Lunedì, 19 Agosto 2019 00:00

Gli oppositori alla Chiesa di Francesco

Introduzione storica
Non è la prima volta né è strano che nella Chiesa ci siano gruppi dissenzienti e oppositori, a partire da Paolo che affrontò Cefa ad Antiochia (Gal 2,14) fino ai giorni nostri.

Ci furono dai primi concili e fino agli ultimi due. Nel concilio Vaticano I (1870) un gruppo di vescovi e teologi furono contrari alla definizione dell’infallibilità pontificia. Alcuni non accettarono il concilio e si separarono da Roma dando origine ai cosiddetti Vetero-cattolici. Altri, senza abbandonare la Chiesa, non vollero partecipare né assistere all’ultima votazione conciliare sull’infallibilità e qualcuno di essi fu così indispettito da gettare tutti i documenti conciliari nel Tevere.

Un secolo dopo (1970) emerse nuovamente la problematica sull’infallibilità, con dispute teologiche tra la voce critica di Hans Küng, da un lato, e Karl Rahner, Walter Kasper e altri teologi tedeschi più concilianti, dall’altro. La controversia proseguì tra storici critici del Vaticano I, come A.B. Hasler discepolo di Küng, e altri storici più ponderati come Yves Congar, Hoffman e Walter Kasper. Küng fu rimosso dall’insegnamento teologico.

Al tempo di Pio XII, quando, nel 1950, pubblicò l’enciclica Humani generis contro la cosiddetta Nouvelle théologie, furono destituiti dalle loro cattedre alcuni teologi gesuiti di Fourvière-Lyon come Henri de Lubac e Jean Daniélou e alcuni teologi domenicani di Le Saulchoir-Paris, come Yves Congar e Dominique Chénu. Più tardi alcuni di costoro divennero gli “esperti” al concilio Vaticano II convocato da papa Giovanni XXIII.

Durante il Vaticano II si sviluppò una forte opposizione guidata dal vescovo francese Marcel Lefèbvre che respinse il concilio Vaticano II perché lo riteneva neo-modernista e neo-protestante e finì per essere scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988, quando iniziò a ordinare vescovi al di fuori di Roma per la sua Fraternità San Pio X.

Paolo VI, in seguito alla sua enciclica Humanae vitae del 1968 sul controllo delle nascite, fu rispettosamente contestato da numerose conferenze episcopali che, senza negare i valori del suo contenuto, chiedevano una maggiore integrazione e puntualizzazione.

Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, più di 100 teologi furono indagati, ammoniti, messi a tacere, alcuni rimossi dalle loro cattedre e uno addirittura scomunicato.

Questo preambolo storico serve a non meravigliarsi se anche oggi, davanti alla nuova immagine di Chiesa che Francesco propone, sono sorte delle voci discordi e critiche fortemente contrarie al suo pontificato.


Attraverso l’andirivieni della storia si desume che il tipo e l’orientamento dell’opposizione dipendono sempre dal momento storico che si vive: si tratta di voci progressiste e profetiche nei momenti della classica cristianità o neo-cristianità e di voci reazionarie, fondamentaliste e conservatrici nei momenti di una riforma ecclesiale che vuole tornare alle fonti evangeliche e allo stile di Gesù.

Critiche a Francesco
Attualmente esiste un forte gruppo di opposizione contro la Chiesa di Francesco: laici, teologi, vescovi e cardinali che vorrebbero le sue dimissioni o la sua rapida scomparsa e aspettano un nuovo conclave per cambiare il corso della Chiesa attuale.

Non vogliamo qui fare un’indagine socio-storica, e nemmeno uno show mediatico, tipo western, tra buoni e cattivi, perciò preferiamo non citare i nomi e i cognomi degli oppositori che oggi stanno “spellando vivo” Francesco, quanto piuttosto rilevare quali sono le linee di fondo teologiche che soggiacciono a questa sistematica opposizione a Francesco, e sapere qual è il motivo della polemica.

Le critiche a Francesco hanno due dimensioni, una teologica e un’altra piuttosto sociopolitica, anche se, come vedremo più avanti, molte volte entrambe le linee convergono tra loro.

Critica teologica
La critica teologica parte dalla convinzione che Francesco non è un teologo, ma uno che viene dal Sud, dalla fine del mondo, e che questa mancanza di professionalità teologica spiega le sue inesattezze e persino i suoi errori dottrinali.

Questa mancanza di professionalità teologica di Francesco viene messa a confronto con la competenza accademica di Giovanni Paolo II e naturalmente di Josef Ratzinger-Benedetto XVI.

La mancanza di teologia di Francesco spiegherebbe le sue pericolose affermazioni sulla misericordia di Dio in Misericordiae vultus (MV), la sua tendenza filocomunista verso i poveri e i movimenti popolari e la pietà popolare come luogo teologico in Evangelii gaudium (EG 197-201); la sua mancanza di teologia morale nell’aprire la porta ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia e, in alcuni casi, previo discernimento personale ed ecclesiale, alle coppie cattoliche separate e risposate, come appare in una nota del capitolo ottavo di Amoris laetitia (AL 305, nota 351); la sua scarsa competenza scientifica ed ecologica si manifesterebbe nella sua enciclica sulla cura della casa comune (Laudato si’); e scandalizza la sua eccessiva enfasi sulla misericordia divina (Misericordiae vultus), che riduce a buon prezzo la grazia e la croce di Gesù.

Davanti a queste accuse, vorrei ricordare un’affermazione classica di Tommaso d’Aquino che distingue tra la cattedra magisteriale, propria dei teologi professori delle università, e la cattedra pastorale che corrisponde ai vescovi e ai pastori della Chiesa. Newman riprende questa tradizione affermando che, sebbene a volte tra le due cattedre ci possa essere tensione, alla fine c’è convergenza tra di esse.

Questa distinzione viene applicata a Francesco il quale, sebbene come gesuita padre Jorge Mario Bergoglio abbia studiato e insegnato teologia pastorale a San Miguel de Buenos Aires, ora i suoi pronunciamenti appartengono alla cattedra pastorale del vescovo di Roma. Non presume di sedersi su questa cattedra come teologo, ma come pastore. Come è stato detto con un certo umorismo, dobbiamo passare dal Bergoglio della storia al Francesco della fede.

Ciò che, in fondo, indispone i suoi detrattori è il fatto che la sua teologia parta dalla realtà, dalla realtà dell’ingiustizia, della povertà e della distruzione della natura e dalla realtà del clericalismo ecclesiale.

Non disturba il fatto che abbracci i bambini e i malati, ma indispone che vada a visitare Lampedusa e i campi profughi e migranti come a Lesbo, indispettisce che dica che non si devono costruire muri contro i rifugiati ma ponti di dialogo e di ospitalità; dà fastidio che, al seguito di Giovanni XXIII, affermi che la Chiesa dev’essere povera e dei poveri, che i pastori devono sentire l’odore della pecora, che la Chiesa dev’essere una Chiesa in uscita che va alle periferie e che i poveri sono un luogo teologico.

Disturba che dica che il clericalismo è la lebbra della Chiesa ed enumeri le 14 tentazioni della curia vaticana che vanno dal sentirsi essenziali e necessari alla smania di ricchezza, alla doppia vita e all’Alzheimer spirituale.

Infastidisce che aggiunga che queste sono anche tentazioni delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità religiose.

Importuna che dica che la Chiesa deve essere una piramide rovesciata, con i laici in alto e il papa e i vescovi in basso e che dica anche che la Chiesa è poliedrica e soprattutto sinodale, e che facciamo tutti insieme lo stesso cammino, che dobbiamo ascoltarci e dialogare; dà fastidio che in Episcopalis communio si parli di Chiesa sinodale e della necessità di ascoltarsi reciprocamente.

Irrita i gruppi conservatori che Francesco abbia ringraziato Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Jon Sobrino, José María Castillo per i loro contributi teologici e abbia annullato le sospensioni a divinis a Miguel d’Escoto e a Ernesto Cardenal; sorprende che a Küng, che scrisse a Francesco sulla necessità di ripensare l’infallibilità, abbia risposto chiamandolo “caro confratello” (Lieber Mitbruder) e che avrebbe preso in considerazione le sue osservazioni, disposto a dialogare sull’infallibilità.

E infastidisce molti che Francesco abbia canonizzato Romero, il vescovo martire salvadoregno, tacciato da molti come comunista e utile idiota della sinistra, la cui causa era rimasta bloccata per anni.

Infastidisce che dica che non spetta a lui giudicare gli omosessuali, che affermi che la Chiesa è femminile e che, se le donne non vengono ascoltate, la Chiesa resterà impoverita e parziale.

La sua invocazione alla misericordia, una misericordia che è al centro della rivelazione biblica, non gli impedisce di parlare di tolleranza zero contro gli abusi di membri significativi della Chiesa verso i minori e le donne, un crimine mostruoso, del quale si deve chiedere perdono a Dio e alle vittime, riconoscere il silenzio complice e colpevole della gerarchia, cercare di riparare, proteggere i giovani e i bambini impedendo che accada di nuovo. E non gli trema la mano quando degrada e destituisce dai suoi incarichi il colpevole, sia esso cardinale, nunzio, vescovo o presbitero.

È chiaro che egli non è un teologo, ma che la sua teologia è pastorale: Francesco passa dal dogma al kerigma, dai principi teorici al discernimento pastorale e alla mistagogia. E la sua teologia non è coloniale, ma del Sud e questo disturba il Nord.

Critica socio-politica
Di fronte a coloro che accusano Francesco di essere terzomondista e comunista, occorre affermare che i suoi messaggi sono in perfetta continuità con la tradizione profetica, biblica e con la dottrina sociale della Chiesa.

Ciò che infastidisce è la sua chiaroveggenza profetica: no a un’economia di esclusione e di disuguaglianza, no a un’economia che uccide, no a un’economia senza volto umano, no a un sistema sociale ed economico ingiusto che si cristallizza in strutture sociali ingiuste, no a una globalizzazione dell’indifferenza, no all’idolatria del denaro, no a un denaro che governa anziché servire, no a una disuguaglianza che genera violenza, e al fatto che nessuno deve strumentalizzare Dio per giustificare la violenza, no all’insensibilità sociale che ci anestetizza di fronte alla sofferenza altrui, no agli armamenti e all’industria della guerra, no al traffico di esseri umani e a qualsiasi forma di morte provocata (EG 52-75).

Francesco non fa altro che aggiornare il comandamento di non uccidere e difende il valore della vita umana, dall’inizio sino alla fine e ripete a noi oggi la domanda di YHWH a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

Inoltre, disturba la critica al paradigma antropocentrico e tecnocratico che distrugge la natura, inquina l’ambiente, attacca la biodiversità ed esclude i poveri e gli indigeni da una vita umana dignitosa (LS 20-52).

Disturba le multinazionali che egli critichi le imprese forestali, petrolifere, le compagnie idroelettriche e minerarie che distruggono l’ambiente, danneggiano gli indigeni di quel territorio e minacciano il futuro della nostra casa comune. Infastidisce la sua critica ai leader politici incapaci di prendere risoluzioni coraggiose (LS 53-59).

E comincia a infastidire l’annuncio del prossimo sinodo di ottobre 2019 sull’Amazzonia, che è un esempio concreto della necessità di proteggere l’ambiente e salvare i gruppi amazzonici indigeni dal genocidio. Alcuni alti dignitari della Chiesa hanno affermato che l’Instrumentum laboris o Documento preparatorio del sinodo è eretico, panteista e nega la necessità della salvezza in Cristo.

Altri commentatori si sono concentrati esclusivamente sulla proposta di ordinare uomini sposati indigeni per poter celebrare l’eucaristia in luoghi remoti dell’Amazzonia, ma hanno completamente ignorato la denuncia profetica che questo Documento preparatorio fa contro la distruzione estrattiva perpetrata in Amazzonia, che è causa di povertà e di esclusione delle popolazioni indigene, probabilmente mai tanto minacciate come oggi.

A modo di conclusione
Senza dubbio c’è una convergenza tra la critica teologica e la critica sociale nei riguardi di Francesco, i gruppi reazionari ecclesiali si allineano con i potenti gruppi economici e politici, specialmente del Nord. Possiamo anche chiederci se questa recente esplosione di abusi sessuali che colpisce direttamente la figura di Francesco, che è allo stesso tempo pastore riformista ecclesiale e leader mondiale, sia stata una pura casualità e una semplice coincidenza.

In definitiva, l’opposizione a Francesco è un’opposizione al concilio Vaticano II e alla riforma evangelica della Chiesa che Giovanni XXIII intendeva promuovere. Francesco si pone sulla linea di tutti i profeti che volevano riformare la Chiesa, insieme a Francesco di Assisi, Ignazio di Loyola, Caterina da Siena e Teresa di Gesù, Angelo Roncalli, Helder Cámara, Dorothy Stang, Pedro Arrupe, Ignazio Ellacuría e il nonagenario vescovo Casaldáliga.

Francesco ha ancora molti argomenti in sospeso per una riforma evangelica della Chiesa. Non sappiamo quale e come sarà la sua traiettoria futura, né cosa accadrà nel prossimo conclave.

I papi passano, ma il Signore Gesù continua ad essere presente e a sostenere la Chiesa fino alla fine dei secoli, quel Gesù che era considerato un mangione e un beone, un amico dei peccatori e delle prostitute, un indemoniato, fuori di sé, sedizioso e blasfemo. E crediamo che lo Spirito del Signore che discese sulla Chiesa primitiva nella Pentecoste non l’abbandonerà mai e non permetterà che il peccato, alla fine, trionfi sulla santità.

E intanto, come chiede sempre Francesco fin dalla sua prima apparizione sul balcone di San Pietro in Vaticano come vescovo di Roma e ancor oggi, preghiamo il Signore per lui, affinché la sua speranza non venga meno e confermi la fede dei suoi fratelli. E se non possiamo pregare o non siamo credenti, auguriamogli almeno che sia in buon forma.

 

Da "http://www.settimananews.it" Gli oppositori alla Chiesa di Francesco di Víctor Codina

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 17 Maggio 2019 00:00

Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.

Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento.

Anzi, come spesso accade, sgonfiatasi la notizia principale – l’incendio è stato domato e la Cattedrale è tutto sommato ancora in piedi – il focus del racconto si è spostato: sul futuro e sui modi e i tempi della ricostruzione; sul passato e sulla caccia al capro espiatorio responsabile dell’incendio; sulla gente e su quello che ha provato per l’occasione; su Trump e la sua ennesima gaffe sui canadair; sulla politica – ovviamente – interna (Macron, le sue dichiarazioni, le sue colpe) ed estera (il senso di europeismo che questo evento avrebbe fatto emergere); sulla gara di solidarietà, le generose donazioni per la ricostruzione; sulle colpe dei donatori che avrebbero dovuto sostenere cause più importanti; sui new media stessi e il loro modo di affrontare la notizia: i trending topics e gli hashtag correlati, i tweet più condivisi, le immagini divenute virali e dunque immaginario di tutti noi.

C’è da dire, comunque, che questo immaginario si è venuto effettivamente a creare in modi assai diversi: noi, spettatori più o meno casuali di un enorme bombardamento iconografico, siamo stati sollecitati a partire da leve anche molto differenti. Innanzitutto, a essere convocato è stato il nostro corpo: foto e video immediatamente a ridosso dell’accaduto hanno cercato di sublimare la distanza ponendoci di fronte a quanto si andava disegnando. Lo sguardo tanto ravvicinato quanto irrealistico (la zona era chiaramente transennata e non saremmo mai potuti arrivare laddove ci portavano gli zoom delle macchine fotografiche, dei droni e delle telecamere) ci poneva a pochi passi dall’incendio, con nubi, fiamme e potenti getti d’acqua proprio lì, sotto i nostri occhi. Ci sembrava quasi di toccarli, di sentirli, così come sentivamo le sirene e i rumori dal vivo che la scena ci restituiva. Il top di questo tipo di visione si è toccato con il momento clou e più spettacolare, la terribile caduta della guglia: lì abbiamo perso addirittura la visione d’insieme della Cattedrale, perché a essere di rilievo, in quel momento, era il dettaglio, la sequenza della spaccatura, magari da riportare al ralenti o in una serie di foto in sequenza che meglio rendessero conto quasi in termini materici dell’effetto di catastrofe, dello scenario bellico e apocalittico. Stessa cosa è accaduta quando siamo entrati, di nuovo ovviamente per primi e insieme ai vigili del fuoco, all’interno della Chiesa: anche qui a contare non era la visione di insieme ma piuttosto il frammento, anzi era proprio la visione frammentaria a restituire l’idea della tragedia.

Abbiamo guardato pezzi di volta caduti, pieni e vuoti architettonici, colori scuri e bluastri, piccole nubi di fumo che ancora si levavano dal pavimento, e di nuovo acqua. Il fuoco diventava quasi un fuoco fatuo, quello bluastro appunto che ogni tanto si sviluppa – guarda caso – vicino a corpi in decomposizione. L’unico tono brillante che emergeva per contrasto in questo desolato scenario di macerie era un crocifisso dorato, ancora evidentemente resistente, che di certo spiccava ancorando il nostro corpo a una speranza.

A questo zoom sui dettagli, ha fatto pendant tutta un’altra serie di immagini grandangolari, quelle sì in grado di restituirci la veduta d’insieme. Non sappiamo quanti droni abbiano sorvolato la Cattedrale in quei (questi) giorni, ma a naso sicuramente tanti. La prospettiva privilegiata, anch’essa, come la precedente, distante da quella dell’uomo comune, era appunto zenitale. Nôtre-Dame dall’alto, in planimetria: il senso del dramma che si stava consumando emergeva in prima battuta a partire dal confronto con ciò che la circondava. Era uno sguardo pacato che, attraverso una messa a distanza, puntava a una razionalizzazione dell’accaduto. Ed è stato anche uno degli sguardi più tipici del the day after, dell’immediatamente successivo, in cui molti giornali hanno fornito una visione post-traumatica volta a fare il punto della situazione, con un occhio posato sul disastro e volto allo stesso tempo a fornire un quadro di insieme. Mappe, plastici, spaccati si sono sprecati illustrandoci sequenze prima/dopo, com’era/com’è, cosa è andato perduto e cosa invece è rimasto intatto. E giù su queste rappresentazioni frecce e puntatori, indicazioni di cifre, orari, dettagli ben precisi, magari anche del tutto inutili e che pure però costituivano quell’effetto di precisione giornalistica che allontanava il pezzo dal rischio di essere percepito come fake news.


La razionale ricostruzione degli eventi ha almeno due contraltari. Da un lato, e fa forse la parte del leone nella vicenda, tutta una serie di raffigurazioni miranti a scatenare in noi passioni, le più disparate, le più varie. L’imperativo sembrava essere: emozioniamoci. In primo luogo, in contemporanea e immediatamente a ridosso dell’accaduto, il nostro sguardo, dopo essere stato catapultato all’interno o nelle immediate vicinanze della Cattedrale, dopo avere colto l’edificio nel suo insieme, viene arretrato ancora un po’, si è spostato al di là della riva della Senna per coincidere con quello dei numerosissimi cittadini accorsi a guardare l’accaduto: gente attonita in lacrime, in ginocchio, in preghiera; tutti nostri ideali prolungamenti e utilissimi delegati con cui immedesimarci comodamente spaparanzati sul divano. Il luogo della tragedia, come sempre accade in questi casi, diviene meta di pellegrinaggio, dove andare non soltanto per curiosare ma anche per farsi prendere e contagiare emotivamente.

È il regno delle passioni collettive: cori più o meno spontanei che hanno salutano la Cattedrale, lacrime che si sono contagiate manco fossero sbadigli, pletore di convenuti compunti, tutti rigorosamente con gli occhi all’insù e con lo smartphone ben saldo nell’altra mano a testimoniare i fatti e la propria presenza. Una foto divenuta virale scattata un’ora prima dell’incendio, mostrava un padre che prendeva la sua bimba per le mani facendola volteggiare con le gambe in aria davanti a quello che di lì a poco si sarebbe trasformato in teatro della catastrofe. L’autrice dello scatto lancia un appello: vorrebbe fare avere la foto allo sconosciuto in ricordo di quell’inconsapevole momento di felicità ben presto destinato a incrinarsi.

La nostalgia e il rimpianto per il passato perduto si alternano alla rabbia e alla commozione per un presente che forse si sarebbe potuto evitare. Sono le prime pagine dei quotidiani francesi all’indomani della tragedia a dare sfogo a questi tumulti passionali, parlando di disastro, desolazione e, facile gioco di parole, “Notre Drame” – è il titolo di Libération. L’immagine-icona è ancora quella della guglia cadente ma stavolta presa dal basso e da una certa distanza, un’inquadratura che amplifica la passione, perché è come se fossimo lì giù, inermi, a osservare una caduta che è un qualcosa di dirompente che ci sopraffà, prendendo il sopravvento su di noi. Oppure le passioni si rifanno alle citazioni, Gobbo in primis, anch’egli assurto agli onori di cronaca e protagonista di svariate vignette che lo ritraggono triste, piangente, mentre abbraccia la Cattedrale o la porta via con sé, privato del suo luogo identitario, della sua casa-guscio.

Per non parlare della correlata, quanto mitica, “profezia” di Victor Hugo: non mancano le citazioni del passo del libro in cui si parla di un rogo all’interno della Cattedrale abbinate a selezionate immagini del presente, con una sincronizzazione e un conseguente effetto-stupore per questa coincidenza che assume quasi un che di sovrannaturale. Contraltare rispetto a questo clima grigio e triste è la convocazione di tutto un côté passionale quasi euforico, fatto di una proiezione speranzosa verso un futuro di rinascita dalle proprie ceneri, è il caso di dire. Il tweet del teatro La Fenice – anch’esso divenuto virale – è quel messaggio di solidarietà di chi ha attraversato una simile situazione e nonostante tutto è riuscita a ritornare agli antichi splendori. L’incoraggiamento, la grinta, la spinta positiva sono il naturale bilanciamento della negatività imperante. La vita continua, nonostante tutto, così come sorprendentemente continua, notizia dei giorni successivi, la vita delle api abitanti delle arnie impiantate sul tetto della Cattedrale anni addietro per un progetto di apicoltura: ancora vive nonostante tutto, chapeau.

Infine, in questo progressivo arretrarsi dello sguardo e conseguente ampliarsi di prospettiva, sono stati pubblicati una serie di articoli che hanno sottolineato come in realtà la Cattedrale non fosse mai stata quella architettura monolitica e definitiva che gli altri (giornali) ci stavano negli stessi giorni abituando a pensare, ma una cangiante figlia dei suoi tempi, esito della storia, degli eventi, delle mode, dei processi che l’hanno attraversata e di conseguenza modificata. Quell’eternità immobile e duratura a rischio crollo non era in realtà mai stata tale, e anche il rogo, in fondo, non rappresentava una frattura così netta: in un’ottica di lungo periodo, non era altro che uno dei tanti eventi, più o meno traumatici, più o meno invasivi, che avevano attraversato e trasformato nei secoli quella struttura che a noi sembrava sempre essere stata così.

Nello stesso tempo sono state diffuse una serie di raffigurazioni basate su uno stravolgimento programmatico di alcuni tratti dell’evento a fini satirici o polemici. Il rogo è divenuto il pretesto per parlare d’altro, un altro che deve essere innanzitutto capito, colto, intuito dal lettore/spettatore con cui si cerca una complicità innanzitutto a livello cognitivo. La copertina dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo, ipercondivisa sui social, pone su uno sfondo rosso la caricatura del volto di Macron: l’espressione è sadica e a mo’ di due corna campeggiano sul suo capo le torri in fiamme di Nôtre-Dame, la parola “Riforme” si abbina a un balloon che fa dire al Presidente “Je commence par la charpente”.

Il grado zero dell’accaduto non è semplicemente dato per scontato, ma per di più negato per farsi portatore di un discorso “altro” che tracima il rogo per addentrarsi su spinose questioni di politica interna. In tutta una serie di altre immagini, il bersaglio polemico è la considerevole cifra raccolta in pochi giorni per la ricostruzione grazie a donazioni e donatori più o meno noti e più o meno generosi: al suono di “rebuild this chatedral” l’immagine di Nôtre-Dame nel fuoco è stata accostata a selvagge foreste, fondali marini infestati di plastica e spiagge non più incontaminate ma invase da rifiuti. Insomma, anche qui i fatti del 15 aprile sono solo un pretesto per mettere in discussione il valore dei valori, le questioni etiche e le priorità. A noi spettatori, il compito di ingaggiare una caccia alla scoperta di questi ulteriori sensi dell’accaduto, la sollecitazione ad attivare un’interpretazione non immediata dei fatti.

Ecco, il rogo e Nôtre-Dame hanno vissuto e continuano a vivere a cavallo di queste dimensioni, ce ne siamo fatti un’idea dai racconti che abbiamo ascoltato, dalle immagini che abbiamo visto, dai video che abbiamo scaricato. Ma è in fondo nella traduzione tra tutti questi racconti, nella loro convivenza, a cavallo tra passato, presente e futuro che ancora Nostra Signora è con noi.


Da "www.doppiozero.com" Iconologia del rogo di Alice Giannitrapani

Pubblicato in Passaggi del presente
Domenica, 21 Aprile 2019 00:00

Pasqua 2019

BUONA PASQUA

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 25 Febbraio 2019 00:00

Un percorso su cui scommettere

Nel dialogo – diceva un esperto in materia come il domenicano egiziano Georges Anawati – ci vuole una «pazienza geologica». Negli ultimissimi anni, tuttavia, il cammino ha avuto un ritmo più sostenuto. Un ruolo rilevante l’ha giocato, suo malgrado, il jihadismo terrorista, che ha spinto leader e intellettuali musulmani a dissociarsi con maggior chiarezza dalla violenza perpetrata in nome di Dio. E un contributo decisivo è arrivato anche in questi giorni da Papa Francesco e dal Grande Imam dell’Azhar Ahmad al-Tayyeb.

Nel 2016, quando i due si erano incontrati dopo cinque anni di crisi diplomatica tra la moschea-università del Cairo e la Santa Sede, il Papa aveva dichiarato che proprio l’incontro era il messaggio. Tre anni più tardi questo messaggio si arricchisce del sorprendente “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato da Francesco e da al-Tayyeb ad Abu Dhabi davanti a una platea di rappresentanti religiosi di ogni fede e provenienza. Il testo, che indica «la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio», si situa nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, come ha specificato il Papa durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dagli Emirati, invitando a un ulteriore avanzamento. Non mancano infatti gli elementi di novità, a partire dal metodo con cui la dichiarazione è stata prodotta. Lo ha sottolineato Adrien Candiard, uno dei frati domenicani che all’IDEO del Cairo portano avanti il lavoro avviato da Anawati:

il testo è scritto a quattro mani. È intriso di riferimenti alla fede cristiana e quella islamica; attinge alle due tradizioni. È insieme che questi due responsabili religiosi parlano di fraternità umana. È facile fare appello al dialogo quando si è da soli; ma qui sono due voci, e due voci potenti, che si esprimono insieme.

Oltre all’aspetto metodologico, il testo sfonda il quadro circoscritto dell’appartenenza alle religioni abramitiche, che caratterizzava anche i più recenti documenti di al-Azhar, proponendo un umanesimo fondato sulla dignità intrinseca di ogni essere umano, credente o non credente. A partire da questa prospettiva, il dialogo è chiamato a diventare lavoro comune in tanti ambiti cruciali del mondo contemporaneo.

C’era il rischio che l’incontro interreligioso si riducesse a una grande operazione di propaganda per gli Emirati, un Paese che ha fatto del soft power un asse strategico della sua politica estera, ma che allo stesso tempo è segnato da forti contraddizioni tra i principi declamati e la loro applicazione in politica interna ed estera. L’immagine degli emiri esce sicuramente rafforzata dalla visita, ma il Papa non ha taciuto alcuni nodi particolarmente problematici. Per esempio ha ribadito che la libertà religiosa «non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo». Inoltre, riferendosi nello specifico ad alcuni fronti – Yemen, Siria, Iraq e Libia – su cui è impegnata la “Piccola Sparta del Golfo” (così sono noti gli Emirati), ha affermato che la fratellanza umana esige il «dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra».

Dopo l’entusiasmo per la riuscita dell’evento, inizia il tempo più impegnativo della ricezione. La dichiarazione firmata da Francesco e da al-Tayyeb chiede esplicitamente che il «documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi» e invita intellettuali, artisti e uomini di cultura a fare la loro parte.

Gli ostacoli non sono pochi, a partire dalle fratture interne al mondo sunnita, che durante il viaggio del Papa si sono manifestate nella forma di una nota critica dell’Unione mondiale degli Ulema musulmani e che attraversano anche la realtà dei musulmani europei. Inoltre, nonostante il prestigio della carica che ricopre, l’imam al-Tayyeb non dispone di una vera e propria autorità magisteriale. Il suo coinvolgimento politico nell’ascesa del generale al-Sisi e la sua presa di posizione a favore dell’isolamento del Qatar ne fanno peraltro una figura divisiva, mentre la portata del suo sforzo di rinnovamento è dibattuta anche in patria.

Allargando lo sguardo non si può tuttavia non notare una significativa evoluzione: nel 1978, la moschea dell’Azhar aveva elaborato una Costituzione islamica pensata «per qualsiasi Paese che avesse voluto conformarsi alla shar?‘a islamica». Oggi invoca la cittadinanza paritaria tra cristiani e musulmani. Intanto la dichiarazione di Abu Dhabi è già stata rilanciata da Sawt al-Azhar, la rivista settimanale della moschea. Se questo impegno sarà confermato, anche altri soggetti potrebbero essere spinti a intraprendere la stessa strada. Non a caso, un membro di quell’Unione mondiale degli Ulema che ha contestato l’opportunità del viaggio papale ad Abu Dhabi, oggi ha invitato il pontefice ad aprire un “dialogo internazionale tra civiltà”.

Lo stesso Papa Francesco ha messo in conto reazioni negative anche all’interno del mondo cattolico: «se uno si sente male, io lo capisco, non è una cosa di tutti giorni…ma è un passo avanti», ha detto durante la conferenza stampa sul volo di ritorno.

Tuttavia, le ragioni per scommettere con convinzione sul percorso avviato ad Abu Dhabi sono solide e le ha indicate ancora una volta il Papa nel suo intervento: «Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace».

Da "www.oasiscenter.eu" Papa Francesco negli Emirati: un percorso su cui scommettere di Michele Brignone

Pubblicato in Passaggi del presente
Martedì, 25 Dicembre 2018 00:00

Natale 2018

Buon Natale!

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 12 Novembre 2018 00:00

Ministero ordinato: una questione di sguardo

Esaminando il testo conclusivo del Sinodo 2018, al n. 148, intitolato Le donne nella Chiesa sinodale si resta colpiti da questa frase:

«Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

Mi pare che queste parole meritino un esame accurato: questa precisazione con cui si delimita – o comunque si determina – il ruolo femminile di partecipazione alla autorità ecclesiale, si concentra nella locuzione: «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

L’espressione può essere intesa in vari modi e una rassegna delle possibili interpretazioni può tornare di qualche utilità:

a) In un primo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» andrebbe intesa come una delimitazione di opportunità, essendo la partecipazione ai processi decisionali necessariamente riservata al “ministero ordinato”. Si potrebbe dire che la partecipazione delle donne al processo decisionale “entra necessariamente in rapporto con il ministero ordinato”;

b) In un secondo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» assumerebbe un valore più forte, delimitando strutturalmente la partecipazione femminile al di fuori del ministero ordinato, che avrebbe la esclusiva sulla autorità, cui la donna non potrebbe in alcun modo partecipare;

c) In un terzo senso, che suonerebbe qui come la “lectio difficilior”, si potrebbe intendere «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» come la eventualità per la quale il contributo femminile al processo decisionale sarebbe diverso a seconda che la donna entri a far parte o meno del “ministero ordinato”.

Evidentemente, alla radice di questa espressione sta una questione di “sguardo”. Lo sguardo ecclesiale sulla donna, e lo sguardo femminile sulla Chiesa, pongono la questione del “rispetto” in una regione particolarmente delicata della esperienza ecclesiale.

In che modo possiamo intrecciare il “rispetto della donna” con il “rispetto del ruolo del ministero ordinato”? Per capirlo dobbiamo brevemente sostare sulla parola “rispetto”.

Rispetto e sguardo
Ciò che chiamiamo “rispetto” non è altro che un certo modo di guardare. Su questo tema dello “sguardo” Evangelii gaudium ha la bellezza di 25 occorrenze. È una delle parole che ricorrono di più. E più volte si afferma che la “conversione pastorale” non è altro che un cambiamento dello “sguardo”, del modo di guardare.

Ora, a tal proposito accade che “respectus” sia, appunto, uno di questi modi di guardare e di essere guardati. Respectus, insieme a conspectus, aspectus, prospectus, despectus sono tutti composti dal termine “spectus” che è, appunto, sguardo.

Allora forse, nella interpretazione della frase del Documento sinodale, dobbiamo chiederci quale “sguardo” può sostenere meglio quella relazione tra le donne e il ministero ordinato.

Se il documento sinodale auspica apertis verbis una grande conversione ecclesiale, nel superare i pregiudizi che ostacolano il riconoscimento della autorità femminile nella Chiesa, allora appare chiaro che la interpretazione della espressione sul “rispetto” non possa essere interpretata nei termini della ipotesi b). Infatti, in questo caso, un ministero ordinato assolutamente impenetrabile alle logiche femminili rivendicherebbe il “rispetto” che si deve ad una autorità altra. Le donne dovrebbero al ministero ordinato il rispetto che si deve ad una “alterità da onorare”. Ma questo “sguardo” da parte femminile non sarebbe compatibile con lo sguardo reciproco da parte maschile.

Restano allora le due ipotesi sub a) e sub c).

La ipotesi sub a) implica una relazione di collaborazione con il ministero ordinato, per cui il “rispetto” avrebbe il senso di negare ogni”dispetto”. L’apprezzamento per il ministero ordinato, e quello reciproco verso le donne, sarebbe opportuno per ogni tipo di lavoro comune.

Infine, la ipotesi sub c), che, ripeto, appare la ermeneutica più azzardata, potrebbe avere un certo fondamento in una prospettiva – non esclusa in nessun modo – di un accesso delle donne alla ordinazione ministeriale, nella figura di una loro possibile ordinazione diaconale. In tale caso, la espressione ”nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” andrebbe intesa, addirittura, come la necessaria articolazione di funzioni autorevoli tra donne “ordinate” e donne non ordinate.

Chiesa sinodale e sguardo sinodale
Lo sguardo di cui dobbiamo diventare capaci ci è ancora difficile. Dobbiamo imparare a guardare diversamente. Per questo, certo, ci vuole rispetto. Ma rispettare il ruolo del ministero ordinato, per le donne, può significare tre cose, che non sono per nulla identiche:

1) rispettare una forma di attribuzione o di riconoscimento della autorità che esclude le donne per principio e rispetto a cui le donne possono sperimentare solo “autorità residuali”;
2) valorizzare una struttura di esercizio della autorità, rispetto a cui le donne possono trovare forme di integrazione, almeno indiretta;
3) aiutare a tradurre la tradizione maschile di ministero ordinato in una forma nuova, declinando anche al femminile la autorità ordinata nella Chiesa, sul piano dell’esercizio femminile del ministero diaconale.

Pertanto la espressione del documento finale del Sinodo, che per alcuni ha solo il significato n. 1, può rimandare certamente anche al significato n. 2 e non è affatto escluso che domani, secondo uno sviluppo ecclesiale tutt’altro che impossibile, noi tutti potremmo trovarci costretti ad interpretarla come una “velata profezia” del significato n. 3.


Da "www.cittadellaeditrice.com" Ministero ordinato: una questione di sguardo di Andrea Grillo

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 07 Settembre 2018 00:00

Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo

Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un nunzio - monsignor Carlo Maria Viganò - decida di far sapere poco diplomaticamente che papa Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire.

È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all'episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di fare di lui un Corvo in talare.

Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza, dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben altro. Ma il Papa - che preferiva a un segretario di Stato un confidente amico - si tenne la lealtà del cardinale Bertone e usò Bertello per risanare quell'ultimo e chiacchierato residuo di potere temporale.

Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla
segreteria generale del Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i colpevoli di una mala gestio che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a fare il
nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011 Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell'appartamento papale che va sotto il nome di Vatileaks.

A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce.
Invece niente: Francesco ha atteso che avesse età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli appartamento che il monsignore era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista (se Viganò sapeva più di tutti, più di tutti ha taciuto).

Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della berretta cardinalizia a McCarrick, prima dell'arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di saldare integrismo anti-bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della destra religiosa americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra Danzica e Roma, sogna di smantellare Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della Guerra.

Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare effetto di una bufera mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull'episcopato, sui teologi poi si vedrà.

Da "www.repubblica.it" Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. E nasconde un disegno: saldare i tradizionalisti con la destra religiosa DI ALBERTO MELLONI

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Auguri ai curiali

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Pubblicato in Fatti e commenti
Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Tealtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

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Marina Corradi giovedì 23 novembre 2017


Una giornata qualsiasi di questo novembre. A Milano, cielo incolore. Si va a scuola, si lavora.
L’autunno è lento, calca adagio i suoi passi, mentre la sera il buio cala sempre prima. E domenica,
andremo a Messa. Da cattolici quali siamo. Ci andremo forse anche perché ci si va, da sempre.
Magari qualche volta con stanchezza, con smemoratezza del senso di quel gesto che si ripete. Con
insofferenza addirittura, se l’omelia lunga, o noiosa. Ma che cos’ è, andare a Messa? Perché ci
andiamo? A che cosa ci serve? Ieri il Papa in Udienza ha ricordato quale è il cuore di questo nostro
andare doveroso, fedele, ma, può accadere, ingrigito.
Come questo cielo di novembre, a Milano. La Messa, ha detto Francesco, è «entrare nella Passione,
morte, Resurrezione, Ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al
Calvario». La Messa, memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Di quel soffrire, morire, scendere
agli Inferi, faccia a faccia con la morte; e vincerla, infine, la morte, nostra ostinata compagna. «Noi,
nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna», ha detto
Francesco. Ecco cosa facciamo, andando a Messa. Sedendo un po’ distratti su una panca, rispettosi
ma abituati a quel settimanale rito uguale. Andando sì, come sempre, ma non aspettandoci molto.
Lo sappiamo a memoria, l’avvicendarsi di letture e preghiere. Conosciamo quel brano di Vangelo.
Che potrà darci di nuovo, un’altra Messa? Andiamo in chiesa tutti con i nostri affanni e dolori. O
con il peso, addosso, degli anni. Invecchiando, può diventare più difficile sperare. Avendo visto che
questo mondo procede come sempre, può farsi arduo credere che possa infine vincere il bene,
credere in un ricominciamento radicale. «È possibile rinascere quando si è vecchi?», chiedeva
Nicodemo. A una certa età è una domanda che ci si pone. Perseverare nella speranza, con gli anni è
faticoso.
Ma proprio per questo ci è data, nel cammino, questa stazione, la domenica. Per ritrovare fiato, e
gambe. Il Papa: «La Messa ci rende partecipi della vittoria di Cristo sulla morte, e dà significato
pieno alla nostra vita». E non è soltanto un ricordo, è di più - ha aggiunto - è fare presente quello
che è accaduto venti secoli fa. Fare presente: dietro di Lui sul sentiero del Calvario, sulle spalle il
peso della croce. Gli insulti, e quella atroce totale solitudine, quella tremenda percezione di
abbandono.
Morire, in dono estremo a un Padre, per un lungo istante come assente. Morire per tutti, e per
ognuno. Per ogni dimenticato, abbandonato, sofferente, per ogni volto oltraggiato. Giù, dentro
l’oscuro e algido tempo del Sabato, tempo sospeso, tempo in bilico su un vertiginoso crinale. E poi,
poi la pietra del sepolcro è abbattuta. «Maria!!». «Rabbuni!». Come un sole che si alza e dissolve
ogni nebbia e ogni tenebra. «Ogni celebrazione dell’Eucaristia ha insegnato ieri il Papa - è un
raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa significa entrare nella
vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore». Non succede a molti,
di percepire fisicamente tutto questo. Ma più importante che il 'sentire' è il sapere, avere memoria di
ciò che oggettivamente la Messa è. Tornare sui passi del martirio di Cristo.
Accompagnarlo, giù negli abissi, al fondo del buio, e poi in una incommensurabile luce. Come di
sole chiaro di solstizio, allo zenit. Ogni domenica, un raggio di questo eterno sole. Per questo,
andiamo a Messa. Per risanarci, scaldarci al vigore di una gran luce. E quanto ne abbiamo bisogno,
affannati e smemorati come siamo, oppressi dal male. Invecchiati, magari, e alcuni quasi cinici
ormai. Ogni domenica «il suo sangue ci libera dalla morte e dalla paura della morte», ci ricorda il
Papa. Per tutti noi affaticati e stanchi quella fontana d’acqua viva, la domenica. Ogni domenica
quella nuova aurora.

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