La prospettiva chiave per affrontare i futuri cambiamenti è l’innovazione delle competenze. Il mondo della quarta rivoluzione industriale cambierà profondamente il nostro modo di vivere; i ragazzi di oggi vivranno la loro età adulta in un mondo che neppure possiamo immaginare.

Si tratta della rivoluzione più complessa che la storia abbia mai affrontato: nei prossimi due decenni il 47% dei lavori è destinato ad automatizzarsi e il 49% delle ore lavorate potrebbero essere computerizzate. Si perderanno milioni di posti di lavoro ma tanti altri verranno creati.

Già nel 2015 uno studio del World Economic Forum ci segnalava che il 65% dei bambini che inizia la scuola primaria farà da adulto un lavoro che oggi non esiste. In questo quadro si stanno vanno delineando due visioni diametralmente opposte: una pessimista che preconizza una società automatizzata che produrrà l’esclusione di milioni di cittadini dal mondo del lavoro e un’altra che ritiene che le tecnologie digitali sostituiranno molte delle attuali forme di lavoro e impresa ma ne costituiranno altre migliori.

La sfida che ci aspetta è non arrenderci a questa visione pessimista della rivoluzione in corso ma promuovere con urgenza uno sviluppo delle potenzialità umane per trarre benefici dai cambiamenti in corso in termini di sviluppo e benessere collettivo. Gli effetti della rivoluzione che stiamo attraversando possono essere determinati prima di tutto attraverso cospicui investimenti in formazione e ricerca, dando a milioni di ragazzi e lavoratori la possibilità di formarsi nel modo adeguato.

Tutte le analisi recenti certificano come nel nostro Paese non manchi il lavoro, ma le competenze per svolgerlo. Nell’ultimo anno il 33% delle professionalità ricercate dalle aziende è risultato irreperibile per la carenza di persone con le competenze per occupare i posti di lavoro disponibili.

Quando parliamo di digital transformation, industria 4.0, economia della conoscenza facciamo riferimento a una realtà socio-economica sempre più articolata e complessa che richiede di investire proprio sulle nuove competenze e sulla capacità degli studenti di acquisire capacità idonee al mercato del lavoro che l’economia dell’innovazione produce.

Sempre il World Economic Forum ha pubblicato il report “New Vision for Education Unlocking the Potential of Technology” con cui ha stilato la lista delle 16 “skills” del ventunesimo secolo, cioè le capacità che il sistema educativo deve garantire già oggi.

Investire in formazione, anche continua, unendola a una politica che abbia un vasto orizzonte temporale e non quello del giorno dopo. Una politica che pensi ai giovani e allo sviluppo del capitale umano. L’investimento in questa direzione è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione per rafforzare la competitività del Paese, per crescere con una maggiore velocità ed efficacia e per dare agli studenti opportunità concrete di accedere a un mondo del lavoro che sta profondamente cambiando il suo paradigma.

In questo senso, tutto il nostro sistema di istruzione dovrebbe essere messo nelle condizioni di costruire nuove conoscenze innovative, ma anche trasversali, ibride, superando le tradizionali “materie” nei vari livelli di istruzione e ricerca.

Le competenze necessarie per il futuro vanno oltre il semplice studio delle materie tradizionali. E’ necessario che le scuole rendano strutturali le competenze tecnologiche, promuovendo anche curricula flessibili per l’apprendimento trasversale, seri programmi di alternanza scuola-lavoro, modelli di orientamento realmente efficaci.

Dobbiamo trovare il modo di incentivare i ragazzi a scegliere conoscenze multiple per andare incontro al fabbisogno del sistema di produzione industriale e rafforzare il sistema di formazione tecnica e professionale. Dobbiamo favorire la sinergia tra università, centri di ricerca, enti di formazione e società con l’obiettivo di produrre, trasferire e diffondere innovazione, perché nei prossimi anni nessuno sia escluso, per non lasciare un’intera generazione nella condizione di non poter competere ad alti livelli o di essere estromessa.

Alla rivoluzione in atto nel mondo del lavoro deve corrispondere una rivoluzione nel mondo dei saperi. Il tema del rafforzamento dell’innovazione didattica deve diventare centrale nell’agenda di qualsiasi governo che abbia l’obiettivo di una crescita a lungo periodo del Paese. Nella quarta rivoluzione industriale, formazione e competenze sono gli strumenti per garantire alle nuove generazioni il diritto al futuro.

Da "https://www.linkiesta.it/" Innovare la formazione per garantire il diritto al futuro di Vanna Iori

Pubblicato in Fatti e commenti


Le “rivolte” dei vari Paragone e Fioramonti non hanno sbocco. La notizia che Di Maio pensi a lasciare la guida è un pettegolezzo, fatto per screditarlo. Perché il vero dominus del Movimento, per statuto e per business, è e resta unicamente Davide

È possibile che il movimento Cinque stelle chieda il divorzio da Rousseau e quindi da Davide Casaleggio? La risposta è semplice e spiega come questa ipotesi investa le sorti del governo Conte due. Sono due gli statuti che stabiliscono il ruolo di dominus di Davide Casaleggio. Quello del Movimento, rifondato nel 2017 dallo stesso Casaleggio e Luigi Di Maio, e quello di Rousseau.
Quest’ultimo stabilisce la carica a vita dell'imprenditore milanese, mentro lo statuto del Movimento dice che Rousseau si occuperà per sempre della gestione di alcuni aspetti del partito. Chi ha deciso che Rousseau sia fornitore di servizi del Movimento? Nessuno, o meglio l'hanno deciso Casaleggio e Di Maio di fronte a un notaio. Per cambiare lo status quo servirebbe cambiare lo statuto del Movimento. Come? Su Rousseau.

I parlamentari, e quindi anche Di Maio, non hanno alcuna possibilità di influire sull'associazione di Casaleggio. E allora il divorzio tra Rousseau e il Movimento è tecnicamente impossibile, non esiste una procedura che possa deciderlo. Solo Davide Casaleggio può decidere di sciogliere questa unione che non è stata votata da nessuno, ma imposta.
Soltanto il figlio di Gianroberto Casaleggo può decidere di spegnere i server e con essi il Movimento. Rousseau gestisce i processi decisionali e di e-voting, la comunicazione interna ed esterna, l'anagrafica degli iscritti. Il cuore del primo partito italiano è nelle mani di un associazione privata di natura commerciale su cui il partito non ha nessun controllo.

Casaleggio può in qualsiasi momento far valere la clausola "vessatoria" per cui chi non versa l'obolo di 300 euro al mese alla sua associazione è fuori dal Movimento. Ciò dimostra per tabulas chi è il padrone e quanto inutile sia chiedersi se il Movimento sia di sinistra o di destra: M5S è di Casaleggio. Siamo passati dalla retorica dei pieni poteri a Salvini a quella dei pieni poteri di un imprenditore che con un'entità commerciale gestisce il primo partito italiano per numero di seggi.

Senza Rousseau e quindi senza il controllo sul Movimento, Casaleggio e la sua azienda perderebbero appeal: quello che gli ha permesso di raddoppiare il fatturato in un anno e quasi decuplicare gli utili, dopo un lungo periodo di crisi. Quello, detto chiaramente, che ha permesso a una piccola azienda di acquisire clienti di prima fascia come la multinazionale Philip Morris. Queste partnership commerciali sopravviverebbero a un’eventuale crisi che vedesse il M5S uscire dall’area di governo o all'uscita di Casaleggio dalla gestione del Movimento?
Se Casaleggio mollasse il Movimento continuerebbe a essere interlocutore politico del Pd, riceverebbe ancora le telefonate di Zingaretti?
Se davvero i parlamentari volessero intraprendere una "guerra a bassa intensità" contro il Dominus, per liberarsi del "giogo" non servirebbero documenti o interviste, basterebbero atti precisi. Come per esempio indagare a fondo su quali sono le nomine cui è interessato l'imprenditore-fondatore, a partire da quella sul Garante della Privacy.

D’altronde che in tema di nomine governative Casaleggio conti qualcosa lo ha ammesso lui stesso. «Se fossi stato interessato ai soli soldi avrei forse potuto aspirare a una nomina da qualche centinaia di migliaia di euro di solo stipendio», ha recentemente detto, confermando di avere una qualche influenza sul governo. Per questi motivi sia la “rivolta” di alcuni parlamentari o le generiche accuse di Gianluigi Paragone e Lorenzo Fioramonti, sia le ipotesi di distacco tra Movimento e Rousseau ci sembrano vadano archiviate come pettegolezzi. Ciò non significa che siano prive di significato, anzi.

È evidente che la notizia che il capo politico Di Maio pensi al divorzio da Casaleggio abbia come obiettivo lo stesso Di Maio, qualcuno sta provando a trasformarlo in un target, un obiettivo da abbattere. Una campagna marketing ben orchestrata che però per creare davvero il caos dovrebbe riuscire a convincere Casaleggio, l'unico che può davvero spodestare Di Maio e rompere il patto che ha permesso ad entrambi la scalata. Mentre sempre più spesso si parla (finalmente) di conflitto di interessi, Casaleggio deve scegliere su chi puntare.


Chi può garantire meglio il suo ruolo nella vita politica italiana? Di Maio o Conte?

Da "https://www.linkiesta.it/" Tutto in mano a Casaleggio: quello tra i Cinque Stelle e Rousseau è un divorzio impossibile

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 17 Gennaio 2020 00:00

Ecco il trend tecnologico del 2020

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane. Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, oggetti autonomi, il potenziamento dell’edge computing
Cosa ci riserva il nuovo decennio? Quali sono le tendenze della tecnologia? Gartner, che negli ultimi anni si è affermata come società di consulenza e ricerca nel settore, ha elaborato un rapporto che prova ad individuare le principali sfide tecnologiche, non mancando di sottolineare ancora una volta come ogni tecnologia emergente ha la capacità di cambiare la nostra vita. Ma tutto dipende dall’uso, solo un utilizzo corretto e consapevole della tecnologia può migliorare il nostro modo di lavorare e le strategie aziendali.

Per il 2020 Gartner ha elaborato l’analisi dell’impatto delle nuove tecnologie in due grandi categorie: tecnologie umano centriche e tecnologie “smart spaces”,

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane.

Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, robotica, il potenziamento dell’edge compiuting

L’iper automazione ovvero la combinazione di più Machine Learning (ML), software e strumenti di automazione. Per questo è necessario che le aziende abbiano una totale comprensione di ogni momento dei meccanismi di automazione aziendale, per comprendere come gli stessi possono essere tra di essi ricombinati e coordinati. Sebbene ci siano delle similitudini con la Robotic Process Automation (RPA), l’iper automazione richiede anche una combinazione di strumenti per aiutare a supportare la replicazione di passaggi in cui una persona svolge un compito.

Per multiexperience si intende invece quel fenomeno, crescente per il quale l’esperienza con il quale le persone percepiscono il mondo digitale cambia. Si tratta di una modifica della percezione e dell’interazione che porta ad una diversa esperienza multisensoriale e multimodale. Le piattaforme stanno modificando infatti il modo con cui le persone interagiscono con le altre. Ma nel prossimo decennio, anche grazie alla disponibilità di maggiore banda in mobilità, la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata avranno maggiore diffusione, incidendo nella modifica delle modalità di interazione personale. Ovviamente le prime applicazioni saranno di tipo industriale, per coinvolgere poi ogni tipo di interazione persona-macchina e persona-persona. La novità è rappresentata anche dal fatto che le interazioni coinvolgeranno via via e sempre in misura maggiore più sensi oltre vista e udito.

Il tema della democratizzazione delle competenze è fondamentale per non lasciare nessuno indietro. Ciò consentirà esperienze radicalmente semplificate e senza richiedere una formazione estesa e costosa. Gli aspetti chiave di questa tendenza sono: democratizzazione dei dati e strumenti di analisi; democratizzazione dello sviluppo (mettendo al centro strumenti di IA da sfruttare in applicazioni sviluppate su misura); democratizzazione del design (attraverso l’espansione dei fenomeni low-code, no-code e con l’automazione di ulteriori funzioni di sviluppo di applicazioni); democratizzazione della conoscenza (per consentire a non informatici di accedere a strumenti e sistemi esperti che consentono di sfruttare e applicare competenze specializzate al di là delle proprie competenze e della propria formazione).

È sempre più crescente la consapevolezza del fatto che i dati personali hanno un valore e per questo devono essere controllati. La trasparenza e la tracciabilità sono elementi a sostegno di questa esigenza di etica digitale e di privacy. Si tratta di elementi che avranno una ricaduta diretta nelle policy nelle tecnologie utili per soddisfare i requisiti normativi. Ma il vantaggio sarà anche quello di preservare un approccio etico all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, rimediando alla caduta di fiducia nelle aziende. Centrale sarà il tema della proprietà e controllo dei dati personali e di una progettazione delle applicazioni allineata dal punto di vista etico.

La questione più controversa inserita da Gartner nella categoria delle tecnologie umano centriche riguarda l’aumento delle capacità umane, esistono già fenomeni di biohacker (o bodyhacker), persone che hanno impiantato sotto pelle microchip o inoculano vaccini fai da te o il proprio dna modificato. L’aumento può avere due aspetti uno fisico e uno cognitivo, in un caso si tratterà della possibilità di modificare le proprie capacità fisiche intrinseche, impiantando un dispositivo tecnologico nel corpo, ovvero anche in modalità indossabili. Nell’altro attraverso l’accesso alle informazioni e lo sfruttamento massivo di applicazioni su sistemi informatici tradizionali con l’emergente interfaccia multi-experience. Ciò avrà un effetto sui dipendenti delle aziende che cercheranno di sfruttare i loro miglioramenti personali – e persino di estenderli – per migliorare il loro ambiente di lavoro nel suo complesso.

Nell’ambito delle tecnologie smart spaces prima tra tutte rientra lo sviluppo del cloud. Il territorio del cloud si espande e sarà sempre più distribuito. Ciò significa che la distribuzione dei servizi di cloud pubblico avverrà in diverse località, mentre il fornitore si assumerà la responsabilità del funzionamento, della governance, degli aggiornamenti e dell’evoluzione dei servizi. Ciò rappresenta un significativo cambiamento rispetto al modello centralizzato della maggior parte dei servizi cloud pubblici e porterà a una nuova era nel cloud computing.

La blockchain ha il potenziale per rimodellare le industrie aumentando la trasparenza e la fiducia nello scambio di valore tra i diversi ecosistemi aziendali. Ciò consentirà anche di ridurre i costi di controllo e ridurrà i tempi di riconciliazione. Le aziende potranno apprezzare la tracciabilità dei beni riducendo i rischi di prodotti contraffatti: ciò avrà effetti anche nel settore alimentare dove maggiori sono i rischi di sfruttamento dei nomi di origine per vendere prodotti di scarsa qualità. Un altro settore nel quale la blockchain ha un potenziale di crescita sono gli smart contract, nonostante questo la blockchain può rimanere ancora per molto tempo non adeguata alle implementazioni aziendali a causa di una serie di problemi tecnici, tra cui la scarsa scalabilità e interoperabilità. Però proprio per questo le aziende dovrebbero iniziare a studiare l’utilizzo della blockchain nell’ambito del proprio business, anche se non ne prevedono un’adozione nel breve termine.

L’Intelligenza Artificiale e l’apprendimento automatico (machine learning) continueranno ad essere applicati sempre di più. Se ciò porta indubbiamente ad aumentare le capacità aziendali, dall’altro espone il business a nuovi rischi connessi alla sicurezza informatica. Le questioni chiave saranno quindi: proteggere i sistemi in cui è utilizzata l’intelligenza artificiale; sfruttare la stessa IA per migliorare la sicurezza; anticipare gli attacchi da parte degli aggressori.

Il prossimo decennio sarà quello della robotica. L’utilizzo di dispositivi fisici che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per automatizzare funzioni precedentemente svolte dall’uomo, sarà sempre più massivo. Le forme attuali più riconoscibili sono i robot, i droni, i veicoli/navi autonomi e gli elettrodomestici. L’automazione andrà oltre rigidi modelli di programmazione grazie all’intelligenza artificiale per una migliore e più naturale interazione con l’ambiente circostante e con le persone. Inoltre con il miglioramento della capacità tecnologica, con una maggiore regolamentazione (e una crescente accettazione sociale), gli oggetti autonomi saranno sempre più diffuse negli spazi pubblici.

L’edge computing è una modalità con cui l’elaborazione dei dati, la raccolta di contenuti e la consegna avviene più vicino alle fonti dei dati stessi, agli archivi e agli utilizzatori delle informazioni. Di fatto è una tecnologia che cerca di mantenere il traffico e l’elaborazione locale per ridurre la latenza. L’attenzione per l’edge computing deriva dalla necessità per i sistemi di IoT di fornire capacità disconnesse o distribuite nel mondo dell’IoT embedded per settori specifici come la produzione o la vendita al dettaglio. Per questo L’edge computing può diventare un fattore dominante in quasi tutti i settori industriali, aumentando i casi d’uso, grazie al fatto che risorse di calcolo sempre più sofisticate e specializzate, così come una maggiore capacità di storage, sono fattori sempre più diffusi. Inoltre complessi dispositivi, tra cui robot, droni, veicoli autonomi e sistemi operativi accelereranno il potenziamento dell’edge computing.

Da "https://formiche.net/" Ecco il trend tecnologico del 2020 di Sergio Boccadutri

Pubblicato in Aggiornamenti

A maggio del 2019, la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ha pubblicato un documento di sette pagine intitolato “Raccomandazione del consiglio su un approccio globale all’insegnamento e all’apprendimento delle lingue”. L’obiettivo richiamato dal consiglio dell’Unione europea è tanto semplice quanto affascinante e ambizioso: è essenziale che i cittadini dell’Unione europea conoscano almeno due lingue straniere, oltre alla propria lingua madre.

Già ai tempi della Comunità europea del carbone e dell’acciaio del 1951 i sei paesi fondatori – Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – riconoscevano quattro lingue ufficiali: italiano, francese, tedesco e olandese. Con l’estensione della comunità europea a nuovi stati, cresce anche il numero delle lingue ufficiali: nel 1973 si aggiungono l’inglese e il danese e negli anni ottanta il greco, lo spagnolo e il portoghese. Nel corso degli anni a queste sono state aggiunte altre lingue con la creazione e l’espansione dell’Unione europea fino a raggiungere un totale di ventiquattro lingue ufficiali e oltre sessanta lingue minoritarie e regionali.

Il multilinguismo è uno dei principi fondanti dell’Unione europea ed è inteso dalle istituzioni europee sia come la capacità del singolo individuo di esprimersi in più lingue (definita plurilinguismo), sia come la coesistenza di differenti comunità linguistiche in una specifica area geografica. Oltre ai naturali risvolti commerciali e industriali, promuovere l’apprendimento delle lingue significa favorire la comprensione reciproca tra persone di diverse culture, facilitare un dibattito pubblico transnazionale e rafforzare l’identità europea. In altre parole, il multilinguismo ha una dimensione strategica per l’Europa e per dirla come il consiglio dell’Unione europea “la competenza multilinguistica rappresenta il fulcro dell’idea di uno spazio europeo dell’istruzione”.

Allo stato attuale delle cose l’apprendimento delle lingue da parte dei cittadini europei è ancora solo un progetto sulla carta. Osservando i dati dell’Eurostat, poco più della metà dei cittadini europei dichiarano di essere capaci di tenere una conversazione in una seconda lingua. Solo un cittadino su cinque può parlare due lingue oltre alla propria e meno di uno su dieci ne conosce più di tre. Le percentuali naturalmente variano di paese in paese e in base alla classe d’età e alla situazione lavorativa del cittadino (mentre non ci sono grosse differenze tra uomini e donne). Per esempio se circa il 73 per cento dei cittadini tra i 25 e 34 anni parlano almeno una lingua straniera, il dato che scende gradualmente per tutti i gruppi d’età successivi, fino a raggiungere il 55 per cento tra i cittadini tra i 55 e 64 anni.

Non a sorpresa, secondo Eurostat, l’inglese è la lingua straniera più parlata e conosciuta nell’Unione europea e quella più comunemente studiata nelle scuole primarie e secondarie inferiori (da circa il 98 per cento degli studenti). Al secondo posto appare il francese (33 per cento degli studenti), seguito dal tedesco (23 per cento) e dallo spagnolo (17 per cento).

In molti paesi – inclusa l’Italia – si comincia a studiare anche la terza lingua. Il francese è studiato come terza lingua da più del 50 per cento degli studenti delle scuole secondarie inferiori in Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Romania e Portogallo. Il tedesco è studiato come terza lingua da più della metà degli studenti in Danimarca e Polonia, mentre lo spagnolo da circa la metà degli studenti in Francia. L’italiano, invece, è studiato dal 57 per cento degli studenti a Malta, il 10 per cento in Croazia e il 4 per cento in Francia.

Ma non è sufficiente misurare quanti studenti fanno lezione di lingue straniere. È anche necessario capire quanti effettivamente poi le imparano e sono incentivati a praticarle. E se i dati ufficiali sull’età di apprendimento delle lingue straniere sono incoraggianti, dai dati di altre ricerche emergono differenze importanti sulla padronanza delle lingue tra gli studenti dei vari paesi europei. Come emerge dalla prima indagine comparativa sull’effettivo apprendimento degli studenti europei delle lingue straniere uscita nel giugno del 2012, i risultati tra i vari paesi europei varia moltissimo. Per esempio l’82 per cento degli studenti svedesi sa parlare con padronanza l’inglese a fronte del 27 per cento degli spagnoli e del 29 per cento dei polacchi. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, non compaiono nello studio (ma compariranno nella prossima pubblicazione prevista tra qualche anno).

Un mosaico complesso
Secondo Nathalie Baïdak, coordinatrice di analisi e ricerca di Eacea, l’Agenzia esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la cultura alla guida di programmi e attività per conto della Commissione europea, la realtà dei fatti è un mosaico complesso. “Da un lato assistiamo a un incoraggiante abbassamento dell’età in cui si comincia a studiare le lingue straniere. Venti anni fa i bambini cominciavano a studiare una lingua straniera non prima dei 10-11 anni, oggi invece in quasi tutti i paesi dell’Unione europea si inizia dai 6-8 anni,” spiega Baïdak. “Dall’altro osservando i dati si scopre che le differenze tra i paesi sono enormi e c’è ancora molto lavoro da fare per migliorare lo studio della seconda lingua straniera.”

Secondo Baïdak, i fattori che determinano il successo dell’apprendimento delle lingue straniere sono principalmente due: l’efficacia dell’insegnamento delle lingue nel sistema scolastico e l’esposizione alle lingue nell’ambiente in cui si vive. Oltre quindi a potenziare la scuola (per esempio investendo nella formazione dei docenti e migliorando la continuità tra scuole elementari e medie) è utile favorire un’esposizione alle lingue più diffusa, per esempio attraverso la proiezione di film sottotitolati e non doppiati, come avviene nei paesi del nord. In questo senso la diffusione di internet e dei video on demand hanno facilitato l’apprendimento delle lingue, soprattutto dell’inglese.

Gli ultimi studi di Eurydice – la rete europea di informazione sull’istruzione finalizzata a fornire ai politici degli stati membri informazioni aggiornate e affidabili sulle quali basare le riforme dell’istruzione – fanno riflettere anche la necessità di approcci dell’insegnamento delle lingue ad hoc in un mosaico ricco e complesso come l’Europa.

Per avere un’idea, il rapporto Eurydice “Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue a scuola in Europa” analizza sessanta indicatori relativi allo studio delle lingue, prendendo in considerazione variabili come l’offerta delle lingue studiate nei programmi dell’istruzione dell’obbligo, le ore effettivamente dedicate all’insegnamento delle lingue, la mobilità transnazionale di docenti e studenti e il sostegno linguistico per gli studenti immigrati appena arrivati.

“L’Italia sotto questo aspetto mostra segnali di miglioramento. Ad esempio dal 2003, è stato introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’inglese a partire dal primo anno della scuola primaria. Inoltre, gli studenti italiani, come circa il 60 per cento circa degli studenti europei, stanno iniziando ad apprendere una seconda lingua straniera a partire dalle scuole medie”, spiega Simona Baggiani, analista di sistemi e politiche educative europee dell’unità italiana di Eurydice e parte dell’Agenzia Erasmus+/INDIRE.

Ma come nel resto d’Europa anche in Italia l’apprendimento delle lingue che varia di regione in regione. Dal rapporto Invalsi del 2019 i risultati medi migliori compaiono tra gli studenti dell’Italia settentrionale rispetto a quelli dell’Italia centrale e meridionale in termini di ascolto e comprensione della lingua inglese. Un quadro non lontano da quello emerso dall’indagine internazionale Pisa (Programme for international student assessment), dove il nord ottiene risultati superiori alla media Ocse, e via via muovendosi verso sud il risultato scende finendo sotto a quello della media Ocse.

Ci sono poi da considerare altri mezzi molto importanti per un apprendimento efficace delle lingue a scuola. “Tra questi spicca il programma Erasmus+ e tutti gli incentivi alla mobilità transnazionale degli studenti (non solo universitari ma anche di livello secondario) messi a disposizione dall’Unione europea”, spiega Baggiani. La mobilità degli studenti è una leva fondamentale per l’acquisizione di migliori competenze linguistiche. Su questa l’Unione europea ha promesso di investire fino a 30 miliardi tra il 2021 e il 2027 per rendere il programma più inclusivo. Ma serve uno sforzo ancora maggiore per aumentare il numero dei cittadini europei capaci di parlare più lingue, come raccomandato dal consiglio dell’Unione europea.

Da "https://www.internazionale.it/" Parlare più di una lingua in Europa è ancora un privilegio di Jacopo Ottaviani, giornalista

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Il candidato del centrosinistra nel Municipio XI: "Sarà battaglia". Il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie: "Inaccettabile".

La Giunta Capitolina ha deliberato che Roma Capitale indicherà come sito per lo smaltimento dei rifiuti nel territorio del Comune, ovvero la discarica di servizio per la città, l’area di Monte Carnevale, nel Municipio XI nella Valle Galeria. La Regione, tra le altre cose, disporrà tutte le attività necessarie per consentire, come richiesto da Roma Capitale, una serie lavori straordinari all’impianto Tmb di Rocca Cencia. Lo affermano Roma Capitale e Regione Lazio in una nota congiunta.

La Regione Lazio, vista l’individuazione sul territorio comunale dell’impianto, in concomitanza con l’approvazione del provvedimento capitolino, “stralcerà anche dal Piano Rifiuti in via d’approvazione, come da accordo, l’indicazione del sub-ato per il Comune di Roma Capitale e disporrà tutte le attività necessarie per consentire, come richiesto da Roma Capitale, una serie lavori straordinari all’impianto Tmb di Rocca Cencia”, conclude la nota congiunta.

Prima delle festività le due amministrazioni avevano trovato un accordo sui rifiuti di Roma che prevedeva il supporto della Regione nella gestione temporanea dell’immondizia a fronte dell’indicazione di un sito dentro il Comune da parte del Campidoglio da realizzare in circa 18 mesi. Dopo aver detto no all’ ipotesi Falcognana e Tragliatella la scelta è caduta, tra le cosiddette ‘aree bianche’ indicate dalla città metropolitana, su Monte Carnevale.

La scelta fa insorgere sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico. “La decisione di realizzare la nuova discarica di rifiuti urbani di Roma a due chilometri dalla discarica di Malagrotta è inaccettabile”. Lo afferma il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie dei 5 stelle, Stefano Vignaroli. ”È una scelta vergognosa nei confronti di un’area già devastata e mai adeguatamente bonificata” aggiunge Vignaroli spiegando che “alla chiusura di Malagrotta non è seguito alcun intervento di risanamento ambientale”.

Duro anche Gianluca Lanzi, candidato presidente del centrosinistra nel Municipio XI: “Abbiamo appena appreso che la sindaca Raggi ha scelto il sito per la nuova discarica di Roma e tra i 7 siti possibili ha scelto quello di Monte Carnevale nel Municipio XI, nella Valle Galeria - afferma -. La nuova discarica di Roma, quindi, sarà a meno di 3 km da quella di Malagrotta, chiusa nel 2013 dalla Giunta di centrosinistra guidata da Ignazio Marino. Fino a poche ore fa sembrava che la scelta cadesse sul sito di Tragliatella, ma si è trattato evidentemente di un ‘depistaggio’ volto a coprire quello che la Raggi ha sempre avuto in mente: far tornare i rifiuti nella Valle Galeria”.

“Già lo scorso anno la sindaca aveva scelto di utilizzare il sito di Ponte Malnome, sempre nel Municipio XI, per la trasferenza dei rifiuti - continua - garantendo ai cittadini che il sito sarebbe stato utilizzato per soli 6 mesi, ma è passato oltre un anno da quella scelta e i rifiuti vanno ancora a Ponte Malnome. In tutto questo, va sottolineato che la destra ha svolto un ruolo decisivo: opponendosi prima al sito di Falcognana, con l’onorevole Renato Brunetta che ha manifestato in strada giungendo a incatenarsi per evitare che si realizzasse la discarica vicino alla sua abitazione, e poi a quello di Tragliatella, con i consiglieri regionali della Lega in prima fila, ha acceso i riflettori sulla Valle Galeria e ‘indirizzato’ in qualche modo la scelta della Sindaca. Realizzare la discarica nella Valle Galeria è una scelta inaccettabile e noi daremo fin da subito battaglia”.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" La discarica a Monte Carnevale scelta da Raggi e Zingaretti fa insorgere M5s e Pd

Pubblicato in Comune e globale

Il capo della Lega rappresenta un’idea di politica inedita finora, sostanziata solo nella forza comunicativa del suo stesso personaggio. Una concezione d’impatto, ma priva di qualsiasi sostanza. E per questo inevitabilmente votata a disintegrarsi.

Il mainstream del dibattito politico italiano concorda su un fatto: Matteo Salvini è l’uomo forte. Chi lo avversa evoca un inquietante pericolo per la democrazia, mentre chi lo sostiene non desidera altro che un condottiero politico torni ad abitare il potere romano. Esplicito subito la tesi di questo articolo: Matteo Salvini non è l’uomo forte, ma il più riuscito prodotto del dissolvimento della politica nella società dello spettacolo (un fenomeno che Guy Debord aveva previsto cinquant’anni fa). Ma andiamo con ordine.

Negli anni ’90, in Italia, si sono sovrapposti due fenomeni: il consolidarsi di un accresciuto potere televisivo generato dai rilevanti mezzi impiegati nelle lotte duopolistiche tra Rai e Fininvest e – dal 1993 – il vuoto di potere e di ceto politico generato dalle inchieste di Mani Pulite. Inevitabile è stato il congiungimento di questi due fenomeni attraverso l’occupazione della scena politica da parte di Silvio Berlusconi. Come nel Mocambo di Paolo Conte, il curatore del fallimento “era anche il padrone di tutti i caffè”.

L’egemonia berlusconiana ha progressivamente cancellato il DNA delle antropologie politiche tradizionali. Siamo giunti, soprattutto in Italia, al punto che la politica non sia ormai più in grado di prescindere dal mezzo televisivo. Si tratta della dimostrazione di come essa venga totalmente riassunta nei canoni della società dello spettacolo. Il nuovo scenario venutosi a creare, tuttavia, reclamava una antropologia politica diversa da quella del “padrone di tutti i caffè”. È qui che comincia a emergere Matteo Salvini.

In prima battuta, la leadership politica si è incarnata nella parabola renziana (anch’essa largamente debitrice dell’immaginario televisivo), ma le scorie delle tradizioni politiche da cui discendeva (ben simbolizzate dal celebre «Enrico stai sereno») ne hanno rapidamente decretato la fine. Matteo Salvini, al contrario, ha rinunciato a ogni eredità del passato (non solo perché quella di Bossi gli aveva lasciato un bel po’ di debiti…) e, sul piano psicoanalitico, ha rapidamente “ucciso il padre” senza portarne alcun rimorso. La sua Lega è divenuta un contenitore politico talmente neutro da riuscire anche a cancellare il proprio peccato originale (la Padania e il sogno secessionista).

In termini ideologici, Salvini mostra, con sincera e compiaciuta baldanza, come il passaggio “dall’essere all’avere” – che caratterizzava la critica marxista all’intelaiatura capitalistica del potere politico - in lui venga sublimato nel successivo passaggio spettacolare – e qui si torna a Debord – “dall’avere all’apparire”. Nella percezione della figura politica di Matteo Salvini, infatti, non si respira alcuna bramosia di potere. Che sia stato un errore o una mossa geniale, è un fatto che in agosto abbia lasciato una posizione molto comoda. In questa mentalità dissipativa sul piano del potere, c’è una autentica rivoluzione rispetto all’idea politica che ereditiamo dal passato, interamente finalizzata all’ottenimento del potere e al suo utilizzo. In Salvini, ogni dinamica di potere viene sostituita dalla dinamica di un consenso che basta finalisticamente a se stesso. Anche le suggestioni più cruente, dalle ruspe ai porti chiusi, in realtà rimangono funzionali alla conquista di un consenso interno alla rappresentazione mediatica. La giustificazione politica (la cosiddetta “campagna elettorale permanente”) assume solo il senso di dare una motivazione conosciuta a un fenomeno ancora da comprendere.

Insomma, Salvini desidera essere una tigre di pezza perché, con intelligenza mista a intuito politico, ha capito che oggi la superficie politica è esclusivamente quella del palcoscenico mediatico, dove le figure diventano virtuali, i problemi immaginari e gli animali di pezza. Ogni sua battaglia è interna al ring mediatico e digitale. Fuori c’è un mondo che gli è estraneo. Dall’azione della magistratura alla rappresentanza degli interessi, la struttura del reale rimane del tutto separata dalla logica politica sovrastrutturale di Salvini. Non è un caso che egli – io credo in piena buona fede - rimanga stupefatto di fronte alle vicende giudiziarie che lo riguardano (dalle navi ferme fuori dai porti ai 49 milioni di debiti della vecchia Lega) e non sappia cosa rispondere (manifestando una totale estraneità alla questione) sulla necessaria ricerca di risorse e di interessi economici da rappresentare che, infatti, si sono concretizzati attraverso grotteschi tentativi degni della fantasia comica di un “Totò e Peppino a Mosca”.

Se non fosse per l’esigenza spettacolare di un capro espiatorio che, purtroppo, produce conseguenze reali sui pochi malcapitati oggetto dei suoi strali (dai Rom che vivono nel nostro paese ai profughi che incappano in eccessi di rigore normativo), l’agire di Salvini sarebbe del tutto innocuo. Anche la fisiognomica – che pure va maneggiata con cautela - aiuta la comprensione del personaggio. Salvini, nella sua soddisfatta e paciosa corpulenza, non è grasso e nemmeno magro. Non rimanda ad alcuno dei vizi della fisiognomica, dalla rabbia alla lussuria. È una specie di Babbo Natale che, pur avendo a che fare con le sperdute e pericolose distese disabitate della tundra, desidera solo portare doni e piacere a tutti. Se fosse per lui, il nemico ideale da inserire nel copione di una politica resa spettacolo sarebbero gli alieni, cioè una comunità invisibile di cui si sa solo che potrebbe distruggere l’umanità.

Il 2020 potrebbe partire da questa consapevolezza: Salvini non fa paura e, come tutti i fenomeni virtuali, quando scomparirà (prima o poi tutti le avventure politiche finiscono) non lascerà alcuno strascico. Anche le parole velenose che, oggettivamente, il leader della Lega mette in circolo, restano prive di futuro, poiché si imprimono solo sui copioni destinati al palco mediatico. Se stessimo parlando di parole finalizzate a un’azione (“le parole sono pietre” della cultura politica novecentesca), le conseguenze sarebbero evidenti nei vissuti degli italiani e non solo nella propaganda delle sardine. Non dimentichiamoci che del fascismo sono presenti ancora scorie dopo settant’anni dalla sua fine. Della DC e del PCI qualcosa è comunque sopravvissuto anche nella mentalità del presente. Di Berlusconi, almeno sul piano del linguaggio, alcuni elementi sono divenuti strutturali (ad esempio, l’uso politico della metafora calcistica). Di Salvini, invece, non resterà nulla (a meno che non lo si voglia imitare).


Da "https://www.linkiesta.it" Matteo Salvini, ovvero della decadenza dei leader mediatici (che, credeteci, spariranno)

Pubblicato in Passaggi del presente

Si arriva anche a protestare contro le sardine, tacciandole di non essere democratiche. Ma la realtà è che persino il linguaggio di Almirante era meno regressivo di quello della Bestia di Salvini. Tant’è che ormai pare impossibile avere uno schieramento senza «tanfo di fureria», direbbe Pasolini.


“Piove, opposizione ladra!”. Gli uomini e le donne cui è caro Matteo Salvini, cominciando dai cronisti di fiducia, gli inviati, le matrone degne di un Satyricon populista, i Capezzone, lo scrittore opinionista che racconta di padre Pio che riteneva fosse peccato non votare “la fiamma”, i già insediati d’ufficio nei talk televisivi, come si nota dalle battute ricorrenti e tra loro sempre collimanti, hanno trovato un modo certo per affermare insistentemente l’assenza di un vero sentimento democratico da parte di una presunta piazza di governo, meglio, “pro governo”, travestita da barricata tra grunge e hipster, cominciando dal profilo attitudinale, dunque antropologico, delle cosiddette sardine.

Da parte del solerte minculpop sovranista si afferma infatti che si sarebbe mai vista una massa così pronta a innalzare cartelli di protesta rivolti ingiustamente a chi si trovi fuori dal Palazzo, per sporchi giochi di potere cui si sarebbero prestati anche gli ex alleati grillini, cioè l’opposizione, perculata sistematicamente, non senza, appunto, picchi di volgarità e addirittura violenza, manco fosse l’esecutivo. Proprio come si diceva prima: piove, opposizione ladra!

Nel sostenere così, Salvini e alleati sembrano affermare l’esistenza comprovata – una possibile regia di Romano Prodi, sempre aspirante al Quirinale, nel caso della scintilla iniziale nella bolognese piazza Maggiore - di un blocco unico compatto, soggetto a un disegno preordinato, tutte cose in cui la sinistra sarebbe da sempre provetta; per farla breve, le sardine come massa di manovra informale, se non agli ordini, comunque organica ai desiderata del Partito democratico di Zingaretti, un’operazione di ingegneria militante orchestrata, come già i girotondi, il popolo viola, sorta di “orfanelli di Ceausescu”, all’incirca prossimi a chi durante la rivolta in Romania di trent’anni esatti fa stettero fino all’ultimo al fianco dell’infame “Conducator”, per bloccare l'atteso e auspicato cambiamento in senso populista.

Ora, nessuno di noi giunge a negare che nella macrostoria della sinistra vi siano stati fiancheggiatori entusiastici perfino dei carri armati sovietici di Budapest e di Praga e addirittura d'Afghanistan, in questo caso tuttavia, oltre il quadro storico mutato, la situazione è decisamente differente, negarlo può risultare risibile.

Al netto dell’espediente propagandistico, chiarito che in termini di agit-prop fa sempre colpo sentirsi dire che l’altro vuole più bene ai “poteri forti”, alla “casta” che non al singolo cittadino inchiodato sotto il solito “torchietto”, il dispositivo messo in atto dalla falange salviniana custodisce una tara culturale propria delle destre, incapaci di comprendere che il dato della questione possa essere innanzitutto culturale, individuale, pulsionale, prim’ancora che strettamente politico, cioè bloccato sull’agenda spicciola. L’irruzione di una Lega depurata dal localismo e dalle barbe vichinghe, più di quella di Bossi, per linguaggio, attitudine, narrazione al limite dell’orgia del potere sudamericana, lì a pompare consensi anche attraverso l’acido della subcultura razzista, non ha infatti precedenti nella storia d’Italia già repubblicana, un po’ come immaginare fantapoliticamente i neofascisti del MSI, insediati al governo con le loro intatte parole d’ordine oscillanti tra ordine e gerarchia, nazione e autarchia, posto che, a nostra memoria, perfino il linguaggio di Almirante, per assurdo, era addirittura assai meno regressivo di ciò che pronuncia Salvini attraverso i giovani galoppini mediatici della sua “Bestia” social.

Fuori dalla comprensione di un simile dato regressivo, risulterà impossibile intuire la reazione carsica, il flusso, la rivolta, il sentimento proprio degli autoconvocati in atto al momento, come risposta sia difensiva sia oppositiva rispetto al consenso crescente e plebiscitario delle destre arrembanti.

Matteo Salvini, certo, ma anche, la Meloni e i suoi Fratelli d’Italia, che per linguaggio, parole d’ordine, per frasario essenziale – «… io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana» – si costituisce come ulteriore elemento di precipizio culturale ancora prima che politico.

Nel manifestare questa percezione, diventa davvero inevitabile riflettere sull’esistenza di due distinte Italie che storicamente si fronteggiano in nome delle proprie predilezioni, si fa per dire, etiche. Al momento, rinunciando a intuire quale possa essere maggioritaria, resta la certezza dell’esistenza di chi nel Paese vorrebbe tornare indietro, in termini di conquiste e diritti civili primari, tra razzismo, sessuofobia e intolleranza etnica, cui va aggiunta il riferimento ai migranti come virus criminogeno sia in potenza sia in atto, un lessico segnato, almeno ai nostri occhi, da povertà interiore assoluta: poltrone, tasse, presepe, rosario, «prima gli Italiani».

Insomma, il vero presepe della raggelante incompiutezza della destra italiana, mai uscita dalla cella frigorifera del fascismo, ai suoi occhi un caldo bene rifugio mentale, proprio di una subcultura piccolo-borghese, ottusamente certa del proprio primato fondato sul dominio delle paure, dell’insicurezza che fa intuire in un possibile redivivo, metti, Pinochet uno zio necessario.

Intendiamoci, le carenze della destra non potranno essere colmate da altri, tantomeno da una sinistra supplente e edificante che al momento non sembra meno rabberciata e in confusione, chiarita la dissoluzione del centro moderato, spetterà a un terzo incomodo porsi come laboratorio di un fronte conservatore minimamente decoroso, spendibile, di cui non vergognarsi, oltre la linea nera dei Bolsonaro, degli Orban, delle Le Pen, perfino dei Trump, una destra che non sappia, come direbbe Pasolini, di «tanfo di fureria» e di camera di sicurezza, che non assecondi il plauso a chi ha ridotto a carne da obitorio Stefano Cucchi, ma trovi il proprio racconto quotidiano, se ne ha i mezzi mentali, lontano dall’implicito disprezzo plebeo per le conquiste minime di democrazia e di civiltà, una destra che sappia distinguere tra pulsioni individuali verso un sentire di libertà e spirito gregario che fa ritenere che perfino il più modesto Pd debba essere protetto come il migliore dei danni possibili. Arriveranno mai a comprendere che, nel più dei casi, la coscienza non conosce deleghe, a maggior ragione in bianco? Piove, diluvia…

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco perché in Italia non potremo mai avere una destra decente di Fulvio Abbate

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 23 Dicembre 2019 00:00

«Nazioni, individui: ogni crisi ci rafforza»

Crisi. Come rinascono le nazioni, di Jared Diamond, esce ora a 22 anni dal suo volume più famoso,  Armi, acciaio e malattie. Quella era la risposta di un fisiologo alla «domanda di Yali», un nativo della Nuova Guinea: perché la ricchezza è fiorita in Occidente e non lì da loro? O, se preferite, perché Cortès ha conquistato l’impero azteco con pochi soldati contro decine di migliaia e non viceversa? La elaborata Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (era il sottotitolo), era la risposta è uno di quei «libri da salvare» per diverse generazioni di lettori. Ma questo sorprendente autore americano, ora 82 anni, che è anche geografo, antropologo, ornitologo e, alla prova dei fatti, storico, ha continuato ad applicare il suo metodo multidisciplinare alla storia più recente e alla politica affrontando la questione dell’ambiente (con Il collasso, nel 2005) e ora propone di esaminare, con l’ultima opera, le vicende dei popoli confrontandole con la vita degli individui. Il parallelo individuo-nazione, che sarebbe tanto piaciuto a G.B Vico, si applica a sette casi di studio, a sette grandi crisi: la Finlandia in guerra con l’Urss, il Giappone ottocentesco dei Meiji, il Cile di Pinochet, l’Indonesia degli anni Sessanta, la Germania e l’Australia dopo la guerra, gli Stati Uniti oggi.

  1. Crisi è la parola chiave che descrive fasi della vita di una persona come di una nazione: possono essere lunghe o rapide, provocate da cause esterne o interne, da una catastrofe naturale o da devastanti vicende umane. Si sa che la parola può includere strazianti sofferenze, ma anche opportunità. «Quello che non ti uccide ti fa più forte». Parole di Nietzsche. Lo ripeteva anche Churchill: «Mai sprecare una buona crisi». Citazioni evocate dall’autore che ascoltiamo dal suo studio a Los Angeles.

Come è nato questo libro?

È nato da due ispirazioni: la prima dai paesi dove ho vissuto e di cui conosco le lingue, come per esempio la Germania dove ero quando hanno eretto il muro, la Finlandia dopo la guerra, l’Indonesia dopo il genocidio e anche il Cile dopo la dittatura; la seconda viene da mia moglie. Quando ci siamo sposati nel 1978 si stava specializzando in un settore della psicologia clinica che si chiama terapia della crisi, una disciplina nata nel 1942 in occasione del gravissimo incendio del locale Cocoanut Grove, a Boston, che racconto nel libro.

Morirono in 450, padri, madri, figli, mariti, fratelli.

Si tratta in quei casi di assistere persone che devono affrontare perdite gravi e improvvise, ma la terapia vale anche per la rottura di una relazione individuale. Non si tratta della consueta analisi che dura anni. Si deve agire in fretta perché c’è un rischio di suicidio e la durata tipica è di sei settimane. I terapisti coinvolti devono settimanalmente esaminare i progressi e i rischi. I racconti di mia moglie, che certo non mi faceva i nomi dei pazienti, mi hanno fatto pensare ai paralleli con le crisi nazionali, ai fattori che predispongono ad uscire dalla crisi oppure no.

Non possiamo qui raccontare tutti e sette i casi. Colpiscono quelli che sono più famigliari per i lettori italiani: la crisi cilena, Pinochet. L’incapacità di trovare un compromesso in Cile è alla radice della politica italiana del «compromesso storico» alla fine degli anni Settanta.

L’incapacità di trovare un compromesso è anche quello che più spaventa noi americani oggi, è quello che più sconvolgeva anche i miei studenti quando ne ho parlato nei corsi degli ultimi anni alla UCLA. Il Cile mostra proprio un caso di quello che può accadere a un paese che è stato una democrazia per duecento anni e che può precipitare nell’incubo della sua fine in un tempo molto breve. Quello fu un caso di sterminio dell’opposizione, perché non si riuscì a fermare il processo di radicalizzazione del conflitto politico. E la polarizzazione politica è oggi il maggior problema degli Stati Uniti.

Il paragone è molto forte!

Ma quando leggiamo sui giornali che il presidente di un paese chiede a un paese straniero di investigare sull’ex vicepresidente, ora suo avversario, si tratta di qualcosa di terribile. Accade in regimi ben lontani dalla democrazia che si mettano in carcere gli avversari, non negli Stati Uniti o in Italia.

Perché in certi casi la politica democratica sembra incapace di moderare il contrasto e fermare la corsa verso la polarizzazione?

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti ma anche in misura crescente in Europa non è semplice da spiegare. Posso andare per tentativi. Avendo vissuto a lungo in Nuova Guinea, so come ci  rapporta gli uni con gli altri in una società tradizionale senza telefoni e televisione, faccia a faccia, da noi la maggior parte delle interazioni avviene attraverso telefono e sms. E se non ci si guarda in faccia è più facile passare i confini della decenza nel linguaggio. Metà della mia risposta è dunque: il collasso delle relazioni personali. L’altra metà è che quell che consente a oppositori politici di sedersi a un tavolo e trovare un terreno comune è la condivida identità nazionale. In paesi con una forte identità nazionale conservatori e progressisti si riconoscono come cittadini dello stesso paese. L’indonesia aveva una debole identità nazionale, nel 1965 non si pensavano come concittadini, questo rese più facile il massacre di indonesiani ad opera di indonesiani.

Lei spiega nelle sue storie che ci sono leader capaci di portare a soluzione le crisi più difficili. Nel caso degli Stati Uniti esemplifica con un dialogo tra due americani. Uno chiede: «Quando saranno capaci gli Stati Uniti di prendere sul serio i loro problemi?». E l’altro: «Quando gli americani ricchi e potenti cominceranno ad avere paura per la propria incolumità fisica».

E’ così. Un fattore che spinge a evitare il compromesso è la percezione che tu possa prevalere sugli altri e avere via libera e così fino in fondo fino a sterminare l’opposizione. D’altra parte se capisci che non puoi prevalere, che non hai alternative, devi sederti con gli avversari e negoziare. Nel Cile del 1973, la destra e l’esercito pensarono di poter eliminare fisicamente la sinistra e lo fecero. Dall’altra parte la sinistra di Allende, tra il 1970 e il ‘73 includeva radicali che si armavano, ispirati anche da Fidel Castro pensava a sua volta di poter prevalere. Quando una parte pensa di potercela fare da sola, la possibilità del compromesso si allontana.

La prima tappa, il fattore primario necessario per avviare l’uscita dalla crisi è riconoscere il male, così come in un matrimonio riconoscere che non funziona o per un alcolista riconoscere di essere tale. Lei parla molto anche di Italia, un paese che fa fatica a riconoscere l’evidenza della sua crisi: il debito, l’invecchiamento, la bassa produttività, l’inefficienza della pubblica amministrazione. E la crisi inglese che lei paragona a una lunga malattia non è anche un caso del genere? Perché non si vuole vedere?

  1. Denial è la parola inglese, negare. Quando la situazione è difficile la prima inclinazione è quella di negare che ci sia un problema. Ma il primo passo indispensabile è quello. Segue il secondo: accettare la responsabilità. Negli Stati Uniti, la maggior parte di noi non vuole riconoscere che gli Stati Uniti stanno andando verso una crisi. Nel caso Italia, dove sono stato per cinque anni per insegnare alla Luiss, il problema era cronico ed è diventato più evidente negli ultimi due anni. Quindi ora siete più vicini degli americani a riconoscerlo. Ma il secondo passo è quello della responsabilità. E qui Italia e USA si assomigliano: Trump, invece di accettare l’idea che i problemi dell’America sono causati da noi stessi, accusa il Messico, la Cina, il Canada. Così vedo la tendenza tra molti italiani ad attribuire i problemi del paese agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente, che sono in realtà molto pochi in confronto con altri paesi, o persino all’Unione europea. Sia noi che voi stiamo fallendo nel fattore numero 2, la responsabilità.

Un altro fattore importante per uscire dalle crisi nazionali sono i valori fondanti. Qui l’Europa ha un punto di forza nell’aver portato pace, nei principi di libertà, politica, personale, nel rispetto dei diritti umani. Eppure le spinte contrarie sono molto forti.

Questi valori possono effettivamente aiutare ad spingere fuori dalla crisi. C’è molto di cui l’Europa e tutti i paesi che fanno parte dell’Unione possono essere fieri: ci sono qui i paesi con i più alti livelli di educazione e di sviluppo tecnologico. Non si sente molto in Europa parlare delle ottime cose che l’Europa ha conseguito e si sentono piuttosto i lamenti nei confronti dell’Unione e c’è addirittura chi vuole prendere le distanze dall’Unione europea, che è qualche cosa di unico nella storia del mondo: un gruppo di paesi che settant’anni fa hanno superato ogni precedente nel massacrarsi tra loro e che invece di prepararsi alla Terza guerra mondiale hanno dato un raro esempio di azione preventiva della crisi e già negli anni Cinquanta hanno posto le premesse – leader politici italiani, francesi, tedeschi – della futura Unione. Spero che si lavori adesso per rafforzarla invece che indebolirla. Ed è per me una tragedia quel che accade in Gran Bretagna.

Lei parla della Gran Bretagna come di un paese afflitto da una malattia lunga, di una paese che non più ritrovato la forza del proprio ego dopo la perdita del potere imperiale e le trasformazioni che sono seguite alla guerra.

Questo paese è il più chiaro esempio di negazione della responsabilità. Come Trump se la prende col Messico e la Cina così la Gran Bretagna attribuisce agli immigrati e all’Unione Europa i problemi inglese. L’altra metà delle ragioni che portano alla Brexit è che il popolo inglese si dimentica delle cose di cui può essere fiero. Quelli che erano vivi nel 1940 e ricordano la battaglia d’Inghilterra, quando il paese da solo si oppose a Hitler, appartengono a una generazione che sta scomparendo, mentre i giovani non ne sanno nulla. Questo significa perdere una fornte dell’orgoglio e dell’identità nazionale. La stessa cosa accade in Finlandia, dove ho scoperto parlando con giornalisti di quel paese, in occasione dell’uscita del mio libro, che i giovani parlano oggi delle azioni militari in difesa nei confronti dell’URSS come di una cosa brutta. Le genrazioni nate dopo il 45 non sano di vivere in una democrazia solo perché i loro genitori e nonni hanno combattuto e perso la vita per difendere la libertà della Finlandia.

Un altro fattore chiave che porta fuori dalle crisi personali e nazionali è la flessibilità, una virtù per giovani. L’Europa qui ha un bel problema, la popolazione è invecchiata e diminuita di fronte a un’Africa in espansione, che procede verso i due miliardi e mezzo.

Bisogna a questo rispondere onestamente che la flessibilità è una dote difficile da acquisire. O ce l’hai o non ce l’hai. E se non ce l’hai devi almeno riconoscere qual è il problema. E qui c’è una mancanza di onestà in Europa riguardo al problema dell’immigrazione. L’Europa è divisa tra due forze opposte: da una parte il nobile ideale di accogliere i rifugiati, che ha radici anche nella memoria della seconda guerra mondiale e dei milioni di persone che furono uccise perché altri paesi non le accettavano come rifugiati, dall’altra c’è la realtà crudele di una popolazione africana di un miliardo e mezzo, che potrebbero vivere meglio se stessero in Europa, cosa che però è assolutamente impossibile da realizzare. Lo stesso si può dire per centinaia di milioni che vivono in condizioni terribili e che vorrebbero raggiungere l’Europa dal Medio Oriente e dall’Asia. Ma la verità è che l’Europa non può accogliere centinaia di milioni di migranti. Come conciliare il nobile ideale con la realtà? Molto difficile, ma mi pare che prima di tutto i dibattiti sull’argomento in Europa manchino soprattutto di onestà.

La «forza dell’io» è decisiva negli individui davanti alle prove più dure. Lo è anche per le nazioni e si può chiamare «identità nazionale».

Questo è un punto debole dell’Italia. E dipende dalla storia del Risorgimento e dal modo in cui si è fatta l’Italia. L’identità nazionale è forte quando ci sono cose nella storia recente di cui un paese possa essere fiero. L’Italia non ne ha come la Finlandia o l’Inghilterra. Gli italiani hanno certamente grandi cose che li uniscono nella storia più lontana: il Rinascimento, l’Impero Romano. E poi sono fieri delle loro glorie calcistiche, della cucina, dello stile e del design, ma hanno qui un punto debole. E inoltre sono molto divisi tra Nord e Sud. Non ne ho fatto uno dei miei casi di studio perché la crisi italiana non è ancora veramente arrivata a manifestarsi completamente. Gli eventi cambiano la scena in maniera molto rapida.

Quella americana è più chiara, lei dice. E anche più grande. Lei cita il caso di due suoi amici che hanno lasciato la politica, pur potendo vincere un posto al Senato, perché disgustati dalla violenta radicalizzazione dello scontro.

La politica è diventata da noi un’esperienza sgradevole per gente che potrebbe occupare posizioni di vertice, che potrebbero essere buoni presidenti, ma non vogliono entrare nell’arena. In primo luogo dovrebbero spendere gran parte del tempo per trovare denaro. Nessuno che abbia il talento necessario ci vuole in realtà mettere piede. Per questo non si trovano tra i Democratici candidati capaci di battere Trump. Non va bene Biden, non va bene la Warren e neanche Sanders. Per vincere ci vogliono quelli come Clinton o Roosevelt. E chi ne ha le doti non si fa vedere. In Italia avete un problema simile.

Le sue critiche allo stato delle cose trovano obiezioni nei modernisti che ritengono che viviamo in ogni caso nel migliore dei mondi finora esistiti: i grandi dati globali ci parlano di riduzione della povertà, miglioramento della salute e delle aspettative di vita, crescita dell’alfabetizzazione e in generale dello sviluppo umano. Quindi avrebbe ragione chi come Steven Pinker vede l’Illuminismo sulla cresta dell’onda come mai prima. 

Conosco bene certo le tesi di Steve Pinker e ne sono anche amico. Ci vediamo ogni anno. Lui ha assolutamente ragione nel sostenere che molte cose nel mondo sono oggi migliori che in qualcunque altro momento della storia: meno carestie, meno guerre, miglior controllo delle malattie. Mai così bene. E questa è una buona notizia. Ma se volgiamo lo sguardo al futuro la domanda non è se le cose siano migliori oggi o nel passato, ma è un’altra: come saranno tra trent’anni. Molte cose nel mondo stanno andando in un modo che, se continuassero così per i prossimi trent’anni, rovinerebbero la vita sulla terra: penso al rischio nucleare, al climate change, all’uso insostenibile delle risorse e all’ineguaglianza. A chi sostiene l’idea che il mondo di oggi è il migliore finora esistito rispondo paragonando questo mondo a una persona che abbia un conto in banca che sia continuamente cresciuto e che poi abbia smesso di guadagnare e continui a spendere come prima. Finirà senza soldi. E quando dice di avere più soldi in banca di quanti ne abbia mai avuti prima dice una cosa vera, sì, ma sta scivolando inesorabilmente verso lo svuotamento. Perciò farebbe bene a smettere di felicitarsi per quanto grande sia il suo conto e dovrebbe cominciare a preoccuparsi della bancarotta in arrivo tra 30 anni. Noi viviamo a un ritmo insostenibile e se non correggeremo il cammino finiremo per precipitare nel burrone.

E’ il tema della parte finale del suo libro, dove lei parla di due cavalli in corsa: quello della distruzione e quello della speranza. Quale le sembra più forte?

Dipende dalle decisioni che si devono prendere ora. Lo vedremo per esempio dalle elezioni americane del 2020. Se Trump vincesse sarebbe un pessimo segnale per il cavallo buono.

 

Da "https://www.reset.it/" «Nazioni, individui: ogni crisi ci rafforza». Intervista a Jared Diamond di Giancarlo Bosetti

Pubblicato in Comune e globale

Impegniamoci per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini


Dopo il Regno Unito, l’Irlanda e la città di Parigi anche l’Europarlamento ha dichiarato l’emergenza climatica. Un segnale incoraggiante in vista Vertice Onu sul Clima che si apre la prossima settimana a Madrid, ma anche per a milioni di giovani europei che seguendo l’esempio di Greta Thunberg hanno protestato con i climate-strike e torneranno a farlo venerdì 29. Arrivato grazie soprattutto alla spinta dei Verdi Europei.

E l’Italia? Lunedì scorso è andata in discussione generale alla Camera, e andrà al voto la prossima settimana, una mozione di maggioranza a mia prima firma per dichiarare anche l’Italia in emergenza climatica e per affrontarla con politiche adeguate. Sarebbe importante venisse approvata. Tanto più visti i tempi che corrono.

Settimane di allerta meteo, valli e paesi isolati, blackout, trombe d’aria, bombe d’acqua, allagamenti, ma anche onde di calore, siccità e agricoltura in ginocchio. E poi smottamenti in tutto il Paese. O forse è meglio dire che è il Paese a franare, proprio come quei 30 metri di viadotto sulla Torino-Savona. Fatti che dovrebbero bastare a convincere anche i più scettici: non è maltempo, ma crisi climatica. Proprio l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi è uno dei sintomi più evidenti dei mutamenti climatici, che sono causati dall’uomo e sono già in atto.

E i numeri lo confermano. Nel 2018 la concentrazione di anidride carbonica per l’Organizzazione meteorologica mondiale ha raggiunto un nuovo record: 407,8 parti per milione (ppm), contro le 405,5 del 2017. Alla viglia del summit sul clima, l’Unep ha gelato il mondo mettendo nero su bianco quando siamo lontani dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi: gli attuali impegni assunti dagli Stati non bastano a contenere la febbre del pianeta a 1,5°C ma porteranno a un aumento della temperatura di 3,2°C. Con effetti devastanti.

Per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo di sempre e dal rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici emerge che lo scorso anno il Paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Perché il clima è già cambiato e sta presentando il conto. Ora ci restano solo una manciata di anni per invertire la rotta.

L’Italia è un paese fragile, dove i rischi sono acuiti dalla cattiva gestione del territorio e dagli effetti dei mutamenti climatici. Eppure ci ostiniamo a trattare questi fenomeni come singole emergenze - pagando il conto dei danni a ogni nuova alluvione, tempesta, o siccità - anziché prevenire.

In media investiamo circa 300 milioni l’anno per opere di prevenzione del rischio idrogeologico, mentre spendiamo circa un miliardo l’anno per riparare i danni dopo la tempesta. Esattamente quello che non ci possiamo più permettere. Basta alle soluzioni tampone. Per mettere in sicurezza i cittadini e affrontare in modo adeguato la crisi climatica, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.

A partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza climatica, dal rafforzamento del Piano energia e clima, dal graduale taglio dei 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi e da un piano strutturale per la messa in sicurezza del territorio, la mitigazione del rischio e l’adattamento al climate-change. Proprio come chiede la mozione a mia prima firma.

Ai molti politici che negli ultimi mesi sono andati in piazza accanto ai giovani avevo già proposto da tempo che rispondessimo ai ragazzi della ‘generazione Greta’ approvando leggi importanti per l’ambiente. Dal contrasto al consumo di suolo allo stop ai sussidi alle fonti fossili, passando per una forma di carbon-tax e per la promozione della generazione energetica diffusa e rinnovabile. Temi prioritari su cui sono a disposizione del Parlamento diverse mie proposte.

Ma intanto per dare un segnale forte è importante approvare la mozione sull’emergenza climatica che ho presentato a Montecitorio. L’atto impegna il governo a lavorare per l’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione, per ridurre le emissioni di CO2 in tempi più rapidi e certi e per spingere il sistema Italia verso la conversione ecologica.

La mozione sollecita un programma di investimenti pubblici orientati alla sostenibilità che coinvolga i principali settori produttivi. Il governo dovrà anche impegnarsi per promuovere l’economia circolare, razionalizzare e stabilizzare gli incentivi previsti per l’efficientamento energetico e la sostenibilità in edilizia, per una mobilità e una produzione industriale sostenibili e per l’obiettivo delle zero emissioni nette al 2050.

Insomma per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini. Affrontare con coraggio la crisi climatica, infatti, non è solo necessario, ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia più sostenibile, inclusiva, competitiva e quindi più capace di futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Basta chiamarlo maltempo, siamo in piena crisi climatica di Rossella Muroni

Pubblicato in Fatti e commenti


L’incompetenza delle classi dirigenti e la demagogia dei populisti sono alla base dei disastri di questi giorni. Uno dei primi atti del Conte 1 è stato quello di azzerare Italia sicura, la struttura del governo Renzi che ha sbloccato due terzi dei 1700 cantieri.

Guardando i telegiornali di questi giorni sembra incredibile che, fino a pochi mesi fa, il nostro Paese fosse convinto che la prima emergenza nazionale, la priorità assoluta delle politiche governative, la “top news” ineludibile di ogni giornata, fosse lo sbarco di qualche centinaio di migranti o richiedenti asilo e il conseguente timore di un piano di sostituzione etnica che cancellasse lombardi, liguri, romagnoli, ciociari, per mettere al loro posto ghanesi o marocchini.

Le cronache del disastro idrogeologico di novembre parlano dell’incompetenza delle classi dirigenti ma anche di noi, noi italiani, un popolo che il mondo considera intelligente e persino sofisticato e però così politicamente poco avvertito da non accorgersi che la casa gli sta franando sotto i piedi e che la prospettiva più credibile non è l’invasione degli immigrati ma la desertificazione e l’abbandono dei 7.275 Comuni classificati ad alto rischio per il combinato disposto tra frane e inondazioni.

Chi volete sia disposto a restaurare una casa invasa dal fango che fra un anno o due sarà nuovamente devastata? Chi credete che possa tenere aperta un’azienda sotto la minaccia dell’ennesima esondazione del Tanaro, del Polcevera o del Bisagno? La Ferrero di Alba è stata costretta a chiudere gli impianti a 24 anni esatti dall’alluvione del ’94 che si portò via anche una decina di vite umane ed è la seconda volta che succede negli ultimi due anni: è un’azienda abbastanza grande per decidere di restare, ma quanti soggetti più piccoli si faranno due conti e diranno “meglio andarsene”?

Sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione.

Mentre noi eravamo occupati a straparlare di Piano Kalergi, sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione e/o interdizione sulle opere pubbliche piccole e grandi.

Per avere un’idea della partita si consideri che in Italia sono 3.600 gli enti che si occupano di contrasto al dissesto idrogeologico, una proliferazione tumorale, mostruosa, che incrocia le sue competenze con gli enti locali e l’autorità centrale – il ministero dell’Ambiente, quello dell’Agricoltura e le Infrastrutture – in un confuso reticolo di commissari regionali, titolari dei Parchi, magistrati delle acque, e ovviamente Protezione Civile, Demanio, ministero dell’Interno e ministero per il Sud (non sia mai detto che qualcuno resti tagliato fuori).

Il primo atto del conflitto risale all’insediamento del governo gialloverde, nel giugno 2018, all’inizio dell’estate del “Cambiamo tutto”. Fra le prime decisioni del nuovo esecutivo Di Maio-Salvini c’è l’azzeramento di Italia Sicura, la struttura di Palazzo Chigi inventata da Matteo Renzi per compattare le competenze e facilitare l’iter burocratico delle opere di tutela territoriale e delle ristrutturazioni scolastiche.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole. E tuttavia i ministeri non vedono l’ora di riprendersi le loro potestà in via esclusiva: così, addio Italia Sicura («Era solo uno spot di Renzi » diranno per giustificare l’abolizione) e restituzione delle competenze all’Ambiente (quota M5S) e all’Istruzione (quota Lega).

Poco più di un mese dopo il crollo del Ponte Morandi accende i riflettori su infrastrutture e territorio e obbliga a riaprire la partita del “che fare”. Il ministro Danilo Toninelli ne approfitta per inventarsi una nuova agenzia tutta sua: si chiamerà Ansfisa e si occuperà di sicurezza delle ferrovie e delle strade, insomma dei 7.317 ponti, viadotti e tunnel gestiti dalle concessioni autostradali oltrechè dell’intera rete dei treni.

Occuperà 500 persone, quasi tutti ispettori qualificati. Sarà una super-task force. Ovviamente non se ne è fatto niente: l’Ansfisa formalmente c’è, ha persino un presidente, ma siccome mancano ancora statuto e regolamento è poco più di un ente fantasma. Ora il governo Conte Secondo sta pensando di sdoppiarla in due, separando strade e ferrovie: auguri.

Sono due casi di prima grandezza che incrociano le notizie di questi giorni sui torrenti esondati e i ponti crollati, ma spiegano bene lo stato dell’arte e l’emergenza vera e silenziosa che il Paese ha vissuto negli ultimi anni: non le Ong, non Carola, non i 35 euro al giorno spesi per ciascun migrante, ma una paralizzante contesa di potere sulla spesa pubblica destinata alla difesa del nostro territorio, delle nostre case, delle nostre imprese, che poi – a pensarci bene – dovrebbe essere la prima mission di qualsiasi sovranismo che si rispetti. Senza suolo, o con un suolo che frana a ogni temporale ragguardevole, difficile immaginare una Nazione padrona di sé e del suo destino.


Da "https://www.linkiesta.it/" Salvini ci ha venduto la balla dell’emergenza migranti, smantellando la task force contro i dissesti idrogeologici di Flavia Perina

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