Venerdì, 20 Settembre 2019 00:00

Sui migranti la risolviamo all'europea


La presidente della Commissione promette una soluzione diversa dal modello Usa e dall'Australia. Il tedesco Steinmeier vede Mattarella: "L'Italia non va lasciata sola".


“L’Europa deve essere un modello sull’immigrazione, con un sistema efficace, umano, sostenibile. Lo stile di vita europeo non è quello americano, né quello australiano”. Con queste parole, Ursula von der Leyen tenta di rassicurare i gruppi dell’Europarlamento, agitati per il portafoglio con competenze sui migranti nella nuova Commissione europea, quello affidato al greco Margaritis Schinas con la contestata titolazione ‘Proteggere il nostro stile di vita europeo’. A Strasburgo, la presidente della nuova Commissione Ue lascia la conferenza dei presidenti dei gruppi ancora abbastanza sorpresa da tutta la discussione e anche un po’ scocciata. E’ disponibile solo ad aggiungere qualcosa per specificare meglio il titolo di questo e altri portafogli contestati. Non lo fa oggi, suscitando sconcerto soprattutto tra i Verdi e i liberali. Però, all’indomani della visita di Emmanuel Macron a Roma e nel giorno della visita del presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte, von der Leyen dà una mano all’Italia sulla questione dei migranti.

Il tutto accade nelle stesse ore in cui a Roma Steinmeier ribadisce a Mattarella che “l’Italia non va lasciata sola. Dobbiamo trovare una soluzione europea che alleggerisca il peso che sinora ha gravato sull’Italia”. Il capo dello Stato ringrazia il tedesco “per la disponibilità ad accogliere i migranti. Crediamo sia necessario che i Paesi che avvertono la responsabilità attivino meccanismi comuni di redistribuzione e la Ue dovrebbe assumere l’onere dei rimpatri, nel rispetto dei diritti umani per quelli che non hanno diritto a restare nella Ue”.

Sostanzialmente, escludendo dal suo orizzonte i modelli “americano e australiano” che sono esempio di sistema chiuso e rigido sui migranti, von der Leyen fa capire che la direzione in Europa è opposta, più vicina alla distribuzione di responsabilità dei paesi membri. Il che naturalmente aiuta paesi periferici come l’Italia, sottoposti alla continua pressione degli arrivi nel continente. Fin dal giorno della sua nomina a capo della Commissione, la nuova presidente è stata chiara sulla necessità di rivedere il regolamento di Dublino, invocata da Roma. E comunque ha bene in chiaro il fatto che ormai molti Stati europei non ne possono più di continuare a discutere di immigrazione senza trovare un sistema comune. E’ ora di uscire dall’impasse. L’impostazione c’è, come ha lasciato capire ieri sera Macron nell’incontro con il premier italiano Giuseppe Conte. L’azione ancora no.

Sull’uso delle parole usate per denominare il portafoglio sull’immigrazione, per dire, von der Leyen ancora non molla. La Verde Ska Keller, una dei più insistenti tra i capigruppo a chiedere spiegazioni alla nuova presidenza, si sarebbe aspettata già oggi una decisione che accogliesse le richieste del Parlamento. E invece no. Von der Leyen se ne va lasciandosi dietro la sola promessa di “aggiungere” qualcosa per specificare meglio portafogli di cui continua a essere fiera. Trapela che potrebbe aggiungere “dignità delle persone”, al titolo contestato.

Anche il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha avuto una “recente discussione con Ursula von der Leyen su questo argomento”, come racconta lui stesso in un’intervista a Le Monde. “Credo - dice Sassoli - che pensi davvero ai valori di cui all’articolo 2 del trattato dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, eccetera Il legame che ha stabilito tra migrazione e ‘protezione’ non era chiaro, tuttavia. A mio parere, dovrebbe riflettere su come integrare meglio questi valori nella definizione del portafoglio del futuro Commissario. Anche i temi della ricerca, della cultura, della gioventù dovrebbero essere evidenziati. E il portafoglio del commissario per il Lavoro deve essere meglio definito attorno ai temi dell’Europa sociale”.

Ad ogni modo, non è solo una questione di parole. Nella conferenza dei presidenti, le hanno contestato anche l’organizzazione “piramidale” della stessa Commissione, composta da una presidente e tre vice (Dombrovskis, Vestager e Timmermans) che dovranno sovrintendere al lavoro dei commissari, a seconda delle competenze. E poi le hanno contestato anche la titolazione di altri dicasteri, soprattutto quello chiamato ‘Gioventù e innovazione’, che dovrebbe interessare la ricerca, la cultura: peccato che non capisca bene se è così, come rileva un appello firmati da diversi accademici europei. “E dove sta la pesca?”, le avrebbe chiesto Keller. Von der Leyen insiste che è meglio usare la parola ‘oceani’ per identificarla. Inoltre il portafoglio ‘Job’, lavoro, sul quale ha delle perplessità anche il presidente uscente della Commissione Jean Claude Juncker.

I portafogli stabiliscono anche i dossier che poi arrivano in Parlamento. Se non si capisce di cosa si occupano, diventa più complicato individuare le commissioni parlamentari di competenza. Questione noiosa e tecnica? Fino a un certo punto. Von der Leyen intanto giustifica la scelta di dare alla Commissione una struttura piramidale con la necessità di stabilire un ordine sul lavoro da fare. Ma, per fare un esempio, è difficile non vedere un senso politico nella decisione di far sovrintendere dal ‘falco’ Dombrovskis il lavoro del Commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

La discussione oggi in conferenza dei presidenti lascia uno strascico di malumore tra i gruppi che, a partire dalla prima settimana di ottobre, dovranno votare sui candidati commissari in audizione nelle varie commissioni parlamentari e poi alla plenaria di ottobre dovranno esprimere un voto su tutta la squadra von der Leyen: senza maggioranza non passa.

Non siamo a questo livello di rischio. Ma l’aria non è tranquilla intorno alla nuova presidente. Il presidente del Ppe Manfred Weber ha cercato di darle una mano: “Stile di vita europeo sull’immigrazione vuol dire anche soccorrere vite in mare”, parole che la dicono lunga sulla volontà – anche da parte dei Popolari – di trovare un accordo sui migranti in modo da sfilare questo tema alla propaganda sovranista.

Uno dei più riottosi contro von der Leyen in conferenza dei presidenti è stato il capogruppo liberale Dacian Ciolo?, che ha anche sollevato il problema di alcuni candidati commissari oggetto di inchieste della magistratura nei propri paesi d’origine. Per la verità, questo è anche il caso della francese Sylvie Goulard, accusata di aver assunto assistenti del suo partito (la Republique en marche) con fondi Ue, tanto da doversi dimettere dall’incarico di ministro della Difesa due anni fa. Ma Ciolos, presidente del gruppo che comprende anche gli eletti di Macron, ce l’aveva più con la sua connazionale Rovana Plumb, commissaria ai trasporti, candidata alla Commissione Ue dal governo socialista di Bucarest, coinvolta in un caso di corruzione nel 2017. In Romania a breve ci sono le elezioni e il partito di Ciolos – che è lo stesso del popolarissimo presidente della Repubblica Klaus Iohannis – vuole porre fine all’era socialista in paese.

“L’incontro è stato costruttivo e positivo”, dice von der Leyen lasciando l’Europarlamento di Strasburgo senza abbandonare il suo solito, imperturbabile sorriso. Ma molte tessere devono ancora andare a posto: l’Italia la aspetta sull’immigrazione, i gruppi la aspettano su tutte le questioni aperte.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Ursula von der Leyen: "Sui migranti la risolviamo all'europea" di Angela Mauro

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Venerdì, 13 Settembre 2019 00:00

“Poltrona”: una parola di tempi calamitosi

“Carica o impiego, spec. di grado elevato, che si suppone comporti un lavoro poco faticoso e molto redditizio”: questa definizione di poltrona compare, come terza, nella relativa voce di edizioni recenti del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, con l’ovvia precisazione che si tratta di un valore figurato, connotativo, non denotativo. Dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli si apprende tuttavia che lo Zingarelli la offre, immutata, sin dalla sua edizione del 1922. Non è un dettaglio trascurabile. È al contrario una spia che chiama l’attenzione.

Per essere fatta oggetto di una registrazione lessicografica a quella data e per stare lì dove da allora si trova, poltrona con il valore qui pertinente, non soltanto figurato ma, com’è facile intendere, anche spregiativo, doveva essere d’uso corrente già negli anni precedenti: gli anni che seguirono la Grande guerra. Si può stare certi che gli storici della prosa giornalistica e della lingua della politica, se volessero, potrebbero fornirne loquaci attestazioni. Li si invita alle opportune ricerche. In quel contesto sociale e culturale e in scritti effimeri probabilmente ispirati da sentimenti anti-parlamentari, poltrona ricorse evidentemente con tale frequenza e pregnanza da meritare di entrare pochi anni dopo in un dizionario. Fu d’altra parte intorno al 1922 che l’Italia, come compagine politica unitaria, si avviò sulla scorta di quei sentimenti, forieri del peggio, verso un ventennio della sua storia che non le avrebbe fatto onore e a conclusione del quale, fuori di ogni pur opinabile giudizio politico, l’attendeva una spaventosa catastrofe, inconfutabilmente reale.


Erano d’altra parte passati pochi anni dal perfezionamento di quella catastrofe quando l’uso figurato di poltrona fu consacrato ancora una volta e sopra un piano diverso. A quasi trenta anni dal suo battesimo lessicografico, apparve infatti nel titolo di un best seller, di cui si può stare certi solo pochi conservano oggi memoria. Si tratta del discusso Navi e poltrone di Antonino Trizzino. Nei primi anni Cinquanta, questo libro scandalistico amplificò un’insinuazione serpeggiante tra i già nostalgici del regime da poco crollato e tra un pubblico qualunquista. Pretese di dotare quell’insinuazione di prove inconfutabili che furono tuttavia presto in gran parte confutate anche in sedi giudiziarie. L’insinuazione voleva che l’esito infelice e disonorevole della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale fosse da imputare al tradimento e all’intelligenza con il nemico di alte cariche militari nazionali, in particolare della Regia Marina. Nello scacchiere mediterraneo, quella partecipazione era stata del resto caratterizzata da un modo di condursi certo non onorevolissimo della forza armata.

Poltrona attraversò poi l’intera vicenda della cosiddetta Prima Repubblica, presa come fu a inopinata bandiera delle rimostranze anche di altra e diversa, se non opposta parte politica. Nel discorso delle opposizioni marcò la stigmatizzazione della più che trentennale permanenza nelle funzioni di governo della Democrazia Cristiana e dei suoi vari satelliti. In proposito, ancora un dato lessicografico è molto significativo. Nella relativa voce del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, a testimoniare l’uso di cui si sta discutendo è stato infatti chiamato un brano di un articolo del 1984 di Enzo Biagi (e si tratta ancora una volta di un trentennio). Ne era tema un uomo politico all’epoca del massimo rilievo: Bettino Craxi. Con ironia a buon mercato e gusto discutibile, la firma giornalistica allora tanto celebrata non risparmiava nell’occasione al lettore la menzione eufemistica di una parte anatomica del dileggiato: “È [Craxi] presidente del Consiglio, ed è sempre segretario del PSI: ed ecco un altro miracolo, perché, con un solo sedere, tiene occupate due poltrone”.


Nel dibattito politico odierno, poltrona e il suo plurale ricorrono spesso, come è appena il caso di dire, esalando gli olezzi tradizionali dei quali si è già fatto cenno: anti-parlamentarismo, insinuanti ipotesi di complotti e tradimenti, riferimenti a poco nobili parti del corpo. Intorno a esse, circola inoltre una famiglia di derivati, poltronismo, poltronista e così via: forme già registrate, per esempio, nel dizionario on line della Treccani.

Di fronte a tale nuova esuberante fioritura, non va allora dimenticato che il fenomeno pare perlomeno centenario. La memoria in proposito è infatti utile per intendere sopra quale terreno e con quale retroterra si sta verificando il nuovo rigoglio. Si potrà così collocarlo correttamente nei suoi valori ideologici e culturali, molti forse ancora una volta velenosi, certo non tutti proprio commendevoli e, in ogni caso, nessuno bene augurante.


Da "https://www.doppiozero.com" “Poltrona”: una parola di tempi calamitosi di Nunzio La Fauci

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Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Salario minimo

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

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Le clausole di salvaguardia prevedono a partire dal 2020 l’aumento IVA al 25% ed al 13%. Ma cosa sono e, soprattutto, chi le ha introdotte?

Chi ha introdotto le clausole di salvaguardia e, soprattutto, cosa sono e perché dal 2020 si rischia l’aumento delle aliquote IVA al 25% ed al 13%?

Alla vigilia di un Ferragosto bollente, le clausole di salvaguardia diventano protagoniste del dibattito pubblico, dopo le dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini che, nel corso della discussione sulla crisi di Governo da lui innescata, ha attribuito al PD la loro introduzione.

Sulle clausole di salvaguardia che portano al rischio di un vertiginoso aumento IVA dal 2020 è in atto un vero e proprio rimpallo di responsabilità e, invece di definire un piano concreto per evitare la loro attivazione e per reperire quei 23 miliardi di euro necessari per disinnescarne gli effetti, è partita una vera e propria caccia al colpevole.


Matteo Salvini attribuisce al PD la loro introduzione; c’è chi invece l’attribuisce al Governo Lega-M5S.

La verità è che il termine clausole di salvaguardia, seppur in diverse forme, è entrato nella storia economica d’Italia dal lontano 2011 e che da allora rappresenta una delle eredità più pesanti del periodo di crisi economica del quale ancora oggi sentiamo gli effetti.

Cerchiamo quindi di vederci chiaro ed analizziamo di seguito cosa sono le clausole di salvaguardia IVA, cosa prevedono per il 2020 e a chi bisogna attribuirne l’introduzione.

In Italia si inizia a parlare di clausole di salvaguardia durante l’estate del 2011. È il periodo del DL 98, la manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.

Le cosiddette clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di specifiche voci di tasse e imposte con efficacia differita nel tempo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che le contiene.

Il loro obiettivo è quello di garantire e salvaguardare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, prevedendo incrementi di gettito. Si tratta quindi di clausole volte a garantire maggiori entrate per lo Stato, necessarie per far “quadrare i conti” e per rispettare i parametri UE in materia di deficit.

Il Governo Berlusconi IV, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse una sorta di patto con l’Unione Europea già da principio pressoché impossibile da rispettare.

Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali. Le clausole di salvaguardia in prima battuta prevedevano una profonda razionalizzazione delle tax expenditures, l’insieme delle spese fiscali a carico dello Stato.

Di li a poco il Governo Berlusconi, a causa dell’impennata dello spread e della sempre più malmessa condizione del debito sovrano italiano, verrà sostituito da Mario Monti e dalla sua schiera di “tecnici”, termine freddo utilizzato oggi per ricordare anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la sempre più discussa riforma delle pensioni del Ministro Fornero.

Sotto la guida del Premier Monti, con il decreto legge n. 201 del 2011 (decreto Salva Italia) le clausole di salvaguardia introdotte dal Governo Berlusconi sono state trasformate in aumenti delle aliquote IVA.

È da allora che i governi che si susseguono combattono con quella che potremmo definire come una vera e propria bomba ad orologeria. Non ce l’ha fatta a disinnescarle il Governo Letta: a partire dal 1° gennaio 2013 l’aliquota IVA ordinaria è passata dal 21% al 22% ma il sacrificio, costato caro all’allora leader dei Democratici, non è bastato ad allontanare lo spauracchio delle clausole di salvaguardia.

Le più recenti clausole di salvaguardia sono state previste dal Governo Renzi con la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), la quale prevedeva un aumento progressivo delle aliquote IVA, accanto alle accise sui carburanti.

Trattandosi di norme volte ad aumentare le entrate fiscali, e quindi a portare ad un incremento della pressione fiscale, fino ad oggi si è sempre cercato di disinnescarle, con sterilizzazioni volte a rinviarne gli effetti. Mai un annullamento totale, ma soltanto una sospensione temporanea.

Ad ultimo ci ha pensato la Legge di Bilancio 2019 che, tuttavia, ha a sua volta rafforzato la clausola IVA che, senza misure alternative, si attiverà nel 2020 e che dispiegherà i suoi effetti fino al 2021.

Per finanziare le misure contenute nella Manovra e (soprattutto) per ottenere il via libera dell’Unione Europea, la clausola di salvaguardia è stata ulteriormente rafforzata, di modo da prevedere maggiori entrate pari a 23 miliardi di euro per il 2019 e 29 miliardi nel 2021.

Clausole di salvaguardia, l’aumento Iva previsto nel 2020 e nel 2021

Capire cosa sono le clausole di salvaguardia Iva serve a rendere più limpido il quadro dell’attuale dibattito politico.

Come ormai noto, la Legge di Bilancio 2019 ha sterilizzato temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva, rinviando al 2020 gli aumenti inizialmente programmati dal 2019.

È lo stesso testo della Legge di Bilancio che parla soltanto di un rinvio: l’aumento delle aliquote Iva dovuto all’attivazione delle clausole di salvaguardia partirà dal 2020 e si completerà definitamente soltanto nel 2021.

Dal prossimo 1° gennaio 2020 bisognerà fare i conti con l’aumento dell’aliquota Iva ordinaria e agevolata, ma sarà soltanto l’inizio. Sì, perché l’Iva aumenterà ancora, fino ad arrivare al 26,5% nel 2021.

Aumento inevitabile? Servono ben 52 miliardi di euro per sterilizzare le clausole di salvaguardia e ora, la crisi di Governo ed il rischio che venga rinviata l’approvazione della Legge di Bilancio 2020 rende tutto più difficile.

È quantomai urgente che il Parlamento si impegni a reperire i 23 miliardi di euro iniziali che serviranno per evitare gli aumenti nel 2020: il rialzo delle aliquote IVA porterebbe ad un aggravio pari a circa 530 euro a famiglia.

A pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto i consumatori, che si troverebbero a dover fare i conti con l’ennesimo aumento dei prezzi di beni come prodotti alimentari, abbigliamento o del costo per gli abbonamenti a mezzi pubblici, palestra e via di seguito.

Le clausole di salvaguardia Iva sono il banco di prova più impellente per il Governo che verrà, “ipotecato” come i suoi precedenti dal patto tra Italia e UE che dal 2011 in poi minaccia l’economia italiana.


Da "money.it" Clausole di salvaguardia IVA: cosa sono e chi le ha introdotte di Anna Maria D’Andrea

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Lunedì, 02 Settembre 2019 00:00

Ecco i veri nodi dell’immigrazione

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.


Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro

Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.

È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.

Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.

Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.

In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione

Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.

Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.

Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.

Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.


Da "https://www.lavoce.info" Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia diMaurizio Ambrosini

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Venerdì, 30 Agosto 2019 00:00

L'Avvocato del declino


L'inclinazione italiana per i potenti dà gloria anche a una figura debole come Conte. Un governo partorito dall'Europa e con distratti sostegni d'oltre oceano. Pd e M5s partecipano per generosità, fragilità e governismo, ma pagando un alto prezzo. Salvini invece si è trasformato, nel giro di una notte, da Hulk a Calimero.


Solo il senso degli Italiani per il potere può spiegare l’aura di gloria con cui Giuseppe Conte ha varcato stamattina il Quirinale per ricevere il suo incarico bis, nientemeno, come fosse un Andreotti qualunque. Grazie all’inclinazione del nostro paese per i potenti, questo sconosciuto Avvocato, che fino a qualche giorno fa era ancora definito come “scoperto” o “pescato” dai 5s, divenuto premier ben due volte, ma sempre nel giro di una notte, è diventato protagonista di una favola. Liberato per la seconda volta dalla sua umile natura di rospo da un bacio, sia pur non di una principessa, ma di un principe che gli ha detto sì e gli ha messo a disposizione un partito.

Ebbene, sì. Nel primo minuto dell’anno zero del Governo Conte bis, scattato alle 9.30 di questo 29 agosto, il realismo è il vero senso perso in questa operazione di formazione del nuovo Governo. Una divisiva e difficile operazione, dal destino incredibilmente denso di difficoltà, presentato nei suoi ultimi metri come la formula che improvvisamente ridà dignità al paese, restituisce l’Italia al suo posto tra i grandi del mondo, e la fa tornare al suo patrio destino di frontiera contro il fascismo/nazismo.

La narrativa con cui Giuseppe Conte viene trasformato dal suo vecchio ruolo di “guardiano del contratto”, “tecnico che prepara i dossier”, e “pacificatore di due alleati a volte riottosi” (definizioni da lui usate per descriversi) al piccolo Napoleone attuale è il racconto della voglia di illudersi che muove al momento la politica italiana.

Come in tutti i mistery, è dal finale che si capisce la trama. In questo caso, il finale è il crescendo di endorsement, dichiarazioni pubbliche di favore, che hanno portato Conte direttamente al Quirinale. Quelle di Donald Trump, e di Bill Gates arrivate all’ultima ora, aggiuntesi a quelle più scontate europee di Angela Merkel e di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno ampiamente contribuito a scrivere il finale glorioso del nuovo premier descritto come “uomo circondato dal rispetto internazionale”. Quanto valgono queste lodi?

Un tweet che loda con un errore di spelling un Giuseppi Conte, la dice lunga sul grado di conoscenza fra i due leader, non è granché come riconoscimento. E’ uno strumento per altro su cui Trump si sfoga personalmente e spesso casualmente, contraddicendosi come capita, anche su temi serissimi, come la Corea del Nord e la guerra dei dazi con la Cina. Le lodi,sospettiamo, andrebbero in realtà alla bravura del nostro ambasciatore Varricchio a Washington e al diplomatico Eisenberg, che rappresenta gli Usa a Roma. Per quel che riguarda Bill Gates, viene fatto passare per endorsement un ringraziamento del signore del denaro al contributo europeo alla sua fondazione contro l’Aids. L’Italia e Conte vengono citate insieme a Germania e Commissione Ue. E anche qui lode ai comunicatori di Palazzo Chigi (e qui vorrei fare una lode al sempre bistrattato Rocco Casalino, che è in verità l’unico autore del Conte bis). Come si vede, si tratta di un vero e proprio make-up per il premier in pectore.

Di che sorprendersi, tuttavia? La piccola Italia ha sempre usato in politica il “riconoscimento” dei leader stranieri, riflesso condizionato rimasto nel nostro dna di quel viaggio a Washington di De Gasperi, il 3 gennaio 1947, anno freddissimo in ogni senso (affrontato dal nostro primo ministro con un cappotto in prestito, come si ripete per raccontare di quanto eravamo allora semplici e umili). Riflesso condizionato, senso mai curato di nostra inferiorità nell’Occidente del dopoguerra, che ci accompagna dai comunisti dei tempi d’oro, che nonostante il riconoscimento berlingueriano dell’ombrello Nato in una intervista a Pansa nel 1976 dovette sudarsi il rapporto con Washington, passando per Andreotti, Craxi. Passione per i riconoscimenti condivisa da due arcinemici – Letta e Renzi - che non hanno mai smesso di lavorare a questo consenso.

Quello intorno a Conte oggi non è dunque esattamente un abbraccio che ci impressiona.

Ma certo c’è in tutte queste lodi, una prova di un disegno politico, che parte dall’Europa. Nella nuova Europa post elezioni, Merkel e von der Leyen, eletta presidente con i voti di M5s e Pd, guidano un diverso approccio, una operazione a trazione tedesca, costruita a tavolino, per arginare il fronte sovranista; mirata a favorire l’affermazione in Italia di un Governo moderato, e a maggiore ispirazione sociale.

Conte, col suo tiepido carisma, e la sua estrema adattabilità politica e psicologica, la sua mancanza di ideologia – tutte doti che lo hanno portato a navigare da garante dell’estremismo populista a democratico nell’ultima ora del discorso in Senato contro Salvini - è il perfetto strumento per il nuovo passaggio politico che l’Europa e le classi dirigenti euronazionali vogliono per l’Italia.

La gloriosa salita al Quirinale di stamattina dell’ormai ex Avvocato, e il favore dello spread che l’ ha accompagnata, è solo la conclusione di questo percorso.

Come giudichiamo questa mossa: è stata una ingerenza, o è un esempio di politica europea?

Ristabilita questa realistica versione del miracolo Conte, si deve ripartire da questo quesito per cercare ora di ristabilire anche una parte della verità sul significato del Conte-bis. Rileggendo gli effetti che questo incarico ha avuto su ogni partito, amico o nemico che sia del nuovo Governo.

Partirei con Salvini, il leader che più ha subito questa crisi, e che parla infatti di “un complotto, in corso da tempo”. Ovviamente questo argomento, che riscalda quello in cui si rifugiò nel 2011 Berlusconi, sarà il centro della campagna elettorale sovranista. Ma è molto difficile che i leghisti possano davvero fino in fondo sostenere questa linea. Intanto, che complotto è mai una operazione che è stata condotta alla luce del sole? Salvini non ha visto, a differenza di tutti noi, le scelte che venivano fatte a Bruxelles, in Francia, a Berlino, la linea rossa di combattimento che veniva segnata dall’Ungheria, passando per l’Austria e arrivando in Italia? E di che si scandalizza Salvini? E’ sceso in campo con una proposta di guerra all’Europa, in cui proponeva di lasciare la Ue e l’Euro – e ora si meraviglia se in Europa e in Italia si risponda con identico spirito di guerra? Il vero errore di Salvini, nella sua caduta, è di aver sottovalutato questa risposta europea e italiana. Specie dopo l’affare Metropol, in cui, come abbiamo scritto su questa testata, erano visibili le manine dell’intelligence europea e quella tedesca, e un cambio di strategia politica. E, trattandosi di una sola Europa con un solo Governo, è difficile parlare di ingerenza. E se Conte è oggi Napoleone, Salvini si è trasformato, nel giro di una notte, dal magnifico Hulk nel piagnucoloso Calimero.

L’operazione Conte bis tuttavia, proprio per i numerosi e potenti fili che la muovono, ha un profondo impatto anche per Pd e 5stelle, che attraverso l’accettazione di Conte lasciano a loro volta sul terreno parte della loro sovranità al loro stesso partito.

I 5Stelle che pure hanno “inventato” il premier, stanno festeggiando. Ma anche loro non hanno del tutto guadagnato da questo incarico. Il Conte 2.0 come preferiscono chiamarlo, nel senso che è un organismo ormai modificato, davvero non è più una loro creazione, in quanto non risponde più a loro del tutto. Premier unico, come vuole essere, sarà in futuro il riconoscimento di questa nuova veste. E tuttavia i 5 stelle rimangono il suo esercito di manovra: quindi entrano in questo nuovo Governo con la responsabilità di un leader che è solo formalmente loro, e l’obbligo a doverlo sostenere perché è il loro unico strumento di lavoro. Con tutti i prezzi che ne conseguono – come già ben si vede nella parabola di Di Maio, che nell’ascesa di Conte misura la sua discesa di peso politico. E chissà che questa parabola non sia specchio e anticipazione di quello che succederà all’intero Movimento, che a questo appuntamento arriva avendo pagato il prezzo di una forte divisione.

Il Pd anche paga pegno a una operazione che Zingaretti ha sicuramente subito. Il suo Pd è un partito che doveva andare al voto subito, e invece ha fatto il Governo. Doveva essere, certo, un Governo però in discontinuità, quindi senza Conte, ed è divenuto il piedistallo per la gloria di Conte. Doveva a questo punto almeno avere la certezza che M5s riconoscesse la democrazia rappresentativa come bussola, e invece deve accettare che si faccia una votazione extraistituzionale su Rousseau. E per quel che riguarda la discontinuità non è riuscito al momento ad assicurarsi nemmeno quella dei futuri ministri- né quelli del 5stelle, né quelli del Pd. Su questo vedremo presto cosa succederà.

Si capisce il perché di questa ritirata. Le pressioni fatte per un nuovo Governo Conte sono arrivate anche al Pd – il Governo europeo, il Quirinale (nominiamolo, sì), e le classi dirigenti nazionali ed europee hanno fatto pressione sul Pd. Da ogni parte – Vaticano, sindacati, intellettuali di fede antisistema convertiti alla battaglia per salvare il sistema. D’altra parte il partito è esso stesso da anni “responsabile” per eccellenza, in quanto parte eurorganica delle classi dirigenti, ed ha detto sì, come fece per Monti. Sollecitato, in aggiunta, da quei famosi spiriti animali di un governismo spinto che, proprio in quanto parte di una classe dirigente, è la vera passione che tiene insieme un Pd spesso sconfitto, e oggi molto frammentato.

Zingaretti, rimanendone fuori, ha tracciato la linea di una sua personale dignità. Ma, come per i 5S, il prezzo che pagano lui personalmente e il partito è alto: si tratta di una incredibile ritirata, che, per quanto addolcita dalla retorica del caso, “Nessuna staffetta, nessun testimone da raccogliere”, rimane una operazione in cui il Pd è il donatore di sangue principale di questa operazione antisovranista, e antipopulista.

Le incognite, come si vede, e le ambizioni del nuovo Governo sono tantissime.

Chi come me, e molti altri, ha tifato fin qui per il voto invece che per l’accordo, è ancora convinto che le urne sarebbero state un passaggio migliore per creare una svolta in Italia. I partiti avrebbero potuto contare le loro reali forze, e avrebbero soprattutto condiviso con i cittadini italiani il peso di una trasformazione di fase così incerta. E avremmo avuto un premier vero, invece di un Avvocato arrivato al bis senza mai essere stato votato.

Certo avrebbe forse, o magari sicuramente, vinto Salvini. Ma volete davvero dirmi che con tutto lo schieramento alle spalle oggi del Conte bis, nel cambio di clima europeo, non sarebbe stato possibile fare una opposizione, nuova e più efficace che avrebbe sconfitto il sovranismo ad armi pari, e guardandolo negli occhi?

Non credere alla propria vittoria in campo aperto, è la malattia degli eserciti nella fase declinante degli Imperi - ci insegna la storia. Lo stesso vale per la politica.


Da "www.huffingtonpost.it" L'Avvocato del declino di Lucia Annunziata

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 26 Agosto 2019 00:00

Io non ho paura

La fucilata di Renzi a Zingaretti prova che un Pd destabilizzato non può reggere un governo di stabilizzazione. Non bisogna avere paura delle elezioni, la destra si batte nella società.

La ragione per cui amo, nonostante tutte le nostre discussioni pubbliche e private, il Senatore Renzi, è che è così magnificamente assorbito da sé, così definitivamente e profondamente un troll, da essere stato sempre capace, fin qui e dal primo giorno in cui si è affacciato nella storia nazionale del Pd, di distruggere tutte le operazioni in corso, incluse le sue. Tuttavia portando in questo modo sempre tutti a un chiarimento.

In queste ore è successo di nuovo. Esattamente nella prima giornata di consultazioni il Senatore fiorentino ha fatto sapere, con opinione accolta in pompa magna dai bravi colleghi de Il Fatto, che spiace gente, ma sul Conte bis non sono d’accordo.

Cioè il Conte bis. Cioè l’unico punto non negoziabile della lista di condizioni per una trattativa con i 5s, con cui il segretario Pd Zingaretti è salito sullo Scalone d’Onore del Colle per incontrare il Presidente. Un intervento, quello di Renzi, di destabilizzazione della leadership del segretario, o, se volete, chiamandola con termini meno moderni, una fucilata al capo del partito.

Fucilata che è echeggiata in tutta Roma, e che ha avuto buona parte nel complicare una trattativa che si presenta in salita, in ogni caso.

Con effetto domino ha provocato al Nazareno un irrigidimento della posizione del Segretario e l’emergere di fatto di una trattativa parallela dentro il Pd; ha confuso, ma anche rafforzato i Cinque Stelle, cui la divisione del Pd ha però fornito nuovo spazio per condizionare Zingaretti; l’odore di un possibile fallimento dell’accordo Pd/5s ha poi immediatamente spinto la Lega a riaprire con i pentastellati, tanto per essere pronti.

Insomma, si può dire che ancora una volta il Senatore Matteo Renzi ha rivoluzionato il quadro politico, come aveva fatto poche settimane fa, annunciando che avrebbe lavorato per un governo con i 5Stelle. Tuttavia, come dicevamo, le strategie di Renzi spesso portano, come abbiamo visto in passato con il fallimento del suo governo, ad ammazzare l’avversario, ma anche sé stesso. Anche stavolta infatti, l’efficacia della sua operazione, cioè l’indebolimento del partito nella trattativa, può portare ad ammazzare l’operazione governo con i pentastellati che , poche settimane fa, aveva lanciato lui stesso.

Che dire? All’apparenza la mossa di Renzi potrebbe essere spiegata - come spesso avviene in questi tempi in cui la politica è molto complessa - chiamando in causa fattori psicologici (protagonismo, astinenza da potere, ossessioni etc). Ma la brillante mente politica dell’ex leader si muove sempre con una forte logica. Che va capita, a maggior ragione in questo momento così delicato per le decisioni del paese.

E’ ovvio che MR abbia lanciato un’Opa sulla trattativa con i 5stelle, assumendosene la interlocuzione parallela e alternativa a quella del Segretario. L’operazione si fonda sulla maggioranza di Renzi nei gruppi parlamentari, ma il suo peso nella discussione in corso non va visto come una conta numerica, a cui non è necessario arrivare. I numeri costituiscono il potere di condizionamento che la ipotesi Renzi ha nel rapporto con i Pentastellati: servono a garantire che se Zingaretti dice una cosa, l’influenza del Fiorentino è tale da poter bloccare o ribaltare nei fatti quella posizione. Esattamente come ha sostenuto sul caso Conte, secondo quanto riportato da Il Fatto quotidiano: quel che Zingaretti blocca, io posso sbloccare. In pratica un altro forno nella pancia del primo. Una trattativa soft che indebolisce quella “dura” del segretario” e che ha le potenzialità per divenire un magnete che offre ai disperati Pentastellati un accordo senza dover pagare quasi nessun dazio al Pd; e ai disperati del Pd, pronti ad afferrare una occasione per tornare al governo, un modo per piegare le resistenze di Zingaretti.

Una operazione, come si vede, audace, ma brillante. Il meccanismo, una volta in azione, svuoterebbe dal di dentro il ruolo di Zingaretti, dando a MR uno status di protagonista de facto oggi della trattativa, domani del governo. E nel caso di una futura scissione, se fosse ancora necessaria, potrebbe arrivarci con la certezza di aver ammazzato il Pd, e di poterlo sostituire .

Fantasie, direte. Fino a un certo punto, perché quello che Renzi sicuramente capisce è il fattore umano che c’è in politica. Fattore umano non nel senso di “bontà”, ma in quello usato da Graham Greene. Gioca infatti in questa crisi la più potente delle spinte che agiscono negli umani: la sopravvivenza. Ho usato in questo blog molte volte il termine “disperati” per definire gli attuali protagonisti della politica. E non mi riferisco tanto ai leader. Pochi, fuori dai Palazzi, oggi capiscono quanto è dirimente questo stato d’animo. Se parlate con i capi dei vari partiti, vi sentirete ripetere “i miei non li tengo: andranno con chiunque pur di restare al governo”. E questo è vero per M5s, per Pd, e per Lega. Questo è l’elemento, umano, irrazionale, sostanziale che rende questa trattativa così labile, ondivaga, e, sopra ogni cosa, condizionabile.

Come vedete, piacere o meno, tutto questo è una operazione verità, una delle molte cui ci ha portato Matteo Renzi: ci obbliga a fare i conti con la reale condizione di questo Pd. Un partito sconfitto duramente un anno fa, e sulle cui spalle oggi poggia, nientemeno, la responsabilità di cambiar verso all’Italia, diventare il perno di un governo che fa cambiare segno al paese. L’opera del Senatore Matteo ci obbliga a domandarci con maggiore chiarezza se davvero si può immaginare che un partito così destabilizzato divenga il pivot, l’asse portante, di un governo di stabilizzazione.

Il Pd è una Diarchia nei fatti, non solo di uomini ma di idee. In queste condizioni, non può accollarsi nessun compito come quello che gli viene proposto. Se non c’è un chiarimento dentro l’organizzazione, e se non c’è certezza della solidità dell’impresa, la formazione di un nuovo governo che oggi sbandierano come un atto di responsabilità rischia di essere un gesto di avventurismo. Che rovinerà certamente il partito, e farà ulteriori danni al paese.

Alla fine, l’operato di Renzi, è un’altra delle buone ragioni per andare a votare subito. L’operazione verità cui ci mette di fronte l’ex premier rafforza l’idea di buonsenso di molti di noi: non c’è nessuna continuità possibile della crisi in corso. Il nostro tempo è dominato dalla guerra, e dalle destabilizzazioni economiche. L’Italia, come altri paesi, è strappata da anni di lotta politica, dall’emergere di nuove forze e nuove idee, dal corrodersi delle forme istituzionali tradizionale, nonché da una fallita “rivoluzione”. La strada da prendere sono i cittadini, e non accordi di Palazzo, ci indichino i loro obiettivi e gli uomini e le donne cui vogliono affidarsi.

E se questo significa che vince Salvini, non ne ho paura, così come Salvini dice di non aver paura. Dirò quello che pochi giorni fa proprio dalle colonne di questa testata diceva in merito un vecchio comunista, Emanuele Macaluso: “La manovra politica e parlamentare non può prevalere o essere un surrogato del consenso. Lasciamo stare Togliatti e quella tradizione. Il Pci era per il consenso, da conquistare attraverso la battaglia nella società, e per la manovra”, “Io penso che questa destra la fermi con una operazione più ambiziosa e democratica di una manovra di palazzo, provando a ricomporre la frattura tra sinistra e popolo. È in quella frattura che è nata la rivolta di questi anni.”


Da "https://www.huffingtonpost.it" Io non ho paura di Lucia Annunziata

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 23 Agosto 2019 00:00

Non c’è niente da ridere

C’è davvero poco da esultare per la caduta di Salvini. Perché lo spettacolo che ieri ha offerto il Parlamento è stato indegno. E perché, anche con la Lega fuori dai giochi, il nostro resta un Paese immobile, in cui non si pensa né allo sviluppo, né ai giovani, né all’emergenza clima.


No, non c’è niente da ridere, niente di cui esultare. Se fino a dodici giorni fa l’Italia era un Paese completamente nelle mani di Matteo Salvini, e oggi non pare esserlo più, è solo perché Salvini stesso, con una serie di mosse apparentemente suicide, ha offerto al Pd e ai Cinque Stelle la possibilità di spedirlo all’opposizione. Diciamo apparentemente, perché ancora oggi ci sembra assurdo che un tizio che ha portato la Lega dal 4% al 30%, e che non aveva sbagliato niente fino a due settimane fa, si riveli così scarso. Che tutto questo faccia parte di una strategia, di un ripiegamento tattico per chissà quale ragione, o sia semplicemente frutto di quel delirio di onnipotenza che coglie i leader politici della Terza Repubblica Italiana dopo le loro vertiginose ascese, sarà il tempo a dirlo.

No, non c’è niente da ridere, perché il dibattito al Senato di ieri ha offerto uno spettacolo indegno per quella che è ancora la terza potenza economica europea. Un presidente del consiglio come Giuseppe Conte, che attacca frontalmente, con toni mai così duri, un ministro e vicepremier di cui ha avallato ogni atto o quasi, fino a dodici giorni fa, senza rinnegare nulla di quanto fatto sino ad ora, non è né una “perla rara”, né lo statista che stavamo aspettando. È semplicemente un figurante senza arte né parte, senza alcuno spessore politico, né alcuna profondità culturale, che cerca di imbonirsi i suoi nuovi burattinai. Un villain come Matteo Salvini, che affronta il discorso della vita con un foglietto di appunti infarcito di slogan da comizio, incerto e balbuziente, incapace anche solo di reggere il ruolo di spauracchio per la democrazia, o di minaccia alla costruzione europea. Un leader d’opposizione, Matteo Renzi, che apre a un governo coi Cinque Stelle dopo essere stato l’alfiere di chi aveva giurato sulla madre che mai avrebbe un’alleanza col Movimento di Grillo e Casaleggio. E che, tuttavia, si smarca dal nascituro governo, avallando i sospetti di chi pensa che il suo unico obiettivo sia quello di ucciderlo in culla, mosso solo dal desiderio di riguadagnarsi il centro della scena. Questo siamo, oggi.


C’è da lavorare sodo sull’unica opportunità possibile per cambiare le priorità dell’Italia, a partire dall’azione parlamentare e di governo di una nuova maggioranza che assuma i temi dell’emergenza climatica e dell’emergenza giovani

No, non c’è niente da ridere, perché la crisi non ha esiti certi, per nulla. Sergio Mattarella, non a caso, ha dettato tempi strettissimi per le consultazioni, perché non vuole vedere le istituzioni italiane cucinate a fuoco lento dalle tattiche esasperanti di Lega, Cinque Stelle e Pd. Allo stato attuale, certo, una maggioranza giallo-rossa rappresenta l’opzione più probabile, per il proseguo della legislatura, ma Zingaretti e Di Maio già sono divisi sul ruolo di Conte, che i Cinque Stelle vorrebbero di nuovo a Palazzo Chigi, a differenza dei dem. Sicuri sicuri che la trattativa finirà con una fumata bianca? Sicuri sicuri che alla fine non possa prevalere l’ipotesi di un Conte Bis con la Lega di nuovo in maggioranza? Sicuri sicuri che anche se i quattro quinti del Parlamento non vogliono le elezioni non si finisca davvero dritti alle urne per mancanza di alternative? Sicuri sicuri che non ci ritroveremo quel Salvini che oggi diamo per morto a giurare al Quirinale, tra un paio di mesi?

No, non c’è niente da ridere, ma c’è da lavorare sodo sull’unica opportunità possibile per cambiare le priorità dell’Italia, a partire dall’azione parlamentare e di governo di una nuova maggioranza che assuma i temi dell’emergenza climatica e dell’emergenza giovani come prioritari, anziché soffiare sul fuoco degli psicodrammi dell’invasione dei migranti, o di regali a pensionati ed evasori fiscali. Se in Parlamento c’è una maggioranza che pensa che tagliare il cuneo fiscale sia più importante della flat tax, che il tempo pieno a scuola per tutti i bambini italiani venga prima di Quota 100, che un grande piano per azzerare la produzione di CO2 entro il 2050, o per dimezzare i consumi energetici delle case italiane, sia meglio di qualunque sussidio per rilanciare l’economia, che la sicurezza passi da progetti di accoglienza come gli Sprar e non dai lager e dai respingimenti dei decreti sicurezza uno e due, che serva investire in start up, ricerca e innovazione anziché nazionalizzare le perdite di Alitalia, di nuovo, ne saremo ben contenti. Ma non pensate che saremo altrettanto felici di un governicchio che si limiti a evitare l’aumento dell’Iva, e che passi mesi a litigare sugli 80 euro e sul reddito di cittadinanza. Pd-Cinque Stelle è un mezzo, non un fine.

Non c’è nulla, oggi, che ci faccia essere ottimisti. C’è una classe dirigente arrogante e mediocre. C’è un Paese fermo. C’è un’architettura sociale - partiti, sindacati, rappresentanze, corpi intermedi - in stato comatoso

No, non c’è niente da ridere, perché non c’è nulla, oggi, che ci faccia essere ottimisti, anche solo un po’. C’è una classe dirigente arrogante e mediocre, guidata da leader che si auto distruggono alla velocità della luce. C’è un Paese fermo, a crescita zero, che sembra incapace di concentrarsi sulle sue vere priorità, vittima delle sue paure e delle bugie che si racconta, prima fra tutte quella di essere il Paese migliore al mondo, se non fosse per i sabotaggi altrui. C’è un’architettura sociale - partiti, sindacati, rappresentanze, corpi intermedi - in stato comatoso, incapace anche solo di entrare nel dibattito politico senza ripetere a pappagallo le banalità lette sui social network cinque minuti prima. C’è un discorso pubblico che è lo specchio di tutto questo, e di cui noi media siamo parte in causa, con il nostro carico di responsabilità, capaci solo di essere autoreferenziali e di batterci il petto per quanto lo siamo.

No, non c’è niente da ridere perché oggi è il giorno del fallimento del governo gialloverde, non il giorno in cui si festeggia la fine del populismo in Italia. Perché tutte le precondizioni che avevano fatto nascere quel governo sono ancora lì, senza che nessuno le abbia toccate. Perché al peggio non c’è mai limite, e il meno peggio richiede sacrifici e sforzi enormi, anche solo per vedere la luce. Non c’è niente da ridere, ma solo da lavorare sodo, per provare a invertire la rotta. Non c’è niente da ridere, perché la sensazione, forte, è che sia l’ultima occasione che abbiamo per provarci.


Da "www.https://www.linkiesta.it" Non c’è niente da ridere (e la battaglia con Salvini inizia adesso) di Francesco Cancellato

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Venerdì, 09 Agosto 2019 00:00

In Europa non contiamo più nulla

Strano. Nell’ennesima intervista da campagna elettorale permanente Di Maio non ha annunciato che il Governo regalerà un panino al salame per tutti. Ha lanciato un assist a Salvini che oggi proporrà un panino e una bibita per tutti. Intanto la produzione industriale cala, il Pil è a zero, la cassa integrazione straordinaria è raddoppiata.

In Europa e nel mondo non contiamo più nulla: dovevano cambiare tutto non trovano neanche un Commissario per rappresentarci. In realtà c’è poco da ridere, l’egoismo di chi ci governa sta bombardando l’Italia di idee stravaganti confuse e spesso irrealizzabili. Senza un progetto, una visione una strategia e i risultati si vedono. Per questo noi ripartiamo dalle idee perché qualsiasi riscossa e costruzione di un’alternativa non può che partire da una visione e una idea di Paese. Il Pd ha iniziato a fare proprio questo.

La costituente delle idee per un piano per l’Italia ha questo obiettivo: ricreare fiducia e ottimismo ricostruendo insieme un credibile piano di sviluppo del Paese fondato sulla sostenibilità ambientale e sociale. Stiamo chiamando la parte migliore e più creativa del Paese a collaborare. Lo faremo da settembre con appuntamenti tematici, lo faremo con grandi agorà di confronto nelle città Italiane. Lo faremo ricostruendo una nuova agenda: scuola e conoscenza; sanità e welfare; investimenti, con risorse che ci sono, per cantieri green che creino lavoro.

Aggiungo, da amministratore, con una grande semplificazione dello Stato che renda credibile parlare di sviluppo, investimenti e riforme in questo paese reso complicato dall’affastellamento confuso di riforme mancate o approvate senza un disegno strategico. In Italia non si fanno più figli e ossessionati dagli sbarchi di immigrati hanno nascosto la fuga dei nostri giovani dal Paese. Come ha ricordato Emanuele Felice si stanno producendo due fratture gravi. Una tra nord e sud e una altra tra Italia e la media Ue. Cosi l’Italia muore. Io sono contento che molti si affannano a dire che il PD da solo non basta. Ma intanto il pd c’è, cresce ed è l’unica credibile alternativa a questo stato di cose. Oggi con la costituente offre uno spazio a tutti per contribuire.

Nel web, negli appuntamenti nazionali nelle città: sarebbe il caso per molti di provare oltre che a giudicare e commentare a contribuire. Sono certo che saremo in molti, centinaia di migliaia. Ho fiducia. Pochi credevano nel 1.600.000 italiani ai gazebo e nessuno credeva nei 4 punti in più alle europee e nel sorpasso con i cinque stelle. Non basta? No. Ma anche per questo partecipate tutti. Perché il futuro è li. Nell’immaginare e costruire un domani migliore e non nell’essere ossessionati e subalterni a chi sta fallendo e vuole portarci tutti nel baratro.

Da "www.huffingtonpost.it" In Europa non contiamo più nulla di Nicola Zingaretti

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Venerdì, 02 Agosto 2019 00:00

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

Il leader della Lega attacca il ministro dell'Economia: "Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro". Ma quella del ministro dell'Interno è l'ennesima ricetta da apprendista stregone che non risolverà i veri problemi dell'Italia

Il nemico del giorno di Matteo Salvini si chiama Giovanni Tria. La colpa del ministro dell’Economia è di aver promesso di tagliare un po' di tasse, rispettando le regole europee. Un’eresia per il ministro dell’Interno che da mesi assicura di risolvere i problemi dell’Italia con una flat tax, che non è una vera flat tax, da 10 miliardi di euro. Anche a costo di sforare il deficit oltre il 3%. E si sa, ogni promessa del governo gialloverde è debito pubblico. «Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro dell’Economia», ha detto Salvini. Il problema del leader della Lega è che il suo vero nemico non è Tria, né la commissione Europea e neppure Carola Rackete, ma qualcosa che non potrà essere denigrato o sminuito a colpi di slogan: la realtà. Oltre 2.365 miliardi di debito pubblico, il 132,2% del nostro prodotto interno lordo, e oltre 66 miliardi spesi ogni anno per pagare gli interessi sul debito. Questa è la robetta, ciò che rimane dopo decenni di politiche economiche di apprendisti stregoni convinti che la loro ricetta avrebbe cambiato le magnifiche sorti progressive del nostro Paese. È l’Italia, bellezza e per ora neanche il leader della Lega ha potuto farci niente.

«Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile», spiega l’economista Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e autore di “Flat tax. Aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo” (Marsilio, 2017). «Che facciamo, ogni volta che c'è una congiuntura negativa facciamo una riforma fiscale? In media durano decenni. Sarebbe un po' ridicolo metterla in questi termini». E dire che Nicola Rossi è il primo a pensare che all’Italia serva il prima possibile una riforma complessiva del sistema fiscale. Quello che abbiamo oggi ha ormai più di 50 anni e non regge più. È un tessuto slabbrato, formato da imposte, detrazioni e bonus che hanno stravolto il senso della riforma del 1971. Salvini invece impugna la flat tax come una clava convinto che uno shock fiscale alla Trump faccia ripartire l’economia italiana.

Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile. (Nicola Rossi, presidente dell'Istituto Bruno Leoni)


La riforma leghista si basa su un grande equivoco: la flat tax non è una vera flat tax. Ovvero non ci sarà mai una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito. Le aliquote non passerebbero dalle cinque di oggi a una singola valevole per tutti i livelli di reddito. E anche chi come Rossi ha proposto nel suo libro una singola aliquota al 25% rimane spiazzato: «Le parole hanno perso completamente il loro significato. Ho sentito parlare persone di una flat tax a tre aliquote senza arrossire» commenta Rossi. «Quello che si intende è una riduzione del carico fiscale. Una cosa sensata purché non sia a debito. Non è una questione ideologica, semplicemente non funziona. Se invece assieme alla flat tax si riduce la spesa pubblica si lascerebbe spazio e margini di libertà al settore privato, si libererebbero risorse». Ma la “flat tax“ che ha in mente Salvini costa almeno 10 miliardi e nessuno parla più di spending review. Senza contare l’ultima idea della Lega: la “flat tax volontaria”: due o tre schemi per le famiglie e ognuno deciderà se gli conviene il nuovo regime forfettario che assorbirà deduzioni e detrazioni, o rimanere al vecchio. «Gli italiani saranno costretti a fare due conti invece di uno: volevano semplificare il sistema. Questa è la maniera perfetta per complicarlo», spiega Rossi.

«Ben venga la flat tax ma sto aspettando che indichino le coperture». Se anche il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si è accorto che la realtà è una cosa e le promesse un’altra, forse siamo sulla buona strada. Ma se la Lega piange, il Movimento Cinque Stelle non ride. Perché l’idea del salario minimo a nove euro l’ora fa a pugni con la realtà dell’economia italiana. «Dicono di voler introdurre il salario minimo per aiutare i circa 3 milioni di italiani che vivono in assoluto precariato. Ma nessuno dice che la proposta del M5S li tiene fuori perché si rivolge ai lavoratori subordinati e i co.co.co strutturati» chiarisce Severino Nappi, professore di Diritto del lavoro all’Università di Napoli. «I veri precari sono quelli che consegnano i pacchi e le pizze, quelli che lavorano il sabato e la domenica, o i part time involontari che fanno due ore al giorno perché magari lavorano grazie agli appalti delle pulizie. Tutti esclusi perché giuridicamente non sono lavoratori subordinati né co.co.co. I bibitari meno fortunati Di Maio sono tecnicamente dei lavoratori autonomi. Ma il vero problema sono le gabbie salariali. Il disegno di legge prevede un salario medio a seconda delle zone. «Quindi lo stesso lavoro a Milano può valere X e a Reggio Calabria Z. Introdurre la possibilità di trattamento differenziato a seconda delle zone per la stessa mansione significa invitare aziende più fragili a fare prezzi più bassi. Sarebbe un attentato al Sud Italia», spiega Nappi.

La realtà è sempre implacabile: l’Italia ha il costo del lavoro lordo tra i più pesanti in Europa ma gli stipendi più bassi nel Continente per le professioni medio basse. Un salario minimo a carico delle aziende sarebbe letale. Perché in Italia il 95% delle imprese ha meno di cinque dipendenti e questo spingerebbe i datori di lavoro a pagare in nero. E nel paese del fatta la legge trovato l’inganno se la norma è generica si rischia di fare più danno. «Se noi stabiliamo che nove euro lordi sono il trattamento minimo legale, i rol (riduzione orario di lavoro, ndr) i permessi, i trattamenti accessori, le indennità e i premi devono essere calcolati in quella somma oppure no? Immagino già i sindacalisti, gli imprenditori, i commercialisti e consulenti del lavoro che cominciano a lavorare di cesello sugli altri istituti contrattuali. La legge si guarda bene a entrare in cose che appartengono al mondo reale». Il rischio vero è che un'azienda strutturata e furba con la scusa del salario minimo legale potrebbe addirittura abbassare i costi.

C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte

Dopo un anno possiamo dirlo: il governo del cambiamento sembra sempre più simile a quelli precedenti. Anche Lega e M5S credono in una politica pseudokenesiana all'amatriciana per cui l'unico modo per far ripartire l'Italia è spendere tanto a debito, fregandosene delle generazioni futura. Si parla qualche volta di spending review dei costi della politica che vale qualche centinaia di milioni, briciole per la spesa pubblica italiana che vale 800 miliardi. La sanità e il sistema pensionistico, la scuola, una vera riforma fiscale sono totem da non toccare perché sennò si perdono voti. C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte. Per le vere riforme strutturali che l'Europa chiede da anni si vedrà. L’Italia sembra come una vecchia villa le cui fondamenta sono solide ma tutto il resto si sta lentamente degradando. A turno, ogni nuovo proprietario chiede un prestito per riparare solo una stanza. Mentre i tubi, il condotto di areazione, il tetto e le altre stanze vanno sempre più in malora. Forse la verità è che bisognerebbe avere il coraggio di ristrutturare. Il problema però è che l'Italia non è una villa ma la settima potenza industriale del mondo.

Da "www.linkiesta.it" Flat tax? il vero nemico di Salvini non è Tria, ma la realtà

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