Lunedì, 28 Giugno 2021 00:00

Il conflitto Israele-Striscia di Gaza

La Laylat al-Qadr («Notte del destino») è uno dei momenti forti della vita di Gerusalemme. In tempi normali, centinaia di migliaia di musulmani accorrono da ogni parte della Palestina e di Israele all’Haram al-Sharif (il Nobile Santuario, un ampio complesso nella Città vecchia, che comprende la Cupola della roccia e la moschea di al-Aqsa) per celebrare questa notte santa.

La notte commemora la prima rivelazione del Corano al profeta dell’islam, Maometto. Ha luogo ogni anno, verso il termine del Ramadan – il mese di digiuno –, e i musulmani della Terra Santa la attedono con trepidazione per trascorrerla in preghiera, in meditazione e in comunità all’interno del sacro recinto. La novantasettesima sura del Corano descrive la Laylat al-Qadr come «migliore di mille mesi», e continua: «In essa discendono gli angeli e lo Spirito con il permesso del loro Signore per [fissare] ogni decreto. È pace, fino al levarsi dell’alba». Ma quest’anno, in cui Laylat al-Qadr è caduta l’8 maggio, non c’è stata pace, e i sogni di molti sono stati infranti dalla rinnovata esplosione di violenza che ha travolto gran parte di Israele e della Palestina.

Sebbene il divampare della violenza non sorprenda coloro che vivono nel cuore di quella piaga non curata che è Israele-Palestina, questa volta l’entità e l’intensità della violenza sono degne di nota.

Gerusalemme, una città sotto assedio

Il mese del Ramadan, iniziato il 12 aprile 2021, è stato contrassegnato dall’ombra della pandemia da Covid-19. A molti musulmani è stato impedito lo spostamento dalla Palestina a Gerusalemme, per la perdurante diffusione del virus e le poche vaccinazioni eseguite nella zona palestinese. Sebbene Israele continui a controllare quei territori, direttamente o indirettamente, disciplinando l’accesso alle aree considerate autonome, e nonostante il notevole successo che ha ottenuto nella lotta contro il coronavirus, il vaccino non è stato condiviso con i palestinesi.

I musulmani provenienti da Gerusalemme e dall’interno di Israe­le erano soliti confluire per la notte all’Haram al-Sharif. Quest’anno le autorità israeliane hanno deciso di vietare loro di radunarsi alla Porta di Damasco, la principale via di accesso per i palestinesi che si recano all’Haram. La piazza e le scalinate fuori di questa Porta sono abituale palcoscenico di eventi culturali e il punto d’incontro di tutti coloro che lasciano la Città vecchia prima di tornare a casa. Di solito qui le famiglie si scambiano saluti e notizie in un’atmosfera festosa.

La polizia israeliana si è presentata in forze e ha transennato l’area, disperdendo i musulmani che tentavano di radunarsi. Le successive proteste della comunità palestinese, guidate da giovani arrabbiati, hanno denunciato l’azione della polizia come un simbolo del perdurante e inarrestabile tentativo israeliano di impadronirsi dell’intera Gerusalemme Est.

Gli scontri intorno alla Porta di Damasco si sono estesi all’area dell’Haram. Le forze armate israeliane sono penetrate nelle moschee, e molte persone sono state ferite e arrestate all’interno della sacra spianata. Vedere l’intero Haram trasformato in una zona di guerra ha sconvolto, ancora una volta, i musulmani di tutto il mondo.

Poco a nord dell’Haram, il quartiere di Sheikh Jarrah è teatro di un altro tentativo israeliano che dura da anni. Si tratta di uno scenario di crescente violenza, fomentato dagli sfratti imposti a famiglie palestinesi a cui è stato ingiunto di abbandonare le case che avevano occupato all’indomani della guerra del 1948, quando fu istituito lo Stato di Israele. Queste famiglie, fuggite dal territorio divenuto israeliano, si stabilirono in proprietà fino allora abitate da ebrei, a loro volta insediatisi nelle nuove aree disponibili.

Può darsi che la restituzione delle proprietà ai possessori originari risponda a un principio di giustizia, tuttavia questo diritto di ripristino viene applicato esclusivamente agli ebrei. A loro volta, le centinaia di migliaia di palestinesi fuggiti o cacciati dai territori divenuti parte dello Stato israeliano avevano dovuto lasciare proprietà consistenti: case, campi e attività commerciali, che furono espropriati e consegnati agli ebrei immigrati nel Paese. Ora non c’è alcuna intenzione di restituirli agli arabi palestinesi che li possedevano in origine. Inoltre, non appena le proprietà di precedente appartenenza ebraica vengono evacuate dai palestinesi, a prendervi residenza non sono gli ex proprietari, ma coloni ebrei che vi si trasferiscono allo scopo di creare enclave ebraiche forti e sorvegliate nel cuore dei quartieri arabi. Il fenomeno è ben noto a Gerusalemme Est e ripercorre il processo analogo svoltosi nel quartiere di Silwan, nella parte sud della Città vecchia. Arabi ed ebrei progressisti protestano da anni, con scarsi risultati, contro le manovre israeliane a Sheikh Jarrah e a Silwan. In concomitanza con gli eventi alla Porta di Damasco, anche le proteste a Sheikh Jarrah sono diventate più violente.

Sheikh Jarrah, Silwan e la Porta di Damasco sono tre punti chiave di Gerusalemme Est che illustrano un principio generale. Da decenni Israele esercita un rigido controllo sulla parte araba della città, con la determinazione a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi che vi abitano. Subito dopo la guerra del 1967 le autorità israeliane avviarono la costruzione di veri e propri anelli di insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme Est, per separarla da Betlemme a sud, da Ramallah a nord e da Gerico a est. Contemporaneamente venne approvata la legge che annetteva Gerusalemme Est, definita parte integrante dello Stato di Israele a Gerusalemme Ovest, capitale «eterna» del popolo ebraico. Il muro che venne costruito all’inizio degli anni Novanta fu presentato dagli israeliani come una misura di sicurezza contro gli attacchi terroristici, ma di fatto ha ulteriormente diviso Gerusalemme Est dal resto del territorio palestinese.

In anni più recenti, le autorità israeliane hanno avviato un processo di mappatura del territorio e pianificazione urbana che prelude a una vasta confisca di terreni e impedisce ai palestinesi di sviluppare la città, di costruire quartieri residenziali e di avviare imprese commerciali. Molti abitanti di Gerusalemme Est, impossibilitati a trovare alloggio nella loro città, sono stati costretti a emigrare oltre i confini municipali israeliani di Gerusalemme, perdendo la residenza, e in molti casi questo ha comportato la confisca delle loro carte d’identità di Gerusalemme. Inoltre, i gerosolimitani che sposano palestinesi della Cisgiordania non possono risiedere con loro a Gerusalemme, perché ai partner è negato il diritto di soggiorno nella città. E se si trasferiscono con il coniuge in Cisgiordania, rischiano di perdere il loro diritto di residenza a Gerusalemme.

Una situazione di stallo politico

La soluzione degli innumerevoli conflitti che oggi investono Gerusalemme e i suoi residenti palestinesi dipende da un processo politico israelo-palestinese che è inesistente. Se, con un eufemismo benevolo, prima del 2017 lo si poteva definire «traballante», a partire da quella data esso è stato letteralmente devastato sotto i colpi dell’amministrazione Trump. Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la rottura delle relazioni ufficiali con i palestinesi e la legittimazione delle politiche di Netanyahu hanno seminato disperazione nei circoli palestinesi.

Più recentemente, il divieto israeliano ai palestinesi di Gerusalemme Est di partecipare alle elezioni politiche generali della Palestina, previste per il mese di maggio del 2021, è servito da giustificazione per l’annullamento dell’intero appuntamento elettorale. Molti palestinesi sono convinti che la vera ragione di questo rinvio fosse dovuta al timore del presidente Mahmoud Abbas di perderle, a vantaggio della fazione islamica di Hamas. Più in generale, gli abitanti di Gerusalemme Est si sentono del tutto abbandonati dall’Autorità palestinese nel far fronte ai tentativi israeliani di controllare Gerusalemme e ritengono che essa preferisca concentrare gli sforzi diplomatici e politici sulla lotta per mantenere l’integrità dei restanti territori in Cisgiordania fuori dalla zona di Gerusalemme.

Un ulteriore contributo a questo stallo politico viene dalla situazione dello Stato israeliano. Nel luglio 2019 Benjamin Netanyahu è diventato il primo ministro israeliano più longevo di sempre, superando David Ben Gurion. Dopo le ultime elezioni israeliane del 23 marzo 2021, egli è stato nuovamente incaricato di provare a formare un nuovo governo. Ma, di fronte alle crescenti critiche che gli venivano non solo dal centro e dalla sinistra israeliani, ma anche dalla destra, necessitava di un sostegno più consistente di quello che gli potevano offrire i suoi alleati ebrei ultraortodossi. Pertanto ha promosso la formazione di una coalizione di estrema destra, che comprendeva esponenti di gruppi estremisti ben noti per il rifiuto di qualsiasi compromesso con i palestinesi e per il razzismo nei confronti di tutti gli israeliani «non ebrei». Queste forze politiche sono entrate in Parlamento all’indomani delle elezioni, convinte che la tenuta di Netanyahu dipendesse da loro e che quindi lui le avrebbe assecondate.

Il 22 aprile, un mese dopo le elezioni, questi gruppi israeliani estremisti hanno organizzato una marcia su Gerusalemme Est, con il proposito dichiarato di restituire l’onore agli ebrei nella città: onore offeso dai video pubblicati sui social media da alcuni giovani palestinesi, che si erano ripresi mentre compivano bravate, come schiaffeggiare e spintonare ebrei in luoghi pubblici. Quelle immagini sono state sfruttate come combustibile per alimentare l’indignazione popolare. Centinaia di attivisti si sono radunati a Gerusalemme Ovest, innalzando striscioni e cantando slogan che minacciavano gli arabi mentre marciavano verso la Porta di Damasco. La polizia israeliana non ha sciolto il corteo, limitandosi a impedire l’accesso dei partecipanti all’area della Porta di Damasco. La violenza, già in corso a causa delle barricate erette dalla polizia, si è intensificata, provocando molti feriti. Bande di manifestanti ebrei sono tornate a Gerusalemme Ovest e hanno aggredito qualsiasi cittadino arabo incontrassero. Pochi giorni dopo, il 25 aprile, la polizia ha annullato la misteriosa e inspiegabile decisione di occupare la Porta di Damasco, ritirandosi e consentendo la rimozione delle transenne. Tuttavia la calma non è durata a lungo, e nelle sere del Ramadan la tensione è rimasta alta.

Quando si è giunti alla Laylat al-Qadr dell’8 maggio, le elezioni palestinesi erano state rinviate a tempo indeterminato e il mandato di Netanyahu di formare un nuovo governo era ormai scaduto. Il 4 maggio, infatti, il presidente israeliano Reuven Rivlin aveva conferito il compito di formare un governo a Yair Lapid, capo dell’opposizione. Questi ha cercato di dare vita a una coalizione anti-Netanyahu, basandola sulle accuse di corruzione contro il premier e sulla sua rottura con gli altri leader della destra israeliana. In sostanza, ha cercato consenso contro la persona di Netanyahu, piuttosto che creare un’alternativa credibile per la società israeliana, e quindi si è visto costretto a ignorare l’attuale situazione instabile per non alienarsi i potenziali alleati di sinistra e di destra. Nel frattempo, Netanyahu ha continuato a governare in attesa che si giungesse alla nomina di un suo successore.

Mentre la Laylat al-Qadr calava sulla città, le autorità israeliane hanno deciso di fermare le decine di pullman che trasportavano a Gerusalemme i fedeli musulmani provenienti dall’entroterra. I passeggeri, tutti cittadini israeliani musulmani, sono scesi dai pullman e si sono avviati a piedi verso la Città santa, convinti che la polizia si sarebbe comportata con maggiore prudenza verso di loro di quanto avesse fatto con i residenti di Gerusalemme Est e degli altri territori occupati. Questo, nel giro di breve tempo, ha indotto le autorità a tornare sulla loro decisione, e i pullman hanno ripreso il viaggio, ma il danno era stato fatto e i pellegrini ribollivano di rabbia. Quella che era vista come la profanazione di un momento e di un luogo sacro ha infiammato i musulmani ovunque, e in particolare nelle città e nei paesi della Palestina e di Israele.

Due giorni dopo la Laylat al-Qadr, il 10 maggio, migliaia di ebrei israeliani sono affluiti a Gerusalemme per celebrare l’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. Yom Yerushalayim («Giorno di Gerusalemme») è una commemorazione annuale che ogni anno ha comportato crescenti tensioni in città. L’evento principale consiste nella «Marcia delle bandiere», in cui migliaia di giovani ebrei israeliani sfilano per le strade di Gerusalemme sventolando bandiere israeliane e cantando canzoni nazionaliste. Durante la marcia attraversano la Porta di Damasco e percorrono il Quartiere musulmano della Città vecchia, diretti al Muro occidentale, luogo sacro e simbolo ebraico, che è situato subito sotto l’Haram al-Sharif. Con un ordine dell’ultimo minuto, il primo ministro Netanyahu ha annullato la parata attraverso la Città vecchia, ma la frustrazione e la rabbia erano già montate e con esse la violenza fuori e dentro l’Haram e nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Palestinesi che sono israeliani

La violenza a Gerusalemme Est, e in particolare nell’Haram, ha suscitato forti reazioni non soltanto tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana entro i territori sequestrati nella guerra del 1967, ma anche tra quei palestinesi che sono cittadini di Israele e vivono all’interno dei confini internazionali definiti nel 1948. Molti di loro avevano sperimentato in prima persona le tensioni a Gerusalemme in occasione del viaggio all’Haram. Gli arabi palestinesi che sono cittadini dello Stato di Israele costituiscono circa il 21% della popolazione complessiva e prendono parte alla vita politica israeliana. Nelle elezioni del 2020, una coalizione di quattro partiti prevalentemente arabi, la Lista comune, era riuscita a ottenere 15 dei 120 seggi parlamentari, un vero primato.

A tenere unita tale coalizione era l’opposizione, concorde sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi e sulla discriminazione nei confronti degli arabi all’interno di Israele. Questo programma condiviso è stato tuttavia sconfessato da un importante politico arabo conservatore, Mansour Abbas, che è a capo di una delle quattro formazioni che compongono la coalizione. Abbas non solo ha rotto con gli alleati, ma ha avviato colloqui con la destra israeliana, con l’intento di sostenere un governo Netanyahu. Abbas condivide con la destra israeliana un approccio conservatore a varie questioni sociali. Constatata la scissione della Lista comune, alle elezioni del 2021 molti cittadini arabi di Israele non sono andati a votare. Il consenso ai partiti prevalentemente arabi è sceso da 15 seggi a 10 (sei alla Lista comune e quattro al partito conservatore di Abbas). Dopo le elezioni, la necessità, per Netanyahu, del sostegno di Abbas nella formazione di un governo è diventata stringente. Ma altri suoi alleati, gli estremisti di destra, hanno rifiutato di accettare il coinvolgimento degli arabi nella coalizione che si cercava di formare.

Il rifiuto che gli alleati di Netanyahu hanno opposto ad Abbas ha evidenziato ancora una volta la discriminazione verso i cittadini arabi palestinesi di Israele. Pur avendo il diritto di voto, essi sono confinati in un regime di discriminazione che tocca quasi ogni aspetto della loro vita in uno Stato che si autodefinisce «ebraico», sebbene insista a proclamarsi democratico. Nel 2018, il Parlamento israeliano ha approvato una legge che ribadiva che Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, evidenziando ancora una volta la natura problematica della democrazia israeliana. La discriminazione che colpisce gli arabi è particolarmente evidente nei settori dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dell’occupazione, dello sviluppo della comunità, della proprietà territoriale e dei servizi municipali. Un’altra conseguenza devastante di questo regime discriminatorio è determinata dall’assenza della polizia nelle località arabe: per questo vi sono sbocciati la criminalità, lo spaccio di armi e quello della droga, che ogni anno provoca decine di morti tra i giovani e gli adulti. L’uguaglianza dei cittadini arabi in Israele è, insieme all’occupazione dei territori palestinesi, una delle principali questioni politiche all’interno della società israeliana.

Questa disparità appare più evidente che mai nelle città in cui convivono cittadini ebrei e arabi: Jaffa, Ramla, Lidda, Haifa, Acri e Nazaret. Ai quartieri ebraici viene riservata la maggior parte dei contributi e dei progetti di sviluppo, causando una disuguaglianza evidente per qualsiasi osservatore che paragoni le infrastrutture nei diversi settori di queste località. Gli ebrei e gli arabi che hanno assistito agli eventi di Gerusalemme hanno trasformato queste città in campi di battaglia paralleli. Estremisti ebrei e giovani arabi furibondi si sono scontrati nelle strade. Davanti allo spettacolo dei vicini che aggredivano i vicini e ne distruggevano le proprietà, la discriminazione ha avuto di nuovo la meglio, perché la polizia ha arrestato per lo più arabi e spesso ha chiuso gli occhi sulla violenza ebraica. L’esplosione dell’odio e della vendetta, in particolare nelle città miste, ma in generale in tutto il settore arabo, per le autorità israeliane costituisce una sfida forse ancora più grande che non gli eventi di Gaza, perché intacca il tessuto sociale israeliano e smentisce i ricorrenti slogan sulla coesistenza arabo-israeliana all’interno di Israele.

Gaza ruggisce e geme

Il 10 maggio, mentre gli entusiasti partecipanti al «Giorno di Gerusalemme» si accingevano a far partire la loro parata, diretta oltre la Porta di Damasco e attraverso il quartiere musulmano, Hamas, il movimento islamico che a Gaza costituisce anche il governo locale, ha pronunciato un ultimatum per gli israeliani, chiedendo il ritiro immediato delle loro forze armate dall’Haram. Se non fossero state immediatamente rimosse, Hamas minacciava di bombardare di missili Gerusalemme e altre città israeliane. Per molti, in tutto il mondo, l’intera vicenda che stiamo riepilogando ha avuto inizio quando Hamas ha effettivamente lanciato i suoi missili. Questo atto di guerra ha attirato l’attenzione di un mondo sostanzialmente annoiato dalle continue schermaglie tra israeliani e palestinesi.

Hamas, che è di ideologia islamica e considera la distruzione di Israele come un proprio obiettivo, da molti mesi aveva promosso un periodo di pace con Israele, dialogando con i rappresentanti di Netanyahu attraverso mediatori egiziani ed europei. Il bombardamento di Israele, compiuto in nome della difesa della moschea di Al-Aqsa, probabilmente ha dato sfogo anche alla frustrazione accumulata in mesi di negoziati infruttuosi. Inoltre, Hamas aveva sperato che la programmata tornata elettorale palestinese avrebbe portato a una sua vittoria, sicché il rinvio delle elezioni è stato un duro colpo.

In sostanza, sia Netanyahu sia i dirigenti di Hamas hanno scelto di impegnarsi in un conflitto aperto e violento animati da secondi fini: Netanyahu per rimanere al potere; e i dirigenti di Hamas per guadagnarsi il sostegno popolare senza il processo elettorale. Alla luce della crisi in atto, figure importanti dell’opposizione a Netanyahu hanno abbandonato i tentativi di formare un governo alternativo, e molti palestinesi hanno applaudito alla spavalderia di Hamas.

Il boato proveniente da Gaza è risuonato in tutto Israele. La pioggia di missili ha fatto correre israeliani terrorizzati nei rifugi, e un certo numero di loro è morto sotto il fuoco (10 persone entro il mezzogiorno del 17 maggio). I missili sono piovuti sulle aree meridionali (comprese le città di Beer Sheva, Sderot e Ashkelon), ma hanno raggiunto anche il centro del Paese e le zone intorno a Tel Aviv e a Gerusalemme. Hamas ha rivelato un arsenale più imponente di quanto la maggior parte degli israeliani si aspettasse. La rappresaglia israeliana è stata immediata e violenta. Fino al 17 maggio, 196 abitanti di Gaza erano stati uccisi dai bombardamenti, oltre 1.200 persone erano rimaste ferite, e i danni materiali erano enormi.

Al ruggito di Gaza ha fatto eco il gemito continuo di un’area che è di nuovo insanguinata e devastata. Gaza è da anni sotto assedio e sotto il controllo di un regime islamico autoritario. Con i suoi vasti campi profughi, è fortemente sovrappopolata; oltre il 70% degli abitanti sono discendenti di rifugiati da quelle aree della Palestina che nel 1948 divennero israeliane. Di fatto, Gaza è il luogo più densamente popolato della Terra: conta due milioni di persone che vivono in un’area geografica di 364 chilometri quadrati. La disoccupazione è vicina al 50%; l’elettricità scarseggia, con forniture che non superano le otto ore al giorno; quasi assenti sono le infrastrutture idriche e fognarie. Lo sviluppo economico è pressoché inesistente. La miseria di Gaza è proverbiale quanto la vitalità e la prosperità di Tel Aviv.

Quanto manca all’alba?

Mentre il mondo sta a guardare, israeliani e palestinesi continuano a combattere. Purtroppo, questa non è una novità, né una sorpresa. Quella di Israele-Palestina è da decenni una ferita non curata. Vi assiste gran parte del mondo, esprimendo generiche condanne della violenza e torcendo il linguaggio in modo che rimanga imparziale e, alla fine, inefficace. La ferita resta insanguinata e non medicata. Anche adesso chi si adopera per placare gli animi e far tacere le armi fa affidamento sulla stanchezza. In definitiva, l’obiettivo rimane «ristabilire la calma», in modo che la vita possa continuare. Tuttavia, quando la vita continuerà, e così sarà, per la maggior parte dei palestinesi si tratterà di una vita ancora sotto occupazione e all’ombra della discriminazione, e per la maggior parte degli israeliani di una vita vissuta nel timore di rappresaglie e violenze. Una piaga non curata come Israele-Palestina continuerà a suscitare ideologie improntate all’odio e alla vendetta, che generano disprezzo e promuovono la violenza. Perché la realtà è guerra fino al levarsi dell’alba, l’alba di un nuovo giorno.

Il Pontefice è intervenuto due volte al Regina Coeli sul conflitto. Il 9 maggio ha invitato «tutti a cercare soluzioni condivise affinché l’identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa sia rispettata e possa prevalere la fratellanza». Il successivo 16 maggio ha denunciato la «spirale di morte e distruzione», affermando: «Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere». Ha invitato tutti a pregare «incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli».

Una dichiarazione rilasciata dal Patriarcato latino di Gerusalemme il 9 maggio, giornata intermedia tra la Laylat al-Qadr e il «Giorno di Gerusalemme», riferendosi a Gerusalemme, auspica l’alba di un nuovo giorno: «La nostra Chiesa è stata chiara sul fatto che la pace richiede giustizia. Fintantoché i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia, e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l’ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette». Queste parole riguardo a Gerusalemme si possono estendere all’intero Israele-Palestina. Secondo questa dichiarazione, tutti – israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani – devono avere «lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla pace». Inoltre, il Patriarcato si è spinto a immaginare un giorno in cui Gerusalemme possa essere «un luogo di preghiera e di incontro aperto a tutti, e dove tutti i credenti e i cittadini, di ogni fede e appartenenza, possono sentirsi “a casa”, protetti e sicuri». Sarebbe davvero l’alba di un nuovo giorno, un giorno di pace.

* * *

Il 21 maggio 2021, alle 2 del mattino, è entrato in vigore un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto dopo che l’amministrazione statunitense è riuscita a far comprendere al primo ministro israeliano Netanyahu che i bombardamenti su Gaza dovevano finire. Sia l’amministrazione Netanyahu sia Hamas hanno immediatamente rivendicato la vittoria, entrambe le parti sottolineando la distruzione che avevano causato nelle vite di quelli della parte avversa. Dodici erano i morti da parte israeliana – tra cui tre lavoratori immigrati e due cittadini arabi palestinesi di Israele –, mentre 226 palestinesi erano morti a causa dei bombardamenti israeliani di Gaza, e altri 12 palestinesi erano stati uccisi dai soldati israeliani in Cisgiordania. Nonostante le affermazioni in senso contrario, è improbabile che quest’ultimo conflitto abbia aggiunto qualcosa di positivo alla risoluzione delle cause profonde della violenza. L’unica domanda che rimane ora è quanto durerà la calma prima del prossimo ciclo di violenza.

Da "https://www.laciviltacattolica.it/" Il conflitto Israele-Striscia di Gaza di David Neuhaus

Pubblicato in Passaggi del presente

Nell’arco di quarantott’ore la natura del conflitto è cambiata. Gli scontri tra i manifestanti palestinesi e le forze dell’ordine a Gerusalemme si sono trasformati in una guerra aperta nella Striscia di Gaza, e il bilancio si è improvvisamente aggravato, con almeno quaranta morti.

È l’escalation nell’uso delle armi ad aver fatto impennare il numero delle vittime. Centinaia di razzi sono stati lanciati da Hamas contro Israele dalla Striscia di Gaza. Alcuni hanno superato la “cupola d’acciaio”, il sistema antimissile israeliano.

Cinque israeliani sono stati uccisi dai razzi, mentre a Gaza 35 palestinesi, tra cui dodici bambini, sono morti a causa della rappresaglia israeliana. Nel pomeriggio dell’11 maggio ottanta aerei israeliani hanno bombardato la Striscia, e in serata le sirene hanno suonato a Tel Aviv per avvisare di un nuovo lancio di razzi.

Conflitto irrisolto
Come siamo passati dalle violenze nelle piazze a una guerra combattuta con aerei e razzi, che rischia di non fermarsi? Come sempre succede in questa regione, gli incidenti isolati risvegliano conflitti mai risolti.

Nella sua cronologia degli eventi, il quotidiano israeliano Haaretz fa risalire lo scoppio della crisi al primo giorno di Ramadan, quando le autorità israeliane hanno cambiato il dispositivo di sicurezza alla porta di Damasco, principale via d’accesso alla città vecchia e ai luoghi di preghiera. Davanti alla porta, c’è il quartiere storico di Sheikh Jarrah, già in fibrillazione a causa delle espulsioni dei residenti palestinesi. I palestinesi si sono rifiutati di rispettare le nuove regole sulla sicurezza, giudicate “umilianti”.

C’è un vuoto di potere sia sul fronte israeliano sia su quello palestinese

Poi un video pubblicato su TikTok ha mostrato un giovane palestinese che schiaffeggiava un giovane ebreo ultraortodosso a Gerusalemme. Il video è diventato virale, come una sfida puerile lanciata dagli adolescenti all’onnipotente stato ebraico. A quel punto alcuni israeliani di estrema destra hanno lanciato una caccia all’uomo nei quartieri palestinesi, e la violenza si è messa in moto. Cominciata su TikTok e finita con i bombardamenti: è la guerra del ventunesimo secolo.

Ma questo non basta a spiegare tutto. Esiste anche il contesto politico. Sul fronte israeliano c’è un vuoto di potere nonostante tre elezioni nell’arco di poco tempo. Benjamin Netanyahu dovrebbe limitarsi agli affari correnti, eppure ha il potere di decidere se fare la guerra e la pace.

Sul versante palestinese il vuoto è ancora più sorprendente. Da quindici anni i palestinesi sono divisi tra la Striscia di Gaza, controllata dagli islamisti di Hamas, e l’Autorità palestinese in Cisgiordania, guidata da un Abu Mazen, il cui mandato è terminato da tempo, così come il suo credito politico.

Scatenando la battaglia a partire dal suo feudo, Hamas rivendica la leadership palestinese e prova ad approfittare dell’indebolimento del suo rivale storico, Al Fatah, la formazione in passato guidata da Yasser Arafat e ormai senza un capo né un progetto politico.

I giovani palestinesi, dal canto loro, non hanno fiducia in questi partiti che non sono in grado di offrirgli un futuro. Ma il rifiuto di un’occupazione senza speranze e senza fine assume la forma di un’ondata di violenza di cui nessuno può prevedere la fine.


Da "https://www.internazionale.it" Un mese di violenze, dalle strade di Gerusalemme ai cieli di Gaza di Pierre Haski, France Inter, Francia

Pubblicato in Passaggi del presente

Il gesuita p. Karl Rahner è stato uno dei primi a riconoscere che il Concilio Vaticano II aveva trasformato la Chiesa cattolica occidentale in una Chiesa mondiale. Egli ha affermato: «Il Concilio Vaticano II è stato il primo grande evento ufficiale, in cui la Chiesa si è attuata come Chiesa mondiale»[1]. Se infatti nel Concilio Vaticano I erano presenti anche vescovi di Paesi non occidentali, essi tuttavia erano per lo più vescovi missionari di origine europea e nordamericana. I vescovi intervenuti al Vaticano II provenivano da 116 Paesi, la maggior parte dei quali erano nativi: il 36% venivano dall’Europa, il 23% dall’America Latina, il 12% dal Nord America, il 20% dall’Asia e dall’Oceania e il 10% dall’Africa. Nel Sinodo straordinario dei vescovi del 1985, a Roma, il 74% dei vescovi proveniva da Paesi diversi dall’Europa o dall’America settentrionale, e questo rispecchiava la proporzione (più del 70%) dei cattolici in tutto il mondo.

La più antica istituzione del mondo, la Chiesa cattolica, è davvero una Chiesa globale[2]. Con 1,3 miliardi di membri, essa rappresenta oltre il 50% dei 2,5 miliardi di cristiani nel mondo. Questi enormi numeri e l’organizzazione internazionale ne fanno un attore transnazionale. Stime recenti attestano la percentuale dei protestanti a circa il 37%, e quella delle varie Chiese ortodosse al 12%. Altre comunità, meno tradizionali, come cristiani scientisti, mormoni, testimoni di Geova, rappresentano circa l’1%. E oggi sono in rapida crescita le comunità pentecostali, carismatiche o del Rinnovamento, con oltre 682 milioni di membri[3].

Cambiamenti demografici

Tuttavia il volto del cristianesimo mondiale oggi sta cambiando. Le principali Chiese europee e nordamericane continuano a perdere membri, e ciò avviene in misura particolarmente rilevante in quelle cattoliche. In America Latina, patria di circa 425 milioni di cattolici, con la crescita del cristianesimo evangelico e pentecostale c’è stato un esodo dalla Chiesa cattolica di decine di milioni di membri. I pentecostali oggi si attribuiscono circa il 70% di tutti i protestanti latinoamericani. Basandosi su un culto soprannaturale, emotivo, e sulle preghiere di guarigione, spesso predicano il «vangelo della prosperità», o vangelo della salute e della ricchezza, che affonda le radici nel pentecostalismo statunitense[4]. Proprio il pentecostalismo, nelle sue varie forme, si è dimostrato particolarmente attraente per i poveri dell’America Latina. I pentecostali sono evangelizzatori efficaci, con il loro zelo nel comunicare la loro fede, l’accento posto sui doni carismatici e un’esperienza soggettiva di Dio. Tutti elementi che la teologia occidentale ha perso di vista da lungo tempo.

Negli Stati Uniti la percentuale di cattolici è scesa dal 23 al 20%, con la maggiore diminuzione nel Nord-est[5]. Le perdite sono più sensibili tra i giovani adulti. Il 36% dei post-Millennial (giovani fra i 18 e i 24 anni) non ha rapporti con alcuna tradizione religiosa. Essi spesso vengono chiamati «i non», per la risposta negativa che danno alle domande sulla propria affiliazione religiosa.

Nel 1910 l’Europa ospitava il 65% dei cattolici del mondo, a fronte dell’esiguo 24% odierno[6]. Questo calo è dovuto, tra l’altro, ai bassi tassi di fertilità, al fatto che la maggior parte dei cristiani è anziana e aumentano le persone che abbandonano il cristianesimo. Il numero delle persone che partecipano alla Messa continua a diminuire. Il declino non riguarda soltanto i cattolici: un’indagine di Stephen Bullivant ha rilevato che in 12 dei 22 Paesi europei da lui esaminati oltre la metà dei giovani adulti dichiara di non identificarsi con una particolare religione o denominazione.

Tuttavia, mentre in Occidente è in declino, il cristianesimo sta esplodendo in Africa, in Asia e in America Latina, ovvero nelle zone che di solito vengono denominate «il Sud del mondo». Secondo un’inchiesta del Pew Research Forum, più di 1,3 miliardi di cristiani (61%) vivono nel Sud del mondo, rispetto ai circa 860 milioni che vivono in Europa e Nord America (39%)[7].

In Africa, la crescita del cristianesimo è stata straordinaria: dai nove milioni del 1900 ai circa 380 milioni di oggi. Secondo Todd Johnson e i suoi collaboratori, «entro il 2050 probabilmente ci saranno più cristiani in Africa (1,25 miliardi) che in America Latina (705 milioni) ed Europa (490 milioni) messe insieme»[8]. Questo significa che cesserà il dominio numerico dell’Europa sul cristianesimo globale, come avveniva in passato.

In Asia il cristianesimo continua a crescere, soprattutto nelle sue espressioni evangeliche e pentecostali. I 17 milioni di evangelici e pentecostali asiatici presenti nel 1970 oggi si sono moltiplicati fino a superare i 200 milioni. A Singapore, nella Corea del Sud e nelle Filippine esistono Mega-Chiese con decine di migliaia di membri. In Indonesia e in Malesia l’adesione al cristianesimo cresce tra buddisti e confuciani. Molte di queste Chiese predicano il vangelo della prosperità. In Cina il cristianesimo continua a progredire, nonostante gli sforzi dell’attuale governo per controllarlo. Si stima che i cattolici oscillino tra i 10 e i 12 milioni, con una crescita lenta. I cristiani evangelici e pentecostali sono tra i 40 e i 60 milioni, anche se c’è chi ipotizza numeri più elevati, fino a 100 milioni.

Sfide

Sebbene il Concilio Vaticano II abbia fatto molto per rinnovare e rivitalizzare la Chiesa, essa oggi si trova ad affrontare molte sfide, oltre al calo dei suoi membri. Gravi danni sono stati causati dagli abusi sessuali su minori da parte di esponenti del clero, ossia dalla crisi più grave che la Chiesa abbia dovuto affrontare dai tempi della Riforma a oggi. Il problema, inizialmente liquidato da alcuni a Roma come una questione americana, adesso è mondiale[9].

Un’altra sfida è quella della carenza di sacerdoti, a mano a mano che molti di quelli finora attivi raggiungono l’età della pensione e che le nuove vocazioni al ministero ordinato diminuiscono. In Europa molte parrocchie vengono chiuse o riunite in centri pastorali. Alcuni Paesi dipendono sempre più dal clero nato all’estero.

Chiare sfide sono costituite anche dalla diversità culturale e dal pluralismo religioso. In quanto comunità globale, la Chiesa cattolica è presente in Paesi sempre più laici e convive con altre religioni non sempre ben disposte nei suoi confronti. Se in America Latina i cattolici si adoperano con scarso successo per stabilire relazioni migliori con le fiorenti Chiese pentecostali, in Cina, in India e in alcuni Paesi islamici devono fare i conti con governi ostili, pressioni politiche, assenza di libertà religiosa, e persino persecuzioni. Molte Chiese nazionali sono lacerate da fazioni interne che rappresentano una minaccia per l’unità. Infine, si dovrà vedere come le Chiese si riprenderanno dalle chiusure dovute alla pandemia e dal conseguente cambiamento delle pratiche religiose.

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco si è impegnato a spingere la Chiesa in avanti, proiettandola verso un mondo tanto bisognoso del Vangelo e distogliendola da una focalizzazione «autoreferenziale» su se stessa e sui propri problemi. Il Papa immagina un discepolato missionario, capace di combattere i «miti della modernità» («individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole»[10]) e di portare la buona notizia alle periferie, a tutti gli esclusi: i poveri, i migranti, i sofferenti. Egli desidera che la Chiesa venga conosciuta non per ciò a cui è contraria, ma per quello a cui è favorevole, una Chiesa che costruisce ponti. Quale aspetto potrebbe assumere una Chiesa siffatta?

Guardare avanti

Nel 2009 John Allen ha pubblicato un libro sulla Chiesa del futuro. A partire dalla considerazione dello spostamento demografico della maggioranza dei cristiani dall’Europa e dall’America settentrionale verso il Sud del mondo, prevedeva che il cattolicesimo futuro sarebbe stato molto diverso. Esso sarà per lo più non occidentale, non bianco e non ricco, più conservatore sulle questioni sessuali, più liberale sui temi della giustizia sociale; sarà contrario alla guerra, favorevole alle Nazioni Unite e diffidente verso il capitalismo del libero mercato; più biblico ed evangelico nell’affrontare le questioni culturali; più attento alla propria forte identità cattolica di fronte al pluralismo religioso. La Chiesa del futuro sarà più giovane, più ottimista e più aperta alla pratica religiosa indigena[11].

Che cosa potremmo aggiungere, alla luce degli sforzi che papa Francesco sta compiendo per rinnovare la Chiesa, soprattutto di fronte alle sfide che abbiamo considerato?

Una Chiesa policentrica

La Chiesa di domani sarà policentrica anziché eurocentrica. Francesco auspica che venga maggiormente riconosciuta l’autorità magisteriale delle Conferenze episcopali nazionali e regionali ed esorta a pensare con tutta la Chiesa, non solo con la gerarchia. Mette in risalto la «sinodalità», vale a dire il «camminare insieme», resistendo alla tentazione di governare in modo verticale, dall’alto verso il basso[12]. In un contesto di pluralità di culture, la sinodalità svolgerà un ruolo sempre più importante, favorendo la varietà nella teologia, nella liturgia e nella pratica pastorale. In qualche misura questo processo è già in atto nel lavoro che le Chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina stanno compiendo per inculturare la loro fede.

Il pentecostalismo ha lasciato il segno nelle liturgie e nella catechesi dell’America Latina. I teologi africani si stanno impegnando per sviluppare una teologia autenticamente africana, dove le donne hanno un ruolo sempre più importante. Le Chiese asiatiche, soprattutto quella che è in India, lottano per presentare Gesù come Parola di Dio e salvatore in un contesto di pluralismo religioso e in una condizione di minoranza. In futuro ci potranno essere nuovi centri di autorità, basati sulle Conferenze episcopali nazionali o regionali, sul modello della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) con sede a Washington, e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc). Un processo del genere potrà svilupparsi se si realizzerà la visione che Francesco ha di una Chiesa più sinodale.

Una «governance» più inclusiva

Una Chiesa decentralizzata e policentrica sarà caratterizzata da una governance più inclusiva. Le Chiese del Sud del mondo parlano sempre più con voce propria e pongono questioni vitali per la loro vita e missione ecclesiale. Spesso apportano nuovi problemi, avvalendosi anche della simultaneità delle comunicazioni moderne e dei social media. Molti cattolici si sforzano di essere più inclusivi riguardo a coloro che sono diversi.

Dato che a tutt’oggi i vescovi cattolici sono circa 5.600, le difficoltà logistiche connesse a un eventuale nuovo Concilio ecumenico fanno pensare che negli anni a venire il Sinodo dei vescovi svolgerà un ruolo sempre più importante. Potrebbe anche rendersi necessario un cambiamento nella struttura del Sinodo, affinché esso divenga qualcosa di più che un semplice Sinodo di vescovi in cui il diritto di voto spetta solo al clero[13]. Talvolta è accaduto che laici, uomini e donne, abbiano preso parte a gruppi linguistici sinodali, e si possono trovare altre modalità per coinvolgerli in maniera efficace.

I due Sinodi sul matrimonio e sulla famiglia (2014-15) e il Sinodo dell’ottobre 2019 sull’Amazzonia sono stati molto diversi da quelli che li hanno preceduti. Al loro interno si è sviluppata una libera discussione su questioni controverse, come non si verificava dal Concilio Vaticano II. Con quello che è stato definito un «esercizio di sinodalità» i vescovi francesi hanno allargato la loro Assemblea plenaria del novembre 2019, consentendo a ciascun vescovo di essere accompagnato da due fedeli, uomini o donne, ordinati o laici, per riflettere insieme a loro sulla missione futura della loro diocesi. Anche la Germania sta sviluppando un processo sinodale.

I laici, uomini e donne, potrebbero essere rappresentati meglio anche nei dicasteri vaticani e dovrebbero avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi. L’attuale sistema non sempre riesce a essere rappresentativo di tutte le voci ecclesiali. Un sistema di candidature da parte delle diocesi locali, con il diritto del Papa di prendere la decisione finale, potrebbe rendere possibili al tempo stesso la partecipazione locale e la supervisione papale.

Verso le periferie

Papa Francesco esorta i cattolici – anzi, tutti i cristiani – a «uscire dalla propria comodità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium [EG], n. 20). Egli mette al centro delle sue preoc­cupazioni i poveri, gli svantaggiati e i migranti. E se la Chiesa vuole riuscire a evangelizzare le diverse culture in cui vive, deve inculturarsi (cfr EG 68; 116-128). Significativi sono, a questo riguardo, la scelta, da parte di papa Francesco, di cardinali provenienti da sedi non tradizionali e l’inclusione delle voci delle Conferenze episcopali regionali nelle sue lettere apostoliche, come pure la sua insistenza sulla sinodalità.

Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica ne costitui­sce un esempio. Nella regione amazzonica, che abbraccia, in tutto o in parte, la Bolivia, il Brasile, la Colombia, l’Ecuador, la Guyana francese, la Guyana, il Perù, il Venezuela e il Suriname, vivono circa 34 milioni di persone, fra cui tre milioni di indigeni. Si tratta di una regione minacciata, sottoposta a incendi che distruggono migliaia di chilometri di quella foresta pluviale che viene spesso chiamata «il polmone del Pianeta». In gran parte quegli incendi sono dolosi, provocati al fine di liberare spazio per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. L’utilizzo di pesticidi, l’inquinamento di fiumi, laghi e corsi d’acqua e l’estrazione mineraria illegale mettono in pericolo la salute degli abitanti. Tra le problematiche sociali vanno segnalate in particolare l’evacuazione delle popolazioni indigene, la criminalizzazione di rifugiati e migranti, il traffico sessuale di persone, in particolare donne, e l’accresciuto consumo di alcol e droghe.

Il Sinodo cercava una «Chiesa dal volto amazzonico», con una forma di governo sinodale più partecipativa, collegiale, caratterizzata, come sostiene p. Antonio Spadaro, da una comunione più forte e da nuove strutture per assisterla nell’affrontare queste realtà[14]. Dopo numerose sessioni di ascolto, il documento finale del Sinodo è stato approvato con una maggioranza di due terzi, compresa la votazione – con 128 voti a favore e 41 contrari – sui preti sposati, ossia sui cosiddetti viri probati o anziani di provata virtù, come pure quella sulle diaconesse, con 137 voti a favore e 30 contrari. Si è raccomandato anche un rito speciale per l’Amazzonia, sebbene non siano mancati alcuni voti contrari[15]. Ci sono state richieste di approfondimento e suggerimenti, che ora sono nelle mani del Papa.

Ma il Sinodo ha anche suscitato una forte opposizione. Un cardinale tedesco ha definito «eretico» il documento di lavoro, imputando a chi lo aveva redatto l’intento di trasformare la Chiesa in una Ong laica. Un cardinale americano ha definito il Sinodo un attacco diretto alla signoria di Cristo. Altre forti critiche sono giunte da alcuni gruppi di destra, fondati negli anni Sessanta per fare da baluardo contro gli influssi «comunisti» nella società e nella Chiesa. Qualcuno si è opposto a quella che definiva la «teologia indigenista» del Sinodo, considerandola «una radicalizzazione della fede cristiana dietro la maschera dell’ecologia»[16].

Anche i milioni di migranti e rifugiati abbandonati oggi nelle periferie stanno molto a cuore a papa Francesco. Il mondo intero è in movimento, con famiglie che fuggono da violenze e conflitti, da persecuzioni religiose, da una povertà opprimente o da cambiamenti climatici (cfr LS 25). Nel 2019 l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha riferito che il numero delle persone in fuga nel mondo aveva toccato i 70,8 milioni, il livello più alto mai registrato[17]. Ne fanno parte anche le persone che sono ammassate al confine meridionale degli Stati Uniti, molte delle quali sono state separate dai propri figli sotto l’amministrazione Trump.

I ministeri laicali

Nessuno si aspettava l’esplosione dei ministeri laicali, che ha fatto seguito ai passi compiuti dal Concilio Vaticano II per sviluppare una teologia dei laici e la loro partecipazione al sacerdozio di Cristo e alla missione della Chiesa. Oggi nelle comunità locali e nelle diocesi molti posti di responsabilità sono sempre più affidati a laici, e soprattutto a laiche.

In Africa e in America Latina, da tempo catechisti laici e agenti pastorali guidano comunità locali. In Africa il sostentamento dei catechisti è generalmente a carico delle loro comunità; essi non sono necessariamente remunerati in denaro, ma vengono forniti di vitto, alloggio e motociclette per spostarsi. L’Africa oggi può contare anche su una nuova generazione di teologi e professionisti della Chiesa, uomini e donne, sacerdoti e suore, molti dei quali si sono formati in Europa o negli Stati Uniti.

In Europa e in America Latina ci sono ministri laici, donne comprese, che officiano i funerali religiosi, presiedono la liturgia della Parola e predicano nei gruppi di preghiera quando non è disponibile un sacerdote. Alcune Chiese negli Stati Uniti hanno «amministratori parrocchiali laici», che svolgono importanti funzioni pastorali in tutti gli aspetti, tranne che nel ministero sacramentale.

Un sacerdozio rinnovato

In molte parti del mondo la carenza di sacerdoti è un problema serio. Nel 2017 il numero globale dei presbiteri è diminuito, cosa che non accadeva dal 2010. In una diocesi nel Nord del Brasile il 70% delle comunità vede un sacerdote solo una o due volte l’anno, e quindi il battesimo diventa il sacramento fondamentale.

Il sistema dei seminari, che un tempo ha avuto una riforma significativa, deve essere ancora rinnovato. Se si collocano i seminaristi in strutture tutte maschili e semi-claustrali, dando luogo a una «formazione per isolamento», non li si prepara ad affrontare le sfide del mondo attuale[18]. Molti di loro hanno scarsa percezione delle sfide della vita familiare o dei rapporti di lavoro equi con i ministri laici. La maturità affettiva e psicosessuale e il clericalismo sono questioni cruciali da affrontare, come ha dimostrato la crisi degli abusi sessuali. La teologia di un «cambiamento ontologico» in seguito all’ordinazione oggi è di difficile comprensione e rischia di favorire un elitarismo clericale. I seminaristi che si preparano al ministero dovrebbero frequentare classi miste, al fianco di uomini e donne, e i loro insegnanti e formatores, sia uomini sia donne, dovrebbero avere voce in capitolo per approvarne l’ordinazione[19].

Riguardo alla propria disciplina sacramentale, la Chiesa ha molto più margine di libertà di quanto finora sia stata disposta a riconoscere. Molti diaconi svolgono un eccellente ministero negli ospedali: perché non si potrebbe avviare una nuova riflessione sull’amministrazione del sacramento degli infermi e sulla remissione dei peccati ad esso connessa, valutando alcune circostanze e condizioni per le quali a celebrarlo possano essere i diaconi? Queste e altre questioni non sono state mai discusse dalla Chiesa intera, valendosi di tutte le sue risorse teologiche e pastorali, né è stato fatto alcuno sforzo per valutare il sensus fidelium sulla questione.

Perdita di privilegi

La Chiesa oggi non gode più di uno status speciale e privilegiato tra le istituzioni. La crisi degli abusi sessuali e la crescente secolarizzazione hanno portato a ridefinire i rapporti tra essa e lo Stato in modo significativo. La cultura laica di molti Paesi occidentali ha messo in discussione anche antiche politiche di istituzioni cattoliche relative all’insegnamento della Chiesa in materia di vita, sessualità e famiglia.

In Argentina, Australia, Belgio, Canada, Cile, India, Irlanda e Stati Uniti le autorità civili hanno avviato indagini sulle Chiese locali, chiedendo l’accesso ai documenti delle cancellerie. In India, Pakistan e Cina i cattolici devono affrontare tensioni.

Dialogo con la cultura

Se la Chiesa vuole che la sua voce oggi venga ascoltata, deve imparare un nuovo modo di insegnare. Non può fermarsi a deprecare una crescente secolarizzazione, la perdita della moralità tradizionale o i nuovi atteggiamenti verso la sessualità, il genere, l’etica medica e le questioni di fine vita. I giorni in cui poteva limitarsi a imporre la propria visione morale alla società tramite le leggi civili – l’antica alleanza fra il trono e l’altare – sono finiti in gran parte del mondo. La Chiesa ha bisogno di dialogare con la cultura, portandole il contributo delle sue tante risorse personali e istituzionali. È la via seguita da papa Francesco, che invoca «un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato»[20].

Per molti oggi l’autorità non deriva dalla dottrina, ma dall’esperienza. Si apprezzano i diritti individuali, l’autodeterminazione e l’autenticità della persona. Allo stesso tempo la Chiesa non può semplicemente abbracciare l’ethos della cultura, che in gran parte è profondamente contrario al Vangelo. Un radicale individualismo si contrappone al profondo impegno cattolico per il bene comune, per la dignità della persona e per la rivalutazione dell’importanza della comunità. Su tutti questi problemi la voce della Chiesa deve risuonare nella pubblica piazza.

Ma la Chiesa non ha la risposta a tutte le domande, e riconosce una certa autonomia delle realtà terrene (cfr Gaudium et spes, n. 36). Ha bisogno di appellarsi al senso della fede (sensus fidei) e dei fedeli (sensus fidelium). L’immagine bipartita di una Chiesa docente (ecclesia docens) e di una Chiesa discente (ecclesia discens) non è più appropriata, e forse non lo è mai stata[21]. La Chiesa ha bisogno di ascoltare anche i suoi teologi, i suoi studiosi e le altre Chiese.

Un nuovo ecumenismo

La crescita esplosiva delle «nuove» Chiese nel Sud del mondo – evangeliche, neopentecostali e indipendenti africane – rappresenta una nuova sfida per l’ecumenismo. Molte sono non tradizionali; poche costituiscono comunità sacramentali o liturgiche; la maggior parte non celebra l’Eucaristia. Poiché credono in un mondo ricco di spiriti, molte Chiese mettono in primo piano la guerra spirituale e gli esorcismi. La maggior parte di esse predica il «vangelo della prosperità». Poche sono interessate all’ecumenismo o all’unità visibile della Chiesa. Queste nuove Chiese considerano l’ecclesiologia occidentale troppo occidentale, eurocentrica e non sufficientemente in sintonia con la loro esperienza.

Le Chiese antiche e confessionali non possono semplicemente ignorare queste nuove Chiese, ma, per entrare in relazione con esse, dovranno sviluppare un nuovo ecumenismo più inclusivo. Queste nuove Chiese si curano meno delle dichiarazioni di consenso che hanno caratterizzato l’ecumenismo tradizionale, e apprezzano di più le testimonianze personali, condividono storie sulla vita nello Spirito e un senso di missione basato sui valori del Vangelo. L’approccio di papa Francesco è simile: sottolinea il camminare, il lavorare e il pregare insieme.

Le Chiese occidentali e quelle del Sud del mondo possono imparare molto le une dalle altre[22]. Dotate di un forte senso della loro missione evangelica e dei doni dello Spirito, le nuove Chiese sono comunità vitali, sebbene abbiano bisogno di andare oltre la loro predicazione su salute e ricchezza; di imparare che fede e ragione collaborano; e di ricercare l’unità visibile con le altre Chiese. Le Chiese occidentali possono avere un contatto più forte con la tradizione storica della Chiesa e con le dimensioni sociali della sua missione, ma la loro teologia troppo spesso è stata inquinata dal razionalismo illuminista, per cui oggi è necessaria una maggiore attenzione all’esperienza e alla percezione della vicinanza di Dio.

Il Vangelo chiama tutti i cristiani a vivere in comunione gli uni con gli altri. Può il vescovo di Roma diventare non solo un simbolo di unità, ma mettersi davvero al suo servizio, senza esigere che tutte le Chiese riconoscano la sua autorità giuridica? L’autorità è sempre maggiore quando viene riconosciuta piuttosto che rivendicata. L’unità è finalizzata alla missione, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). I cristiani devono riconoscersi l’un l’altro come fratelli e sorelle nel Signore. L’ecumenismo inizia sempre dall’amicizia.

Dialogo interreligioso

Esperti e giornalisti sono soliti parlare della morte della religione, ma molti conflitti oggi hanno radici religiose, sono provocati da fondamentalismi che in vario modo rappresentano una risposta alla modernità – amplificata dalla globalizzazione – da parte di molti che temono il cambiamento e di perdere potere e privilegi religiosi, politici o di altro genere.

Il fondamentalismo islamico, in Africa e in varie parti del Medio Oriente, è un problema che spesso porta alla violenza, ma il dialogo con l’islam è ancora nelle sue fasi iniziali, e sui rapporti con l’islam l’Europa è fortemente divisa. Non è alla religione in sé o alle sue pratiche che molti si oppongono, ma piuttosto all’ordine sociale e politico instaurato in molti Paesi musulmani, nei quali vengono negate, fra l’altro, la libertà di coscienza, la conversione religiosa e la piena uguaglianza delle donne e delle minoranze religiose. Il alcuni Stati dell’India sia i cristiani sia i musulmani hanno subìto persecuzioni.

Per papa Francesco il dialogo resta una priorità. Quando si è recato in Marocco, nel marzo 2019, egli ha sottolineato che la via per combattere il terrorismo è quella di un dialogo autentico; la «semplice tolleranza» non è sufficiente. «Nel rispetto delle nostre differenze, la fede in Dio ci porta a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili»[23]. È un messaggio che tutte le religioni dovrebbero condividere.

Identità ecclesiale

L’identità ecclesiale è una questione conclusiva. Oggi molti giovani cattolici non hanno familiarità con la propria tradizione e con i protocolli delle divisioni ecclesiali, o spesso li ignorano. Un’esperienza di comunità è più importante dell’identità istituzionale. Non è insolita la condivisione eucaristica non ufficiale. Alcuni parlano di «doppia appartenenza». Negli Stati Uniti, se a una coppia non viene concesso dalla Chiesa cattolica il permesso di celebrare il matrimonio «in giardino», essa si rivolge a pastori episcopaliani o metodisti, senza per questo considerarsi meno cattolica. In Nigeria e altrove, alcuni cattolici frequentano sia la propria chiesa sia una congregazione pentecostale. Pertanto, i «muri» ecclesiali oggi sono spesso porosi. Il facile attraversamento dei confini denominazionali può costituire di per sé un segno di quanto sia cambiato il paesaggio ecumenico.

Quando papa Francesco si è recato in Marocco, ha ammonito i cattolici a non preoccuparsi di operare conversioni: «In altre parole, le vie della missione […] non passano attraverso il proselitismo, che porta sempre a un vicolo cieco, ma attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri. Quindi il problema non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cfr Mt 5,13-15)»[24]. La sfida è quella di rimanere sempre aperti e accoglienti, senza smarrire il senso dei doni e delle convinzioni della nostra tradizione cattolica.

Conclusione

Il fenomeno della globalizzazione sta avvicinando le diverse culture del mondo, anche se non sempre in modo pacifico. Il cattolicesimo, in quanto Chiesa globale, riflette in misura notevole questa diversità. Il suo carisma originale è stato la sua capacità di tenere insieme unità e diversità in una tensione creativa.

Secondo Massimo Faggioli, la visione di papa Francesco è globale, ma apporta una nuova prospettiva. Il Papa vede che la Chiesa e il mondo si trovano entrambi in un processo di riassestamento globale, e ci invita a non guardarlo dal centro verso le periferie, ma dalle periferie verso il centro o, più precisamente, nella prospettiva di una Chiesa policentrica[25]. La Chiesa odierna ha più che mai bisogno di attingere alle numerose fonti di sapienza di cui dispone, ai suoi pastori e ministri, ai suoi studiosi e teologi, alle sue istituzioni educative, ai ministeri sociali e alla fede dei suoi popoli. Deve continuare a cercare una maggiore unione con le altre Chiese e comunità cristiane, e impegnarsi per una maggiore comprensione interreligiosa, se vuole realizzare la visione della Chiesa che è stata proposta dal Concilio Vaticano II: sacramento di unità con Dio e con tutto il popolo di Dio.

Da "https://www.laciviltacattolica.it" Sfide contemporanee del cattolicesimo globale di Thomas P. Rausch

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 22 Marzo 2021 00:00

Francesco e l’islam

A pochi giorni dal compimento dell’ottavo anno di pontificato di Jorge Mario Bergoglio e a poche ore dalla sua partenza dall’Iraq, arriva la notizia che l’Iraq ha invitato l’imam di al-Azhar, lo sceicco al-Tayyeb, a visitare il paese.

Co-firmatario del Documento sulla fratellanza umana con Francesco, dunque al-Tayyeb si recherà con gioia nel Paese dove risiede l’ayatollah al-Sistani, incontrato nella sua Najaf dal papa pochi giorni fa, proprio per parlare di fratellanza.

Francesco è riuscito, nel nome della fratellanza, a riavvicinare due delle massime autorità islamiche, espressioni di quei sunnismo e sciismo che vengono usati per giustificare la guerra civile islamica? Al-Tayyeb in Iraq vedrà al-Sistani? Se sarà, non sarà un caso.

Civiltà che non possiamo perdere
In questi otto anni di pontificato il tema “islam” ha ricoperto un ruolo molto importante, forse cruciale. Le stesse indicazioni chiave sulla sua idea di Chiesa spiegano perché: “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo” sono espressioni a tutti note, e difficilmente un odierno ospedale da campo potrebbe essere indifferente a quanto accade in Libia, Egitto, Yemen, Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan, per citare solo i più noti e devastati campi di battaglia.

Guardando all’insieme di quella che viene chiamata “la casa dell’islam” la storia sembra darci un solo termine di paragone, il XIII secolo, i tempi delle invasioni di mongoli. Davvero tre grandi civiltà, come l’ottomana, l’araba e la persiana hanno solo distruzione e campi profughi da offrire ai loro figli?

È innegabile il concorso esterno, l’aiuto lungo la discesa in questi odierni inferi di potenze neo e vetero-coloniali che hanno trasformato queste terre anche in campi neutri dove le grandi potenze combattono per i loro interessi energetici e strategici. Ma oltre alle sofferenze atroci e incalcolabili di generazioni condannate a non avere presente e probabilmente futuro, resta il problema di tre grandi civiltà da salvare, da recuperare al cammino dell’umanità.

Tutto questo a Francesco è stato chiaro fin dal 2013, quando in Evangelii Gaudium scrisse: “La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”.

L’urbanizzazione fallita – dal Cairo a Teheran – è colta da Francesco come causa originante tante crisi in un mondo che ha fatto della ricchezza del suo sottosuolo la croce di chi lo vive. E le piazze così sono state capite già allora, all’inizio del pontificato, come un soggetto politico e culturale, il motore di una repressa volontà di riscatto di queste grandi civiltà.

Il cammino verso il ferito islam, deturpato da imperialismi che si avvalgono di ideologie religiose eretiche, come la teocrazia iraniana e il puritanesimo wahhabita alleato dei sauditi (in una sorta di scontro tra teocrazia e cesaropapismo) determinati a conquistare l’Islam, è partito dunque dalla comprensione della ferita interna tra le masse che invocano l’unicità di Dio che ci rende uguali, mentre le eresie perseguono la loro unicità nel nome di Dio.

In questa visione la fratellanza di Bergoglio è stata un medico delle piaghe altrui, piaghe contagiose. Il nichilismo islamico diffusosi in questi territori tra enormi acquitrini di abbandonati che non potevano più credere nell’Islam ufficiale, nella solidarietà araba, nella comunità internazionale, è divenuto la linfa vitale di visione apocalittiche, pronto a raccogliere qualsiasi bandiera, anche quella dell’Isis, pur di esprimere con l’amplificatore più potente a portata di mano la propria sete di violenza.

Questo nichilismo islamico ha prodotto come rigetto un’islamofobia occidentale che origina nella paura, ma giova ai cattivi maestri dell’odio nel mondo islamico che la usano per dimostrare che il problema in Europa non è l’integrazione, ma il pregiudizio verso l’islam e quindi bisogna combattere, perché l’odio è questione di fede, non d’altro.

Dal Cairo ad Abu Dhabi
Ma l’ospedale da campo non è un laboratorio, Francesco ci crede perché crede che l’uomo è un essere relazionale. E quindi è andato a incontrare questo mondo, ricucendo il rapporto con l’università islamica più importante, quella di al-Azhar, nel 2017. In quel centro, ridotto a un ufficio governativo che fabbrica fatwa e poco altro, ha voluto entrarci di persona e ha perfettamente compreso il dramma psicologico degli eredi di un grande passato luminoso vissuto come espressione di inaccettabile cupo declino: “Fin dall’antichità, la civiltà sorta sulle rive del Nilo è stata sinonimo di civilizzazione: in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa.

La ricerca del sapere e il valore dell’istruzione sono state scelte feconde di sviluppo intraprese dagli antichi abitanti di questa terra. Sono anche scelte necessarie per l’avvenire, scelte di pace e per la pace, perché non vi sarà pace senza un’educazione adeguata delle giovani generazioni. E non vi sarà un’educazione adeguata per i giovani di oggi se la formazione loro offerta non sarà ben rispondente alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale”.

È anche questo che gli ha consentito quel rapporto personale con l’imam di al-Azhar che in mesi di segreti incontri, conversazioni, di preghiera e di email ha reso possibile un documento che ha portato la Chiesa e al-Azhar non solo a raggiungere il Concilio Vaticano II, ma addirittura a procedere nel suo solco: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Fratellanza
Per chiunque conosca la storia teologica islamica questo testo o sbalordisce o rallegra. Rallegra i credenti musulmani che sanno che nell’Islam delle origini non c’è stato islamico: la Costituzione di Medina, che si ritiene scritta da Maometto, era per tutti. Sbalordisce chi invece sa che da tempi immemori la teologia islamica si è strutturata sul concetto di “protezione”, riservata ai popoli del libro in cambio di una tassa e della perdita di alcuni diritti.

Così le società sono state divise in comunità chiuse, sempre più impenetrabili l’una all’altra. Se in un tempo lontano infatti questo sistema poteva essere preferibile a quello europeo dell’intolleranza verso gli ebrei e i musulmani, con il mutare della realtà europea e poi con la globalizzazione è divenuto intollerabile.

Il grande passo avanti di Abu Dhabi, la città dove questo documento è stato solennemente firmato, ha cominciato a riverberare il suo senso nelle piazze della rinnovata protesta araba, soprattutto a Baghdad e Beirut, dove si scontrano il settarismo identitario del vecchio sistema e il pensiero ibrido dei giovani, in protesta pacifica dal 2019.

Proprio come in Francesco, questa protesta ha saputo ricorrere addirittura all’ironia. A Bagdad, in piazza della Liberazione, sotto il fuoco dei cecchini delle milizie identitarie, un giovane seppe scrivere su un muro: “se ti sembra che tutto vada bene vuol dire che bevi troppo”. Era un invito a unirsi alla protesta per cambiare, non contro qualche comunità.

Francesco così ha capito che la piaga della Terra dell’Islam è diventata una piaga che ci riguarda tutti, che coinvolge l’intero complesso euro-asiatico. Il solo modo per prosciugare i serbatoi del nichilismo islamico, che fa da manodopera a basso costo ai diversi centri dell’Islam apocalittico, è la fratellanza e quindi la costruzione di stati sovrani nella sovranità di tutti i loro cittadini.

In visita a Najaf
Per riuscirci occorrere togliere il pretesto della divisione tra sunniti e sciiti, ricchezze diverse ma non incompatibili dell’islam. Per questo è andato fino a Najaf, per stabilire con il leader sciita che rifiuta la deriva teocratica quel nesso fraterno che poteva consentire un dialogo tra sunniti e sciiti, il reciproco riconoscimento come fratelli. Un mediatore credente in una disputa tra altri credenti, perché no? O forse: chi altro?

È stato questo il senso del suo viaggio, il primo dopo lo stop della pandemia, in Iraq. Così ha offerto ai cristiani la possibilità di tornare essi stessi “mediatori”, o meglio, molto meglio, finestre arabe del mondo arabo, per uscire dalla paranoia della paranoia della protezione, prima imposta e poi richiesta davanti al terrorismo.

Questa chiusura danneggia loro, ma danneggia anche l’islam, isolato in sé stesso e nei suoi problemi che solo insieme agli altri potrà risolvere per tornare a brillare. Per spingere in questa direzione Francesco ha avuto la forza di esortare i cristiani a essere, anche lì, Chiesa in uscita, a non rinchiudersi nel silenzio delle proprie comunità.

Un’esortazione forte e che richiede forza e coraggio, perché senza coraggio non si cambia la realtà. Ma se sopravvivere è meglio di morire, sopravvivere non può bastare, bisogna osare. E questi otto anni di pontificato hanno osato così tanto che il cambiamento nella terra del dolore arabo sembra poter diventare possibile.

L’invito in Iraq dello sceicco sunnita al-Tayyeb è solo un barlume di luce, ma era impensabile. Ora c’è, è il frutto di otto anni spesi nel nome della fratellanza.

Da "http://www.settimananews.it/" Francesco e l’islam di Riccardo Cristiano

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Venerdì, 05 Marzo 2021 00:00

Donna Sapienza fin dal principio

Salomone lo conoscono più o meno tutti. Se non altro per quello stratagemma di voler far tagliare in due un bambino conteso tra due madri: una storia raccontata nel primo libro dei Re (3, 16-28). Forse, alcuni sanno anche che la saggezza del figlio di Davide e di Betsabea, l’adultera, è divenuta proverbiale perché il regno di Salomone ha assicurato a Israele non soltanto pace e stabilità, ma anche il contatto con le altre grandi culture del Vicino Oriente e, quindi, un tempo di grande vivacità culturale e di progresso civile. Per questo Israele ha attribuito al re Salomone tutta la riflessione sapienziale che sta alla base di alcuni libri della Bibbia, scritti in realtà in epoche diverse (dal secolo V al II prima di Cristo), che contengono sentenze, orientamenti e norme che hanno di mira una vita proficua e felice. Quasi nessuno però sa che quella sapienza che ha reso famoso Salomone è una raffigurazione che, accanto ad altre due figure, la Legge e il Messia, consente di capire perché, ma soprattutto come, Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Ed è figura femminile.

Donna-Sapienza

Tra le tante cose degne di stupore emerse grazie al restauro della Cappella Sistina (1980-1994) una è, a mio avviso, tutt’altro che marginale. Nell’affresco della creazione, che occupa la volta, l’attenzione viene catturata dal vigore dell’Adamo e dalla grandiosa potenza espressiva con cui Michelangelo ha saputo rendere conto del rapporto di vicinanza e al contempo di distanza tra il creatore e la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Eppure, il restauro ha fatto riemergere un particolare per troppi secoli rimasto del tutto oscurato: tra i putti che circondano e sostengono Dio nel suo atto creativo domina una figura femminile che Dio vincola a sé in un abbraccio. Eva? Inevitabile che in molti lo sostengano, anche se, in realtà, alla creazione di Eva il pittore dedica un riquadro specifico nelle storie della Genesi che corredano la volta.
Se gli storici dell’arte propendono per l’identificazione con Eva, i biblisti azzardano invece un’altra ipotesi, tutt’altro che fantasiosa perché molto ben accreditata dagli scritti sapienziali della Bibbia. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. […] Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, […] io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 22-31). È la Sapienza stessa che si presenta come colei che presiede alla creazione, come la forza creativa che fa della creazione un’opera che — ce lo dice il racconto che apre il libro della Genesi — Dio considera una «cosa molto buona» (Genesi 1, 31). La reciprocità che Dio stabilisce con l’opera delle sue mani riflette, insomma, il rapporto ludico che intercorre tra Dio e la Sapienza. Il discorso sarebbe lungo: basti solo dire che, nonostante la struttura sociale di Israele fosse fortemente caratterizzata in senso patriarcale e nonostante ciò abbia spesso imposto alle donne anche pesanti restrizioni, nella letteratura biblica emergono invece, sia pure in modo carsico, attestazioni del ruolo decisivo giocato dalle donne nello sviluppo della storia di Dio con il suo popolo nonché riflessioni, spunti, allusioni che rivelano un immaginario religioso in cui la presenza femminile gioca un ruolo di primo piano. Al riguardo, gli scritti sapienziali sono una vera e propria miniera.

Il termine italiano “sapienza”, come quello greco sofia, possono ingenerare un fraintendimento rispetto a quello ebraico hochmah, che ha una storia molto antica e rimanda a una qualità superiore che alcune persone hanno e altre no, l’aspirazione presente nelle radici più antiche della nostra cultura a saper orientare i nostri atteggiamenti di fondo nel mestiere di vivere. La sapienza non si insegna, ma questo non significa che la sapienza non si impari: il significato più arcaico di hakam è l’uomo abile, l’artigiano, in particolare, l’orefice, colui che conosce bene un mestiere.

La sapienza biblica tradizionale non ha quindi la pretesa di essere frutto di una rivela zione divina, per questo è stata definita una sapienza laica. E i libri sapienziali non contengono racconti mitici e nemmeno sono opere filosofiche o speculative, come quelle dei grandi pensatori greci. Sono un distillato di sapere pratico e di riflessioni sulla realtà vissuta, non vi si trovano discorsi edificanti e tanto meno devote esortazioni. La sapienza non trasmette neppure un facile moralismo religioso, ma piuttosto richiede, e in termini molto esigenti dal punto di vista umano, di saper riflettere e prendere posizione nei confronti di insegnamenti a volte perfino tra loro contraddittori. Per questo il valore della sapienza è inestimabile.

Un esempio eloquente

La divisione del libro dei Proverbi in sette sezioni potrebbe richiamare la dichiarazione che apre il c. 9 «La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne» e alludere così al fatto che, chi legge i proverbi e i discorsi di ammonimento contenuti nel libro, accoglie l’invito della sapienza a farsi ospitare nella sua casa. Molto ci sarebbe da dire su indubbi tratti di misoginia presenti nel testo, ma non bisogna neppure dimenticare che, più ancora che nel testo, l’androcentrismo è stata una delle dominanti della storia della sua interpretazione. Da qui la forte diffidenza nei confronti soprattutto di un brano come l’elogio della donna forte (31, 10-31) che appariva come una vera e propria esaltazione della moglie ideale che vive solo in funzione del suo uomo e dei suoi figli. Il capitolo è intitolato Parole di Lemuèl, re di Massa, «che egli apprese da sua madre» e si deve quindi supporre che si tratti di insegnamenti che la madre di un re trasmette a suo figlio. Non stupisce che per lungo tempo anche il ritratto della donna forte che suggella il libro sia stato interpretato come una raccolta di suggerimenti della madre al futuro re perché scelga una sposa appropriata. A ben guardare, però, il poemetto si chiude chiamando in causa direttamente una tra le “molte figlie” e questo lascia lecitamente supporre che, se la prima parte del discorso della madre è rivolta al futuro re, l’ultima parte è invece l’elogio di una figlia che «ha compiuto cose eccellenti», a cui bisogna essere «riconoscenti per il frutto delle sue mani» e di cui va tessuta lode pubblica «alle porte della città». Ben lungi dall’essere l’elogio di una futura nuora da parte di una suocera illustre, dunque, il brano contiene gli insegnamenti funzionali all’ideale di educazione del principe Lemuèl e di una principessa, di cui non si dice il nome, ma che viene interpellata direttamente. Studi archeologici e storico-sociali hanno poi messo in luce che, all’epoca, le donne erano proprietarie terriere ed erano attive in tutti gli ambiti menzionati nel nostro testo, dal commercio alla produzione e alla vendita dei tessuti di lusso, ben lontane cioè dall’ideale casalingo che ne faceva le regine del focolare. Per non dire, infine, che i tessuti preziosi delle sue vesti (v. 22), il lino e la porpora, sono gli stessi che arredano l’arca che guida il popolo nel deserto o che vestono i sacerdoti del Tempio e che oltre a lei (v. 25), in tutta la Bibbia solo Yahweh veste di forza (Salmo 93, 1).
Descritta dunque con tratti caratteristici dell’epoca, la donna forte con cui l’autore del libro dei Proverbi suggella il suo scritto, è Donna-Sapienza, la personificazione della Sapienza di Dio. A lei deve legarsi il re, come mostra la straordinaria preghiera per ottenere la sapienza che, non a caso, viene attribuita a Salomone (Sapienza 9, 1-18). Non è la casalinga, ma colei che, costruita la sua casa, «ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: “Chi è inesperto venga qui!”. A chi è privo di senno ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (Proverbi 9, 3-6).

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Donna Sapienza fin dal principio di Marinella Perroni, Biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo

Pubblicato in Le parole delle donne

A qualche settimana dall’annuncio che il 2021 sarà «uno speciale anno di san Giuseppe», appena commentato qui su Re-blog da Daniele Menozzi, papa Francesco, durante l’Angelus di domenica 27 dicembre, ha annunciato per il 2021-2022 un «anno della famiglia amoris laetitia», nel quinquennale dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia e in vista del X Incontro mondiale delle famiglie (Roma, giugno 2022). Il tutto è stato affidato al Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che ha installato un sito apposito.
L’istituzione di «anni», ovvero l’iniziativa di suggerire ai vescovi di far convergere tutte o parte delle attività liturgiche, pastorali e divulgative su un determinato tema, non è nuova né per il pontificato bergogliano (prima dell’anno santo della misericordia 2015-2016 aveva già indetto un anno della vita consacrata 2014-2016), né per quelli che l’hanno preceduto: basterà ricordare, durante il papato di Benedetto XVI, l’anno paolino (2008-2009), l’anno sacerdotale (2009-2010) e soprattutto l’anno della fede (2012-2013), che però risultò di fatto incompiuto – malgrado l’evidente investimento che papa Ratzinger vi aveva posto – per la decisione di quest’ultimo di rinunciare all’esercizio del ministero petrino.
Tuttavia, basta guardare le retrospettive, che in questi giorni di fine dicembre abbondano, sull’«anno della pandemia» che abbiamo appena trascorso (ad esempio, il bel servizio video di Vania De Luca per Rainews24), e che nei programmi doveva essere un anno speciale di ripresa della Laudato si’, o pensare all’esplosione, proprio durante l’anno sacerdotale, dello scandalo delle violenze del clero sui minori, per confermarsi in qualcosa che, per fede, dovremmo ben sapere: anche dal punto di vista ecclesiale, così come nelle nostre vite personali, gli «anni» non sono mai quelli che programmiamo.

Da "https://re-blog.it/" L’anno che è venuto, gli anni che verranno di Guido Mocellin

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Venerdì, 25 Dicembre 2020 00:00

natale 2020

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Non è più mera retorica parlare di un possibile collasso della democrazia negli Stati Uniti d’America. Questi ultimi quattro anni di presidenza Trump hanno significato un progressivo degrado dello stato di diritto: un’anticipazione di quello che potrebbe succedere con un secondo mandato, viste le dichiarazioni e gli atti degli ultimi mesi durante la campagna elettorale, non solo da parte del presidente, ma anche del suo partito e delle forze che lo sostengono.

Questione cattolica…
Questa crisi americana ha un lato ecclesiale. È un problema di per sé l’allineamento delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche a un partito politico in un sistema a due partiti come negli Stati Uniti.

Lo è ancora di più quando il Partito repubblicano di Trump è diventato quello del risentimento razziale, delle teorie cospirazioniste, dell’isolazionismo suprematista, dell’anti-scienza. A leggere gli scritti degli ideologi del cattolicesimo vicino a Trump negli USA è evidente, nel furore della propaganda, anche un allineamento alla piattaforma del trumpismo.

Anche perché c’è un secondo allineamento, di un ecumenismo «culture war», di cui aveva scritto tre anni fa La Civiltà cattolica, tra cattolicesimo e evangelicalismo bianco negli Stati Uniti: questo comporta un’accentuazione delle venature nazionaliste da sempre presenti nel cattolicesimo americano, ma anche un impoverimento del livello intellettuale in una Chiesa che ha nel proprio DNA un certo anti-intellettualismo, come già notava negli anni Cinquanta uno dei maggiori storici della Chiesa (J.T. Ellis, «American Catholics and the intellectual life», in Thought 30[1955] 3, 351-388).

… e questione cristiana
Fin qui la questione cattolica nell’America di Trump. Ma c’è anche una questione teologica e religiosa più profonda e generale, che va oltre la Chiesa cattolica e che attraversa tutto il cristianesimo negli USA.

Come spiegò Tocqueville quasi due secoli fa, la vita della democrazia in America è inseparabile dal tessuto sociale e civile costituito dalle Chiese. Non si tratta di un tessuto nel senso di un sistema di coalizioni tattiche tra fedi diverse, costituzionalmente garantito come in alcuni stati contemporanei. Quella americana è una democrazia che nasce come arco di fedi religiose e umanistiche illuministiche diverse ma capaci di coesistere, un’alleanza o covenant con un sostrato teologico intenzionalmente vago e imprecisato dal punto di vista dottrinale, ma concorde nel sostegno o almeno indifferente rispetto al progetto democratico.

Si tratta di un progetto democratico che è stato capace di correggersi nel tempo, anche grazie all’evoluzione di quell’alleanza di fedi religiose e umanistiche: dalla guerra civile del 1861-1865, che porta all’abolizione della schiavitù come sistema legale, al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta, che inizia a smantellare la segregazione razziale ancora imperante in molti stati e in tutti i settori della vita in America.

C’è da decenni un’innegabile polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni su questioni morali ed etiche tra i due partiti, che sono lo specchio della polarizzazione e radicalizzazione all’interno del mondo religioso americano: sulle questioni di etica sessuale, familiare e matrimoniale, di identità sessuale; sull’immigrazione; sulla libertà religiosa.

Ma oggi ci troviamo in una fase diversa e successiva a quella iniziata negli anni Settanta-Ottanta. La delegittimazione, da parte del trumpismo, delle traiettorie di quei due eventi genetici non è solo storica e politica, ma mina anche le radici religiose della guerra civile e del movimento per i diritti civili. La crisi americana esacerbata dalla presidenza Trump è infatti anche una crisi religiosa e teologica.

Gli zombie e gli esclusi
La distopia politica dell’America di oggi è infatti inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, come morti che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di «global south» religioso che sono gli USA.

La pandemia ha messo in evidenza alcuni di questi istinti. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e Chiesa, con la Chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come Chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici. C’è un istinto anti-scientifico che vede, per esempio, anche noti e rispettati teologi asserire in pubblico che Galileo aveva torto e Bellarmino aveva ragione. C’è una cultura millenarista e apocalittica ben radicata nel paese, ben oltre le mire di Hollywood di sbancare il botteghino con l’ultimo film catastrofista.

Alla base della crisi americana c’è una crisi sociale ed economica, il grido degli esclusi dal «sogno americano», che il trumpismo sfrutta cinicamente. Ma c’è anche il ritorno, in versione postmoderna, di visioni religiose che puntano non a una dialettica battagliera ma ordinata tra religione e secolarità: puntano invece a un’eversione del sistema costituzionale democratico in nome di un’ideologia religiosa con chiari accenti etno-nazionalisti ed esclusivisti. Non è un caso il ritorno di popolarità di Carl Schmitt tra i più importanti giuristi cattolici negli USA.

La capacità delle Chiese di conciliarsi con la democrazia pluralista e di nutrire la «religione civile» americana potrebbe essersi esaurita. Il risultato delle elezioni presidenziali del 3 novembre è cruciale, ma dal punto di vista del lungo periodo delle idee e mentalità religiose non risolutivo.

Potremmo trovarci di fronte a una mutazione genetica degli Stati Uniti: forse l’inizio della fine dell’esperimento americano in quanto tale, e non soltanto la fine dell’esperimento che è, da due secoli a questa parte, il cattolicesimo «made in USA».

Da "http://www.ilregno.it/blog" La crisi della democrazia americana come crisi religiosa di Massimo Faggioli - storico della Chiesa e insegna teologia e studi religiosi alla Villanova University di Philadelphia (USA).

Pubblicato in Passaggi del presente

C’è questo abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre, un gesto che nel bel mezzo della pandemia riporta un intero paese, ormai abituato al distanziamento sociale, alla decenza di un abbraccio, alla necessità che i corpi si tocchino, all’insostituibilità dell’incastro del collo nel collo, all’esperienza imprescindibile che sono gli altri e la loro fisicità nella vita di ciascuno. Così in quell’abbraccio un intero paese, collegato in diretta tv, ritorna al mondo e si sente consolato, confortato. È la prima vera buona notizia dopo due mesi di spaesamento per la peggiore crisi sanitaria di quest’epoca. Fine.

Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. Avremmo dovuto ricordare la lezione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, quando ci chiede di non usare i cliché ogni volta che vediamo qualcuno soffrire, di non “dare mai un noi per scontato quando si parla del dolore degli altri”. Invece l’arrivo di Silvia Romano a Ciampino più che una liberazione è stata una gogna. Dopo essere stata di fatto dimenticata per mesi dai mezzi d’informazione, dalla politica e dall’opinione pubblica (se non con rare eccezioni come gli appelli di Giuseppe Civati sui social network), la ragazza, il suo corpo, il suo sorriso, il modo in cui è vestita sono improvvisamente scandagliati e fatti a pezzi dallo sguardo feroce dei commentatori che la colpevolizzano, la criminalizzano ben prima di sapere cosa le sia successo e senza nessun riguardo per la violenza che ha vissuto.

Le vere domande
Le prime a non avere il pudore del silenzio sono le autorità, che si mettono in bella mostra davanti alle telecamere al momento dell’arrivo. Di Maio indossa una mascherina con il tricolore, Conte diffonde le foto del suo colloquio con la ragazza dopo l’atterraggio. Tutti vogliono alzare una bandiera su quella buona notizia. La questione diventa anche politica: perché è stato pagato il riscatto? Si tratta con i terroristi? Qualcuno scambia il sequestro di Silvia Romano con il caso Moro. Le vere domande avrebbero dovuto essere altre: perché la ragazza è stata sequestrata? Quali sono le responsabilità dell’organizzazione per cui lavorava come volontaria? Che cosa è successo in questi 18 mesi? Chi sono i rapitori? Qual è stato il ruolo dell’intelligence turca? A chi sono andati i soldi del riscatto?

Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam. Daniele Raineri sul Foglio ha spiegato quanto tutte le informazioni che un ostaggio fornisce al momento della sua liberazione debbano rimanere riservate per lungo tempo, innanzitutto e perlopiù per ragioni di sicurezza. Inoltre, come ha scritto Ida Dominijanni, c’è “una strana idea di come una donna possa tornare da un sequestro di diciotto mesi. Non è esattamente come tornare da un viaggio di piacere. Si può anche essere sotto trauma pesante e si ha il diritto di essere lasciate a elaborarlo in pace”.

Rimane lo sbigottimento per la valanga d’illazioni e insulti che hanno colpito Silvia Romano al momento del suo arrivo. In un paese cattolico come il nostro, dove le chiese riaprono prima delle scuole in nome della libertà di culto, si stenta a credere che si possa criticare la scelta di una donna di convertirsi all’islam, dopo essere stata nelle mani di un gruppo di terroristi e che ha raccontato di aver letto il Corano per 18 mesi. Eppure l’abito, il jilbab verde (che non è un abito tradizionale somalo, come ha spiegato Igiaba Scego), con cui Silvia Romano scende dall’aereo turba i commentatori italiani di tutte le provenienze: quelli di destra e di estrema destra, ma anche i moderati e i progressisti.

Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia. Si confonde l’islam con i terroristi islamici, si mette in discussione che la scelta di Romano sia stata libera, la si accusa di essere “un’ingrata” e di indossare la “divisa” del nemico. I più benevoli le contestano di essersi fatta strumentalizzare e di aver indossato la bandiera dei suoi aguzzini, cioè di aver veicolato senza saperlo il messaggio di propaganda di Al Shabaab.

Nessuno si chiede quale sia stato il ruolo dei mezzi d’informazione invece nell’esaltare quel messaggio di propaganda. Ancora di più infastidisce il fatto che pur essendo una vittima, quella donna non mostri le sue ferite, non indugi sullo stereotipo della vittima, non pianga, non si lamenti e non mostri il dolore che ha provato, anzi si presenti in pubblico con un sorriso, lo stesso che si vedeva in alcune vecchie foto prima del rapimento.

Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata”. I centri antiviolenza di tutto il mondo raccolgono ogni giorno i racconti di donne che hanno denunciato di essere state stuprate e non sono state credute, perché erano truccate o vestite bene, o perché non piangevano.

Da "https://www.internazionale.it/" Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio di Annalisa Camilli

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Domenica, 12 Aprile 2020 00:00

Pasqua 2020

con l'augurio di una buona Pasqua

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