Mark Zuckerberg ha delineato il futuro di Facebook: diventare un metaverso, un mondo interconnesso, virtuale e digitale, senza distanze e con maggiori possibilità di crescita individuale. Un’idea ai limiti della fantascienza ma che è già in via di sviluppo

Nonostante molti leader del Tech abbiano preso la via per lo spazio, Mark Zuckerberg punta al metaverso, un mondo fantascientifico in cui ogni persona può traslare la propria realtà, eliminando le distanze e potenziando le capacità di internet. Il metaverso è un concetto ideato da Neal Stephenson nel 1992, quando scrisse un libro di fantascienza in cui descriveva un mondo completamente virtuale, dentro ad internet e dove ogni personaggio aveva un proprio avatar – quindi una propria rappresentazione digitale di sé. Oggi, questa idea creata per un libro cyberpunk potrebbe diventare realtà proprio grazie a Zuckerberg.

Il fondatore del più grande social network al mondo ha, infatti, recentemente annunciato al proprio staff la volontà di spingere Facebook verso una realtà virtuale e non essere più soltanto la piattaforma dove gli utenti scambiano idee, opinioni e pubblicano foto. Il metaverso dovrà unire il mondo “vero”, fisico, a quello virtuale, avere un’economia propria, essere facilmente fruibile, contenere numerosi utenti ed essere completamente autonomo. Inoltre, il metaverso non potrà essere solamente un’evoluzione di internet, ha precisato il venture capitalist Matthew Ball nel suo blog, ma dovrà essere un sistema decentralizzato, con uno spazio e un universo virtuale che potrà essere utilizzato come un gioco ma anche un mondo parallelo al proprio.

È il mondo descritto da Ball e da Stephenson che vorrebbe creare Zuckerberg e che grazie alla divisione Oculus di Facebook, che produce i visori per la realtà aumentata Quest, sta già iniziando a sviluppare.

Questo mondo virtuale “porterà enormi opportunità: ai creatori individuali e agli artisti; agli individui che vogliono lavorare e possedere case lontano dai centri urbani di oggi; e alle persone che vivono in luoghi dove le opportunità di istruzione o ricreazione sono più limitate. Un metaverso realizzato potrebbe essere la cosa che più si avvicina a un dispositivo di teletrasporto funzionante,” ha detto Zuckerberg in modalità Star Trek durante l’incontro con il proprio staff raccontato da Casey Newton su The Verge.

Oltre a poter assistere alla riunione, Newton ha intervistato Zuckerberg, che ha confessato di voler creare una realtà vera, virtuale e digitale sin dai tempi del liceo. Questo perché, quando il piccolo leader del mondo Tech era giovane, aveva solo un amico interessato ai computer, senza il quale non avrebbe mai creato Facebook. Con il metaverso, un mini-Zuckerberg del futuro potrà conoscere migliaia di persone interessate al mondo Tech perché si cancelleranno completamente le distanze e si creeranno nuove opportunità per miliardi di persone.

L’annuncio per la creazione di un metaverso ha, inoltre, una tempistica da non sottovalutare, dato che arriva proprio nel momento in cui il Congresso Usa sta decidendo le sorti di Facebook, Instagram e WhatsApp. L’ideazione del metaverso potrebbe quindi frenare le proposte sul sul tavolo dei parlamentari e porre ulteriori dubbi e incertezze sul futuro del web, ma anche sul suo potere e la sua governabilità.

Da "formiche.net" Facebook ha conquistato l’universo e ora punta a creare il metaverso di Giulia V. Anderson

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Lunedì, 19 Luglio 2021 00:00

La verità è breve. O no?

Ogni ricerca, si sa, è un contributo alla crescita di tutti più che una verità assoluta. Ma proprio perché servono a farci crescere, ci sono ricerche che non vanno ignorate.
Prendete la lotta alle fake news. Se ne parla da anni, al punto che anche sul termine, «fake news», ormai c’è una certa confusione (per alcuni anche un refuso o una critica sono ormai «fake news», mentre dovrebbero esserlo solo «le notizie create ad arte per screditare qualcuno»). Premesso che chiunque abbia in ogni modo contrastato qualunque «fake news» non solo ha fatto bene ma ha tutta la mia stima, c’è un aspetto di questa vicenda che rischiamo di avere dimenticato. Una delle ragioni è probabilmente legata al fatto che quando pensiamo agli altri li raffiguriamo prendendo spunto dalle persone che conosciamo. E così dimentichiamo che una fetta sempre più grande della popolazione digitale non è come la immaginiamo, non solo perché comprende tipologie di persone che non frequentiamo quasi mai ma anche perché (come abbiamo capito tutti da tempo) anche quelli che conosciamo, a volte, hanno comportamenti «on-line» molto diversi rispetto a quando li incontriamo dal vivo.

C’è un recente studio di Mohsen Mosleh, Cameron Martel, Dean Eckles e David Rand che dovrebbe farci riflettere. Anzitutto perché è partito da una domanda molto pratica. E cioè: quando un utente (in questo caso di Twitter) riceve una correzione pubblica a una fake news che ha pubblicato o anche solo condiviso, starà più attento nei suoi tweet successivi?

CHI PUBBLICA FAKE NEWS E VIENE SCOPERTO SI VERGOGNA?
Succedesse a me e alle persone che conosco, sarei pronto a giurare che ci vergogneremmo come ladri per essere stati ripresi per avere condiviso una fake news e faremmo tantissima attenzione a ogni nostra mossa digitale successiva. Questa ricerca, però, ci svela un altro scenario. Per arrivarci i ricercatori hanno creato una serie di profili con i quali hanno pubblicato 1.500 correzioni ad alcuni tweet con informazioni false di oltre un migliaio di utenti. I risultati fanno pensare: «Gli utenti di Twitter che hanno ricevuto una risposta che smentiva un'affermazione fatta in uno dei loro post, nelle 24 ore successive hanno pubblicato più contenuti da fonti poco affidabili».


Avete letto bene: chi è stato beccato a pubblicare notizie false non solo non si è vergognato minimamente di averlo fatto, ma il fatto di essere stato ripreso pubblicamente invece che frenarlo l'ha spinto ad aumentare la pubblicazione di contenuti falsi.

Il che ci porta a un punto nodale: come si corregge il comportamento di una persona che, se pescata sul fatto e sbugiardata, reagisce in maniera opposta a quello che ci aspetteremmo? Allargando il discorso: come facciamo a far cambiare idea a persone che non vengono minimamente toccate dai convegni, dagli studi, dalle analisi, dai libri e dai dibattiti (tutti benemeriti, per carità) sulle fake news?

Molti esperti sostengono che l’imponente e importante lavoro sulle fake news va fatto per quella che viene definita «la maggioranza silente dei social», cioè da quel numero enorme di persone che non lascia traccia della propria presenza digitale (non mette like, non commenta, non condivide) ma legge (e tanto) ciò che viene scritto nei post come nei commenti.

Per quel che vale anche io sono convinto che sia un lavoro indispensabile e che serva anzitutto alla maggioranza delle persone che frequentano i social, ma tutto questo non risponde minimamente alla nostra domanda: come si comunica con chi passa il proprio tempo pubblicando falsità sui social e non viene toccato dai «metodi tradizionali»?

SAPER RISPONDERE VELOCEMENTE, CON UGUALE FORZA, SENZA ESSERE BANALI
La questione è grande e mette in discussione il modo col quale ognuno di noi comunica oggi. A partire dal fatto che noi (noi giornalisti, noi professori, noi esperti) per comunicare usiamo le parole e i ragionamenti articolati quando in Italia ben 11 milioni di persone (fonte Ocse) non sono in grado di comprendere scritti mediamente complessi. E così non li raggiungiamo.

Non solo. Abituati come siamo ad usare tante parole per spiegare le nostre idee e le nostre posizioni ci stiamo dimenticando che una parte del mondo comunica sui social (e non solo lì) usando slogan, «meme» (cioè, foto, mini video o disegni che attirano l’attenzione degli utenti diventando virali), foto accompagnate da frasi brevissime, storie di Instagram e video di TikTok. Non ci vuole niente, per esempio, a creare un video di pochi secondi per attaccare la Chiesa, accusandola delle peggiori nefandezze, ma ci vuole una bravura tutt’altro che scontata (e che in larga parte dobbiamo ancora imparare) per saper rispondere in pochi secondi con uguale forza senza cadere in un banale (quando poco coinvolgente) «non è vero».

Noi possiamo anche andare avanti all’infinito con (ribadisco: i benemeriti) convegni, webinar, lezioni, laboratori e dibattiti sulle fake news, ma dobbiamo al più presto accettare che il futuro della comunicazione passerà anche dalla nostra capacità di essere sintetici ed efficaci. Di usare ogni mezzo «nuovo» (che ormai, a ben vedere, così nuovo non è) per arrivare a più gente possibile.

In caso contrario ci troveremo a parlare sempre più solo tra noi (noi bravi, educati, amanti delle buone letture e delle buone maniere) in ambiti sempre più ristretti. E quindi a diventare sempre di più marginali. Nel digitale e non solo lì.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" La verità è breve. O no? di Gigio Rancilio

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Non fraintendetemi, come sostenitore della democrazia liberale, dei diritti dei gay e soprattutto della Mannschaft, la nazionale tedesca, ho festeggiato sfrenatamente al pareggio realizzato da Leon Goretzka contro la nazionale ungherese, e anche davanti alla sua esultanza “one love”. Ma al contempo condivido parte delle perplessità espresse dal direttore della sezione internazionale di New Statesman, Jeremy Cliffe, per come i giocatori e i tifosi ungheresi siano stati ritenuti collettivamente responsabili per le politiche intolleranti introdotte dal regime autoritario del loro paese. Lo scontro “liberali contro Ungheria e Uefa” appare un po’ fuori luogo, a dirla tutta.


Naturalmente, come la maggior parte delle grandi organizzazioni sportive, l’Uefa è incredibilmente ipocrita nel suo approccio selettivo alla commistione tra calcio e politica. A parte che tutti gli sport sono politici (in quanto espressione di norme politiche e culturali), un torneo internazionale disputato da squadre che rappresentano entità come gli stati è per costituzione estremamente politico. Inoltre l’Uefa promuove la campagna Equal game per “combattere la discriminazione” su base di genere, razza e sessualità, un tema profondamente politico nel mondo polarizzato di oggi. Ed è vero che il leader autoritario ungherese Viktor Orbán ha esplicitamente inserito il calcio nella sua campagna nazionalista e populista, investendo grandi quantità di denaro pubblico in stadi di proprietà privata. Detto tutto questo, vorrei concentrarmi su un’ipocrisia meno evidente, sul fronte opposto.

Da oltre dieci anni Orbán prende d’assalto la democrazia in Ungheria, e ha incontrato un’opposizione pressoché inesistente quando ha minato e indebolito i diritti di migranti, donne e lavoratori. E allora perché soltanto ora – non solo a causa della nuova legge che criminalizza i contenuti lgbt+ nelle scuole ma, a quanto pare, soprattutto per la politicizzazione della vicenda all’interno di Euro 2020 – la maggior parte degli stati dell’Unione ha deciso che “è troppo”? I diritti degli omosessuali sono davvero così importanti per questi politici? O c’è qualcos’altro sotto?

Arcobaleno ma non troppo
Come hanno sottolineato (e criticato) molti attivisti, ormai da anni i “diritti dei gay” sono diventati uno strumento di marketing per le aziende, i politici e gli stati. Le compagnie fanno opera di “pink washing” utilizzando i colori arcobaleno nei loghi e nei prodotti nel tentativo di renderli più allettanti per i segmenti più giovani e liberali. È una manovra sensata, perché per molti prodotti, in diversi paesi, i benefici di questa presa di posizione sono potenzialmente enormi, e i costi relativamente bassi. Ma bassi sono anche i benefici reali per la causa dei diritti dei gay. Prendiamo per esempio la Bmw. La casa automobilistica ha indossato i colori arcobaleno nel logo prima della partita Germania-Ungheria, ma qualche anno fa ha anche investito oltre un miliardo di dollari in un nuovo stabilimento in Ungheria. Se davvero la Bmw volesse sostenere i diritti delle persone lgbt+ in Ungheria, potrebbe tranquillamente mantenere i colori del proprio logo e nel frattempo minacciare di staccare la spina all’impianto di Debrecen se Orbán non ritirerà la legge.

In politica il pink washing è l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare un oppositore politico e rafforzare le proprie credenziali di modernità e tolleranza. Questo processo è diventato talmente prominente tra i gruppi dell’estrema destra del Nordeuropa da partorire un temine accademico, omonazionalismo. Alcuni gruppi di estrema destra europei utilizzano i diritti dei gay per attaccare l’islam e i musulmani, definendoli “arretrati” e “intolleranti”, rivendicando al contempo uno status di modernità e tolleranza per sé. Il governo israeliano segue questa strada da anni. Eppure sia l’estrema destra israeliana sia quella europea fingono di non vedere l’omofobia rampante all’interno delle loro società.


Quello che sta accadendo oggi in Europa mi sembra una sorta di omoliberalismo, ovvero l’uso dei “diritti dei gay” per attaccare esplicitamente l’Ungheria e presentarsi implicitamente come tolleranti. In altre parole, la faccenda riguarda molto i politici e i governi e molto meno l’Ungheria. Di sicuro non riguarda quasi per niente la comunità lgbt+ e i suoi diritti, in Ungheria o altrove. Per fare un esempio, oggi il primo ministro olandese Mark Rutte si presenta come paladino dei diritti dei gay, ma governa in coalizione con un partito omofobo “soft” (l’Unione cristiana) e ha contribuito alla normalizzazione di un partito omofobo “estremo” (il Partito politico riformato). Allo stesso modo, diversi paesi dell’Unione tra i 17 che hanno chiesto di combattere la “discriminazione anti lgbt+” non riconoscono legalmente i matrimoni gay (Cipro, Italia) o una qualche forma di unione civile (Lettonia), accettata persino in Ungheria.

Se vogliamo davvero difendere la comunità lgbt+ e i suoi diritti, dobbiamo smettere di accettare il pink washing e l’omoliberalismo, cominciando a giudicare le aziende e i politici per ciò che fanno e non per ciò che dicono. Ancora più importante è fare in modo che il pride e la bandiera arcobaleno tornino a essere simboli della celebrazione e della difesa delle nostre comunità lgbt+ (in patria e all’estero) anziché lasciare che siano utilizzati come una strategia per attaccare un avversario politico e nascondere nel frattempo i propri comportamenti tutt’altro che perfetti.

Da "https://www.internazionale.it/" Come governi e aziende usano la causa lgbt+ per il marketing di Cas Mudde

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Venerdì, 02 Luglio 2021 00:00

Quelle che rompono il soffitto di cristallo

Le samaritane: donne che alzano la posta, ieri come oggi

Le samaritane: femminile plurale. Secondo il vangelo di Giovanni, Gesù parla con una Samaritana e, secondo il vangelo di Luca, Gesù indica un qualsiasi Samaritano come figura esemplare di obbedienza alla Legge mosaica. Imponendo, nell’uno e nell’altro caso, di uscire dal sistema.

Da tempo, infatti, i Samaritani avevano costruito un loro tempio sul monte Garizim perché i Giudei li consideravano scismatici a causa della loro contaminazione etnica e religiosa e impedivano loro di partecipare al culto ufficiale di Gerusalemme. È Gesù, quindi, il primo che è uscito dal sistema.

La donna di Samaria

Mi sono sempre domandata come mai a uno dei più famosi templi parigini dell’era consumistica sia stato dato il nome “La Samaritaine”. La motivazione è tutt’altro che insignificante: sulla facciata della prima pompa idraulica fatta porre dal re Enrico IV (1553-1610) sul più antico ponte di Parigi, Pont Neuf, c’era un gruppo scultoreo che rappresentava l’incontro di Gesù con la Samaritana e, proprio su quello stesso ponte, aveva una botteguccia Ernest Cognacq, che con la moglie Marie-Louise Jaÿ fonderà, intorno al 1870, i celebri magazzini della Ville lumière. Quando ancora la memoria biblica faceva da ordito alla vita dell’Europa, insomma, era naturale associare all’acqua il ricordo della donna di Samaria evangelica.
Sconosciuta ai tre vangeli sinottici, la Samaritana [Gv 4,4-42] è invece per Giovanni una vera e propria protagonista del suo vangelo. Il suo incontro con Gesù avviene nella città di Sicàr, importante dal punto di vista religioso perché collegata, per la presenza di un pozzo d’acqua venerato ancora oggi, alla memoria del patriarca Giacobbe e di suo figlio Giuseppe. Non deve stupire, allora, che il pozzo, l’acqua e un’anfora siano per l’evangelista chiari indizi narrativi del significato che ha per lui l’intero racconto, centrato sul primo lungo discorso con il quale Gesù da inizio alla sua rivelazione pubblica.
C’era stato, è vero, l’incontro immediatamente precedente con Nicodemo [Gv 3,1-21] ma, se si considera l’insieme narrativo, sembra quasi che il dialogo con l’importante rabbino di Gerusalemme, uomo del sistema, sia utile soprattutto a preparare quello con qualcuno che è, invece, doppiamente fuori dal sistema perché donna e perché Samaritana. Nicodemo va da Gesù intenzionalmente, ma l’incontro avviene di notte, quasi che non voglia compromettersi, il loro dialogo avanza a fatica. Anche Nicodemo fa domande, cerca di sapere chi è quell’uomo, ma le risposte di Gesù si trasformano presto in un lungo monologo perché Nicodemo, silenziosamente, esce di scena.
L’incontro tra la donna di Samaria e Gesù è invece occasionale, e ha luogo alla piena luce del giorno e si sviluppa fino a culminare in una confessione della condizione messianica di Gesù da parte della donna che intraprende perfino una fortunata azione missionaria nei confronti dei suoi concittadini.

La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»

Al centro del dialogo non può esserci che l’acqua, e la strategia retorica dei fraintendimenti, cara all’evangelista, consente di mettere a fuoco che il vero fulcro del dialogo sta nel riconoscimento che l’acqua, simbolo della sapienza che dà la vita, è nello stesso tempo anche figura dell’insegnamento di Gesù e del dono dello Spirito. La brocca lasciata accanto al pozzo è segno che la donna di Samaria lo ha capito: come le ha detto Gesù, se accoglie il suo insegnamento non avrà più «sete in eterno». Il protagonismo della Samaritana è, per l’evangelista, tutt’altro che secondario: è lei l’interlocutrice insieme alla quale Gesù elabora il primo dei suoi discorsi di rivelazione, è l’incedere delle sue domande che, in un movimento a spirale, obbliga Gesù a uscire sempre più allo scoperto e a dichiararsi apertamente come il Messia. Perché incalzato dalla Samaritana Gesù pronuncia un discorso fortemente radicato nella tradizione anticotestamentaria, ma anche visionario, proteso verso la novità del dono messianico dello Spirito.

Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati incittà a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? […] Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Dal canto suo, anche la donna acquista sempre maggiore consapevolezza grazie alle sue stesse domande e capisce che, per accogliere la novità messianica, anche lei deve mettere in discussione il suo sistema religioso. Purtroppo, oggi come ieri, molti interpreti preferiscono ritenere che l’improvvisa richiesta fattale da Gesù di andare a chiamare suo marito si riferisca al suo disordine sessuale, dato che è costretta ad ammettere di non avere marito e sembra accettare il suo biasimo per averne avuti ben più di uno. Se, piuttosto che all’instabilità della vita matrimoniale della donna, il riferimento ai suoi “cinque mariti” viene inteso per quello che vuole essere, cioè una denuncia da parte di Gesù delle molteplici divinità a cui i Samaritani rendevano culto insieme a quello di Yhwh, allora è in perfetta linea con il resto del discorso e prepara alla dirompente rivelazione del nuovo culto, che ha luogo ormai «in spirito e verità», e a cui tutti, tanto i giudei che i samaritani, dovranno convertirsi.

Per un evangelista come Giovanni, che attinge a una tradizione spirituale che scorre a fianco del sistema della “grande chiesa”, il protagonismo della donna di Samaria serve ad alludere al fatto che la rivelazione di Dio si scontra, da una parte, con il misterioso rifiuto di coloro che avrebbero potuto recepirla e, dall’altra, con l’inattesa accoglienza da parte di coloro ritenuti ad essa più estranei. Non può certo stupire, allora che siano proprio le donne, all’epoca già sospinte progressivamente fuori dai margini delle prime comunità cristiane, a giocare invece un ruolo quanto mai importante nello sviluppo della trama teologica di un vangelo che vuole essere, se non proprio trasgressivo, almeno alternativo: Maria di Nazareth vigila sull’inizio e sul compimento della missione messianica di suo figlio; Marta di Betania pronuncia la più alta confessione cristologica di tutto il vangelo; sua sorella Maria, oltre ad assistere alla risurrezione del loro fratello Lazzaro, unge profeticamente i piedi e il capo di Gesù nella cena che precede il cammino della passione; Maria di Magdala è la destinataria della prima apparizione del Risorto e riceve da lui la prima consegna apostolica. Con loro, anche la donna di Samaria, l’eretica.
La buona samaritana

Doveva essere la fine degli anni ’60: messa domenicale di mezzogiorno nella chiesa del Gesù di Roma. Predica un padre gesuita che conoscevo molto bene e che azzarda un’attualizzazione della parabola del “buon samaritano”: due macchine, la prima targata SCV , Stato città del Vaticano, e la seconda DC , Democrazia Cristiana, passano senza accorgersi di un ferito sulla strada mentre da una terza, targata URSS , Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scende qualcuno che si prende cura del malcapitato. Accostamenti un po’ ingenui, forse, che in noi più giovani non hanno ingenerato nessuno scandalo, ma che al gesuita sono invece costati un mese di interdetto dalla predicazione. Una sanzione che non deve stupire: a Gesù, in fondo, è toccata una sorte ben peggiore. D’altro canto, affermare che un eretico eredita la vita eterna perché rispetta la Legge più di due esponenti della religione ufficiale non deve aver fatto certamente piacere a molti.
La parabola, una delle più note del vangelo, viene pronunciata da Gesù per rispondere a una sfida mossagli da un dottore della Legge che mette in discussione il suo diritto di insegnare visto che non è ufficialmente accreditato a farlo e, come sempre, ribalta la prospettiva dell’interlocutore: a un poveretto che i briganti hanno lasciato ferito sul ciglio della strada prestano soccorso non due figure istituzionali, un sacerdote e un levita, bensì un eretico, un samaritano che si prende cura di lui fino a pagargli il ricovero in un albergo.
In scena tutti maschi: lo sventurato che incappa nei briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, un albergatore.

D’altro canto, si può bene supporre che, al tempo di Gesù, nessuna donna avrebbe potuto avventurarsi da sola sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Se dovessimo rappresentarla oggi, però, potremmo certamente immaginare un casting tutto, o almeno in parte, femminile. Oltre tutto, poiché la parabola comincia con un generico “un uomo” e poiché dobbiamo sempre ritenere che con questo termine non si voglia intendere obbligatoriamente un maschio, allora è del tutto lecito immaginare che chi viene aggredito dai briganti e chi se ne prende cura possano anche essere donne.
Se oggi noi rileggessimo così una delle più famose parabole del vangelo nessuno potrebbe stupirsi. Non tanto per via del politically correct, ma perché un dato di fatto, forse per nulla casuale, è ormai sotto gli occhi di tutti: l’ambito della carità è stato il primo “soffitto di cristallo” che, nella Chiesa, le donne sono riuscite a infrangere, e un gran numero di loro occupa posti di rilievo negli organigrammi delle organizzazioni umanitarie di tutte le chiese e di tutti gli stati. Ho partecipato anni fa a una riunione internazionale di donne in cui hanno preso la parola responsabili di grandi istituzioni di diversi paesi che lavorano, e spesso anche vivono, a stretto contatto con situazioni emergenziali di povertà, malattia, guerra, soccorso in mare, deportazione. Sono tante le donne che, nelle Caritas, nelle Misereor, nella Croce Rossa internazionale, in Medici senza Frontiere, ma anche nei mille rivoli di una dedizione che non ha bisogno di telecamere, si fanno prossimo di infiniti sventurati di tutto il mondo. Sono tante che si spendono nelle missioni o ai bordi delle strade delle nostre città. In questi mesi non ne abbiamo forse viste tante fronteggiare nei nostri ospedali l’emergenza pandemica facendosi silenziosamente prossimo anche di chi era costretto a morire in solitudine?
Non è certo una novità. Lungo i secoli cristiani le buone samaritane sono state innumerevoli, alcune riconosciute e portate a esempio o perfino beatificate e santificate, altre, e sono la maggioranza, anonime, come il samaritano della parabola. E sulle nostre strade molte sono le “eretiche”, donne che consideriamo estranee al nostro sistema sociale e, spesso, anche a quello religioso, ma che non si sottraggono alla cura e alla dedizione verso i tanti “malcapitati” della società del benessere. Anche le samaritane, capaci di farsi prossimo di chiunque sia in difficoltà, non sono meno provocatorie del samaritano del vangelo. A conclusione della parabola, infatti, Gesù pronuncia non un insegnamento, ma un monito:
«Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così» (Lc 10, 36s).

Ci potremmo domandare in quanti saremmo disponibili a prendere esempio da qualcuna che viene da un paese lontano, che ha un colore della pelle diverso, che non ha tutti i permessi necessari per essere dentro il sistema, che appartiene a un’altra chiesa o onora un altro Dio, solo perché fa del bene.

Eppure, ieri come oggi le samaritane evangeliche sono lo specchio dei ministeri che molte donne esercitano nella Chiesa nell’ambito della carità, ma anche dell’insegnamento teologico e della catechesi. Fuori dal sistema? Forse, è venuto il tempo - ed è questo – in cui comincia a non essere più vero.

Da "https://www.osservatoreromano.va/" Quelle che rompono il soffitto di cristallo di Marinella Perroni

Pubblicato in Le parole delle donne

Alessandro Carrera

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Ne cambierà solo i termini, perché delle piattaforme digitali non si farà più a meno. Anche stando in classe, sarà sempre più comune collegarsi con qualche studioso che si voleva invitare ma, o non ci sono i soldi per pagargli tutte le spese, oppure è lo studioso stesso che preferisce dare la sua lezione direttamente da casa. Si faceva anche prima, ma c’erano resistenze da entrambe le parti. Pareva che senza la presenza fisica non ci fosse davvero “l’evento”. Ora, quando ci sarà la presenza fisica, sarà davvero un evento.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Be’, io non mi mettevo in giacca e cravatta, però avevo cura di scegliere almeno un maglioncino presentabile. Si impara. Rivedendo alcuni dei miei primi interventi durante la pandemia, alcuni dei quali finiti su youtube, ho potuto constatare che la luce era orribile, in una particolare collocazione dietro di me la stanza non era per niente in ordine, e che insomma dovevo fare di meglio. Ho cercato subito di dare al tutto un aspetto più professionale, e non volevo usare gli sfondi fasulli che contornano la figura umana come un ologramma venuto dallo spazio. Devo dire però che per una buona qualità di trasmissione la piccola telecamera montata sul computer non sempre basta, e il microfono degli auricolari nemmeno; ci vuole il kit usato da coloro che hanno un canale su youtube.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

So che alcuni miei colleghi non riescono nemmeno a incominciare la lezione se non vedono in faccia tutti gli studenti. Io mi sono sforzato di pensare che stavo conducendo una trasmissione radio interattiva, in cui gli ascoltatori possono farsi sentire/vedere oppure no, possono rivolgermi domande per iscritto, per voce, oppure no. Nell’università americana poi c’è un’enorme attenzione per la privacy degli studenti. Se non vogliono mostrare l’interno delle loro case (ben pochi usano gli sfondi pre-programmati, mi sa che non piacciono proprio a nessuno), io non li posso costringere e non voglio neanche insistere. Certo, in alcuni casi avrei preferito capire con chi avevo a che fare, perché, sempre nelle università americane, bisogna sempre stare attenti a non dire niente di insensitive, e per essere sicuro che non stai offendendo qualcuno sarebbe meglio poterlo guardare in faccia e sapere di che razza è, di che sesso è, di che gender è, ecc. ecc. Però la mia impressione dopo due semestri e mezzo di insegnamento online (dal marzo 2020 al maggio 2021) è che la partecipazione è stata più o meno la stessa che avrei avuto in classe, e nemmeno c’è stata una disparità tra le domande che mi rivolgevano gli studenti e quelle rivolte dalle studentesse. Anzi, le domande erano in numero maggiore di quelle che normalmente ricevo in classe. Gli studenti americani (ma non credo siano solo loro) sono molto competitivi tra loro e se non fanno domande è anche perché non vogliono “esporsi” ai loro compagni di classe. Ma da casa forse si sentivano più sicuri. Abbiamo avuto discussioni che non mi sarei aspettato.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Nelle università americane tutti gli studenti devono essere frequentanti, non è ammesso presentarsi solo agli esami. Se io so che uno è uno studente lavoratore posso chiudere un occhio su qualche assenza, ma non più di tanto, altrimenti lo farei oggetto di un favoritismo a danno di chi in classe ci viene sempre. Piuttosto, ho avuto studenti che non erano riusciti a venire fisicamente negli Stati Uniti per via delle restrizioni ai viaggi e hanno seguito l’intero semestre dalla Cina.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Alla fine del primo semestre “misto” (gennaio-maggio 2020) una studentessa ha scritto nelle sue valutazioni che io in classe ero molto più naturale, e non faccio fatica a crederci. Il cambiamento era stato brusco, più o meno da una settimana all’altra. Per quanto spesso l’insegnamento a distanza si riveli molto comodo (ma per quello che insegno io non ho bisogno né di laboratori né di un contatto continuo; per i miei colleghi che insegnano, ad esempio, i primi anni di lingue straniere non è stato facile per niente), non può sostituire completamente la presenza fisica. Esistono infiniti fattori prossemici che sono parte integrante dell’insegnamento, come ti muovi, chi guardi, il tono di voce che usi, e così via. Ma devo anche aggiungere che alcuni colleghi davanti allo schermo del computer si sono trovati più a loro agio di quanto credessero. Se in classe si dimostravano magari rigidi per nascondere l’insicurezza, a casa loro, esattamente come i loro studenti, si sentivano più a loro agio. Saranno stati certamente una minoranza, ma insomma ci sono anche loro. E adesso temono il momento in cui torneranno in classe…

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Il fatto che molte classi abbiano sempre lo stesso numero di iscritti è uno dei fattori che fa aumentare i costi dell’istruzione. Tutto col tempo aumenta: la manutenzione, l’equipaggiamento, anche gli stipendi (poco). Mentre, per dire, le aule dove insegno io sono sempre programmate per venticinque-trenta persone. Ce ne sono di più grandi, ma poche, e sono riservate ai corsi introduttivi generali. Poter insegnare in modalità hybrid o HyFlex (high flexibility), con una parte degli studenti in classe e l’altra online, certamente può contribuire ad abbattere i costi e risolvere in parte il problema delle aule, ma non è la migliore delle soluzioni, né per gli insegnanti né per gli studenti. Vuol dire che non ti puoi muovere dal computer che c’è in classe, che devi pensare molto di più a chi ti segue in remoto che a chi sta lì davanti a te. È come essere sempre al telefono, e si sa che se qualcuno ti telefona la persona in carne e ossa davanti a te passa in secondo piano. Meglio decidere: o tutto in presenza o tutto online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’anno scorso si diceva “Andrà tutto bene”, e abbiamo visto che non è andato tutto bene. Non vorrei dare l’impressione che con l’insegnamento a distanza sia andato tutto bene, perché non è così, ma è anche vero che io parlo da un punto di vista privilegiato. Io insegno tre argomenti generali: cultura italiana (letteratura, cinema e musica), storia delle idee della modernità, teoria del cinema. L’approccio non cambia, né in presenza né in remoto. Ma siccome la maggior parte dei miei studenti non ha mai studiato questi argomenti prima di venire da me, e tutto quello che gli dico io è nuovo, solo raramente posso davvero approfondire. Devo mantenermi su un livello di divulgazione e anche, per forza, di intrattenimento, perché non posso “stancarli” riempiendoli di informazioni che per loro non hanno significato, o l’avrebbero soltanto se fossero già in possesso di una conoscenza di base. Questo per dire che mi sentivo un commentatore radiofonico o il conduttore di un programma televisivo di divulgazione culturale anche prima della pandemia e del passaggio alla didattica a distanza. Mi sono chiesto spesso se quello che faccio da molti anni in qua sia davvero un insegnare. Forse no. Forse sono solo un disc jokey della cultura. Metto su questo, metto su quello, vedo quale mix è migliore di altri mix, lo ripropongo, lo cambio, faccio qualche esperimento, sento quali richieste mi arrivano dalla pista da ballo (la classe) o dagli ascoltatori/spettatori che mi mandano messaggi, ed è tutto molto interessante, stimolante, e anche divertente, ma non è insegnare, o almeno non è l’insegnamento come l’ho vissuto io, dal liceo all’università, in Italia negli anni settanta, pur in mezzo a tutto ciò che succedeva in quegli anni. Quella era un’altra cosa, e mi manca, come mi manca la possibilità di riprodurre la profondità, l’intensità di quel modello di insegnamento. Non che non avesse difetti, per carità, ma non era dee-jaying, certamente no. Solo quando ho dei dottorandi posso avvicinarmi a quello che davvero ho imparato dai miei insegnanti, ma nella mia università mi capita di rado. Detto questo, il mestiere di dj della cultura ha il suo fascino, anzi in certi casi può essere l’unico approccio che funziona. E ha questo vantaggio, che non cambia molto se si passa dalla presenza al remoto o viceversa. Se ti sai giostrare su quello che la rete e i servizi di streaming ti mettono a disposizione, te la cavi.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Quello che è sempre stata. La trasmissione di un entusiasmo, di una passione. Lo studente deve capire che tu sei lì a parlargli perché l’hai voluto e che non cambieresti il tuo mestiere con nessun altro al mondo. Potrà anche dimenticare il contenuto del corso il giorno dopo l’esame finale, ma non dimenticherà quella scossa elettrica che gli hai passato, saprà che insegnare e imparare valeva la pena, anche se magari sul momento non è stato in grado di approfittarne ed era perso in tutt’altri problemi. Sto pensando che nell’ultima canzone che finora ha pubblicato, Murder Most Foul, Bob Dylan passa dieci minuti su diciassette a chiedere al leggendario dj Wolfman Jack di “mettere su” questo o quel pezzo per commemorare l’uccisione del presidente Kennedy. Ma non gli chiede di “mettere su” solo brani di musica, bensì anche classici film hollywoodiani o Il mercante di Venezia. In altre parole, Dylan sta chiedendo a Wolfman Jack di “mettere su” l’intera cultura e di diffonderla in remoto, attraverso l’etere. Credo che nell’ultimo anno gli insegnanti siano stati tutti un po’ come Wolfman Jack, ostinati a lanciare messaggi nello spazio, sperando che qualcuno li raccogliesse.

Davide Sisto

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

Personalmente, ho patito la “fatica digitale” soprattutto nei mesi primaverili del 2020, quindi nella parte iniziale della pandemia, la quale mi ha colto impreparato. Tra l’autunno 2020 e la primavera 2021 ho cercato di affrontare nel modo più razionale possibile il ricorso esclusivo alle piattaforme digitali, creandomi delle strategie puntuali per contrapporre all’isolamento digitale qualche piccola via di fuga offline (per esempio, lunghe passeggiate distensive nei ritagli di tempo). Certamente, gli aspetti più negativi sono stati il senso di alienazione provocato dallo stare da solo sempre nello stesso luogo (lo studio casalingo) e la precarietà della connessione. Ritengo necessario, tuttavia, una volta terminata l’emergenza sanitaria, studiare collettivamente le modalità più opportune per rendere una consuetudine positiva l’uso delle piattaforme digitali in determinate circostanze: riunioni di lavoro in cui non è necessaria la presenza fisica, colloqui tra persone che vivono in città o, addirittura, in nazioni distanti, i concorsi universitari per abbattere i costi delle trasferte, ecc. Tali modalità implicano un deciso irrobustimento della connessione wifi, una lotta attenta contro il digital divide (ogni cittadino di ogni ceto sociale dovrebbe essere messo nella condizione di accedere in egual modo ai contenuti offerti dalle piattaforme digitali), nonché uno studio attento delle dinamiche “teatrali” che caratterizzano la specifica interazione online tramite le piattaforme. Se è probabilmente disumanizzante la partecipazione a conferenze e convegni solo online, non lo è per niente porre un limite a riunioni in presenza che, il più delle volte, rappresentano solo enormi perdite di tempo.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dal mio punto di vista, è stato un problema di non poco conto, essendo obbligato a fare lezione in una stanza con tre finestre davanti alla scrivania. Non sono riuscito ancora a trovare un tipo di luce adatta, ritrovandomi ad avere un’immagine o troppo scura o troppo “spettrale”, con una parte di volto “sbiancata”. Ritengo necessario riuscire a comprendere, anche nella fase post pandemia, quale sia il miglior tipo di lampada o di postazione per offrire la miglior immagine possibile agli studenti. Credo, infatti, che non torneremo indietro, adottando molto spesso le piattaforme digitali per evitare gli spostamenti più superflui o costosi.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Ho lasciato a studenti e studentesse la totale libertà di scelta. Insegnando in tre corsi a cui ho voluto dare un taglio molto interattivo, gli ho lasciato la libertà di intervenire a telecamera accesa o spenta. Addirittura, la libertà di intervenire tramite chat pubblica o chat privata, nel caso in cui la timidezza avesse rappresentato un ostacolo insormontabile per l’interazione reciproca. Sono soddisfatto della partecipazione, sempre molto attiva, da parte di studenti e studentesse. Non ho percepito in alcun modo una differenza, in senso negativo, tra l’interazione in presenza e quella a distanza. Soprattutto, penso che la chat possa rappresentare – almeno, parzialmente – un escamotage per limitare i timori che inibiscono molto spesso gli studenti. Credo, infine, che occorra capire le dinamiche sociali e comunicative delle generazioni più giovani, le quali sono abituate a interagire a distanza. Intercettando questo tipo di dinamiche, è possibile generare forme di dialogo non meno proficue rispetto a quelle sviluppate in presenza.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

Non saprei valutare in maniera oggettiva. Certamente, il caricamento a posteriori delle lezioni, tenute in diretta, sulla piattaforma Moodle ha permesso agli studenti non frequentanti di poter guardare in differita le lezioni, contando anche su molteplici ampliamenti delle tematiche affrontate: per ogni registrazione ho, infatti, aggiunto articoli o video inerenti al tema della lezione. Ritengo un’opportunità preziosa, soprattutto in vista della preparazione degli esami, la disponibilità delle intere lezioni in differita per gli studenti lavoratori che sono obbligati a saltare quelle in diretta. Opportunità preziosa anche per chi non è particolarmente capace a prendere appunti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Sebbene preferisca l’interazione in presenza fisica, anche per “cambiare aria” e non essere sempre nello stesso ambiente (il mio studio casalingo), trovo estremamente vantaggiosa la dimensione a distanza per creare lezioni che alternano alla mia voce immagini, testi scritti e video. Le lezioni che reputo meglio riuscite sono, infatti, quelle in cui il mio ruolo è consistito nel coordinare in maniera razionale e ragionata immagini fotografiche, citazioni scritte e video. Tali lezioni hanno generato un collage di esperienze educative, le quali hanno messo gli studenti nella condizione di immergersi in modo completo all’interno del tema affrontato, non perdendo l’attenzione e ampliando gli spunti a partire dai quali aprire un dibattito.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

L’unico svantaggio, a mio avviso, è la scarsa mobilità del docente. A me piace, generalmente, stare in piedi, camminare e muovermi mentre parlo. Il live streaming obbliga una immobilità fisica che può creare qualche disagio nel mio modo di esprimermi e può creare una certa distanza rispetto agli studenti in aula. Sono, comunque, convinto che i pregi superino i difetti proprio per la possibilità di dar vita a lezioni più “creative”, che uniscono alle parole espresse a voce anche immagini e video.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

L’esperienza della didattica a distanza è stata particolarmente educativa per migliorare l’efficacia nell’uso del power point e per la possibilità di rendere più completo l’argomento trattato tramite un insieme di parole scritte, immagini fotografiche e videoregistrazioni, mettendo a frutto le molteplici opportunità offerte dalla Rete. Sono totalmente convinto che internet non sia ancora utilizzato come si deve nella preparazione e nell’esposizione delle lezioni universitarie, soprattutto per quanto riguarda le discipline umanistiche. Le uniche forme di lezione a distanza che capisco poco, in realtà, sono quelle in differita, poiché impediscono qualsivoglia forma di dialogo e di interazione. A meno che non diventino uno spunto per una discussione dei contenuti trattati nella successiva lezione in diretta.

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione non equivale, a mio avviso, a un docente che parla per due o tre ore di seguito, partendo dal presupposto che la sola trasmissione vocale del sapere sia pertinente per l’insegnamento accademico. Ritengo, invece, che le tecnologie digitali, determinando un prolungamento della nostra presenza fisica tramite la condivisione e la registrazione di testi scritti, immagini fotografiche e video, possano favorire la creazione di lezioni ibride, in cui l’insieme dei dati prenda letteralmente corpo, valorizzando le diverse caratteristiche narrative che contraddistinguono la scrittura, la fotografia e le videoregistrazioni. In tal modo, gli studenti hanno la possibilità di immergersi maggiormente all’interno dell’argomento trattato, limitando i pericoli della distrazione. Ancor di più, l’interazione tra docenti e studenti può trarre benefici importanti dall’applicazione alle lezioni universitarie dei metodi comunicativi adottati sui social media o nei blog. Dal punto di vista del docente, occorre – a mio avviso – sviluppare un po’ di fantasia e di creatività per ampliare il proprio modo di comunicare.

Vanni Codeluppi

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

La pandemia di Covid-19 ha legittimato un ricorso massiccio alla vita online in tutte le sue forme. Non è possibile attualmente prevedere se effettivamente nei prossimi mesi ci sarà un ritorno alla situazione precedente alla pandemia, ma, nell’eventualità che ciò si avverasse, rimarrà comunque consistente la quantità di tempo dedicato dalle persone alla vita online. E pertanto continueranno ad essere rilevanti anche le conseguenze generate da tale condizione di vita, a cominciare dalla cosiddetta digital fatigue.

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

Dato che probabilmente il peso della comunicazione digitale rimarrà consistente, sarebbe opportuno un massiccio intervento di formazione dei docenti. Prima della pandemia si faceva ben poca formazione dei docenti, ma a maggior ragione sarebbe opportuno farla oggi, con un massiccio impiego di strumenti digitali, i quali, per poter essere sfruttati al meglio, richiedono nuove competenze.

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

Nelle università delle grandi città, le elevate quantità di studenti presenti normalmente nelle lezioni impediscono di fare utilizzare le telecamere agli studenti durante le lezioni. Si utilizzano i microfoni e le chat. Ovviamente, le piattaforme digitali, per quanto siano sofisticate, rimangono grossolane e deficitarie rispetto alle lezioni in presenza. Pertanto, nelle lezioni online l’intensità di partecipazione degli studenti è decisamente inferiore rispetto a quelle in presenza. Non ho notato invece grandi differenze tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse.

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

La possibilità data agli studenti da quasi tutte le università di ascoltare le registrazioni delle lezioni, ha fatto sì che sia calato sensibilmente il numero di studenti che hanno seguito in streaming. Ciò indubbiamente ha dato una maggiore flessibilità d’uso agli studenti e ha favorito chi abitualmente non frequenta, spesso per ragioni di lavoro. Questi però, a mio avviso, sono un numero ridotto di studenti e ciò pertanto non compensa la riduzione d’interattività che la fruizione della registrazione delle lezioni comporta per la maggior parte degli studenti.

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica?

Nella didattica è estremamente importante il rapporto che si stabilisce tra i corpi degli studenti e quelli dei docenti. Con l’online ovviamente il ruolo dei corpi s’indebolisce e al momento è stato trovato ben poco per poter sopperire a questa mancanza.

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi?

Probabilmente in futuro questa sarà una strada inevitabile. Gli svantaggi sono quelli già detti e causati dalle attuali limitazioni tecniche della didattica online.

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro?

La didattica a distanza mi ha insegnato che la comunicazione online è molto più complessa di quello che può sembrare a prima vista e richiede un notevole impegno e molti investimenti.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

Una lezione può essere caratterizzata da tanti aspetti differenti, ma occorre sempre tener presente che si tratta comunque di una forma di comunicazione e che quindi, in quanto tale, è anche una forma di condivisione.

Da "https://www.doppiozero.com" L'università dopo lo scossone della pandemia di Alessandro Carrera, Davide Sisto, Vanni Codeluppi

Pubblicato in Studi e ricerche

La domanda «Come trasmettere la complessita??» comporta una questione preliminare: come conoscere, o riconoscere, la complessita?? Vorrei insistere, per cominciare, sul fatto che le conoscenze che ci sono dispensate dall’informazione o dai media, cosi? come le conoscenze dispensate dall’insegnamento, non ci preparano a riconoscere la complessita?.
Prendo il termine “complessita?” anzitutto in un senso primario, derivato dal termine latino complexus, che indica cio? che e? tessuto insieme. Gli eventi non sono mai isolati; sono in un contesto, il quale a sua volta sta in un sovracontesto. C’e? sempre un tessuto comune. Pascal, nel XVII secolo, aveva una visione estremamente perspicace quando diceva che «tutte le cose essendo causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte dialogando tra loro attraverso un legame naturale e impercettibile che lega le piu? distanti e le piu? diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non piu? di quanto lo sia conoscere il tutto senza conoscere le parti». Ecco quale sfida gigantesca ci attende.

Quelle che vengono chiamate informazioni, provenienti dai media, mi fanno pensare a un’altra frase pertinente del grande poeta T.S. Eliot: «Qual e? la conoscenza che perdiamo nell’informazione?

E qual e? la saggezza che perdiamo nella conoscenza?». Quale conoscenza perdiamo nell’informazione? Le informazioni disperse sono come una pioggia, una nube, se non c’e? un sistema di conoscenza in grado di organizzarle e di dare loro un senso. E poi bisogna che questo sistema organizzatore abbia una qualche pertinenza. Che non derivi esso stesso da un manicheismo o da una mutilazione della realta?. Inoltre Eliot parlava molto giustamente di saggezza, ossia della necessita? di incorporare quello che sappiamo nelle nostre vite, nei nostri comportamenti. Anche qui, non ci sono saggezza e arte di vivere possibili davanti a conoscenze puramente oggettivate.

Si puo? dire allora che per fortuna abbiamo un sistema educativo che consente di organizzare le conoscenze. Ebbene, questo sistema educativo e? fondato, appunto, sulla separazione, il frazionamento e la disgregazione del tessuto comune di tutte le cose. Questo principio, del resto, e? stato fecondissimo per lo sviluppo delle conoscenze, a partire dallo slancio delle scienze moderne che si sono incanalate nelle discipline. Ma queste ultime, sempre piu? separate, isolate le une dalle altre, fanno si? che tra loro si formino enormi buchi neri: ci rendono ciechi su un certo numero di realta? e di problemi essenziali e vitali. Questo sistema educativo comincia nella primaria, prosegue nella secondaria e culmina nell’insegnamento superiore. In fin dei conti tutte le realta?, tutti i grandi problemi, vengono disgregati.

La questione dell’umano
Prendiamo la realta? fondamentale che riguarda ciascuno: che cosa significa essere “umano”? Naturalmente ci sono le scienze umane e sociali, che si dividono in economia, sociologia, psicologia, scienza delle religioni. Ma comunicano spesso male tra loro e rischiano di conoscere solo frammenti di realta?. Oltretutto, non ci sono solo le scienze sociali e umane. Tutta una parte della realta? umana e? una realta? biologica. Noi siamo esseri viventi. Persino il nostro cervello, senza il quale non potremmo conoscere e pensare, e? un organo biologico. Ebbene, questa realta? biologica viene completamente separata dall’altra realta? umana. O gli uni dimenticano che noi siamo esseri viventi e riducono l’umano al culturale e allo spirituale. O gli altri riducono tutto quello che c’e? di culturale e di spirituale a geni o a comportamenti presenti gia? nel mondo animale. Si e? come incapaci di pensare questa realta? duplice. Oggi, sapendo piu? che in passato che la realta? biologica e? costituita da molecole e da atomi che si trovano nella natura, ci rendiamo conto che il nostro rapporto con il mondo fisico e? molto piu? profondo di quanto avremmo creduto. Le nostre particelle si sono forse formate nei primi secondi dell’universo. Gli atomi necessari alla vita si sono costituiti in un sole anteriore al nostro. Insomma, partecipiamo a tutta una storia cosmica. Ma questa storia rimane invisibile fintanto che tutti gli elementi restano separati.

Inoltre non ci sono solo le scienze: la letteratura e la poesia sono anch’esse mezzi di conoscenza dell’umano. Direi addirittura mezzi che comportano l’integrazione di quello che le scienze sono obbligate a distruggere: ossia la realta? soggettiva di ciascun individuo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. Lo mostra il romanzo, il grande romanzo, da Balzac fino a Proust, passando per Dostoevskij. Quanto alla poesia, non e? solo un lusso della letteratura. Ci inizia a quella cosa essenziale che e? la qualita? poetica della vita, contrapposta al suo aspetto prosaico, che consiste nel fare le cose necessarie, talora obbligatorie, indispensabili a guadagnarsi la vita, ma che ignora la comunione, l’amore, l’estasi, il gioco.

L’era planetaria e il dialogo fra le civilta?
«Dove andiamo?» e? la seconda grande domanda che ci si puo? porre a partire dal secondo grande buco nero del nostro sistema educativo: la globalizzazione. Questa e? il prodotto ultimo, cominciato alla fine del XV secolo, di un processo che si dispiega a partire dal XVI secolo, dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione della Terra: l’era planetaria. Essa si e? sviluppata attraverso la dominazione, lo schiavismo, l’oppressione, ma sono pochissime le menti in Occidente ad avere percepito quello che stava accadendo. Da un lato, Bartolomeo de Las Casas fa ammettere alla Chiesa che gli amerindi hanno un’anima, benche? Cristo non abbia viaggiato in America. E Montaigne afferma che quelli che vengono chiamati “barbari” semplicemente appartengono a un’altra civilta?. Cosi? comincia quel processo di autocritica dell’Occidente ancora minoritario, ma tanto necessario. Ecco dunque quest’epoca planetaria che oggi si e? sviluppata con il crollo delle economie sedicenti socialiste e con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione immediata. Ne e? risultata un’economia ormai globale, ma che purtroppo manca di regolazione.

E? importante riconoscere i precedenti di quest’epoca planetaria e i suoi aspetti ambivalenti. Infatti non esiste un’unica globalizzazione. Ce ne sono forse parecchie. Ce n’e? stata almeno una seconda: quella che e? cominciata con Montaigne e Bartolomeo de Las Casas e? proseguita con l’umanesimo europeo, poi con l’internazionalismo e oggi con l’altromondismo. E? la globalizzazione incompiuta, incerta, delle idee di democrazia, diritti dell’uomo, diritti della donna. Ci sono ambivalenze straordinarie. Gia? Marx, nel XIX secolo, diceva che il capitalismo avrebbe creato condizioni per una vera e propria letteratura mondiale. Cosa che si sta in effetti realizzando, e non solo per e?lite ristrette in differenti Paesi. Cosi? ora conosciamo traduzioni di romanzi cinesi, giapponesi, latinoamericani.

Il groviglio del presente, l’incertezza del futuro
Per comprendere quest’epoca planetaria e? necessario che esista un insegnamento di fondo sul tema, come sulla condizione e l’identita? umana. Ebbene, esso e? totalmente assente dalle strutture del nostro insegnamento. Oltretutto, e? una conoscenza difficile. Perche?? Anzitutto, e? difficilissimo prendere coscienza di quanto sta accadendo. Il filosofo spagnolo Jose? Ortega y Gasset diceva appunto: «Non sappiamo cosa sta accadendo, e sta accadendo proprio questo», ossia la nostra ignoranza di quel che accade. Per di piu?, ci vuole sempre un certo tempo per prendere coscienza di quanto accade. Si puo? citare, in proposito, un altro filosofo, Hegel, che diceva: «L’uccello di Minerva spicca il volo al crepuscolo». Ossia l’uccello della razionalita?, della saggezza, della comprensione arriva sempre troppo tardi, o almeno molto tardi.

E? dunque difficile comprendere cio? che avviene; difficile comprendere un presente aggrovigliato. E? questa la complessita?. Quando si semplifica, alcuni vedono solo processi demografici. Altri vedono solo conflitti tra religioni, altri ancora solo derive del capitalismo eccetera. Il grande problema e? come tutti questi processi interagiscano tra loro in un nodo gordiano inestricabile. Questa conoscenza, perche? difficile, e? necessaria; e richiede un modo di conoscenza complesso.

Ecco il problema della conoscenza di cio? che accade. Ma in piu? si pone il problema del futuro. Non esiste piu? quella filosofia che ci diceva che il futuro era gia? in strada verso il progresso. Non crediamo piu? che la locomotiva della storia traini l’umanita? sempre verso il meglio.

Non solo questa fede nel progresso e il mito di una storia teleguidata verso un bel futuro, che si credevano razionali, sono crollati, ma sappiamo che esiste un’incertezza di fondo. Nessuno puo? predire il domani. L’11 settembre 2001, o l’implosione dell’Unione Sovietica, per la maggior parte degli osservatori furono imprevisti. Come diceva gia? Euripide, cinque secoli prima della nostra era: «Ad accadere non e? il previsto, e? quasi sempre l’imprevisto». Ebbene, non siamo pronti ad affrontare questo imprevisto. Non siamo pronti a pensare il mondo com’e?. Non solo le realta? vengono totalmente disintegrate, ma i grandi problemi vengono ignorati.

Che cos’e? la conoscenza? Che cos’e? la comprensione?
Si insegnano conoscenze, ma non si insegna mai che cosa sia la conoscenza. Ossia qualcosa che corre sempre il rischio dell’errore e dell’illusione. Come sappiamo tutti riguardo a conoscenze che in passato sembravano evidenti e che oggi ci appaiono puerili, ridicole e false. Chi ci dice che non sia lo stesso per le nostre convinzioni di oggi? Dieci o quindici anni fa il liberalismo economico sembrava un dogma, oggi appare un’ideologia sempre piu? minata e sminuita. C’e? stato il mito del comunismo prima, ce ne sono stati altri. Significa che viviamo nell’illusione che il presente sia lucido e che gli errori siano riservati al passato. Qui sta il problema: conoscere la conoscenza, le trappole della conoscenza. Trappole presenti nella psicologia di ciascuno, nella cultura, nei rapporti umani. La conoscenza della conoscenza, che e? solo un piccolo capitolo per specialisti della filosofia, deve essere un problema centrale insegnato fin dall’infanzia.

Inoltre non ci si interroga sulla comprensione: che cos’e? la comprensione umana? Ossia qualcosa di vitale non solo per i nostri rapporti con le altre nazioni, le altre culture, ma anche per i rapporti all’interno del nostro mondo, delle nostre famiglie, del nostro lavoro. Finche? non ci sara? maggior progresso nelle nostre capacita? di comprendere, non ci sara? progresso nei rapporti tra esseri umani.

Ebbene, non si insegna la comprensione dei rapporti umani. Non si insegna nemmeno ad affrontare le incertezze. Anche qui: si insegnano certezze, proprio quando le scienze piu? avanzate devono confrontarsi con l’incertezza, con l’aleatorio. Vale per le scienze umane come la storia, ma non parliamo oggi della microfisica o della scienza del cosmo, che non puo? dirci dove va il nostro universo. Tanto l’origine quanto il futuro restano avvolti dal mistero. La parola Big Bang e? solo una metafora.

Le scienze imparano sempre piu? a lavorare con l’incertezza, ma questo e? un problema per ognuno. Ogni destino individuale e? un destino il cui futuro e? incerto. Fin dalla nascita, nessuno sa quale sara? il suo sviluppo, le sue malattie, quali saranno gli incontri che fara?, se la coppia che formera? sara? felice... Il giorno della nostra morte e? sconosciuto, per quanto la morte sia una certezza. Quello che e? vero per il destino degli individui e? vero per il destino delle societa? e del pianeta.

Crisi dell’intelligibilita?, assenza di progetto
Questo per dire che le conoscenze fondamentali, principali, non vengono insegnate. Del resto c’e? una crisi dell’intelligibilita?, una crisi dell’intelligenza. L’intelligenza che trionfa, quella degli esperti che popolano i ministeri, quella degli specialisti che vivono solo all’interno della loro specialita? senza guardare cio? che succede intorno, e? un’intelligenza cieca. Da? visioni unilaterali qualunque sia l’evento che si guarda: la crisi delle periferie come la crisi planetaria.

In quest’assenza di futuro, senza la possibilita? di provare a elaborare, se non un programma, almeno una strada per affrontare l’incertezza del futuro, i politici e le persone vivono alla giornata. Naturalmente le famiglie fanno progetti sui figli, sulla loro progenie. Si puo? vivere alla giornata anche guardando la televisione, partendo per il fine settimana. Ma pensiamo che nella maggior parte delle regioni del mondo vivere alla giornata significa vivere nell’angoscia e nella miseria, non solo materiale. Miseria dell’umiliazione e della subordinazione. Allora, quando la politica stessa vive alla giornata e si riduce all’economia, quando l’economia funziona solo sul calcolo e quando il calcolo stesso ignora le realta? umane – le passioni, i sentimenti, l’amore, l’odio, la sofferenza, l’umiliazione – si diventa incapaci di capire. Ogni volta che c’e? un problema – si tratti di un’inondazione nel Terzo Mondo, dell’Aids in Africa o della crisi delle periferie – si individua la causa nella mancanza di soldi. Bisogna aumentare i mezzi! I soldi, naturalmente, sono necessari. Ma si dimentica il problema fondamentale: l’umiliazione, le discriminazioni e tutti quegli atteggiamenti umani dissolti in una visione in cui il calcolo e? re.

Per un pensiero transdisciplinare
La situazione e? questa. Si dira?: «Si?, bisogna collegare le conoscenze, riformare il pensiero, riformare la conoscenza». Ma cio? non puo? avvenire per pii desideri, mettendo una accanto all’altra le diverse discipline in modo che vadano naturalmente ad articolarsi le une con le altre. No! Non possono farlo. Hanno ciascuna il proprio linguaggio, il proprio sistema di pensiero. Quello che serve e? un pensiero in gra do di creare gli strumenti transdisciplinari che possano articolare le conoscenze derivanti dalle diverse discipline. Qui non ho il tempo di andare piu? a fondo; ho dedicato parecchi volumi a un lavoro che mi ha occupato per alcune decine di anni. Quello che voglio dire, qui, e? che esistono modalita? di pensiero che permettono di collegare le cose.

Ad esempio, il principio ologrammatico. Consiste nel dire, nel concepire, che non solo la parte sta in un tutto, ma che il tutto e? anch’esso all’interno della parte. E? un’idea che puo? sembrare del tutto paradossale, ma che e? incessantemente convalidata almeno biologicamente. In ogni cellula del mio organismo, comprese le cellule della mia pelle, e? iscritta la totalita? del mio patrimonio genetico. Naturalmente vi si trova espressa una sola parte, quella che permette di formare la pelle. La totalita? e? presente in ogni cellula di ogni organo specializzato. Noi, in quanto individui, possiamo dire che il tutto della societa? e? presente in noi attraverso il linguaggio, le culture, le idee. Allo stesso modo il tutto della specie in quanto organizzazione genetica e sistema di riproduzione e? presente in ciascuno di noi. Il tutto e? nella parte, la quale e? nel tutto.

Altro esempio: il principio ricorsivo tratto dal mondo della matematica, ossia il principio secondo il quale in un sistema i prodotti e gli effetti sono necessari alla loro stessa produzione. Puo? apparire assolutamente paradossale. Riflettiamo un po’. Siamo individui umani, siamo prodotti di un sistema di riproduzione biologica. Questo sistema di riproduzione puo? andare avanti solo con l’aiuto degli individui umani, sempre che vogliano accoppiarsi, nell’attesa che il sistema si metta a funzionare da solo tramite clonazione o incubatrice! Cio? significa che siamo al tempo stesso prodotti e produttori. Lo stesso accade nei nostri rapporti con la societa?: siamo i prodotti di una societa?, di una cultura, e ne siamo al tempo stesso i produttori, poiche? sono le interazioni tra gli individui a produrre incessantemente la societa?. C’e? dunque la necessita? di abbandonare un pensiero lineare con un inizio e una fine. E? il grande merito di quello che Norbert Wiener ha chiamato il feed-back, la retroazione: in particolare, la retroazione negativa che si verifica in un sistema di riscaldamento regolato da un termostato. Esiste un ciclo dove il prodotto retroagisce sulla causa e la regola. Il sistema e? ad anello e non piu? lineare. Questo permette di conoscere e di collegare aspetti della realta? complessi e disgiunti.

Ultimo esempio di questa rapida panoramica e? la dialogica, erede della dialettica di Hegel e di Marx. Due istanze antagoniste, contraddittorie, sono necessarie per comprendere un fenomeno complesso. Esse sono al tempo stesso complementari e antagoniste. Abbiamo dunque bisogno di poter cambiare le strutture del nostro pensiero. Lavoro difficilissimo. I pochi rapporti logici chiave che comandano inconsciamente il nostro modo di conoscere – possiamo definirli un paradigma – sono i prodotti di una storia. Il mondo occidentale vive sotto il dominio di un paradigma che ci ingiunge di separare, dissociare e ridurre il complesso al semplice per conoscere meglio. Quando obbediamo a questo principio, dissolviamo la complessita?. Pensiamo che essa non abbia alcun interesse, alcun senso, che sia pura illusione o apparenza. Ebbene, bisogna saper separare, conoscere gli elementi, e poi essere capaci di ricomporre. C’e?, in questo, una carenza di pensiero. Abbiamo bisogno di principi per collegare, per riconnettere.

Come pensare il nostro rapporto di essere umano con la nostra realta? animale? Un paradigma ci dice che per comprendere l’umano bisogna respingere l’animalita? e vedere solo cio? che in noi e? spirito e cultura. Un altro ci dice che bisogna ridurre l’uomo all’animalita?, se lo si vuole comprendere. Ma e? il nesso tra i due che bisogna trovare: mostrare che siamo forse al 100% animali e al 100% qualcosa di diverso dagli animali con la nostra coscienza, il nostro spirito, la nostra cultura. Siamo al tempo stesso i figli di questo cosmo e fuori da questo cosmo. Tutto cio? e? un modo per comprenderci meglio e per comprendere meglio la nostra realta?.

Una riforma indispensabile per il destino dell’umanita?
La comprensione delle differenti complessita? che intessono il nostro universo e la riforma dell’educazione, della conoscenza e del pensiero sono ormai una necessita? vitale per gli individui. Jean-Jacques Rousseau faceva dire al suo educatore nell’Emilio: «Voglio insegnargli a vivere». E? un po’ ambizioso dire che si insegna a qualcuno a vivere: si aiuta qualcuno ad affrontare la vita, a imparare da se? la vita. Ma il sapere e la conoscenza sono cose vitali per ciascuno, per poter affrontare il proprio mondo, il proprio destino, i propri problemi, le proprie contraddizioni.

Questa riforma non e? necessaria solo per gli individui. Lo e? per i problemi sociali e per il modo in cui le politiche li affrontano. Se oggi in Europa viviamo una tale miseria, un tale grado zero del pensiero politico non dipende ne? dall’imbecillita? ne? dalla cattiveria degli uni o degli altri. Dipende dal fatto che ci si trova all’interno di un sistema di pensiero e di conoscenze dove non ci sono vie d’uscita diverse da quella di vedere le cose separate, a compartimenti o ridotte all’economia. Il problema e? nazionale, europeo.

Sono convinto che continuiamo su una strada che porta alla catastrofe. La strada dello sviluppo, blandita o ammorbidita dalla parola “sostenibile” o “durevole”, porta al degrado della biosfera, che invece per noi e? indispensabile. La navicella spaziale Terra oggi e? spinta da tre motori, nessuno dei quali e? controllato o guidato: la scienza, che produce le cose piu? meravigliose ma anche armi di distruzione e di manipolazione; la tecnica, ambivalente per essenza; l’economia, attualmente votata al profitto e non regolata da istanze planetarie.

Oggi e? in gioco il destino dell’umanita?. Spero dunque che si potranno trovare nuove strade. Lavori e riflessioni finora dispersi e non collegati gli uni agli altri stanno la? per prepararci. E? l’incapacita? di collegare che conduce alla cecita? attuale. La causa dell’umanita?, di tutta l’umanita?, oggi cosi? importante, cosi? globale, cosi? drammatica, richiede questa riforma della conoscenza. Ne siamo lontani, ma non per questo mi sento scoraggiato.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)


Edgar Morin
Edgar Morin è uno dei più noti pensatori contemporanei. Nato a Parigi nel 1921, appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia a Salonicco, città dell’Impero ottomano, per poi stabilirsi nella capitale francese. Da anni ha elaborato una personale riflessione sulla complessità ed è impegnato in un progetto di riforma dell’educazione.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" L’età planetaria e la crisi dell’intelligenza di Edgar Morin

Pubblicato in Studi e ricerche

"Non esiste felicità nella vita, solo lampi di felicità”. È Vladimir Putin ad aver pronunciato questa frase estremamente pragmatica, il 16 giugno, dopo il suo incontro con Joe Biden.

È possibile che il vertice ginevrino sia stato uno di questi “lampi di felicità” nel cielo oscuro delle relazioni russo-statunitensi? “Felicità” sembra una parola un po’ eccessiva, soprattutto a giudicare dal tono delle due conferenze stampa (separate) seguite all’incontro. Ma l’evento smorza sicuramente le tensioni, e non è poco.

Proseguendo sulla strada delle metafore, Biden ha fatto ricorso a un vecchio proverbio inglese per analizzare il vertice, traducibile con “per capire se il pudding è buono bisogna prima assaggiarlo”. In altre parole, bisognerà aspettare per giudicare.

Senza dubbio l’esito dell’incontro è stato il meglio che i due leader potessero sperare, soprattutto considerando gli affondi che si erano scambiati in passato: un dialogo in cui sono stati messi sul tavolo tutti i dissapori, ma con rispetto e senza atteggiamenti fuori dalle righe.

In attesa di assaggiare il pudding di cui ha parlato Biden, possiamo rilevare un primo segnale del calo della tensione: gli ambasciatori dei due paesi, dopo il doppio ritiro all’inizio dell’anno nel momento di massimo confronto, tornano ai rispettivi posti.

I rapporti di forza sono importanti, ed è precisamente questo il senso del confronto tra Biden e Putin

Ma non basta. Su uno dei temi più concreti dell’incontro, quello degli attacchi informatici che secondo Washington sono imputabili a Mosca, Biden è stato molto specifico, e presentato a Putin una lista di sedici categorie di infrastrutture cruciali che chiede di sottrarre a ogni attacco. Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre fornito al suo collega informazioni sui gruppi criminali attivi sul suolo russo e responsabili degli attacchi con richieste di riscatto, come quello che ha colpito recentemente un oleodotto negli Stati Uniti. Biden ha deciso di attendere qualche mese per valutare la reazione di Mosca.

Tuttavia il presidente americano ha anche sottolineato che in caso di nuovi attacchi gli Stati Uniti risponderanno con la stessa moneta, ovvero attraverso aggressioni digitali. Siamo a un punto di svolta: sarà l’inizio della definizione di un codice di condotta nel mondo informatico o di un inasprimento della tensione potenzialmente disastroso?

Stare in guardia
La prima lezione che possiamo trarre da questo vertice è che i rapporti di forza sono importanti, ed è precisamente questo il senso del confronto tra Biden e Putin, ovvero tra Stati Uniti e Russia.

Ma al di là della possibilità di intendersi su come dissentire, un passo essenziale per avviarsi verso la distensione e la “prevedibilità” (parola usata da Biden), non bisogna attendersi grandi cambiamenti. Putin non libererà Alexej Navalnyj, il suo oppositore incarcerato di cui non ha voluto nemmeno pronunciare il nome durante la conferenza stampa, né cambierà la sua politica in Ucraina e Bielorussia.

Questa è anche la valutazione dell’Unione europea, che il 16 giugno ha pubblicato un documento strategico in cui Bruxelles sottolinea che non è il caso di sperare in un miglioramento rapido dei rapporti con Mosca. Il documento di 14 pagine mette in guardia gli europei contro le manovre russe di destabilizzazione, pur manifestando la speranza di progredire sui temi comuni.

Se una soluzione è impossibile a breve termine, almeno si può pensare di negoziare regole di buona condotta per scongiurare quelle che Biden ha definito “guerre accidentali”. Forse è questa la definizione dei “lampi di felicità” di cui parlava Putin.

Da "https://www.internazionale.it/" Il cordiale disaccordo tra Biden e Putin a Ginevra di Pierre Haski

Pubblicato in Passaggi del presente

In “Noi siamo tecnologia” (Mondadori), il fisico Massimo Temporelli illustra i cambiamenti imposti dalle nuove scoperte su tutti noi. Un lungo viaggio che va dalla selce alla barra di Google, passando il freno e Wikipedia. Il fatto è che siamo quello che creiamo. E i nostri strumenti diventano parte della nostra esistenza.

L’iPhone non è stato il primo smartphone della storia, anche se è stato quello che ha reso popolare questo concetto, diventando poi il paradigma con il quale esso si è diffuso nella nostra società.

Come dice la parola stessa, smartphone significa «telefono intelligente», ovvero un dispositivo in grado di fare telefonate ma che allo stesso tempo integra anche funzioni tipiche del personal computer, come archiviare, elaborare e trasmettere dati, attraverso l’uso di un apposito sistema operativo.


La telefonia mobile è nata negli anni Settanta con i radiotelefoni, ma è si è imposta solo negli anni Novanta grazie alle prime reti cellulari. Rispetto alla radiotelefonia, che funzionava solo in città e prevedeva un’unica antenna e dunque un unico punto di accesso per tutti gli utenti, producendo un vero e proprio collo di bottiglia per gli abbonati a questo servizio, la tecnologia cellulare, dividendo il territorio in tante celle (da qui il nome), aumentava incredibilmente il numero di chiamate supportate. Questo permise la diffusione del servizio e l’aumento degli utenti, innescando la rivoluzione della telefonia mobile.

I telefoni cellulari dei primi anni Novanta erano semplici terminali passivi, senza nessuna funzione aggiuntiva, nemmeno la rubrica, e spesso privi di monitor o con schermi molto piccoli. Si componeva il numero sul tastierino e si schiacciava il pulsante di chiamata, oppure, in ricezione, si premeva il tasto «rispondi». Punto. Niente più di questo.


Anno dopo anno, però, anche grazie al miglioramento e alla miniaturizzazione dei circuiti integrati e all’implemen-tazione di nuove reti di comunicazione mobile – che passarono in un decennio dalle tecnologie di prima generazione (1G) come TACS e ETACS a quelle di seconda generazione (2G) come GMS, fino a quella di terza (3G) come UMTS –, i telefoni cellulari iniziarono il loro cammino per diventare sempre più smart e ricchi di funzioni.

Proprio a partire dai primi anni Novanta, le aziende di informatica ed elettronica hanno cominciato a proporre dispositivi mobili con qualche funzione intelligente, ibridando i Personal Digital Assistant (PDA), chiamati anche «palmari», con i telefoni cellulari. Nel 1994 la statunitense IBM, per esempio, presentò il modello Simon, che integrava funzioni come il calendario, il blocco note, la rubrica, l’orologio, la posta elettronica e alcuni giochi. Nonostante il prezzo piuttosto elevato, ne vennero vendute ben 50.000 unità.

Il processo di fusione tra i Personal Digital Assistant e i telefoni cellulari è inoltre evidente in due modelli del 1996: l’OmniGo 700X di HP, che univa il PDA HP 200LX con il telefono cellulare Nokia 2110, e soprattutto il Nokia 9000 Communicator, un dispositivo che si apriva a conchiglia e che al proprio interno nascondeva uno schermo e una tastiera QWERTY, che permettevano di usare molte funzioni smart.

Il primo telefono chiamato «smartphone» fu il modello GS88 proposto dalla Ericsson nel 1997, mentre il primo dotato di un proprio sistema operativo fu il modello R380 sempre della casa svedese. Il sistema in questione era il Symbian, software nato dalla collaborazione fra diverse aziende di elettronica e informatica e oggi del tutto abbandonato.

A cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il mercato dei telefoni cellulari (smart e non) era dominato fondamentalmente da poche marche: la norvegese Nokia, la svedese Ericsson, la statunitense Motorola e la canadese RIM, che produceva i modelli Blackberry.

Tutte queste aziende erano impegnate da diversi decenni nello sviluppo della tecnologia e del business della telefonia e delle radiocomunicazioni. Per questo motivo nessuno avrebbe potuto immaginare che un tale oligopolio potesse essere letteralmente spazzato via da un’outsider: la Apple.

Arriva l’iPhone

Probabilmente, all’inizio del nuovo millennio nemmeno Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato di Apple, avrebbe mai pensato che sarebbe finito a progettare tecnologie per la telefonia mobile, diventandone poi il più grande innovatore e acquisendone la maggioranza delle quote di mercato.

Nel 2001, l’imprenditore statunitense aveva lanciato iPod, il lettore di mp3 che insieme a iTunes permetteva alla sua azienda di cavalcare la distribuzione della musica digitale sul web. L’intuizione di Jobs era giusta, tanto che in quattro anni questi prodotti divennero così importanti per Apple da rappresentare quasi il 50 per cento del suo fatturato, rilanciando il brand e aumentando di riflesso anche la vendita dei computer della mela, i Mac.

La Apple non era mai andata così bene, il suo ecosistema di hardware e software sembrava destinato a conquistare quote di mercato ancora più ampie. Tuttavia, proprio nel 2005 Jobs si rese conto che i telefoni cellulari stavano diventando sempre più smart, permettendo di includere nuove funzioni, e che prima o poi avrebbero finito per integrare anche i lettori mp3, invadendo il dominio dell’iPod e mettendo a repentaglio il nuovo modello di business della sua azienda.

Solo per questo motivo Steve Jobs decise di occuparsi anche di telefonia mobile, scendendo velocemente in campo per non farsi trovare impreparato davanti a quella che sembrava un’ineluttabile certezza, ovvero che il consumo della musica era destinato a convergere nel telefono.

La fretta di trovare una soluzione lo portò inizialmente ad assumere una decisione che raramente aveva preso nella sua vita imprenditoriale, ovvero aprirsi a una collaborazione con un partner industriale, perdendo così il controllo del processo di progettazione del nuovo dispositivo, cosa che Jobs non amava, anzi non sapeva proprio gestire.

Come ho detto, la statunitense Motorola era una delle aziende leader del mercato dei telefoni cellulari all’inizio del Duemila, e proprio in quegli anni il suo famoso smartphone Razr (successore dello Startac) vendeva milioni di pezzi. Grazie a questa leadership e soprattutto alla stima e all’amicizia che legava Jobs all’amministratore delegato di Motorola, Ed Zander, le due aziende decisero di collaborare, proponendo al mercato già nel settembre 2005 il Motorola Rokr, uno smartphone che integrava il software iTunes di Apple per l’acquisto e la riproduzione degli mp3.

A metà strada tra l’iPod e il Razr, dunque né carne né pesce, questo prodotto frutto del co-branding tra Motorola e Apple fu un vero e proprio fallimento a livello sia di critica sia commerciale. Per questo motivo Jobs, senza perdere altro tempo, chiuse la collaborazione e aprì un cantiere interno per progettare e produrre uno smartphone targato interamente Apple, che sarebbe passato alla storia con il nome di iPhone.

Non è compito di questo libro raccontare i dettagli del progetto iPhone. Quello che mi preme dire è che questo dispositivo è stato il terzo tassello della rivoluzione tecnologica e culturale di Steve Jobs, dopo il Mac e l’iPod. Anzi, presentandolo ad amici, collaboratori e giornalisti, Jobs spesso diceva che era la cosa migliore che avesse fatto in tutta la sua carriera.

In effetti l’iPhone ha rappresentato davvero una profonda rivoluzione rispetto agli altri smartphone prodotti fino ad allora. A ben guardare, Jobs e la Apple non inventarono nulla di nuovo: il dispositivo non era nient’altro che un telefono che integrava al suo interno un computer. Ma in tutti i suoi dettagli e le sue caratteristiche, dai materiali al sistema operativo, fino all’interfaccia e alle icone, l’iPhone era qualcosa di mai visto prima.

Vetro e metallo sostituivano la plastica largamente usata negli smartphone dell’epoca, la batteria era integrata nella scocca e non poteva essere estratta, lo schermo era gigantesco grazie alla scelta di fare sparire del tutto la tastiera fisica che occupava invece più del 50 per cento della superficie dei dispositivi dei competitor. Il sistema operativo era rivoluzionario (Apple iOS), così come l’interfaccia utente, che non prevedeva rotelle, pad o pennini ma solo l’uso delle dita e un sistema di gesti multitouch acquistato dall’azienda FingerWorks.

Jobs e il suo team, in soli due anni, avevano fatto il miracolo. Partendo da zero avevano messo a punto un software perfetto, capace di comandare e pilotare un hardware altrettanto ben disegnato.

Guardando ma soprattutto usando l’iPhone, sembrava davvero di vedere concretizzarsi le parole che un altro genio, Italo Calvino, scrisse a metà degli anni Ottanta nel libro “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”:

È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

Leggendo queste parole e osservando il funzionamento dell’iPhone è impossibile non chiedersi se Jobs abbia letto Calvino. A me piace pensare di sì.

Come sapete, l’iPhone è stato ed è un successo senza precedenti: proprio mentre scrivevo questo capitolo, a circa quindici anni dal suo lancio, la Apple ha annunciato che a livello mondiale ne sono attivi ben un miliardo di esemplari. Un numero davvero sbalorditivo, impensabile per altri strumenti elettronici della stessa categoria.


Da "https://www.linkiesta.it/" Come lo smartphone ha migliorato (e sconvolto) le nostre vite di Massimo Temporelli

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 11 Giugno 2021 00:00

“Millennial geriatrici”

Un post su Medium diventato virale ha dato il via al dibattito sulla fascia di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Al di là del nome discutibile (e discusso), quella dei Millennial “geriatrici” in realtà è una categorizzazione positiva
Chi è alla soglia dei 40 anni può utilizzare una nuova definizione per indicare se stesso e i suoi coetanei, sempre che gli piaccia: Millennial geriatrici. L’appellativo – in originale Geriatric Millennials – è stato coniato dalla scrittrice americana Erica Dhawan per indicare quelle persone che hanno un’età fra i 35 e i 40 anni e possono fare da tramite nella società di oggi fra i giovani della generazione Z e i senior della generazione X. Il post su Medium dell’autrice ha dato il via a una vivace discussione online, in cui molti utenti si sono impegnati a comprendere e accettare la nuova categoria, con risultati altalenanti (vedi tweet sotto). Per quanto la definizione non sia stata globalmente ben accolta – e ci mancherebbe altro – la novità sembra aver comunque fatto breccia fra alcuni Millennial, in cerca di riconoscimento e di una posizione che metta in risalto le loro caratteristiche.


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Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici”
Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici”
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Un post su Medium diventato virale ha dato il via al dibattito sulla fascia di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Al di là del nome discutibile (e discusso), quella dei Millennial “geriatrici” in realtà è una categorizzazione positiva
Chi è alla soglia dei 40 anni può utilizzare una nuova definizione per indicare se stesso e i suoi coetanei, sempre che gli piaccia: Millennial geriatrici. L’appellativo – in originale Geriatric Millennials – è stato coniato dalla scrittrice americana Erica Dhawan per indicare quelle persone che hanno un’età fra i 35 e i 40 anni e possono fare da tramite nella società di oggi fra i giovani della generazione Z e i senior della generazione X. Il post su Medium dell’autrice ha dato il via a una vivace discussione online, in cui molti utenti si sono impegnati a comprendere e accettare la nuova categoria, con risultati altalenanti (vedi tweet sotto). Per quanto la definizione non sia stata globalmente ben accolta – e ci mancherebbe altro – la novità sembra aver comunque fatto breccia fra alcuni Millennial, in cerca di riconoscimento e di una posizione che metta in risalto le loro caratteristiche.


Ok, ma chi sono i Millennial?
È doveroso anzitutto fare un po’ di chiarezza su chi siano i Millennial, dato che il termine viene a volte utilizzato nel mondo sbagliato. Con questo nome si indicano coloro che sono nati fra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. La classe precedente è quella della generazione X (e prima ancora quella dei cosiddetti Baby Boomer) mentre la successiva è la generazione Z, composta dai ventenni di oggi. Questi ultimi – capita spesso con i calciatori – vengono additati come Millennial, ma si tratta di un errore.

I nati nei primi anni della fascia dei Millennial, ovvero fra il 1980 e il 1985, sono quelli indicati da Dhawan come “geriatrici”, in quanto i più vecchi nel gruppo di appartenenza. “I Millennial geriatrici sono una micro-generazione speciale, nata nei primi anni ’80 che si sente a suo agio con le forme di comunicazione sia analogiche sia digitali. Sono stati la prima generazione a crescere con la tecnologia, con un pc nelle loro case” – spiega l’autrice, orgogliosa di appartenere al gruppo che in precedenza era stato chiamato anche Xennials – “siamo sopravvissuti a Messenger e MySpace, eppure eccoci ancora qui, sentendoci competenti al pensiero di creare contenuti su TikTok o Clubhouse”.

Proprio la possibilità di aver vissuto gli albori dell’era di internet renderebbe i 35enni di oggi in grado di essere un passo avanti agli altri. “È questa esperienza pratica con la comunicazione pre-digitale che distingue i Millennial anziani da quelli più giovani. I Millennial Geriatrici possono leggere il sottotesto di un sms così come possono cogliere l’esitazione di un cliente nelle sue espressioni facciali durante un incontro di persona. Non sono né ignoranti della tecnologia né troppo assorbiti da essa”.

Cosa si è detto
La reazione al post di Dhawan è stata tale che la scrittrice ha dovuto preparare un secondo articolo per spiegare le proprie argomentazioni. Anche l’account ufficiale di Medium ha proposto un sondaggio su Twitter per trovare una nuova definizione, dato che il collegamento con la geriatria ha fatto storcere il naso (per usare un eufemismo). Dopo 23mila voti e 15mila retweet del primo post, i votanti hanno scelto Original Millennials come nome maggiormente appropriato. “Anche mentre infuriava il dibattito sull’etichetta giusta da usare, le persone tendevano a concordare con l’argomento al centro del mio pezzo: la velocità dell’adozione tecnologica rende sbagliato vedere un’intera generazione (che copre quasi 20 anni di differenza) come un unico gruppo – ha spiegato Dhawan nel secondo post – noi siamo in grado di vivere in due mondi: a nostro agio con gli stili di comunicazione di molti Boomer nonché con quelli dei nativi digitali appassionati di TikTok”.

Il concetto centrale dell’autrice è che i Millennial geriatrici sono nella posizione migliore per guidare team lavorativi che operano da remoto e in modalità ibride, destinato a essere i più utilizzati dopo la pandemia. “Essere fluenti negli stili di comunicazione sia analogici che digitali è un’abilità chiave per i leader di oggi. Consultare i tuoi colleghi Millennial anziani è un ottimo modo per soddisfare le esigenze di tutti”, conclude Dhawan.

Le risposte non si sono fatte attendere: c’è chi accusa la scrittrice di aver scelto un nome poco invitante – e fin qui – e chi di aver dimenticato le potenzialità dellagenerazione X. Alcuni commentatori e opinionisti hanno invece accettato la definizione con fierezza, seguendo l’esempio dell’autrice. E forse è proprio questa la strada da scegliere: il nome non sarà indovinato, ma un ruolo centrale che fa da ponte fra due generazioni e sfrutta la tecnologia al meglio è ciò che serviva ai Millennial.

Da "https://www.wired.it" Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici” di Andrea Indiano

Pubblicato in Comune e globale

L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
ITALIA
Perché è fondamentale costruire comunità di cura
Valentina Pigmei, giornalista
17 maggio 2021
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L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone che dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi – che siano parenti, amici, vicini di casa o conoscenti – in caso di bisogno. È quello che emergeva da uno studio pubblicato dall’Eurostat nel 2015. La pandemia ha senza dubbio esasperato questo dato, ma soprattutto ha reso evidente l’importanza delle pratiche di cura. I dati dicono che durante la pandemia sono state soprattutto le donne a prendersi cura di bambini, anziani, malati. L’istituto per l’uguaglianza di genere (Eige) ha analizzato la parità di genere (gender equality) in tutti i paesi dell’Unione europea, e l’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Ed è tra gli ultimi se si tiene conto del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali – davanti solo a Grecia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Comparando i dati si potrebbe azzardare che le donne italiane non abbiano tempo per lavorare, sommerse come sono dal lavoro di cura. Secondo lo studio condotto dall’istituto di sondaggi Ipsos per la onlus We world e intitolato La condizione economica femminile in epoca covid-19, “il 60 per cento delle donne ha dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21 per cento degli uomini), spesso lavorando. Una donna su due ha dovuto abbandonare piani e progetti a causa del covid-19, contro due uomini su cinque”. Il lavoro di cura rappresenta ancora un paradosso per l’emancipazione femminile: se da una parte è un elemento cruciale per il benessere e lo sviluppo delle persone e delle comunità, dall’altro continua a relegare le donne in posizioni di subalternità rispetto agli uomini.

Durante quest’anno di pandemia è emersa un’enorme frammentazione sociale, ma è balzato agli occhi che il principale problema delle donne è quello di non poter contare sull’aiuto di nessuno, insieme alla solitudine profonda con cui svolgono il lavoro di cura tra le mura domestiche.

Formare una comunità di cura
“Per tutta la vita mi sono presa cura degli altri. Mi sono presa cura di Sunil. Mi sono presa cura di Solo. Mi sono perfino presa un po’ cura di Mr Chetan. E adesso? Guardami, quaranta e passa anni e non ho un accidente di niente che dimostri il mio valore. Finché servivo, bene. Ora non sono più niente per nessuno”. Sono le parole di Betty, la protagonista di Love after love di Ingrid Persaud (edizioni e/o 2021), vincitore del premio Costa award 2020. Betty vive a Trinidad, ma il suo bisogno di aiuto non è tanto dissimile dal nostro. Betty è sola con un figlio e, per motivi economici, decide di affittare una stanza della sua casa a un amico gay: i tre formeranno una famiglia, anche se per nulla tradizionale.

Formare una comunità di cura significa anche questo: aiutarsi a vicenda condividendo le risorse e aiutandosi gli uni con gli altri. Nel Manifesto della cura (Alegre 2021) le autrici parlano di cura “promiscua”: prendendo a modello le pratiche di promiscuità della comunità gay negli anni ottanta durante la crisi dell’aids, la cura può – e a volte deve – essere “promiscua”, ovvero esistere al di fuori delle reti familiari e delle logiche di mercato.

Secondo gli autori e le autrici del libro, oltre al mutuo soccorso e alla condivisione delle risorse, per costruire una comunità si dovrebbe occupare uno spazio pubblico e creare un’esperienza di democrazia di prossimità. È possibile dunque costruire comunità in cui il lavoro non sia solo un carico fisico e mentale delle donne e/o il welfare non sia interamente privatizzato?

A Milano
Al Ri-make di Bruzzano, nella periferia di Milano, si lavora in questa direzione già da qualche anno. Con la campagna NonSeiSola/Solo il centro sociale ha organizzato oltre alla consegna della spesa per chi non poteva uscire di casa durante la pandemia, anche doposcuola e campi estivi gratuiti, incontri per discutere la riconversione di spazi pubblici in beni comuni, uno sportello psicologico.

Marie Moïse, attivista di Ri-make e cotraduttrice del Manifesto della cura, dice: “Sono le donne a prendersi cura degli altri, sono state educate a farlo. E sono anche le donne che fanno il lavoro politico su questo. L’iniziativa NonSeiSola/Solo riprende una pratica che è figlia del femminismo: se aiuti una donna aiuti tutti, quando aiuti una donna si modifica anche la società. Non c’è l’identità al centro, ma le pratiche sociali, e la cura è una pratica sociale”.

Al centro sociale milanese si è cercato anche di lavorare sulla pressione psicologica di cui le donne devono farsi carico e che spesso cresce nei fine settimana, con l’organizzazione di mercatini solidali e pranzi popolari della domenica. “Non si parla di servizi ma di autogestione, non di volontariato ma di mutualismo”, continua Moïse.

A Terni e a Reggio Emilia
Paola Gigante è una delle fondatrici della Casa delle donne di Terni, l’unica in Umbria, una regione dove durante quest’anno di pandemia si è registrata una spinta politica fortissima a privatizzare parte dei servizi sociali. Gigante racconta che la regione ha ostacolato decisamente le attività delle associazioni, che non possono riprendere in presenza, né all’aperto né al chiuso, fino al termine dello stato d’emergenza.

“Prima della pandemia avevamo varie attività tra cui uno sportello antiviolenza, un altro di consulenza legale, abbiamo fatto orientamento ai servizi e al lavoro, ma abbiamo anche organizzato un cineforum femminista, un gruppo di lettura, e poi laboratori sartoriali e teatrali, perfino il coro!”, dice Gigante. “In remoto abbiamo continuato a fare tanto, in particolare abbiamo fatto un lavoro di contrasto alla solitudine con un gruppo di mutuo aiuto chiamato ‘Una stanza tutta per noi’, un luogo virtuale dove le donne hanno messo sul piatto i loro problemi, facendo emergere un senso di isolamento e un forte bisogno di ascolto”.

Il progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. - Fondazione Reggio childrenIl progetto Cucina di quartiere a Reggio Emilia. (Fondazione Reggio children)
Il tentativo di fondare un welfare comunitario lo mette in pratica anche la fondazione Reggio children, che con il progetto Cucina di quartiere – in collaborazione con Pause-atelier dei sapori e l’associazione culturale I burattini della commedia – ha dato vita a un pranzo “di quartiere” a Reggio Emilia. Dal 2019 ogni domenica, sempre in un posto diverso – solitamente uno spazio condiviso come una scuola o un asilo – ci si incontra per pranzare e poi partecipare a uno spettacolo di teatro di figura. Partendo dal cucinare insieme e dal portare a tavola le proprie biografie culinarie, le tradizioni, i ricordi, si cerca di rinsaldare il concetto di comunità e di ascolto reciproco.

Carla Rinaldi, presidente della fondazione Reggio children, pioniera insieme a Loris Malaguzzi di una pedagogia fondata proprio sulla cura e sui diritti dei bambini, è convinta che educare sia un gesto di comunità e che “non puoi educare senza prenderti cura”. “Ai bambini e alle donne”, dice Rinaldi, “sono stati negati i diritti durante quest’anno, sono stati lasciati soli. Non c’è bambino felice se non è felice la sua famiglia. Noi avevamo cominciato un lavoro con le famiglie prima della pandemia e abbiamo continuato a farlo, per quanto possibile, anche in remoto. Il cambiamento che si è innescato, soprattutto per quanto riguarda le donne migranti, è stato una piccola rivoluzione. Venendo a questi appuntamenti le donne si sono sentite riconosciute e protagoniste della loro comunità. Inoltre, spesso sono venute a cucinare da sole lasciando i mariti o i compagni a casa con i bambini. Questo rovesciamento dei compiti ha fatto sì che molte di loro si siano sentite per la prima volta al centro e indipendenti”.

Anche se all’estero il dibattito sulla cura è attivo da tempo – a partire dalla teorica femminista Nancy Fraser e dal suo La fine della cura (Mimesis 2017), fino a Naomi Klein che di recente ha dichiarato che la cura è da considerarsi “il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione” – in Italia la questione non è ancora al centro del discorso pubblico come dovrebbe essere. Al contrario.

In Umbria alcuni consiglieri della Lega, subito seguiti da colleghi piemontesi e marchigiani, hanno avanzato una proposta di legge regionale che, se fosse approvata, introdurrebbe la privatizzazione dei consultori, togliendo soldi alle cooperative e alle associazioni che si occupano di donne, bambini e anziani. Il progetto preoccupa la società civile e in particolare le donne che tentano di creare reti di solidarietà digitali e in presenza. Qualcosa di simile è successo nel Regno Unito, come si legge nel Manifesto della cura, dove si moltiplicano iniziative di mutuo soccorso e reti di solidarietà in risposta a uno stato che cerca di privatizzare il più possibile.

Forse la pandemia ci ha fatto capire che le forme di amore più radicali sono quelle legate alla solidarietà. Del resto non si può pensare che le istituzioni si facciano carico della cura (nostra e del pianeta) senza che tutti si prendano cura gli uni degli altri. Secondo Jennifer Guerra, autrice di Il capitale amoroso (Bompiani 2021), l’amore è “una delle azioni più antisistema, rivoluzionarie e coraggiose che ci siano: un vero atto di resistenza in questi tempi sempre più divisi”.

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“Tutti abbiamo bisogno di cura”, dice Guerra, “non è un problema che può essere rimosso: che sia nostra madre o nostra figlia o una badante, qualcuno si è preso o dovrà prendersi cura di noi. C’è bisogno di risposte sistemiche perché queste non sono questioni identitarie, ma materiali”.

Secondo Carla Rinaldi “abbiamo trasformato la cura in accudimento, dimenticandoci che è un valore, abbiamo scordato la sua parte nobile, l’abbiamo delegata e questo è un vero delitto”.

Le comunità di cura, l’autogestione, i progetti educanti tuttavia non sono sufficienti: in un paese come l’Italia dove si registra il 51 per cento di disoccupazione femminile, dove la redistribuzione dei compiti all’interno del nucleo familiare è ancora del tutto insufficiente, forse è necessario che anche la politica se ne prenda carico, lavorando a un vero e proprio “stato di cura”.

Da "https://www.internazionale.it/" Perché è fondamentale costruire comunità di cura di Valentina Pigmei

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