Venerdì, 26 Giugno 2020 00:00

Donald Trump, lo stratega del Caos


Tutti coloro che, dall’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati smentiti. Lui è sempre stato fedele a se stesso e, sconfitto o vittorioso, non muterà linea nella sua scherma con la vita. Caos, fino all’ultima stoccata.

Uno dei massimi dirigenti dell’intelligence Usa, da poco passato al settore privato, è interrogato a bruciapelo da un conoscente: “Secondo lei, Trump è un’eccezione nella politica americana o rappresenta invece il nostro futuro di populismo e nazionalismo?”. La risposta è accompagnata da un sorriso enigmatico: “Dipende: se Trump perde a novembre contro il democratico Joe Biden resterà un’eccezione; se rivince e governa fino al 2024 sarà la nostra futura vita”.

È straordinario come, a poco più di quattro mesi dal voto per la Casa Bianca, il presidente americano, pur ubiquo nella vita quotidiana del paese e del mondo, resti un dilemma, per sostenitori e avversari. Chi è davvero Trump? Qual è la sua strategia? Cosa spera di ottenere in politica? Sorprende come amici e nemici restino spiazzati dal leader Usa, incapaci di comprenderne infine le mosse. Uno dei grandi misteri della Casa Bianca, dalla vittoria del 2016 a oggi, resta infatti l’arroganza con cui tante personalità di primo livello, progressisti - vedi il Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times Paul Krugmano il suo collega Tom Friedman, premio Pulitzer, detestino Trump, senza però saper spiegare perché seduca metà del paese.

Tra i commentatori liberal nessuno usa le categorie di Antonio Gramsci, pur popolarissimo nei campus Usa: come si radica l’egemonia culturale del trumpismo, perché la sua “guerra di movimento” ha frustrato nel 2016 la “guerra di posizione” della Clinton? Di converso, tra i repubblicani, quanti si sono illusi di far da mentore al focoso ex imprenditore di New York, certi di poterlo dominare, grazie all’esperienza e alla cultura ignote al palazzinaro degli hotel kitsch, solo per vedersi in breve scacciati e umiliati?

La lista dei mancati burattinai è impressionante, per lunghezza e prestigio. Il primo segretario di Stato, Rex Tillerson, era l’amministratore delegato della compagnia petrolifera Exxon, terza nella classifica della rivista Fortune dopo i grandi magazzini Walmart e Amazon, fatturato annuo di 238 miliardi di dollari (213 miliardi di euro). In confronto la Trump Corp. fattura una minuscola frazione, 655 milioni di dollari l’anno (586 milioni di euro: non tutti i bilanci son disponibili). Di certo, seduti al tavolo dell’amministrazione i due ex businessmen, il peso massimo Tillerson e il peso piuma Trump, dovevano esser coscienti del divario, eppure mai, nei tredici mesi di convivenza, il capo dell’onnipotente Exxon è riuscito ad influenzare il presidente, dimettendosi in disgrazia, dopo averlo definito “moron”, un pirla.

E Steve Bannon? L’astuto stratega dei new media di Breitbart era sicuro di saper imbrigliare Trump, facendone un guerriero contro il “Deep State”, le istituzioni storiche Usa che lo scamiciato attivista combatte. L’ex ufficiale di Marina che ha fatto i soldi nel Gotha del capitalismo, Goldman Sachs, una laurea alla Harvard Business School, voleva giostrare tra il presidente assuefatto ai telegiornali notturni di destra di Fox News e il Governo, teatrino da irretire: è durato meno di sette mesi, dal 20 gennaio al 18 agosto 2017, come un flirt dalla settimana bianca a Ferragosto. Che gente alla Bannon, col seguito di strateghi militari screditati ed economisti pataccari, trovi ancora credito sui media italiani fa quasi tenerezza, come quando dall’America arrivavano certi simpatici cantanti di secondo rango, a girare balere e tv per una sola estate, alla Rocky Roberts 1967 “Stasera mi butto”.

E ogni sera si butta, in una nuova titanica impresa, il genero di Trump, Jared Kushner, che dalle disavventure del padre Charles, condannato a 14 mesi di galera per aver organizzato incontri clandestini tra il cognato e una prostituta a fini di ricatto, ha tratto, alla Freud, un legame profondo con Trump, che lo preferisce ai due, scapestrati, figli maschi, uno dei quali adesso nei guai per aver rilanciato via social contenuti della setta complottista Qanon, certa di combattere l’Anticristo in nome di Trump.

La figlia Ivanka, che con tacchi a spillo e una borsa Max Mara da 1540 dollari non adatta di solito ai moti di piazza, persuade il padre alla sventurata marcia sulla chiesa di St. John, a Washington, per farsi fotografare con la Bibbia in mano, ha ottenuto in cambio dell’impresa i peggiori sondaggi di popolarità di sempre: pare la borsa griffata servisse proprio a trasportare il libro sacro.

Stephen Miller, l’enigmatico consigliere che redasse il piano, contestato, per bloccare l’immigrazione da certi paesi islamici, resta persuaso che sollevare paure sui messicani sia vincente.

Neppure la First Lady Melania, il cui passato misterioso è indagato dalla nuova biografia, “The Art of Her Deal” scritta dalla giornalista premio Pulitzer Mary Jordan, del Washington Post, una donna tanto guardinga da aver rinegoziato con Trump il contratto matrimoniale dopo la vittoria elettorale, gioca nel team. Gli avvocati di Melania, racconta la Jordan, quando il candidato repubblicano era in difficoltà per le battute sessiste, “Le donne? Prendile per la f…” semplicemente alzarono il prezzo del silenzio. Ivanka sfotte la terza moglie di Trump come “Il ritratto”, perché non parla mai, Melania ricambia con “Principessa”, vale a dire figlia viziata.

E i generali? Se leggete con attenzione le note biografiche di quelli che Trump, ex allievo di un liceo militare dove l’inflessibile padre Fred l’aveva cacciato per punizione, chiamava fiero “My Generals”, restate stupiti e ammirati per il loro coraggio, cultura, dedizione, patriottismo. Il generale a tre stelle H.R. McMaster sbaragliò il 23 febbraio del 1991 i carri armati della divisione scelta Tawakalna, della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein alla battaglia di 73 Easting, nel sud dell’Iraq, per liberare il Kuwait: la tattica fu così brillante da esser inclusa nei libri di testo dell’Accademia di West Point e ispirare lo scrittore di thriller Tom Clancy per il saggio “Armored Cav”. Ma il guerriero è solo una parte di McMaster che ha scritto anche un’opera fondamentale, e struggente, “Dereliction of Duty: Johnson, McNamara, the Joint Chiefs of Staff, and the Lies That Led to Vietnam”, analisi di che cosa davvero abbia sconfitto gli americani nel Sud Est asiatico, l’incapacità dei vertici militari di dire la verità ai politici, per malinteso senso del dovere, subalternità, codardia, opportunismo. Per questo il generale-intellettuale accetta l’offerta di Trump, che non deve piacergli troppo, il giovane Donald imboscato al tempo della leva militare per il Vietnam con la diagnosi di un minuscolo sperone osseo al piede, redatta dal medico di famiglia. McMaster vuole vedere la sua tesi realizzata nella storia, dirà la verità al presidente sulla guerra al terrorismo che va male, da Kabul a Baghdad a Damasco e Teheran, e il paese risorgerà. Trump non l’ascolta, la strategia oscilla tra raid sporadici sulla Siria, l’eliminazione del capo Isis al Baghdadi e quella del generale delle milizie iraniane Soleimani, salvo poi smaniare - come rivela l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton - pur di avere un incontro riservato con l’astuto ministro degli Esteri iraniano Zarif.

McMaster dura 14 mesi, dal febbraio ’17 all’aprile ’18, il suo collega generale Mattis, quattro stelle e due soprannomi classici “Caos” e “Cane rabbioso” (non “cane pazzo” come, non saprei perché, ripete la tv italiana) dura due anni, dal gennaio ’17 al gennaio ’19, al Pentagono, Ministero della Difesa, e l’esperienza deve averlo impressionato al punto da rompere il tradizionale riserbo di militari e ministri e criticare l’idea di Trump di usare l’esercito contro le dimostrazioni, in un saggio per la rivista The Atlantic, un mese fa. E veniamo all’ultimo dei generali, John Kelly, il più malinconico e vicino a Trump per le idee anti emigrazione, come dimostra nei sette mesi passati dal gennaio ’17 come capo della Homeland Security, chiamato quindi a fare da capo di gabinetto per metter ordine nel bailamme di una Casa Bianca dove Kushner stila da solo un “piano di pace” in Medio Oriente che nessuno si fila. Considerato “l’adulto nell’asilo infantile”, il generale dei Marine Kelly debutta l’ultimo giorno di luglio del ’17, quando la frenesia di Bannon, Miller e degli altri populisti ha già seminato una giungla di zizzania. Disbosca rivalità, controlla l’agenda del presidente con mano ferrea, impedisce a Jared e Ivanka di prendere appuntamenti nello Studio Ovale senza permesso, prova insomma a riportare ordine. Caccia Bannon, caccia in dieci giorni il bizzarro affarista italo americano Scaramucci (licenziato, a norma di contratto, ancor prima di prendere servizio, raro record), caccia l’invadente consigliera Omarosa Manigault.

Abboccano tutti, se rileggete Washington Post, New York Times, Wall Street Journal, come racconta il brillante sito di sondaggi dello studioso di dati Nate Silver FiveThirtyEight, vedrete come i media mainstream abbiano provato a persuadere se stessi, prima che l’opinione pubblica, della “normalizzazione” di Trump. Basta col presidente della “carneficina Usa”, del muro al confine con il Messico, dell’apertura senza preparazione alla Corea nucleare di Kim Jong un, cui Trump cerca disperatamente di regalare una copia del disco “Rocket Man” di Elton John, per scusarsi col dittatore per averlo preso in giro, prima del vertice, come “Uomo Razzetto”. La Storia, esse maiuscola, registrata dalle occhiute note di Bolton, sancisce che il dono non si realizza, le sanzioni contro Pyongyang lo proibiscono, ma il presidente non si rassegna e tempesta diplomatici e ministri.

Il carisma del generale Kelly è consacrato dal destino di suo figlio, Robert Kelly, ufficiale del Corpo dei Marines, come il padre e il fratello John, tenente colonnello: nel 2010 una mina dei talebani lo uccide a Sangin, in Afghanistan. Alla Convenzione Democratica del 2016, Khizr Khan, padre di un caduto di origine musulmana, aveva criticato il presidente in diretta dal podio e il dolore di Kelly schermava le sue critiche. Come il maestro dell’asilo che finisce vittime dei bambini peste di certe vecchie vignette, Kelly resiste dalla fine di luglio ’17 al due di gennaio del ’19, poi anche lui lascia il Grand Hotel Trump, gente che va gente che viene. Rompe il silenzio per schierarsi con Mattis contro Trump.

Ora il presidente è solo. Il suo partito repubblicano non osa contraddirlo, ma mugugna. I guru della campagna elettorale al Senato urlano ai candidati di non farsi fotografare con il cappelluccio da baseball rosso Make American Great Again, “volete perder voti?”. Al comizio di Tulsa, domenica, doveva partecipare secondo la Casa Bianca, un milione di militanti, ne sono arrivati 6200 e non per la bufala della app Tik Tok usata dai ragazzini per bloccare falsi biglietti di ingresso (il software funziona in modo diverso…), ma perché anche i trumpiani di ferro sono stremati, da pandemia, disoccupazione, rivolte.

Tutti coloro che, dal giorno dell’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati, come gli ingenui generali, smentiti. In realtà chi conosce la vita del presidente, chi lo ha seguito passo passo a New York quando creò il suo impero, in slalom con la bancarotta, i casino e i concorsi delle Miss, lo show televisivo, i campi da golf, le tre famiglie, le paginate sul New York Times chiedendo la pena di morte per i giovani neri, poi risultati innocenti, per uno stupro a Central Park, i dubbi sul certificato di nascita di Obama che lo squalificherebbe dalla carica di presidente, sanno che Donald John Trump è sempre stato fedele a se stesso. Fare il duro con la grinta a labbra serrate, poi firmare l’accordo sottobanco, preferire l’immagine alla realtà, ridurre la vita, gli affari, la politica a gran teatro, dove il gesto ad effetto prevale su diplomazia, strategia, disciplina militare, fedeltà ai valori.

L’avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat, mi raccontò una volta del suo maestro di scherma, alla Scuola di Pinerolo, prima di esser trasferito al Reggimento Nizza Cavalleria. All’ultima lezione l’istruttore disse all’allievo celebre: “Le ho insegnato a tirare contro ogni tipo di avversario, tranne uno”. “E quale?” chiese incuriosito Agnelli. “Chi vive nel Caos - rispose il maestro - chi ignora il normale calcolo del dare e l’avere nel rischio, chi per un graffio apre del tutto la guardia, chi non segue le regole razionali di convenienza e azzardo”.

A Trump la strategia del Caos ha aperto una Casa Bianca che tutti ritenevano sbarrata. Non si modererà, non userà TikTok, non lo vedrete in dialogo affabile con la Merkel come Reagan con la Thatcher. Ha già proibito i visti di lavoro internazionali per il 2020, la scusa è il virus, in realtà strizza l’occhio alle base anti emigranti. Sa che il paese è diviso, quando la formula automobilistica delle gare Nascar proibisce la bandiera razzista del Sud sui circuiti, qualcuno appende un cappio da linciaggio nel garage del solo pilota afroamericano, Bubba Wallace. In solidarietà, i piloti dello sport più macho, sudista, legato agli elettori di destra spingono la vettura di Bubba dai box alla linea di partenza. Tra le donne Trump perde contro Biden con uno scarto del 23% nei sondaggi, mentre Hillary Clinton, prima donna candidata, aveva un vantaggio del 14%. Tra le donne bianche senza laurea Trump batte ancora Biden del 14% ma, attenti!, quattro anni fa aveva in quella fascia di elettrici il 25% contro Hillary.

Joe Biden, anziano, pasticcione, mai leader di prima fila, promette pace dopo quattro anni di caos e ritorno a una normale dialettica Repubblicani-Democratici. All’America esausta di questa estate Trump ripropone la Strategia del Caos, scommettendo ancora sull’istinto di rovesciare il tavolo. Accusa Obama di “tradimento”, ma non dice perché. Funzionerà? Quattro mesi son lunghi in politica e ogni mese ha avuto nel 2020 il suo dramma. Per di più, per la prima volta dai tempi di guerra, milioni di elettori voteranno per posta causa virus, allungando oltre la notte del 3 novembre l’attesa dello scrutinio, con Trump che già parla, via twitter, di possibili brogli e lascia temere settimane di stallo, se Biden non vincesse a valanga. E i titoli sui media sono incredibili, il New York Times scrive: “Il soldato Usa Ethan Melzer arrestato per aver complottato con la setta Nazista-Satanica “Ordine dei 9 Angoli” la strage terrroristica del suo reparto. Rischia l’ergastolo”.

40 anni fa il regista Landis immaginò nel suo “The Blues Brothers” la celebre carica di John Belushi contro “I Nazisti dell’Illinois”, sembrava uno scherzo, ora i nazisti Usa esistono davvero, ribaltando il detto di Marx che la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa: ora la tragedia segue. Difficile dire se il 2021 vedrà Trump a Washington, o nel suo buen retiro di Mar a Lago in Florida, a fronteggiare le infide saghe processuali che lo attenderanno pazienti: siatene certi, sconfitto o vittorioso, il presidente non muterà linea nella sua scherma con la vita, Caos, fino all’ultima stoccata.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Donald Trump, lo stratega del Caos di Gianni Riotta

Pubblicato in Fatti e commenti

Non è il virus a essere stato la causa della crisi, né il mondo interconnesso. Sono la stupidità, l’incompetenza e l’irresponsabilità dei politici ad aver seminato morte e devastazione economica. La reazione dipenderà dai singoli sistemi-paese, ma il futuro sarà delle global communities.

Se la globalizzazione ha preso un raffreddore, gli stati nazionali hanno beccato il Covid-19. Mentre la prima ha subito una temporanea – e, come vedremo, apparente – battuta di arresto, i secondi si sono caricati di debiti per i prossimi 20 anni. Il commercio internazionale è un flusso e riprenderà quanto prima ai livelli precedenti la crisi, con un rimbalzo nel primo semestre del 2021 che compenserà in buona parte il terreno perduto.

Il debito sovrano, invece, è uno stock, e incorporerà in modo permanente il costo di mitigazione del doppio shock, di offerta e domanda, indotto dalla pessima gestione della crisi da parte di molte nazioni. Secondo le stime del FMI, un’eventuale seconda ondata pandemica peggiorerebbe da 10 a 20 punti il rapporto debito/Pil dei paesi sviluppati (vedi grafico. Fonte: IMF, Aprile 2020).

Va ribadito con estrema chiarezza: non è il virus a essere stato la causa della crisi. Sono la stupidità, l’incompetenza e l’irresponsabilità dei politici, nonché degli elettori che li hanno scelti, ad aver seminato morte e devastazione economica. Il mondo, nel suo complesso, ha visto tragedie sanitarie peggiori. Alcune nazioni sono tuttavia di fronte al più grande shock economico della loro storia recente, in tempo di pace. Ma l’impatto negativo della crisi, umano e finanziario, ha livelli molto diversi tra paesi: ciò non è dipeso dalla virulenza del virus, ma dal diverso modello sociale e istituzionale delle singole nazioni.

Dal punto di vista economico e tecnologico, l’efficace risposta al virus non aveva soglie inarrivabili: bastavano un prudente distanziamento sociale, un minimo di intelligence locale per il contact tracing, e qualche laboratorio di biologia molecolare per fare i test: le solite “3T” (test, trace and treat), insomma.

Non esattamente “rocket science”, per dirla all’americana. In assenza di cure mediche specifiche, i danni economici delle epidemie si limitano con strumenti disponibili a quasi tutte le nazioni sviluppate: mascherine di stoffa, termometri e smartphone. La differenza la fa l’organizzazione sociale.

Taiwan non è la nazione più ricca del globo. Ha semplicemente reagito alle prime notizie del virus in meno di 48 ore, avendo preparato da tempo un piano per le emergenze epidemiche, con centinaia di misure tempestive e un coordinamento esemplare di autorità pubbliche, imprese e cittadini.

Risultato: al 21 maggio, un totale di 7 decessi (sette!) su 441 casi rilevati dall’inizio dell’epidemia (la grande maggioranza in arrivo dall’estero), con zero giorni di lockdown nazionale. Il governo di Taipei prevede un Pil 2020 in crescita del 1.9%; gli analisti finanziari sono più pessimisti, e si aspettano un decremento del 1.2%, che comunque è una frazione del crollo stimato per Europa e Stati Uniti.

Probabilmente gli effetti sul commercio estero a causa del disastro dei partner commerciali trascineranno verso il basso il risultato di Taiwan, ma la risposta del governo e dei cittadini è stata indubbiamente encomiabile ed efficace. Se gli altri Paesi avessero fatto altrettanto, l’impatto del coronavirus non sarebbe stato molto diverso da quello della SARS del 2003, ovvero un piccolo, momentaneo scompenso del battito regolare dell’economia mondiale.

Dopo la stagione del Global Trade, si apre l’era delle Global Communities

Il commercio globale di beni è crollato verticalmente con la pandemia. Ma ciò è dipeso dall’inefficienza del sistema di prevenzione sanitaria dei singoli stati e dalla mancanza di integrazione logistica e tecnologica, non da intrinseche ragioni economiche di mutata divisione internazionale del lavoro, né da una repentina riconfigurazione delle catene globali del valore. Gli scambi commerciali si sono temporaneamente interrotti a causa del mancato coordinamento internazionale dei processi di prevenzione delle epidemia.

Il problema della globalizzazione non è di essere stata eccessiva, ma semmai di essersi rivelata insufficiente. Sono le politiche sanitarie nazionali ad aver fallito clamorosamente, come ben dimostrano le scelte dei singoli paesi che hanno contenuto con tempestività e successo l’epidemia. La globalizzazione e la collaborazione internazionale, con gli aiuti finanziari e le forniture sanitarie di emergenza, è invero ciò che ha consentito di limitare i danni, a loro volta largamente determinati da politici nazionali diversamente incapaci.

Rimossa – come è lecito sperare – l’inefficienza sanitaria, rimangono tutte le ragioni economiche per la specializzazione, per i vantaggi comparati ricardiani e per far ripartire il commercio internazionale. Stavolta, tuttavia, saranno i servizi a guidare lo scambio delle merci, e non più il contrario.

Mentre il commercio internazionale di beni ha subito negli ultimi anni sbalzi dovuti alle guerre doganali, scatenate dal neo-isolazionismo americano ma alimentate nel tempo dall’espansionismo autoritario cinese e dalle sue permanenti asimmetrie legali ed ambientali, il commercio di servizi è sempre cresciuto. La pandemia ha fermato viaggi e turismo, ma non ha fermato – anzi ha accelerato – il mercato globale degli “intangibles”, fatto di contenuti, dati, software, diritti di proprietà intellettuale. A maggio 2020 Zoom, l’azienda che fornisce servizi di videoconferenza, ha una capitalizzazione superiore a quella delle prime 7 linee aeree mondiali combinate.

Ormai da alcuni anni, infatti il contributo alla crescita del Pil mondiale che deriva dagli investimenti in intangibles ha superato quello dei beni tangibili. La digitalizzazione, fattore di globalizzazione per eccellenza, ha subito una fortissima accelerazione proprio in seguito alla pandemia. E gli effetti microeconomici non si faranno attendere.

La quota di valore aggiunto che si sposta sul software è infatti sempre più grande.

Il commercio dei beni va ormai collegato inscindibilmente a quello dei servizi. E il valore di beni sempre più digitalmente connessi (lo sono ormai quasi tutti i beni strumentali e i beni di consumo durevole) è sempre meno nell’hardware e sempre più nel software.

La tassazione del software determinerà il nuovo scontro geopolitico sul terreno fiscale, il cui equilibrio tendenziale converge verso una corporate tax ad aliquote minime, spostando gran parte della tassazione sulle persone fisiche e sui consumi, e compensando con opportuni trasferimenti gli effetti regressivi dell’imposta sul valore aggiunto.

La compliance fiscale sull’Iva, che diventerà sempre più critica, può non essere difficile da ottenere, in un contesto di rapida espansione dei pagamenti elettronici: basterà disincentivare il contante con adeguate commissioni di transazione, rendendolo tracciabile con semplici lettori ottici.

L’affermarsi di cybercurrencies globali, che sembra ancora più inevitabile dopo la massiccia dose di nuovo debito pubblico denominato in fiat money nazionale finito nei bilanci delle principali banche centrali, non farà altro che accelerare la spirale negativa dei modelli monetari nazionali. Il perimetro della globalizzazione economica è infatti il perimetro della sua moneta di riferimento.

Se quest’ultima cambia, anche l’economia che ne dipende muta con essa. E non è ragionevole attendersi che evolva verso ulteriore frammentazione nazionale, ma che semmai adotti standard monetari internazionali, anche sotto forma di future stablecoin, basate su panieri di asset internazionali.

Ma oltre ad aver modificato le basi del capitale, facendo esplodere il debito, il coronavirus sta cambiando anche il lavoro. La pandemia ha invero trasformato molto più profondamente e strutturalmente la divisione del lavoro locale, rispetto a quella internazionale. Il modello organizzativo dello smart working avrà effetti profondi sulla natura dei contratti di lavoro, favorendo l’evoluzione del rapporto tra lavoratore e impresa da un’obbligazione di mezzi a un’obbligazione di risultati.

Mentre il primo caso è compatibile con il mantenimento di un modello organizzativo tradizionale delle imprese, con l’appropriazione completa del valore del lavoro da parte del capitale, nel secondo caso la natura dei contratti favorisce l’evoluzione verso un modello di multi-homing professionale, con un portafoglio di opzioni professionali che complementa o in molti casi addirittura sostituisce l’impego fisso.

Nell’era dello smart working, la “gig economy” da patologica diventa paradigmatica. Quando i costi di coordinamento si allineano ai costi di transazione, i confini dell’impresa divento più sfumati, e si spostano più velocemente. Il mercato diventa territorio di responsabilità organizzativa, l’organizzazione diventa luogo di transazioni di mercato. I clienti e i colleghi sono alla stessa distanza organizzativa: just a click away, appunto.

La ormai estesa intermediazione digitale dei processi produttivi consente di disaggregare logicamente, temporalmente e spazialmente lavoro materiale e lavoro intellettuale, affidando il primo sempre più a robot e il secondo al monitoraggio umano, che tuttavia può essere remoto e asincrono. Come nella famosa vignetta, nelle fabbriche del futuro ci saranno solo un uomo e un cane: l’uomo a monitorare i computer, il cane a sorvegliare l’uomo, affinché non faccia disastri toccando un tasto qualsiasi.

L’espandersi dell’orario di lavoro e di apertura degli esercizi commerciali e dei servizi alla persona, anch’esso amplificato e accelerato dal Covid-19, spalmerà su orari più estesi i vantaggi comparati del modello metropolitano.

La distribuzione degli orari indotta dallo smart working di massa favorirà moltissimo le città, che sono dotate di tutte le infrastrutture per attrarre talenti e capitali ma che costituiscono tuttora un clamoroso esempio di inefficienza logistica. La miopia organizzativa del tradizionale modello di coordinamento delle imprese, infatti, ha finora costretto i lavoratori a onde sincronizzate di mobilità, quando potrebbe tranquillamente distribuire i flussi logistici su diversi momenti del giorno invece che concentrare il traffico di merci e persone nelle medesime ore di punta.

Questo consentirebbe di decongestionare la capacità produttiva del trasporto pubblico, oltre a rendere molto più efficiente lo sharing di mezzi privati. La metropoli di stile newyorkese, the City that never sleeps, diventa modello della nuova economia “around the clock”, dove le code sono mitigate da un maggiore livello di coordinamento sociale, favorito dal massiccio uso di tecnologie di sincronizzazione dell’accesso ai servizi comuni, e gli inconvenienti dei fusi orari sono mitigati dalla flessibilità delle videoconferenze domestiche. I social media hanno creato le basi, il coronavirus ha accelerato il processo.

Lo stato nazionale rischia quindi una sempre più profonda crisi fiscale per un eccesso di selezione sociale avversa, in quanto dovrà prendersi cura dei poveri aumentando le tasse ai ceti produttivi, ma così facendo spingerà le global communities professionali a rifugiarsi nelle nuove città-stato, e a cercare status fiscali che le proteggano da una spoliazione eccessiva.

L’offerta di welfare statale non riuscirà a garantire la necessaria copertura previdenziale alle global communities professionali, che quindi si rivolgeranno ad altre forme di assicurazione e privilegeranno modalità di risparmio finanziario non denominate in moneta nazionale, la quale rischia di essere sempre più esposta a rischi di signoraggio e/o di fiammate inflazionistiche locali.

La reazione luddista e protezionista alle inevitabili contraddizioni della globalizzazione è infatti finita nel cul de sac del sovranismo straccione e inconcludente. Le pulsioni antiscientifiche, il populismo autarchico, la xenofobia fomentata da politici irresponsabili sono ormai poveri sovrani-fantoccio, nudi di fronte alla loro inconsistenza. Le global communities professionali, organizzate sempre meno per nazione e per impresa, e sempre più per legami urbani e digitali, si candidano a essere gli attori della nuova fase geopolitica dei prossimi decenni. Vedremo se la loro ritrovata leadership saprà tradursi, socialmente ed economicamente, in un nuovo equilibrio sostenibile.


Da "https://www.linkiesta.it/" La globalizzazione si riprenderà, alcuni Stati nazionali forse no di Carlo Alberto Carnevale Maffè

Pubblicato in Parlare di noi
Venerdì, 19 Giugno 2020 00:00

Capitali in fuga dall’Italia?

Fuggiti nel mese di marzo 492 miliardi di euro? Si tratta di un dato cumulato e non mensile spiega l’economista a Formiche.net. È come se “io ho un debito di un milione di euro accumulato in vent'anni. È lecito dire che ho accumulato 100mila euro al giorno di debito in 10 giorni?”
“Sedici miliardi al giorno. Quattrocentonovantadue nel solo mese di marzo. A tanto ammonta la fuga di capitali dall’Italia verso gli altri Paesi dell’eurozona”. Lo ha scritto Repubblica attribuendo alla Banca Centrale Europea il dato “record” in riferimento al cosiddetto Target 2, ovvero un acronimo che sta per Trans-european automated real-time gross settlement express transfer system, e rappresenta il sistema utilizzato dalle banche centrali dei Paesi dell’eurozona di scambiarsi in tempo reale le risorse necessarie al funzionamento di ciascun sistema finanziario nazionale.

In base al ragionamento del quotidiano diretto da Maurizio Molinari in un solo mese sarebbero andati ad altri Paesi europei capitali per poco meno di un terzo dell’intero Pil annuale italiano. “Il problema è che quel dato si riferisce al saldo totale e non a quello mensile, e considerarlo tutto una fuga di capitali, senza vedere i dati disaggregati, mi appare quanto meno fuorviante – ammonisce a Formiche.net Riccardo Puglisi, professore di Economia all’Università di Pavia – “Questo articolo è basato su un errore gigantesco. Le porto un esempio: se io ho un debito di un milione di euro accumulato in vent’anni, è lecito dire che ho accumulato 100mila euro al giorno di debito in 10 giorni?”.

Il nodo del contendere resta come interpretare il Target 2, se solo uno strumento di cassa o come un indice per analizzare la possibile fuga di capitali. Tramite questo sistema di regolamento, ogni giorno vengono processati circa 350mila pagamenti, per una media giornaliera complessiva, secondo i dati elaborati dalla Banca d’Italia, di 1.697 miliardi di euro. A livello pratico, se una banca tedesca compra un Btp da una banca italiana, si avrà una riduzione del saldo Target 2 della Bundesbank e un contestuale aumento di quello della Banca d’Italia. In parole povere, il Target 2, per dirla con le parole di Bankitalia, rappresenta “la contropartita contabile di tutte le transazioni eseguite fra residenti e non residenti” di un Paese. Dell’Italia, nel caso nostro e non “la fuga di capitali” come fa intendere Repubblica. Nel 2018, questo saldo è risultato debitorio per 482 miliardi. Questo non significa che la Banca d’Italia abbia un debito di 482 miliardi ma che il saldo è stato negativo per 482 miliardi.

“In più bisogna considerare che in questa fase il nostro saldo aumenta per via del Quantitative Easing della Bce – prosegue Puglisi – il fatto che in questo periodo ci siano massicci acquisti dei nostri titoli di Stato da parte dell’Eurotower fa sì che il saldo aumenta per noi, per la Francia e per la Spagna. La Bce compra i nostri titoli e non quelli tedeschi, questo fa sì che la componente tedesca è in attivo ma quella nostra in passivo proprio per un eccesso di acquisti della Bce. Per vedere se si tratta di fuga di capitali bisognerebbe vedere i dati sui flussi finanziari”.

Per Puglisi il decreto Rilancio appena promosso dal governo Conte ha comunque al suo interno degli interventi “difensivi” che vanno considerati positivamente come il fondo in capo a Cassa Depositi e Prestiti attraverso il quale si potrà “sostenere Spa sopra i 50 milioni di fatturato annuo, grazie ad una dote di circa 50 miliardi di euro”, così come il taglio dell’Irap per le imprese. Poi certo all’interno di un decreto così corposo – continua Puglisi – bisogna “distinguere gli interventi che sono stati fatti per la crescita da quelli per il ristoro del debito che servono ma sono temporanei. Per tentare il rilancio, la Fase 2, bisogna che riparta la produzione industriale e i servizi – conclude – altrimenti non ne veniamo a capo”.


Da "www.formiche.net/" Capitali in fuga dall’Italia? Ecco come stanno (davvero) le cose. Parla Puglisi di Enrico Salemi

Pubblicato in Fatti e commenti

Intervista al sociologo e professore all'Università di Torino sull'Italia post-Covid. "I nuovi 'parassiti' vivranno dipendenti dalla mano pubblica". "Questo è il primo governo risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica".

“La nostra società, se non si cambia rotta, molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una ‘società parassita di massa’, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione ‘involutoria’, come forse la chiamerebbe un matematico”. Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei Dati all’Università di Torino, nonché responsabile scientifico della Fondazione Hume, mostra tutti i rischi dell’epoca post-Covid per un paese che da anni si è auto-condannato al declino, come ben spiegato nel suo ultimo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

Professor Ricolfi, vado dritto al punto. Secondo lei, questo governo ha un’idea dell’Italia? Ha una visione del futuro di questo paese, cosa ancor più necessaria in una fase di gestione dell’emergenza sanitaria e soprattutto economica post- Covid?

Mi ha molto colpito l’osservazione del vostro De Angelis, secondo cui non si può governare l’Italia senza un’idea di futuro, idea che a questo governo parrebbe mancare. Sottoscrivo al 100% la prima affermazione, ma non la seconda: a mio parere questo governo un’idea del futuro ce l’ha eccome, purtroppo. Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso, infatti, le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque Stelle.

E il più straordinario paradosso politico è che un simile mostro socio-economico, che peserà chissà per quanti anni sul futuro dell’Italia, sia stato accuratamente apparecchiato dall’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi.

Proprio da Italia Viva, almeno a parole, sono piovute le critiche per le ricette economiche messe in campo dal governo: secondo Renzi vanno nella direzione di un più puro assistenzialismo, dal reddito d’emergenza ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga. Che effetto avrà nei prossimi anni sulla struttura della nostra società che già in epoca pre-Covid aveva e ha il limite di essere basata sulla rendita più che sul lavoro, come ha descritto nel suo ultimo libro?

La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria”, come forse la chiamerebbe un matematico.

Mi spiego: nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti. I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue.

Però l’ex premier Romano Prodi domenica scorsa ha sostenuto la diversa tesi secondo cui da questa crisi si può uscire con una presenza più forte dello Stato nell’economia.

Prodi è la perfetta manifestazione della forma mentis della nostra classe politica: qualsiasi problema si presenti, e più è grande il problema che si presenta, più forte è l’istinto a invocare “più politica”, “più intervento”, “più stato”. E’ un tic mentale, come lo è quello degli europeisti doc, che qualsiasi cosa accada chiedono “più Europa”, e come lo è quello dei liberisti duri e puri, che qualsiasi cosa accada chiedono “più mercato”.

E invece abbiamo bisogno di fantasia, di apertura mentale, non di rifugiarci ognuno nelle proprie credenze di sempre.

Dalle imprese tuttavia s’è visto uno scatto d’orgoglio. Il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi. Sorpreso?

Sì, sono rimasto (felicemente) sorpreso. Nonostante io nutrissi parecchie speranze in Bonomi, che mi è parso subito più attrezzato e più coraggioso dei suoi predecessori, mi aspettavo che Confindustria non dismettesse la prudenza (eufemismo) che, almeno dopo i tempi di Montezemolo e del compianto Andrea Pininfarina, ha sempre caratterizzato i suoi rapporti con il potere politico. Da almeno un decennio non ricordavo una presa di posizione così netta contro il governo.

Perché, secondo lei, Bonomi ha assunto una posizione così critica?

Me lo sono chiesto anch’io, mi sono chiesto, in particolare, se sia in corso una manovra per sostituire un premier la cui inadeguatezza, dopo gli ultimi errori, è divenuta difficile da nascondere dietro i fumi delle parole e la mortificante soggezione di una parte dei media.

Poi però mi sono dato un’altra risposta, molto più semplice: “è la sopravvivenza, bellezza!”. Persino un coniglio, se sta per essere inghiottito da un pitone, combatte la sua estrema battaglia per non morire. Figuriamoci una potente organizzazione come Confindustria.

La mia impressione è che il mondo dei produttori, specie nelle regioni del centro-nord, abbia perfettamente capito quel che sta succedendo, e viva una sorta di presentimento di morte. Poiché molte imprese sono già morte, altre agonizzano, altre sanno che non potranno durare, le imprese superstiti cercano disperatamente di non scomparire. E avendo capito che la sopravvivenza delle imprese non è in cima alla lista delle priorità di questo governo, tentano l’ultima battaglia per salvare sé stesse dalla catastrofe che si annuncia.

Insomma, voglio dire che il governo Conte è riuscito nel miracolo di restituire una sorta di “coscienza di classe” alla parte produttiva del paese. E meno male che ciò sta accadendo, perché in questo momento (preciso: in questo momento, non sempre e comunque) dare la priorità alle imprese è l’unico modo di difendere l’interesse collettivo e nazionale. Sul piano economico-sociale (lascio perdere quello sanitario, per non infierire) la più grande bugia di questo governo è stata di lanciare il messaggio: nessuno perderà il lavoro, nessuno sarà lasciato indietro.

E invece no: se il Pil perderà il 10 o il 20% in un anno, come è verosimile, spariranno milioni di posti di lavoro, e vivere di sussidi sarà l’unica possibilità per milioni di famiglie.

Cerchiamo appunto di guardare ai prossimi mesi. Il Covid alla fine ci potrà dare una vera spinta per evitare il declino - lei lo definisce “argentinizzazione lenta” - verso cui da anni ci siamo incamminati? Pensa che davvero si creerà un clima da ricostruzione post-bellica o è solo retorica e propaganda politica?

Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è che la base produttiva non subisca una distruzione catastrofica (caduta del Pil superiore al 10-15%). Il secondo è che le imprese vengano messe, per la prima volta nella nostra storia, in condizione di lavorare senza ostacoli burocratici e vessazioni fiscali. Il terzo è il fattore-Churchill: ovvero, avere al comando una classe dirigente seria, e possibilmente non frutto di manovre di palazzo.

Per ripartire e ricostruire c’è però bisogno di una generazione che se ne faccia carico, un po’ come quella che ha fatto tanti sacrifici nel Dopoguerra e che però ha portato l’Italia al miracolo economico degli anni ’60. Dovrebbe, almeno teoricamente, essere quella degli attuali giovani, fra i 20 e i 40 anni. Ma si tratta di quella stessa generazione che si è abbandonata all’opulenza negli ultimi anni, preferendo consumare ricchezza invece che creare reddito. Mi sembra un bel dilemma, non crede?

Sì, la riconversione dei cosiddetti Neet (che alcuni chiamano bamboccioni, o generazione choosy) è un’impresa difficile, specie se di lavoro ce ne sarà ancora meno che oggi.

Proprio per questo tendo a pensare che, se ricostruzione ci sarà, sarà grazie all’apporto di tutti, compresi anziani e pensionati, non certo soltanto o principalmente per opera degli attuali 20-40enni. Ma soprattutto penso che, a differenza che in passato, si dovrà puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto di lavoro.

E se poi uno dei motori della ricostruzione fosse formato da quegli immigrati che lavorano in condizioni para-schiavistiche e che sono funzionali alla società signorile di massa come braccianti, colf, badanti e via dicendo?

Di alcuni segmenti di quella che nel mio libro definisco la “infrastruttura para-schiavistica” della società italiana sarà difficile fare a meno. Ma mi piacerebbe che il dopo-Covid fosse anche l’occasione per attenuare il loro giogo: i fiumi di miliardi che oggi vanno a sussidiare chi non fa nulla, o lavora in nero senza pagare le tasse, troverebbero una destinazione più degna di un paese civile se servissero a trasformare i nostri attuali para-schiavi in veri lavoratori, restituendo loro il rispetto che la civiltà del lavoro ha sempre riservato al mondo dei produttori, compresi i più umili.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Luca Ricolfi: "Ci avviamo verso una società parassita di massa" di Gianni Del Vecchio

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 15 Maggio 2020 00:00

Europa, un destino comune

Il 9 maggio 1950, Robert Schumann, uno dei padri dell’Europa, in una dichiarazione divenuta celebre, immaginava un continente unito sul piano economico e – in prospettiva – sul piano politico, per superare la pesante eredità della guerra e come punto di partenza di un ambizioso processo di integrazione fra Paesi.

Il cammino dell’Unione europea è passato attraverso fasi di fiducia e periodi di difficoltà, ma non venendo mai meno alla sua fondamentale promessa di pace, stabilità e prosperità per i popoli europei. La visione di una generazione di intellettuali e uomini politici che per il bene comune della famiglia europea seppe superare divisioni antiche ci deve sostenere anche nelle attuali difficili circostanze.

Ci troviamo di fronte a una sfida che non ha precedenti per ampiezza e profondità, e dobbiamo saper dare risposte all’altezza di quella lungimiranza che, ancor oggi, rappresenta il patrimonio più prezioso che i Padri fondatori ci hanno lasciato in eredità.

Non è in gioco soltanto la risposta alla crisi epidemica, ma si tratta di un banco di prova fondamentale per il futuro dei nostri popoli e per la stessa stabilità del continente.

Il progetto europeo ha saputo dimostrare l’elasticità e la resilienza necessarie a propiziare fondamentali e positivi cambiamenti. È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell’Unione.

Solo più Europa permetterà di affrontare in modo più efficace la pandemia – sfida di dimensioni realmente globali – sul piano della ricerca e della assunzione di misure per la difesa della salute e sul piano della ripresa economica e sociale. Saremmo tutti più in difficoltà se non potessimo disporre di quella necessaria rete di condivisione che lega i nostri popoli attraverso le istituzioni comuni.

Avvertiamo tutti la responsabilità di unirci nel sostegno alle vigorose misure di risposta alla crisi e alle sue conseguenze. Alle misure già decise e a quelle ancora da assumere. Il cammino europeo ha prodotto enormi progressi, in questi settant’anni, verso quella “fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica” immaginata da Schumann.

Ora l’emergenza in corso non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il “fermento di una comunità più profonda”.

Tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci.

Da "http://www.settimananews.it/" Europa, un destino comune di Sergio Mattarella

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 08 Maggio 2020 00:00

L’alimentazione è una scelta geopolitica


Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni di carne, soprattutto in situazioni di crisi come questa, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta.

Da trent’anni, una delle principali questioni affrontate nei congressi del Partito Comunista Cinese, in parte ancora coperta dal segreto di Stato, è come garantirsi cibo in periodi d’incertezze. Nell’ultimo Food Security Plan del 2019 si legge: «Le ciotole dei cinesi devono poggiare solidamente nelle nostre mani. Fare affidamento interamente sui mercati internazionali per alimentare 1,4 miliardi di abitanti è un rischio troppo grande per il governo cinese».

Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni alimentari, soprattutto in situazioni di crisi globali, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta. La questione non sta solo nei nuovi milioni di individui da sfamare, quanto in tutte quelle persone che cambieranno dieta, “occidentalizzando” le proprie abitudini alimentari. Cosa vuol dire? Maggiori consumi di carne, pesce, uova, derivati del latte.

Per nutrirsi con proteine e carne occorre, pro capite, una superficie di terreno cinque volte superiore rispetto a un nutrimento a base di soli cereali. Veniamo da una fase di innovazioni quasi miracolose, che hanno per esempio consentito di triplicare la produzione dei cereali in cinquant’anni. Ma sarà molto difficile replicare quei miracoli, perché un conto è triplicare la produzione di cereali, ben altra cosa è triplicare quella di carne.

Per nutrire gli animali allevati, infatti, serve la soia. E l’aumento dei capi di bestiame comporta un aumento esponenziale della domanda di soia, tanto che le superfici coltivate in tutto il mondo stanno superando quelle a grano e mais. Già oggi 36 paesi poveri esportano cereali per l’alimentazione animale anziché sfamare la propria popolazione. Quindi, almeno nel prossimo trentennio, non solo il consumo di cibo crescerà più rapidamente sia della popolazione mondiale sia della produttività del settore agricolo, ma crescerà anche il consumo delle risorse planetarie necessarie al soddisfacimento di questi nuovi stili di vita.

Se così sarà, il problema di garantirsi il rifornimento di cibo in situazioni di scarsità, come quella che stiamo vivendo, oltre che un problema umano, diverrà un serio problema geopolitico. E il fattore cinese sarà determinante. Perché nel Paese già negli ultimi trent’anni l’incremento della domanda di cibo è stato accompagnato da un radicale cambiamento delle abitudini alimentari, che alla tradizionale dieta a base di carboidrati, ha aggiunto consistenti apporti di cibi a contenuto proteico.

Nel 1990 il consumo di carne pro capite della Cina era di 25 Kg, a fronte di una media mondiale di 33 Kg. Ai giorni nostri, la media pro capite è di 62 kg, a fronte di una media mondiale di 45 Kg. La Cina oggi consuma quasi la metà della carne di maiale che ogni anno viene consumata da tutta l’umanità. Volendo estremizzare, se i cinesi dovessero allinearsi del tutto alle diete proteiche occidentali – come ha calcolato Earth Policy Institute di Washington – occorrerebbero circa 120 miliardi di animali e per nutrirli bisognerebbe impiegare due terzi delle terre arabili del pianeta.

Man mano la Cina si è quindi trovata “scoperta” sia nella produzione domestica destinata all’alimentazione umana, sia in quella di carni, dovendo di conseguenza ricorrere per entrambe a massicce importazioni. E per mantenere l’autosufficienza nella produzione dei tre cereali principali (con l’obiettivo di almeno il 95% di autonomia prefissato dal governo) ha dovuto sacrificare una delle sue colture più antiche, proprio la soia, divenendone sempre più estero-dipendente.

In questo cortocircuito, per mantenere fermi il dogma della sovranità alimentare e dell’indipendenza dai mercati nelle situazioni di crisi, alla Cina non sono rimaste allora che due strade percorribili.

La prima è stata quella di aumentare a dismisura le proprie scorte strategiche di cibo. È certo che ormai la Cina sia diventata il più grande magazzino di cibo del mondo. La seconda via, ancora più impattante sugli equilibri mondiali e assai discussa nei suoi diversi aspetti problematici, è stata invece quella di aumentare le proprie superfici coltivabili andando a prendersele all’estero.

A livello mondiale, la terra incolta è pari a circa il 20% della terra coltivata ed è concentrata in Africa e in America Latina. Ed è proprio lì che, come sappiamo, il Dragone ha puntato, investendo parte delle sue imponenti risorse finanziarie e trovando nello sterminato territorio africano, non senza conseguenze per i paesi interessati, quello spazio vitale necessario alla realizzazione della propria food security e della propria indipendenza alimentare.

E così, mentre in America con la pandemia si tocca con mano la pesante crisi di una parte del sistema dell’approvvigionamento alimentare a partire proprio dalle filiere della carne, il paese del Dragone annuncia per il 2020 raccolti e produzioni agricole record mai raggiunte fino a qui.


Da "www.linkiesta.it" L’alimentazione è una scelta geopolitica

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 04 Maggio 2020 00:00

L’intollerabile paradosso del Sud

Il Coronavirus e l’Italia a due velocità: nel Sud soltanto sfiorato dall’epidemia resta tutto fermo per aspettare che la situazione migliori al Nord.

I dati odierni sull’epidemia di Coronavirus in Italia sono confortanti a livello nazionale, e a maggior ragione dimostrano che le Regioni del Sud sono state soltanto sfiorate dall’epidemia: lì dove il contagio è stato estramamente limitato, le curve epidemiche si sono abbassate molto più rapidamente rispetto a quanto non sta accadendo al Nord. Per capire la geografia dell’epidemia in Italia è sufficiente analizzare la distribuzione delle vittime. Infatti i 22.745 morti d’Italia sono così distribuiti:

19.736 al Nord (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia), pari all’86,9% del totale
2.022 al Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo), pari all’8,7% del totale
987 al Sud (Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), pari al 4,3% del totale
La situazione è analoga anche per i casi accertati. Basti pensare che in Molise ci sono già stati 5 giorni senza nuovi casi, un giorno senza positivi anche in Basilicata e nella Provincia di Reggio Calabria. Persino i dati delle Regioni più popolose sono diventati estremamente contenuti: oggi in Campania abbiamo avuto appena 64 casi, in Puglia 69, in Sicilia 46. Stiamo parlando di Regioni con circa 5 milioni di abitanti (poco più la Campania, poco meno la Puglia). Per il virus, qui la “fase 2” è già iniziata: non è immaginabile il traguardo di zero casi in aree geografiche così vaste, quindi questi numeri rimarranno più o meno stabili per tutti i prossimi mesi.

Ancora più rilevante è il dato della percentuale di positivi sui tamponi effettuati: questa cifra conferma che le Regioni in cui il virus sta circolando di meno sono proprio le due più meridionali, cioè Calabria e Sicilia. In Calabria appena il 4,5% dei tamponi è risultato positivo, in Sicilia il 5,8%. E, come vediamo dal dato, i test effettuati non sono stati pochi.

Insomma, al Sud la situazione è estremamente confortante. Eppure resta tutto blindato, anzi le Regioni che stanno alimentando il dibattito sulla riapertura sono proprio la Lombardia e il Veneto dove si concentrano le principali attività produttive. Forse, però, sarebbe più opportuno ragionare in base ad aree geografiche: gli scienziati hanno addirittura proposto di concludere il campionato di calcio negli stadi del Sud, per evitare nuovi assembramenti che in zone in cui sta ancora circolando l’epidemia (soprattutto Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna). E se persino la Cina ha posto in lockdown esclusivamente la Provincia di Hubei (il 6% della popolazione del Paese), in Italia rimaniamo tutti chiusi con le misure di lockdown più stringenti del mondo anche nelle Regioni in cui abbiamo poche unità di contagi giornalieri. Se oggi non può riaprire la Sicilia con 46 casi su 5 milioni di abitanti, allora la Lombardia non riaprirà neanche a giugno o luglio, quando inevitabilmente continuerà ad avere qualche decina di casi giornalieri come oggi in Sicilia. Oppure la Lombardia riaprirà gradualmente a partire dal 4 maggio quando avrà certamente molti più casi rispetto a quelli odierni della Sicilia: e allora non si capisce perchè, oggi, in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Sardegna e nel Molise ci sono 10 milioni di persone costrette agli arresti domiciliari con una situazione epidemica così contenuta.

Il premier Conte nell’ultima conferenza stampa aveva promesso eventuali riaperture graduali anche “prima del 4 maggio, qualora ci fossero le condizioni“. E mentre gli scienziati ribadiscono che per la fase 2 non si possono aspettare i “casi zero”, perchè non si arriverà a “casi zero” (anche in Cina continuano ad esserci nuovi casi ogni giorno nonostante siano passati 4 mesi, e persino Wuhan è tornata alla normalità), il Sud che i “casi zero” li sta sfiorando, resta ancora blindato. Aspettando che il contagio diminuisca anche al Nord. Perchè l’Italia è una e dobbiamo seguire tutti le stesse misure. Ma se la situazione fosse stata capovolta, il Governo avrebbe adottato la stessa decisione?

Da "http://www.strettoweb.com/" Coronavirus, l’intollerabile paradosso del Sud: pochissimi casi, ma resta tutto blindato in attesa del Nord

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 01 Maggio 2020 00:00

Coronavirus, Regioni in guerra sul lockdown

Sulla fine del lockdown ormai è scontro aperto anche tra le Regioni. Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, non poteva essere più chiaro con il collega della Lombardia, Attilio Fontana, che resta deciso a riaprire quanto prima: "Se dovessimo avere una corsa in avanti", da zone dove il contagio è ancora presente, in maniera forte, "chiuderemo i nostri confini". L'idea è quella di fare un'ordinanza per vietare l'ingresso di cittadini provenienti dai cluster più caldi, per evitare nuovi esodi verso il sud. La preoccupazione dell'ex sindaco di Salerno è quella di essere costretti a richiudere tutto in due settimane, per una nuova esplosione del contagio: "Non reggeremmo più e crollerebbe l'Italia".


Il dibattito sulla riapertura resta caldissimo. Da Palazzo Chigi provano a spegnere voci e ipotesi di date, spiegando che "in alcuni casi non hanno alcun tipo di fondamento", visto che lo studio è ancora in atto. Il governo ha il dossier aperto, con il Comitato tecnico-scientifico e task force di esperti guidata da Vittorio Colao a pieno regime per studiare la fase 2. Ma "solo quando avrà terminato i lavori comunicherà in maniera chiara i tempi e le modalità di allentamento del lockdown, così da dare agli italiani un'informazione certa". Poi il monito contro "anticipazioni, indiscrezioni e fughe in avanti, in un momento tanto delicato" che "rischiano di alimentare caos e confusione". Ai piani alti dell'esecutivo vorrebbero "la responsabile collaborazione di tutti".

Anche perché i rumors che si inseguono ormai da giorni indicano la riapertura di bar, ristoranti e parchi pubblici. Potenziali luoghi di assembramento in un'epoca in cui il coronavirus è tutt'altro che sconfitto. In questo senso vanno interpretate le smentite che arrivano da fonti del Mise sulle voci di un 'Piano' a cui starebbe lavorando il ministro cinquestelle, Stefano Patuanelli. Il governo, fanno sapere dallo Sviluppo economico, "riceverà le proposte della task force di Colao e le esaminerà confrontandosi con Regioni e Comuni nella cabina di regia per poi decidere assumendosi, come sempre, tutte le responsabilità delle scelte". Cautela è anche la parola d'ordine degli esperti che coadiuvano Conte e la squadra dei ministri. "Bisogna avere bene in testa la necessità di essere attenti nella ripresa, sia della vita sociale che delle attività produttive", avvisa infatti il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli.

Fontana, però, va avanti col suo progetto e annuncia: "Stiamo lavorando agli Stati generali del Patto per lo Sviluppo, in collegamento con più di cento rappresentanti delle attività produttive, dei sindacati e delle università, per il ritorno alla 'nuova normalità'". Il governatore ribadisce: "Vogliamo ripartire, nel rispetto delle 4D: distanza, dispositivi, digitalizzazione, diagnosi". I toni sono comunque più concilianti: "Se la scienza ci dirà di stare chiusi staremo chiusi, ma nell'ipotesi in cui ci fossero le condizioni per ripartire, noi il 4 maggio dobbiamo essere pronti". A bacchettarlo è il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, che invita il presidente della Lombardia e la Lega ad essere più cauti, perché i numeri dell'epidemia "purtroppo parlano chiaro".

Da "https://www.iltempo.it/" Coronavirus, Regioni in guerra sul lockdown: il Sud contro la Lombardia. Fase 2 con zone rosse?

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Venerdì, 10 Aprile 2020 00:00

Che destra che fa

La decisione ungherese scava un solco incolmabile fra le due metà della politica nostrana. A dividere non sono più programmi, ma i valori fondanti.


Dunque il Parlamento di Budapest si è spogliato dei suoi poteri e li ha devoluti a un uomo solo, il premier Viktor Orbán. Con un gesto formalmente libero – grazie al fatto che la maggioranza è in mano al premier – il Parlamento ungherese si è sostanzialmente suicidato, in modo non molto diverso dall’Assemblea nazionale francese che nel ’40 votò i pieni poteri al maresciallo Pétain, lo ha ricordato Stefano Ceccanti, per non dire dei successivi cedimenti del Parlamento italiano a Benito Mussolini.

Quello consumato sulle rive del Danubio è un esempio di dittatura della maggioranza per un atto “hobbesiano” che prevede l’assunzione, si direbbe oggi, di pieni poteri da parte di un uomo solo, che presto potrebbe definirsi come tiranno.

Per i socialisti, all’opposizione, è infatti l’inizio della dittatura. E anche l’Europa si allarma, anche se né da Bruxelles né dal suo partito, il Ppe, non arrivano condanne chiare. Perfino il partito nazionalista Jobbik, più a destra del partito orbaniano Fidesz, ha parlato di “colpo di Stato”.

Nell’atto di Budapest non v’è traccia di “eccezione” che giustifichi la cessione dei poteri nelle mani di un uomo solo, il che lascia facilmente presagire una deriva autoritaria strutturale, in un Paese che dal fascismo dell’ammiraglio Horthy al comunismo di Rákosy è piuttosto avvezzo all’autoritarismo. Anche per questo i paragoni con la recente situazione italiana non hanno fondamento o sono dettati da ignoranza e malafede. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, da molto tempo affascinata dal neo-dispotismo di Orbán, sono i portatori di questa mala propaganda che fa credere che oggi Roma sia uguale a Budapest. Fanno finta di non sapere che in Italia esiste un Parlamento che può togliere in qualsiasi momento la fiducia al governo Conte mentre in Ungheria ciò non è più possibile, tanto per dirne una. E l’affare Orbán rischia di fare strike del clima collaborativo sulle misure anti-virus.

Il punto infatti non è più politico (la critica all’uso dei famosi Dpcm che bypassano il Parlamento, una critica di tipo democratico fatta dagli orbaniani!) ma più di fondo. «Vorrebbero portare in Italia il modello ungherese», dice il dem Andrea Romano memore dell’invocazione del Papeete sui pieni poteri, e di qui al valutare come fascisti i due capi della destra il passo è breve: l’epiteto non viene scagliato davanti alle tv via Skype ma a sinistra vola di bocca in bocca. In parte è anche un antico riflesso condizionato che scatta come il ginocchio colpito dal martelletto del medico ogniqualvolta si senta odore di lesione dello stato di diritto, ma questa volta è come se fosse caduto il velo che sin qui ha protetto la destra italiana dall’accusa di essere un pericolo per la democrazia o quantomeno un problema insolubile per una futura collaborazione di governo in nome di un superiore interesse nazionale.

Se fino a pochi giorni fa infatti si discettava su un governo Draghi di unità nazionale – come nel dopoguerra – mentre ora l’affare Orbán scava un solco incolmabile fra le due metà della politica italiana perché mette in causa non più programmi ma valori fondanti, dato che – come sostiene il giurista Francesco Clementi – «non ci sono vaccini che proteggono dalla fine della democrazia se chi è chiamato a proteggerla non lo fa». Orbán come Conte? Non scherziamo: «Chi fa questi paragoni non solo confonde e si confonde, ma indebolisce proprio quelle istituzioni che rendono salda la nostra democrazia: il diritto di parola, di critica dialettica, e di agire politico». Già era arduo immaginare un governo guidato dall’europeista Draghi con ministri antieuropei, come nota sul Sole 24 Ore Roberto D’Alimonte, figurarsi un assemblaggio contraddittorio su “cosucce” come la concezione della democrazia e della libertà. E non è in affare “loro”, degli ungheresi, come afferma sornione Salvini, così come non fu affare dei cileni il golpe del ’73 che infatti cambiò la politica italiana: e tanto più per il fatto di far parte, Italia e Ungheria, del medesimo Europarlamento.

C’è da chiedersi se il pronunciamento pro-Orban del tandem della destra (mentre il “nizzardo” Berlusconi, già testimone di nozze del figlio di Erdogan, appare sempre più svagato) possa nuocere sull’attuale clima di affannata collaborazione fra governo e opposizione: certo non stupisce il silenzio di Conte sulla vicenda ungherese proprio per non acuire i contrasti, e tuttavia non sarà il bon ton dell’avvocato del popolo a celare l’impossibilità di un rapporto normale con questa destra italiana. Per l’immediato e soprattutto per dopo, quando bisognerà ricostruire il Paese.

Da "https://www.linkiesta.it/" Che destra che fa. Il golpe di Orbán è la pietra tombale sul governo italiano di unità nazionale di Mario Lavia

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Base di ammiratori
“Non c’è più dialogo con quest’uomo”, ha dichiarato Ronaldo Caiado, medico e governatore dello stato di Goiás, nel cuore agricolo del Brasile, fino a poco prima fedele sostenitore di Bolsonaro. La maggioranza dei governatori dei 27 stati brasiliani è favorevole delle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, che prevedono l’isolamento in casa e la chiusura di tutti i servizi non essenziali.

Anche se ha sempre meno alleati, il presidente continua a godere del sostegno di una fedele base di ammiratori. Alcuni sondaggi recenti indicano che per un terzo dei brasiliani sta facendo un lavoro buono o eccellente nella gestione della crisi legata alla pandemia. “La situazione potrebbe cambiare drasticamente se si verificasse una situazione simile a quella italiana, con un aumento dei decessi, immagini sconvolgenti in televisione e famiglie che non possono assistere ai funerali dei parenti”, sostiene Oliver Stuenkel, docente di relazioni internazionali presso la fondazione Getúlio Vargas di São Paulo.

Il ministro della salute Luiz Henrique Mandetta ha dichiarato che il sistema sanitario brasiliano potrebbe collassare entro fine aprile, e che i contagi cominceranno a calare solo a settembre. “Collasserà perché non sono stati fatti gli investimenti necessari”, ha dichiarato Marco Boulos, infettivologo e professore alla facoltà di medicina dell’università di São Paulo.

Una collaboratrice domestica è morta di Covid-19 dopo essere stata contagiata dal suo datore di lavoro appena tornato a casa dalle vacanze

“È probabile che tra due o tre settimane, quando cominceremo ad avvicinarci al picco, gli ospedali saranno sovraccarichi e somiglieranno a quelli del nord Italia”, ha spiegato ad Al Jazeera. Come il servizio sanitario nazionale britannico, il sistema sanitario unificato brasiliano è un servizio gratuito universale di cui beneficia la maggioranza dei 209 milioni di abitanti del paese, ed è un motivo di grande orgoglio nazionale per le persone che ci lavorano.

Preparare il terreno
“In pochissimi riconoscono che siamo l’unico paese, tra quelli con più di cento milioni di abitanti, ad aver osato garantire una copertura sanitaria a tutti, considerandola un diritto di cittadinanza”, ha scritto nella sua rubrica sulla Folha de S.Paulo Drauzio Varella, lo stimato medico che è diventato un bersaglio di Bolsonaro e dei suoi sostenitori. Ma secondo gli esperti, anni di tagli alla sanità imposti dai vari governi hanno reso il sistema poco attrezzato ad affrontare la crisi del Covid-19. Secondo una ricerca pubblicata dal sito d’informazione Uol, il 60 per cento delle città brasiliane non ha i respiratori per i pazienti gravemente malati.

Gli esperti ritengono che il coronavirus sia stato portato in Brasile da alcuni turisti di ritorno dall’Italia, e questo ha fatto nascere un dibatto su classi sociali e privilegi in uno dei paesi con le disuguaglianze più alte al mondo. Si è parlato molto del caso di una collaboratrice domestica di Rio de Janeiro morta di Covid-19 dopo essere stata contagiata dal suo datore di lavoro, che aveva contratto l’infezione durante le vacanze, ma non glielo aveva comunicato.

Il tasso di disoccupazione del Brasile è quasi dell’11 per cento e circa 38 milioni di lavoratori, secondo l’Istituto di geografia e statistica brasiliano, lavorano nell’economia informale. La maggior parte di queste persone è povera e non ha abbastanza risparmi per curarsi durante questa crisi.

Grazie alle pressioni dell’opposizione, è stato approvato un progetto di legge per stanziare un reddito di base durante l’emergenza che garantisca ai lavoratori poveri, disoccupati o del settore informale, un salario mensile di 125 dollari statunitensi, il triplo di quanto proposto dal ministro dell’economia Paulo Guedes.

Nel frattempo, sostengono i commentatori, Bolsonaro sta cercando qualcuno a cui dare la colpa di quello che succederà. “Sta preparando il terreno”, ha dichiarato Stuenkel, il docente di relazioni internazionali. “Quando arriverà la recessione incolperà quelli che hanno insistito a fermare l’economia”.


Da "https://www.internazionale.it/" Il negazionismo di Bolsonaro mette in pericolo i brasiliani di Sam Cowie, Al Jazeera, Qatar

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