Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus
Previsto un fondo da 50 milioni per gli atenei. Per l’acquisto di piattaforme e la fornitura di computer agli studenti delle scuole meno abbienti, si stanziano 85 milioni. Rinviate le lauree.

Studenti a casa, scuole e università chiuse in tutta Italia fino al 3 aprile. In questi giorni eccezionali, istituti scolastici e atenei hanno messo in campo diverse esperienze di didattica digitale con l’obiettivo di dare continuità, seppure a distanza, ai percorsi formativi ed educativi e anche agli esami universitari. Ma il decreto “cura Italia” appena approvato contiene una parte cospicua destinata al settore dell’istruzione, stravolto dall’epidemia da coronavirus.

Università. Viene istituito un «Fondo per le esigenze emergenziali del sistema dell’Università, delle istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica e degli enti di ricerca» con una dotazione pari a 50 milioni di euro. Incentivando le attività formative e i servizi agli studenti erogati con modalità a distanza, che vengono computati ai fini dell’assolvimento degli obblighi contrattuali per professori e assistenti. Con uno o più decreti del ministro dell’Università sono individuati i criteri di riparto e di utilizzazione delle risorse.

Lauree rinviate. In deroga alle disposizioni dei regolamenti di ateneo, l’ultima sessione delle lauree relative all’anno accademico 2018/2019 è prorogata al 15 giugno 2020.

Scuola a distanza. L’emergenza sanitaria comporta la necessità di svolgere le lezioni a distanza. Pertanto, il ministero dell’Istruzione si impegna ad aiutare le istituzioni scolastiche a dotarsi delle necessarie piattaforme informatiche, da reperire sul mercato in breve tempo. Nell’ambito del Fondo per l’innovazione digitale e la didattica laboratoriale, sono destinati 10 milioni di euro per consentire alle istituzioni scolastiche statali di dotarsi immediatamente di piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o di potenziare quelli già in dotazione; 70 milioni di euro per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e per l’accesso alla rete; 5 milioni di euro per formare il personale scolastico sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza.

Supplenti. Per favorire la continuità occupazionale dei docenti già titolari di contratti di supplenza breve e saltuaria, nei periodi di chiusura o di sospensione delle attività didattiche, il ministero dell’Istruzione assegna comunque alle istituzioni scolastiche statali le risorse finanziarie per i contratti di supplenza, in base all’andamento storico della spesa. Le istituzioni scolastiche statali stipulano contratti di docenza a tempo determinato, nel limite delle risorse assegnate ai sensi del primo periodo, al fine di potenziare le attività didattiche a distanza.


Da "https://www.linkiesta.it/" Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus

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Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V.

New York – La recessione americana è già esplosa ed è senza paralleli nella memoria contemporanea, né paragonabile alla crisi finanziaria e immobiliare del 2008, né agli shock petroliferi degli anni Settanta. Di più: anche ogni recupero, quando ci sarà e ci sarà soltanto in presenza di allentamenti dell'assedio della pandemia, sarà lento, difficile e parziale. Né un'aggressiva Federal Reserve, che in un solo fine settimana ha sfoderato tutte le armi che aveva utilizzato dodici anni or sono, né interventi fiscali, potranno oggi in qualche modo esorcizzare il dramma della vasta serrata dell'economia e della profonda contrazione dell'attività. Nulla, insomma, potrà essere come prima, oggi e neanche domani.La diagnosi per l’economia americana, alla vigilia della crisi ancora la più solida al mondo, è di Mickey Levy.

Economista di Berenberg, ex capoeconomista di Bank of America, da sempre attento e sobrio osservatore di mercati e politica monetaria e fiscale, non è prono alle iperboli. Abitualmente, anzi, fa notizia per la sua sobrietà. Questa volta le sue parole non minimizzano. «L'economia statunitense è in recessione», afferma sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari questo veterano di tante crisi. «Avremo una dura contrazione dell'attività economica e del Pil nella prima metà dell'anno, con un calo del -4,5% nel primo trimestre e dell'11,7% nel secondo», pronostica.


Non basta. Levy avverte che ogni risalita sarà faticosa, molto faticosa: «Prevediamo una graduale ripresa e non un recupero a forma di V, che rispecchierà i postumi dei traumi alla fiducia dei consumatori e forti declini nella produzione di business, che farà i conti con lo smaltimento di scorte precedenti, ulteriori flessioni degli investimenti e deboli esportazioni». Non è il solo a temere crisi più protratte: Citigroup dà il 40% di probabilità a debacle dai tempi allungati.

«L'economia non tornerà dov'era prima», conclude Levy. L'unica via d'uscita, precisa, si aprirà quando ci saranno «chiari e attendibili segni che la pandemia allenta la presa», solo così potrà esserci un aumento della fiducia grazie agli interventi annunciati o in arrivo di banche centrali e governi. «Allora il massiccio stimolo monetario aiuterà e le anticipate azioni fiscali forniranno necessario sostegno al reddito alle famiglie e finanziamenti alle piccole aziende». Anche in simili circostanze però non si fa alcuna illusione: «Anticipiamo una ripresa moderata che sarà più lenta del brusco declino che stiamo vivendo».

Ecco la sua analisi in maggior dettaglio per gli Stati Uniti: un drammatico calo dei consumi nel primo trimestre, -10%, e ancora peggiore nel secondo, -18 per cento. Le imprese avranno crolli degli investimenti, -12% e -22% solo nei primi sei mesi dell'anno. Tra marzo, aprile e maggio spariranno almeno due milioni di posti di lavoro, facendo immediatamente schizzare il tasso di disoccupazione dal minimo storico del 3,5% a «ben oltre» il 5% e facendo precipitare qualunque ottimismo. I profitti aziendali crolleranno al passo di «molti multipli» della caduta del Pil, schiacciati da debiti, tracolli della domanda e del commercio.

Da "https://www.ilsole24ore.com/" L’economista: «La recessione Usa è già arrivata» di Marco Valsania

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La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. Daniele Contini di Just Eat: «C’è stata una battuta d’arresto. In questo periodo il servizio sarà utile per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti».

Sembra che siano con noi da sempre, ma i servizi di delivery legati al cibo sono nati solo pochi anni fa e già diventati una abitudine, soprattutto per le pause pranzo in ufficio o per le cene con amici. Ma in un momento in cui uscire di casa è diventato problematico, con numerosissime insegne chiuse e tante remore in più per le persone, come avranno reagito questi servizi di pasti a domicilio? La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. L’impatto del coronavirus sul cibo portato a casa si è fatto sentire, come ci spiega Daniele Contini, country manager per l’Italia di Just Eat: «Non c’è dubbio che nelle ultime settimane c’è stata una battuta d’arresto nei consumi e nei volumi, calati anche nel comparto del food delivery. Per noi questo è attribuibile a due fenomeni: le persone sono andate nei supermercati a fare provviste, hanno avuto più cibo da smaltire e questo ha frenato il consumo fuori casa e anche il delivery. Inoltre, abbiamo registrato nelle città universitarie un calo più marcato, anche attribuibile al fatto che gli studenti fuori sede sono tornati nelle loro case. Il calo rispetto ai volumi normali è dovuto in parte anche alle preoccupazioni circa la possibile trasmissione del virus: una paura infondata, visto che, anche secondo le linee guida dell’organizzazione mondiale della sanità, il virus non si trasmette per via alimentare.


Si era già verificato un fenomeno di riluttanza anche nelle settimane prima, ma concentrato sulla cucina cinese e giapponese, poi ampliato il primo week end di quarantena, su tutte le tipologie di cucina. A partire dallo scorso week end e via via questa settimana, cominciamo a vedere dei segni di ripresa, il trend sta iniziando a tornare verso una situazione di normalità, anche se le università chiuse non aiutano. Ma in generale riscontriamo che l’atteggiamento delle persone sta tornando più alle abitudini di prima della crisi.

Noi in questi giorni ci siamo fatti promotori di messaggi che vengono dati dalle autorità nei confronti dei ristoranti, per sottolineare l’importanza del rispetto delle misure igienico sanitarie. Anche nei confronti dei nostri rider abbiamo dato delle raccomandazioni, come pulire e disinfettare gli zaini, lavarsi le mani spesso e controllare che il cibo sia ben impacchettato e correttamente chiuso al momento della presa in carico da parte loro. Per i clienti, abbiamo dato degli incentivi e degli sconti per ordinare in questo periodo, cosa che avevamo già fatto nelle scorse settimane proprio a maggior sostegno delle cucine cinesi, perché erano in sofferenza e volevamo fare qualcosa di concreto per dar loro una mano.

Crediamo che il food delivery sia un servizio utile soprattutto in un periodo come questo, per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti, e per le persone che magari sono impaurite ma hanno comunque voglia di mangiare qualcosa di buono e diverso. Naturalmente cercando di farlo con la maggior consapevolezza e sicurezza possibili. Per esempio, stiamo sottolineando che è possibile pagare elettronicamente e chiedendo nell’ordine di lasciare i sacchetti fuori dal proprio domicilio, è possibile non incontrare il fattorino, per chi fosse particolarmente preoccupato: anche se le disposizione delle autorità non hanno dato indicazioni in questo senso, ci sembra corretto farlo.
In aggiunta, abbiamo anche dato degli incentivi ai rider: nel momento in cui gli ordini sono calati li stiamo supportando. Stiamo monitorando costantemente l’evolversi della situazione, cercando di dare un contributo con un servizio, nonostante l’incertezza di un quadro che cambia di giorno in giorno».

E i più piccoli, come se la cavano? Per Nanie, delivery attivo in area C (e anche oltre, su richiesta), che consegna con mezzi ecologici una ‘schiscetta’ in packaging ecologico, alternativa e ben fatta, con prodotti di qualità e con una bella storia da raccontare, le cose sono preoccupanti: «Per noi il lavoro è rallentato tantissimo: la situazione è preoccupante perché abbiamo i costi fissi da coprire e dei volumi troppo bassi per farlo. La settimana scorsa ha fatto segnare meno 30%, per una piccola realtà come la nostra questi numeri sono difficili da sostenere. Tra l’altro, io mi sarei immaginata il contrario: uno pensa che se si sta più a casa si ordinerà di più: invece, per noi che serviamo solo la pausa pranzo, il fatto che la maggior parte degli uffici sia chiuso ha fatto calare molto gli ordini. Il 98% del nostro lavoro è con le aziende, raramente chi ordina è un privato: la pausa pranzo funziona se uno è in ufficio, se uno è a casa si prepara qualcosa e risolve in autonomia. Questa settimana, invece, con il fatto che alcuni uffici hanno riaperto sta andando un po’ meglio. Speriamo continui così».

Per I love ostrica, che consegna ostriche e frutti di mare a domicilio, queste settimane sono state l’occasione per sottolineare in comunicazione la loro attenzione alla sicurezza alimentare, e per raccontare il servizio Express, che permette la consegna in 24 ore con corrieri espressi verificati per la spedizione refrigerata di alimenti freschi. «La nostra priorità è stata sempre rivolta al consumatore, racconta Luca Nicoli, patron del brand. L’obiettivo è di fornire ai clienti un prodotto sicuro, che rispetti tutte le norme igieniche e che allo stesso tempo porti in tavola degli italiani qualità e gusto: dalle ostriche alle crudités al pescato, i nostri prodotti sono una certezza».


Luca Miele, uno dei soci del gruppo di locali GUD Milano ha sempre lavorato con il take away battezzato GUD-bye e con il delivery fatto con aziende specializzate e ci racconta di una situazione di relativa tranquillità: «I locali in queste settimane sono rimasti sempre aperti, nell'osservanza attenta di tutte le ordinanze. Chiaro che l'emergenza sanitaria unita al maltempo non ha favorito l'uscire di casa. Per il delivery però non c'è stato aumento: chi ordinava ha continuato ad ordinare i piatti preferiti, non ci sono stati cambiamenti specifici.
È ovviamente un momento di calma, il fatto di lavorare da casa per qualcuno ha concesso del tempo in più per poter cucinare, mentre magari prima non c'era il tempo fisico e mentale per farlo».

E se non ci limitiamo al cibo, un altro delivery ha registrato qualche modifica nei comportamenti delle persone: Glovo, la piattaforma internazionale di consegne a domicilio multi-categoria porta a casa degli utenti, tra le altre cose, prodotti della farmacia e la spesa e gli incrementi sono significativi: nella città di Milano hanno registrato infatti un +30/40% per spesa e medicinali nel weekend dell'emergenza rispetto a quello precedente; +10/20% se si considera l'intera settimana, segno di una progressiva “normalizzazione”. Sul food delivery, anche Glovo è in linea con il resto del mercato, e dopo una leggera flessione nei primi giorni, ora è già in ripresa: «Continuiamo a supportare i nostri partner della ristorazione soprattutto adesso che il delivery rappresenta per loro una risorsa ancora più importante». ci sottolineano.

L’unico segno positivo lo fanno registrare due beni di consumo alternativi: gli alcolici e la cannabis legale. Entrambi più ordinati in queste settimane. Da JustMary, primo delivery di cannabis legale operativo sul mercato di Milano, Monza, Firenze, Torino e Roma, la situazione è in crescita. Dall’inizio della crisi hanno registrato un incremento di circa 30% degli ordini: più gente è a casa senza nulla da fare e maggiore è la voglia di relax, e quindi i consumi di questa versione light ottenuta da coltivazioni di canapa biologica selezionata tra le varietà certificate e autorizzate in Europa aumentano. La scorsa settimana l’azienda ha fatto una promozione con uno sconto ma ci confermano che gli ordini arrivano a prescindere. Il marketing fatto nei mesi precedenti ha permesso di essere presenti e puntuali sull’aumento della richiesta, e crescono anche gli utenti interessati, con un incremento dei registrati al servizio di oltre 1000 unità nell’ultimo mese.

Per Nicola Ballarini, con Andrea Roberto Bifulco fondatore della dark kitchen Ktchn Lab, mentre sul resto delle proposte si evidenzia una flessione come il mercato, l’unico picco positivo è il delivery di alcolici che sta avendo un grande successo. «Probabilmente questo aumento di ordini e l’arrivo di richieste anche ingenti dipende dal fatto che i luoghi dove abitualmente la gente beve - discoteche e bar - sono chiusi o fanno orario ridotto. Di sicuro c’è anche una buona parte di persone che sono spaventate nell’andare a consumare alcol fuori e quindi preferiscono farselo recapitare a casa. Continuano a soffrire molto le cucine orientali, mentre per noi che abbiamo gran parte della proposta concentrata sul cibo messicano la sofferenza è meno marcata». Milano da bere, dunque, ma sempre più tra le mura domestiche.

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco come si organizzano i food delivery al tempo del coronavirus di Anna Prandoni

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Lunedì, 09 Marzo 2020 00:00

Il coronavirus affonda i mercati

Tonfo delle borse europee sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche.
La Borsa di Milano non riesce a partire: i titoli, sulla scia della crisi del coronavirus, non fanno prezzo. E lo spread vola, segnando 216 punti contro i 178 della chiusura di venerdì.

Le borse Europee, sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche, iniziano con cali macroscopici una seduta ad alta tensione, schiacciate dal -30% del petrolio (ai minimi dal 1991) dopo il nulla di fatto dell’opec+ e dalla paura per la diffusione sempre più ampia del coronavirus, che ha reso necessarie le misure drastiche di contenimento varate da alcuni paesi, tra cui l’Italia.

Così, mentre qualcuno chiede la chiusura di Piazza Affari, ipotesi per il momento esclusa dai vertici di borsa italiana, Milano non riesce a partire, con quasi tutti i titoli del Ftse mib che non riescono a fare prezzo. In negoziazione sono riuscite a entrare soltanto le utilities A2a (-8,8%), Hera (-4,6%) e i farmaceutici Diasorin (5%) e Recordati (-4,5%).

Stesso discorso per il resto d’Europa: riescono ad aprire Londra (-8%), Madrid (-7%) e Francoforte (-8%).

Crollo del petrolio, dopo il nulla di fatto dell’Opec+ sui tagli della produzione e le conseguenti azioni decise dall’arabia saudita: i future del wti ad aprile perdono al momento il 27% a 29,88 dollari al barile, ma erano arrivati fino a un minimo di 27,34 dollari, livello che non si vedeva dal 1991. Il Brent a maggio arretra ora del 26,4% a 33,32 dollari, ma cedeva il 33%. Sul mercato valutario, l’euro ha sfiorato nella notte quota 1,15 dollari ed è ai massimi da gennaio 2019 nei confronti del dollaro all’apertura dei mercati finanziari continentali. Il cambio si attesta a 1,1469 (1,1494 toccato nella notte) mentre venerdì sera segnava 1,1322. Occhi puntati sui timori di una diffusione del coronavirus negli stati uniti e occhi puntati sulle banche centrali per nuove contromisure all’impatto dell’epidemia sull’economia: giovedì il meeting della Bce.


Acquisti sullo yen che tratta a 116,94 per un euro (da 119,09), il minimo dallo scorso settembre. Dollaro/yen a 101,98 da 105,15, è il minimo da ottobre 2016.

Da "www.huffingtonpost.it" Il coronavirus affonda i mercati: spread sopra 215, Milano non riesce a fare prezzo. Crollo del petrolio

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Il sistema pensionistico pubblico, gestito prevalentemente dall’Inps e da altri istituti previdenziali di categoria, richiede, come è noto, requisiti di anzianità lavorativa e contributiva specifici, e molto spesso comporta come risultato un reddito mensile inferiore a quello percepito nel periodo lavorativo.


Tuttavia, grazie ai fondi pensione, è possibile aderire ad una forma di previdenza integrativa e personalizzata, in modo tale da poter ottenere una pensione complementare in forma volontaria e in base alle proprie esigenze personali.

Decidere di aderire ad un fondo pensione integrativo è una scelta vantaggiosa sotto diversi aspetti, senza contare che consente il mantenimento di un tenore di vita pari a quello dell’ultimo periodo lavorativo.

Una soluzione interessante e conveniente
Aderire alla previdenza complementare non richiede investimenti eccessivi e complessi, ma comporta, al contrario, una spesa accessibile a chiunque: anche chi non avesse un lavoro regolare con questo sistema può facilmente accantonare un capitale di cui usufruire in futuro.

La previdenza complementare offre soluzioni di risparmio finalizzato flessibili e modificabili anche nel corso del tempo, in relazione alle proprie necessità e preferenze, con la possibilità di ottenere interessanti vantaggi fiscali e un rendimento che si rivaluta continuamente nel corso del tempo.


La rendita integrativa generata dalla previdenza complementare è infatti soggetta ad un regime fiscale agevolato ed è quindi spesso preferibile ad altre forme di investimento più classiche. I contributi versati volontariamente sono deducibili dai redditi soggetti a Irpef e prevedono una tassazione inferiore a diverse altre forme di investimento.

Una forma di risparmio tutelata e sicura
Un altro vantaggio della pensione integrativa è quello della sicurezza, in quanto consiste in un patrimonio separato e non soggetto a pignoramenti, sequestri e altre forme di rivalsa da parte di eventuali creditori.


La tutela riguarda non solo i problemi creditizi di chi aderisce a questa forma di risparmio, ma anche il possibile fallimento dell’ente gestore del fondo integrativo, che può essere una banca, una compagnia di assicurazioni o una società finanziaria.

Il capitale accumulato con la previdenza complementare viene investito nel mercato finanziario in base a sistemi di gestione che comportano diversi gradi sia di rischio che di rendimento. È quindi possibile scegliere tra obbligazioni e titoli di stato, mercato azionario o gestione mista, limitando quindi i rischi secondo le preferenze personali, in relazione ad esempio all’età dell’aderente o alla rendita che si desidera generare.

In ogni caso, è bene considerare che la contribuzione integrativa viene controllata dalla Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, un ente apposito che stabilisce criteri ben precisi per tutelare gli investimenti effettuati con i fondi pensionistici.

Flessibilità nella costruzione e nell’ottenimento della rendita integrativa
Un ulteriore elemento che va a vantaggio delle pensioni integrative è la possibilità di personalizzare la rendita e, in alcuni casi, perfino di anticiparla, ad esempio per sostenere spese sanitarie o acquistare un immobile. Il fondo pensione può essere riscattato qualora si verificassero situazioni di disoccupazione o di invalidità, ed è possibile renderlo reversibile a favore degli eredi.

Se le condizioni lo permettono, la pensione integrativa può essere utilizzata anche come ponte tra il lavoro e il pensionamento.

In sintesi, l’adesione alla previdenza complementare permette di scegliere il fondo pensione preferito e il relativo livello di rischio, modificandolo comunque nel corso del tempo, offre la massima flessibilità per quanto riguarda i versamenti contributivi e, per i lavoratori dipendenti, permette inoltre di integrare la contribuzione previdenziale con il proprio TFR. Per finire, la prestazione ottenibile alla fine dei versamenti contributivi può essere una rendita vitalizia, la corresponsione di un capitale o una formula mista tra le due possibilità.

Da "www.lettera43.it" Tutto quello da sapere prima di aderire a un fondo pensione

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Se hai un fondo pensione c’è un’alta probabilità che i tuoi soldi contribuiscano al riscaldamento globale. Le società che gestiscono questi fondi, con miliardi di euro a disposizione, hanno un ruolo fondamentale nei mercati finanziari e spesso investono in compagnie del settore dei combustibili fossili, che garantiscono un buon ricavo senza rischi eccessivi.

In un momento in cui sempre più persone credono che sia necessario agire al più presto per fermare la crisi ambientale, è giusto chiedersi come mai i fondi pensione continuano a investire in aziende che commerciano in petrolio, gas e carbone. E cosa si può fare per controllare come vengono impiegati i soldi dei contribuenti.

Il VIDEO della Thomson Reuters Foundation

 

Da "https://www.internazionale.it/" Come i fondi pensione alimentano la crisi climatica

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Con un po’ di immaginazione la sua forma può sembrare quella di un soffione. Il nuovo coronavirus, 2019-nCoV, all’occhio del microscopio elettronico è sferico e coronato su tutta la superficie di spicole, sorta di protuberanze. Ne hanno ricostruito un’immagine i ricercatori dello statunitense Centers for Disease Control and Preventing, ad Atlanta. Il virus, che è causa della sindrome appena battezzata dall’Organizzazione mondiale della sanità COVID-19 e che dalla città di Wuhan in poi ha già fatto – nel momento in cui scrivo – più di mille e trecento morti, non è l’unico ad avere questa forma, né il primo tra i coronavirus a infettare l’uomo.

Di coronavirus ne esistono di diversi, tutti appartenenti alla famiglia Coronaviridae. Sono virus a RNA, cioè codificano e trasmettono le informazioni genetiche utilizzando l’acido ribonucleico (RNA) – e non il DNA – costituito per lo più da un singolo filamento ripiegato – e non da doppia catena come il DNA. Ogni virus, per potersi replicare, attacca le cellule dell’organismo ospite, ne penetra la membrana e ne altera le funzioni, sfruttandole per replicare il proprio codice genetico. I coronavirus lo fanno attraverso quelle protuberanze sulla superficie, i peplomeri, che si attaccano alla cellula.

Un banale raffreddore può essere causato dal cosiddetto Human CoronaVirus-229E o da HCov-OC43, per esempio. Ma anche le sindromi SARS e MERS, di certo più temibili e che hanno colpito l’uomo di recente – la prima tra il 2002 e il 2003, la seconda dieci anni dopo – sono opera di altri coronavirus ancora e, come la COVID-19, erano sindromi a noi sconosciute prima dei primi focolai. Da dove sono arrivate? Come molte altre malattie, anzi come la maggior parte, arrivano da altre specie animali.

La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto.
Zoonosi è il nome che diamo alle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto. L’evento del cosiddetto “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus “trabocca” e infetta la nuova specie. Di storie di questo tipo si è occupato David Quammen, scrittore di viaggi e di scienza, nel suo Spillover (Adelphi, 2014). Quammen scrive un lungo reportage avventuroso, risale il corso di fiumi, segue le tracce di possibili animali portatori e si fa largo nella giungla per venire a capo dell’enigma dello spillover, del salto fatidico.

Come ricorda Quammen, di zoonosi ne esistono molte, la più nota forse è l’AIDS. Spesso, racconta, i virus zoonotici prima di interessarsi di noi, convivono indisturbati e magari da millenni con una o più specie serbatoio.

Si sono probabilmente adattati a vivere una vita tranquilla all’interno della (o delle) specie serbatoio, dove si replicano senza problemi ma non eccessivamente, e causano poco danno. Quando ‘tracimano’ negli esseri umani sono esposti a un nuovo ambiente e a nuove circostanze, il che spesso li porta a diventare mortalmente devastanti. E un uomo può infettarne un altro, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.
È più o meno così che dev’essere cominciata anche la storia di 2019-nCoV, nell’ormai noto mercato di Wuhan. Ma è una storia che riguarda anche Ebola, l’Hendra virus, il virus del Nilo occidentale. Ed è una storia che ci riguarda sempre di più: negli ultimi 30 anni, infatti, la frequenza di queste nuove zoonosi, emergenti, è aumentata. Tra le cause ci sono anche lo stravolgimento diretto operato dall’uomo sugli ambienti e la crisi climatica.

Il mercato è affollato
2019-nCoV e gli altri coronavirus sono capaci di adattarsi velocemente a nuove specie. Essendo virus a RNA, un meccanismo di trasmissione del codice genetico più semplice del DNA, mutano molto più in fretta: da un lato questo aumenta gli errori di codice e la possibilità di fallire ma dall’altro aumenta la velocità con la quale il virus è in grado di evolversi, di trovare nuove strade e, casualmente, di diventare capace di infettare una nuova specie. In un mercato come quello di Wuhan, che a oggi si ritiene il luogo dell’avvenuto salto di specie, si trovano una gran quantità di uomini, animali vivi e animali morti, in una promiscuità tra specie diverse che crea una situazione favorevole allo spillover.

Anche nel 2002, l’epidemia di SARS è molto probabilmente nata proprio in un mercato, quella volta in un’altra provincia cinese, Guandong. Inizialmente si sospettava che il contagio umano fosse avvenuto attraverso un animale selvatico di media taglia, lo zibetto. La carne di zibetto è infatti apprezzata in Cina e perciò venduta al mercato; in effetti i test effettuati su alcuni zibetti avevano dimostrato la presenza del materiale genetico del virus. Le autorità avevano così comandato l’uccisione preventiva di diecimila zibetti, ma solo con ricerche più approfondite si era capito che anche lo zibetto non era ospite usuale e permanente del virus. L’animale malcapitato aveva infatti fatto da ospite intermedio: in questa specie il virus si era replicato, per così dire, fino ad avere le caratteristiche adatte a infettare l’uomo. Una sorta di incubatore, o meglio di amplificatore come lo ha definito lo stesso David Quammen in un’intervista a Npr. Il virus doveva dunque aver incontrato gli zibetti, nel mercato, tramite un altro animale, forse il pipistrello.

E nel caso di questo nuovo coronavirus? Una ricerca cinese della South Agricultural University di Guangzhou ha guardato ai pangolini, anch’essi venduti al mercato di Wuhan, come ospite amplificatore. Ci si è chiesti anche se l’infezione possa essere avvenuta tramite la carne di serpente, ma al momento l’ipotesi più accreditata è che l’ospite serbatoio di questo nuova coronavirus sia il pipistrello Rhinolophus sinicus, o pipistrello ferro di cavallo cinese, per una certa familiarità di questi pipistrelli con i coronavirus. Secondo l’Oms, più di 500 tipi di coronavirus sono stati rinvenuti nei pipistrelli cinesi.

Zoonosi mandate dall’alto
La zoonosi non è un fenomeno nuovo. C’è un passo del libro di Samuele nell’Antico Testamento (Samuele 24,15-16), dove si racconta che Dio scatena su Israele una celebre zoonosi, la peste:

Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distruggerla, il Signore si pentì di quel male.
Anche la peste è una zoonosi, sebbene causata da un batterio, il bacillo Yersinia pestis. Ha per suo ospite serbatoio diverse specie di roditori e per vettore la pulce dei ratti. Ma delle zoonosi più recenti, e che ci riguardano più da vicino, è spesso il pipistrello a essere considerato il probabile ospite serbatoio.

Un esempio è quello dell’Hendra virus. In Australia, nel settembre del 1994 in un quartiere di Brisbane, Hendra, morirono 13 cavalli e il loro istruttore, Victory Rail, per causa di un nuovo virus zoonotico. Quanto aveva portato Rail e i cavalli alla morte sembrava simile a ciò che era accaduto solo un mese prima, 1000 km a nord di Brisbane: due cavalli erano morti assieme al loro proprietario. Da quell’estate, i casi di infezioni di cavalli e uomini si sono susseguiti. Nel caso di Hendra, è il cavallo a fare da ospite amplificatore per il virus, prima che questo colpisca l’uomo. Ma i cavalli si erano infettati entrando a contatto con le feci di un grande pipistrello, la volpe volante, con cui Hendra convive da tempo senza far danni.

Anche nel caso della MERS, la sindrome che ha colpito alcune aree del Medio Oriente (con picchi nel 2014 e nel 2015, circa 860 morti fino a oggi e ancora centinaia di casi l’anno in Arabia Saudita), tra i possibili ospiti serbatoio figura ancora un pipistrello, e la stessa ipotesi vale per l’origine di Ebola, che dall’agosto 2018 colpisce la regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, facendo finora più di duemila morti.

Ma perché i pipistrelli dunque? Prima di tutto sono il gruppo di mammiferi più numeroso dopo i roditori: con il termine pipistrelli si contano più di 1300 specie, alcune largamente diffuse in tutto il mondo. La ragione per cui potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo. Secondo una ricerca pubblicata su Cell Host and Microbe, la risposta immunitaria di un pipistrello sarebbe in sostanza capace di vincere un virus senza subire alcuna infiammazione e perciò senza perdere le forze necessarie a volare. Il noto ecologo ed esperto di pipistrelli, Merlin Tuttle, ha però contestato che la correlazione tra pipistrelli e alcune zoonosi possa dirsi certa, esprimendo dubbi sul loro ruolo nella diffusione, per esempio, di Ebola, e mettendo in guardia da accuse facili che possano scatenare panico e generare effetti pesanti sugli ecosistemi.

La ragione per cui i pipistrelli potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo.
Inoltre la convivenza dei pipistrelli coi virus e la loro diffusione per tutto il mondo non basta a spiegare perché il numero di nuove zoonosi o di zoonosi riemergenti sia cresciuto. Come scrive Quammen ancora in Spillover, su 1407 specie note di patogeni umani, il 58% sono di origine animale. Di queste “solo 177 sul totale si possono considerare emergenti o riemergenti, e tre quarti dei patogeni emergenti provengono dagli animali. In parole povere: ogni nuova e strana malattia, con grande probabilità, arriva dagli animali”.

Alessandro Magno e le zanzare
Nell’estate del 2018, un donatore di sangue che avesse dormito anche solo una notte nelle province di Torino, Novara, Pavia, Parma, Vercelli, Cremona, Brescia, Udine era escluso dalla donazione per 28 giorni. Il sangue dei donatori di quelle province veniva invece sottoposto a un test particolare. Si cercava così di scongiurare la diffusione del virus del Nilo occidentale, un virus che normalmente abita tra zanzare e uccelli ma può colpire anche l’uomo. La febbre di cui è causa è una zoonosi il cui serbatoio principale è rappresentato dalle zanzare, in particolare del genere Culex.

L’incontro tra il virus del Nilo occidentale e l’uomo non è di questo secolo. Addirittura c’è un’ipotesi, pubblicata su Emerging infectous diseases, di alcuni ricercatori della Colorado State University che a partire dalle note dello storico Plutarco sostiene che Alessandro Magno sia morto improvvisamente per colpa di questo virus. Fu identificato già nel 1937 in Uganda e tuttavia in Italia solo negli ultimi quindici anni si sono moltiplicati i contagi umani, causando 4 morti.

In Italia si è parlato anche di chikungunya, un’altra malattia di origine virale e di cui sono serbatoi alcune scimmie non antropomorfe e vettori le zanzare. Riconosciuta nel 1955, la malattia è endemica in Africa e Asia, ma soltanto nel 2007 è scoppiata la prima epidemia di chikungunya sul suolo europeo: in Romagna, grazie alle zanzara tigre ha infettato 250 persone.

Tra le ragioni di diffusione di queste due zoonosi non di casa in Italia c’è la crisi climatica. Come racconta la ricerca “Emerging zoonotic viral disease”, le temperature più elevate favoriscono il ciclo vitale delle zanzare, dall’attività alla riproduzione fino alla velocità di digestione del sangue e dunque alla rapidità nel pungere di nuovo. Ma non sono l’unico esempio: il riscaldamento globale permette alle zecche che portano la malattia di Lyme, altra zoonosi, di sopravvivere a altitudini e latitudini più elevate. Non solo, aggiunge l’Oms: esiste una correlazione tra eventi estremi come piogge particolarmente intense e la diffusione dell’hantavirus, causa di una zoonosi che fu studiata per la prima volta in Corea del Sud, nell’area del fiume Hantan.

Inoltre, si legge su Nature, se negli ultimi 30 anni il 70 % delle nuove malattie è di origine zoonotica, accanto al riscaldamento globale il colpevole è il mutamento degli ambienti generato dall’uomo. La deforestazione e l’urbanizzazione, per esempio, riduce lo spazio delle specie selvatiche – magari serbatoio di un virus, come nel caso della leishmaniosi – e ne aumenta le possibilità di contatto con l’uomo. Più in generale è il turbamento di habitat ed equilibri a costituire un rischio: persino la riforestazione, per esempio, ha favorito nel Nord Est degli Stati Uniti la possibilità di contagio della borreliosi di Lyme, per la maggior diffusione di cervi e roditori che ne sono ospite amplificatore.

Ecologia della salute
Torniamo all’inizio. Nel caso del nuovo coronavirus, il primo problema è costituito dall’accatastarsi di specie animali dentro al mercato, con pangolini, galline, serpenti, zibetti e altri animali, vivi dentro le gabbie, in condizioni di igiene scarsa. Dopo l’epidemia di SARS, che era nata in un mercato del genere ma circa 1000 km a sud, questi luoghi avevano continuato la loro attività, solo con qualche restrizione in più alla vendita. Oggi, avendo con ogni probabilità fornito di nuovo la possibilità ad ancora un altro virus di incontrare il suo ospite amplificatore, sono tornati sotto i riflettori e una loro regolamentazione sembra inevitabile.


Bisogna affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.
Tuttavia, come abbiamo visto, questi luoghi chiusi sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema più ampio. Si è detto della deforestazione e dell’urbanizzazione, di sfruttamento e alterazione degli habitat naturali e delle conseguenze della crisi climatica sulla capacità di propagazione di alcuni virus – ma all’elenco dei virus potremmo aggiungere anche quelli che hanno trovato terreno di facile propagazione tra gli animali da allevamento intensivo: per esempio, i virus di influenza suina e aviaria. Per tutte queste ragioni (aggiungiamo anche che le società, almeno quelle più ricche, spostano ormai a grande velocità sul globo individui e merci che possono portare ospiti indesiderati) le occasioni che un virus può cogliere per saltarci addosso aumentano. Allora anche il problema delle nuove zoonosi diventa una questione di sapienza ecologica. Si tratta di ripensare un’altra volta ancora la nostra relazione con l’ambiente e con le altre popolazioni animali. Badare non soltanto alla nostra, ma anche alla salute loro e degli ecosistemi in cui conviviamo.

L’approccio sanitario basato su considerazioni di questo tipo ha preso da qualche anno il nome di One Health. Come scrive l’Oms, si tratta di affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme per esempio epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio. Ma una strategia del genere, in attesa del prossimo virus, è una strategia politica. Come ricorda lo stesso David Quammen:

Abbiamo bisogno di più investimenti pubblici, di più istruzione pubblica, di finanziare adeguatamente istituti come lo statunitense Centres for Disease Control and Preventing, e organizzazioni equivalenti sparse per il mondo. Dobbiamo formare scienziati che diventeranno cacciatori di virus, che vadano in quelle grotte, in quelle foreste, facendo il lavoro sporco e che poi tornino nei laboratori a fare il lavoro d’indagine, per aiutarci a identificare questi virus. E abbiamo bisogno che le istituzioni sanitarie pubbliche siano pronte, con risorse e informazioni per affrontare le epidemie.


Da "www.iltascabile.com" Dagli animali agli esseri umani: il nuovo coronavirus e gli altri salti di specie di Giancarlo Cinini

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Venerdì, 14 Febbraio 2020 00:00

Libia, decisione grave passata sotto silenzio

Forse perché troppo assorbiti dalle inquietanti notizie riguardanti il coronavirus e dai febbrili preparativi per il festival di Sanremo, gli italiani non hanno fatto molto caso al fatto che pochi giorni fa, il 2 febbraio scorso, è stato prorogato per altri tre anni il memorandum Italia-Libia, firmato dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 (peraltro, già allora, senza la ratifica del Parlamento in violazione di quanto previsto dall’art. 80 della Costituzione).

Una proroga – questo è il punto più problematico – che non ha introdotto alcuna modifica dell’accordo rispetto alle condizioni previste in quello di tre anni fa, ignorando i reiterati appelli provenienti non solo dalle ONG, ma dal Consiglio d’Europa, che proprio qualche giorno addietro, attraverso il suo commissario dei Diritti umani, Dunja Mijatovic, aveva chiesto all’Italia di «sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest’ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani».

Ma già anche l’ONU, lo scorso ottobre, aveva chiesto al Governo italiano di non rinnovare l’accordo Italia-Libia, per mettere fine «a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente».

Le proteste delle organizzazioni umanitarie
Tutto ciò non è bastato a impedire il rinnovo del memorandum, senza alcuna modifica. Non stupisce che una vibrante protesta si levi adesso da parte delle più qualificate organizzazioni impegnate nell’assistenza ai fuggiaschi dalla Libia.

Così Medici Senza Frontiere: «Ignorare le conseguenze di questi accordi è impossibile, oltre che disumano. Anche grazie al supporto dell’Italia persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia o sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato».

Così padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, gestito dai gesuiti, che racconta di «uomini e donne che portano negli occhi la paura per ciò che hanno vissuto in Libia» e denunzia con forza gli abusi spaventosi che quell’accordo del governo italiano con quello libico ha avallato e favorito finora. «Torture e violenze» – ha sottolineato padre Ripamonti – «ritornano nei racconti dei migranti che accogliamo e sempre più spesso assistiamo persone segnate nel corpo da percosse e abusi. Per ciascuno dei migranti che incontriamo e per i tanti che rimangono intrappolati nell’inferno libico vogliamo ribadire la grave responsabilità che l’Italia ha nel rimanere ferma e nel rinnovare tacitamente un accordo con la Libia, inaccettabile già nel 2017».

Non indifferenza, ma complicità
Non si tratta solo di indifferenza, ma di complicità. Sia il governo Gentiloni, che quello Conte 1, che l’attuale governo Conte 2, hanno continuato a sostenere economicamente governo di Tripoli, finanziando la formazione di personale locale nei centri di detenzione ufficiali e la fornitura di mezzi terresti e navali alla Guardia costiera libica, che tra l’altro, come denunciato dalle Nazioni unite, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani, per un costo di oltre 150 milioni di euro, cresciuto di anno in anno: circa 47,2 di euro nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e oltre 56 milioni nel 2019.

Grazie a questi aiuti italiani, denunzia il Centro Astalli, «migliaia di migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia contro la loro volontà». Secondo stime plausibili, almeno quarantamila rifugiati e migranti dal 2017, anno in cui è stato sottoscritto il memorandum Italia-Libia, hanno subìto questa sorte. Oltre 1000 solo nei primi giorni del 2020.

E non è vero, come strombazzato da certa stampa, che tutto ciò sia servito a porre fine alle morti in mare e al traffico di esseri umani. Nel 2019, 692 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale con un tasso di mortalità sui tentativi di traversata balzato al 3,5 per cento dal 2,1 per cento del 2017.


L’“aiuto” dei libici
«Nei miei ventidue anni in Medici Senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana», aveva detto Joanne Liu, la presidente internazionale di “Medici senza frontiere”, in un’intervista al «Corriere della Sera» del 1 febbraio 2018. La dottoressa Liu (è una pediatra canadese di origine cinese) si riferiva ai centri libici per la detenzione di migranti e rifugiati. «Ne ho visitati due vicino Tripoli nel settembre scorso. Non li chiamerei campi. Sono depositi di persone». Raccontava di essere entrata in un locale delle dimensioni di una palestra, dove gli internati erano «così tanti che non potevano stendersi per terra. Molti, seduti, trattenevano con le mani le ginocchia piegate».

Ma ancor prima, il 6 novembre 2017, in occasione del naufragio nel Mediterraneo di un barcone, un filmato documentava con evidenza agghiacciante il tipo di “aiuto” che i libici prestavano ai migranti. Nel filmato si sentiva chiaramente l’appello da parte di un elicottero della Marina italiana a una motovedetta libica perché si fermasse e vedeva per tutta risposta la nave militare dei libici lanciarsi a piena velocità, trascinando nel vortice e facendo annegare una parte dei naufraghi, mentre il suo equipaggio colpiva gli altri con corde e bastoni per impedire di salire a bordo.

La denuncia dell’ONU
Così, non stupisce che, a metà novembre di quell’anno, durante la riunione del comitato delle Nazioni Unite a Ginevra, l’Alto commissario ONU per i diritti umani Zeid Raad al Hussein avesse bollato con parole durissime il patto stretto con Tripoli dal governo Gentiloni, peraltro sostenuto dall’Unione Europea: «La politica Ue di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

L’Alto commissario aveva quindi citato le valutazioni degli osservatori dell’Onu inviati nel Paese nordafricano a verificare sul campo la situazione: «Sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi basilari».

In questo quadro, lascia esterrefatti che l’allora ministro italiano degli Interni, Minniti, avesse «elogiato gli sforzi libici nella lotta contro il contrabbando di esseri umani» e ribadito che «l’Italia è al fianco della Libia ed è impegnata a continuare il buon lavoro congiunto per sradicare la rete di trafficanti e trattare con umanità le loro vittime».

La svolta che non c’è stata
Tutto questo accadeva già sotto il governo “di sinistra”. Salito al potere quello 5stelle-Lega, il nuovo ministro degli Interni Salvini non aveva fatto altro, in definitiva, che continuare la politica del suo predecessore, spettacolarizzandola con clamorose sceneggiate mediatiche (i porti chiusi) e arricchendola con slogan della serie «La Libia è un paese sicuro», contando sull’allergia di gran parte degli italiani per l’informazione seria per non essere sommerso da un’ondata di legittima indignazione. E anche davanti all’acuirsi della guerra civile fra Al Sarraj e il generale Haftar, con le conseguenti stragi di innocenti, gli accordi e il sostegno economico erano rimasti. Anzi Salvini si era recato personalmente in Libia per confermarli e rinsaldarli.

Ci si poteva aspettare che il Conte 2 cambiasse qualcosa. Invece, non solo non ha fatto nulla per disdire quel cinico memorandum, ma adesso l’ha rinnovato senza chiedere alcuna modifica. Il governo risponde all’ondata di indignazione suscitata dalla sua scelta, rassicurando tutti che il rinnovo non preclude l’avvio dei negoziati con Tripoli, che sarebbero stati già preannunciati l’11 novembre dal premier Conte alle controparti libiche.

Ma il fatto che a stringere gli accordi con la Libia, nel 2017, sia stato un governo sostenuto, come quello attuale, dal Partito Democratico (anzi, guidato da esso), non è certo rassicurante. Come non lo è, in generale, il comportamento del Conte 2, estremamente restìo, ancora dopo diversi mesi, a cancellare o almeno rivedere radicalmente i Decreti sicurezza imposti da Salvini, e tuttora incapace di trovare una linea convincente sul problema-chiave del rapporto fra accoglienza e integrazione.

Perché non basta aumentare di qualche euro, come è stato fatto in questi giorni, la somma destinata al mantenimento e alla cura dei migranti sbarcati. La misura in sé necessaria per evitare che i bandi restassero deserti e nessuno si facesse carico di queste misure urgenti – si pone però ancora all’interno di una logica dell’emergenza. Quando invece, sia nelle richieste da fare alla Libia, sia nelle scelte relative alla gestione dei migranti sul nostro territorio, è urgente una svolta radicale, che porti a un vero progetto di ampio respiro per il futuro.


Da "http://www.settimananews.it/" Libia, decisione grave passata sotto silenzio di Giuseppe Savagnone

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La Fondazione Giuseppe Di Vittorio smentisce con le cifre tre luoghi comuni sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E si scopre che, senza immigrazione, il nostro Prodotto interno lordo sarebbe negativo.

Dati contro luoghi comuni. La Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha dato un’anticipazione di quello che sarà il consueto rapporto biennale sull’immigrazione. Smentendo con le cifre tre argomenti ricorrenti sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E, numeri alla mano, ognuna di queste tre informazioni alla fine si rivela falsa. Con una verità che emerge su tutte: senza gli immigrati, il Pil italiano avrebbe avuto in questi anni segno negativo.


«Più che di invasione dell’Italia, abbiamo il problema della evasione dall’Italia», spiegano dalla Fondazione Di Vittorio. Gli italiani che negli ultimi anni hanno spostato la residenza all’estero sono più degli stranieri arrivati sul nostro territorio. Dal 2015 al 2018 i residenti stranieri sono aumentati complessivamente di 240mila persone, mentre 460mila italiani si sono trasferiti all’estero. Tanto più che – spiegano – l’emigrazione italiana è sottostimata, come dimostrano le differenze considerevoli tra i nostri dati ufficiali e quelli registrati nei diversi Paesi dagli uffici immigrazione, soprattutto in Europa.

E nel corso del 2019 la pressione migratoria sull’Italia si è ridotta di molto rispetto agli anni precedenti, registrando poco più di 31mila domande di protezione internazionale. I residenti stranieri con permesso di soggiorno per asilo, richiesta d’asilo o protezione umanitaria sono lo 0,4% del totale dei residenti in Italia. Sia per la riduzione del flusso delle domande e l’aumento dei dinieghi a causa dei decreti sicurezza, ma anche grazie alla trasformazione di una parte dei permessi di soggiorno per motivi umanitari in permesso di lavoro.

Quanto al secondo luogo comune – «Gli immigrati ci rubano i soldi» – anche in questo caso, facendo riferimento alle cifre ufficiali, si scopre tutt’altro. Il contributo al Prodotto interno lordo dell’immigrazione, invece, è notevole: nel 2018 la ricchezza generata dai lavoratori stranieri è stata di 139 miliardi di euro, pari al 9% del Pil. E nei dieci anni tra il 2001 e il 2011 la crescita accumulata dall’Italia senza il contributo degli immigrati sarebbe stata negativa: -4,4%. Mentre grazie alla spinta della forza lavoro straniera (+6,6%), è risultata positiva (+2,3%). E anche se si guarda al periodo 2011-2016, il contributo dell’immigrazione è stato rilevante (+3,3%) e ha arginato la flessione al “solo” -2,8%, che altrimenti, in assenza di stranieri, avrebbe raggiunto il -6,1%. Senza immigrazione, insomma, il Paese sarebbe finito in una ben peggiore recessione.

Tanto più che a livello fiscale i conti sono in regola. L’introito fiscale che deriva dai cittadini stranieri, sommando tutte le voci, è di circa 11,1 miliardi. Mentre sul versante contributivo, l’Inps incassa dagli immigrati circa 13,9 miliardi l’anno. Considerate le spese per sanità, istruzione, servizi sociali, casa giustizia, sicurezza, accoglienza e previdenza, nel 2017 – anno di massima pressione sul fronte dell’asilo e dell’accoglienza – il totale del costo dell’immigrazione era di 24,8 miliardi, una somma di poco inferiore a quella versata nello stesso anno al fisco e al sistema previdenziale dai cittadini stranieri. Un sostanziale pareggio, quindi. Dovuto anche al fatto che, in media, gli immigrati sono più giovani degli italiani (gli occupati under 35 sono il 29,7% degli occupati stranieri) e hanno costi ben minori delle spese (per i comuni ad esempio si ferma al 4,8%), nonostante costituiscano una percentuale significativa della fascia della popolazione più povera.

Grazie agli immigrati, la popolazione in età da lavoro sale dal 62,9 al 64,2% della popolazione. Gli stranieri occupati sono 2 milioni 455mila. Ma, al contrario di quel che si dice, non «ci rubano il lavoro». Negli ultimi 4-5 anni, l numero di occupati stranieri in Italia è rimasto stabile. E il tasso di occupazione nel corso della crisi è diminuito in misura più marcata tra gli stranieri che tra gli italiani. Non solo quindi gli immigrati non portano via il lavoro a nessuno, ma le mansioni affidate sono concentrate tutte nelle qualifiche più basse. Il 36,2% degli immigrati fa l’operaio. Con una percentuale molto più alta (10,9%) degli italiani di lavoratori sovraqualificati (con un titolo di studio che gli permetterebbe di fare lavori più qualificati), oltre a una fortissima diffusione di lavoro part time involontario e lavoro nero. E le retribuzioni degli stranieri, anche a parità di orario, risultano più basse del 20-22% rispetto a quelle degli italiani. Perché, mentre nel dibattito pubblico vince la logica del respingimento, il mercato del lavoro invece “accoglie” eccome manodopera straniera con contratti irregolari e spesso in nero. Generando a sua volta ulteriori mancate entrate fiscali e contribuzioni previdenziali. Ma, questa volta, non è “colpa degli immigrati”.


Da "https://www.linkiesta.it/" Promemoria per i sovranisti: senza gli immigrati il nostro Pil calerebbe a picco di Lidia Baratta

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Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.


A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo. Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.


Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN
Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia. Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.


Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.


IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO
Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE
Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA
Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».


Da "https://www.lettera43.it/" Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina di Marco Lupis

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