Lunedì, 16 Aprile 2018 00:00

Siria

Il nuovo Governo nascerà, forse, a causa dell’urgenza bellica. Ma la nostra eventuale partecipazione alla guerra siriana è sintomo che non sappiamo stare nelle alleanze. Vedi i precedenti disastrosi di Iraq e Libia, e non solo

Adesso forse sì che avremo un Governo, visto che ci dobbiamo attrezzare alla guerra di Usa-Francia-Regno Unito alla Russia per interposta Siria. Un Governo del Presidente, magari, con tutti dentro, perché l'ora è solenne, il Paese non può restare senza guida, il funzionamento delle Camere e bla bla bla. Il che, naturalmente, equivale ad ammettere che l'Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”.

Una notte come questa, in cui quei tre grandi Paesi impugnano la bandiera della civiltà, ormai logora e sfrangiata, per insegnare a suon di missili la modestia al Cremlino, che a sua volta accarezza l'idea di accettare il confronto per mostrare al mondo che la Russia è tornata, c'è. Da noi, invece, l'imbroglio sta nel ragionamento che la derelitta sinistra moderata italiana, in fase reattiva contro Matteo Salvini, avanza in queste ore, desiderosa forse di chiuderla con l'agonia e compiere il harakiri finale. Il leader della Lega Nord aveva detto: «Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria».

Anche il Pd, allora, ha lanciato i suoi missili: «Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese?», copyright Maurizio Martina, il segretario reggente. E l'onorevole Andrea Romano, di rincalzo, ricordava che “per la prima volta nella storia del secondo Dopoguerra l’Italia rischia una posizione isolata perché c’è un signore che si chiama Salvini”.

Purtroppo il punto non è questo. E' chiaro a tutti che gli Usa continueranno a essere il nostro principale alleato in Occidente, che la Nato resterà il nostro principale riferimento nell'ambito della difesa, che la Ue sarà a lungo la nostra casa comune. Certi ancoraggi non si smantellano dall'oggi al domani, anzi: non si smantellano proprio.


L’Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”
Ma ci sono molti modi per stare dentro le alleanze, soprattutto quando gli alleati non vedono l'ora di menare le mani. Se, come sembrano pensare Martina, Romano e molti altri, l'importante è starci, allora ci dicano se dobbiamo essere felici e contenti dei 30 soldati italiani morti in Afghanistan per partecipare alla spedizione Usa e Nato del 2001, il cui risultato è, finora, di circa 300 mila morti, con 10 mila civili morti o feriti nel solo 2017, roba da leccarsi i baffi perché in calo del 9% (dati Onu) rispetto al 2016 che, quanto a perdite di civili (e bambini, altro che Douma), ha fatto segnare il record. Del dramma afghano non si vede la fine ma va bene così, no? L'importante era restare fedeli alle alleanze.

Allo stesso modo dovremmo essere del tutto sereni sulla partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq nel 2003. Che fu partecipazione vera, perché all'inizio non piantammo gli stivali nel deserto ma da subito fornimmo appoggio politico e logistico agli invasori, così bene che gli Usa ci inserirono tra i membri della Coalition of the Willing. Appena quel genio del presidente Bush disse che era tutto finito (“Mission accomplished!”, 1° maggio 2003), ci affrettammo a spedire in Iraq un contingente di 3.200 uomini, dei quali 24 (tra Nassiriya e altri scontri) non tornarono più. Anche l'Iraq produsse splendidi risultati, tipo un'ondata di attacchi terroristici superata poi solo dalle atrocità dell'Isis e, secondo le stime più conservative, circa 400 mila morti, dei quali circa 300 mila civili. Ma noi, come sembrano pensare Martina e Romano, eravamo coi nostri alleati di sempre, quindi tutto bene.

Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. E non solo concedendo l'uso delle basi militari ma spedendo i Tornado e pure i cacciabombardieri della portaerei “Giuseppe Garibaldi” a scaricare bombe sulla Libia. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini.

Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini.
Se stare nelle alleanze è ciò che davvero conta, allora dovremmo vantarci di quei disastri, ai quali abbiamo partecipato a titolo pieno o quasi pieno. C'è qualcuno che se la sente di dire che sì, Afghanistan, Iraq e Libia vanno bene così, perché non abbiamo tradito gli alleati? Martina, Romano altri, che ci dite in proposito?

Piantiamola, quindi, di discutere di fantomatiche alleanze con la Russia o di tentare il ricattino morale per cui se non segui la corrente sei un traditore dell'Occidente. Il problema non è se stiamo o no coi soliti alleati ma il modo in cui ci stiamo. Come dei servi sciocchi che si fanno coinvolgere ma non osano aprir bocca o come un Paese degno di questo nome, un Paese che ha un'idea del suo posto nel mondo, dei rapporti internazionali e di come questi rapporti influiscano sul suo interesse nazionale?

L'unica ipotesi che ci deve interessare è la seconda. Ed è quella che ci impone di riconoscere che tutte le ultime “imprese” dei nostri tradizionali alleati sono state un fallimento, un enorme spreco di risorse (l'Italia ha speso in Afghanistan quasi 8 miliardi; tenere un marine laggiù per un anno, anche se non esce mai dalla base e non spara un colpo, costa ai contribuenti Usa 4 milioni di dollari) e un gigantesco massacro di vite umane, soprattutto presso i popoli che volevamo beneficare. E' sovversivo o populista riconoscere tutto questo?

La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena
Sovversivo e populista, oggi, è far finta di niente. Far finta che si possa ancora andar dietro agli Usa e alla Nato tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Far finta che non ci sia, in questo, un problema morale non meno lacerante dell'uso vero o presunto delle armi chimiche in Siria o altrove. Tanto più che star dentro le vecchie alleanze in modo non supino né meschino è possibile. La Germania ha detto che non bombarderà la Siria e nessuno si è sognato di tacciare la Merkel di quinta colonna di Vladimir Putin o di traditrice dell'Occidente.

Si dirà: si, vabbè, ma la Germania è la Germania. Certo. Ma noi siamo l'Italia, un Paese pieno di basi Nato e di bombe atomiche americane. Siamo noi quelli distesi nel Mediterraneo, a un passo dall'area del potenziale conflitto tra Usa e Russia. Dovremmo essere i primi ad avere un'opinione forte, seria e precisa. E invece siamo ai soliti sofismi, ai giochi di parole che servono a dire nulla perché per dire qualcosa serve un minimo di palle.

La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena.

Da "http://www.linkiesta.it" Guerra in Siria, ecco perché l'Italia non deve cascarci di nuovo (almeno stavolta) di Fulvio Scaglione

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Tempo libero e riposo non esprimono propriamente la stessa interpretazione del tempo. Il primo, infatti, rimanda alla libertà rispetto a un tempo schiavizzato dal lavoro; il secondo, invece, rimanda a una comprensione del lavoro come opportunità di esistenza umana.

Detto diversamente e seguendo Hannah Arendt,[1] il lavoro è la maniera umana di sperimentare la felicità di essere vivi, in quanto nell’azione l’uomo compie faticosamente se stesso e non solo «fa delle cose». Lavoro, dunque, come via privilegiata verso sé, perché nella cura operosa del qui e ora, propria del lavoro, l’uomo si conosce, si ritrova e si compie.

Quando il lavoro diventa un idolo
Tuttavia questo percorso non è automatico. Il rischio che il lavoro sia compreso in modo strumentale, cioè in vista di altro – e dunque in termini di «pausa dalla vita» – è sempre possibile. Al contrario, ma seguendo una stessa logica interpretativa, si trova l’assolutizzazione del lavoro: il lavoro esaurisce il tempo della vita diventando un idolo.

Entrambe queste prospettive sono povere e inadatte al interpretare il tempo dell’esistenza come tempo propizio di vita.

Il tempo del riposo apre una prospettiva nuova. Il riposo, non solo come bisogno di recuperare le forze per lavorare meglio, ma come «dovere» inscritto nelle leggi della biologia e del cosmo, ridona la giusta prospettiva al lavoro. Infatti inserisce quest’ultimo in un’ermeneutica più ampia dell’esistere umano: quella del dare e del ricevere.

C’è un tempo per ogni cosa…
Nel ciclo sonno-veglia e riposo-lavoro, infatti, s’inscrive la verità dell’uomo: c’è un tempo per dare e un tempo per ricevere, un tempo per collaborare attivamente alla costruzione del mondo e un tempo per abbandonarsi.

Il riposo, dunque, si propone sia come abbandono fiducioso di chi accetta che non tutto dipenda da lui, sia come una condivisione del tempo di chi sa dare e sa ricevere. Detto diversamente: riposo colto come riconoscimento del primato della relazione, come sospensione della presa della realtà in nome di quest’ultima.[2]

In quest’ottica il riposo acquisisce priorità sul lavoro, altrimenti quest’ultimo cessa di essere cura per il qui e ora per diventare un fine in sé, una forma disperante di distrazione da sé.

In altri termini, il lavoro rischia di separarsi dal lavoratore, perdendo il senso per la sua vita. Al contrario, il lavoro è il lavoratore che nell’atto stesso del lavorare vive la sua vita e il riposo è propriamente ciò che apre questa possibilità.

Il riposo come astensione
Ma il significato del riposo non si ferma qui. Nella Bibbia il sabato è l’unica opera che il Creatore benedice e consacra (cf. Gen 2,3), cioè riserva per sé. Ne consegue che in questo giorno che Dio riserva per sé l’uomo è chiamato a partecipare coscientemente a quell’eternità che già vive in lui.

Il riposo si presenta così come ingresso in una dimensione più profonda del tempo, in cui la rinuncia al lavoro dice la relazione per eccellenza dell’uomo, quella con Dio. In altre parole, astenersi dal lavoro esprime la decisione di affidarsi: riposarsi, cioè, non solo dal lavoro, ma anche dal pensiero del lavoro. Questo è possibile in quanto si riconosce di non essere solipsisticamente padroni dello spazio manipolabile e del tempo fruibile, ma in relazione a un Altro che ha costituito e ha donato lo spazio e il tempo perché l’uomo potesse fare questa esperienza di libertà.

Se, infatti, l’uomo ha coscienza di sé e del mondo attraverso la propria opera, il riposo sabbatico, ordinato per ricordare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (Dt 5,15) consente di non divenirne schiavi. Il dovere del riposo serve per non dimenticarlo.

Da "http://www.ilregno.it" Il dovere di riposare: per non ritornare schiavi di Carla Corbella

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Lunedì, 09 Aprile 2018 00:00

Il patto con il diavolo

Mohammed bin Salman ha offerto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali all'Inghilterra e si prepara al possibile collocamento dell’Aramco (la maggiore società petrolifera del mondo)
alla Borsa inglese. E agli inglesi questi soldi fanno comodo. Per pagare i costi della Brexit


Quando si parla di denaro, soldi e potere gli autocrati arabi diventano improvvisamente dei brillanti riformatori: è il caso di Mohammed bin Salman che a Londra ha messo sul piatto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali e si prepara al possibile collocamento alla Borsa inglese dell’Aramco, la maggiore società petrolifera del mondo, la cassaforte della famiglia reale saudita. Un evento epocale che però probabilmente non avverrà prima del 2019: il motivo è che il principe e i suoi consiglieri non hanno ancora ottenuto la quota di 2mila miliardi di valutazione della società, un traguardo considerato indispensabile prima di collocarne il 5 per cento sui mercati internazionali. Tutti ormai lo chiamano il “big deal”, oltre 100 miliardi di dollari.

Una boccata d’ossigeno per la Gran Bretagna che deve pagare i costi della Brexit. Gli inglesi vorrebbero accelerare i tempi perché temono la concorrenza degli americani, da sempre i grandi sponsor del regno wahabita: ed proprio a Washington che andrà tra qualche giorno il principe dove troverà, a oltre Donald Trump, il genero del presidente Jared Kushner, che sfruttando il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente e l’amicizia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu è diventato grande amico dell’erede al trono saudita. Sarebbe stato Kushner a incoraggiare una visita segreta del principe in Israele per fare fronte comune contro l’Iran sciita e il suo alleato siriano Bashar Al Assad.

Pur di fare affari con Riad, si attutisce l’impatto devastante della guerra saudita in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti (9 milioni a rischio di carestia), l’assedio e le sanzioni al Qatar, i finanziamenti in questi decenni del Regno wahabita i tutto il mondo musulmano agli integralisti a agli imam più retrogradi: quello con i sauditi è un altro “patto con il diavolo” cui Londra e Washington non vogliono e possono rinunciare.


Dall’inizio del conflitto gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale
È così che gli inglesi hanno appena venduto ai sauditi 48 caccia Eurofighter Typhoon -di cui una quota consistente è della Leonardo-Finmeccanica - per un valore di 10 miliardi di sterline: si tratta della maggiore commessa militare da quando il principe Mohammed bin Salma, MBS per i media, è diventato nel 2015 ministro della Difesa. Dall’inizio del conflitto, una sorta di Vietnam arabo che i sauditi non riescono a vincere neppure con il sostegno degli americani, gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale: la British Aereospace ha 30mila dipendenti e recentemente ha dovuto lasciare a casa 1.400 lavoratori.

Per rendere meno indigesta la pillola all’opinione pubblica britannica il principe a Londra ha generosamente versato 100 milioni di sterline a un fondo destinato ai Paesi poveri e si sottolineano le riforme saudite, da quelle economiche a quelle del costume (patente alle donne e loro presenza allo stadio e nell’esercito), lasciando un po’ da parte che da quando il principe è al comando si sono intensificate le condanne a morte. Mentre dalla classifica di Forbes sono spariti 10 miliardari sauditi, che qualche tempo fa insieme al principe Walid bin Talal sono stati rinchiusi in alberghi di lusso e costretti a lasciare sul tavolo i loro patrimoni con l’accusa di corruzione.

Vale la pena ricordare come è cominciato il rapporto con l’Arabia Saudita, che con Israele è il pilastro della politica occidentale in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita è di gran lunga il maggior partner commerciale americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi - oltre 100-120 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni secondo il Congresso - e anche uno dei maggiori investitori in dollari e buoni del Tesoro Usa.

In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata dalla Standard Oil nel 1938 e dall’Aramco, la società di Stato, fondata da tre compagnie Usa. Il bollino di garanzia sul Regno verrà incollato qualche anno dopo da Roosevelt. Pur di compiacere i dettami islamici del suo ospite saudita, il monarca Abdulaziz Ibn Saud, Franklin Delano Roosevelt 73 anni fa si nascose a fumare l’amato Avana nell’ascensore dell’incrociatore Quincey ormeggiato nel canale di Suez. Si era informato bene: qualche tempo prima il Re saudita non aveva sopportato né il sigaro di Churchill né le sue bevute di wiskey. Era il 14 febbraio 1945, dieci giorni dopo Yalta, Stati Uniti e Arabia Saudita stavano per stringere un patto fondamentale negli equilibri del Medio Oriente: petrolio e basi aeree a Dahran in cambio della protezione americana del Regno.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton sia stata finanziata da Riad.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy. Ma oltre al petrolio Roosevelt chiese un’altra cosa al sovrano, rappresentante della versione più puritana dell’Islam e custode della Mecca: il suo appoggio all’emigrazione ebraica in Palestina. Ibn Saud declinò, affermando che avrebbe urtato gli interessi degli arabi. Il 5 aprile Roosevelt in una lettera si impegnò a non sostenere il ritorno degli ebrei. Ma il successore Harry Truman rinnegò l’impegno e votò all’Onu nel ’47 la spartizione della Palestina: scelse Israele al posto del petrolio, senza naturalmente rinunciarvi. Essere superpotenza significa anche sfruttare posizioni inconciliabili a proprio vantaggio.

Ed è quello che probabilmente farà anche Donald Trump, che essendo contrario all'accordo sul nucleare voluto da Obama con l'Iran nel 2015 ha sicuramente dei punti di vantaggio sul suo predecessore.

Del resto nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale e la Saudi Arabia Monetary Agency convincendo Ibn Saud a investire tutto in dollari - ancora oggi l’85% delle riserve di Riad, 600 miliardi, sono in dollari e titoli Usa - e a oltrepassare il divieto della sharia, la legge islamica, che vieta i prestiti con interessi. Facevano tutto gli americani, che con i soldi sauditi hanno finanziato il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che andassero alle aste. Con una clausola: mai nessuno avrebbe rivelato i nomi degli investitori sauditi.

Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton - per ammissione proprio del principe -sia stata finanziata da Riad. Ma questi sono dettagli trascurabili per un businessman e un uomo di mondo.


Da "http://www.linkiesta.it" Il patto con il diavolo: così i sauditi mettono nel sacco Washington e Londra di di Alberto Negri

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Venerdì, 06 Aprile 2018 00:00

Gun Show. Nella pancia dell’America

“Choose me, not guns”, invocano i liceali d’America urlando il loro no alle armi. La National Rifle Association li sbeffeggia, i politici insorgono. E il resto della storia va in scena senza clamore nella pancia profonda del Paese, dove le armi sono nel Dna e i Gun Show un’attrazione come una volta il circo. Vivo in Louisiana da cinque anni e non ne avevo mai visto uno. Domenica ho rimediato.

Ci si va a comprare pistole, fucili, memorabilia nazi, coltelli, tasers. Il biglietto a pagamento scoraggia ragazzini e perditempo, ma la sala del centro convegni trabocca. I tavoli carichi di armi si perdono a vista d’occhio. Il clima è allegro, le foto proibite. Basta la patente e porti a casa un arsenale. È uno di quei momenti in cui sbatti contro una realtà così altra da fare male.

Al banco delle t-shirt l’anima politica esplode sfacciata. “Black Guns matter”, strilla una maglietta facendo il verso al Black Lives Matter del movimento antirazzista. Mi guardo intorno. I neri si contano sulle dita di una mano come del resto le donne. “Il problema non sono le armi”, proclama un’altra t-shirt. “Sono cuori senza Dio, case senza disciplina, scuole senza preghiera, tribunali senza giustizia”. La gente ride e compra.


Benvenuti nel Deep South, nel cuore di quell’America che si è schierata compatta con Trump. Dritto nel cuore della Bible Belt, dove a ogni svolta c’è una chiesa, il Big Bang è un’opinione e il suprematismo bianco non smette di fare proseliti. Qui le armi sono identità. Si trasmettono di padre in figlio, insieme alla passione per la caccia e alla retorica da maschio alfa.

Sembra un incubo e a tratti lo è. Di sicuro viverci è difficile. Dietro le facciate da cartolina le ombre sono in agguato. Chiassose, cupe, disturbanti. “C’è un sottofondo buio, infestato di spettri, nella vita del Sud e benché pulsi attraverso molte interazioni, ci vuole parecchio per percepirlo e ancora di più per capirlo”, scrive Paul Theroux in Deep South, appassionante resoconto di un viaggio lungo quattro stagioni fuori nelle zone più povere di South Carolina, Alabama, Mississippi e Arkansas. Un Gun Show non spiega tutto ma è un buon punto di partenza

In superficie il Sud è una festa. Il cibo è una delizia – pollo fritto, cornbread, hushpuppies, gumbo, jambalaya. Sapori d’Africa, Francia, Caraibi... Un esotico che sa di famiglia. Soul food. La musica è ovunque – dal blues del Delta al jazz di New Orleans. Ma l’asso pigliatutto è l’illusione del mondo di ieri. Le piantagioni con le dimore padronali ombreggiate dalle querce. Le cittadine decotte dal sole raccolte attorno a Main Street ormai deserte. Le stravaganti mansion costruite sulle fortune del cotone e dello zucchero. Snapshot da Via col vento, moltiplicati per dieci, cento, mille.


Non è solo marketing per turisti: la nostalgia è nell’aria, nei discorsi della gente, nelle abitudini. Per chi come me arriva da Trieste sa di casa. È una dimensione dell’anima, prima che storica. L’inclinazione a guardare indietro anziché avanti, la chiusura in difesa, l’assenza di speranza. Un’identità sognata. Lì la Mitteleuropa, Maria Teresa d’Austria e il porto dell’impero. Qui il Vecchio Sud, le case adorne di candide colonne, l’ospitalità, gli schiavi leali, le donne fragili e forti. È facile accomodarsi in quest’abbraccio. È romantico. Soprattutto, è comodo.


Il mito contiene infatti il suo veleno. Quello dell’Old South è il peccato originale dello schiavismo, la crudeltà della segregazione, la fiamma mai spenta della supremazia bianca. “Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato”, scrive William Faulkner in Requiem per una monaca. È una citazione abusata, per illustrare questa parte di mondo, ma conserva un’attualità che non è mai stata così stretta.

Basta chiedere. Razzismo e privilegio bianco restano argomenti tabù, soprattutto se se sei straniero. Basta guardarsi intorno. In Louisiana la percentuale di afroamericani è fra le più alte d’America (32 per cento). L’integrazione è piena, nelle scuole come nei luoghi di lavoro. Eppure si vive separati. Neri con neri, bianchi con bianchi. Nei locali, a teatro, al cinema. È stata la sorpresa più grande.

In Open City lo scrittore Teju Cole descrive la malinconia di trovarsi a un concerto di musica classica, ancora una volta unico afroamericano in una platea bianca. “Ci sono abituato ormai, ma mi sorprende sempre quanto è facile lasciare il meticciato della città per entrare in spazi di soli bianchi, la cui omogeneità, a quanto sembra, non causa alcun disagio ai bianchi stessi”. “Ricevo delle occhiate che mi fanno sentire come Ota Benga, il pigmeo che era stato messo in mostra nella gabbia della scimmia allo zoo del Bronx nel 1906”. Succede a New York, figuriamoci quaggiù.


Il riflesso politico è clamoroso. Malgrado le polemiche, le statue confederate ancora vegliano sulle piazze e le bandiere con la croce blu continuano a sventolare. A Shreveport, Louisiana, isola democratica in uno stato repubblicano, tiene banco da più di un anno la controversia per rimuovere dal giardino del tribunale un monumento che combina i busti di quattro generali sudisti. Il caso ha messo a nudo tutti i nervi. La municipalità ha votato per rimuoverla, in linea con la comunità afroamericana per cui la statua incarna la memoria dello schiavismo.


Le United Daughters of the Confederacy – così devote alla causa perduta del Sud da essere tacciate di suprematismo bianco – si sono opposte. A dare loro man forte, sono arrivati i membri del Gulf Coast Patriot Network. Pick up coperti di fango, berretti da baseball e bandieroni confederati al vento, il classico pubblico da Gun Show. Il caso ha fatto così scalpore da finire in video sul New York Times.

È un circuito fra passato e presente che sfoga la rabbia di un’America rimasta indietro. Negli stati del Sud i poveri sono il venti per cento (nel resto del paese è il 16) e il gap tra chi ha e chi non ha si allarga a vista d’occhio. I sobborghi middle class vengono su come funghi, sull’autostrada sfrecciano Porsche Cayenne e il fantasma della povertà danza il suo valzer sgangherato nella pubblica via. Volteggia fra case di legno che stanno insieme con lo sputo, cortili che straripano di masserizie e trailer park pronti a inabissarsi alle prime piogge di primavera. Se guardi meglio, vedi il volto disperato della fame.


Gli stati più affamati d’America sono tutti nel Deep South: Louisiana, Mississipi, Alabama. Diciotto famiglie su cento lottano ogni giorno per la sussistenza, 48 studenti su cento non sanno dove procurarsi il prossimo pasto. I food stamps valgono poco più di un dollaro e mezzo a pasto, frutta e verdura sono un lusso che pochi possono permettersi. Ogni Natale la radio locale lancia una campagna perché i bambini ricevano tre zainetti di cibo per le vacanze. I supermercati rigurgitano di roba, le code ai fast food sono chilometriche, ma un bambino su quattro se non mangia a scuola patisce la fame.

Il bisogno, che falcidia la comunità afroamericana e quella ispanica, non risparmia i bianchi: la working class impoverita e quelli che al Sud marchiano come white trash, i figli bianchi di una certa realtà rurale e provinciale considerati pigri, poco produttivi, inetti ad arrampicarsi sulla scala sociale.

Nancy Isenberg, storica dell’Università della Louisiana li ha descritti in modo magistrale in White Trash: The 400-Year Untold History of Class in America (2015), che fin dal titolo ha fatto molto discutere. Trump li ha conquistati rinfocolandone le ansie – l’insofferenza verso gli afroamericani che rivendicano i propri diritti, gli immigrati, Obamacare, l’ingerenza dello stato, il mondo che cambia.

Intanto la rete sociale si sfonda come la sfiori. Davanti all’unico ospedale pubblico le panchine si affollano ogni mattina di un’umanità così fragile e dolente che si stringe il cuore. Ma l’equità sociale è un discorso che stona. Trionfano la beneficenza, il volontariato, le donazioni: la carità cristiana. Non per caso siamo nella Bible Belt, dove il cuore della comunità sono le chiese. In Louisiana ce n’è una ogni 42 abitanti, un record. Organizzano cene, concerti, gruppi di studio, attività per bambini, corsi d’inglese per immigrati. Le più ricche hanno teatri, scuole, asili.


Gli enormi parcheggi sono sempre pieni e la religione dilaga sfrontata sulla scena pubblica. Si prega nelle classi, alle cerimonie, al rodeo. L’evoluzionismo è un’opzione, l’aborto una colpa innominabile. Dichiararsi atei è una scelta socialmente rischiosa e God bless you un saluto come gli altri. Vista da qui, la polemica italiana sui crocefissi in classe sembra acqua di rose.

Nelle chiese s’incanala una pulsione di socialità che non ha altri sfoghi. Non piazze, bar, mercati, librerie. Fuori dei rari centri urbani, le strade corrono per miglia in un blob di fast food, shopping center e banche. L’imperativo è consumare, tutto il resto è commento. Il clima dal canto suo non aiuta. L’estate è lunga e crudele, l’aria condizionata una necessità. Ma ciò che ha salvato tante vite, ha spezzato i legami e le pratiche di buon vicinato. Ci si chiude in casa, si sta dietro uno schermo.


Vivere nella pancia dell’America è complicato, spiazzante, appassionante. È una fatica che stinge le giornate e al tempo stesso le accende di un’interrogazione costante. Il viaggiatore, scrive V.S. Naipaul in A Turn to South è “un uomo che definisce se stesso contro uno sfondo straniero”. Quando lo sfondo s’immobilizza nella routine, il gioco di rimandi diventa frenetico. È facile scivolare nel confronto costante fra noi e loro, ancora più facile chiudersi nella presunzione di una superiorità. Ma, come domanda un personaggio di Open City, “perché trasferirsi in un posto solo per dimostrare quanto si è diversi? E perché una società del genere dovrebbe darti il benvenuto?”.

Esco dal Gun Show con uno strano senso di pace. Detesto le armi e non ho cambiato idea, ma a guardarli bene questi spettri somigliano ai miei. Il razzismo, l’ineguaglianza, il suprematismo bianco, la xenofobia. Ho attraversato l’oceano ma alla fine, in qualche modo, mi sento a casa.

 


Da "http://www.doppiozero.com" Gun Show. Nella pancia dell’America di Daniela Gross

 

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Le nuove nomine ai vertici del governo e la riorganizzazione degli apparati statali, approvate durante la prima sessione della tredicesima Assemblea nazionale del popolo, sono la prima conseguenza dell’ulteriore accentramento decisionale nelle mani di Xi Jinping. Xi è stato eletto all’unanimità capo di Stato per la seconda – e probabilmente non ultima – volta. L’eliminazione del limite di due mandati dalla costituzione gli permetterà infatti di svolgere questa carica anche dopo il 2022, assieme a quelle di segretario del Partito comunista cinese (Pcc) e di capo delle Forze armate.

La grande riforma del Consiglio di Stato, supremo organo amministrativo della Repubblica Popolare, ha tre obiettivi: rafforzare il controllo del Partito sull’esecutivo; ristrutturare il rapporto tra organizzazione centrale e autorità regionali; ridurre i costi ed elevare il grado di efficienza, fondendo gli istituti le cui competenze si sovrappongono ed eliminare quelli superflui. Tutto ciò è considerato necessario per gestire meglio lo sviluppo economico e finanziario del paese.

Un editoriale del Quotidiano del Popolo ha definito Xi “leader del popolo” e “timoniere dello Stato”. Quest’ultima formula ricorda quella con cui ci si riferiva al “grande timoniere” Mao Zedong, ma le parole cinesi utilizzate nel primo caso – guojia zhangduo zhe – sono diverse da quelle utilizzate per indicare il fondatore della Repubblica Popolare (duoshou). Forse per sottolineare che, malgrado il consolidamento di potere, Xi vuole traghettare verso il cosiddetto “risorgimento” una Cina diversa (più ricca e stabile) rispetto a quella fondata dal suo predecessore e che il suo modo di govenare non è lo stesso di Mao.

La riorganizzazione dell’esecutivo

Il Consiglio di Stato si comporrà di 26 enti tra ministeri e commissioni (di cui 7 nuovi e 4 riformati), a cui si aggiunge l’Ufficio generale.

Wang Qishan è diventato vicepresidente. Wang, alleato di Xi ed ex capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare (Ccdi), l’organo anticorruzione, si era ritirato dai vertici del Partito comunista cinese (Pcc) durante il 19° Congresso nazionale del Partito, secondo la regola informale del pensionamento a 68 anni. Il presidente potrebbe avergli assegnato questa nuova carica per conferirgli un ruolo di rilievo in politica estera.

In particolare, Wang dovrebbe occuparsi dei delicati rapporti con gli Stati Uniti, con cui spirano venti di guerra commerciale. A ciò si aggiunga che la Cina non ha preso bene l’introduzione da parte di Donald Trump del cosiddetto Taiwan Travel Act, che incoraggia lo scambio di visite tra funzionari di alto livello statunitensi e taiwanesi. Per Pechino, riportare Formosa sotto la sua sovranità rientra nel processo di risorgimento della Repubblica Popolare. Nel suo discorso all’Assemblea nazionale del popolo, Xi ha ribadito l’esistenza di “una sola Cina” e detto che qualunque tentativo di dividerla fallirà e incontrerà la “punizione della storia”.


La nuova Commissione di supervisione nazionale monitorerà la condotta di tutti i funzionari degli apparati statali, estendendo l’attività anticorruzione condotta dal Ccdi. Dalle aziende pubbliche agli ospedali, dalle scuole ai centri di ricerca. La nuova commissione sarà guidata da Yang Xiaodu, ex vicesegretario della Ccdi. La nomina potrebbe indicare che la lotta alla corruzione è ancora nelle mani del Partito.

Il nuovo ente assorbirà le funzioni di tre tipologie di agenzie: quelle che sottostavano alla Ccdi, quelle per la supervisione dei dipendenti pubblici e le procure che perseguivano i funzionari di Stato sospettati di corruzione. Le nuove commissioni di supervisione saranno istituite a livello nazionale, provinciale, cittadino e di contea.

Secondo Pechino, il provvedimento dovrebbe non solo estendere il raggio d’azione del monitoraggio ma anche ottimizzare le risorse, poiché l’80% dei dipendenti pubblici e il 95% degli alti funzionari sono membri del Pcc. La Commissione potrà interrogare e fermare i sospetti, congelare le loro risorse economiche ed effettuare perquisizioni.

Liu He, prima consigliere economico di Xi, è diventato uno dei quattro vicepremier alle dipendenze di Li Keqiang, che ha conservato il ruolo di primo ministro. Liu, ha studiato ad Harvard, parla fluentemente inglese e ha una profonda conoscenza delle questioni economiche cinesi. Negli ultimi mesi, Xi lo ha inviato sia al Forum economico mondiale di Davos sia negli Usa, per discutere i rapporti commerciali con Washington.

La nomina di Yi Gang a governatore della Banca del popolo cinese (l’istituto di credito centrale), potrebbe dare continuità alla politica monetaria cinese. Yi, ex vicegovernatore dell’ente, potrebbe svolgere un ruolo chiave nella riforma del settore finanziario. Tuttavia, i suoi studi accademici negli Stati Uniti non ne fanno necessariamente un liberale. Le designazioni di Liu e Yi indicano che Pechino vuole ridurre al minimo i rischi finanziari e quelli provenienti dagli alti livelli di debito della Repubblica Popolare.

In tale contesto rileva anche la formazione di due commissioni regolatorie: una supervisionerà il mercato statale, l’altra il settore bancario e delle assicurazioni. Per ottimizzare le risorse queste acquisiranno funzioni di alcuni enti preesistenti, che saranno smantellati.

Il ruolo della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (che guidava di fatto la crescita del paese) è stato ridimensionato, probabilmente per due ragioni. Primo, quest’organo interveniva nei settori più disparati, occupandosi troppo di approvare progetti e poco di introdurre significativi cambiamenti al sistema economico cinese. Secondo, membri della commissione sono stati coinvolti in scandali di corruzione.

Con la riforma, molte funzioni di questa commissione sono state ridistribuite ad altri organi. Per esempio, il nuovo ministero per le Risorse naturali si occuperà della creazione delle zone di sviluppo e quello per la Protezione ambientale si accaparrerà l’unità per il cambiamento climatico. Il ministero per l’Agricoltura e gli Affari rurali approverà invece gli investimenti nel settore agricolo e assumerà parte delle competenze di quelli responsabili rispettivamente del Commercio e delle Risorse terrestri e marine.

L’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo internazionale avrà invece il compito di promuovere le nuove vie della seta e coordinare meglio gli aiuti all’estero, elemento considerato chiave per la “diplomazia da grande paese”. L’iniziativa infrastrutturale promossa dalla Cina sta crescendo e con essa anche le difficoltà legate allo sviluppo degli accordi con i paesi partner e la resistenza dei rivali della Cina, come Usa, Giappone e India.

Il nuovo organo dovrebbe rendere lo sviluppo dei progetti più agevole, ma per ora non è chiaro come si interfaccerà con i molteplici enti statali che già si occupano della questione. Tra questi vi sono il gruppo ristretto per l’avanzamento dello sviluppo della Bri (che sottostava alla commissione per lo sviluppo e le riforme), vari ministeri, la Banca per gli investimenti infrastrutturali in Asia (Aiib), il Fondo per le nuove vie della seta e diverse imprese cinesi.

La creazione di un ministero per gli Affari dei veterani, simile all’ente ad hoc del governo federale Usa, rientra nel processo di modernizzazione delle Forze armate. Per certi versi anche quest’ultimo, che ha come obiettivo implementare il coordinamento tra le branche armate, ha preso spunto dall’apparato militare statunitense sul piano organizzativo e per quanto riguarda l’integrazione tra industria militare e civile. Il nuovo ente dovrebbe gestire le questioni legate ai militari in pensione, che in passato hanno protestato per questioni legate alle loro condizioni economiche.

La lotta all’inquinamento resta un argomento chiave. Il ministero per l’Ambiente ecologico sostituisce quello per la Protezione ambientale e ne espande le competenze, tra cui quella di contenere le emissioni di gas serra. Per Pechino e per la popolazione cinese l’inquinamento è uno dei problemi più urgenti, anche se complessivamente la situazione è in via di miglioramento. Negli ultimi quattro anni, la presenza di polveri sottili (pm 2.5) nell’aria delle città è diminuita del 32%, secondo delle statistiche prodotte dall’Università di Chicago.

Xi ha pertanto iniziato ad attuare i cambiamenti che non è riuscito a porre in essere durante il suo primo mandato. La nuova riorganizzazione lascia intendere l’inizio di un nuovo ciclo di riforme, mirate a un miglioramento della qualità dell’economia cinese. La possibilità di svolgere un terzo mandato da capo di Stato legittimerà ulteriormente la leadership di Xi, ma la creazione della Commissione di supervisione vazionale indica che la guardia resta alta contro coloro che si oppongono a questo percorso.


Da "http://www.limesonline.com" Stabilità e Stati Uniti: gli obiettivi del nuovo esecutivo di Xi Jinping

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Oggetto di questo articolo è il piano sulle infrastrutture sociali presentato a Bruxelles il 23 gennaio 2018 dalla Task force dell’ELTI (Associazione Europea degli investitori a Lungo Termine) coordinata da Romano Prodi e Christian Sautter. Il testo integrale, Boosting investments in social infrastructure in Europe, curato da Lieve Fransen, Gino del Bufalo e Edoardo Reviglio, è scaricabile qui. Lo scopo di questo articolo è presentare la proposta, che ha ricevuto una limitata copertura mediatica in Italia, ai nostri lettori. Questo piano, sebbene non privo di criticità, costituisce un contributo interessante al più ampio dibattito sulla riforma dell’Unione Europea. Si tratta di uno spunto di cui negli ultimi mesi in Italia si è raramente discusso con serietà, e che può essere occasione e stimolo per un dibattito di grande rilevanza.


Fra le proposte circolate negli ultimi mesi, vanno sicuramente menzionate quelle promosse da Juncker per il completamento dell’Unione economica e monetaria, le quali tuttavia non si sono distinte per il loro carattere temerario. Le proposte della Commissione non sembrano aver fatto seriamente i conti con le contraddizioni e i problemi lasciati in eredità all’UE dopo un decennio segnato da politiche di austerità, dalla concorrenza economico-politica tra i singoli stati membri (in certi casi, da una vera e propria conflittualità), e dal deficit politico di un autentico approccio comunitario e federale ai problemi comuni sollevati dalla crisi. Le proposte avanzate dalla Commissione europea mancano della ambizione e della inventiva necessaria per affrontare la situazione attuale.

Al contrario, il piano in questione ha il merito di essere fondato su un ragionamento di medio-lungo periodo sviluppato a partire dall’analisi di alcuni elementi strutturali (politici, socio-economici, demografici). Il contesto politico è caratterizzato dalla crescente disaffezione dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni comunitarie, disaffezione che è senza dubbio legata, soprattutto nelle periferie dell’Unione, a politiche percepite come eccessivamente rigoriste e non interessate alle marginalità. Da un punto di vista socio-economico, la crescita economica dell’Unione, che sembra essere tornata a stabilizzarsi, non si sta rivelando una crescita inclusiva. Come rileva il rapporto, il gap complessivo fra ricchi e poveri in Europa è al livello più alto degli ultimi 30 anni. La maggiore ricchezza si distribuisce all’interno di una minoranza già benestante della popolazione europea. Per arginare questa dinamica intrinsecamente destabilizzante e lacerante – di cui è già possibile osservare sintomi preoccupanti – è auspicabile canalizzare la nuova ricchezza creata verso la maggioranza della popolazione europea che ancora non avverte gli effetti positivi della crescita economica.

L’ultimo elemento strutturale in cui questo piano si inserisce è quello demografico. L’Europa è una delle regioni del mondo in cui si vive più a lungo e si fanno meno figli. In un’ottica di medio termine, queste caratteristiche modificheranno profondamente la struttura della popolazione e le sue esigenze. L’allungamento della terza età, dovuto alla diffusione di diete più salutari e di servizi sanitari più efficienti, comporta un aumento della quota di popolazione non attiva e una decrescita relativa della popolazione attiva. Un numero relativamente più basso di persone attive, in Europa, dovrà sostenere una popolazione progressivamente più anziana. Si tratta di una sfida epocale ed estremamente complessa, in cui sarà necessaria una ristrutturazione dei sistemi di welfare, dalla sanità all’assistenza sociale. Saranno fondamentali la promozione della medicina preventiva e personalizzata, dell’accessibilità, dell’assistenza alla non-autonomia, dei servizi contro la solitudine e a favore della qualità della vita. Legata alla mutevole struttura della famiglia nelle società avanzate, la solitudine costituisce già oggi un vero problema di salute pubblica che colpisce soprattutto la popolazione più fragile (le donne, i redditi bassi, i bassi livelli di istruzione). Allo stesso tempo andranno potenziate le infrastrutture per facilitare la conciliazione dei ritmi vita-lavoro della popolazione attiva, che si troverà a lavorare per periodi diversi della propria vita e in modalità spesso mutate a causa dell’innovazione tecnologica.

Sullo sfondo di questo contesto, gli autori del piano sostengono che oggi l’Unione si trova impreparata ad affrontare questi profondi cambiamenti a causa di un forte deficit di investimenti nelle aree che saranno maggiormente affette da questi stessi cambiamenti. La proposta che viene avanzata è quindi di individuare specifiche condizioni, modalità e strategie per promuovere la mobilitazione di ingenti capitali, sia pubblici sia privati, nel settore delle infrastrutture sociali, distinte nei tre ambiti di istruzione, sanità ed edilizia sociale. Passiamo ora a vedere più in dettaglio in cosa consistono le proposte avanzate dalla task force coordinata da Romano Prodi.

I mutamenti sociali in corso
L’approfondirsi della globalizzazione e il progresso tecnologico, si rileva, hanno comportato crescenti difficoltà per segmenti sempre più ampi della popolazione europea e impongono di conseguenza un ripensamento degli strumenti con cui affrontare le sfide future. La crisi economica e con essa i mutamenti indotti dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica hanno esercitato una grande pressione sulla società europea, facendo crescere da un lato la domanda di infrastrutture sociali (istruzione, sanità, edilizia sociale) e imponendo dall’altro un ripensamento dei tradizionali strumenti di politica sociale a disposizione della politica.

L’esigenza di espandere le politiche sociali e di innovarne i modelli, sottolinea il rapporto, non deriva solo dagli effetti sociali prodotti dalla crisi economica, ma anche dai grandi cambiamenti demografici attualmente in corso. I bassi tassi di natalità (rapporto tra numero delle nascite e l’ammontare dell’intera popolazione) e dei tassi di fecondità (numero medio di figli per donna) stanno facendo crescere l’età media dei cittadini europei. Secondo i calcoli del rapporto si prevede che la quota della popolazione europea di età superiore ai 65 anni si espanderà dal 18,9% (2015) a circa il 29% nel 2060. Per via di una popolazione mediamente più anziana, sottolinea il rapporto, si assisterà a una crescita della domanda di cure e assistenza medica a prezzi non proibitivi. Questi cambiamenti richiedono necessariamente un ripensamento nell’organizzazione dei nostri sistemi sanitari e di welfare, dei servizi di cura e di assistenza alla persona e dell’edilizia sociale.

Il cambiamento tecnologico e la globalizzazione dei mercati, a loro volta, lanciano una serie di grandi sfide al nostro sistema produttivo e ai nostri sistemi educativi. In particolare il rapporto richiama l’attenzione su tre temi che acquisiranno sempre maggiore rilievo nei prossimi decenni e che richiederanno risposte adeguate: 1) un numero maggiore di donne sul totale della forza lavoro e con esso un aumento della domanda di strutture e servizi educativi come scuole, asili e nido; 2) il veloce e continuo cambiamento delle competenze e abilità richieste sul mercato del lavoro rende necessario un ripensamento dei nostri sistemi educativi e nuovi strumenti al servizio di una formazione continua dei lavoratori; 3) l’esigenza di sostenere maggiormente quelle fasce di popolazione che hanno difficoltà ad accedere agli attuali servizi e infrastrutture sociali.

Insufficienti investimenti in infrastrutture sociali
A fronte dei profondi mutamenti in corso, negli ultimi dieci anni si è assistito a un netto calo degli investimenti in infrastrutture sociali da parte dei governi europei. Il rapporto calcola che l’attuale livello di investimenti è molto lontano dal livello necessario per provvedere alle esigenze (presenti e future) della popolazione europea. Considerato infatti il livello odierno degli investimenti annuali su scala europea (170 miliardi di euro circa), il rapporto stima un gap di almeno 100-150 miliardi all’anno in infrastrutture sociali, per un totale di 1,5 trilioni di euro necessari per il periodo 2018-2030.

Si tratta di un gap, specifica il rapporto, che è dovuto non solo agli effetti della crisi economica (nel 2013, ad esempio, gli investimenti in infrastrutture sociali sono calati del 15% rispetto al livello pre-crisi del 2007) ma anche agli squilibri regionali interni all’UE. Parte degli investimenti in infrastrutture sociali, osserva il rapporto, sono infatti effettuati dalle autorità locali (come comuni e regioni) che nell’ultimo decennio hanno visto ridursi i propri budget per via dei piani di consolidamento fiscale stipulati in accordo con i governi centrali. A loro volta, le stesse autorità nazionali hanno dovuto limitare i propri margini di spesa durante gli anni della crisi. Il consolidamento e il riassesto delle finanze pubbliche degli stati hanno reso difficilmente sostenibili i sistemi di welfare caratteristici del modello europeo. A questo si deve aggiungere anche il fatto che gli squilibri e le disparità economiche tutt’ora presenti tra gli stati europei hanno contribuito in negativo all’approfondirsi del gap tra gli investimenti reali e quelli necessari per affrontare i cambiamenti in corso.

Il risultato, nel complesso, è un livello di investimenti infrastrutturali inadeguato alle sfide del futuro, specialmente nei settori sociali su cui il rapporto richiama l’attenzione. Nello specifico, a risultare duramente compromessa è stata la capacità politica delle istituzioni di rispondere agli effetti negativi della crisi e, soprattutto, di affrontare in maniera adeguata i grandi cambiamenti economici, sociali, demografici e ambientali in corso nelle società europee. Nel medio-lungo termine, come specifica il rapporto, efficienti infrastrutture sociali e investimenti in capitale umano sono fondamentali per il sostegno della crescita economica e del benessere europeo. Infine, una mobilitazione di investimenti in infrastrutture sociali costituirebbe una efficace strategia di lotta al disagio sociale, di promozione di una società resiliente ed inclusiva, di protezione dello stesso progetto europeo.

Colmare il gap negli investimenti in infrastrutture sociali. Nuovi modelli di finanziamento per le infrastrutture sociali
Il rilancio degli investimenti in infrastrutture sociali (IIS) e nella formazione del capitale umano costituisce l’autentico imperativo politico su cui il rapporto ELTI pone l’accento. Il rapporto si concentra su come rilanciare gli investimenti in modo da colmare il gap che per diverse ragioni si è venuto a formare nel corso degli ultimi decenni. A tal fine, il rapporto propone una serie di nuovi modelli di collaborazione tra settore pubblico e privato, tra competenze e obiettivi di interesse pubblico e capitali privati in cerca di investimenti a lungo termine. Uno dei principali problemi che il rapporto affronta è la scarsa attrattiva che tali infrastrutture esercitano nei confronti dei capitali privati.

Le infrastrutture sociali presentano alcune caratteristiche che possono renderle potenzialmente interessanti per investitori privati e istituzionali: 1) per via della piccola dimensione media del capitale investito,[1] offrono la possibilità di un’ampia diversificazione; 2) la loro bassa correlazione ad altri asset le rende meno esposte a crisi che si posso verificare in altri settori; 3) dal momento che tali infrastrutture sono finanziate dal pubblico, i loro ricavi sono caratterizzati da bassa volatilità, sono generalmente fissati ex ante, e sono tipicamente aggiustati per l’inflazione. Tuttavia, tipicamente a causa della piccola dimensione media dei progetti in infrastrutture sociali, dagli alti costi di transazione e dalla mancanza di intermediari finanziari per la gestione di tali investimenti, il settore delle infrastrutture sociali è poco attrattivo per investitori di lungo periodo. Il rapporto propone di andare ad agire su questo gap, delineando un insieme di proposte volte a rendere il settore delle infrastrutture sociali più favorevole agli investimenti.

Le principali fra le numerose proposte presentate nel rapporto, a cui rimandiamo per l’analisi dettagliata, possono essere riassunte come segue:

Promuovere la nascita di mercati liquidi di titoli di debito in investimenti in infrastrutture sociali (“social infrastructure finance”), con una particolare attenzione alle regioni con tassi di investimento più bassi. Promuovere lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari specificamente dedicati agli investimenti in infrastrutture sociali, quali i social bond. Il rapporto delinea varie linee guida per la definizione e la strutturazione di questi strumenti finanziari.[2]
Promuovere e potenziare il ruolo di investitori istituzionali regionali e nazionali (“national and regional promotional banks and institutions”), come la Cassa Depositi e Prestiti in Italia, in concerto con le loro controparti europee, come la European Investment Bank (EIB) o la Council of Europe Development Bank (CEBP). Queste istituzioni dovrebbero assumere un ruolo di intermediazione e di garanzia nello sviluppo dei mercati di cui sopra.
Contestualmente, lanciare delle piattaforme di investimento per la raccolta e la promozione di progetti in infrastrutture sociali su scala tematica e/o geografica, per la creazione di sinergie di costo, la promozione di raccolta dati, la condivisione di standard e di certificazioni.
Creazione di sistemi di assistenza tecnica a livello comunitario, nazionale e locale.
Disegnare con cura le condizionalità sia ex ante sia ex post per l’accesso ai fondi di coesione.
Promuovere sistemi di incentivi e di fiscalità favorevoli agli investimenti sociali.
Complessivamente, le misure proposte costituiscono un disegno multilivello il cui obiettivo è dotare il settore delle infrastrutture sociali europee di un mercato liquido di titoli di debito appetibili per investitori istituzionali sia pubblici sia privati. Da un punto di vista politico, il disegno complessivo in cui tutte queste proposte si inseriscono è quello della creazione di una agenda europea per le infrastrutture sociali. In altre parole, il piano delinea la proposta di una forma embrionale di welfare europeo.

Conclusioni: potenzialità e criticità
Si tratta di una proposta di ripensamento del modello europeo di welfare, che coniuga aspetti tradizionali a soluzioni di mercato e alla partecipazione di capitali non strettamente pubblici. Da un lato, il rapporto individua nelle condizioni contestuali un chiaro imperativo politico – la necessità di governare profondi mutamenti in un’ottica di sostenibilità e di convergenza – dall’altro propone una soluzione ibrida di incentivo e di mercato, in cui la collaborazione fra il capitale privato e quello pubblico ha un ruolo centrale.

Per quanto ambiziosa, la proposta non è priva di criticità e di coni d’ombra. A nostro avviso, sono almeno tre i principali punti critici presenti nelle proposte avanzate dal rapporto.

In primo luogo non è del tutto chiaro in che modo i servizi di welfare che tradizionalmente sono stati di dominio pubblico a causa della loro universalità e della loro non profittabilità possano diventare il sottostante di strumenti finanziari in grado di garantire un profitto appetibile per gli investitori. È possibile coniugare i profitti di mercato, giustamente attesi dagli investitori, con il carattere universale di servizi pubblici come asili, scuole, ospedali ed edilizia sociale? È possibile che simili strutture siano in grado di produrre profitti mantenendo al tempo stesso il loro carattere universale? Se sì, in che modo? Oppure si tratta di due elementi contraddittori e inconciliabili?

Una seconda criticità riguarda, a nostro avviso, la distribuzione e i meccanismi di ripartizione delle risorse raccolte. Non è infatti del tutto chiaro in che modo gli autori del piano prevedano di favorire la canalizzazione delle risorse verso i contesti a minore tasso di investimento. Come far sì che maggiori risorse vengano destinate ai contesti più bisognosi? Come evitare che la maggior parte degli investimenti venga effettuata nelle regioni meno colpite dalla crisi, dotate delle condizioni istituzionali più favorevoli, ma con tassi di investimento più alti delle regioni meno benestanti? Data la grande disparità dei contesti economici, istituzionali e sociali che caratterizzano attualmente l’Unione, non siamo del tutto persuasi che una semplice logica di mercato potrebbe risultare efficace in questo senso.

Infine, nonostante il piano vi accenni brevemente, potrebbe essere approfondita la questione del modo in cui l’azione degli investitori istituzionali (nazionali e comunitari) si inserirebbe all’interno degli attuali vincoli del Patto di Stabilità e Crescita.

Nel complesso si tratta di critiche che, da un punto di vista metodologico, non sono molto diverse da quelle sollevate da Paul Krugman intorno all’ultimo piano di investimento pubblico (1,5 trilioni di dollari) presentato negli USA dal Presidente Trump.

In conclusione, questo piano ha il merito di sollevare delle questioni importanti per il futuro della società europea e di presentarle all’interno di un’analisi strutturale di medio periodo. Offre inoltre un progetto interessante per cercare di affrontare tali questioni, e lo fa all’interno di uno scenario politico critico. Scenario che, accanto a partiti socialdemocratici sempre più deboli, vede crescere la forza dei partiti liberal-conservatori e soprattutto di partiti nazionalisti (specialmente a est) dalle tendenze marcatamente antiliberali e regressive. Le proposte contenute nel rapporto in questione non potranno evitare di fare i conti con il quadro politico presente e con i rapporti di forza che si definiranno prossimamente entro l’UE tra i suoi principali soggetti politici. Le proposte rappresentano un tentativo controcorrente per immaginare e per fornire all’UE uno strumento attivo per rilancio della crescita economica e per la cura del tessuto sociale dei suoi membri, tessuto sfibrato e sottoposto a gravi sforzi durante gli anni della crisi.


Da "www.pandorarivista.it" Sostenere gli investimenti in infrastrutture sociali in Europa? Il rapporto Prodi di Raffaele Danna e Lorenzo Mesini

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 26 Marzo 2018 00:00

L'Italia dei borghi

Piccole imprese, capitalismo di relazione, banche popolari: i territori della Terza Italia che vanno dal Veneto all’Abruzzo sono l’architrave economica dell’Italia, ma la crisi ha dato loro un colpo micidiale. Per capire il tracollo di Renzi e il boom di Salvini e Di Maio bisogna partire da qui


Il Nord a Matteo Salvini, il sud a Luigi Di Maio; al nord la flat tax al sud l’assistenza e il reddito di cittadinanza. E allora le Marche, l’Abruzzo, l’intera fascia adriatica che scende giù dalla Romagna? Come spiegare il collasso del Pd e il successo dei due partiti populisti? Mentre la geografia politica del voto sembra nettamente delineata, la geografia economica è più sfumata e anche più complicata. Senza voler peccare di economicismo volgare, un aspetto emerge in modo netto: il rimescolamento delle preferenze politiche in quella parte del paese chiamata Terza Italia che non coincide necessariamente con il centro, ma piuttosto rappresenta l’architrave del modello economico come si è formato dagli anni ’70 del secolo scorso in poi: l’Italia dei distretti analizzati da Giorgio Fuà e Giacomo Becattini, l’Italia borghigiana raccontata da Giuseppe De Rita. Una Italia affluente, laboriosa e politicamente moderata, allevata con cura dalla grande chioccia democristiana e dalle cooperative rosse per lo più in competizione collusiva, poi oscillante tra centro destra e centro sinistra. Ebbene, oggi sembra mesmerizzata dalle forze più radicali, Lega e Movimento cinque stelle. Come mai?

Cominciamo con il riconoscere che quel modello economico ha tenuto a galla l’intero paese, nord compreso durante il lungo e doloroso addio della grande industria. Grazie ai suoi ammortizzatori locali (famiglia, banche popolari, cooperative di consumo e quant’altro) ha assorbito in parte anche lo shock della moneta unica, finché non è stata attraversata, nel decennio della lunga recessione, da sciabolate e fendenti micidiali. A quel punto, il tessuto socio-economico che sembrava così compatto, si è sbriciolato, non ha retto alla globalizzazione e alla grande trasformazione prodotta dalla economia digitale. O meglio, in pochi hanno resistito, gli happy few che oggi sono in grado di competere dalle nicchie di eccellenza fotografate da Marco Fortis grazie alle loro multinazionali tascabili. Molti, troppi, sono rimasti indietro o sono caduti sul terreno. La selezione schumpeteriana non è un pranzo di gala, però le forze politiche moderate non hanno apparecchiato nemmeno il tinello.

Le Marche sono la riprova di tutto ciò. Il distretto delle calzature così come quello dei mobili hanno sofferto duramente e non si sono mai veramente ripresi dal crollo del 2008. Chi ce l’ha fatta oggi è più solido, ma un solo Della Valle non può reggere una intera filiera industriale, nonostante faccia il benemerito filantropo aprendo una fabbrica nell’area colpita dal terremoto. Anche il Veneto più ricco e solido, dove fiorisce il quarto capitalismo descritto da Mediobanca, ha visto deperire interi distretti e persino quello bellunese degli occhiali si sente minacciato dopo che Luxottica si è sposata con la francese Exilor. Così anche nei territori che a lungo avevano goduto della piena occupazione comincia la caccia al posto che non c’è e scoppia la guerra tra poveri: gli immigrati vengono accusati non solo di minacciare la quiete e la sicurezza delle comunità un tempo beate, ma di rubare il lavoro.

L’impatto delle crisi bancarie è stato micidiale; erano proprio quelle banche popolari a reggere buona parte dell’architrave economico e sociale, anche grazie alla loro gestione clientelare. Un prestito non si nega a nessuno meno che mai ad amici e conoscenti: “Se non potete restituirlo, negoziamo, tanto la banca non fallisce e affinché ciò non accada vi diamo altri soldi per tenerla in piedi comprando le sue azioni”. La fabbrichetta, i bed&breakfast, i negozi per turisti, il cibo locale, un mondo intero di buone cose (magari anche di pessimo gusto), è stato alimentato così, con questo venture capital all’italiana. Finché i crediti deteriorati non hanno cominciato a marcire e i non performing loans sono diventati i nostri subprime.

È vero che sono crollate solo poche banche, come ha detto spesso Pier Carlo Padoan, ma hanno avuto un impatto davvero sistemico perché hanno trascinato con sé quel modello del quale erano il sostegno. Non lo ha capito la banca centrale, non lo ha capito il governo e nemmeno Matteo Renzi che pure è un figlio di quella Italia. La riforma delle banche popolari che in gran parte ha contribuito ad aprire il vaso di Pandora, pur doverosa per modernizzare il mondo del credito, è stata introdotta senza anticipare la reazione a catena che avrebbe inevitabilmente prodotto. I conflitti d’interesse della famiglia Boschi e della Banca dell’Etruria sono un’aggravante, non la causa. Ciò riguarda anche Gianni Zonin e la Popolare di Vicenza o i pasticci della Banca delle Marche; tutte variabili perverse di un unico fenomeno.

La spiegazione non è solo quantitativa. Se si va a guardare l’andamento economico (redditi, consumi, prodotto lordo) dei territori colpiti dalle crisi bancarie, soprattutto Siena, Arezzo, Vicenza, si vede che tutti gli indicatori, nei dieci anni di crisi, sono migliori rispetto alla media. Basta consultare le analisi dell’Istat o delle camere di commercio. Ma le medie nascondono le diseguaglianze, non separano vincitori e vinti. Invece proprio questo ha fatto scattare la rabbia, il rancore, la rivincita, le tre R che rappresentano in gran parte il terremoto del 4 marzo 2018.

Basta ascoltare i discorsi degli imprenditori, dei commercianti, dei lavoratori: tutti vogliono pagare meno tasse ovviamente e la flat tax ha avuto un forte appeal, ma tutti chiedono più protezione dal governo, dazi contro i prodotti stranieri, anche europei, cassa integrazione illimitata, prestiti a tasso zero, salvataggio pubblico delle banche private. E tanto peggio per le compatibilità europee e la finanza pubblica


Sempre per non cadere nell’economicismo, non va trascurata la componente culturale e squisitamente politica di questa crisi. Si diceva un tempo che il modello italiano combaciava perfettamente con la rivoluzione neoliberista: meno stato più mercato, meno protezione più libertà, meno tasse più profitti. Ed è stato così per un ventennio o forse più. Oggi, invece, basta ascoltare i discorsi degli imprenditori, dei commercianti, dei lavoratori: tutti vogliono pagare meno tasse ovviamente e la flat tax ha avuto un forte appeal, ma tutti chiedono più protezione dal governo, dazi contro i prodotti stranieri, anche europei, cassa integrazione illimitata, prestiti a tasso zero, salvataggio pubblico delle banche private. E tanto peggio per le compatibilità europee e la finanza pubblica. Non è un caso che la Lega si sia battuta fino all’ultimo per usare in varie forme denari dei contribuenti (quelli di altre zone del paese e che pagano le imposte) allo scopo di tenere a galla la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Così è avvenuto, in sostanza, ma troppo tardi.

Non solo. La sinistra riformista ha compiuto negli anni ’90 una svolta ideologica profonda accettando la globalizzazione e le regole di mercato, smontando pezzo a pezzo lo stato banchiere, industriale, pasticcere e quant’altro. Questo ha fatto scandalo allora nella gauche più radicale. Oggi, invece, pesa come una sorta di colpa collettiva. I pentastellati sono neo-statalisti e protezionisti, quanto a Salvini ha rinnegato totalmente il localismo liberista di Umberto Bossi. In un articolo uscito la settimana scorsa, il Wall Street Journal si chiede che fine abbia fatto nell’Europa continentale la sinistra moderata, perché il fenomeno accomuna l’Italia alla Francia dove il Partito socialista è pressoché scomparso e alla Germania nonostante le condizioni economiche dei due paesi siano agli antipodi. Il fatto è che anche la Spd ha parlato più ai grandi colossi multinazionali che al Mittelstand, quel tessuto di piccole e medie aziende che costituisce la ferra ossatura della economia tedesca. E da lì sono arrivati molti dei consensi ad Alternative für Deutschland, il partito neo-nazionalista.

L’Italia è stata spesso un laboratorio politico anticipando fenomeni epocali (non tutti positivi, si pensi al fascismo), questa volta è solo parte di un trend più generale. Solo che altrove in Europa le dighe del sistema hanno retto, qui no. Se il risultato elettorale segna davvero il punto di svolta del modello italiano sbocciato dagli anni ’70 in poi, chiunque andrà a governare avrà un compito enorme. E per ricostruire o magari costruire qualcosa di nuovo non basterà promettere il ritorno al tempo perduto.


Rabbia, rancore, rivincita: così l’Italia dei borghi e dei distretti si è ribellata a Matteo Renzi di Stefano Cingolani

Pubblicato in Passaggi del presente


L'ex direttore di Corriere e Sole 24 Ore spiega perché non veda con preoccupazione un eventuale governo Di Maio: «Il fatto che cambino idea su tutto può essere una forma di saggezza implicita. Rischi di nuove crisi? Oggi stiamo molto meglio che nel 2011»

«CI troviamo di fronte a un voto di pancia, che viene dalle viscere del Paese, ma che è comunque un'espressione di democrazia. E io credo, in quest’ottica, che si debbano associare i Cinque Stelle a responsabilità di governo. Trovo sia molto difficile lasciare fuori dalla porta il 33% dei cittadini italiani». Queste parole, pronunciate la sera del 6 marzo nel contesto di un incontro sul risparmio tradito degli italiani organizzato da Linkiesta e Moneyfarm nell’ambito del clclo di eventi di #redazionefinanza, iscrivono Ferruccio De Bortoli alla fazione di chi vedrebbe con favore un’alleanza tra Pd e Movimento Cinque Stelle. È un opinione, quella dell’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, motivata da una lettura delle cause che hanno portato a un risultato elettorale «atteso, ma non in questa misura» e da un analisi del contesto politico ed economico che ci troveremo di fronte nei prossimi anni.

Le cause, innanzitutto. Quello per i Cinque Stelle, secondo de De Bortoli è un voto che «prescinde da come i Cinque Stelle stanno governando e da come governeranno». Semplicemente, spiega, «è lo strumento più acuminato per esprimere la rabbia, la frustrazione, il senso di esclusione». Non è un caso, ricorda, che il consenso del Movimento guidato da Luigi Di Maio sia «inversamente proporzionale al reddito medio delle regioni italiane». Sono 11 milioni e rotti di italiani, che per De Bortoli «non possono essere lasciati fuori dalla porta». Anche perché «non sono degli alieni che improvvisamente hanno deciso di mettere la scheda nel posto sbagliato, ma pezzi del ceto produttivo di questo Paese».

Fa riferimento alla questione delle crisi bancarie, De Bortoli, proprio per sottolineare da dove scaturisce la frustrazione dei territori, ma anche dove la politica cessa di diventare un problema e cominci a prendere le sembianze del grande alibi: «Le responsabilità delle crisi di Mps, delle popolari venete, delle quattro banche locali, va ascritta alle classi dirigenti locali, tra cui ci metto imprenditori, professionisti, dirigenti, non solo politici - spiega -, che non hanno visto, o non hanno voluto vedere quel che stava succedendo. Progressivamente, l’orgoglio territoriale si è trasformato in connivenza, e poi in complicità, in alcuni casi in omertà». Racconta della vicenda, misconosciuta ai più, della Cassa di Risparmio di Chieti, guidata letteralmente dall’autista del presidente, tale Domenico Di Fabrizio, signore delle preferenze locale: «Era dipendente della banca, ma anche referente politico del territorio. Giustamente, tutti andavano da lui, per farsi fare un fido. E lui rendeva efficiente il tragitto per istruire pratiche. Un caso straordinario, quasi unico, di governance bancaria», riflette tra l’ironico e l’amaro De Bortoli.

Non stupisce, pertanto, che sui territori delle crisi bancarie sia calata una specie di congiura del silenzio su quanto accaduto: «Nessuno non ne vuole più parlare - spiega De Bortoli - Si vergognano, nel migliore dei casi, di aver fatto cose in spregio alle più elementari regole economiche, ad esempio mettere tutte le loro uova nel medesimo paniere, investendo tutti i loro risparmi nelle azioni della banca, consigliati dal medesimo funzionario che apriva loro un fido bancario, evidentemente considerato molto attendibile. Molte di queste persone sono comuni cittadini senza la benché minima formazione economica e si sono sentite ingannate, truffate, tradite, escluse. E quali strumenti, oltre al voto, possono avere queste persone per manifestare tutto questo, per scaricare le loro responsabilità verso qualcun altro?».

I Cinque Stelle, in questo senso, si sono rivelati il Movimento giusto nel momento giusto: «Lo abbiamo visto benissimo in occasione della commissione banche, un errore gravissimo del Pd, che pensava di scaricare le proprie responsabilità su Bankitalia e Consob. E invece, a beneficiare di quella commissione è stata l’unica forza estranea alla gestione del risparmio degli italiani. Anche la commissione banche, in quest’ottica, è stata un volano efficace per far aumentare i consensi per Di Maio, soprattutto nei territori in cui la gente si è sentita tradita».

Può nascere qualcosa di buono, da questa rimozione collettiva delle responsabilità? De Bortoli è convinto di sì, che la rabbia e la frustrazione possano essere incanalate in una cultura di governo, perlomeno in un suo embrione: «Il fatto che cambino idea abbastanza facilmente non depone a favore della loro coerenza, ma forse è un segnale di saggezza implicita. Che messi di fonte alle responsabilità di governo, rinuncino a scelte che ci porterebbero dritti alla bancarotta. Del resto, noto una venatura democristiana nel loro leader. E registro anche che persino da parte della Lega c’è un tentativo di dimostrare tendenze moderate, in aperto conflitto con i programmi e le affermazioni di giorni prima».


«Il fatto che cambino idea abbastanza facilmente non depone a favore della loro coerenza, ma forse è un segnale di saggezza implicita. Che messi di fonte alle responsabilità di governo, rinuncino a scelte che ci porterebbero dritti alla bancarotta. Del resto, noto una venatura democristiana nel loro leader».
Ferruccio De Bortoli


Rischi all’orizzonte? Nemmeno troppi: «La situazione di incertezza politica del 2018 si inserisce in un quadro completamente diverso rispetto a quella del 2011 - spiega De Bortoli - allora non c’era il meccanismo europeo di stabilità, né il quantitative easing di Mario Draghi, ad esempio. Anche la nostra situazione di finanza pubblica e di bilancia commerciale è molto diversa rispetto a quelle del 2011. Nel 2011 più del 50% del nostro debito pubblico era collocato all’estero, oggi siamo attorno al 30%. Oggi, semmai, il problema è che il debito è in pancia alle banche italiane. Intesa San Paolo, ad esempio, possiede il 10% esatto del debito italiano. C’è stato un momento che era addirittura attorno al 15%».

La vera questione aperta, semmai, è che pensiamo che ci sia una torta da dividere che non esiste più: «Ci siamo abituati a vivere sotto il mantello protettivo della Bce e la campagna elettorale che abbiamo appena vissuto ne è in qualche modo una testimonianza evidente», spiega De Bortoli. Le cose cambieranno, insomma, e non necessariamente in meglio. Anche per le banche, che hanno di fronte anni di rivoluzione tecnologica e imprenditoriale, dopo le crisi di malagestio degli anni passati: «C’è un mondo, ricchissimo, che sta per attaccare il sistema del credito bancario - spiega Paolo Galvani, fondatore e ceo di Moneyfarm, anch’egli protagonista del dialogo con De Bortoli - Amazon è già pronta a finanziare, da sola, gli acquisiti che vengono fatti sulla sua piattaforma, ad esempio». Secondo Galvani per le banche c’è ancora spazio, ma è un ruolo diverso, più semplice. Con servizi più specializzati, dati in outsourcing ad altre realtà: «È il concetto dell’open banking - spiega -. Non vedo e spero di non vedere la fine del ruolo delle banche. Vedo un’evoluzione».

Siamo di fronte a una nuova ondata di crisi bancarie? No, secondo De Bortoli, ma molto dipenderà dalla capacità che i sistemi territoriali avranno nel gestire il cambiamento e nel ruolo che avrà la politica di governare le crisi, come in passato non è avvenuto: «ll sistema economico italiano si è accorto in ritardo del fatto di avere un rischio di credito molto elevato - racconta -. Oggi si tende frettolosamente a dare responsabilità alla crisi economica, ma si è discusso poco del fatto che proprio a causa e nel bel mezzo della crisi economica sono state affidate persone senza alcun merito di credito e senza alcuna ricaduta sull’indotto e sulla ricchezza del territorio. Il tutto in spregio alle stringenti norme di Basilea».

Il tutto, anche, mentre l’Italia non interveniva a mettere in sicurezza il suo sistema bancario, come invece hanno fatto Germania e Spagna, coi soldi dell’Europa: «Io ho discusso a lungo con Monti sul perché nel 2011 e 2012, quando c’erano avvisaglie di una crisi di sistema non è stato chiesto aiuto all’Europa - ricorda De Bortoli -. La risposta non è semplice: c’era l’idea, allora, che la Bankitalia non percepisse l’esplodere dei crediti in sofferenza. Ma io sono dell’idea che se anche si fosse compresa la gravità della situazione non si sarebbe mai chiesto aiuto all’europa. Perché avrebbe negato l’esistenza stessa del governo tecnico. Perché si fa un governo tecnico, se ci pensate? Per evitarsi un commissariamento. Se un governo tecnico si fosse fatto salvare dall’esterno, avrebbe accettato delle condizionalità e non avrebbe potuto farlo». Allo stesso modo, continua De Bortoli, «si è sbagliato a ritardare il decreto sulle popolari, che è arrivato con almeno dodici mesi di ritardo, si è sbagliato nell’approvare con troppa leggerezza la normativa sul bail in, e si è sbagliato a ritardare il salvataggio di Montepaschi, perché si temeva che mettere soldi per salvare una banca avrebbe avuto effetti nefasti sul referendum». Se ora siamo dove siamo, quegli errori c’entrano qualcosa.


Da "http://www.linkiesta.it" Ferruccio De Bortoli: «È ora che i Cinque Stelle provino a governare» di Francesco Cancellato

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Un dato è certo. Grazie soprattutto al Movimento 5 Stelle il 4 marzo 2018 è stata spazzata via una classe dirigente inefficace e corrotta, una gerontocrazia autoreferenziale sostenuta da (quasi) tutto il sistema mediatico. La “casta” non è stata in grado di affrontare le grandi sfide del XXI secolo: né la globalizzazione con il riequilibrio geopolitico e la conseguente crisi economica, che ha colpito più duramente un paese incapace di guardare al futuro ma attento solo a conservare; né la rivoluzione digitale, con le sue potenzialità di sviluppo economico e culturale, e con le sue ripercussioni sulle attese e sulla comunicazione politica.

Il Movimento 5 Stelle – grazie anche all'intuito politico di Grillo e al suo precoce anti-europeismo – ha invece saputo cogliere ed esprimere questo cambiamento. Ha anticipato l'ondata populista che sta travolgendo i sistemi politici di molte democrazie fragili. Ha offerto strumenti che hanno cercato di dare forma a una possibile democrazia 2.0, con tutti gli inciampi del caso.

Il “metodo 5 Stelle” ha funzionato. Il Movimento è stato il principale bersaglio polemico della campagna elettorale, a cominciare dai costanti attacchi di Renzi e Berlusconi, che non hanno smesso di sottolineare le difficoltà della sindaca Raggi a Roma e la “scontrinopoli”, ovvero i mancati rimborsi dei parlamentari. Ma la giunta Raggi, anche se si deraglia, difficilmente può far peggio di Mafia Capitale, hanno ragionato gli italiani. E gli scontrini riguardano somme che gli esponenti delle altre forze politiche non si sono mai sognate di restituire alla Cassa Depositi e Prestiti, ma si sono tranquillamente intascati; di più, i “reprobi” sono stati subito condannati al linciaggio mediatico ed espulsi, come i candidati massoni, indagati o condannati. Mentre le altre forze politiche facevano quadrato intorno agli “impresentabili”.

Per gli osservatori superficiali l'aspetto giacobino è uno dei talloni d'Achille del M5S. Secondo la maggior parte degli osservatori politici, il dissanguamento delle espulsioni e delle dissidenze, anche all'interno del Parlamento, avrebbe finito, in questi cinque anni di legislatura, per addomesticare i “grillini”, come venivano definiti con una punta di disprezzo. È successo il contrario: in questa fase di ascesa le espulsioni hanno rafforzato la leadership, come pure la sensazione di “purezza” rispetto agli “inciuci” che caratterizzano da un secolo e mezzo il trasformismo italiano.

Oggi inizia una nuova fase. Una forza “antisistema” diventa il perno del sistema. Un movimento che aveva basato la sua strategia comunicativa su irritazione, provocazione, denuncia, deve assumersi inevitabili responsabilità politiche.

Al di là del pienone elettorale, molti nodi restano irrisolti.


Il primo riguarda la selezione della classe dirigente. Le “parlamentarie” sono un simulacro di democrazia diretta social, ed è fin troppo facile metterle in ridicolo. È una rete che non ha filtrato – malgrado l'intervento dei vertici – candidati impresentabili e incompetenti. Che però, non appena sono stati individuati, sono finiti nella lista nera e hanno subito la ghigliottina social M5S. In ogni caso è una cinghia di trasmissione che consente di ricavare energie dalla società civile, superando i meccanismi di cooptazione dei partiti personali. È fin troppo facile prevedere che nelle prossime settimane scopriremo che alcuni parlamentari M5S hanno qualche scheletro nell'armadio. Ma è altrettanto facile prevedere il loro destino.

Un secondo aspetto riguarda la qualità di una classe dirigente ancora inesperta, la sua capacità di formazione e autoformazione, il rispetto che sapranno avere delle istituzioni, a tutti i livelli. Le forme della democrazia devono cambiare, perché la società sta cambiando molto velocemente. A suo interno, il M5S è da sempre diviso tra tentazioni verticistiche e aperture partecipative. La dialettica con le istituzioni – ovvero l'introduzione di forme di deliberazione digitale e partecipata – costituirà un esperimento affascinante: l'Italia è da sempre un avanzato laboratorio politica, che anticipa mutazioni di più ampia portata.

Dovrà cambiare – sta già cambiando – la modalità di interazione politica. Finora il M5S poteva permettersi di irrigidirsi sulle proprie posizioni: le altre forze politiche dovevano allinearsi a quello che era stato deliberato, formalmente con il meccanismo “una testa un voto” e in realtà con forti ipoteche del vertice. Le “proposte” del programma elettorale sono state presentate così: chi le approva vota con noi, gli altri si arrangino. È un atteggiamento che sfocia inevitabilmente nel totalitarismo, perché esclude l'opzione della mediazione politica necessaria in un sistema democratica. Come e quanto la leadership del Movimento sarà capace di mediare con le altre forze politiche? E la base saprà accettare i compromessi della Realpolitik?

Collegato a questo è il nodo del blocco sociale cui si appoggiano il Movimento e un suo eventuale governo. Di quali ceti è espressione il trionfo elettorale del 4 marzo? Alla base ci sono di sicuro rabbia e frustrazione, come dimostra il “cappotto” in un Sud dimenticato e marginalizzato. Ma è molto difficile trasformare questi sentimenti negativi in un efficace progetto politico, ed è impossibile accontentare tutti. Un successo elettorale di queste dimensioni può liberare molte energie nella società, ma può anche generale ulteriori frustrazioni: la storia politica italiana è un alternarsi di speranze illusorie e catastrofiche delusioni, dal centro-sinistra a Craxi, da Berlusconi a Renzi.

A quale modello di paese può puntare un governo pentastellato? Non bastano la moralizzazione della vita pubblica e un pacchetto di misure generiche e velleitarie. Nella competizione globale, la corretta gestione dell'esistente non basta più. È necessario scegliere le priorità dello sviluppo e tagliare i rami secchi. Fare scelte è difficile, e finora la sinistra ha saputo solo difendere le rendite di posizione e per questo è andata al suicidio.

Nei vecchi e nei nuovi populismi convivono due anime, quella di destra e quella di sinistra. Finora, ci insegna la storia, lo sbocco è stato quasi sempre autoritario. Il passaggio inevitabile è stato l'impoverimento e l'indebolimento della classe media, che è la base della democrazia. La sfida che attende Di Maio è semplice ma forse impossibile: come uscire dalla crisi, come far crescere la democrazia italiana, senza appiattirsi sul progetto identitario (“Italians first”) e in sostanza reazionario di Salvini e dei suoi soci? Sempre che sia possibile portare l'Italia nel XXI secolo.

Da "http://www.doppiozero.com" M5S: una forza “antisistema” perno del sistema di Oliviero Ponte Di Pino

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A decidere le sorti di un voto nuovo non sono più le vecchie logiche di appartenenza, né di clientela. Ha pesato il sentimento di un’Italia in declino e di una ripresa percepita solo nelle grandi città, aumentando il dislivello con una provincia sempre più lontana.

C’erano tendenze politiche in questi anni, dal 2015 almeno, che erano già evidenti nel voto per il referendum costituzionale o per alcune amministrative. Tutto faceva pensare che sarebbero state confermate in queste elezioni politiche, ma forse pochi pensavano che sarebbero state così esasperate come è accaduto.

Il voto del 4 marzo arriva come uno schiaffo non solo ai perdenti, il PD, Grasso e Bersani, Berlusconi, ma anche a tutti coloro che credono in una sorta di inerzia ideologica per cui i cittadini alla fine votano seguendo ancora un po’ la tradizione. Le zone rosse, quelle (ex) bianche, i feudi decennali, ecc. Forse mai come questa volta a determinare le scelte degli elettori sono state le dinamiche economiche, il sentiment che una certa area ha sviluppato, la percezione della presenza di un problema più che la storia politica di quella zona.

Gli esempi sono tanti. Dal trionfo leghista nelle zone rosse, in Umbria, nelle Marche, in mezza Toscana, al successo quasi uniforme del Movimento 5 Stelle al Sud che ha cancellato vecchi confini, vecchi regni, non esiste più il ducato di De Luca a Salerno, la contea di De Mita in Irpinia, il piccolo marchesato di Fitto in Puglia. Tutti travolti dall’ondata 5 Stelle.

I meridionali, per una volta decisivi per il voto, hanno più di altri deciso usando altri criteri, in primo luogo quelli economici. In questi giorni si stanno facendo tante correlazioni tra i voti ai partiti e alcune statistiche economiche, una delle più azzeccate probabilmente è la corrispondenza tra la percentuale di NEET (coloro che non studiano e non lavorano) e il voto al Movimento 5 Stelle. Si tratta qui del voto al Senato (l’unico disponibile per regione) che però si discosta pochissimo da quello alla Camera. Laddove la percentuale di NEET tra i 18 e i 20 anni è maggiore è più alta la preferenza per il movimento di Di Maio.

I meridionali, per una volta decisivi per il voto, hanno più di altri deciso usando nuovi criteri, in primo luogo quelli economici.


Il Movimento 5 Stelle era già il partito preferito dai giovani più poveri e con meno possibilità, ma in queste elezioni questa identificazione è ulteriormente aumentata.

La cosa interessante è che il Movimento ha addirittura perso voti in alcune aree del Nord, in Piemonte, Liguria, a Nordest, presumibilmente laddove aveva attirato soprattutto giovani laureati nel 2013, guadagnandone invece al Sud, dove invece questa volta ha accresciuto la propria attrazione verso tutte le fasce di giovani senza lavoro, anche e soprattutto quelli senza una laurea.

La cosa interessante è che il movimento ha addirittura perso voti in alcune aree del Nord, in Piemonte, Liguria, a Nordest
Oggi il M5S raccoglie, secondo IPSOS, il 29,3% tra i laureati e il 36,1% tra i diplomati.

Nel trionfo insomma il partito grillino è cambiato. Se cinque anni fa era il partito della protesta, popolare tra i giovani sì, ma trasversale a livello di grado di sviluppo economico, ora è sempre più la forza dei diseredati che abitano le aree economicamente più problematiche del Paese. C’è un’evidente correlazione sia tra il voto grillino e la disuguaglianza (con l’indice di Gini che la misura) sia soprattutto tra la disuguaglianza e la crescita dello stesso voto rispetto a quello delle europee 2014. Laddove la percentuale del M5S raddoppia, per esempio in Campania o Calabria, abbiamo anche le maggiori distanze tra ricchi e poveri. E viceversa.


Perchè c’è anche l’altro lato della medaglia, ossia il crollo del PD. Che rispetto al 2014 più che dimezza i propri voti, ma riesce a resistere meglio proprio nelle aree più ricche e produttive del Paese. E quelle con minori disuguaglianze, appunto. Basti pensare alla differenza tra la Sicilia, dove conserva solo il 35% della percentuale di voti, e la Toscana, dove salva il 54%.


Se potessimo sgranare i dati a un livello più fine osserveremmo la resistenza del partito di Renzi e dei suoi alleati nelle grandi città del Centro Nord, le più ricche, a discapito del crollo altrove. Non solo al Sud, ma anche in provincia. La coalizione di centrosinistra riesce addirittura a crescere, se paragonata con il 2013, a Milano, Brescia, Torino, nella bergamasca. Va benino a Roma, ma malissimo appena fuori, tra Guidonia e Tivoli.


La frattura tra città e provincia in Italia è un elemento che è arrivato, rispetto all’estero, in ritardo, all’incirca intorno al 2000, ma è divenuta sempre più evidente, in particolare al Centro-Nord, dove ormai rispecchia quanto accade in Francia, Regno Unito, USA.

La provincia vota più conservatore o comunque più di protesta della città. È una questione di differenza di reddito, in parte, ma soprattutto di istruzione, di bolla in cui si vive. E in queste elezioni il fenomeno si è ripresentato modo evidente. Interessando il voto all’altro vincitore di queste elezioni, quello che appare in questi giorni mediaticamente un po’ più defilato del Movimento 5 Stelle, nonostante la maggioranza relativa in Parlamento. Il centrodestra. E in particolare la Lega di Salvini, ormai dominante, che è cresciuta ovunque, ma al Sud solo cannibalizzando Forza Italia, tanto che solo al Centro-Nord c’è un evidente incremento rispetto al 2013.


Al Centro-Nord, appunto, non solo al Settentrione. Anzi. Con tutta la coalizione che prende in Umbria quanto a Milano, impensabile solo 10 anni fa. Il buon risultato nelle regioni rosse, Umbria, Toscana, Marche, è forse la maggior novità per Salvini e Berlusconi. E d’altronde è l’ennesima conferma che non sono i vecchi luoghi comuni politici a fare la differenza (Nord a destra, centro a sinistra), ma alcuni temi concreti. In primis l’immigrazione in queste terre. Che sono quelle con la maggiore concentrazione di stranieri, sopra il 10%.

Stranieri Residenti Italia
Ma come in altri fenomeni non conta solo la presenza di immigrati in sé, ma la sua variazione nel tempo. E abbiamo qui la conferma di come questo elemento abbia almeno in parte potuto influire sul voto leghista.

Che cresce ancora di più, almeno rispetto al 2014, laddove più si è incrementata la presenza di stranieri, ovvero al Centro Sud, in cui la percentuale per il partito di Salvini è ora in media 7-8 volte di quella delle europee. E si tratta proprio della Lega qui, non del centrodestra, che è in calo.

Nel voto leghista non conta solo la presenza di immigrati in sé, ma la sua variazione nel tempo.


È stato un voto che ad alcuni appare forse come un accesso di rabbia da parte di un elettorato sempre più volubile, ma ha ragioni lontane che hanno radici nel declino dell’Italia esacerbato dalla crisi economica. E da una ripresa che non è stata percepita. Tanto è vero che se c’è una statistica che non si riesce a correlare al voto è quella sulla crescita dei redditi negli ultimi anni. Che pure c’è stata, ma non ha influito. Non si coglie per esempio un diverso comportamento del voto al Movimento 5 Stelle in proporzione a questa. Perché, che piaccia o no, la ripresa è passata inosservata. E questo, che è stato uno dei più grandi problemi per la maggioranza uscente, ora lo diventa per quella entrante, qualunque essa sia.

da "www.linkiesta.it" Elezioni, i numeri parlano chiaro: i diseredati di provincia hanno sconfitto le grandi città di Gianni Balduzzi

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