Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Migranti senza volto

I Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina editore, 2018).

Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale – per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 – è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.

Questa lunga premessa serve a dire che l’estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:

I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi (A.C. Diener, J. Hagen: Borders. Oxford University Press, 2012)

Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla pietas per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell’équipe della Cattaneo emerge molto più della pietas. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).

È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:

Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia – ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana.

Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,

Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi – in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo – non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo…

Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:

Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee (Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. Ansa, 20.06.2018)

Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.

In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la pietas al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.

Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (…) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema pietas del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.

Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.


Da "http://www.settimananews.it" Migranti senza volto di Paolo Vineis

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Venerdì, 17 Maggio 2019 00:00

Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.

Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento.

Anzi, come spesso accade, sgonfiatasi la notizia principale – l’incendio è stato domato e la Cattedrale è tutto sommato ancora in piedi – il focus del racconto si è spostato: sul futuro e sui modi e i tempi della ricostruzione; sul passato e sulla caccia al capro espiatorio responsabile dell’incendio; sulla gente e su quello che ha provato per l’occasione; su Trump e la sua ennesima gaffe sui canadair; sulla politica – ovviamente – interna (Macron, le sue dichiarazioni, le sue colpe) ed estera (il senso di europeismo che questo evento avrebbe fatto emergere); sulla gara di solidarietà, le generose donazioni per la ricostruzione; sulle colpe dei donatori che avrebbero dovuto sostenere cause più importanti; sui new media stessi e il loro modo di affrontare la notizia: i trending topics e gli hashtag correlati, i tweet più condivisi, le immagini divenute virali e dunque immaginario di tutti noi.

C’è da dire, comunque, che questo immaginario si è venuto effettivamente a creare in modi assai diversi: noi, spettatori più o meno casuali di un enorme bombardamento iconografico, siamo stati sollecitati a partire da leve anche molto differenti. Innanzitutto, a essere convocato è stato il nostro corpo: foto e video immediatamente a ridosso dell’accaduto hanno cercato di sublimare la distanza ponendoci di fronte a quanto si andava disegnando. Lo sguardo tanto ravvicinato quanto irrealistico (la zona era chiaramente transennata e non saremmo mai potuti arrivare laddove ci portavano gli zoom delle macchine fotografiche, dei droni e delle telecamere) ci poneva a pochi passi dall’incendio, con nubi, fiamme e potenti getti d’acqua proprio lì, sotto i nostri occhi. Ci sembrava quasi di toccarli, di sentirli, così come sentivamo le sirene e i rumori dal vivo che la scena ci restituiva. Il top di questo tipo di visione si è toccato con il momento clou e più spettacolare, la terribile caduta della guglia: lì abbiamo perso addirittura la visione d’insieme della Cattedrale, perché a essere di rilievo, in quel momento, era il dettaglio, la sequenza della spaccatura, magari da riportare al ralenti o in una serie di foto in sequenza che meglio rendessero conto quasi in termini materici dell’effetto di catastrofe, dello scenario bellico e apocalittico. Stessa cosa è accaduta quando siamo entrati, di nuovo ovviamente per primi e insieme ai vigili del fuoco, all’interno della Chiesa: anche qui a contare non era la visione di insieme ma piuttosto il frammento, anzi era proprio la visione frammentaria a restituire l’idea della tragedia.

Abbiamo guardato pezzi di volta caduti, pieni e vuoti architettonici, colori scuri e bluastri, piccole nubi di fumo che ancora si levavano dal pavimento, e di nuovo acqua. Il fuoco diventava quasi un fuoco fatuo, quello bluastro appunto che ogni tanto si sviluppa – guarda caso – vicino a corpi in decomposizione. L’unico tono brillante che emergeva per contrasto in questo desolato scenario di macerie era un crocifisso dorato, ancora evidentemente resistente, che di certo spiccava ancorando il nostro corpo a una speranza.

A questo zoom sui dettagli, ha fatto pendant tutta un’altra serie di immagini grandangolari, quelle sì in grado di restituirci la veduta d’insieme. Non sappiamo quanti droni abbiano sorvolato la Cattedrale in quei (questi) giorni, ma a naso sicuramente tanti. La prospettiva privilegiata, anch’essa, come la precedente, distante da quella dell’uomo comune, era appunto zenitale. Nôtre-Dame dall’alto, in planimetria: il senso del dramma che si stava consumando emergeva in prima battuta a partire dal confronto con ciò che la circondava. Era uno sguardo pacato che, attraverso una messa a distanza, puntava a una razionalizzazione dell’accaduto. Ed è stato anche uno degli sguardi più tipici del the day after, dell’immediatamente successivo, in cui molti giornali hanno fornito una visione post-traumatica volta a fare il punto della situazione, con un occhio posato sul disastro e volto allo stesso tempo a fornire un quadro di insieme. Mappe, plastici, spaccati si sono sprecati illustrandoci sequenze prima/dopo, com’era/com’è, cosa è andato perduto e cosa invece è rimasto intatto. E giù su queste rappresentazioni frecce e puntatori, indicazioni di cifre, orari, dettagli ben precisi, magari anche del tutto inutili e che pure però costituivano quell’effetto di precisione giornalistica che allontanava il pezzo dal rischio di essere percepito come fake news.


La razionale ricostruzione degli eventi ha almeno due contraltari. Da un lato, e fa forse la parte del leone nella vicenda, tutta una serie di raffigurazioni miranti a scatenare in noi passioni, le più disparate, le più varie. L’imperativo sembrava essere: emozioniamoci. In primo luogo, in contemporanea e immediatamente a ridosso dell’accaduto, il nostro sguardo, dopo essere stato catapultato all’interno o nelle immediate vicinanze della Cattedrale, dopo avere colto l’edificio nel suo insieme, viene arretrato ancora un po’, si è spostato al di là della riva della Senna per coincidere con quello dei numerosissimi cittadini accorsi a guardare l’accaduto: gente attonita in lacrime, in ginocchio, in preghiera; tutti nostri ideali prolungamenti e utilissimi delegati con cui immedesimarci comodamente spaparanzati sul divano. Il luogo della tragedia, come sempre accade in questi casi, diviene meta di pellegrinaggio, dove andare non soltanto per curiosare ma anche per farsi prendere e contagiare emotivamente.

È il regno delle passioni collettive: cori più o meno spontanei che hanno salutano la Cattedrale, lacrime che si sono contagiate manco fossero sbadigli, pletore di convenuti compunti, tutti rigorosamente con gli occhi all’insù e con lo smartphone ben saldo nell’altra mano a testimoniare i fatti e la propria presenza. Una foto divenuta virale scattata un’ora prima dell’incendio, mostrava un padre che prendeva la sua bimba per le mani facendola volteggiare con le gambe in aria davanti a quello che di lì a poco si sarebbe trasformato in teatro della catastrofe. L’autrice dello scatto lancia un appello: vorrebbe fare avere la foto allo sconosciuto in ricordo di quell’inconsapevole momento di felicità ben presto destinato a incrinarsi.

La nostalgia e il rimpianto per il passato perduto si alternano alla rabbia e alla commozione per un presente che forse si sarebbe potuto evitare. Sono le prime pagine dei quotidiani francesi all’indomani della tragedia a dare sfogo a questi tumulti passionali, parlando di disastro, desolazione e, facile gioco di parole, “Notre Drame” – è il titolo di Libération. L’immagine-icona è ancora quella della guglia cadente ma stavolta presa dal basso e da una certa distanza, un’inquadratura che amplifica la passione, perché è come se fossimo lì giù, inermi, a osservare una caduta che è un qualcosa di dirompente che ci sopraffà, prendendo il sopravvento su di noi. Oppure le passioni si rifanno alle citazioni, Gobbo in primis, anch’egli assurto agli onori di cronaca e protagonista di svariate vignette che lo ritraggono triste, piangente, mentre abbraccia la Cattedrale o la porta via con sé, privato del suo luogo identitario, della sua casa-guscio.

Per non parlare della correlata, quanto mitica, “profezia” di Victor Hugo: non mancano le citazioni del passo del libro in cui si parla di un rogo all’interno della Cattedrale abbinate a selezionate immagini del presente, con una sincronizzazione e un conseguente effetto-stupore per questa coincidenza che assume quasi un che di sovrannaturale. Contraltare rispetto a questo clima grigio e triste è la convocazione di tutto un côté passionale quasi euforico, fatto di una proiezione speranzosa verso un futuro di rinascita dalle proprie ceneri, è il caso di dire. Il tweet del teatro La Fenice – anch’esso divenuto virale – è quel messaggio di solidarietà di chi ha attraversato una simile situazione e nonostante tutto è riuscita a ritornare agli antichi splendori. L’incoraggiamento, la grinta, la spinta positiva sono il naturale bilanciamento della negatività imperante. La vita continua, nonostante tutto, così come sorprendentemente continua, notizia dei giorni successivi, la vita delle api abitanti delle arnie impiantate sul tetto della Cattedrale anni addietro per un progetto di apicoltura: ancora vive nonostante tutto, chapeau.

Infine, in questo progressivo arretrarsi dello sguardo e conseguente ampliarsi di prospettiva, sono stati pubblicati una serie di articoli che hanno sottolineato come in realtà la Cattedrale non fosse mai stata quella architettura monolitica e definitiva che gli altri (giornali) ci stavano negli stessi giorni abituando a pensare, ma una cangiante figlia dei suoi tempi, esito della storia, degli eventi, delle mode, dei processi che l’hanno attraversata e di conseguenza modificata. Quell’eternità immobile e duratura a rischio crollo non era in realtà mai stata tale, e anche il rogo, in fondo, non rappresentava una frattura così netta: in un’ottica di lungo periodo, non era altro che uno dei tanti eventi, più o meno traumatici, più o meno invasivi, che avevano attraversato e trasformato nei secoli quella struttura che a noi sembrava sempre essere stata così.

Nello stesso tempo sono state diffuse una serie di raffigurazioni basate su uno stravolgimento programmatico di alcuni tratti dell’evento a fini satirici o polemici. Il rogo è divenuto il pretesto per parlare d’altro, un altro che deve essere innanzitutto capito, colto, intuito dal lettore/spettatore con cui si cerca una complicità innanzitutto a livello cognitivo. La copertina dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo, ipercondivisa sui social, pone su uno sfondo rosso la caricatura del volto di Macron: l’espressione è sadica e a mo’ di due corna campeggiano sul suo capo le torri in fiamme di Nôtre-Dame, la parola “Riforme” si abbina a un balloon che fa dire al Presidente “Je commence par la charpente”.

Il grado zero dell’accaduto non è semplicemente dato per scontato, ma per di più negato per farsi portatore di un discorso “altro” che tracima il rogo per addentrarsi su spinose questioni di politica interna. In tutta una serie di altre immagini, il bersaglio polemico è la considerevole cifra raccolta in pochi giorni per la ricostruzione grazie a donazioni e donatori più o meno noti e più o meno generosi: al suono di “rebuild this chatedral” l’immagine di Nôtre-Dame nel fuoco è stata accostata a selvagge foreste, fondali marini infestati di plastica e spiagge non più incontaminate ma invase da rifiuti. Insomma, anche qui i fatti del 15 aprile sono solo un pretesto per mettere in discussione il valore dei valori, le questioni etiche e le priorità. A noi spettatori, il compito di ingaggiare una caccia alla scoperta di questi ulteriori sensi dell’accaduto, la sollecitazione ad attivare un’interpretazione non immediata dei fatti.

Ecco, il rogo e Nôtre-Dame hanno vissuto e continuano a vivere a cavallo di queste dimensioni, ce ne siamo fatti un’idea dai racconti che abbiamo ascoltato, dalle immagini che abbiamo visto, dai video che abbiamo scaricato. Ma è in fondo nella traduzione tra tutti questi racconti, nella loro convivenza, a cavallo tra passato, presente e futuro che ancora Nostra Signora è con noi.


Da "www.doppiozero.com" Iconologia del rogo di Alice Giannitrapani

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Ci sono quasi tutti, da quello del PD a quelli di Forza Italia, dei Verdi Europei e di +Europa: quello della Lega, invece, non si trova da nessuna parte


In vista delle elezioni europee del 26 maggio, i principali partiti hanno già presentato le liste dei propri candidati (QUI), più o meno si sa dove siederanno a Strasburgo e già da tempo vi avevamo detto tutto su come si vota (QUI). Quello che mancava erano solo i programmi elettorali, che sono la cosa più importante se si vuole decidere per chi votare.

Qui li trovate quasi tutti, manca quello della Lega, che sul suo sito ha pubblicato solo il documento (QUI) programmatico della nuova alleanza di partiti nazionalisti e sovranisti euroscettici (QUI). Il Post ha provato a chiedere informazioni al partito, ma per il momento non ha ricevuto risposta.

Da "www.ilpost.it" I programmi dei partiti italiani per le elezioni europee 2019 di Eugenio Dacrema

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Otto anni di conflitto hanno profondamente trasformato la società siriana, la sua composizione, le sue istituzioni e persino l’autopercezione della popolazione. Queste trasformazioni si rifletteranno pesantemente sulla configurazione postbellica del Paese.

Il primo fattore da considerare è la natura profonda dello scontro tra il regime di Assad e l’opposizione, che fin dall’inizio è apparso come un gioco a somma zero. L’obiettivo del regime e della maggior parte dei ribelli armati è stato l’annientamento completo del nemico, senza nessuna possibilità di un processo negoziato di transizione e/o cooptazione politica. I nemici non si sono mai reciprocamente riconosciuti come attori legittimi con richieste e interessi legittimi. Tutto ciò ha avuto conseguenze cruciali sull’evoluzione della guerra e, soprattutto dalla prospettiva del regime, ha fatto della soluzione militare l’unico scenario accettabile. La mancanza di qualsiasi prospettiva realistica per una soluzione politica ha portato al prolungamento indefinito della crisi e ha aumentato la sofferenza della popolazione siriana. Questo approccio militaristico e a somma zero sembra destinato a ripercuotersi anche sull’ordine postbellico. Per comprendere meglio tale aspetto, questo articolo indaga tre concetti centrali legati al futuro assetto della Siria: il concetto di ridimensionamento del conflitto (opposto a una sua risoluzione completa), quello degli accordi “permanenti-temporanei” e il concetto di frammentazione sociale.

Il ridimensionamento di una guerra irrisolvibile

“Se proprio non puoi risolverlo, gestiscilo e ridimensionalo”. Questa la formula che riassume il concetto di conflict management, apparso come la principale strategia applicata dalla Russia ai conflitti in cui è stata coinvolta nella sua storia recente. Un concetto diametralmente opposto a quello di conflict resolution, che ha costituito la principale cornice utilizzata negli ultimi decenni dalle potenze occidentali, spesso con scarso successo. I due concetti differiscono sia per l’approccio ideologico che per i mezzi utilizzati. Mentre il secondo è fondato sui valori – dal momento che mira a imporre a conflitti locali risoluzioni globali basate sui valori e sugli interessi occidentali – e sfrutta la posizione egemonica militare ed economica detenuta dagli USA e dalla Nato sulla maggior parte del mondo dalla fine della Guerra Fredda, il primo non è ideologico e poggia su un approccio tattico e flessibile tipico dei poteri che non hanno i mezzi per proiettare un dominio egemonico sugli altri attori coinvolti.

Il graduale affievolimento della proiezione egemonica americana in Medio Oriente – iniziato sotto l’amministrazione Obama e continuato con l’attuale presidente Donald Trump – ha dato alla Russia la possibilità di tornare nell’arena politica della regione dopo una lunga assenza. La Siria è stata il palcoscenico di questo ritorno e, a partire dal suo intervento militare diretto nel 2015, Mosca ha preso il sopravvento negli sforzi diplomatici per porre fine alla crisi. Questo ha permesso al governo russo di testare lo stile di gestione del conflitto che ha influenzato gli ultimi sviluppi della guerra e potrebbe incidere fortemente sulla configurazione post-bellica del Paese. Per esempio, la mancanza intrinseca di una visione strategica da cui è caratterizzato tale approccio implica che la fine della guerra sta emergendo più come il risultato di una catena di decisioni tattiche influenzate più da interessi e forze contingenti che da qualsiasi progetto di lungo termine, fatta eccezione per il mantenimento del regime di Assad. Inoltre, un approccio del genere non è adatto ad affrontare tutte le cause all’origine del conflitto – vale a dire la disastrosa gestione socioeconomica prebellica da parte di Assad e la crescente richiesta di cooptazione politica da parte di vaste parti della società, soprattutto nelle aree rurali. Durante i lunghi anni della crisi, questo ha portato all’utilizzo di narrazioni iper-semplificate, che dipingevano tutti i ribelli e i loro sostenitori come terroristi appoggiati da potenze straniere.

Tuttavia, le problematiche che la soluzione militare adottata dal regime e dai suoi alleati non ha potuto risolvere stanno riaffiorando con il consolidamento della vittoria di Assad. Nelle aree una volta occupate dall’opposizione – e in molti territori nelle mani del regime – le tensioni sociali sono oggi trattenute dal pugno di ferro delle forze di sicurezza del regime, ma potrebbero riaffiorare nel medio termine se una nuova crisi riportasse l’apparato securitario ad allentare la presa sulla società locale. Per questa ragione, non è appropriato parlare di “fine” del conflitto; è più corretto parlare di una situazione a lungo termine di conflitto a bassa intensità, esito del processo di conflict management. In una situazione del genere, tensioni e rimostranze sono tenute sotto controllo attraverso strumenti securitari fino a quando questi mezzi non si indeboliranno o non interverrà un altro evento rivoluzionario – simile all’onda di rivolte regionali del 2011 – in grado di generare un nuovo “effetto contagio”.

L’accordo “permanente-temporaneo” con la Turchia e la “cipriotizzazione” della Siria del Nord

La necessità del regime e dei suoi alleati di raggiungere accordi temporanei con attori nazionali e regionali per gestire le varie fasi del conflitto ha portato a una limitata spartizione del Paese, che difficilmente sarà riunificato in un futuro prossimo. In particolare, Mosca – per conto di Damasco e di Teheran – ha negoziato accordi con la Turchia, che negli ultimi tre anni si è affermata come principale sponsor dell’opposizione siriana armata. Più che sulla fine di Assad, le politiche di Ankara degli ultimi anni si sono concentrate sulla limitazione del controllo dell’YPG curdo nel nord della Siria. Il raggiungimento degli accordi tra Ankara e Mosca ha dato alla Turchia il via libera per lanciare operazioni militari nel territorio siriano. Nel 2017 e nel 2018 queste operazioni hanno portato all’occupazione di vaste aree nel nord della provincia di Aleppo e nella provincia di Afrin.

Ankara e Mosca hanno inoltre raggiunto un accordo sulla regione di Idlib – ultimo baluardo dell’opposizione armata – che è stata posta sotto la tutela turca in cambio della promessa di Erdogan (finora non mantenuta) di liberarsi dei gruppi jihadisti attivi nell’area. Nonostante la presenza turca in questi territori – diretta o esercitata attraverso gruppi siriani che agiscono per conto di Ankara – fosse inizialmente intesa come temporanea, la Turchia ha in molti modi dimostrato la sua volontà di mantenere a lungo il controllo di queste terre. Per esempio, la loro amministrazione è stata direttamente collegata all’amministrazione delle province di frontiera della Turchia e le istituzioni nazionali turche forniscono tutti i servizi di base; i programmi di studio sono insegnati sia in arabo che in turco, mentre università turche stanno aprendo succursali locali.

Ankara ha invitato i propri imprenditori a investire in queste aree – anche creando zone industriali speciali – e le milizie locali sono addestrate dalle forze di sicurezza turche e trasformate in un corpo direttamente dipendente da esse. Così facendo, il governo turco mira a perseguire tre interessi: primo, evitare la formazione lungo il suo confine di un’autorità curda indipendente – o autonoma – guidata dal PYD (che la Turchia considera il ramo siriano del PKK); secondo, ottenere, lungo i suoi confini, porzioni di territorio in cui Ankara può ricollocare almeno una parte degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani attualmente ospitati in Turchia; terzo, adempiere, almeno in parte, agli impegni presi con i gruppi di opposizione siriana che Ankara ha sponsorizzato e, in generale, esercitare un’influenza sui futuri affari interni della Siria. Soprattutto il secondo e il terzo di questi obiettivi sarebbero stati irraggiungibili se un’ampia porzione di società siriana non fosse stata pronta a sostenere la presenza di una forza di occupazione al fine di ottenere un rifugio sicuro all’interno del proprio Paese.


Gli osservatori internazionali riconoscono in queste politiche qualcosa di molto simile a quanto successo a Cipro Nord dopo l’invasione turca del nord dell’isola nel 1975. Secondo questa prospettiva, Ankara mira a creare un mini-Stato separato controllato dai suoi alleati siriani, simile alla Repubblica di Cipro Nord. La posizione ufficiale di Ankara è che la Turchia si ritirerà dalla Siria solo quando sarà raggiunta una soluzione politica complessiva tra il regime e l’opposizione. Una posizione formale che, come nel caso di Cipro, intende giustificare sia la presenza a tempo indeterminato di Ankara sia l'affermazione secondo la quale la Turchia non vuole annettere questi territori, ma difendere gli interessi dell’opposizione siriana fino a quando non sarà firmato un (improbabile) accordo di pace.

Una società più piccola e fedele

Le stime dei costi per la ricostruzione siriana vanno dai 200 ai 400 miliardi di dollari. Il regime siriano e i suoi alleati non possono fornire una quantità tanto elevata di finanziamenti senza il sostegno di potenze internazionali economicamente forti come i Paesi occidentali, la Cina e le monarchie del Golfo. Tuttavia, finora solo alcune monarchie del Golfo – soprattutto gli Emirati – hanno manifestato il proprio interesse a fornire qualche tipo di supporto finanziario. Le potenze occidentali hanno ripetutamente rifiutato di partecipare alla ricostruzione in assenza di un serio processo politico di transizione. Da parte sua, la Cina, nonostante abbia diplomaticamente sostenuto il regime durante l’intera crisi, non ha mostrato un grande interesse nel giocare un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese. Secondo alcuni osservatori, ciò è dovuto allo scetticismo della leadership cinese nei confronti della capacità del regime di garantire la stabilità nel lungo periodo. Inoltre, tutti i potenziali donatori sono diffidenti a causa delle attuali sanzioni americane ed europee, che probabilmente resteranno in vigore anche nel futuro prossimo.

Tra i sostenitori del regime, la Russia è stata l’attore più attivo nella ricerca di sostegno finanziario. In particolare, Mosca ha attivamente corteggiato i leader europei e occidentali utilizzando la tesi secondo la quale una ricostruzione riuscita farebbe ritornare nel proprio Paese la maggior parte dei rifugiati presenti in Europa. I russi hanno fatto pressione sul regime (esplicitamente o dietro le quinte) per adottare politiche concilianti verso alcune richieste Europee, soprattutto in merito al rientro dei rifugiati. Tuttavia, Damasco si è adeguata raramente. Dopo mesi di discrete pressioni russe, una legge volta a promuovere progetti di ricostruzione, considerata dalla maggior parte degli analisti come uno strumento per espropriare i siriani fuggiti all’estero, è stata emendata senza che i suoi principali contenuti e suoi effetti venissero veramente alterati. Inoltre, dopo ripetute richieste dalle organizzazioni internazionali, il regime ha acconsentito a introdurre un’amnistia per i disertori militari – la maggior parte dei quali è fuggita all’estero durante il conflitto. Tuttavia, l’amnistia si limita a impedire che i disertori siano arrestati al loro ritorno, ma li costringe ad arruolarsi comunque nell’esercito: una condizione che priverebbe molte famiglie di rifugiati della loro principale fonte di reddito. Infine, mentre da un lato Damasco ha accusato i Paesi stranieri (soprattutto quelli europei) di impedire ai rifugiati siriani di tornare in Siria, dall’altro lato, molti di coloro che sono tornati sono stati fatti scomparire dalle forze di sicurezza. Anche quando le procedure coordinate per il ritorno sono state ratificate da governi stranieri – come il Libano – il regime ha introdotto lunghi e complicati controlli di sicurezza, che hanno prodotto solo poche migliaia di rientri.

Questa linea politica è difficile da capire se con “ricostruzione” s’intende il processo volto a riportare il Paese al suo stato prebellico. Se l’obiettivo fosse questo, ci si aspetterebbe che Damasco introducesse misure per incoraggiare i rientri e che soddisfacesse le richieste dei potenziali donatori. Ma a emergere dalle azioni e dalle dichiarazioni del regime è un’idea diversa di ricostruzione postbellica. Per comprendere meglio la strategia del regime, può essere più utile non considerare il significato letterale della parola “ricostruzione”. Occorre piuttosto intendere la strategia postbellica del regime come mirata a completare un processo che durante tutti gli otto anni di conflitto ha trasformato la società siriana. Le migrazioni forzate dalle aree precedentemente controllate dai ribelli e le ricollocazioni all’estero della maggior parte dei membri, sostenitori e simpatizzanti dell’opposizione hanno ridotto la popolazione siriana e «gli hanno fatto ottenere una società più omogenea», secondo le parole dello stesso presidente Assad. Pertanto, la ricostruzione non ha bisogno di essere tanto costosa ed estesa se è destinata unicamente a una popolazione più piccola e se i vantaggi della vittoria sono destinati a premiare quelli che hanno dimostrato fedeltà al regime, marginalizzando gli altri.

La fedeltà – più che l’identità confessionale – è la chiave per capire il principale fattore alla base di questo processo: se da un lato la maggior parte dei sostenitori dei ribelli e dell’opposizione è sunnita, dall’altro una parte significativa della popolazione sunnita – soprattutto nelle aree urbane – è rimasta fedele al regime e ci si aspetta che venga premiata, insieme ad altri gruppi sociali che hanno appoggiato Damasco fin dall’inizio. Di conseguenza, secondo la prospettiva del regime, la fedeltà ad Assad è il criterio principale che determinerà l’identità siriana postbellica.

Conclusioni

Per più di due anni, alcuni osservatori hanno ripetuto che il conflitto siriano era vicino alla fine e che il capitolo successivo per la Siria sarebbe stato un enorme processo di ricostruzione. Tuttavia, il conflitto è ancora in corso, sebbene si stia trasformando in termini di dimensioni e mezzi. Quest’articolo ha fornito tre concetti per comprendere meglio le prossime evoluzioni della guerra siriana e della ricostruzione del Paese: il concetto di “ridimensionamento del conflitto”, il concetto di accordi “permanenti-temporanei” e la descrizione della trasformazione sociale e identitaria che è avvenuta durante gli anni della guerra e che è destinata a determinare le caratteristiche principali della Siria futura.


Da "www.oasiscenter.eu" Tre concetti per comprendere il futuro della Siria di Eugenio Dacrema

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La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire. Le persone devono pretendere dalle aziende di cui si fidano di fare scelte a favore dell'ambiente. Uno dei princìpi dello sferismo: incoraggiare l’individuo affinché si assuma più responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza


Finalmente la sostenibilità è un argomento che fa notizia. Tra un po’ diventerà di moda. Se però prima non diventerà uno stato di coscienza, passerà (come tutte le mode) fino a scomparire, e noi esseri umani stavolta rischiamo di scomparire con lei. In ogni caso, la mia inguaribile fiducia nell’umanità in questi giorni ha avuto una conferma: la sostenibilità è entrata nella quotidianità delle persone, anche degli italiani. E questa è già di per sé una buona notizia che ci viene raccontata dai dati del quinto Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile realizzato da LifeGate in collaborazione con Eumetra MR e patrocinato dalla Commissione europea, dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, da Assolombarda e Confcommercio, alla cui presentazione ho apportato il mio punto di osservazione accanto alle testimonianze dell’architetto di fama internazionale Stefano Boeri, di Livia Pomodoro del Milan center for food law and policy, dell’autorevole giornalista Ferruccio De Bortoli, del vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, di Simona Bordone, responsabile dei progetti speciali Domus, del primo chef vegetariano stellato Pietro Leemann.

La seconda buona notizia è che la percentuale degli italiani che hanno piena conoscenza della sostenibilità cresce del 10% rispetto all’anno scorso e si attesta oggi al 32%. La terza è che quasi tutti i nostri connazionali (il 92%) fanno la raccolta differenziata per rispetto delle generazioni future e che il 97% ritiene fondamentale ridurre l’utilizzo della plastica attraverso campagne di sensibilizzazione e leggi mirate. È giustamente auspicabile che nelle città del futuro non ci sia posto per le plastiche e le microplastiche; che vi sia invece spazio per gli alberi e per le aree verdi, dei quali dobbiamo sentire sempre più il bisogno. Dobbiamo chiedere e adoperarci per ottenere che le periferie rinascano, che i mezzi pubblici vengano potenziati e quindi adoperati, che vi sia una maggiore diffusione di auto elettriche.


La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale

La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale. Il cambiamento sta arrivando, lo dico da anni, e ci scopriremo fortemente fuori tempo se non ci accorgeremo presto che stiamo vivendo alla vigilia di un vero e proprio cambio d’epoca. Tutte le stime più accreditate, infatti, ci dicono che questo cambio epocale si manifesterà inevitabilmente tra il 2020 e il 2045 sotto la spinta inarrestabile dei 4 mega-trend che stanno ridisegnando il pianeta: la demografia, l’ambiente, la tecnologia e l’etica.

Le persone, gli esseri umani, sono responsabili del “tutto”. Non ci sono altri attori, non ci sono altre entità sulle quali scaricare colpe e responsabilità. E anche i meriti saranno loro! Non ci sono alternative: il singolo individuo deve tornare ad essere centrale, protagonista, al punto da poter incarnare questo rinnovato protagonismo proprio nella sua sfera di influenza, nell’interesse non più solo di sé stesso, bensì anche della collettività e del pianeta. Questo individuo, che io chiamo Nuovo Eroe, agendo per-il-Bene nella propria sfera di influenza, diventerà fondamentale in questo momento storico. Questo il movimento che ho definito Sferismo: l’incoraggiamento all’individuo affinché si assuma maggiori responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza. Ciascun essere umano dovrà quindi lavorare su sé stesso lungo tre direttrici - idee, emozioni, azioni - contribuendo a generare amore, rispetto e gratitudine. Generare un senso di gratitudine nell’altro è la sfida della nuova economia.

Vivete...eroicamente!


Da "www.linkiesta.it/" Salvare l’ambiente? L’umanità non è il problema, ma la soluzione

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Lunedì, 29 Aprile 2019 00:00

Umberto Eco e i migranti

Come sempre Umberto Eco non ci tradisce. Anche alcuni scritti (o parlati, visto che in molti casi si tratta di conferenze) che potremmo definire minori, non peccano mai di banalità. Anche questo libretto, nato dalla trascrizione di interventi fatti in momenti diversi sul tema del razzismo e delle migrazioni, rivela osservazioni interessanti e in certi casi, visto che alcuni scritti sono della fine degli anni Novanta, anche premonitrici. Interessante la distinzione tra immigrazione e migrazione: nel primo caso è solo una parte di una popolazione che si sposta ed è quindi un fenomeno, che può essere gestito: nel secondo si tratta invece di fenomeni paragonabili agli eventi naturali a cui è pressoché impossibile opporsi. Pertanto, il futuro dell’Europa (ma anche il passato peraltro lo è stato) sarà del meticciato: «Ebbene, quello che attende l’Europa è un fenomeno del genere, e nessun razzista, nessun nostalgico reazionario potrà impedirlo».

Invece si assiste ogni giorno di più a un barbaro tentativo di opporsi al diritto che ogni essere umano dovrebbe avere, di cercare un futuro migliore. In tutta l’Europa vediamo rigurgiti di razzismo, che speravamo relegati nei polverosi scaffali della storia, utili a essere studiati come prodotto di un passato ormai lontano e scomparso. Ci eravamo sbagliati, non avevamo prestato abbastanza fede alle parole di Primo Levi in I sommersi e i salvati: “è accaduto, potrebbe accadere di nuovo”.

Eco, infatti, mette in evidenza come in queste nuove forme di intolleranza, batta un cuore antico. Non sono figlie della contemporaneità, se non nella forma. Alla base c’è una storia, più o meno lunga, a cui ricollegarsi, per presentare di nuovo il conto della razza. Per esempio l’antisemitismo pseudoscientifico, scrive Eco: «sorge nel corso del XIX secolo e diventa antropologia totalitaria e pratica industriale del genocidio solo nel nostro secolo, ma non avrebbe potuto nascere se non ci fosse stata da secoli, sin dai tempi dei padri della Chiesa, una polemica antigiudaica, e presso il popolo minuto un antisemitismo pratico che ha attraversato i secoli in ogni luogo ove vi fosse un ghetto».

Quel rancore che percorre oggi molte delle nostre strade, delle nostre città è roba vecchia, è un sentimento che si è trasformato in risentimento contro chiunque ci appaia (senza peraltro necessariamente esserlo) diverso da noi. Non ha neppure bisogno di avere teorie di riferimento, vive di azioni improvvisate, alimentate da bassi sentimenti. Un razzismo non scientifico come quello della Lega, sostiene Eco, non ha le stesse radici culturali del razzismo pseudoscientifico (in realtà non ha alcuna radice culturale), eppure è razzismo.

Parlando di intolleranza, che può condurre al razzismo, Eco sottolinea come l’intolleranza sia più pericolosa quando non viene elaborata. Quella che nasce in assenza di qualsiasi dottrina, che scaturisce da pulsioni elementari e che a differenza di un razzismo pseudoscientifico è più difficile da sradicare. Perché è impossibile per qualunque individuo dotato di capacità di ragionamento, opporre un pensiero razionale. Non ci si può battere contro l’intolleranza selvaggia, ci dice Eco: «perché di fronte alla pura animalità senza pensiero il pensiero si trova disarmato». Questo è il grande rischio che corriamo: la fine del pensiero, del confronto, del polemos, che sta alla base della democrazia vera.

Che fare? L’unica strada per sconfiggere l’intolleranza selvaggia è batterla dal basso, alle radici. Occorre una educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, ma che continui anche nell’età adulta, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza».


Da "www.doppiozero.com" Umberto Eco e i migranti di Marco Aime

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Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del presidente del Consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante. Il commento di Gianfranco Polillo

Che la Torino-Lione non diventi un’ossessione: invoca Giuseppe Conte, dalle pagine del Corriere della sera. Per carità: nessuna perversione. Ma poi ci vuole coerenza. Si può guardare con interesse e possibile sprezzo del pericolo al grande progetto di “connettività aurosiatica” nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road con la Cina ed, al tempo stesso, rinunciare all’interconnessione dell’Italia con con il Corridoio Mediterraneo? La finiamo qui.

Meglio guardare agli altri tanti lati del problema dei rapporti tra l’Italia e l’Impero di mezzo. Sostiene sempre Conte: “Con Pechino dobbiamo riequilibrare la bilancia commerciale, attraverso un maggior accesso al mercato cinese per i nostri beni, dall’agroalimentare al lusso, e per i nostri sevizi”. Parola d’ordine che riecheggia nel Luigi Di Maio pensiero. Perfetta sintonia. Solo un in parte messo in dubbio da Matteo Salvini: “Aprire nuovi mercati alle imprese italiane e agli imprenditori italiani è fondamentale, però bisogna tutelare l’interesse e la sicurezza nazionale.”

Secondo i dati forniti dallo stesso ministero dello Sviluppo economico, nel periodo gennaio-novembre 2018, le esportazioni italiane verso la Germania, la Francia e gli Stati Uniti sono state pari al 32,2 per cento del totale. Quelle verso la Cina pari ad appena al 2,8 per cento. Sul fronte delle importazioni, invece, le prime sono state pari al 28,7 per cento. Mentre quelle dalla Cina sono ammontate al 7,3 per cento del totale. Confrontando i relativi dati è facile evidenziare un doppio squilibrio. La bilancia commerciale italiana è attiva rispetto a Germania, Francia e Stati Uniti. Mentre è passiva rispetto alla Cina. Ben venga quindi qualsiasi azione rivolta a riequilibrare quest’ultima situazione, favorendo la crescita delle esportazioni verso il quadrante orientale. Ma a condizione che questa strategia non pregiudichi i rapporti con l’Occidente.

Le motivazioni sono fin troppo evidenti: misurati dal diverso peso che hanno i due quadrati. Sulle esportazioni italiane verso i tre principali partner occidentali, quelle cinesi pesano per appena l’8,7 per cento. Maggiore é invece quel rapporto sul fronte delle importazioni (circa il 25 per cento). Ma questa asimmetria non fa altro che portare acqua al mulino dell’Occidente, quando lamenta l’eccessivo mercantilismo cinese. Dando, in qualche modo legittimazione ai successivi tentativi – soprattutto da parte americana – di limitarne il peso ricorrendo all’introduzione di dazi. Tentazione che si è più volte manifestata anche in Italia.


Dati questi rapporti di forza, nel dispiegarsi delle variabili del quadro macroeconomico, è facile individuare ciò che l’Italia deve o non deve fare. Deve tentare, certamente, di riequilibrare a proprio favore la bilancia commerciale con la Cina, aggredendo progressivamente il suo profondo rosso. Ma deve farlo senza irritare i suoi partner principali, che sono in Europa ed in Occidente. Altrimenti i piccoli vantaggi di un riequilibrio commerciale, potrebbero essere più che compensati dalle pesanti perdite su quei mercati che presentano un appeal decisamente superiore.

Si possono tradurre queste avvertenze sul terreno della politica? Certamente sì: dato che i segnali non sono mancati. Ma sono stati rumorosi ed altisonanti. Sia da parte americana che da parte della Commissione europea. Che Giuseppe Conte cerchi di minimizzare é più che evidente. Qualche segnale in controtendenza lo si è visto nelle ultime dichiarazioni di Michele Geraci, grande tessitore dei preliminari sul memorandum. Ma che vi sia sconcerto nelle principali cancellerie occidentali è più che evidente. Altrimenti queste ultime avrebbero attivato canali più riservati, rispetto alle pubbliche dichiarazioni piovute sulla stessa stampa. Tanto più che Giancarlo Giorgetti era appena di ritorno dal suo viaggio negli States. Quindi latore di messaggi non equivocabili.

Ma, evidentemente, quei canali riservati, che tra l’altro dovevano passare per il Ministero degli Esteri, non avevano prodotto i risultati sperati. Ed ecco allora la necessità di ricorrere a qualcosa di più esplicito. Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del Presidente del consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? Non ne siamo così sicuri. In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante.

Quindi attenti a come muoversi. Un conto è operare d’intesa con i propri partner, pur rivendicando per sé spazi di autonomia, come quasi sempre è avvenuto. Basti pensare alla politica verso il Medio Oriente di Giulio Andreotti o Bettino Craxi. Un altro è pensare di poter fare di testa propria, nell’illusione di poter giocare, da soli, un ruolo ben più grande e gravoso rispetto alle proprie capacità. Come mostrano quei semplici dati sull’andamento del commercio estero, l’Italia non ha questa possibilità. Può bastare un niente a rovesciare una tendenza che finora ha agito in modo positivo. Non si dimentichi che dal 2012 in poi quel po’ di sviluppo che il Paese ha conosciuto si deve soprattuto alla positiva dinamica con l’estero. Mettere in discussione quegli equilibri, senza alcuna credibile contropartita, è solo un atto temerario, dalle insondabili conseguenze.


Da "www.startmag.it" Vi spiego che cosa sta sbagliando il governo su Cina e Usa di Gianfranco Polillo

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La guerra commerciale è ancora in corso. E potrebbe allargarsi all'Ue, rallentando ulteriormente la crescita. Eppure si procede come se nulla fosse.

La sindrome dell'arto fantasma è una sensazione anomala che colpisce le persone che hanno subito un'amputazione. Si avverte la persistenza dell’arto mancante attraverso una sorta di formicolio, il cervello ragiona come se l’arto fosse ancora al suo posto, riesce persino a percepire sensazioni o dolore provenienti dall’arto che non c’è più. Una sorta di sindrome dell’arto fantasma sta colpendo i mercati finanziari, rassicurati dalla virata delle banche centrali, certo; fisiologicamente in rimbalzo dopo un 2018 negativo, certo; ma indubbiamente si comportano come se un formicolio segnalasse l’esistenza di un trade deal tra Washington e Pechino che, invece, non c’è.

I COLLOQUI TRA USA E CINA NON SONO CONCLUSI
La guerra commerciale tra Cina e Usa, uno degli argomenti che ha generato più preoccupazioni agli investitori nel difficile anno 2018, è stata messa in “pausa” a dicembre; i dazi sono una sorta di minaccia che pende, sono appesi all’esito di colloqui che - stando ai rumors che filtrano - procedono bene. Fatto sta che “procedono bene” da febbraio ma restano sempre non conclusi. Qualche dubbio è lecito farselo venire.

La sindrome dell’arto fantasma, talora, fa percepire addirittura dei movimenti come se l’arto amputato fosse ancora presente. È una sensazione, in realtà, assolutamente normale, non è sintomo di alcun problema psichico, fa parte dei meccanismi che regolano l’ordinario funzionamento del cervello. Per questo, anche se Mario Draghi ha ribadito che «l'indebolimento della crescita economica, causato dalle turbolenze geopolitiche e dal protezionismo, prosegue e potrebbe durare ancora per tutto l'anno», i mercati si comportano come se i mercati aperti facessero ancora parte del corpo economico.

IL DIVARIO TRA MERCATI AZIONARI ED ECONOMIA REALE SI ALLARGA
L’effetto fa così andare ben oltre l’evidenza empirica: le previsioni sulla crescita degli utili delle aziende americane si sono dimezzate negli ultimi 12 mesi, ma i mercati azionari sono rimasti sostenuti dall’arto fantasma, sotto forma di speranze di un accordo commerciale tra Washington e Pechino. Così il divario tra la forza dei mercati azionari globali e la lentezza dell'economia reale continua ad allargarsi. E non è una questione di percezioni, di formicolio, ma un dato di realtà: il ritmo globale della crescita è in rallentamento, anche il Fmi ha tagliato le sue previsioni per la crescita mondiale e avvisato che una brusca flessione potrebbe richiedere ai leader mondiali di coordinare nuove, ulteriori misure di stimolo. Diventa lecito pensare che i mercati intendano festeggiare l’arrivo di questi nuovi stimoli, valutando lo sfarinamento del contesto economico come un aumento di probabilità che quegli stimoli arrivino.


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel frattempo, alza il livello dello scontro e minaccia di imporre tariffe per 11 miliardi di dollari anche sui prodotti degli alleati, la Ue. Il gioco di dazi e ritorsioni è partito anche tra le sponde dell’Atlantico, poca cosa rispetto alla grande partita fra Usa e Cina, ma comunque un segno dei tempi che viviamo. Se anche volessimo considerare gli stimoli monetari come protesi per un’economia “monca”, non dobbiamo per questo abbandonare una visione costruttiva: nell'uso delle protesi la presenza della sindrome dell’arto fantasma è particolarmente utile alla riabilitazione del paziente. Visti però i tanti effetti collaterali negativi che la continua e reiterata iniezione di stimoli sa generare, non ci resta che sperare che gli accordi commerciali vengano presto ripristinati, così da poter metter via le protesi e ritrovarci forti abbastanza da poter fronteggiare una prossima crisi, quando verrà.

Da "www.lettera43.it" L'accordo tra Usa e Cina non c'è ma i mercati non se ne rendono conto

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Da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, il leader della Lega usa il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare
qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato

È se Salvini fosse niente? Niente mischiato con niente, nemmeno un post-ideologico (che di per sé ha voluto dire ben poco in questi anni) ma semplicemente il formidabile intercettatore di ciò che la gente si vuol far sentire dire, disponibile ad abbracciare qualsiasi ideologia e poi contraddirla seguendo l’algoritmo della pancia degli italiani, come ha appena fatto per la cittadinanza di Ramy passato in poche ore dal parente di pregiudicati e noi la cittadinanza non la regaliamo fino a diventare un figlio dopo avere capito che la maggioranza degli italiani non voleva sentire parlare di burocrazia per il ragazzino eroe. Del resto che sia tutto e il contrario di tutto lo racconta perfettamente la sua storia politica, da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, da anti USA a pro Trump facendo anche arrabbiare l’amichetto Putin, a no Tap a sì Tap, e così via. Con la spregiudicatezza di chi è pronto a vivere una contraddizione come il semplice passaggio al racimolare più voti, accontentare più stomaci, infiammare la claque. Salvini non ha un’ideologia perché non ha un’idea sua, vive ascoltando il pensiero comune e lo trasforma in promessa politica, come una digestione veloce che non si preoccupa del sapore dei cibi, pronto a infornare merda e rivenderla come cioccolata se è il popolo a chiederlo.

Qui siamo oltre al fluidità di Renzi che riusciva a dire impunemente cose di destra fingendo una posa di sinistra e siamo perfino oltre alla post ideologia di Di Maio che altro non è che un vuoto rimbombante. Qui siamo di fronte a un interprete del prepensiero che utilizza il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato e fa niente che in pochi minuti possa trasformarsi nel miglior amico da difendere a spada tratta.


Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori

No, a Bestia non è l’algoritmo con cui il suo staff intercetta gli umori dei social: la Bestia è Salvini stesso, pronto a dire e fare tutto e il contrario di tutto, chiamarlo comunque buonsenso e utilizzare i figli per evitare di esprimere giudizi. I suoi lo dico da papà sono cerotti che coprono il niente: la cittadinanza, su cui Salvini batte tutti i giorni con l’ossessione di un fabbro che continua a raddrizzare una spada già dritta, è caduta nel giro di poche ore appena il suo popolo (che non è altro che il bacino da cui estrarre gli umori) ha deciso che anche se straniero quel Ramy lì meritava di entrare nelle stretta cerchia degli eletti italiani. Non è di destra, non è di sinistra: è Salvini.

Fa il fascista quando l’anima fascista del Paese spinge per chiedere un gesto ma poi riesce a fare incazzare Primato Nazionale (che dei neofascisti è una delle voci principali) per il suo diventare improvvisamente europeista. Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori, il massimo per un elettorato che intende la politica come filiale di un fast food, vogliosa di abbuffarsi del qui, ora, subito, fino alla nausea. E, vedrete, in occasione delle Europee come riuscirà a dichiararsi amico dell’Europa se dovrà farlo, come accarezzerà un negro (l’ha già fatto) se capirà di non dovere esagerare e come, alla fine, si inchinerà ai poteri e ai potenti. Del resto è lo stesso che a Roma sparla di Berlusconi e poi nelle regionali lo insegue come un cagnolino. Tutto e il contrario di tutto: fondamentalmente, niente.

Da "www.linkiesta.it" Matteo Salvini non crede a nulla: per questo è ancora più pericoloso di Giulio Cavalli

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Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

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