Venerdì, 05 Luglio 2019 00:00

La Costituzione e il CSM

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria del CSM, con all’ordine del giorno: «Insediamento dei nuovi Componenti del CSM, collocamento fuori ruolo dei Componenti eletti dai magistrati, indizione delle elezioni suppletive per due Componenti con funzioni requirenti di merito e nomina dell’Ufficio elettorale centrale presso la Corte di Cassazione».

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura.

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi.

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità.

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà – anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire – e seguirà con attenzione – questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario – provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

Da "www.settimananews.it" La Costituzione e il CSM di Sergio Mattarella

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Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

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Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro

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Oggi dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici... e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica di Nicola Fratoianni

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Lunedì, 17 Giugno 2019 00:00

Oggi le cassette, domani i conti correnti

Per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza Salvini giura: “Una patrimoniale mai”. Ma allora cos’è questa storia delle cassette di sicurezza? Chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio. Tutto per negare la realtà: i soldi non ci sono.


“I soldi ci sono”. È stato il refrain delle elezioni politiche un anno fa e delle elezioni europee quest’anno. Viene ripetuto come un mantra dal governo gialloverde ogni volta che qualcuno, facendo appello al buon senso, chiede come si fa a finanziare la flat tax o un aumento del reddito di cittadinanza. “I soldi ci sono”. Finché si scopre che non ci sono e bisogna trovarli. Così spuntano fuori le ipotesi più strampalate come mettere mano nelle cassette di sicurezza. Lì i quattrini degli italiani ci sono davvero, quattrini dormienti perché di oscura provenienza o, molto più prosaicamente, perché servono per i tempi peggiori che verranno. Risparmi precauzionali, li chiamano gli economisti. Quanti sono non è noto. Decine o centinaia di miliardi secondo Matteo Salvini al quale lo ha detto “qualcuno”. Si possono stanare, si possono tassare.

Ecco, ci siamo. È forse l’anteprima di ben più consistenti imposte sui patrimoni e sulla ricchezza finanziaria? Le cassette di sicurezza sono chiuse a chiave, si pensa di mandare i carabinieri con tanto di mandato delle procure (magari quella di Catania)?. Ma attenti, ben altri soldi giacciono in banca, senza ricevere nulla in cambio, nemmeno un interesse minimo, intaccati dall’inflazione che, per quanto bassa, è comunque un punto percentuale l’anno. Stiamo parlando dei depositi in conto corrente. Non sono segreti. Si sa anche a quanto ammontano: circa 1.500 miliardi di euro, poco meno del prodotto lordo di un anno. Arrivarci non è difficile.

Lo fece Giuliano Amato nell’estate del 1992 su suggerimento di Giovanni Goria allora ministro delle finanze. E di notte, tomo tomo cacchio cacchio, il governo ormai alla canna del gas con la liretta sotto un furioso attacco speculativo, decise di tagliare il 6 per mille a tutti. Zac!. Il mattino dopo gli italiani si trovarono davanti a questa sorpresona. Non bastò. Non furono sufficienti nemmeno i rincari delle tasse e i tagli alle spese, la lira crollò in quel settembre nero in cui di fatto finì la lunga e non gloriosa storia della valuta nazionale. Oggi non siamo, non ancora, a questo punto. E in ogni caso il sei per mille porterebbe al fisco solo 9 miliardi di euro. Ma la rincorsa di idee balzane, dai minibot o al tortuoso salvataggio dei comuni super-indebitati, suscita sospetto e allarme tra i risparmiatori.


“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono?

Questa idea che esista una ricchezza occulta, immobile, da stanare, è stata lanciata da Matteo Salvini in televisione all’indomani delle elezioni europee, con la Lega ancora fresca di vittoria. Nel Movimento 5 Stelle prende una forma diversa, quella di una imposta sulle grandi fortune.

Quanto grandi i grillini non lo sanno. Si va dal modello francese che, grazie a un limite esente fino a un milione e 300 mila euro frutta un gettito molto piccolo (circa 4 miliardi di euro l’anno) alla proposta formulata da Thomas Piketty che, in Italia potrebbe portare fino a 35-40 miliardi di euro secondo i suoi sostenitori tra i quali il segretario della Cgil Maurizio Landini. Si tratterebbe di un’imposta ordinaria, cioè periodica non una tantum (su base annuale), tale da poter essere pagata, in condizioni normali, con il rendimento del patrimonio (esclusa la prima casa). Dovrebbe essere progressiva, con scaglioni simili all’imposta sul reddito, e tre aliquote: zero (cioè una fascia esente) fino ad un milione di euro; 1% da un milione a cinque milioni; 2% dai cinque milioni in su.

In questo modo si otterrebbe un prelievo crescente in rapporto al patrimonio. I soggetti all’imposta, pur essendo solo il 2,5% dei contribuenti, possiedono in media il 40% dei patrimoni. Si tratta quindi di una massa pari a due volte il prodotto lordo, e l’applicazione delle aliquote dell’1% e del 2% sugli scaglioni del patrimonio superiori a 1 o a 5 milioni fornirebbe un gettito pari ai due punti di pil.

Banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono

“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono? Secondo alcune interpretazioni rilanciate dal Sole 24 Ore sarebbe una nuova sanatoria volontaria che andrebbe a toccare il sommerso, stimato dal ministero dell’economia in 210 miliardi di euro pari al 12,4% del pil. Già l’anno scorso la Lega aveva fatto circolare l’ipotesi di un condono del contante con una cedolare a due aliquote 15 e 20%, la prima come l’Iva sulle partite sotto i 65 mila euro e l’altra per quelle oltre i 100 mila.

La liquidità portata alla luce doveva essere poi investita obbligatoriamente nei Pir, i piani di risparmio. Durante la discussione del decreto fiscale il maxi condono è stato abbandonato e sono spuntati molti mini condoni (i verbali, gli accertamenti, le liti, le cartelle) insomma tutto quel percorso chiamato “pace con il fisco”, ma che in realtà finisce per infittire e complicare la giungla fiscale denunciata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Adesso arrivano anche le cassette di sicurezza, ma chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio del prossimo ottobre, strade tortuose nel tentativo di aggirare il risanamento delle finanze pubbliche e negare una banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono. Nemmeno sfondando il tetto del 3% (disavanzo pubblico sul pil) sarebbe possibile allargare più di tanto gli spazi disponibili. Arrivare dal 2,5% attuale in assenza di interventi al 3,5% del pil porta tra i 17 e i 18 miliardi di euro, non abbastanza per realizzare la flat tax, ma sufficiente a far balzare lo spread verso le quote stratosferiche del 2011. Meglio dire le cose come stanno, non cercare scorciatoie e fare quel che non si può evitare. In questa campagna elettorale permanente, Salvini vuol vincere in autunno l’Emilia Romagna, ma non può farlo pagare al resto dell’Italia.


Da "www.linkiesta.it" Oggi le cassette, domani i conti correnti: ecco perché il governo ci metterà le mani in tasca

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L'ex presidente del Consiglio italiano: "La vittoria di Salvini fa male all'Italia perché ci isola ancora di più. Ormai è come se fosse una Brexit mascherata. La reazione dei Cinque Stelle alla sconfitta è infantile. Sono come l'apprendista stregone che ha evocato il demone e non sa come fermarlo"


La Lega trionfa, il Partito democratico regge, il Movimento Cinque Stelle crolla, doppiato dai suoi alleati di governo. I sovranisti crescono ma non sfondando. In Italia il risultato delle elezioni europee è chiaro, ma non è detto che questa possa essere una buona notizia per l'Europa. Per capire quale sarà l ruolo dell'Italia abbiamo intervistato l'ex presidente del Consiglio Enrico Letta ora decano della Scuola internazionale per gli affari di Parigi (Psia): «Tutti si aspettavano una vittoria dei populisti invece il miglior risultato l'hanno fatto i verdi. I sovranisti sono andati bene in Italia e in Francia. Anche se Le Pen era già andata bene nel 2014 e anzi ha ottenuto un risultato leggermente inferiore asciugando il partito gollista dei Chirac e Sarkozy che solo un anno fa aveva preso il 20% con Fillon».

Letta, la Lega ha stravinto le elezioni europee. Cosa succederà ora in Europa?
È un chiaro successo. Ma è stato un voto per il Parlamento europeo, non per quello italiano. La Lega ha fatto un ottimo risultato ma sarà sempre più isolata. E questo isolamento lo pagherà l’Italia perché la maggioranza dei nostri eurodeputati saranno condannati all’irrilevanza, emarginati da tutti gli altri. Al raduno di Milano, Salvini aveva detto che i sovranisti puntavano al secondo posto, subito dopo il Ppe, per obbligare i popolari a fare con loro un’alleanza di destra-centro. Ma l'eurogruppo di Salvini è ora solo quinto all’interno del prossimo Parlamento europeo: vale il 7% e sarà sempre più marginale. La situazione è preoccupante perché l’Italia si auto emargina nell’anno i cui si devono prendere due decisioni chiave.


Quali?
Il presidente della Commissione europea e della Banca centrale europea. Negli ultimi anni sono queste due scelte fatte nel 2011 e 2014 che hanno cambiato la linea politica europea grazie all’influenza dell’Italia nella decisione. Ricordo che l’ultimo presidente della Bce è l’italiano Mario Draghi e grazie a lui la Bce ha cambiato approccio. L’Italia ha influito anche sulla scelta del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel 2014 che ha cambiato la linea politica dell’austerità del suo predecessore José Manuel Barroso. L’Italia era ai tavoli dove si decideva anche e soprattutto per il suo interesse, ma oggi è fuori e chissà per quanto tempo. Il fatto che in Italia la discussione si è concentrata sul portafoglio economico del commissario italiano dimostra l'arretramento del nostro Paese.

Però al governo farebbe comodo avere un italiano come commissario agli Affari economici o all’Euro.
È una questione secondaria. I commissari europei sono 28: i portafogli sono tutti deboli di per sé. Anzi, il fatto di avere un portafoglio economico importante rende più difficile aiutare il Paese di origine del commissario. Perché c’è una grande attenzione sui conflitti di interesse in Europa. Salvini sta infilando l’Italia in una Brexit mascherata all’italiana.

Cioè?
Metterci così ai margini dai tavoli dove si decidono le cose è come essere usciti dal circolo di chi conta. Siamo diventati come gli ungheresi e i polacchi. Con la differenza che l’Ungheria e la Polonia non hanno l’Euro, mentre noi sì. Non possiamo permetterci un isolamento come questo.

Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati.

Però se lo sarà spiegato il successo della Lega.
Salvini ha radicalizzato il voto di centrodestra e si è mangiato politicamente Forza Italia. La colpa è anche di Silvio Berlusconi che non ha mai voluto fare il passaggio generazionale e ora ne paga nel conseguenze. Ma stiamo attenti a non commettere un errore.

Quale?
Non dobbiamo avere lo strabismo di credere che il voto delle europee sarà quello delle politiche. In questo tipo di elezioni capitano spesso dei balzi imprevedibili: lo ha dimostrato il 40% del Partito democratico di Renzi cinque anni fa, ma anche Berlusconi nel 2009 quando arrivò al 35%. Per dire, nel 1999 la lista Bonino da sola arrivò all’8%. Il dato politico è che esiste una parte di indecisi importante che non avrà problemi a spostarsi da un partito a un altro. Questo sarà il terreno su cui lavorare per chi vorrà vincere le prossime elezioni.

Secondo lei scopriremo presto cosa voteranno gli indecisi?
Sì, le elezioni nazionali si avvicinano con questo voto. Non ci sono più le condizioni perché la maggioranza al governo regga. Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati.

Però il Pd non è mica al 40% come cinque anni fa.
Ma ha fatto un buon risultato rispetto alle ultime politiche. Ha dimostrato che può essere il baricentro attorno a cui costruire un’alternativa per questo Paese. In Italia bisogna costruire una proposta politica che unisca temi sociali e ambientali, perché la più bella notizia delle elezioni europee è il successo dei verdi, anche se non esistono nell’Europa del Sud: non hanno superato la soglia in Grecia, Spagna e Italia. Però i verdi hanno portato tanti giovani a impegnarsi e a votare, lo vedo qui anche con i miei studenti. L’ambiente è il tema su cui l’Unione europea è all’avanguardia da sempre. Il Partito democratico deve farsi paladino in Europa per far sì che nella nuova maggioranza formata da socialisti, popolari e liberali entrino anche i verdi.

Quali dovranno essere le priorità della prossima commissione europea?
L’Unione europea dovrà affrontare tre temi essenziali: l’ambiente, perché la lotta contro il cambiamento climatico è la vera emergenza di oggi. Ma anche il tema dell’umanesimo tecnologico: cioè la protezione della persona nei grandi cambiamenti che l’automazione e l’intelligenza artificiale porteranno nella nostra società. Il terzo è la questione sociale: c’è bisogno che l’Europa si occupi pesantemente di combattere la disoccupazione giovanile e la povertà. Tutto il resto è secondario.

Da "www.linkiesta.it" Enrico Letta: “Il trionfo della Lega? È una Brexit mascherata che ci isola in Europa”

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Gli ecologisti che difendono l'ambiente e i diritti civili intercettano i delusi. Facendo blocco contro gli estremisti. Soprattutto in Germania. Viaggio alla radice di un boom sorprendente.

Se l’Europa unita ha tenuto di fronte all’alta marea dei populisti lo si deve – e non in Italia – soprattutto ai Verdi, che a sorpresa avranno un ruolo di punta nel prossimo europarlamento.

Sull’onda delle ultime Regionali gli ecologisti sono emersi come la seconda forza politica (21%) tra i tedeschi: il doppio delle precedenti Europee del 2014 e più del doppio delle Legislative del 2017. Ma il trionfo in Germania non è il loro unico successo: i Verdi si sono piazzati bene anche in Francia, terzo partito con il 13% davanti ai conservatori scavalcati pure nel Regno Unito dagli ecologisti (11%), forti di un buon 15% anche in Belgio. Il presidente francese Emmanuel Macron intende rafforzare gli aspetti ambientalisti del programma di En Marche, ed è chiaro che si può fare ancora di più, complice la spinta del movimento di Greta Thunberg e la sua meglio gioventù. Anche il commissario uscente dell’Ue Margrethe Vestager, leader dei liberali progressisti danesi, invita a «cogliere i segnali che arrivano dai Verdi».


GLI ANZIANI CON I VECCHI PARTITI DI MASSA
I Liberali che hanno mantenuto posizioni di apertura hanno avuto buoni risultati in Paesi come il Regno Unito e la Danimarca dove sono balzati sopra il 20%, Oltremanica superando addirittura i Laburisti: solo con i deputati della loro alleanza Alde, popolari (Ppe) e i socialisti europei (Pse) avranno una maggioranza nel prossimo europarlamento, che se i Verdi saranno della partita sfiorerà i 500 seggi. I liberali premono per coinvolgerli, convinti che per il rinnovamento indispensabile per vincere i sovranisti possa arrivare innanzitutto dai partiti più freschi, dinamici e innovativi. Quanto accade agli ultimi voti in Germania lo dimostra: i socialdemocratici (Spd) precipitati ancora al 15,5% (-12% dal 2014 e -5% dalle ultime Legislative), conservano uno zoccolo duro di elettori 60 e 70enni ex sessantottini, mentre le nuove generazioni dei 20 e 30enni sono proiettate verso il movimento ecologista, il primo partito per loro. Lo stesso trend calante, in misura attenuata, si conferma per l’Unione dei cristiano-democratici e sociali (Cdu-Csu) della Angela Merkel.

La competizione è tra forze alternative come i Verdi e AfD al sistema di potere e agli usurati partiti di massa

I VERDI NUOVO NEMICO DELL’ESTREMA DESTRA
La destra moderata resta la forza più votata in Germania al 29%, ma come l’altro partito tedesco di massa perde colpi sia dalle Europee precedenti (-6%) sia dal voto del 2017 (-4%). Come la Spd la cancelliera e chi verrà dopo di lei attraggono anziani: anche a destra i giovani a questo punto preferiscono gli ultra-nazionalisti di AfD, passati in un lustro dal 7% all’11%. La competizione è tra forze nuove o svecchiate, come i Verdi dal 2018 sotto la dirigenza di Robert Habeck; comunque alternative al sistema di potere usurato – anche a Bruxelles – degli ultimi decenni. Non a caso il leader reazionario di AfD Alexander Gauland, seccato per il risultato inferiore alle aspettative tra i tedeschi e rispetto ai sovranisti in Italia e in Ungheria, ha identificato subito i Verdi come i «principali nemici»: «Ai loro antipodi» e coloro che «porteranno alla distruzione la Germania, se andranno al potere». Archiviate l’Unione di Cdu-Csu di Merkel e la Spd un nuovo “mostro” viene agitato dall’estrema destra, e non solo dello Stato con più eurodeputati a Strasburgo.

GIOVANI DI SINISTRA E LIBERTARI CONTRO AFD
Sui Verdi si stanno arroccando gli europei di sinistra e i libertari. La tedesca Ska Keller, loro capolista e più giovane candidato alla successione del supercommissario Jean-Claude Juncker, ha sottolineato la «grande responsabilità nel tradurre in azione la protezione del pianeta e la lotta per le libertà civili che la gente ci ha chiesto». La battaglia contro i cambiamenti climatici rilanciata da Greta alla vigilia della campagna per le Europee è la parte principale del programma degli ecologisti ma non è l’unica, in particolare per i tedeschi. Il governo saltato in Germania tra conservatori, Liberali (Fdp) e Verdi, del 2017, soprattutto per l’indisponibilità dei liberali a politiche economiche e sui migranti di condivisione nell’Ue, ha permesso agli ecologisti di restare puri. Anzi di essere l’unico partito in Germania a non retrocedere sull’accoglienza, dopo le politiche sociali german first lanciate anche dalla Linke e dalla nuova dirigenza socialdemocratica per i ceti medio-bassi. Per non parlare degli accordi di Merkel sui rimpatri dei richiedenti asilo da zone cosiddette «sicure».

I LAND ROSSI NON A DESTRA MA CON I VERDI
In altre parole, i Verdi non sono stati finora disponibili a compromessi che snaturassero i loro valori, né hanno cavalcato la paura e l’insicurezza sociale provocata dalle crisi tra la popolazione europea come fa la destra creando nemici. Non cercavano voti a destra, anche se alla fine secondo i calcoli ne hanno presi più di un milione anche dalla Cdu e dalla Csu, tra i giovani conservatori che non vogliono mettere in discussione i diritti acquisiti e la libera circolazione nell’Ue. Altrettante preferenze (circa 1 milione e 300mila dalle ricostruzioni) sono arrivati a Ska e Habeck dalla base dei socialdemocratici che – ormai in larga maggioranza – li vorrebbe fuori da coalizioni con Merkel, come chiede da tempo anche la sezione giovanile degli Jusos. Voti ai Verdi – come viceversa in Italia alla Lega – sono arrivati da Land rossi come il Nord-Reno Vestfalia dei distretti operai di Duisburg, perché i tedeschi di sinistra sono stufi della Spd anche nelle sue roccaforti. L’unica a resistere è la piccola città-Stato di Brema, rimasta socialdemocratica anche per le Europee.

MA NELL’EST I VERDI SFONDANO SOLO A BERLINO
In tutte le grandi città tedesche (da Monaco a Berlino, da Amburgo a Francoforte) i Verdi europeisti si sono affermati come secondo partito: dagli ex elettori della Linke, per esempio a Berlino, e dei liberali che per opportunismo scimmiottano i sovranisti, per esempio a Francoforte, è piovuto agli ecologisti quasi un altro milione di voti. Mentre in effetti da ex simpatizzanti di AfD si stimano arrivati 50 mila voti o poco più: non c’è compenetrazione. La prossima sfida dei Verdi è ripetere l’effetto Baviera alle Regionali di settembre e ottobre 2019 nei Land dell’Est che per AfD equivalgono all’Italia della Lega: nelle campagne e nelle province dell’ex Ddr l’estrema destra xenofoba di AfD è il primo partito al 30%. La propaganda dei Verdi risulta aver sfondato anche tra gli operai e i disoccupati (+10%) per decenni socialdemocratici, ma non nell’Est. L’affluenza (al 61%) è stata ai massimi dal 1989 in Germania: un buon segnale, in tanti raccontano di essere andati per «fermare le destre populiste», in crescita come da sinistre previsioni. Guai allora ad abbassare la guardia.


Da "www.lettera43.it" Così i Verdi hanno fermato l’estrema destra alle Europee di Barbara Ciolli

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 31 Maggio 2019 00:00

Al diavolo le grandi città!

La Lega è il più vecchio partito italiano, e negli anni ha costruito una rete molto radicata nel territorio. Amministratori locali, politici di riferimento. Un'onda verde che permette al messaggio di Salvini di attecchire in modo capillare anche fuori dalle Grandi Città.

L’exploit di Matteo Salvini alle recenti elezioni può essere letto in molti modi, e sicuramente ci saranno ancora molti mesi di analisi sul “fenomeno” che sta orientando la politica italiana di questi ultimi anni. C’è però una domanda che sta girando tra cui si sta occupando delle faccende di cronaca politica: «quanto durerà?». Per molti la parabola di Salvini rischia di essere simile a quella di Matteo Renzi. Accumanti da una tendenza al rischio totale, alla giocata a effetto comunicativa, all’all-in come strategia per far pesare i propri rapporti di forza. La lettura vede in questo atteggiamento la tendenza a volare troppo alto e, come Icaro, tra narcisismi e velleità, precipitare miseramente. In effetti nel periodo tra le Elezioni Europee del 2014 (quelle del 40,8%) e il referendum costituzionale del 2016 (ve lo ricordate?) la narrazione renziana era inscalfibile. Sembravamo dentro una nuova era, “The Renzian Age”, destinata a orientare la politica italiana per anni e anni. Quando le ali di Icaro si sono sciolte si è perso tutto. Qualcuno arrischia un parallelo, quasi cercando di determinare una profezia che si autoavvera. Un wishful thinking. Ma leggendo i dati che stanno arrivando — e altri ancora ne arriveranno, quindi avremo modo di tornarci — e inserendoli dentro una prospettiva di più ampio respiro, si rischia di uscirne delusi.

La Lega è il più vecchio partito italiano attualmente in circolazione. Negli anni ha potuto radicarsi nei famosi “territori” di cui la sinistra parla sempre (nonostante il suo progressivo arretramento), ha potuto costruire una rete di amministratori e riferimento locali in grado di essere antenne e ripetitori di una narrazione che — al netto delle differenze di leadership tra Bossi, Maroni e Salvini — non ha mai cambiato la sua radice: protezione della comunità e degli interessi locali; ricalcolo fiscale in chiave autonomista; espulsione dell’altro in quanto disturbatore di quiete, ordine pubblico, sicurezza, occupazione e crescita economica. Per quanto sembri inconcepibile, è la Lega oggi l’unico vero “partito del territorio”. E cercare di spiegare le ragioni del successo di Matteo Salvini con la pervasività della sua comunicazione non significa sbagliare, ma vedere solo la punta dell’iceberg. Dare contro alla Bestia, a Luca Morisi e alle fake-news è una chiave di lettura limitata e limitnte perché profondamente urbana e metropolitana. Curiosamente, i luoghi in cui Matteo Salvini non sfonda.

Per quanto sembri inconcepibile, è la Lega oggi l’unico vero “partito del territorio”. E cercare di spiegare le ragioni del successo di Matteo Salvini con la pervasività della sua comunicazione non significa sbagliare, ma vedere solo la punta dell’iceberg

Il successo della Lega è fatto di anni e anni di “buona amministrazione” e un discorso fortissimo sui valori di riferimento. Cambiano le classi dirigenti, cambiano i periodi politici, ma la Lega — che passa da locale a nazionale — non perde mai il focus ideologico. Cambia riferimenti, si riempie dei vestiti migliori per adattarsi (dalla canottiera di Bossi alla felpa di Salvini), agisce nel vuoto ideologico con spregiudicatezza, passa da libertaria a moralista, ma non perde mai il radicamento territoriale, l’appartenenza alla comunità, e l’idea che proteggere il piccolo mondo equivalga a escludere il nemico. E il nemico, lo sappiamo, può cambiare sulla base della minaccia che si percepisce in quel momento.

Ogni libro che analizza la storia della Lega e le figure di Matteo Salvini e Umberto Bossi concorda nel vedere nell’eredità del “metodo PCI” la vera scuola che ha insegnato loro a fare politica. Bossi è stato iscritto al partito (per due anni, dal ’74 al ’75) e Salvini ha iniziato nella ‘corrente’ dei Comunisti Padani. Quest’ultimo, inoltre, ha studiato da giornalista mentre faceva carriera come funzionario di partito. Imparando a costruire opinione e radicamento. Girando in tutte le comunità capendo che il popolo fuori dalle città non votava sulla base di opinioni e ideologie, ma sulla base degli interessi minimi e delle proprie necessità e rivendicazioni. Può non piacere, ma è un discorso di “cura” e di costruzione di risposte a partire dalle richieste di quel territorio che negli anni il Partito Democratico ha smesso di presidiare in nome di una vocazione maggioritaria e dell’esaurimento della carica valoriale dentro la dimensione burocratica della gestione del potere. Il metodo è sempre quello. Non si sono inventati niente. Anzi, lo hanno imparato dagli altri.

Cambia riferimenti, si riempie dei vestiti migliori per adattarsi (dalla canottiera di Bossi alla felpa di Salvini), agisce nel vuoto ideologico con spregiudicatezza, passa da libertaria a moralista, ma non perde mai il radicamento territoriale, l’appartenenza alla comunità, e l’idea che proteggere il piccolo mondo equivalga a escludere il nemico

Possiamo consolarci con i dati che vedono Salvini non sfondare, appunto, nelle grandi città (oltre a Bari, Lecce e Modena, dove hanno vinto sindaci di sinistra, la Lega non si afferma a Torino, Milano, Reggio Emilia, Bologna, Roma e Napoli. Esatto, la linea dell’alta velocità), ma secondo gli ultimi censimenti nelle aree urbane vive 1 italiano su 3. E stando alle mappe diffuse da YouTrend, l’onda verde si diffonde proprio tra quei puntini rossi che noi abitanti cosmopoliti, metropolitani, laureati e progressisti usiamo per costruirci una spiegazione consolatoria che però ci impedisce di capire la profondità (e la diffusione) della questione.

La politica è una cosa seria. Ed è fatta di proposte minime e minimali dentro un racconto ampio, una cornice, una visione in cui inserirle. La comunicazione è fondamentale, ma c'è molto altro. Mentre la sinistra stava pensando a operazioni di make-up delle sue nuove liste elettorali e dei suoi nuovi partiti post-ideologici, e mentre si stava beando con il mito della “buona amministrazione” e dei sindaci come sistema di governo da mutuare su scala nazionale, e mentre stava delegando agli spin-doctor e alle agenzie di comunicazione la costruzione dell'agenda politica, qualcuno stava girando tutti i bar di provincia a raccontare che in quel mondo c’era bisogno di una nuova visione, e una nuova classe dirigente. E intanto il discorso attecchiva. Il presidio cresceva. Il frame si radicava. Salvini potrà anche bruciarsi, ma dopo di lui qualcun’altro — presto o tardi — prenderà il suo testimone e potrà ricominciare da capo, perché il discorso in cui inserirsi resterà un discorso che le persone riconosceranno. E voteranno.


Da "www.linkiesta.it" Al diavolo le grandi città! Il successo di Matteo Salvini è più radicato di quanto sembri di Hamilton Santià

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 27 Maggio 2019 00:00

La fede, i simboli, la mafia

Il comizio appassionato di Matteo Salvini, sabato, in piazza Duomo, a Milano, da un lato ha confermato alcune linee del suo stile e del suo progetto politico, dall’altro le ha evidenziate, facendo cadere alcuni equivoci.

La caduta dei miraggi
Per quanto riguarda le politiche migratorie, in questo raduno, dove si sono raccolti i movimenti sovranisti d’Europa, è stato definitivamente chiaro a tutti che la giustificazione con cui il nostro ministro degli Interni aveva attirato il consenso di molti italiani alla sua politica di intransigente chiusura dei porti era solo un gioco illusionistico, ormai disinvoltamente smentito dallo stesso interessato.

A lungo Salvini aveva sostenuto che il suo obiettivo era costringere gli altri Paesi europei a prendersi le proprie responsabilità nell’accoglienza dei migranti e a non lasciare sola l’Italia. Sabato scorso, a Milano, è stata finalmente detta la verità (peraltro già anticipata nella visita del vice-premier, in Ungheria, al muro anti-profughi di Orban): ciò a cui la Lega e gli altri sovranisti mirano non è una più equa distribuzione nell’apertura agli stranieri, ma una rigorosa chiusura dell’Europa ad ogni forma di accoglienza.

Da ora in poi il ragionamento di chi appoggiava questa politica, pur non condividendone i toni sprezzanti, perché intercettava un elemento di verità – l’egoismo degli altri Stati e la loro ipocrisia nel condannare l’Italia –, dovrà essere accantonato.

Come dovrà essere liquidata l’altra falsa giustificazione, la distinzione tra profughi politici e “migranti economici”: i porti resteranno chiusi per tutti. Perciò ci si dovrà assumere la responsabilità di scegliere tra un’Europa aperta verso il mondo esterno (anche se più attenta a conciliare accoglienza ed integrazione) e un’Europa ermeticamente chiusa in se stessa. Meglio: un’Europa di Stati esclusivamente dediti a perseguire i propri interessi nazionali.

La preghiera di Salvini
Ma non è stato questo che ha richiamato l’attenzione dei mezzi di comunicazione.

Ciò che ha colpito tutti è lo stile comunicativo del leader della Lega che, per sostenere le sue tesi, dopo aver baciato un rosario che aveva in mano, si è lanciato in un’appassionata preghiera: «Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa, a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai Santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce. Ci affidiamo a loro, affidiamo loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità del nostro popolo».

E che poi, agitando il rosario, ha concluso: «Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita, al Cuore immacolato di Maria, che son sicuro ci porterà alla vittoria».

Eloquente il secco commento del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: «Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti», ha dichiarato il capo della diplomazia vaticana. «Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso».

In realtà è stato molto significativo anche il contesto di questa preghiera. Nel suo discorso Salvini ha citato con grandi elogi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per la loro difesa delle radici cristiane dell’Europa, mentre a papa Francesco – il cui solo nome ha suscitato nella folla dei presenti una salve di fischi – ha riservato solo un accenno polemico, quando ha rivendicato di aver dato “risposte con i fatti, non con le parole” al problema dell’immigrazione: «Lo dico anche a Papa Francesco, che oggi ha detto “Bisogna ridurre i morti nel Mediterraneo”. Il governo sta azzerando i morti nel Mediterraneo, con orgoglio e spirito cristiano».

L’ora di scegliere tra Lega e Chiesa
Come in tutta la storia della Lega, fin dalle sue origini, siamo davanti a una pretesa religiosa che punta su simboli e forme devozionali tradizionali per accreditarsi come cristiana, ma allo stesso tempo si contrappone a viso aperto alla Chiesa istituzionale nella visione della vita sociale e nell’interpretazione stessa del Vangelo.

Anche in questo caso, i precedenti riferimenti sarcastici del leader della Lega ai «vescovoni», secondo lui ormai screditati agli occhi del popolo cristiano, ci avevano preparato a questo esito, sottolineato dai fischi della piazza all’indirizzo del pontefice.

E così ha interpretato il discorso di Salvini il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», in un corsivo non firmato (quindi espressione del Direttore), che ha definito Salvini «alfiere di un cattolicesimo tutto suo, distante dal magistero del Papa e della Chiesa».

Anche su questo fronte, più religioso che politico, ci troviamo dunque alla resa dei conti in una partita in cui per troppo tempo i miraggi avevano sostituito la realtà. I cattolici che credevano di vedere nella Lega un baluardo al servizio dei valori cristiani ora sono chiamati a decidere se a rappresentarli è papa Francesco o Salvini. Una scelta, peraltro, che si collega a quella tra i modelli di Europa di cui i due sono, rispettivamente sostenitori.

Una contraddizione storica
Solo che il richiamo di Salvini alle radici cristiane dell’Europa contrasta, dal punto di vista storico, col suo progetto politico, perché l’Europa nacque nel medio evo proprio dall’apertura della precedente civiltà romana agli influssi di popoli e di culture che venivano dal di fuori dell’impero e che il cristianesimo non respinse, anzi accolse e assimilò, dando luogo a quel fecondo meticciato che ha plasmato la civiltà occidentale.

Una contraddizione religiosa
Così come suona contraddittorio, dal punto di vista religioso, l’uso delle parole più tradizionali della tradizione cattolica – la consacrazione alla Madonna, l’invocazione ai santi – in un discorso che, in aperta rottura con questa tradizione, pretende di anteporre l’autorità di un leader politico a quella del papa e dei vescovi. Quella di Salvini, a questo punto, non è più la fede cattolica. Ma allora in nome di che cosa presentarsi come suo “gran sacerdote”?

Una contraddizione politica
Anche dal punto di vista della laicità della politica siamo davanti a una chiara incoerenza. Da un lato ci si appella al realismo machiavellico del “prima gli italiani”, al di là di ogni “buonismo” di matrice religiosa, dall’altro ci si impadronisce dei simboli religiosi, in una pseudo-liturgia, facendone la bandiera del proprio partito, come nelle società sacrali di un remoto passato.

Mi dispiace per Salvini
È questa rozza commistione di sacro e profano, che non rispetta né l’uno né l’altro, l’elemento forse più inquietante di questa vicenda. Per quanto ne so – e lo dico da siciliano –, il solo soggetto che a mia conoscenza ha fatto uso in modo così disinvolto del linguaggio e dei simboli della fede per affermare il proprio potere è la mafia. Mi dispiace per Salvini, ma è un fatto.

Di fronte a questo, molti sinceri credenti – e, non lo nego, tra questi anch’io – hanno provato un moto di disgusto. Ci sono molte prese di posizione, sullo scenario politico, che non condivido e che combatto con tutte le mie forze, perché sono sbagliate, anche gravemente. Ma questa orgia di religiosità – tanto più evidentemente strumentale quanto più grossolanamente esibita – è spregevole. Mi dispiace – lo dico sinceramente – per Salvini.


Da "http://www.settimananews.it" La fede, i simboli, la mafia di Giuseppe Savagnone

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