Un emendamento approvato alla Camera esclude le famiglie numerose straniere dalle agevolazione della “Carta della famiglia”. Un altro gradino verso il basso, dopo la fine della protezione umanitaria e il caso mense di Lodi: ormai siamo al razzismo di Stato.

Prima il problema non erano gli stranieri, ma i richiedenti asilo “che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese” (parole e musica di Matteo Salvini, giusto un’estate fa). Poi il problema sono diventati anche coloro che potevano beneficiare della protezione umanitaria, concessa in situazioni in cui non si poteva richiedere asilo politico, ma si era comunque davanti a persone in fuga da persecuzioni o disastri naturali, un istituto della durata di due anni e permetteva di accedere al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Abbastanza per cancellare pure questa, con un colpo di spugna nel decreto cosiddetto sicurezza, e per trasformare, non si sa bene per quale motivo, decine di migliaia di persone - 39mila nel solo 2017 - in fantasmi senza possibilità di lavorare e senza fissa dimora.

Poi non bastava nemmeno la protezione umanitaria e il blocco nazional-populista di Lega e Cinque Stelle se l’è presa con gli stranieri extracomunitari, legalmente residenti e contribuenti. È di ieri l’approvazione di un emendamento alla legge di bilancio che esclude le famigilie extra-Ue con più di tre figli dalle agevolazioni per le famiglie numerose legate alla cosiddetta “carta della famiglia”, istituita dal governo Gentiloni. Prima gli italiani? Nemmeno un po’, a questo giro. A questo giro è solo agli italiani. Perché si tratta di sconti dal 5% al 20% alle famiglie con almeno tre figli e un Isee inferiore a 30mila euro annui su medicinali, prodotti alimentari, bollette di luce e acqua, corsi di formazione, libri scolastici, biglietti dei mezzi pubblici, prodotti per l’igiene personale e biglietti per il cinema e per i musei offerti dai negozianti su base volontaria, senza costi aggiuntivi per lo Stato. Il Legislatore, in questo caso, sta dicendo a quei negozianti di non fare sconti alle famiglie extracomunitarie, in quanto extracomunitarie.

Questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia

Poca cosa? No, per nulla. Perché questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia. E fa pensare che tutto questo sia stato approvato a maggioranza in una commissione del Parlamento Italiano, senza che il Movimento Cinque Stelle, silente e ipocrita alleato leghista in questa corsa ad alzare sempre di più l’asticella dell’odio verso gli stranieri, decidesse di dissociarsi. O le opposizione di boicottare il voto. O dell’opinione pubblica di ribellarsi.

No. E forse, dopo sei mesi di dottrina Salvini, siamo già tutti rassegnati a questo clima infame verso chiunque sia contemporaneamente straniero e povero in Italia. Lodi e il regolamento che, attraverso un diabolico artificio burocratico, escludeva i bambini extracomunitari dalle mense e dagli scuolabus era stato l’esperimento, la versione beta. La reazione, per quanto bella, insufficiente a convincere il centrodestra a ritirare il provvedimento. La battaglia era già stata persa allora, a ben vedere. Quel che stiamo facendo passare oggi è il trasferimento su scala nazionale di quel medesimo disegno, sperimentato a livello locale. E, se passa, non è che l’inizio. Quand’è che suona la sveglia, Cinque Stelle, sinistra, opposizioni?


Da "www.linkiesta.it/" Niente agevolazioni alle famiglie extracomunitarie: l’Italia sta diventando uno Stato razzista di Francesco Cancellato

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 14 Dicembre 2018 00:00

"La grande accellerazione"

Proponiamo questa recensione come primo contributo all’interno di un breve ciclo sui problemi della crescita incontrollata per come si è data fino ad oggi. L’occasione di questo percorso è data dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’IPCC (International Panel for Climate Change), l’ente mondiale più qualificato per lo studio del cambiamento climatico. Si tratta senza dubbio del rapporto più catastrofico e disincantato di sempre. Tutti gli anni l’ente pubblica un rapporto, ma quello attuale è senza precedenti. Non solo si prospetta un maggiore tasso di distruzione ambientale a causa del cambiamento climatico già in atto (inevitabile, ormai, viene considerato un aumento medio delle temperature all’1,5%), ma si annuncia un anticipo del manifestarsi pieno (già molti sono i segnali in atto) di tale trasformazione ecosistemica. Il rapporto non lascia sperare altro che un contenimento minimo di tale crescita delle temperature (e per farlo bisognerebbe ridurre moltissimo le emissioni entro il 2030) in modo da non superare i due gradi. A titolo esemplificativo, le barriere coralline sarebbero perdute con un aumento di 2 gradi centigradi, mentre verrebbero distrutte al 70-90% con l’aumento (ormai inevitabile) di 1,5 gradi.

A fronte di dati tanto rilevanti, non si può non notare inesistenza di una discussione pubblica, almeno nel nostro paese, sul tema. Un rapporto dal tono apocalittico viene sostanzialmente ignorato. Da cosa deriva questo? Per dare qualche contributo per poter tentare una risposta a questa domanda fondamentale proveremo a illuminare, con l’aiuto di due libri da poco usciti, il contesto storico in cui la crisi ecologica assume potenza e i suoi effetti sulla dimensione globale e locale allo stesso tempo. Il primo elemento che emergerà sarà che la crisi ecologica non riguarda solo la crisi climatica, ma suscita tutta una serie di problematiche del tutto particolari, legate al fatto che l’essere umano vive effettivamente in un mondo e in un ambiente specifico, che è quantomeno quello terrestre tipico dell’Olocene (ed ora in trasformazione). Il secondo sarà che la gravità degli effetti della cosiddetta “Grande Accelerazione” è tale che rende semplicemente preoccupante l’indifferenza di fronte ai fenomeni di distruzione ambientale ed eco-sistemica.


Quando, più di anno fa, ci chiedevamo che cos’è l’Antropocene, facevamo riferimento più ai vari significati che quel termine poteva avere, più che addentrarci in una ricostruzione storica. In effetti, ricostruire storicamente l’Antropocene (cioè farne una storia) non è possibile se non a partire da un’idea di Antropocene.

L’ipotesi di McNeill, già autore di un grande classico nella storia dell’ambiente globale, Nulla di nuovo sotto il sole, e di Engelke, è che finora Antropocene e Grande Accelerazione si siano identificati. Già questa è una posizione del tutto originale, e non condivisa dalla gran parte dei discorsi sull’Antropocene. Paul Crutzen, l’inventore del termine Antropocene, ritiene ad esempio che tale epoca geologica sia iniziata alla fine del 1700, con l’invenzione della macchina a vapore. Altri ritengono che l’Antropocene sia iniziato con il neolitico; altri ancora nei tardi anni Cinquanta. Per McNeill e Engelke, invece, l’Antropocene inizia nel 1945. Lo stesso anno in cui inizia la cosiddetta Grande Accelerazione, cui il libro è dedicato.

Abbiamo qui il caso di un termine coniato dagli scienziati del clima per descrivere un momento storico (è stato infatti Jan Zalasiewicz nel 2004 a coniare il termine in un famosissimo articolo, almeno per chi si occupa di storia geologica) che viene accettato dagli storici stessi (o almeno, da McNeill e Engelke) e diviene l’argomento di un libro monografico dedicato all’argomento. Già da questo il testo acquisisce un interesse tutto particolare: è un esempio di come le storie che noi riteniamo solitamente “culturale” e quella “naturale” stiano venendo a confondersi e ad interagire, non solo al livello dell'”oggetto” (cioè, ciò di cui si parla) ma anche nelle discipline stesse, se è vero che quello che probabilmente è lo storico dell’ambiente più noto al mondo (McNeill) dedica un intero suo libro a spiegare cosa sia la Grande Accelerazione. Che cos’è, dunque, questa Grande Accelerazione? Si tratta del movimento che comincia nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, assolutamente eccezionale sul piano storico, e che consiste nell’allargamento indefinito dell’influenza dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, attraverso l’esplosione dei processi di accumulazione di risorse, di crescita della popolazione, di crescita dell’utilizzo energetico, di distruzione di ecosistemi e forme di vita, di espansione abnorme dei complessi urbani, etc.


Il libro è diviso in quattro grandi capitoli, ma la divisione fondamentale è nascosta, tra una prima e una seconda parte. Vi è infatti una differenza sostanziale tra i primi tre capitoli ed il quarto. I primi tre, infatti, su Energia e popolazione, Clima e diversità biologica, Città ed economia, descrivono la Grande Accelerazione nel suo svilupparsi e nella sua “presa” sul pianeta, marcando la differenza rispetto alla storia dell’umanità che ha preceduto il 1945 (che ha certamente posto le condizioni per questa Grande Accelerazione ma è qualitativamente diversa da quella post 1945).

Il quarto invece cerca una spiegazione, che McNeill e Engelke non considerano onniesplicativa ma fondamentale, alle dimensioni immani di questa Grande Accelerazione, trovandola nella Guerra Fredda. La Guerra Fredda, infatti, viene analizzata come spazio competitivo all’interno del quale si è dato storicamente uno sviluppo indeterminato nei suoi esiti. Un larghissimo spazio viene dedicato dai due autori all’analisi della distruzione della natura all’interno del blocco sovietico, nonché della Cina di Mao. Non solo: spazio viene dato anche alla descrizione dei processi di distruzione della natura a causa delle guerre (Vietnam, Corea, etc.) che hanno reso più “calda” la Guerra Fredda. In generale lo sviluppo senza limiti del blocco comunista viene letto non tanto (anche) come prodotto di un’idea prometeica dell’umano interna al socialismo reale (l’uomo deve dominare la natura) quanto come esito di uno scontro tutto concentrato sulla crescita (non da ultimo a causa dell’imitazione scaturita per quell’Unione Sovietica che grazie ad uno sviluppo repentino della sua industria pesante aveva sconfitto il nazismo) in cui a venire sconfitto è stato in primo luogo l’ecosistema dei paesi in cui il socialismo reale aveva trionfato.

Lo scenario che emerge da quest’ultimo capitolo illumina l’origine storica dell’Antropocene legandola ad una serie di contingenze storiche, prima delle quali è quello scontro al rialzo (in termini di crescita) e allo stesso tempo al ribasso (in termini di conservazione dell’ecosistema terrestre olocenico) che McNeill e Engelke considerano la Guerra Fredda. Quel tipo di competizione è come la molla che ha dato quella spinta esplosiva che i due autori chiamano Grande Accelerazione. Ecco perché di essa si può parlare solo a partire dal 1945. Ma in cosa consiste tale fenomeno? Riassumiamo alcuni passaggi centrali.


I passaggi chiave della Grande Accelerazione
L’espansione energetica. Dal 1945 in poi non solo l’uso del carbone a livello globale assume dimensioni mai viste prima, ma si comincia a fare un utilizzo massiccio del petrolio. Il ché non ha solo un’influenza sull’inquinamento atmosferico, ma anche sulla distruzione di spazi ecologici mediante la costruzione di pozzi ed in generale di strumenti per l’estrazione. La descrizione di McNeill e Engelke si concentra su alcuni luoghi del mondo (ad esempio la foresta amazzonica ed il Niger) che hanno subito più di altri l’accelerazione dello sviluppo globale. Non solo l’estrazione, ma anche la costruzione di un’infrastruttura globalizzata di trasporto dell’energia ha creato (sia per la costruzione – oleodotti – che per l’innumerevole numero di disastri nel trasporto) l’Antropocene, nel senso che ha costruito quell’ambiente globale “distrutto” in cui ci troviamo a vivere oggi. Tutto questo, senza contare la dimensione di veri e propri “killer” di cui gli autori rendono partecipi il carbone ed il petrolio (come il nucleare): ancora intorno al 2000, i gas di scarico in Europa occidentale uccidevano quanto gli incidenti stradali.

La posizione di McNeill e Engelke non è però, mai, in nessun passaggio del testo, di auto-commiserazione dell’Occidente nemico della natura perché indissolubilmente legato alla tecnica. Al contrario, essi non perdono occasione per sottolineare come il rapporto tra tecnica e sostenibilità ecologica sia ambiguo: da un lato, certamente la Grande Accelerazione, nella sua dimensione distruttiva, è stata possibile grazie allo sviluppo tecnico. Dall’altro, lo sviluppo tecnologico ha reso in diverse occasioni possibili mitigazioni degli effetti di quella stessa accelerazione (gli autori fanno, tra gli altri, l’esempio dei frigoriferi odierni – che consumano 10 volte meno rispetto a quelli di anche solo vent’anni fa). Non vi è quindi alcuna paura della tecnica in quanto tale; se gli effetti della plastica minacciano di permanere nei millenni sul pianeta (al punto che si pensa di affiancare al nome di Antropocene quello di Plasticocene) è anche vero che non ogni tecnologia è distruttiva come la plastica. Questo tipo di approccio alla tecnica porterà gli autori alla fine ad “aprire” alla geo-ingegneria, cioè alla gestione, mediante la tecnica, dell’Antropocene.

Il processo di espansione demografica è certamente caratteristico, nonché unico ed irripetibile, della Grande Accelerazione. Dopo averne spiegato gli effetti e la portata, però, i due autori tendono ad evidenziare che la crescita demografica non è l’origine di tutti i problemi che spesso vengono ad essa ricondotti, come il consumo di suolo e della popolazione animale. Per i due autori, a volte la popolazione non c’entra affatto, e sono numerosi gli eventi che riportano (dalla pesca che ha distrutto l’ecosistema marino oceanico all’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera) dei quali sostengono che si può affermare con certezza che l’incremento demografico non ha rivestito alcun ruolo. L’aumento della popolazione, che certamente ha giocato un ruolo decisivo, non sempre e non dappertutto lo ha giocato in modo chiaro e ovvio. Può essere stato così per le grandi deforestazioni dell’Africa occidentale; non lo è stato per nulla nel caso della distruzione di diverse specie di balene. Alla caccia delle balene McNeill aveva dedicato molto spazio già in Nulla di nuovo sotto il sole, e riporta anche in queste pagine una serie di studi che dimostrano che l’intensificarsi della caccia ai grandi cetacei è più legata all’esigenza di ridurre il prezzo della materia prima piuttosto che all’aumento della popolazione umana.

Lo sviluppo spaventoso delle città, elemento costituente della Grande Accelerazione, tanto che essa potrebbe essere definita a partire da questo spropositato sviluppo. Tale crescita è apprezzabile sia in termini numerici (gli abitanti delle città) sia in termini di estensione: le città divengono veri e propri buchi neri di energia e di risorse a partire dal 1945. Nonostante questo, McNeill e Engelke tengono ad evidenziare il proliferare nel mondo di esempi di città che provano ad instaurare con il proprio ambiente un rapporto di sostenibilità al di là della città tipica della grande accelerazione. Peraltro, il problema della città non è semplicemente il suo impatto ambientale, ma anche le condizioni di vita precarie da un punto di vista ecologico-biologico-ambientale in cui versano gli abitanti (soprattutto quelli poveri) di questi macro-complessi urbani. Un altro elemento che emerge da questi passaggi sulle città ma che è trasversale a tutto il libro è l’interesse dei due autori per le specificità dei fenomeni, per quanto inseriti in una scala globale, addirittura “terrestre”, sia in una senso sincronico (lo spazio globale) sia diacronico (l’Antropocene come pezzo della storia della Terra). Ogni forma di inquinamento, come ogni forma di risposta ad esso, si colloca in un orizzonte locale che ha elementi particolari irriducibili nella loro interezza al contesto di una Grande Accelerazione globale. Da questo deriva sia un certo atteggiamento di accettazione di tale processo nella sua portata storica, sia l’idea che in fondo è possibile dare risposte (che avranno esiti, appunto, locali) a questi processi globali curvati su realtà particolari.

Questo processo non ha avuto luogo senza resistenze e senza scontri, anche violenti. La Grande Accelerazione si è fondata sulla distruzione di tutta una serie di ecosistemi, come abbiamo visto, che comprendevano spesso e volentieri anche delle forme sociali specifiche. L’ecologismo dei poveri è quindi la reazione immediata, locale, delle popolazioni povere (soprattutto nelle aree rurali). Da questo punto di vista McNeill e Engelke ritengono che non possa esserci alcun movimento di grande sviluppo economico come quello che abbiamo vissuto nella seconda metà del Novecento senza una costante nascita di resistenze e di pratiche di lotta. Storicamente, queste pratiche di lotta non sono però da ricondurre esclusivamente a quell’ecologismo dei poveri (che consisteva, appunto, in uno scontro localizzato e specifico), ma anche a movimenti nati nelle aree più ricche del mondo dalla generazione più ricca ed allo stesso tempo più rivoluzionaria della storia contemporanea (quella del ’68). Nel ’68 infatti affonda le radici il movimento ambientalista globale, anche nella sua dimensione di massa, sfociato poi nella costruzione di veri e propri partiti che, pur rimanendo sostanzialmente minoritari, si sono istituzionalizzati ed hanno acquisito un loro spazio in molte (non in Italia, ad esempio) delle democrazie occidentali. La massificazione dell’ambientalismo peraltro, cioè il suo divenire praticamente un brand pubblicitario con i fenomeni di cosiddetto green washing, non va senza problemi: spesso e volentieri la brandizzazione dell’ecologia e dell’ambientalismo portano ad un sostanziale depotenziamento del discorso critico insito nelle rivendicazioni ecologiche e quindi ad uno stato di stallo dal punto di vista delle politiche effettive di trasformazione del rapporto uomo-natura che è quello in cui ci troviamo.

Concludendo: se è vero che finora Antropocene e Grande Accelerazione (di cui abbiamo ripercorso alcuni grandi passaggi descritti dai due autori) hanno finora coinciso, è anche vero che questo loro andare insieme sta per terminare. In che termini? Per McNeill e Engelke, la Grande Accelerazione è finita, o sta per finire. Tale processo infatti, da un lato si scontra con limiti oggettivi alla sua espansione (l’esaurimento delle materie prime), dall’altro con limiti interni (la crescita demografica è in calo già da diversi anni). La Grande Accelerazione terminerà presto, dunque, mentre l’Antropocene continuerà indefinitamente.

Poiché l’Antropocene consiste nei segni che l’uomo ha lasciato sul pianeta, e questi segni permarranno nei millenni, come la concentrazione di CO2 nell’atmosfera; al contrario, il processo espansivo della Grande Accelerazione invece non durerà ancora a lungo. Certo, non è chiaro se per i due autori tale crescita si interromperà a partire da problemi interni allo stesso meccanismo di crescita (cioè dal suo sviluppare problemi interni -popolazione- e/o esterni -fine dei combustibili fossili-) o se si tratterà di arrestare il processo attraverso una presa di consapevolezza. Se pensiamo alla nostra situazione odierna, almeno quella del nostro Paese, in cui il tema dell’ambiente sembra completamente messo da parte, abbiamo qualche problema a credere in questa ottimistica profezia.

Da "www.pandorarivista.it" “La Grande accelerazione” di John R. McNeill e Peter Engelke

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 10 Dicembre 2018 00:00

Lo sciopero delle donne in Argentina

Lo hanno organizzato i movimenti femministi dopo la recente assoluzione degli uomini accusati di aver stuprato e ucciso una ragazza di 16 anni, Lucía Pérez

Mercoledì 5 dicembre, in Argentina, un movimento femminista ha organizzato uno “sciopero delle donne”, contro la recente sentenza che ha assolto le persone accusate di aver ucciso Lucía Pérez, una ragazza di 16 anni che secondo l’accusa fu drogata, violentata, impalata, abbandonata all’ospedale di Mar del Plata, a sud di Buenos Aires, l’8 ottobre del 2016, e che morì in seguito a un arresto cardiaco causato dalle violenze. Ieri migliaia di donne si sono trovate in diverse città del paese davanti ai tribunali per chiedere la destituzione dei giudici del processo Pérez e denunciare «la giustizia patriarcale».

Negli ultimi due anni Lucía Pérez è diventata – in Argentina e non solo – una specie di simbolo della violenza contro le donne. I dati più recenti dicono che in Argentina viene commesso in media un femminicidio ogni 36 ore, e che in più della metà dei casi l’aggressore è il compagno o l’ex compagno della vittima. Nel 2016 la sua morte scatenò una grande reazione popolare. In una lettera aperta il fratello della ragazza, Marcos, scrisse che era necessario «raccogliere le forze e scendere per le strade, per gridare tutti insieme, ora più che mai: “Non una di meno”». Quel femminicidio diede inizio al primo sciopero generale delle donne in Argentina e a una serie di manifestazioni femministe in molti paesi sudamericani, che avviarono a loro volta il movimento NiUnaMenos (“Non una di meno”) che poi, per contagio, portò al risveglio dei movimenti femministi di tutto il mondo, compresa l’Italia.


La prima ricostruzione di ciò che successe a Lucía Pérez la fece la pm Maria Isabel Sánchez durante una conferenza stampa a poche ore dai fatti: disse che la ragazza – che aveva sedici anni e che frequentava l’ultimo anno delle superiori – aveva subito «una violenza sessuale disumana». La mattina dell’8 ottobre due uomini la passarono a prendere a casa. Lei li aveva contattati il giorno prima per conto di un amico, interessato ad acquistare della marijuana. I due, raccontò la pm, portarono la ragazza a casa di uno di loro, la torturarono, abusarono sessualmente di lei e la seviziarono. Dopodiché la lavarono, la vestirono con abiti puliti e la portarono su un furgone davanti all’ospedale, dove i medici non riuscirono però a rianimarla. «La sua morte è stata causata da un riflesso vagale a seguito di abusi violenti con uno degli oggetti che le sono stati inseriti a fondo nella vagina e nell’ano, provocando delle profonde lacerazioni», disse Sánchez.

Per la morte di Pérez vennero identificati e fermati prima Matías Farías, di 25 anni, e Juan Pablo Offidani, di 43 anni, e poi un terzo uomo, Alejandro Maciel di 61 anni, accusato di aver cercato di coprire il reato cancellando le prove. Lo scorso 26 novembre è arrivata la sentenza: i primi due, per cui era stato chiesto l’ergastolo, sono stati assolti dall’accusa di abuso sessuale aggravato e sono stati invece condannati a 8 anni per la vendita di droga a una minorenne, mentre il terzo è stato assolto dall’accusa di occultamento di cadavere.

Secondo i giudici Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale, la morte di Pérez non è stata un femminicidio e gli abusi sessuali non sono stati dimostrati. Nella sentenza hanno infatti scritto che la ragazza non è stata stuprata, che ha avuto rapporti consensuali e che è morta per overdose (i periti avevano stabilito che «la causa più probabile della morte» fosse «asfissia tossica» e che le lesioni trovate sul suo corpo potevano anche «non essere compatibili con gli abusi sessuali»). In base alle chat con le amiche, i giudici hanno detto che Pérez «non era una persona che poteva essere facilmente costretta ad avere relazioni sessuali non consensuali», che «sceglieva volontariamente gli uomini con cui andare», che dalle sue esperienze precedenti si poteva scartare la possibilità che fosse stata «sottomessa senza la sua volontà» e che aveva già avuto relazioni con uomini più grandi: «Qui non c’è stata violenza fisica, né psicologica, né subordinazione, né umiliazione», si legge nella sentenza. I giudici hanno anche chiesto di mettere sotto indagine la condotta della pm Sánchez, che dopo la morte della ragazza aveva parlato dei particolari delle violenze, secondo loro non dimostrabili, influenzando l’opinione pubblica.

Subito dopo la sentenza il movimento femminista argentino ha proclamato un nuovo sciopero nazionale delle donne, che si è svolto ieri, mercoledì 5 dicembre. A Buenos Aires la manifestazione è partita dal tribunale ed è arrivata a Plaza de Mayo, ma ci sono state manifestazioni in molte altre città, con performance, canzoni e striscioni.


«Questa sentenza aiuta gli stupratori e uccide ancora una volta Lucía», è stato detto. E ancora: «Siamo tutti Lucía, la giustizia patriarcale è l’impunità». La madre di Pérez è intervenuta alla protesta di Mar del Plata: «Loro non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non le hanno dato niente. E la morte di mia figlia cos’è, un regalo?». Il movimento NiUnaMenos ha scritto che «Lucía è stata uccisa due volte. La prima volta dagli esecutori diretti, la seconda da chi li ha assolti negando che due adulti che somministrarono cocaina per sottomettere una adolescente siano responsabili di abuso e femminicidio».

La critica principale alla sentenza sostiene che la decisione dei giudici si sia basata su un pregiudizio e soprattutto sulla vita privata di Pérez: su prove, cioè, relative ai suoi antecedenti sessuali e alla sua condotta, fornendo un contesto di giustificazione alla violenza e portando così a dare per scontato il suo consenso. A commento della sentenza è intervenuto anche l’Istituto argentino di studi comparati in scienze penali e sociali (Inecip): in una dichiarazione ufficiale, ha parlato di “giustizia patriarcale”, di «giudizi pregiudizievoli e illegittimi sulla vittima» e ha scritto che la decisione dei giudici «mostra un’indifferenza totale alle esigenze che la legge internazionale in materia di diritti umani pone da decenni nell’inserire la prospettiva di genere nei giudizi per crimini sessuali. L’imponente quantità di pregiudizi mostrati durante il processo, e ratificati dalla sentenza, rendono questa decisione un’imposizione arbitraria e manifestano una cultura della violenza. In questo modo si mette sotto processo la vittima».


Da "www.ilpost.it/" Lo sciopero delle donne in Argentina

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 07 Dicembre 2018 00:00

Contratti a tempo determinato a rischio

Assolavoro: "Da gennaio 53 mila lavoratori a casa". Martina attacca: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione"


"Con riferimento al Decreto Dignità, il 30% delle imprese" del settore metalmeccanico "non rinnoverà, alla data di scadenza, i contratti a tempo determinato in essere". Lo afferma Federmeccanica nel comunicato relativo alla sua Indagine congiunturale sull'Industria Metalmeccanica.

Federmeccanica aggiunge: "Il 37% intende trasformarli in contratti a tempo indeterminato mentre un altro 33% si riserva di decidere, valutando la situazione alla scadenza". Come spiega il direttore generale Stefano Franchi, l'associazione "monitorerà il trend, anche in relazione alla decisione delle imprese che non si sono pronunciate". In tema di occupazione, Franchi rileva in primo luogo che "per avere una occupazione stabile serve una crescita stabile".

Il direttore generale di Federmeccanica rileva inoltre che "le norme non creano occupazione, possono agevolare o meno un percorso di assunzione. Noi riteniamo che la flessibilità possa agevolare. Una flessibilità - sottolinea ancora - che non significa precarietà visto che nel nostro settore il 40% dei contratti a tempo indeterminato sono trasformazioni di contratti flessibili e il 98% dei contratti sono a tempo indeterminato".

In una nota di Assolavoro, che parla di "stima prudenziale, si afferma poi che sono circa 53.000 le persone che dal 1°gennaio 2019 non potranno essere riavviate al lavoro dalle Agenzie per il Lavoro perché raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato. È l'effetto della circolare del Ministero del 31 ottobre che ha considerato compresi nelle nuove misure anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità.

Il primo commento arriva dal candidato alla segretaria del Pd, Maurizio Martina: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione, altro che dignità. Secondo Federmeccanica il 30 per cento delle imprese non rinnoverà i contratti a tempo determinato ai propri dipendenti #ladridifuturo".


Secondo l'indagine di Federmeccanica, "circa il 50% delle aziende del settore metalmeccanico non trova profili richiesti e i neodiplomati e neolaureati assunti sono ritenuti dal 22% delle imprese non in possesso di una adeguata preparazione sia tecnologica/avanzata sia tecnica di base/tradizionale".

"Quello dell'Istruzione e della Formazione è un tema cruciale. I dati ci dicono che siamo in grave ritardo. È evidente lo scollamento tra scuola e impresa, che rende poi necessari interventi formativi riparatori, non solo sulle nuove tecnologie ma anche per le competenze di base", afferma il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi. "Per questo Federmeccanica ha lanciato nei giorni scorsi la Petizione 'Più Alternanza. Più Formazione' a sostegno dell'alternanza scuola lavoro e della formazione di qualità", ha sottolineato.

Settore metalmeccanico in fase di "sostanziale stagnazione", si spiega, a partire dai primi mesi del 2018. Nel terzo trimestre dell'anno la variazione congiunturale è risultata pari al +0,1% dopo il -0,6% del primo e il +0,8% del secondo mentre in termini tendenziali il tasso di crescita si è ridotto all'1% nel trimestre estivo rispetto a dinamiche medie di poco superiori ai 4,5 punti percentuali realizzati nel corso della prima metà dell'anno. Si sottolinea che "i volumi prodotti risultano inferiori del 22% rispetto a quelli che si realizzavano prima della recessione del 2008-2009". Pesa "la contrazione del tasso di crescita dei consumi delle famiglie e della domanda per beni d'investimento oltre al rallentamento della domanda mondiale, che incide negativamente sulle esportazioni del settore metalmeccanico che indirizza all'estero oltre la metà delle proprie produzioni", continua Federmeccanica.

Nel terzo trimestre il tasso tendenziale di crescita dell'export è stato pari, in valore, al +2,9% rispetto al +6,5% evidenziato nell'ultimo trimestre del 2017, aggiunge Federmeccanica, spiegando che complessivamente nei primi nove mesi del 2018, i flussi di produzione indirizzati ai mercati esteri sono cresciuti del 3,2% rispetto al + 3,8% delle importazioni, mentre il saldo dell'interscambio ha evidenziato un attivo pari a circa 39 miliardi di euro collocandosi sugli stessi livelli del precedente anno.

"L'industria Metalmeccanica italiana sta vivendo un momento di rallentamento e di incertezza", ha commentato Fabio Astori, vicepresidente di Federmeccanica. "Il quadro complessivo evidenzia ancora una volta l'esigenza di misure concrete di politica industriale per ridare slancio alla nostra economia. Occorre puntare sulle imprese per generare sviluppo. Non ci sono altre strade", ha spiegato Astori.

"C'è tanto ancora da fare sotto questo profilo su vari ambiti, ma oggi vogliamo sottolineare un aspetto su tutti, che deve stare alla base di qualsiasi percorso di crescita: la creazione delle competenze e conoscenze che servono alle aziende oggi e domani. Queste sono le fondamenta senza le quali il sistema non può reggere", ha concluso il vicepresidente di Federmeccanica.

Da "www.huffingtonpost.it/" Federmeccanica: "Col decreto dignità il 30% delle imprese metalmeccaniche non rinnoverà i contratti a tempo determinato"

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

L’Europa sull’orlo della recessione

VIDEO

25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 30 Novembre 2018 00:00

L’incertezza sta uccidendo l’Italia

Ci sono due cose che il governo dovrebbe fare, subito: chiudere la legge di bilancio prima possibile. E finire la guerriglia contro l'Europa. Perché è questa lunga e snervante incertezza che sta bloccando il Paese, non uno o due decimali di deficit in meno.


Riassunto delle puntate precedenti: da circa sette mesi i tassi sul debito pubblico italiano sono tra i 100 ed i 200 punti base maggiori di quanto fossero stati nei tre anni precedenti e oscillano, a volte violentemente, fra 220 e 320 generando sia incertezza che lauti guadagni per chi o ben anticipa gli umori del mercato o ben li influenza. Durante questi lunghi mesi nessuna legge di bilancio è stata varata, le politiche fiscali, assistenziali, pensionistiche, di investimento e di spesa pubblica in generale per gli anni a venire (a partire dall’1 gennaio prossimo venturo e per i tre anni seguenti) rimangono oggetti nebulosi che cambian forma, contenuto e data d’attuazione ogni settimana a seconda di quale membro del governo abbia voglia di rilasciare alla stampa le sue personali opinioni. Questa settimana, sembra, tocca alle esternazioni rassicuranti ed alle dichiarazioni di “buona volontà” (a dire: forse facciamo un deficit di 0,2% minore di quanto annunciato e forse cominciamo a buttar soldi nel buco nero del sussidio qualche mese dopo di quanto annunciato) ragion per cui abbiamo aperto con dei tassi d’interesse in leggero calo e tutti sono molto ottimisti che, una volta ancora, “vedrai che ce la caviamo”. Rimaniamo in ansiosa, se non divertita, attesa di cosa ci riservi il prossimo inizio settimana: le montagne russe sono evidentemente la giostra che questo governo preferisce.

Nel frattempo, però, non è proprio vero che non sia successo nulla. Delle cose son successe – per esempio è rallentata l’espansione economia sia a livello europeo che mondiale e, soprattutto, ogni singolo indicatore italiano ha cominciato a segnalare “recessione in arrivo”, buon ultimo l’indice di confidenza dei consumatori e delle imprese pubblicato ieri da ISTAT – ed altre, sgradevoli assai, stanno accadendo proprio a causa del fatto che sembra non sia successo nulla. Non è un gioco di parole, ma semplicemente la riaffermazione che in situazioni di incertezza, una delle cose maggiormente dannose che si possa fare consiste nell’aumentarla! Quindi, senza dover ricorrere all’eterna predica delle riforme strutturali dimenticate e sepolte, va detto con chiarezza che la scelta elettoralistica di questo governo sta facendo danni seri al sistema economico del paese.
Che la scelta sia elettoralistica è lapalissiano e ci si tornerà alla fine. Prima l’elenco dei danni dai quali escludiamo l’impatto dell’incertezza. Il quale impatto, come appare da ogni misurazione delle aspettative o dei livelli di confidenza degli operatori, è negativo al di là di ogni dubbio ma purtroppo difficile da quantificare. Quante imprese stiano rimandando investimenti o evitando di esporsi al mercato italiano perché incerte o paurose di quel che il governo intende fare non lo possiamo certo stimare, ad esempio? Ma chiunque parli con le persone che quelle decisioni prendono quotidianamente sa benissimo che tale impatto è sia reale che negativo.


I danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione

Fa danno già ora l’aumento dello spread perché genera perdite in conto capitale per chi deteneva debito pubblico (anzitutto banche e famiglie italiane), riduce la capitalizzazione bancaria ed aumenta il costo di approviggionamento del Tesoro (come le mal-andate recenti aste confermano) e fa aumentare il costo di ogni tipo di credito concesso ad imprese e famiglie italiane.
Quest’ultima affermazione non vale solo per i tassi sui nuovi mutui/prestiti alle famiglie (oggetto di ridicoli dibattiti mediatici nei quali affabulatori di professione s’inventano compreso il credito agevolato: andate sul sito ABI e confrontate i tassi di novembre con quelli di maggio, per esempio). E’ un po’ presto per fare affermazioni ugualmente decise sulla quantità di credito concesso ma tutto quanto sappiamo sul funzionamento delle banche e, soprattutto, tutto quanto ci ha insegnato una pluriennale esperienza converge a dirci che è solo questione di mesi. Se lo spread dei tassi italiani rispetto ai tedeschi continua a viaggiare attorno ai 300 punti base (diononvoglia che qualche dissennata dichiarazione gli faccia saltare un ulteriore gradino andando a quota 400) la riduzione della quantità di credito concessa ad imprese e famiglie italiane arriverà entro la primavera del 2019. A quel punto la combinazione di tassi maggiori, minor credito e fase recessiva in corso potrebbe avere effetti veramente pesanti sul sistema economico nazionale.

Questi danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione, guerriglia in atto dal giorno del giuramento. La settimana scorsa avevamo avanzato, a questo fine, una brutale e semplice proposta: si passi all’Esercizio Provvisorio. Di fatto questa rimane, anche ora, l’unica seria opzione sul tavolo visto che ogni altra proposta che intenda tenere in piedi l’impalcatura di questo DEF pur modificandone i dettagli soffre di un limite fatale: si basa su previsioni macroeconomiche prive di senso e del tutto infondate. Questo è il vero segreto di Pulcinella che tutti gli addetti ai lavori conoscono ma che l’informazione italiana non racconta all’opinione pubblica.

Questa è anche la ragione della perdurante incertezza e del fatto che ogni affermazione del tipo “va bene, faremo uno 0,X% in meno di deficit” lascia il tempo che trova. Perché, siccome ogni numero viene calibrato sul Pil e sulle sue variazioni attese, se le variazioni attese del Pil sono prive di senso anche i numeri su di esse calibrati lo sono. Essi costituiscono solo ulteriore fumo negli occhi, fumo prodotto per occultare all’opinione publica italiana le responsabilità governative cercando di scaricare sulla Commissione la “colpa” di un ulteriore “no”. Questo perché, ovviamente, i tecnici della Commissione sanno benissimo che le previsioni di crescita del PIL che il Governo italiano continua ad utilizzare sono pura fantasia a fini elettorali.

Il problema, da lungo tempo, non è economico ma politico: usare la legge di bilancio per fare campagna elettorale danneggia il Paese. Il governo Conte non è certo il primo a scegliere questa strada, sta semplicemente imitando e peggiorando gli esempi del passato. Ma gli effetti di una sequenza di scelte erronee non si elidono fra di loro, si cumulano.

 

Da "www.linkiesta.it" L’incertezza sta uccidendo l’Italia: chiudete quella manovra e piantatela di fare campagna elettorale di Michele Boldrin

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Venerdì, 23 Novembre 2018 00:00

Il disastro italiano in un grafico

Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo)
L’elaborazione grafica di un economista mostra come la nostra spesa procapite in rapporto al debito sia la più bassa d'occidente. Un dato che fa rabbrividire: vuol dire che oggi non si costruisce futuro, ma lo si dissipa. I giovani ci sono, o preferiscono continuare a farsi i fatti loro?


1291 contro 1267. Stampatevi bene in testa queste due cifre, magari usatele al prossimo corteo studentesco, perché meglio non si può raccontare il furto generazionale che le giovani generazioni italiane stanno subendo, che stiamo sbagliando strada, che stiamo accelerando sulla strada sbagliata, e che se continuiamo così finiremo contro a un muro. 1291 sono gli euro che abbiamo speso pro-capite, tra il 2015 e il 2017 nell’istruzione. 1267 sono invece ciò che ciascuno di noi ha speso, nel medesimo periodo, per gli interessi sul debito pubblico.


L’idea di mettere insieme i due numeri e di confrontarli con quelli di tutte le grandi economie occidentali è venuta al giovane economista Claudio Baccianti, che nel suo sito web “Italia dati alla mano” ha scoperto che in nessun altro Paese europeo queste due grandezze si avvicinano così tanto, al punto di collimare, cosa che probabilmente accadrà nel 2018, peraltro. Per dire: la spesa pro-capite per l’istruzione è una volta e mezzo gli interessi sul debito pro-capite in Spagna, più del doppio nel Regno Unito, due volte e mezzo negli usa, il triplo in Francia, cinque volte tanto in Germania, più di trenta volte in Svizzera o in Finlandia. Persino in Grecia, la spesa pro capite per l’istruzione è una volta e mezzo il debito pro-capite.

Attenzione, che non sono due grandezze a caso, ma sono di fatto la rappresentazione di due orientamenti culturali ben precisi e opposti: quello di chi, per avere benefici domani, investe in istruzione oggi. E quello di chi per avere benefici che non può permettersi oggi, lascia il conto a chi verrà nei prossimi anni. Bastano queste due cifre per comprendere che in Italia il secondo approccio è oggi più che mai egemone, che fonda la sua egemonia sul peso elettorale delle generazioni più anziane e che prospera, in questo contesto, perché non c’è forza politica che possa dirsi immune dalla malattia. Prima che alziate i forconi contro i gialloverdi: questi sono dati relativi al triennio dei mille giorni di Matteo Renzi, preceduto dai mille e rotti giorni di Mario Monti e dagli anni e anni di potere di Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Nessuno di loro ha mai invertito la rotta, nessuno di loro - nemmeno Renzi - ci ha mai davvero provato.


Se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio

Lega e Cinque Stelle semmai stanno facendo peggio - o meglio: dipende da come la si vede: stanno semplicemente fregandosene della scuola, cui hanno aggiunto e tolto briciole, al solito. E hanno invece rivendicato la volontà politica di fare più deficit - quindi più spesa a debito - per far andare prima la gente in pensione. Il bello è che lo rivendicano, senza nemmeno un briciolo di ipocrisia, quasi fosse un vanto, quello di spendere poco per la scuola e tanto a causa dei debiti contratti.

Se questa è la nostra anomalia, se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio. Allo stesso modo, sarebbe altrettanto auspicabile che gli studenti puntassero il dito contro questa anomalia. Magari potrebbero chiedere che a ogni euro in più di interessi sul debito se ne aggiunga uno e mezzo in spesa per l’istruzione. Che si renda obbligatorio questo rapporto. Che si ancori il debito che accumuliamo ogni anno per mancette e sussidi a qualcosa che serve per farci crescere. Anzi, alla cosa che serve di più, molto più del debito in sé. Fossimo in chi ci governa, una pensata la faremmo.


Da "www.linkiesta.it" Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo) di Francesco Cancellato

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Il video del Guardian:

“Se vivessi qui capiresti perché siamo tutti per la Brexit. Non ci sono scuole, stanno anche tagliando i fondi per l’ospedale”, dice un residente di Boston, nel Regno Unito. “Bisogna chiudere la faccenda. Abbiamo votato, ora dobbiamo uscire dall’Unione europea”, aggiunge un altro cittadino.

Il giornalista del Guardian John Harris è andato a Boston, nella contea del Lincolnshire, dove tre persone su quattro hanno votato per uscire dall’Unione europea. Qui i cittadini pensano di essere stati dimenticati dalle istituzioni e gli immigrati si sentono sempre meno benvenuti. Ma a Londra la situazione è diversa: una manifestazione contro Donald Trump, l’uomo che simboleggia tutte le divisioni del 2018, offre una speranza che potrebbe risanare le fratture del paese.


Da https://www.internazionale.it Dopo il trauma della Brexit è il momento di ricostruire la democrazia

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Venerdì, 16 Novembre 2018 00:00

Londra piange, Bruxelles non ride

All’apparenza l’accordo è un successo dell’Ue e uno smacco per Downing Street: in realtà non sarà mai ratificato e quella con Londra sarà solo l’ultima crisi che l’Europa non è riuscita a risolvere. Colpa di una governance che non funziona, da rottamare prima possibile.


Fa persino tenerezza, Theresa May, avviata verso una delle più umilianti sconfitte che un Premier di Sua Maestà a Westminster abbia mai conosciuto. Sulla Brexit dopo due anni di negoziato che hanno assorbito l’intero capitale politico e l’attenzione della classe dirigente di uno dei Paesi più importanti dell’Occidente, si marcia spediti verso un non risultato che era prevedibile sin dall’inizio. E, tuttavia, la probabile bocciatura dell’accordo raggiunto dopo due anni di negoziazioni difficili da parte del Parlamento britannico, sarà una sconfitta – ugualmente grave – per un’Europa che non riesce più a risolvere neppure una delle crisi che si trova a dover gestire. L’uscita del Regno Unito sarebbe, in fondo, dannosa soprattutto perché priverebbe un dibattito sul futuro dell’Europa che, ormai, è urgentissimo, del punto di vista di un socio polemico ma indispensabile per immaginare un’Unione che sopravviva alla sua obsolescenza.

Indubbiamente, alla fine la montagna ha partorito un topolino. Destinato, peraltro, ad una vita assai breve. È questo il risultato di migliaia di ore di lavoro, di interminabili vertici, di numerose dimissioni, ripensamenti e drammi politici. E che, alla fine, ha prodotto la bozza di un accordo di 580 pagine che rimanda lo scioglimento di alcuni dei nodi politici e mette insieme i peggiori degli esiti possibili.

L’accordo che la May sta presentando al Parlamento mentre i ministri del suo governo – incluso quello responsabile dei negoziati – si dimettono, riesce nell'impresa di svuotare di significato il referendum sull’uscita, perché la Gran Bretagna resta nell’unione doganale senza più poter influenzare le regole che dovrà rispettare e ciò porta all’opposizione di diversi conservatori. Non solo: mette a rischio l’unità del Regno – l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico allontanandola da Londra e ciò provoca l’opposizione degli Unionisti dell’Ulster che sono indispensabili per ottenere la maggioranza e, infine, accetta di pagare alla Commissione Europea un maxi assegno di separazione 40 miliardi di sterline per impegni già presi, che rende, ancora più forte, l’opposizione dei laburisti che potrebbero ritrovarsi a dover ereditare un fardello che stroncherebbe qualsiasi ipotesi di politica espansiva che Corbyn avesse in mente per quando dovesse arrivare al governo.

E, tuttavia, ciò che rende la situazione surreale, è che tutto era già previsto ed inevitabile. Proprio per come è costruita la stessa Unione Europea. Che non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni – da quelle di Schengen sulla libera circolazione senza frontiere comuni, al patto di stabilità sull’Euro che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare – nelle quali si entra senza convinzione, che nessuno riesce a modificare e dalla quali è difficile, persino, uscire, semmai uno Stato non ritenesse più conveniente l’adesione.


L’Unione Europea non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare

Sulla Brexit ha sbagliato molto il Regno Unito, a partire dal fatto di aver indetto un referendum del quale nessuno – e ciò è incredibile per una macchina amministrativa così organizzata – aveva, davvero, previsto le conseguenze. Ma ha sbagliato tanto anche l’Unione Europea (cioè gli altri ventisette Stati) a porsi nell’atteggiamento di chi deve essere convinto delle ragioni di chi era, comunque, considerato, da sempre, il membro più scettico del club.

Se, indubbiamente, è vero che le banche di Londra rischiano un’altra crisi se perdono il passaporto europeo, è altrettanto vero che i grandi costruttori automobilistici tedeschi perdono il mercato nel quale esportano di più. Saranno, forse, contenti quelli che si nutrono di invidia nel Continente, ma un’Europa che si allontana da Oxford e da Oxfam è più povera di idee. Soprattutto, in un momento nel quale, l’Europa avrà bisogno di contributi originali per poter superare una crisi politica non meno drammatica di quella che potrebbero vivere a Londra nei prossimi mesi.

Oggi l’Europa sembra, prima di ogni altra cosa, prigioniera di una retorica che è servita il secolo scorso – quella di aver garantito, ed è un grosso merito, la pace nel continente che ha avviato le due guerre mondiali – e che, però, oggi non può più bastare. I Paesi membri sono, infatti, ormai indecisi a tutto, tranne che a bastonare chi si pone fuori – nel caso del Regno Unito - o contro – nel caso dell’Italia sulle regole di stabilità - un sistema che, aldilà delle argomentazioni sballate dei sovranisti, non funziona oggettivamente più.

Dovremo abbandonare le ambiguità di un’Unione che viene caricata di troppe responsabilità dagli Stati Nazionali solo per essere usata come capro espiatorio quando i problemi non vengono risolti. Dovremo, se vogliamo salvarla, focalizzare le istituzioni su un numero più ridotto di politiche per le quali gli Stati – consultando i cittadini – decidano di trasferire, in maniera completa, pezzi di sovranità. Prevedendo, peraltro, meccanismi di uscita senza i quali gli accordi europei si trasformano in matrimoni senza clausola di uscita che, come succedeva per le unioni irreversibili tra persone prima della legge sul divorzio, si trasformano in gabbie fatte di tradimenti che vivono di promesse d’amore senza più contenuto.

Se vogliamo salvare l’Unione dalla obsolescenza avremmo bisogno che gli inglesi tornassero indietro (con un altro referendum) per contribuire a portare avanti l’Europa nel ventunesimo secolo. Un’Europa che così com’è rischia di disunirsi ancora più velocemente di quel Regno che deve, ancora, avere il pragmatismo che sembra ver perso in questi ultimi mesi e che all’Europa serve per ripensare se stessa.

 

Da https://www.linkiesta.it Londra piange, Bruxelles non ride: ecco perché l’accordo sulla Brexit inguaia anche l’Unione Europea

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Vorrei dare al mio contributo la forma di un percorso, di un itinerario. Partirò? dalla certezza di trovarmi a casa nell’ignoranza dello straniero. Attraversando poi il?momento di lacerazione legato alla sensazione interiore di estraneità, concluderò ?con la riscoperta del dovere – e del diritto –? dell’ospitalità. L’itinerario è segnato ai due? estremi da due testi biblici di riferimento. Il primo fa memoria di un tempo di cattività e di liberazione, il secondo fa profezia di un tempo di giudizio nel quale sarà reso manifesto quello che avremo fatto della nostra vita e della nostra storia. Il primo è scelto tra una serie di testi appartenenti a diverse tradizioni dell’Israele biblico, in cui risuona lo stesso richiamo a ricordare: «Poiché siete stati stranieri nel Paese d’Egitto». Tutti gli ebrei fanno memoria di questo testo e di altri simili in circostanze liturgiche, familiari o private. I testi si leggono nell’Esodo, nel Deuteronomio, nel Levitico. Ho scelto Levitico 19,34 perché inserisce e intercala l’amore del prossimo tra l’esortazione all’ospitalità e il ricordo di essere stati stranieri. Ecco il testo, lo leggo nella Bibbia di Gerusalemme per la quale nutro una particolare predilezione: «Lo straniero che risiede con voi sarà per voi come un compatriota, e tu lo amerai come te stesso, poiché siete stati stranieri nel Paese d’Egitto».

Ecco il punto: il ricordo giustifica l’ospitalità; il “poiché” e anche il “come” (come un compatriota, come te stesso) legano l’ospitalità al comandamento dell’amore. Dirò poco, per cominciare, del secondo tema che appartiene alla sequenza chiamata del “giudizio finale” in Matteo 25; gli specialisti definiscono questo testo una “piccola escatologia” perché evoca un giudizio finale, che è un doppio giudizio: «Ero straniero e mi avete accolto», «Ero straniero e non mi avete accolto». Per iniziare l’itinerario, vorrei anzitutto ricordare le circostanze del primo testo. Non è una questione di esegesi; è bene però ricordarsi che nella costruzione dell’identità di Israele, dell’Israele biblico, l’erranza, l’esilio svolgono un ruolo centrale. L’erranza della figura patriarcale di Abramo, «mio padre era un arameo», il celebre testo che un tempo era considerato addirittura quasi il credo d’Israele; i soggiorni obbligati in terra straniera, l’erranza di quarant’anni nel deserto e soprattutto l’esilio babilonese.


«In principio l’esilio», ha scritto Françoise Smyth. Oggi molti esegeti ritengono che sia stato l’esilio l’esperienza fondatrice e che l’Egitto abbia svolto il ruolo di ricordo favoloso, di origine fondatrice, nei confronti del ricordo storico dell’esilio. La mia, l’ho detto, non è una questione di esegesi; si tratta di sapere che cosa significa per noi oggi «fare memoria di essere stati stranieri». Non significa necessariamente, né essenzialmente, fare memoria di avvenimenti reali. Del resto le grandi migrazioni del primo millennio dalle quali veniamo (siamo tutti ex barbari) non sono radicate nella nostra memoria collettiva, ancor meno in quella personale. Si tratta perlopiù di una memoria simbolica attraverso la quale interiorizziamo la condizione effettiva di stranieri. Cercherò di rianimare in noi questa memoria simbolica. Propongo di percorrere l’intervallo tra i due testi, Esodo e Matteo. Con intento pedagogico, marcherò con forza le tappe successive di questo itinerario.

Gli stranieri a casa loro?
Per partire – primo stadio – cominceremo da quella che all’inizio ho chiamato la sensazione di trovarsi a casa. Questa sensazione molto chiara è propria di quelli che io chiamo i “cittadini insediati”, come in gran parte siamo. È la nostra condizione abituale, normale. Vorrei mostrare le certezze che in essa si mescolano e che fanno da schermo alle fonti dell’ospitalità: certezze che la memoria simbolica di essere stati stranieri va immediatamente a disturbare.

Ma che cos’è lo straniero? E chi sono gli stranieri? Prima di esaminare la condizione indifferenziata di straniero – l’essere straniero, per così dire – passiamo in rassegna le molteplici figure di straniero. A un estremo troviamo lo straniero come visitatore, figura pacifica per eccellenza: dal turista che circola liberamente sul territorio del Paese che lo accoglie fino al residente che si è stabilito in un luogo – da noi – e vi soggiorna. Al centro del quadro stanno i migranti, cioè perlopiù lavoratori stranieri, quelli che altrove vengono chiamati Gastarbeiter o guest-workers: sono visitatori forzati, costretti ad affittare la loro forza lavoro tra noi; la loro vita è tracciata da autori sociali che non sono loro, da noi nazionali. Certo, abitano lo spazio protetto dello Stato che li accoglie; circolano liberamente e sono consumatori come noi nazionali; una parte della loro libertà è dovuta al fatto che partecipano come noi all’economia di mercato; un’altra parte risulta dall’avere accesso, entro certi limiti, alla protezione dello Stato-provvidenza; godono dei diritti sindacali e in linea di principio beneficiano degli stessi diritti alla casa dei cittadini di una nazione; ma non sono cittadini e sono governati senza il loro consenso. La loro sorte fa avvertire il contrasto tra la mobilità del lavoro su scala mondiale e la chiusura dello spazio politico della cittadinanza di cui parleremo tra poco. Alla base di tutto c’è il fatto che essi non hanno contribuito alla storia silenziosa del voler vivere insieme su cui si fonda il patto nazionale. All’estremo opposto troviamo la figura dello straniero come rifugiato, figura che sottolinea la scelta sovrana degli Stati per quanto riguarda la composizione della popolazione e l’accesso al territorio, concetti sui quali rifletteremo tra poco. Diciamo subito che questa scelta sovrana degli Stati fa da diga a un diritto derivante da una fonte diversa dal desiderio di risiedere altrove, ossia il diritto alla protezione delle popolazioni perseguitate, al quale corrisponde il dovere di asilo da parte dei Paesi che le accolgono.

Non aggiungo altro sulla diversità delle figure di straniero. Vorrei invece concentrarmi sulla condizione di fondo, globale, dello straniero, per sottolinearne l’estraneità primaria. Ma era importante cominciare respingendo la riduzione sbrigativa, nell’immaginario collettivo, della condizione di straniero a quella di immigrato, come eravamo abituati a dire, poi della condizione di immigrato a quella di clandestino e di questa alla situazione di emarginato. Vorrei risalire la china: dall’emarginato al clandestino e da questi al migrante, che si colloca al centro del quadro della condizione di straniero. E vorrei prendere in considerazione quest’ultima di per sé.

Per noi che ho chiamato i “cittadini insediati” lo straniero è anzitutto, semplicemente, un altro sconosciuto. Leggo la definizione di straniero dal dizionario Robert: «Straniero, che è di un’altra nazione e, parlando di un individuo: che fa parte di un’altra nazione». Diciamo semplicemente: lo straniero è chi non è di casa nostra, chi non è dei nostri. Ma nulla si dice di cosa sia lo straniero di per sé, a casa sua. Ed è una presa in giro dire: «Mi piacciono gli stranieri... a casa loro!»; proprio perché non si sa nulla su di loro a partire dalla semplice definizione della nazionalità. All’inizio abbiamo solo questo elemento decisivo per il diritto e per la giustizia, ma anche per la nostra coscienza, ossia l’opposizione binaria, massiva, tra noi e loro. Ebbene, questa semplice opposizione va pericolosamente in parallelo con un’altra divisione binaria: quella tra amico e nemico. Per i politologi è una struttura fondamentale del politico. Proprio il parallelismo tra l’opposizione noi-loro e l’opposizione amico-nemico costituisce il più grande pericolo spirituale. Da qui la domanda decisiva: su quale certezza si costruisce e si regge l’opposizione binaria cittadino-straniero, noi-loro? La risposta spontanea è questa: se non sappiamo chi siamo, si presume che sappiamo a cosa apparteniamo, di quale comunità siamo membri. Il concetto di appartenenza, di essere membri di... è così forte che ci porta a considerare la nazione alla quale apparteniamo come una persona, a indicarla con un nome proprio. Diciamo Francia, Inghilterra, Germania, Italia. Invece lo straniero viene definito negativamente come colui che non appartiene alla nostra cerchia d’identità, alla nostra sfera di appartenenza. Ora questo senso di appartenenza identitaria si troverà a vacillare, a essere in qualche modo scalzato, minato alla base, dalla riflessione che segue, incentrata sul ricordo simbolico di essere stati stranieri.

Ma restiamo un momento a questo stadio della sicurezza con i suoi aspetti giuridici forti: la certezza, la coscienza e la fiducia di appartenere a un dato corpo politico è una garanzia, protetta e sancita da un principio giuridico fondamentale, il principio di sovranità, che articola il diritto interno sul diritto internazionale e in base al quale rientra nella discrezionalità di uno Stato delimitare il proprio territorio, definire le regole di appartenenza alla comunità nazionale e dunque istituire l’opposizione binaria tra nazionale e straniero. Ciò significa,

in negativo, che uno non può scegliere, per esempio, di diventare britannico se lo desidera. La nazionalità è un bene che il nostro Stato concede sovranamente a chi vuole, è un bene che noi distribuiamo agli altri, ma che non abbiamo mai distribuito a noi stessi: di solito lo possediamo già.

Restando un momento sul piano giuridico, ricorderò tre applicazioni, tre corollari della sovranità. Primo corollario: il legame tra Stato, territorio e popolazione è immediato. La nazione è uno spazio popolato che ha un nome proprio. Dunque, nel costruirsi, lo Stato costruisce il proprio territorio, il proprio spazio di giurisdizione e le proprie frontiere; poiché esistono frontiere fisiche, giuridiche, politiche, che fanno della nazione un’entità limitata: è un Paese.

Seconda applicazione: il legame tra nazionalità e cittadinanza. Nella tradizione giacobina alla quale apparteniamo esse si sovrappongono quasi completamente, salvo poche eccezioni: bambini, carcerati, malati mentali; ma sostanzialmente si può dire che nazionalità e cittadinanza si sovrappongono. Ora, che cos’è la cittadinanza? È la capacità di contribuire, di partecipare al potere politico, in particolare attraverso l’elezione che conferisce a ogni cittadino un atomo di sovranità. Ne vediamo immediatamente il lato negativo: a definire da questo punto di vista lo straniero è, stando al primo criterio, il fatto che si situa al di fuori del nostro spazio nazionale, al di fuori delle nostre frontiere; e, stando al secondo criterio, non ha capacità politica. In alcuni Paesi si cerca in parte di rimuovere tale incapacità politica, per esempio autorizzando gli stranieri a partecipare alle elezioni locali. Ma per quanto riguarda la costruzione del potere centrale, esecutivo e legislativo, non esiste attualmente alcun esempio di accesso degli stranieri alla cittadinanza attiva. Ce ne sono stati in passato, durante la Rivoluzione francese: stranieri onorevoli sono stati trattati da cittadini attivi.

La terza implicazione della sovranità – con la regola negativa di esclusione che le corrisponde – trova la sua espressione in quella che chiamiamo la nostra carta d’identità. La nostra appartenenza allo Stato-nazione, con il suo territorio e la sua cittadinanza, costituisce una parte della nostra identità personale. È ciò che si chiama lo “stato delle persone”: la carta d’identità comprende cognome e nome, luogo e data di nascita e nazionalità. La nazionalità è dunque costitutiva dell’identità personale, che a sua volta costituisce un frammento dell’identità di appartenenza.

Ecco la base di partenza del nostro itinerario. Ho insistito, forse troppo a lungo, sull’importanza di questa pesantezza, di questa gravità, della sensazione rassicurante di appartenenza. Ripeto: se non sappiamo chi siamo, almeno sappiamo a che cosa apparteniamo. È questa posizione certa, stabile, di cittadini insediati che andremo ora a far vacillare.


Come combattere la xenofobia, naturale e spontanea
Proseguo l’itinerario con un secondo punto che chiamo di “destabilizzazione dell’identità”. È proprio la certezza di sapere a che cosa apparteniamo che la memoria simbolica o effettiva di essere stati stranieri va a lacerare. Si tratta molto spesso di una memoria simbolica, di una rimemorazione profonda dell’assenza finale di radici ultime alla base della nostra esistenza. La cattività in Egitto diventa il simbolo potente di essere potuti esistere in un luogo diverso dal nostro ambiente familiare. Tutto il movimento che intendo spiegare consiste nel passare dalla certezza dell’identità di appartenenza a una sorta di radicale incertezza che riguarda non più la domanda «A che cosa apparteniamo?» bensì «Chi siamo, in fondo? Chi sono io?». La domanda «Chi sono io?» è in qualche modo la chiave occultata da tutte le evidenze che ho appena richiamato e dalle risposte alla domanda circa a quale corpo politico apparteniamo. In altre parole, la nostra carta d’identità deve iniziare a porci un problema.

Comincia qui un itinerario di destabilizzazione, la scoperta della nostra stessa estraneità. Partiamo anzitutto dal fatto che non siamo del tutto informati e che non abbiamo ragioni trasparenti riguardanti questa appartenenza. Non siamo in grado di rispondere alla domanda: «Ma perché siete francesi?». Non è una domanda naturale, spontanea. Lo siamo, e al massimo possiamo chiederci con l’immaginazione: «Che cosa può voler dire essere francese?». È una domanda che crediamo di maneggiare meglio della domanda «Come dev’essere essere tedesco o britannico?». Per l’esattezza, il primo momento di destabilizzazione è il confronto. Confronto ineluttabile. Paragone: che cos’è essere francese e che cos’è essere tedesco o inglese? In questo confronto tutto può vacillare, perché anzitutto noi fantastichiamo sull’altro. Sempre rassicurando noi stessi di non essere l’altro. Così scopriamo questa inquietante, attraente, affascinante estraneità. Si può dire che con il confronto cominci una sorta di lacerazione e di minaccia. E perché? Perché l’identità profonda, quella che corrisponde alla domanda «Chi sono io?», e che l’identità di appartenenza maschera, si scopre di colpo incredibilmente fragile. Perché fragile? Per diverse ragioni. La prima fonte di fragilità consiste nella difficoltà di mettere al sicuro nel tempo la nostra consistenza, la nostra coerenza: come restare gli stessi attraverso tutti i cambiamenti di situazione, di esperienza, di azione e di sofferenza. Ci sentiamo sempre minacciati di venire distrutti dall’interno dal cambiamento. Seconda fonte di fragilità: cerchiamo sempre di essere uguali a noi stessi, di aderire perfettamente a noi stessi. Questo fantasma della chiusura su di sé si rivela un sogno impossibile. Facciamo acqua da tutte le parti nel tentativo disperato di chiudere il cerchio con noi stessi. Terza fonte di fragilità: la sensazione che alla base della nostra identità collettiva, e forse anche personale, ci sia la violenza: sono pochi gli Stati e le culture che non sono legati a una violenza fondatrice. Alla radice di tale violenza c’è un rapporto con la morte che non è riducibile alla certezza di dover morire; è la scoperta del rapporto con la morte conosciuta come inflitta dall’uomo all’altro uomo; questo rapporto con la morte non è riducibile alla semplice mortalità; è la minaccia dell’omicidio che sta alla base della cultura. Pochi Stati e poche culture sono sfuggiti a questa violenza fondatrice; perciò resta sempre precaria la conquista della civiltà sulla barbarie.

Per tutte queste ragioni l’altro è percepito fondamentalmente come una minaccia. Minaccia legata alla coerenza nel tempo; minaccia legata al fallimento dell’adesione di sé a sé; minaccia legata alla rimozione del fondo di violenza originaria, del rapporto della vita con l’omicidio. È terribilmente facile ritornare barbari. Altrimenti non si capirebbe quello che è successo nel XX secolo.

Tutto questo mostra che la xenofobia è naturale e spontanea. Bisogna ammetterlo. Le passioni identitarie sono profondamente radicate in noi. Nessun popolo ne è più affetto di un altro. L’importante sotto questo aspetto non è rimuovere il sentimento cattivo, ma portarlo alla luce del linguaggio. La vera domanda è: che cosa facciamo di questo sentimento; come lo combattiamo? Comincia qui il lavoro del ricordo dell’esilio.

Il pericolo dell’ideologia della differenza?
La prima fase del lavoro su questo ricordo, il ricordo dell’esilio, consiste nel condurre a termine tutti i pericoli del confronto, tutte le minacce scaturite dal fantasma dello straniero, finché non ci sentiremo uno fra i tanti. È un’esperienza che possiamo fare molto semplicemente con il linguaggio; la prima scoperta che uno scolaro può fare è che altri parlano lingue che noi chiamiamo straniere. Dobbiamo scoprire che la diversità delle lingue è un fatto fondamentale della realtà umana. Un fatto stupefacente, del resto, perché tutti gli uomini parlano. È proprio da questo che si riconosce in parte l’umanità. Ma non esiste una lingua universale. La diversità delle lingue costituisce una frammentazione primitiva. C’è, in questo, qualcosa che ci deve stupire e far andare avanti, perché il lavoro che possiamo fare sulla nostra lingua ci fa capire che è una fra le tante. A questo punto scopriamo, forse per la prima volta, il miracolo dell’ospitalità sotto la forma della traduzione. Attraverso la traduzione cominciamo a capire che quello che si dice nella nostra lingua può essere detto anche in un’altra; al tempo stesso in quella lingua viene detta un’altra cosa che forse nella mia non posso dire. Parlando della traduzione, non do solo un esempio, ma già un modello di ospitalità. Tradurre è abitare un’altra lingua: l’altra lingua nella nostra.

Dobbiamo proseguire sul cammino dello straniero, scoprire in noi stessi altre zone nascoste di estraneità. Così scopriamo dentro di noi pulsioni improvvise che ci stupiamo di avere accolto. Grazie a tali pulsioni e ai corrispondenti fantasmi, entriamo nel territorio dell’inquietante estraneità. Quando mi dicono «Se lei fosse nato in Cina non sarebbe cristiano», non mi dicono nulla di sensato. In realtà si tratterebbe di un altro diverso da me. Certo, ho la possibilità di immaginare che avrei potuto essere un altro; e questo è un fantasma fastidioso che dà da pensare. Ma è un fantasma.

Da qui passiamo al caso del luogo e dell’epoca. Esiste un legame fortuito tra quello che noi siamo e questo angolo di spazio o di tempo. Pascal lo avverte con una sorta di violenza spirituale, quando parla dell’uomo «perso in un angolo dell’universo». Faccio notare che in fondo è un tema biblico forte, legato a quello che sembra essere il suo contrario, cioè l’elezione. L’elezione è, per il nostro senso di appartenenza, l’equivalente dell’adozione per il nostro senso di filiazione. Siamo in qualche modo di una certa nazionalità per una simbolica adozione. Adottati come eredi dai nostri predecessori. L’elezione, così intesa, è la sensazione di avere un nostro diritto a essere qui piuttosto che là, a essere possessori di questa terra piuttosto che di un’altra. L’elezione deve essere pensata non come un privilegio, ma come il richiamo a gestire beni che ci vengono affidati e dei quali in definitiva non siamo possessori. È l’idea di un dono revocabile. Ecco il fondamento teologico dell’ecologia.

Su questo cammino la possibilità di perdersi è certamente grande. Possibili derive sono legate proprio al senso di estraneità, e ne guariremo solo attraverso l’ospitalità. Si è creato un notevole romanticismo popolare attorno a quello che chiamerò il culto dell’erranza, in cui ci si gloria di non parlare da nessuna parte, di non venire da nessuna parte, di non andare in nessuna parte, di essere perpetuamente altrove. È l’assoluto contrario del senso di appartenenza. E si spinge fino alla perdita dell’identità personale di sé. Vedo in molti dei miei giovani colleghi, in quello che viene chiamato il “postmodernismo”, tutta un’ideologia della differenza che mi sembra costituire l’esatto contrario dell’isteria identitaria. In realtà ciò che deve poter equilibrare il senso della differenza è il senso della similitudine umana, dell’altro mio simile. È il famoso “come” del Levitico. «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Nell’ideologia della differenza si rischia di perdere il “come”. C’è un punto estremo dove le differenze diventano indifferenze. C’è solo l’altro dall’altro, indefinitamente... È l’esilio senza ritorno, come se Ulisse non ritornasse mai a Itaca, come se Abramo partisse, ma non andasse da nessuna parte.

? Un diritto reciproco all’ospitalità

A questo punto vorrei abbozzare lo stadio del ritorno all’ospitalità. Il punto d’arrivo di tutta la riflessione qui percorsa è reinventare l’ospitalità grazie al ricordo fittizio o reale di essere stati stranieri. È l’ultimo stadio del nostro itinerario, nell’intervallo tra i due testi biblici, il Levitico e Matteo. Se dobbiamo fare memoria di essere stati, e di essere sempre, stranieri, è al solo scopo di ritrovare il cammino dell’ospitalità. È il senso profondo del Levitico: «Amare l’altro come me stesso». L’ospitalità può essere definita come la condivisione dello stare “in casa propria”, la messa in comune dell’atto e dell’arte di abitare. Insisto sul vocabolo “abitare”: è la maniera di occupare umanamente la superficie della terra. È abitare insieme. In proposito farò notare che il termine “ecumenismo” viene dalla parola greca che significa “terra abitata”.

L’ospitalità s’inscrive nella radice morale dell’atto di abitare insieme. Questo stesso atto riassume un itinerario condensato del quale il nostro vocabolario conserva traccia. La definizione del termine “ospitalità” nel Robert riassume tutto un percorso. Si parte da un senso medievale, quello di generosità gratuita, non obbligatoria e un po’ condiscendente, che corrisponde all’antico significato del termine “carità” (il Robert nota: antiquato, «Carità che consiste nell’accogliere, alloggiare e nutrire gratuitamente gli indigenti, viaggiatori, in un edificio apposito»). Ricordo che il termine “ospedale” viene da lì. Segue una citazione datata 1548: è l’epoca in cui si rileggono gli antichi. L’ospitalità antica ha una posizione chiave in Omero, poiché la guerra di Troia comincia con il rapimento di Elena, ossia con la violazione dell’ospitalità. I greci avevano costruito l’idea di un diritto reciproco a trovare alloggio e protezione gli uni dagli altri, per esempio tra due città. È questo diritto reciproco che Paride viola. È l’inizio della guerra di Troia. È solo dal XVI secolo, e dunque da una combinazione tra greco, ebraico e cristiano, che si è formato il significato positivo dell’ospitalità che il Robert definisce così: «Il fatto di ricevere a casa propria, magari alloggiandolo e nutrendolo gratuitamente, l’ospite». Dunque ci si imbatte nel termine ospite e non più ospedale. Questa storia condensata del termine ci fa assistere a una progressiva riduzione dello spirito di superiorità del donatore, della condiscendenza nella generosità, che contamina l’atto di ricevere in casa propria, di condividere l’“a casa”.

Il punto finale di questa evoluzione è l’idea che al dovere dell’ospitalità corrisponda un diritto all’ospitalità. Trovo espresso questo diritto nel Progetto di pace perpetua di Kant: «Si tratta qui non di filantropia ma di diritto. Ospitalità significa in questo caso il diritto che ha lo straniero, al suo arrivo in territorio altrui, a non essere trattato da nemico [...]. È il diritto di ogni uomo a proporsi come membro della società». Ciò significa che ogni ospite è un candidato virtuale alla cittadinanza. Consiste in questo la forza dell’idea del diritto all’ospitalità, che dunque non è un effetto di generosità suntuaria, condiscendente, ma un diritto effettivo. Quale diritto? A questo punto arriviamo al fondamento del diritto internazionale, a quel fondo del diritto che non è stato intercettato dal diritto nazionale, ma che non ha ancora trovato le sue istituzioni appropriate, dal momento che persino l’Onu è solo espressione della buona volontà dei suoi membri; è una coalizione; in questo senso non è ancora un’istituzione nel senso forte di istanza superiore sovrana. Il diritto internazionale è stato pensato con forza nel XVII e nel XVIII secolo come trascendente il diritto interno degli Stati-nazione. L’unica espressione che ne abbiamo attualmente sul piano giuridico si trova negli abbozzi del diritto d’ingerenza, nell’istituzione dei tribunali internazionali e fondamentalmente nel concetto di crimine imprescrivibile contro l’umanità di cui il genocidio costituisce il nocciolo duro. Ma se bisogna dare un senso all’idea di crimine imprescrivibile contro l’umanità bisogna che abbia un senso anche il concetto di umanità.

Ora, se l’umanità deve avere un senso sul piano del diritto internazionale, può essere solo a partire dal diritto reciproco all’ospitalità, quello che Kant chiama il diritto cosmopolita. È vero che oggi la cittadinanza può articolarsi solo nel quadro nazionale. È un fatto; e forse il concetto di “cosmopolita” non può costituire un concetto politico. Attualmente questo punto è molto discusso in filosofia politica. È possibile pensare una cittadinanza senza frontiere? In altre parole, si può uscire dal rapporto binario cittadino-straniero? Eccoci giunti al termine più avanzato del nostro viaggio nell’intervallo tra Levitico e Matteo. Ma non è un punto d’arrivo. Non è un punto di riposo, perché cominciano qui tutte le difficoltà. Dov’è il problema di fondo? È che non sappiamo, e nessuno sa, come combinare in maniera intelligente e umana il diritto internazionale, e il suo fondamento di diritto reciproco all’ospitalità, con la struttura binaria del politico: cittadino- straniero. Non lo sappiamo.

Il giudizio finale sullo straniero
Vorrei dire qualche parola sul testo del giudizio finale in Matteo. Questo testo viene spesso considerato in maniera moralizzante come un ammonimento: «Fa’ in modo di non trovarti dalla parte sbagliata nell’ultimo giorno». Se ci si ferma qui, il testo non aggiunge nulla a quanto abbiamo detto sul dovere dell’ospitalità e ancor meno sulle difficoltà di conciliarlo con tutte le limitazioni legate al rapporto tra cittadino e straniero. La ricchezza di questo testo risulta dalla messa in scena del giudizio, che mira a porre a nudo, allo scoperto, tutto quello che avremo dissimulato e il senso di quello che avremo fatto; è la verità dei nostri atti portata alla luce. Penso che sia molto importante quest’idea di messa allo scoperto. Inoltre si può interpretare il giudizio non solo come divisione tra due gruppi di persone, da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, ma come una divisione all’interno di ciascuno di noi. Sorge allora la domanda: quale parte di me sarà purificata dal fuoco di Dio e quale invece consumata, annientata...?

Vorrei concludere con una sorprendente osservazione del testo, ossia la sorpresa che è pari da una parte e dall’altra: «Quando, Signore, ti abbiamo visto affamato, assetato, straniero, malato o prigioniero?». Lo dicono entrambi i gruppi. Tutti sono stupiti. Certo, nel testo esiste una risposta: «In verità, vi dico, ogni volta che non l’avete fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto neanche a me». Ma bisognava passare attraverso la domanda perché la risposta restasse sorprendente. Penso allora a un altro proverbio biblico: «La tua destra ignori quello che dà la sinistra». Sono le mani della stessa persona, una deve ignorare ciò che l’altra dà o trattiene. Gloriosa ignoranza della mano generosa e tenebrosa ignoranza della mano avara. Se bisogna essere informati per quanto riguarda il prendere e il trattenere, non bisogna cercare di essere troppo informati per quanto riguarda il dare e il ricevere. Non si sa. «Quando, Signore, ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, straniero, malato o prigioniero?». E chi sono “i più piccoli” nei quali il Signore si mostra e si dissimula? Resta l’interrogativo. Sta a noi dare una risposta personale, una risposta sociale, una risposta politica, una risposta umana.

Da "http://rivista.vitaepensiero.it" Straniero, io stesso. Il dovere dell’ospitalità di Paul Ricoeur

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