Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

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La retorica grillina di salvare i correntisti è semplicemente pericolosa. Il Partito Democratico si era occupato del problema, magari senza avviare una riforma seria, ma con coscienza istituzionale, e realismo.


"Però 20 miliardi per salvare le banche li avete trovati in una notte!". Un mantra. Non esiste talk-show o intervista che veda protagonista un membro della coalizione di governo che non veda saltare fuori questa argomentazione, spesso come extrema ratio, quasi fosse l'ombrello-killer delle spie dei romanzi di Le Carrè, per uscire dal vicolo cieco in cui le cifre ballerine del Def tendono a rinchiuderli, una volta che alla retorica subentri la più elementare e spicciola matematica. In sé, un'idiozia. Non fosse altro per il fatto che, tolto il contrappunto bancario come meccanismo di trasmissione del credito, l'intero impianto imprenditoriale del Paese collasserebbe, trascinando con sé il Pil. Quindi, al netto di un ritorno di fiamma verso il nichilismo engagé della decrescita felice, l'accusa perde di sostanza non appena sostenuta. Il problema, quindi, è altro. E risiede altrove. Per l'esattezza, nella maschera di terrore in cui trasfigurano i volti degli esponenti del Pd ogni qualvolta quel grido di battaglia, quella chiamata alle armi del populismo, viene proferito: Dracula di fronte a uno specchio mostra solitamente una cera migliore e, soprattutto, un aplomb più dignitoso. Certo, l'affaire Boschi-De Bortoli è stato un brutto contraccolpo mediatico per il governo Renzi, un qualcosa che ha minato sul nascere la credibilità anche dell'esecutivo Gentiloni in fatto di rapporto fra potere politico e banche nel nostro Paese, quasi una maledizione tribale che depotenzia il buonsenso, nemmeno la kriptonite per Superman.

Inutile negare che la vicenda delle quattro banche salvate e il cotè estremamente sgradevole dei Ponzi del Nord-Est con le loro pratiche ben poco ortodosse per le erogazioni di mutui e prestiti non ha certamente fornito una credenziale, un plus di simpatia popolare al governo chiamato a farsene carico. Così come l'attività (o, spesso, non attività) di vigilanza di Bankitalia e Consob nella fattispecie, oggi si riverberino in una debolezza ontologica di quelle istituzioni pilastro di ogni democrazia liberale e di mercato, quasi una resa incondizionate ex ante, di fronte anche alla contabilità creativa del DEF: non a caso, l'autorità di vigilanza è tutt'ora senza presidente, dopo le dimissioni politiche di Nava e nonostante i marosi del mercato, mentre la Banca centrale viene rintuzzata insieme ai suoi rilievi critici con toni tanto massimalisti quanto ghiotti per l'opinione pubblica, pavlovianamente allevata a reazioni di pancia di fronte a parole chiave impresse come dna politico nel corso di una orrenda campagna elettorale perenne. Insomma, Palazzo Koch può rivelare qualsiasi verità ma l'accusa di aver - nella migliore delle ipotesi - dormito durante le malefatte bancarie degli ultimi anni è uno stigma che immunizza il governo da ogni rilievo. Non sono credibili. Punto. Insomma, chi tocca l'argomento banche, magari non muore ma non ne trae sicuramente beneficio. A meno che non sia parte integrante della schiera di Robespierre al governo, alcuni smemorati rispetto alle passate avventure di Credieuronord e dell'amico padano Fiorani in quel di Lodi ma questo è argomento per altre doglianze.


Per reagire, però, occorre prima conoscere. E, temo, in casa PD siano pochi quelli che riescono a parlare di tematiche bancarie (e, più in generale, economiche), andando oltre la richiesta di una nuova carta di credito o l'annosa questione di cambio della password per l'home-banking. Perché, altrimenti, saremmo all'autolesionismo, quasi all'auto-sabotaggio. Quantomeno, per un paio di motivi. Il primo lo illustra questo grafico, il quale sbugiarda clamorosamente la vulgata in base alla quale questo governo sarebbe talmente avverso ai cosiddetti "poteri forti", da vedere questi ultimi come protagonisti principali di una combutta con autorità europee, BCE e forse venusiani contro il "cambiamento".

Ci mostra plasticamente l'acquisto di massa di BTP (circa 40 miliardi di controvalore) compiuto proprio dai nostri istituti di credito nel mese di maggio, quindi un chiaro supporto anti-spread che andava a unirsi agli acquisti pro quota di Bankitalia su mandato della BCE e che avveniva nel mese cruciale per la nascita del nuovo esecutivo penta-leghista: se i cosiddetti "poteri forti" (a meno che le banche non lo siano più o mai state) avessero voluto stroncarlo sul nascere, dopo la prima fiammata avrebbero lasciato i soldi in riserva di capitale, coccolando e spolverando il Tier 1, evitato gli acquisti e lasciato andare lo spread alle stelle. Carlo Cottarelli aveva già lo zainetto in spalla, era questione di istanti. Invece, hanno comprato. Attività che è proseguita per tutta l'estate e che ha visto soltanto nelle ultime settimane una prima, timida inversione di tendenza, con vendite per 17 miliardi da parte di una singola banca, proprio per timori sulla patrimonilizzazione dovuti all'aumento del differenziale con il Bund.

Chi è pazzo viene esonerato dai voli di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dai voli di guerra non è pazzo.
Ed ecco il secondo motivo, mostrato appunto da questo secondo grafico, il quale spiega in maniera plastica la vera criticità che sconta l'Italia rispetto all'eurozona: il cosiddetto doom loop, ovvero il rapporto incestuoso fra banche e detenzioni di debito pubblico. La ragione? Semplice, ancorché inconfessabile nei salotti buoni, quasi il corrispettivo di un dito nel naso a un pranzo di gala: le banche sostengono il debito pubblico e i governi, di converso, evitano di fare leggi troppo punitive nei loro confronti. Punto. Semplice.


Ovviamente, oltraggioso per le anime candide dei Cinque Stelle - meno per gli scafati e pragmatici leghisti, basti vedere il loro attivismo proprio nelle strategiche fondazioni bancarie, fin dai tempi in cui imperava Giulio Tremonti - ma, di fatto, naturale ovunque. In Spagna, dove Santander conta più dei gruppi parlamentari alle Cortes. In Francia, dove non a caso a fare da grande sponsor di Emmanule Macron nella corsa trionfale all'Eliseo fu nientemeno che Banca Rotschild. Ma anche nella Germania del rigore, la quale prima dell'entrata in vigore del bail-in, pensò bene di puntellare proprio il suo sistema bancario con 320 miliardi di euro, non i 20 utilizzati in Italia per evitare un contagio letale per le PMI dei territori interessati, prima che per lo spread tanto mediatico. Oltretutto, un sistema bancario che all'80% è fatto da istituti territoriali semi-pubblici, Landesbanken e Sparkasse, i quali godono tra l'altro del regime di esenzione dalla vigilanza BCE.


Insomma, tutto il mondo è giustamente Paese. Solo qui, in ossequio alla moralità tardo-adolescenziale da boicottatore di Starbucks dei grillini, dobbiamo fare finta che l'acqua sia asciutta e il sole nero. Eppure, quel grafico parla chiaro: la ratio di detenzione da parte delle nostre banche, relativamente a titoli di debito pubblico, è insostenibile. Quantomeno, con uno spread che salga sopra i 150 punti base: altrimenti, per quanto si possa comprare, resta il nodo delle emissioni eccessive e, soprattutto, dei rendimenti alti da promettere e conferire agli investitori, la dinamo dagli aumenti dei costi per interessi. Oltre al problema dei problemi: se infatti banche già poco patrimonializzate o in regola solo grazie ad aumenti di capitale continui e ristrutturazioni dolorose, continuano a utilizzare attivi per acquistare BTP, ci sono meno impieghi per famiglie e imprese. O a costi più elevati. Quindi, un ricasco diretto su consumi e crescita. E non basta, perché nel più palese dei casi di cortocircuito, se poi quel debito pubblico si deprezza, le perdite vanno contabilizzate a bilancio e intaccano il patrimonio: una volta calato il quale, in ossequio alle regole di Basilea, devono scendere anche i livelli di attivi per il credito. Quindi, si asseta ancora il sistema.


Ora, certamente la risposta del governo a questi appunti sarà iscritta nella rivoluzione in seno all'UE del professor Savona in combinato congiunto con il reddito di cittadinanza, ma l'immaginaria Playstation del populismo a una certa ora va spenta e occorre giocare con la realtà. E cosa facciamo, lasciamo fallire le banche, forse? Se il PD ha una colpa è quella di non aver sfruttato la crisi degli istituti territoriali per far partire una riforma seria e sistemica, anche - in questo caso sì - andando a Bruxelles e Francoforte a battere i pugni sul tavolo per una motivo serio e non per la Diciotti, stante i comodi che gli altri Stati europei hanno fatto prima del bail-in, di cui noi siamo stati cavia di laboratorio come Cipro lo è stata della simulazione di controlli sul capitale voluta dalla Bundesbank e che la BCE, non fosse altro per vantare un credito (incassato poi con gli interessi attraverso il QE), ha dovuto accontentare. A maggio, i nostri istituti avevano in pancia 325 miliardi di euro di controvalore di titoli di Stato, cifra che ormai sarà attorno ai 400: vogliamo che continuino i tonfi in Borsa, in modo da regalare sempre nuove filiali a soggetti esteri che già da anni stanno facendo shopping a prezzo di saldo, a causa dei continui aumenti di capitale, delle dimissioni obbligatorie legate all'altra criticità delle sofferenze e di una politica funzionalmente analfabeta in fatto di economia bancaria?


È ovvio che, se non si spiega alla gente che la questione va presa e intesa nella sua interezza - con i pro e anche i contri imposti dal realismo - e non limitata al populismo da ghigliottina da lamentela allo sportello per garantirsi l'applauso della coda di correntisti, poi a vincere sarà la demagogia stile Cinque Stelle. I quali hanno gioco facile a tradurre qualsiasi intervento politico a sostegno di ciò che è un pilastro dell'economia italiana (stante anche il bassisimo livello di finanziamento corporate tramite emissioni obbligazionarie sul mercato) in un morphing a puro scopo elettorale-propagandistico, giocando la carta della trasfigurazione retorica di ogni atto politico che non contempli la fucilazione in piazza nel volto sghignazzante di Gianni Zonin, intento a fare shopping in via Montenapoleone con la moglie, dopo aver disintegrato Antonveneta. E, altrettanto, appare facile la retorica del sono tutti uguali, quasi a scordarsi che il campione mondiale di sovranismo e lotta alle eiltes, Donald Trump, abbia il proprio gabinetto economico tutto composto da ex membri di banche d'affari di quella Wall Street che, in campagna elettorale, prometteva di far piangere, come i ricchi sullo yahct nel poster d'antan di Rifondazione Comunista. Al netto del crollo recente, dove siano arrivati gli indici di Borsa statunitensi - e i profitti conseguenti per l'odiato 1% del mondo - è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è questo, ovvero che oggi negli USA il cittadino medio investe più volentieri il suo capitale, spesso indebitandosi con finanziarie, in titoli azionari che in immobili, ovvero nella casa di proprietà.


E grazie alla narrativa trumpiana del "ville in Florida per tutti", un po' come nell'America cinematografica ma non troppo di Gordon Gekko, oggi il livello percentuale di patrimonio dei cittadini statunitensi in titoli azionari è il secondo più alto di sempre, sorpassato solo da quell'enorme tosatura del parco buoi della bolla dot-come del 1999-2000. Guardando in faccia la realtà, pare quindi che il problema alla base della rivoluzione del novembre 2016 non fosse Wall Street che affama il Paese già proletarizzato dal post-Lehman, insomma una presa di coscienza ideologica contro il sistema in sé ma unicamente la frustrazione montante e incattivita dalla crisi del non poter salire in giostra insieme agli odiati banchieri. Alla fine di ogni dotta elucubrazione filosofica sul significato profondo del caso Trump e del fenomeno Sanders, restano i fatti. E l'avidità umana, un qualcosa che non si può cancellare per decreto, né tramite un voto on-line processato dalla Casaleggio Associati.


E se vendere a una pensionata 88enne un'obbligazione subordinata con maturazione a 10 anni, spacciandola per assicurazione sulla vita o investiemento plain vanilla, è pratica che grida vendetta al cielo, è paradossalmente anche l'atteggiamento provincialista e forcaiolo di chi tratta il sistema bancario come male assoluto e nemico del popolo a rendere diffuse e spacciata come "necessarie" nell'ambito del così fan tutti, certe pratiche distorsive e illegali per restare sul mercato e non essere distrutti. O inglobati da soggetti esteri che, nel proprio Paese, hanno a che fare non solo con politici ma anche con opinioni pubbliche meno manipolabili, falsamente ingenue e ignoranti in materia. La conferma dell'inutilità - anzi, della dannosità - di questo abbaiare strumentale alla Spectre di turno dei 5 Stelle e di parte dei leghisti, quando si parla di sistema bancario è poi palese. Qualcuno ha infatti notizia non dico di sviluppi concreti ma anche soltanto della bozza finale delle tre relazioni conclusive annunciate dalla tanto strombazzata Commissione d'inchiesta parlamentare sui crack bancari, insediatasi sul finire della scorsa legislatura e tramutatasi in megafono elettorale dei populisti, oltretutto a costo zero? Nulla. Le inchieste e i processi già in corso proseguono, più o meno a rilento ma nulla è emerso dalle buie stanze di San Macuto: anche perché, erano i tempi ristretti e la fine del mandato a dire, fin da principio, che si stavano prendendo in giro i cittadini, vendendo loro la possibilità che quell'ennesimo spreco di denaro pubblico portasse a qualche risultato concreto. Certo, ora i 5 Stelle hanno inserito nel DEF un rimborso da 1,5 miliardi di euro proprio per i truffati dalle banche, quelle "salvate" dal PD ma, al netto della demagogia e del mezzo disastro sui mercati di queste ultime settimane, pensate che la retorica non abbia già mangiato buona parte di quei soldi, sia a livello statale per l'aumento delle spese in interessi sul debito che a livello di costi che le banche ricaricheranno sulla clientela, al netto di una stretta sulle erogazioni di credito che è già nei fatti in tutta Europa, oltre che del già citato - e tutt'altro che risolto - doom loop sui titoli di Stato?


Di fatto, è una partita di giro. Niente più. E non denunciarlo, al netto del risultare poco simpatico nell'immediato, è la colpa più grave. Soprattutto in queste ore, con un istituto ben più sistemico di quelli salvati finora, Carige, che crolla in Borsa e stenta a fare prezzo, dopo che Fitch ha abbassato il rating e aperto alla prospettiva chiara di fallimento, stante la poca credibilità che l'agenzia di rating offre al successo dell'emissione di un bond da 200 milioni per rafforzare il patrimonio e bilanciare i requisiti cosiddetti Pillar 2. Avete sentito un fiato, al riguardo, dai membri del governo? Ovviamente no ma, al netto del timing sospetto dell'intervento killer di Fitch (proprio mentre i vertici di Carige stavano dialogando con la Bce rispetto al rafforzamento di capitale), occorre sapere fin d'ora che un eventuale default dell'istituto genovese costerebbe molto di più allo Stato che la mancia pret-a-porter per i truffati inserita - oltrettutto, alla luce dei recenti voltafaccia contabili, non si sa se con copertura o meramente a livello figurativo per guadagnare consenso in vista di amministrative ed europee - nel Def. E con un impatto psicologico in più, trattandosi dell'istituto storico e di riferimento di una città già in ginocchio per il crollo del Ponte Morandi, altro tema che pare destinato ad aumentare il peso specifico di propaganda generale, lasciando però senza risposte concrete un intero tessuto sociale e produttivo. Oltre al porto merci che fornisce gran parte delle materie prime alla nostra industria, Nord produttivo in testa. Per questo, parlare di banche si deve. E salvarle, quando occorre, è atto di cui fregiarsi come di una medaglia, non un disonore di cui vergognarsi nei talk-show.

Da "www.linkiesta.it" Non solo Carige, se non si salvano le banche crolla l’Italia (e i gialloverdi non l’hanno capito) di Mauro Bottarelli

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Lunedì, 08 Ottobre 2018 00:00

È una manovra elettorale

L'ex premier al Corriere sulle tensioni Italia-Europa: "Per mostrare i muscoli bisogna averli. Chi ha il sedere basso non può fare la danza classica".

Non apprezza la manovra, la giudica pericolosa. Teme inoltre che la nostra possa diventare una democrazia illiberale. E non vede alternativa al momento nel Pd, la sua creatura che ora deve chiarire le ambiguità al suo interno su chi comanda. Mentre in Europa vede un'alternativa al fronte populista con uno schieramento che vada da Tsipras a Macron. Romano Prodi concede un'intervista al Corriere della Sera in cui affronta i momenti difficili di questi giorni per l'Italia e per l'Europa.

Primo capitolo, la manovra del popolo.

Il Governo ha dato l'idea, spiega l'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che "i numeri fossero fuori controllo" sui conti pubblici.

"Io mi aspettavo un 2 senza virgola, ma non sono certo stato colpito dal 2,4. I numeri non sono sacri. Bisogna avere un deficit di bilancio quando c'è bisogno di deficit e un surplus quando c'è bisogno di surplus. Per entrare nell'euro il mio Governo è stato capace di produrre un grande surplus, perché era necessario. Mi è sembrata invece una inutile provocazione di Lega e 5 Stelle il deficit di 2,4% per tre anni, annunciato in prima battuta. Per questo ho parlato di un voluto messaggio provocatorio che hanno poi dovuto correggere. L'aspetto peggiore è che sono stati trattati come un residuo gli investimenti, per i quali ancora oggi non sappiamo da dove verranno le risorse. Questa è una manovra a breve".

Per Prodi è una manovra che "ha effetti solo nell'immediato, utile soprattutto per le prossime europee". Forse non per le Politiche perché l'alleanza M5S-Lega "è sufficiente a garantire la divisione delle spoglie". Secondo il Professore l'uscita dell'Italia dall'euro è uno scenario "assurdo e folle. Ma, tra i decessi - spiega - esiste anche una certa percentuale di suicidi".

"Anch'io ho criticato più volte l'Europa, però per mostrare i muscoli bisogna averli. Quando toccò a me, prima di parlare portai il debito a poco più di 100. Forse Salvini no, ma almeno Di Maio dovrebbe conoscere quel detto napoletano. Chi ha il sedere basso non può fare la danza classica. E in questo momento noi lo abbiamo bassissimo".

Secondo capitolo, la democrazia in Italia. Prodi teme una deriva illiberale.

"È un rischio che corriamo. Ci troviamo infatti nel caso in cui chi ha avuto il mandato popolare pensa di avere diritto a fare o a dire qualunque cosa. Come se l'elezione portasse in dote la proprietà del Paese. È una deviazione non solo italiana. Penso alla Polonia e all'Ungheria, così vicina al cuore di Salvini. Penso alla scena dei ministri grillini affacciati al balcone di Palazzo Chigi. [...] Commentando e diffondendo quelle immagini Di Maio ha scritto: "Da quel balcone si sono affacciati per anni gli aguzzini degli italiani". Veramente noi non ci siamo mai affacciati al balcone. Dove c'è l'istituzione non ci si affaccia al balcone".

Le Europee possono "segnare un punto di svolta", è convinto Prodi, che auspica "la costruzione di un raggruppamento che veda insieme, non nello stesso partito, ma alleati: socialisti, liberali, Verdi e macronisti. Uno schieramento politico accomunato dalla stessa idea di Europa. Se designassero il presidente della commissione e facessero un programma comune allora un'alternativa sarebbe possibile", con un programma chiaro.

"Una politica economica da affiancare all'euro; la lotta alle disparità; la difesa comune e una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro".

Terzo capitolo, il Pd.

"Spero che il Pd capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l'elettore. È incredibile che mentre il segretario chiude la festa a Ravenna, il potere reale faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna". Renzi deve fare un passo indietro? "O un passo in avanti, veda lui. L'importante è sciogliere questa ambiguità".

Da "www.huffingtonpost.it" "È una manovra elettorale. L'Italia rischia, il Pd ora decida chi comanda davvero"

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Venerdì, 05 Ottobre 2018 00:00

Film

Tra la caotica e spesso fugace proliferazione di immagini da cui siamo quotidianamente bombardati, anche su un argomento di stretta e perenne attualità come l'immigrazione, alcune più di altre si fissano drammaticamente, arrivando a comporre un ipotetico immaginario. Tali immagini si sedimentano poi nella memoria condivisa dal web e ricompaiono come flash di una cattiva coscienza, che sempre più spesso, negli ultimi tempi, la vulgata furoreggiante su social e forum tende a trasporre in inviolabili principi di sovranità nazionale. Nell'orrenda immediatezza di raffigurazioni come quella di Aylan, il bambino siriano di tre anni riverso con la sua maglietta rossa sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, o in quella di un padre e un figlio in fuga sgambettati da una reporter al confine tra Serbia e Ungheria o ancora nell'occhio vitreo di Josefa cristallizzato dal terrore dopo essere rimasta due giorni aggrappata a un pezzo di legno alla deriva nel Mediterraneo, convogliano sentimenti solo apparentemente (e illusoriamente) univoci. I tratti comuni di queste immagini-simbolo di fasi differenti dello stesso problema sono l'iconicità e la conseguente viralità, non la commozione o l'indignazione, per quanto possa sembrare assurdo. Ma assurdo non è, si tratta soltanto di una questione di prospettive, le stesse che originano una divaricazione tra le lacrime di compassione di qualcuno, i like degli engagé da salotto e i meme dei buontemponi notturni, gli strali da tastiera degli haters più oltranzisti e le decisioni ora concilianti ora intransigenti dei vari governi.

L'immagine vive esclusivamente negli occhi e per gli occhi di chi guarda e vivifica grazie al suo potenziale di trasmissione che fagocita tutto il resto (il piccolo Aylan aveva un fratello maggiore di due anni morto nello stesso viaggio e nelle medesime drammatiche condizioni, ma il suo non essersi tramutato in immagine lo ha di fatto condannato all'oblio). Il dramma si fa quindi segno, diventa un veicolo di lettura istantanea di una realtà altrimenti esclusa o di cui giungerebbe eco attenuata sui quotidiani, nei notiziari o una pallida distorsione da parte dei social. E la prospettiva assunta diventa dirimente. Crea schieramenti, moltiplica consensi alle elezioni, attiva discussioni rabbiose o induce allo sdegno sprezzante.

Per noi occidentali si tratta sempre di una prospettiva sul migrante. Le uniche possibilità di adottare una visione altra, ossia del migrante, sono ricorrere a una memoria ancestrale (per molti che risiedono nell'attuale Nord Italia), fare il cooperante oppure assumere in sé simulacri di realtà mediati dal cinema, perlomeno quello più sensibile ad alcune delle dinamiche attuali della nostra società. Non fidandoci completamente della prima ipotesi e pur ammirando chi decide di realizzare la seconda, per comodità – non del tutto casuale la rima con viltà – ci soffermiamo sulla terza e su come l'immigrato, inserito in un preciso disegno narrativo, non rappresenti soltanto un controverso oggetto di discussione sociale e politica, quanto una figura osservante e percipiente che guarda la realtà da un'angolazione sempre esterna, come se questa fosse un diaframma attraverso cui scrutare, decifrare e interpretare un mondo, il nostro mondo, spesso dato per scontato e sicuramente mai esaminato da un punto di vista estraneo alle nostre categorie abituali, per quanto illuminate e progressiste queste possano essere. In alcuni dei film recenti incentrati sul problema dell'immigrazione e su quello conseguente della convivenza tra le parti, il punto di vista e la sua traduzione tecnica, la soggettiva e l'intera aura dei suoi equivalenti funzionali, assumono una prospettiva d'indagine particolarmente interessante, poiché la parabola dello sguardo dei singoli personaggi si erge a soggetto privilegiato della narrazione, o di una parte decisiva di essa, diventando contemporaneamente oggetto di comprensione, trasmissione e classificazione. Comprensione del personaggio all'interno della narrazione, trasmissione della prospettiva in un'ottica di condivisione con lo spettatore e classificazione dell'esperienza secondo un filtro finzionale creato e gestito dall'autore. Ciò a cui si assiste è un complesso movimento di assunzione e inevitabile separazione, a causa del quale lo sguardo dei migranti è il risultato di una differenza aritmetica tra soggettiva e impostazione narrativa, tra vita e racconto, tra dramma individuale e sua trascrizione empatica.

Tendenzialmente, il cinema italiano, recente e di un passato che si può far risalire alla prima ondata di immigrazione proveniente dalle coste albanesi (la cui traduzione in immagini, circa tre anni dopo, fu Lamerica di Gianni Amelio, uscito nel 1994), ha sempre modulato lo sguardo dei personaggi in due forme essenziali. Attraverso i criteri dell’avvicinamento e dell’accesso, modalità di osservazione che conducono anche a due strutture narrative differenti, anche se convoglianti nel medesimo luogo. Il primo è il punto di vista che si fissa sull’immigrato, cercando di coglierne la realtà, di comprendere la diversità per stemperarla attraverso un percorso di formazione (casuale, il più delle volte) volto a congiungere le opposte polarità e condurre all’accoglienza. Si tratta della tipologia di pellicole meno recenti, propedeutiche al fenomeno e alla sua narrazione, bisognose di indirizzare lo spettatore quasi pedagogicamente verso una riflessione non compromessa dal pregiudizio. Il suo scopo è avvicinare progressivamente due realtà differenti, spesso tendenti all’opposizione, per testimoniare un percorso di crescente consapevolezza con il quale accompagnare per mano il pubblico.
L’esempio più maturo e compiuto di questa tipologia è probabilmente Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana. Il protagonista, il dodicenne Sandro, è un’ovvia figura vicaria dello spettatore. Attraverso i suoi occhi ancora innocenti passa la curiosità di chi osserva la superficie delle cose, riflette con la limitazione propria della sua età e della sua scarsa conoscenza del mondo su aspetti che non comprende totalmente o perlomeno in parte, fino a quando la drammaticità del caso non lo porta a provare in prima persona il problema. È l’unico figlio, accudito e coccolato, di una famiglia benestante, aperta nei confronti della diversità ma formalmente estranea a una realtà drammatica che si affaccia soltanto con la presenza ormai assodata di qualche operaio di colore nella piccola azienda che il padre gestisce. Il punto di partenza dell’avvicinamento di Sandro è proprio una soggettiva, dapprima parziale, poi più ampia, ma non per questo più chiara, come se Giordana avesse voluto sottolineare quello su cui, nel passato, hanno dibattuto i narratologi del cinema, ossia che vedere non è necessariamente comprendere.

Mentre si reca a scuola (mentre cioè vive la sua quotidianità), Sandro vede un uomo di colore disperato in una cabina telefonica. Non riesce a prendere la linea e urla tutta la sua frustrazione. Sembra folle, perché la prima inquadratura che restituisce lo sguardo di Sandro (tecnicamente una semisoggettiva) tiene fuoricampo ciò che invece mostrerà la seconda, un avviso su un cartone posto in alto, “Non in funzione”. Scarto fondamentale: l’uomo non è pazzo, è solo privo di una conoscenza che gli permetta di comprendere l’italiano e quindi capire la realtà intorno a lui. Il film denuncia la parzialità dell’impressione e invita ad ampliare la prospettiva, andando oltre l’ingenuità di qualunque luogo comune, anche quello che pretende di considerare gli africani come una categoria granitica con cui si racchiude genericamente il nero, l’altro-da-sé (Sandro chiede di tradurre una frase proferita dall’uomo della cabina all’operaio che lavora per il padre, convinto dell’unicità di una supposta lingua africana). Per tentare di comprendere il dramma dell’uomo della cabina che tanto lo ha incuriosito e di tutti gli uomini, ognuno con le sue specificità e la sua storia, vedere non basta, bisogna esperire: Sandro passerà attraverso una necessaria immersione (reale e metaforica) che non gli fornirà la verità sulle cose, ma che consentirà di introdursi in un’altra dimensione, in cui coesistono speranza e incubo, verità e menzogna, giusto e sbagliato.

Quando sei nato non puoi più nasconderti segna un punto di passaggio nella filmografia sull’immigrazione, perché la prospettiva si predispone a una sua reversibilità, non priva di alcune ambiguità che fanno sì che il percorso di formazione del protagonista non mostri la perfezione inattaccabile di un romanzo a tesi, quanto l'approfondimento di una realtà complessa che pur se analizzata più da vicino continua a frantumarsi in mille dubbi e contraddizioni.

Il secondo sguardo, quello relativo all’accesso, appartiene a una fase più recente delle pellicole sui migranti. Una fase in cui l’intento educativo si è affievolito per mutazione sociale (nel bene e nel male) e per esigenze di rinnovamento narrativo. I migranti condividono lo sguardo con lo spettatore. La soggettiva, in questo caso, è una chiave d'ingresso, la possibilità di approdare a una reciprocità da sempre preclusa, per etnocentrismo, cultura, formazione ed esperienza, indipendentemente dalla buona volontà di ognuno. Il cinema di Andrea Segre e Jonas Carpignano (soprattutto Mediterranea), ma anche i film degli esordienti Roberto De Paolis (Cuori puri) e Andrea Magnani (Easy – Un viaggio facile facile), senza dimenticare il rigoroso punto di vista interno di un nuovo autore come Suranga Katugampala (Per un figlio), immigrato di seconda generazione di origine cingalesi, mostrano esempi indicativi di questa tendenza. L’assunzione recente di un punto di vista da parte dei personaggi su cui, fino a qualche anno fa, lo sguardo convogliava per raccontarne da una prospettiva esterna l’ingresso in un mondo avvertito come estraneo e problematico, pare rispondere a una reale esigenza. Un’esigenza di attestazione attraverso cui si tenta di accedere direttamente, senza intermediazioni, a un’esistenza in cui lo sguardo ha la possibilità di chiarire e infondere sensazioni, reazioni, volontà.

Ma l’esigenza è anche espressiva, perché mostra un bisogno di colmare lo iato esistente tra insieme e soggetto, tra lo sfondo in cui più facile appare la generalizzazione e l’individualità con le sue distintive peculiarità. In questa direzione vanno i recenti esperimenti di cinema dal basso realizzati in prima persona e in perfetta autonomia dai migranti stessi: non personaggi ma autori con un preciso punto di vista sull’Italia, su ciò che significa guardare un paese con occhi davvero differenti, rievocando quell'ingenuità poetica propria del fanciullino pascoliano, ancora capace di scrutare il dettaglio ormai scontato, di meravigliarsene e di rioffrirlo con la sua purezza a un pubblico costretto a riconsiderare sotto una luce nuova le sue certezze quotidiane. La freschezza di iniziative come Tumaranké (in cui 38 minori giunti in Italia senza accompagnamento riprendono la loro vita nel nostro paese) o come Reverse Angle (installazione su tre schermi concepita da Davide Ferrario a seguito di un suo workshop a Pecetto, nel torinese, con un gruppo di 28 ragazzi immigrati chiamati a riprendere l'universo in cui sono approdati nelle sue varie forme di manifestazione) risiede proprio nell'immediatezza di uno sguardo che si fa registrazione spontanea attraverso l'uso dello smartphone.

Uno sguardo spontaneo e la sua sedimentazione istantanea all'interno di una memoria condivisa diventano la testimonianza di un bisogno e di una trasformazione in atto, anche nel cinema narrativo.

I film dei registi citati in precedenza hanno poco in comune, se non la volontà di oltrepassare un confine per porsi dall'altra parte, superando una prospettiva che talvolta, nel passato, si era adagiata per osservare rispettosamente ma senza forzare l'ingresso in una realtà ulteriore. Ne L'ordine delle cose di Andrea Segre (2017), tale movimento di ideale infiltrazione è reso quasi plastico dalla progressione delle inquadrature. Attraverso il protagonista, Corrado Rinaldi, funzionario del Ministero dell'Interno che indaga sul traffico di immigrati partiti dalle coste libiche, queste inquadrature passano dalla semplice denotazione esterna del problema a inserirsi spazialmente in esso per tentare di risolverlo. Se Corrado, infatti, guarda dapprima in piani ampi le immagini di un salvataggio sullo schermo del suo computer, una volta giunto in Libia gli stessi piani si restringono, la macchina da presa si avvicina al suo volto, cogliendo insieme punto di vista e assorbimento rispetto a ciò che le immagini mostrano, per poi diventare una soggettiva in senso stretto quando il filmato mostra le condizioni drammatiche dei profughi. Questa penetrazione per mezzo delle inquadrature è ribadita simbolicamente dal fissarsi del riflesso del dramma sulle lenti di Rinaldi, prodromo di quel contatto personale che il funzionario intratterrà con una profuga somala, Swada, consentendo al privato originato dalla visione personale d'introdursi nell'istituzionale e che l'emotività s'impossessi del suo ruolo, anche se solo per un arco di tempo relativamente breve. Sottratto l'oggetto alla vista, una volta rientrato definitivamente in Italia, Rinaldi deciderà di non intercedere più per la donna, frustrando la speranza di salvezza di questa e tornando a quell'ordine delle cose che ha sempre caratterizzato la sua vita.

Segre sembra dire che lo sguardo dell'italiano, per quanto disposto all'ibridazione e allo scambio, così come mostrano anche gli altri suoi film di fiction precedentemente realizzati (Io sono Li del 2011 e La prima neve del 2013), è disposto all'immedesimazione pur rifiutando infine l'assunzione, decidendo di rimanere al di qua del confine ideale posto tra le due realtà. Un pessimismo di fondo che si allinea a quello invece piuttosto scanzonato di Andrea Magnani, che in Easy - Un viaggio facile facile (2017) connota l'immigrato ucraino defunto da riportare in patria come perennemente contiguo al corpulento autista italiano ma formalmente assente, giungendo all'estremo di fargli osservare tramite improprie soggettive dalla sua bara il grottesco viaggio di ritorno a casa oppure di diventare muto interlocutore del suo compagno che gli parla come se fosse la testa di Alfredo Garcia nel film di Peckinpah. E anche parte della visione proposta da Roberto De Paolis in Cuori puri (2017) pare non essere aliena rispetto a questa tendenza. In un film in cui è evidente la separazione netta tra i Rom stanziati a ridosso di un parcheggio per i lavoratori di un supermercato e gli italiani che nella zona vi risiedono, l’immigrato non nomade è pressoché cancellato dall’inquadratura, esiliato in un fuoricampo da cui provengono solo le timide proteste per l’atto di prevaricazione in corso. È quello che succede al titolare cingalese di un minimarket, escluso dai piani e da qualunque controcampo nel corso della rapina che il protagonista Stefano e il suo amico perpetrano ai suoi danni, quasi si trattasse di un dettaglio (reso) insignificante nel corso di un’azione che nasce come un normale acquisto serale, diventa uno sfottò sulle abitudini religiose del titolare e sfocia con naturalezza nell’estorsione successiva.

Sul motivo della negazione dello sguardo è incentrato interamente Per un figlio (2017), opera prima dalla messa in scena rigorosa di Suranga D. Katugampala, che narra del conflitto tra un ragazzo cingalese cresciuto in un piccolo centro dell'Italia settentrionale e di sua madre, ancorata alle tradizioni e alle usanze del paese di provenienza e il cui unico contatto con il mondo occidentale è lavorare a tempo pieno come badante per un'anziana. Katugampala colma la sua storia di densi silenzi ma soprattutto esprime la diversità inconciliabile dei due protagonisti in alcune brevi scene in cui essi si ritrovano per pranzare in un angusto cucinino, evitando attentamente che le traiettorie dei due sguardi s'incrocino pur nell’esiguità dello spazio a disposizione. Un conflitto che investe la modernità, l’esplorazione del sesso, il bisogno antropologico di maternità e la necessità di svellere il cordone ombelicale, la stessa lingua usata per comunicare; un'inconciliabilità che non sembra ricomporsi neanche nell’ultima scena, quando il ragazzo, ancora una volta a tavola, cerca finalmente lo sguardo della madre in una tarda ricerca di contatto che però la madre non accoglie, continuando a pelare le patate e frustrando il tentativo.

È però Jonas Carpignano in Mediterranea (2015) a compiere il più grande sforzo di penetrazione soggettiva all'interno di una realtà altra. Nel narrare la storia di Ayiva, giovane del Burkina Faso che tornerà come personaggio di contorno nel successivo A Ciambra (2017), il regista s'inserisce di fatto nella sua stessa messa in scena per fornire una prospettiva quanto più interna possibile rispetto al problema che intende raccontare. Permutando il proprio punto di vista con quello individuale e collettivo, la visione s'immerge nel dramma, inserendosi prima tra i corpi dei migranti che si sforzano di salire sulle rocce del deserto al confine tra Algeria e Libia, con l'obiettivo della macchina da presa lambito addirittura dagli svolazzi dei loro abiti, poi, rimanendo in prima fila quando gli stessi migranti sono vittime dei predoni. Infine, con intenzione ancora più drammatica, il protagonismo della macchina da presa si palesa anche sul barcone in mezzo al mare, tramutandosi in una delle vittime delle mareggiate e del temporale, rischiando a ogni scossone di cadere, aprendosi alla speranza nell'udire la sirena di una nave, disperandosi al suo allontanamento, giocandosi la vita quando cade in acqua insieme agli altri corpi sbraccianti e urlanti fino all'arrivo della guardia costiera italiana.

Carpignano non fa altro che creare uno stato di empatia con i personaggi così com'è stato teorizzato da Murray Smith in Engaging Characters: Fiction, Emotion, and the Cinema (Clarendon Press, Oxford 1995): penetrando nelle viscere del dramma condivide l'esperienza più che assumere semplicemente un punto di vista soggettivo, simula emotivamente la situazione (Emotional Situation), si rispecchia nelle emozioni del gruppo (Affective mimicry) e proietta il pubblico all'interno dello stimolo predisposto (Automatic Reactions). Si tratta, con ogni probabilità, del tentativo più ardito di trasmigrazione delle componenti logiche e affettive tra fiction e pubblico in film di questo tipo. Il punto di vista non sostituisce lo sguardo di un personaggio ma punta deliberatamente, pur con tutti i suoi limiti estetici e psicologici, all'assunzione dell'esperienza. La potenzialità empatica del piano s'impossessa della documentazione visiva e stimola la conoscenza diretta, resa ancora più acuta e disperata dal montaggio convulso, dai rumori incontrollati, dalle grida disperate di persone e da un mancato ancoraggio oculare, a causa del quale le immagini si percepiscono febbrilmente senza che si padroneggino.

Se è indubbio che ci sia una motivazione etica alla base della realizzazione di queste pellicole, esiste allo stesso modo una morale di questi piani empatici che puntano alla coincidenza tra personaggi e pubblico, eliminando le distanze e rendendo aderenti motivazioni e reazioni? Questo tipo di rappresentazione, avendo l'evidente scopo di collocare il pubblico all'interno dello spazio narrativo, sollecitandone la responsabilità, ha un intento formativo rispetto alle persone cui si rivolge? Il suo è un tentativo di incanalare socialmente il pensiero del pubblico?

È probabile, al di là dell'urgenza ideologica dei singoli registi, ma assolutamente velleitario. Perché, ammettendo la plausibile risposta affermativa ai quesiti posti precedentemente, bisogna riconoscere che l'intento di tali opere è di conferma, non di convincimento. Questi lavori si rivolgono a un pubblico ben determinato e comunque (sempre più) esiguo, progressista e antirazzista, che volontariamente si reca al cinema o decide di guardare i film autonomamente nella propria abitazione. Il rapporto è duplice: il film conferma le sue tesi democratiche a un pubblico che si rispecchia in valori che condivide e che vede semplicemente convalidati. Ma il circolo è chiuso e il bacino sempre più limitato, se anche la popolarità di Papa Francesco è scesa per le sue prese di posizione sui migranti (dall'88 al 71%, secondo un sondaggio Demos-Coop del luglio scorso). L'ordine delle cose, Cuori puri, Easy – Un viaggio facile facile, Per un figlio, Mediterranea sono tentativi encomiabili, esteticamente apprezzabili, mostrano una vitalità intellettuale del nostro giovane cinema ma si rivolgono esclusivamente a un pubblico già performato ideologicamente che si conforta nel riflesso del suo stesso pensiero.

È anche questo uno svilente gioco di assunzione di precise prospettive, laddove la maggioranza preferisce adagiarsi sulle fake news e sugli allarmi relativi a un'emergenza sociale avvertita come sempre più pressante. È la visione del mondo preponderante, quasi soverchiante, in questo preciso momento storico.

E non si tratta più solo di cinema, purtroppo.


Da "http://www.doppiozero.com" Lo sguardo del migrante di Giampiero Frasca

Pubblicato in Passaggi del presente

I racconti dei miei pazienti nella stanza della psicoterapia riguardano spesso la paura, la vulnerabilità, lo stress e i traumi che hanno provato o che potrebbero provare, la sensazione di essere sempre a rischio. Se devo basarmi sulla mia esperienza professionale, non c’è alcun dubbio che l’emozione predominante della nostra epoca sia proprio la paura. Lo dicono i check in militarizzati degli aeroporti, le telecamere di sicurezza posizionate ovunque, le porte blindate, i muri che si alzano tra le nazioni, i blocchi di villette residenziali blindati come compound dell’esercito.


Se dovessi mettere in ordine le paure che ho incontrato mentre esercitavo la mia professione, dalla più leggera alla più intensa, direi: il cambiamento climatico, le epidemie che provengono da Paesi lontani, una emigrazione fuori controllo, la criminalità, il terrorismo. Alcune di queste paure sono ormai intrecciate tra loro. La paura del crimine, di essere aggredito, derubato, di subire violenza, sta diventando un problema a sé, una grave fonte di ansia e di tensione, e senz’altro peggiore, del rischio concreto di essere vittima. Tanto che ormai, sempre più spesso l’obiettivo principale che porto avanti nei confronti dei miei pazienti è aiutarli nella gestione della paura.

Tutti i maggiori reati sono in calo, così come il numero di immigrati sbarcati (lo dicono le statistiche ufficiali). Altre ricerche confermano che l’immigrazione non ha ricadute drammatiche sulla quantità di crimini commessi. Dati che dovrebbero rinfrancarci, ma non ci riescono. Un ispettore di polizia mi ha confessato di essere convinto che questi dati siano influenzati dalla sempre minor propensione dei cittadini a denunciare i reati. Mi domando però se la sua sia un’analisi attendibile, o una paura come quella di chiunque altro.

Purtroppo non saranno le statistiche ad aiutarci a sedare la paura. È sufficiente un nuovo attentato in qualche parte del mondo perché subito nella scuola con cui collaboro scatti di nuovo l’allarme e vengano chieste dai genitori misure di sicurezza sempre più stringenti. Il problema è che anche quando applichiamo misure di sicurezza molto rigide, questo non riesce comunque a fugare le nostre ansie, che rimangono pervicaci e indeterminate.

Quello che ritengo il mio maestro nel campo della psicoterapia mi ha raccontato che da giovane ha potuto raggiungere via terra l’India, passando dall’Afganistan, senza mai esibire il passaporto. Oggi una cosa del genere sarebbe inimmaginabile. Avalliamo politiche che come unico risultato aumentano le spese per la sicurezza a discapito di investimenti che sarebbero molto più utili – per la ricerca e lo sviluppo, ad esempio, o per fronteggiare la povertà – mentre le nostre libertà diminuiscono.

Una vita completamente libera dalla paura è probabilmente impossibile, dato che si tratta di uno stimolo naturale. Proviamo paura quando percepiamo pericolo, vero o presunto, e siamo spinti a produrre gli ormoni che ci permettono di metterci in salvo. La paura è un’emozione ancestrale, sviluppata in tempi lontanissimi come risposta immediata di fronte a pericoli contingenti, come ad esempio gli animali feroci o gli agenti atmosferici. I nostri progenitori erano scarsamente attrezzati contro i pericoli a cui il loro ambiente li esponeva, che erano comunque sufficienti a tenerli concentrati su paure concrete, piuttosto che su quelle generiche e astratte che invece tormentano noi. Di conseguenza il loro rapporto con ciò che li spaventava era molto più diretto del nostro.

Come ha scritto Zygmunt Bauman in Paura liquida, “Se un tempo la paura aveva un nome preciso, nel mondo contemporaneo essa si scatena da cause apparentemente serie, ma di fatto è una forma di continua insicurezza, di vulnerabilità, di sensazione di essere perennemente esposti a pericoli che possono arrivare da qualunque parte, senza più difese.” Abbiamo domato molti aspetti pericolosi o sgradevoli della realtà, ma la paura non è scomparsa, perché, a ben vedere, la paura non dipende realmente dai pericoli effettivi che ci circondano. La paura è una nostra percezione di pericolo, è dentro di noi. E questo senso di allarme, come detto, è sempre più diffuso.

Fino a un paio di generazioni fa, per far fronte alla paura si faceva riferimento allo Stato. Anche lo Stato è nato dalla paura dei nostri predecessori – lo ha scritto Thomas Hobbes già a metà del Cinquecento nel suo Leviatano – ed è sempre prosperato grazie alla paura e alla guerra, come ha aggiunto Niccolò Machiavelli nei suoi Discorsi (II, 25). Almeno quando non li spingeva in guerra, lo Stato ricambiava i sui cittadini dandogli sicurezza, garantendo per quanto possibile la loro incolumità e i loro beni, in seguito raccogliendo risorse e poi ridistribuendole, più o meno equamente, sotto forma di diritti: se perdevi il lavoro, o ti ammalavi, lo Stato ti erogava sussidi e cure mediche. Eri al sicuro.

Oggi quest’ultima roccaforte illusoria si sta lentamente dissolvendo. Lo Stato tramonta, e a contare sono sempre più gli individui il cui orizzonte d’azione è il pianeta, persone capaci di giocare partite che trascendono le frontiere nazionali: finanzieri che operano su mercati mondiali, imprenditori che delocalizzano, o artisti e giocatori di calcio la cui nomea non ha confini. Sono le loro scelte, le loro mosse e il loro stile a creare scenari nuovi, inauditi, sconosciuti ai più. Chi non sa adattarsi ai nuovi assetti globali perché si sente posto davanti all’ignoto – e l’ignoto spaventa – finisce con interpretare questi orizzonti come “pericolosi” – anche perché alcune conseguenze di questa partita lo sono. Ecco la paura.


Una paura a cui lo Stato non dà più soluzioni, sempre più privata, che lascia l’individuo solo con se stesso. Questo però non rende la paura un fatto intimo, interiore. Anzi, al contrario, oggi si tratta sempre più un fatto sociale. Sono gli altri a dirci che cosa ci deve fare paura. Lo ha spiegato molto bene Norbert Elias in Potere e civiltà: i tipi di paura e di ansia che proviamo, la loro intensità, non dipendono dalla nostra natura intima. Ormai sono “determinati dalla storia e dalla struttura attuale della relazione con gli altri”. In altre parole, non siamo nemmeno titolari delle nostre paure. È sempre qualcun altro che stabilisce quali dobbiamo provare.

C’è comunque una cosa che non è mai cambiata: la reazione che sviluppiamo quando siamo spaventati è sempre la stessa. La paura provoca tensione, uno stato di allerta continuo, un senso di offuscamento della realtà; ci spinge a chiuderci in noi stessi, e quindi ad alzare barriere verso gli altri, o nel caso peggiore a chiedere a terzi che una qualche barriera venga alzata tra noi e ciò che ci terrorizza.


È esattamente in questo meccanismo che si insinua l’uso politico della paura. Ormai in larga parte inabili a fornire soluzioni concrete, alcuni politici le fomentano sapientemente con pericoli che dipingono come imminenti, dichiarando che il loro obiettivo è proprio far fronte al senso di insicurezza che hanno creato. I più scaltri sanno che abbinare tra loro due paure ne quadruplica l’effetto. Un esempio è l’abbinamento “barconi di immigrati” e “terrorismo islamico”. I due fenomeni, già presi separatamente, suscitano paura, ma sostenere a gran voce che “i terroristi viaggiano attraverso i barconi” ha un effetto ancora più destabilizzante.


Questo naturalmente succede nel momento di raccolta del consenso, quando le elezioni possono trasformare la paura indotta in altrettanti voti. Ma non è più necessario, anzi, potrebbe diventare controproducente, quando si è a un passo dal governo del Paese. Così, il brutale assassinio della diciottenne Pamela Mastropietro avvenuto a Macerata cinque settimane prima delle elezioni è stato ampiamente strumentalizzato. E un uomo che la paura ha riempito di odio, Luca Traini, è arrivato addirittura a esprimere in proprio, sparando a persone di colore, una malintesa “giustizia”. Mentre la scoperta che i responsabili della tragedia di Piazza San Carlo a Torino sono un gruppo di rapinatori di origine nordafricana non è stata strumentalizzata in chiave politica, ed è quasi passata sotto silenzio. Le elezioni d’altronde erano ormai già avvenute.


Annamaria Testa, su Internazionale, ha desunto da alcuni studi scientifici che i cervelli delle persone con un orientamento più conservatore sono dotati di una minor quantità di materia grigia nella neocorteccia (la parte cognitiva, più recente, che sa gestire l’incertezza e le informazioni contraddittorie) e hanno amigdale più grandi. L’amigdala è una piccola porzione di materia grigia di forma ovoidale (amygdala in greco significa mandorla) che fa parte della porzione primitiva del cervello ed è associata alle emozioni – prima fra tutte la paura – con la memoria emozionale e con la cosiddetta reazione fight or flight (attacca o scappa).

Di conseguenza, come dice Testa, “chi fa leva sulla paura o agita lo spettro di un qualsiasi ‘nemico’ […] sta promuovendo istanze di destra”. Purtroppo il fenomeno è meno circoscritto di quanto venga dipinto. Alcuni politici dimostrano di essere molto abili nel trasformare le calamità altrui in vantaggi personali, proponendo false soluzioni, come fortificare i confini e mettere uno stop alle ondate migratorie. Ma la capacità di sfruttare politicamente le nostre paure non ha una precisa coloritura politica, e le vittime non sono soltanto i cervelli orientati a destra.

Non è facile metterci al riparo dalla politica della paura, ma c’è una strategia a cui cerco di far arrivare i miei pazienti che soffrono di ansia e hanno subito gravi traumi che li rendono ancora più esposti. È la stessa che impieghiamo davanti alle manifestazioni più basiche della paura, come un rumore in casa che di notte ci sveglia di soprassalto. Andiamo a vedere, e non appena ci accorgiamo che non c’è nessun ladro, ma che è stato il nostro gatto a far cadere un oggetto, riusciamo facilmente a riprendere sonno.


Da "https://thevision.com" LA POLITICA DELLA PAURA E I SUOI EFFETTI SULLA NOSTRA VITA DI MARIARITA VALENTINI

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Cari amici, buongiorno!

Ho scritto un discorso da leggere, ma è un po’ lunghetto… Per questo preferisco dirvi due o tre parole dal cuore e poi salutarvi ad uno ad uno: questo per me è molto importante. Vi prego di non offendervi.

Discorso consegnato

Signor Cardinale,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle,

Sono lieto di accogliervi in occasione della Conferenza mondiale sul tema Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni mondiali (Roma, 18-20 settembre 2018). Saluto cordialmente i rappresentanti delle istituzioni delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, delle Chiese cristiane, in particolare del Consiglio Ecumenico delle Chiese, e delle altre religioni. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, per le cortesi espressioni che mi ha rivolto a nome di tutti i partecipanti.

Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società. Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali.

La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo.

Penso, anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i pregiudizi.

In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità.

Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato.

Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti che contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza – che va ben oltre la tolleranza – e sulla solidarietà.

In particolare, possano le Chiese cristiane farsi testimoni umili e operose dell’amore di Cristo. Per i cristiani, infatti, le responsabilità morali sopra menzionate assumono un significato ancora più profondo alla luce della fede.

La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.

La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.

E quando Gesù diceva ai Dodici: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20,26), non si riferiva solamente al dominio dei capi delle nazioni per quanto riguarda il potere politico, ma a tutto l’essere cristiano. Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente, a riconoscere, accogliere e servire Cristo stesso scartato nei fratelli.

Consapevole delle molteplici espressioni di vicinanza, di accoglienza e di integrazione verso gli stranieri già esistenti, mi auguro che dall’incontro appena concluso possano scaturire tante altre iniziative di collaborazione, affinché possiamo costruire insieme società più giuste e solidali.

Affido ciascuno di voi e le vostre famiglie all’intercessione di Maria Santissima, Madre della tenerezza, e di cuore imparto la Benedizione apostolica a voi e a tutti i vostri cari.


Da "http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/september/documents/papa-francesco_20180920_conferenza-razzismo.html" DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA MONDIALE SUL TEMA "XENOFOBIA, RAZZISMO E NAZIONALISMO POPULISTA, NEL CONTESTO DELLE MIGRAZIONI MONDIALI"

Pubblicato in Passaggi del presente

In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020
Diversi commentatori si sono soffermati sulla eccezionalità del recente attacco di Barack Obama all’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sicuramente una presa di posizione così forte da parte di un ex Commander in Chief rispetto a un suo successore è sostanzialmente un unicum nella storia americana. Tuttavia sarebbe un errore leggere questo episodio come un fatto estemporaneo, o esclusivamente legato alla scadenza delle elezioni di mid-term.

La strategia del 44esimo Presidente Usa nel nuovo quadro non inizia oggi e punta al medio-lungo periodo.

Il primo atto del ritorno in campo di Obama, dopo la lunga pausa all’indomani della fine della sua Presidenza, è stata la lecture tenuta in Sud Africa per i cent’anni dalla nascita di Nelson Mandela nel luglio scorso: in quell’occasione Obama partì da lontano, rivendicando il ruolo dei movimenti di liberazione – da Mandela, a Gandhi, a M. L. King – nello sviluppo delle democrazie nel ‘900 e nella conquista di un sistema inclusivo basato sul mercato (inclusive market-based system), contrapposto ai fallimenti dei regimi totalitari. In quella stessa occasione, senza mai citare il suo successore, affermò che chi crede nell’uguaglianza, nella libertà e nella giustizia come valori fondamentali per il progresso oggi ha un racconto migliore e più convincente da proporre rispetto alla visione sovranista.

Un discorso alto, fuori dalle contingenze, teso a delineare un perimetro valoriale e una visione del mondo per questi uncertain times.

Il secondo passaggio importante è la recente eulogy al funerale del suo ex sfidante del 2008 John McCain: un discorso in cui Obama ha ricordato le qualità del suo opponent, riconoscendogli statura politica, rigore morale, attaccamento alla Patria e ai valori americani. Questo è il punto chiave: il primo Presidente afroamericano riconosce alla vecchia guardia repubblicana, da McCain ai Bush (con i quali non mancano espliciti segni di intesa) l’aderenza ai valori americani al di sopra delle divergenze sulle policies, riassumibili nelle parole della Declaration of Indipendence “All men are created equal, […] with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”, citata esplicitamente.

Seppur implicitamente, Obama delinea un perimetro “costituzionale”, ponendone al fuori l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Il discorso di pochi giorni fa in Illinois, sicuramente il più politico, si inserisce in questo solco: Obama ricorda che fu Abraham Lincoln, un repubblicano, a vietare la schiavitù, come esempio per affermare che nessuno dei due partiti detiene “il monopolio della saggezza”. Il suo appello, che definisce radicali (nel senso di estremiste) le politiche trumpiane, si rivolge dunque anche ai conservatori che vedono gli Stati Uniti scivolare lungo un piano inclinato che ­– secondo Obama – rischia di far arretrare gli Usa e isolarli sul piano internazionale.

L’altro tassello del ragionamento è una lettura originale del populismo: per Obama sono le élite spaventate dal cambiamento che fanno leva sulle paure, spesso legittime, per dividere le “ordinary people”.

Il tentativo evidente è di ribaltare la narrazione popolo vs élite, accusando proprio le élite di dividere il popolo per mantenere lo status quo e di costruire una nuova coalizione sociale: non più, o non solo, la classica Obama coalition, la maggioranza di minoranze che lo portò alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012, ma un fronte costituzionale che mobiliti anche elettori storicamente o culturalmente repubblicani.

C’è da dire che Obama è riuscito a mobilitare la sua base unicamente quando si è candidato in prima persona: i democrats infatti furono sconfitti alle elezioni di mid-term del 2010 e del 2014, oltre che alle scorse presidenziali. Quindi una sua forte influenza sui candidati dem up and down the ballot nelle elezioni del prossimo novembre è tutt’altro che scontata.

In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020, magari utilizzando le elezioni di mid-term come scouting. Il nuovo ruolo a cui l’ex senatore dell’Illinois potrebbe aspirare, anche attraverso la fondazione che si sta occupando soprattutto di community organizing, è di mentore per una nuova generazione di leader. Anche questo sarebbe un unicum nella storia americana. In ogni caso, nella crisi di leadership (e di pensiero) da entrambe le sponde dell’Atlantico, possiamo star certi che le sue parole influenzeranno significativamente il dibattito nel mondo progressista nei prossimi mesi.


Da "formiche.net" Obama torna e offre una visione ai Democratici (non solo Usa) di Flavio Arzarello

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Era il modello del welfare perfetto e dell’accoglienza a regola d’arte: alle elezioni di ieri il partito democratico, nazionalista e xenofobo, ha preso il 20% dei consensi. E se anche i paradisi crollano, cosa rimane a chi crede nella società aperta?


Lo spot comincia con le inquadrature notturna di un quartiere dormitorio, visto dall'alto. Blocchi di cemento alti dieci piani che si susseguono all'infinito, fila dopo fila, appena rischiarati da qualche finestra illuminata. Una visione distopica, inquietante. Poi la camera arriva a terra. Auto in coda nel buio. Un ubriaco che attraversa. Il falò di un'utilitaria davanti a un distributore di bibite sfasciato, barboni che frugano tra la spazzatura. Sembra Gotham City, è Stoccolma e il video è uno degli spot della campagna elettorale di Jimmie Akesson, classe 1979, il giovane leader del partito nazionalista che nelle elezioni politiche di ieri ha conquistato il 17,7 per cento. 4,7 punti in più rispetto alla quota del 13 per cento conquistata nel 2014, che già costituiva un raddoppio rispetto a 6 per cento precedente.

Il partito si chiama Democratici Svedesi, SD, è stato fondato a inizio anni Novanta. La sua denominazione sembra frutto di quello che in inglese si chiama whitewashing, letteralmente “ripulitura”: bisognava scegliere un nome rassicurante per addolcire l'immagine di un'aggregazione a cui partecipavano numerosi gruppi suprematisti e circoli estremisti (decimati da una raffica di espulsioni solo in tempi recenti). Nel 1994 sembrava già a fine corsa. Percentuali risibili, mai nessun seggio fino al 2010, tanto che nei commenti politici la Svezia era descritta costantemente come un Paese inattaccabile dal sovranismo e dal populismo. Poi otto anni fa un imprevista impennata al 2,8 per cento e 20 parlamentari eletti: sembrava un fuoco di paglia, era invece l'inizio della scalata che ieri ha compiuto un altro passo in avanti, anche se non rilevante come si prevedeva nei sondaggi, vista anche la tenuta dei socialdemocratici.

Il 20 per cento degli elettori svedesi ha creduto all'analisi del conflitto proposta da Akesson, forse anche per smarcarsi dall'accusa di razzismo: non una questione di pelle, colore, religione, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia
I video propagandistici di SD aiutano a capire il boom del sovranismo svedese meglio di ogni altra analisi. Mostrano una Svezia alla quale noi mediterranei stentiamo a credere, perché da sempre immaginiamo quel Paese come l'icona di tutto ciò che è desiderabile in Europa. Libertà, diritti, un welfare efficiente, «dalla culla alla tomba» come si diceva una volta, una società libera, paritaria, amica delle donne e dell'ambiente, inclusiva, dove a una tassazione altissima corrispondono prestazioni sociali ai limiti dell'utopia. Ma quell'utopia svanisce nella angosciante narrazione dei Democratici Svedesi e del loro leader Akesson, voce narrante degli spot. «Dove una volta avevamo tranquillità e sicurezza, ora abbiamo telecamere e filo spinato», dice, mentre corrono le immagini di quartieri borghesi barricati dietro cancellate di ferro e muri alti cinque metri. «Il sistema sanitario crolla, i nostri parenti e amici muoiono prima di ricevere assistenza», ed ecco la donna bionda che piange, riversa su un corpo inanimato. Rottami in fiamme, è la guerra tra gang rivali. Lampeggianti di polizia nella notte, pompieri che corrono, esercito in azione con le maschere antigas: Akesson descrive assalti alle stazioni di polizia, rivolte di quartiere, bombe e uccisione di agenti e comuni cittadini. «In Svezia ora il terrore è la realtà».

Realtà? Esagerazione pubblicitaria? Sia come sia, una parte degli elettori svedesi piuttosto consistente ha creduto a quella rappresentazione, e soprattutto all'analisi del conflitto in corso proposta da Akesson: non una questione di pelle, colore, religione, non una guerra tra destra e sinistra, poveri e ricchi, maschi e femmine, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia per imporre una svolta in materia di immigrazione. Una svolta che quasi sicuramente arriverà: se è scontato che SD non entrerà in governi di coalizione, è ovvio che i suoi risultati determineranno cambiamenti.

Il modello Stoccolma è quello che con più convinzione e rigore ha applicato le direttive europee in materia di rifugiati e migranti. Ha accettato tutte le quote assegnate, ha accolto senza discriminazioni e resistenze: su 9,9 milioni di residenti oggi il 17 per cento è di origine straniera, la quota più alta del continente (in Germania è l'8,1, in Italia il 2,4). Il suo probabile dietrofront sotto la spinta sovranista non sgretola solo l'utopia delle infinite capacità di integrazione di una società aperta ma, in qualche modo, dà un colpo fatale anche all'intera strategia europea in tema di integrazione: se anche lì, nello Stato più civile e assistito del continente si allarga il voto di protesta, c'è davvero qualcosa da ripensare.

Da "www.linkiesta.it" Se anche in Svezia sfonda l’estrema destra, l’utopia europea è davvero a rischio di Flavia Perina

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governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi). Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.


L’intervento, annunciato con un tweet di Salvini a metà agosto, si propone di ripopolare le regioni del Sud, il cui “peso demografico (…) continua lentamente a diminuire”. Quali effetti ci si aspetta dall’intervento citato? Lo spiega Alberto Brambilla, consigliere economico dello stesso ministro:

«Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale. Non è detto poi che chi arriva non possa aprire piccole attività manifatturiere. Una famiglia media spenderebbe 20-25 mila euro l’anno. Già solo i connazionali espatriati con la pensione ‘in regime nazionale’, maturata qui ma incassata al lordo all’estero, sono 60 mila e dunque forse 120 mila, perché in coppia (…). Metà dell’Irpef che perdiamo per 10 anni, la recuperiamo con Iva e accise dai consumi»


Tutto a posto, quindi? Non proprio. Perché quella di Brambilla, più che un’analisi degli impatti, sembra una pagina del libro dei sogni. Per valutare gli effetti di una norma, non basta limitarsi a copiare un modello usato altrove con successo – ad esempio in Portogallo (“dal 2009, quando il governo portoghese decise di non tassare i redditi da pensione per attrarre stranieri.. l’1,5 per cento di Pil in più”) – auspicando che produca gli stessi risultati: serve un esame del contesto in cui quel modello verrà calato, nonché qualche dato per operare le comparazioni necessarie. Altrimenti, molto alto è il rischio che il successo non si riproduca uguale in un ambito diverso. Può dunque essere utile cimentarsi in questo esercizio – dato che il governo non pare averlo fatto – prendendo il già citato Portogallo come Paese di confronto.

Innanzitutto, una domanda: perché i pensionati del Nord o di Paesi esteri dovrebbero preferire il Sud ad altri luoghi ove pure potrebbero godere di un trattamento fiscale di favore? Salvini punta sull’appeal: “l’Italia è bella e piace”. Ma ciò potrebbe non bastare, in considerazione di ciò che è importante per la vita di persone anziane: i servizi sanitari, ad esempio, poiché con l’età aumentano gli acciacchi. Ebbene, secondo l’Euro Index Consumer Health 2017, non solo la sanità pubblica italiana si colloca al 20° posto su 35 paesi europei e in una posizione peggiore del Portogallo; ma le regioni del Sud, ove i pensionati dovrebbero trasferirsi per fruire dei benefici fiscali, come visto, sono sotto la media nazionale: quindi, il divario con il Portogallo è ancora più alto di quello che risulta dalla classifica generale.

Ma Brambilla ha pronta la soluzione: i Comuni che vorranno aderire al progetto del governo dovranno garantire “una serie di servizi ritenuti imprescindibili per l’inserimento nel programma, come la raccolta differenziata e un livello sanitario ‘in linea quelli di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia’”. Brambilla pensa forse che la sanità del Sud possa essere rapidamente risanata così, per magia? Ma andiamo oltre.

Con l’invecchiamento diminuisce anche la mobilità fisica, e avvalersi dei trasporti offerti diviene indispensabile: al Sud essi sono migliori di quelli del Paese che si è preso a confronto, il Portogallo? Secondo il Quadro di valutazione dei trasporti dell’Unione europea (Transport Scoreboard 2016), la soddisfazione dei consumatori per i trasporti urbani in Italia è la più bassa d’Europa ed è tra le più basse per i trasporti ferroviari, oltre che peggiore rispetto a quella per i trasporti in Portogallo, come risulta dalla specifica comparazione. E persone anziane dovrebbero preferire posti dove avrebbero pure difficoltà ad arrivare, oltre che a muoversi, una volta arrivate?


I governanti che, mediante la misura indicata, auspicano una crescita del Pil hanno forse sbagliato iter logico: perché la situazione Sud “in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà” dipende anche da una situazione infrastrutturale oltremodo carente. Dunque, sperare di portare anziani nel meridione, con l’intento di un aumento del Pil, ma non fare interventi preventivi su strade e trasporti, che gioverebbero di per sé al Pil (v. anticipazioni rapporto Svimez 2018 sull’Economia e la Società del Mezzogiorno), ma anche all’attrattività del meridione, sembra una strategia priva di coerenza.

E ai pensionati del Nord, che non volessero andare all’estero, converrebbe spostarsi al Sud? Basta leggere il report dell’Istat sulla valutazione della qualità dei servizi pubblici a seconda delle diverse aree geografiche per rendersi conto che alle agevolazioni fiscali si contrapporrebbe una realtà ben poco agevole per molti altri versi: ad esempio, l’offerta di posti letto in strutture sanitarie al Sud è meno della metà che al Nord; le irregolarità nel funzionamento del servizio idrico al Sud sono circa cinque volte superiori che al Nord; quanto al servizio elettrico, “la frequenza delle interruzioni nel Mezzogiorno è quasi tripla che nel Nord”; anche “la distribuzione territoriale dei servizi di Trasporto pubblico locale (Tpl) resta fortemente diseguale”, con valori al Nord “compresi tra il doppio e il triplo di quello medio del Mezzogiorno”.


Un’ultima considerazione. I benefici fiscali per gli anziani che si trasferiscano al Sud hanno, tra le altre cose, il fine di ripopolare le regioni meridionali, per far crescere così la loro economia: è la strada giusta? Il già citato rapporto dello Svimez induce qualche dubbio:

«Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà del Sud l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (…) ai 51,6 anni nel 2065, ciò inevitabilmente riduce la popolazione in età da lavoro compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico»

Non serve aggiungere altro. Anzi sì: se – come finora esposto – si dubita molto che il progetto del governo riuscirà a conseguire i risultati voluti, non c’è alcun dubbio circa le entrate fiscali che, qualora un pensionato del Nord decidesse di trasferirsi al Sud, lo Stato perderebbe, senza avere alcuna certezza che esse verrebbero compensate da pari benefici in termini di crescita economica del meridione e dell’intero Paese.

Quella appena tracciata è una valutazione sommaria del contesto in cui la misura indicata andrebbe ad operare. Ma l’analisi di un provvedimento dev’essere più ampia, per giungere a definire, tra le diverse opzioni di intervento, quella migliore. Non è cosa facile, richiede uno studio accurato. Forse perciò i governi preferiscono slide, tweet, interviste e similari: studiare – come lavorare -stanca. E se “andrà molto peggio, prima di andare meglio”, sarà anche per questo.

 


Da "phastidio.net" Pensionati esentasse se reinsediati nel Mezzogiorno: attenzione ai colpi di sole di Vitalba Azzollini

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Venerdì, 14 Settembre 2018 00:00

Nazionalizzare le autostrade non serve

“Nazionalizzazione della rete autostradale”. È la ricetta che una buona parte del governo, almeno la frangia guidata da Luigi di Maio e dal ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, ripete come un mantra dal 14 agosto scorso, da quando cioè collassò il ponte Morandi sulla A 10, causando 43 vittime.

Il ritorno delle autostrade italiane sotto la mano pubblica sarebbe la chiave per superare le distorsioni del mercato dovuto al regime delle concessioni ai privati (Atlantia by Benetton in primis), con i cittadini che pagavano tariffe sempre più salate e concessionari che registravano margini di guadagno spropositati grazie alle rendite assicurate dallo stato per gli investimenti.


Sebbene non tutto l’esecutivo sia concorde (il 6 settembre, il premier Conte ha dichiarato all’Huffington Post che “La nazionalizzazione non è l’unica risposta. Valuteremo anche questa soluzione ma non possiamo escludere allo stato che si faccia una nuova gara”), il dibattito è in pieno svolgimento e, in definitiva, ruota su una domanda fondamentale: il pubblico può fare meglio del privato?


Business Insider Italia ha provato a dare una risposta andando a dare un’occhiata a quanto ha fatto il pubblico negli ultimi vent’anni durante i quali gli enti pubblici hanno vestito la casacca del gestore autostradale.

Sì, perché accanto a Benetton, Gavio e Toti, sono numerosi i concessionari controllati dagli enti locali o da società miste Anas-Regioni. E i risultati non sono stati per nulla differenti rispetto ai tratti autostradali dati in concessione ai privati.

«Gli enti pubblici si sono comportati allo stesso modo dei privati. Sono azionisti che hanno cercato di massimizzare i guadagni, facendoci pagare più pedaggi. Inoltre il reddito assicurato sui capitali investiti è stato applicato a tutti, sia ai privati che ai gestori pubblici», spiega il professor Giorgio Ragazzi, già professore di Economia Politica all’Università di Bergamo, ex membro del direttivo della Banca Mondiale e autore del libro: “I signori delle autostrade”.


A leggere la relazione della Direzione Generale per la Vigilanza sulle Concessionarie Autostradali 2016 (quella del 2017 non è ancora stata pubblicata), infatti, si nota che gli enti pubblici non si sono per nulla distinti dai privati sia in termini di aumenti tariffari registrati negli anni, sia in termini di investimenti previsti dai Piani economici finanziari e non ancora realizzati.

Consorzio per le Autostrade siciliane al top per inefficienza
Un primo macroscopico esempio di quanto il pubblico possa essere inefficiente, è fornito dal Consorzio per le Autostrade siciliane (Cas), concessionario fino al 2030 della Messina-Palermo, Messina-Catania e Siracusa-Rosolini (298,4 km totali), controllato da Regione Sicilia al 9,62% e da altri enti locali dell’Isola per il restante 90,38%.

A colpire subito è che nella relazione della Direzione Generale per la Vigilanza non compaiono i dati sulla gestione del consorzio, visto che “per l’anno 2016 persiste da parte della Societa? concessionaria la trasmissione incompleta al Concedente dei dati relativi alla gestione economica e finanziaria, degli investimenti ed amministrativa in generale, come previsto dagli obblighi convenzionali e normativi, che, pertanto, non permette l’analisi degli stessi ai fini della presente Relazione”. Stessa carenza di dati registrata nella relazione del 2015.

Tuttavia alcuni spunti interessanti ci sono, per esempio dove si certifica che la pavimentazione drenante/fono assorbente occupa solo 43 km di carreggiata; che le barriere anti-rumore si estendono per solo 8 km; che gli impianti fotovoltaici (che producono energia e risparmiano CO2) sono zero; che le autostrade non hanno – a differenza di tutte le altre in Italia – la certificazione “UNI EN ISO 9001:2008”, né quelle precedenti; che la percentuale di rete coperta da Tutor è pari a zero, così come zero sono le Centraline meteo e le Colonnine Sos.

I relatori mettono poi nero su bianco le numerose difformità riscontrate: nelle 28 visite ispettive di controllo e ottemperanza effettuate nel 2016, erano state rilevate 244 non conformità (delle quali 225 mai sanate), mentre erano state 115 nel 2015.

Ma forse il dato più eclatante del fallimento del Cas è arrivato dal censimento su ponti e viadotti deciso dal ministro Toninelli subito dopo il cedimento genovese. Nel report consegnato all’Anas, il Consorzio certificava ben 15 punti – tra cavalcavia, viadotti – giudicati in condizioni critiche e bisognosi di immediati interventi, ai quali si aggiungevano anche 80 sovrappassi in condizioni preoccupanti.

Una situazione ingestibile sfociata oggi in un paradosso: mentre a Roma si parla di “nazionalizzazione”, in Sicilia si decide per la chiusura dello stesso Consorzio e il ritorno delle tratte in pancia all’Anas, come annunciato dal presidente della regione Sicilia, Nello Misumeci, ai primi di settembre: «Il Consorzio autostrade siciliane chiuderà entro l’anno questa esperienza sembra essere conclusa e c’è l’intesa con l’assessore alle Infrastrutture e l’intero Governo affinché si definisca la questione in questo senso. C’è l’Anas interessata alla successione», cui sono seguite le dimissioni del presidente Cas, Alessia Trombino e del suo vice, Maurizio Maria Siragusa.

Del resto, che il consorzio pubblico non funzionasse era cosa nota fin dal 2008, quando sotto il governo Prodi partirono le prime lettere per gli inadempimenti. Nel 2010 fu il governo Berlusconi a dare l’avvio al provvedimento di revoca della concessione bloccato però dal Tar nel 2011 e dal Consiglio della giustizia amministrativa siciliano nel 2012. Così la concessione è rimasta in vigore, nonostante le due inchieste che portarono ad alcuni arresti nella dirigenza del Cas per gli appalti della Siracusa-Gela e per la frana di Letojanni. Concessione poi ribadita anche dal governo Conte nel giugno scorso.

Le altre concessionarie pubbliche
Ma se il Cas è un caso limite, anche le altre concessionarie “pubbliche” non hanno brillato: la Autovie Venete, per esempio, 72,9% di proprietà di Friulia spa (a sua volta controllata da Regione Friuli Venezia Giulia) e al 4% da Regione Veneto, tra il 2008 e il 2017 ha innalzato le tariffe del 48,7%. In compenso all’appello mancano oltre il 26% degli investimenti che si era impegnata a fare, nonostante un utile di esercizio per il 2016 di 17,6 milioni di euro.

Stesso discorso per Concessioni Autostradali Venete (50% Anas, 50% Regione Veneto): tariffe cresciute tra 2010 e 2017 del 18,4% a fronte di mancati investimenti per oltre il 15% degli impegni presi.

Idem per l’Autobrennero, dove nonostante la presenza di azionisti privati, il controllo è pubblico, essendo per il 32,2% della Regione Trentino Alto Adige e per il 53% di altri enti pubblici. Qui la tariffa è lievitata in nove anni del 15,82%, mentre mancano investimenti pari al 36% di quelli previsti dal Piano economico finanziario.

Come si vede, quindi, “nazionalizzare” può non essere una risposta.

«A me non piace la nazionalizzazione, è uno spauracchio», commenta Ragazzi, «perché tutti i contratti prevedono che alla fine della concessione la struttura torni allo stato. È già scritto negli accordi che le autostrade debbano appartenere allo Stato. D’altra parte, oggi il pedaggio imposto dai gestori su strutture ampiamente ammortizzate è un’imposta. E anche questo è ingiusto».

Per Ragazzi la risposta è saltare a piè pari il regime concessorio e mettere manutenzione e riscossione a gara:

«Sembra che i concessionari chissà cosa facciano, ma in realtà non devono cercarsi i clienti, non hanno concorrenza, non sono esposti ai rischi della moda…. Di fatto, fanno due cose: incassano i pedaggi – e non credo che ci voglia grande capacità per farlo – ; e fanno manutenzione. Quindi basta che il pubblico gestisca le gare senza bisogno di nazionalizzare nulla».

Dello stesso avviso il professor Marco Ponti, già ordinario di Economia e pianificazione dei trasporti del Politecnico di Milano, oggi consulente per il ministero dei Trasporti:

«Si può abolire il sistema concessorio, come ha scritto l’Antitrust come moral suasion (non ha senso per un’infrastruttura così semplice, fare concessioni 40ennali), basta fare semplicissime gare per la costruzione, per i pedaggi e la manutenzione, con un soggetto pubblico che faccia il suo mestiere, cioè controlli e faccia pianificazione».

Inoltre, per Ponti, «i problemi delle reti stradali sono problemi al 90% locali. Quindi è meglio se si gestiscono localmente con normali gare periodiche per costruzione e manutenzione con controllo centralizzato. Un sistema di normalissime gare per tutta la rete stradale che vedrei in capo alle singole regioni, le quali però non devono essere gestori di reti. Se poi fanno gare sciamannate, sarà più facile per gli elettori giudicare l’operato dei politici».

Insomma, la nazionalizzazione non è così semplice come appare e il governo dovrà a breve decidere tra fare una vera rivoluzione, superando l’attuale sistema (come dice Toninelli), ingaggiando immani battaglie legali con i gestori in caso di ritiro delle concessioni, o per una restaurazione soft (come sostiene il premier Conte).

In ogni caso un primo passo per il vero cambiamento potrebbe essere semplice e immediato:

«Il discorso della revoca delle concessioni non so quanto costerebbe. Però dico: le autostrade che sono già scadute – Gavio ne ha due, la A21 Torino-Piacenza e la Ativa (Autostrada Torino–Ivrea–Valle d’Aosta ndr) – non c’è bisogno di rimetterle in gara. Se questo governo vuole cambiare veramente, dovrebbe semplicemente applicare il contratto, cioè riprendersi queste due autostrade», conclude Ragazzi.


Da "it.businessinsider.com" Nazionalizzare le autostrade non serve. Meglio fare le gare per appaltare pedaggi e manutenzione di Andrea Sparaciari

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