Coloro che hanno affondato l’ultimo pugnale nel corpo già martoriato del Libano erano le stesse persone che avrebbero dovuto risollevarlo e rilanciare il ruolo di questo popolo nel mondo arabo.

Il presidente Michel Aoun non ha accettato il governo proposto dal primo ministro designato Saad Hariri. Quest’ultimo si è dimesso pochi minuti dopo, epilogo di un dramma che dura da nove mesi. Immediatamente sono crollate sia il valore della fragile valuta nazionale sia le speranze della popolazione di porre fine alle miserie quotidiane che affliggono ogni aspetto della sua vita.

Una volta ancora il popolo libanese trattiene oggi collettivamente il fiato, in attesa di un’altra lunga crisi politica che coinvolgerà i leader dei principali partiti, il cui dominio assoluto ha devastato il paese negli ultimi anni. Ma questi leader sembrano determinati a continuare il loro gioco egoistico che consiste nel mantenere il potere a tutti i costi.

Questo ciclo di contrasti tra politici settari ed egoisti si è intensificato da quando è cominciata la crisi attuale, due anni fa. Ma stalli politici come lo scontro “muro contro muro” tra Hariri e Aoun, che hanno sospeso l’attività di governo, si sono verificati con regolarità negli ultimi decenni.

Il lento collasso dell’attività di governo, dell’economia e della vita quotidiana come la conosciamo in tutto il Libano – specialmente nelle grandi città dove vive la maggior parte delle persone – è la prova che oggi non assistiamo solo a una crisi politica tra due persone ideologicamente contrapposte.

Di fronte abbiamo, piuttosto, una più profonda crisi della statualità che non è solo tragica per il Libano, ma colpisce anche altri paesi arabi in maniera analoga. È tempo di riconoscere i difetti strutturali del sistema statale libanese e di altri paesi della regione, che ci hanno fatto toccare un punto così basso.

Come distruggere uno stato
Il costo della crisi è diventato chiaro per ogni famiglia libanese, a esclusione della clientela, dei partner commerciali, del personale di sicurezza e dei dipendenti dell’élite oligarchica al potere. Oltre al leader sunnita Hariri e al leader cristiano maronita Aoun, di questa élite fanno parte il presidente della camera Nabih Berri, il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il leader druso Walid Jumblatt, e alcuni uomini meno potenti che tuttavia partecipano al funesto gioco politico libanese con la stessa determinazione e gli stessi catastrofici risultati.

Sono tutti maschi, molti di loro stanno invecchiando, la maggior parte di loro ha ereditato la sua posizione dalla famiglia o dai propri sodali, e ognuno ha fornito al mondo arabo l’esempio più spettacolare di come distruggere uno stato, un tempo dignitoso, e far sprofondare i suoi cinque milioni di abitanti nella disperazione e nella povertà.

Le notizie che arrivano ogni giorno dal Libano descrivono una sofferenza costante delle famiglie. L’energia elettrica è praticamente scomparsa, il che significa che l’aria condizionata, internet, i frigoriferi e gli ascensori funzionano solo sporadicamente. La benzina è difficile da trovare e più costosa ogni settimana che passa. Il prezzo del cibo aumenta costantemente mentre il valore della lira diminuisce di pari passo. Le medicine essenziali per i neonati o gli anziani sono quasi introvabili. L’acqua potabile è fornita in modo irregolare. E le banche che custodiscono i risparmi di una vita sono diventate un territorio inaccessibile.

Anche quando è possibile prelevare contanti, il tasso di cambio fissato dalla Banca centrale fa sì che chi ha versato del denaro ottiene in realtà circa il venti per cento del valore del suo deposito originario. Il sistema scolastico è per lo più in caduta libera, e nuovi posti di lavoro decenti non esistono.

Sempre più aziende essenziali accettano solo dollari in contanti, che sono fuori dalla portata della maggior parte dei libanesi comuni. Sempre più persone sopravvivono ricorrendo a mense collettive, elemosina, prestiti, coltivando il proprio cibo nei loro antichi villaggi di montagna, o impegnandosi in attività economiche fondate sul baratto.

Quelli che possono emigrare lo fanno il più velocemente possibile, ma la maggior parte non può. Il risultato sono milioni di libanesi e profughi arrabbiati, frustrati, impauriti e impotenti, che si sentono così vulnerabili e umiliati che faticano ad articolare il loro dolore a parole. Molti sono stati ridotti in uno stato di disumanizzazione, e si sentono trattati come animali dai loro stessi dirigenti politici e nazionali.

L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese

Questa situazione estrema è molto drammatica perché non è la conseguenza della guerra, bensì il risultato della cattiva gestione, della corruzione e del disprezzo dell’élite al potere nei confronti del benessere e dei diritti dei cittadini.

La crisi attuale, come ha riconfermato lo spettacolo Hariri-Aoun della scorsa settimana, è il segno della convergenza di diverse crisi (politica, economica, fiscale, bancaria, energetica, ambientale), tutte dovute ai cattivi o inesistenti processi decisionali dell’élite al potere che controlla il Libano dalla fine della guerra civile nel 1990.

La verità, tuttavia, è che questa élite ha controllato lo stato per molto più tempo, a dire il vero per la maggior parte di tutto il secolo scorso. L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza egoistica dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese.

È importante tenere a mente la cronologia di un intero secolo, dal 1920 a oggi, perché rivela diversi fili che stanno contribuendo alla debolezza e alla lenta implosione dello stato e dell’economia libanesi.

Molti dei fattori che contribuiscono a questa situazione possono essere ricondotti a quattro dinamiche, tutte dipanatesi nel corso del secolo scorso: 1) le conseguenze, a scoppio ritardato, delle decisioni coloniali prese dagli europei intorno al 1920, da cui sono nati molti stati arabi; 2) le conseguenze del conflitto arabo-israeliano (anch’esso vecchio di un secolo); 3) la mancanza di un’autentica partecipazione dei cittadini nel processo decisionale o di attribuzione delle responsabilità politiche negli stati arabi; 4) la continua interferenza, nei paesi arabi, delle potenze vicine o straniere, che rendono la sovranità degli stati una finzione comunemente accettata.

Negli ultimi cento anni queste quattro dinamiche ci hanno portato a un punto in cui Libano, Siria, Iraq, Palestina, Yemen e Libia, per citare solo i casi più evidenti, hanno sperimentato una grave sofferenza nazionale, riducendo lo stato in ginocchio e i cittadini alla disperazione o all’emigrazione.

In tutto il mondo arabo sta emergendo una situazione comune che oggi colpisce anche il Libano: la maggioranza dei cittadini è povera, vulnerabile e politicamente impotente, mentre i governi e le istituzioni statali tengono sempre più sotto controllo la rabbia e la ribellione dei cittadini attraverso, più di ogni altra cosa, misure militari e di sicurezza.

Il Libano è nato nel tumulto regionale della creazione degli stati arabi indipendenti dopo il 1920. E oggi sta implodendo nel contesto delle continue pressioni di un’attività statale disfunzionale, sua e di altri territori arabi vicini, dovuta allo stesso quartetto di cause risalenti a un secolo intero fa.

Il Libano ci ricorda che l’affermazione di stati arabi stabili, democratici, produttivi e realmente sovrani è ancora un obiettivo sfuggente.

Da "https://www.internazionale.it/" Il crollo del Libano è la spia di una crisi del mondo arabo di Rami Khouri

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Sabato, 24 Luglio 2021 00:00

Do ut gas

Washington ha dovuto cedere sul completamento del gasdotto che attraverso il Mar Baltico trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa. Ma potrebbe avere come contropartita una politica estera ed economica più aggressiva di Berlino verso la Cina.

Mercoledì sera i governi tedesco e statunitense hanno annunciato, in un comunicato congiunto, di aver raggiunto un importante accordo in merito a Nord Stream 2, il gasdotto attualmente in costruzione (e quasi ultimato) che farà arrivare a Berlino il gas di Mosca, da tempo al centro di tensioni sia geopolitiche che economiche.

Come suggerisce il nome, Nord Stream 2 si affiancherebbe al già presente Nord Stream, ma la prospettiva dell’ampliamento dei canali di rifornimento tedeschi è stata da subito al centro di una serie di polemiche, tanto interne quanto esterne. Alcuni partiti (come i Verdi) hanno fatto dell’opposizione al gasdotto una loro battaglia, e sia Bruxelles che Washington criticano da tempo il progetto.

Più recentemente, l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny aveva riportato al centro la questione, arrivando a far diventare concreta l’ipotesi di annullare il progetto, scatenando anche conflitti tra il governo federale e i Länder orientali e aumentando la pressione internazionale sul governo di Angela Merkel.

Negli Stati Uniti si guarda da tempo con preoccupazione a Nord Stream 2, che aumenterebbe le interconnessioni tra Mosca e Berlino, oltre che la dipendenza energetica della Germania dalla Russia, Paese verso cui sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno attivato sanzioni. Washington ha spesso minacciato sanzioni contro il gasdotto, in alcuni casi attivandole verso singole aziende. Ma non è solo l’aspetto geopolitico a interessare agli Stati Uniti: se da un lato è chiaro che non vedono di buon occhio il potere che Nord Stream 2 attribuirebbe al Cremlino, c’è da considerare anche un piano più economico, legato alla volontà d’inserirsi meglio nelle catene di fornitura di Berlino. Proprio per questo, secondo quanto rivelato dalla Zeit, già diversi mesi fa il ministro delle Finanze Olaf Scholz avrebbe proposto agli Stati Uniti un compromesso: accettare la realizzazione di Nord Stream 2 senza sanzioni, a fronte però dell’impegno della Germania a varare una serie d’investimenti pubblici fino a un miliardo di euro, che avrebbero finanziato la costruzione di due terminali (a Brunsbüttel e Wilhelmshaven) per la ricezione del gas americano.

L’accordo di mercoledì prevede la conclusione dei lavori di Nord Stream 2, con la rinuncia da parte degli Stati Uniti ad attivare sanzioni verso le aziende tedesche. Inoltre, per tutelare l’Ucraina, Berlino si è impegnata ad aiutare Kiev a prolungare di dieci anni gli accordi con la Russia per il transito del gas, oltre che a istituire un fondo per supportare la transizione verde ucraina. Sul fronte geopolitico, l’accordo prevede che il governo tedesco prenda provvedimenti (incluso sanzioni) contro Mosca nel caso la Russia commetta «atti aggressivi» verso l’Ucraina, e che si faccia portavoce di queste istanze anche in sede europea.

L’accordo concluso consente alle due parti di salvaguardare interessi importanti. Per Berlino, infatti, era fondamentale distendere la tensione con Washington sul tema, specialmente dopo gli anni dell’era Trump, che hanno visto scemare sensibilmente l’intesa tra i due Paesi. Per gli Stati Uniti, parallelamente, mantenere una buona relazione con la prima economia europea è una priorità, e per farlo potrebbe valere la pena di veder concluso il gasdotto.

È probabile infatti che l’intesa si sposti ora su altri piani: cedere su Nord Stream 2, incassando un colpo sulla Russia, potrebbe avere come contropartita per gli Stati Uniti una politica estera ed economica più aggressiva verso la Cina da parte della Germania. Se infatti la Repubblica Popolare è uno dei principali partner commerciali per Berlino, è vero che sempre più settori della politica tedesca sottolineano la necessità di stabilire dei confini netti al dialogo con la Cina, e nell’opinione pubblica aumentano quelli che guardano con diffidenza a Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero molto interesse a introdursi in questa dinamica.

L’accordo, ovviamente, ha anche dei costi: non si parla (per ora) di far arrivare gas americano in Germania, e sia la Russia che l’Ucraina lo hanno criticato. Anatoli Antonow, ambasciatore russo negli Stati Uniti, pur esprimendo soddisfazione per l’impegno a terminare la costruzione del gasdotto, ha definito l’accordo un «attacco politico» verso la Russia per il riferimento ai possibili atti aggressivi, che costituirebbe vera e propria russofobia. L’Ucraina, invece, ha richiesto un dialogo con Berlino e Bruxelles, e in un comunicato congiunto con il governo polacco ha lamentato come l’intesa «crei una minaccia politica, militare ed energetica per l’Ucraina e l’Europa centrale, al tempo stesso aumentando la capacità della Russia di destabilizzare la sicurezza europea, dividendo Paesi NATO e membri dell’Unione europea».

L’esistenza stessa dell’accordo, inoltre, fa crollare quella che finora è stata argomentazione usata dalla Germania per difendere il progetto. Il governo, infatti, ha sempre fatto leva sul fatto che Nord Stream 2 fosse realizzato da aziende private per sostenere che esso non dovesse essere visto come un tema geopolitico. Come è facile immaginare, si tratta di una linea apparsa da sempre debole, ma che ora, a fronte di un accordo con la prima potenza mondiale che ha portato a esprimersi altri tre Paesi, viene smentita nei fatti dallo stesso governo.

I partiti di maggioranza in Germania, però, escono rinforzati dall’accordo: sia CDU che SPD sono infatti storicamente favorevoli al progetto, anche al netto di alcuni cambi di fronte negli ultimi mesi seguite al caso Navalny e alle pressioni di Bruxelles. I Verdi, che da sempre pongono la tutela dei diritti umani e dei valori democratici al centro delle relazioni internazionali e che sulla base di questo sono contrari a Nord Stream 2, incassano una sconfitta, malgrado questa non sia assolutamente definita e possa, anzi, permettere loro di fare leva sull’opinione pubblica negativa al progetto, provando a risollevarsi da una serie di problemi avuti in campagna elettorale. La loro opposizione al gasdotto, inoltre, non si basava soltanto sulla condanna alla Russia sul piano politico e democratico, ma si spiega anche con il fatto che l’europeismo dei Grüne si accompagna a un certo atlantismo, seppur declinato in senso non militarista. Non è certo un mistero, infatti, che i Verdi siano da sempre per una politica estera meno accondiscendente verso Mosca e Pechino, all’interno di un disegno che vede Washington e Bruxelles affiancate.

L’accordo su Nord Stream 2, tuttavia, mostra le questioni aperte per la Germania sullo scenario globale: la necessità di ricostruire rapporti forti con gli Stati Uniti pur nelle differenze di prospettive, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo chiaro in Europa centrale e forse persino la volontà di farlo, il tentativo di non mischiare economia e geopolitica con la Russia (una linea che molti in Germania vorrebbero riprodurre con la Cina). In questo senso, l’accordo potrebbe rappresentare la fine della vicenda Nord Stream 2 da un lato, ma dall’altro rendere ancora più evidente la necessità di fare chiarezza su alcuni nodi.

 

Da "https://www.linkiesta.it/" Do ut gas Perché gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla Germania sul Nord Stream 2 di Luigi Daniele

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Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

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Lunedì, 28 Giugno 2021 00:00

Il conflitto Israele-Striscia di Gaza

La Laylat al-Qadr («Notte del destino») è uno dei momenti forti della vita di Gerusalemme. In tempi normali, centinaia di migliaia di musulmani accorrono da ogni parte della Palestina e di Israele all’Haram al-Sharif (il Nobile Santuario, un ampio complesso nella Città vecchia, che comprende la Cupola della roccia e la moschea di al-Aqsa) per celebrare questa notte santa.

La notte commemora la prima rivelazione del Corano al profeta dell’islam, Maometto. Ha luogo ogni anno, verso il termine del Ramadan – il mese di digiuno –, e i musulmani della Terra Santa la attedono con trepidazione per trascorrerla in preghiera, in meditazione e in comunità all’interno del sacro recinto. La novantasettesima sura del Corano descrive la Laylat al-Qadr come «migliore di mille mesi», e continua: «In essa discendono gli angeli e lo Spirito con il permesso del loro Signore per [fissare] ogni decreto. È pace, fino al levarsi dell’alba». Ma quest’anno, in cui Laylat al-Qadr è caduta l’8 maggio, non c’è stata pace, e i sogni di molti sono stati infranti dalla rinnovata esplosione di violenza che ha travolto gran parte di Israele e della Palestina.

Sebbene il divampare della violenza non sorprenda coloro che vivono nel cuore di quella piaga non curata che è Israele-Palestina, questa volta l’entità e l’intensità della violenza sono degne di nota.

Gerusalemme, una città sotto assedio

Il mese del Ramadan, iniziato il 12 aprile 2021, è stato contrassegnato dall’ombra della pandemia da Covid-19. A molti musulmani è stato impedito lo spostamento dalla Palestina a Gerusalemme, per la perdurante diffusione del virus e le poche vaccinazioni eseguite nella zona palestinese. Sebbene Israele continui a controllare quei territori, direttamente o indirettamente, disciplinando l’accesso alle aree considerate autonome, e nonostante il notevole successo che ha ottenuto nella lotta contro il coronavirus, il vaccino non è stato condiviso con i palestinesi.

I musulmani provenienti da Gerusalemme e dall’interno di Israe­le erano soliti confluire per la notte all’Haram al-Sharif. Quest’anno le autorità israeliane hanno deciso di vietare loro di radunarsi alla Porta di Damasco, la principale via di accesso per i palestinesi che si recano all’Haram. La piazza e le scalinate fuori di questa Porta sono abituale palcoscenico di eventi culturali e il punto d’incontro di tutti coloro che lasciano la Città vecchia prima di tornare a casa. Di solito qui le famiglie si scambiano saluti e notizie in un’atmosfera festosa.

La polizia israeliana si è presentata in forze e ha transennato l’area, disperdendo i musulmani che tentavano di radunarsi. Le successive proteste della comunità palestinese, guidate da giovani arrabbiati, hanno denunciato l’azione della polizia come un simbolo del perdurante e inarrestabile tentativo israeliano di impadronirsi dell’intera Gerusalemme Est.

Gli scontri intorno alla Porta di Damasco si sono estesi all’area dell’Haram. Le forze armate israeliane sono penetrate nelle moschee, e molte persone sono state ferite e arrestate all’interno della sacra spianata. Vedere l’intero Haram trasformato in una zona di guerra ha sconvolto, ancora una volta, i musulmani di tutto il mondo.

Poco a nord dell’Haram, il quartiere di Sheikh Jarrah è teatro di un altro tentativo israeliano che dura da anni. Si tratta di uno scenario di crescente violenza, fomentato dagli sfratti imposti a famiglie palestinesi a cui è stato ingiunto di abbandonare le case che avevano occupato all’indomani della guerra del 1948, quando fu istituito lo Stato di Israele. Queste famiglie, fuggite dal territorio divenuto israeliano, si stabilirono in proprietà fino allora abitate da ebrei, a loro volta insediatisi nelle nuove aree disponibili.

Può darsi che la restituzione delle proprietà ai possessori originari risponda a un principio di giustizia, tuttavia questo diritto di ripristino viene applicato esclusivamente agli ebrei. A loro volta, le centinaia di migliaia di palestinesi fuggiti o cacciati dai territori divenuti parte dello Stato israeliano avevano dovuto lasciare proprietà consistenti: case, campi e attività commerciali, che furono espropriati e consegnati agli ebrei immigrati nel Paese. Ora non c’è alcuna intenzione di restituirli agli arabi palestinesi che li possedevano in origine. Inoltre, non appena le proprietà di precedente appartenenza ebraica vengono evacuate dai palestinesi, a prendervi residenza non sono gli ex proprietari, ma coloni ebrei che vi si trasferiscono allo scopo di creare enclave ebraiche forti e sorvegliate nel cuore dei quartieri arabi. Il fenomeno è ben noto a Gerusalemme Est e ripercorre il processo analogo svoltosi nel quartiere di Silwan, nella parte sud della Città vecchia. Arabi ed ebrei progressisti protestano da anni, con scarsi risultati, contro le manovre israeliane a Sheikh Jarrah e a Silwan. In concomitanza con gli eventi alla Porta di Damasco, anche le proteste a Sheikh Jarrah sono diventate più violente.

Sheikh Jarrah, Silwan e la Porta di Damasco sono tre punti chiave di Gerusalemme Est che illustrano un principio generale. Da decenni Israele esercita un rigido controllo sulla parte araba della città, con la determinazione a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi che vi abitano. Subito dopo la guerra del 1967 le autorità israeliane avviarono la costruzione di veri e propri anelli di insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme Est, per separarla da Betlemme a sud, da Ramallah a nord e da Gerico a est. Contemporaneamente venne approvata la legge che annetteva Gerusalemme Est, definita parte integrante dello Stato di Israele a Gerusalemme Ovest, capitale «eterna» del popolo ebraico. Il muro che venne costruito all’inizio degli anni Novanta fu presentato dagli israeliani come una misura di sicurezza contro gli attacchi terroristici, ma di fatto ha ulteriormente diviso Gerusalemme Est dal resto del territorio palestinese.

In anni più recenti, le autorità israeliane hanno avviato un processo di mappatura del territorio e pianificazione urbana che prelude a una vasta confisca di terreni e impedisce ai palestinesi di sviluppare la città, di costruire quartieri residenziali e di avviare imprese commerciali. Molti abitanti di Gerusalemme Est, impossibilitati a trovare alloggio nella loro città, sono stati costretti a emigrare oltre i confini municipali israeliani di Gerusalemme, perdendo la residenza, e in molti casi questo ha comportato la confisca delle loro carte d’identità di Gerusalemme. Inoltre, i gerosolimitani che sposano palestinesi della Cisgiordania non possono risiedere con loro a Gerusalemme, perché ai partner è negato il diritto di soggiorno nella città. E se si trasferiscono con il coniuge in Cisgiordania, rischiano di perdere il loro diritto di residenza a Gerusalemme.

Una situazione di stallo politico

La soluzione degli innumerevoli conflitti che oggi investono Gerusalemme e i suoi residenti palestinesi dipende da un processo politico israelo-palestinese che è inesistente. Se, con un eufemismo benevolo, prima del 2017 lo si poteva definire «traballante», a partire da quella data esso è stato letteralmente devastato sotto i colpi dell’amministrazione Trump. Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la rottura delle relazioni ufficiali con i palestinesi e la legittimazione delle politiche di Netanyahu hanno seminato disperazione nei circoli palestinesi.

Più recentemente, il divieto israeliano ai palestinesi di Gerusalemme Est di partecipare alle elezioni politiche generali della Palestina, previste per il mese di maggio del 2021, è servito da giustificazione per l’annullamento dell’intero appuntamento elettorale. Molti palestinesi sono convinti che la vera ragione di questo rinvio fosse dovuta al timore del presidente Mahmoud Abbas di perderle, a vantaggio della fazione islamica di Hamas. Più in generale, gli abitanti di Gerusalemme Est si sentono del tutto abbandonati dall’Autorità palestinese nel far fronte ai tentativi israeliani di controllare Gerusalemme e ritengono che essa preferisca concentrare gli sforzi diplomatici e politici sulla lotta per mantenere l’integrità dei restanti territori in Cisgiordania fuori dalla zona di Gerusalemme.

Un ulteriore contributo a questo stallo politico viene dalla situazione dello Stato israeliano. Nel luglio 2019 Benjamin Netanyahu è diventato il primo ministro israeliano più longevo di sempre, superando David Ben Gurion. Dopo le ultime elezioni israeliane del 23 marzo 2021, egli è stato nuovamente incaricato di provare a formare un nuovo governo. Ma, di fronte alle crescenti critiche che gli venivano non solo dal centro e dalla sinistra israeliani, ma anche dalla destra, necessitava di un sostegno più consistente di quello che gli potevano offrire i suoi alleati ebrei ultraortodossi. Pertanto ha promosso la formazione di una coalizione di estrema destra, che comprendeva esponenti di gruppi estremisti ben noti per il rifiuto di qualsiasi compromesso con i palestinesi e per il razzismo nei confronti di tutti gli israeliani «non ebrei». Queste forze politiche sono entrate in Parlamento all’indomani delle elezioni, convinte che la tenuta di Netanyahu dipendesse da loro e che quindi lui le avrebbe assecondate.

Il 22 aprile, un mese dopo le elezioni, questi gruppi israeliani estremisti hanno organizzato una marcia su Gerusalemme Est, con il proposito dichiarato di restituire l’onore agli ebrei nella città: onore offeso dai video pubblicati sui social media da alcuni giovani palestinesi, che si erano ripresi mentre compivano bravate, come schiaffeggiare e spintonare ebrei in luoghi pubblici. Quelle immagini sono state sfruttate come combustibile per alimentare l’indignazione popolare. Centinaia di attivisti si sono radunati a Gerusalemme Ovest, innalzando striscioni e cantando slogan che minacciavano gli arabi mentre marciavano verso la Porta di Damasco. La polizia israeliana non ha sciolto il corteo, limitandosi a impedire l’accesso dei partecipanti all’area della Porta di Damasco. La violenza, già in corso a causa delle barricate erette dalla polizia, si è intensificata, provocando molti feriti. Bande di manifestanti ebrei sono tornate a Gerusalemme Ovest e hanno aggredito qualsiasi cittadino arabo incontrassero. Pochi giorni dopo, il 25 aprile, la polizia ha annullato la misteriosa e inspiegabile decisione di occupare la Porta di Damasco, ritirandosi e consentendo la rimozione delle transenne. Tuttavia la calma non è durata a lungo, e nelle sere del Ramadan la tensione è rimasta alta.

Quando si è giunti alla Laylat al-Qadr dell’8 maggio, le elezioni palestinesi erano state rinviate a tempo indeterminato e il mandato di Netanyahu di formare un nuovo governo era ormai scaduto. Il 4 maggio, infatti, il presidente israeliano Reuven Rivlin aveva conferito il compito di formare un governo a Yair Lapid, capo dell’opposizione. Questi ha cercato di dare vita a una coalizione anti-Netanyahu, basandola sulle accuse di corruzione contro il premier e sulla sua rottura con gli altri leader della destra israeliana. In sostanza, ha cercato consenso contro la persona di Netanyahu, piuttosto che creare un’alternativa credibile per la società israeliana, e quindi si è visto costretto a ignorare l’attuale situazione instabile per non alienarsi i potenziali alleati di sinistra e di destra. Nel frattempo, Netanyahu ha continuato a governare in attesa che si giungesse alla nomina di un suo successore.

Mentre la Laylat al-Qadr calava sulla città, le autorità israeliane hanno deciso di fermare le decine di pullman che trasportavano a Gerusalemme i fedeli musulmani provenienti dall’entroterra. I passeggeri, tutti cittadini israeliani musulmani, sono scesi dai pullman e si sono avviati a piedi verso la Città santa, convinti che la polizia si sarebbe comportata con maggiore prudenza verso di loro di quanto avesse fatto con i residenti di Gerusalemme Est e degli altri territori occupati. Questo, nel giro di breve tempo, ha indotto le autorità a tornare sulla loro decisione, e i pullman hanno ripreso il viaggio, ma il danno era stato fatto e i pellegrini ribollivano di rabbia. Quella che era vista come la profanazione di un momento e di un luogo sacro ha infiammato i musulmani ovunque, e in particolare nelle città e nei paesi della Palestina e di Israele.

Due giorni dopo la Laylat al-Qadr, il 10 maggio, migliaia di ebrei israeliani sono affluiti a Gerusalemme per celebrare l’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. Yom Yerushalayim («Giorno di Gerusalemme») è una commemorazione annuale che ogni anno ha comportato crescenti tensioni in città. L’evento principale consiste nella «Marcia delle bandiere», in cui migliaia di giovani ebrei israeliani sfilano per le strade di Gerusalemme sventolando bandiere israeliane e cantando canzoni nazionaliste. Durante la marcia attraversano la Porta di Damasco e percorrono il Quartiere musulmano della Città vecchia, diretti al Muro occidentale, luogo sacro e simbolo ebraico, che è situato subito sotto l’Haram al-Sharif. Con un ordine dell’ultimo minuto, il primo ministro Netanyahu ha annullato la parata attraverso la Città vecchia, ma la frustrazione e la rabbia erano già montate e con esse la violenza fuori e dentro l’Haram e nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Palestinesi che sono israeliani

La violenza a Gerusalemme Est, e in particolare nell’Haram, ha suscitato forti reazioni non soltanto tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana entro i territori sequestrati nella guerra del 1967, ma anche tra quei palestinesi che sono cittadini di Israele e vivono all’interno dei confini internazionali definiti nel 1948. Molti di loro avevano sperimentato in prima persona le tensioni a Gerusalemme in occasione del viaggio all’Haram. Gli arabi palestinesi che sono cittadini dello Stato di Israele costituiscono circa il 21% della popolazione complessiva e prendono parte alla vita politica israeliana. Nelle elezioni del 2020, una coalizione di quattro partiti prevalentemente arabi, la Lista comune, era riuscita a ottenere 15 dei 120 seggi parlamentari, un vero primato.

A tenere unita tale coalizione era l’opposizione, concorde sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi e sulla discriminazione nei confronti degli arabi all’interno di Israele. Questo programma condiviso è stato tuttavia sconfessato da un importante politico arabo conservatore, Mansour Abbas, che è a capo di una delle quattro formazioni che compongono la coalizione. Abbas non solo ha rotto con gli alleati, ma ha avviato colloqui con la destra israeliana, con l’intento di sostenere un governo Netanyahu. Abbas condivide con la destra israeliana un approccio conservatore a varie questioni sociali. Constatata la scissione della Lista comune, alle elezioni del 2021 molti cittadini arabi di Israele non sono andati a votare. Il consenso ai partiti prevalentemente arabi è sceso da 15 seggi a 10 (sei alla Lista comune e quattro al partito conservatore di Abbas). Dopo le elezioni, la necessità, per Netanyahu, del sostegno di Abbas nella formazione di un governo è diventata stringente. Ma altri suoi alleati, gli estremisti di destra, hanno rifiutato di accettare il coinvolgimento degli arabi nella coalizione che si cercava di formare.

Il rifiuto che gli alleati di Netanyahu hanno opposto ad Abbas ha evidenziato ancora una volta la discriminazione verso i cittadini arabi palestinesi di Israele. Pur avendo il diritto di voto, essi sono confinati in un regime di discriminazione che tocca quasi ogni aspetto della loro vita in uno Stato che si autodefinisce «ebraico», sebbene insista a proclamarsi democratico. Nel 2018, il Parlamento israeliano ha approvato una legge che ribadiva che Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, evidenziando ancora una volta la natura problematica della democrazia israeliana. La discriminazione che colpisce gli arabi è particolarmente evidente nei settori dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dell’occupazione, dello sviluppo della comunità, della proprietà territoriale e dei servizi municipali. Un’altra conseguenza devastante di questo regime discriminatorio è determinata dall’assenza della polizia nelle località arabe: per questo vi sono sbocciati la criminalità, lo spaccio di armi e quello della droga, che ogni anno provoca decine di morti tra i giovani e gli adulti. L’uguaglianza dei cittadini arabi in Israele è, insieme all’occupazione dei territori palestinesi, una delle principali questioni politiche all’interno della società israeliana.

Questa disparità appare più evidente che mai nelle città in cui convivono cittadini ebrei e arabi: Jaffa, Ramla, Lidda, Haifa, Acri e Nazaret. Ai quartieri ebraici viene riservata la maggior parte dei contributi e dei progetti di sviluppo, causando una disuguaglianza evidente per qualsiasi osservatore che paragoni le infrastrutture nei diversi settori di queste località. Gli ebrei e gli arabi che hanno assistito agli eventi di Gerusalemme hanno trasformato queste città in campi di battaglia paralleli. Estremisti ebrei e giovani arabi furibondi si sono scontrati nelle strade. Davanti allo spettacolo dei vicini che aggredivano i vicini e ne distruggevano le proprietà, la discriminazione ha avuto di nuovo la meglio, perché la polizia ha arrestato per lo più arabi e spesso ha chiuso gli occhi sulla violenza ebraica. L’esplosione dell’odio e della vendetta, in particolare nelle città miste, ma in generale in tutto il settore arabo, per le autorità israeliane costituisce una sfida forse ancora più grande che non gli eventi di Gaza, perché intacca il tessuto sociale israeliano e smentisce i ricorrenti slogan sulla coesistenza arabo-israeliana all’interno di Israele.

Gaza ruggisce e geme

Il 10 maggio, mentre gli entusiasti partecipanti al «Giorno di Gerusalemme» si accingevano a far partire la loro parata, diretta oltre la Porta di Damasco e attraverso il quartiere musulmano, Hamas, il movimento islamico che a Gaza costituisce anche il governo locale, ha pronunciato un ultimatum per gli israeliani, chiedendo il ritiro immediato delle loro forze armate dall’Haram. Se non fossero state immediatamente rimosse, Hamas minacciava di bombardare di missili Gerusalemme e altre città israeliane. Per molti, in tutto il mondo, l’intera vicenda che stiamo riepilogando ha avuto inizio quando Hamas ha effettivamente lanciato i suoi missili. Questo atto di guerra ha attirato l’attenzione di un mondo sostanzialmente annoiato dalle continue schermaglie tra israeliani e palestinesi.

Hamas, che è di ideologia islamica e considera la distruzione di Israele come un proprio obiettivo, da molti mesi aveva promosso un periodo di pace con Israele, dialogando con i rappresentanti di Netanyahu attraverso mediatori egiziani ed europei. Il bombardamento di Israele, compiuto in nome della difesa della moschea di Al-Aqsa, probabilmente ha dato sfogo anche alla frustrazione accumulata in mesi di negoziati infruttuosi. Inoltre, Hamas aveva sperato che la programmata tornata elettorale palestinese avrebbe portato a una sua vittoria, sicché il rinvio delle elezioni è stato un duro colpo.

In sostanza, sia Netanyahu sia i dirigenti di Hamas hanno scelto di impegnarsi in un conflitto aperto e violento animati da secondi fini: Netanyahu per rimanere al potere; e i dirigenti di Hamas per guadagnarsi il sostegno popolare senza il processo elettorale. Alla luce della crisi in atto, figure importanti dell’opposizione a Netanyahu hanno abbandonato i tentativi di formare un governo alternativo, e molti palestinesi hanno applaudito alla spavalderia di Hamas.

Il boato proveniente da Gaza è risuonato in tutto Israele. La pioggia di missili ha fatto correre israeliani terrorizzati nei rifugi, e un certo numero di loro è morto sotto il fuoco (10 persone entro il mezzogiorno del 17 maggio). I missili sono piovuti sulle aree meridionali (comprese le città di Beer Sheva, Sderot e Ashkelon), ma hanno raggiunto anche il centro del Paese e le zone intorno a Tel Aviv e a Gerusalemme. Hamas ha rivelato un arsenale più imponente di quanto la maggior parte degli israeliani si aspettasse. La rappresaglia israeliana è stata immediata e violenta. Fino al 17 maggio, 196 abitanti di Gaza erano stati uccisi dai bombardamenti, oltre 1.200 persone erano rimaste ferite, e i danni materiali erano enormi.

Al ruggito di Gaza ha fatto eco il gemito continuo di un’area che è di nuovo insanguinata e devastata. Gaza è da anni sotto assedio e sotto il controllo di un regime islamico autoritario. Con i suoi vasti campi profughi, è fortemente sovrappopolata; oltre il 70% degli abitanti sono discendenti di rifugiati da quelle aree della Palestina che nel 1948 divennero israeliane. Di fatto, Gaza è il luogo più densamente popolato della Terra: conta due milioni di persone che vivono in un’area geografica di 364 chilometri quadrati. La disoccupazione è vicina al 50%; l’elettricità scarseggia, con forniture che non superano le otto ore al giorno; quasi assenti sono le infrastrutture idriche e fognarie. Lo sviluppo economico è pressoché inesistente. La miseria di Gaza è proverbiale quanto la vitalità e la prosperità di Tel Aviv.

Quanto manca all’alba?

Mentre il mondo sta a guardare, israeliani e palestinesi continuano a combattere. Purtroppo, questa non è una novità, né una sorpresa. Quella di Israele-Palestina è da decenni una ferita non curata. Vi assiste gran parte del mondo, esprimendo generiche condanne della violenza e torcendo il linguaggio in modo che rimanga imparziale e, alla fine, inefficace. La ferita resta insanguinata e non medicata. Anche adesso chi si adopera per placare gli animi e far tacere le armi fa affidamento sulla stanchezza. In definitiva, l’obiettivo rimane «ristabilire la calma», in modo che la vita possa continuare. Tuttavia, quando la vita continuerà, e così sarà, per la maggior parte dei palestinesi si tratterà di una vita ancora sotto occupazione e all’ombra della discriminazione, e per la maggior parte degli israeliani di una vita vissuta nel timore di rappresaglie e violenze. Una piaga non curata come Israele-Palestina continuerà a suscitare ideologie improntate all’odio e alla vendetta, che generano disprezzo e promuovono la violenza. Perché la realtà è guerra fino al levarsi dell’alba, l’alba di un nuovo giorno.

Il Pontefice è intervenuto due volte al Regina Coeli sul conflitto. Il 9 maggio ha invitato «tutti a cercare soluzioni condivise affinché l’identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa sia rispettata e possa prevalere la fratellanza». Il successivo 16 maggio ha denunciato la «spirale di morte e distruzione», affermando: «Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere». Ha invitato tutti a pregare «incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli».

Una dichiarazione rilasciata dal Patriarcato latino di Gerusalemme il 9 maggio, giornata intermedia tra la Laylat al-Qadr e il «Giorno di Gerusalemme», riferendosi a Gerusalemme, auspica l’alba di un nuovo giorno: «La nostra Chiesa è stata chiara sul fatto che la pace richiede giustizia. Fintantoché i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia, e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l’ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette». Queste parole riguardo a Gerusalemme si possono estendere all’intero Israele-Palestina. Secondo questa dichiarazione, tutti – israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani – devono avere «lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla pace». Inoltre, il Patriarcato si è spinto a immaginare un giorno in cui Gerusalemme possa essere «un luogo di preghiera e di incontro aperto a tutti, e dove tutti i credenti e i cittadini, di ogni fede e appartenenza, possono sentirsi “a casa”, protetti e sicuri». Sarebbe davvero l’alba di un nuovo giorno, un giorno di pace.

* * *

Il 21 maggio 2021, alle 2 del mattino, è entrato in vigore un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto dopo che l’amministrazione statunitense è riuscita a far comprendere al primo ministro israeliano Netanyahu che i bombardamenti su Gaza dovevano finire. Sia l’amministrazione Netanyahu sia Hamas hanno immediatamente rivendicato la vittoria, entrambe le parti sottolineando la distruzione che avevano causato nelle vite di quelli della parte avversa. Dodici erano i morti da parte israeliana – tra cui tre lavoratori immigrati e due cittadini arabi palestinesi di Israele –, mentre 226 palestinesi erano morti a causa dei bombardamenti israeliani di Gaza, e altri 12 palestinesi erano stati uccisi dai soldati israeliani in Cisgiordania. Nonostante le affermazioni in senso contrario, è improbabile che quest’ultimo conflitto abbia aggiunto qualcosa di positivo alla risoluzione delle cause profonde della violenza. L’unica domanda che rimane ora è quanto durerà la calma prima del prossimo ciclo di violenza.

Da "https://www.laciviltacattolica.it/" Il conflitto Israele-Striscia di Gaza di David Neuhaus

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Il colosso tech che fa della privacy una bandiera ha lasciato le chiavi dei suoi cloud e delle sue app al partito-Stato cinese, lasciando che migliaia di app fossero censurate perché parlavano di argomenti tabù per il regime

Apple si pone sul mercato come leader in fatto di privacy. Con l’ultimo aggiornamento software dei propri telefoni la compagnia californiana sembra aver rimesso in mano agli utenti un certo livello di controllo sul tracciamento dei propri dati personali. A livello pubblicitario, intanto, spinge una promessa: con ogni iPhone c’è più sicurezza rispetto ai telefoni concorrenti.

Al netto del potenziamento dei propri servizi digitali, la casa di Cupertino rimane una compagnia che vende hardware. Questo le dà un vantaggio rispetto all’altro grande player nel mondo del software per smartphone, ossia Google, che essendo la più grande compagnia pubblicitaria sul pianeta deve affrontare altri problemi nella gestione dei dati degli utenti. La Apple invece vende un “pacchetto” completo, hardware e software a sistema chiuso – e non ha paura di mettere il tutto al centro della propria strategia di marketing.

Ma per Apple la privacy pare essere anche una questione di principio. Nel 2015 il ceo della compagnia Tim Cook l’ha definita “un diritto umano fondamentale” mentre a gennaio 2021 l’ha chiamata “una delle questioni più importanti del secolo” e ha dichiarato che va messa sullo stesso piano del cambiamento climatico. La compagnia è così dedicata a proteggere la privacy dei propri utenti – e la propria nomea – da essersi rifiutata di sbloccare il telefono di uno dei terroristi dietro all’attentato di San Bernardino del 2015, costringendo la Fbi ad arrangiarsi con altri mezzi. Eppure tutti questi valori vengono meno nell’istante in cui la casa californiana entra in Cina.

A differenza di altre compagnie Big Tech, Apple ha un legame strettissimo (e ventennale) con il Dragone. Oggi quasi tutti i prodotti Apple sono fabbricati in Cina, Paese dove realizza un quinto delle proprie vendite complessive (parliamo di circa 50 milioni di iPhone ogni anno). Ma per il privilegio di poter accedere al mercato cinese la Apple ha dovuto piegarsi ai dettami del Partito-stato, compiendo compromessi che minano alla base il mantra pro-privacy a cui tiene così tanto.

Un’inchiesta del New York Times rivela che dal 2017 la Apple stocca i dati dei propri clienti cinesi su server locali, di proprietà e sotto il controllo di compagnie possedute dal governo cinese. Anche le “chiavi” digitali di quei dati sono salvati sugli stessi server, di modo che Pechino abbia virtualmente accesso a qualsiasi tipo di informazione personale dei clienti salvata su iCloud – email, foto, documenti, contatti, calendari, dati geolocalizzanti e altro ancora.

Apple ha detto al NYT di essere in possesso delle chiavi digitali e di non aver mai compromesso la sicurezza dei propri clienti cinesi, ma la legge locale impone a qualsiasi entità privata di condividere i dati in proprio possesso col governo alla bisogna – lo stesso problema, identificato dagli americani e anche dal Copasir, che rende difficile affidarsi in toto all’equipaggiamento 5G fornito da produttori cinesi.


Inoltre, il fatto di aver salvato i dati in server locali consente alla Apple di aggirare il divieto di condividerli con le autorità cinesi imposto da Washington. Il colosso americano ha fatto di Guizhou-Cloud Big Data, una compagnia di proprietà del governo provinciale di Guizhou, il proprietario legale dei dati iCloud dei propri clienti cinesi. Così le autorità locali possono chiedere i dati direttamente a quest’ultimo ente – cosa che ha fatto già nove volte, stando alla Apple stessa.

One more thing: anche le applicazioni ospitate sullo store digitale di Apple sono monitorate e rimosse proattivamente in linea con le necessità censorie del Partito-stato. Stando al NYT la compagnia ha creato una sorta di burocrazia interna che utilizza software speciali per scovare argomenti off-limits, come Tiananmen Square, il movimento spiritualista Falun Gong, il Dalai Lama e l’indipendenza di Hong Kong e Taiwan.

Circa 55 mila applicazioni per iPhone sarebbero scomparse dagli scaffali digitali cinesi. 35 mila erano giochi (che in Cina devono passare al vaglio dei censori) mentre le restanti 20 mila includevano svariate categorie, tra cui testate giornalistiche estere, app di incontri per persone gay, servizi di messaggistica criptati, strumenti in grado di aggirare le restrizioni locali alla navigazione internet e modalità di organizzazione di proteste pro-democrazia.

Tutte queste restrizioni contraddicono direttamente la nomea pro-privacy che la compagnia coltiva a livello internazionale. Ma per Apple si tratta semplicemente di aderire alle norme locali. “Le decisioni non sono sempre semplici, e in certi casi non siamo d’accordo con le leggi che le plasmano”, ha detto il colosso tech in un comunicato; “la nostra priorità rimane creare la migliore esperienza per l’utente senza violare le regole che siamo obbligati a seguire”.

Da "formiche.net" La privacy è bella finché non bisogna vendere qualche milione di iPhone di Otto Lanzavecchia

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Per la terza volta si dice indisponibile al bis. Ma sa che di fronte a un'impasse potrebbe essere costretto ad accettarlo.

In più occasioni Sergio Mattarella ha lasciato intendere di non essere disponibile per un secondo mandato presidenziale. Lo ha fatto en passant nel discorso di fine anno con quel “care concittadine e cari concittadini, quello che inizia sarà il mio ultimo anno da presidente della Repubblica”. Lo ha fatto indirettamente, a inizio febbraio, ricordando Antonio Segni a 130 anni dalla nascita e, in particolare, una proposta che l’ex capo dello Stato avanzò agli inizi degli anni Sessanta. Riguardava, non a caso, l’opportunità di introdurre in Costituzione la non rieleggibilità del capo dello Stato.

Stavolta, parlando ai bambini della scuola elementare Geronimo Stilton di Roma, l’ha messa giù con inequivocabile chiarezza, introducendo un elemento personale: “Il mio è un lavoro impegnativo, ma tra otto mesi il mio incarico termina, potrò riposarmi, sono vecchio”. Il prossimo 23 luglio Mattarella compirà 80 anni che non è propriamente un’età incompatibile col ruolo. Sandro Pertini, al momento dell’elezione di anni ne aveva 82. Napolitano, alla seconda elezione 88, il che significa che alla prima ne aveva 81. Più che il riferimento anagrafico, evidentemente vale il senso complessivo del messaggio, in relazione al rumore di sottofondo che si ode nei Palazzi sull’eventualità del suo bis, resistente anche alle insistenti precisazioni. Anzi, i più maliziosi, avvezzi ad attribuire ai democristiani l’antica arte della simulazione e della dissimulazione, proprio in questa insistenza nel negare, vedono una preparazione ad una eventualità che deve consumare fino in fondo i suoi rituali dell’eccezionalità: l’indisponibilità, gli scatoloni a palazzo Giustiniani, fino alla grande chiamata in assenza di alternative.

La sensazione del cronista è che non ci sono ragioni per dubitare della sincerità di Mattarella. Già in tempi non sospetti, prima del default politico che ha imposto una situazione di emergenza, ha espresso le sue perplessità sul considerare ordinaria la rielezione di un capo dello Stato perché sette anni sono già un tempo congruo e raddoppiarli significa portare ai vertici delle istituzioni una anomalia politica e in fondo anche costituzionale. Proprio il citato Segni, nel presentare la sua proposta, definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato” e aggiungeva che l’introduzione della ineleggibilità “vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Il che non è certo il caso di Mattarella, ma il punto è proprio questo: quanto la sua permanenza al Quirinale ne altererebbe, nella percezione e nella sostanza, il ruolo? Inevitabilmente, dopo due bis, ogni inquilino del Colle verrebbe percepito come il primo successore di se stesso e, anche involontariamente, i suoi atti durante il settennato potrebbero essere letti sotto questa luce.

E fin qui c’è la dottrina, le buone intenzioni di oggi, la stanchezza di anni pesanti, soprattutto l’ultima legislatura, iniziata con la richiesta di impeachment e le effervescenze populiste, e terminata con un governo del presidente per far fronte alla più drammatica emergenza degli ultimi cinquant’anni. Poi c’è la situazione concreta. Domanda: si può escludere che, di fronte a una impasse di straordinaria gravità, con i partiti che non riescono a mettersi d’accordo su un nome, l’ennesimo scenario di emergenza nel quale garantire la continuità di un governo di emergenza, l’effervescenza dei mercati, Mattarella sia “costretto” a piegarsi alla ragion di Stato? La risposta è no.

E dunque, le ultime uscite del capo dello Stato, dalla convocazione dei presidenti delle Camere al Colle per sollecitare i partiti a mettere la testa sul Recovery all’appello ad evitare inutili tensioni, raccontano proprio questo: la consapevolezza che, per concedersi un meritato riposo, la precondizione è che il quadro politico sia in sicurezza. Se altrimenti l’attuale maggioranza affronta la partita del Quirinale in ordine sparso si crea automaticamente un contesto che giustifica l’appello a rimanere contro le sue intenzioni. Il tema politico è questo: se Draghi, l’unico che può avere un consenso largo in un Parlamento in cui né centrodestra né centrosinistra sono in grado di eleggersi il capo dello Stato da soli, è costretto a rimanere nella sala macchine di palazzo Chigi come garanzia sul Recovery, si può, ed è opportuno, cambiare presidente in una fase emergenziale di governo del presidente senza contraccolpi? O in fondo c’è una missione comune da portare a termine che al dunque sarà più forte delle inclinazioni soggettive?


Da "https://www.huffingtonpost.it" Mattarella dice di no, non potendo escludere il sì di Alessandro De Angelis

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Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno concordato criteri meno rigidi per l’ingresso legale dei lavoratori extra-comunitari, abbassandro le soglie salariali. Ma rimane lo stallo nelle trattative tra gli Stati membri sulla redistribuzione delle persone approdate a Lampedusa e sulle coste italiane, così come quelle sul Pact on Migration. E dall’inizio dell’anno sono già 685 le vittime dei mancati soccorsi nel Mediterraneo.

Da una parte l’Unione europea apre le porte ai cittadini extracomunitari e al loro «importante contributo» all’economia. Dall’altra non riesce a trovare soluzioni per chi è arrivato senza invito, né a impedire tragedie quasi quotidiane a largo delle sue coste. Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato un accordo sulla revisione della Blue Card, il sistema che permette l’ingresso nell’UE ai lavoratori provenienti da Paesi terzi, a condizione di soddisfare determinati requisiti. Il testo della direttiva risale al 2009 ed è stato aggiornato concedendo criteri d’ingresso meno stringenti.

A un lavoratore straniero che vuole entrare in uno Stato europeo sarà sempre richiesto di avere in mano un contratto o un’offerta vincolante di lavoro, ma il minimo della durata di questo accordo scende da 12 a sei mesi. Tra i criteri di ammissione ci sono anche le qualifiche professionali relative al lavoro da svolgere, che l’applicante deve presentare prima della partenza: un nuovo sistema di regole dovrebbe facilitare il riconoscimento delle competenze possedute.

Soprattutto, le nuove regole abbassano la soglia salariale che un cittadino extracomunitario deve raggiungere. Fino a ora il minimo dello stipendio necessario per una Blue Card era 1,5 volte la retribuzione media annuale lorda nello Stato in cui il lavoratore si spostava. Per trasferirsi in Italia, ad esempio, serviva un contratto di lavoro da quasi 25mila euro lordi all’anno. Da ora in poi, invece, basterà una busta paga uguale alla media nazionale.

Chi entra nell’Unione con una Blue Card potrà poi cambiare lavoro nei primi 12 mesi restando nello Stato membro d’arrivo e trasferirsi in un altro Paese dopo un anno. I migranti qualificati saranno autorizzati anche portare con sé i propri familiari, a cui sarà consentito accedere al mercato del lavoro. Ultima ma non meno significativa novità, al permesso lavorativo potranno accedere anche i beneficiari di protezione internazionale, cosa che dovrebbe facilitarne l’integrazione.

La nuova direttiva dovrà ora essere approvata formalmente prima dalla Commissione Libertà Civili e poi dalla plenaria dell’Eurocamera, così come dai rappresentanti degli Stati Membri riuniti nel Consiglio europeo: una formalità, prevista nelle prossime settimane.

La Blue Card è un valido strumento per favorire la migrazione legale, anche se fino a ora i numeri registrati negli Stati europei non sembrano esaltanti. Stando agli ultimi dati disponibili, il meccanismo si è dimostrato efficace soltanto in Germania, dove sono stati rilasciati quasi 27mila permessi di lavoro nel 2018. Tra gli altri membri dell’UE, solo la Francia ha superato quota mille Blue Card, l’Italia si è fermata a 301 (dati del 2017) e la Spagna solo a 39. Cipro e Grecia non hanno rilasciato nessun permesso.

«L’accordo di oggi ci consentirà di sopperire alle carenze di competenze e renderà più facile l’ingresso per i professionisti altamente qualificati», ha commentato il commissario alla Promozione dello stile di vita europeo, Margaritis Schinas. Parole di elogio sono arrivate anche dalla commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson. Ma se questa manodopera qualificata è ben accolta per «l’importante contributo all’economia comunitaria», lo stesso non si può dire per i protagonisti delle rotte migratorie irregolari, in questi giorni al centro delle preoccupazioni della Commissione.

Schinas e la presidente Ursula von der Leyen hanno espresso solidarietà alla Spagna, dopo che migliaia di cittadini marocchini sono entrati, a nuoto, nell’enclave di Ceuta in questi giorni. Johansson, in un’intervento al Parlamento europeo, si è soffermata sui naufragi avvenuti di recente nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico, tra l’Africa e le isole Canarie, ribadendo che «salvare le vite in mare è un dovere morale è un obbligo legale». Parole già sentite nell’emiciclo: come ha ricordato il deputato francese dei Verdi Damien Carême, dall’inizio della legislatura questo è il quarto dibattito sul tema, più di sette ore di discorsi che non hanno portato risultati.

In mare, infatti, si continua a morire: dall’inizio dell’anno sono già 685 le vittime nel solo Mediterraneo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. È un dramma senza tregua: due imbarcazioni con quasi cento persone a testa rischiano il naufragio a largo di Malta, secondo l’ultimo allarme dell’Ong Mediterranea. Nel frattempo a Bruxelles va in scena l’ennesimo «ridicolo rito del dolore», come lo definisce nel suo intervento l’europarlamentare del Partito Democratico Pietro Bartolo.

Le operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi sono competenze degli Stati Membri e resteranno tali: la Commissione europea si è limitata ad emanare una raccomandazione lo scorso settembre e può fare poco altro, vista la reticenza di alcuni Paesi a finanziare operazioni che, nella loro ottica, potrebbero favorire nuove partenze. Per questo motivo, ricerca e salvataggio sono esclusi anche dal mandato della missione navale Irini, che tra l’altro viene valutata ogni quattro mesi proprio per assicurarsi che non costituisca un pull factor per i migranti.

Le buone intenzioni superano di gran lunga gli atti concreti pure per quanto riguarda la redistribuzione di coloro che in Europa sono riusciti ad arrivare. A fronte dei recenti approdi sull’isola di Lampedusa, oltre duemila persone in pochi giorni, la Commissione si è attivata per richiedere agli Stati europei di accogliere sul proprio territorio parte dei migranti. Al momento, senza risultati apprezzabili: solo l’Irlanda ha accettato di ricollocare dieci persone, un impegno ai limiti del simbolico, che comunque Johansson non ha mancato di applaudire.

Può sembrare un controsenso, del resto, chiedere con insistenza sforzi volontari e non è pensabile intavolare una diversa, estenuante trattativa a ogni incremento dei flussi migratori. Anche per questo la Commissione aveva proposto una modifica strutturale nel suo Pact on Migration, presentato lo scorso settembre. Il meccanismo ideato non sarebbe la soluzione a ogni situazione, ma perlomeno attiverebbe ricollocamenti obbligatori (sostituibili con rimpatri a proprio carico) quando uno dei Paesi del Sud Europa si trova sotto pressione. La distribuzione per quote si applicherebbe, tra l’altro, anche a tutte le persone salvate in mare, cosa che spingerebbe, forse, i Paesi costieri a favorire le Ong impegnate nei salvataggi anziché ostacolarle.

I negoziati sul pacchetto di politiche migratorie faticano però ad avanzare. Di recente la commissaria agli Affari Interni ha definito i progressi “lenti” e pure il ministro degli interni portoghese Eduardo Cabrita, incaricato di trovare una posizione comune fra i suoi omologhi europei, ha ammesso che si tratta di uno dei temi più complicati in agenda.

Non è un mistero che i Paesi del blocco di Visegrad siano piuttosto ostili alle proposte del Pact on Migration, che per la verità non sembrano convincere nemmeno diverse capitali del Nord Europa. Le trattative negli incontri di Bruxelles si annunciano lunghe e complicate; l’estate sulle rotte migratorie anche.


Da "https://www.linkiesta.it" Non basta l’accordo sulla blue card per risolvere il problema dell’immigrazione di Vincenzo Genovese

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La situazione è drammatica ma non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Gli italiani sembrano non avere piena cognizione di uno scenario che, allo stato attuale, sembra inverosimile.

1. Da un mese all’altro milioni di famiglie, quasi senza reddito, potrebbero non essere più in grado di rimborsare i mutui per la casa o i prestiti per l’acquisto dell’auto.

Secondo i dati della Banca d’Italia, al 15 gennaio 2020 gli istituti di credito hanno ricevuto oltre 2,7 milioni di domande di moratoria su mutui e prestiti, per un valore complessivo di circa 300 miliardi di euro.

2. Potremmo ritrovarci nelle condizioni di non riuscire a pagare le tasse e le cartelle fiscali.

Sono oltre 9 milioni le cartelle congelate dall’8 marzo 2020 fino al 30 aprile 2021. Vanno ad alimentare un magazzino di residuo ancora da recuperare di circa 130 milioni di cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo. I contribuenti, sia persone giuridiche che persone fisiche, con debiti sono complessivamente circa 21 milioni. Per un valore di 1000 miliardi di euro di crediti non riscossi.

3. Molte attività commerciali stanno già scomparendo e le piccole e medie imprese non sempre riusciranno a costituire tesoreria sufficiente per ripartire. Migliaia di aziende rischieranno la bancarotta e gli imprenditori che hanno rilasciato garanzie personali (fideiussioni) potranno perdere gli immobili acquistati con tanti sacrifici.

Secondo le ultime stime, in Italia si contano 5 milioni di piccole e medie imprese (Pmi). Nel 2020, a causa dell’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi, ne sono scomparse circa 300.000, quasi tutte (l’85%) appartenenti al segmento delle piccole attività e situate prevalentemente al Sud, a cui si aggiungono 200mila lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva, operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Il rischio che l’escalation dei contagi da coronavirus, pur in assenza di un vero lockdown nazionale, possa essere devastante in futuro per imprese e lavoro viene sottolineato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro nell’indagine Crisi, emergenza e lavoro nelle Pmi: secondo lo studio, due imprese su dieci di quelle tuttora in attività potrebbero chiudere nel 2021. Stiamo parlando del 20 per cento del tessuto produttivo di un paese come l’Italia, che si regge proprio sulla piccola e media impresa.


4. Nei bilanci delle banche, questa drammatica situazione si tradurrà in prestiti non pagati, crediti inesigibili, fallimenti e pignoramenti. Aumenteranno vertiginosamente i “crediti deteriorati”. La stretta creditizia sarà quattro volte più dura di quella vissuta dopo la crisi del 2008.

Banca Ifis ha stimato, sulla base dei bilanci provvisori degli istituti di credito, che l’ammontare complessivo dei Npl nel 2020 avrebbe raggiunto quota 338 miliardi di euro (+5% sul 2019). Nel 2021 le esposizioni deteriorate potrebbero salire fino a 385 miliardi, con un incremento ulteriore nel 2022.

Numeri che fanno rabbrividire, ma che gli italiani sembrano non aver ancora metabolizzato. Perché gli aiuti istituzionali e un approccio di stand-by mentale, all’insegna del “mal comune, mezzo gaudio”, non permettono al momento di prendere piena coscienza delle reali conseguenze della pandemia e del blocco dell’economia.


L’incertezza regna sovrana, alimentando un sensibile calo della fiducia che, a sua volta, induce a diffusi atteggiamenti di rigetto che intaccano la resilienza e la facoltà di reagire da soli.

È ormai chiaro quanto sperare ed insistere su promesse politiche demagogiche renda in realtà più difficile e tardivo qualunque processo di gestione autonoma, razionale ed efficace della crisi. Cosa possiamo fare, allora, rispetto al futuro che ci aspetta? Per difendersi e reagire esiste un solo modo: anticipare i tempi e agire di iniziativa.


Da "https://www.ilfattoquotidiano.it" La crisi sarà devastante ma nessuno ne parla: le lobby rischiano troppo di Vincenzo Imperatore

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 03 Maggio 2021 00:00

5 tra i peggiori dittatori viventi

La persona del dittatore viene comunemente vista come una persona autocratica, oppressiva, dispotica e tirannica. Quella che governa al di sopra della legge, esercitando un potere assoluto solitamente derivato attraverso un Colpo di Stato o inganni. La dittatura ha, quindi, il significato di predominio assoluto, autoritarismo, totalitarismo e consiste nella notevole diminuzione (fino alla totale assenza) delle libertà politiche e civili a causa della concentrazione del potere.

Tecnicamente la dittatura, è un caso di potere personale eccezionale che non nasce da legittimazione elettorale, non ne ha nessuna e non la ricerca. La storia dell'umanità ne ha conosciute tantissime di queste forme autoritarie imposte con la forza, dalle più violente, autoritarie e sanguinarie fino alle più blande.

I dittatori più sanguinari (e più duraturi) del ‘900 sono stati:

Mao Zedong (Periodo: 1949-1976 – Vittime: 50 milioni)
Adolf Hitler (Periodo: 1934-1945 – Vittime: 30 milioni)
Pol Pot (Periodo: 1975-1979 – Vittime: 2 milioni)
Tito (Periodo: 1944-1980 – Vittime: 1 milione)
Saddam Hussein (Periodo: 1973-2003 – Vittime: 1 milione)

Secondo l'associazione Freedom House, nei giorni nostri ben 44 Paesi del mondo sono not free, ossia dittature, su un totale di 192. Regimi dittatoriali restano prevalenti nell'area dell'ex URSS (Russia inclusa), in Medio Oriente, in Africa, in Cina e nei Paesi limitrofi. Attualmente l'Europa, tranne l'area dell'ex URSS (Russia inclusa), l'America Settentrionale, l'America Latina e l'Oceania sono continenti privi di regimi dittatoriali.

Oggi ci occuperemo di alcuni dittatori viventi, detentori di tanti poteri e ricchezze, e in particolare parleremo di 5 tra i peggiori al mondo, di cui Kim Jong-un, re Abdullah, Robert Mugabe, Teodoro Obiang e, infine, Omar al-Bashir.
Vediamoli insieme.

"I bambini devono crescere, e così è necessario che imparino dalla storia come la sobillazione e l’intolleranza possano trasformare facilmente gli esseri umani in inumani. Quando qualcuno dice di sé "io sono il più intelligente, il più forte, il più coraggioso e più talentuoso uomo al mondo" si rende ridicolo e imbarazzante, ma se al posto di "io" dice "noi", e sostiene che "noi" siamo i più intelligenti, i più forti, i più coraggiosi e i più talentuosi al mondo nella sua patria lo applaudono entusiasti e lo definiscono un patriota. Mentre tutto ciò non ha nulla a che vedere con il patriottismo. Si può infatti essere attaccati al proprio paese senza per questo dover sostenere che al di fuori di esso vive solo gentaglia inferiore. E invece più persone caddero in questa insensatezza, più la pace fu in pericolo". (da Breve storia del mondo di E. H. Gombrich).


1. Omar Hasan Ahmad al-Bashir (Sudan)

Omar Hasan Ahmad al-Bashir nacque nel 1944 ed è l'attuale Presidente del Sudan e il capo del Partito del Congresso Nazionale. Il Sudan, il più grande Stato africano, è tristemente celebre per il fatto di essere stato teatro di una complessa guerra civile che ha dilaniato il paese per 20 anni, causando 2 milioni di vittime e 4 milioni di profughi.

Al-Bashir, salito al potere a seguito di un colpo di Stato militare, ha sospeso immediatamente la costituzione, abolito l'assemblea legislativa e messo al bando i partiti e i sindacati. Ha tentato di negoziare un accordo di pace con i principali gruppi ribelli e ha sempre insistito affiché la nazione fosse governata secondo la Shari'a (la legge coranica), persino nel Sudan meridionale, dove la popolazione è cristiana e animista. Per via di questi avvenimenti, il Sudan fu fatto oggetto di numerose sanzioni internazionali.

Nel frattempo il suo esercito ha sistematicamente bombardato civili, oltre a torturare e massacrare la popolazione non araba, in particolare nelle zone meridionali, di produzione petrolifera. Le truppe sudanesi si sono anche resi responsabili di sequestri degli abitanti del Sud che sono stati ridotti in schiavitù. Al-Bashir è stato, inoltre, accusato di "progettare la carestia" nelle zone in cui vivono i suoi oppositori. Ha trasformato il proprio paese in un regime islamico dominato dalla sharia e in una delle retrovie di al Qaeda.

Dal 2003 ha scatenato contro le genti del Darfur le milizie arabe chiamate "diavoli a cavallo" che si sono rese responsabili di violenze raccapriccianti. Il dittatore ha una lunga storia di protezione di un'ampia gamma di terroristi ai quali poi ha voltato le spalle. Non solo ha consegnato il celeberrimo Carlos "lo sciacallo" alla Francia in cambio di aiuti finanziari e militari, ma nel 1996 ha cercato senza successo di "vendere" Osama Bin Laden al governo degli Stati Uniti.

Nel luglio 2008, il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha accusato al-Bashir di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur ma lui ha negato tutte le accuse, aggiungendo che "non valgono l'inchiostro con cui sono scritte". Il suo regime è direttamente responsabile della morte di 300.000 abitanti del Darfur e di oltre 2 milioni di rifugiati.

2. Kim Jong-un (Corea del Nord)

Kim Jong-un è nato il 1983 a Pyongyang (anche se la sua data di nascita esatta è ignota al di fuori della Corea) ed è l'attuale dittatore e leader della Corea del Nord e precisamente dal 18 dicembre 2011, giorno successivo alla morte del padre Kim Jong-il, che ancora oggi conserva il titolo di Presidente Eterno, con tanto di festività pubblica dedicata al Caro Leader. Il governo di Kim Jong-il si è dimostrato la dittatura più bruttale di qualsiasi altra dittatura al mondo.

Ogni anno, il gruppo per i diritti umani Freedom House classifica i Paesi in base alla situazione dei diritti politici e delle libertà civili presente in ciascuno di essi. La Corea del Nord è l'unica nazione ad avere ottenuto l'ultimo posto per più di 30 anni consecutivi. Secondo l'organizzazione Reporter Senza Frontiere, la Corea del Nord occupa inoltre l'ultimo posto nella classifica relativa alla libertà di stampa. Si calcola che nel Paese, 150.000 persone sono costrette ai lavori forzati in campi di prigionia creati per punire i presunti dissidenti politici e i loro familiari, nonché i coreani del Nord che sono fuggiti dal Paese verso la Cina ma sono stati fatti rientrare forzatamente dal governo cinese.

Attualmente Kim Jong-un ha instaurato un regime dittatoriale feroce, fatto di divieti assurdi e crimini efferati, degno successore nella tradizione di sangue del nonno e del padre. Human Rights Watch ha segnato un episodio sconvolgente, e cioè la condanna a morte di un cittadino colpevole di aver rubato una cornice con la mirabile foto del leader. Un altro caso molto significativo che ha fatto il giro del mondo, riguarda la recente fucilazione della sua ex fidanzata, la cantante Hyon Song-wol e di altri 11 componenti della sua Orchestra, accusata di pornografia per dei video amatoriali.

Il regime nord-coreano non si limita a punire il singolo. Ma viene condannata tutta la famiglia: genitori, nonni, figli. Tutti vengono spediti in campi di lavoro dove vengono obbligati ai lavori forzati. Kim Jong-un sarebbe responsabile per l'uccisione o la rimozione di almeno 31 ufficiali e alti funzionari da settembre 2010. Lo spietato e sanguinario dittatore, poi, avrebbe fatto punire, tra gli altri, il viceministro alla Difesa, Kim Chol, reo di aver violato, ubriacandosi, i 100 giorni di lutto nazionale imposti dal regime per la morte del padre.

3. Re Abd Allah bin Abd al-Aziz Al Sa?ud o meglio conosciuto come re Abdullah (Arabia Saudita)
Il re Abdullah è stato il reggente dell'Arabia Saudita da quando re Fahd, suo fratellastro, venne colpito da un infarto. Nacque a Riyad, nel 1924 ed è il sesto re dell'Arabia Saudita, salito al trono il 2005. Fu l'erede designato e reggente dal 1995, ma è stato ufficialmente insediato solo il 3 agosto 2005. Ha 25 figli e secondo la rivista Forbes, sarebbe il terzo monarca più ricco del mondo, con un patrimonio di circa 21 miliardi di dollari.

L'Arabia Saudita è una delle poche nazioni in cui non si sono mai tenute elezioni per molti decenni. Non esistono elezioni parlamentari, né partiti politici nel paese. Nel 2005 si sono tuttavia organizzate elezioni locali. Le donne non possono votare, viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso di un maschio della propria famiglia e a cui non è permesso in assoluto guidare un'automobile. Non possono testimoniare, inoltre, nel proprio interesse nei processi di divorzio, e in tutti i procedimenti giudiziari la testimonianza di un uomo vale il doppio di quella di una donna.

Stando alle promesse del re, le donne potranno votare ed essere elette, a partire dal 2015, alle elezioni dei consigli municipali. Secondo il dipartimento di Stato statunitense, l'Arabia Saudita continua a commettere arresti arbitrari e a praticare la tortura. Nel corso di una conferenza sui diritti umani tenutasi non molto tempo fa, le autorità saudite hanno arrestato protestanti pacifici che manifestavano per la libertà di espressione, e alcuni sono stati successivamente sottoposti alla fustigazione, pratica che viene regolarmente messa in atto per presunti reati politici e religiosi.

Sotto la pressione dell'opinione pubblica mondiale, il governo ha annunciato che i cittadini che vivono in Arabia Saudita possono praticare culti religiosi diversi da quelli islamici sunniti, ma solamente in forma privata, all'interno delle loro case. La polizia religiosa ha persino proibito ai bambini di giocare con el Barbie, definite "bambole ebree e simboli della decadenza dell'Occidente corrotto". Grazie a questo dittatore l'Arabia Saudita è un paese dove la vita delle persone vale meno di un barile di petrolio, dove la donna è schiava per legge e dove chiedere i propri diritti e come chiedere la condanna a morte.

4. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (Guinea Equatoriale)

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è nato nel 1942 ed è attualmente alla guida della Guinea Equatoriale. Questa minuscola nazione dell'Africa occidentale (500.000 abitanti) era una dittatura dimenticata dal mondo, finché non furono scoperte ingenti riserve di petrolio nel 1995. Da allora, società petrolifere statunitensi hanno riversato miliardi di dollari nel Paese. Nonostante il reddito pro capite annuale sia di 4.472 dollari, il 60% degli abitanti della Guinea
Equatoriale vive con meno di 1 dollaro al giorno.

La maggior parte del guadagno derivante dallo sfruttamento petrolifero viene incassato direttamente dal presidente Obiang, il quale ha dichiarato che: "Non vi è povertà in Guinea", ma che piuttosto "la popolazione è abituata a vivere diversamente". La radio di Stato ha persono annunciato che il presidente Obiang è un contatto permanente con "l'Onnipotente" e che quindi "può commettere omicidi senza rendere conto a nessuno, senza per questo andare all'inferno". In Guinea non esistono trasporti pubblici né giornali, e soltanto l'1% della spesa pubblica viene destinato alla sanità.

Interrogato sul perché la maggior parte del reddito da petrolio viene depositato direttamente sul suo conto corrente presso la Riggs Bank di Washington, il presidente Obiang ha risposto che preferisce controllare interamente il denaro al fine di "evitare episodi di corruzione". Si stima che il suo patrimonio personale si aggiri intorno ai 600 milioni di dollari e la rivista Forbes lo ha collocato all'ottavo posto nella classifica dei sovrani e dei dittatori più ricchi del mondo.

Secondo il rapporto dell'Amnesty International per il 2013 "A febbraio è stata promulgata una costituzione emendata che accresceva il potere del presidente. In attesa delle elezioni previste per il 2013 è stato nominato un governo di transizione. Sono pervenute notizie di uccisioni illegali per mano di soldati. Difensori dei diritti umani, così come attivisti politici e persone critiche nei confronti del governo sono stati vittime di vessazioni, arresti arbitrari e detenzioni. Alcuni detenuti sono stati sottoposti a torture. Un prigioniero di coscienza e almeno altri 20 prigionieri politici sono stati rilasciati a seguito di una grazia presidenziale. Le libertà d’espressione e di stampa hanno continuato a essere limitate e non erano ammesse critiche".

5. Robert Mugabe (Zimbabwe)

Robert Mugabe nacque nel 1924, ed è l'attuale leader del partito Zimbabwe African National Union (ZANU) e dal 31 dicembre 1987 ricopre anche la carica di Presidente della Repubblica dello Zimbabwe. L'ascesa al potere di Robert Mugabe riscosse un ampio consenso sia interno sia internazionale.

Dopo aver intrapreso con successo una guerra di liberazione anti-coloniale, fu eletto primo presidente dello Zimbabwe indipendente, ma ne corso degli anni ha evidenziato sempre più le sue tendenze dittatoriali: secondo Amnesty International nel solo 2002 il governo di Mugabe si rese colpevole di torture e uccisioni di 70.000 persone. La disoccupazione supera il 70% e l'inflazione raggiunge il 500%. Mugabe è stato accusato di bloccare gli aiuti alimentari in zone e a gruppi che sostengono il principale partito di opposizione.

Ha sempre indetto elezioni, ma ha ridotto la possibilità dell'opposizione di farsi propaganda elettorale, oscurando i mezzi di informazione che non lo sostenevano. Quando il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai ha ottenuto, nonostante tutto, il 42% dei voti, Mugabe lo ha fatto arrestare con l'accusa di tradimento. Nel momento in cui il favore della gente è venuta meno, Mugabe ha giocato la carta razziale, confiscando fattorie di proprietà dei bianchi e cedendole poi ai suoi sostenitori.

Sei mandati presidenziali, 25 anni di regime difeso strenuamente con il ricorso a brogli e alla violenza, fanno di Robert Mugabe un "dinosauro" delle dittature. Un despota che a contribuito principalmente a rendere lo Zimbabwe un paese afflitto da una profonda crisi economica, senza libertà di stampa e di espressione. Un paese che vede i giornalisti e i dissidenti vittime di intimidazioni, violenze e detenzioni. Un regime pervaso da intolleranza e violenza, nel quale vigono leggi contro gli omosessuali e dove gli abusi sessuali contro le donne sono un'arma politica.

 


Da "https://best5.it/" 5 tra i peggiori dittatori viventi

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 30 Aprile 2021 00:00

Quanti paesi sono davvero democratici?

Pochi. Anzi pochissimi. Almeno secondo il Democracy Index, l’analisi condotta periodicamente dall’Economist Intelligence Unit (EIU) che misura lo stato della democrazia in 167 paesi, di cui 164 membri delle Nazioni Unite. Pubblicato per la prima volta nel 2006, utilizza 60 indicatori riuniti in cinque categorie e poi utilizzati mediante una media ponderata per classificare i vari paese in quattro tipi di regime: democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari.
Quest’anno solo 22 paesi sono stati classificati come “democrazie complete”. Ai vertici della classifica, come ormai abitudine, molti paesi scandinavi: primo fra tutti la Norvegia, che ha ottenuto un punteggio di 9.87/10, poi l’Islanda (9.58) e la Svezia (9.39). Al quarto posto la Nuova Zelanda seguita da un altro paese scandinavo: la Finlandia, che ha scalato ben tre posizioni. Le democrazie complete sono quelle in cui le libertà civili e le libertà politiche fondamentali sono pienamente rispettate ed esiste una cultura politica compatibile con l’adesione a principi democratici che la mettono sotto pressione. Ma non basta: questi paesi hanno un sistema legittimo di controlli e contrappesi governativi e un sistema giudiziario veramente indipendente. Qui i governi funzionano adeguatamente e i media sono indipendenti.
Buona la performance anche di Canada, anche questo paese si trova nel primo gruppo) Australia e Danimarca. Ancora nel primo gruppo ma con un rating più basso molti paesi dell’Europa occidentale.
Tra questi non c’è l’Italia, che ha ottenuto un punteggio che la pone tristemente al 35mo posto della classifica, nel secondo gruppo, quello delle “democrazie imperfette”. A pesare sul giudizio della democrazia del Bel Paese soprattutto gli indici relativi al “funzionamento del governo” e alla “cultura politica”: nel 2019, secondo i valutatori le performance dell’Italia sono state paragonabili a quelle di paesi come la Lettonia, la Slovenia o la Lituania. E peggiori rispetto a paesi come Estonia o Botswana o Taiwan…
Magra consolazione quella di trovare nello stesso gruppo, quello delle democrazie imperfette, anche paesi come il Giappone (le dimissioni del premier sono un segno che qualcosa non va nel paese del Sol Levante), Malta, Belgio e perfino i “paladini della democrazia”, gli Stati Uniti d’America, che hanno raggiunto un punteggio elevato solo nell’indicatore “processo elettorale e pluralismo”. Un dato interessante a poche settimane dalle elezioni, ma che non deve distogliere l’attenzione dal fatto che la democrazia negli Usa è “imperfetta”. Specie considerando che il vicino Canada si è piazzato una ventina di posizioni più in alto nella classifica, nel primo gruppo.
A sorprendere la posizione di molti paesi europei nel terzo gruppo, quello definito dei “regimi ibridi”. A cominciare dall’Ucraina, e poi la Macedonia del Nord, la Moldova e il Montenegro.
In fondo alla classifica, tra i paesi con i valori più bassi per rispetto della democrazia, vi sono la Corea del Nord (con 1.03/10), seguita dalla Repubblica Democratica del Congo (1.13) e dalla Repubblica Centrafricana (1.32), preceduti dalla Siria e dal Chad. Alcuni di questi paesi hanno ottenuto un impietoso O nella valutazione di alcuni parametri. Zero in “processo elettorale e pluralismo” anche per l’Arabia Saudita che si trova in fondo alla classifica al 159mo posto, poco al di sotto degli Emirati Arabi Uniti, che non sono andati oltre il 145mo posto. Ma se questi paesi non aspirano certo ad essere considerati delle “democrazie”, altri invece si professano democratici e basano la gestione della cosa pubblica proprio sulla partecipazione del popolo. Almeno sulla carta (costituzionale). Paesi come la Cina, finita al 153mo posto con punteggi bassi in tutti gli ambiti e tra i paesi che hanno perso più posizioni. I valutatori hanno classificare il governo cinese come “autoritario”. Poco al di sopra, ma ancora nella classe dei governi “autoritari”, la Russia al 134mo posto, a pari merito con la Repubblica del Congo. Un dato che la dice lunga.
Sorprendente il risultato dell’India: al 51mo posto tra le democrazie imperfette, poco sotto l’Italia!.
Un dato dovrebbe far riflettere. Quello sulla popolazione mondiale: appena il 5,7 per cento degli abitanti del pianeta vive in paesi in cui c’è una vera democrazia. Al contrario il 35,6% vive in paesi considerati autoritari.
Ma l’aspetto più interessante forse è che la performance dei paesi nel loro complesso è diminuita: il valore medio dell’indice è la più bassa dal 2006, anno in cui venne utilizzato questo sistema per valutare la “democrazia” nel mondo.
E il fatto che in molti paesi, Italia inclusa, si sia parlato poco e per niente di questo dato e della performance ottenuta è indicativo. E dovrebbe far riflettere i cittadini sul significato di “democrazia”.


Da "www.notiziegeopolitiche.net" Oggi si parla tanto di democrazia. Ma quanti paesi sono davvero democratici? di C. Alessandro Mauceri

Pubblicato in Comune e globale
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