Il quotidiano tedesco Handelsblatt sostiene che 27 su 28 ambasciatori di paesi Ue (Ungheria esclusa) hanno firmato un rapporto in cui si afferma che l’iniziativa “va contro l’agenda dell’Unione Europea per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”. Il documento – non ancora pubblicato ufficialmente – sarebbe stato realizzato in attesa di un summit Cina-Usa previsto per luglio.

Perché è importante

Il Vecchio Continente mostra nuovi segni di malcontento riguardo la gestione cinese della Bri. Nell’ultimo anno Germania e Francia hanno fatto capire alla Repubblica Popolare di esigere maggiore reciprocità e trasparenza, al fine di far decollare realmente l’iniziativa. Inoltre, Bruxelles si è già mossa per monitorare meglio gli investimenti cinesi nell’Ue (318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni) e adottare nuovi metodi di calcolo dei dazi antidumping.

A ciò si aggiunga che Roma e l’Ue stanno indagando su una presunta frode fiscale da parte di gruppi criminali che importano prodotti nel Vecchio Continente tramite il Pireo, scalo marittimo greco controllato dalla cinese Cosco.

Non sottoscrivendo il sopramenzionato documento, Budapest lascia intendere quanto consideri importante la partnership con Pechino. La Repubblica Popolare sta sviluppando una rotta ferroviaria dal Pireo fino alla Germania passando per Ungheria, Macedonia e Serbia. Proprio nel primo paese il progetto ha subìto una battuta d’arresto poiché la costruzione del tratto ferroviario era stato assegnato a un’azienda della Repubblica Popolare senza una gara d’appalto pubblica. Budapest ha dovuto indirla lo scorso novembre, in seguito all’indagine attuata dall’Ue.

LE PRIMA AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA

Il settore automobilistico è tra quelli da osservare nei prossimi anni. Nel 2019, la Volvo, di proprietà della cinese Geely, produrrà il Suv della casa Lynk & Co a Ghent in Belgio. È la prima volta che un’azienda della Repubblica Popolare produce automobili in Europa.

Li Shufu, proprietario della Geely, possiede anche la London Taxi Co., la Lotus e il 10% della Daimler, di cui fa parte la Mercedes Benz. L’azienda cinese collabora con la Volvo per specializzarsi nel settore delle auto elettriche. Tale dinamica interessa da vicino la Repubblica Popolare, che vuole abbattere gli alti tassi d’inquinamento non solo diversificando le fonti d’approvvigionamento energetico, ma anche riducendo le emissioni inquinanti dei veicoli a motore. La Volkswagen sta investendo circa 10 miliardi di dollari per cogliere l’occasione offerta dal mercato cinese.

LA BRI E IL DEBITO DEI PARTNER CINESI

Nello sviluppo delle nuove vie della seta la Cina deve prestare attenzione alla sostenibilità finanziaria dei progetti da parte dei paesi partner. Lo ha sottolineato anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi).

Secondo un rapporto del Center for Global Development, tra quelli più esposti al rischio di non poter ripagare il debito accumulato vi sono Maldive, Laos, Montenegro, Mongolia, Tagikistan, Kirghizistan, Pakistan e Gibuti.

Pechino pare consapevole di tale circostanza. Per questo ha recentemente lanciato con l’Fmi un centro congiunto per addestrare gli specialisti cinesi che operano all’estero nel settore dello sviluppo.

Yi Gang, a capo della Banca popolare cinese, ha sottolineato inoltre la necessità di creare un sistema di raccolta dei fondi degli investitori privati e uno di valutazione dei rischi di credito legati ai progetti nella cornice della Bri.

L’ITALIANA ESAOTE PASSA ALLA CINA

Un consorzio composto da fondi di private equity e compagnie cinesi prenderà il controllo dell’azienda nostrana produttrice di apparecchiature biomedicali. Tra i partecipanti vi è anche la Shanghai Yunfeng Xinchuang Investment Management Limited, co-fondata da Jack Ma, presidente di Alibaba, e David Yu, un tempo alla guida di Focus Media.

Elevare la qualità dei prodotti utilizzati nel settore sanitario risponde all’esigenza di Pechino di accrescere il benessere degli abitanti della Repubblica Popolare, nel quadro del ritorno a rango di potenza mondiale prefissato da Xi Jinping. Esaote accederà al mercato della Repubblica Popolare e il consorzio che la possiede venderà i suoi prodotti in Italia.

Il CENTRO DI BEIDOU APRE IN TUNISIA

Il primo centro all’estero del sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è stato aperto in Tunisia. Si tratta di un progetto pilota tra la Repubblica Popolare e l’Organizzazione araba per l’informazione e la tecnologia della comunicazione. Tra i suoi obiettivi vi è addestrare gli scienziati che si occupano di navigazione satellitare e lo sviluppo dell’economia digitale nei paesi arabi.

Nel lungo periodo, Pechino vuole diffondere l’utilizzo di Beidou, rivale dello statunitense Gps, lungo le diramazioni della Bri ed estendere la propria rete a tutto il mondo entro il 2020. Lo sviluppo dei sistemi di navigazione satellitare ha implicazioni economiche e strategiche. Per la Cina, che punta a diventare una potenza cibernetica, il “dominio delle informazioni” – che comprende raccolta, analisi e sfruttamento delle informazioni – è infatti essenziale per vincere le guerre moderne.

L’INDIA NON SOSTIENE LA BRI

Difficilmente assisteremo a un riavvicinamento tra Cina e India durante l’incontro informale tra Xi Jinping e Narendra Modi fissato per il 27-28 aprile a Wuhan. Durante il recente summit dei ministri degli Esteri della Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), Delhi infatti non ha mostrato il proprio supporto alla Bri, a differenza dei governi di Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan.

L’India teme che la Cina si serva delle nuove vie della seta per accerchiarla, consolidando la sua presenza economica e militare nei paesi limitrofi (Pakistan, Nepal, Sri Lanka, Maldive). Ciò è parso evidente durante il faccia a faccia della scorsa estate tra le truppe dei due paesi nell’area del Dokhlam, contesa tra Repubblica Popolare e Bhutan.

A preoccupare Delhi è soprattutto la cooperazione tra Pechino e Islamabad, che insieme stanno sviluppando il corridoio economico sino-pakistano. Il porto di Gwadar, suo terminale marittimo, consentirebbe alla Cina di accedere all’Oceano Indiano alleggerendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca. Non è da escludere che un giorno Pechino costruisca in prossimità dello scalo marittimo pakistano una base militare simile a quella operativa a Gibuti.


LE ESERCITAZIONI CINESI A LARGO DI TAIWAN E NEL MAR CINESE ORIENTALE

La scorsa settimana, la Repubblica Popolare ha condotto delle esercitazioni di tiro nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Orientale. Tutto ciò si è verificato dopo che la Repubblica Popolare ha realizzato la più grande parata navale della sua storia a largo dell’isola di Hainan.

La Cina di Xi Jinping punta a riprendersi Taiwan entro il 2050, possibilmente in maniera pacifica. Pechino vuole mostrare la sua superiorità militare a Taipei per convincerla che optare per la formula “un paese, due sistemi” (già usata per Hong Kong e Macao) è il migliore compromesso possibile per evitare un conflitto. Tuttavia, i rinnovati tentativi di Usa e Giappone di rafforzare i rapporti con Taiwan incoraggiano quest’ultima a non cadere tra le braccia di Pechino. Non a caso, Taipei ha annunciato che anche le sue Forze armate condurranno esercitazioni di tiro a fine giugno.

La partecipazione della Liaoning alle operazioni citate ha avuto probabilmente solo un valore simbolico. La portaerei di fabbricazione ucraina è stata dichiarata “pronta a combattere” nel 2016. Eppure i diversi limiti tecnici e di personale inducono a ritenere che la nave avrà solo un ruolo simbolico nelle strategie navali cinesi.

I PRIMI TEST DELLA SHANDONG

Discorso diverso vale per la Type-001A (soprannominata Shandong), seconda portaerei cinese e unica 100% made in China, pronta a cominciare i suoi test in mare. Lunedì 23 aprile, il giorno del 69° anniversario della Marina cinese, è stata diffusa sul Web una foto in cui la nave era attraccata al porto di Dalian affiancata da due rimorchiatori. La 001A, modello più evoluto della Liaoning, evidenzia la determinazione di Pechino a colmare il divario tra la sua Marina e quella degli Usa.

XINJIANG, IN METRO SOLO CON IL DOCUMENTO D’IDENTITÀ

Per il governo locale del Xinjiang, la regione è stabile, ma la dura campagna antiterrorismo non si fermerà. Al contrario, le autorità prenderanno provvedimenti sempre più severi al fine di erigere un metaforico “muro di ferro” per respingere il jihadismo. Tra le misure recenti, vi è la registrazione del documento d’identità per coloro che vorranno utilizzare la prima metropolitana della regione, pienamente in funzione a fine 2018.

Il governo cinese vuole impedire che i jihadisti di etnia uigura conducano attentati nel Xinjiang e nel resto del paese. Allo stesso tempo, Pechino non vuole permettere che quelli recatisi in Iraq e Siria per combattere nello Stato Islamico e nel qaidista Partito Islamico del Turkestan facciano ritorno in patria. Tuttavia, questo sforzo potrebbe inasprire i rapporti con la minoranza etnica musulmana e turcofona, costretta a sopportare misure di sicurezza sempre più stringenti. Questa dinamica potrebbe paradossalmente alimentare il malcontento della popolazione e quindi le possibilità di radicalizzazione.

IL TRENO FRA PANAMA E COSTA RICA

Panama sta valutando la costruzione di una linea ferroviaria lunga 450 chilometri verso il Costa Rica da realizzare con investimenti cinesi. Il progetto, di cui si sta valutando la fattibilità, dovrebbe prendere il via nel 2022.

Le relazioni diplomatiche tra Panama e Repubblica Popolare sono iniziate ufficialmente nel giugno 2017, dopo che la prima ha deciso di non riconoscere più la sovranità di Taiwan. Ciò ha determinato un rafforzamento delle attività economiche cinesi nel paese latinoamericano, strategico sia per la presenza del canale che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico sia per la vicinanza geografica agli Stati Uniti. Il consolidamento della presenza cinese a Panama rientra infatti nel piano di Pechino per guadagnare il consenso in quello che Washington considerava un tempo il “giardino di casa”.

Da "http://www.limesonline.com" Quasi tutta l’Ue critica le nuove vie della seta di Giorgio Cuscito

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Fare della Corea del Nord un Paese normale, se non addirittura ricco: ecco qual è l'obiettivo strategico di Kim Jong Un. Oggi tutti esultano, ma domani una Corea unita potrebbe diventare un problema per Cina e Giappone.

Che cosa spinge Kim Jong-Un a fare la pace con la Corea del Sud e forse anche con gli Stati Uniti? “It’s the economy, stupid”, risponderebbe Bill Clinton con lo slogan che gli fece vincere la campagna elettorale del 1992 contro Bush senior. Negli anni Sessanta la Corea del Nord, dopo la disastrosa guerra del 1950-53 che fece tre milioni di vittime, era più sviluppata della Corea del Sud: oggi è un Paese impoverito dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale che si è diffusa negli ultimi anni. Se scoppia la pace le cose sono destinate a cambiare rapidamente, a cominciare da Kaesong, la zona economica congiunta tra le due Coree.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo americano dai tempi della guerra di Corea, il Paese è nel mirino delle risoluzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate l’anno scorso, le sanzioni interessano quasi ogni settore, dalle forniture militari agli articoli di lusso, ai beni commerciali più comuni e diffusi come il sapone. Diverse aziende nordcoreane sono sotto embargo, le operazioni finanziarie sono in pratica quasi bloccate se non con la Cina e la Russia e sono state congelate anche le esportazioni di carbone e quelle minerarie.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo
Ma questo sistema non è ermetico. Mosca e Pechino, che pure hanno votato nel 2017 a favore di nuove sanzioni, tengono ancora a galla la Corea del Nord e la Cina continua a esportare petrolio verso Pyongyang. Non solo, le zone economiche speciali con la Cina e la Russia riforniscono la Corea di Kim del necessario per sopravvivere.

In realtà la Corea del Nord è diventata nel tempo assai abile nell’aggirare le sanzioni e anche il Paese non è più così chiuso, almeno sotto il profilo economico, come in passato. Anzi pur restando il regime una sorta di fortezza ideologica c’è stata anche un’evoluzione verso l’economia di mercato, alimentata dai traffici di merci e di valuta: si è creata quella che gli osservatori definiscono una nuova “borghesia rossa” costituita da arricchiti all’ombra del regime.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo don Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”
La Corea di Kim non è un Paese sull’orlo di una crisi perenne come appare in certi rapporti occidentali e come lo fu certamente durante la carestia degli anni Novanta. E qui si viene forse alla vera motivazione che ha spinto il leader nordcoreano alla trattativa con il Sud e con gli Stati Uniti: Kim vorrebbe fare del Nord un Paese ricco. Queste ambizioni erano state espresse dal giovane leader nella sua linea strategica definita “Byungjin”, il Progresso Duale, che consiste nella creazione di zone economiche speciali e nello sviluppo dell’economia civile, finora sempre sopravanzata dagli investimenti militari nel settore nucleare e missilistico.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo con Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”. Con una ricetta che i cinesi conoscono bene: liberalizzazione economica e stretto controllo della sfera politica. Adeguandosi al modello di sviluppo asiatico, Kim punta a far rientrare il Paese nell’ordine regionale: questa è in sintesi la transizione coreana. Ma non è detto che una Corea del Nord “normale” possa piacere davvero alla Cina o al Giappone, soprattutto se un giorno cominciassero a soffiare i venti di una possibile riunificazione. Parafrasando Andreotti sulla Germania, si potrebbe dire che i vicini della Corea la amano a tal punto che ne vorrebbero sempre due.

Da "http://www.linkiesta.it" La riunificazione delle due Coree? Per Cina e Giappone è un incubo che diventa realtà di Alberto Negri

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M5s e Lega promettono più spese e meno tasse, ma l'economia europea ha perso slancio. Lo ha ammesso anche il presidente della Bce Mario Draghi. Un guaio serio per l'Italia, eterno fanalino di coda dell'Ue.


Mentre nel teatro della politica tutti i personaggi sono ancora in cerca d’autore e forse anche di un valido copione, dal mondo di fuori fa irruzione una inattesa e cruda realtà.
Non è vero che gli economisti sono degli aridi contabili, al contrario giocano con le parole ancor più che con i numeri. Mario Draghi in questo non lo batte nessuno e ieri ha cercato nel suo vocabolario qualche definizione si adattasse a una congiuntura economica che appare confusa a tutti.

La parolina questa volta è “moderazione”. Il presidente della Bce ha ammesso che l’economia dell’Eurolandia ha “perso slancio” per non dire apertamente che è rallentata in modo consiste nel primo trimestre dell’anno. E’ un fattore contingente o siamo alla svolta del ciclo? Questo i signori dell’euro non lo sanno, non ancora, quindi il consiglio della Bce ha deciso di non discutere la politica monetaria che va avanti come previsto, compreso il quantitative easing con l’acquisto di titoli (per lo più di stato) per 30 miliardi al mese.

Secondo alcuni analisti, la frenata è da collegare anche dalla riduzione degli acquisti che riduce il generoso flusso di moneta nella economia europea. Altri gettano la responsabilità sui dazi e sul neo-protezionismo americano. Altri ancora guardano alla Germania e vedono che la produzione industriale rallenta visibilmente. C’è persino un elemento critico dal lato dell’offerta: manca la manodopera nei paesi del nord Europa che hanno fatto da locomotiva.
In attesa che gli gnomi di Francoforte distillino la loro diagnosi, è chiaro davanti a tutti che la forte spinta del 2017 si sta esaurendo. Non solo: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani a dieci anni sono arrivati al 3%, ciò significa un aumento dei tassi d’interesse a medio termine legato alle aspettative di una ripresa dell’inflazione, ma anche alla incertezza sulla produzione e sugli andamenti di borsa. Questo è un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia.

Un guaio serio per i paesi che hanno acchiappato la ripresa per la coda e sono cresciuti meno della media. In altre parole per l’Italia
Lo dimostra, nonostante l’inossidabile ottimismo del pur cauto Pier Carlo Padoan, il Documento di economia e finanza presentato ieri. Si tratta di un esercizio tecnico a legislazione invariata che lascia ogni decisione al prossimo governo, a cominciare dalla più difficile: come evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Sono 12,5 miliardi che rallenteranno ancor più la crescita mettendo in pericolo gli obiettivi di politica fiscale, a cominciare dal quasi pareggio di bilancio che dovrebbe essere raggiunto nel 2020 e dalla riduzione del debito pubblico in rapporto al pil prevista a partire dal prossimo anno.

Nel 2018 il pil in termini reali (cioè senza inflazione) aumenterà dell’1,5% un decimale in meno delle previsioni, nel 2019 scende all’1,4 e nel 2020 all’1,3. Ma è chiaro che queste proiezioni rischiano di saltare se la congiuntura europea continua a peggiorare. Il Fondo monetario internazionale, del resto, è più pessimista nel 2019 prevede un aumento di un punto o poco più. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, i due paesi con la più pronunciata vocazione manifatturiera nel Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio mostra un +2,5% rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5% alla fine del 2017. Non siamo ancora a una inversione di tendenza, tuttavia sono indicatori da prendere sul serio.

Ciò solleva un gigantesco punto interrogativo sulla politica del prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia. Tutti i partiti durante la campagna elettorale hanno promesso più spese e meno imposte, sia pur in forma diversa. La Lega s’è detta pronta a sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e pil; altri hanno promesso di rispettarlo (come il Pd e lo stesso M5S), ma senza sapere come, a meno di non tradire gli impegni assunti con gli elettori. Tutti hanno fatto i conti senza l’oste. Anche i partiti d’opposizione che hanno gettato sul Pd e sul precedente governo l’accusa infondata di aver peggiorato la situazione economica, in realtà si fregavano le mani sperando di utilizzare a proprio uso e consumo il “tesoretto” accumulato. Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo.

Adesso si scopre che la torta si riduce e non sarà possibile distribuire le laute fette vendute in anticipo
Tanto per avere un’idea, finanziare il reddito minimo del M5S (la proposta presentata in parlamento non è un reddito di cittadinanza in senso stretto) costa almeno 15 miliardi l’anno. Quanto alla flat tax, per un’aliquota unica del 23% ci vorrebbero 40 miliardi l’anno che salgono a 60 con un’aliquota del 20 e a ben 102 con il mitico 15%. E via via spendendo e spandendo.

Perché la ripresa (il “tesoretto”) non venga dispersa, ieri Paolo Gentiloni ha auspicato che il prossimo governo prosegua il cammino delle riforme. In realtà, sa bene che il confronto per formare il prossimo governo ha come punto fermo proprio di interrompere quel percorso. Può avvenire in modo brusco se la Lega vuole davvero stracciare la legge Fornero o se il M5S vuole reintrodurre l’articolo 18, oppure può essere fatto in modo soffice se il Pd porterò avanti alcuni cambiamenti dei quali ha già parlato in campagna elettorale. Potremo vedere, insomma, una controriforma vera e propria o un revisionismo non del tutto distruttivo, ma una cosa è certa: nell’Italia odierna il riformismo ha esaurito la sua spinta propulsiva.


Da "http://www.linkiesta.it" È ufficiale, la ripresa si è fermata. E per il prossimo Governo saranno guai di Stefano Cingolani

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Venerdì, 27 Aprile 2018 00:00

È ORA DI CAMBIARE ROTTA

L’oggetto più venduto negli ultimi decenni è il paraocchi. In alternativa, continuano ad andare forte gli occhiali con le lenti colorate. Cambi le lenti e vedi quello che più ti piace. Purché non sia quello che è davvero davanti agli occhi. Da qualche decennio – dal nuovo millennio almeno – abbiamo lo sguardo fisso davanti a noi. Come zombie. Non sappiamo guardare di lato, non voltiamo la testa, non c’interessa la concretezza della realtà ma la consistenza della ‘roba’. Al ‘vero’ si è prodigiosamente sostituito il ‘mio’. Così, tutti quanti, beatamente italidioti, balliamo sulla nave che affonda mentre il cameriere in livrea ci avvisa che con le prossime elezioni ci sarà più cibo per tutti. Non è un caso che Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, abbia fatto la revisione del suo ultimo libro in barca. Ce lo dice lui. Era a bordo della ‘Vespucci’, nave della Marina Militare, “come Capitano di fregata di Stato Maggiore e political advisor”, rotta Montréal-Livorno. Come a dire, incarnare l’incanto della metafora. L’ultimo libro di Parsi, infatti, s’intitola Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale (Il Mulino, 2018, pp.220, euro 16,00), ed è un libro colto quanto durissimo. titanic parsiIn soldoni – e Parsi fa i conti in tasca a tutti i protagonisti che stanno attualmente giocando a Risiko con malcelata ferocia – abitiamo una nave che affonda, l’orchestra va al ritmo del requiem, non c’è nessun Di Caprio che ci salverà e gli inservienti continuano a servire champagne ai magnati sontuosamente impellicciati. Sia chiaro. Parsi non ha vezzi da prefica, non è il solito Isaia che ci dice quanto sono brutti i mostri della notte. Il prof riassume gli ultimi trent’anni di vita politica planetaria – con sguardi che vanno ancor più indietro – in duecento pagine, sciorinando dati e fatti, partendo da un assunto di base: dalla caduta del muro di Berlino, con la fine conclamata della Guerra Fredda, l’“ordine liberale occidentale” è stato sostituito dall’“ideologia neoliberale” globale. Che significa: tutti-contro-tutti. Vince chi morde più duro. Nel libro di Parsi – da malcerto poeta – ho visto frotte di lupi. Mentre noi ci apprestiamo a mettere un X su un candidato genericamente invotabile, consapevoli che il nostro voto vale quanto un kit per la toelettatura dei cagnolini al Polo Nord, il globo è preda dell’avidità dei potenti. Parsi riassume la vicenda ‘filosofica’ così: “un’ideologia neoliberale ha sostituito il liberalismo correttamente inteso”, “teologia economica incapace di auto correggersi”, “democrazie sempre più insofferenti rispetto all’esistenza del popolo”, “capitalismo della rendita, oligopolistico e finanziarizzato, che non ha alcun senso definire ancora ‘libero mercato’”. Appendice. Scordatevi la lieta novella che fa andare a braccetto capitalismo con democrazia illuminata occidentale. Palle. Sgonfiate da anni. Nel 2010 Tony Judt (citato da Parsi) scriveva che “Il capitalismo non è un sistema politico: è una forma di vita economica, compatibile nei fatti con dittature di destra (il Cile sotto Pinochet), dittature di sinistra (la Cina contemporanea), monarchie socialdemocratiche (la Svezia) e repubbliche plutocratiche (gli Stati Uniti). Il fatto che le economie capitalistiche prosperino maggiormente in condizioni di libertà forse è meno scontato di quanto ci piaccia pensare”. Parsi, poi, riassume la vicenda ‘geopolitica’ così: “crisi della leadership americana… emergere delle potenze autoritarie di Russia e Cina… polverizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista… deriva revisionista degli Stati Uniti di Donald Trump… affaticamento delle democrazie schiacciate tra populismo e tecnocrazia”. In questo scacchiere della ferocia economica manca, drammaticamente, l’Europa (“L’introversione europea non è solo preoccupante per il futuro del progetto politico dell’Unione ma anche, in termini di solidità dell’ordine liberale, perché fa venir meno il peso di un attore – o di una serie di attori, se si preferisce – decisivo per il sostegno convinto e la naturale adesione a quel tipo di ordine”), e l’Italia ha un ruolo marginale, infimo, praticamente vintage (“la scomparsa dell’Italia dalle mappe del sapere e dell’innovazione non è altro che il precipitato di tutto ciò, lo stigma della sua forse irreversibile periferizzazione culturale e politica”).

Cosa c’entra questo per tutti noi? Tutto. Assistiamo, infatti, alla “progressiva affermazione di una cultura che rende in teoria negoziabili, in realtà alla mercé del più forte, i diritti dei più deboli: cioè di quella strabordante parte della società, che si dilata tanto più cresce lo stock e il flusso delle risorse possedute – a diverso titolo, evidentemente, dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Russia all’Europa, dal Golfo all’Asia orientale, dall’Africa all’America Latina – dall’1% dei più ricchi e privilegiati”. Ergo: noi ci occupiamo dello ‘stipendio sicuro’ – ancora: il ‘mio’ rispetto al ‘vero’ – quando ce n’è solo per alcuni, non ce n’è più per nessuno. Al di là delle barbariche semplificazioni, un dato spaura. Lo strapotere dell’Est significa tracotanza senza limiti – soprattutto se non c’è reazione. Anche questo, si sa da tempo. Pigliate Vasilj Grossman, Tutto scorre… L’analisi dell’‘anima russa’ è lucida, concisa, spietata. “Nel carattere di Stalin, in cui l’asiatico si fondeva con il marxista europeo, si esprimeva il carattere del sistema statale sovietico… Il sistema statale russo – nato in Asia ma abbigliato all’europea – non è storico, ma metastorico… Nella sua incredibile ferocia, nella sua incredibile perfidia, nella sua capacità di fingere e fare l’ipocrita, nel suo livore e nel suo spirito di vendetta, nella sua volgarità, veniva fuori il satrapo asiatico”. Calcate l’analisi sui capi politici che volete, da Putin in poi. Attenzione gente perché – e su questo Parsi è inflessibile – rischiamo di fare escatologia su un crine di cavallo mentre il resto del rodeo va a fuoco. Intontiti dai talk – dove non si parla d’altro che dei miseri fatti italioti – ci sfugge il resto del mondo. Il libro decisivo del millennio, comunque – Parsi ne fa cenno – resta Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, mandato alle stampe esattamente un secolo fa. Stando alle sue ‘tavole’, tra Nostradamus e Machiavelli, al momento (2000-2200) assistiamo alla “dissoluzione interna delle nazioni in una popolazione amorfa” (ci siamo), seguirà “il mondo come preda”. Probabilmente, il tramonto s’è incancrenito prima delle previsioni. Nella pars costruens Parsi ipotizza come necessario per evitare il collasso un consolidamento – vero, non basato sull’arroganza finanziaria – dell’Europa senza avvilire “le necessarie sovranità” degli Stati membri. Vedremo. Parsi ci strappa di dossi i paraocchi e ci mette il timone tra le mani. A noi umili cittadini, tutto sembra titanico, inavvicinabile, precluso, perduto. I lupi hanno già corrotto le vedette e abbrancato le vettovaglie. Eppure, dalla finestra, una candida fioritura percorre il mandorlo. La primavera esiste ancora. La vita non esita, vince. (d.b.)


Da "http://www.pangea.news" L’EUROPA NON CONTA NULLA, L’ITALIA È SCOMPARSA E LE POTENZE AUTORITARIE (RUSSIA E CINA) GIOCANO A RISIKO CON FEROCIA INAUDITA. PARSI CI LEVA I PARAOCCHI: È ORA DI CAMBIARE ROTTA

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Chiamerò sindrome di Giachetti l’incapacità di entrare in relazione con lo studente attribuendo a lui soltanto ogni fallimento del processo educativo. In omaggio al maestro Benigni di Non ci resta che piangere il cui motto è: «Giachetti? Io quello lo boccio» (qui).

Gli studenti

«Vorrei che una volta entrati in classe i professori ci dicessero che sarà un anno impegnativo, ma divertente»; «I professori dovrebbero insegnarci ad esprimere le nostre opinioni, coinvolgendoci all’interno della lezione rendendoci partecipi»; «Mi piacerebbe sentirmi dire che non è così importante avere il 10 a tutte le materie, ma sarebbe molto importante uscire dalla scuola con la capacità di seguire un telegiornale e capirlo». (classe prima, ITIS)

Queste sono alcune delle voci raccolte in un progetto di ricerca della Cassa di risparmio di Firenze e della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia coordinato da Federico Batini. Ragazzi e ragazze che sono stati coinvolti nel tentativo di dare una risposta plausibile e soddisfacente alla domanda: cosa è la dispersione scolastica?

La domanda non è retorica. La dispersione scolastica non è un fenomeno marginale. Chiedere anche agli studenti cosa si può fare per arginare questa frana del sistema educativo non è solo un esercizio di stile, vedremo perché.

Intanto partiamo da alcuni dati ufficiali anche se non recentissimi (il calcolo della dispersione è infatti su base triennale).

«Possiamo affermare oggi che quasi uno studente italiano su tre abbandona la scuola secondaria di secondo grado senza aver completato il percorso e senza aver conseguito alcun titolo. Il panorama, così desolante, emerge dai dati del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati da «Tuttoscuola» nel Dossier “Dispersione” del 2014. Il dossier si apre con una cifra strabiliante: sono quasi tre milioni (2.900.000) i ragazzi che, negli ultimi quindici anni, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Sono quasi 170mila i ragazzi che, in un quinquennio, cioè solo nella scuola secondaria di secondo grado, abbandonano il percorso di istruzione».

Così Mauro Piras: «quasi un terzo di abbandoni tra gli iscritti alla secondaria di secondo grado tra 2005 e 2010; quasi un terzo della coorte generazionale più recente che non ha un titolo per accedere alla formazione terziaria: questi dati mostrano che la secondaria di secondo grado respinge i più deboli, rende loro il percorso difficile e li espelle dal sistema» (qui).

L’Atlante di Save the Children 2017 dedicato alla scuola riporta che «se si esaminano i ragazzi con i livelli più bassi di competenza nei saperi irrinunciabili della matematica di base e della lettura (low achievers), il 36% dei quindicenni figli di poveri non raggiunge le competenze minime in matematica e il 29% in lettura e comprensione di semplici testi. Così un quindicenne su cinque ha gravi difficoltà ad analizzare e comprendere il significato dei testi scritti, e un alunno su tre non raggiunge la sufficienza (livello 2) in almeno una delle tre discipline ritenute fondamentali da OCSE per l’esercizio del diritto di cittadinanza».

Ovviamente questo non significa necessariamente che la nostra scuola è “peggiore” di quella, mettiamo, di 20 anni fa, ma che da alcuni anni a questa parte si è iniziato a raccogliere anche questo tipo di informazioni.

Cause socio economiche dietro l’insufficienza formativa e l’abbandono. Ma non solo. «Ogni scuola affaccia su una strada, un quartiere, un mondo con il quale, volente o nolente, deve dialogare ogni giorno, non fosse altro per il via vai degli alunni che la frequentano. Il fenomeno della dispersione scolastica è strettamente correlato alla difficoltà della scuola di aprirsi, farsi comunità educante e mettersi in rete con i propri territori di appartenenza… I territori sono segnati da profonde differenze in termini di spazi, servizi, attività culturali e produttive, condizioni occupazionali, culturali, sociali. Veri e propri baratri in certi casi, che hanno il potere di condizionare le stesse regole di ingaggio della sfida educativa», così Save the Children.

Le aree interne del paese, per esempio, come messo in luce da Filippo Tantillo che coordina il progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ridefinisce la zone di sottosviluppo in base a criteri non meramente economici, soffrono di problemi non imputabili direttamente alla crisi, i redditi spesso sono nella media nazionale, eppure il sistema scolastico è in emergenza per mancanza di insegnanti che vivendo stabilmente lì, per esempio, riescono a integrarsi nella vita della comunità e così facendo farla crescere.

Il riferirsi ai diversi dati disponibili deve fare i conti con tutto questo e, perciò, in primo luogo, con i differenti contesti e soprattutto con le storie dei ragazzi che perdiamo per strada.

Cosa è la dispersione?

Secondo la definizione del MIUR nel concetto di dispersione rientrano:

– gli alunni che interrompono la frequenza senza valida motivazione prima della conclusione dell’anno scolastico nella scuola secondaria di I e di II grado;

– gli alunni che abbandonano (nei due ordini di scuola) nel passaggio all’anno successivo dopo aver frequentato tutto l’anno;

– gli alunni che lasciano nel passaggio alla scuola secondaria.

Il MIUR, da anni, indica nella dispersione uno dei più gravi problemi del sistema educativo italiano. Marco Rossi Doria ha istituito una Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa e ha pubblicato a gennaio del 2018 l’ultimo documento sul formativo, evidenziando la mole di lavoro e di conoscenze accumulate negli ultimi anni alla quale, si spera, i prossimi governi vorranno dare seguito.

Scrive Save the Children: «il recente documento MIUR ci consente di sapere quanti alunni «a rischio dispersione in corso d’anno» rientrino nel sistema scolastico a settembre e, così, di “pulire” (nelle regioni che hanno condiviso le banche dati aderendo nel 2015-16 al programma di Iscrizioni on-line) il dato del rischio di abbandono da quello dei trasferimenti ad altri sistemi di formazione, in particolare la Formazione professionale che è in capo alle regioni. Tale sguardo, più affinato che in passato, ci permette di scremare il rischio dispersione di quasi 42.000 alunni rientrati nel sistema di istruzione o di formazione professionale nei diversi tasselli individuati (in corso d’anno nella scuola secondaria di I e II grado, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, tra i frequentanti che non si iscrivono all’anno successivo). Così ora sappiamo che ben 25.000 alunni (sui 34.000 dati per dispersi) in realtà trasmigrano alla formazione professionale nel passaggio dal primo al secondo ciclo».

Concentriamoci ora su chi si ritira entro il 15 marzo e non rientra a settembre; sui «trasferiti non più frequentanti». Circa il 70% degli alunni che comunicano di trasferirsi ad altra scuola nella secondaria di I e II grado senza completare il passaggio nel corso dell’anno, non rientrano nel sistema l’anno successivo. Si tratta di 15.000 ragazzi». E poi ci sono gli alunni che non tornano a scuola pur avendo concluso l’anno regolarmente. «7.000 alunni nei primi due anni della scuola secondaria di I grado e più di 71.000 nei primi quattro anni della scuola superiore (con un picco nel primo biennio)». Una massa da prendere in considerazione nota Save the Children «anche se è plausibile che si trasferiscano ad altra scuola senza comunicarlo. E questo conferma l’estrema difficoltà di ogni conteggio dei “persi alla scuola” che spesso non lo sono davvero e altrettanto spesso lo sono, invece, e non lo sappiamo. I recenti dati del MIUR ci consentono, in ogni modo, di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado».

Ma la percentuale non convince: 4,3% nella secondaria di II grado è un dato che contrasta con l’elaborazione di Tuttoscuola che nel 2014 indicava in un terzo della popolazione scolastica il dato preoccupante dell’abbandono. E un semplice colpo d’occhio in una classe qualsiasi del biennio delle superiori di una zona a rischio fa apparire una situazione completamente diversa. Inoltre la trasmigrazione alla formazione professionale non è un tema da trascurare, non si può infatti considerare un’alternativa equivalente alla scuola se scelta in seguito a una bocciatura per esempio o a un percorso scolastico segnato da cattiva qualità dell’insegnamento, mancanza di tempo pieno nella primaria con conseguente enfatizzazione delle differenze familiari di partenza e insegnanti che cambiano ogni anno.

Questa definizione di dispersione è troppo generosa rispetto alle falle interne del sistema formativo poiché addossa quasi tutta la responsabilità a una dimensione socio economica (non a caso nel documento MIUR si cita spesso la Lettera a una professoressa (1967) come modello analitico utile per il presente senza rendersi conto però che le povertà educative odierne non sono sempre generate da miseria materiale). Vorrei dunque proporre di abbracciare una definizione più ampia di dispersione, data da Olga Bombardelli: «c’è dispersione di talenti ogni volta che ci si trova di fronte ad un sentimento di grave malessere che impedisce all’alunno di vivere un’esperienza scolastica pienamente formativa. Si tratta di un problema individuale e sociale”».

Quali soluzioni?

Innanzitutto serve un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata faccia da fondamento a ogni futuro ragionamento (qui).

Dallo studio coordinato da Batini emergono poi indicazioni più precise: «una prima tappa nella realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico», scrive Roland Pfefferkorn.

Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola. Perché se è vero che l’abbandono cresce nella povertà materiale possiamo dire senza tema di essere smentiti che il suo anticorpo più importante sta nella relazione scuola/ragazzi. Infatti al disagio materiale della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione (qui una utile riflessione contro il consiglio orientativo). Mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche e questo è un dato strutturale della storia della scuola se, fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonnella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile».

E allora torniamo ai punti proposti dai ragazzi intervistati dalla ricerca coordinata da Federico Batini. Salta agli occhi l’analogia con la proposta degli allievi di Barbiana.

– A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

– Agli svogliati basta dargli uno scopo.

– Non bocciare.

Nessun ragazzo lo dice dice, ma quello lo aggiungo io: nella scuola dell’obbligo non bocciare.

Primo: non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché come abbiamo visto tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo. Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, l’obbligo scolastico oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Chiaro che finché i cicli non saranno riformati la risposta non potrà essere in termini generici che un no. Eppure anche oggi come 50 anni il punto centrale è proprio questo. Mettere in discussione la bocciatura come strumento di valutazione e di educazione perché l’obbligo è innanzitutto quello che lo Stato ha di dare un percorso diversificato e di qualità a tutti.

Il tempo pieno. Nel documento del MIUR del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro e le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Io lo so perché l’ho fatto. Oggi mia figlia che ha 11 anni e fa il tempo pieno in prima media lavora tutto il giorno. Tutto. Lei può farlo. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna ad essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (qui una riflessione dei Maestri di strada).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Spesso mi è stato chiesto, in questo anno passato a parlare del mio libro quale è l’attualità oggi di Lettera a una professoressa. Ecco: questo libro chiede agli studenti di ragionare sulla loro scuola sulle cose che non vanno su quelle che vorrebbero vedere cambiare. Quella voce che viene da lontano dice chiaramente prendete la parola e dite cosa è la scuola e come la vorreste.

Anche se la risposta rimane sempre la stessa, da 50 anni a questa parte.

Primo: non bocciare.

Secondo: a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Terzo: agli svogliati basta dargli uno scopo.

 

Da "http://www.doppiozero.com" La sindrome di Giachetti. O della bocciatura, della dispersione, dello scoraggiamento di Vanessa Roghi

 

Pubblicato in Fatti e commenti

Nonostante il discusso e discutibile attacco non è iniziata la terza guerra mondiale. Trump porta a casa intatto (più o meno) l’onore. I russi pure. E perfino Assad esce legittimato dallo “strike” di Usa, Inghilterra e Francia.


Lo strike missilistico americano in Siria con partecipazione anglo-francese, è stato teatro. Uno show che ha permesso sia al presidente americano Trump sia al presidente russo Putin di salvare la faccia, senza rischiare di scatenare la terza guerra mondiale.

La situazione era precipitata quando, settimana scorsa, erano circolate le prime notizie dell’ennesimo attacco chimico contro la popolazione civile da parte del regime di Bashar al Assad, a Duma, roccaforte ribelle a nord-est di Damasco che allora stava trattando le condizioni per la resa (giunta poi il giorno dopo l’attacco chimico). Ancora non è chiaro come sia andata veramente la vicenda: Washington incolpa Damasco mentre Mosca nega ogni responsabilità del regime, e i due fronti si accusano reciprocamente di diffondere notizie false. Secondo le fonti più autorevoli, ci sarebbe stato un attacco da parte del regime col gas cloro, un agente che non è vitato di per sé dalle convenzioni internazionali - è dual use, cioè ha anche scopi civili – e che normalmente non riesce a causare molti morti, poiché si disperde rapidamente nell’aria. Stavolta avrebbe causato una strage – circa 40 morti - per una casualità, essendo penetrato nei rifugi dove si nascondeva la popolazione civile, in fuga in quelle stesse ore dai bombardamenti tradizionali del regime contro gli insorti.

In ogni caso, dopo quell’attacco Trump ha promesso vendetta contro “Animal Assad”, e se non avesse mantenuto la parola avrebbe perso la faccia. Subito dopo è stata la Russia a far sapere che avrebbe risposto a un eventuale attacco contro strutture nevralgiche del regime, o proprie, prendendo di mira i punti di origine dei missili. Cioè le navi americane nel Mediterraneo. Mentre la flotta Usa iniziava a muoversi verso la costa siriana – perché non c’era in zona nemmeno una portaerei quando Trump ha deciso che Assad andava punito –, i tamburi di guerra si facevano più intensi. Si prospettava una situazione da incubo in cui missili americani avrebbero potuto colpire basi e installazioni russe, che avrebbero reagito sparando a loro volta contro navi americane nel Mediterraneo. Una crisi dalle conseguenze inimmaginabili.


Difficile non sospettare che Mosca e Washington si siano parlate prima di quanto accaduto. Ora i Paesi coinvolti si accusano in sede Onu e non solo, ma intanto il peggio è stato evitato. Non è iniziata la terza guerra mondiale
Per fortuna mentre l’apparato bellico americano si dispiegava, e quello russo-iraniano-siriano si preparava, la diplomazia deve aver svolto il suo lavoro di mediazione: quando alla fine l’attacco è arrivato, pare non abbia causato morti e abbia colpito installazioni secondarie probabilmente già evacuate, la contraerea russa non ha nemmeno provato a intercettare lo strike e, tirata la prima salva di missili, i leader occidentali si sono affrettati a dichiarare che la questione per loro era finita lì.

Difficile non sospettare che Mosca e Washington si siano parlate prima di quanto accaduto. Ora i Paesi coinvolti si accusano in sede Onu e non solo, ma intanto il peggio è stato evitato. Non è iniziata la terza guerra mondiale, Trump porta a casa intatto l’onore (più o meno), Francia e Inghilterra mettono uno zampino nella partita, Putin incassa il riconoscimento della sua posizione di forza (l’Occidente chiaramente non è disposto a rischiare uno scontro frontale con Mosca per la Siria) e Assad ne esce rafforzato (niente porta consenso a un leader arabo come essere bombardato dagli Usa) e paradossalmente legittimato: lo strike “punitivo” di Trump, alla fine, è stato spacciato come un monito per il futuro. Un “futuro” di cui, sembra si stia ammettendo, Assad e il suo regime continueranno a far parte.

Ha aumentato la confusione intorno alla partita siriana, ma sembra una questione distinta, l’esplosione di un’installazione iraniana – forse un deposito usato da Hezbollah – a sud di Aleppo, il giorno dopo lo strike americano-franco-inglese. Secondo i media di regime si sarebbe trattato di un incidente, ma secondo alcune fonti sarebbe stato un attacco aereo. Il principale sospettato, in questo caso, sarebbe Israele, che già settimana scorsa – il giorno dopo l’attacco chimico del regime a Duma - aveva attaccato delle installazioni nella Siria centrale, a Homs, causando la morte di quattro militari di Teheran. Questa, molto più che non quella tra Russia e Usa, è probabile che sarà la linea di frattura degli equilibri tattici che i vincitori sciiti della guerra civile siriana (regime, Hezbollah e Iran) stanno andando a creare nel Paese: il confronto aperto tra Israele e le forze sciite che operano in Siria, con la Russia sullo sfondo (Mosca da un lato non vuole rischiare di perdere Damasco, ma dall’altro non è dispiaciuta se il ruolo dell’Iran – suo alleato ma anche rivale – viene contenuto).

Tel Aviv è infatti sempre più preoccupata della profondità strategica che l’Iran ha guadagnato in Siria, grazie all’appoggio al regime suo alleato di Assad durante la guerra. Israele teme che le basi, i depositi di armi, i mezzi e gli uomini oramai veterani che sono presenti oggi in Siria (di Hezbollah, delle forze speciali iraniane, delle varie milizie irregolari sciite irachene, afghane etc.) possano venire usati un domani, non troppo lontano, per muovere guerra allo Stato ebraico. Per questo cerca di limitare il più possibile, per ora senza aprire un fronte, il rafforzamento sciita ai suoi confini nord-orientali. In questo è sostenuta dall’Arabia Saudita, che ha sofferto molto in questi ultimi anni l’ascesa dell’Iran nello scacchiere mediorientale e vuole invertire la tendenza in tutti i modi. Riad è molto attiva, in Occidente e in Oriente, nel tentativo di far colpire e isolare Teheran. Finora con risultati piuttosto scarsi: il sostegno occidentale non le sta permettendo di sconfiggere gli insorti sciiti in Yemen, né di frenare l’espansione di Teheran in Iraq o, via Hezbollah, in Libano. Né tale sostengo, come è appena divenuto palese, si è poi spinto al punto da trascinare gli Usa in un pericolosissimo confronto diretto con la Russia in Siria.

La situazione siriana sembra dunque ora destinata a ri-stabilizzarsi sul precedente canovaccio di un conflitto molto complicato ma a medio-bassa intensità
La situazione siriana sembra dunque ora destinata a ri-stabilizzarsi sul precedente canovaccio di un conflitto molto complicato ma a medio-bassa intensità. Il regime ha ancora alcune sacche ribelli da eliminare, la Russia può occupare lo spazio centrale delle trattative e cercare di incassare i dividendi geopolitici della vittoria, l’Iran e le fazioni sue alleate continueranno a cercare di espandersi e rafforzarsi nel “corridoio sciita” che ora va dal Centro Asia fino al Mediterraneo, Israele continuerà a cercare di contrastare l’Iran, la Turchia cercherà di espandere la propria influenza nel nord della Siria e di prevenire la nascita di un’entità curda autonoma. Il tutto senza che la situazione degeneri in guerra aperta tra Stati.

L’Occidente in questo scenario ha un ruolo secondario. Può intervenire sporadicamente, magari con iniziative “punitive” come il recente strike, e può dare il proprio sostegno ad alcuni attori locali, per garantirsi un minimo di spazio di manovra. I curdi in particolare finora sono stati gli alleati sul terreno degli Usa ma pochi giorni fa, proprio prima dell’improvvisa crisi per l’utilizzo di armi chimiche, Trump aveva detto di voler ritirare i propri uomini di stanza nel Kurdistan siriano. Poi aveva cambiato idea. Non è chiaro che cosa pensi ora il presidente americano, né cosa penserà domani. Ma un intervento diretto, armato e in grande stile in Siria – come dimostrano proprio le modalità del recente strike – non sembra possibile. Il prossimo atto delle violenze in Medio Oriente è più probabile che sia un ennesimo scontro tra “proxy” sunnite e sciite, o una “guerra lampo” tra Israele e Hezbollah.

Da "http://www.linkiesta.it" L’attacco in Siria? Un’utile commedia per evitare il peggio di Tommaso Canetta

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 16 Aprile 2018 00:00

Siria

Il nuovo Governo nascerà, forse, a causa dell’urgenza bellica. Ma la nostra eventuale partecipazione alla guerra siriana è sintomo che non sappiamo stare nelle alleanze. Vedi i precedenti disastrosi di Iraq e Libia, e non solo

Adesso forse sì che avremo un Governo, visto che ci dobbiamo attrezzare alla guerra di Usa-Francia-Regno Unito alla Russia per interposta Siria. Un Governo del Presidente, magari, con tutti dentro, perché l'ora è solenne, il Paese non può restare senza guida, il funzionamento delle Camere e bla bla bla. Il che, naturalmente, equivale ad ammettere che l'Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”.

Una notte come questa, in cui quei tre grandi Paesi impugnano la bandiera della civiltà, ormai logora e sfrangiata, per insegnare a suon di missili la modestia al Cremlino, che a sua volta accarezza l'idea di accettare il confronto per mostrare al mondo che la Russia è tornata, c'è. Da noi, invece, l'imbroglio sta nel ragionamento che la derelitta sinistra moderata italiana, in fase reattiva contro Matteo Salvini, avanza in queste ore, desiderosa forse di chiuderla con l'agonia e compiere il harakiri finale. Il leader della Lega Nord aveva detto: «Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria».

Anche il Pd, allora, ha lanciato i suoi missili: «Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese?», copyright Maurizio Martina, il segretario reggente. E l'onorevole Andrea Romano, di rincalzo, ricordava che “per la prima volta nella storia del secondo Dopoguerra l’Italia rischia una posizione isolata perché c’è un signore che si chiama Salvini”.

Purtroppo il punto non è questo. E' chiaro a tutti che gli Usa continueranno a essere il nostro principale alleato in Occidente, che la Nato resterà il nostro principale riferimento nell'ambito della difesa, che la Ue sarà a lungo la nostra casa comune. Certi ancoraggi non si smantellano dall'oggi al domani, anzi: non si smantellano proprio.


L’Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”
Ma ci sono molti modi per stare dentro le alleanze, soprattutto quando gli alleati non vedono l'ora di menare le mani. Se, come sembrano pensare Martina, Romano e molti altri, l'importante è starci, allora ci dicano se dobbiamo essere felici e contenti dei 30 soldati italiani morti in Afghanistan per partecipare alla spedizione Usa e Nato del 2001, il cui risultato è, finora, di circa 300 mila morti, con 10 mila civili morti o feriti nel solo 2017, roba da leccarsi i baffi perché in calo del 9% (dati Onu) rispetto al 2016 che, quanto a perdite di civili (e bambini, altro che Douma), ha fatto segnare il record. Del dramma afghano non si vede la fine ma va bene così, no? L'importante era restare fedeli alle alleanze.

Allo stesso modo dovremmo essere del tutto sereni sulla partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq nel 2003. Che fu partecipazione vera, perché all'inizio non piantammo gli stivali nel deserto ma da subito fornimmo appoggio politico e logistico agli invasori, così bene che gli Usa ci inserirono tra i membri della Coalition of the Willing. Appena quel genio del presidente Bush disse che era tutto finito (“Mission accomplished!”, 1° maggio 2003), ci affrettammo a spedire in Iraq un contingente di 3.200 uomini, dei quali 24 (tra Nassiriya e altri scontri) non tornarono più. Anche l'Iraq produsse splendidi risultati, tipo un'ondata di attacchi terroristici superata poi solo dalle atrocità dell'Isis e, secondo le stime più conservative, circa 400 mila morti, dei quali circa 300 mila civili. Ma noi, come sembrano pensare Martina e Romano, eravamo coi nostri alleati di sempre, quindi tutto bene.

Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. E non solo concedendo l'uso delle basi militari ma spedendo i Tornado e pure i cacciabombardieri della portaerei “Giuseppe Garibaldi” a scaricare bombe sulla Libia. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini.

Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini.
Se stare nelle alleanze è ciò che davvero conta, allora dovremmo vantarci di quei disastri, ai quali abbiamo partecipato a titolo pieno o quasi pieno. C'è qualcuno che se la sente di dire che sì, Afghanistan, Iraq e Libia vanno bene così, perché non abbiamo tradito gli alleati? Martina, Romano altri, che ci dite in proposito?

Piantiamola, quindi, di discutere di fantomatiche alleanze con la Russia o di tentare il ricattino morale per cui se non segui la corrente sei un traditore dell'Occidente. Il problema non è se stiamo o no coi soliti alleati ma il modo in cui ci stiamo. Come dei servi sciocchi che si fanno coinvolgere ma non osano aprir bocca o come un Paese degno di questo nome, un Paese che ha un'idea del suo posto nel mondo, dei rapporti internazionali e di come questi rapporti influiscano sul suo interesse nazionale?

L'unica ipotesi che ci deve interessare è la seconda. Ed è quella che ci impone di riconoscere che tutte le ultime “imprese” dei nostri tradizionali alleati sono state un fallimento, un enorme spreco di risorse (l'Italia ha speso in Afghanistan quasi 8 miliardi; tenere un marine laggiù per un anno, anche se non esce mai dalla base e non spara un colpo, costa ai contribuenti Usa 4 milioni di dollari) e un gigantesco massacro di vite umane, soprattutto presso i popoli che volevamo beneficare. E' sovversivo o populista riconoscere tutto questo?

La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena
Sovversivo e populista, oggi, è far finta di niente. Far finta che si possa ancora andar dietro agli Usa e alla Nato tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Far finta che non ci sia, in questo, un problema morale non meno lacerante dell'uso vero o presunto delle armi chimiche in Siria o altrove. Tanto più che star dentro le vecchie alleanze in modo non supino né meschino è possibile. La Germania ha detto che non bombarderà la Siria e nessuno si è sognato di tacciare la Merkel di quinta colonna di Vladimir Putin o di traditrice dell'Occidente.

Si dirà: si, vabbè, ma la Germania è la Germania. Certo. Ma noi siamo l'Italia, un Paese pieno di basi Nato e di bombe atomiche americane. Siamo noi quelli distesi nel Mediterraneo, a un passo dall'area del potenziale conflitto tra Usa e Russia. Dovremmo essere i primi ad avere un'opinione forte, seria e precisa. E invece siamo ai soliti sofismi, ai giochi di parole che servono a dire nulla perché per dire qualcosa serve un minimo di palle.

La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena.

Da "http://www.linkiesta.it" Guerra in Siria, ecco perché l'Italia non deve cascarci di nuovo (almeno stavolta) di Fulvio Scaglione

Pubblicato in Passaggi del presente

Tempo libero e riposo non esprimono propriamente la stessa interpretazione del tempo. Il primo, infatti, rimanda alla libertà rispetto a un tempo schiavizzato dal lavoro; il secondo, invece, rimanda a una comprensione del lavoro come opportunità di esistenza umana.

Detto diversamente e seguendo Hannah Arendt,[1] il lavoro è la maniera umana di sperimentare la felicità di essere vivi, in quanto nell’azione l’uomo compie faticosamente se stesso e non solo «fa delle cose». Lavoro, dunque, come via privilegiata verso sé, perché nella cura operosa del qui e ora, propria del lavoro, l’uomo si conosce, si ritrova e si compie.

Quando il lavoro diventa un idolo
Tuttavia questo percorso non è automatico. Il rischio che il lavoro sia compreso in modo strumentale, cioè in vista di altro – e dunque in termini di «pausa dalla vita» – è sempre possibile. Al contrario, ma seguendo una stessa logica interpretativa, si trova l’assolutizzazione del lavoro: il lavoro esaurisce il tempo della vita diventando un idolo.

Entrambe queste prospettive sono povere e inadatte al interpretare il tempo dell’esistenza come tempo propizio di vita.

Il tempo del riposo apre una prospettiva nuova. Il riposo, non solo come bisogno di recuperare le forze per lavorare meglio, ma come «dovere» inscritto nelle leggi della biologia e del cosmo, ridona la giusta prospettiva al lavoro. Infatti inserisce quest’ultimo in un’ermeneutica più ampia dell’esistere umano: quella del dare e del ricevere.

C’è un tempo per ogni cosa…
Nel ciclo sonno-veglia e riposo-lavoro, infatti, s’inscrive la verità dell’uomo: c’è un tempo per dare e un tempo per ricevere, un tempo per collaborare attivamente alla costruzione del mondo e un tempo per abbandonarsi.

Il riposo, dunque, si propone sia come abbandono fiducioso di chi accetta che non tutto dipenda da lui, sia come una condivisione del tempo di chi sa dare e sa ricevere. Detto diversamente: riposo colto come riconoscimento del primato della relazione, come sospensione della presa della realtà in nome di quest’ultima.[2]

In quest’ottica il riposo acquisisce priorità sul lavoro, altrimenti quest’ultimo cessa di essere cura per il qui e ora per diventare un fine in sé, una forma disperante di distrazione da sé.

In altri termini, il lavoro rischia di separarsi dal lavoratore, perdendo il senso per la sua vita. Al contrario, il lavoro è il lavoratore che nell’atto stesso del lavorare vive la sua vita e il riposo è propriamente ciò che apre questa possibilità.

Il riposo come astensione
Ma il significato del riposo non si ferma qui. Nella Bibbia il sabato è l’unica opera che il Creatore benedice e consacra (cf. Gen 2,3), cioè riserva per sé. Ne consegue che in questo giorno che Dio riserva per sé l’uomo è chiamato a partecipare coscientemente a quell’eternità che già vive in lui.

Il riposo si presenta così come ingresso in una dimensione più profonda del tempo, in cui la rinuncia al lavoro dice la relazione per eccellenza dell’uomo, quella con Dio. In altre parole, astenersi dal lavoro esprime la decisione di affidarsi: riposarsi, cioè, non solo dal lavoro, ma anche dal pensiero del lavoro. Questo è possibile in quanto si riconosce di non essere solipsisticamente padroni dello spazio manipolabile e del tempo fruibile, ma in relazione a un Altro che ha costituito e ha donato lo spazio e il tempo perché l’uomo potesse fare questa esperienza di libertà.

Se, infatti, l’uomo ha coscienza di sé e del mondo attraverso la propria opera, il riposo sabbatico, ordinato per ricordare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (Dt 5,15) consente di non divenirne schiavi. Il dovere del riposo serve per non dimenticarlo.

Da "http://www.ilregno.it" Il dovere di riposare: per non ritornare schiavi di Carla Corbella

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 09 Aprile 2018 00:00

Il patto con il diavolo

Mohammed bin Salman ha offerto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali all'Inghilterra e si prepara al possibile collocamento dell’Aramco (la maggiore società petrolifera del mondo)
alla Borsa inglese. E agli inglesi questi soldi fanno comodo. Per pagare i costi della Brexit


Quando si parla di denaro, soldi e potere gli autocrati arabi diventano improvvisamente dei brillanti riformatori: è il caso di Mohammed bin Salman che a Londra ha messo sul piatto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali e si prepara al possibile collocamento alla Borsa inglese dell’Aramco, la maggiore società petrolifera del mondo, la cassaforte della famiglia reale saudita. Un evento epocale che però probabilmente non avverrà prima del 2019: il motivo è che il principe e i suoi consiglieri non hanno ancora ottenuto la quota di 2mila miliardi di valutazione della società, un traguardo considerato indispensabile prima di collocarne il 5 per cento sui mercati internazionali. Tutti ormai lo chiamano il “big deal”, oltre 100 miliardi di dollari.

Una boccata d’ossigeno per la Gran Bretagna che deve pagare i costi della Brexit. Gli inglesi vorrebbero accelerare i tempi perché temono la concorrenza degli americani, da sempre i grandi sponsor del regno wahabita: ed proprio a Washington che andrà tra qualche giorno il principe dove troverà, a oltre Donald Trump, il genero del presidente Jared Kushner, che sfruttando il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente e l’amicizia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu è diventato grande amico dell’erede al trono saudita. Sarebbe stato Kushner a incoraggiare una visita segreta del principe in Israele per fare fronte comune contro l’Iran sciita e il suo alleato siriano Bashar Al Assad.

Pur di fare affari con Riad, si attutisce l’impatto devastante della guerra saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti (9 milioni a rischio di carestia), l’assedio e le sanzioni al Qatar, i finanziamenti in questi decenni del Regno wahabita i tutto il mondo musulmano agli integralisti a agli imam più retrogradi: quello con i sauditi è un altro “patto con il diavolo” cui Londra e Washington non vogliono e possono rinunciare.


Dall’inizio del conflitto gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale
È così che gli inglesi hanno appena venduto ai sauditi 48 caccia Eurofighter Typhoon -di cui una quota consistente è della Leonardo-Finmeccanica - per un valore di 10 miliardi di sterline: si tratta della maggiore commessa militare da quando il principe Mohammed bin Salma, MBS per i media, è diventato nel 2015 ministro della Difesa. Dall’inizio del conflitto, una sorta di Vietnam arabo che i sauditi non riescono a vincere neppure con il sostegno degli americani, gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale: la British Aereospace ha 30mila dipendenti e recentemente ha dovuto lasciare a casa 1.400 lavoratori.

Per rendere meno indigesta la pillola all’opinione pubblica britannica il principe a Londra ha generosamente versato 100 milioni di sterline a un fondo destinato ai Paesi poveri e si sottolineano le riforme saudite, da quelle economiche a quelle del costume (patente alle donne e loro presenza allo stadio e nell’esercito), lasciando un po’ da parte che da quando il principe è al comando si sono intensificate le condanne a morte. Mentre dalla classifica di Forbes sono spariti 10 miliardari sauditi, che qualche tempo fa insieme al principe Walid bin Talal sono stati rinchiusi in alberghi di lusso e costretti a lasciare sul tavolo i loro patrimoni con l’accusa di corruzione.

Vale la pena ricordare come è cominciato il rapporto con l’Arabia Saudita, che con Israele è il pilastro della politica occidentale in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita è di gran lunga il maggior partner commerciale americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi - oltre 100-120 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni secondo il Congresso - e anche uno dei maggiori investitori in dollari e buoni del Tesoro Usa.

In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata dalla Standard Oil nel 1938 e dall’Aramco, la società di Stato, fondata da tre compagnie Usa. Il bollino di garanzia sul Regno verrà incollato qualche anno dopo da Roosevelt. Pur di compiacere i dettami islamici del suo ospite saudita, il monarca Abdulaziz Ibn Saud, Franklin Delano Roosevelt 73 anni fa si nascose a fumare l’amato Avana nell’ascensore dell’incrociatore Quincey ormeggiato nel canale di Suez. Si era informato bene: qualche tempo prima il Re saudita non aveva sopportato né il sigaro di Churchill né le sue bevute di wiskey. Era il 14 febbraio 1945, dieci giorni dopo Yalta, Stati Uniti e Arabia Saudita stavano per stringere un patto fondamentale negli equilibri del Medio Oriente: petrolio e basi aeree a Dahran in cambio della protezione americana del Regno.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton sia stata finanziata da Riad.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy. Ma oltre al petrolio Roosevelt chiese un’altra cosa al sovrano, rappresentante della versione più puritana dell’Islam e custode della Mecca: il suo appoggio all’emigrazione ebraica in Palestina. Ibn Saud declinò, affermando che avrebbe urtato gli interessi degli arabi. Il 5 aprile Roosevelt in una lettera si impegnò a non sostenere il ritorno degli ebrei. Ma il successore Harry Truman rinnegò l’impegno e votò all’Onu nel ’47 la spartizione della Palestina: scelse Israele al posto del petrolio, senza naturalmente rinunciarvi. Essere superpotenza significa anche sfruttare posizioni inconciliabili a proprio vantaggio.

Ed è quello che probabilmente farà anche Donald Trump, che essendo contrario all'accordo sul nucleare voluto da Obama con l'Iran nel 2015 ha sicuramente dei punti di vantaggio sul suo predecessore.

Del resto nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale e la Saudi Arabia Monetary Agency convincendo Ibn Saud a investire tutto in dollari - ancora oggi l’85% delle riserve di Riad, 600 miliardi, sono in dollari e titoli Usa - e a oltrepassare il divieto della sharia, la legge islamica, che vieta i prestiti con interessi. Facevano tutto gli americani, che con i soldi sauditi hanno finanziato il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che andassero alle aste. Con una clausola: mai nessuno avrebbe rivelato i nomi degli investitori sauditi.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton - per ammissione proprio del principe -sia stata finanziata da Riad. Ma questi sono dettagli trascurabili per un businessman e un uomo di mondo.


Da "http://www.linkiesta.it" Il patto con il diavolo: così i sauditi mettono nel sacco Washington e Londra di di Alberto Negri

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 06 Aprile 2018 00:00

Gun Show. Nella pancia dell’America

“Choose me, not guns”, invocano i liceali d’America urlando il loro no alle armi. La National Rifle Association li sbeffeggia, i politici insorgono. E il resto della storia va in scena senza clamore nella pancia profonda del Paese, dove le armi sono nel Dna e i Gun Show un’attrazione come una volta il circo. Vivo in Louisiana da cinque anni e non ne avevo mai visto uno. Domenica ho rimediato.

Ci si va a comprare pistole, fucili, memorabilia nazi, coltelli, tasers. Il biglietto a pagamento scoraggia ragazzini e perditempo, ma la sala del centro convegni trabocca. I tavoli carichi di armi si perdono a vista d’occhio. Il clima è allegro, le foto proibite. Basta la patente e porti a casa un arsenale. È uno di quei momenti in cui sbatti contro una realtà così altra da fare male.

Al banco delle t-shirt l’anima politica esplode sfacciata. “Black Guns matter”, strilla una maglietta facendo il verso al Black Lives Matter del movimento antirazzista. Mi guardo intorno. I neri si contano sulle dita di una mano come del resto le donne. “Il problema non sono le armi”, proclama un’altra t-shirt. “Sono cuori senza Dio, case senza disciplina, scuole senza preghiera, tribunali senza giustizia”. La gente ride e compra.


Benvenuti nel Deep South, nel cuore di quell’America che si è schierata compatta con Trump. Dritto nel cuore della Bible Belt, dove a ogni svolta c’è una chiesa, il Big Bang è un’opinione e il suprematismo bianco non smette di fare proseliti. Qui le armi sono identità. Si trasmettono di padre in figlio, insieme alla passione per la caccia e alla retorica da maschio alfa.

Sembra un incubo e a tratti lo è. Di sicuro viverci è difficile. Dietro le facciate da cartolina le ombre sono in agguato. Chiassose, cupe, disturbanti. “C’è un sottofondo buio, infestato di spettri, nella vita del Sud e benché pulsi attraverso molte interazioni, ci vuole parecchio per percepirlo e ancora di più per capirlo”, scrive Paul Theroux in Deep South, appassionante resoconto di un viaggio lungo quattro stagioni fuori nelle zone più povere di South Carolina, Alabama, Mississippi e Arkansas. Un Gun Show non spiega tutto ma è un buon punto di partenza

In superficie il Sud è una festa. Il cibo è una delizia – pollo fritto, cornbread, hushpuppies, gumbo, jambalaya. Sapori d’Africa, Francia, Caraibi... Un esotico che sa di famiglia. Soul food. La musica è ovunque – dal blues del Delta al jazz di New Orleans. Ma l’asso pigliatutto è l’illusione del mondo di ieri. Le piantagioni con le dimore padronali ombreggiate dalle querce. Le cittadine decotte dal sole raccolte attorno a Main Street ormai deserte. Le stravaganti mansion costruite sulle fortune del cotone e dello zucchero. Snapshot da Via col vento, moltiplicati per dieci, cento, mille.


Non è solo marketing per turisti: la nostalgia è nell’aria, nei discorsi della gente, nelle abitudini. Per chi come me arriva da Trieste sa di casa. È una dimensione dell’anima, prima che storica. L’inclinazione a guardare indietro anziché avanti, la chiusura in difesa, l’assenza di speranza. Un’identità sognata. Lì la Mitteleuropa, Maria Teresa d’Austria e il porto dell’impero. Qui il Vecchio Sud, le case adorne di candide colonne, l’ospitalità, gli schiavi leali, le donne fragili e forti. È facile accomodarsi in quest’abbraccio. È romantico. Soprattutto, è comodo.


Il mito contiene infatti il suo veleno. Quello dell’Old South è il peccato originale dello schiavismo, la crudeltà della segregazione, la fiamma mai spenta della supremazia bianca. “Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato”, scrive William Faulkner in Requiem per una monaca. È una citazione abusata, per illustrare questa parte di mondo, ma conserva un’attualità che non è mai stata così stretta.

Basta chiedere. Razzismo e privilegio bianco restano argomenti tabù, soprattutto se se sei straniero. Basta guardarsi intorno. In Louisiana la percentuale di afroamericani è fra le più alte d’America (32 per cento). L’integrazione è piena, nelle scuole come nei luoghi di lavoro. Eppure si vive separati. Neri con neri, bianchi con bianchi. Nei locali, a teatro, al cinema. È stata la sorpresa più grande.

In Open City lo scrittore Teju Cole descrive la malinconia di trovarsi a un concerto di musica classica, ancora una volta unico afroamericano in una platea bianca. “Ci sono abituato ormai, ma mi sorprende sempre quanto è facile lasciare il meticciato della città per entrare in spazi di soli bianchi, la cui omogeneità, a quanto sembra, non causa alcun disagio ai bianchi stessi”. “Ricevo delle occhiate che mi fanno sentire come Ota Benga, il pigmeo che era stato messo in mostra nella gabbia della scimmia allo zoo del Bronx nel 1906”. Succede a New York, figuriamoci quaggiù.


Il riflesso politico è clamoroso. Malgrado le polemiche, le statue confederate ancora vegliano sulle piazze e le bandiere con la croce blu continuano a sventolare. A Shreveport, Louisiana, isola democratica in uno stato repubblicano, tiene banco da più di un anno la controversia per rimuovere dal giardino del tribunale un monumento che combina i busti di quattro generali sudisti. Il caso ha messo a nudo tutti i nervi. La municipalità ha votato per rimuoverla, in linea con la comunità afroamericana per cui la statua incarna la memoria dello schiavismo.


Le United Daughters of the Confederacy – così devote alla causa perduta del Sud da essere tacciate di suprematismo bianco – si sono opposte. A dare loro man forte, sono arrivati i membri del Gulf Coast Patriot Network. Pick up coperti di fango, berretti da baseball e bandieroni confederati al vento, il classico pubblico da Gun Show. Il caso ha fatto così scalpore da finire in video sul New York Times.

È un circuito fra passato e presente che sfoga la rabbia di un’America rimasta indietro. Negli stati del Sud i poveri sono il venti per cento (nel resto del paese è il 16) e il gap tra chi ha e chi non ha si allarga a vista d’occhio. I sobborghi middle class vengono su come funghi, sull’autostrada sfrecciano Porsche Cayenne e il fantasma della povertà danza il suo valzer sgangherato nella pubblica via. Volteggia fra case di legno che stanno insieme con lo sputo, cortili che straripano di masserizie e trailer park pronti a inabissarsi alle prime piogge di primavera. Se guardi meglio, vedi il volto disperato della fame.


Gli stati più affamati d’America sono tutti nel Deep South: Louisiana, Mississipi, Alabama. Diciotto famiglie su cento lottano ogni giorno per la sussistenza, 48 studenti su cento non sanno dove procurarsi il prossimo pasto. I food stamps valgono poco più di un dollaro e mezzo a pasto, frutta e verdura sono un lusso che pochi possono permettersi. Ogni Natale la radio locale lancia una campagna perché i bambini ricevano tre zainetti di cibo per le vacanze. I supermercati rigurgitano di roba, le code ai fast food sono chilometriche, ma un bambino su quattro se non mangia a scuola patisce la fame.

Il bisogno, che falcidia la comunità afroamericana e quella ispanica, non risparmia i bianchi: la working class impoverita e quelli che al Sud marchiano come white trash, i figli bianchi di una certa realtà rurale e provinciale considerati pigri, poco produttivi, inetti ad arrampicarsi sulla scala sociale.

Nancy Isenberg, storica dell’Università della Louisiana li ha descritti in modo magistrale in White Trash: The 400-Year Untold History of Class in America (2015), che fin dal titolo ha fatto molto discutere. Trump li ha conquistati rinfocolandone le ansie – l’insofferenza verso gli afroamericani che rivendicano i propri diritti, gli immigrati, Obamacare, l’ingerenza dello stato, il mondo che cambia.

Intanto la rete sociale si sfonda come la sfiori. Davanti all’unico ospedale pubblico le panchine si affollano ogni mattina di un’umanità così fragile e dolente che si stringe il cuore. Ma l’equità sociale è un discorso che stona. Trionfano la beneficenza, il volontariato, le donazioni: la carità cristiana. Non per caso siamo nella Bible Belt, dove il cuore della comunità sono le chiese. In Louisiana ce n’è una ogni 42 abitanti, un record. Organizzano cene, concerti, gruppi di studio, attività per bambini, corsi d’inglese per immigrati. Le più ricche hanno teatri, scuole, asili.


Gli enormi parcheggi sono sempre pieni e la religione dilaga sfrontata sulla scena pubblica. Si prega nelle classi, alle cerimonie, al rodeo. L’evoluzionismo è un’opzione, l’aborto una colpa innominabile. Dichiararsi atei è una scelta socialmente rischiosa e God bless you un saluto come gli altri. Vista da qui, la polemica italiana sui crocefissi in classe sembra acqua di rose.

Nelle chiese s’incanala una pulsione di socialità che non ha altri sfoghi. Non piazze, bar, mercati, librerie. Fuori dei rari centri urbani, le strade corrono per miglia in un blob di fast food, shopping center e banche. L’imperativo è consumare, tutto il resto è commento. Il clima dal canto suo non aiuta. L’estate è lunga e crudele, l’aria condizionata una necessità. Ma ciò che ha salvato tante vite, ha spezzato i legami e le pratiche di buon vicinato. Ci si chiude in casa, si sta dietro uno schermo.


Vivere nella pancia dell’America è complicato, spiazzante, appassionante. È una fatica che stinge le giornate e al tempo stesso le accende di un’interrogazione costante. Il viaggiatore, scrive V.S. Naipaul in A Turn to South è “un uomo che definisce se stesso contro uno sfondo straniero”. Quando lo sfondo s’immobilizza nella routine, il gioco di rimandi diventa frenetico. È facile scivolare nel confronto costante fra noi e loro, ancora più facile chiudersi nella presunzione di una superiorità. Ma, come domanda un personaggio di Open City, “perché trasferirsi in un posto solo per dimostrare quanto si è diversi? E perché una società del genere dovrebbe darti il benvenuto?”.

Esco dal Gun Show con uno strano senso di pace. Detesto le armi e non ho cambiato idea, ma a guardarli bene questi spettri somigliano ai miei. Il razzismo, l’ineguaglianza, il suprematismo bianco, la xenofobia. Ho attraversato l’oceano ma alla fine, in qualche modo, mi sento a casa.

 


Da "http://www.doppiozero.com" Gun Show. Nella pancia dell’America di Daniela Gross

 

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