Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Tealtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

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Venerdì, 18 Agosto 2017 00:00

Oggi la flessibilità

Oggi la flessibilità, domani la povertà, Ferruccio D'Ambrogio

Più flessibilità e meno vincoli per il mercato del lavoro: lo vogliono gli imprenditori e la commissione economica delle due camere che ha dato il suo benestare, un progetto di legge in tal senso è in preparazione. Le imprese si sono già mosse adottando forme organizzative che modulano il lavoro secondo la domanda. Il recente rapporto Ustat lo conferma: il lavoro “atipico” (a tempo determinato, su chiamata, interinale, e per i giovani il lavoro autonomo) sta dilagando. Forme nuove, ammesse dalla legislazione attuale che sovente non riescono a soddisfare il bisogno di chi vorrebbe lavorare in modo più continuato ed avere un reddito sufficiente o aumentarlo, e producono scompensi nel finanziamento del welfare e della previdenza.

Dietro le cifre rassicuranti sull’occupazione e dell’aumento dei salari reali si cela un enorme problema che ipoteca pesantemente il futuro e che viene sottaciuto: la precarietà di molte persone che oggi riescono a racimolare un reddito sufficiente per sopravvivere, ma insufficiente per assicurarsi una pensione di vecchiaia adeguata. Non solo in Svizzera. Anche la Germania, paese locomotiva d’Europa, campione di efficienza e performance, è un gigante dai piedi d’argilla: oltre il 15% della popolazione è povera, e milioni di persone che tra 10 -20 anni raggiungeranno l’età della pensione, ma saranno sguarniti a livello di previdenza. È il risultato della liberalizzazione del mercato del lavoro voluta dall’ex cancelliere Schröder che a fine anni ’90 promosse il famoso Patto sul lavoro tra sindacati e imprese: i primi, al fine di mantenere l’impiego nel paese, accettarono che i guadagni di produttività finissero alle imprese e non nell’aumento dei salari. La liberalizzazione è proseguita con forme di lavoro “sganciate” dai normali canoni normativi, tra queste l’introduzione dei minijobs (15 ore lavorative settimanali, salario 450 euro mensili, che danno diritto a una pensione di 3,11 euro mensili per ogni anno lavorato!)

In Svizzera non abbiamo i minijobs, ma forse non tutti sanno che il capitale di vecchiaia di coloro che sono in disoccupazione non aumenta, perché la legge esonera dal versare gli specifici contributi. Molti lavoratori nostri che alternano momenti di lavoro con altri di disoccupazione, o lavori saltuari a tempo determinato, su chiamata, non riescono rimpolpare il proprio capitale di pensione. Il loro futuro è più che mai tenebroso; pur riuscendo oggi a sbarcare il lunario, si ritroveranno al momento del pensionamento con un cumulo di rendite Avs e Cassa pensione al di sotto della soglia di povertà. D’altronde già percepiamo i segnali di tale fenomeno: l’impennata delle persone richiedenti l’assistenza, gli over 50 che faticano a ritrovare un’occupazione, l’aumento dei sottoccupati che vorrebbero lavorare di più per incrementare il loro reddito ma non trovano sbocco. Agli eloquenti indizi del crescente disagio economico si aggiunge quello psico-emotivo di persone che vivono male la loro condizione di incertezza (sia di non garanzia del lavoro, sia delle condizioni stesse di lavoro), affette da malattie psico-somatiche il cui costo nel 2016 è stato di 5,7 miliardi. L’immagine della Svizzera “isola felice” si offusca. Inutile far finta di nulla, due paesi “solidi” – la Germania, addirittura presa quale esempio da seguire – celano in grembo una bomba a orologeria. All’orizzonte si profila una nuova questione sociale che, senza cambiamento di rotta, parimenti a quella dell’800, genererà l’aggravamento delle condizioni di vita e quella psico-sociale di molti cittadini. Irresponsabile oltre che immorale voler proseguire su questa strada.

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Martedì, 15 Agosto 2017 00:00

Migranti italiani

Zurigo è tra le mete preferite dai moderni migranti italiani

Hanno tra i 26 e i 35 anni, provengono da tutte le parti d'Italia, posseggono titoli di studio molto elevati o diplomi, alcuni svolgono lavori altamente qualificati, altri mansioni più umili rispetto ai titoli conseguiti e altri ancora abbandonano gli studi per tuffarsi nei settori della ristorazione, dell'edilizia o nell'industria, in genere non vivono problemi d'integrazione, non hanno contatti né col sindacato, né con gli organi di rappresentanza della comunità italiana in Svizzera, né con le generazioni delle precedenti ondate migratorie. Questo, in estrema sintesi, il profilo dei nuovi migranti italiani a Zurigo, una meta sempre più gettonata tra le decine di migliaia di giovani che ogni anno decidono di lasciare l'Italia per andare a cercare lavoro e fortuna altrove.

A rivelarlo sono i risultati intermedi di un'interessante ricerca, realizzata dalla Fondazione italiana Giuseppe Di Vittorio in collaborazione con Ecap Svizzera, che mira a comprendere le condizioni delle nuove generazioni che vivono in un paese diverso da quello dove sono nate, a partire da una serie di interviste a ragazze e ragazzi residenti in sei città europee, tra cui Zurigo.

Guardando a questa realtà a noi vicina, balza subito all'occhio un'impennata dell'immigrazione italiana negli ultimi anni: nella sola area consolare di Zurigo, tra il 2012 e il 2015 il numero annuale di nuove iscrizioni all'Aire (l'Anagrafe dei Cittadini Residenti all'estero) è praticamente decuplicato, passando da 200 a quasi 2000. E questo dato dice ancora poco tenuto conto che la maggior parte, nonostante l'obbligo legale, non si registra; indicativo è anche che a livello nazionale il numero di italiani residenti, dopo essere diminuito costantemente a partire dal 1980 da oltre 400.000 a meno di 300.000, negli ultimi 6-7 anni è tornato a crescere.

«Complice la difficoltà di lettura delle statistiche esistenti, risulta però pressoché impossibile dare una dimensione esatta del fenomeno, che è quello di un aumento importante di nuovi immigrati», spiega ad area Mattia Lento, il ricercatore che con le colleghe Sarah Bonavia e Pinuccia Rustico ha curato l'indagine sulla realtà zurighese. Del resto, sottolinea il nostro interlocutore, «più che sui numeri, ci si è concentrati sugli aspetti qualitativi della nuova migrazione italiana».

Una migrazione che non è fatta solo di “cervelli in fuga”, cioè di forza lavoro altamente qualificata alla ricerca della migliore situazione professionale possibile, ma anche di gente che ha semplicemente bisogno di un salario. È la cosiddetta migrazione di tipo congiunturale, che è esplosa con la crisi economico-finanziaria iniziatasi nel 2008 e che emerge con prepotenza nella realtà di Zurigo, i cui fattori di attrazione sono soprattutto le ampie possibilità di trovare un lavoro, i salari molto più elevati che in Italia (e nel resto d'Europa), la sicurezza sociale e la qualità della vita. La dicotomia tra i due gruppi di migranti «non è però così netta come si potrebbe pensare», osserva Mattia Lento: «Nell'ambito della nostra ricerca abbiamo per esempio incrociato una donna 35 enne con dottorato in fisica che non trova occupazione e diversi casi di non corrispondenza tra qualificazione e professione. Conosco inoltre personalmente diversi laureati e dottorandi che vivono il precariato e che fanno molta fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in una realtà come Zurigo con i suoi prezzi esorbitanti».

Ma quali fattori spingono questi nuovi migranti a lasciare l'Italia per Zurigo? Che difficoltà riscontrano al loro arrivo nella società e nel mercato del lavoro? Come si relazionano con le istituzioni, con gli altri italiani e con il loro paese? Sono alcune delle domande a cui i racconti delle persone intervistate dai ricercatori forniscono risposte interessanti che in parte fanno emergere importanti differenze con le precedenti generazioni di migranti. Vediamole in sintesi.

• I motivi ricorrenti della scelta migratoria sono il lavoro, il venir meno del senso di appartenenza alla città di provenienza e il bisogno di garantire un futuro ai figli.

• Nell'accesso al mercato del lavoro la rete sociale (famiglia, parenti, amici) rimane un elemento importante, anche se si fa sempre più affidamento a nuovi canali, come agenzie di reclutamento, annunci on-line, Linkedin e altri social media.

• Le condizioni lavorative sono generalmente buone, ma i rapporti sul luogo di lavoro e la possibilità di fare carriera sono differenti a seconda se si lavori in contesti internazionali o in quelli più prettamente locali. Le persone trasferite dall'azienda in un paese straniero (i cosiddetti "expat”) hanno per esempio più possibilità di carriera.

• L'impatto con la nuova realtà non sembra evidenziare particolari difficoltà di inserimento (soprattutto a livello burocratico). I due maggiori scogli da affrontare all'arrivo sono quello linguistico e quello relativo alla ricerca di un'abitazione.

• Oggi l'italiano è generalmente ben visto in Svizzera, in particolare per la sua mentalità aperta e per l'approccio creativo. Zurigo si rivela particolarmente accogliente: «La nuova migrazione beneficia della buona immagine lasciata dalla precedente ondata di migranti, che erano apprezzati dagli zurighesi per il loro comportamento e per la dedizione al lavoro», ha spiegato Mattia Lento.

• La lingua è l'aspetto che influenza di più l'integrazione: la conoscenza del tedesco (meglio ancora del dialetto svizzero-tedesco) è fondamentale sia per aumentare le possibilità lavorative sia per facilitare l'integrazione sociale.

• Il tipo di vita sociale varia a seconda dei soggetti: c'è chi resta più legato all'ambiente italiano e/o internazionale e chi cerca di inserirsi nel tessuto locale. In questo un ruolo sempre più importante lo gioca la funzione socio-aggregativa di internet e dei social media, che sin dall'inizio del percorso migratorio garantiscono pure un accesso rapido alle informazioni ed agevolano il mantenimento dei rapporti col paese d'origine.

• Il legame con l'Italia rimane forte per ragioni culturali e di affetti, ma la speranza del rientro, a differenza di quanto avveniva con la vecchia generazione di immigrati, non c'è: la maggior parte non prende in considerazione questa eventualità, soprattutto per mancanza di fiducia nell'Italia e per l'assenza di prospettive, data dall'instabilità economica, politica e sociale. D'altro canto, rileva Mattia Lento, i nuovi migranti non prevedono nemmeno di fermarsi a Zurigo.

• Il sindacato è praticamente sconosciuto alla gran parte dei nuovi migranti: ritengono di non averne bisogno, anche se potrebbe essere un importante organo di tutela e fungere da punto di riferimento sia nelle prime fasi del percorso migratorio sia per facilitare un eventuale rientro in Italia.

• Gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero non sono considerati: complice la mancanza di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni italiane, gli intervistati non si pongono nemmeno il problema. L'offerta consolare non viene presa in considerazione se non per sbrigare pratiche burocratiche o amministrative e la fiducia nei Comites (i Comitati degli italiani all'estero, organi elettivi che rappresentano gli interessi della collettività italiana) è scarsa: «La maggior parte non li conosce nemmeno e chi li conosce tende ad allontanarsene», commenta Mattia Lento, leggendo questo distacco come un «effetto della lontananza generazionale dalla politica».

• Sul passato migratorio c'è poca consapevolezza e i legami con le vecchie generazioni sono piuttosto labili. Viene meno anche il bisogno di fare comunità in quanto italiani: «L'Italia non è più considerata il paese d'origine ma un frammento della propria identità», provano a interpretare i ricercatori.

 

 

Lo studio entra ora nella sua seconda fase

Indagare i processi d'integrazione dei giovani italiani all'estero tra i 18 e i 35 anni e dei giovani migranti (e seconde generazioni) in Italia nel tentativo di capire le ragioni del loro percorso e delle loro aspirazioni, ma anche di comprendere il livello d'inserimento socio-lavorativo e di socializzazione, così come i rapporti con le istituzioni e con la comunità italiane. Questo l'obiettivo dello studio, che nella sua prima parte è consistito in una serie di interviste approfondite a una sessantina di ragazze e ragazzi residenti a Barcellona, Bruxelles, Zurigo, Milano, Napoli e Roma da parte di un gruppo di ricercatori. Ricercatori che, aspetto molto particolare e interessante, si sono scoperti “pari” ai soggetti della ricerca (per età, status, condizione, provenienza ed esperienza personale): «Questo li ha resi allo stesso tempo oggetto e soggetto dello studio», spiega ad area il coordinatore scientifico Emanuele Galossi.

«Finora abbiamo raccolto delle testimonianze che rappresentano lo spaccato di vita di queste persone. Ciò ci è stato utile per elaborare un questionario -lanciato e messo online proprio nei giorni scorsi e scaricabile con il link a fianco- con cui ora vogliamo raggiungere una platea il più vasta possibile ed aumentare così il valore rappresentativo dello studio», afferma Galossi.

Si tratta indubbiamente di un lavoro necessario, perché la nuova migrazione italiana non è un fenomeno di poco conto: nel 2015 se ne sono andati dall'Italia in 102.000, in gran parte giovani tra i 18 e i 39 anni. «Un esodo biblico, testimonianza del fallimento sociale in Italia», ha commentato uno dei ricercatori durante la presentazione dello studio, lo scorso 9 marzo a Zurigo.

Ma finora, mettendo a confronto le testimonianze raccolte nelle varie città europee, sono emerse differenze significative? «Anche se i numeri sono relativi (10 intervistati per ogni città) e i tipi di migrazione variano, sono emerse similitudini nelle risposte. Il gran piacere di raccontarsi, la mancanza di prospettive in Italia, la voglia di fare esperienza e di mettersi alla prova in un contesto nuovo sono per esempio dei tratti comuni», afferma Galossi. E anche la lontananza dal sindacato e dagli organi di rappresentanza, così come l'assenza del bisogno di fare comunità sono elementi comuni ai migranti intervistati e di rottura netto rispetto al passato: per Galossi si tratta di un «dato generazionale che riflette la percezione poco favorevole e la scarsa fiducia che oggi i giovani hanno nei confronti dei partiti, delle istituzioni e delle realtà organizzate in generale. Per quanto riguarda per esempio i rapporti con gli altri italiani, è sì vero che la voglia di fare comunità strutturata in un'associazione o in altra forma è venuta meno, ma poi emerge che nella vita quotidiana si continuano a frequentare italiani, magari insieme a cittadini di altri paesi». «Oggi -conclude Galossi- non c'è poi più la catena migratoria che in passato favoriva il mantenimento dei legami tra conterranei e social media hanno evidentemente influenzato le nuove abitudini».

Barcellona è la capitale dell'integrazione

«Barcellona è l'immagine da cartolina dell'accoglienza», ha esordito Davide Perollo presentando la sua ricerca sugli italiani emigrati nella capitale catalana, che oggi è la seconda meta preferita dopo Londra. Dal 2001 a oggi l'immigrazione italiana è cresciuta esponenzialmente in tutta la Spagna (nel 2015 quasi 180.000 residenti contro i 34.000 del 2001), ma soprattutto a Barcellona dove da tre anni a questa parte quella italiana è la comunità straniera più numerosa (quasi 60.000 persone) della città. Moltissimi sono i giovani: secondo l'Istat, negli ultimi cinque anni 100.000 ragazze e ragazzi tra i 22 e i 35 anni hanno fatto questa scelta, in parte anche senza un percorso migratorio strutturato. «La Spagna - ha spiegato Perollo- non è più quella terra di accoglienza di qualche tempo fa, perché le leggi entrate in vigore negli ultimi anni per volontà del premier spagnolo Mariano Rajoy hanno ristretto fortemente le condizioni per soggiornarvi e per accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. E dunque anche Barcellona è oggi una città meno permeabile, ma resta una terra di ospitalità ancora molto forte e privilegiata dagli italiani, sia per la vicinanza culturale sia per la facilità di integrarsi». Un aspetto quest'ultimo su cui «incide positivamente anche la forte autonomia catalana» rispetto a Madrid, come fa rilevare il ricercatore.

Indagando però sulla realtà lavorativa, emerge anche che a Barcellona tendenzialmente si accettano condizioni che in Italia non si accetterebbero e spesso, con l'obiettivo di racimolare i soldi necessari a ottenere il diritto di residenza ai sensi della legge sugli stranieri, si finisce vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e dell'assenza di tutele. «Il paradosso -ha affermato Perollo- è che gli impieghi con queste caratteristiche spesso vengono offerti da alberghi e ristoranti gestiti da italiani, che quindi assumono altri italiani in nero, generando un circolo vizioso».

Pubblicato in Passaggi del presente

Diminuiscono i reati, aumentano i detenuti

Il XIII Rapporto Antigone illustra un aumento di 1500 unità della popolazione carceraria a fronte di un drastico calo dei reati gravi. In particolare gli omicidi sono passati dai 1.916 del 1991 a fronte dei 397 del 2016. In aumento in particolare gli stranieri

Diminuiscono i reati, in Italia, eppure continuano ad infittirsi le file delle persone in carcere. In sei mesi, infatti, il numero dei detenuti dei 190 istituti penitenziari della penisola è aumentato di 1.500 unità, arrivando a toccare la quota di 56.436. E mentre il calcolo dei detenuti continua a crescere, tra il 2014 e il 2015 si registra il 10,6% in meno di rapine e il 15% in meno di omicidi volontari; calano anche le violenze sessuali (-6%), furti (-6,9%) e l’usura (-7,4%). Questo è il primo dato che emerge da Torna il carcere, il XIII rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone. “Con l’avvicinarsi delle elezioni il tema della sicurezza, pur non trovando alcun fondamento reale nei dati, fa sempre presa sull’opinione pubblica – spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone – e sta spingendo ad aumentare la forza repressiva verso le aree più marginali della società”. In altre parole, dalla fotografia sembra che il numero dei carcerati aumenti all’aumentare della percezione del crimine, e non come conseguenza di un’impennata reale dei reati.

Gli stranieri

Secondo l'associazione, poi, vi è un effetto «criminalizzazione dello straniero», con la percentuale di stranieri che è in aumento dal 33,2% del 2015 al 34,1% di oggi. E sono 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. Mentre sono 11 i minori detenuti con l'accusa di essere scafisti. Ma, secondo l'associazione, vi è il «forte rischio» che tra loro ci siano ragazzi indicati come tali dai veri scafisti, solo perché dovevano reggere il timone o svolgere altre piccole mansioni a bordo. Sono 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. In particolare sono suddivisi dall'amministrazione penitenziaria in tre categorie: i "segnalati" (124), gli "attenzionati" (76) e i "monitorati" (165). Quelli in carcere per reati connessi al terrorismo internazionale, che rientrano tra i monitorati, sono 44. l rapporto spiega che le pratiche per le quali si decide di avviare un'osservazione vanno dagli «atteggiamenti sfidanti nei confronti dell'autorità» al «rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre confessioni» ai «segni di giubilo a fronte di catastrofi naturali o attentati in Occidente» ed «esposizione di simboli e vessilli correlati al Jihad». Fino a qualche mese fa i detenuti accusati di terrorismo islamico erano custoditi presso le carceri di Rossano (dove se ne contavano 9) e di Sassari (18 presenti). Oggi un'apposita sezione è stata istituita nel carcere di Nuoro.

Sono 69 gli spazi di preghiera per musulmani, gli imam 47

Sono soprattutto marocchini gli stranieri in carcere (18,2% del totale), poi romeni (14,1%), albanesi (13,6%) e tunisini (10,5%). I detenuti musulmani sono 6.138 unità (11,4%), gli ortodossi 2.263 (4,2%), oltre la metà sono cattolici. Ma ci sono 5mila detenuti che provengono da paesi tradizionalmente musulmani che non dichiarano il proprio credo, «il che - spiega Antigone - indica una reticenza a dichiararsi musulmani per evitare lo stigma». L'amministrazione penitenziaria sta provvedendo a dotare le carceri di spazi adibiti a sale di preghiere per i musulmani, al momento sono 69, gli imam 47.

Pubblicato in Comune e globale
Sabato, 05 Agosto 2017 00:00

Sinistra e società contemporanea

SINISTRA E SOCIETÀ CONTEMPORANEA Silvano Andriani, Il coraggio della contaminazione 

Già nel corso del dibattito nell’ultimo congresso Ds, in qualche intervento, era emersa la suggestione che l’esperienza della formazione del Partito democratico potesse avere un seguito in altri Paesi europei. Conviene allora provare a inquadrare la vicenda della nascita del Partito democratico nel contesto dei mutamenti politici in corso nei principali Paesi dell’Unione europea. Per alcuni di essi si può parlare di una crisi della politica che è andata manifestandosi nel tempo in vario modo: il successo della destra antiglobalizzazione di Le Pen nelle elezioni di Francia; la vittoria della destra antimmigrazione in Olanda; la crisi dei diversi modelli di politiche di integrazione degli immigrati; la sconfitta del «sì» nei referendum sulla Costituzione europea in Francia e Olanda; la generale perdita di consenso del progetto europeo; e il montare di un preoccupante disincanto verso la democrazia in Germania. Tutti questi fenomeni mettono in evidenza un crescente distacco delle élite politiche dall’opinione pubblica che ha come causa principale lo spiazzamento che i sistemi politici subiscono a opera di un processo di globalizzazione trainato quasi esclusivamente dal mondo degli affari. In questi frangenti il problema principale riguarda evidentemente la sinistra europea. Qui il fenomeno principale sembra essere ora una tendenza allo sdoppiamento. Questa sembrava, fino a qualche tempo fa, una caratteristica dei Paesi latini, contrassegnati, in passato, dalla presenza di forti partiti comunisti, ora riguarda anche Paesi come la Germania e l’Olanda, dove forze nate dalla scissione di partiti socialdemocratici hanno raggiunto una notevole consistenza elettorale, in Olanda quasi pari a quella del partito socialdemocratico. Il risultato di tale situazione e del rafforzarsi, in taluni casi, dei partiti di estrema destra fa sì che nel nocciolo germanico dell’Unione – Germania, Austria, Olanda – i governi sono sostenuti da grandi coalizioni, che appaiono come il blocco politico delle forze consenzienti col processo di globalizzazione, mentre i partiti che rappresentano quanti resistono a esso si collocano a destra o a sinistra. In tali situazioni la sinistra si configura con una componente radicale, sostanzialmente in una posizione di resistenza nei confronti della globalizzazione, il cui radicalismo maschera un’attitudine conservatrice, e una sinistra riformista che non riesce a esprimere una critica sostanziale del processo di globalizzazione e finisce col proporre solo un modo più dolce di applicare le prescrizioni del Washington consensus. Le riforme rischiano di apparire a molti semplicemente come sacrifici necessari; nessuna meraviglia che tale approccio non riesca a conquista re adeguato consenso. La necessità di spostare verso il centro i partiti riformisti viene spesso sostenuta come risultante di un fenomeno più di fondo: un mutamento della conformazione delle società determinata da mutamenti della composizione sociale e dal montare di una cultura individualista. Una tale teorizzazione, in fondo, non è nuova e fu alla base della elaborazione della «terza via» e alla nascita del New Labour negli anni Novanta. Ciò che sorprende è che ancora oggi quell’approccio viene considerato, come risulta anche da qualche intervento al recente congresso dei Ds, come il paradigma di una strategia riformista e senza che si tenti, a ormai dieci anni dall’andata al potere del New Labour in Inghilterra e mentre Blair esce di scena con un livello di consenso ai minimi storici, un bilancio di quella esperienza. Quando si valuta la performance del New Labour rispetto all’obiettivo principale che esso stesso si è posto, adattare il Paese alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, in genere una valutazione positiva viene data sul modello sociale, considerando la buona performance dell’economia inglese negli ultimi dieci anni, mentre si valuta pessima la performance in politica estera, culminata nella fallimentare invasione dell’Iraq. In effetti, tassi di crescita e tassi di occupazione sono stati in Uk migliori di quelli dei principali Paesi dell’Europa continentale e questo viene considerata la prova di una maggiore capacità di adattamento della società inglese alle nuove sfide, dovuta alle riforme fatte per rendere più flessibile il mercato del lavoro e ridurre il ruolo dello Stato. Tali riforme, in effetti, erano state già fatte dalla Thatcher. Ma da cosa dipendono, in realtà, le migliori performace economiche dell’Inghilterra? In genere si assume che l’indice che meglio testimonia la capacità di adattamento di un sistema economico sociale sia quello della produttività oraria del lavoro. L ’indice inglese è, tuttavia, inferiore alla media europea ed è nettamente inferiore a quello di Francia e Germania. Ancora più significativo è un altro indice, quello che misura la mobilità sociale. Ora, una ricerca recente condotta dal Center for economic performance che fa un confronto tra Paesi a modello anglosassone, particolarmente segnato dalle politiche neoliberiste, e Paesi scandinavi, a modello socialdemocratico, mostra non solo che la mobilità sociale è nei Paesi anglosassoni nettamente inferiore , ma anche che essa è in Inghilterra in diminuzione negli ultimi anni. Nello stesso tempo, dati Ue ci dicono che in Inghilterra l’indice di povertà, che per il modo in cui è costruito misura anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, è tra le più alte di Europa. Questo vuol dire che il New Labour avrebbe mancato il suo obiettivo principale, quello di re n d e re la società più dinamica consentendo alla generalità degli individui un’ascesa sociale basata sull’impegno e il merito. Così stando le cose, la buona performance dell’economia inglese può essere spiegata con due fattori uno ciclico e l’al ro strutturale: il primo è consistito nella possibilità che il governo inglese ha avuto di adottare politiche macro economiche più espansive in seguito alla decisione di non a d e r i re all’euro; il secondo, non ripetibile da altri Paesi, consiste nel ruolo preminente ricoperto nel campo della finanza e nel ruolo decisivo che essa è venuta assumendo nel tipo di sviluppo e di globalizzazione in corso. Ma poi è possibile considerare le disavventure internazionali come un semplice incidente di percorso? O non è più realistico ritenere che l’impegno ad affermare a livello mondiale un certo modello di sviluppo e il modo con il quale Blair ha ritenuto si dovessero fronteggiare in termini strategici i problemi posti dal governo del pianeta stessero insieme in una visione del processo di globalizzazione che collima con quello attualmente in atto, verso il quale i sostenitori della «terza via» non hanno mai avuto un atteggiamento critico? Vi è un’analisi delle società contemporanee, che è sostanzialmente opposta a quella che ne postula la deriva centrista e che sottolinea invece la polarizzazione crescente tra quelli che hanno e quelli che non hanno conseguente alla crescita della concentrazione del reddito e della ricchezza che caratterizza quasi tutte le società contemporanee.

Taluno, come Paul Krugman, parla addirittura di «scomparsa dei ceti medi», riferendosi a quelle figure comprendenti anche lavoratori dipendenti dotati di un lavoro stabile e ben retribuito, mentre Larry Summers, anch’egli un liberaldemocratico, che fu ministro del tesoro con Clinton, sostiene che «far fronte ai bisogni dell’ansiosa classe media globale è la sfida economica del nostro tempo». Liberare le società e i mercati dalle incrostazioni corporative può essere un obiettivo in parte collimante della sinistra e della destra liberista, ma già le motivazioni dovrebbero essere diverse. Per la destra si tratta di affermare il principio dell’individualismo in una visione che nega l’esistenza stessa della società e dell’impresa come costrutto sociale, mentre per la sinistra dovrebbe essere soprattutto un modo per realizzare un principio di uguaglianza delle opportunità e perciò dovrebbe andare di pari passo con la fornitura, da parte delle società, di adeguati beni pubblici per consentire agli individui di adattare e realizzare continuamente le proprie capacità. Ma le differenze dovrebbero andare ben oltre: la crescita delle disuguaglianze e della concentrazione della ricchezza sta diventando causa, non solo di crescente ingiustizia, ma anche di crescente rigidità e inefficienza delle società e dei mercati, il principale ostacolo alla mobilità sociale e alla possibilità per tutti i cittadini di realizzare le loro capacità. Il neoliberismo sta tradendo la sua principale promessa, quella di dare ai cittadini, attraverso il mercato, la liberta di realizzarsi. La lotta per una minore disuguaglianza è un pilastro storico dell’approccio di sinistra perciò appare sorprendente che essa non sia ancora divenuta punto centrale di un programma per un tipo di sviluppo e una globalizzazione diversa da quella in corso. Su questo terreno, ormai è chiaro, sarebbe nuovamente possibile un’alleanza tra forze di sinistra e forze liberaldemocratiche, purchè a sinistra si abbia l’accortezza di distinguere tra liberaldemocratici e liberisti. Il risultato della scarsa capacità di formulare una critica del modo in cui la globalizzazione sta avvenendo fa sì che la sinistra riformista non rappresenti adeguatamente i ceti meno abbienti, quelli che più si sentono minacciati dalla globalizzazione e che una volta rappresentavano la sua naturale costituency. Così essi restano esposti al richiamo delle sirene populiste. Questo spiega, oltre i fenomeni richiamati, anche il fatto che la classe operaia in Italia abbia votato in maggioranza per Berlusconi, il sostegno popolare ai gemelli polacchi e al leader populista ungherese sostenitori di un acceso nazionalismo e anche il fatto paradossale che David Cameron, leader conservatore inglese, che viaggia nei sondaggi quindici punti sopra Gordon Brown, stia facendo proprie le bandiere della lotta alle disuguaglianze, della difesa dell’ambiente e di una politica estera che non sia «schiava» degli Usa, issue tipiche della sinistra, anche se resta da vedere se e come renderà coerente questa visione con la natura del suo partito. Nel quadro di una crisi alquanto generalizzata della politica, il caso italiano presenta almeno due notevoli particolarità: l’Italia è l’unico Paese dove il sistema politico è letteralmente collassato con la scomparsa di tutti i partiti storici; l’Italia è l’unico Paese dove la presenza del Vaticano genera un condizionamento della vita politica che, specie nella fase attuale, dovrebbe indurre la sinistra a considerare prioritario l’obiettivo ad affermare chiaramente, in termini attuali, la laicità dello Stato. La particolare situazione italiana genera, tuttavia, anche una specificità positiva, in controtendenza rispetto al resto di Europa: tutte le componenti della sinistra, emerse nella lunga fase di transizione del sistema politico, collaborano nel sostegno dell’attuale governo. Si tratta di una unità ancora precaria e l’ulteriore evoluzione del sistema politico, che sarà influenzato dalla scelta del sistema elettorale, ci dirà se essa è destinata a durare.

La nascita del Partito democratico influenzerà inevitabilmente la riorganizzazione delle altre componenti del sistema politico e non solo di quelle della coalizione di centrosinistra. Vi sono, tuttavia, due modi di pensare una tale evoluzione. Si può desiderare che la nascita del Partito democratico possa creare anche in Italia le condizioni per una grande coalizione e, considerato che essa non sarà praticabile fintantoché Berlusconi occuperà la scena politica, ritenere che possa essere sostituita dall’alleanza con un grande centro, auspicandone la nascita come fa Casini. Una tale soluzione riproporrebbe anche in Italia i limiti già delineati del riformismo debole prevalente nel decennio precedente con due difetti in più: darebbe un enorme potere di coalizione a un partito che continua a dichiarare di fare parte del centrodestra; darebbe al Vaticano una capacità di condizionamento diretto e sistematico su ogni possibile coalizione di governo. L’altra strada è quella di rafforzare l’unità delle forze della coalizione. Questo comporta che il Partito democratico rafforzi la propria capacità di proporre una visione del processo di globalizzazione diverso da quello in corso e proponga comunque politiche che rafforzino la capacità dello Stato di intervenire per ridurre le disuguaglianze e dare a tutti i cittadini accesso adeguato a beni pubblici indispensabili per potere realizzare le proprie capacità e migliorare le condizioni del vivere civile. E comporta che gli altri partiti di sinistra rafforzino la propria cultura di governo, si dissocino da movimenti massimalisti e non si identifichino con un approccio pacifista che, per quanto nobile, non lascia spazio per una strategia internazionale e tanto meno per una politica estera realistiche. Una tale evoluzione culturale sarà possibile solo se il Partito democratico sarà generato dalla contaminazione di culture diverse presenti nella società e se tale commistione contribuirà a un sostanziale rinnovamento dei gruppi dirigenti. !

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Lunedì, 03 Luglio 2017 00:00

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo.

Un minore che attraversa confini in condizioni estreme, nelle mani di aguzzini, macinando distanze da atlante in difficoltà impossibili da riprodurre a parole. Senza genitori. Solo come un cane, in mezzo a tanti altri disperati, così disgraziati che ognuno resta abbandonato a sé stesso. Shakir, 11 anni, è riuscito a superare e a sopportare il viaggio dall’Eritrea all’Europa. Dal barcone è sceso fino a giungere al foyer della Croce Rossa di Paradiso, da dove con altri due ragazzi è scappato lo scorso 22 febbraio. Ecco la sua storia, o quel frammento di storia che conosciamo.

È il settembre del 2015, la scuola ha riaperto e le attività sono ricominciate. Accompagno mio figlio all’allenamento di calcio. Osservo che c’è un nuovo compagno di squadra: è nero e conosce pochissimo l’italiano. Mi immagino uno spostamento familiare. Non penso neppure un secondo che sia un minore non accompagnato, che quel bambino sia qui da solo». Così Simona Spinedi Schoepf, che incontriamo a Breganzona nel suo studio di psicoterapia, ricorda il primo incontro con Shakir: «Non si poteva non notarlo, fosse stato solo per il sorriso che aveva. Lega subito con mio figlio, fra di loro c’è simpatia. Noto che dopo gli allenamenti fa la doccia, ma si rimette gli stessi indumenti usati in campo. Mi sembra strano. E ha un sacchetto piccolo piccolo, inadeguato alla pratica sportiva, dove ci stanno solo le scarpette. Vengo a sapere che è qui come richiedente l’asilo. Da solo. È poco più di un bambino, mi intenerisce e mi colpisce la sua situazione, che fa male». Shakir è simpatico, fa venire voglia di conoscerlo. «Vista l’amicizia che si sta instaurando con mio figlio, propongo un pranzo da noi dopo la partita. Chiedo l’autorizzazione alla direzione del foyer dove risiede e Shakir inizia così a frequentare casa nostra». Si integra subito bene e la frequentazione diventa un appuntamento fisso: ogni week end Shakir lo passa dagli Schoepf «portando allegria e trovando una casa che può sentire anche sua assieme ai miei due figli, uno nato nel 2006 e l’altro nel 2004: sono vicini d’età e si intendono bene. Passano le giornate a giocare, alla sera guardano un film, ridono in camera quando vanno a dormire: le cose che fanno i ragazzi assieme quando si divertono».

Shakir, piano, piano, inizia ad aprirsi e a raccontare un po’ di sé: abitava in Eritrea, ma è di origine somala, sono in sette fratelli e con uno di questi ha deciso, contro il volere dei genitori, di venire in Europa. Il ragazzo non parla volentieri del suo passato, e nessuno lo forza, ma, acquistando fiducia nella famiglia con cui trascorre ogni fine settimana, parla a mozziconi della sua storia: dice di non avere subito violenze fisiche, ma maltrattamenti psicologici. Riferisce di essere partito con un fratello maggiore, ma di averlo perso di vista in Sudan. Arrivato in Libia non sarà facile il “soggiorno”: «Shakir lì lavora per raccogliere i soldi necessari per la traversata. “Fai il bravo perché la tua vita vale meno del mio proiettile” gli dice chi lo controlla e che mi descrive come “un grosso uomo nero”». Un’idea fissa però ce l’ha: «Voglio andare in Svizzera» dirà quando approda col barcone in Italia. E in Svizzera arriverà. A Stabio, nel centro dove vengono smistati i minori, resta tre settimane e lì verrà separato dall’unico punto di riferimento che gli resta: un amico che si è fatto sul barcone e con cui lui ha condiviso quella esperienza folle, vertiginosa per qualunque essere umano.

Shakir viene assegnato al canton Ticino, che ha appena aperto un foyer per i minori non accompagnati. Inizia la scuola e il suo percorso d’integrazione che a un certo punto si incrocia con la famiglia di Bedano. «L’esperienza che viviamo con Shakir è positiva. Lo osservo, e da psicoterapeuta specializzata in trauma, constato che lo stress in lui non si è cronicizzato e che la permanenza nella nostra casa non riattiva traumi. Chiedo conferma agli educatori del foyer della Croce Rossa: sì, anche secondo loro, Shakir è contento di stare da noi. Io e mio marito decidiamo di annunciarci come famiglie affidatarie». A questo punto la famiglia Schoepf avvia il percorso per diventare famiglia affidataria e offrire una casa a Shakir, crescendolo con i propri figli.

A dicembre 2016 all’interno al Centro richiedenti l’asilo della Croce Rossa a Paradiso un somalo di 17 anni aggredisce con un coltello un connazionale, ferendolo in modo grave. «Sento la notizia alla radio, si parla di somali, penso a Shakir, mi spavento. Gli scrivo immediatamente e mi risponde che sta bene, ma che ha paura a restare nel foyer. Chiedo quindi all’educatrice di poterlo tenere con noi quella notte, ma ci viene negato il permesso. Pure il week end successivo, per la prima volta, Shakir non potrà venire a casa nostra perché ha delle attività nel foyer da seguire» continua Spinedi Schoepf. Arriva il Natale, Shakir lo passa con gli Schoepf, ma il 22 febbraio 2017 il ragazzo con altri due compagni del foyer scappa: «Alla mattina non si presenta a scuola. La docente allerta la Croce Rossa, eppure i tre ragazzi, senza biglietti ferroviari, documenti d’identità, non vengono controllati da nessuno durante il viaggio che li conduce da Lugano, prima a Zurigo e poi a Basilea. Le autorità sono state allertate subito? Dopo tre giorni dalla sua fuga, riesco finalmente a sentirlo. È in Germania, fuori Basilea, ed è stato assegnato a una famiglia affidataria».

Che cosa non è funzionato? Perché è scappato?

Ce lo siamo chiesti anche noi. È stato molto doloroso, non sai in che condizioni è partito, che fine ha fatto, quando ha preso questa decisione. Noi lo vedevamo contento e si stava già proiettando nella nostra casa. Non si vedeva come un rifugiato sfigato, ma come il componente di una famiglia che poteva garantirgli affetto, vicinanza, sostegno, ma anche quel pallone nuovo o l’uscita al cinema come ogni ragazzo che ha una situazione normale. Siamo sempre in contatto con lui e, nel frattempo, Shakir mi ha fatto avere delle lettere in cui parla della sua fuga. Ne sapremo di più a fine mese quando andremo a trovarlo.

Alla luce della sua esperienza, ritiene più adatto l’affido in famiglia o la permanenza in foyer?

Se i foyer possono essere necessari, una casa, una famiglia sono tutt’altro. Occorre inoltre distinguere fra intervento educativo e sanzioni che celano un abuso di potere. Ritengo che l’affidamento sia un vantaggio per tutte le parti in causa. Per la Confederazione è una soluzione più economica rispetto all’istituto. Inoltre, evita la ghettizzazione dei minori e facilita una reale integrazione nel tessuto sociale grazie alla famiglia che fa da ponte. In questo modo si disinnescherebbe pure quella frustrazione del sentirsi perennemente fuori luogo, che può trasformarsi in una bomba a orologeria.

Pubblicato in Aggiornamenti
Giovedì, 27 Aprile 2017 00:00

centro Sinistra

Il centrosinistra deve dare vita a una nuova piattaforma politica. La via seguita finora è sbagliata, Bersani

Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Se il Pd e il campo progressista restano sul piano di un blairismo nato in altre fasi, rimasticato e ormai esausto, o se ci si mette sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro. Le scorie lasciate dal ripiegamento della globalizzazione, la disunione europea, i problemi strutturali italiani impongono un ripensamento complessivo. Dobbiamo proporre protezione, ma con i valori della sinistra: riprendere in mano i diritti del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo ridurre la forbice sociale, basandoci su due pilastri: fedeltà e progressività fiscale da un lato e welfare universalistico davanti ai bisogni essenziali. E un nuovo ciclo di investimenti pubblici per dare lavoro, in particolare sull'innovazione industriale e per la manutenzione straordinaria del Paese.

Il Pd e più in generale il campo progressista non possono farcela se non si elabora e si trasmette un’idea di Paese. Il Paese che vogliamo, un Paese più avanzato e rinnovato, ma solidale, inclusivo, dove ognuno abbia la possibilità di un lavoro e di una vita dignitosa.

L’idea di Paese in questi anni si è persa in analisi e riflessioni di straordinaria leggerezza, nella nebbia di un racconto consolatorio ma fallace, anche se per alcuni aspetti perfino eccitante. Questo racconto ha coinvolto e convinto molte persone e ancora oggi coinvolge tanti italiani.

Come è potuto accadere? Dobbiamo chiederci come ha fatto a reggere così a lungo una narrazione rosea della realtà, mentre il Paese vero finiva in ginocchio. La risposta è che, al fondo, questa narrazione, la sua diffusione e il fatto che sia stata così poco contrastata e così tanto condivisa ha una base strutturale, la quale poggia sulle spalle di diversi soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione.

Questi soggetti, nel mezzo di un passaggio sociale ed economico che è difficile per tutti, hanno avuto ed hanno bisogno di aggiustare le proprie cose con tranquillità, e dunque anche di evitare scossoni dovuti al malessere. Per tale ragione hanno sostenuto e sostengono un racconto destinato a convincere anche i passeggeri della terza classe, che pure si stanno bagnando i piedi, che la rotta è quella giusta, che la nave va e con un po’ di ottimismo arriverà in porto.

Questa è stata la base strutturale che ha sostenuto il racconto di un Paese in rosa. Naturalmente, un po’ di ottimismo della volontà e il riconoscimento che il nostro è uno straordinario Paese sono indispensabili. Il problema è che l’idea di quei soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione di aggiustare le proprie cose, coprendosi con un racconto che illude, ha coinciso e coincide di fatto con un indebolimento delle nostre strutture economiche, industriali e finanziarie, perché spesso e volentieri significa darle via, perderle.

Noi dobbiamo quindi cominciare in un altro modo, con un’altra logica: dobbiamo riprendere il filo di una esigenza nazionale, da un’idea di Paese che sia seria e sia veritiera e che parta anche – considerato che spesso nell’analizzare i problemi che ci sono ci dimentichiamo di sottolinearlo – dalla forza, dalla vitalità, dalle potenzialità che ci sono e sono grandi, ma che possono attivarsi solo se raccontiamo una cosa vera.

E allora: come siamo messi in realtà? Siamo in mezzo ad un passaggio di fase, e non da oggi, già da due o tre anni. Un passaggio nel quale si intrecciano in modo inestricabile tre fatti.

Il primo fatto è il ripiegamento della globalizzazione. Ormai è un dato conclamato. Basta leggere le statistiche. Fino a due anni fa il commercio mondiale cresceva a ritmi di oltre il sette per cento l’anno. Adesso va malamente al più uno. Il Prodotto interno lordo del mondo cresce più del commercio, e questo solo dato segnala che la globalizzazione sta ripiegando. Siamo dunque di fronte al cambiamento di una lunga fase cominciata negli Novanta.

Il secondo fatto è la disunione dell’Europa. Il terzo è rappresentato dai nostri problemi. E tra questi diversi fenomeni c’è un intreccio profondo.

La globalizzazione ha fatto avanzare il mondo nel suo complesso. Non vi sono dubbi. Ma adesso, nel ripiegamento, sta consegnando le sue scorie alla parte di mondo che è stata più coinvolta. Sono scorie già attive da alcuni anni. La prima di queste scorie è che si sono creati soggetti e fenomeni che non hanno una governance. Il pensiero va immediatamente alla finanza. In realtà, l’elenco potrebbe essere lungo. Basti pensare al mercato dei brevetti sui farmaci, alle migrazioni, al terrorismo e alla violenza, fino alle guerre che non solo non si riesce più a fermare, ma che non si riesce nemmeno più a interpretare. Sono fatti non governati.

Un’altra scoria, se così possiamo dire, è la forte disuguaglianza, cresciuta a livelli inediti. Non parlo del mondo nel complesso, per il quale si potrebbe addirittura dire che enormi masse sono emerse dalla povertà e quindi è cresciuta l’uguaglianza. Dico che nei singoli paesi, soprattutto in quelli più sviluppati, la forbice si è allargata in modo drastico.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’indebolimento e la ricattabilità del lavoro, dovuta a due motivi di fondo: la sovracapacità produttiva che la bolla della globalizzazione ha creato e che ora tende a ridimensionare; e la pervasività delle nuove tecnologie che, finita la fase rivoluzionaria, adesso si sono inserite in tutti i settori, mettendo all’angolo il lavoro. Tutto questo è avvenuto in nome del consumatore, per favorire il consumatore. E così è anche stato. Ma poiché il consumatore è anche un lavoratore, e il lavoratore è via via diventato più ricattabile, più precario, meno pagato, oggi anche il consumatore rischia di essere più debole, o addirittura di scomparire, fatto dal quale deriva il rischio di una lunga fase di stagnazione, di crescita del Pil allo zero virgola, il che significa che non aumentano i consumi e quindi non aumentano nemmeno gli investimenti.

Questi sono i fatti che ci consegna il ripiegamento della globalizzazione e sui quali è nata la base ideologica e politica di quella che potremmo chiamare la nuova destra, sovranista, protezionista, identitaria e anti-establishment, che sia pure in diverse forme si sta manifestando in tutto il mondo. E’ una cosa nuova rispetto alle destre del passato. E’ un fenomeno diverso. E’ un campo in formazione.

Di fronte a questi fatti, l’Europa aggiunge un problema, invece di dare una risposta. Oggi ci stupiamo della disunione dell’Europa. Ma la verità è che la disunione dell’Europa ha fatto i primi passi all’inizio della fase della globalizzazione, quando il modello europeo (alta fiscalità, forti diritti del lavoro, welfare molto costoso) ha cominciato a subire colpi duri. Improvvisamente, in quegli anni la globalizzazione ha smontato il meccanismo del modello europeo, perché si doveva competere con paesi e popoli che non avevano le stesse protezioni sociali. E quindi è cominciata anche una concorrenza interna in Europa, una corsa a chi sapeva smontare più pezzi del modello fiscalità-welfare-diritti del lavoro. Così, quando è arrivata la crisi nel 2007, non c’era già più la solidarietà e ci siamo trovati messi come siamo oggi.

Non è un caso che quelle risposte - a volte di destra, ma non sempre - che dicono protezionismo e anti-establishment siano nate in Europa, siano nate prima qui, proprio qui.

Infine, c’è il nostro problema nazionale. Un problema strutturale e storico: le differenze Nord-Sud, un sistema economico bancocentrico, la dimensione delle imprese, il debito pubblico. Senza dire dei problemi protostorici, come la debolezza dello spirito e della coscienza nazionale: ne parlava già Giacomo Leopardi.

Questo spiega perché nella crisi cominciata nel 2007 abbiamo perso dieci punti di Pil e oltre il 20 per cento della produzione industriale. Oggi, coloro che ripetono ogni momento che abbiamo ritrovato la strada giusta perché cresciamo dello zero virgola, dimenticano di dire che nella crisi abbiamo perso molto ma molto di più degli altri Paesi: due, tre, quattro volte di più rispetto agli altri.

Che fare, allora? Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo sì fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Ma non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Non per i piccoli passi, proprio per la direzione. Dobbiamo fare in modo che il problema che c’è, il malessere, non venga interpretato solo dalla demagogia. Non lo chiamo neppure più populismo. Sono i cattivi pensieri di una nuova forma di destra nascente. E possono essere guai, se non interviene il Pd, lo schieramento progressista, che è già in ritardo.

Come? Io vedo tre campi di azione. Il primo: riprendere in mano i diritti del lavoro. C’è poco da fare: se non mettiamo meno insicurezza, meno incertezza e meno precarietà nel lavoro; se prosegue l’umiliazione del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, se tutto questo non accade, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Secondo, cercare di ridurre la forbice sociale. Sono due i pilastri per riuscire in questa impresa: fedeltà e progressività fiscale da un lato; e, dall’altro, welfare universalistico davanti a bisogni essenziali della vita delle persone, a cominciare dalla salute. Anche questo dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Terzo campo di azione: il ruolo del settore pubblico, diretto e indiretto, negli investimenti. Finché si va avanti con crescite dello zero virgola non possiamo pensare che non vi sia uno sciopero del capitale, come è avvenuto negli ultimi anni. Se non c’è un orizzonte che consente di sperare in una crescita dei consumi, l’imprenditore i soldi se li tiene ben stretti. Quindi ci vuole un nuovo ciclo di investimenti pubblici diretti e indiretti, se vogliamo dare lavoro. Investimenti ben selezionati, perché devono essere orientati al lavoro, alla modernizzazione e al potenziamento dell’apparato economico.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega. Protezione e dignità, ma non come fa Trump, che non propone di risolvere i problemi degli americani, ma solo di scaricarli sui messicani, senza cambiare nulla rispetto alle disuguaglianze interne, rispetto agli interessi dei più forti.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Non mi si venga a dire che non ci sono i soldi. Basti pensare che, contati per difetto, in questi anni abbiamo messo 25 miliardi di euro su roba varia che non sono investimenti. E oggi ci ritroviamo ad aver attraversato la fase dei tassi di interesse più bassi, con una liquidità che te la tirano dietro, riuscendo ad aumentare il debito pubblico senza fare investimenti, un bel capolavoro.

In questo contesto va segnalato anche lo straordinario fatto che siamo diventato tutti tifosi del deficit e del debito: “Europa matrigna facci fare più deficit e debito”, è il motivo di fondo. Ma guardate che poi questi debiti non li pagheranno gli altri. Semplicemente li stiamo scaricando sulle spalle dei nostri figli.

Con l’Europa è giusto parlare e trattare. Ma per dire: cari partners, sì, vogliamo indebitarci, ma solo per investimenti utili. Il resto ce lo vediamo e ce lo facciamo con la redistribuzione interna, dove chi ha di più deve dare di più.

Sono cose da sinistra di governo. E non sono cose anti-establishment. La sinistra con l’establishment ci parla, ci deve parlare, il problema è mantenere il proprio autonomo punto di vista per una crescita più equilibrata, per una riduzione della forbice, altrimenti non può esserci una crescita duratura.

Oggi non possiamo stupirci se la gente considera il Pd insieme ai più forti. Di che ci stupiamo: la base strutturale della narrazione corrente questo dice. E non è un caso se nella votazione sull’ultimo referendum è emersa una divisione del voto, come ha suggerito Alfredo Reichlin, addirittura per classi. Noi dobbiamo dunque riprendere una visione nazionale, dove non si dividono gli interessi, ma si riunificano.

Ecco, concluderei dicendo con forza che solo con proposte di una sinistra di governo la sinistra sarà di nuovo competitiva. Se invece il Pd e insieme al Pd tutto il campo progressista restano sul piano di un blairismo rimasticato, e ormai esausto, o se si mettono sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro.

Una fase si è chiusa. L’esigenza urgente e drammatica è di non arroccarsi e di aprire una discussione vera. Perché sarebbe sbagliato pensare solo ad aggiustamenti millimetrici, o che basti mettere una scorza di sinistra nel cocktail degli ultimi tre anni. Non basta. Né il Pd potrà riproporre idee come la rottamazione, o quella forma di giovanilismo un po’ futurista che ha contraddistinto l’ultima fase. Per il centrosinistra si impone una nuova piattaforma politica: guardiamo avanti, Bersani

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Giovedì, 09 Marzo 2017 00:00

Errori di Renzi

Ecco il decalogo degli errori di Renzi Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall'ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini.

1.. La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.

2. Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.

3. Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori). Anche l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.

4. Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore-Come si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.

5. Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente dalla Banca d’Italia , ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile, comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che costituzionale.

6. E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l’implementazione.

7. Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del 1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000, tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc, frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione, all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di recupero di evasione.Contemporaneamente l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse nell’informatica. Ma più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti, contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative -è bene ricordarlo- a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura (tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali, una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria), alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti “imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap, imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione. La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile, il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.

8. Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero. Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.

9. La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare, per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un ‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi, tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.

10. La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico, meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.

11. La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale, peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta. Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi avanti.

12. Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi di ordine amministrativo e costituzionale.

13. Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta. L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe dirigente ancora meno qualificata.

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Lunedì, 20 Febbraio 2017 00:00

Successo populista

Le ragioni del successo populista: ipotesi a confronto

Di Marco Tarchi

La capacità delle forze populiste di sfruttare dal punto di vista elettorale le esplosioni di emotività collettiva suscitate dall’opposizione all’immigrazione e dalla protesta antipolitica non basta a spiegarne pienamente il successo. Diverse sono le ipotesi interpretative a riguardo, che da una parte sottolineano la capacità di questi partiti di combinare il radicalismo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, dall’altra tendono a spiegarne il ruolo crescente inserendoli all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, da un’altra ancora ne evidenziano la capacità di risposta all’inquietudine di molti cittadini europei di fronte a fenomeni ai quali non erano preparati, in primo luogo la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale.

L’ascesa del Front National a primo partito francese nel primo turno delle elezioni regionali dell’autunno 2015, il clamoroso risultato del candidato della FPÖ Norbert Hofer nel ballottaggio delle presiden­ziali austriache del maggio 2016 e il successo della campagna pro-Brexit guidata dall’UKIP di Nigel Farage hanno consolidato l’im­magine di una nuova ondata elettorale delle formazioni populiste europee e riacceso un dibattito aperto ormai da quasi due decenni sulle ragioni di questo consenso.

Nella polemica politico-giornalistica, molti osservatori hanno ricon­dotto il fenomeno o a una ricaduta della predicazione antipolitica in­nescata dai frequenti episodi di corruzione dei più recenti decenni, o al riproporsi sotto mentite spoglie delle eterne ambizioni antidemocrati­che della destra estrema, oppure, sul versante opposto, a una ribellio­ne di strati sociali trascurati e inquieti all’autoreferenzialità di un ceto dirigente cieco o incosciente di fronte al manifestarsi dei lati oscuri della globalizzazione. Argomenti che hanno senz’altro in sé frammen­ti di verità e servono a lanciare campagne politiche, ma che in sede scientifica abbisognano quantomeno di sostanziose integrazioni, che il dibattito fra gli studiosi di questo tema si sforza di offrire.

Fra politologi e sociologi ha infatti sempre meno credito la tesi che fa dei partiti populisti dei movimenti monotematici, la cui capacità di presa sugli elettori sarebbe legata esclusivamente all’emersione di due temi che suscitano forti esplosioni di emotività collettiva e di cui, per diverse ragioni, i concorrenti non sono in grado di approfittare: l’op­posizione all’immigrazione e la protesta antipolitica. Entrambe que­ste tematiche hanno svolto una funzione importante nel sottrarre le formazioni populiste alla marginalità, ma è azzardato sostenere che, da sole, l’una o l’altra abbiano potuto condurre all’attuale situazione.

L’immigrazione di massa ha certamente immesso nel clima sociale dei paesi industrializzati preoccupazioni psicologiche in grado di in­taccare le preesistenti identificazioni dell’elettorato nei partiti tradi­zionali. Non vi è dubbio che la condanna delle politiche permissive di molti governi verso un fenomeno in costante crescita, attivando meccanismi di difesa da minacce culturali (come la perdita dell’a­bituale stile di vita conviviale e la forzata accettazione di compor­tamenti inusuali dettati da costumi religiosi e/o etnici sconosciuti o mal conosciuti) ed economiche (la presunta insidia del posto di lavoro, il timore di veder calare i benefici del welfare state dovendoli spartire con i lavoratori stranieri) ha favorito i partiti populisti. In alcuni casi li ha fatti conoscere al pubblico, consentendo loro di dis­sodare in perfetta solitudine un campo nel quale i concorrenti non osavano mettere piede temendo l’inevitabile accusa di xenofobia e i costi connessi. In altri li ha collocati al centro del dibattito politi­co, sia pure nella scomoda posizione di pecore nere, di trasgressori dell’imperativo etico della solidarietà verso i diseredati e di alfieri dell’egoismo e dell’emarginazione dei più deboli. In entrambi i casi ha consentito loro di proiettare un’immagine ben diversa da quella dei combattenti di anacronistiche battaglie di retroguardia che pesa­va sulle forze politiche neofasciste.

Quanto invece all’atteggiamento antipolitico, di cui questi par­titi hanno fatto una bandiera, è possibile che esso, degradandoli a espressione degli umori protestatari che investono ciclicamente i sistemi democratici, ne abbia fatto ritenere poco credibile l’aspira­zione a svolgere ruoli di governo; ma i vantaggi ottenuti critican­do sistematicamente l’establishment e l’insensibilità dei politici di professione hanno ampiamente bilanciato le perdite sul versante della rispettabilità. Sfidare le regole del politi­cally correct è diventato anzi, per loro, un modo privilegiato per distinguersi dagli avversari e ac­cusarli di conformismo. In un’epoca nella quale il richiamo delle ideologie è sempre più flebile e l’attenzione ai risultati concreti conseguiti dai governi sta diventando la bussola più utilizzata per orientare i comportamenti di voto, i partiti populisti hanno dato espressione a una delusio­ne diffusa rispetto al funzionamento dei sistemi democratici, riscuotendo nelle urne i dividendi dell’investimento fatto. In particolare, il tenden­ziale avvicinamento dei programmi dei partiti di destra e di sinistra, nonché delle politiche da essi praticate quando hanno assunto responsabilità di governo a livello centrale o locale, ha accen­tuato la visibilità di questi partiti di protesta ra­dicale. E a creare un terreno fertile alla predicazione populista hanno contribuito l’affievolimento delle passioni politiche ideologiche, il ridimensionamento organizzativo dei partiti che di esse avevano fat­to uno strumento di educazione civica e integrazione psicologica dei cittadini e la delegittimazione del ceto politico professionale, in un contesto in cui élite tecnocratiche e gruppi di potere economico non nascondono l’ambizione di guidare direttamente gli affari pubblici senza dover sottostare ai controlli e alle lungaggini del processo di investitura democratica.

Tutte le formazioni populiste hanno assegnato un grande rilievo a questi temi nel loro discorso, contando sul vantaggio dato dalla pos­sibilità di appropriarsene; solo alcune hanno però saputo farvi leva efficacemente. In vari paesi, i movimenti che hanno fatto degli im­migrati o della partitocrazia l’unico bersaglio di propaganda sono rimasti allo stadio gruppuscolare o sono rapidamente regrediti dopo qualche episodico successo elettorale. Ciò dimostra che enfatizzare un unico argomento di campagna non giova al successo di questi partiti, una delle cui caratteristiche consiste nel sapersi conquistare una base di sostenitori che attraversa i confini delle preesistenti ap­partenenze politiche ed è attratta non tanto da proposte monotema­tiche quanto piuttosto dalla natura composita e ad ampio raggio del programma che le viene proposto. Questo dato è stato colto da quasi tutti gli studiosi del fenomeno populista, i quali tuttavia lo interpre­tano seguendo due schemi diversi e, in più punti, alternativi.

Il primo filone interpretativo connette il successo di questi partiti alla capacità di porre in atto una strategia che combina il radicali­smo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, producendo tribuni ancora capaci di infiammare le masse dei seguaci dall’alto di un palco comiziale ma a proprio agio anche nei salotti da talk show televisivo, nei dibattiti con esponenti della politica ufficiale. L’uso di toni estremi è per questi “telepopulisti” solo uno strumento verbale, utile, più che per conquistare i favori delle frange più esasperate dell’elettorato conservatore, per attrarre i settori dell’opinione pubblica più delusi dalla politica o meno attratti dalle sue controversie astratte, primi fra tutti gli astensionisti, calcan­do i toni dell’attacco ai bersagli preferiti, connessi a preoccupazioni concrete e immediate. Fra questi figurano da un lato lo status quo di una società in stallo, garantito dai sindacati e dai governi socialdemocratici ma anche dagli esecutivi conservatori amanti del quieto vivere e poco propensi a dar seguito ai propositi di ri­voluzioni liberali, che proteggono i privilegi dei lavoratori inseriti nei settori economici sussi­diati direttamente o indirettamente dallo Stato abbandonando alla deriva gli operatori della piccola e media industria, e dall’altro la società multiculturale, distruttrice delle tradizioni e dei modi di vita indigeni.

Secondo questa interpretazione i partiti populi­sti, agitando il modello di una democrazia ideale sottratta alla corruttrice egemonia di classi poli­tiche interessate esclusivamente al proprio torna­conto, promettono di dar voce alla gente comune e di armonizzarne gli interessi alla luce del buonsenso e di un’etica produttivistica che attribuisce valore agli individui nella misura in cui il loro impegno offre un contributo all’intera comunità. Da ciò discendono la cele­brazione delle virtù del popolo laborioso, oppresso dal fisco e sfrut­tato da un’oligarchia di burocrati e maneggioni, e l’insistente ricorso alla dicotomia noi contro loro, la gente ordinaria titolare della sovra­nità contro l’oligarchia che se ne è distaccata e ne tradisce le aspet­tative. Questo stato d’animo si traduce nella richiesta di sostanziali riduzioni delle tasse, del ridimensionamento della spesa pubblica a fini assistenziali (o dell’esclusione degli stranieri dalla possibilità di usufruirne) e dell’avvio di privatizzazioni su larga scala, ma anche nella promozione di strumenti di democrazia diretta – in primo luo­go il referendum – che consentono di scavalcare la mediazione dei partiti e dei politici di professione. A queste rivendicazioni si affianca la promozione di un nazionalismo economico che vede nella grande finanza, negli speculatori di borsa e nelle società multinazionali gli artefici di un sistema di sperequazioni sociali di cui l’immigrazione di massa dai paesi poveri, che garantisce il contenimento dei salari ope­rai e alimenta forme di concorrenza sleale a danno dei commercianti al dettaglio, è una pedina fondamentale.

Una diversa linea di lettura dei successi dei movimenti populisti li colloca all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, che vedrebbe contrapporsi una Nuova Sinistra partecipativa e libertaria, favorevole alla combinazio­ne di un intervento statale mirato alla redistribuzione dei redditi nel­la sfera economica e della massima autonomia individuale nella sfera culturale, e una Nuova Destra autoritaria, liberista in economia ma legata a una visione gerarchica della vita sociale, che contempla espli­cite limitazioni della diversità e dell’autonomia culturale dei singoli. In questa visione, più che a una reazione di circostanza connessa a specifici problemi, la forza dei partiti populisti, definiti appunto di Nuova Destra, andrebbe collegata all’emersione di un vero e pro­prio contro-movimento, attivo sui piani intellettuale e politico. Il loro atteggiamento, sollecitato più dallo “sciovinismo del benessere” che da nostalgie autoritarie, non può essere definito antisistemico in senso proprio, giacché essi assumono posizioni estreme ma collocate all’interno dell’ordine costituzionale e, pur operando ideologicamen­te lungo lo stesso asse politico che ha caratterizzato l’estrema destra qualche decennio addietro, ne ammorbidiscono le rivendicazioni per introdurle nell’agenda politica ufficiale, fungendo da cerniera, ma anche da linea di separazione, fra i settori dell’opinione pubblica mo­derata resi più inquieti dalla disgregazione del vecchio ordine morale e sociale e gli ambienti dell’estremismo antidemocratico.

Tenendo conto di queste interpretazioni, ma senza abbracciarne to­talmente nessuna, si possono ricondurre le cause del fenomeno a due dati fondamentali. Da un lato vi è l’intensificazione, a causa della globalizzazione economica, di trasformazioni strutturali che hanno messo in crisi il precedente meccanismo di politicizzazione dei con­flitti sociali e i partiti che se ne erano giovati, inceppando i sistemi di mediazione politica imperniati sul rapporto triangolare governi-par­titi-sindacati. Dall’altro vi è la crisi di legittimità della classe politica, aggravata dalla perdita di sovranità degli Stati nazionali, che ha por­tato al progressivo logoramento di gran parte dei regimi democratici europei e li ha esposti a sempre più frequenti e vivaci accuse di inef­ficienza e corruzione.

Ponendo questi fenomeni in stretto rapporto, Dominique Reynié ha avanzato l’ipotesi che meglio si adatta alle dinamiche attuali, co­niando la formula del populismo patrimoniale. Facendo notare che i partiti populisti hanno ottenuto il sostegno di settori sociali che vanno al di là delle vittime delle politiche neoliberali indotte dalla globalizzazione e hanno avuto successo anche in paesi o regioni le cui condizioni socioeconomi­che avrebbero dovuto ridurre, anziché fomenta­re, angosce e proteste, Reynié invita a tener con­to del ruolo svolto da stati d’animo diversi dal mero risentimento.

Un peso importante va attribuito, in questo qua­dro, all’inquietudine che si è insinuata in molti cittadini europei di fronte all’insorgere di feno­meni ai quali non erano psicologicamente pre­parati. Fra questi, la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale. «L’attuale immigrazione – scrive Reynié – si verifica nel contesto pregnante della globalizzazione. È una raffigurazione della globalizzazione. Manifesta in maniera spettacolare l’intrusione del mondo nelle nostre vite» e determina la percezione di un’alterità culturale che suscita inquietu­dine. Anche quando le cifre ufficiali ne ridimensionano la portata, questo sentimento tende a persistere, perché: «In materia di immi­grazione, le impressioni contano più delle statistiche. […] La percen­tuale degli stranieri all’interno di una popolazione nazionale descrive la realtà giuridica di una situazione demografica ma non traduce il mondo percepito dall’opinione pubblica. […] Nel mondo ordinario, l’identità nazionale si legge spesso nell’apparenza fisica, nel colore della pelle, in un accento, negli abiti o nella religione».1 L’immigra­zione apre, agli occhi di chi la percepisce in questo modo, un duplice contenzioso, economico e culturale. Qui si inseriscono, con il loro messaggio, i populisti, che invocano la crisi identitaria perché san­no di toccare una ferita collettiva reale. Affiancando all’inquietudine identitaria quelle socioeconomiche e politiche, essi affiancano isla­mofobia, euroscetticismo, adesione all’economia di mercato e anti­fiscalismo.

È sulla base della difesa di questo duplice patrimonio ereditato – un livello di vita e un modo di vita – che i partiti populisti hanno gettato le basi dei loro attuali successi. Ed è su questo terreno che i loro av­versari sono chiamati ad affrontarli.

[1] D. Reynié, Les nouveaux populismes, Fayard-Pluriel, Parigi 2013, pp. 70 e 78-81

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La lettera di Saviano a Renzi sulla "morte del Sud", sabato, 1 agosto 2015
"Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, torno a scriverle dopo quasi due anni e lo faccio nella speranza di poter ottenere una risposta anche questa volta. La prima volta Le scrissi quando il suo governo aveva appena iniziato la propria azione di "riforma radicale della società italiana". Oggi non si può certo pretendere dal Suo esecutivo la soluzione di problemi endemici come la "questione meridionale": ma non ci si può neppure esimere dal valutare le linee guida della sua azione. Game Over. Questa è la scritta immaginaria che appare leggendo il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. Game Over. Per giorni i media di tutto il mondo sono stati con il fiato sospeso in attesa di un accordo che scongiurasse l'uscita della Grecia dalla zona euro: oggi apprendiamo che il Sud Italia negli ultimi quindici anni ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. La crisi è ben peggiore: ed è nel cuore dell'Italia. Il lavoro come nel 1977, nascite come nel 1860.

Tra i fattori di grave impoverimento della società meridionale ci sono il decremento del tasso di natalità e l'aumento esponenziale dell'emigrazione che coinvolge soprattutto i giovani più brillanti: quelli formati a caro prezzo, nelle tante Università meridionali, funzionali più agli interessi dei docenti che a quelli degli studenti.

Ci sono meno nascite perché un figlio è diventato un lusso e averne due, di figli, è ormai una follia. Chi nasce, poi, cresce con l'idea di scappare: via dall'umiliazione di non vedere riconosciute le proprie capacità. Questo è diventato il meridione d'Italia: spolpato dai tanti don Calogero Sedara che non si rassegnano ad abbandonare il banchetto dell'assistenzialismo.

Ed è in questo contesto che si ripropongono nostalgie borboniche: l'incapacità del governo e la non linearità della sua azione resuscitano bassi istinti già protagonisti della nostra storia.

"Fate Presto" era il titolo de Il Mattino all'indomani del terremoto del 1980. Andy Warhol ne fece un'opera d'arte. E oggi quella prima pagina si trova a Casal di Principe, in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che ospita una esposizione patrocinata dal Museo degli Uffizi di Firenze. Le consiglio di andarci, caro Premier: Le farebbe bene camminare per le strade del paese, Le farebbe bene vedere con i suoi occhi quanto c'è ancora da fare e come il tempo, qui, sia oramai scaduto. Per com'è messo oggi il Sud Italia, anche quel "Fate Presto" è ormai sintesi del ritardo.

Potrei dunque dirLe che agire domani sarebbe già tardi: ma sarebbe inutile retorica. Le dico invece che - nonostante il tempo sia scaduto e la deindustrializzazione abbia del tutto desertificato l'economia e la cultura del lavoro del Mezzogiorno - Lei ha il dovere di agire. E ancora prima di ammettere che ad oggi nulla è stato fatto. Solo così potremo ritrovare la speranza che qualcosa possa essere davvero fatto.

Le istituzioni italiane devono infatti chiedere scusa a quei milioni di persone che sono state considerate una palla al piede e, allo stesso tempo, sfruttati come un serbatoio di energie da svuotare. Sì, qualche tempo fa c'è stato pure chi ha pensato di tenere il consiglio dei ministri a Caserta, a Napoli. Ma di che s'è trattato? Di pura comunicazione: nient'altro. Che cosa ha invece opposto la politica italiana al dissanguamento generato dalla crisi? Dal 2008 a oggi contiamo 700mila disoccupati in più. Sono certo che Lei mi risponderà che la Sua riforma del mercato del lavoro va in questa direzione: vuole fermare il dissanguamento. Ma a me corre l'obbligo di dirLe che anche una buona riforma - e se quella attuale lo è lo capiremo solo negli anni - può generare effetti perversi se calata in un sistema-Paese claudicante.

Nel frattempo, la retorica del Paese più bello del mondo ha ridotto il Mezzogiorno a una spiaggia sulla quale cuocere al sole di agosto: per poi scappar via. Ammesso che ci si riesca ad arrivare, su quella spiaggia, dato che - come è accaduto alla Salerno-Reggio Calabria - si può incappare in interruzioni sine die (secondo le indagini, tra l'altro, frutto ancora una volta della brama di denaro da parte di funzionari infedeli). Non creda che nelle mie parole ci sia rancore da meridionalista fuori tempo: ma, mi scusi, che cosa crede che sarebbe successo se le interruzioni avessero riguardato un'arteria cruciale del Nord Italia?

Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l'economia meridionale. E' Lei che ha l'ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l'economia.

Massimiliano Capalbo si definisce imprenditore "eretico" e legge nella desertificazione industriale un elemento positivo. Se desertificazione significa che impianti come l'Ilva di Taranto o la Pertusola di Crotone o l'Italsider di Bagnoli scompariranno dalle terre del Sud, questa - argomenta gente come Capalbo - può essere anche una buona notizia: vuol dire che il Sud potrà crescere diversamente. Aiutare il Sud non vuol dire continuare ad "assisterlo" ma lasciarlo libero di diventare laboratorio, permettergli di crescere diversamente: con i suoi ritmi, le sue possibilità, le sue particolarità. Non dare al Sud prebende, non riaprire Casse del Mezzogiorno, ma permettere agli imprenditori con capacità e talenti di assumere, di non essere mangiati dalla burocrazia, dalle tasse, dalla corruzione. La corruzione più grave non è quella del disonesto che vuole rubare: la vergogna è quella dell'onesto che - se vuole un documento, se vuole un legittimo diritto, se vuole fare impresa o attività - deve ricorrere appunto alla corruzione per ottenere ciò che gli spetta. A sud i diritti si comprano da sempre: e Lei non può non ricordarlo.

No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi. Provi a cogliere le mie parole come la "rappresentanza" di una terra che smette di essere al centro dell'attenzione qundo non si parla di maxiblitz o sparatorie (tra parentesi, perché non è questo l'oggetto di della discussione: tanti studi ormai spiegano che certi exploit della violenza criminale al Sud siano anche l'"effetto" di "cause" dall'origine geografica ben più lontana).

Caro Presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova - costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E' un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell'emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non "investono" ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all'estero il loro sporco giro d'affari. Sì, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insaguinato che fino agli anni '90 le mafie facevano circolare...

Il Sud è scomparso da ogni dibattito per una semplice ragione: perché tutti, ma proprio tutti, vanno via. Quando milioni di italiani partirono da Napoli per le Americhe Lei lo sa che cosa succedeva al molo dell'Immacolatella? Le famiglie si presentavano con un gomitolo di lana: le donne davano un filo al marito, al figlio, alla figlia che partiva. E mentre la nave si allontanava, il gomitolo si scioglieva, girando nelle mani di chi restava. Era un modo per sentirsi più vicini nel momento del distacco. Ma anche per dare un simbolo al dolore: al distacco immediato.

La speranza era che quel filo che i migranti conservavano nelle tasche potesse continuare a essere mantenuto dai due capi così lontani.
Faccia presto, caro Presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai s'è rotto anche il filo della speranza.

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