Lunedì, 11 Febbraio 2019 00:00

Un viaggio, un testo e l’attesa

Papa Francesco è arrivato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) il 3 febbraio alle ore 10 di sera, ricevuto solennemente all’aeroporto dal principe ereditario, nonostante che si fosse sempre detto che si trattava di una visita privata. Il mattino seguente è stato ricevuto al governo. Il pomeriggio ha visitato la grande moschea Zayed al-Nahyan e alle sei di sera ha firmato il documento sulla Fratellanza Umana. In calce la firma del papa e dell’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

La visita al governo doveva essere privata e il papa non ha pronunciato alcun discorso. Invece è risultata una visita da “mille e una notte”. Il papa ha voluto usare solo una macchina utilitaria ma, dietro di lui, si snodava una lunga serie di Mercedes nuovissime. Il corteo, scortato da cavalli con bandiere emiratine e del Vaticano, procedeva lentamente per i lunghissimi viali riccamente infiorati, mentre il cannone lanciava i suoi colpi sonori e nel cielo volteggiavano aerei che lasciavano dietro di sé code di fumo coi colori delle bandiere. Gli EAU hanno voluto prendere la palla al balzo per mostrare al mondo intero la loro ricchezza e potenza.

Il documento e le sue sfumature
Nel suo discorso Ahmad al-Tayyeb ha fatto la storia delle guerre tra Arabi e Israele (1948, 1956, 1967, 1973), tutte perse. Dell’ultima guerra (1973) ha dato l’interpretazione egiziana di Anuar al-Sadat, allora presidente dell’Egitto: abbiamo bloccato l’avanzata di Israele, abbiamo vinto! Ma in realtà Israele era arrivato alle porte de Il Cairo (al km 101 da Suez verso Il Cairo e non viceversa) e la famosa terza armata che avrebbe riportato quella vittoria fu semplicemente dispersa per la defezione quasi totale dei suoi soldati. L’intervento dell’allora Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, ha fermato la guerra e sbloccato la delirante situazione di non guerra né di pace che si protraeva dal 1967.

Ahmad al-Tayyeb ha poi ricordato l’attacco alle torri gemelle a New York avvenuto l’11 settembre 2001 e ha fatto notare come questa tragedia abbia trasmesso in Occidente l’idea che l’Islam sia terrorismo e che i musulmani siano pericolosi.

Infine, si è rivolto ai cristiani e ha detto che devono superare il loro complesso di essere una minoranza, perché anche loro sono cittadini come i musulmani. Ovviamente, questo discorso doveva essere rivolto ai musulmani e non ai cristiani, perché sono loro che hanno causato la pesante situazione dei cristiani. Ma Ahmad al-Tayyeb non è il papa dei musulmani, non ha la stessa autorità e non può parlare a loro come papa Francesco parla ai cattolici, di cui è pastore supremo. Ahmad al-Tayyeb è solo l’imam della moschea di Al-Azhar, a Il Cairo, e il suo parere è solo personale, seppur autorevole. Vogliamo pensare che Ahmad al-Tayyeb, non potendo rivolgersi direttamente ai musulmani, si sia rivolto ai cristiani dando in tal modo un messaggio indiretto ai musulmani. Si è poi rivolto ai musulmani che vivono in Occidente, li ha invitati a rispettare le culture locali e ha detto che, se trovano delle espressioni che contraddicono la loro fede, facciano conoscere il loro dissenso per via legale.

La consolazione dei fedeli locali
Papa Francesco ha parlato di giustizia, dialogo, libertà, fraternità. Ha chiarito che, oltre alla liberta di culto (secondo la quale si tollera che un cristiano possa celebrare la sua fede), occorre la libertà di religione, che permetta ad ognuno di scegliere quella religione che, secondo lui, lo aiuta di più ad essere fratello di tutti. Questo punto – la libertà religiosa – è molto sensibile e non esiste nei Paesi arabi, dove è proibito a un musulmano cambiare religione. (In Arabia Saudita l’abbandono dell’Islam viene punito con la pena di morte). La giustizia è un altro punto sensibile, perché gli stranieri sono, in molti casi, trattati come schiavi e non c’è nessuna legge che li protegga.

Come segno di riconoscenza e di amicizia, gli EAU hanno regalato al papa una chiesa ad Abu Dhabi e ad Ahmad al-Tayyeb una moschea. Entrambe saranno costruite a spese del governo.

Il giorno seguente il papa ha celebrato nello stadio Zaid e vi hanno partecipato circa 180.000 fedeli. Ha commentato il vangelo di Matteo sulle beatitudini, dando in tal modo un grande incoraggiamento ai fedeli a viverle nella loro vita quotidiana.

Dopo gli Emirati da chi andrà?
Qual è stato l’impatto di questa visita negli altri paesi arabi? L’Arabia Saudita ha mostrato reazioni diversificate. I giornali di lingua inglese hanno trattato l’argomento della visita del papa con grande generosità di articoli e di fotografie, quelli di lingua araba hanno ridotto l’annuncio al minimo possibile e gli altri giornali arabi non sauditi si sono mantenuti in una posizione mediana.

Una persona presente mi ha detto di aver concesso circa 30 interviste in arabo a tanti giornali e TV, ma a nessun media del Bahrain, del Kuwait o del Qatar. Questi tre paesi – c’era da aspettarselo – non hanno gradito la visita del papa agli EAU e hanno praticamente ignorato l’evento. Nel Golfo ogni paese vuole essere il primo e guarda a quello che fa l’altro in modo da superarlo, nella speranza di avere l’egemonia.

Il risultato positivo è l’avvicinamento del papa al Golfo. Non è più un personaggio che abita lontano, a Roma, ma è arrivato fin lì per parlare di fraternità a tutti. Non è escluso che, per bilanciare politicamente la sua posizione di super partes, il papa voglia far visita al Qatar, che è stato isolato dagli EAU, dal Bahrain, dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. L’eventuale visita al Qatar non sarà per niente gradita ai quattro paesi che l’hanno segregato, ma il papa deve armarsi di tanta pazienza e continuare a tessere il dialogo con tutti i paesi del Golfo, quindi visitando anche il Bahrain che l’aveva invitato 5 anni fa. In tal modo la gente capirà che egli è il padre di tutti.

È molto probabile che un nuovo ritorno del papa nel Golfo spingerà l’Arabia Saudita a rivedere certe sue posizioni tradizionali. Un’eventuale visita del papa anche in Arabia Saudita darebbe al paese l’occasione di presentarsi al mondo intero con un’altra faccia: non quella della paura e dell’Islam rigido e tradizionalista, ma quella della tolleranza e dell’apertura. Così lo ha proposto il principe ereditario, Muhammad bin Salman, che vuole aprire l’Arabia Saudita a tutte le religioni. Accogliendolo, Muhammad bin Salman troverebbe in papa Francesco l’appoggio ideale e più efficace per incentivare un nuovo corso al suo paese.


Da "http://www.settimananews.it" Francesco ad Abu Dhabi: un viaggio, un testo e l’attesa di Francesco Strazzari

Pubblicato in Passaggi del presente

A Roma, chi abita fronte strada dovrà pulire il suo pezzo di marciapiede. Intanto Salvini vuole armarci e farci diventare tutti sceriffi. Benvenuti nell’Italia degli statalisti col lavoro degli altri


«Piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile è inutile. Arrangiatevi!» urla Totò affacciato alla finestra dell’ex casa chiusa in cui era andato ad abitare, rivolgendosi ai militari arrapati che continuavano a suonare al portone. E’ la scena più famosa del vecchio film di Mauro Bolognini, che raccontava un cambiamento epocale: la chiusura dei bordelli. Lo stesso grido «arrangiatevi» oggi arriva dalla finestra del Campidoglio pentastellato. Sempre di scopare si tratta, anche se in senso proprio, e c’entra sempre un bordello, anche se in senso figurato, cioè l’Ama, la municipalizzata per l’ambiente. Proprio stamattina a Roma viene discussa in Aula Giulio Cesare l’ultima delibera sull’emergenza rifiuti, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dei «frontisti» (cioè chi ha casa o negozio che dà sulla strada) nello spazzamento nei marciapiedi davanti alla propria porta.

Ma sì, piantiamola con le nostalgie di una nettezza urbana affidata a un’azienda municipalizzata. Aspettarsi che la cordigliera di pattume che attraversa la capitale venga smantellata da un intervento pubblico è inutile. Uno vale uno, ma chi fa da sé fa per tre. Quindi, popolo romano, corri alle ramazze: ogni «frontista», anziché lamentarsi, si responsabilizzi e pulisca la soglia di casa propria, possibilmente non limitandosi a spostarla davanti alla soglia del vicino. Per la giunta Raggi è un bel ribaltamento: volevano essere la scopa del sistema, e invece rivalutano il sistema della scopa. Se ci sforziamo di dimenticare che si tratta di una delibera grillina, presumibilmente elaborata in una chat di gruppo durante le feste, fra una pennichella digestiva e il tombolone di Capodanno, il provvedimento sembra la dottrina luterana del libero esame applicata alla gestione dei rifiuti: non servono più mediatori esterni fra il cittadino e il problema del pattume, ognuno deve avere un rapporto diretto con la propria monnezza e interpretarla personalmente. Ma l’idea potrebbe mai funzionare nella capitale del cattolicesimo, che predispone da secoli i romani ad aspettare interventi provvidenziali, tanto più se a proporla è un partito politico che dalla sua nascita non fa che promettere interventi provvidenziali?


Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi»

Il M5s non è il solo a incentivare il fai da te, o meglio, il «dài, fa’ te». Anzi, è uno dei pochi punti in cui i grillini vanno d’accordissimo con la Lega. Che in mano ai cittadini non vuole mettere in mano le scope, ma le pistole. Questo ci dice Matteo Salvini quando si esibisce sui social in divisa da poliziotto e solidarizza con il gommista pistolero di Arezzo: lo Stato non può difendervi giorno e notte, ognuno può essere il tutore dell’ordine per sé e per la propria famiglia, con il beneplacito del ministro dell’Interno. In sostanza, il messaggio del governo gialloverde agli italiani è: vi abbiamo messo in tasca i soldi del reddito di cittadinanza e vi mandiamo in pensione prima, ora però voi in cambio fate i bravi ometti e vi accollate un po’ del lavoro sporco che dovremmo fare noi, se non fossimo così impegnati con i selfie. Cià, prendete lo scopino e la rivoltella, e via andare. Se poi volete tenervi il pattume e i ladri, non venitevi a lamentare con noi. Anche perché, ricordatevelo bene, la colpa di tutto è sempre del Pd e dell’Europa.

Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi». Possibile che i grilloleghisti si comportino da statalisti solo quando si tratta di fare dispetti ai privati che gli stanno antipatici, e che per loro «pubblico» sia solo un sinonimo di audience? Viene da pensare che il vero mentore della politica gialloverde non sia Steve Bannon, ma lo svedese Ingvar Kamprad. Sì, il fondatore dell’Ikea, uomo non certo di sinistra, anzi, filonazista in gioventù e sempre vigorosamente nazionalista. Un vero genio del male, che è riuscito a farci trovare divertente passare le domeniche a schiacciarci le dita con i montanti di una libreria e slogarci il polso girando una brugola. Tanti indizi ci dicono che l’Italia sta diventando il laboratorio di un nuovo tipo di organizzazione politica, lo Stato-Arrangiatevi. Presto ci verranno forniti i kit in stile Ikea per i diversi servizi pubblici: la scopa per l’igiene ambientale, la pistola per la sicurezza e un giorno, chissà, pure uno stetoscopio e un bisturi per la sanità fatta in casa. Speriamo ci vengano almeno risparmiate le istruzioni scritte da Laura Castelli. Meglio leggerle direttamente in svedese.


Da "www.linkiesta.it" La Raggi ci vuole spazzini, Salvini ci vuole poliziotti: è l’Italia gialloverde, ma sembra l’Ikea

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 01 Febbraio 2019 00:00

La nonno-terapia sulla panchina

L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 28 Gennaio 2019 00:00

"Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.

Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.

Marco Belpoliti: Tutto questo oggi sembra sparito. Sembra che la politica, le figure dei politici, comincino oggi, e invece non è così. Cos’è cambiato? Il costume, la mentalità o la politica stessa?

FC: “Questi qua” vengono un po’ dal nulla; all’apparenza sono figure la cui storia politica è molto misera. Non senti dietro una scuola, dei maestri, a meno che non si voglia considerare come maestri Bossi, Grillo o qualche tardo democristiano, che può avere avuto Renzi come giovane d’ufficio. Sono persone che si sono fatte da sé. La scuola di Salvini, Renzi e Di Maio è stata la televisione. Non è un caso che il loro esordio sia nei telequiz, luoghi nei quali tu entri senza essere nessuno e dopo due settimane sei già diventato un personaggio. Le classi dirigenti del passato erano transitate per i consigli comunali, provinciali e regionali, le segretarie della federazioni locali, i comitati provinciali, avevano fatto i portaborse, poi gli assessori. Venivano da esperienze come l’occupazione delle terre o le lotte in fabbrica, il sindacato, era un cursus honorum che durava vent’anni, a volte di più. “Questi qua” vengono dalla televisione. I nomi e le cose risuonano nell’immaginario secondo suggestioni curiose; il programma di esordio di Renzi è “La ruota della fortuna”, un tema machiavellico. La fortuna viene, la fortuna va; si adatta perfettamente al personaggio. Salvini da un programma che si chiama “Doppio slalom” e da un altro: “Il pranzo è servito”. Sono titoli che sono quasi un destino. Questo genere di scuola fa sì che questi nuovi siano molto rapidi. Per fare il telequiz bisogna essere veloci. Per loro la rapidità è il ritmo, e la velocità è tutto. Hanno la battuta subito, l’idea subito, il cambio subito, ma anche l’errore subito nei social: la chat sbagliata, la foto con il criminale. Tutte cose che costituiscono tutto il contrario della classe dominante precedente: la pazienza, la cautela e una riflessione che teneva conto della complessità. Ora è invece una specie di rotolata veloce verso il risultato apparente e appariscente.

MB: Sono animali politici molto caldi, empatici con il proprio pubblico, performativi. Mi sembra vivano dentro una bolla di rappresentazioni, che producono loro stessi attraverso i diversi media, dalla televisione ai social. Vivono in diretta, iperconnessi con una community che oggi c’è, e domani non più. Sono il frutto della rapidità come tu dici; e la subiscono, o forse la subiranno. Rischiano di scambiare il consenso con la curiosità verso di loro. L’altro elemento che colpisce è che si vestono nello stesso modo. Pensa alla camicia bianca di Renzi, replicata da Di Maio e Salvini. A parte le felpe di quest’ultimo, che gli sono servite per farsi vedere, gli italiani probabilmente li confondono tra loro.

Nel tuo libro si sente molta nostalgia per quel tempo passato, quello dei politici di una volta. È un libro autobiografico, anche se racconti la storia di tantissime persone, non solo dei grandi, di personaggi infimi: ci sono trenta pagine fitte con l’indice dei nomi. Molto malinconiche sono le pagine sulla Lega, su Bossi e le sue malattie.

FC: Oggi la condizione di una classe politica in cui ogni energia, ogni speranza e affidamento si concentrano su un’unica persona, fa sì che la politica ritorni ad essere monarchica, nel senso autentico della parola. Quello che viene ritenuto una virtù, che per risolvere i problemi serva una sola persona, finisce per essere invece una debolezza terribile. Craxi, Bossi e lo stesso Berlusconi sono figure su cui si concentra il futuro di tre pezzi importanti della storia politica. Due si ammalano e finiscono male; il terzo offre il destro alla possibilità d’essere diffamato e colpito, lasciando dietro di sé il nulla. Non c’è in nessuno dei tre casi una soluzione. Bossi viene sostituito da Maroni, ma è una soluzione intermedia. Il Partito Socialista finisce con Craxi e Forza Italia con Berlusconi. Non lasciano eredi.

MB: Il caso Berlusconi nella tua descrizione costituisce qualcosa di particolare. Si può già parlare di un’epoca berlusconiana. È già storicizzata, ed è durata più del Fascismo. Berlusconi è ancora qui. Non c’è stato un dramma finale come per Mussolini, un Piazzale Loreto, del resto non c’è stata neppure una guerra persa. Abbiamo attraversato tante piccole catastrofi di varia natura, anche economica. Berlusconi è oramai una mummia vivente, ora gioca con il nuovo leader Salvini. Non credi che la lunga durata di Berlusconi configuri qualcosa di nuovo e diverso nel panorama della storia italiana? Sono state le televisioni, il denaro, la natura principesca del suo dominio.

FC: Lui voleva essere questo: un principe. In Berlusconi sono evidentissime le riemersioni, all’interno di una cornice tecnologica, televisiva, di segni e simboli di un passato, che ritorna in forme smaglianti, ma di un’epoca pre-democratica. Berlusconi si comporta come un re. Ha le corti, i palazzi, le professionalità di servaggio: il cuoco, il preparatore atletico, il musico, il poeta encomiastico, le guardie, i servi, le cortigiane. Un mondo in cui ritornano le corone, le investiture, i troni. Nel suo caso, a differenza di Craxi e di Bossi, c’è l’attenzione al corpo, alle malattie, le vicissitudini fisiche che dà in pasto all’opinione pubblica. Quello che lo rende diverso dagli altri è che in lui si rappresenta un aspetto tutto italiano: offre al suo pubblico l’intera parabola del potere: l’ascesa, il trionfo, la caduta, il ritorno, la celebrazione, e anche il momento della nuova caduta e della pietà. Riguardo a Berlusconi si può esaurire l’intera gamma delle forme del potere, arrivando fino ad avere pena per quest’uomo che è stato l’uomo più potente d’Italia e che finisce per fare l’aeroplanino ai malati e agli anziani della Casa della Divina Provvidenza di Cesano Boscone. Si configura come una manifestazione della caducità delle cose terrene. Questo gli ha dato una marcia in più rispetto a Bossi e Craxi.

MB: Viviamo nell’epoca della immediatezza. Un tempo veloce, rapido. Ti sembra che sia cambiata l’antropologia degli italiani? In fondo i democristiani e i comunisti, pur nelle grandi differenze, si somigliavano.

FC: Le due chiese, la DC e il PCI funzionano all’unisono sin verso gli anni Ottanta. I democristiani al potere erano consapevoli di non essere amati; c’era almeno mezzo paese che non li amava. Questo faceva sì che le classi di governo avessero un’attitudine alla riflessione, alla prudenza, al non dover esagerare, non dovevano manifestare un primato per le apparenze, ma per la sostanze delle cose. Su questo si è forgiata la classe di governo all’altezza del dramma geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo. Dietro quel mondo esistevano moltitudini di cui i leader, i gruppi dirigenti, espressione sconosciuta oggi, sapevano che ogni parola, ogni scelta, ogni documento, doveva tenere nel dovuto conto la sensibilità di milioni di persone. Questo sistema andava ovviamente contro i progressi della tecnologia. È la tecnologia che ha cambiato gli italiani. Esiste una linea di frattura: l’arrivo al potere di Craxi. Più passa il tempo e più ci sembra una persona di cerniera.


FC: I democristiani per la prima parte della loro esistenza, fino agli anni Ottanta, ritenevano il potere un prestito di Dio, non una cosa loro. Alla fine della loro vita di singoli, San Pietro gli avrebbe chiesto conto di questo potere, di come l’avevano esercitato. C’era il paradiso o l’inferno. I fascisti, componente della cultura politica del secolo scorso, avevano la Patria, la terra dei padri, per la quale si poteva morire. I loro Santi erano tutti morti, era un culto religioso. Nel mondo comunista, se il compagno moriva viveva negli altri: la sua bandiera sarebbe stata raccolta da altri. C’era la missione di liberazione degli oppressi. La politica italiana aveva una dimensione religiosa molto forte. I socialisti per la prima volta negli anni Ottanta si ritrovano al comando dell’Italia e si chiedono: cosa c’è dopo? Non c’è niente. La morte per il Partito Socialista è irreparabile. Questa che è una laicizzazione, una liberazione dalle ideologie, dal fanatismo, ma può rivoltarsi nel suo contrario: viviamo qui, voglio tutto, datemi il potere. Questo porta a una dimensione in cui l’etica si smarrisce. Con Craxi finisce il partito glorioso dei lavoratori dopo 100 anni. Se ci pensi le due grandi morti che stabiliscono la fine di tutto sono quelle di Moro, nella Renault rossa, e Berlinguer, che ha un colpo apoplettico durante il comizio e vuole continuare a parlare stringendo il fazzoletto in mano. Visivamente sono le due morti che dicono che tutto sta finendo, anche se passeranno dieci anni per il crollo del sistema dei partiti.

MB: Credo che sia stato l’avvento della televisione, quella della Rai, e poi la commerciale di Berlusconi, a determinare il cambiamento. Non la televisione da sola, tuttavia è l’elemento decisivo. Uccide l’immortalità della religione, sia quella sacra che quella laica. McLuhan ha sostenuto che se ci fosse stata la televisione non ci sarebbe stato né il fascismo né soprattutto il nazismo perfetti invece per la radio, media delle dittature novecentesche. Mussolini e Hitler, scrive, sarebbero risultati ridicoli, comici in tv. Pensa alla comicità di Berlusconi, al suo uso della barzelletta: buttava tutto in vacca, come si dice. La battuta e la comicità stanno tutte nel presente. La televisione ha realizzato, insieme al sistema consumistico dei supermercati, in quanto supermercato delle immagini ha demolito ogni immortalità.

FC: Forza Italia viene presentata a Casalecchio di Reno da Berlusconi in un supermercato.

MB: Berlusconi coglie e produce a sua volta il cambiamento. Pasolini, super citato, ha intravisto questo cambiamento all’inizio degli anni Settanta. Oggi la televisione non è tramontata; in un mondo di anziani soli, che stanno in casa, che si spostano poco, la tv è la loro badante. Nonostante facebook, il social dei nonni, la televisione resta un elemento importante della vita quotidiana. McLuhan ha spiegato come un media continua quello seguente: la radio nella televisione, la televisione nel web e nei social. Pensa ai video di Salvini e Di Maio, sono fatti per la tv portatile.

FC: Il discorso della morte e del potere come teatro dell’immortalità culminano in Berlusconi, che è il Re, che cerca di ingannare la morte. C’è un apologo perfetto, sembra uscito dall’antichità classica: Berlusconi e del pastore molisano. L’uomo e più ricco e potente d’Italia viene in rapporto durante una campagna elettorale con un uomo che conduce una professione antica. Berlusconi gli dice: Io ho lavorato così tanto nella mia vita che non ho avuto tempo di invecchiare. Il pastore: Arriva, arriva. Berlusconi: Le dispiace se mi tocco le palle. Pastore: Toccate quello che te pare, ma arriva. Ho la sensazione che questo potere, maledetto potere, in un tempo che l’ha privato delle ideologie, sia un sistema che alcuni individui hanno individuato per curare l’ansia di essere in scadenza. Alla nuova classe dirigente manca la consapevolezza di questo. Non sanno che in Italia chi l’ha esercitato fino in fondo, a cominciare da Mussolini e proseguendo per Craxi, Andreotti, lo stesso Berlusconi, fa una brutta fine. Guarda Bossi, che si è inventato uno stato inesistente, di cui era il Demiurgo scomodando una cosmogonia inesistente, che fine ha fatto. Pensa al suo allievo Salvini, che passa dal fare il tifo contro la nazionale di calcio – questo faceva a Radio Padania – a “Prima gli italiani”, gettando una corona d’alloro nel Piave, il sacro fiume. È l’immagine di una giravolta, che in politica si è sempre fatta, ma siamo in un mondo che si affida a l’ultima folata di vento. Un mondo che non va preso sul serio, se non fosse che con i gialloverdi i tuoi risparmi si possono volatilizzare da un momento all’altro.

MB: Di Maio sembra un adolescente, fragile e spavaldo, per dirla con uno psicologo. Mentre Salvini si presenta anche in termini fisici, e per le cose che dice, come un trasformista: dal comunismo padano al sovranismo. Sembra una figura più tragica, nonostante tutto. Di Maio, come il suo ispiratore Grillo, appartiene al campo del comico, del ridicolo. Salvini non è destinato a finire nel nulla come Renzi; sembra contenga l’istanza di un potere che vuole imporsi in forma autoritaria, e però sa che rischio corre ad agire come agisce.

FC: Il medium con cui si esprimono i nuovi arrivati, i ragazzotti, i sirenetti, i lupi mannari con le camicie bianche, ovvero la Rete, si adatta molto bene ai due principali generi artistici italiani: la commedia e il melodramma. Non c’è cosa che, dal terremoto alla caduta del ponte, dal naufragio di una nave da crociera ai dati della legge di stabilità, che rimanga seria per più di due o tre giorni nei social. E il melodramma, la malattia italiana, come la chiamava Gramsci: lacrime, effervescenza, retorica, cattivi e cattivissimi, complotti, congiure, eccetera. Il mondo dei nuovi arrivati offre infiniti spunti. Nell’arco di tre giorni ho dovuto scrivere un articolo su Salvini che ha in mano la madonnina di Medjugorje e Salvini fotografato a tradimento mentre dorme dalla sua bella. Se poi aggiungi che in quei dieci giorni abbiamo visto Salvini issato a cavallo alla fiera equina di Verona, disteso per terra sulla pista di Rho con un ciclista che lo saltava, e altro ancora. La tragicità della figura non la vedo. Ma mi rendo conto delle conseguenze di questa costante esposizione del corpo, di darsi in pasto, e mi chiedo se non sia tragico il consumo di questa figura. Per attirare la curiosità, uno deve fare delle cose strane per avere l’attenzione e connettere le persone. Ma alla lunga il troppo stroppia. Una così intensa consumazione porta al nulla.

MB: Dei due viceministri Salvini è senza dubbio il più interessante: fa capire di essere uno di noi; fa le cose normali di tutti e le cazzate che fanno tutti; si fa continui selfie, è un esponente di rilievo del narcisismo di massa. Poi c’è il decisionista, che ricorda Craxi, anche nelle posture. Salvini non ha però la corda comica come Bossi. È serio e vuole essere preso sul serio. Fa la faccia feroce, eppure non è fin in fondo antipatico. Con la sua barba e il viso grande è un cagnone: abbaia.

FC: A volte lascia pensare di non voler essere preso sul serio. Ci si domanda: ma lavorerà al Viminale? Non fa il ministro. Lui pensa di governare con le parole e con le immagini. Governare però è una cosa più complicata e difficile.

MB: Di Maio vorrebbe essere più concreto. Forse dietro di lui ci sono le istanze del M5S, ma non ci riesce. Salvini non ha ideologie; è un cinico con la patente. In questo è mussoliniano, non fascista. Imita il modo cinico di Mussolini di conquistare il potere: un trasformista. Ieri nordista, oggi sovranista, e poi chissà cosa. Non ha rimandato indietro i 500.000 clandestini. L’ha detto, ma non l’ha fatto. In realtà li ha rimandati indietro con le parole. È performativo: dire è fare.

FC: La realtà si prenderà la sua vendetta. Se parte lo spread e cresce, ci mette un giorno e mezzo a far precipitare la situazione. In Turchia è andata così. Tanto più tu lavori con l’innata attitudine italiana alla commedia, seppur con incursioni nel circo e nella fantascienza, e tanto più la realtà rischia di tornare in modo freddo e fattuale.

MB: Salvini è un giocare di poker. Rischia di continuo, bluffa. E nel fondo persegue una filosofia catastrofica, messo di fronte alla realtà: tanto peggio, tanto meglio. Nella commedia c’è l’idea di una catastrofe che può sempre accadere; il senso della commedia è di rimandare ad libitum tutto questo: senza fine. Lo spettacolo deve continuare. Tutti sperano che ci sia un happy and, che le cose alla fine s’aggiustino.

FC: Non manca solo il tempo lungo, manca anche il silenzio. Quello che necessariamente prepara la deliberazione. Teoricamente prima di fare una legge, di prendere una decisione, si valutano i pro e i contro, si chiede consiglio agli esperti, ai competenti, poi si decide con un supplemento di riflessione di silenzio: cosa è bene fare, e non cosa piace o non piace fare. C’è un rumore di fondo che sovrasta tutto. “Questi qua” litigano, e non sai più su cosa e perché. Pensa all’inceneritore. Litigano su come bruciare i rifiuti: è un simbolo fortissimo; disputano se dar fuoco o no alla monnezza, e poi sui preservativi, a chi dare i preservativi gratis. Nel mondo dei nuovi politici si parla usando i diminutivi: i numerini e la letterina. Là dove i primi sono i conti di bilancio del Paese e la seconda è quello che dovrebbe scrivere la UE per assegnarci le sanzioni. Un panorama ben poco sano.

Da "www.doppiozero.com" "Questi qua" al potere. Una conversazione con Filippo Ceccarelli di Marco Belpoliti

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Per Salvini non potrebbe esserci smacco peggiore di trovarsi a difendere il governo dai Sì Tav e dalla protesta del popolo delle partite Iva. Per Di Maio, sarebbe dura giustificare al Sud l’autonomismo settentrionale. E lo stallo, per una volta, non conviene a nessuno. Un bel rebus


Immaginate per un attimo un referendum contro lo stop alla Tav. Immaginate che i capofila siano i governatori di Piemonte, Lombardia e Liguria Sergio Chiamparino, Attilio Fontana e Giovanni Toti, spalleggiati dai sindaci di Milano e Genova Marco Bucci, per metà del Pd, per metà di centrodestra. Immaginate la vittoria del referendum, da parte di questo eterogeneo fronte nordista. Immaginate lo smacco per Salvini, segretario della Lega (fu Nord), sconfitto da un referendum del Nord contro il governo di cui è dominatore assoluto, o quasi.

Basta capire questo, per comprendere perché la grande fronda della Lega su No Tav, No Trivelle e reddito di cittadinanza - bandiere dei Cinque Stelle che fanno venire l’orticaria al Nord produttivo, e in particolare allo storico elettorato leghista - è una questione molto seria, che rischia di minare la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. La Lega, banalmente, non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

La Lega non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Questo provocherà mal di pancia nella maggioranza? Più che probabile. I Cinque Stelle, è vero, non possono permettersi di piegare la testa anche sulla Tav e sulle trivelle, dopo i dietrofront su Ilva e Tap. Nello stesso tempo, tuttavia, non possono nemmeno permettersi di far cadere il governo oggi, con la Lega avanti di sei punti, alla vigilia delle elezioni europee, da affrontare con addosso l’alea del partito della decrescita da cui faticosamente stanno cercando di affrancarsi. La Lega lo sa e proprio per questo è difficile receda dalle sue posizioni. Soprattutto perché nel 2019 si vota anche in Piemonte ed Emilia - Romagna. Dovesse vincere in entrambe le regioni - ed è possibile accada - tutto il Nord sarebbe in mano alla Lega, da Torino a Trieste, passando per Milano e Bologna. Difficile Salvini si faccia scappare un’occasione del genere per salvare la faccia a Di Maio.

Allo stesso modo, però, è difficile che Di Maio decida di abbandonare il primo grande comitato che ha dato spazio e dignità all’avventura politica di Grillo e Casaleggio per salvare la faccia a Salvini. Né tantomeno che possa stare zitto - col Cinque Stelle che rischiano un’emorragia di consensi verso la Lega pure al Sud - di fronte alle spinte autonomiste lombardo-venete: il Nord che si tiene i suoi soldi non è una questione da poco, per un Mezzogiorno che non ha nemmeno gli occhi per piangere. Può Il Movimento Cinque Stelle farsi complice di questa deriva autonomista? Molto difficile.

Pure lo stallo non conviene a nessuno. È vero che la bella notizia, per Lega e Cinque Stelle, è l’assenza dell’opposizione da questa partita. Forza Italia ormai non è più una minaccia per la Lega al Nord. E il Partito Democratico non è credibile né come alfiere della protesta settentrionale, nonostante Chiamparino e Sala, né di ergersi a paladino dell’unità nazionale, visto che una delle regioni autonomiste è proprio l’Emilia Romagna guidata dal Stefano Bonaccini. Per ora. Perché è vero anche che nell’empasse potrebbero nascere esperienze politiche nuove, che ancora non hanno nome, né faccia, né voce, in grado di drenare consenso a entrambi. Occhio al Nord.

Da "www.linkiesta.it" Perché il Nord incazzato è il vero grande problema di Lega e Cinque Stelle

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Venerdì, 18 Gennaio 2019 00:00

The Movement

Intervista esclusiva di Formiche.net a Mischaël Modrikamen, fondatore e leader del Partito del popolo belga e di The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti al successo alle europee. Cos'è (e cosa non è), da chi è finanziato, da dove viene e dove vuole andare il Movement che ha catturato l'universo sovranista, da Salvini a Le Pen, da Farage e Bolsonaro
Se n’era parlato molto, quest’estate. Che fine ha fatto The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti europei a strappare un quarto dei seggi dell’Europarlamento il prossimo maggio? Da qualche mese tutto tace. La sovraesposizione mediatica, fanno sapere dall’ufficio nuovo di zecca a Bruxelles, ha solo confuso le idee e non ha giovato alla causa. Mischaël Modrikamen (nella foto), avvocato, fondatore e leader del Partito del Popolo belga, vicepresidente del gruppo Adde (Alleanza per la democrazia diretta in Europa) a Strasburgo, decide di rompere il silenzio con Formiche.net. Ha creato lui The Movement, nel gennaio 2017. Da allora di cose ne sono successe. L’incontro folgorante con Bannon in un ristorante di Londra, le adesioni entusiaste di Farage, Le Pen, Salvini, Meloni, le defezioni e le polemiche. Mancano quattro mesi al voto che cambierà volto alle istituzioni Ue, ed è ora di scaldare i motori, a partire dal congresso di lancio previsto per marzo. In questa intervista Modrikamen ci racconta cos’è (e cosa non è), da dove viene e dove vuole andare questo Movement che ha fatto parlare di sé da Roma a Bruxelles, da Rio de Janeiro a Washington D.C.

Facciamo chiarezza. Cos’è davvero The Movement?

The Movement è un club dove i leader populisti si riuniscono da tutto il mondo, non solo dall’Europa. Un club dove i partiti possono incontrarsi, discutere un’agenda comune e supportarsi a vicenda. Ci saranno europei, sudamericani, asiatici, canadesi, israeliani. Steve (Bannon, ndr) vuole coinvolgere tre, quattro formazioni politiche americane, le stiamo ancora vagliando. Io spero che un giorno aderisca anche Trump, ma è presto per dirlo.

Quando è nata l’idea?

Faccio un passo indietro. Io fui uno dei pochi politici europei che decise di supportare Trump fin dalla sua candidatura. Nel febbraio 2016, poco prima degli attentati a Bruxelles, feci un video in cui spiegavo perché gli Stati Uniti non dovevano trasformarsi in una nuova Ue. Solo in America fece più di tre milioni di visualizzazioni.

Poi?

All’indomani dell’elezione chiesi a Nigel Farage di consegnare al transition team di Trump un memo dove spiegavo che, dopo la Brexit e l’approdo del Tycoon alla Casa Bianca, quel movimento sarebbe dovuto divenire globale. Come può immaginare, il team in quel momento aveva altre priorità, non credo l’abbiano mai letto. Fui comunque l’unico politico belga invitato alla cerimonia di insediamento a Capitol Hill.

Da lì iniziò a prendere forma il piano…

Iniziai a porre le fondamenta legali del progetto nel gennaio 2017. Ho registrato il marchio, ma non arrivarono le risposte sperate e dunque rimandai a data da destinare l’avvio del movimento. Nella primavera del 2018 ho ricevuto una chiamata da Farage, allora leader dello Ukip. Mi disse che Steve voleva vedermi, organizzammo un pranzo a Londra l’8 luglio, anche grazie all’aiuto di Raheem Kassam, direttore di Breitbart Uk e amico di Bannon e Farage. Ci trovammo sulla stessa linea d’onda. The Movement doveva prendere forma.

Quindi nel gennaio 2017 Bannon, allora influentissimo capo stratega di Trump, non era a conoscenza del progetto?

Non credo Bannon sapesse nulla all’epoca. Anche se Nigel fosse riuscito a far arrivare quel memo di un avvocato belga sulla sua scrivania, si sarebbe perso fra le altre migliaia di memo che si ammassavano quei giorni…

Oggi chi c’è nella squadra?

Premetto che si tratta di un club molto informale, non siamo impegnati a tempo pieno. Steve ad esempio continua a coltivare i suoi contatti in America e si è impegnato molto per dare una mano ai repubblicani alle elezioni di midterm. Ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il neo eletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro, Marine Le Pen. Abbiamo mantenuto appositamente un basso profilo, rinunciando per il momento al sito internet e a uno stemma, così come ai social network. Ora stiamo preparando un summit, incrociando le dita riusciremo a organizzarlo entro marzo.

Chi pensate di invitare?

Ci saranno capi di Stato, primi ministri, leader di partito. Molti ancora non si conoscono di persona. Noi vogliamo metterli insieme, fare rete. Dopotutto i globalisti hanno decine di luoghi di ritrovo, hanno Davos, le Nazioni Unite, l’Ue. Ai sovranisti manca quest’opportunità, noi vogliamo farli incontrare intorno a tre pilastri essenziali: più sovranità, controllo dei confini e dell’immigrazione, lotta all’islamismo radicale.

Parlate spesso della Open Society di George Soros come la vostra nemesi. Perché?

Siamo sovranisti. Combattiamo l’ideologia globalista e le sue istituzioni perché in esse ravvediamo una nuova forma di imperialismo. George Soros inietta miliardi di dollari per finanziare questo sistema e di conseguenza è un nostro avversario. Noi siamo convinti che l’entità nazionale sia l’unica in grado di difendere la libertà e la democrazia. Se davvero volete capire in cosa crediamo vi consiglio di leggere un recentissimo libro dello scrittore israeliano Yoram Hazony, “La virtù del Nazionalismo”.

Oggi l’amministrazione americana è a conoscenza del vostro progetto?

Ovviamente. Siamo in contatto con diversi membri dell’amministrazione Trump, sia all’interno della Casa Bianca che dentro al suo movimento grassroot.

Il vostro obiettivo dichiarato è aiutare i partiti sovranisti alle europee. Come?

Bisogna essere cauti a usare la parola “aiutare”, perché in alcuni Paesi europei potrebbe configurare una violazione della legge. Per di più leader come Salvini, Meloni, Orban non hanno certo bisogno del nostro aiuto. Ripeto, siamo un club che vuole solo facilitare il loro incontro. Ho sentito storie su un nostro impegno per fondere insieme i gruppi Cre (Conservatori e riformisti europei) e Enl (Europa delle nazioni e della libertà), non c’è niente di vero.

Chi e come finanzia The Movement?

Il denaro arriva da donatori privati e serve a finanziare le nostre attività, è il caso del congresso che lanceremo a breve. Il crowfunding rimane lo strumento principale, non abbiamo nessuna intenzione di chiedere denaro ai partecipanti. Se i donatori lo vorranno, renderemo pubblici i loro contributi. Per il momento, credetemi, parliamo davvero di pochi soldi.

Ultimamente c’è stata qualche defezione di prim’ordine. Penso agli austriaci di Fpo, ma anche e soprattutto ai tedeschi di Afd che hanno preso le distanze da Bannon..

Ho letto delle polemiche di Alexander Gauland sui giornali. Posso assicurarvi che siamo in contatto con diversi esponenti di Afd, in molti stanno mostrando interesse per il progetto. L’invito è a non considerare The Movement solo da una prospettiva europea, al summit inaugurale vedrete gente da tutto il mondo.

Però non ci sono solo i tedeschi. In una conferenza stampa di ottobre a Roma Salvini e Le Pen hanno fatto lo stesso. Siete ancora in contatto con loro?

In questo momento io non sono in contatto con Salvini, ma sono fiducioso che Steve continui a sentire sia lui che la Meloni. Quanto a Le Pen, solo due settimane fa in una conferenza a Bruxelles con Bannon ha ribadito la volontà di lavorare insieme a The Movement.

Veniamo al voto europeo di maggio. Quanti seggi sperate di portare al fronte sovranista?

Tendenzialmente il nostro obiettivo è ottenere un quarto dei seggi, se riuscissimo a strapparne un terzo compiremmo un’impresa. Eleggere eurodeputati però è solo uno dei tanti modi per avere influenza in Europa. Il Consiglio dei ministri Ue conta almeno altrettanto. Lì Salvini e i leghisti, i sovranisti ungheresi, cechi, polacchi, danesi possono fare la differenza.

A proposito di Salvini, da molti è ormai ritenuto il leader di questa internazionale sovranista. È d’accordo?

Leader forse non è la parola giusta, ogni sovranista per definizione vuole essere leader nel suo Paese. Se parliamo di The Movement il tema non si pone, perché è un club, e in un club non ci sono leader. Quanto al fronte sovranista, diciamo che Salvini, un po’ come Trump, è divenuto un’icona in Europa. È uno dei pochissimi che è arrivato al governo, ha dimostrato loro che le cose possono cambiare davvero, che i porti si possono chiudere.

Avrà notato che Luigi Di Maio e i Cinque Stelle si stanno muovendo per costruire una coalizione europea alternativa alla vostra. È un mondo con cui riuscite a dialogare?

Per i populisti ci sono due vie. La prima è la via austriaca, ovvero un’alleanza con il centrodestra o il centrosinistra. La seconda consiste in un accordo fra populisti di sinistra e di destra. L’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentarla con il contratto fra Cinque Stelle e Lega. È un esperimento notevole, che a mio parere si sta reggendo molto sull’amicizia personale fra Salvini e Di Maio. Steve ne è rimasto affascinato. Io personalmente sono incline a preferire la prima via. D’altronde funziona in Andalusia, dove i nazionalisti di Vox e i popolari hanno appena trovato un accordo, ma anche in Danimarca, dove c’è un governo di coalizione fra conservatori, liberali e popolari.

Un’ultima domanda. Prima mi ha citato tre pilastri del sovranismo, ma ha sorvolato sulla politica estera. Quale postura auspicate per l’Europa nei confronti della Russia?

La politica estera è una questione estremamente divisiva. Ci sono Paesi che si oppongono alla Russia per motivi storici e geografici, altri, come l’Italia di Salvini, hanno posizioni opposte. Personalmente sono a favore di una gestione più aperta dei rapporti fra Ue e Russia, vorrei che l’Ue la considerasse un partner. Ciò detto non siamo certo naive, la Russia gioca secondo i suoi interessi, e questi non sempre sono allineati ai nostri.


Da "formiche.net" The Movement, parla il fondatore: così assalteremo la roccaforte Ue di Francesco Bechis

Pubblicato in Comune e globale

Ford dà lezioni di guida alle donne dell’Arabia Saudita. Lo scorso settembre un decreto regio ha annullato il divieto che ha impedito finora alle cittadine saudite di guidare l’automobile: da giugno 2018 le donne potranno ottenere la patente “esattamente come gli uomini”, senza chiedere il permesso al marito o al padre. In vista della storica data, Ford ha adattato il suo programma sulla formazione delle competenze alla guida, Driving Skills for Life (Dsfl), creando un corso “For Her” per la Effat University, università privata femminile di Jeddah. L’annuncio è stato dato da Shams Hakim, studentessa di Business Hr dell’ateneo, che, in un video su YouTube, invita le altre studentesse a iscriversi e mettersi al volante.

SICUREZZA E AUTOSTIMA

Il primo Driving Skills For Llife For Her si svolge tra il 5 e l’8 marzo e accoglie oltre 250 studentesse della Effat University. “La libertà di muoversi spinge il progresso dell’umanità e siamo onorati di poter sostenere le donne saudite in questo momento storico e dar loro il benvenuto al posto di guida”, ha detto Jim Vella, presidente del Ford Motor Company Fund. “Il nostro programma Dsfl For Her dà accesso a un percorso di formazione che aiuterà le donne a sentirsi sicure delle propria abilità quando saranno al volante”.

DSFL ha un focus specifico sulla sicurezza e, nella personalizzazione “For Her”, contiene lezioni non solo sul funzionamento del motore o sul codice stradale, ma anche test di guida su strade private per acquisire “confidenza con la macchina”. “Crediamo in questa rivoluzione, ma crediamo anche nella necessità di guidare in modo sicuro”, ha sottolineato la dottoressa Haifa Jamalallail, presidente della Effat University, come riporta il sito Al Bawaba.

PRIMA CONCESSIONARIA AL FEMMINILE

Ford ha creato il programma Dsfl 15 anni fa insieme all’associazione per la sicurezza stradale Ghsa e ha investito oltre 40 milioni di dollari nelle iniziative globali per la formazione delle competenze alla guida. In Medio Oriente il programma è arrivato nel 2013 e la versione esclusiva “For Her” sarà riproposta in nuovi appuntamenti. Dopo l’annuncio del decreto regio che consente alle donne di guidare, Ford e diverse altre case automobilistiche – Volkswagen, General Motors, Nissan – hanno celebrato lo storico traguardo con messaggi su Twitter indirizzati alle cittadine dell’Arabia Saudita: non si tratta solo di un passo verso l’uguaglianza di genere ma dell’apertura del mercato a una nuova potenziale fascia di clienti danarose. A gennaio, nella stessa città di Jeddah in cui ha sede la Effat University, ha aperto i battenti la prima concessionaria auto per sole donne.

PERMESSO DI GUIDARE

Da giugno le donne saudite potranno guidare anche moto e camion, secondo un nuovo decreto regio arrivato a gennaio che rafforza la legge sulla guida annunciata a settembre. Tuttavia le conducenti coinvolte in incidenti stradali o che violino le leggi sul traffico saranno processate presso centri dedicati, gestiti esclusivamente da donne. Il Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum ha classificato l’Arabia Saudita come il settimo peggior paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere; le leggi continuano a imporre il “tutoraggio maschile”, secondo cui le donne devono avere il permesso di un membro maschio della famiglia per svolgere numerose attività, come viaggiare e studiare all’estero ma anche scegliere le strutture sanitarie, affittare una casa, sposarsi.

Il decreto sulla patente è un significativo cambio di marcia: il prossimo passo per chiudere quel divario sottolineato dal Wef potrebbero essere corsi di formazione che non debbano chiamarsi “For Her”.


Da "formiche.net" “For her”, lezioni di guida per le donne saudite di Gloria Smith

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 11 Gennaio 2019 00:00

Pensiero elastico

Il vecchio sistema di pensiero, solido, inamovibile, non funziona più. È in crisi. Servono nuovi spunti, nuove forme di intelligenza e di lettura della realtà.


Il mondo sta affrontando un grande cambiamento e per andargli incontro senza farsi travolgere, o spezzare, serve un approccio nuovo. Un modo di pensare diverso e innovativo. Questo filmato della Bbc Ideas lo chiama “pensiero elastico”.

Non è difficile svilupparlo. Ecco qui cinque modi per raggiungere un buon grado di elasticità.

Prendere un’idea al giorno, che si considera assurda, e cominciare a crederci. La cosa più efficace è immaginare che la sostenga qualcuno che goda di un certo rispetto. Questo altro non è che un continuo esercizio di una esperienza che, quando capita, si cerca di nascondere o di dimenticare: l’errore. Ci si allena, insomma, ad avere torto. E a essere pronti a cambiare idea quando se ne incontra una nuova e più convincente anziché restare ancorati alle proprie convinzioni solo perché sono proprie.

Sperimentare. Il caso del ristorante è il più efficace. Si deve andare in un posto nuovo, uno in cui di solito (per qualche ragione che non sia la salute) non si andrebbe. E poi si ordini una pietanza nuova, una che di solito (per qualsiasi ragione che non sia, ancora, la salute) non si ordinerebbe. Aiuta ad aprirsi a nuove idee, nuove percezioni di gusto, relativizzando le proprie preferenze. E poi, dicono i ricercatori, aiuta la creatività.


Parlare con gli sconosciuti. I genitori, saggi e apprensivi, hanno sempre consigliato il contrario. Ma una volta superata l’infanzia e la giovinezza – e in generale l’età dell’ingenuità – incontrare e conoscere sconosciuti è, al contrario, una cosa che si deve fare. Meglio farlo con persone che provengono da culture e pensieri diversi. Non è necessario cercare l’emigrato di Trinidad e Tobago. Uno potrebbe anche cercare l’elettore del partito rivale. E scoprire cose che lo lasceranno senza fiato.

Visitare le mostre d’arte. Secondo la Bbc è meglio Damien Hirst anziché Rembrandt ma noi di LinkPop ci permettiamo di dissentire. È un loro limite, tutto anglosassone, legato al loro scarso sistema scolastico. L’importante è vedere, incontrare e conoscere opere di pensieri diversi e nuovi. E non è detto che Hirst sia più originale e provocatorio di Rembrandt. Questo lo si vedrà tra 400 anni: Rembrandt ci sarà ancora, Hirst chissà.


Da "www.linkiesta.it" Pensiero elastico. Come promuovere un nuovo modo di pensare che sia al passo con i tempi

Pubblicato in Studi e ricerche
Venerdì, 04 Gennaio 2019 00:00

Questo governo ha reso inutile il Parlamento

La senatrice di +Europa Emma Bonino dopo il vibrante intervento tenuto il 20 dicembre sulla manovra economica spiega a TPI le sue preoccupazioni e il suo possibile non voto in Senato

“Siamo di fronte a un pesante attacco alla democrazia. Il potere legislativo che dovrebbe avere la voce prioritaria è stato totalmente esautorato e reso inutile. È stato ridotto all’irrilevanza, in alcuni momenti a vera e propria tragica farsa, basta pensare al voto di fiducia imposto alla Camera dei deputati su una legge fantasma e farlocca che tutti sapevano sarebbe stata completamente riscritta e cambiata, però hanno imposto la fiducia lo stesso”.

Così parla a TPI la senatrice di +Europa Emma Bonino dopo il vibrante intervento tenuto il 20 dicembre sulla manovra economica in un’aula di palazzo Madama alle prese con una discussione su una legge di bilancio che di fatto ancora non c’è, visto che il maxi emendamento del governo arriverà solo oggi, 21 dicembre, alle 16 in Aula.


Il governo, infatti, presenterà oggi il maxi-emendamento alla manovra, su cui porrà la questione di fiducia in Aula al Senato. Il calendario votato a maggioranza, senza l’ok dell’opposizione, prevede che inizi subito la discussione in Aula: dunque la commissione termina i lavori senza aver fatto neanche un voto. Alle 22 di oggi sono previste le dichiarazioni di voto e alle 23 il voto di fiducia che terminerà intorno alla mezzanotte.


“Al Senato”, afferma Emma Bonino, “nessuno conosce per la verità i dettagli della manovra, ma ciò nonostante la commissione non ha espresso ancora neanche un voto, il caos è totale”.

“Nonostante questo, entro oggi, vogliono imporre la fiducia su un testo sconosciuto ai più”.

“Quindi è l’esautorazione totale del legislativo, se non è questo un elemento che faccia preoccupare non so cosa si stia aspettando. Siamo seriamente preoccupati dopo tutta una serie di episodi che sono stati sottovalutati in cui per esempio la differenza tra il giudiziario e l’esecutivo è stata completamente bypassata”.

A cosa si riferisce?

Se un procuratore come Spataro prova a parlare, gli viene detto “vada in pensione, che lei è stanco”, se un altro magistrato prova ad aprire un’indagine si parla subito di manette, quando non spetta al ministro dell’Interno decidere le manette sì, le manette no, ma dipende dalla magistratura. Se questo non preoccupa io non so che farci, ma io sono molto preoccupata.


Una preoccupazione che si manifesta con un annuncio eclatante: la rinuncia al voto. Forse la sconfitta più grande in una democrazia.

Sì, esattamente. Non serve l’Aventino, non è che mi ritiro. È l’inverso, è tentare di dare un segnale che vada al di là del semplice no, a una procedura e a dei contenuti che ritengo disastrosi per il Paese, non per l’opposizione, ma per il Paese.

Per il lungo periodo cosa si aspetta?

Ogni giorno ostinatamente, cocciutamente, provo ad andare avanti e a far ragionare le persone. So che tutto quello che ho è al servizio di questi principi.

Cosa riscontra rispetto alle passate legislature?

Noi abbiamo sempre denunciato le imperfezioni anche gravi della democrazia reale, ma a mia memoria non ricordo tanti episodi in così poco tempo fino all’esautorazione del parlamento che mi abbiano preoccupato così tanto. Provo a svegliare le coscienze.

 

Da "www.tpi.it" Emma Bonino a TPI: “Questo governo ha reso inutile il Parlamento, stiamo vivendo una tragica farsa”

Pubblicato in Passaggi del presente

A pochi giorni dall’adozione del Global Compact ricorre la giornata internazionale per i diritti del migrante. L’ Alta rappresentante Ue, nell’occasione, riafferma la necessità di impegnarsi nella prevenzione dei viaggi irregolari e rischiosi

Bruxelles – “La storia dell’essere umano è una storia di migrazioni”. Dice cosí l’alta rappresentante Ue Federica Mogherini in occasione della giornata mondiale dei migranti, che ricorre domani 18 dicembre. “Per migliaia di anni le persone si sono spostate da un luogo a un altro per una molteplicità di ragioni, e continua a farlo tuttora”.

Nel 2000 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 18 dicembre Giornata internazionale per i diritti dei migranti. Lo stesso giorno di 10 anni prima era stata approvata la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. L’esigenza di occuparsi delle condizioni dei lavoratori che migravano, pero’, era sorta già numerosi anni prima. Nel 1972 è un evento in particolare a smuovere per la prima volta le Nazioni Unite: un camion che avrebbe dovuto trasportare macchine da cucire e coinvolto in un incidente nel tunnel del Monte Bianco. Nell’impatto 28 lavoratori originari del Mali perdono la vita: erano nascosti sul camion. Viaggiavano verso la Francia, alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita dignitose. La vicenda spinge le Nazioni Unite ad occuparsi, per la prima volta, dei diritti dei lavoratori migranti.

Oggi i migranti internazionali a giro per il mondo sono 258 milioni. In una nota, la Commissione europea sottolinea che l’Ue “riafferma in questa giornata il suo impegno a proteggere i diritti umani dei migranti, nell’intento di prevenire i pericolosi viaggi irregolari, garantendo per contro opportunità per percorsi legali e sicuri”.

“Per fare ciò stiamo lavorando con tutti i nostri partner a livello mondiale. Il fenomeno migratorio richiede alleanze globali: nessun Paese può occuparsi da solo di migrazioni, né l’Europa, né alcun altro al mondo”, si continua a leggere nella nota.

Un messaggio che arriva forte, soprattuto all’indomani delle proteste di ieri a Bruxelles contro il Global Compact, nel quartiere delle istituzioni europee. Il patto globale sulle migrazioni voluto dall’Onu è stato infatti siglato la scorsa settimana a Marrakech da 164 Paesi. I manifestanti si sono scontrati con un altro corteo, che sfilava invece contro xenofobia e razzismo. L’intervento della polizia non ha tardato ad arrivare, rispondendo con gas lacrimogeni e idranti davanti alla Commissione europea.


Da "www.eunews.it" Ue, Mogherini: “La storia dell’uomo è una storia di migrazioni”

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