Lunedì, 22 Luglio 2019 00:00

Meditare la vita

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:

“meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).

Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare, che prende immediatamente le distanze da un uso strumentale della meditazione che è piuttosto presentata come un vero e proprio stile di vita, una postura grazie alla quale, zittendo il brusio del pensiero e delle sue rendicontazioni, ripristinare una certa intimità con il mondo. Meditare, come scriveva infatti María Zambrano, “è riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che apre la realtà del mondo” (Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 87). Non si pensi che questo significhi accedere a una dimensione straordinaria: si tratta piuttosto di apprendere a prestare attenzione a quelli che Chandra chiama “i miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato.” Riuscendo a fare “spazio intorno a quei gesti tanto ordinari”, la meditazione “li fa brillare e permette che aprano un varco nell’oscurità in cui si solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora pian piano si ricevono le visite di quella consapevolezza” (p. 19) che si rivela una “forma di amore” (p. 40), una premura e un’attenzione realmente maieutiche perché capaci di facilitare la fioritura di ciò di cui si prendono amorevolmente cura, rivelandosi capaci, prosegue idealmente Zambrano, di chiamarle “non solo a rivelarsi, ma a divenire, a divenire presenti» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Ed. Il lavoro, Roma, 2009, p. 246), a farsi vive, direbbe, altrove, Chandra.

Che vuol dire che questa particolare forma di «intimità» con ciò che accade, in noi e fuori di noi, è «impersonale»? Significa che essa non pone più l’io al centro della propria narrazione ma il Sé, ossia, come spiegava Jung, qualcosa che “anche noi siamo”. L’esperienza che ne consegue non è affatto spersonalizzante, essa chiama anzi in causa l’intero psichismo dell’individuo, ma si dà in virtù di quella che la psicoanalista Marion Milner definiva “una resa creativa” dell’ego, (M. Milner, Una vita tutta per sé, Moretti &Vitali, 2013, pp. 207, 12 euro) grazie alla quale il soggetto smette di girare attorno al proprio ombellico, a parlare sempre di sé, per provare piuttosto a essere davvero presente a sé e a osservarsi. Scrive Chandra:
“Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di non essere niente” (p. 62).

Una forma di meditazione zen invita a prendere coscienza dei propri pensieri e stati d’animo, a riconoscerli con chiarezza, a etichettarli con una definizione chiara (ad esempio “ansia”) e poi a dirsi, mentalmente, “non io”. Non siamo di fronte ad un invito alla negazione, tutt’altro, bisogna avere piena coscienza degli stati d’animo che ci attraversano, ma occorre imparare a non identificarsi con essi, ad esercitare quello che il buddismo chiama, “non attaccamento”. Questa capacità che “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto”, spiega Simone Weil, si chiama “attenzione” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, 2008, pp. 197) che a sua volta – come Chandra la consapevolezza e Zambrano il sapere filosofico – considera una forma d’amore.

Allo stesso modo, il pensiero non è affatto svilito nelle sue funzioni, al contrario; proprio perché non ha coperto le emozioni, sostituendosi ad esse, può rielaborarle e contribuire a chiarirne il senso, il significato, la portata, dando vita a quello che lo psicoanalista Thomas H. Ogden chiama “pensiero trasformativo”. Siamo di fronte ad un pensiero che segna “il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’esperienza emotiva disturbante, non mentalizzata, a una mentalità in cui si prova a sognare/pensare la propria esperienza e, più avanti, il passaggio dalla conoscenza della realtà della propria esperienza, al divenire la verità della propria esperienza” (Thomas H. Ogden, Vite non vissute. Esperienza in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 2016, p. 27).

Si capisce qui come quella sospensione del pensiero come atteggiamento giudicante o anche solo intellettualizzante che Chandra scorge al centro della meditazione e che, ancora una volta sotto altre forme, sta anche al cuore dell’analisi (“prego astenersi da giudizi” a vantaggio delle “libere associazioni”), non abbia nulla a che vedere con la condanna del pensiero, ma costituisca piuttosto un metodo per valorizzarlo appieno, imparando innanzitutto a prendere posizione sulle sue prese di posizione, permettendoci di comprendere come, spesso, gli schemi abituali attraverso i quali organizza la nostra esperienza non siano gli unici possibili. Per questa ragione, lo psicoanalista Christopher Bollas si spinge ad affermare che “la psicoanalisi è una forma speciale di pratica meditativa che permette agli assiomi del sé di emergere” (C. Bollas, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina, Raffaello Cortina Editore, 2013, p. 106). Nonostante si tratti di due percorsi di consapevolezza evidentemente differenti, è possibile scorgere tra loro alcune suggestive analogie che vorrei qui indicare: entrambi invitano a liberarsi dalle idealizzazioni per imparare ad essere se stessi e a stare con quel che (si) è, cosicché ciò che Chandra dice dell’esperienza della meditazione, vale senz’altro anche per quella della psicoanalisi: “non mi chiede di essere esemplare, non mi chiede di essere eroica, non mi chiede di tendere a niente di ideale, non cancella, non acuisce, sta. Con me. [mi permette di] Imparare a stare” (p. 4).

Non solo, dunque, non si tratta di percorsi per uscire dalla condizione che ci preoccupa ma, semmai, per imparare, come direbbe Hegel, “a soggiornarci, a guardarla faccia in ogni suo farsi,” (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Bompiani, Torino, 2000, p. 87.) al tempo stesso non per accettarla e rassegnarsi ad essa ma, come spiega bene Chandra, per accoglierla (p.75) e solo dopo averla accolta, poterla rielaborare, sino a cambiarle di segno e di significato.

Certo è possibile che si abbia l’impressione che simili svolte, le stesse che sottolinea Ogden, avvengano all’improvviso, come a seguito di un insight particolarmente fecondo; tuttavia esse sono piuttosto il frutto di una pratica costante che nel tempo ci ha esercitato a stare, ad ascoltare, a comprendere e poi, grazie a questi passi, a concepire e vivere diversamente, ciò che ci faceva problema; non solo a inquadrarlo da un altro punto di vista, ma anche a porci diversamente rispetto ad esso. Ma non si tratta di scoprire una verità profonda sull’esistenza, che si svela dietro le apparenze che la nascondevano, quanto, piuttosto, di sviluppare la possibilità di sperimentare, concepire e poi restare fedele, a una diversa maniera di vivere, di sentire, di concepire se stessi, il mondo e l’esistenza tutta. Una fedeltà che sarà stimolata da un senso di consonanza con ciò che nell’esercizio di queste pratiche sarà stato percepito come maggiormente autentico e significativo rispetto ai precedenti e abituali schemi di recettività e di elaborazione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

L’irriducibilità di questo processo a uno schema impersonale – nel senso, questa volta, di valido per tutti, indipendentemente dalle specificità di ciascuno –, sottolinea come tanto la meditazione, quanto la psicoanalisi nelle sue diverse forme, non siano tecniche ma arti (Chandra, p. 59): le prime indicano procedure valide in se stesse che, se correttamente applicate, conducono necessariamente a risultati prevedibili e già testati, le seconde sono invece attività che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non possono verificarsi che secondo i suoi personali talenti, ossia le peculiarità di ciascuno, assumendo una piega e uno sviluppo mai del tutto prevedibili a priori e sempre, in qualche modo, unici. Mentre le tecniche richiedono di compiere atti oggettivi, le arti chiamano in causa comportamenti soggettivi nei quali gli individui non sono semplici esecutori di procedure ma interpreti, proprio come lo si può affermare di un artista del quale si dice che ha dato prova di una straordinaria interpretazione, frutto non solo del suo sapere ma, non di meno, della sua personalità e del suo percorso di vita.

Per questo entrambe, da ultimo, restano depotenziate se confinate in una o due ore a settimana nelle loro reciproche stanze di riferimento e compiono davvero la loro missione solo se il soggetto assume su di sé la responsabilità di estenderne l’esperienza alla vita di tutti i giorni. Scrive Chandra:

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamo “il mio carattere”, se comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io”. (p. 60)

Che cosa c’è di male a sviluppare una vita un po’ più quieta e a incentrarla sull’io, vi chiederete? Niente in sé, ma non è per questo che nascono sia la meditazione che la psicoanalisi; entrambe, nel solco della filosofia antica, mirano piuttosto alla piena fioritura delle nostre potenzialità, che non significa diventare straordinari ma divenire, appieno, se stessi, compiendo quello che Jung chiamava il processo di individuazione. E non è forse delle possibilità di quel tanto vituperato io che comunque si parla in questo processo, non è lui che deve diventare se stesso? potreste chiedervi. No, spiega Jung, il soggetto di questo processo deve essere il Sé, centro della personalità non solo conscio e pienamente consapevole di non essere il padrone di casa, per citare Freud. In gioco, come intende sottolineare il titolo di questo articolo che mi accingo a concludere, non c’è l’io ma la vita. Meditare sulla vita permette di meditare anche sull’io, meditare sull’io rischia di non dischiudere mai le questioni della vita. Ma soprattutto chiunque meditasse a fondo sulla propria condizione esistenziale finirebbe per comprendere, per dirlo con le fulminanti parole del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, che “la mia vita non sono io” (M. Benasayag, Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 120), che, semmai, ne faccio parte.


Da "www.doppiozero.com" Meditare la vita di Moreno Montanari

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È uscito in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) il Rapporto dell’UNHCR e anche quest’anno ci ricorda una serie di dati che non troviamo facilmente sui grandi media. Anzitutto la crescita delle persone che sono state costrette a lasciare la propria casa: 70,8 milioni a fine 2018, 2,3 milioni in più dello scorso anno. Uno su due sono minorenni. Due su tre vengono da cinque Paesi soltanto: nell’ordine Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia. Non esistono conflitti soltanto locali, privi di ripercussioni per le regioni circostanti.

Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza, le sorprese non mancano rispetto a quanto comunemente si crede. La maggior parte dei rifugiati sono sfollati interni (nel gergo internazionale, IDP: Internal displaced people), ossia hanno cercato scampo in un’altra regione del proprio Paese. Si tratta di 41,3 milioni, il 58,3% del totale.

Quanto ai rifugiati internazionali (25,9 milioni più 3,5 milioni di richiedenti asilo), quattro su cinque si fermano nei Paesi che confinano con quello di origine, con i Paesi in via di sviluppo in prima fila. Ospitano infatti l’84% dei rifugiati internazionali. Troviamo al primo posto la Turchia (3,7 milioni, perlopiù siriani), seguita dal Pakistan (1,4 milioni, in gran parte afghani), dall’Uganda (1,2 milioni, provenienti soprattutto da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo) e dal Sudan (1,1 milioni, dovuti soprattutto agli arrivi dal Sud Sudan). Tra i Paesi ai primi posti della classifica, l’unico a sviluppo economico avanzato, oltre che appartenente all’UE, è la Germania.

I Paesi più deboli, collocati nelle ultime posizioni nella graduatoria basata sull’Indice di sviluppo umano dell’ONU, accolgono 6,7 milioni di persone, ossia un rifugiato su tre. Sono Paesi molto poveri come Uganda, Bangladesh, Etiopia, Ciad, Yemen. Rappresentano il 13% della popolazione mondiale e appena l’1,25% dell’economia globale.

Molto istruttivo anche il dato che confronta il numero dei rifugiati con quello dei residenti. Qui spicca il primo posto del piccolo e travagliato Libano, con 156 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi. Segue la Giordania con 72, poi la Turchia con 45. Gli unici Paesi dell’UE tra i primi dieci in questo caso sono la Svezia, con 25, e Malta, con 20. E l’Italia? A dispetto di tante polemiche, siamo lontani da questi numeri. Secondo l’ONU, a fine 2018 accoglievamo 295.599 richiedenti asilo e rifugiati, pari a circa 5 persone su 1.000 residenti. La distanza tra le narrazioni e la realtà è strabiliante.

Da "www.aggiornamentisociali.it" I numeri sui rifugiati: dalle narrazioni alla realtà di Maurizio Ambrosini

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La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo)
Quasi l'undici per cento della popolazione mondiale vive in povertà. Ed è la Cina il paese che negli ultimi anni ha migliorato più di tutti le proprie condizioni economiche. E, sorpresa, è ancora una volta la Cina a guidare lo sviluppo africano

Il nostro ottimismo verso il futuro parte – anche – dalla considerazione che, nonostante tutto – e per tutto s’intende le guerre, le tensioni, gli squilibri, eccetera, che pervadono l’attualità mondiale – viviamo, in generale, nella società migliore e più equa di tutti i tempi. E nulla esclude che domani sia meglio di oggi. Per esempio, a livello macro, è indubitabile che l’aspettativa di vita media continui a crescere grazie a migliori condizioni di salute, e a una consapevolezza maggiore sull’importanza di uno stile di vita sano. L’altro tema macro sostanziale è quello della «povertà estrema». E anche in questo senso, la percentuale di quanti vivono nelle condizioni più disagiate – in una soglia di sussistenza che la Banca Mondiale fissa in 1,90 dollari al giorno – è drasticamente diminuita negli ultimi trent’anni. Va però sottolineato che resta un dato altamente drammatico visto che il 10,7% della popolazione mondiale è ancora estremamente povero.

È possibile scendere ulteriormente? E un giorno è pensabile di ridurre quella percentuale a zero? Ragioniamoci. Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nel 1981 l’88% dei cinesi era estremamente povero e nel 2013 la cifra era scesa, incredibilmente, al 2%! La stessa riduzione è avvenuta in maniera minore, ma ugualmente pazzesca, nell’India. Nello stesso periodo di tempo la popolazione povera è infatti diminuita dal 54% al 21% (dati Singularity)!
Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata. Perché se da un lato è migliorata come minor tasso di povertà – 54% nel 1990, 41% nel 2013 – dall’altro lato è massicciamente cresciuta la popolazione continentale con la conseguenza che il numero assoluto di poveri è aumentato a 113 milioni.

Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata

Quello cinese è un boom economico tanto esplosivo quanto irripetibile, innescato attraverso la sterminata manodopera a basso costo utilizzata dal mondo occidentale e successivamente alimentata da finanza, tecnologia e geopolitica, consentendo, appunto, di togliere dalle condizioni di povertà addirittura l’86% della sua popolazione in soli 32 anni: un dato di pura utopia fantascientifica. Con alcune peculiarità – altrettanto uniche – che hanno consentito ciò. Ebbene, innanzitutto va detto che se la Cina fosse stata una democrazia – con le sue fisiologiche lentezze decisionali e il confronto elettorale (ma anche con i suoi plus in termini di diritti umani e cura dell’ambiente) – probabilmente non sarebbe cresciuta tanto velocemente, senza dimenticarci dell’aspetto logistico-territoriale; infatti il governo possedeva anche tutte le terre del Paese con un ovvio beneficio di velocità e semplificazione nell’attuare nuovi progetti infrastrutturali, anche colossali. Quindi e paradossalmente viva la dittatura!

Inoltre non dimentichiamoci che in Cina dall’ormai lontano 1979 c’è il controllo della popolazione con la politica del figlio unico. Il risultato è stato altrettanto rivoluzionario: la popolazione cinese è cresciuta del 38% tra il 1980 e il 2013, mentre nello stesso periodo la popolazione indiana è cresciuta dell’84% e addirittura del 147% quella dell’Africa sub-sahariana. Se da un lato quella cinese può risultare una politica odiosa da «Grande Fratello», dall’altro lato ha portato senza ombra di dubbio più ricchezza pro capite.

Infine, al riguardo delle unicità cinesi, come dice il «Financial Times», la migrazione urbana della Cina in questo lasso di tempo è stato il più grande esodo umano della storia. Fenomeno che non poteva verificarsi con una popolazione troppo giovane o troppo vecchia. Però proprio le generazioni che hanno contribuito al boom cinese stanno invecchiando e il forzato tasso di (bassa) natalità del Paese non potrà sostituirli. Ecco che allora anche in Cina come nell’Occidente arriverà presto la questione della popolazione anziana maggioritaria con le relative questioni di costi per la sua assistenza. E per giunta è ancora enorme la disparità di reddito tra aree urbane e rurali. Detto ciò, basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema.

Basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema

In tal senso è Singularity che nel confronto reputa quasi impossibile che ciò possa realmente accadere. Gli africani hanno già iniziato a lasciare le zone rurali per le città, con un tasso di crescita urbana annuale di quasi il 4% rispetto alla media globale che si attesta all’1,84%, senza però che tali città siano attrezzate per la gestione di un simile afflusso in termini di servizi fondamentali: assistenza sanitaria, trasporto pubblico e infrastrutture.

La Cina ha potuto gestire questa migrazione attraverso la guida unica del Partito Comunista mentre l’Africa sub-sahariana si trova in una situazione antitetica, avendo 46 Paesi diversi con relativi governi, molti dei quali corrotti o falliti. A peggiorare la questione vi è il tasso di fertilità – 4,92% nel 2015, più del doppio della media globale – che le Nazioni Unite prevedono innalzerà la popolazione a 2,5 miliardi di africani nel 2050, un numero potenzialmente esplosivo per la tenuta dell’economia continentale.

Allora, vi chiederete, qual è il colpo di scena che può farci guardare con (cauto) ottimismo il futuro con meno poveri grazie a un’Africa più ricca? Il colpo di scena è ancora lei: la Cina! Che sta investendo pesantemente in progetti infrastrutturali in tutta l’Africa, con annessi programmi di formazione politica per i leader africani, insegnando loro le tecniche utilizzate per stimolare lo sviluppo e con decine di migliaia di borse di studio per studenti africani.

Conoscendo i governanti cinesi, di filantropico c’è poco. Però se è proprio il business che muove tutto, chi meglio dei cinesi può ripetere in Africa quello che a casa loro hanno già fatto, stupendo il mondo ancora una volta?!?

Da "www.linkiesta.it" La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo) di Alberto Forchielli, Michele Mengoli

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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

Pubblicato in Fatti e commenti
Venerdì, 05 Luglio 2019 00:00

La Costituzione e il CSM

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria del CSM, con all’ordine del giorno: «Insediamento dei nuovi Componenti del CSM, collocamento fuori ruolo dei Componenti eletti dai magistrati, indizione delle elezioni suppletive per due Componenti con funzioni requirenti di merito e nomina dell’Ufficio elettorale centrale presso la Corte di Cassazione».

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura.

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi.

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità.

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà – anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire – e seguirà con attenzione – questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario – provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

Da "www.settimananews.it" La Costituzione e il CSM di Sergio Mattarella

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’accaparramento delle terre da parte di aziende e Stati ha sottratto ai paesi emergenti 88 milioni di ettari di terra. Una ferita aperta che spreme le risorse ambientali e alimenta la crisi dei migranti in Europa. La situazione già grave, adesso, rischia di precipitare con il climate change

Porti chiusi, sbarchi bloccati e, perché no, la pacchia è finita. L’iter si ripete, come del resto si ripetono le immagini strazianti di quelle persone costrette a rischiare la propria vita solo per averne una decente. Così simili in ogni passaggio ed emozione suscitata, che spesso si dimentica perché sono lì. E se guerre e torture non bastano per giustificare l’azzardo, grazie al land grabbing l’Europa - prima di quanto possa immaginare - sarà teatro della più grande crisi di migranti della storia.

Il land grabbing non è nient’altro che l’accaparramento delle terre, venduta ad aziende o governi di altri paesi, senza previo avvertimento alle comunità locali che vi abitano, per coltivare, produrre, raffinare e ottenere guadagni.
Una pratica vecchia come il mondo, che con fare da montagne russe ha toccato la cima di sensibilità grazie ai Nativi americani, per poi crollare nella noncuranza generale ai giorni nostri.


Nato dopo la crisi finanziaria come cuscinetto per attutire le perdite e creare capitale garantito, questo fenomeno dal 2008 a oggi è cresciuto del 1000%, colpendo le aree meno sviluppate del pianeta e spingendo alla fame e all’esodo coatto migliaia di contadini. Africa, Asia e America Latina le più colpite dal saccheggio fondiario, mentre Europa e Stati Uniti i principali carnefici ancora in attivo. Sì, proprio quell’Europa solidale e spesso in pensiero per le sorti del continente africano e i rapporti commerciali con le potenze internazionali, non si è fatta troppi scrupoli nello sfruttare – sia chiaro, in termini di legalità non viene infranta nessuna legge – le limitate risorse altrui.


Negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati

Per farsi un’idea: negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati
Sono invece 2.331 i contratti attivati nello stesso arco di tempo, concentrati soprattutto nei settori agricoli, delle energie rinnovabili e nella produzione di biocombustibili.

Tra i mattatori della scena invece troviamo in testa, per l’estensione degli ettari “conquistati”, l’America di Trump (10 milioni), seguita dalla Malesia (4,1) e la Cina (3,2). Mentre a subire quella che da molti è già stata considerata come una versione edulcorata di colonialismo, sono la Repubblica democratica del Congo (6,4 milioni di ettari ceduti), la Papa Nuova Guinea (3,8) e il Brasile (che in difesa cede 3,0 milioni di ettari e in attacco ne conquista 2,2).

Il risultato di tutto questo? Non si commette errore candidando il land grabbing come principale motivazione delle future migrazioni planetarie, in quanto (se le implicazioni etiche e sociali non hanno avuto effetto finora) il metodo intensivo utilizzato per le colture ospiti provoca conseguenze disastrose per il suolo, fino all’impoverimento totale.

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime.

Lembi e fazzoletti di terreno che, pertanto, finiscono a mo’ di pochette nel taschino delle grandi potenze mondiali, non solo private. La Banca Mondiale, per esempio, ha attivato durante gli anni svariati investimenti sulla terra, senza mai stabilire un tetto massimo o uno standard da seguire. Storia analoga per l’Ue: l’ambizioso piano EIP (External Investment Plan – Piano di Investimenti Esterni) per incoraggiare gli investimenti in Africa si potrebbe rivelare in realtà in grado di far maturare nuovi debiti nei Paesi in via di sviluppo, aggravarne il deficit e per giunta favorire la permanenza delle multinazionali (senza però garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali dei Paesi interessati).

L’acquisizione delle terre può essere quindi il detonatore di una depressione senza eguali. Di pari passo e con più di un punto in comune, in Camerun si sta consumando la più grave crisi di sfollati al mondo, si stima che siano più di 450.000, mentre al livello globale Oms e Unicef hanno stimato che una persona su tre non ha accesso all'acqua potabile sicura, primi su tutti la popolazione – senza troppe sorprese – africana. C’è poi la questione demografica. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, la popolazione africana supererò i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE).


Da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire

Insomma, se non bastano guerre e torture a smuovere gli animi politici, sicuramente ad allarmarli ci penserà il climate change. Oltre a creare rifugiati, il land grabbing fa sì che intere foreste vengano tagliate per lasciare spazio alle coltivazioni aggressive, prosciugando le già scrane riserve acquifere e mutando drasticamente la morfologia ambientale dei territori.

E se non è dato sapere chi gioca realmente questa partita, i fondi sovrani o le società private si nascondono dietro imprese schermo o investitori locali corrotti, le mosse in corso sono quasi sempre scontate. La Cina ha messo le mani su tre milioni di ettari dell’Ucraina e buona parte degli appalti per l'edilizia urbana e infrastrutturale nell'Africa, in cambio rispettivamente di grano e di materie prime per le apparecchiature tecnologiche; mentre gli emiri hanno fatto mambassa in Tanzania (senza preoccuparsi troppi delle tribù Masai che vi abitavano) e l’Italia nella familiare Etiopia.

Parafrasando “Se di molta terra abbia bisogno un uomo” di Lev Tolstoj, si potrebbe parlare di un'ossessione nell'acquistare sempre più terre sempre più grandi e fertili, fino a esaurimento scorta. Il nostro Paese ha comprato o affittato un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Paesi, fra cui l’Etiopia: le aziende italiane beneficiano di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro. Nel triennio 2013-2015 da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire.

Speculazione finanziarie e opportunità di mercato spingono, perciò, a una “febbre della terra”, con acquirenti che continuano assicurarsi un fabbisogno duraturo di biocombustibili, senza preoccuparsi troppo degli effetti innescati. Non esiste tutela sociale o ambientale, e il terreno per quanto possibile può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa. La sopravvivenza della popolazione dell’Africa, come di una buona parte dell’Asia, è messa a dura prova, con o senza i ben noti slogan a minimizzare il tutto. Non ci stupiamo poi se quella che per noi è solo casa, per altri è la terra promessa.

Da "www.linkiesta.it" Land grabbing: così l’Occidente sta distruggendo l’Africa e creando nuovi migranti di Pietro Mecarozzi

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Oggi dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici... e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica di Nicola Fratoianni

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Lunedì, 17 Giugno 2019 00:00

Oggi le cassette, domani i conti correnti

Per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza Salvini giura: “Una patrimoniale mai”. Ma allora cos’è questa storia delle cassette di sicurezza? Chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio. Tutto per negare la realtà: i soldi non ci sono.


“I soldi ci sono”. È stato il refrain delle elezioni politiche un anno fa e delle elezioni europee quest’anno. Viene ripetuto come un mantra dal governo gialloverde ogni volta che qualcuno, facendo appello al buon senso, chiede come si fa a finanziare la flat tax o un aumento del reddito di cittadinanza. “I soldi ci sono”. Finché si scopre che non ci sono e bisogna trovarli. Così spuntano fuori le ipotesi più strampalate come mettere mano nelle cassette di sicurezza. Lì i quattrini degli italiani ci sono davvero, quattrini dormienti perché di oscura provenienza o, molto più prosaicamente, perché servono per i tempi peggiori che verranno. Risparmi precauzionali, li chiamano gli economisti. Quanti sono non è noto. Decine o centinaia di miliardi secondo Matteo Salvini al quale lo ha detto “qualcuno”. Si possono stanare, si possono tassare.

Ecco, ci siamo. È forse l’anteprima di ben più consistenti imposte sui patrimoni e sulla ricchezza finanziaria? Le cassette di sicurezza sono chiuse a chiave, si pensa di mandare i carabinieri con tanto di mandato delle procure (magari quella di Catania)?. Ma attenti, ben altri soldi giacciono in banca, senza ricevere nulla in cambio, nemmeno un interesse minimo, intaccati dall’inflazione che, per quanto bassa, è comunque un punto percentuale l’anno. Stiamo parlando dei depositi in conto corrente. Non sono segreti. Si sa anche a quanto ammontano: circa 1.500 miliardi di euro, poco meno del prodotto lordo di un anno. Arrivarci non è difficile.

Lo fece Giuliano Amato nell’estate del 1992 su suggerimento di Giovanni Goria allora ministro delle finanze. E di notte, tomo tomo cacchio cacchio, il governo ormai alla canna del gas con la liretta sotto un furioso attacco speculativo, decise di tagliare il 6 per mille a tutti. Zac!. Il mattino dopo gli italiani si trovarono davanti a questa sorpresona. Non bastò. Non furono sufficienti nemmeno i rincari delle tasse e i tagli alle spese, la lira crollò in quel settembre nero in cui di fatto finì la lunga e non gloriosa storia della valuta nazionale. Oggi non siamo, non ancora, a questo punto. E in ogni caso il sei per mille porterebbe al fisco solo 9 miliardi di euro. Ma la rincorsa di idee balzane, dai minibot o al tortuoso salvataggio dei comuni super-indebitati, suscita sospetto e allarme tra i risparmiatori.


“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono?

Questa idea che esista una ricchezza occulta, immobile, da stanare, è stata lanciata da Matteo Salvini in televisione all’indomani delle elezioni europee, con la Lega ancora fresca di vittoria. Nel Movimento 5 Stelle prende una forma diversa, quella di una imposta sulle grandi fortune.

Quanto grandi i grillini non lo sanno. Si va dal modello francese che, grazie a un limite esente fino a un milione e 300 mila euro frutta un gettito molto piccolo (circa 4 miliardi di euro l’anno) alla proposta formulata da Thomas Piketty che, in Italia potrebbe portare fino a 35-40 miliardi di euro secondo i suoi sostenitori tra i quali il segretario della Cgil Maurizio Landini. Si tratterebbe di un’imposta ordinaria, cioè periodica non una tantum (su base annuale), tale da poter essere pagata, in condizioni normali, con il rendimento del patrimonio (esclusa la prima casa). Dovrebbe essere progressiva, con scaglioni simili all’imposta sul reddito, e tre aliquote: zero (cioè una fascia esente) fino ad un milione di euro; 1% da un milione a cinque milioni; 2% dai cinque milioni in su.

In questo modo si otterrebbe un prelievo crescente in rapporto al patrimonio. I soggetti all’imposta, pur essendo solo il 2,5% dei contribuenti, possiedono in media il 40% dei patrimoni. Si tratta quindi di una massa pari a due volte il prodotto lordo, e l’applicazione delle aliquote dell’1% e del 2% sugli scaglioni del patrimonio superiori a 1 o a 5 milioni fornirebbe un gettito pari ai due punti di pil.

Banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono

“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono? Secondo alcune interpretazioni rilanciate dal Sole 24 Ore sarebbe una nuova sanatoria volontaria che andrebbe a toccare il sommerso, stimato dal ministero dell’economia in 210 miliardi di euro pari al 12,4% del pil. Già l’anno scorso la Lega aveva fatto circolare l’ipotesi di un condono del contante con una cedolare a due aliquote 15 e 20%, la prima come l’Iva sulle partite sotto i 65 mila euro e l’altra per quelle oltre i 100 mila.

La liquidità portata alla luce doveva essere poi investita obbligatoriamente nei Pir, i piani di risparmio. Durante la discussione del decreto fiscale il maxi condono è stato abbandonato e sono spuntati molti mini condoni (i verbali, gli accertamenti, le liti, le cartelle) insomma tutto quel percorso chiamato “pace con il fisco”, ma che in realtà finisce per infittire e complicare la giungla fiscale denunciata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Adesso arrivano anche le cassette di sicurezza, ma chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio del prossimo ottobre, strade tortuose nel tentativo di aggirare il risanamento delle finanze pubbliche e negare una banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono. Nemmeno sfondando il tetto del 3% (disavanzo pubblico sul pil) sarebbe possibile allargare più di tanto gli spazi disponibili. Arrivare dal 2,5% attuale in assenza di interventi al 3,5% del pil porta tra i 17 e i 18 miliardi di euro, non abbastanza per realizzare la flat tax, ma sufficiente a far balzare lo spread verso le quote stratosferiche del 2011. Meglio dire le cose come stanno, non cercare scorciatoie e fare quel che non si può evitare. In questa campagna elettorale permanente, Salvini vuol vincere in autunno l’Emilia Romagna, ma non può farlo pagare al resto dell’Italia.


Da "www.linkiesta.it" Oggi le cassette, domani i conti correnti: ecco perché il governo ci metterà le mani in tasca

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Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

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