Lunedì, 30 Marzo 2020 00:00

Prepararsi al dopo

Armani, Eni, Ferrari e Lvmh. Le aziende cercano di trasmettere vicinanza, affidabilità, impegno. Per dimostrare che anche senza la socialità di prima, nessuno è solo.


Con poche righe appassionate, Giorgio Armani riempie intere pagine di giornali per esprimere la vicinanza, sua e di tutto il brand, agli operatori sanitari, in prima linea per contrastare il coronavirus. Fa lo stesso Eni, che punta sui medici di famiglia: fonte di energia – doppio senso non da poco – per stare uniti e bene. Meglio se a casa. C’è poi il mondo bancario, con i suoi servizi online, sinonimo non nuovo, ma a questo punto consolidato, di vicinanza al cliente, senza che debba uscire di casa, di sicurezza – anche in termini di privacy – e se vogliamo di pulizia. In questi giorni, meglio star lontani dai tasti unti dei bancomat. L’economia da quarantena non esclude dai giochi nessuno. Istituzioni, imprese, media e consumatori. Tutti sono chiamati a uno sforzo collettivo. L’obiettivo è tenere a bada la paura e prepararsi al dopo. Che non sarà più come prima.

Le aziende si stanno adeguando al contesto, rispondendo a questa improvvisa evoluzione del mercato, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante per la gestione dell’emergenza, come pure nella prospettiva – al momento senza una data certa – della ritornata stabilità. “Insieme ce la faremo!” Dice Massimo Doris di Banca Mediolanum in una campagna di comunicazione esteticamente scarna, ma che va dritto lì. Stay calm and stay at home, se vogliamo parafrasare gli inglesi. Quelli buoni, quelli del Blitz del 1941.

C’è chi nel trend si trova bene. Amazon ha appena lanciato una campagna mondiale di job recruitment per 100mila posti di lavoro. Altri invece, nell’attesa, devono comunque allinearsi. E quindi, se possono, convertono la linea produttiva. Come Ferrari, che a Maranello intende produrre ventilatori e respiratori. Oppure il gruppo Lvmh che ha dirottato tutte le sue controllate nel settore profumi verso la produzione di gel idroalcolico. Operazione molto più veloce rispetto a quella del cavallino rampante – nel primo caso basta sostituire le taniche, Ferrari invece deve studiare bene il progetto – e pure un po’ sciccosa.

In momenti come questi avere in borsetta il disinfettante griffato e con un bel packaging ci sta. Chi infine non può cavalcare l’onda, si limita a schierarsi con il messaggio collettivo di positività e sicurezza. Semplicemente per essere nel trend. Vedi Armani. Per quanto anche da re Giorgio ci aspettiamo un tocco di solidarietà ed eleganza. Magari con le mascherine. Sarebbe l’acclamazione di Myss Keta, da fenomeno underground a icona di stile.

«Il sistema Italia sta reagendo bene», dice Salvatore Sagone, presidente di Adc Group, l’editore di riferimento per gli operatori della pubblicità, del marketing, dei media e degli eventi. «Le imprese stanno dicendo ai consumatori che per gestire questo stato di paura serve responsabilità». Vicinanza, affidabilità, impegno. I concetti trasmessi danno sempre un senso di sostegno. Si vuol dare l’idea che, pur senza la socializzazione di prima, nessuno è solo.

C’è infatti una paura diffusa da governare. Diffusa e reale, a differenza di quelle soltanto percepite fino a neanche un mese fa. È una paura che sta fuori dalla porta e può covare nel proprio vicino di pianerottolo. «È una paura consapevole – dice ancora Sagone – da non fraintendere con il panico della notte dell’8 marzo, con le fughe in treno al Sud e gli assalti ai supermercati». Per trasmettere consapevolezza è anche il caso di calcare la mano. «Aveva funzionato in Inghilterra e Australia negli anni Ottanta, Novanta, con le campagne shock anti-Aids. Trasmettere scene raccapriccianti era risultato persuasivo. Oggi i mezzi di comunicazione, superati gli eccessi iniziali, hanno imboccato una strada giustamente incisiva. Bisogna stare a casa. È questo che dicono: un messaggio semplice, che tutti devono capire».

Come l’economia di guerra, anche quella da quarantena è totalizzante. Vuoi perché si cerca di uscire dall’emergenza il più presto possibile, vuoi perché molti spazi erano già stati pagati. Secondo Campaign, la più autorevole testata di comunicazione inglese, solo un certo numero di progetti pubblicitari, per lo più di piccola dimensione, sono stati resi funzionali al contesto Covid-19. Con la maggior parte delle campagne e delle presentazioni, una volta pagate, non si è potuto far nulla. Se non puntare tutto sull’awareness, sulla consapevolezza che si sta attraversando un’emergenza e non si sa fino a quando durerà, ma tutto è sotto controllo. «Siamo quindi di fronte a una comunicazione in parte slacciata dal vissuto, in cui i valori promossi paiono lontani anni luce, mentre invece si rifanno alla vita del mese scorso», commenta ancora Sagone. «D’altra parte, ci sono casi di improvvisa creatività».

Non ci sarà più lo spot di una volta. Sia a causa del Covid-19 sia perché in Italia si è finalmente colmato un gap tecnologico in termini di lavoro, modalità alternative di socializzazione e consumi. Non a caso Amazon ha scelto proprio LinkedIn per chiamare a raccolta i suoi nuovi centomila collaboratori. Mentre resta da chiedersi che fine farà la pubblicità fuori di casa. Può essere che nel mondo che ci attende, sia meno necessario camminare per strada, spostarsi da casa a ufficio, raggiungere da qualche parte un cliente. E allora quanto saranno utili i cartelloni pubblicitari? Quale sarà l’effettivo ritorno di un investimento nel far vedere il logo alla fermata di un autobus, o in una stazione della metropolitana?

Una volta usciti dall’urgenza e riottenuta la stabilizzazione del sistema, si dovrà cercare di rispondere a queste domande, senza dimenticare quello che abbiamo appena vissuto. «Servirà – dice Sagone – un nuovo patto tra imprese, agenzie di comunicazione, media e consumatori». Se non si potrà tornare indietro, bisognerà comunque pensare a chi si rischia di lasciare indietro. Ammesso e non concesso che recuperare i dispersi A) sia economicamente sostenibile; B) essi stessi intendano davvero rimettersi al passo.

Le grandi aziende, tra chi è attendista e chi invece è sul pezzo, sappiamo che sanno galleggiare. Ma le barche più piccole? Avvocati, dentisti, sarti, tatuatori, parrucchieri (siete liberi di continuare a proprio piacere l’elenco). Cani sciolti che fino all’altro ieri vantavano una professione di successo, ma che richiedeva anche un rapporto molto fisico con il cliente, come sapranno non soltanto convertire la propria identità produttiva, ma anche comunicare la loro presenza sul mercato? Quanto sarà strategica la targa di uno studio notarile su un portone di un palazzo di Piazza Barberini? E che fine faranno tutte le società di catering? Stiamo scoprendo che la socializzazione, per come è stata sempre intesa, non è più necessaria. Al momento è addirittura pericolosa. Si assisterà quindi a un’impennata di pubblicità e di comunicazione sui social network anche da parte di chi, fino a oggi, non ne ha sentito il bisogno.

«Si dovrà trasmettere un messaggio di sostenibilità concreta», sottolinea Sagone. «Sostenibilità occupazionale, di ambiente e di relazioni sociali». Aziende, professionisti, lavoratori dipendenti dovranno dimostrare di aver fatto tesoro di queste giornate campali.


Da "www.linkiesta.it/" Prepararsi al dopo. Come la pubblicità delle aziende risponde alla quarantena di Antonio Picasso

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 21 Febbraio 2020 00:00

L’economia è la chiave della politica?

Qualche anno fa, un importante personaggio politico disse in un dibattito pubblico che alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’erano interessi economici. Qualcuno gli fece osservare che l’idea che un giovane commetta una carneficina tra gente presa a caso e poi si ammazzi perché conti su tornaconti economici è evidentemente poco credibile; diciamo piuttosto che il terrorista spera così di andare in paradiso. Ma il personaggio aveva la risposta pronta: una massa di gente ingenua viene manipolata con argomenti religiosi da capi che mirano al potere economico.

È una variante di teoria cospiratoria della storia: il radicalismo religioso sarebbe un marchingegno trovato da certe classi dominanti per abbindolare i poveri. Questo non è escluso in certi casi. Ma dubito fortemente che i grandi trascinatori religiosi di folle fanatizzate lo facciano sulla base di strategie economiche. Osama Bin Laden era ricco, avrebbe potuto arricchirsi ancora di più e godersi i propri beni, invece ha attaccato la potenza americana, si è nascosto per anni e alla fine è stato ucciso. Avrebbe fatto tutto questo per estendere il proprio patrimonio? E si pensi agli attentati terroristici suicidi di matrice ISIS in Sri Lanka durante la Pasqua del 2019, che hanno mietuto 253 vittime: gli attentatori erano persone di famiglie ricche e istruite, avevano fatto i loro studi in Gran Bretagna e in Australia.

La verità è che non una sola ragione fondamentale muove gli atti e le passioni degli umani. Non solo quindi la ragione economica. Come diceva Ernst Bloch, non si vive di solo pane, soprattutto quando non se ne ha.

2.

Invece, sin dall’Ottocento si è imposto, nella letteratura politica e sociale, il presupposto che ciò che conta veramente nella storia e nella politica è l’economia. Questa presupposizione è sostanzialmente condivisa sia a sinistra che a destra. Per il liberismo quel che conta è la libertà il più possibile sfrenata del mercato, il free market è il modello del miglior assetto politico e sociale. Per la sinistra marxista e post-marxista contano le classi sociali che sono prima di tutto classi economiche: la storia è storia di lotte di classe. Per la sinistra di oggi l’incremento dell’eguaglianza economica è l’obiettivo principale, e direi ultimo, della lotta politica.

È vero che la sinistra articola soprattutto una critica dell’economia, oggi capitalista, ovvero prospetta una liberazione dai vincoli e condizionamenti dei meccanismi economici. Mentre la destra invece esalta i puri meccanismi spontanei del libero scambio in quanto essi assicurerebbero l’allocazione ottimale delle risorse. Ma sia la critica che l’esaltazione del sistema economico appaiono, in un’altra prospettiva, due facce della stessa medaglia. Che si tratti di liberarsi dall’economia, o che si tratti di liberare l’economia da ogni laccio e lacciuolo politico, è comunque l’economia al centro della politica, il motore fondamentale della storia. Per cui anche a conflitti che non hanno nessuna apparenza economica – scontri religiosi, etnici, razziali, ecc. – bisogna sempre cercare una spiegazione economica ultima. È questa che ancora a molti appare “la spiegazione profonda”. Voler morire per Allah o per il Führer appare invece un motivo del tutto superficiale.

Anche il recente fiorire di partiti e movimenti populisti, in particolare nel mondo più industrializzato, tende a essere interpretato come effetto economico. Molti ripetono che è stata la grande crisi del 2008 il motore di questa conversione di massa alla propaganda populista e di estrema destra; altri dicono che motore è l’aumento delle diseguaglianze economiche.

La crisi economica avrebbe creato nuove ampie fasce sociali di disagio, che si sarebbero volte al populismo per reazione. Ma si tratta di una tesi poco verosimile. In effetti il successo di partiti populisti si verifica anche in paesi che hanno superato da anni la grande crisi del 2008, prosperi e in una situazione di grande ripresa economica, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna prima della Brexit, la Germania fino a poco tempo fa… Niente ci indica che la conversione al populismo fiorisca particolarmente in paesi che ancora non si sono ripresi dalla crisi o in declino economico da tempo. D’altro canto, se l’aumento delle diseguaglianze fosse la ragione fondamentale della svolta verso il populismo neo-fascista, non si capisce perché tanta gente non certo benestante voti per Trump o Salvini che vogliono tagliare le tasse soprattutto ai ricchi, e che escludono aiuti ai più poveri.

Ma collegare le vittorie populiste a processi economici è un modo di confermare l’assunto di fondo: che alla base delle idee politiche tra la gente è la sua condizione economica.

Nella campagna referendaria del 2016 per la Brexit i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà male. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan spirituali, a un ideale di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain sono poi talmente ‘fatti’? Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no. In realtà, le vere ragioni per cui ci si oppone alla Brexit non sono, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale in senso lato, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni di convenienza economica, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i brexiteers non li hanno mascherati.

Qualcosa di simile accade con la contro-propaganda che di solito si fa per far accettare gli immigrati. Anche qui si ripete che l’immigrazione ci dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS dice che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che molti di questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi vede il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con Tolo tolo: qui gli africani sono rappresentati come per lo più simpatici malgrado i loro guai, generosi, pieni di senso dell’humour, mentre gli italiani sono descritti come egoisti, avidi, cinici, spietati. Si dirà: semplicista propaganda pro-immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole semplicista propaganda, non statistiche.

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008. In realtà, la grande crescita degli Hate Groups negli USA è avvenuta verso il 2015, e l’elezione di Trump non è estranea forse a questo incremento. Che cosa è accaduto attorno al 2015 che ha innescato un po’ in tutto l’Occidente questa moda di massa di orientarsi verso l’estrema destra razzista e xenofoba? Ecco una domanda a cui i sociologi stentano a rispondere.

3.

Questo primato attribuito alla vita economica rispetto a tutte le altre forme di vita umane – religiose, artistiche, erotiche – esprime un presupposto ancora più profondo: che gli esseri umani, anche quando sembrano pensare e fare cose assurde, sono nel fondo esseri sempre razionali. E in effetti, che c’è di più razionale del portafoglio? Fa comodo pensare che gli umani siano ragionevoli, perché così sembra più facile capirli. Capire l’irrazionalità è molto più difficile.

Invece, senza togliere affatto ai fattori economici l’importanza enorme che essi hanno, voglio mettere in evidenza le determinazioni irrazionali degli esseri umani, anche quando fanno politica. Mi rendo conto che la distinzione tra razionalità e irrazionalità è relativa, fluttuante. Comunque, per irrazionalità intenderò comportamenti che non capiamo, e che proprio per questo dobbiamo spiegare, con ipotesi più o meno scientifiche. Se chiediamo a qualcuno quanto fa ‘3 X 4’ e costui risponde ‘12’, lo capiamo; ma se costui, pur senza essere un minorato mentale, si ostina a dire che fa ‘14’, ecco qualcosa che, non essendo per noi comprensibile, dobbiamo spiegare. Facendo magari appello alla malattia mentale, uno dei modi più comodi per ammettere che certi atti e comportamenti non ci sono comprensibili. Solo con uno sforzo di astrazione scientifica possiamo pensare che occorra spiegare anche atti e comportamenti per noi del tutto comprensibili.

I comportamenti incomprensibili rivelano la dimensione che chiamerei pulsionale degli esseri umani (pulsione come ne parlava Freud). Questa irrazionalità ha certo la sua logica, che occorre ricostruire e descrivere: anche l’irrazionalità ha una propria logica. A differenza dei motivi razionali, di cui il soggetto è consapevole (so perché ‘12’ è il risultato di ‘4 per 3’), quella che chiamo “logica” non è saputa dal soggetto: lui o lei non sa quale logica lo/la spinge a credenze o atti che, proprio per questo, sono irrazionali.

Mi pare che la psicoanalisi sia oggi una delle poche teorie che ci fornisca i concetti per pensare questa pulsionalità. Con questa intendiamo il fatto che l’essere umano non è solo homo oeconomicus, ovvero lucido calcolatore delle proprie utilità (come vuole una visione di destra) e nemmeno solo essere bisognoso che cerca di sopravvivere e riprodursi (come vuole una visione di sinistra). Intendiamo il fatto che Homo sapiens è un animale che cerca di godere, in qualsiasi modo. Che desidera godere e che spesso gode del proprio desiderio. In questa prospettiva, il dilagare del cosiddetto populismo negli ultimi anni non è riducibile a una reazione a un dato assetto o congiuntura economiche, ma mette in gioco fattori che, rispetto al calcolo utilitario, appaiono del tutto irrazionali. Insomma, nei populismi emerge in modo disturbante l’inconscio.

Ora, la psicoanalisi – come altre teorie, ad esempio quelle della complessità e del caos (a cui ho accennato in un articolo su doppiozero) – non tratta l’essere umano come un animale essenzialmente razionale. Ma la pulsionalità spiega tanta politica solo se la mettiamo in relazione con quel che una certa psicoanalisi, sulla scia della linguistica, chiama significante.

4.

È ora di mettere in rilievo nella vita politica la forza del significante. Il significante si distingue dal segno in quanto quest’ultimo è strettamente connesso al suo significato: il segno è sempre segno di qualche cosa. Invece il significante può non avere alcun significato, perché esso consiste nella differenza da altri significanti, come stabilì Ferdinand de Saussure (nel suo Corso di linguistica generale). La potenza del significante è stata sempre sottovalutata in politica. Eppure da sempre gli esseri umani si massacrano non solo per conquistare territori ricchezze o donne, ma anche in nome di opposizioni significanti.

Il primato del significante fu bene espresso dal personaggio di re Ubu di Alfred Jarry: “Viva la Polonia! Perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi!” – detto in un’epoca in cui la Polonia non esisteva ancora come stato. La Polonia è un significante, i polacchi sono il suo prodotto.

Anche la nazione italiana è effetto di un significante. Quando nel 1861 fu creato il regno d’Italia, gli italiani parlavano vari dialetti, non la stessa lingua, a parte le persone colte, che erano minoranza. Gran parte della popolazione era analfabeta. L’italiano, ovvero il toscano, è divenuto lingua nazionale effettiva a poco a poco, attraverso la scolarità obbligatoria, ma soprattutto grazie alla radio e poi alla televisione. Lo stato italiano, coagulatosi attorno al significante Italia, ha creato gli italiani, non viceversa, come preconizzava Massimo d’Azeglio nel 1861 (“Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”).

Insomma, l’adozione di un significante è in gran parte arbitrario. Per esempio, non è l’omogeneità linguistica che fa una nazione.

Sono significanti, ad esempio, il Belgio e la Spagna. In Belgio si parlano ufficialmente tre lingue diverse (francese, fiammingo, tedesco), in Spagna quattro (castigliano, catalano, basco, gallego). Entrambi questi stati si propongono ai loro cittadini come “patrie” perché hanno un re. In Belgio i valloni si rifiutano di parlare fiammingo, e i fiamminghi si rifiutano di parlare francese – di solito, quando si incontrano, tra loro parlano inglese. Eppure quello che il filosofo Ernesto Laclau chiama un significante vuoto – le monarchie spagnola e belga – li tiene uniti (vedi questo articolo su doppiozero).

All’inverso, all’omogeneità linguistica si sovrappongono significanti diversi. Nel Regno Unito tutti parlano inglese e solo inglese, eppure gli scozzesi e i gallesi ci tengono a distinguersi dagli inglesi, e l’unità del Regno è rimessa spesso in questione. Che cosa distingue uno scozzese da un inglese? Il fatto che uno scozzese si riconosca scozzese e un inglese si riconosca inglese. È una tautologia. Si tratta di differenze “senza significato”, in senso linguistico. In effetti, Saussure definiva il segno come arbitrario. Il segno è arbitrario perché il significante non ha alcuna rassomiglianza con il significato – il suono italiano bue non assomiglia per nulla all’animale bue. Essere scozzese ed essere inglese sono significanti che non assomigliano affatto ai loro significati, per la semplice ragione che la scozzesità e l’inglesità non esistono. O meglio, esistono solo come emanazioni immaginarie dei significanti rispettivi “essere scozzese” ed “essere inglese”.

5.

Questo vale non solo per le identificazioni etniche e nazionali, ma anche per le contrapposizioni politiche tra gruppi. Saussure disse che i significanti si costituiscono per differenze; quel che li determina non è qualcosa di pieno, ma le differenze rispetto ad altri significanti. E in effetti, quel che determina il mio “essere italiano” è il fatto che non sono francese, non sono svizzero, non sono croato, non sono ucraino… È un’identità negativa. Ogni identità nazionale è negativa, pura differenza dalle altre nazioni.

Ma proprio perché una nazione o un’etnia sono significanti, quindi entità puramente differenziali, questa differenza produce opposizioni: un gruppo finisce prima o poi con l’opporsi ad altri gruppi perché la definizione di sé è oppositiva. Come diceva Lattanzio agli inizi del IV° secolo, “L’attaccamento alla patria è, nell’essenza, un sentimento ostile e malevolo”. È qui che il significante, come ha mostrato la psicoanalisi (soprattutto lacaniana) si innesta nella vita pulsionale, nell’odio e nell’amore.

Nel 1994 assistemmo a uno dei genocidi più micidiali del secolo scorso: nel Rwanda la guerra civile provocò tra i 500.000 e il milione di vittime, essenzialmente civili, in soli tre mesi. Questo olocausto esprimeva un conflitto tra le due etnie, Hutu e Tutsi. Ma chi erano questi Hutu e Tutsi e da dove veniva quel reciproco odio così letale?

In realtà, non c’è un significato chiaro dell’essere Tutsi o Hutu. Entrambi i gruppi parlano una stessa lingua nativa, il rwanda-rundi, e per lo più entrambi sono cristiani. Non si sa esattamente che cosa abbia prodotto questa differenza tra Hutu e Tutsi, anche se essa venne rafforzata dai colonizzatori tedeschi e belgi. Per farla breve, la differenza tra Hutu e Tutsi è arbitraria. Ma questa distinzione senza fondamenti ha prodotto milioni tra morti e rifugiati, distruzioni e rovine.

Si prenda il patriottismo iracheno, che Saddam Hussein sfruttò per scatenare guerre, contro l’Iran e il Kuwait. L’Iraq era in realtà uno stato inventato a tavolino da francesi e inglesi dopo la fine della 1° guerra mondiale (accordo Sykes-Picot), un insieme eteroclito di sunniti, sciiti, cristiani e curdi. Eppure si è creato presto un fiero patriottismo iracheno, e centinaia di migliaia sono morti per l’Iraq in varie guerre.

Potremmo estendere queste riflessioni a gran parte dei conflitti politici e sociali. Credere che alla base dei conflitti ci siano divergenze di interessi economici è talvolta un alibi: molto spesso le contese economiche sono piuttosto l’effetto di pure differenze, arbitrarie, tra significanti. Basti pensare all’interminabile conflitto israelo-palestinese. Se entrambi i popoli agissero su una base di calcolo razionale, ovvero utilitario, tutto dovrebbe portarli a convivere in due stati amici. Un’alleanza e collaborazione tra entrambi i popoli potrebbe rendere più prospera quella regione. E invece ben sappiamo come le cose vanno da una parte e dall’altra.

Molte contrapposizioni politiche non sono molto diverse dall’opposizione tra due squadre sportive. La Juve si oppone all’Inter non perché i suoi giocatori o allenatori siano tutti torinesi da una parte e tutti milanesi dall’altra, ma perché sono due squadre diverse in competizione.

Insomma, le opposizioni significanti generano massacri e distruzioni non meno importanti delle contrapposizioni su base economica o su conflitti diciamo concreti.

Karl Lüger fu sindaco di Vienna dal 1897 al 1910, leader di un partito ultra-cristiano, ed era noto per le sue posizioni nettamente antisemite (Hitler si ispirò a lui). Quando gli si fece notare che lui aveva molti amici ebrei, dette la celebre risposta: “Sono io a decidere chi è ebreo e chi no”. Questo arbitrio soggettivo è la spia dell’arbitrarietà che permea il significante: è esso a decidere contro chi stare e a favore di chi stare.

In effetti, tutti tendiamo a riempire di senso delle pure entità differenziali, ovvero, tendiamo a mascherare l’arbitrio del significante con contenuti esaltanti. Questo comporta continuamente contraddizioni pratiche nel proprio comportamento, come fu il caso di Lüger. Conosco persone che hanno una domestica immigrata con cui intrattengono ottimi rapporti, che si servono quotidianamente in uno spaccio tenuto da immigrati, che vanno anche a mangiare talvolta al ristorante cinese o indiano… e votano Salvini e plaudono a una politica di chiusura a ogni immigrazione. Così come conosco persone di sinistra che evadono le tasse, che pagano i loro lavoranti in nero, e speculano in borsa… Non bisogna credere che dietro i significanti sbandierati ci siano comportamenti coerenti.

Così ci inventiamo identità etniche e nazionali. Che cosa in effetti identifica un italiano? Certamente la lingua, che si parla però anche in altri paesi grazie ai connazionali emigrati. Un tipo di dieta e di cucina? Sì, ma ci sono ampie varietà regionali. Certamente gli italiani sono per lo più cattolici, ma allora ebrei e protestanti italiani, per quanto pochi, non sarebbero italiani? Anche un paese alquanto coeso come l’Italia si è inventata un’identità, quindi un narcisismo specifico. Il narcisismo, appunto, di cui parlò Freud. E qui dovrebbe cominciare il discorso più serio.

Da "https://www.doppiozero.com/" L’economia è la chiave della politica? di Sergio Benvenuto

Pubblicato in Comune e globale


La Fondazione Giuseppe Di Vittorio smentisce con le cifre tre luoghi comuni sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E si scopre che, senza immigrazione, il nostro Prodotto interno lordo sarebbe negativo.

Dati contro luoghi comuni. La Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha dato un’anticipazione di quello che sarà il consueto rapporto biennale sull’immigrazione. Smentendo con le cifre tre argomenti ricorrenti sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E, numeri alla mano, ognuna di queste tre informazioni alla fine si rivela falsa. Con una verità che emerge su tutte: senza gli immigrati, il Pil italiano avrebbe avuto in questi anni segno negativo.


«Più che di invasione dell’Italia, abbiamo il problema della evasione dall’Italia», spiegano dalla Fondazione Di Vittorio. Gli italiani che negli ultimi anni hanno spostato la residenza all’estero sono più degli stranieri arrivati sul nostro territorio. Dal 2015 al 2018 i residenti stranieri sono aumentati complessivamente di 240mila persone, mentre 460mila italiani si sono trasferiti all’estero. Tanto più che – spiegano – l’emigrazione italiana è sottostimata, come dimostrano le differenze considerevoli tra i nostri dati ufficiali e quelli registrati nei diversi Paesi dagli uffici immigrazione, soprattutto in Europa.

E nel corso del 2019 la pressione migratoria sull’Italia si è ridotta di molto rispetto agli anni precedenti, registrando poco più di 31mila domande di protezione internazionale. I residenti stranieri con permesso di soggiorno per asilo, richiesta d’asilo o protezione umanitaria sono lo 0,4% del totale dei residenti in Italia. Sia per la riduzione del flusso delle domande e l’aumento dei dinieghi a causa dei decreti sicurezza, ma anche grazie alla trasformazione di una parte dei permessi di soggiorno per motivi umanitari in permesso di lavoro.

Quanto al secondo luogo comune – «Gli immigrati ci rubano i soldi» – anche in questo caso, facendo riferimento alle cifre ufficiali, si scopre tutt’altro. Il contributo al Prodotto interno lordo dell’immigrazione, invece, è notevole: nel 2018 la ricchezza generata dai lavoratori stranieri è stata di 139 miliardi di euro, pari al 9% del Pil. E nei dieci anni tra il 2001 e il 2011 la crescita accumulata dall’Italia senza il contributo degli immigrati sarebbe stata negativa: -4,4%. Mentre grazie alla spinta della forza lavoro straniera (+6,6%), è risultata positiva (+2,3%). E anche se si guarda al periodo 2011-2016, il contributo dell’immigrazione è stato rilevante (+3,3%) e ha arginato la flessione al “solo” -2,8%, che altrimenti, in assenza di stranieri, avrebbe raggiunto il -6,1%. Senza immigrazione, insomma, il Paese sarebbe finito in una ben peggiore recessione.

Tanto più che a livello fiscale i conti sono in regola. L’introito fiscale che deriva dai cittadini stranieri, sommando tutte le voci, è di circa 11,1 miliardi. Mentre sul versante contributivo, l’Inps incassa dagli immigrati circa 13,9 miliardi l’anno. Considerate le spese per sanità, istruzione, servizi sociali, casa giustizia, sicurezza, accoglienza e previdenza, nel 2017 – anno di massima pressione sul fronte dell’asilo e dell’accoglienza – il totale del costo dell’immigrazione era di 24,8 miliardi, una somma di poco inferiore a quella versata nello stesso anno al fisco e al sistema previdenziale dai cittadini stranieri. Un sostanziale pareggio, quindi. Dovuto anche al fatto che, in media, gli immigrati sono più giovani degli italiani (gli occupati under 35 sono il 29,7% degli occupati stranieri) e hanno costi ben minori delle spese (per i comuni ad esempio si ferma al 4,8%), nonostante costituiscano una percentuale significativa della fascia della popolazione più povera.

Grazie agli immigrati, la popolazione in età da lavoro sale dal 62,9 al 64,2% della popolazione. Gli stranieri occupati sono 2 milioni 455mila. Ma, al contrario di quel che si dice, non «ci rubano il lavoro». Negli ultimi 4-5 anni, l numero di occupati stranieri in Italia è rimasto stabile. E il tasso di occupazione nel corso della crisi è diminuito in misura più marcata tra gli stranieri che tra gli italiani. Non solo quindi gli immigrati non portano via il lavoro a nessuno, ma le mansioni affidate sono concentrate tutte nelle qualifiche più basse. Il 36,2% degli immigrati fa l’operaio. Con una percentuale molto più alta (10,9%) degli italiani di lavoratori sovraqualificati (con un titolo di studio che gli permetterebbe di fare lavori più qualificati), oltre a una fortissima diffusione di lavoro part time involontario e lavoro nero. E le retribuzioni degli stranieri, anche a parità di orario, risultano più basse del 20-22% rispetto a quelle degli italiani. Perché, mentre nel dibattito pubblico vince la logica del respingimento, il mercato del lavoro invece “accoglie” eccome manodopera straniera con contratti irregolari e spesso in nero. Generando a sua volta ulteriori mancate entrate fiscali e contribuzioni previdenziali. Ma, questa volta, non è “colpa degli immigrati”.


Da "https://www.linkiesta.it/" Promemoria per i sovranisti: senza gli immigrati il nostro Pil calerebbe a picco di Lidia Baratta

Pubblicato in Fatti e commenti

«Hanno inventato un nuovo peccato?»: è stata questa la domanda spontanea di molti quando i media hanno diffuso la notizia che il Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (DF), approvato a fine ottobre, propone all’attenzione della Chiesa e del mondo la considerazione del peccato ecologico. Questo viene sinteticamente definito «come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le future generazioni e si manifesta negli atti e nelle abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, nelle trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344)» (n. 82). Poche settimane dopo la conclusione del Sinodo, il 15 novembre, papa Francesco ha ripreso e fatto propria questa espressione, all’interno del Discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale, nei passaggi dedicati alla tutela giuridico-penale dell’ambiente.

La novità dell’espressione peccato ecologico è relativa (cfr box alla p. seguente); in ogni caso la sua portata si può cogliere in pienezza all’interno del quadro di riferimento proposto dall’enciclica Laudato si’ (LS), a partire dall’esplicitazione di quel legame fondamentale per cui ogni azione od omissione contro l’ambiente è anche un peccato contro Dio, il prossimo, la comunità e le future generazioni. L’espressione contiene anche qualcosa di molto tradizionale e consolidato quale il concetto di peccato, che per il cristianesimo rimanda a una esperienza fondamentale di ogni essere umano. Il mondo in cui siamo inseriti è infatti percorso dal richiamo della pienezza di vita e della gioia, che esprime ciò che Dio desidera per tutte le sue creature, ma è misteriosamente attraversato anche da una logica opposta, che sembra promettere la felicità ma conduce invece alla morte. Si commette un peccato quando ci si inganna e anziché la logica della vita si segue quella della morte. Riconoscere l’esistenza del peccato ecologico dunque non significa cedere a una moda, ma affermare che anche nel rapporto con l’ambiente si può scegliere la morte anziché la vita. Per molti secoli non si è fatto caso a questo aspetto, ma la gravità dell’attuale crisi ci obbliga ad aprire gli occhi sull’impatto, a volte devastante, dei comportamenti umani sull’ambiente e sulle conseguenze che ciò provoca per la nostra stessa vita: «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi» (LS, n. 56). È l’ascolto della realtà dei nostri giorni a fornire la base di una nuova consapevolezza che la Chiesa esprime con il linguaggio che le è proprio, indicando ai cristiani e all’intera umanità un ambito di responsabilità particolarmente cruciale, ma anche un terreno su cui fare esperienza di conversione, misericordia e salvezza.

Veri e propri “ecocidi”
Parlare di peccato ecologico richiede di avere davanti agli occhi la concretezza della realtà a cui si fa riferimento. Nel discorso all’Associazione internazionale di diritto penale, papa Francesco lo fa ricorrendo alla categoria di ecocidio, in cui inserisce «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema», o, con un linguaggio più tecnico, «la perdita, il danno o la distruzione di ecosistemi di un territorio determinato, in modo che il suo godimento per parte degli abitanti sia stato o possa vedersi severamente pregiudicato». Chiede quindi che sia dato un riconoscimento giuridico a questa categoria di «crimini contro la pace», dopo aver denunciato l’impunità di cui spesso gode «la macro-delinquenza delle grandi imprese e delle multinazionali» che è «all’origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l’ambiente».


Alcuni testi di riferimento

L’enciclica Laudato si’ (LS) sulla cura della casa comune non usa esplicitamente l’espressione peccato ecologico, ma ricorre ad altre che vi sono molto vicine, in particolare quella di «peccati contro la creazione» (LS, n. 8), quali la distruzione della biodiversità, l’inquinamento o la compromissione dell’integrità della terra; riconoscendo il fondamentale contributo del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo nell’aver sviluppato la riflessione a riguardo, ne cita queste parole, pronunciate nel 1997 «“un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (ivi). Anche per Benedetto XVI – lo ricorda la LS al n. 6 – il degrado ambientale, al pari di quello sociale, è la conseguenza del ripiegamento egoistico dell’essere umano su di sé (cfr enciclica Caritas in veritate [2009], n. 34). «Lo spreco della creazione – affermò Benedetto XVI durante l’incontro con il clero della diocesi di Bressanone il 6 agosto 2008 – inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi».

Si tratta dello stesso percorso compiuto dal Sinodo, che fa risalire agli «interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e di alcuni leader indigeni» (DF, n. 10), la responsabilità per il degrado ambientale dell’Amazzonia, per le violazioni della dignità umana, le violenze e la disgregazione di molte comunità. Del resto già il cap. I della LS aveva concluso la rassegna dei principali problemi ecologici del mondo contemporaneo (inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, questione dell’acqua, ecc.) con la denuncia delle debolezze della politica (cfr LS, n. 54) e del fatto che «i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente» (LS, n. 56).

Non si tratta di fenomeni che riguardano solo regioni lontane:
dinamiche analoghe affliggono il nostro Paese. Il dissesto idrogeologico e la scorretta gestione del territorio, causati dalla corruzione, dalla speculazione o da progetti di sviluppo miope (pensiamo ad esempio alla laguna di Venezia) provocano vittime e ingentissimi danni ogni anno, mentre numerose indagini segnalano quanto siano frequenti gli intrecci tra corruzione, interessi della malavita e gestione dei rifiuti, che si tratti della crisi ormai endemica di alcune aree urbane o della contaminazione di interi territori – la Terra dei fuochi, ma non solo – con pesanti conseguenze per la salute dei loro abitanti. Né possiamo dimenticare le vicissitudini della città di Taranto, icona degli intrecci tra interessi economici (anche di grandi gruppi multinazionali), tutela dell’occupazione e della salute, salvaguardia dell’ambiente. Non a caso sarà la città pugliese a ospitare, nel febbraio 2021, la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata proprio a questi temi e intitolata “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”.

Il rompicapo della responsabilità
L’analisi delle situazioni concrete ne evidenzia le responsabilità. In alcuni casi non si fa fatica a identificare mandanti, complici e conniventi di clamorosi ecocidi. In altri emerge invece una catena ramificata. Ma quanto è lunga? In altre parole il peccato ecologico riguarda solo un numero ristretto di persone o ci coinvolge potenzialmente tutti? E in che senso possiamo o dobbiamo sentirci responsabili di vicende che si svolgono dall’altra parte del pianeta? Si tratta di domande scomode, ma non possiamo evitarle se alla diagnosi del male vogliamo far seguire un’azione contraria, che ci aiuti «ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS, n. 163).

La scomodità di questi interrogativi spiega perché la questione sia spesso affrontata in chiave di fuga o di negazione, ad esempio sulla base della considerazione che l’intreccio delle responsabilità e dei coinvolgimenti è così complesso da scoraggiare qualsiasi tentativo di ricostruirlo, con la conseguente paralisi dell’azione. Come nota la LS, «Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito» (n. 56), con la conseguenza che il disinteresse generale blocca la ricerca di soluzioni alla crisi ambientale quanto e forse più dell’opposizione di chi non vuole alcun cambiamento. E questo fa il gioco di chi ha interesse ad addormentare le coscienze perché trae profitto dall’attuale situazione.

Un’altra reazione diffusa e non troppo diversa di fronte alla complessità è quella di semplificare il quadro recidendo o ignorando alcuni legami. La LS lo definisce riduzionismo, che è il rifiuto (più o meno consapevole) di considerare legami e connessioni. La sua principale forma spinge alla ricerca della massimizzazione del profitto a ogni costo, senza alcuna considerazione per le conseguenze sociali e ambientali, ma dalla stessa matrice vengono anche una fiducia cieca nelle capacità della tecnica di risolvere tutti i problemi, uno stile di vita consumista o persino un impegno ecologico superficiale, che si accontenta di soluzioni parziali senza inserire i problemi in un quadro più completo. I comportamenti che rientrano nella definizione di peccato ecologico sono quasi sempre la conseguenza di una qualche forma di riduzionismo, della incapacità o non volontà di tenere conto di legami e connessioni tra i fenomeni.

Invece è proprio la consapevolezza dell’interdipendenza e dei collegamenti il modo per affrontare in maniera costruttiva la questione delle responsabilità, consentendo di dare l’esatta misura, anche morale, ai singoli gesti che compiamo, nel bene e nel male. Di generazione in generazione, i comportamenti individuali di attenzione o di disattenzione per l’ambiente – quelli dei manager e dei politici, quelli degli insegnanti e dei ricercatori, quelli dei normali cittadini e lavoratori, quelli degli attivisti e di coloro che lottano per cambiare le cose – si aggregano e si sedimentano, dando forma a una cultura della cura oppure dello scarto, che si traducono a loro volta in strutture e istituzioni (enti pubblici, ma anche imprese, associazioni e organizzazioni di vario genere). Questo impatto aggregato supera di gran lunga quello che può produrre ciascuno di questi gesti preso singolarmente, perché cultura e strutture definiranno l’orizzonte di riferimento della collettività e le opzioni disponibili alle generazioni successive, indirizzando in modo più o meno stringente le scelte dei singoli. Il clima è un buon esempio: le scelte energetiche di ogni singolo consumatore (rispetto ai mezzi di trasporto, al riscaldamento e all’aria condizionata, ecc.) hanno con tutta evidenza un impatto trascurabile sui cambiamenti climatici, ma è altrettanto vero che le generazioni future erediteranno un pianeta più o meno ospitale a seconda di come si sono comportate quelle che le hanno precedute, compresa la nostra.

Inoltre, scelte di attenzione all’ambiente trasformano la cultura e stimolano altri a compierne di analoghe. Le dinamiche collettive sono sempre il risultato del concorso di comportamenti personali, a loro volta condizionati e orientati dalla complessa rete in cui ciascuno è inserito. Tanto per fare un esempio: operare scelte di consumo consapevole e responsabile dipende dalla concreta disponibilità di prodotti che rispettino determinati standard etici, che non è la stessa ovunque nel mondo. Le possibilità si ampliano quando molti consumatori adottano comportamenti analoghi: sarà questa pressione collettiva a far aumentare la disponibilità di prodotti che soddisfino anche le loro esigenze etiche. In un mondo in cui tutto è connesso, solo collegandosi si ottengono dei risultati.

Una nuova consapevolezza si fa avanti, quella della solidarietà nella responsabilità. Rendersi conto di essere parte di un gruppo, di una comunità, di un’impresa, di una generazione, di una collettività nazionale o di una certa cultura fa comprendere che è impossibile rescindere questi legami e azzerare una quota di responsabilità per le scelte collettive che danno forma al mondo in cui viviamo, a prescindere dagli atti che ciascuno compie individualmente. Per la stessa ragione, di fronte alle catastrofi ambientali o agli ecocidi, la spinta a cercare un capro espiatorio è una scorciatoia seducente, ma anche ingannevole. Le responsabilità individuali, a livello morale e anche penale, sono un capitolo importante, ma non esauriscono la questione.

Gli ecocidi, così come le buone pratiche di cura della casa comune – che pure ci sono e vanno valorizzate – ci fanno percepire la forza del legame che unisce i membri di una collettività, per cui le azioni compiute da alcuni coinvolgono tutti: nel male, come nel bene, vi è una profonda solidarietà. Provare a rifiutarla, magari sulla spinta dell’individualismo dominante, non la elimina, ma ci preclude possibilità di azione efficace sulla realtà. Un buon esempio viene da tutte quelle dinamiche che intaccano il capitale sociale o ne favoriscono il recupero. Gli atti di corruzione non hanno un impatto solo su chi li commette (corruttori e corrotti), ma sull’intera società, diffondendo la propria logica perversa e provocando la degenerazione del tessuto sociale circostante. Lo stesso vale, ma in direzione opposta, per tutte quelle azioni che favoriscono la coesione della società: per questo il volontariato, così come tutte le esperienze di gratuità, rappresentano una componente insostituibile del capitale sociale. Lo vediamo bene anche in campo ambientale!

Così, riflettere sulla questione della responsabilità all’interno dell’intricata rete di connessioni e interdipendenze che è la trama del nostro mondo ci porta a scoprire una tensione ineliminabile, ma feconda, tra due livelli differenti (anche in termini di imputabilità morale), ma in relazione: quello collettivo e quello personale. Il condizionamento (negativo e positivo) che viene dalla cultura e dalle strutture prodotte dalla sedimentazione delle scelte compiute da chi ci ha preceduto non può essere ignorato, ma questo non azzera lo spazio della libertà e quindi della responsabilità personale: piccolo o grande, c’è sempre un margine di scelta tra comportamenti ispirati alla logica della vita o a quella della distruzione. E questa scelta contribuirà a configurare le opportunità di cui potrà disporre chi verrà dopo di noi.

Peccato e conversione
Questo margine di scelta è anche la condizione di possibilità di una inversione di rotta, evitando di chiuderci nel senso di solitudine o di impotenza. Rileggere la crisi socioambientale in termini morali attraverso la categoria di peccato ecologico fa emergere dinamiche e responsabilità che facilmente tendiamo a occultare o sminuire, ma consente anche di guardarle in una diversa prospettiva. Nella teologia e nella spiritualità cristiana, infatti, considerare i peccati commessi, e ancor di più la trama di peccato in cui tutti siamo inseriti, non è un esercizio di autocommiserazione o di autoflagellazione per cercare di placare i sensi di colpa. Per il cristiano, il peccato può diventare il luogo di incontro con la misericordia di Dio, che dona la salvezza e apre un cammino di conversione. Questo vale anche per gli ecocidi e gli errori che sono alla radice dei disastri ambientali del nostro mondo. È questa la radice della speranza che percorre l’intero testo della LS e da cui siamo invitati a lasciarci contagiare: «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205). In altre parole, scegliere la logica del bene, che abita la nostra realtà a fianco di quella del male, resta una possibilità sempre aperta per la libertà della coscienza umana. Non è un caso che nel DF la menzione del peccato ecologico appaia in un paragrafo intitolato «Appello profetico e messaggio di speranza a tutta la Chiesa e al mondo intero».

L’incontro gratuito con la salvezza donata da Dio non risolve tutti i problemi in modo magico o estrinseco, ma suscita l’impegno a incamminarsi in un percorso di conversione ecologica: abbandonare le abitudini, le scelte, i comportamenti riconosciuti come sbagliati, farsi carico delle loro conseguenze, spesso tanto drammatiche quanto irrevocabili, e dirigersi in direzione del bene.

Tuttavia, nessun cambio di rotta, per quanto deciso e profondo, potrà eliminare la complessità del reticolo di interazioni che abbiamo considerato nel paragrafo precedente, compresi i fattori che potranno limitare il nostro slancio. Anche questi limiti dovranno essere assunti e integrati. Del resto, ogni conversione, anche quella ecologica, orienta al bene concretamente possibile oggi, sapendo che compierlo equivale a fare un passo avanti che dischiuderà maggiori possibilità di bene domani. In questo senso la LS è attenta a inserirci in un orizzonte di progressione, specie quando si tratta di intervenire su assetti economici e sociali che hanno dato vita a strutture estremamente solide e ramificate. Parlando ad esempio della necessità di abbandonare al più presto i combustibili fossili, essa riconosce che questo non è realizzabile dall’oggi al domani. Nel frattempo «è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie» (LS, n. 165), a condizione che questo non diventi un pretesto per rallentare il processo o per scaricare sui più deboli i costi della transizione energetica o del ritardo nel compierla.

Ugualmente bisogna tenere conto che le possibilità di azione dipendono dal ruolo occupato da ciascuno all’interno del sistema economico e sociale: i poveri che vivono nelle periferie degradate non hanno la stessa possibilità di incidere e quindi la stessa responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni ai livelli più alti delle organizzazioni internazionali, delle amministrazioni pubbliche o delle grandi imprese multinazionali.

La considerazione della complessità strutturale della conversione ecologica introduce un altro elemento di grande rilevanza: essa è un compito per il genere umano nella sua totalità: «mentre l’umanità del periodo postindustriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ivi). Insieme all’impegno personale è indispensabile il concorso di tutti: il peccato ecologico ci coinvolge collettivamente, come umanità o, più precisamente, come famiglia universale composta da «noi tutti esseri dell’universo […] uniti da legami invisibili» (LS, n. 89). E proprio come rischiamo di sprofondare tutti insieme, è altrettanto chiaro che nessuno si potrà salvare da solo.

La profezia della gratuità
In conclusione, il peccato ecologico è una lettura di una delle più gravi emergenze del nostro tempo, che fa tesoro delle ricchezze della tradizione per sostenere lo slancio verso il cambiamento e contrastare la tentazione della chiusura nello scoraggiamento o nei sensi di colpa. Lo stupore che ha suscitato la menzione del peccato ecologico nel DF è la spia che questa dinamica non ci è familiare, almeno a livello di consapevolezza condivisa e in riferimento alle questioni ambientali. Per aiutarci a scoprire come introdurre la dimensione ecologica nelle pratiche della vita cristiana, già nel 2016 papa Francesco aveva proposto un esame di coscienza ecologico e l’inserimento della cura della casa comune nel tradizionale elenco delle opere di misericordia (cfr. Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, 1° settembre 2016). La nostra Rivista ha fin da subito mostrato attenzione a questi stimoli e continuerà anche nei prossimi numeri a dar spazio a contributi a sostegno di percorsi di conversione ecologica a diversi livelli.

Considerare ecocidi e disastri ambientali come peccati ecologici ci lancia davvero una sfida radicale. Ci ricorda infatti che non sarà possibile farvi fronte solo con la logica del conteggio dei danni e dei relativi indennizzi, o di qualche forma di compensazione che non cambia radicalmente le cose ma aiuta chi sa di aver sbagliato “a mettersi a posto la coscienza”. Per la teologia cristiana è chiaro che solo la grazia può vincere il peccato. Per questo la LS non cessa di sottolineare l’importanza di tutte le esperienze personali e collettive di gratuità, dalla fruizione della bellezza (naturale o artistica) alla difesa di spazi sociali di riposo e celebrazione sottratti alla logica del consumo e del profitto, agli impegni di volontariato e azione per la giustizia, in cui persone e ambiente sono oggetto di rispetto e non di sfruttamento. Tutto ciò che è gratuito appartiene all’ordine della grazia e per questo ha efficacia salvifica. Ma la brutalità e la violenza del peccato ecologico su scala globale sono così intense che possiamo affrontarle solo entrando in una prospettiva di gratuità ancora più integrale e capace di debordare, di eccedere ogni misura, cioè nella gratuità del dono di sé. Famosi o sconosciuti, cattolici o non cattolici, i martiri ecologici del nostro tempo – tra cui non poche donne, quali Berta Cáceres e suor Dorothy Stang – ci aprono profeticamente questa strada.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" Peccato ecologico, un appello alla responsabilità di Giacomo COSTA e Paolo FOGLIZZO

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 03 Febbraio 2020 00:00

Un Brexit Day piccolo piccolo

Il grande giorno è arrivato. La Gran Bretagna diventa il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea. In realtà, questo è un giorno molto piccolo e con poco da festeggiare per molti di noi espatriati in Gran Bretagna, cosi come per tutti quelli che, per varie ragioni, hanno a cuore il sogno di un’Europa unita. Oltremanica ha invece prevalso l’idea di isolazionismo. Ha vinto quella stessa tendenza alla divisione (e disunità) che provano a venderci i nazionalisti, spesso xenofobi, di casa nostra (non chiamiamoli sovranisti perché questo termine non significa nulla).

Patriottismo e indipendenza sono entrati nel vocabolario politico e nel discorso pubblico per camuffare o rendere meno nauseante il razzismo, l’arroganza, il classismo, l’imperialismo, l’euroscetticismo, l’ignoranza o la semplice paura della diversità. In sintesi, politici come Boris Johnson e Nigel Farage sono riusciti a polarizzare l’opinione pubblica e radicalizzare la politica britannica, stravolgendo, al tempo stesso, il dizionario e il significato di alcuni termini. Così mentre i Brexiter festeggiano a Parliament Square la Waterloo della ragione e la vittoria della demagogia, noi siamo purtroppo costretti a fare i conti con la storia e riavvolgere il nastro del tempo.

La campagna referendaria pro-Brexit del 2016 ha riattivato aspirazioni ultranazionaliste mai del tutto sopite e rigenerato una confusa memoria collettiva che guardava (e guarda) solo ai fasti imperiali. Essa ha mostrato il lato oscuro di un Paese diviso e in lotta sia con la sua stessa identità che con un ruolo geopolitico molto ridimensionato in ambito delle relazioni internazionali: non più una potenza globale ma semplice stato membro, cosmopolita in alcuni centri urbani ma con il mito del Brexiter campagnolo in alcuni villaggi, con università prestigiose e scuole superiori da far rabbrividire, capace di accogliere gli “esuli” di luoghi lontani e vicini ed essere razzista, seppur velatamente, con i suoi cittadini di colore.

Sotto alcuni punti di vista, Brexit e le divisioni presenti nella Gran Bretagna di oggi sono il simbolo di una battaglia interna al capitalismo: sono le ripercussioni di uno scontro tra la difesa dei diritti, delle regole e di certi standard e la deregulation neoliberista. La crisi economica del 2007-2008, l’austerità , la frattura causata dalla diseguaglianza nelle società occidentali e lo svilimento dell’insegnamento e della cultura hanno poi contribuito a confondere le acque, favorendo l’appeal di chi ha soluzioni facili e spingendo parte della working class a votare paradossalmente per una super-élite, essenzialmente snob e classista, che un giorno ridurrà le protezioni sociali delle fasce più deboli della popolazione ed è completamente disinteressata agli effetti economici negativi che un regime di dazi potrebbe comportare.

Per comprendere questa complessità e, al tempo stesso, le paure dei cittadini europei in Inghilterra e Galles, a poco servono le analisi stereotipate di qualche osservatore nostrano Brexit, “perché in Gran Bretagna non sono mai stati europei”, citando l’adattatore, le miglia o la “moglie (inglese) ancora non ha capito cosa sia un chilo di pasta, lei ragiona solo in libbre e once”, per arrivare alla conclusione che “si capisce che la Brexit non è una bizzarria, ma qualcosa iscritta nelle sue radici e nella sua cultura”. Esse alimentano il mito della diversità inglese, smentito dalla ricerca accademica, e riprendono, involontariamente, gli argomenti “astorici” portati avanti da un ristretto gruppo di storici pro-Brexit, gli Historians for Britain (oggi, per altro, scomparsi).

Uno sguardo disattento o fisso solo sul mito della Cool Britannia non ci permette neanche di vedere le altre sfaccettature di questo Brexit Day. Si sta, infatti, cercando di cancellare l’esistenza di una cultura pan-europea che esiste da secoli, ignorando gli sforzi fatti per ricostruire l’Europa dopo la guerra. Inoltre, non si guarda a quello che Elena Remigi chiama “il lato umano della Brexit”. “Perché non vengono ad ascoltare gli italiani che vivono a Peterborough, a Leeds o nelle Midlands? Io passo le giornate a sentire storie di grande sofferenza, ma non se ne parla, fino a quando scoppierà il problema”, racconta questa donna combattiva e fondatrice del progetto In Limbo (che raccoglie le testimonianze dei cittadini europei). È forse arrivato il momento di guardare a quest’isola in maniera più profonda e distaccata perché con la Brexit, chi più chi meno, abbiamo perso un po’ tutti, britannici o europei poco importa ormai.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Un Brexit Day piccolo piccolo di Andrea Mammone

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Una seria minaccia alla nostra sicurezza energetica è più facile che abbia radici nell’abbandono dell’investire, non in instabilità locali.

L’Iran è sotto embargo e quasi in guerra. In Libia è guerra civile. E siccome entrambi ci vengono tramandati come grandi produttori di petrolio, la nostra sicurezza (energetica) vacilla. O almeno questa è la narrazione corrente. Lasciamola ai media, che la realtà è un poco più articolata.

L’Iran, per cominciare. È arrivato ad esportare, nel 2018, fino a tre milioni di barili/giorno. Post sanzioni, la stima corrente è che al meglio ne esporti 350.000. In un anno sono spariti dal mercato (quasi) 3 milioni di b/g. Grosso modo il 3% della produzione mondiale; ma anche quasi l’8% del petrolio venduto sul mercato internazionale. Eppure il prezzo non ha praticamente fatto un plissé. Il bello del tempo dell’abbondanza è che puoi far sparire un produttore senza che nessuno ti mandi il conto a casa.

Qualche sana cautela. E dunque possiamo vivere tranquilli, e cullati da un mercato liquido ed abbondante? Qui qualche cautela. Del 3% scomparso dal mercato mondiale non si è accorto nessuno; ma dei 60/70 miliardi di dollari perciò scomparsi dal bilancio iraniano si sono accorti, e dolorosamente, tutti gli iraniani. Le guerre, contrariamente al divulgato, non si fanno per il petrolio; ma può accadere che si facciano per il controllo della rendita petrolifera. Se un produttore vive di rendita, togliendogliela gli togli i soldi della sua spesa sociale; in pratica gli tagli pensioni e ospedali e, via esasperazione sociale, lo accompagni verso la destabilizzazione. Le sanzioni americane all’Iran sono quindi esempio di scuola.

Perché prendersela con l’Arabia Saudita? C’è però un rovescio della medaglia. Se tu non lo destabilizzassi, il produttore non ti metterebbe mai a rischio l’approvvigionamento (poi c’è stata qualche mente acuta, vedi Chavez, che ci ha provato; ma è girata subito in farsa). Il suo bisogno di rendita è tale che ha perso la libertà di non vendere. Se però gli togli la rendita prima di destabilizzarsi magari reagisce. E la reazione più naturale è di cercare di rendere il proprio petrolio di nuovo indispensabile provando a distruggere quello altrui; ed il modo più efficace consiste nella messa fuori uso dell’infrastruttura petrolifera concorrente. L’attacco con droni del centro olio saudita diventa a sua volta esempio di scuola.

Lezione iraniana. Nessun produttore è indispensabile. La rendita per alcuni produttori invece lo è. Creando instabilità poni la premessa per una reazione. La reazione può concretizzarsi nell’aggressione degli impianti altrui. Se l’aggressione è seria e di successo qualche tema di sicurezza dell’approvvigionamento può infine porlo. La sicurezza dell’approvvigionamento, in definitiva, non più funzione della capacità produttiva, ma funzione della sicurezza dell’infrastruttura che deve trattare e trasportare la produzione.

Adesso la Libia. Che tutti dicono sia energeticamente strategica e prioritaria; e però si dimenticano di spiegarci perché. Loro a fine dell’anno scorso esportavano grosso modo un milione di barili/giorno; insomma un terzo dell’export iraniano dei tempi d’oro. Però noi “dipenderemmo” da loro per oltre il 12% delle nostre importazioni correnti (2019) di greggio (comunque, poco più di 100.000 b/g). Ma che significa “dipendere”? Morto un greggio non se ne può fare un altro? Certo, deve avere caratteristiche petrofisiche affini (ogni greggio è bello a raffineria sua e la destinazione di un carico la decidono, appunto, le raffinerie, e non le Cancellerie); ma in tempi di abbondanza e liquidità trovare greggi fungibili, e tra l’altro per approvvigionarne volumi modesti, non dovrebbe essere impresa difficile. È già successo. Fine di Gheddafi e (in pratica) fine temporanea dell’export di greggio o quasi. Scenari a mezzo stampa di tregenda energetica italiana. Il nostro sistema di raffinazione si mise poi quietamente ad acquistare greggio azero (ma la notizia non conquistò la prima pagina), l’Azerbaijan divenne (temporaneamente) il nostro primo fornitore, e nessuno si trovò a patire per il greggio libico scomparso. Cosa ci fosse di “strategico” francamente mi sfugge.

Obiezione. C’è il gas, e ci sono gli interessi strategico-nazionali dell’Eni. Uno alla volta. Il gas dei giacimenti che alimentano il gasdotto o arriva qui o semplicemente non lo esportano. Il tubo girevole ancora non lo hanno inventato; e perciò un gasdotto crea un matrimonio indissolubile tra un giacimento e un mercato. Insomma se non arriva qui non può di massima che essere ancora una volta per un problema di sicurezza dell’infrastruttura. Se poi malauguratamente succedesse (come già è storicamente successo) dovremmo anche qui riuscire a cavarcela con gas sostitutivi (che col gas non c’è neanche da affrontare la rigidità del sistema di raffinazione). Dalla Russia c’è ancora posto; gli impianti di rigassificazione si sono messi a funzionare, e altro. Poi se capita tutto senza preavviso qualche disagio è più che possibile; ma l’assideramento invernale non pare prospettiva concreta.

Infine l’Eni. Che però non si capisce bene dove stia il problema. Dicesi che la competizione diplomatica francese miri a scalzare l’Eni in favore di Total. Ma riuscite a pensare nel 2020 ad un produttore così folle da “espropriare” l’Eni e a reintestare il tutto ad un’altra società petrolifera; e/o ad una società petrolifera occidentale così oltre qualunque regola da accettare il dono? Se volete convincermi che gli interessi dell’Eni in Libia possano essere a rischio me la dovete raccontare meglio. Poi non c’è dubbio che quelli dell’Eni siano interessi importanti; ma non tutto ciò che è importante è anche per definizione strategico.

Lezione libica. Al netto dei temi infrastrutturali, nell’età dell’abbondanza, più un mercato (e qui il riferimento è a quello europeo) è liquido e diversificato e più diventa difficile trovare qualcosa cui attaccare l’etichetta di “strategico”. Nell’età dell’abbondanza, però. E l’abbondanza o, se volete fare i tecnici, il tendenziale eccesso dell’offerta è frutto di impressionanti investimenti in esplorazione, sviluppo, produzione ed infrastruttura. Oggi questi investimenti sono sospettati di crimini contro il pianeta; e probabilmente sono pure colpevoli. Osservo però che non possiamo farne a meno da domattina. Oggi la quota fossile della nostra energia primaria è all’81%; lo scenario IEA di Sustainable Development (quello cioè più “decarbonizzato”) modellizza per il 2030 una riduzione del 10% dei consumi di petrolio e un lieve aumento di quelli di gas, mentre gli altri scenari ipotizzano un aumento in volume di entrambi; e se non continuiamo ad investire per rimpiazzare almeno in parte quello che stiamo consumando rischiamo di transire dall’abbondanza alla scarsità e persino di riscoprire la dimensione dello “strategico”.

Una seria minaccia alla nostra sicurezza energetica è più facile cha abbia radici nell’abbandono dell’investire che non in instabilità locali. E questa minaccia, se volete, possiamo chiamarla strategica.

Da "http://www.limesonline.com/" Libia e Iran. Ovvero dell’essere strategici ed altre leggende di Massimo Nicolazzi

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Attaccate banche iraniane e siti governativi americani. Mentre decelera l'escalation militare, la guerra fredda cibernetica sta diventando calda a colpi di DDoS e defacement. Cosa è accaduto finora e cosa potrebbe accadere

La Banca iraniana Sepah ieri è stata sotto attacco per diverse ore. A causa di un DDoS, un attacco da negazione di serivizio in gergo informatico, un attacco condotto per fare collassare il sito web bersaglio di innumerevoli richieste di accesso da parte di un'orda di computer zombie, una botnet, precedentemente infettati e comandati da remoto. Autore dell'attacco sarebbe il gruppo Prizraky, che dalle verifiche di Repubblica rimanda a un sedicenne brasiliano pro-Trump che in chat ha dichiarato di essere un simpatizzante del presidente Bolsonaro e che con questa sua azione ha voluto dimostrare che "se gli americani devono temere attacchi dall'Iran, anche l'Iran deve temere attacchi cibernetici nei suoi confronti". Mentre scriviamo il sito web della banca è ancora irraggiungibile dall'Italia. Ma potrebbe semplicemente aver alzato le difese deviando il traffico straniero per proteggersi. In ogni caso siamo dinanzi a un segnale da non sottovalutare affatto. Che succederebbe se sull'onda dell'emozione ogni hacker in erba cominciasse la sua cyberguerriglia personale?

L'attacco alla banca non è l'unico segnale delle attese schermaglie cibernetiche temute dal Dipartimento per la sicurezza nazionale Usa (DHS). Tramite l'Agenzia per la protezione delle reti e delle infrastrutture Cisa, il Dipartimento aveva avvertito di mettere in sicurezza dati, reti e sistemi proprio il giorno della Befana per il pericolo di potenziali attacchi alle infrastrutture fisiche e digitali sia al settore pubblico che privato provenienti dall'Iran.

In effetti a poche ore dall'uccisione del generale iraniano Soleimani ordinata da Trump si erano verificati attacchi cibernetici di bassa intensità con centinaia di siti web americani colpiti da defacement, una tecnica di hacking che consiste nel cambiare l'aspetto delle homepage dei siti web che, troppo frettolosamente, alcuni commentatori avevano derubricato come azioni da ragazzini (script kiddies, in gergo "i ragazzini che usano il codice senza capirlo"). Non la pensano così gli analisti americani che nel comunicato sopra citato hanno richiesto di avvertire il governo di ogni piccolo segnale di "guerra cibernetica", defacement inclusi. Il defacement potrebbe essere infatti un modo per dimostrare che le difese sono state penetrate più in profondità.

Nei giorni precedenti l'immagine di Trump sanguinante e preso a cazzotti campeggiava sul sito della Libreria federale americana da cui ogni cittadino scarica le pubblicazioni governative, dalle leggi ai censimenti. Lo stesso era accaduto con il sito web del Dipartimento per l'Agricoltura americano. Entrambi defacciati da sedicent hacker iraniani.

Gli analisti concordano tutti che l'Iran non ha le capacità offensive di Russia e Cina, e che una guerra aperta nel cyberspace vedrebbe gli iraniani soccombere, come era già successo con Stuxnet, il virus israelo-americano usato per bloccare le centrifughe per l'arrichimento dell'uranio nel 2010 e pure pochi mesi fa quando gli Usa avevano attaccato i sistemi di gestione dei droni iraniani. Ma, come ricorda il DHS, nel passato gli hacker di stato iraniani avevano colpito duro, mettendo fuori servizio 30 mila stazioni di benzina della Saudi-Aramco con il virus Shamoon; cancellato i dati del casinò Sands di Las Vegas, e attaccato con successo il Nasdaq e il settore bancario Usa e circa 100 università. In un caso erano riusciti a penetrare nel sistema di gestione della diga di New York, il cui colpevole, iraniano, è stato processato.

E in effetti i timori maggiori non sono per quello che sta già accadendo ma per quello che potrebbe accadere "nei settori della difesa, della finanza, dell'energia e dei trasporti" perché i cybergruppi iraniani "useranno i network che hanno gia compromesso durante attività spionistiche per realizzare nuovi attacchi" sia contro bersagli americani che alleati nel golfo persico, dicono gli esperti. Come Mike Beck di Darktrace secondo cui "La minaccia alle infrastrutture nazionali critiche oggi è più grave che mai. Gruppi sofisticati utilizzano software avanzati in grado di passare sotto i radar dei tradizionali controlli di sicurezza e di impiantarsi nel cuore dei sistemi critici."

Motivo per cui la Cisa consiglia tutti di fare attenzione alle email, agli allegati, alle password, a ogni comportamento anomalo dei sistemi informatici. Soprattutto nei settori gestiti dagli ICS/Scada, i controlli industriali che, comandati da software aprono le valvole del gas e i rubinetti dell'acqua o comandano dispositivi idraulici e meccanici nella produzione di cibo e farmaci o nel trattamento dei rifiuti. La raccomandazione è di prestare attenzione nelle ore "più strane", come di notte. Nel passato hacker islamici sono stati scoperti perché attivi durante le ore d'ufficio a Teheran. Era successo lo stesso con i russi responsabili dell'hacking del Comitato elettorale democratico (DNCleaks).

A suonare l'allarme è Chris Krebs, direttore della Cisa secondo cui gli attaccanti legati all'Iran usano dei wiper sempre più distruttivi per cancellare dati dai computer chiarendo che "Quello che sembra il semplice furto di un'email può essere il primo passo della compromissione di un intero network." Oppure nelle parole di Joe Loveless della Neustar: "gli attacchi DDoS sono spesso un diversivo per l'inezione di malware". D'accordo con loro anche gli analisti della Brookings Institutions: la paura è che l'Iran stia solo testando le difese americane.

Altro segnale da non sottovalutare: in questi giorni abbiamo assistito a un picco nell'uso di Tor, la darknet protetta dalla crittografia, proprio dall'Iran, con il 70% di accessi rispetto al 3% di accessi dagli States.

Da "https://www.repubblica.it/" Iran vs Usa, la cyberguerra è solo agli inizi di Arturo Di Corinto

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Le “rivolte” dei vari Paragone e Fioramonti non hanno sbocco. La notizia che Di Maio pensi a lasciare la guida è un pettegolezzo, fatto per screditarlo. Perché il vero dominus del Movimento, per statuto e per business, è e resta unicamente Davide

È possibile che il movimento Cinque stelle chieda il divorzio da Rousseau e quindi da Davide Casaleggio? La risposta è semplice e spiega come questa ipotesi investa le sorti del governo Conte due. Sono due gli statuti che stabiliscono il ruolo di dominus di Davide Casaleggio. Quello del Movimento, rifondato nel 2017 dallo stesso Casaleggio e Luigi Di Maio, e quello di Rousseau.
Quest’ultimo stabilisce la carica a vita dell'imprenditore milanese, mentro lo statuto del Movimento dice che Rousseau si occuperà per sempre della gestione di alcuni aspetti del partito. Chi ha deciso che Rousseau sia fornitore di servizi del Movimento? Nessuno, o meglio l'hanno deciso Casaleggio e Di Maio di fronte a un notaio. Per cambiare lo status quo servirebbe cambiare lo statuto del Movimento. Come? Su Rousseau.

I parlamentari, e quindi anche Di Maio, non hanno alcuna possibilità di influire sull'associazione di Casaleggio. E allora il divorzio tra Rousseau e il Movimento è tecnicamente impossibile, non esiste una procedura che possa deciderlo. Solo Davide Casaleggio può decidere di sciogliere questa unione che non è stata votata da nessuno, ma imposta.
Soltanto il figlio di Gianroberto Casaleggo può decidere di spegnere i server e con essi il Movimento. Rousseau gestisce i processi decisionali e di e-voting, la comunicazione interna ed esterna, l'anagrafica degli iscritti. Il cuore del primo partito italiano è nelle mani di un associazione privata di natura commerciale su cui il partito non ha nessun controllo.

Casaleggio può in qualsiasi momento far valere la clausola "vessatoria" per cui chi non versa l'obolo di 300 euro al mese alla sua associazione è fuori dal Movimento. Ciò dimostra per tabulas chi è il padrone e quanto inutile sia chiedersi se il Movimento sia di sinistra o di destra: M5S è di Casaleggio. Siamo passati dalla retorica dei pieni poteri a Salvini a quella dei pieni poteri di un imprenditore che con un'entità commerciale gestisce il primo partito italiano per numero di seggi.

Senza Rousseau e quindi senza il controllo sul Movimento, Casaleggio e la sua azienda perderebbero appeal: quello che gli ha permesso di raddoppiare il fatturato in un anno e quasi decuplicare gli utili, dopo un lungo periodo di crisi. Quello, detto chiaramente, che ha permesso a una piccola azienda di acquisire clienti di prima fascia come la multinazionale Philip Morris. Queste partnership commerciali sopravviverebbero a un’eventuale crisi che vedesse il M5S uscire dall’area di governo o all'uscita di Casaleggio dalla gestione del Movimento?
Se Casaleggio mollasse il Movimento continuerebbe a essere interlocutore politico del Pd, riceverebbe ancora le telefonate di Zingaretti?
Se davvero i parlamentari volessero intraprendere una "guerra a bassa intensità" contro il Dominus, per liberarsi del "giogo" non servirebbero documenti o interviste, basterebbero atti precisi. Come per esempio indagare a fondo su quali sono le nomine cui è interessato l'imprenditore-fondatore, a partire da quella sul Garante della Privacy.

D’altronde che in tema di nomine governative Casaleggio conti qualcosa lo ha ammesso lui stesso. «Se fossi stato interessato ai soli soldi avrei forse potuto aspirare a una nomina da qualche centinaia di migliaia di euro di solo stipendio», ha recentemente detto, confermando di avere una qualche influenza sul governo. Per questi motivi sia la “rivolta” di alcuni parlamentari o le generiche accuse di Gianluigi Paragone e Lorenzo Fioramonti, sia le ipotesi di distacco tra Movimento e Rousseau ci sembrano vadano archiviate come pettegolezzi. Ciò non significa che siano prive di significato, anzi.

È evidente che la notizia che il capo politico Di Maio pensi al divorzio da Casaleggio abbia come obiettivo lo stesso Di Maio, qualcuno sta provando a trasformarlo in un target, un obiettivo da abbattere. Una campagna marketing ben orchestrata che però per creare davvero il caos dovrebbe riuscire a convincere Casaleggio, l'unico che può davvero spodestare Di Maio e rompere il patto che ha permesso ad entrambi la scalata. Mentre sempre più spesso si parla (finalmente) di conflitto di interessi, Casaleggio deve scegliere su chi puntare.


Chi può garantire meglio il suo ruolo nella vita politica italiana? Di Maio o Conte?

Da "https://www.linkiesta.it/" Tutto in mano a Casaleggio: quello tra i Cinque Stelle e Rousseau è un divorzio impossibile

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Venerdì, 10 Gennaio 2020 00:00

2020: la riforma della curia

Il 2020 sarà l’anno della riforma della curia romana. Il via libera del consiglio dei cardinali in dicembre 2019 lo prefigura. A sette anni dall’elezione di Francesco al soglio di Pietro si completerà la faticosa ristrutturazione dell’apparato vaticano. L’opera di rinnovamento sollecitata e pretesa dai cardinali nei dialoghi pre-conclave ha subìto torsioni e sobbalzi per le emergenze economico-finanziarie e per il peso dei provvedimenti anti-abusi.

Il metodo di operare prima sui singoli punti e dicasteri, di costruire a pezzi il progetto complessivo, ha reso possibile le verifiche, ma ha allungato i tempi.

Si dava come probabile l’approvazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium prima nel 2018, poi per la festa dei santi Pietro e Paolo a giugno del 2019. L’originale modo di coinvolgere il gruppo dei 9 cardinali (diventati 6) è apparso da subito alla curia particolarmente esposto a imprecisioni ed errori. Solo i cardd. Parolin e Bertello conoscono a fondo la “macchina”.

L’ultima bozza, firmata dal card. Maradiaga e mandata in lettura ai dicasteri e alle conferenze episcopali nel maggio 2019, ha ricevuto molti rilievi critici, talora contraddittori. Per alcuni il discusso profilo della Segreteria di stato (ai tempi del card. Tarcisio Bertone si denunciava un “secondo papa”) non solo non è stato ridotto, ma francamente aumentato. L’aggiunta di una terza sezione dedicata al rapporto con i nunzi e il ruolo di moderazione per l’intera curia (a scapito della suggerita figura del moderator curiae) conferma e rafforza il ruolo primaziale della Segreteria.

«Si dovrebbe fare astrazione dalle persone – mi diceva un autorevole osservatore. I giusti consensi verso l’attuale responsabile, il card. Pietro Parolin, non dovrebbero condizionare un testo che regolerà l’insieme per diversi anni, forse decenni».

Una seconda osservazione critica riguarda il riequilibrio fra Santa Sede e conferenze episcopali. Se, nella prima parte del testo, le enunciazioni a favore di una specifica responsabilità dei vescovi sono molto chiare, meno precise sono le regole e le norme contenute nella seconda parte del testo di carattere più direttivo. Il superamento dell’Apostolos suos non è ancora avvenuto. Più evocazioni di stile che norme precise.

È tutto da definire un nuovo dipartimento, una “segreteria papale” che avrebbe il compito di convocare i responsabili dei dicasteri per un’azione di coordinamento e di valutazione di priorità, anche senza la presenza del papa. Giusta risposta all’isolamento delle attuali Congregazioni, ma ancora una volta in capo, con ogni probabilità, alla Segreteria di stato. Per altri è in questione il legame diretto fra il papa e la curia. Se si appanna, non cede soltanto il rilievo dei curiali, ma il servizio stesso alle Chiese locali. Senza contare le numerose incertezze relative ai ruoli e ai compiti dei vari dipartimenti all’interno dei dicasteri.

Critiche e criteri
Le lagnanze e le osservazioni critiche si potrebbero ulteriormente evocare ma non si può ignorare l’urgenza di una riforma da tutti condivisa e la qualità dei riferimenti a cui risponde:

a) la necessità che la riforma abbia anzitutto una qualità spirituale e morale oltre che strutturale;

b) la priorità dell’urgenza dell’annuncio evangelico su quella del controllo delle Chiese;

c) un riequilibrio delle responsabilità fra curia romana e conferenze episcopali;

d) la sinodalità come stile di governo e di vita ecclesiale;

e) una struttura capace di rispondere ai cambiamenti dei tempi e alla dislocazione a Sud della maggioranza dei cattolici.

Tutti elementi assai lucidamente presenti nella prima parte del documento che comprende un «prologo» e i «criteri e principi» (decentramento, ruolo dei laici, la dimensione di servizio ai vescovi oltre che al pontefice, comunicazione interna).

Sette discorsi alla curia
Ai tratti ispirativi si rifanno i sette discorsi alla curia in occasione degli auguri di Natale. Dopo l’annuncio della riforma curiale (13 aprile 2013), il primo discorso verteva sulla professionalità dei curiali.

Nel 2014-2015 si affrontano le tentazioni e le virtù che interessano la curia, ma che si possono estendere alle comunità cristiane. Quindici le tentazioni e dodici le virtù.

Nel 2016 il discorso ruotava attorno ai criteri della riforma: dalla conversione personale a quella pastorale, dalla priorità dell’evangelizzazione alla razionalizzazione della curia con i caratteri della funzionalità, aggiornamento, sobrietà, sussidiarietà, sinodalità, cattolicità, professionalità e gradualità. All’elenco dei criteri seguiva il riferimento alle 19 decisioni che segnano il procedere della riforma: dalle disposizioni relative al comparto economico e finanziario alla creazione della Segreteria e del Consiglio dell’economia, dalla Commissione per la tutela dei minori alla Segreteria della comunicazione, dalla riforma del processo canonico all’erezione dei dicasteri per i laici e lo sviluppo umano integrale.

Nel 2017 l’attenzione andava all’attività esterna della curia, «ossia il rapporto della curia con le nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’islam e le altre religioni».

Nel 2018 il discorso è volto soprattutto a denunciare gli abusi di potere, di coscienza e sessuali in previsione della riunione dei presidenti delle conferenze episcopali che si sarebbe svolta nel febbraio 2019. «Sia chiaro che dinanzi a questi abomini la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti. La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso».

Un corpo vivo e un ritardo intollerabile
Torna direttamente sul tema della riforma della curia il discorso del 21 dicembre 2019. «Nell’incontro odierno vorrei soffermarmi su alcuni altri dicasteri (oltre a quelli già accennati nei discorsi precedenti; ndr) partendo dal cuore della riforma, ossia dal primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione». La Congregazione per la dottrina della fede e quella per l’evangelizzazione dei popoli hanno direttamente a che fare con l’urgenza dell’annuncio del Vangelo.

In un tempo ormai di post-cristianità («Non siamo più in regime di cristianità»), davanti alla progressiva secolarizzazione della società e rispetto a fenomeni come l’espansione ormai prevalente del sistema urbano, dobbiamo «trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del vangelo di Cristo». In un contesto in cui «non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati».

Il dicastero della comunicazione, l’impresa più complessa della riforma perché ha unificato nove enti che si occupavano di informazione, deve rispondere a una cultura ampiamente digitalizzata «che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri».

Il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale è istituito per «promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Senza fretta, senza rigidità e mettendo in conto qualche errore, la riforma vorrebbe rispondere all’accorata affermazione del compianto card. Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

La quarta revisione
Dalla fondazione della nuova curia nel 1588 soltanto tre pontefici hanno avuto il coraggio di ristrutturare il suo apparato: Pio X nel 1908, dopo il concilio Vaticano I e la perdita dello stato pontificio e Paolo VI nel 1967 dopo il concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II nella costituzione Pastor bonus si limitò ad alcuni miglioramenti minori.

Quella avviata da Francesco è, quindi, la quarta riforma curiale. Le 9 Congregazioni e i 12 Pontifici consigli si ridurranno a 15 dicasteri, tutti giuridicamente uguali. Il termine “segreteria” viene riservato alla Segreteria di stato. Dopo di essa si snodano i vari dicasteri.

Quello per l’evangelizzazione sarà diviso in due sezioni: una per i problemi fondamentali riguardanti l’evangelizzazione nel mondo di oggi; la seconda col compito di offrire accompagnamento e sostegno alle nuove Chiese locali che non rientrano nella competenza del dicastero per le Chiese orientali.

Il dicastero per la dottrina della fede perde rilievo (non sarà più indicata come “suprema”) ma allarga i suoi compiti: non solo per il controllo dell’ortodossia, ma anche come stimolo alla ricerca teologica.

Segue il dicastero della carità, che eredita la tradizione della elemosineria apostolica, ora elevata allo stato di dicastero, guidato quindi da un prefetto.

Il dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti si dedicherà anzitutto alla promozione della sacra liturgica secondo l’insegnamento del Vaticano II, chiamato a “confermare” (non a giudicare) le traduzioni legittimamente preparate dalle conferenze episcopali.

Nel dicastero per i laici, la famiglia e la vita si dovrà percepire il nuovo ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, a confronto con le recenti problematiche familiari.

Il dicastero per lo sviluppo umano integrale dovrà appunto sostenere «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Trasversali a tutti i dicasteri saranno l’attenzione e i ruoli dei laici, il rapporto non solo con il papa ma anche coi vescovi, la particolare attenzione alle conferenze episcopali.

Il personale di curia (ora circa 2.500 persone) dovrà considerarsi al servizio del papa e, allo stesso tempo, dei vescovi. Gli ufficiali dovranno avere alle proprie spalle almeno quattro anni di esperienza nel servizio pastorale.

Prima la conversione, poi la funzionalità
La verifica partirà dal testo ufficiale che verrà approvato e nella pratica dei prossimi anni. Ma la riforma curiale è certamente un segno della vivacità della Chiesa. «È necessario ribadire con forza – dice il papa nel discorso alla curia del 2016 – che la riforma non è fine a sé stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale… La riforma della curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto, una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità, lo sforzo funzionale sarebbe vano».


Da "http://www.settimananews.it/" 2020: la riforma della curia di Lorenzo Prezzi

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Il capo della Lega rappresenta un’idea di politica inedita finora, sostanziata solo nella forza comunicativa del suo stesso personaggio. Una concezione d’impatto, ma priva di qualsiasi sostanza. E per questo inevitabilmente votata a disintegrarsi.

Il mainstream del dibattito politico italiano concorda su un fatto: Matteo Salvini è l’uomo forte. Chi lo avversa evoca un inquietante pericolo per la democrazia, mentre chi lo sostiene non desidera altro che un condottiero politico torni ad abitare il potere romano. Esplicito subito la tesi di questo articolo: Matteo Salvini non è l’uomo forte, ma il più riuscito prodotto del dissolvimento della politica nella società dello spettacolo (un fenomeno che Guy Debord aveva previsto cinquant’anni fa). Ma andiamo con ordine.

Negli anni ’90, in Italia, si sono sovrapposti due fenomeni: il consolidarsi di un accresciuto potere televisivo generato dai rilevanti mezzi impiegati nelle lotte duopolistiche tra Rai e Fininvest e – dal 1993 – il vuoto di potere e di ceto politico generato dalle inchieste di Mani Pulite. Inevitabile è stato il congiungimento di questi due fenomeni attraverso l’occupazione della scena politica da parte di Silvio Berlusconi. Come nel Mocambo di Paolo Conte, il curatore del fallimento “era anche il padrone di tutti i caffè”.

L’egemonia berlusconiana ha progressivamente cancellato il DNA delle antropologie politiche tradizionali. Siamo giunti, soprattutto in Italia, al punto che la politica non sia ormai più in grado di prescindere dal mezzo televisivo. Si tratta della dimostrazione di come essa venga totalmente riassunta nei canoni della società dello spettacolo. Il nuovo scenario venutosi a creare, tuttavia, reclamava una antropologia politica diversa da quella del “padrone di tutti i caffè”. È qui che comincia a emergere Matteo Salvini.

In prima battuta, la leadership politica si è incarnata nella parabola renziana (anch’essa largamente debitrice dell’immaginario televisivo), ma le scorie delle tradizioni politiche da cui discendeva (ben simbolizzate dal celebre «Enrico stai sereno») ne hanno rapidamente decretato la fine. Matteo Salvini, al contrario, ha rinunciato a ogni eredità del passato (non solo perché quella di Bossi gli aveva lasciato un bel po’ di debiti…) e, sul piano psicoanalitico, ha rapidamente “ucciso il padre” senza portarne alcun rimorso. La sua Lega è divenuta un contenitore politico talmente neutro da riuscire anche a cancellare il proprio peccato originale (la Padania e il sogno secessionista).

In termini ideologici, Salvini mostra, con sincera e compiaciuta baldanza, come il passaggio “dall’essere all’avere” – che caratterizzava la critica marxista all’intelaiatura capitalistica del potere politico - in lui venga sublimato nel successivo passaggio spettacolare – e qui si torna a Debord – “dall’avere all’apparire”. Nella percezione della figura politica di Matteo Salvini, infatti, non si respira alcuna bramosia di potere. Che sia stato un errore o una mossa geniale, è un fatto che in agosto abbia lasciato una posizione molto comoda. In questa mentalità dissipativa sul piano del potere, c’è una autentica rivoluzione rispetto all’idea politica che ereditiamo dal passato, interamente finalizzata all’ottenimento del potere e al suo utilizzo. In Salvini, ogni dinamica di potere viene sostituita dalla dinamica di un consenso che basta finalisticamente a se stesso. Anche le suggestioni più cruente, dalle ruspe ai porti chiusi, in realtà rimangono funzionali alla conquista di un consenso interno alla rappresentazione mediatica. La giustificazione politica (la cosiddetta “campagna elettorale permanente”) assume solo il senso di dare una motivazione conosciuta a un fenomeno ancora da comprendere.

Insomma, Salvini desidera essere una tigre di pezza perché, con intelligenza mista a intuito politico, ha capito che oggi la superficie politica è esclusivamente quella del palcoscenico mediatico, dove le figure diventano virtuali, i problemi immaginari e gli animali di pezza. Ogni sua battaglia è interna al ring mediatico e digitale. Fuori c’è un mondo che gli è estraneo. Dall’azione della magistratura alla rappresentanza degli interessi, la struttura del reale rimane del tutto separata dalla logica politica sovrastrutturale di Salvini. Non è un caso che egli – io credo in piena buona fede - rimanga stupefatto di fronte alle vicende giudiziarie che lo riguardano (dalle navi ferme fuori dai porti ai 49 milioni di debiti della vecchia Lega) e non sappia cosa rispondere (manifestando una totale estraneità alla questione) sulla necessaria ricerca di risorse e di interessi economici da rappresentare che, infatti, si sono concretizzati attraverso grotteschi tentativi degni della fantasia comica di un “Totò e Peppino a Mosca”.

Se non fosse per l’esigenza spettacolare di un capro espiatorio che, purtroppo, produce conseguenze reali sui pochi malcapitati oggetto dei suoi strali (dai Rom che vivono nel nostro paese ai profughi che incappano in eccessi di rigore normativo), l’agire di Salvini sarebbe del tutto innocuo. Anche la fisiognomica – che pure va maneggiata con cautela - aiuta la comprensione del personaggio. Salvini, nella sua soddisfatta e paciosa corpulenza, non è grasso e nemmeno magro. Non rimanda ad alcuno dei vizi della fisiognomica, dalla rabbia alla lussuria. È una specie di Babbo Natale che, pur avendo a che fare con le sperdute e pericolose distese disabitate della tundra, desidera solo portare doni e piacere a tutti. Se fosse per lui, il nemico ideale da inserire nel copione di una politica resa spettacolo sarebbero gli alieni, cioè una comunità invisibile di cui si sa solo che potrebbe distruggere l’umanità.

Il 2020 potrebbe partire da questa consapevolezza: Salvini non fa paura e, come tutti i fenomeni virtuali, quando scomparirà (prima o poi tutti le avventure politiche finiscono) non lascerà alcuno strascico. Anche le parole velenose che, oggettivamente, il leader della Lega mette in circolo, restano prive di futuro, poiché si imprimono solo sui copioni destinati al palco mediatico. Se stessimo parlando di parole finalizzate a un’azione (“le parole sono pietre” della cultura politica novecentesca), le conseguenze sarebbero evidenti nei vissuti degli italiani e non solo nella propaganda delle sardine. Non dimentichiamoci che del fascismo sono presenti ancora scorie dopo settant’anni dalla sua fine. Della DC e del PCI qualcosa è comunque sopravvissuto anche nella mentalità del presente. Di Berlusconi, almeno sul piano del linguaggio, alcuni elementi sono divenuti strutturali (ad esempio, l’uso politico della metafora calcistica). Di Salvini, invece, non resterà nulla (a meno che non lo si voglia imitare).


Da "https://www.linkiesta.it" Matteo Salvini, ovvero della decadenza dei leader mediatici (che, credeteci, spariranno)

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