Più facile a dirsi che a farsi, visto il tracollo dei complessivi investimenti in cultura nell’intero Paese e la sottovalutazione della formazione umanistica; ma non mancano segnali, come a Bologna o a Ferrara.

In questo scenario emerge in tutta la sua rilevanza, e si consolida, la frattura fra il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole dall’altro. Il Centro Nord è denso di istituzioni; per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’esterno. Il Mezzogiorno, al contrario, «non esiste». Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità di popolazione è maggiore, come intorno a Napoli o Bari. Vi sono flussi Sud-Nord, ma quasi mai Sud-Sud; come non vi è alcun treno che colleghi le due maggiori città del Mezzogiorno continentale. Fino all’isolamento della Sardegna, o al paradosso dei luoghi siciliani, poco connessi anche fra loro. Questo rende la domanda potenziale per ogni nuova attività spesso assai modesta.

Allo stesso tempo spicca la centralità di Milano: cuore di flussi nazionali e grande porta di interscambio con il resto dell’Europa e del mondo; nettamente la più forte, se non l’unica di rango superiore. Specie se la si compara alla paralisi della Capitale: nella situazione, nelle dinamiche, e forse – quel che più conta – nella sua percezione; dato che «una città è in grande misura ciò che i suoi cittadini pensano che sia».

Ancora, da tutti questi punti di vista, va segnalato il ruolo fondamentale degli italiani più giovani, delle loro interconnessioni, anche grazie ai social network, e della loro mobilità. Ne sappiamo e ce ne interessiamo troppo poco, per l’assenza di ricerca e di riflessione. Anche per le difficoltà delle misurazioni statistiche: la mobilità non è più solo leggibile con i cambiamenti di residenza; attendiamo nuove ricerche basate sui «big data» dei flussi. Sappiamo che complessivamente la loro vita è incerta, le loro esperienze di lavoro alterne, le loro aspettative decrescenti: i giovani italiani fanno molti meno figli che in passato, e sempre più tardi. Sappiamo che molti ragazzi e molte ragazze ad alta qualificazione vanno all’estero, e che c’è una forte polarizzazione dei flussi interni verso alcuni centri urbani, ancora una volta su tutti Milano, grazie alla sua domanda di lavoro qualificato e alla sua vivacità culturale. Ma non solo: Pisa «cosmopolita e dinamica, con una ricchezza immateriale fatta di incontri e presenze»; il centro storico dell’Aquila rivitalizzato dai giovani dopo il terremoto del 2009. Vi è certamente un forte drenaggio dalle aree interne e dal Sud; ma anche da Genova e da altre medio-piccole città del Centro Nord. Sappiamo poco dei rapporti con i luoghi di giovani che sono assai mobili fisicamente e virtualmente: dovremmo interrogarci sulle nuove possibilità offerte da migrazioni che divengono circolari, dall’esistenza di forme di collaborazione e lavoro a distanza. Ci interessiamo troppo poco dei tanti giovani che investono in una nuova ruralità multifunzionale nelle aree interne, di quelli che vivacizzano Roma e Napoli, dell’azione di coloro che, «come gli indispensabili di Brecht», continuano ad animare la Calabria.

Da più parti giungono segnali assai confortanti di vivacità nella costruzione dal basso di percorsi futuri, specie dove è forte la presenza giovanile. Il nostro viaggio segnala, per fortuna, che non c’è solo un adagiarsi sulle rendite del passato ma anche tanto investimento collettivo. L’Italia è innervata da piccoli e grandi gruppi che si formano per realizzare progetti, per rivitalizzare aree e quartieri dismessi, per accogliere e integrare i migranti o per dare forma a nuove attività culturali. Anche di questo fervore sappiamo relativamente poco, e la scarsa conoscenza impedisce misurazioni e valutazioni d’insieme; cosa ancor più grave, ne riduce la visibilità e quindi le possibilità di collaborazione o la messa in rete sovralocale di queste esperienze, la replicabilità di quelle migliori.

Appaiono molto poco nei nostri luoghi amministrazioni pubbliche capaci di incidere. Non mancano; ma spesso i racconti testimoniano di gruppi di potere che gestiscono rendite locali, anche di contrasto all’innovazione sociale. Gruppi autoreferenziali; non poche volte, come accaduto «ai padroni del Veneto», protagonisti in negativo della cronaca. Affiorano racconti di commistioni con la criminalità organizzata, non solo nelle tradizionali aree di insediamento, ma anche in molti luoghi del Centro Nord. Allarma ma non sorprende.

È coerente con lo scollamento dei cittadini dalle loro istituzioni rappresentative che emerge dal forte calo della partecipazione elettorale; con il destrutturarsi di quel che restava dei partiti e dei movimenti politici e il loro ristrutturarsi intorno a singole personalità; con le esperienze che mostrano che un’immagine ben coltivata e una permanente fedeltà ai leader nazionali sono, molto più che il buon governo locale, passaporti per le carriere nazionali. Come è stato detto di Torino, ma l’osservazione vale per tanti altri luoghi, vi è «l’impressione di un disegno incompleto, come se fosse venuta meno, a un certo punto, una mano che mettesse a posto le tessere del mosaico e che soprattutto aggiungesse quelle che mancano per dare una forma compiuta a una trama interrotta».

Assai distratta è la politica nazionale. Certo per la difficoltà della collaborazione in azioni di governo multilivello, specie in un periodo di risorse scarse. Ma anche per scelta strategica: mai come in questo periodo gli investimenti pubblici sono stati così modesti. Forse anche per lo scarso interesse o l’incapacità di comprendere il Paese, per l’ottica di brevissimo periodo in cui si muove (a fronte dei tempi lunghissimi dei cambiamenti dei luoghi), per la preponderanza dell’apparire sulla concretezza delle realizzazioni come metro del successo. Probabilmente anche per distorsione ideologica: per la prevalenza di visioni che richiamano uno Stato minimo, nel quale non serve un’azione nazionale perché le dinamiche dei luoghi non sono e non debbono essere che il risultato di meccanismi di competizione fra loro. Al di là di quanto si è detto per treni ed aerei, c’è ben poco sul taccuino degli ultimi quindici anni. Anzi, anche nei casi in cui le politiche pubbliche hanno profondamente plasmato il quadro, come le scelte discrezionali che sono state compiute sulla configurazione territoriale del sistema universitario, vi è stato un programmatico disinteresse per l’impatto che ciò andava producendo sui luoghi. Si conferma invece, ad esito delle difficoltà di finanza pubblica e del confuso ridisegno operato con la riforma costituzionale del 2001 e con la legislazione sul federalismo fiscale del 2009, un persistente e sordo conflitto fra territori per le risorse pubbliche. Fino a far emergere, in alcuni di quelli più ricchi, il desiderio di un’autonomia fiscale e politica che distacchi le sorti di intere Regioni da quelle del resto del Paese. Si scontrano pulsioni di «piccole patrie» e rigurgiti neo-centralisti. Sembra abbandonato il progetto di vero governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento di poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale che garantisca pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

Il dinamismo dal basso è fondamentale: nessun attore esterno può rilanciare comunità territoriali senza che esse siano protagoniste dei processi di cambiamento e trovino «collettivamente un senso per l’agire». È condizione necessaria ma insufficiente: un Paese non si trasforma e cresce solo con «cento fiori» dal basso. Percorsi di sviluppo delle aree interne sono possibili e credibili se c’è un forte investimento delle comunità locali, ma anche se le loro azioni e le loro esperienze sono accompagnate da una coerente direzione delle grandi politiche nazionali, dall’istruzione ai trasporti, come si cerca con fatica di fare con la Strategia nazionale ad esse dedicata. La carenza di politiche nazionali si avverte meno dove le dotazioni materiali e immateriali sono più rilevanti, la società più coesa e l’economia più dinamica; si avverte maggiormente laddove – come purtroppo in molti luoghi del Paese, e certamente non solo nel Sud – queste condizioni non sono tutte contemporaneamente soddisfatte.

Più di tanti altri Paesi avanzati, l’Italia è ciò che sono i suoi luoghi; ma la sua storia non può essere solo la somma algebrica dei loro cambiamenti spontanei. Il nostro viaggio ci consegna, forte, la necessità di non stare solo a guardare, incrociando le dita. Di provare a mettere in atto, con gli strumenti e l’intensità che i tempi consentono ma con l’ambizione di un grande Paese, le azioni necessarie per abilitare e rendere possibili i cambiamenti che nei suoi luoghi possono determinarsi; per catalizzare percorsi di crescita differenti ma diffusi; per connetterli e così rafforzarli in un sistema nazionale. È la storia lunga delle nostre città ad insegnarcelo: il futuro si costruisce consapevolmente.

 

Da "http://www.doppiozero.com" Viaggio nell'Italia di oggi di Gianfranco Viesti

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 02 Febbraio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /4

Scorrendo le gesta e i detti di questa campagna elettorale, ormai decisamente avviata verso lo sbocco del 4 marzo, si ha l’impressione che in Italia la politica si stia consumando nella ricerca di un futuro che non riesce più ad immaginare. E che, anzi, tenda a ritrarsi nel ventre caldo di un passato in cui crede di trovare le certezze che non ha. Tanto da rivalutarne anche il peggio di quei rottami.

Il fenomeno si presenta con le dimensioni tragiche del ricorso alla violenza – privata o di stato, praticata o minacciata – per la soluzione di non importa quale contrasto.

Ne è icona attendibile il presidente americano Trump sia quando scatena, nel suo paese, l’ennesima guerra dei ricchi contro i poveri, sia quando si cimenta nella disfida dei bottoni (nucleari) con l’altrettanto pittoresco dittatore coreano.

La scala domestica
Pulsioni e suggestioni tutte al di sotto dei livelli di relativa tranquillità raggiunti dalla comunità internazionale dopo le prove del XX secolo.

In un diverso scenario e in una scala ovviamente domestica, sono dello stesso segno i sempre più frequenti riferimenti di esponenti politici a utensili dell’armamentario totalitario e fascista. A parte il folklore dei saluti romani e di altre pratiche evocative, pesano certi riferimenti storici di segno encomiastico sui presunti meriti del “duce”.

E poi ci sono le uscite di stampo razzista, come quella del candidato della destra unita alla guida della Lombardia, per il quale i migranti non solo invadono l’Italia, non solo vengono per delinquere, ma soprattutto minacciano la “razza bianca”.

Il “noi” contro “loro”
Più ancora colpisce che, per sviare le proteste suscitate dal “lapsus”, si sia voluto sostenere che anche la nostra Costituzione usa il termine “razza”, omettendo di aggiungere che lo fa in modo inequivoco per esorcizzare ogni incarnazione di razzismo o di discriminazione.

D’altra parte, a tali risultati si giunge inevitabilmente nel momento in cui si adotta, come criterio del giudizio politico, una separazione arbitraria tra “noi” e “loro”; un criterio che conduce inevitabilmente ad una diminuzione della qualità umana di ogni “diverso” e, dunque, autorizza ogni forma di repressione per contenerne il presunto pericolo.

Il saccheggio dei “precedenti”
C’è, infine, un “ricorso al passato” meno truculento anche se non privo di insidie per la corretta formazione del giudizio politico. Ed è il saccheggio per fini elettorali del bagaglio di progetti e di promesse già esibiti in precedenti consultazioni.

Qui non si può fare a meno di censurare, a scelta, o per recidiva o per inadempienza contrattuale, il fatto che Berlusconi, nel formulare il programma per il 2018, abbia riprodotto, cambiando le parole, quel “contratto con gli italiani” che firmò davanti al… notaio Vespa in una non dimenticata performance televisiva nel 2001.

Inadempienza contrattuale
Una scelta, quella del Cavaliere, che si offre alla critica non per il contenuto opinabile delle scelte in materia fiscale, di previdenza, di opere pubbliche e di lavoro (materie per le quali, del resto, anche i competitori non lesinano le promesse), ma per la circostanza che, in base al citato contratto, quegli impegni avrebbero dovuto essere adempiuti entro i 5 anni di governo a partire da quelle elezioni.

Di più: c’era una clausola di chiusura per cui – era scritto – «nel caso in cui, al termine dei cinque anni di governo, almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero stati raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche». Seguiva firma, naturalmente “in fede”.

Qui, però, non c’entrano né il trumpismo né il fascismo di ritorno perché si tratta di un caso di candidatura a figurare nella galleria delle facce di bronzo.

Il discorso su questa vana ricerca del futuro perduto come timbro dell’attuale fase politica esige invece qualche ulteriore sviluppo.

Viaggio nella “retrotopia” di Bauman
In questa direzione spinge l’ultima opera di Zygmunt Bauman, il cui titolo – “Retrotopia” – descrive la tendenza generalizzata ad un “ritorno al passato” nel momento stesso in cui si è chiamati a governare il futuro.

Tanti sono gli spunti offerti dall’analisi del grande sociologo polacco sui quali sarebbe utile chiamare ad intrattenersi coloro che hanno responsabilità politiche.

Il primo e più importante, a mio avviso, è quello che segnala la «progressiva globalizzazione del potere» mentre «la politica conserva ancora una dimensione locale».

La “nazione-tribù”
Così la politica – e, per essa, lo stato – ha perso non tanto il monopolio della forza quanto la prerogativa di determinare il confine tra l’uso legittimo e illegittimo di essa.

Ne sono consapevoli gli statisti attualmente in carica o aspiranti tali?

Quanto è diffusa la coscienza di quello che Bauman chiama «il ritorno alle tribù»?

Quell’istituzione arcaica oggi prende corpo nelle manifestazioni del nazionalismo chiuso e nel rifiuto crescente delle istituzioni di integrazione, per quanto perfettibili, come l’Unione Europea.

E quanto i fautori della moltiplicazione delle frontiere fortificate hanno presente che la condizione feriale della politica, nei prossimi decenni, dovrà confrontarsi con un miliardo di sfollati?

La rivincita della ricchezza
La sfida non è dunque quella di fabbricare piccoli recinti ma di rendersi conto che, «dopo la globalizzazione dei capitali e delle merci, è finalmente giunta l’ora della globalizzazione dell’umanità»; con la quale bisogna misurarsi se davvero si vuole incidere sul futuro.

La descrizione del “grande ritorno” al passato si arricchisce poi con la ricognizione della povertà e della disuguaglianza nonché della rivincita che esse stanno ottenendo sull’idea, diffusa tra gli economisti e lungamente accreditata in politica, che fosse possibile realizzare un equilibrio tra il capitalismo che crea ricchezza e l’intervento pubblico che garantisce il pieno impiego.

L’attività umana
C’è da chiedersi se anche le tante più o meno attendibili suggestioni di interventi perequativi oggi in circolazione non siano l’esito di un definitivo abbandono di quella via maestra che, sulle due sponde dell’Atlantico, è stata percorsa dal riformismo nelle sue varie versioni.

Più radicalmente, c’è da interrogarsi sulla fondatezza della prospettiva che riduce o cancella il lavoro umano (così come è venuto realizzandosi) da una prospettiva di lungo periodo, attrezzandosi però non a compiere un tamponamento mediante sussidi o altri espedienti ma a individuare nuove e inedite dimensioni di espansione socializzante dell’attività umana.

Il grembo materno
L’ultimo capitolo di Bauman che qui usiamo per completare una provocazione rispetto all’insufficienza dell’analisi politica corrente e della percezione della portata dei problemi che incombono, è quello dedicato al «ritorno al grembo materno», tradotto nel fenomeno della «privatizzazione della speranza», con conseguente caduta della propensione alla solidarietà.

È materia complessa che intreccia la politica con la sociologia e la psicologia. Del resto, già in uno dei precedenti articoli si evocava un crescente deficit di energia solidale con un conseguente invito a riabilitare o a reinventare i luoghi e le fonti di riabilitazione di tale risorsa.

Organizzare la speranza
Ma se il compito che abbiamo (la politica ha) è quello di «innalzare l’integrazione umana a livello dell’umanità intera», allora dobbiamo prepararci ad un periodo piuttosto lungo «di domande più che di risposte», sapendo che il successo è difficile e il fallimento possibile.

È uno sfondo che cambia il colore delle questioni in discussione anche nelle prove elettorali in svolgimento, e costringe, se si vuole incidere in modo non superficiale o strumentale, a guardare davvero più alto e più lontano.

Non dimenticando che compito della politica, come dicevano i giovani cattolici degli anni 30 del ’900, è quello di «organizzare la speranza».


Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /4 Come ritrovare il futuro perduto - di Domenico Rosati - 24/01/2018

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 29 Gennaio 2018 00:00

Verso il 4 marzo /3

Al di là della raffigurazione geometrica – e perciò fredda, statica e un po’ arbitraria – dei requisiti e degli obiettivi del buon governo, è necessario spostare l’attenzione su un altro fattore, fondamentale, dell’azione politica. Meridiani e paralleli servono infatti a dare riferimenti spazio-temporali ad un movimento umano che concerne la rotta che si sceglie di seguire.

L’energia solidale
Si può chiamare in vari modi: passione politica o ideologia, o “visione”, tutti indicatori di un finalismo più o meno definito in funzione del quale si mette in azione la forza motrice delle volontà collettive, necessaria per realizzare il disegno in un tempo dato. È evidente che qui siamo fuori dallo schema matematico e ci inoltriamo nel campo dell’intuizione, là dove, secondo il Pascal dell’esprit de finesse, ci si avvicina al “dover essere” dell’esistenza umana.

Nella nostra Costituzione questa spinta propulsiva, o forza d’impulso, volta a tradurre in realtà storica i modelli elaborati dal pensiero, può essere individuata in una “energia solidale” che avvolge l’insieme dei fattori politici e li orienta verso una finalità di bene comune.

Vocazione umanistica
Se ne parla poco, anche perché si dà per scontata la sua esistenza, ma si tratta di una dimensione decisiva. Oltre a conferire un significato etico all’agire politico, la dimensione solidale ne qualifica la vocazione umanistica che respinge l’approccio totalitario o paternalistico o semplicemente autoritario. Non coltiva sudditi obbedienti ma cittadini pensanti.

Ora questa energia solidale non viene fornita in misura costante. Vi sono intermittenze, alti e bassi nell’erogazione, corrispondenti a diversi periodi storici e a situazioni peculiari.

Diritti, doveri e tensione all’uguaglianza
Fondamentale è l’enunciato dell’art. 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia singolo che nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica , economica e sociale».

Altrettanto impegnativo è il secondo comma dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

La prova della penuria
Quale sia lo stato dell’arte nel campo della solidarietà nella sua esplicazione tendenziale verso l’uguaglianza è un’indagine difficile e rischiosa. I fenomeni sociali sono sempre gomitoli aggrovigliati nei quali è arduo individuare il filo che rivela la tendenza.

Si può solo constatare una variabilità di atteggiamenti non tutti riconducibili a situazioni oggettive.

All’inizio degli anni ’70, l’esplosione della crisi petrolifera impose alcune “novità” che contrastavano le abitudini dei miracolosi anni ’60. Si parlò persino di mobilitazione delle energie sacrificali e si auspicò un ritorno all’economia di guerra.

L’austerità rifiutata

Le “domeniche a piedi” ne furono l’esperienza più pittoresca per via della riabilitazione di mezzi di trasporto diversi dalle automobili, come i calessini e persino le diligenze trainate dai cavalli. Ma le limitazioni erano tante e di diverso impatto, a partire dalla riduzione dell’illuminazione delle strade. E, all’insieme delle misure adottate, si dava senza disagio il nome di “austerità”.

Ma, sul finire degli anni ’80, quando il segretario comunista Berlinguer propose di instaurare un regime di austerità per affrontare e risolvere la crisi economica e promuovere un nuovo modello di sviluppo, la risposta dell’opinione pubblica e del ceto politico fu una chiassosa ripulsa. L’austerità non mobilita le masse, si affermò con asprezza, e a Berlinguer toccò di essere effigiato in pantofole.

Le regole cambiate
Alti e bassi, si diceva. Corrente alternata. Ma complessivamente quale è stata la tendenza? Ultimamente il premio Nobel, Joseph Stigliz, noto come scienziato non meno che come alfiere della finanza, ha constatato che «le regole del gioco sono state cambiate a vantaggio di quelli in alto e a svantaggio di quelli in basso, aumentando la disuguaglianza».

Parrebbe questo il tema da svolgere, ma non si vedono all’orizzonte iniziative organiche adatte a ridurre i dislivelli che il cambio delle regole del gioco ha provocato. Irriducibilità del sistema o carenza conclamata di energia solidale?

La risposta coinvolge entrambi gli aspetti. Il meccanismo capitalistico, dopo aver sbaragliato il comunismo reale, si è orientato a compiere scelte che, assecondando la rivoluzione tecnologica, hanno dato luogo ad un attacco frontale alle strutture e alle forze che, in Occidente, hanno caratterizzato il così detto “compromesso socialdemocratico”, a partire dal welfare.

La competizione delle promesse
Questo attacco – che è ancora in corso – ha già prodotto più di una divisione nel campo delle sensibilità sociali. C’è chi pensa di riattivare un “rosso antico” denso di ideologia alternativa e chi spera in una presa di coscienza comune per un nuovo intreccio delle compatibilità. Con un quadro che comunque risulta più complicato per effetto della… conversione capitalistica dei regimi di Russia e di Cina, quest’ultimo ancora rigorosamente agganciato all’impianto comunista.

Tracce delle divisioni si notano anche nell’area politica più motivata sui temi dell’uguaglianza. In Italia, ad esempio, coloro che hanno abbandonato il Pd gli rimproverano, sostanzialmente, di aver compiuto scelte proprie del campo avverso. Ma, in generale, l’insieme dei soggetti politici sembra attestarsi più che attorno a un grumo di valori da affermare, attorno ad un metodo “pubblicitario” da accreditare, nel quale si consuma una competizione “al maggiore offerente” di promesse e ammiccamenti vari.

Quantità e volumi
Nei remoti anni ’60, alcuni studiosi dimostrarono che, tra i programmi elettorali dei partiti dell’epoca, c’erano più convergenze che divergenze; e allora c’erano ideologie ostinate e divisive. Oggi il quadro è cambiato: tutti si muovono nell’orbita del realismo della concretezza; e, non sussistendo più differenze di qualità, si punta tutto sul gioco delle quantità e dei volumi.

Fantasia al ribasso
Gli opinionisti fanno bene ad ironizzare sul fenomeno. C’è la tendenza generale all’abbattimento delle tasse, più misurata nel Pd, più semplificata nel centrodestra che inalbera il vessillo della flat tax al 15% o al 25%, fate voi.

E anche un compassato Pietro Grasso, che alla riduzione generalizzata è contrario, brucia il suo granello d’incenso all’accesso gratuito all’università

A sua volta Renzi si smarca con la trovata di cancellare del tutto il canone Rai, appena dopo averlo messo in bolletta, mentre il Movimento 5Stelle, oltre ad insistere sul suo “reddito di cittadinanza”, si espone su un’idea di ridurre in 10 anni di 40 punti il rapporto tra debito e Pil.

Un fondo condiviso di menzogna
Ma Berlusconi non si fa strappare il servizio: lui opera a quota mille. Il suo reddito di dignità a 1000 euro è più pesante di quello di Di Maio, che si ferma a 780; e pure a 1000 euro posta l’asticella delle pensioni minime. E poi la consueta inondazione di misure “dedicate” come l’abolizione delle tasse automobilistiche e le provvidenze per gli animali di compagnia.

E le coperture? I soldi si trovano, rispondono in coro i protagonisti della saga elettorale inimitabili nella disinvoltura con cui piegano le quattro operazioni alle esigenze della propria propaganda.

L’andamento di questa spregiudicata corsa al rialzo, nella quale la non partecipazione del Presidente del Consiglio sembra offrire una insperata sponda di saggezza, impone di ritornare al punto del “non mentire”, lasciato in sospeso nel precedente articolo.

Ora, in tanto mulinare di promesse, si cela un fondo condiviso di menzogna ed è dunque in nome di un cumulo di bugie che si chiede il consenso degli elettori.

Chi sa mentire meglio?
I cultori della materia possono evocare, al riguardo, un quesito che appassionò l’autore dei Viaggi di Gulliver, Jonathan Swift, mentre si accingeva a scrivere su L’arte della menzogna in politica. Il quesito era «se una menzogna sia contraddetta meglio dalla verità o da un’altra menzogna». E la risposta dell’autore era che «il modo più appropriato per contraddire una menzogna è un’altra menzogna», magari più grossa della precedente.

«Chi sa mentire meglio, i Tories o i Vhigs?» si domandava il nostro autore. E noi oggi come potremmo fargli eco? Tra i concorrenti ci sono professionisti patentati (una nota biografia di Berlusconi si intitola Il venditore) e dilettanti allo sbaraglio che si autodispensano da ogni saggia ricerca, e anche esseri – come dire? – refrattari alla materia, che però si sforzano di non rimanere indietro. Ma allora come scegliere?

Diamoci un taglio
Una modesta proposta sarebbe quella di sottoporre ogni cifra connessa ad una promessa ad un taglio lineare consistente, almeno sopra il 20%.

Un’altra suggestione, visto che è chiamato in causa, viene da un pensiero dello stesso Swift: «Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di aver avuto torto, che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto fosse ieri».

Ma, siccome non è il caso di immaginare che a cambiare siano i protagonisti della competizione in corso, pare più saggio confidare in un sussulto di saggezza del corpo elettorale. Che eserciti senza ritegno il suo “diritto al dubbio”, dichiari senza reticenza la propria incredulità davanti al quadro delle promesse farlocche e faccia capire che la conseguenza sarà la negazione del consenso.

Non sarà la piena rivincita della verità, ma si potrà evitare il trionfo delle bugie.


Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /3 Poca uguaglianza, un oceano di bugie - di Domenico Rosati - 14/01/2018

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 26 Gennaio 2018 00:00

Italia referenda est

Torniamo sul tema del mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro, rilanciato dal candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Il quale ha detto che, se l’Europa non accogliesse le nostre richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita, stante l’impossibilità di ottenere il trenino elettrico richiesto alla Ue. Vediamo che accadrebbe, anche se dentro di voi una petulante vocina ve lo spiega da anni.

Intanto, il referendum. Prendiamo a prestito le parole di Barbara Lezzi, cittadina specialista in lettura della produzione industriale, così come consegnate al suo Facebook:

«Il referendum per uscire dall’Euro di cui ha parlato Di Maio sarebbe solo un referendum consultivo, come quello del 1989, ma ribadiamo che si tratta dell’ultima ratio nel caso in cui l’Europa continuasse a ignorare le richieste dell’Italia. Speriamo di non dover mai arrivare a tanto, ma in quel caso il M5S chiederebbe un mandato chiaro agli italiani»

Dunque: referendum consultivo, come quello del 1989 sul potere costituente del Parlamento europeo, che trovate spiegato qui. Intanto, noterete che, per fare svolgere quell’idealistico referendum, servì una legge costituzionale, che fu approvata all’unanimità delle due camere e come tale non richiese referendum confermativo. Come i più perspicaci tra voi avranno notato, anche senza leggere la voce Wikipedia, quello fu un referendum a carattere plebiscitario, di quelli che segnano il trionfo dei buoni sentimenti.

Qualcuno sano di mente pensa che l’eventuale governo Di Maio disporrebbe della maggioranza parlamentare per fare approvare una legge costituzionale senza passare dal referendum confermativo? Anche no. Quindi, segnate: serve un referendum confermativo della legge costituzionale necessaria per introdurre il referendum consultivo sull’uscita dall’euro. Ma possiamo farcela: il premier Di Maio e il M5S iniziano una martellante campagna a favore dei due referendum concatenati. Qualcuno, alla comunicazione del movimento, pensando ad un brillante spin con hashtag carpiato in demi-volée, gioca col latino e con reminiscenze scolastiche che si rivelano purtroppo mal metabolizzate. Il paese si riempie quindi di cartelloni pubblicitari tricolori con la scritta: “Italia referenda est“. Sconcerto tra le cancellerie europee.

Sull’abbrivio del patriottico entusiasmo, il referendum confermativo della legge costituzionale che introduce il quesito da sottoporre a referendum consultivo (avete notato il sublime chiasmo?) viene approvato dalla maggioranza dei cittadini. E qui iniziano i problemi. I mercati fiutano il sangue, prevedendo la vittoria del sì anche al secondo referendum, quello decisivo: inizia una violenta fuga di capitali, ed un attacco speculativo massivo ai nostri titoli di stato.

Il premier Di Maio si presenta in tv a reti unificate, e annuncia solenne: “prima la nostra Costituzione, poi i mercati”. Di conseguenza, vengono introdotti controlli sui capitali e limitati i prelievi di contante dai bancomat, ai quali la popolazione si dirige a passo spedito, dopo aver preso consapevolezza che forse torna la lira.

Nel frattempo, è il caos. In televisione, sempre a reti unificate, compare Beppe Grillo con Davide Casaleggio, per rassicurare la popolazione che il progetto di reddito di cittadinanza non subirà ritardi, e che verranno introdotti miniassegni del Tesoro, in attesa che il referendum si celebri. Di più, scandisce Di Maio:

«Poiché siamo sotto attacco di forze occulte straniere e dobbiamo resistere, gli stipendi dei dipendenti pubblici verranno pagati in miniassegni del Tesoro. Le aziende private avranno la possibilità di fare lo stesso, attingendo ad un conto di anticipazione del Tesoro, sempre in miniassegni, per risparmiare euro da destinare a pagamento delle importazioni, in attesa dell’esito del referendum e di avere una moneta tutta nostra»

La popolazione non la prende bene e si verificano i primi scontri di piazza. Nel frattempo, i rendimenti alle aste dei Btp schizzano alle stelle mentre la Bce si astiene dall’intervenire, visto peraltro che sta procedendo alla fuoriuscita dal QE.

Di Maio resiste, va a Bruxelles e chiede con forza che l’Italia possa fare più deficit e più debito, minacciando in caso contrario di confermare il referendum consultivo. I partner europei si guardano negli occhi, poi lo guardano in faccia: “ma benedetto figliolo, se il referendum è già convocato, e state messi così, che vuoi esattamente da noi?”. “Vi sto dando l’ultima chance”, replica paonazzo ma sempre molto composto il giovane premier, che rientra in Italia mentre i disordini infuriano, con assalti agli uffici postali e violenze fuori dagli sportelli bancari.

A poche settimane dal traguardo del referendum consultivo, le aziende iniziano a licenziare massicciamente. La cittadina Laura Castelli appare a sua volta in televisione, dicendo che questa impennata di licenziamenti aumenta effettivamente il nostro output gap e costringerà quindi l’Europa a farci fare più deficit, ben oltre il 3% del Pil. “Ecco la prova provata che le ricette del MoVimento sono le uniche in grado di farci ottenere da Bruxelles quello che ci spetta! Abbiamo vinto, chiedeteci scusa!”, dichiara festante a Ottoemezzo da Lilli Gruber, prima di uscire da una porta secondaria per sfuggire alla folla inferocita radunatasi fuori dallo studio televisivo.



Arriva il giorno del referendum consultivo. Gli italiani, prostrati da settimane di caos monetario e civile, lo respingono plebiscitariamente. Il premier Di Maio appare in televisione a reti unificate, dalla località segreta dove nel frattempo è riparato a causa del precipitare della situazione. Indossando un visore della banca online che intendeva trasformare nella nuova Banca d’Italia 4.0, proclama: “il popolo italiano ha parlato, dandomi sicurezza: restiamo nell’euro”, riconoscendo al contempo il governo di unità nazionale formatosi giorni addietro a Roma e guidato da Mario Draghi, autorizzato dai partner europei a ricoprire in via del tutto eccezionale il ruolo di presidente della Bce (agli ultimi mesi di mandato) e di premier italiano, per tentare di riportare la calma nel paese.

Di Maio, duramente provato dalla drammatica esperienza ed abbandonato da tutti i suoi concittadini di partito, si dimette da parlamentare e va a fare il webmaster in Africa dichiarando “voglio restituire ai più sfortunati del pianeta tutto quello che la vita mi ha donato”. Qualcuno giura di averlo avvistato sugli spalti dello stadio di Monrovia. Grillo inizia una tournée teatrale intitolata “Ve lo do io l’euro”, ottenendo enorme successo. “Vi ho preso per il culo tutti questi anni, vi rendete conto?”, strepita sul palcoscenico mentre prende a mazzate una stampante 3D, accolto da vere e proprie ovazioni.

 

Da "phastidio.net" Italia referenda est di Mario Seminerio  19/12/2017

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