Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Auguri ai curiali

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Pubblicato in Fatti e commenti
Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Tealtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

Pubblicato in Aggiornamenti

Marina Corradi giovedì 23 novembre 2017


Una giornata qualsiasi di questo novembre. A Milano, cielo incolore. Si va a scuola, si lavora.
L’autunno è lento, calca adagio i suoi passi, mentre la sera il buio cala sempre prima. E domenica,
andremo a Messa. Da cattolici quali siamo. Ci andremo forse anche perché ci si va, da sempre.
Magari qualche volta con stanchezza, con smemoratezza del senso di quel gesto che si ripete. Con
insofferenza addirittura, se l’omelia lunga, o noiosa. Ma che cos’ è, andare a Messa? Perché ci
andiamo? A che cosa ci serve? Ieri il Papa in Udienza ha ricordato quale è il cuore di questo nostro
andare doveroso, fedele, ma, può accadere, ingrigito.
Come questo cielo di novembre, a Milano. La Messa, ha detto Francesco, è «entrare nella Passione,
morte, Resurrezione, Ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al
Calvario». La Messa, memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Di quel soffrire, morire, scendere
agli Inferi, faccia a faccia con la morte; e vincerla, infine, la morte, nostra ostinata compagna. «Noi,
nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna», ha detto
Francesco. Ecco cosa facciamo, andando a Messa. Sedendo un po’ distratti su una panca, rispettosi
ma abituati a quel settimanale rito uguale. Andando sì, come sempre, ma non aspettandoci molto.
Lo sappiamo a memoria, l’avvicendarsi di letture e preghiere. Conosciamo quel brano di Vangelo.
Che potrà darci di nuovo, un’altra Messa? Andiamo in chiesa tutti con i nostri affanni e dolori. O
con il peso, addosso, degli anni. Invecchiando, può diventare più difficile sperare. Avendo visto che
questo mondo procede come sempre, può farsi arduo credere che possa infine vincere il bene,
credere in un ricominciamento radicale. «È possibile rinascere quando si è vecchi?», chiedeva
Nicodemo. A una certa età è una domanda che ci si pone. Perseverare nella speranza, con gli anni è
faticoso.
Ma proprio per questo ci è data, nel cammino, questa stazione, la domenica. Per ritrovare fiato, e
gambe. Il Papa: «La Messa ci rende partecipi della vittoria di Cristo sulla morte, e dà significato
pieno alla nostra vita». E non è soltanto un ricordo, è di più - ha aggiunto - è fare presente quello
che è accaduto venti secoli fa. Fare presente: dietro di Lui sul sentiero del Calvario, sulle spalle il
peso della croce. Gli insulti, e quella atroce totale solitudine, quella tremenda percezione di
abbandono.
Morire, in dono estremo a un Padre, per un lungo istante come assente. Morire per tutti, e per
ognuno. Per ogni dimenticato, abbandonato, sofferente, per ogni volto oltraggiato. Giù, dentro
l’oscuro e algido tempo del Sabato, tempo sospeso, tempo in bilico su un vertiginoso crinale. E poi,
poi la pietra del sepolcro è abbattuta. «Maria!!». «Rabbuni!». Come un sole che si alza e dissolve
ogni nebbia e ogni tenebra. «Ogni celebrazione dell’Eucaristia ha insegnato ieri il Papa - è un
raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa significa entrare nella
vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore». Non succede a molti,
di percepire fisicamente tutto questo. Ma più importante che il 'sentire' è il sapere, avere memoria di
ciò che oggettivamente la Messa è. Tornare sui passi del martirio di Cristo.
Accompagnarlo, giù negli abissi, al fondo del buio, e poi in una incommensurabile luce. Come di
sole chiaro di solstizio, allo zenit. Ogni domenica, un raggio di questo eterno sole. Per questo,
andiamo a Messa. Per risanarci, scaldarci al vigore di una gran luce. E quanto ne abbiamo bisogno,
affannati e smemorati come siamo, oppressi dal male. Invecchiati, magari, e alcuni quasi cinici
ormai. Ogni domenica «il suo sangue ci libera dalla morte e dalla paura della morte», ci ricorda il
Papa. Per tutti noi affaticati e stanchi quella fontana d’acqua viva, la domenica. Ogni domenica
quella nuova aurora.

Pubblicato in Studi e ricerche
Martedì, 14 Novembre 2017 00:00

Lutero il riformatore

Lutero il riformatore

Il cinquecentenario della simbolica datazione della nascita della Riforma protestante, offre l’opportunità di rivolgersi al pensiero di Lutero che, anche a detta dei suoi detrattori, sta collocato nel nostro passato in un punto nevralgico dal quale prende luce la nascita del moderno contribuendo a fare del secolo XVI un vero e proprio crinale dal quale si può riconoscere un “prima” e un “dopo”. Prima c’è la cultura dei molti nazionalismi intrisi tutti, e perciò resi unanimi, dal monoculturalismo religioso; dopo c’è un confronto tra di essi grazie alla diversificazione delle confessioni cristiane.

Il monaco eremita agostiniano e professore di Wittenberg (al secolo Martin Luder) fin dall’inizio della disputa sulle indulgenze (1517), costituisce nella sua persona il punto di sutura delle opposte realtà e sistemi politici del tempo, compreso quello della Chiesa e soprattutto delle esperienze di trascendenza che riguardano gli impegni ultimi di Dio nei confronti degli uomini, la loro salvezza o la loro perdizione. Una persona insomma, quella di Lutero, che divise le coscienze segnando nel contempo una pausa di intersezione storica grazie alla realizzazione di un’originale e severa religione “riformata”, nata dalla protesta contro le condizioni della Chiesa esistente, all’origine della grande scissione all’interno della Chiesa e nel mondo cristiano.

Lutero fu anche un “personaggio pubblico” capace di suscitare dibattiti e lui stesso animatore di pubbliche confutazioni: una star mediatica della storia che seppe approfittare della rivoluzione dei mezzi di comunicazione della sua epoca rimanendone a sua volta vittima. Per questo gli studiosi si dividono non soltanto sulla valutazione teologica della sua “Riforma”, ma anche sulla complessità della personalità composta da una sorta di due nature entrambi essenziali: quella che rivela il monaco, il biblista, l’esegeta appartato nella meditazione della Scrittura e nel dialogo con Dio e quella del valente letterato, dell’agitatore, del combattente e del propagandista in lotta contro lo strapotere dei principi territoriali -per la libertà tedesca- e contro lo teologia scolastica considerata strumento dello strapotere di Roma.

C’è chi sostiene che all’origine della necessità di una radicale riforma della Chiesa sia l’indignazione contro la corruttela trionfante e dilagante della Roma "Babilonia" di Leone X, provata da Lutero durante il viaggio a Roma (tra l'autunno del 1510 e i primi mesi del 1511), per recare la protesta del suo monastero (Wittenberg o a Erfurt?) contro l'unione tra osservanti e conventuali caldeggiata dallo Staupitz, vicario generale dell'ordine. L’aneddotica riporta anche che mentre compiva devotamente la Scala santa, indicata fin dal 1300 da Bonifacio VIII tra le grandi remissioni e indulgenze dei peccati “secondo un'affidabile fede de gli antichi”, gli sarebbe sorto nell'anima il dubbio: "quis scit, an sit verum?" (“sarà vero?”). Attendibile o meno, l’episodio ci rivela un’anima tormentata alla ricerca della perfezione spirituale che non si esauriva né con l’adempimento degli obblighi monastici né con la lettura e la scrittura perché, come da lui sostenuto, i molti altri che avevano fatto di tutto per raggiungere la “pace della coscienza” diventavano, all’approssimarsi della morte, timorosi e trepidanti tanto da disperare della salvezza.

Cosa e chi può allora trarci dall’abisso della disperazione di una imperfezione insanabile di per sé? Soltanto l´accoglienza della misericordia di Dio. Privilegio misterioso quello di cui godono gli uomini, che solo la fede permette di risolvere grazie all’Incarnazione: inserzione dell’eterno nella dimensione storica e realizzazione anticipata della nostra propria storia. Ecco allora la proposta di Lutero fondata sull´essenziale: solo Cristo, sola Scrittura, sola fede. A ciò si aggiunge la disponibilità del testo sacro che tutti possono leggere nella loro lingua materna sperimentando nuove forme di partecipazione.

Lutero è consapevole che la lettura e la spiegazione letterale (sine glossa) del testo sacro, non è di per sé una “lettura ingenua” perché è pur sempre frutto di una traduzione, quindi di una interpretazione che predispone ad una comprensione orientata. Lutero però con questa affermazione colpisce i due pilastri principali della esegesi biblica cattolica posta sotto l’autorità dei Padri e della Tradizione. Alla prospettiva aperta, era essenziale l’alfabetizzazione per le donne, proprio come per gli uomini. La revisione dello statuto del ministero ecclesiastico, che d’ora in poi si giustificherà sulla base della trasmissione ordinata della parola atta a suscitare la fede, è il passaggio successivo e scontato. L’ordinazione non giustifica di per sè l’autorevolezza del ministro, ma la vocazione secondo il principio del sacerdozio universale e sebbene nella vita quotidiana e davanti alla legge uomini e donne presentano differenti compliti e talenti, non davanti a Dio. Perché la salvezza non si ottiene seguendo il proprio ruolo nella società, bensì grazie alla sola fede. Lutero distingue insomma la legge dal vangelo e ciò ha implicazioni importanti sulla Chiesa e sulla famiglia.

Sebbene nella Riforma del XVI secolo, l'abolizione dell'idea specificamente sacerdotale del ministero comporti qualche apertura verso la predicazione delle donne, essa resta, però, in buona parte teorica. È paradigmatica infatti la posizione di Martin Lutero, secondo cui lo Spirito elegge alla predicazione esclusivamente degli uomini – affermazione relativizzata con le parole «tranne in casi di emergenza» Sulla sua scia, l'argomento dell'«emergenza» sarà utilizzato fino al XX secolo per giustificare la predicazione delle donne.

Anche per questo Lutero è assurto al ruolo dei grandi timonieri: quelli che si trovano nei marosi della storia tanto forti da determinarne il destino,

Pubblicato in Passaggi del presente

Vittorio Sgarbi: “Se esiste Michelangelo vuol dire che esiste Dio”

Vittorio Sgarbi spiega con la sua consueta abilità oratoria: «Il successo riscosso dal mio Caravaggio è un segnale molto importante di una volontà del pubblico di capire più a fondo un artista famoso di cui tutti parlano, ma non sempre con conoscenze appropriate; così mettendo insieme la popolarità di Caravaggio con la mia, ho incontrato l’entusiasmo del pubblico e ora gli stessi produttori mi hanno chiesto un nuovo spettacolo; avevo inizialmente pensato di parlare del Rinascimento, ma quando mi è venuta anche l’intuizione di costituire un movimento politico, dal nome Rinascimento, finalizzato a offrire agli italiani un orientamento consapevole sul patrimonio artistico, che è il vero tesoro d’Italia, si è creato un conflitto di interessi per l’omonimia tra spettacolo e partito. Avrei voluto raccontare la politica attraverso l’arte, in un excursus che unisse Piero della Francesca, Beato Angelico, Tiziano, ma ho dovuto rinunciare al percorso sul Rinascimento e concentrami su un autore, così tra Leonardo e Michelangelo, ho preferito quest’ultimo perché è l’unico artista che si è espresso tra pittura, scultura, architettura, poesia, con pari grandezza e pari impegno. Non ho inserito un elemento innovativo, come il parallelo con Pasolini nello spettacolo dedicato a Caravaggio, ma per Michelangelo propongo mille riferimenti agli artisti del Novecento che, in qualche misura, derivano da lui, come Henry Moore, Alberto Giacometti, così creo collegamenti solo formali non esistenziali, non esiste infatti oggi un equivalente di Michelangelo che, tuttavia, ha anticipato molte espressioni dell’arte contemporanea»

Sul palcoscenico scorrono le immagini delle opere di Michelangelo rese vive dal visual artist Tommaso Arosio, così da unire arte e tecnologia nel mostrare agli spettatori in modo chiaro le opere che Sgarbi sta illustrando, alternandosi con le musiche del compositore Valentino Corvino.

In Michelangelo, cosi come in Caravaggio, Sgarbi si sofferma sul legame fondamentale tra arte e religione: «attraverso l’arte – prosegue - tendo a mostrare l’orgoglio del Cristianesimo come religione dell’uomo, nella mia visione esiste il primato del Cristianesimo: nell’illustrare le opere sottolineo infatti l’importanza e la forza della religione di cui l’arte è dimostrazione tangibile, infatti se esiste un artista come Michelangelo vuol dire che Dio esiste. Michelangelo ha avuto contrasti con il papa, ma per lui il papa era il papa, mentre Dio era Dio: infatti Michelangelo sembra dialogare direttamente con Dio.»

Nell’assistere l’anno scorso a una delle repliche di Caravaggio, al Teatro Carcano di Milano, mi ha colpito il silenzio assoluto con cui gli spettatori, prevalentemente studenti, solitamente distratti anche a teatro dai cellulari o dalle chiacchiere, invece ascoltavano il prof. Sgarbi senza fiatare, conquistati dalla bellezza delle opere spiegate dalle sue parole. «La progettazione con cui sono presentate le opere» commenta Sgarbi « è ipnotica, inoltre la mia voce, che accompagna le immagini, è potente, perciò si assiste a un’ immersione nell’arte: sono infatti orgoglioso quando ho visto tutte le persone uscire da teatro piene di riconoscenza e di soddisfazione, infatti ritengo che una buona guida per guardare le opere d’arte serva a capire la necessità e l’urgenza della presenza della bellezza attorno a noi, anche se nulla è meno  necessario dell’arte, tuttavia è la nostra sensibilità a coglierla e a cercarla, così anche costruire uno spettacolo per  aumentare la sensibilità di qualcuno per me è un valore significativo»

Sgarbi, che recentemente ha perso suo madre, donna coltissima - ricordata e rimpianta in modo poetico e toccante nel romanzo “Lei mi parla ancora” (edito da Skira) scritto da suo padre Giuseppe, ora novantaseienne - ha sempre riflettuto molto nei suoi saggi sulla figura della Madonna, vista come madre.

«Non ho pensato a un collegamento personale con mia madre e con il libro di mio padre, magari prima del debutto milanese ci penserò, ma osservando la Pietà custodita a San Pietro a Roma ho sempre evidenziato come non esista il dramma della morte. La Madonna di Michelangelo è una ragazza diciottenne, rappresentata secondo una visione platonica e idealista, si trova in un tempo apparente, guarda e contempla il Cristo come lo guardava appena nato, è come la rappresentazioei di una Madonna con il bambino, senza la tragedia della madre che perde un figlio come vediamo ne Il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca che qui metto a confronto. Michelangelo le attribuisce il volto di una donna giovane come quando teneva in braccio Gesù, infatti in teatro leggo le terzine dantesche, “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura” della Preghiera alla Vergine di San Bernardo nel Canto XXXIII del Paradiso, di cui Michelangelo offre una traduzione perfetta, l’equivalente plastico che trasmette la stessa emozione»

Conclude Sgarbi: «Nessuna Nazione ha avuto un Rinascimento come il nostro, al di là della metafora della parola Rinascimento, è stata un’epoca straordinaria, come affermo anche nel mio libro scritto con Giulio Tremonti, Rinascimento (edito da Baldini & Castoldi), bisogna conoscere il nostro patrimonio artistico, è assurdo che anche i rappresentanti del governo non vedano dal vivo le nostre opere d’arte, che conoscano la pizza e non Piero della Francesca. Il motivo per cui gli stranieri, da Goethe a Stendhal, anche oggi numerosi, vengono in Italia è conoscere la nostra arte, che è il nostro patrimonio. Si pensi a quanti luoghi artistici sono deserti, è come avere un parco di macchine da corsa senza il pilota, mentre dobbiamo riappropriarci del nostro patrimonio artistico e farlo vivere in modo che l’Italia continui ad essere considerata il “giardino d’Europa”!»

Pubblicato in Studi e ricerche
Sabato, 15 Luglio 2017 00:00

Dio è la risposta

Alessandro D’Avenia. Dio è la risposta ai nostri dubbi: parola di Leopardi

Lo straordinario dono del credente è quello di fare buon uso anche dei non credenti per arrivare alla luce della fede». Alessandro D’Avenia, scrittore di bestseller amatissimi tra i giovani e gli adolescenti (da Bianca come il latte, rossa come il sangue a Cose che nessuno sa e Ciò che inferno non è, tutti editi da Mondadori) ha scelto la figura e l’opera di Giacomo Leopardi per il suo ultimo libro (L’arte di essere fragile, sempre con l’editore che lo ha lanciato).

Rivolgendosi idealmente al poeta di Recanati condensa l’esperienza dei suoi incontri in giro per l’Italia con una generazione, quella dei ragazzi italiani, molto difficile da capire e interpretare. Una generazione che è una domanda piena di domande, potremmo dire. La prossima sfida del “professore più amato d’Italia” sarà quella di rappresentare il volume sul palco, nel corso di una tournée teatrale per le principali città italiane (Milano, Palermo, Torino, Roma, Napoli, Verona, Genova e Bari). Lo scrittore terrà una lezione-monologo in una classe senza muri che avrà Google come lavagna elettronica, simbolo della difficoltà di orientarsi nel cyberspazio delle voci e delle informazioni.

Professor D’Avenia, questa generazione che “vuole testimoni prima ancora che maestri”, che futuro può avere?

«Il libro nasce dall’aver sentito nella mia vita e nelle persone che incontro tutti i giorni questa fragilità che il tempo di oggi ci costringe a riconsiderare. Proprio perché è un tempo rapido, veloce, in cui bisogna essere bellissimi perché tutto è basato sul risultato, noi abbiamo un bisogno folle da ritrovare».

E qual è questo bisogno?

«Quello di tornare al primato che il cristianesimo ci ha donato, il primato della persona. La modernità come primato ha il risultato, invece nel cristianesimo quello che conta è la persona come punto di origine e come punto di arrivo di tutta l’esistenza. I tempi difficili, duri, come quello dei nostri giorni, ci sono stati in ogni epoca umana. Non dobbiamo nemmeno fare troppe tragedie, forse stiamo semplicemente rivedendo uno stile di vita cui eravamo abituati, uno stile un po’ troppo autoreferenziale ed egoistico. Sembra che crolli un mondo, in realtà è semplicemente un mondo che ci sta trasformando. Io mi sono detto: siamo sicuri che se va in crisi l’esteriorità deve andare in crisi anche l’uomo? Non sarà che c’è un elemento da rafforzare?».

Cosa c’è da rafforzare?

«L’elemento vocazionale che c’è nella vita dell’uomo. Michelangelo nel suo Giudizio universale ci ha raccontato che Dio chiama l’uomo con un tocco e sulla punta del dito di Adamo segna la sua originalità, cioè la sua origine e anche il suo futuro. Oggi siamo immersi in un mondo digitale e abbiamo risolto quel contatto nel contatto col nostro cellulare. Forse dobbiamo ritrovare un elemento più grande che ci restituisca il nostro stare al mondo con una carica che non si spegne mai. Se è vero, come è vero, che ogni vita è una chiamata di Dio ad aggiungere uno strumento alla polifonia del mondo, io sono convinto che quello di cui abbiamo bisogno è capire quale strumento ciascuno di noi sia in questa grande polifonia. Una cosa di cui hanno bisogno soprattutto i ragazzi».

Leopardi non era credente, in letteratura lui e Machiavelli sono i due principali simboli del laicismo. È un po’ sorprendente che sia stato preso come esempio di religiosità…

«Intanto Leopardi non è il simbolo del laicismo, ma della laicità. È un uomo che ha approfondito fino in fondo tutti i campi del sapere alla ricerca della verità. Questo riguarda ogni uomo, credente o no che sia. Io in Leopardi ho trovato un gradino fortissimo, direi granitico, di questa ricerca. Lui, come nel mondo greco, è convinto di un fatto: che la bellezza sia sempre la manifestazione del vero e del buono messi insieme e che bisogna indagare per andare a capire quali sono questo vero e questo buono. Tanto che con il cuore Leopardi percepisce che c’è questa bellezza, la vuole afferrare, poi con la testa la vuole indagare. Credo che Giacomo Leopardi sia l’uomo grazie al quale credenti e non credenti possono parlarsi andando alla ricerca di senso. Perché c’è una religione della bellezza che tutti possiamo accettare e creare che ci accomuna tutti. Se poi ci porterà a trovare Dio, per me tanto meglio. Altrimenti avremmo fatto qualcosa di bello al mondo, come dice lui stesso».

Alla domanda “come fai a credere in Dio” che le fanno molti studenti, il professor D’Avenia come risponde? 

«Noi oggi pensiamo che la parola vocazione riguardi una specie di chiamata che viene dall’esterno e aggiunge qualcosa alla nostra vita. Niente di più sbagliato. La vocazione è la vita. Se entriamo in questa prospettiva, che Dio – fuori dal tempo – prima ha pensato a ciascuno di noi e poi ci ha dato l’essere per realizzare quel progetto, il gioco è fatto. Questa chiamata, certo, avviene per un essere che è fragile. Ma è anche l’invito a fare qualcosa di bello, trasformare quello che potrebbe sembrare un destino in destinazione, in una fioritura, in un’opera d’arte. Più vado avanti più mi rendo conto di questo. Dio non è una cosa che si aggiunge alla vita, è la vita stessa che fiorisce. Se penso a questo, dico: Dio, io senza di te non posso stare. Nel cristianesimo ho trovato l’antidoto per la noia. L’unico che io conosco. Una vita che è affidata totalmente a te e totalmente a Dio».

Pubblicato in Aggiornamenti
Mercoledì, 05 Luglio 2017 00:00

Parola e silenzio

Benedetto XVI e il card. Robert Sarah, il silenzio da cui nasce la Parola e la bellezza della liturgia

Questo saggio, pubblicato sul sito del periodico cattolico statunitense First Things con il titolo With Cardinal Sarah, the Liturgy is in Good Hands, è stato scritto come postfazione al libro-intervista (con il giornalista Nicolas Dat) La force du silence. Contre la dictature du bruit (Fayard, Parigi 2017) del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e verrà incluso nelle prossime edizioni del testo.

 

“Se non entriamo nel silenzio non capiamo la Parola", di Benedetto XVI*

Un passaggio della Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia mi ha particolarmente colpito sin da quando, negli anni 1950, ne lessi per la prima volta le epistole: «È meglio tacere ed essere [cristiani], che dire e non essere. Insegnare è una cosa eccezionale, se colui che parla pratica ciò che insegna. Ora, vi è un solo Maestro che ha parlato e ciò che Egli ha detto è avvenuto. E persino ciò che Egli ha fatto silenziosamente è degno del Padre. Colui che ha davvero fatto proprie le parole di Gesù è anche capace di ascoltare il Suo silenzio onde essere perfetto: onde agire attraverso il suo dire ed essere cosciuto dal suo silenzio» (15). Cosa significa ascoltare il silenzio di Gesù e conoscerlo attraverso il suo silenzio? Dai Vangeli sappiamo che spesso Gesù trascorreva la notte da solo a pregare «sul monte», in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo dire, la sua parola viene dal silenzio e che può essere maturata solo lì. Dunque è logico che la sua parola possa essere intesa correttamente solo se si entra anche noi nel suo silenzio, se impariamo ad ascoltarla dal suo silenzio.

Per interpretare le parole di Gesù è certamente necessaria una cultura storica che c’insegni a capire il tempo e il linguaggio del tempo. Ma da sola la cultura storica non è sufficiente, se vogliamo sul serio comprendere il messaggio del Signore in profondità. Chi legga i commenti sempre più ampi che vengono fatti oggi al Vangelo resta alla fine deluso. Impara molte cose utili su quell’epoca così come tante ipotesi che ultimamente non contribuiscono affatto alla comprensione del testo. Alla fine si percepisce che in tutto quell’eccesso di parole manca qualcosa di essenziale: l’ingresso nel silenzio di Gesù, da cui è nata la parola. Se non siamo capaci di entrare nel suo silenzio, percepiremo sempre la parola solo alla superficie e quindi non la comprenderemo mai davvero.

Leggendo il nuovo libro del cardinal Robert Sarah, tutti questi pensieri sono tornati ad attraversare la mia anima. Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù, vera quiete interiore, e proprio in questo modo ci aiuta ad afferrare di nuovo la parola del Signore. Ovviamente di sé parla appena, ma qua e là ci lascia intravedere qualcosa della sua vita interiore. Rispondendo alla domanda di Nicolas Diat, «Nella sua vita ha mai pensato che le parole stessero diventando troppo ingombranti, troppo pesanti, troppo rumorose?», il cardinale risponde: «Nella preghiera e nella vita interiore ho sempre sentito il bisogno di un silenzio più profondo, più completo […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno assoluto sono stati di grande sostegno. Sono stati una grazia senza precedenti, una lenta purificazione e un incontro personale con […] Dio […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno, nutriti solo dalla Parola di Dio, permettono all’uomo di basare la propria vita su ciò che è essenziale».

Queste frasi rendono palese ciò di cui vive il cardinale, ciò che dà alle sue parole la loro profondità interiore. Da questa posizione privilegiata, egli può vedere i pericoli che minacciano di continuo la vita spirituale, anche dei sacerdoti e dei vescovi, e che quindi mettono pure a repentaglio la Chiesa stessa, nella quale non è raro che la Parola venga rimpiazzata da una verbosità che diluisce la grandezza della Parola. Vorrei citare solo un passo che può diventare un esame di coscienza di ogni vescovo: «Può succedere che un sacerdote buono e pio cada rapidamente nella mediocrità una volta elevato alla dignità episcopale, preoccupandosi solo del successo mondano. Sopraffatto dal peso dei doveri che incombono, preoccupato del potere, dell’autorità e delle necessità materiali del suo ministero, gradualmente esaurisce le energie».

Il cardinal Sarah è un maestro spirituale che parla dal profondo del silenzio con il Signore, dalla sua unione interiore con Lui, e per questo ha davvero qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco per avere nominato un tale maestro spirituale alla guida della congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa. È vero che anche per la liturgia, così come per l’interpretazione delle Sacre Scritture, è necessaria una cultura specialistica. Ma è altrettanto vero che la specializzazione può finire per parlare della questione essenziale senza capirla se non si basa sull’unione profonda, interiore con la Chiesa orante, la quale continua sempre a imparare di nuovo dal Signore stesso cosa sia l’adorazione. Con il cardinal Sarah, maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani.

Pubblicato in Studi e ricerche
Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Ideologia divide

L'ideologia divide, la vera dottrina unisce

Le divisioni c’erano anche nella prima comunità cristiana. Lo ricorda papa Francesco nella sua omelia a Santa Marta commentando la prima Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: «C’erano gelosie, lotte di potere, qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere», dice Bergoglio. «Siamo umani, siamo peccatori e sempre ci sono stati problemi». Anche nella prima comunità c’è «il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Gli apostoli discutono tra loro e alla fine si mettono d’accordo: «Ma non è un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze. Soltanto, questi che dicono: non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime».

La libertà dello Spirito Santo li ha messi d’accordo anche sul fatto che i pagani potessero entrare nella Chiesa «senza passare per la circoncisione». Si è trattato, in fondo di un «primo Concilio della Chiesa: lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme» riuniti «per chiarire la dottrina». E questo è un «dovere della Chiesa, chiarire la dottrina affinché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo Spirito dei Vangeli».

Ma le cose non sono semplici: «Sempre c’è stata quella gente che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no. Questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa…”. E sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana. E questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa - quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo - diventa ideologia. E questo è il grande sbaglio di questa gente».

Questi individui, dice papa Francesco, «non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo. Invece, gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva. E dopo la discussione è parso allo Spirito e a noi».

E allora non bisogna farsi spaventare dalle «opinioni degli ideologi della dottrina. La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo, che è sempre aperta, sempre libera, perché la dottrina unisce, i concili uniscono la comunità cristiana, mentre l’ideologia divide».

Pubblicato in Comune e globale
Sabato, 17 Giugno 2017 00:00

I pugnali skin

I pugnali sikh e il pragmatismo che manca

È appena rientrata la polemica sulle ONG impegnate nei salvataggi in mare, con una sostanziale smentita delle improvvide accuse del procuratore Zuccaro, e un nuovo fronte si è aperto: quello della regolamentazione del pluralismo culturale e religioso nelle sue manifestazioni pubbliche. 

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato di religione sikh sulla facoltà di portare in pubblico il pugnale rituale, ma è andata oltre il merito della questione, scegliendo di impartire una lezione sul rispetto dei “valori” della società di accoglienza. 

La sentenza infatti non si è limitata ad affermare che circolare con un pugnale di 18 centimetri può essere pericoloso e infrange le norme sull’ordine pubblico. Ha voluto farne una questione di valori culturali da affermare, contro le rivendicazioni di minoranze che si rifanno a valori diversi e vorrebbero portarli con sé nella nuova società. Un allargamento inopportuno, che apre la porta a imposizioni in materia di abbigliamento o di pratiche religiose.

Come spesso accade nel dibattito su questi argomenti, le reazioni si sono schierate come le tifoserie su spalti contrapposti: la maggioranza a sostegno della sentenza, una minoranza invece su posizioni critiche, in difesa del relativismo culturale. Un’ennesima partita tra guelfi e ghibellini.

Eppure in altre società, segnatamente quelle anglosassoni, le istituzioni hanno trovato soluzioni pragmatiche di compromesso in grado di disinnescare il conflitto: pugnali saldati al fodero e non estraibili, impugnature elaborate ma con lame di due centimetri, oppure smussate.  

In materia di immigrazione e dintorni, i conflitti assumono troppo spesso valenze simboliche e ideologiche che li rendono insuperabili. Moderazione, pragmatismo, ricerca di compromessi equilibrati sembrano merce rara, ma tanto più preziosa in questi tempi travagliati.

Pubblicato in Passaggi del presente
Martedì, 06 Giugno 2017 00:00

Crisi in ntempo di crisi

Crisi in tempo di crisi

Si può parlare di una «crisi» della Chiesa cattolica e più specificamente della Chiesa italiana? La parola «crisi» può apparire pesante e perfino blasfema ma, se assunta nel suo significato originario (krisis, cioè manifestazione drammatica di sé), non si sarebbe lontani dalla condizione di fatto. L’ultimo sondaggio Eurispes segnala una caduta di fiducia degli italiani dal 47% del 2008 all’attuale 40 per cento. In verità non sono poche, nel corso dell’attuale pontificato, le manifestazioni di conferma non solo di una visione angosciata, ma anche di una visione pragmatica espressa in tentativi più o meno ‘paterni’ di indicare i terreni di una necessaria controffensiva. La controprova fattuale non è solo nelle parole (talora vere e proprie grida di appello) ma nelle missioni del Pontefice in terre difficili e ostili (Boemia, Inghilterra, Scozia) accompagnate dal preventivo fiato sospeso sull’accoglienza al messaggio ecumenico. Si prenda, per iniziare, il discorso di Benedetto XVI al Corpo diplomatico del dicembre scorso. Lì si prospetta una visione del presente che s’è guadagnata l’aggettivo «cupa» per il grido di allarme anzitutto, ma non solo, sul moltiplicarsi di atti di persecuzione anticristiana in terre non europee e per la condizione ecclesiale nello stesso Occidente. Il grido per la «libertà religiosa» non è atto banale (può essere considerato, anzi, una vera innovazione dottrinaria se appena si tenga conto che ogni confessione strutturata ha la sua giustificazione primaria nel monopolio della verità rispetto alla quale ogni altro pensiero costituisce «errore»). Ma proprio nel riconoscimento di un diritto universale è insita una sofferenza poiché tra religioni diverse non può che esservi competizione, pur accompagnata da attributi come fraterna e tollerante. E dunque il tema è: quale competizione, su quali temi della trascendenza e della realtà terrena? Come conciliare fede dogmatica e pluralismo? Il Pontefice regnante ha indicato con chiarezza i terreni su cui la sua Chiesa intende dare battaglia nelle condizioni del pluralismo religioso e ideologico, e per farlo ha adottato una chiave altamente drammatica: la denuncia sofferta e insistente delle pecche, degli obbrobri che si manifestano nello stesso corpo ecclesiale (esempio topico la pedofilia ma si possono aggiungere le ragioni della botta moralizzatrice data alla finanza vaticana) accompagnando lo sdegno intestino con l’analisi, anzi la denuncia dei fattori emergenti negli stili di vita, nella degenerazione etica della società del consumo e dell’avventura edonistica visti come dinieghi dell’antropologia della fede. Lì è la minaccia all’universalismo dogmatico del cattolicesimo le cui mura reggono a fatica l’assalto non solo di altre religioni ma della contemporaneità. È così che s’invoca la difesa dei fondamentali del proprio credo nell’angoscioso timore della «scomparsa di Dio» e si dà indicazione esplicita dell’oggetto del conflitto: l’uomo come creatura intangibile dall’embrione alla morte, la sessualità bifocale, l’illegittimità del biotestamento e dell’eugenetica, la sacrale intangibilità della famiglia. Qui si gioca il rapporto tra missione salvifica e agire personale poiché è impossibile reggere lo scontro senza un’autonoma visione del conflitto sociale e politico. Pare cogliersi una richiesta di soccorso alla passata elaborazione magistrale in epoca moderna e contemporanea (le grandi encicliche come la Mater et magistra, la Pacem in terris, la Centesimus annus) tipica dell’impatto con il capitalismo in cambiamento da Taylor al liberismo, rispetto alla quale tuttavia è necessario un aggiornamento come richiesto dalle sconvolgenmti dinamiche attuali, ma non tale da denegare l’osservazione basilare di Giovanni XXIII sul «carattere preminente del lavoro quale espressione immediata della persona nei confronti del capitale, bene di sua natura strumentale». Ma come stare in campo? Sono evidenti e in crescita posizioni diversificate nella tattica gestionale del rapporto Chiesa-Stato e Chiesa-società. Si colgono due piani non comunicanti: da un lato la denuncia sdegnata che si alza dalla periferia credente, dall’altro il ‘realismo’ della tattica contrattuale col potere politico. Se ne colgono segni anche nella pubblicistica ecclesiale: la durezza di «Famiglia cristiana», la critica contenuta ma visibile di «Avvenire», l’algida registrazione dell’«Osservatore romano». Ambedue questi atteggiamenti, inoltre, impattano con una certa crisi delle vocazioni (una fonte interna parla di un deficit di diecimila mancati accessi nel 2010 e di una previsione un po’ meno grave nel 2011 grazie all’apporto di immigrati. È perfino accaduto che si sia riaperta l’antica tensione tra il monopolio maschile della gerarchia e l’impulso egualitario della giovane generazione femminile. Fenomeni, questi, solo in parte compensati dalla forza attrattiva delle iniziative di solidarietà sociale e umanitaria in cui la comunità fedele dà il meglio di sé e da cui, dunque, sorgono le voci del rinnovamento. È obiettivamente complesso il problema del rapporto con la politica nel quadro di un regime concordatario, pur liberato dalla pretesa della «religione di Stato», in permanente bilico tra privilegio relazionale e rispetto delle autonomie imposto dal pluralismo e dal principio di uguaglianza. Non sono certo le calorose telefonate tra Berlusconi e Don Gelmini, col reciproco incoraggiamento a ‘non mollare’, che possono definire un equilibrio accettabile e operoso tra Chiesa e politica. La difficoltà principale deriva dal fatto che da un ventennio non c’è più un «partito unico dei cattolici». La diaspora ha cambiato in radice la lunga identificazione tra Chiesa, partito e governo (anche se meriterebbe una più attenta considerazieone il modo in cui la Dc gestì la difficile mediazione tra autonomia funzionale e fedeltà ecclesiale). In tempi di pluralismo politico-elettorale l’idea di un’ispirazione cristiana ha impattato con uno scenario radicalmente nuovo e caotico chiamato Seconda Repubblica. Con un po’ di ipocrisia si è pensato di affrontare la novità con il binomio lealtà istituzionale più salvaguadia del magistero. La reale dinamica della relazione – specie dopo la scomparsa di Vojtyla e l’apparizione di Berlusconi – si è piegata vistosamente verso la preferenza per il blocco di centrodestra e non solo per la presenza in esso di un partito minore dichiaratamente cattolico poi passato all’opposizione, ma tramite una relazione gerarchica tra l’episcopato e l’inconsueto titolare dell’esecutivo tanto generoso e cedevole sul terreno delle convenienze ecclesiali. Si potrebbero elencare infiniti episodi in merito, ultimo dei quali l’abolizione dell’Ici sui beni immobiliari ecclesiastici (una roba di 700 milioni sottratti ai Comuni). Ma non si tratta solo di questo pur pesante aspetto. Si paragoni la freddezza verso i governi Prodi con quanto visto con Berlusconi e il risultato apparirà in tutta la sua evidenza: esplicita cordialità (spesso con generose omissioni di giudizio) verso il miliardario di Arcore resosi spendibile con l’adesione al Partito popolare europeo. Dunque, una risposta ambiguamente generosa alla domanda di come articolare il rapporto tra Chiesa e politica. Il rapporto col berlusconismo è stato – specie nel dopo 2008 – emblematizzato dalla esibita cordialità tra il capo della Cei Bagnasco e il capo del governo nonché da omaggi molto pubblicizzati di quest’ultimo alla Santa Sede. Se ne sono colte conseguenze quando la gerarchia è rimasta fredda fino all’ostilità di fronte alla decisione di Casini di uscire dalla maggioranza e, ancor più, quando egli ha promosso il «terzo polo» con un Fini considerato ostico in quanto a diritti soggettivi e laicità (basta rilegge l’«Avvenire» di quei giorni). Qualche effetto pressorio la Cei lo ha ottenuto perfino del centrosinistra (bastino i nomi di Rutelli e Binetti). Ma tutto questo non ha potuto impedire l’impatto critico con l’inerzia governativa in fatto di crisi economica e di drammi sociali in salita. Si è accentuata la corrente critica nell’associazionismo provocando crepe nel troppo organico rapporto col governo con richiesta talora esplicita di passare dalla cordialità al distacco. Forse è qui la spiegazione dell’appello di Bagnasco ai cattolici perché si impegnino di più, in quanto tali, nell’agone politico senza tuttavia qualificarne il segno partitico. Appello che di per sé alludeva a una presa di distanza dal monopolio berlusconiano che in molti soffrivano come un ostacolo proprio all’espansione del protagonismo cattolico. Ma tutto questo era solo una pallida vigilia di uno sconquasso ben più clamoroso: l’affare Ruby-Berlusconi. Facile immaginare il vortice di interrogativi che dalla base ha investito la gerarchia. Ben prima che si alzassero voci autorevoli s’è udito un crescente rumore di fondo talora in termini allusivi (l’«Avvenire» scriveva: «I risultati dei cattivi esempi sono sotto gli occhi di tutti») ma sempre più in termini e destinazioni domestiche esplicite. Un esempio. Si ricorderà quale fu il segno del Family day di un anno addietro: tutto l’appoggio al diniego governativo alle domande promanate dal caso della ragazza Englaro in eterno buio esistenziale. Ecco che a gennaio 2011 lo stesso movimento alza la sua voce su Arcore: «Da noi nessun silenzio interessato, chiediamo chiarezza». Un grido rivolto alla gerarchia non meno che al cavaliere. A proposito del quale «Famiglia cristiana» denunciava: nessuno più di lui ha diviso il mondo cattolico. Solo dopo queste voci, e soprattutto solo dopo il drammatico ammonimento-denuncia del presidente della Repubblica è giunta la voce del cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, per accodarsi a quelle parole, a controprova che la gerarchia aveva bisogno di una copertura d’alto valore istituzionale. Da lì la sequenza delle prese di posizione più autorevoli, quella del Pontefice e infine quella della Conferenza episcopale Cei. Esplicito l’ammonimento alle istituzioni a ritrovare la moralità perduta in risposta allo sconcerto corale della comunità. Il maggior documento – l’omelia papale – va naturalmente interpretato in tutto il meccanismo di contenuto e di metodo. A me sembra che il senso sia nella contestualizzazione dello scandalo berlusconiano nel panorama di collasso morale dell’epoca. È qui che la Chiesa dice di voler motivare il proprio ruolo salvifico. La denuncia severa della surroga di una morale condivisa con la «visione riduttiva» della realtà che si affida alla convenienza soggettiva appare come la tabe esistenziale contro cui si deve affermare il messaggio e l’esempio della religione. Che questa idea non sia una mera scappatoia dalle difficoltà della missione ecclesiale è stato poi dimostrato dallo stesso Bagnasco alla conferenza di Ancona quando s’è calato più direttamente nella vicenda italiana. La denuncia di una «modernità liquida dominata dall’ideologia del mercato» e prona dinanzi al successo artificioso, alla scalata furba, al guadagno facile, al mercimonio di sé ha aperto il richiamo al concreto sociale altamente critico (la condizione giovanile anzitutto) in chiara contrapposizione allo spettacolo arcoriano di scandalosa violazione dell’artico 54 della Costituzione. Prese alla lettera queste proposizioni dovrebbero dislocare la Chiesa sul fronte di una globale riforma sociale come base oggettiva di un rinascimento etico-solidaristico. Ma è proprio qui che sorgono gli interrogativi di più che qualche osservatore laico. Dice il presidente dell’Azione Cattolica Miano che occorre una spinta a una più alta qualità della presenza cattolica in politica. A che cosa si riferisce quella «più alta qualità»? Basta col furbesco tatticismo verso le concessioni di questo governo? Basta con quella che Gian Enrico Rusconi definisce la «finzione» del predicar bene per poi sdraiarsi sul comune sentire con Berlusconi in fatto di legislazione su bioetica, fisco preferenziale, scuola sovvenzionata? Insomma c’è o no davvero un voltar le spalle a un governo che accumula, assieme a inerzia sociale, un esempio corruttivo rispetto a una limpida moralità? Da quale mai «strumentalizzazione» delle opposizioni la Chiesa dovrebbe guardarsi se considera intangibile la propria posizione? C’è o no un problema di rimodulare il rapporto tra la missione evangelica e la visione sancita dalla Costituzione italiana non certo riducibile al formalismo giurdico del rapporto tra i due Stati che riduce la relazione a una contrattualistica utilitaria? Questi interrogativi sembrano ora collocarsi sul terreno di una possibile evoluzione positiva. Ma sono ancora tutti lì, nel fuoco della crisi italiana e della confessata angoscia della Chiesa per la propria missione. Non siamo a Bisanzio, siamo nella Repubblica democratica italiana fondata sul lavoro!

Pubblicato in Studi e ricerche
Pagina 1 di 15