Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Migranti senza volto

I Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina editore, 2018).

Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale – per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 – è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.

Questa lunga premessa serve a dire che l’estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:

I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi (A.C. Diener, J. Hagen: Borders. Oxford University Press, 2012)

Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla pietas per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell’équipe della Cattaneo emerge molto più della pietas. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).

È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:

Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia – ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana.

Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,

Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi – in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo – non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo…

Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:

Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee (Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. Ansa, 20.06.2018)

Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.

In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la pietas al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.

Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (…) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema pietas del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.

Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.


Da "http://www.settimananews.it" Migranti senza volto di Paolo Vineis

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Ci sono quasi tutti, da quello del PD a quelli di Forza Italia, dei Verdi Europei e di +Europa: quello della Lega, invece, non si trova da nessuna parte


In vista delle elezioni europee del 26 maggio, i principali partiti hanno già presentato le liste dei propri candidati (QUI), più o meno si sa dove siederanno a Strasburgo e già da tempo vi avevamo detto tutto su come si vota (QUI). Quello che mancava erano solo i programmi elettorali, che sono la cosa più importante se si vuole decidere per chi votare.

Qui li trovate quasi tutti, manca quello della Lega, che sul suo sito ha pubblicato solo il documento (QUI) programmatico della nuova alleanza di partiti nazionalisti e sovranisti euroscettici (QUI). Il Post ha provato a chiedere informazioni al partito, ma per il momento non ha ricevuto risposta.

Da "www.ilpost.it" I programmi dei partiti italiani per le elezioni europee 2019 di Eugenio Dacrema

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Otto anni di conflitto hanno profondamente trasformato la società siriana, la sua composizione, le sue istituzioni e persino l’autopercezione della popolazione. Queste trasformazioni si rifletteranno pesantemente sulla configurazione postbellica del Paese.

Il primo fattore da considerare è la natura profonda dello scontro tra il regime di Assad e l’opposizione, che fin dall’inizio è apparso come un gioco a somma zero. L’obiettivo del regime e della maggior parte dei ribelli armati è stato l’annientamento completo del nemico, senza nessuna possibilità di un processo negoziato di transizione e/o cooptazione politica. I nemici non si sono mai reciprocamente riconosciuti come attori legittimi con richieste e interessi legittimi. Tutto ciò ha avuto conseguenze cruciali sull’evoluzione della guerra e, soprattutto dalla prospettiva del regime, ha fatto della soluzione militare l’unico scenario accettabile. La mancanza di qualsiasi prospettiva realistica per una soluzione politica ha portato al prolungamento indefinito della crisi e ha aumentato la sofferenza della popolazione siriana. Questo approccio militaristico e a somma zero sembra destinato a ripercuotersi anche sull’ordine postbellico. Per comprendere meglio tale aspetto, questo articolo indaga tre concetti centrali legati al futuro assetto della Siria: il concetto di ridimensionamento del conflitto (opposto a una sua risoluzione completa), quello degli accordi “permanenti-temporanei” e il concetto di frammentazione sociale.

Il ridimensionamento di una guerra irrisolvibile

“Se proprio non puoi risolverlo, gestiscilo e ridimensionalo”. Questa la formula che riassume il concetto di conflict management, apparso come la principale strategia applicata dalla Russia ai conflitti in cui è stata coinvolta nella sua storia recente. Un concetto diametralmente opposto a quello di conflict resolution, che ha costituito la principale cornice utilizzata negli ultimi decenni dalle potenze occidentali, spesso con scarso successo. I due concetti differiscono sia per l’approccio ideologico che per i mezzi utilizzati. Mentre il secondo è fondato sui valori – dal momento che mira a imporre a conflitti locali risoluzioni globali basate sui valori e sugli interessi occidentali – e sfrutta la posizione egemonica militare ed economica detenuta dagli USA e dalla Nato sulla maggior parte del mondo dalla fine della Guerra Fredda, il primo non è ideologico e poggia su un approccio tattico e flessibile tipico dei poteri che non hanno i mezzi per proiettare un dominio egemonico sugli altri attori coinvolti.

Il graduale affievolimento della proiezione egemonica americana in Medio Oriente – iniziato sotto l’amministrazione Obama e continuato con l’attuale presidente Donald Trump – ha dato alla Russia la possibilità di tornare nell’arena politica della regione dopo una lunga assenza. La Siria è stata il palcoscenico di questo ritorno e, a partire dal suo intervento militare diretto nel 2015, Mosca ha preso il sopravvento negli sforzi diplomatici per porre fine alla crisi. Questo ha permesso al governo russo di testare lo stile di gestione del conflitto che ha influenzato gli ultimi sviluppi della guerra e potrebbe incidere fortemente sulla configurazione post-bellica del Paese. Per esempio, la mancanza intrinseca di una visione strategica da cui è caratterizzato tale approccio implica che la fine della guerra sta emergendo più come il risultato di una catena di decisioni tattiche influenzate più da interessi e forze contingenti che da qualsiasi progetto di lungo termine, fatta eccezione per il mantenimento del regime di Assad. Inoltre, un approccio del genere non è adatto ad affrontare tutte le cause all’origine del conflitto – vale a dire la disastrosa gestione socioeconomica prebellica da parte di Assad e la crescente richiesta di cooptazione politica da parte di vaste parti della società, soprattutto nelle aree rurali. Durante i lunghi anni della crisi, questo ha portato all’utilizzo di narrazioni iper-semplificate, che dipingevano tutti i ribelli e i loro sostenitori come terroristi appoggiati da potenze straniere.

Tuttavia, le problematiche che la soluzione militare adottata dal regime e dai suoi alleati non ha potuto risolvere stanno riaffiorando con il consolidamento della vittoria di Assad. Nelle aree una volta occupate dall’opposizione – e in molti territori nelle mani del regime – le tensioni sociali sono oggi trattenute dal pugno di ferro delle forze di sicurezza del regime, ma potrebbero riaffiorare nel medio termine se una nuova crisi riportasse l’apparato securitario ad allentare la presa sulla società locale. Per questa ragione, non è appropriato parlare di “fine” del conflitto; è più corretto parlare di una situazione a lungo termine di conflitto a bassa intensità, esito del processo di conflict management. In una situazione del genere, tensioni e rimostranze sono tenute sotto controllo attraverso strumenti securitari fino a quando questi mezzi non si indeboliranno o non interverrà un altro evento rivoluzionario – simile all’onda di rivolte regionali del 2011 – in grado di generare un nuovo “effetto contagio”.

L’accordo “permanente-temporaneo” con la Turchia e la “cipriotizzazione” della Siria del Nord

La necessità del regime e dei suoi alleati di raggiungere accordi temporanei con attori nazionali e regionali per gestire le varie fasi del conflitto ha portato a una limitata spartizione del Paese, che difficilmente sarà riunificato in un futuro prossimo. In particolare, Mosca – per conto di Damasco e di Teheran – ha negoziato accordi con la Turchia, che negli ultimi tre anni si è affermata come principale sponsor dell’opposizione siriana armata. Più che sulla fine di Assad, le politiche di Ankara degli ultimi anni si sono concentrate sulla limitazione del controllo dell’YPG curdo nel nord della Siria. Il raggiungimento degli accordi tra Ankara e Mosca ha dato alla Turchia il via libera per lanciare operazioni militari nel territorio siriano. Nel 2017 e nel 2018 queste operazioni hanno portato all’occupazione di vaste aree nel nord della provincia di Aleppo e nella provincia di Afrin.

Ankara e Mosca hanno inoltre raggiunto un accordo sulla regione di Idlib – ultimo baluardo dell’opposizione armata – che è stata posta sotto la tutela turca in cambio della promessa di Erdogan (finora non mantenuta) di liberarsi dei gruppi jihadisti attivi nell’area. Nonostante la presenza turca in questi territori – diretta o esercitata attraverso gruppi siriani che agiscono per conto di Ankara – fosse inizialmente intesa come temporanea, la Turchia ha in molti modi dimostrato la sua volontà di mantenere a lungo il controllo di queste terre. Per esempio, la loro amministrazione è stata direttamente collegata all’amministrazione delle province di frontiera della Turchia e le istituzioni nazionali turche forniscono tutti i servizi di base; i programmi di studio sono insegnati sia in arabo che in turco, mentre università turche stanno aprendo succursali locali.

Ankara ha invitato i propri imprenditori a investire in queste aree – anche creando zone industriali speciali – e le milizie locali sono addestrate dalle forze di sicurezza turche e trasformate in un corpo direttamente dipendente da esse. Così facendo, il governo turco mira a perseguire tre interessi: primo, evitare la formazione lungo il suo confine di un’autorità curda indipendente – o autonoma – guidata dal PYD (che la Turchia considera il ramo siriano del PKK); secondo, ottenere, lungo i suoi confini, porzioni di territorio in cui Ankara può ricollocare almeno una parte degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani attualmente ospitati in Turchia; terzo, adempiere, almeno in parte, agli impegni presi con i gruppi di opposizione siriana che Ankara ha sponsorizzato e, in generale, esercitare un’influenza sui futuri affari interni della Siria. Soprattutto il secondo e il terzo di questi obiettivi sarebbero stati irraggiungibili se un’ampia porzione di società siriana non fosse stata pronta a sostenere la presenza di una forza di occupazione al fine di ottenere un rifugio sicuro all’interno del proprio Paese.


Gli osservatori internazionali riconoscono in queste politiche qualcosa di molto simile a quanto successo a Cipro Nord dopo l’invasione turca del nord dell’isola nel 1975. Secondo questa prospettiva, Ankara mira a creare un mini-Stato separato controllato dai suoi alleati siriani, simile alla Repubblica di Cipro Nord. La posizione ufficiale di Ankara è che la Turchia si ritirerà dalla Siria solo quando sarà raggiunta una soluzione politica complessiva tra il regime e l’opposizione. Una posizione formale che, come nel caso di Cipro, intende giustificare sia la presenza a tempo indeterminato di Ankara sia l'affermazione secondo la quale la Turchia non vuole annettere questi territori, ma difendere gli interessi dell’opposizione siriana fino a quando non sarà firmato un (improbabile) accordo di pace.

Una società più piccola e fedele

Le stime dei costi per la ricostruzione siriana vanno dai 200 ai 400 miliardi di dollari. Il regime siriano e i suoi alleati non possono fornire una quantità tanto elevata di finanziamenti senza il sostegno di potenze internazionali economicamente forti come i Paesi occidentali, la Cina e le monarchie del Golfo. Tuttavia, finora solo alcune monarchie del Golfo – soprattutto gli Emirati – hanno manifestato il proprio interesse a fornire qualche tipo di supporto finanziario. Le potenze occidentali hanno ripetutamente rifiutato di partecipare alla ricostruzione in assenza di un serio processo politico di transizione. Da parte sua, la Cina, nonostante abbia diplomaticamente sostenuto il regime durante l’intera crisi, non ha mostrato un grande interesse nel giocare un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese. Secondo alcuni osservatori, ciò è dovuto allo scetticismo della leadership cinese nei confronti della capacità del regime di garantire la stabilità nel lungo periodo. Inoltre, tutti i potenziali donatori sono diffidenti a causa delle attuali sanzioni americane ed europee, che probabilmente resteranno in vigore anche nel futuro prossimo.

Tra i sostenitori del regime, la Russia è stata l’attore più attivo nella ricerca di sostegno finanziario. In particolare, Mosca ha attivamente corteggiato i leader europei e occidentali utilizzando la tesi secondo la quale una ricostruzione riuscita farebbe ritornare nel proprio Paese la maggior parte dei rifugiati presenti in Europa. I russi hanno fatto pressione sul regime (esplicitamente o dietro le quinte) per adottare politiche concilianti verso alcune richieste Europee, soprattutto in merito al rientro dei rifugiati. Tuttavia, Damasco si è adeguata raramente. Dopo mesi di discrete pressioni russe, una legge volta a promuovere progetti di ricostruzione, considerata dalla maggior parte degli analisti come uno strumento per espropriare i siriani fuggiti all’estero, è stata emendata senza che i suoi principali contenuti e suoi effetti venissero veramente alterati. Inoltre, dopo ripetute richieste dalle organizzazioni internazionali, il regime ha acconsentito a introdurre un’amnistia per i disertori militari – la maggior parte dei quali è fuggita all’estero durante il conflitto. Tuttavia, l’amnistia si limita a impedire che i disertori siano arrestati al loro ritorno, ma li costringe ad arruolarsi comunque nell’esercito: una condizione che priverebbe molte famiglie di rifugiati della loro principale fonte di reddito. Infine, mentre da un lato Damasco ha accusato i Paesi stranieri (soprattutto quelli europei) di impedire ai rifugiati siriani di tornare in Siria, dall’altro lato, molti di coloro che sono tornati sono stati fatti scomparire dalle forze di sicurezza. Anche quando le procedure coordinate per il ritorno sono state ratificate da governi stranieri – come il Libano – il regime ha introdotto lunghi e complicati controlli di sicurezza, che hanno prodotto solo poche migliaia di rientri.

Questa linea politica è difficile da capire se con “ricostruzione” s’intende il processo volto a riportare il Paese al suo stato prebellico. Se l’obiettivo fosse questo, ci si aspetterebbe che Damasco introducesse misure per incoraggiare i rientri e che soddisfacesse le richieste dei potenziali donatori. Ma a emergere dalle azioni e dalle dichiarazioni del regime è un’idea diversa di ricostruzione postbellica. Per comprendere meglio la strategia del regime, può essere più utile non considerare il significato letterale della parola “ricostruzione”. Occorre piuttosto intendere la strategia postbellica del regime come mirata a completare un processo che durante tutti gli otto anni di conflitto ha trasformato la società siriana. Le migrazioni forzate dalle aree precedentemente controllate dai ribelli e le ricollocazioni all’estero della maggior parte dei membri, sostenitori e simpatizzanti dell’opposizione hanno ridotto la popolazione siriana e «gli hanno fatto ottenere una società più omogenea», secondo le parole dello stesso presidente Assad. Pertanto, la ricostruzione non ha bisogno di essere tanto costosa ed estesa se è destinata unicamente a una popolazione più piccola e se i vantaggi della vittoria sono destinati a premiare quelli che hanno dimostrato fedeltà al regime, marginalizzando gli altri.

La fedeltà – più che l’identità confessionale – è la chiave per capire il principale fattore alla base di questo processo: se da un lato la maggior parte dei sostenitori dei ribelli e dell’opposizione è sunnita, dall’altro una parte significativa della popolazione sunnita – soprattutto nelle aree urbane – è rimasta fedele al regime e ci si aspetta che venga premiata, insieme ad altri gruppi sociali che hanno appoggiato Damasco fin dall’inizio. Di conseguenza, secondo la prospettiva del regime, la fedeltà ad Assad è il criterio principale che determinerà l’identità siriana postbellica.

Conclusioni

Per più di due anni, alcuni osservatori hanno ripetuto che il conflitto siriano era vicino alla fine e che il capitolo successivo per la Siria sarebbe stato un enorme processo di ricostruzione. Tuttavia, il conflitto è ancora in corso, sebbene si stia trasformando in termini di dimensioni e mezzi. Quest’articolo ha fornito tre concetti per comprendere meglio le prossime evoluzioni della guerra siriana e della ricostruzione del Paese: il concetto di “ridimensionamento del conflitto”, il concetto di accordi “permanenti-temporanei” e la descrizione della trasformazione sociale e identitaria che è avvenuta durante gli anni della guerra e che è destinata a determinare le caratteristiche principali della Siria futura.


Da "www.oasiscenter.eu" Tre concetti per comprendere il futuro della Siria di Eugenio Dacrema

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Venerdì, 26 Aprile 2019 00:00

Il Regno Unito nel tunnel della Brexit

Una tragedia nazionale. Un infinito psicodramma che ha lasciato l’opinione pubblica britannica stordita, confusa e senza gli strumenti necessari per capire cosa stia davvero succedendo. Oppure – specialmente per gli osservatori continentali – una gustosa commedia grottesca, con i suoi colpi di scena, la trama che scivola imprevedibile, la perfetta scenografia del parlamento di Westminster e un cast di eccentrici protagonisti: la caricatura dell’inglese posh incarnata dal conservatore euroscettico Jacob Rees-Mogg, l’algida e robotica premier Theresa May, il simpatico sbruffone Boris Johnson, lo speaker del parlamento John Bercow nei panni del vecchio zio burbero che fa rigare dritto i piccoli monelli, impersonati dai deputati di seconda fila della camera dai comuni, i cosiddetti backbenchers, ognuno con il suo caratteristico accento.

Sarà anche una fotografia piena di cliché, ma in qualche modo è emblematica del paese che il 23 giugno 2016 ha votato per uscire dall’Unione europea, immaginando un futuro di gloria, ricchezza e sovranità ritrovata, e che oggi annaspa ancora nell’incertezza di un negoziato complicatissimo. La Brexit promessa in campagna elettorale dai Boris Johnson, dai Michael Gove, dai Rees-Mogg – quella del take back control, dei 350 milioni di euro a settimana risparmiati e investiti nella sanità pubblica, del paese che torna a essere una potenza globale – si è rivelata una brutale menzogna. E la complessità del processo messo in moto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, che regola l’uscita volontaria dei paesi membri dall’Unione, ha rivelato l’inadeguatezza di una classe politica che dopo il trionfo del voto si è ritrovata senza una strategia, senza un piano negoziale, senza un’idea del futuro del paese.

Per chi aveva osservato la modestia culturale e intellettuale del dibattito della campagna referendaria – essenzialmente un esercizio di meschini calcoli su quanto costasse appartenere all’Ue, accompagnato da evidenti falsità e sparate retoriche, senza una minima riflessione sul senso dell’appartenenza a un grande organismo sovranazionale – l’impreparazione dei brexiter non è stata certo una sorpresa. Invece di guidare i negoziati, i britannici si sono sempre ritrovati a inseguire la diplomazia europea, che aveva preparato lo scenario del divorzio del Regno Unito con molta più cura.

Uscire da un progetto multinazionale com’è l’Unione europea è molto più complicato di quanto pensassero i brexiter

Con diverse soluzioni ancora possibili, non è eccessivo affermare che per i britannici finora la Brexit è stata un imbarazzante fallimento, una sconfitta politica epocale, lo smascheramento dell’illusione di essere ancora una forza globale ma allo stesso tempo insulare e isolata dal continente. Uscire da un progetto multinazionale com’è l’Unione europea è molto più complicato di quanto pensassero i brexiter, ed è evidente che la disfatta britannica sarà un monito efficacissimo per quelle forze politiche – per la verità sempre meno numerose – che in altre parti d’Europa sognano di liberarsi dall’abbraccio di Bruxelles.

Nelle ultime settimane la subalternità del Regno Unito, la sua debolezza e l’ottusità della sua classe politica si sono manifestate prepotentemente. Ricostruire per sommi capi le scelte del governo a cavallo del 29 marzo, la data che doveva segnare l’uscita del paese dall’Europa, può servire a illustrare l’improvvisazione con cui Londra ha gestito e sta ancora gestendo l’intero processo.

Dopo due bocciature parlamentari del suo accordo, a gennaio e a marzo, il 29 marzo la premier Theresa May ha sfidato lo speaker della camera dei comuni e ha riproposto in aula lo stesso testo per la terza volta, privato della parte sul futuro dei rapporti tra Londra e Bruxelles. E ha perso di nuovo. A quel punto i deputati hanno preso in mano la situazione, presentando e mettendo al voto alcune proposte (i cosiddetti indicative votes) per trovare un’alternativa da sottoporre all’Unione europea e negoziare così un’ulteriore proroga alla scadenza della Brexit, nel frattempo già spostata al 12 aprile. Tutti gli otto emendamenti sono stati però bocciati.

Una scelta obbligata
Tre giorni dopo la stessa sorte è toccata ad altre quattro proposte di altrettanti deputati. Il 2 aprile, dopo una riunione di sette ore con i suoi ministri, Theresa May ha fatto quello che probabilmente andava fatto da tempo: aprire ai laburisti. In sostanza, ha proposto al leader Jeremy Corbyn di sedersi e discutere un piano alternativo da proporre a Bruxelles, per ottenere più tempo ed evitare un’uscita senza accordo. La sera stessa la camera dei comuni ha bocciato l’ipotesi di tenere nuovi indicative votes (per la verità solo grazie al voto dello speaker Bercow, dopo che la votazione si era conclusa in parità) e in fretta e furia ha approvato una proposta di legge bipartisan per evitare lo scenario che molti temono ma che giorno dopo giorno si fa sempre più probabile: la Brexit senza accordo, il famigerato no deal.

Ora, la mossa di May sembra finalmente in grado di rompere lo stallo. Ma se arriva a tempo praticamente scaduto è perché presenta anche degli evidenti rischi politici, che finora la premier aveva preferito non correre. Con l’acqua alla gola la scelta è diventata inevitabile. Il primo è la spaccatura del Partito conservatore. Molti esponenti tory non accettano il dialogo con il “marxista Corbyn”, per usare le parole di Rees-Mogg, e considerano l’idea di una Brexit morbida come un tradimento della volontà popolare (altro concetto che è stato evocato con troppa leggerezza e brandito come una clava nel dibattito sulla Brexit, soprattutto dai leaver più spregiudicati).

In effetti non si tratta di una prospettiva facilmente digeribile in un paese che è forse l’unico dove i grandi partiti tradizionali godono ancora del sostegno della maggioranza della popolazione. In fatto di istituzioni e democrazia i britannici sono comprensibilmente orgogliosi delle loro tradizioni. E una spaccatura interna ai conservatori sarebbe un tradimento della vocazione maggioritaria, governativa e istituzionale del partito. D’altra parte, se la situazione è arrivata a questo punto di non ritorno è proprio perché nel processo della Brexit una parte dei tory, un minoranza rumorosa e ben organizzata, ha pervicacemente messo il proprio interesse di parte davanti a quello del partito e soprattutto del paese.

A un rischio di tipo diverso è esposto invece Jeremy Corbyn. In caso di fallimento della trattativa, l’apertura di May potrebbe infatti servire a scaricare la responsabilità sul leader laburista, anche perché il punto di partenza dei colloqui rimane l’accordo già bocciato in tre occasioni dal parlamento. Ma per Corbyn l’offerta è anche una grande opportunità. Finora il leader laburista, un brexiter riluttante che guida un partito diviso tra chi vuole rimanere in Europa e chi è pronto ad accettare un’uscita morbida, ha sempre esitato a prendere posizione, condannando il Labour a un ruolo di secondo piano in tutta la vicenda della Brexit. Se stavolta saprà giocare bene le sue carte, se dimostrerà senso di responsabilità e si rivelerà disponibile a fare compromessi nell’interesse del paese, magari pretendendo un nuovo voto popolare, potrà uscire da questa intricata situazione come il leader che ha portato il Regno Unito fuori dalla sua più grave crisi politica del dopoguerra.


Da "www.internazionale.it" Il Regno Unito nel tunnel della Brexit di Andrea Pipino

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Il reddito di cittadinanza crea nuovi disoccupati e fa crollare i salari. Quota 100 diminuisce il tasso di occupazione. E se il governo non ci fosse le cose andrebbero meglio. Questo dice il Documento di Economia e Finanza presentato ieri: i due vicepremier l’hanno letto, almeno?

Ci sono due possibilità: o Salvini e Di Maio non hanno letto il Def redatto da Giovanni Tria, o hanno bevuto il siero della verità e hanno improvvisamente deciso di mettere nero su bianco il loro fallimento. Non ci sono alternative. Perché a leggere i numeri del documento di economia e finanza sembra sia stato scritto dalle opposizioni, o da Juncker e Moscovici. Non c’è una riga, non una tabella che non racconti brutale quanto tutto quel che è stato fatto e speso lo scorso anno non sia servito a nulla. In compenso, ci sono righe e tabelle che mettono nero su bianco cose il nostro declino strutturale, aggravato da una spesa pubblica e da una tassazione complessivamente in crescita per i prossimi anni.

Partiamo dall’inizio, però. E precisamente dalla tabella a pagina 23, che mette a confronto lo scenario economico tendenziale e programmatico dell’Italia. In parole povere, quel che succederebbe se fossimo in esercizio provvisorio - cioè senza un governo nel pieno delle sue funzioni - e cosa invece dopo le misure previste dall’esecutivo. Crediamo sia un record, questo, perché per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione. Parliamo di un decimo di punto percentuale, peraltro proiettato sul 2022, ma rimane comunque un dato agghiacciante: dopo una finanziaria che c’è costata 40 miliardi, un mare di interessi sul debito pubblico e tutta la nostra credibilità internazionale residua, non succederà nulla. Zero, nada, nisba, per dirla alla Salvini.

Per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione

Peraltro, andando a guardare gli effetti delle due misure-icona nel dettaglio si scopre che sono proprio il reddito di cittadinanza e quota 100 l’epicentro del fallimento gialloverde. Ed è buffo che il governo non solo non nasconda la cosa, ma ci regali addirittura due belle tabelle attraverso cui certifica il disastro. Nel raccontare l’impatto macroeconomico del reddito di cittadinanza - a pagina 27 - mette nero su bianco che nel 2020 il tasso di partecipazione al mercato del lavoro aumenterà dell’1,2%, il tasso di disoccupazione dell’1,3% e il tasso di occupazione di soli 0,3 punti percentuali. In pratica, che per i prossimi dodici spenderemo 6 miliardi in sussidi e politiche attive del lavoro che aumenteranno il numero dei disoccupati anziché diminuirlo. Fosse solo questo: a pagina 34 si dice pure che se le politiche del lavoro avranno piena efficacia, i salari saranno destinati ad abbassarsi, di 0,48 punti percentuali. Peggio: si dice pure che più aumenterà l’efficacia di queste misure, più i salari si abbasseranno. Evviva.

Peggio ancora va con Quota 100, che nelle intenzioni dovrebbe essere un formidabile generatore di nuovi posti di lavoro per i più giovani. Nelle intenzioni. Perché la tabella del governo - pagina 29 - dice che l’occupazione diminuirà di mezzo punto di Pil per il 2020 e che calerà anche, seppur in misura minore, nei due anni successivi. Anche in questo caso, mandiamo in pensione gli anziani prima del termine, pagando 9 miliardi all’anno, per veder diminuire il numero dei posti di lavoro disponibili.

E se state facendo i conti di quanto ci costa questo giochetto, potete pure riporre la calcolatrice nel cassetto della scrivania a andare a pagina 35: sono 133 miliardi in tre anni di spese aggiuntive, alla faccia dell'austerità: 2 di tasse in più (sì, aumenta pure la pressione fiscale, nonostante non aumenti l’Iva), 13 di tagli e dismissioni per ora tutti sulla carta, e 115 di nuovo debito pubblico, tutto sulle spalle dei giovani che hanno votato festanti Lega e Movimento Cinque Stelle, convinti che gli avrebbero cambiato il futuro. Eccolo qua, il futuro. Nero su bianco. Più nero, che bianco.

Da "www.linkiesta.it" Salvini e Di Maio hanno distrutto l’Italia: lo dice il Def (e no, non è uno scherzo) di Francesco Cancellato

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Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del presidente del Consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante. Il commento di Gianfranco Polillo

Che la Torino-Lione non diventi un’ossessione: invoca Giuseppe Conte, dalle pagine del Corriere della sera. Per carità: nessuna perversione. Ma poi ci vuole coerenza. Si può guardare con interesse e possibile sprezzo del pericolo al grande progetto di “connettività aurosiatica” nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road con la Cina ed, al tempo stesso, rinunciare all’interconnessione dell’Italia con con il Corridoio Mediterraneo? La finiamo qui.

Meglio guardare agli altri tanti lati del problema dei rapporti tra l’Italia e l’Impero di mezzo. Sostiene sempre Conte: “Con Pechino dobbiamo riequilibrare la bilancia commerciale, attraverso un maggior accesso al mercato cinese per i nostri beni, dall’agroalimentare al lusso, e per i nostri sevizi”. Parola d’ordine che riecheggia nel Luigi Di Maio pensiero. Perfetta sintonia. Solo un in parte messo in dubbio da Matteo Salvini: “Aprire nuovi mercati alle imprese italiane e agli imprenditori italiani è fondamentale, però bisogna tutelare l’interesse e la sicurezza nazionale.”

Secondo i dati forniti dallo stesso ministero dello Sviluppo economico, nel periodo gennaio-novembre 2018, le esportazioni italiane verso la Germania, la Francia e gli Stati Uniti sono state pari al 32,2 per cento del totale. Quelle verso la Cina pari ad appena al 2,8 per cento. Sul fronte delle importazioni, invece, le prime sono state pari al 28,7 per cento. Mentre quelle dalla Cina sono ammontate al 7,3 per cento del totale. Confrontando i relativi dati è facile evidenziare un doppio squilibrio. La bilancia commerciale italiana è attiva rispetto a Germania, Francia e Stati Uniti. Mentre è passiva rispetto alla Cina. Ben venga quindi qualsiasi azione rivolta a riequilibrare quest’ultima situazione, favorendo la crescita delle esportazioni verso il quadrante orientale. Ma a condizione che questa strategia non pregiudichi i rapporti con l’Occidente.

Le motivazioni sono fin troppo evidenti: misurati dal diverso peso che hanno i due quadrati. Sulle esportazioni italiane verso i tre principali partner occidentali, quelle cinesi pesano per appena l’8,7 per cento. Maggiore é invece quel rapporto sul fronte delle importazioni (circa il 25 per cento). Ma questa asimmetria non fa altro che portare acqua al mulino dell’Occidente, quando lamenta l’eccessivo mercantilismo cinese. Dando, in qualche modo legittimazione ai successivi tentativi – soprattutto da parte americana – di limitarne il peso ricorrendo all’introduzione di dazi. Tentazione che si è più volte manifestata anche in Italia.


Dati questi rapporti di forza, nel dispiegarsi delle variabili del quadro macroeconomico, è facile individuare ciò che l’Italia deve o non deve fare. Deve tentare, certamente, di riequilibrare a proprio favore la bilancia commerciale con la Cina, aggredendo progressivamente il suo profondo rosso. Ma deve farlo senza irritare i suoi partner principali, che sono in Europa ed in Occidente. Altrimenti i piccoli vantaggi di un riequilibrio commerciale, potrebbero essere più che compensati dalle pesanti perdite su quei mercati che presentano un appeal decisamente superiore.

Si possono tradurre queste avvertenze sul terreno della politica? Certamente sì: dato che i segnali non sono mancati. Ma sono stati rumorosi ed altisonanti. Sia da parte americana che da parte della Commissione europea. Che Giuseppe Conte cerchi di minimizzare é più che evidente. Qualche segnale in controtendenza lo si è visto nelle ultime dichiarazioni di Michele Geraci, grande tessitore dei preliminari sul memorandum. Ma che vi sia sconcerto nelle principali cancellerie occidentali è più che evidente. Altrimenti queste ultime avrebbero attivato canali più riservati, rispetto alle pubbliche dichiarazioni piovute sulla stessa stampa. Tanto più che Giancarlo Giorgetti era appena di ritorno dal suo viaggio negli States. Quindi latore di messaggi non equivocabili.

Ma, evidentemente, quei canali riservati, che tra l’altro dovevano passare per il Ministero degli Esteri, non avevano prodotto i risultati sperati. Ed ecco allora la necessità di ricorrere a qualcosa di più esplicito. Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del Presidente del consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? Non ne siamo così sicuri. In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante.

Quindi attenti a come muoversi. Un conto è operare d’intesa con i propri partner, pur rivendicando per sé spazi di autonomia, come quasi sempre è avvenuto. Basti pensare alla politica verso il Medio Oriente di Giulio Andreotti o Bettino Craxi. Un altro è pensare di poter fare di testa propria, nell’illusione di poter giocare, da soli, un ruolo ben più grande e gravoso rispetto alle proprie capacità. Come mostrano quei semplici dati sull’andamento del commercio estero, l’Italia non ha questa possibilità. Può bastare un niente a rovesciare una tendenza che finora ha agito in modo positivo. Non si dimentichi che dal 2012 in poi quel po’ di sviluppo che il Paese ha conosciuto si deve soprattuto alla positiva dinamica con l’estero. Mettere in discussione quegli equilibri, senza alcuna credibile contropartita, è solo un atto temerario, dalle insondabili conseguenze.


Da "www.startmag.it" Vi spiego che cosa sta sbagliando il governo su Cina e Usa di Gianfranco Polillo

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La guerra commerciale è ancora in corso. E potrebbe allargarsi all'Ue, rallentando ulteriormente la crescita. Eppure si procede come se nulla fosse.

La sindrome dell'arto fantasma è una sensazione anomala che colpisce le persone che hanno subito un'amputazione. Si avverte la persistenza dell’arto mancante attraverso una sorta di formicolio, il cervello ragiona come se l’arto fosse ancora al suo posto, riesce persino a percepire sensazioni o dolore provenienti dall’arto che non c’è più. Una sorta di sindrome dell’arto fantasma sta colpendo i mercati finanziari, rassicurati dalla virata delle banche centrali, certo; fisiologicamente in rimbalzo dopo un 2018 negativo, certo; ma indubbiamente si comportano come se un formicolio segnalasse l’esistenza di un trade deal tra Washington e Pechino che, invece, non c’è.

I COLLOQUI TRA USA E CINA NON SONO CONCLUSI
La guerra commerciale tra Cina e Usa, uno degli argomenti che ha generato più preoccupazioni agli investitori nel difficile anno 2018, è stata messa in “pausa” a dicembre; i dazi sono una sorta di minaccia che pende, sono appesi all’esito di colloqui che - stando ai rumors che filtrano - procedono bene. Fatto sta che “procedono bene” da febbraio ma restano sempre non conclusi. Qualche dubbio è lecito farselo venire.

La sindrome dell’arto fantasma, talora, fa percepire addirittura dei movimenti come se l’arto amputato fosse ancora presente. È una sensazione, in realtà, assolutamente normale, non è sintomo di alcun problema psichico, fa parte dei meccanismi che regolano l’ordinario funzionamento del cervello. Per questo, anche se Mario Draghi ha ribadito che «l'indebolimento della crescita economica, causato dalle turbolenze geopolitiche e dal protezionismo, prosegue e potrebbe durare ancora per tutto l'anno», i mercati si comportano come se i mercati aperti facessero ancora parte del corpo economico.

IL DIVARIO TRA MERCATI AZIONARI ED ECONOMIA REALE SI ALLARGA
L’effetto fa così andare ben oltre l’evidenza empirica: le previsioni sulla crescita degli utili delle aziende americane si sono dimezzate negli ultimi 12 mesi, ma i mercati azionari sono rimasti sostenuti dall’arto fantasma, sotto forma di speranze di un accordo commerciale tra Washington e Pechino. Così il divario tra la forza dei mercati azionari globali e la lentezza dell'economia reale continua ad allargarsi. E non è una questione di percezioni, di formicolio, ma un dato di realtà: il ritmo globale della crescita è in rallentamento, anche il Fmi ha tagliato le sue previsioni per la crescita mondiale e avvisato che una brusca flessione potrebbe richiedere ai leader mondiali di coordinare nuove, ulteriori misure di stimolo. Diventa lecito pensare che i mercati intendano festeggiare l’arrivo di questi nuovi stimoli, valutando lo sfarinamento del contesto economico come un aumento di probabilità che quegli stimoli arrivino.


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel frattempo, alza il livello dello scontro e minaccia di imporre tariffe per 11 miliardi di dollari anche sui prodotti degli alleati, la Ue. Il gioco di dazi e ritorsioni è partito anche tra le sponde dell’Atlantico, poca cosa rispetto alla grande partita fra Usa e Cina, ma comunque un segno dei tempi che viviamo. Se anche volessimo considerare gli stimoli monetari come protesi per un’economia “monca”, non dobbiamo per questo abbandonare una visione costruttiva: nell'uso delle protesi la presenza della sindrome dell’arto fantasma è particolarmente utile alla riabilitazione del paziente. Visti però i tanti effetti collaterali negativi che la continua e reiterata iniezione di stimoli sa generare, non ci resta che sperare che gli accordi commerciali vengano presto ripristinati, così da poter metter via le protesi e ritrovarci forti abbastanza da poter fronteggiare una prossima crisi, quando verrà.

Da "www.lettera43.it" L'accordo tra Usa e Cina non c'è ma i mercati non se ne rendono conto

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Da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, il leader della Lega usa il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare
qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato

È se Salvini fosse niente? Niente mischiato con niente, nemmeno un post-ideologico (che di per sé ha voluto dire ben poco in questi anni) ma semplicemente il formidabile intercettatore di ciò che la gente si vuol far sentire dire, disponibile ad abbracciare qualsiasi ideologia e poi contraddirla seguendo l’algoritmo della pancia degli italiani, come ha appena fatto per la cittadinanza di Ramy passato in poche ore dal parente di pregiudicati e noi la cittadinanza non la regaliamo fino a diventare un figlio dopo avere capito che la maggioranza degli italiani non voleva sentire parlare di burocrazia per il ragazzino eroe. Del resto che sia tutto e il contrario di tutto lo racconta perfettamente la sua storia politica, da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, da anti USA a pro Trump facendo anche arrabbiare l’amichetto Putin, a no Tap a sì Tap, e così via. Con la spregiudicatezza di chi è pronto a vivere una contraddizione come il semplice passaggio al racimolare più voti, accontentare più stomaci, infiammare la claque. Salvini non ha un’ideologia perché non ha un’idea sua, vive ascoltando il pensiero comune e lo trasforma in promessa politica, come una digestione veloce che non si preoccupa del sapore dei cibi, pronto a infornare merda e rivenderla come cioccolata se è il popolo a chiederlo.

Qui siamo oltre al fluidità di Renzi che riusciva a dire impunemente cose di destra fingendo una posa di sinistra e siamo perfino oltre alla post ideologia di Di Maio che altro non è che un vuoto rimbombante. Qui siamo di fronte a un interprete del prepensiero che utilizza il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato e fa niente che in pochi minuti possa trasformarsi nel miglior amico da difendere a spada tratta.


Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori

No, a Bestia non è l’algoritmo con cui il suo staff intercetta gli umori dei social: la Bestia è Salvini stesso, pronto a dire e fare tutto e il contrario di tutto, chiamarlo comunque buonsenso e utilizzare i figli per evitare di esprimere giudizi. I suoi lo dico da papà sono cerotti che coprono il niente: la cittadinanza, su cui Salvini batte tutti i giorni con l’ossessione di un fabbro che continua a raddrizzare una spada già dritta, è caduta nel giro di poche ore appena il suo popolo (che non è altro che il bacino da cui estrarre gli umori) ha deciso che anche se straniero quel Ramy lì meritava di entrare nelle stretta cerchia degli eletti italiani. Non è di destra, non è di sinistra: è Salvini.

Fa il fascista quando l’anima fascista del Paese spinge per chiedere un gesto ma poi riesce a fare incazzare Primato Nazionale (che dei neofascisti è una delle voci principali) per il suo diventare improvvisamente europeista. Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori, il massimo per un elettorato che intende la politica come filiale di un fast food, vogliosa di abbuffarsi del qui, ora, subito, fino alla nausea. E, vedrete, in occasione delle Europee come riuscirà a dichiararsi amico dell’Europa se dovrà farlo, come accarezzerà un negro (l’ha già fatto) se capirà di non dovere esagerare e come, alla fine, si inchinerà ai poteri e ai potenti. Del resto è lo stesso che a Roma sparla di Berlusconi e poi nelle regionali lo insegue come un cagnolino. Tutto e il contrario di tutto: fondamentalmente, niente.

Da "www.linkiesta.it" Matteo Salvini non crede a nulla: per questo è ancora più pericoloso di Giulio Cavalli

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Per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Partito democratico: una centralità politica che i dem non avevano da molti mesi. Il nuovo segretario inizia con una forte legittimazione. Saranno decisivi la scelta della classe dirigente e il posizionamento sui temi più caldi


Può piacere o meno ma le primarie di domenica hanno dato una scossa importante al Partito Democratico e possono essere considerate a pieno titolo un successo. Al di là del numero di votanti, per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Pd: una centralità politica che i democratici non avevano da molti mesi.

L’asticella della partecipazione era stata portata volutamente in basso dai Dem: le aspettative pubbliche si aggiravano attorno al milione di elettori, un numero a portata di mano scelto anche per sfruttare l’effetto sorpresa di una partecipazione maggiore. Tuttavia, nessuno si aspettava davvero che i votanti potessero superare il milione e mezzo: duecento mila in meno rispetto a due anni fa, quando però lo stato di salute del Pd, che si aggirava attorno al 27% dei consensi, era ben diverso. Nel complesso, Nicola Zingaretti può quindi iniziare il proprio mandato da segretario con una legittimazione forte (anche questa superiore alle aspettative) e un Pd nuovamente al centro dell’attenzione mediatica. Avrà quindi tutti gli occhi su di sé in questi primi mesi, e dovrà essere attento a imprimere da subito al partito la svolta che gli elettori hanno chiesto a gran voce.


Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative.

Sono tre le sfide fondamentali che Zingaretti giocherà in questi primi mesi. La prima, è la scelta di una nuova classe dirigente. Molti l’hanno accusato di «riportare il Pd indietro»: il governatore del Lazio ora potrà rispondere con i fatti, promuovendo una segreteria giovane, fatta di volti nuovi, non ostaggio delle correnti. Il consenso delle primarie gli conferisce la forza per imporre i nomi che preferisce con estrema libertà. La seconda, è la sfida del posizionamento. Nei ringraziamenti dopo il voto, Zingaretti si è rivolto a molti segmenti sociali parlando loro direttamente e impegnandosi pubblicamente. Ora è il momento dei fatti. È partito dalla Tav, assieme al governatore Chiamparino, un chiaro segnale al Nord che l’ha premiato con percentuali plebiscitarie. Ora toccherà all’ambiente e alla lotta alla povertà, i primi impegni presi dal segretario domenica sera: due temi in cima alle priorità degli italiani, e fino ad oggi sottovalutati dal Pd.

Infine, c’è la sfida del voto europeo (e amministrativo). Per le europee, Zingaretti dovrà far valere il ruolo dei Democratici, che dopo il voto di ieri non potrà essere subalterno al progetto di Calenda, ma dovrà essere il perno di una coalizione larga. E soprattutto, dovrà lavorare molto nei comuni che andranno al voto. Per il Pd, le comunali sono una sfida ancor più decisiva del voto europeo: gli amministratori sono la grande forza del centrosinistra, perdere tanti governi locali sarebbe un sacrificio sanguinoso. Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative. È lecito quindi attendersi un effetto-Zingaretti nelle prossime settimane, ma non bisogna perdere di vista il punto di partenza: quello di un partito reduce da un anno di delusioni, sconfitte, liti interne e venti di scissione – per adesso rimandati.

Da "www.huffingtonpost.it" Arriva l'effetto Zingaretti per il Pd (ma occhio a non sprecarlo)

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Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Una strage silenziosa in un luogo perduto

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

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