Per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Partito democratico: una centralità politica che i dem non avevano da molti mesi. Il nuovo segretario inizia con una forte legittimazione. Saranno decisivi la scelta della classe dirigente e il posizionamento sui temi più caldi


Può piacere o meno ma le primarie di domenica hanno dato una scossa importante al Partito Democratico e possono essere considerate a pieno titolo un successo. Al di là del numero di votanti, per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Pd: una centralità politica che i democratici non avevano da molti mesi.

L’asticella della partecipazione era stata portata volutamente in basso dai Dem: le aspettative pubbliche si aggiravano attorno al milione di elettori, un numero a portata di mano scelto anche per sfruttare l’effetto sorpresa di una partecipazione maggiore. Tuttavia, nessuno si aspettava davvero che i votanti potessero superare il milione e mezzo: duecento mila in meno rispetto a due anni fa, quando però lo stato di salute del Pd, che si aggirava attorno al 27% dei consensi, era ben diverso. Nel complesso, Nicola Zingaretti può quindi iniziare il proprio mandato da segretario con una legittimazione forte (anche questa superiore alle aspettative) e un Pd nuovamente al centro dell’attenzione mediatica. Avrà quindi tutti gli occhi su di sé in questi primi mesi, e dovrà essere attento a imprimere da subito al partito la svolta che gli elettori hanno chiesto a gran voce.


Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative.

Sono tre le sfide fondamentali che Zingaretti giocherà in questi primi mesi. La prima, è la scelta di una nuova classe dirigente. Molti l’hanno accusato di «riportare il Pd indietro»: il governatore del Lazio ora potrà rispondere con i fatti, promuovendo una segreteria giovane, fatta di volti nuovi, non ostaggio delle correnti. Il consenso delle primarie gli conferisce la forza per imporre i nomi che preferisce con estrema libertà. La seconda, è la sfida del posizionamento. Nei ringraziamenti dopo il voto, Zingaretti si è rivolto a molti segmenti sociali parlando loro direttamente e impegnandosi pubblicamente. Ora è il momento dei fatti. È partito dalla Tav, assieme al governatore Chiamparino, un chiaro segnale al Nord che l’ha premiato con percentuali plebiscitarie. Ora toccherà all’ambiente e alla lotta alla povertà, i primi impegni presi dal segretario domenica sera: due temi in cima alle priorità degli italiani, e fino ad oggi sottovalutati dal Pd.

Infine, c’è la sfida del voto europeo (e amministrativo). Per le europee, Zingaretti dovrà far valere il ruolo dei Democratici, che dopo il voto di ieri non potrà essere subalterno al progetto di Calenda, ma dovrà essere il perno di una coalizione larga. E soprattutto, dovrà lavorare molto nei comuni che andranno al voto. Per il Pd, le comunali sono una sfida ancor più decisiva del voto europeo: gli amministratori sono la grande forza del centrosinistra, perdere tanti governi locali sarebbe un sacrificio sanguinoso. Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative. È lecito quindi attendersi un effetto-Zingaretti nelle prossime settimane, ma non bisogna perdere di vista il punto di partenza: quello di un partito reduce da un anno di delusioni, sconfitte, liti interne e venti di scissione – per adesso rimandati.

Da "www.huffingtonpost.it" Arriva l'effetto Zingaretti per il Pd (ma occhio a non sprecarlo)

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Il rientro in patria di Juan Guaidó, presidente del Parlamento venezuelano, autoproclamatosi Presidente ad interim e riconosciuto come tale da molti Stati occidentali (ma non dall'Italia), riaccende la tensione e gli interrogativi sul futuro del Paese guidato dal 2013 da Nicolás Maduro. Al di là della cronaca di queste ore, è necessario comprendere la complessa situazione sociale, politica e umanitaria in cui versa oggi il Venezuela alla luce del chavismo, al governo da vent'anni, e degli effetti che ha prodotto. Pedro José García Sánchez, docente di Sociologia alla Università Paris Nanterre, analizza le strategie impiegate in questi anni dal regime chavista per conservare il potere e riflette sulle condizioni necessarie per un ritorno alla vita pubblica civile e democratica.


Molti ancora non capiscono (perché non vogliono o non possono) il prolungarsi nel tempo della crisi venezuelana e l’urgenza generale che regna: il processo in atto, i leader, i drammi, i morti, quanti sono dimenticati, il progressivo deteriorarsi di tutti gli aspetti della vita che tocca il 95% della popolazione.

Un bambino ha bisogno di vaccini e di cure contro malattie come difterite, morbillo, malaria e non gli bastano né la tessera sanitaria, né la carta d’identità, né l’improbabile aiuto internazionale (lo Stato ha rifiutato per 5 anni di riconoscere l’emergenza medica). Possedere il carnet de la patria (un documento per l’accesso al welfare introdotto nel 2017) gli permetterà solo di alimentare le sue speranze, in mezzo all’opacità coltivata da uno Stato che non pubblica più statistiche sanitarie dopo l’epidemia del virus Chikungunya nel 2014.

Lo stigma biopolitico come meccanismo di selezione sociale è un metodo applicato da molto tempo dalla rivoluzione bolivariana. Nel 2003, quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono la petizione a sostegno di un referendum per rimuovere Chávez dalla presidenza. Poco dopo, a seguito della pubblicazione di un database contenente i loro nomi e recapiti, questi cittadini si son visti privati dei loro diritti civici e lavorativi. La “Lista Tascon” (dal nome del deputato chavista che l’aveva creata) era la pietra angolare di un efficace modello di esclusione: chi vi era inserito era tagliato fuori dalla pubblica amministrazione, così come dai circuiti commerciali, di distribuzione di beni e di assistenza sociale dello Stato.

I fiumi di persone che abbandonano con ogni mezzo la patria emblematica del “Socialismo del XXI secolo”, nel più importante esodo latinoamericano dell’ultimo mezzo secolo, sono un indicatore indiscutibile dell’ultima generazione di segregati dal chavismo. 4,1 milioni di venezuelani (il 12% della popolazione) hanno lasciato il Paese; il 98% l’ha fatto dopo il 1999: 1,5 milioni fino al 2015 e 2,6 milioni dopo il 2016.

Questa fuga massiccia dal Paese che conta fra le più grandi riserve di petrolio del mondo è giustificata? Sì, finché la vita quotidiana si svolge sotto l’imperialismo del bisogno e lo sconvolgimento generale tipico delle situazioni difficili. Il 68% dei bambini fino a cinque anni presenta un deficit nutrizionale secondo la Caritas venezuelana. L’iperinflazione ha toccato un milione e mezzo per cento nel 2018 e vi è la previsione che arrivi a dieci milioni nel 2019. L’approvvigionamento è divenuto la prerogativa esclusiva dei comitati patriottici (CLAP) e di reti usurarie o delinquenziali. Tornare a casa senza correre rischi è una sfida quotidiana in un Paese che annovera sette tra le cinquanta più pericolose città del mondo e la cui capitale, Caracas, è al primo posto dal 2014. Sottomettersi alle bande armate (gruppi criminali diretti dalle prigioni, i commissariati o le milizie chaviste) è diventata una pratica normale per le persone che vivono nei quartieri popolari. Paradosso del cinismo sociologico locale: queste bande e milizie sono chiamate “collettivi”.

Il chavismo al governo ha fatto il passo, molto corto, dal luogo comune secondo cui l’appropriazione-espulsione del pubblico era diventata una necessità al condizionamento totalitario come politica statale. Da quando è salito al potere nel 1998, il suo obiettivo principale è sempre stato di assicurarsi, a qualsiasi prezzo, l’egemonia. Non è possibile che questo potere senza limiti si perpetui all’infinito senza abbandonare gli elementi civili e umani che danno forma alla democrazia moderna e alla civiltà contemporanea.

L’“impressione” della perpetuità è tanto importante quanto il fatto che il suo “processo” si cristallizzi in modo progressivo. Il chavismo spesso è andato oltre a ciò che una razionalità democratica è pronta ad accettare, come si coglie dall’affermazione di Delcy Rodriguez, che ha guidato l’Assemblea nazionale costituente dal 2017 al 2018: «Non cederemo mai più il potere politico». Bisogna seguire questa pista per capire il gioco di prestigio politico che ha trasformato le elezioni da elemento chiave dei sistemi democratici in strumento che bandisce l’alternanza, annichilisce le garanzie democratiche e fa della perpetuità al potere di un partito il tempo della politica. Svuotare di senso le elezioni – privando il voto della segretezza, dell’uguaglianza e della libertà – illustra bene questo passaggio. Al centro di tutto questo vi è un tecnicismo meccanico: più si automatizza il sistema elettorale, più diviene opaco. Se a questo modello di “agire come se” si aggiunge che le responsabilità in sede elettorale, di mediazione, di statistica, di polizia e di giustizia sono attribuite a quanti sono “leali”, si comprende l’impalcatura di un presente che assicura il mantenimento del potere.

Pensiamo a un’idra e al modo in cui opera: occupa come un parassita gli spazi e si procura di continuo più tempo, rafforzando la propria posizione. La sua traiettoria reticolare seduce per la sua influenza, dato che prevarica con il suo progetto e domina per lo stretto controllo che esercita sul quotidiano. Questa dimensione avvolgente è essenziale per soggiogare: apre le porte della rassegnazione dando l’impressione che, in un contesto di necessità, tutto può essere controllato, dalle elezioni all’acquisto di farmaci. Il passaggio da questa situazione alla tragedia attuale in caduta libera è stato solo questione di tempo. Proprio quello che il Governo chavista e i suoi alleati non hanno mai smesso di cercare di procurarsi: più tempo per dare al loro tragico governo un’apparenza di eternità.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it" Venezuela, come il chavismo ha messo in ginocchio un Paese

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La legge che, a far data dal 5 ottobre 2018, ha soppresso il titolo di soggiorno attribuibile ai migranti in presenza di seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano, non può avere effetto retroattivo e, pertanto, non è applicabile alle domande di riconoscimento della protezione internazionale presentate prima della suddetta data.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che, pur respingendo l’istanza di protezione internazionale e umanitaria di un cittadino della Guinea sul presupposto che le ragioni dell’allontanamento dal suo paese erano state esclusivamente di natura economica, rappresenta una sorta di spartiacque nella legislazione restrittiva in tema di immigrazione introdotta dall’attuale Governo e ne ridimensiona drasticamente la portata, in quanto stabilisce che l’abrogazione del permesso di soggiorno sostenuto da ragioni umanitarie rileva esclusivamente per coloro che hanno fatto domanda dopo il 4 ottobre 2018.

La protezione umanitaria nel diritto vivente
La protezione per motivi umanitari è un istituto introdotto nel nostro ordinamento nel 1998 per dare piena attuazione all’articolo 10, comma 3 della Costituzione che riconosce protezione e diritto di asilo allo straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana».

Un’ampia e univoca elaborazione giurisprudenziale ha positivamente considerato il carattere aperto della norma e ha messo in evidenza l’intima connessione esistente tra permesso umanitario e diritto di asilo costituzionale.

La qualificazione giuridica della protezione umanitaria come diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale, è stata affermata e mantenuta costante a partire dal 2009.

Tale peculiare natura ha avuto notevole rilievo nell’individuazione, da parte della giurisprudenza di legittimità, dei presupposti per il relativo accertamento, nel contesto di un catalogo aperto di situazioni ritenute meritevoli di considerazione per motivi socialmente rilevanti riferibili all’inviolabilità dei diritti umani e all’obbligo di solidarietà espressi dall’articolo 2 della Costituzione, nonché alla tutela e al rispetto della dignità umana che l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea considera «inviolabile».

Si è, infatti, ritenuto che tali presupposti fossero diversi da quelli posti a base sia della tutela accordata allo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, sia della protezione sussidiaria di derivazione europea da considerare «complementare e supplementare» rispetto alla protezione dei rifugiati.

La protezione umanitaria costituisce una forma di tutela a carattere residuale posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina la protezione internazionale degli stranieri in Italia, dal momento che le condizioni di vulnerabilità suscettibili di integrare i «seri motivi umanitari» sono necessariamente correlati al quadro costituzionale e convenzionale al quale sono ancorati e non predeterminati.

Un altro punto fermo della giurisprudenza di legittimità consiste nel riconoscimento che il diritto alla protezione umanitaria costituisce oggetto di accertamento e non di riconoscimento. Tale convinzione trova la sua ragione logico-giuridica nella necessità di ribadire come il diritto alla protezione umanitaria, quale teoricamente configurato dalle norme nazionali e sovranazionali, già appartiene al patrimonio dei diritti ed è suscettibile di concretizzarsi (mediante l’accertamento) nel momento in cui la persona di nazionalità straniera matura la decisione di avvalersi della situazione di natura sostanziale riconosciutagli dall’ordinamento (proposizione della domanda di protezione internazionale).

È questa la ragione per cui si deve parlare non di «riconoscimento del diritto» e del correlato status ma di «accertamento del diritto» e dello status di protezione, trattandosi di situazioni sostanziali che preesistono e che hanno una autonoma valenza giuridica ancor prima che il soggetto decida concretamente di invocarne l’applicabilità.

Di conseguenza, la protezione umanitaria, che sia già entrata a far parte del corredo individuale dei diritti (per effetto della normativa vigente al momento in cui la persona di nazionalità straniera abbia formalizzato la domanda di protezione), non può essere ridimensionata, o diversamente interpretata, o eliminata sulla base di una normativa sopravvenuta che non ha regolato il regime transitorio.

Detto in altri termini, l’esame della domanda è da considerare alla stregua di un procedimento tecnicamente ricognitivo. A costituire e ad accertare il diritto non sono le commissioni territoriali o il tribunale. L’autorità amministrativa o giudiziaria «accertano» che, quando la persona ha fatto la domanda di protezione, aveva diritto a che gli fosse riconosciuta.

Questo significa che non avrebbe senso – anzi, sarebbe irragionevole – dare una risposta positiva all’istanza di permesso per motivi umanitari presentata in data anteriore al 5 ottobre 2018 da parte della commissione che è stata rapida a decidere e dare invece una risposta negativa solo perché la commissione è stata in grado di decidere – e di farlo in senso negativo – dopo la soppressione dell’istituto della protezione umanitaria.

La protezione umanitaria dopo il 4 ottobre 2018
Il problema posto all’esame della suprema Corte attiene, appunto, alla disciplina da applicare alle ipotesi di procedimenti in itinere dinanzi alle commissioni territoriali o ai giudizi in corso a seguito del provvedimento, di accoglimento o di diniego, dell’organo amministrativo.

Dal momento che, al riguardo, la legge tace, la prassi amministrativa ha scelto di applicare la norma con effetto retroattivo: scelta censurata dalla Corte di Cassazione. La quale, richiamando alcuni principi giuridici in tema di irretroattività della legge, che non è il caso in questa sede di esplicitare, ha affermato il seguente principio di diritto: «La normativa introdotta, a far data dal 5 ottobre 2018, con il decreto legge 4 ottobre 2018 n. 113, convertito in legge 1° dicembre 2018 n. 132, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore della nuova legge, le quali dovranno, pertanto, essere scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione. Tuttavia in tale ipotesi, all’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base dei presupposti esistenti prima del 5 ottobre 2018, farà seguito il rilascio da parte del Questore di un permesso di soggiorno contrassegnato dalla dicitura “casi speciali”, della durata di due anni, convertibile, laddove ne ricorrano le circostanze, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato».

Il che implica che la pubblica amministrazione dovrà applicare la legge come interpretata dalla giurisprudenza.

Ne consegue che le commissioni territoriali, se oggi esaminano la domanda di asilo presentata prima del 5 ottobre 2018, lo dovranno fare secondo l’interpretazione che della legge ormai abrogata ha offerto il diritto vivente.

Ad oggi, questo non succede. Se tale prassi dovesse persistere, non rimarrà, per le persone interessate, che adire le vie legali per l’accertamento del diritto alla protezione.

Abrogazione costituzionalmente legittima?
L’abrogazione, da parte del legislatore, della protezione umanitaria, ancorché sostituita in parte da permessi parcellizzati per situazioni specifiche e limitate, era stata aspramente criticata soprattutto dalle associazioni che operano nel campo della tutela dei diritti fondamentali dei migranti.

In occasione della firma del provvedimento il Presidente della Repubblica aveva, in modo inusuale, fatto recapitare una lettera al Presidente del Consiglio, con la quale aveva chiesto il rispetto degli obblighi costituzionali, in particolare del citato articolo 10 della Costituzione, oltre che di tutti quelli derivanti dagli accordi internazionali e dall’ordinamento europeo.

Poiché, in un passaggio della recente sentenza, la Cassazione afferma l’«intima connessione» del permesso umanitario con «il diritto d’asilo costituzionale», qualificandolo nuovamente quale «diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale», ci si può fondatamente chiedere se la scelta governativa di abrogare la protezione umanitaria sia costituzionalmente corretta.

Come è stato affermato in sede parlamentare da parte di alcune forze politiche di opposizione, esistono forti dubbi sulla costituzionalità della nuova legge proprio nella parte relativa ai permessi per motivi umanitari.

Non si può dimenticare che forme di protezione umanitaria sono previste, con modalità diverse, in diciannove dei ventotto paesi dell’Unione Europea (Austria, Cipro, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia, Ungheria), così come stabilito all’articolo 6, quarto paragrafo della direttiva 115/2008/UE il quale prevede la possibilità per gli Stati membri di ampliare l’ambito delle forme di protezione tipiche sino ad estenderlo ai motivi «umanitari», «caritatevoli» o «di altra natura».

Da "http://www.settimananews.it/" Protezione umanitaria: l’abrogazione non è retroattiva di Andrea Lebra

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Venerdì, 22 Febbraio 2019 00:00

Dalla Spagna arriva un vento sovranista


Le elezioni anticipate in Spagna potrebbero portare per la prima volta il partito di ultradestra Vox al potere e far scattare un effetto domino che influenzerebbe l'esito delle europee di maggio. L'ago della bilancia sarà il partito di centro Ciudadanos

Oggi in Spagna si è decisa la data che cambierà il destino dell’Europa. Dopo il Consiglio dei ministri straordinario il premier socialista Pedro Sanchez ha comunicato il giorno delle elezioni: il 28 aprile. Non sarà solo un voto, ma qualcosa di più. Perché mercoledì il Parlamento spagnolo non ha semplicemente bocciato la legge di Bilancio del governo (191 contro, 158 a favore) e determinato la fine della legislatura con un anno di anticipo, ma ha innescato la prima tessera di un effetto domino che potrebbe influenzare, e di molto, il risultato delle elezioni europee. Nel nuovo bipolarismo alla spagnola si sfidano due componenti: la sinistra rappresentata dal Psoe di Sanchez con Podemos, e la destra, formata dal partito popolare a braccetto con la grande sorpresa degli ultimi mesi: Vox un partito considerato neofascista, in crescita nei sondaggi, che chiede di eliminare le autonomie (compresa quella catalana), deportare i migranti irregolari e chiudere le associazioni femministe. Tra i due poli c’è Ciudadanos, partito liberale centrista che sarà il vero ago della bilancia della politica spagnola: con il Psoe ha in comune il forte filoeuropeismo, mentre con il Pp e Vox condivide un atteggiamento intransigente verso le richieste degli indipendentisti catalani. Quest’ultimo trio da dicembre governa inaspettatamente l’Andalusia, la regione più a sud della Spagna dopo 36 anni di dominio socialista, e domenica ha fatto le prove generali per una alleanza nazionale partecipando tutti insieme alla manifestazione contro la politica di Sanchez, considerata troppo morbida verso le rivendicazioni di Barcellona. Proprio martedì è incominciato il processo per “ribellione” ai 12 leader della Generalitat che rischiano fino a 25 anni di carcere per il tentativo (fallito) di secedere dalla Spagna. E questo processo pubblico influenzerà il dibattito pre elezioni.

L’azzardo di Sanchez è chiaro: non mostrarsi debole nei confronti degli indipendentisti e cercare di capitalizzare il prima possibile la fiducia degli elettori, chiamati a votare per la terza volta in quattro anni, mobilitando gli elettori della sinistra astensionista e ponendosi come l’unico argine a un governo tricefalo di destra. Secondo gli ultimi sondaggi di El Pais al momento il Psoe è dato come primo partito in Spagna al 24%, seguito da Pp (21%), Ciudadanos (18%) e Podemos (15%). Il problema è che non esiste un equilibrio stabile tra i cinque partiti e anche cambi minimi dell’elettorato possono cambiare facilmente il numero di seggi in Parlamento. Perché lo stesso sondaggio dà Vox come quinto partito in Spagna intorno al 11%, ma è quello più in crescita: +6% in soli tre mesi, mentre tutti gli altri sono calati nei consensi. Ma perché il movimento guidato da Santiago Abascal, nato quattro anni fa dalla costola di ultradestra del Partito popolare è così apprezzato in Spagna? «Vox piace soprattutto nelle regioni della Spagna di cui si parla meno all’estero come la Castilla y la Mancha o Castilla y Leon che non hanno un’identità nazionalista forte come la Galizia o Valencia o i Paesi Baschi. A loro Vox offre risposte drastiche contro il problema della migrazione e un atteggiamento intrasigente contro la deriva indipendentista catalana che ha scosso molto l’uomo medio spagnolo», spiega Lucia Mendez Prada, giornalista ed editorialista di punta di El Mundo.


Tra poche settimane scopriremo cosa farà ciudadanos, se ci sarà una replica del modello Andalusia o se il partito di Rivera si alleerà con il Psoe rinforzato dalla scissione che sta vivendo in questi giorni l'altro partito di sinistra, Podemos.

«Con la sua retorica anti immigrati e sovranista che si rifà all’idea della gloriosa Spagna di un tempo, piano piano sta conquistando molti elettori storici del Pp delusi dagli scandali giudiziari che hanno coinvolto i vertici del partito di Rajoy», chiarisce Mendez Prada. Se n’è accorto anche il giovane leader dei popolari Pablo Casado, che ha virato a destra la sua campagna elttorale per non perdere ancora più voti e ha cercato di sdoganare prima e “normalizzare” poi Vox portandolo sotto la sua ala protettrice. La Spagna riscopre la sua anima franchista? Non proprio. «A Vox al momento si addice di più l’etichetta di movimento “Trumpiano": lotta all’establishment e soprattutto al politicamente corretto visto che tra i punti del programma c’è quello di rivedere la legge sull’aborto e i provvedimenti a difesa dei diritti delle comunità lgbt» spiega Mendez Prada.

Vox all'estrema destra, Ciudadanos al centro, PP a destra. Tre partiti, tre elettorati diversi uniti in un’unica alleanza. Sembrerebbe una strategia politica scritta da Silvio Berlusconi. Perché lo schema sembra la versione spagnola del modello "Polo delle Libertà" del 1994 che fece trionfare Lega (al nord), Msi (al Sud) e Forza Italia nel resto d’Italia. E i tre partiti spagnoli stanno già dando prova di poter governare insieme in Andalusia. Però il sistema elettorale nazionale è diverso da quello locale perché ci sono più collegi con meno seggi da assegnare. Una legge elettorale perfetta per un sistema bipolare, inadatto e con effetti distorsivi per una corsa a 5. Ciudadanos avrebbe più possibilità di essere il terzo partito nazionale rispetto a Vox perché più capillare nel Paese. Il movimento di estrema destra vivrebbe lo stesso paradosso politico che ha relegato la Lega a basse percentuali nell’era pre Salvini: fortissima al Nord, inesistente nelle altre regioni. Così come Vox, forte nella vera Spagna, debole nelle comunità autonome con identità più marcate.

Ma potrebbe essere proprio Ciudadanos a sganciarsi da questo trio. Perché oltre alla strategia su come trattare gli indipendentisti catalani, il partito ha poco in comune con la retorica sovranista e xenofoba di Abascal e Casado. lI leader di Ciudadanos, Albert Rivera guarda da sempre a En Marche di Macron e quel che resta dell’esperienza renziana in Italia e ha scelto l’ex primo ministro socialista francese Manuel Valls come candidato sindaco di Barcellona. Anche per questo Rivera ha evitato foto a tre nella manifestazione contro il governo di domenica scorsa. Tra poche settimane scopriremo cosa farà Ciudadanos, se ci sarà una replica del modello Andalusia o se il partito di Rivera si alleerà con il Psoe rinforzato dalla scissione che sta vivendo in questi giorni l'altro partito di sinistra, Podemos. Ai posteri spagnoli l’ardua sentenza. Ma anche ammettendo che Vox mancasse l'impresa di entrare al governo avrebbe pochissimo tempo per rifarsi con gli interessi. Perché il 23 maggio si voterà per le elezioni europee e il partito di ultradestra potrebbe attrarre il voto di protesta di chi si sente poco attratto dall'Unione europea. L’obiettivo di Salvini, Le Pen, Wilders. è quello di allearsi con il PPE per spostare a destra le decisioni della Commissione europea e lo schieramento dell’Europarlamento. E Vox potrebbe essere un prezioso alleato. «Sono tanti i punti di contatto, uno su tutti la lotta per proteggere i confini. Vox non ha ancora ben espresso la sua idea di Europa perché banalmente non c'è nel suo manifesto politico ma avrà tempo per farlo» spiega Mendez Prada. Ora bisognerà capire se chi ha comandato per anni l’Europa affronterà questa ventata sovranista costruendo muri o mulini.

Da "www.linkiesta.it" Dalla Spagna arriva un vento sovranista (e non promette nulla di buono per l’Europa) di Andrea Fioravanti

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Lunedì, 18 Febbraio 2019 00:00

I problemi del reddito di cittadinanza

Il divano c’è sempre, ma la donna è in piedi e un fumetto con una lampadina le accende il pensiero. Alle spalle, uno scaffale con qualche libro. Anche sul sito del governo lanciato il 4 febbraio per illustrare il reddito di cittadinanza – e su cui dal 6 marzo si potranno presentare le domande – il totem che ha dominato la discussione sulla misura simbolo del Movimento 5 stelle resta il divano. O meglio, la paura che il provvedimento, immaginato come “una misura di politica attiva del lavoro di contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale”, finisca per disincentivare il lavoro, inducendo le persone a restare sul divano di casa invece di “attivarsi” e cercare un impiego.

Tuttavia, com’è risultato evidente durante la presentazione del sito e della “card” fatta dal vicepremier Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza non è un reddito ma una carta acquisti delle Poste italiane che vale 18 mesi; e non è di cittadinanza perché per averla servono altre condizioni oltre a essere cittadini italiani. Ossia, bisogna essere poveri e disponibili a lavorare.


La prima condizione, la povertà, definisce la platea delle persone a cui si rivolge la legge. La seconda, essere disponibili a lavorare, iscrive il nuovo strumento nella filosofia del workfare, che in Europa ha cambiato il modello del welfare tradizionale e ha subordinato l’aiuto a chi è in difficoltà alla sua “attivazione” sul mercato del lavoro. Questo modo di vedere le cose si porta dietro un apparato fatto di controlli e punizioni, che nel caso del reddito di cittadinanza è molto più esteso rispetto al reddito di inclusione sociale (Rei), voluto dal precedente governo Gentiloni.

La platea
Come ha spiegato Pasquale Tridico, consigliere economico di Di Maio e tra gli ideatori del provvedimento, il nuovo reddito è, a tutti gli effetti, una prosecuzione e un ampliamento del Rei. Ma il Rei era sottofinanziato e riguardava solo 378.557 nuclei familiari, per un importo medio mensile di 305 euro.

La nuova carta raggiungerà 1,3 milioni di nuclei familiari, secondo la relazione tecnica del governo. L’Inps però abbassa la stima a 1,2 milioni, e dice che i meccanismi della legge premieranno soprattutto i nuclei familiari composti da una sola persona.

Per fare la richiesta, i nuclei familiari dovranno rispettare una serie di requisiti: avere un indicatore della situazione economica equivalente (Isee) inferiore a 9.360 euro; un reddito familiare inferiore ai seimila euro all’anno se si è proprietari della casa dove si vive, e a 9.360 euro se si vive in affitto; un patrimonio immobiliare, esclusa la casa di residenza, non superiore ai 30mila euro; e un patrimonio mobiliare (depositi, titoli, azioni) inferiore ai seimila euro.

Per fare un esempio, una persona che vive da sola e in affitto, a fine mese può ritrovarsi sulla carta 780 euro.

Nord e sud
Quanto alla distribuzione geografica, ci sono pochi dubbi: più della metà del reddito di cittadinanza andrà alle persone che vivono nelle regioni del sud e nelle isole, visto che qui si concentrano le famiglie più povere secondo l’Istat. Sicilia e Campania sono in vetta.

Nella ripartizione geografica del beneficio, il nord è penalizzato da due fattori. Il primo è che il provvedimento non tiene conto – come fa per esempio l’Istat quando stima la povertà assoluta in Italia – né del costo della vita (più alto al nord) né della differenza tra grandi e piccoli centri (in un’area metropolitana del nord la soglia di povertà assoluta è di 826 euro, mentre in un piccolo comune del sud è di 560 euro).


Il secondo è che il provvedimento esclude il 36 per cento degli stranieri che vivono in Italia: per ottenere il reddito di cittadinanza, infatti, è necessario non solo il permesso di soggiorno di lungo periodo ma anche la residenza da almeno dieci anni nel paese. Parliamo di circa 90mila famiglie, che vivono in maggioranza nell’Italia del nord.

Le offerte di lavoro
Il reddito di cittadinanza è condizionato alla disponibilità a lavorare. Ossia a iscriversi ad appositi programmi previsti dai centri per l’impiego e ad accettare le loro offerte. L’obbligo diventa via via più stringente: entro dodici mesi la prima offerta potrà arrivare nel raggio di cento chilometri (o cento minuti di viaggio); se è rifiutata i chilometri diventano 250; mentre la terza offerta può arrivare da tutta Italia.

Con il passare del tempo si allontana la corrispondenza tra il livello della qualifica e il lavoro che si deve accettare. Ma soprattutto, il contratto di lavoro può anche essere a termine. Per fare un esempio, dopo un anno e alla terza offerta di lavoro, una famiglia potrebbe essere costretta, per non perdere il reddito di cittadinanza, a spostarsi da Grottaminarda, in provincia di Avellino, a Brescia, con un salario che a malapena coprirebbe l’affitto.

In questo caso il reddito si trasforma da sussidio ai poveri in sostegno alle aziende, perché riduce i contributi sociali che devono pagare. Qui si evidenzia in modo chiaro la natura ambigua della misura: è un sostegno ai poveri, alle aziende o all’occupazione? E, in questo caso, di che occupazione parliamo? Quali, tra le aziende italiane – che attualmente ricorrono pochissimo ai centri per l’impiego – sceglieranno di assumere “i poveri”?

Problemi
L’enfasi sul divano e sull’obbligo del lavoro, oltre a dare per scontato che i poveri siano tali perché non lavorano o non vogliono lavorare, crea alcuni effetti negativi.

Il primo è che per togliere queste persone dal divano e trovargli un lavoro bisognerà occuparne altre in tempi brevi. Per questo saranno assunte alcune migliaia di “navigator” in fretta e furia: una mossa che ha un suo ritorno in tempi di campagna elettorale per le europee, ma che non basta a portare i centri per l’impiego ai livelli europei.

Il secondo è che la lotta ai possibili illeciti, dalle false dichiarazioni per ottenere il reddito a chi lavorerà in nero per non perderlo, è fatta puntando più su punizioni e manette che su disincentivi e controlli incrociati.

Un approccio che i cinquestelle hanno sposato con enfasi, ma che rischia di ridurre il grande tema della lotta alla povertà e alle disuguaglianze alla cronaca quotidiana della caccia ai “furbetti” e agli evasori, con guardia di finanza impiegata per fare controlli su chi rifiuta le offerte invece che come strumento contro la grande evasione.


Da "www.internazionale.it" I problemi del reddito di cittadinanza di Roberta Carlini

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Dal 17 novembre scorso, ogni sabato in Francia si ripropone la protesta dei gilet gialli contro il Governo di Macron. Proviamo a metterci in ascolto di questo complesso fenomeno cercando di capire qual è la carta d’identità dei manifestanti, come reagisce la classe politica francese e che cosa questa esperienza insegna agli altri Paesi europei.

Puntualmente, ogni sabato a partire dal 17 novembre 2018 si susseguono in Francia gli “atti” della protesta dei gilet gialli: strade e rotatorie bloccate, caselli autostradali occupati, viali di città e piccoli centri pieni di manifestanti. Il clima di collera e rivendicazione è forte, e non mancano tensioni, violenze e scontri con le forze dell’ordine: nel momento in cui scriviamo hanno provocato 10 vittime, oltre 3mila feriti e quasi 5mila arresti. Il protrarsi delle manifestazioni sta producendo un impatto sensibile sull’economia nazionale.

In Italia l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli aspetti di cronaca, quali l’andamento delle manifestazioni e il bilancio delle violenze, e sui tentativi di strumentalizzazione da parte del nostro mondo politico. La protesta è presentata come una sollevazione popolare contro l’aumento del prezzo dei carburanti; ma questo occulta la complessità di un conflitto sociale e politico che attraversa l’intera società francese, dal presidente Macron agli esponenti dei diversi partiti, al mondo dei media e della ricerca sociologica, fino all’insieme della cittadinanza che di fronte alle rivendicazioni dei gilet gialli prende comunque posizione. Si tratta di una sorta di sismografo dei nostri tempi: dinamiche globali ampie e profonde si declinano con modalità e forme diverse in specifici contesti nazionali. Per questo è interessante mettersi in ascolto di quanto sta accadendo in Francia, rispettandone la specificità e quindi evitando di omologarlo con troppa rapidità e superficialità a vicende di casa nostra. Proveremo a farlo nelle pagine che seguono, ricorrendo a inchieste giornalistiche e studi scientifici realizzati in Francia fin dagli inizi della protesta, ma che hanno avuto scarsa circolazione nel nostro Paese. Certo non si tratta di una analisi esaustiva o definitiva, visto che la vicenda è tutt’altro che conclusa. Ma le richieste formulate dai manifestanti e le risposte date dalle istituzioni non possono non cominciare già a interpellarci.

1. Il profilo della protesta
Mentre è facile identificare l’episodio iniziale della protesta nelle manifestazioni del 17 novembre, provare a rintracciarne le origini ci conduce immediatamente a fare i conti con il carattere sfuggente che i fenomeni sociali e politici assumono nell’epoca dei social media. Non c’è infatti una convocazione ufficiale da parte di un soggetto strutturato, né un gruppo promotore che lancia un appello o pubblica un manifesto. Nel tentativo di ricostruire la vicenda, la stampa transalpina ha identificato una serie di possibili inneschi: petizioni, video e post pubblicati su vari social media da semplici cittadini o piccoli gruppi che negli ultimi mesi protestavano contro alcune scelte del Governo francese, in particolare l’aumento delle accise sui carburanti per sostenere la transizione verso un sistema economico più attento alla sostenibilità. Poi, a partire dal mese di ottobre, in modo abbastanza spontaneo compaiono in rete appelli a bloccare le strade il 17 novembre, provenienti da tutto il territorio francese, rilanciati e amplificati da centinaia di gruppi di condivisione. Il fenomeno sembra avere un’origine diffusa e anche il tentativo di identificare dei leader in coloro che per primi avevano pubblicato un post di protesta non ha dato esito, mettendo talvolta queste persone nei guai.

Colpiscono comunque l’elevato numero di partecipanti alle manifestazioni di sabato 17 novembre (stimate dal Ministero degli Interni in circa 290mila persone) e la diffusione su tutto il territorio nazionale. Il numero di persone coinvolte resta alto anche negli appuntamenti successivi; ancora più consistenti sono il sostegno e la simpatia che i gilet gialli riscuotono nell’opinione pubblica francese, con punte del 75% registrate da più fonti e un valore medio di poco meno del 70%. Tra gli altri elementi che contraddistinguono la protesta dei gilet gialli vanno segnalati un alto tasso di partecipazione femminile; il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti, a cui corrisponde una repressione altrettanto violenta; un rapporto problematico con i media, segnato anche da aggressioni ai giornalisti, oltre all’ormai inevitabile pullulare di fake news. La rappresentazione mediatica e l’enorme numero di articoli, anche scientifici, dedicati fin da subito al fenomeno hanno influenzato fortemente la sua percezione e anche autopercezione, e quindi la sua evoluzione.

Pur nella sua essenzialità, questo profilo evidenzia che l’approccio alla protesta dei gilet gialli richiede di mettere da parte una serie di categorie, stereotipi e proiezioni interpretative, che lo iscriverebbero immediatamente in una traiettoria populista piuttosto che in una antagonista o rivoluzionaria. Ad esempio, non si tratta di rivendicazioni di lavoratori in sciopero: le manifestazioni si svolgono il sabato e non in un giorno lavorativo. Ugualmente non si tratta di una esplosione di malcontento delle classi più povere o emarginate, quali pure la Francia ha conosciuto a più riprese negli ultimi anni, tanto che ad esempio le periferie più popolari dell’area parigina sono rimaste ai margini della protesta. Infine, ascoltando le voci dei manifestanti, è chiaro che i gilet gialli non portano avanti rivendicazioni ideologiche: non vogliono discutere se il mondo è giusto o ingiusto, se il libero mercato è una cosa buona, se certe politiche sono di destra o di sinistra, se l’Europa può o non può accogliere più migranti, ecc. La loro coscienza politica parte e torna a una esperienza comune, al di là delle molte differenze: la fatica di ritrovarsi tutti «nella stessa melma».

a) Il carico fiscale e la sua distribuzione
È indubbio che la questione fiscale giochi un ruolo di primo piano. Se l’aumento delle accise sui carburanti è stato il collante della mobilitazione, in particolare all’inizio, più in profondità appare la convinzione di essere vessati da un sistema fiscale che ripartisce gli oneri sui cittadini in modo diseguale e ingiusto. I gilet gialli si sentono vittime delle politiche fiscali degli ultimi Governi, che hanno reso la loro vita insostenibile. In Francia sono scesi in piazza contribuenti che pagano regolarmente le imposte, ma non sono abbastanza poveri da beneficiare delle prestazioni di welfare riservate ai più emarginati, né abbastanza ricchi da accedere ai dispositivi di defiscalizzazione e alle diverse forme con cui i contribuenti più abbienti (liberi professionisti, commercianti, imprenditori) riescono, in modo più o meno legale, a ridurre il proprio carico fiscale oppure a indirizzare la spesa pubblica verso obiettivi di loro interesse. Si tratta di cittadini che dal punto di vista fiscale si trovano tra l’incudine e il martello.

Altrettanto significativa è l’analisi della dispersione territoriale della protesta, che non consente di collocarla nella tradizionale opposizione tra aree urbane e rurali. In ambito rurale, le proteste coinvolgono soprattutto le regioni più remote, in cui la popolazione sta diminuendo e così la disponibilità di servizi pubblici e la presenza dello Stato. In ambito urbano, le manifestazioni si collocano in modo particolare nelle aree ai margini delle metropoli: non periferie degradate, ma insediamenti satellite, in cui i costi delle abitazioni sono nettamente inferiori. Vi abitano persone con ridotte disponibilità economiche, che devono raggiungere la città tutti i giorni per ragioni di lavoro e sono quindi più sensibili ai problemi della mobilità o all’impatto delle accise sui carburanti. In entrambi i casi comunque la scarsa visibilità dello Stato sociale gioca un ruolo importante: la sua assenza o lontananza provocherebbe una resistenza fiscale. Il problema quindi non sarebbe tanto il livello della pressione fiscale in sé, ma la distribuzione diseguale sia del carico delle imposte, sia dei benefici dell’azione dello Stato.

b) Cittadinanza e riconoscimento
Tuttavia la protesta non è solo antifiscale: vi si associano altre forme di malcontento. Oltre a denunciare le ingiustizie fiscali e a rivendicare la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita, i gilet gialli esprimono un desiderio di rispetto e di riconoscimento in quanto cittadini, in modo particolare da parte delle autorità politiche. Non per niente indossano un giubbotto fosforescente: simbolicamente questo manifesta che ciò che cercano è innanzi tutto uscire dall’oscurità, essere visibili, riconoscibili e riconosciuti, oltre che sintonizzati e connessi all’interno di un gruppo. Molti scendono in piazza per la prima volta nella loro vita; finora avevano accettato la condizione sociale ed economica di “piccoli” rispetto ai “grandi”, con una certa tolleranza delle disuguaglianze sociali; avevano imparato a cavarsela da soli senza dare troppo fastidio. Proprio qui si radica la loro collera: la mancanza di autonomia che deriva dalla diminuzione del reddito disponibile è vissuta come una forma di umiliazione. Sono indignati di non riuscire più a farcela da soli, come avevano sempre cercato di fare. Per questo si riconoscono nello slogan «non vogliamo più soldi, vogliamo meno tasse». Vogliono vivere del proprio lavoro, senza che il “sistema” li renda “assistiti” e quindi dipendenti. Questo desiderio di potersi sentire pienamente cittadini trova espressione nella bandiera francese, sventolata durante le manifestazioni, così come nel canto dell’inno nazionale, anche di fronte ai cordoni di polizia: una rivendicazione di cittadinanza a pieno titolo, non una fatica a riconoscersi nei simboli della Repubblica.

c) Nello spazio politico
Nella scia di questa rivendicazione va analizzata anche la collocazione dei gilet gialli nello spazio politico francese. Li unisce l’opposizione radicale al presidente Macron, di cui invocano le dimissioni, visto come rappresentante di un ceto politico professionale che sentono sideralmente lontano, a cui attribuiscono la responsabilità della situazione e di cui non sopportano più il cinismo e i modi. Le reazioni di alcuni esponenti dell’establishment talvolta legittimano la sensazione di essere presi in giro. Tuttavia la maggior parte dei gilet gialli non vuole governare il Paese o proporsi come leader (dopo timidi tentativi alcuni si sono tirati indietro): chiedono però di essere governati in modo da poter mantenere una vita “normale” e un livello minimo di sicurezze: lavorare senza dover rinunciare al riscaldamento, andare al cinema e a cena fuori con i figli una volta al mese, non doversi indebitare e perdere la casa in caso di malattie. In questo senso, a differenza ad esempio degli indignados spagnoli, non sono portatori di una critica ideologica al sistema, alle grandi imprese, alle banche o alla finanza. Dall’economia desiderano che sia al servizio di una vita sociale dignitosa e sono disponibili ad accettare le disuguaglianze e l’accumulo di ricchezze da parte di alcuni, a condizione che siano ragionevolmente funzionali dal punto di vista sociale. Ciò che li unisce è una esperienza concreta di vita, non una collocazione ideologica o la coscienza di far parte di una classe sociale in conflitto con altre. Per questo sono anche poco sensibili ad altre questioni che agitano lo spazio politico, prima fra tutte quella dell’immigrazione.

Non per questo sono da considerare apolitici: la loro “rivolta” ha chiaramente un segno e un’intenzione politica, pur insistendo nel rimarcare la distanza dalle élite politiche, di cui non si fidano, e anche dai partiti di opposizione. Tale è la sfiducia verso le forme della rappresentanza che fino ad ora, salvo qualche eccezione locale, i gilet gialli hanno rifiutato di eleggere o di riconoscere dei rappresentanti o di darsi qualsiasi forma di strutturazione. È chiaro che si tratta di una posizione difficile da sostenere nel lungo periodo, e non è al momento facile prevedere se il movimento si organizzerà e in che forma o se la sua forza si disperderà poco a poco.

d) Il ricorso alla violenza
Contrariamente a quanto una certa rappresentazione mediatica potrebbe indurre a pensare, la maggior parte dei gilet gialli rifiuta la violenza, tanto che in vista delle manifestazioni del 19 gennaio a Parigi è circolato l’invito a scendere in piazza con una candela o un fiore per le vittime della violenza. Tuttavia riconoscono e si rammaricano che le istituzioni reagiscano solo in seguito agli scontri. Le risposte tardive da parte del Presidente e del Governo hanno esasperato i gilet gialli e rafforzato in alcuni l’idea che la violenza sia necessaria per farsi sentire. Non va trascurata la confluenza nelle proteste, in particolare a Parigi, di altre componenti sociali minoritarie di estrazione antagonista o anarchica, animate da propositi di lotta e di vendetta, specie nei confronti delle forze dell’ordine, che sfruttano l’occasione per realizzare azioni violente. Infine va segnalato che anche la risposta dello Stato è stata percepita come sproporzionatamente violenta, soprattutto per l’utilizzo da parte della polizia di proiettili di gomma che hanno causato molti feriti, anche gravi.

2. Le risposte del Presidente e del Governo
La repressione non è però l’unica risposta alle proteste da parte delle autorità, che mettono in atto anche iniziative più propriamente politiche, lungo filoni diversi. Ripercorriamo brevemente i passaggi più significativi, che in Italia ci sembrano aver ricevuto un’attenzione ancora minore di quella riservata alle manifestazioni.

Il 14 novembre, quando la prima manifestazione era già stata convocata ma non si era ancora svolta, viene annunciata una serie di misure per la riduzione dell’onere sopportato dalle famiglie per la bolletta energetica. Alle violenze registrate il 17 novembre, in particolare a Parigi, il Governo reagisce annunciando una posizione «senza compromessi». Il presidente Macron parla per la prima volta del fenomeno 10 giorni dopo, il 27 novembre, confermando la prospettiva della transizione energetica, ma annunciando un trimestre di dibattito pubblico a riguardo e promettendo interventi di riduzione del carico fiscale, anche sui carburanti. Nuove concessioni vengono fatte dopo la terza protesta del 1° dicembre. Poco dopo, il 10 dicembre, il Presidente dichiara lo «stato di emergenza economica e sociale» e annuncia misure redistributive e di sostegno ai redditi più bassi (quali l’aumento del salario minimo a carico dell’erario), riconoscendo, come pochi giorni dopo farà anche il Primo Ministro Edouard Philippe, come sia centrale la questione del “potere d’acquisto” e della possibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro per tutti i cittadini. Infine, il 13 gennaio il presidente Macron si rivolge direttamente a tutti i cittadini francesi, scrivendo loro una lettera per dare inizio a quello che definisce il “Grande dibattito nazionale” che durerà fino al 15 marzo e affronterà i temi della fiscalità e della spesa pubblica, dell’organizzazione dello Stato, della transizione ecologica e della salute della democrazia. Un apposito sito offre schede di approfondimento delle diverse tematiche e la possibilità per i cittadini di offrire il proprio contributo. Successivamente saranno organizzati anche diversi tipi di incontri e consultazioni aperti alla cittadinanza, ad alcuni dei quali anche il Presidente parteciperà in prima persona.

Al netto di una retorica patriottica tipicamente francese, la strategia contiene elementi apprezzabili e può sembrare la risposta razionale e democratica a una situazione complessa: mostrare comprensione e invitare al dialogo; contrapporsi alla violenza; non arretrare sul tema della sostenibilità offrendo però misure di sostegno e affrontandone l’impatto sul mondo produttivo. Oltre alle critiche, scontate, dell’opposizione politica, sono arrivate anche quelle dei gilet gialli, che danno voce alla loro sfiducia radicale verso le élite che gestiscono la politica. Il programma del Governo è tacciato di paternalismo, astrattezza, lontananza dalla realtà, mentre si teme che si tratti solo di propaganda e di concessioni fatte per placare i manifestanti, a cui non faranno seguito cambiamenti. Si sottolinea che l’impostazione del Grande dibattito nazionale promette la possibilità di sollevare qualsiasi questione, ma non contempla margini per uscire dallo schema prestabilito.

La polarizzazione della polemica sulla persona di Macron non aiuta la costruzione di percorsi di soluzione, mentre va riconosciuto nell’agenda governativa un retrogusto di marketing politico, di una comunicazione basata su quello che i francesi chiamano metodo SONCAS: sono le iniziali di parole chiave (in italiano: Sicurezza, Orgoglio, Innovazione, Confort, Soldi, Empatia) efficaci per “vendere” un prodotto politico e far digerire ricette altrimenti sgradite. Dire se ci troviamo di fronte a tentativi un po’ maldestri o in cattiva fede richiederebbe un’analisi più approfondita, oltre che la possibilità di seguire il processo fino alla conclusione. Resta la constatazione di una reale difficoltà della classe politica a esprimersi in modo credibile per quella parte di popolazione che si riconosce nei gilet gialli, la quale pure fatica a trovare al suo interno forme di espressione e di rappresentanza che trascendano il punto di vista di ciascun individuo. Non è certo un punto di partenza incoraggiante per un vero dialogo nazionale.

3. I conflitti che ci aspettano
Si tratta peraltro di una difficoltà che interessa non solo la Francia, ma tutti i Paesi avanzati. L’esame, pur rapido, di quanto sta accadendo oltralpe ci consente di identificare alcuni fattori che possono portare all’inceppamento della democrazia.

Il primo riguarda il peso concreto dei tanti riduzionismi oggi in circolazione: da quelli di stampo individualistico che limitano lo sguardo ai propri interessi, a quelli che reagiscono alla fatica della complessità attraverso la semplificazione all’eccesso, fino a quelli di tipo tecnocratico che riescono a vedere solo parte dei problemi e riducono la gestione del consenso a tecniche di marketing politico. Ciascuna di queste posizioni perde di vista una parte della realtà, che non può recuperare se non attraverso un dialogo autentico con le altre.

Un secondo tema che appare con forza è la necessità sempre più concreta (quindi non solo a livello di studio e discussione) di conciliare la questione della sostenibilità ecologica, che ha una prospettiva intergenerazionale, con quella della sostenibilità sociale, che riguarda l’inclusione e l’equa ripartizione degli oneri per la generazione presente. Il rischio, drammatico, è quello di non riuscire a offrire a tutti i cittadini un quadro convincente in cui inserire le scelte politiche perseguite, finendo per generare la convinzione che gli obiettivi sul versante ecologico siano una minaccia per l’equità sociale e viceversa. Purtroppo in molti Paesi appare quasi irresistibile la tentazione per i politici di costruirsi un consenso, soprattutto in alcuni strati della popolazione, grazie a politiche ambientali meno rigorose, vendendo l’illusione che più inquinamento significhi maggiore benessere. In radice, la crisi dei gilet gialli ci dice che davvero stiamo toccando con mano che lo stile di vita occidentale non è più sostenibile per tutti, senza scaricare sul futuro i costi del presente.

Un terzo elemento parte dalla constatazione della rabbia che anima la protesta. A portarla avanti sono gruppi sociali che si sentono traditi da un sistema di cui si consideravano parte, anche se con ruoli di second’ordine, e da cui si aspettavano tutele e garanzie. Sono parti della società che si scoprono “in via di esclusione e di emarginazione” e che a questo provano a resistere. Le dinamiche dell’economia globale vedono, all’interno di un generale miglioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione mondiale, in particolare in Asia, sacche di stasi o di arretramento che coincidono con le classi lavoratrici dei Paesi industrializzati, mentre cresce l’opulenza di una fascia di ricchissimi ormai globale. In questo scenario, le tensioni che stanno dietro il fenomeno dei gilet gialli sono probabilmente solo l’antipasto di quello che il futuro riserva a un’Europa sempre meno capace di generare crescita e di guardare al futuro.

In una situazione come questa, la soluzione proposta da Macron e dal suo Governo, ovvero il lancio di un dialogo nazionale, tocca il punto dolente: da conflitti sociali di questo genere non si esce se non attraverso il dialogo sociale. Perché questo sia efficace, però, è necessario che la società disponga di un know-how e di istituzioni o forme organizzate di mediazione, che evitino la polarizzazione del confronto tra pretese individuali (o al massimo di gruppi molto omogenei) irriducibili tra loro. È la funzione che tradizionalmente si riconosce ai “corpi intermedi”: il loro nome dice non solo che occupano lo spazio tra il livello dei singoli e quello statuale, ma soprattutto che si tratta di istanze di intermediazione progressiva tra posizioni individuali, sfidate a decentrarsi progressivamente per assumere una posizione più ampia. Senza il decentramento dell’individuo e il riconoscimento della parzialità di ciascuno non può infatti aprirsi un vero spazio di dialogo e incontro. È proprio sulla capacità di aprire spazi di mediazione all’interno della società che si gioca il senso di una leadership politica che non voglia ridursi a tecnica di gestione del consenso a vantaggio degli interessi di alcuni: è questa la sfida che hanno di fronte Macron in Francia e tutti i suoi colleghi negli altri Paesi. Le vicende francesi hanno certo un colore locale, ma sono anche un laboratorio a cui tutti facciamo bene a prestare attenzione.


Da "www.aggiornamentisociali.it" Gilet gialli: in ascolto di un conflitto sociale inedito di Giacomo Costa

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A Roma, chi abita fronte strada dovrà pulire il suo pezzo di marciapiede. Intanto Salvini vuole armarci e farci diventare tutti sceriffi. Benvenuti nell’Italia degli statalisti col lavoro degli altri


«Piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile è inutile. Arrangiatevi!» urla Totò affacciato alla finestra dell’ex casa chiusa in cui era andato ad abitare, rivolgendosi ai militari arrapati che continuavano a suonare al portone. E’ la scena più famosa del vecchio film di Mauro Bolognini, che raccontava un cambiamento epocale: la chiusura dei bordelli. Lo stesso grido «arrangiatevi» oggi arriva dalla finestra del Campidoglio pentastellato. Sempre di scopare si tratta, anche se in senso proprio, e c’entra sempre un bordello, anche se in senso figurato, cioè l’Ama, la municipalizzata per l’ambiente. Proprio stamattina a Roma viene discussa in Aula Giulio Cesare l’ultima delibera sull’emergenza rifiuti, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dei «frontisti» (cioè chi ha casa o negozio che dà sulla strada) nello spazzamento nei marciapiedi davanti alla propria porta.

Ma sì, piantiamola con le nostalgie di una nettezza urbana affidata a un’azienda municipalizzata. Aspettarsi che la cordigliera di pattume che attraversa la capitale venga smantellata da un intervento pubblico è inutile. Uno vale uno, ma chi fa da sé fa per tre. Quindi, popolo romano, corri alle ramazze: ogni «frontista», anziché lamentarsi, si responsabilizzi e pulisca la soglia di casa propria, possibilmente non limitandosi a spostarla davanti alla soglia del vicino. Per la giunta Raggi è un bel ribaltamento: volevano essere la scopa del sistema, e invece rivalutano il sistema della scopa. Se ci sforziamo di dimenticare che si tratta di una delibera grillina, presumibilmente elaborata in una chat di gruppo durante le feste, fra una pennichella digestiva e il tombolone di Capodanno, il provvedimento sembra la dottrina luterana del libero esame applicata alla gestione dei rifiuti: non servono più mediatori esterni fra il cittadino e il problema del pattume, ognuno deve avere un rapporto diretto con la propria monnezza e interpretarla personalmente. Ma l’idea potrebbe mai funzionare nella capitale del cattolicesimo, che predispone da secoli i romani ad aspettare interventi provvidenziali, tanto più se a proporla è un partito politico che dalla sua nascita non fa che promettere interventi provvidenziali?


Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi»

Il M5s non è il solo a incentivare il fai da te, o meglio, il «dài, fa’ te». Anzi, è uno dei pochi punti in cui i grillini vanno d’accordissimo con la Lega. Che in mano ai cittadini non vuole mettere in mano le scope, ma le pistole. Questo ci dice Matteo Salvini quando si esibisce sui social in divisa da poliziotto e solidarizza con il gommista pistolero di Arezzo: lo Stato non può difendervi giorno e notte, ognuno può essere il tutore dell’ordine per sé e per la propria famiglia, con il beneplacito del ministro dell’Interno. In sostanza, il messaggio del governo gialloverde agli italiani è: vi abbiamo messo in tasca i soldi del reddito di cittadinanza e vi mandiamo in pensione prima, ora però voi in cambio fate i bravi ometti e vi accollate un po’ del lavoro sporco che dovremmo fare noi, se non fossimo così impegnati con i selfie. Cià, prendete lo scopino e la rivoltella, e via andare. Se poi volete tenervi il pattume e i ladri, non venitevi a lamentare con noi. Anche perché, ricordatevelo bene, la colpa di tutto è sempre del Pd e dell’Europa.

Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi». Possibile che i grilloleghisti si comportino da statalisti solo quando si tratta di fare dispetti ai privati che gli stanno antipatici, e che per loro «pubblico» sia solo un sinonimo di audience? Viene da pensare che il vero mentore della politica gialloverde non sia Steve Bannon, ma lo svedese Ingvar Kamprad. Sì, il fondatore dell’Ikea, uomo non certo di sinistra, anzi, filonazista in gioventù e sempre vigorosamente nazionalista. Un vero genio del male, che è riuscito a farci trovare divertente passare le domeniche a schiacciarci le dita con i montanti di una libreria e slogarci il polso girando una brugola. Tanti indizi ci dicono che l’Italia sta diventando il laboratorio di un nuovo tipo di organizzazione politica, lo Stato-Arrangiatevi. Presto ci verranno forniti i kit in stile Ikea per i diversi servizi pubblici: la scopa per l’igiene ambientale, la pistola per la sicurezza e un giorno, chissà, pure uno stetoscopio e un bisturi per la sanità fatta in casa. Speriamo ci vengano almeno risparmiate le istruzioni scritte da Laura Castelli. Meglio leggerle direttamente in svedese.


Da "www.linkiesta.it" La Raggi ci vuole spazzini, Salvini ci vuole poliziotti: è l’Italia gialloverde, ma sembra l’Ikea

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Lunedì, 28 Gennaio 2019 00:00

"Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.

Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.

Marco Belpoliti: Tutto questo oggi sembra sparito. Sembra che la politica, le figure dei politici, comincino oggi, e invece non è così. Cos’è cambiato? Il costume, la mentalità o la politica stessa?

FC: “Questi qua” vengono un po’ dal nulla; all’apparenza sono figure la cui storia politica è molto misera. Non senti dietro una scuola, dei maestri, a meno che non si voglia considerare come maestri Bossi, Grillo o qualche tardo democristiano, che può avere avuto Renzi come giovane d’ufficio. Sono persone che si sono fatte da sé. La scuola di Salvini, Renzi e Di Maio è stata la televisione. Non è un caso che il loro esordio sia nei telequiz, luoghi nei quali tu entri senza essere nessuno e dopo due settimane sei già diventato un personaggio. Le classi dirigenti del passato erano transitate per i consigli comunali, provinciali e regionali, le segretarie della federazioni locali, i comitati provinciali, avevano fatto i portaborse, poi gli assessori. Venivano da esperienze come l’occupazione delle terre o le lotte in fabbrica, il sindacato, era un cursus honorum che durava vent’anni, a volte di più. “Questi qua” vengono dalla televisione. I nomi e le cose risuonano nell’immaginario secondo suggestioni curiose; il programma di esordio di Renzi è “La ruota della fortuna”, un tema machiavellico. La fortuna viene, la fortuna va; si adatta perfettamente al personaggio. Salvini da un programma che si chiama “Doppio slalom” e da un altro: “Il pranzo è servito”. Sono titoli che sono quasi un destino. Questo genere di scuola fa sì che questi nuovi siano molto rapidi. Per fare il telequiz bisogna essere veloci. Per loro la rapidità è il ritmo, e la velocità è tutto. Hanno la battuta subito, l’idea subito, il cambio subito, ma anche l’errore subito nei social: la chat sbagliata, la foto con il criminale. Tutte cose che costituiscono tutto il contrario della classe dominante precedente: la pazienza, la cautela e una riflessione che teneva conto della complessità. Ora è invece una specie di rotolata veloce verso il risultato apparente e appariscente.

MB: Sono animali politici molto caldi, empatici con il proprio pubblico, performativi. Mi sembra vivano dentro una bolla di rappresentazioni, che producono loro stessi attraverso i diversi media, dalla televisione ai social. Vivono in diretta, iperconnessi con una community che oggi c’è, e domani non più. Sono il frutto della rapidità come tu dici; e la subiscono, o forse la subiranno. Rischiano di scambiare il consenso con la curiosità verso di loro. L’altro elemento che colpisce è che si vestono nello stesso modo. Pensa alla camicia bianca di Renzi, replicata da Di Maio e Salvini. A parte le felpe di quest’ultimo, che gli sono servite per farsi vedere, gli italiani probabilmente li confondono tra loro.

Nel tuo libro si sente molta nostalgia per quel tempo passato, quello dei politici di una volta. È un libro autobiografico, anche se racconti la storia di tantissime persone, non solo dei grandi, di personaggi infimi: ci sono trenta pagine fitte con l’indice dei nomi. Molto malinconiche sono le pagine sulla Lega, su Bossi e le sue malattie.

FC: Oggi la condizione di una classe politica in cui ogni energia, ogni speranza e affidamento si concentrano su un’unica persona, fa sì che la politica ritorni ad essere monarchica, nel senso autentico della parola. Quello che viene ritenuto una virtù, che per risolvere i problemi serva una sola persona, finisce per essere invece una debolezza terribile. Craxi, Bossi e lo stesso Berlusconi sono figure su cui si concentra il futuro di tre pezzi importanti della storia politica. Due si ammalano e finiscono male; il terzo offre il destro alla possibilità d’essere diffamato e colpito, lasciando dietro di sé il nulla. Non c’è in nessuno dei tre casi una soluzione. Bossi viene sostituito da Maroni, ma è una soluzione intermedia. Il Partito Socialista finisce con Craxi e Forza Italia con Berlusconi. Non lasciano eredi.

MB: Il caso Berlusconi nella tua descrizione costituisce qualcosa di particolare. Si può già parlare di un’epoca berlusconiana. È già storicizzata, ed è durata più del Fascismo. Berlusconi è ancora qui. Non c’è stato un dramma finale come per Mussolini, un Piazzale Loreto, del resto non c’è stata neppure una guerra persa. Abbiamo attraversato tante piccole catastrofi di varia natura, anche economica. Berlusconi è oramai una mummia vivente, ora gioca con il nuovo leader Salvini. Non credi che la lunga durata di Berlusconi configuri qualcosa di nuovo e diverso nel panorama della storia italiana? Sono state le televisioni, il denaro, la natura principesca del suo dominio.

FC: Lui voleva essere questo: un principe. In Berlusconi sono evidentissime le riemersioni, all’interno di una cornice tecnologica, televisiva, di segni e simboli di un passato, che ritorna in forme smaglianti, ma di un’epoca pre-democratica. Berlusconi si comporta come un re. Ha le corti, i palazzi, le professionalità di servaggio: il cuoco, il preparatore atletico, il musico, il poeta encomiastico, le guardie, i servi, le cortigiane. Un mondo in cui ritornano le corone, le investiture, i troni. Nel suo caso, a differenza di Craxi e di Bossi, c’è l’attenzione al corpo, alle malattie, le vicissitudini fisiche che dà in pasto all’opinione pubblica. Quello che lo rende diverso dagli altri è che in lui si rappresenta un aspetto tutto italiano: offre al suo pubblico l’intera parabola del potere: l’ascesa, il trionfo, la caduta, il ritorno, la celebrazione, e anche il momento della nuova caduta e della pietà. Riguardo a Berlusconi si può esaurire l’intera gamma delle forme del potere, arrivando fino ad avere pena per quest’uomo che è stato l’uomo più potente d’Italia e che finisce per fare l’aeroplanino ai malati e agli anziani della Casa della Divina Provvidenza di Cesano Boscone. Si configura come una manifestazione della caducità delle cose terrene. Questo gli ha dato una marcia in più rispetto a Bossi e Craxi.

MB: Viviamo nell’epoca della immediatezza. Un tempo veloce, rapido. Ti sembra che sia cambiata l’antropologia degli italiani? In fondo i democristiani e i comunisti, pur nelle grandi differenze, si somigliavano.

FC: Le due chiese, la DC e il PCI funzionano all’unisono sin verso gli anni Ottanta. I democristiani al potere erano consapevoli di non essere amati; c’era almeno mezzo paese che non li amava. Questo faceva sì che le classi di governo avessero un’attitudine alla riflessione, alla prudenza, al non dover esagerare, non dovevano manifestare un primato per le apparenze, ma per la sostanze delle cose. Su questo si è forgiata la classe di governo all’altezza del dramma geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo. Dietro quel mondo esistevano moltitudini di cui i leader, i gruppi dirigenti, espressione sconosciuta oggi, sapevano che ogni parola, ogni scelta, ogni documento, doveva tenere nel dovuto conto la sensibilità di milioni di persone. Questo sistema andava ovviamente contro i progressi della tecnologia. È la tecnologia che ha cambiato gli italiani. Esiste una linea di frattura: l’arrivo al potere di Craxi. Più passa il tempo e più ci sembra una persona di cerniera.


FC: I democristiani per la prima parte della loro esistenza, fino agli anni Ottanta, ritenevano il potere un prestito di Dio, non una cosa loro. Alla fine della loro vita di singoli, San Pietro gli avrebbe chiesto conto di questo potere, di come l’avevano esercitato. C’era il paradiso o l’inferno. I fascisti, componente della cultura politica del secolo scorso, avevano la Patria, la terra dei padri, per la quale si poteva morire. I loro Santi erano tutti morti, era un culto religioso. Nel mondo comunista, se il compagno moriva viveva negli altri: la sua bandiera sarebbe stata raccolta da altri. C’era la missione di liberazione degli oppressi. La politica italiana aveva una dimensione religiosa molto forte. I socialisti per la prima volta negli anni Ottanta si ritrovano al comando dell’Italia e si chiedono: cosa c’è dopo? Non c’è niente. La morte per il Partito Socialista è irreparabile. Questa che è una laicizzazione, una liberazione dalle ideologie, dal fanatismo, ma può rivoltarsi nel suo contrario: viviamo qui, voglio tutto, datemi il potere. Questo porta a una dimensione in cui l’etica si smarrisce. Con Craxi finisce il partito glorioso dei lavoratori dopo 100 anni. Se ci pensi le due grandi morti che stabiliscono la fine di tutto sono quelle di Moro, nella Renault rossa, e Berlinguer, che ha un colpo apoplettico durante il comizio e vuole continuare a parlare stringendo il fazzoletto in mano. Visivamente sono le due morti che dicono che tutto sta finendo, anche se passeranno dieci anni per il crollo del sistema dei partiti.

MB: Credo che sia stato l’avvento della televisione, quella della Rai, e poi la commerciale di Berlusconi, a determinare il cambiamento. Non la televisione da sola, tuttavia è l’elemento decisivo. Uccide l’immortalità della religione, sia quella sacra che quella laica. McLuhan ha sostenuto che se ci fosse stata la televisione non ci sarebbe stato né il fascismo né soprattutto il nazismo perfetti invece per la radio, media delle dittature novecentesche. Mussolini e Hitler, scrive, sarebbero risultati ridicoli, comici in tv. Pensa alla comicità di Berlusconi, al suo uso della barzelletta: buttava tutto in vacca, come si dice. La battuta e la comicità stanno tutte nel presente. La televisione ha realizzato, insieme al sistema consumistico dei supermercati, in quanto supermercato delle immagini ha demolito ogni immortalità.

FC: Forza Italia viene presentata a Casalecchio di Reno da Berlusconi in un supermercato.

MB: Berlusconi coglie e produce a sua volta il cambiamento. Pasolini, super citato, ha intravisto questo cambiamento all’inizio degli anni Settanta. Oggi la televisione non è tramontata; in un mondo di anziani soli, che stanno in casa, che si spostano poco, la tv è la loro badante. Nonostante facebook, il social dei nonni, la televisione resta un elemento importante della vita quotidiana. McLuhan ha spiegato come un media continua quello seguente: la radio nella televisione, la televisione nel web e nei social. Pensa ai video di Salvini e Di Maio, sono fatti per la tv portatile.

FC: Il discorso della morte e del potere come teatro dell’immortalità culminano in Berlusconi, che è il Re, che cerca di ingannare la morte. C’è un apologo perfetto, sembra uscito dall’antichità classica: Berlusconi e del pastore molisano. L’uomo e più ricco e potente d’Italia viene in rapporto durante una campagna elettorale con un uomo che conduce una professione antica. Berlusconi gli dice: Io ho lavorato così tanto nella mia vita che non ho avuto tempo di invecchiare. Il pastore: Arriva, arriva. Berlusconi: Le dispiace se mi tocco le palle. Pastore: Toccate quello che te pare, ma arriva. Ho la sensazione che questo potere, maledetto potere, in un tempo che l’ha privato delle ideologie, sia un sistema che alcuni individui hanno individuato per curare l’ansia di essere in scadenza. Alla nuova classe dirigente manca la consapevolezza di questo. Non sanno che in Italia chi l’ha esercitato fino in fondo, a cominciare da Mussolini e proseguendo per Craxi, Andreotti, lo stesso Berlusconi, fa una brutta fine. Guarda Bossi, che si è inventato uno stato inesistente, di cui era il Demiurgo scomodando una cosmogonia inesistente, che fine ha fatto. Pensa al suo allievo Salvini, che passa dal fare il tifo contro la nazionale di calcio – questo faceva a Radio Padania – a “Prima gli italiani”, gettando una corona d’alloro nel Piave, il sacro fiume. È l’immagine di una giravolta, che in politica si è sempre fatta, ma siamo in un mondo che si affida a l’ultima folata di vento. Un mondo che non va preso sul serio, se non fosse che con i gialloverdi i tuoi risparmi si possono volatilizzare da un momento all’altro.

MB: Di Maio sembra un adolescente, fragile e spavaldo, per dirla con uno psicologo. Mentre Salvini si presenta anche in termini fisici, e per le cose che dice, come un trasformista: dal comunismo padano al sovranismo. Sembra una figura più tragica, nonostante tutto. Di Maio, come il suo ispiratore Grillo, appartiene al campo del comico, del ridicolo. Salvini non è destinato a finire nel nulla come Renzi; sembra contenga l’istanza di un potere che vuole imporsi in forma autoritaria, e però sa che rischio corre ad agire come agisce.

FC: Il medium con cui si esprimono i nuovi arrivati, i ragazzotti, i sirenetti, i lupi mannari con le camicie bianche, ovvero la Rete, si adatta molto bene ai due principali generi artistici italiani: la commedia e il melodramma. Non c’è cosa che, dal terremoto alla caduta del ponte, dal naufragio di una nave da crociera ai dati della legge di stabilità, che rimanga seria per più di due o tre giorni nei social. E il melodramma, la malattia italiana, come la chiamava Gramsci: lacrime, effervescenza, retorica, cattivi e cattivissimi, complotti, congiure, eccetera. Il mondo dei nuovi arrivati offre infiniti spunti. Nell’arco di tre giorni ho dovuto scrivere un articolo su Salvini che ha in mano la madonnina di Medjugorje e Salvini fotografato a tradimento mentre dorme dalla sua bella. Se poi aggiungi che in quei dieci giorni abbiamo visto Salvini issato a cavallo alla fiera equina di Verona, disteso per terra sulla pista di Rho con un ciclista che lo saltava, e altro ancora. La tragicità della figura non la vedo. Ma mi rendo conto delle conseguenze di questa costante esposizione del corpo, di darsi in pasto, e mi chiedo se non sia tragico il consumo di questa figura. Per attirare la curiosità, uno deve fare delle cose strane per avere l’attenzione e connettere le persone. Ma alla lunga il troppo stroppia. Una così intensa consumazione porta al nulla.

MB: Dei due viceministri Salvini è senza dubbio il più interessante: fa capire di essere uno di noi; fa le cose normali di tutti e le cazzate che fanno tutti; si fa continui selfie, è un esponente di rilievo del narcisismo di massa. Poi c’è il decisionista, che ricorda Craxi, anche nelle posture. Salvini non ha però la corda comica come Bossi. È serio e vuole essere preso sul serio. Fa la faccia feroce, eppure non è fin in fondo antipatico. Con la sua barba e il viso grande è un cagnone: abbaia.

FC: A volte lascia pensare di non voler essere preso sul serio. Ci si domanda: ma lavorerà al Viminale? Non fa il ministro. Lui pensa di governare con le parole e con le immagini. Governare però è una cosa più complicata e difficile.

MB: Di Maio vorrebbe essere più concreto. Forse dietro di lui ci sono le istanze del M5S, ma non ci riesce. Salvini non ha ideologie; è un cinico con la patente. In questo è mussoliniano, non fascista. Imita il modo cinico di Mussolini di conquistare il potere: un trasformista. Ieri nordista, oggi sovranista, e poi chissà cosa. Non ha rimandato indietro i 500.000 clandestini. L’ha detto, ma non l’ha fatto. In realtà li ha rimandati indietro con le parole. È performativo: dire è fare.

FC: La realtà si prenderà la sua vendetta. Se parte lo spread e cresce, ci mette un giorno e mezzo a far precipitare la situazione. In Turchia è andata così. Tanto più tu lavori con l’innata attitudine italiana alla commedia, seppur con incursioni nel circo e nella fantascienza, e tanto più la realtà rischia di tornare in modo freddo e fattuale.

MB: Salvini è un giocare di poker. Rischia di continuo, bluffa. E nel fondo persegue una filosofia catastrofica, messo di fronte alla realtà: tanto peggio, tanto meglio. Nella commedia c’è l’idea di una catastrofe che può sempre accadere; il senso della commedia è di rimandare ad libitum tutto questo: senza fine. Lo spettacolo deve continuare. Tutti sperano che ci sia un happy and, che le cose alla fine s’aggiustino.

FC: Non manca solo il tempo lungo, manca anche il silenzio. Quello che necessariamente prepara la deliberazione. Teoricamente prima di fare una legge, di prendere una decisione, si valutano i pro e i contro, si chiede consiglio agli esperti, ai competenti, poi si decide con un supplemento di riflessione di silenzio: cosa è bene fare, e non cosa piace o non piace fare. C’è un rumore di fondo che sovrasta tutto. “Questi qua” litigano, e non sai più su cosa e perché. Pensa all’inceneritore. Litigano su come bruciare i rifiuti: è un simbolo fortissimo; disputano se dar fuoco o no alla monnezza, e poi sui preservativi, a chi dare i preservativi gratis. Nel mondo dei nuovi politici si parla usando i diminutivi: i numerini e la letterina. Là dove i primi sono i conti di bilancio del Paese e la seconda è quello che dovrebbe scrivere la UE per assegnarci le sanzioni. Un panorama ben poco sano.

Da "www.doppiozero.com" "Questi qua" al potere. Una conversazione con Filippo Ceccarelli di Marco Belpoliti

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Per Salvini non potrebbe esserci smacco peggiore di trovarsi a difendere il governo dai Sì Tav e dalla protesta del popolo delle partite Iva. Per Di Maio, sarebbe dura giustificare al Sud l’autonomismo settentrionale. E lo stallo, per una volta, non conviene a nessuno. Un bel rebus


Immaginate per un attimo un referendum contro lo stop alla Tav. Immaginate che i capofila siano i governatori di Piemonte, Lombardia e Liguria Sergio Chiamparino, Attilio Fontana e Giovanni Toti, spalleggiati dai sindaci di Milano e Genova Marco Bucci, per metà del Pd, per metà di centrodestra. Immaginate la vittoria del referendum, da parte di questo eterogeneo fronte nordista. Immaginate lo smacco per Salvini, segretario della Lega (fu Nord), sconfitto da un referendum del Nord contro il governo di cui è dominatore assoluto, o quasi.

Basta capire questo, per comprendere perché la grande fronda della Lega su No Tav, No Trivelle e reddito di cittadinanza - bandiere dei Cinque Stelle che fanno venire l’orticaria al Nord produttivo, e in particolare allo storico elettorato leghista - è una questione molto seria, che rischia di minare la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. La Lega, banalmente, non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

La Lega non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Questo provocherà mal di pancia nella maggioranza? Più che probabile. I Cinque Stelle, è vero, non possono permettersi di piegare la testa anche sulla Tav e sulle trivelle, dopo i dietrofront su Ilva e Tap. Nello stesso tempo, tuttavia, non possono nemmeno permettersi di far cadere il governo oggi, con la Lega avanti di sei punti, alla vigilia delle elezioni europee, da affrontare con addosso l’alea del partito della decrescita da cui faticosamente stanno cercando di affrancarsi. La Lega lo sa e proprio per questo è difficile receda dalle sue posizioni. Soprattutto perché nel 2019 si vota anche in Piemonte ed Emilia - Romagna. Dovesse vincere in entrambe le regioni - ed è possibile accada - tutto il Nord sarebbe in mano alla Lega, da Torino a Trieste, passando per Milano e Bologna. Difficile Salvini si faccia scappare un’occasione del genere per salvare la faccia a Di Maio.

Allo stesso modo, però, è difficile che Di Maio decida di abbandonare il primo grande comitato che ha dato spazio e dignità all’avventura politica di Grillo e Casaleggio per salvare la faccia a Salvini. Né tantomeno che possa stare zitto - col Cinque Stelle che rischiano un’emorragia di consensi verso la Lega pure al Sud - di fronte alle spinte autonomiste lombardo-venete: il Nord che si tiene i suoi soldi non è una questione da poco, per un Mezzogiorno che non ha nemmeno gli occhi per piangere. Può Il Movimento Cinque Stelle farsi complice di questa deriva autonomista? Molto difficile.

Pure lo stallo non conviene a nessuno. È vero che la bella notizia, per Lega e Cinque Stelle, è l’assenza dell’opposizione da questa partita. Forza Italia ormai non è più una minaccia per la Lega al Nord. E il Partito Democratico non è credibile né come alfiere della protesta settentrionale, nonostante Chiamparino e Sala, né di ergersi a paladino dell’unità nazionale, visto che una delle regioni autonomiste è proprio l’Emilia Romagna guidata dal Stefano Bonaccini. Per ora. Perché è vero anche che nell’empasse potrebbero nascere esperienze politiche nuove, che ancora non hanno nome, né faccia, né voce, in grado di drenare consenso a entrambi. Occhio al Nord.

Da "www.linkiesta.it" Perché il Nord incazzato è il vero grande problema di Lega e Cinque Stelle

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 18 Gennaio 2019 00:00

The Movement

Intervista esclusiva di Formiche.net a Mischaël Modrikamen, fondatore e leader del Partito del popolo belga e di The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti al successo alle europee. Cos'è (e cosa non è), da chi è finanziato, da dove viene e dove vuole andare il Movement che ha catturato l'universo sovranista, da Salvini a Le Pen, da Farage e Bolsonaro
Se n’era parlato molto, quest’estate. Che fine ha fatto The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti europei a strappare un quarto dei seggi dell’Europarlamento il prossimo maggio? Da qualche mese tutto tace. La sovraesposizione mediatica, fanno sapere dall’ufficio nuovo di zecca a Bruxelles, ha solo confuso le idee e non ha giovato alla causa. Mischaël Modrikamen (nella foto), avvocato, fondatore e leader del Partito del Popolo belga, vicepresidente del gruppo Adde (Alleanza per la democrazia diretta in Europa) a Strasburgo, decide di rompere il silenzio con Formiche.net. Ha creato lui The Movement, nel gennaio 2017. Da allora di cose ne sono successe. L’incontro folgorante con Bannon in un ristorante di Londra, le adesioni entusiaste di Farage, Le Pen, Salvini, Meloni, le defezioni e le polemiche. Mancano quattro mesi al voto che cambierà volto alle istituzioni Ue, ed è ora di scaldare i motori, a partire dal congresso di lancio previsto per marzo. In questa intervista Modrikamen ci racconta cos’è (e cosa non è), da dove viene e dove vuole andare questo Movement che ha fatto parlare di sé da Roma a Bruxelles, da Rio de Janeiro a Washington D.C.

Facciamo chiarezza. Cos’è davvero The Movement?

The Movement è un club dove i leader populisti si riuniscono da tutto il mondo, non solo dall’Europa. Un club dove i partiti possono incontrarsi, discutere un’agenda comune e supportarsi a vicenda. Ci saranno europei, sudamericani, asiatici, canadesi, israeliani. Steve (Bannon, ndr) vuole coinvolgere tre, quattro formazioni politiche americane, le stiamo ancora vagliando. Io spero che un giorno aderisca anche Trump, ma è presto per dirlo.

Quando è nata l’idea?

Faccio un passo indietro. Io fui uno dei pochi politici europei che decise di supportare Trump fin dalla sua candidatura. Nel febbraio 2016, poco prima degli attentati a Bruxelles, feci un video in cui spiegavo perché gli Stati Uniti non dovevano trasformarsi in una nuova Ue. Solo in America fece più di tre milioni di visualizzazioni.

Poi?

All’indomani dell’elezione chiesi a Nigel Farage di consegnare al transition team di Trump un memo dove spiegavo che, dopo la Brexit e l’approdo del Tycoon alla Casa Bianca, quel movimento sarebbe dovuto divenire globale. Come può immaginare, il team in quel momento aveva altre priorità, non credo l’abbiano mai letto. Fui comunque l’unico politico belga invitato alla cerimonia di insediamento a Capitol Hill.

Da lì iniziò a prendere forma il piano…

Iniziai a porre le fondamenta legali del progetto nel gennaio 2017. Ho registrato il marchio, ma non arrivarono le risposte sperate e dunque rimandai a data da destinare l’avvio del movimento. Nella primavera del 2018 ho ricevuto una chiamata da Farage, allora leader dello Ukip. Mi disse che Steve voleva vedermi, organizzammo un pranzo a Londra l’8 luglio, anche grazie all’aiuto di Raheem Kassam, direttore di Breitbart Uk e amico di Bannon e Farage. Ci trovammo sulla stessa linea d’onda. The Movement doveva prendere forma.

Quindi nel gennaio 2017 Bannon, allora influentissimo capo stratega di Trump, non era a conoscenza del progetto?

Non credo Bannon sapesse nulla all’epoca. Anche se Nigel fosse riuscito a far arrivare quel memo di un avvocato belga sulla sua scrivania, si sarebbe perso fra le altre migliaia di memo che si ammassavano quei giorni…

Oggi chi c’è nella squadra?

Premetto che si tratta di un club molto informale, non siamo impegnati a tempo pieno. Steve ad esempio continua a coltivare i suoi contatti in America e si è impegnato molto per dare una mano ai repubblicani alle elezioni di midterm. Ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il neo eletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro, Marine Le Pen. Abbiamo mantenuto appositamente un basso profilo, rinunciando per il momento al sito internet e a uno stemma, così come ai social network. Ora stiamo preparando un summit, incrociando le dita riusciremo a organizzarlo entro marzo.

Chi pensate di invitare?

Ci saranno capi di Stato, primi ministri, leader di partito. Molti ancora non si conoscono di persona. Noi vogliamo metterli insieme, fare rete. Dopotutto i globalisti hanno decine di luoghi di ritrovo, hanno Davos, le Nazioni Unite, l’Ue. Ai sovranisti manca quest’opportunità, noi vogliamo farli incontrare intorno a tre pilastri essenziali: più sovranità, controllo dei confini e dell’immigrazione, lotta all’islamismo radicale.

Parlate spesso della Open Society di George Soros come la vostra nemesi. Perché?

Siamo sovranisti. Combattiamo l’ideologia globalista e le sue istituzioni perché in esse ravvediamo una nuova forma di imperialismo. George Soros inietta miliardi di dollari per finanziare questo sistema e di conseguenza è un nostro avversario. Noi siamo convinti che l’entità nazionale sia l’unica in grado di difendere la libertà e la democrazia. Se davvero volete capire in cosa crediamo vi consiglio di leggere un recentissimo libro dello scrittore israeliano Yoram Hazony, “La virtù del Nazionalismo”.

Oggi l’amministrazione americana è a conoscenza del vostro progetto?

Ovviamente. Siamo in contatto con diversi membri dell’amministrazione Trump, sia all’interno della Casa Bianca che dentro al suo movimento grassroot.

Il vostro obiettivo dichiarato è aiutare i partiti sovranisti alle europee. Come?

Bisogna essere cauti a usare la parola “aiutare”, perché in alcuni Paesi europei potrebbe configurare una violazione della legge. Per di più leader come Salvini, Meloni, Orban non hanno certo bisogno del nostro aiuto. Ripeto, siamo un club che vuole solo facilitare il loro incontro. Ho sentito storie su un nostro impegno per fondere insieme i gruppi Cre (Conservatori e riformisti europei) e Enl (Europa delle nazioni e della libertà), non c’è niente di vero.

Chi e come finanzia The Movement?

Il denaro arriva da donatori privati e serve a finanziare le nostre attività, è il caso del congresso che lanceremo a breve. Il crowfunding rimane lo strumento principale, non abbiamo nessuna intenzione di chiedere denaro ai partecipanti. Se i donatori lo vorranno, renderemo pubblici i loro contributi. Per il momento, credetemi, parliamo davvero di pochi soldi.

Ultimamente c’è stata qualche defezione di prim’ordine. Penso agli austriaci di Fpo, ma anche e soprattutto ai tedeschi di Afd che hanno preso le distanze da Bannon..

Ho letto delle polemiche di Alexander Gauland sui giornali. Posso assicurarvi che siamo in contatto con diversi esponenti di Afd, in molti stanno mostrando interesse per il progetto. L’invito è a non considerare The Movement solo da una prospettiva europea, al summit inaugurale vedrete gente da tutto il mondo.

Però non ci sono solo i tedeschi. In una conferenza stampa di ottobre a Roma Salvini e Le Pen hanno fatto lo stesso. Siete ancora in contatto con loro?

In questo momento io non sono in contatto con Salvini, ma sono fiducioso che Steve continui a sentire sia lui che la Meloni. Quanto a Le Pen, solo due settimane fa in una conferenza a Bruxelles con Bannon ha ribadito la volontà di lavorare insieme a The Movement.

Veniamo al voto europeo di maggio. Quanti seggi sperate di portare al fronte sovranista?

Tendenzialmente il nostro obiettivo è ottenere un quarto dei seggi, se riuscissimo a strapparne un terzo compiremmo un’impresa. Eleggere eurodeputati però è solo uno dei tanti modi per avere influenza in Europa. Il Consiglio dei ministri Ue conta almeno altrettanto. Lì Salvini e i leghisti, i sovranisti ungheresi, cechi, polacchi, danesi possono fare la differenza.

A proposito di Salvini, da molti è ormai ritenuto il leader di questa internazionale sovranista. È d’accordo?

Leader forse non è la parola giusta, ogni sovranista per definizione vuole essere leader nel suo Paese. Se parliamo di The Movement il tema non si pone, perché è un club, e in un club non ci sono leader. Quanto al fronte sovranista, diciamo che Salvini, un po’ come Trump, è divenuto un’icona in Europa. È uno dei pochissimi che è arrivato al governo, ha dimostrato loro che le cose possono cambiare davvero, che i porti si possono chiudere.

Avrà notato che Luigi Di Maio e i Cinque Stelle si stanno muovendo per costruire una coalizione europea alternativa alla vostra. È un mondo con cui riuscite a dialogare?

Per i populisti ci sono due vie. La prima è la via austriaca, ovvero un’alleanza con il centrodestra o il centrosinistra. La seconda consiste in un accordo fra populisti di sinistra e di destra. L’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentarla con il contratto fra Cinque Stelle e Lega. È un esperimento notevole, che a mio parere si sta reggendo molto sull’amicizia personale fra Salvini e Di Maio. Steve ne è rimasto affascinato. Io personalmente sono incline a preferire la prima via. D’altronde funziona in Andalusia, dove i nazionalisti di Vox e i popolari hanno appena trovato un accordo, ma anche in Danimarca, dove c’è un governo di coalizione fra conservatori, liberali e popolari.

Un’ultima domanda. Prima mi ha citato tre pilastri del sovranismo, ma ha sorvolato sulla politica estera. Quale postura auspicate per l’Europa nei confronti della Russia?

La politica estera è una questione estremamente divisiva. Ci sono Paesi che si oppongono alla Russia per motivi storici e geografici, altri, come l’Italia di Salvini, hanno posizioni opposte. Personalmente sono a favore di una gestione più aperta dei rapporti fra Ue e Russia, vorrei che l’Ue la considerasse un partner. Ciò detto non siamo certo naive, la Russia gioca secondo i suoi interessi, e questi non sempre sono allineati ai nostri.


Da "formiche.net" The Movement, parla il fondatore: così assalteremo la roccaforte Ue di Francesco Bechis

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