Lunedì, 10 Agosto 2020 00:00

Scuola post shock

Si può riflettere di formazione scolastica, oggi, come si faceva prima della crisi del Covid-19, con gli stessi termini, gli stessi dati, le stesse prospettive? Possiamo ancora chiederci se sia giusto che chi si occupa di educazione faccia bene i conti con l’universo del digitale, le sue lusinghe e le sue insidie, come prima, e ricorra alle ‘evidenze fattuali’ per avere e dare indicazioni convincenti sull’uso dei dispositivi tecnologici?

La mia risposta è negativa.
Muove infatti da una prospettiva necessariamente più ampia di quella di cui molto si discute nell’attuale frangente, cioè del come e in quali condizioni materiali garantire la ripresa delle attività consuete. Nelle classi certo si tornerà, le lezioni prima o poi riprenderanno, via via si stabilirà, in un modo o nell’altro, un’accettabile o comunque accettata normalità. Non fa problema. Né lo fa la previsione di dover far ricorso ancora all’online, malgrado la gran quantità di riserve manifestate.
Piuttosto, resterà, come problema aperto, imprevedibile nei suoi esiti, lo shock provato con l’interruzione delle pratiche scolastiche usuali: agirà in profondità e verrà a galla nelle situazioni critiche, che non mancheranno. Non sarà facile superarlo, a meno che non si arrivi a porre altre domande, più impegnative di quelle fronteggiate nel periodo dell’emergenza.


Ritengo che dovremo abituarci a considerare quel ch’è avvenuto nei mesi del lockdown alla stregua di uno spartiacque storico più che cronologico, e che questa cesura richiederà, per essere elaborata e messa a frutto, un adeguato impegno di concettualizzazione, o, meglio, di riconcettualizzazione dell’intera faccenda dell’educare, considerata in tutte le sue differenti manifestazioni, dalle più alle meno formali. In gioco, insomma, andranno messe non tanto le idee, nuove o vecchie che siano, quanto i parametri con cui farle nascere, riprendere, giudicare, attuare, secondo prospettive di innovazione dell’intero comparto formativo che provino la loro validità non solo e non tanto per gli assetti interni alle istituzioni formative, scuola e università, quanto e soprattutto per il tipo di rapporto, di fiducia o no, che queste intrattengono col mondo circostante: un rapporto che non potrà non cambiare, o che forse era già cambiato, prima ancora dello stop, senza che ce ne accorgessimo.


Il distanziamento della didattica realizzato tramite l’adozione di soluzioni di matrice digitale, soprattutto e talora solo a livello di infrastrutture (piattaforme e dispositivi vari), provando tecnologie più che tecniche, e investendo dunque più su macchine che su procedure per usarle, tutto questo, che è andato sotto l’etichetta della didattica a distanza, ha comunque prodotto, in ragione della natura stessa delle condizioni con cui è avvenuto, un diverso sguardo nei confronti della didattica stessa, quella scolastica e, sia pure in misura meno evidente, anche l’accademica. Avere sotto gli occhi, in una condizione di prossimità teoricamente impensabile, una riproduzione di pratiche al di fuori del loro ‘contesto naturale’, ha consentito a tutti, e in primo luogo agli stessi attori, di cogliere meglio topologia e pragmatica di quel ‘fare comunicativo’ che da sempre, si direbbe, e con limitate variazioni interne, è stato attuato nel chiuso delle aule: cattedra, banchi, lavagna, lezione, libro, valutazione. Come definire questo assetto se non nei termini di una ‘tecnologia’, di una ‘infrastruttura tecnologica’? Non la si vedeva, prima, e non solo perché c’erano le mura a proteggerla. La si vede meglio ora che, dislocata fuori, viene accolta e parzialmente tollerata da un’infrastruttura tecnologica di diversa matrice. Finché si parla una sola lingua quella è ‘la lingua’, quando si inizia a parlare una seconda lingua quella di partenza diventa ‘una lingua’.
In questo senso, il Coronavirus ci sta insegnando, lo vogliamo o no, che anche i termini che designano le attività di insegnamento e apprendimento vanno usati al plurale.


Il fatto è che la didattica non è mai neutra rispetto alle strumentazioni che adotta. Al contrario, in quanto apparato teorico e tecnico di mediazione del sapere non può fare a meno di servirsi di supporti che ne agevolino l’esercizio, né può evitare che i mediatori della mediazione che adotta incidano sulla sua stessa identità. C’è una topologia dell’aula e, in diretta corrispondenza con questa, opera una topologia cognitiva del libro: l’una richiama l’altra e tutte e due rispondono a un modello di comunicazione unidirezionale, quella che va da un centro univoco a una periferia teoricamente omologata. Altra cosa è la comunicazione multidirezionale che caratterizza le attività di una comunità di apprendimento operante in rete. Non è necessariamente migliore o peggiore, è semplicemente altra, sul piano della natura e dunque della topologia materiale e cognitiva dell’esperienza.


Questo per dire che una didattica centrata sullo studio riproduttivo di un sapere già dato tenderà ad assumere una figura e a darsi un compito tendenzialmente differenti da quelli di una didattica fondata sulla ricerca produttiva di un sapere in costruzione. Dunque, il libro come sapere fisso e solido e la rete come sapere mobile e liquido fungono, in termini di principio, da condizioni diverse per la costituzione e lo sviluppo di didattiche diverse; l’una, quella praticata e ‘consacrata’ dalla scuola, appare più subordinata alle logiche dell’insegnamento, l’altra, operante in chiave educativa perlopiù fuori dei recinti istituzionali, almeno fin qui, figura come più orientata alla promozione delle logiche dell’apprendimento.
In ballo, allora, non c’è solo il bisogno di capire se, assunto un determinato ordinamento della didattica, che poi è quello che vige da centosessant’anni, si possano introdurvi legittimamente ed efficacemente delle iniezioni di digitale, c’è invece, ora dovremmo capirlo meglio, l’esigenza di misurarsi con la determinazione tecnologica, ossia libresca, dell’ordinamento ereditato e degli eventuali limiti che questo assetto presenta rispetto ai tempi che viviamo. Appurato questo, potremmo accettare che si imbastisca un confronto fra due modelli di didattica, e che questo sia alla pari.
Attenzione, però. Quella che sto ponendo è una questione che non si lega all’uso di determinati supporti, il libro o il web, e tanto meno trova risposta nell’impegno ad ammodernare le dotazioni materiali delle scuole, degli insegnanti come degli allievi (con distribuzioni di tablet, per esempio), ma che investe la natura stessa dei saperi di cui la didattica (sia essa una o bina o trina, cioè testuale, reticolare, o anche mista) costituisce mediazione.


Qualunque misura si voglia adottare, oggi, per organizzare gli insegnamenti o gestire gli apprendimenti, non si dovrebbe evitare di porre, assieme ad una questione pedagogica, una questione epistemologica: non solo con che cosa formare, ma anche e soprattutto su che cosa e a che cosa formare. Non è, non dovrebbe essere, questo, un problema di materie o discipline da aggiungere: se lo si pensasse in questi termini, si sarebbe ancora vincolati al modello che fa della scuola un apparato di mediazione di testi. Ritengo, e forse ottimisticamente immagino che di qui in poi esso possa figurare, a tutti i livelli, dunque non solo per i più piccoli, come un problema di articolazione, aggregazione e integrazione delle aree dell’esperienza, prefigurando un modello che fa della scuola un apparato di mediazione differente e reciproca sia di testi (saperi oggettivati e stabili) sia di reti (saperi in costruzione e dunque mobili). Auspico insomma la nascita di una scuola anfibia, capace di muoversi e far muovere ad un tempo (e con pari consapevolezza) sulle conoscenze solide e sul quelle liquide.


lI cambio di paradigma di cui sto dicendo e che ritengo sia assolutamente necessario effettuare, deriva appunto da un bisogno che non potrà più essere inteso come istanza locale e settoriale (affidato ad amministrazione, insegnanti, editori), ma dovrà in un qualche modo figurare come la risultanza di un progetto complessivo, della società tutta: quello di far maturare una coraggiosa revisione della qualità e della quantità dei saperi scolastici ereditati dalla tradizione e attuati, in verità piuttosto passivamente, sulla scorta di assunzioni generali mai sottoposte a pubblica discussione.
Dire che il mondo attorno alle istituzioni formative è cambiato enormemente da quando quelle istituzioni hanno assunto la forma che ancora conosciamo e che pochissimo è cambiato di quella stessa forma potrebbe essere fuorviante se non preludesse, appunto, alla posizione di interrogativi sulla legittimità di determinate scelte di fondo.

Di fatto, la geografia sociale della scuola e dell’università italiane è incomparabilmente diversa rispetto a quella delle loro origini ottocentesche. Ma non altrettanto diversi sono il modo e lo spirito del pensare e fare didattica, a tutti i livelli: per via di un imperante immobilismo concettuale che ha assunto via via giustificazioni politiche diverse, non s’è sentito mai, seriamente, il bisogno di revisionare i contenuti e le tecniche cognitive della formazione istituzionale, di agire insomma sui saperi e sulla loro stessa ‘organatura’ (per dirla gramscianamente), al fine di rendere l’insieme della formazione più adeguato ad popolazione interna ed un mondo esterno che andavano via via rigenerandosi, anche profondamente. Accusare il paese Italia, e la sua identità culturale, di aver mantenuto fedeltà, nel secolo e mezzo e più di vita, al suo originario impianto elitario ed aristocratico sarebbe assurdo. Non lo è invece accusare il sistema formativo di aver mantenuto inalterato, al suo interno, il nucleo di un’antica vocazione elitaria ed aristocratica. Che si sia discusso per trent’anni di latino, a proposito della riforma della scuola media, e che la soluzione maturata sia sentita tuttora da non poche anime belle come un vulnus la dice lunga.


Le volte che ancora oggi viene sollevato un simile tema, il nucleo elitario e aristocratico di cui sto dicendo viene etichettato come ‘gentiliano’, ma si dimentica che, per volontà dello stesso Gentile, solo in parte ridimensionata poi dal ‘tradimento’ operato dalla pedagogia fascista, quella riforma rispondeva ad un’opera di restaurazione della filosofia inerente all’atto stesso di fondazione della scuola nazionale. Due erano i capisaldi, gli stessi che tuttora in un qualche modo resistono, e non solo nell’inconscio pedagogico: essenzialità e marginalità di una formazione primaria di tipo strumentale, centralità di una formazione secondaria organizzata attorno al valore superiore attribuito ai saperi umanistici, di stampo prioritariamente letterario, rispetto al significato pratico attribuito ai saperi scientifico/tecnici.
Si potrà obiettare che un problema di tale profondità non nasce adesso e che impegnarci a rivedere l’epistemologia del fare scuola, proprio ora, presi come siamo da problemi materiali di un arduo funzionamento quotidiano, equivarrebbe a concederci un lusso non solo immeritato ma anche controproducente.


Una risposta l’ho già data. Il lockdown ha reso trasparente ciò che avveniva all’interno degli edifici, ha reso visibile la didattica agli stessi attori, e al mondo circostante. Ciò che era vissuto come ‘naturale’ e ‘normale’ è stato messo in luce dall’anormalità dell’artificiale. E comunque la figura di quella ‘normalità’ dovrà essere modificata, alla riapertura degli edifici, per i residui di un’emergenza sanitaria che è stata e non smetterà di essere anche educativa. Lo sfaldamento di quel modello, per l’esposizione che ha subito, ha avuto inizio. Certo, non sempre gli osservatori esterni alla scuola sono stati attenti a cogliere i segni di questa crisi, ma dentro la si è sentita, ed è indubbio che i suoi effetti troveranno eco nella quotidianità.
La seconda risposta è di tipo più generale, e si lega alle prospettive della ripresa che ci attende, difficile da tutti i punti di vista, non ultimo quello economico. Occorrerà fare sacrifici, lo sappiamo. Li si dovrà fare anche in ambito educativo. A qualcosa occorrerà dunque rinunciare. Ecco, sarebbe importante che rinunciassimo a pensare che sia giusto, per le dotazioni culturali di base, continuare a marginalizzare i linguaggi sonori e quelli visivi subordinandone il valore ai linguaggi scrittori, e, per quelle più avanzate, rinunciassimo ad intestardirci nel confermare una rappresentazione divisiva più che aggregativa di sapere, dove scienza e tecnologia non dialogano con l’area dei saperi sociali, e viceversa. Gli strumenti per uscire da questi vincoli oggi li abbiamo: quelli materiali concretamente, quelli concettuali potenzialmente. Si tratta di mettere a frutto gli uni e gli altri, e dunque di provvedere, anche dentro le scuole, anche dentro le università, a costituire delle zone franche per la didattica ‘altra’, dove mettere in campo, liberamente, al di fuori dei vincoli consueti, pensieri e pratiche più rispondenti alla natura dialogica, costruttiva, collaborativa di un sapere reticolare, aggregativo, costruttivo, partecipativo: di un esperire, un conoscere e un fare, tra l’altro, più rispondenti alla matrice storica, ma anche all’attuale rappresentazione a livello internazionale della cultura italiana, fatta di suoni, immagini, manualità, di innumerevoli territori ‘indisciplinati’.


Al di là delle resistenze, delle improvvisazioni e delle rigidità, la didattica a distanza ha comportato una grandiosa opera di iniziazione collettiva ad esperienze, condotte e cognizioni di cui la gran massa dei docenti e pure degli studenti non aveva sentore, tanto meno coscienza. Sarebbe importante investire su questa vicenda del tutto anomala, non relegarla dunque dentro i vincoli di un’emergenza da archiviare al più presto, e far sì che l’autonomia e la flessibilità di cui non si potrà fare a meno, fin dal prossimo difficile anno della ripresa, possa esercitarsi anche sul nobile e colpevolmente ignorato tema di ciò che si impara e si insegna nelle scuole.

Da "https://www.doppiozero.com/" Scuola post shock di Roberto Maragliano

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Una donna ha le convulsioni e viene portata a terra su una barella poco dopo l’attracco della motovedetta, un uomo vomita sangue davanti al medico del poliambulatorio allo sbarco. Il funzionario di polizia che sorveglia le operazioni discute con il medico che non vuole trasportare il ragazzo sull’ambulanza per paura che abbia il covid-19. Sotto la statua della madonnina di Lampedusa, a due passi dalla strada principale dell’isola affollata di turisti, è appena attraccata una motovedetta della guardia costiera italiana che ha scortato in porto due imbarcazioni, una partita da Zuara, in Libia, e una partita da Sfax, in Tunisia.

È l’ora di cena di lunedì 3 agosto e ai tavolini dei bar e dei ristoranti i turisti non si accorgono di quello che sta succedendo a pochi metri da loro, sotto alla caserma della guardia costiera. Mentre i poliziotti discutono con gli operatori sanitari, bardati con le protezioni anticovid, Bassim e Ghazi, due minorenni tunisini, sono saliti sul pulmino che li porterà nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. Sono felici di aver toccato terra dopo più di venti ore di navigazione a bordo di una piccola imbarcazione di legno, ma sono anche stravolti dal mal di mare. Sono partiti dalle isole Kerkenna, nella provincia di Sfax, insieme ad altri sette ragazzi. Hanno speso 3.500 dinari tunisini (mille euro) a testa per fare la traversata e arrivare a “Lambadusa”, uno dei posti di cui hanno sentito parlare di più in vita loro.

Una delle canzoni cantate nelle strade di Tunisi durante la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 era H’biba ciao, la versione tunisina di Bella ciao, che non parla di guerre né di mondine, ma di un migrante che prova ad attraversare il mare per arrivare a “Lambadusa”. “Sia che vediamo quel paradiso coi nostri occhi – bella ciao – sia che affoghiamo e moriamo senza sepoltura, la mia anima tornerà da te a nuoto”, dice la canzone. A nove anni dall’unica primavera araba che ha prodotto una transizione democratica, per i tunisini è arrivato il tempo della disillusione. La crisi economica e politica nel paese era profonda anche prima che arrivasse il nuovo coronavirus, ma la pandemia ha ulteriormente aggravato una situazione già compromessa. E così negli ultimi mesi sono aumentate le barche che di notte prendono il largo da Zarzis, da Sfax, da Mahdia, con la complicità della guardia costiera locale.

Accordi e minacce
Secondo un rapporto dell’African development bank (Afdb), la Tunisia va incontro a una delle recessioni più gravi dall’indipendenza nel 1956. “Nessuno di noi ha un futuro lì, spero di riuscire ad arrivare in Francia”, afferma Ghazi, 17 anni, originario di Sidi Bouzid, una delle aree più povere del paese. Ma a Lampedusa quelli come lui non sono benaccetti: “I turchi”, li chiamano. Come se fossero invasori, come se fossero pirati o soldati della flotta ottomana. Eppure nelle vie del centro e lungo le spiagge affollate di turisti non si vedono, se non di rado. Il centro di prima accoglienza è nascosto agli occhi dei locali e dei visitatori, nell’entroterra dell’isola. Ma i tunisini sono sinonimo di invasione per i lampedusani e muovono sentimenti di ostilità.

Nel 2020 i tunisini sono il gruppo più numeroso tra i migranti arrivati in Italia. Su 14mila persone approdate via mare da gennaio, 5.909 (cioè il 40 per cento) sono tunisini. Quasi tutti con piccole imbarcazioni, attraccate direttamente sulle coste di Lampedusa o della Sicilia. Sono lontani i numeri raggiunti nel 2011 – l’anno della rivoluzione tunisina – quando in pochi mesi a Lampedusa arrivarono tra le 11mila e le 15mila persone. Tuttavia è bastato che aumentassero gli arrivi nella piccola isola italiana per fare andare il tilt il sistema di accoglienza, ridimensionato dal primo decreto sicurezza del 2018.

Dal 2011 la Tunisia ha firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio dei migranti irregolari: a Tunisi arriva un volo a settimana con sessanta tunisini. Ma spesso chi viene rimpatriato, dopo qualche anno o addirittura pochi mesi prova a partire nuovamente. “La storia si ripropone, abbiamo assistito a diverse ondate di arrivi di tunisini negli ultimi quindici anni”, spiega Sara Prestianni, ricercatrice e responsabile immigrazione dell’ong EuroMed rights. “Le cause delle partenze sono le condizioni economiche e sociali del paese, uno dei pochi settori ancora attivi come il turismo è stato messo in ginocchio dalla crisi sanitaria e quindi il sistema economico già debole sta definitivamente collassando”, continua Prestianni.

Ora il governo italiano minaccia di usare gli aiuti allo sviluppo come arma di ricatto: “Il ministro degli esteri Di Maio è arrivato ha detto che taglierà 6,5 milioni di fondi per gli aiuti, ma questo potrebbe solo acuire i problemi e spingere altre persone a partire. Nelle politiche dell’immigrazione italiane sembra che non si guardi a quello che succede dall’altra parte del Mediterraneo”.

Il centro di accoglienza al collasso
Sulla barca partita da Zuara, in Libia, hanno viaggiato in trenta. Sette donne, undici uomini e dodici bambini di diverse nazionalità (palestinesi, gambiani, ivoriani, marocchini, libici). Nelle ultime settimane sono arrivate anche trecento persone al giorno sull’isola. Da qualche anno Lampedusa, simbolo della frontiera, ritratta da decine di film e romanzi, era scomparsa dalle cronache, perché dal 2013 e fino alla fine del 2016 i migranti sono stati soccorsi al largo dalle autorità italiane e dalle navi umanitarie, per poi essere portati nei diversi porti italiani per lo sbarco.

Dal 2017 questo sistema di ricerca e soccorso, coordinato dal governo italiano, è stato smantellato e sono ricominciati i cosiddetti sbarchi autonomi. Infine, con la stagione estiva e con la fine del lockdown in Tunisia, sono aumentati gli arrivi dalla Tunisia e alle tensioni politiche per la gestione dei flussi migratori si sono sommate a quelle per la pandemia. Così da qualche mese Lampedusa è ritornata a essere protagonista assoluta del dibattito: la frontiera è arretrata di nuovo fino a coincidere con le spiagge cristalline dell’isola italiana e le lancette dell’orologio sembrano essere tornate improvvisamente indietro di un decennio.


Il centro di accoglienza di contrada Imbriacola ha di nuovo dimostrato di essere uno dei nodi problematici del sistema di prima accoglienza, con la sua capienza che non supera i duecento posti e un intero padiglione dormitorio dismesso e ancora in attesa di essere ristrutturato. Nelle ultime settimane la struttura, da gennaio gestita da un’organizzazione a scopo di lucro e senza una chiara missione sociale, la trevigiana Nova facility (la stessa società che gestisce la caserma Serena a Treviso), è arrivata a ospitare anche mille persone, che sono state ammassate su materassi stesi a terra anche all’aperto, tra l’immondizia.

I trasferimenti sulla terraferma con le navi della guardia costiera e della guardia di finanza dovrebbero essere continui, ma sono stati sporadici, anche per le proteste dei sindaci e degli amministratori regionali siciliani, e questo ha prodotto una situazione esplosiva nel centro di Lampedusa, sovraffollato e lontano dagli standard minimi di igiene, soprattutto in un momento di crisi sanitaria. Il sindaco dell’isola Salvatore Martello ha chiesto che sia dichiarato lo stato di emergenza, dicendo che le strutture di accoglienza sull’isola sono al collasso: “Ci sono 1.300 persone in due strutture: l’hotspot che era pieno con 1.100 persone e altre duecento persone in una struttura della chiesa, perché all’interno del centro accoglienza non entrava materialmente più nessuno”.

Ma sembra che sull’isola non si riesca a uscire dalla logica dell’emergenza e che questo impedisca di essere preparati davanti a nuove crisi migratorie. “Nel 2007 l’apertura del centro di contrada Imbriacola doveva essere esemplare, quel centro era stato pensato per diventare un modello, perché era stato costruito per rispondere alle inchieste giudiziarie che c’erano state sul vecchio centro di accoglienza vicino all’aeroporto, poi chiuso”, spiega Tareke Brhane, ex operatore del centro di accoglienza, oggi a capo del Comitato 3 ottobre.

“Negli anni la situazione è peggiorata, le persone rimangono per mesi dentro a una struttura pensata per ospitarle al massimo due giorni: ci sono state proteste, incendi”. Nel 2009 il centro di prima accoglienza è diventato un centro per il rimpatrio, poi di nuovo centro di accoglienza e nel 2015 è stato trasformato in un hotspot, cioè in un centro di prima accoglienza e identificazione. Rimangono però i problemi di una struttura progettata per una permanenza transitoria, che è costretta a ospitare un numero di persone cinque volte superiore a quello consentito per periodi molto più lunghi del previsto. “Ci dovrebbe essere una nuova inchiesta parlamentare per capire come sono spesi i soldi che il governo versa agli enti gestori (32 euro al giorno per persona) e perché il personale è così ridotto e i servizi così scarsi”, conclude Brhane.

La nave da quarantena Azzurra
Il 4 agosto di prima mattina è attraccata nello scalo di Cala Pisana la nuova nave da quarantena, la terza da aprile, affittata dal governo italiano con una spesa di quattro milioni di euro. Si tratta di una nave di 170 per 27 metri, un palazzo galleggiante di proprietà di Grandi navi veloci (Gnv), del gruppo Compagnia di navigazione italiana (ex Tirrenia), come la nave Rubattino e la Moby Zazà, usate per la stessa mansione. L’imbarcazione ha ormeggiato nello scalo di Cala Pisana, costruito nel 2011 dal governo Berlusconi per far attraccare i traghetti che trasferivano i tunisini sulla terraferma, e quasi mai usato da quel momento.

Alle 7.30 è cominciato il trasferimento di 360 migranti dall’hotspot sulla nave Azzurra di Gnv. Anche Bassim e Ghazi sono portati a bordo, dove saranno sottoposti a tampone e dovranno rimanere per 14 giorni, anche se dovessero risultare negativi al test. La decisione d’impiegare una nuova struttura galleggiante per la quarantena al largo ha suscitato molte critiche, perché nelle esperienze dei mesi scorsi non sono mancati i problemi e perché le imbarcazioni sono considerate dagli esperti dei possibili moltiplicatori del contagio da covid-19.

Il 20 maggio un ragazzo è morto gettandosi dalla Moby Zazà per raggiungere la terraferma a nuoto e sono scoppiate diverse proteste a bordo. Per la nave Azzurra era previsto che a bordo salissero anche forze di polizia, insieme al personale medico della Croce rossa, ma per ora la soluzione è stata osteggiata da una parte delle organizzazioni coinvolte, perché potrebbe favorire ulteriormente tensioni, proteste e risse a bordo. In tanti si chiedono come mai siano stati spesi così tanti soldi per gestire la quarantena dei nuovi arrivati, che avrebbe potuto essere allestita a terra.

Dalle interrogazioni parlamentari presentate dal deputato Riccardo Magi di Più Europa è emerso che per far fare la quarantena a 180 persone sulla nave Rubattino siano stati spesi 423 mila euro, mentre per i 680 che l’hanno fatta sulla Moby Zazà sia stato pagato più di un milione di euro. “La Azzurra ripropone il modello fallimentare delle altre navi, così come della Captain Morgan a Malta, modello che La Valletta ha dovuto interrompere per le situazioni drammatiche che si presentavano all’interno. Tuttavia, sembra che l’importante sia dare il messaggio che i migranti sono stati isolati, tenuti lontano dal resto delle persone, senza nessuna valutazione sulla sicurezza di queste operazioni”, commenta Sara Prestiani di EuroMed rights.

Mentre alle dieci del mattino la nave Azzurra chiude il portellone e prende il largo per cominciare una lenta e indefessa circumnavigazione intorno all’isola, alcuni lampedusani venuti a vedere le operazioni di imbarco commentano: “Speriamo che affondi”. Non è un commento raro da ascoltare tra gli abitanti dell’isola, sempre più divisi tra chi difende il carattere accogliente di ogni comunità di marinai e pescatori e chi si dice esasperato dalla presenza degli immigrati. “È una specie di dissociazione che riscontriamo nei lampedusani, perché l’aumento degli sbarchi autonomi dalla Tunisia ha coinciso con l’inizio della stagione turistica. Quindi i lampedusani da una parte rassicurano i turisti sul fatto che i migranti sono invisibili e per altro verso sono molto aggressivi verso gli stessi migranti, sono preoccupati che possano portare il covid-19, nonostante siano sottoposti a tampone, ma non sono preoccupati che a portare il virus siano i turisti che arrivano in aereo senza controlli”, spiega Lorenzo Alunni, antropologo e ricercatore all’Ecole des hautes etudes en sciencessociales di Parigi, che sta conducendo uno studio sull’isola.

“La sera in via Roma, o nei vari locali, i villeggianti sono tutti molto vicini e nessuno indossa la mascherina, ma questo spaventa molto meno dei ragazzi tunisini che arrivano con le barche”. Questa specie di dissociazione, secondo l’antropologo, in parte è frutto di un trauma che non è stato elaborato: “Quello dell’arrivo nel 2011 di migliaia di tunisini, senza che ci fosse un sostegno da parte del governo italiano. Molte delle risposte attuali sembrano un’elaborazione di quel momento, che è ancora impresso nella memoria collettiva e alimenta un senso di abbandono e di isolamento introiettato dai lampedusani”.

Le preoccupazioni per il nuovo coronavirus hanno acuito questa reazione. In generale sembra che l’isola e chi la amministra fatichi a immaginarsi come luogo di transito: “Lo stesso fenomeno lo riscontriamo a Calais o sulle Alpi. C’è una difficoltà strutturale della politica a relazionarsi con le persone che transitano, con chi è di passaggio. Sembra che ci sia un deficit di immaginazione rispetto all’elaborazione di strategie e soluzioni per far fronte a un fenomeno strutturale”, conclude Alunni.

 

Da "https://www.internazionale.it/" A Lampedusa si torna indietro di dieci anni sull’immigrazione di Annalisa Camilli

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Lunedì, 03 Agosto 2020 00:00

Trasporto aereo in picchiata

Secondo Eurocontrol, ieri il trasporto passeggeri ha toccato in Europa il -90% rispetto allo scorso anno. Dalle compagnie agli aeroporti, fino al settore della difesa, la crisi potrebbe non risparmiare nessuno. Le aziende fanno appello ai governi per misure simili a quelle adottare dagli Usa. Serve liquidità
Compagnie aeree, aeroporti, costruttori e persino il settore della Difesa. Nessuno sembra escluso dalla crisi che si sta per abbattere su un mondo alle prese con il Covid-19. Le stime per il trasporto aereo sono a dir poco drammatiche, con il rischio di allargarsi anche ad altri segmenti ritenuti più strutturati. Gli Stati Uniti si attrezzano con un piano da 500 miliardi di dollari per le proprie aziende, mentre in Europa si sommano gli appelli delle imprese ai governi: bisogna fare presto e iniettare liquidità.

UNO SCENARIO DRAMMATICO

I dati di Eurocontrol descrivono un quadro drammatico, in peggioramento di giorno in giorno. Rispetto allo scorso anno, ieri si è registrato un -79% (martedì era -77%) per il traffico aereo del Vecchio continente. Tiene contro del +4% per i voli cargo, tale per cui, considerando il solo traffico passeggeri, la discesa si attesta intorno al -90%. Coinvolge tutti, anche le compagnie più strutturate. Ieri, easyJet non ha avuto voli; Ryanair è calata del 95% con soli 89 voli. Ha fatto lo stesso la tedesca Lufthansa, con -93%, tra le altre ad aver già annunciato la sospensione del dividendo per il 2019. Anche l’International Air Transport Association (Iata) ha aggiornato le stime: in Europa le compagnie aeree rischiano di perdere 76 miliardi di dollari, scenario che mette a rischio 5,6 milioni di posti di lavoro e 378 miliardi di Pil generato dal comparto. Dalle compagnie aree, nota Eurocontrol, la crisi si estende poi agli aeroporti, che registrano complessivamente un -75%. Lo scalo di Parigi Orly è il peggiore con -95%, mentre Milano Malpensa di attesa al -86%.

L’APPELLO DELL’INDUSTRIA EUROPEA

È per questo che oggi l’Aerospace and Defence Industries Association of Europe (ASD, associazioni delle industrie aerospaziali e della difesa europee) ha rivolto un appello senza mezzi termini ai governi del Vecchio continente. Senza il supporto finanziario alle compagnie, “esiste il rischio di fallimenti diffusi che creerebbero un impatto finanziario immediato e devastante su altre parti della catena del valore”. Non sono immuni infatti gli altri attori del settore. L’aerospazio, nota ASD, “ha subito un forte impatto diretto dalla crisi Covid-19, con conseguenti tagli alla produzione, problemi di approvvigionamento, ritardi nella produzione, ritardi nella consegna degli aeromobili e problemi di flussi di cassa”.

RISCHIO EFFETTO DOMINO SULLA DIFESA

Non è immune il comparto della Difesa. Il collasso dell’aviazione e dell’aerospazio, nota ancora ASD, “danneggerebbe gravemente anche la base industriale europea della Difesa, visto che molte compagnie aerospaziali sono pure fornitori-chiave di attrezzature all’avanguardia per le nostre forze armate”. Lo ha notato nei giorni scorsi anche l’agenzia di rating Moody’s: “Il settore della difesa, relativamente stabile, non è più sufficiente per frenare una regressione” e dunque “è improbabile che esca incolume”. Si temono soprattutto revisioni al ribasso dei budget pubblici per il comparto, per molti scontate quando si tratterà di ridefinire i bilanci dopo l’emergenza. Eppure, avverte ASD, la posta in gioco “non è solo economica, ma anche strategica”. Ne deriva l’appello ai governi: servono “misure simili a quelle previste da Paesi terzi, come gli Stati Uniti”.

GLI AIUTI DEL GOVERNO USA

Il riferimento è al pacchetto d’aiuti che il Senato americano ha approvato per l’industria nazionale, sulla scia degli input dell’amministrazione e in attesa, venerdì, del passaggio definitivo alla Camera. Donald Trump ha invitato il Congresso a fare in fretta, promettendo una rapida firma al decreto che rischia di passare come il più importante nella storia degli Usa. L’accordo raggiunto prevede 30 miliardi per le compagnie aeree (passeggeri e merci) tra garanzie dirette e garanzie per fidi bancari, così da garantire liquidità. Sono previsti inoltre 17 miliardi per le aziende definite cruciali per la sicurezza nazionale, formula che, nota il Washington Post, è pensata soprattutto per Boeing, che di miliardi ne aveva chiesti 60.

LE COMPAGNIE AMERICANE VERSO L’INTERVENTO PUBBLICO

A dare l’idea della determinazione del governo federale americano c’è oggi l’indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui nelle pieghe del pacchetto ci sarebbe la possibilità per gli Stati Uniti di rilevare quote delle compagnie aree a stelle e strisce. Sebbene l’intervento pubblico in tale settore sia piuttosto consueto nel nostro Paese, lo stesso non si può dire dell’alleato americano, tradizionalmente restio a iniziative di questo tipo. Eppure, riporta il quotidiano, l’ipotesi sarebbe stata paventata dal segretario al Tesoro Steve Mnuchin, come una sorta di tentativo per mettere tutti d’accordo rispetto al pacchetto d’aiuti previsti.

IL RIMBALZO DI BOEING

Intanto, sulla scia delle notizie del supporto governativo, il titolo Boeing vola a Wall Street, con un rimbalzo che tuttavia non sembra permettere di recuperare quanto è stato perduto. Sulla crescita del titolo pesa da ieri anche la notizia del ritorno alla produzione, a maggio, del 737 Max, il velivolo messo a terra da un anno dopo due drammatici incidenti. Il tema rappresentava la maggiore criticità per il costruttore americano prima dell’emergenza Covid-19, che dunque è intervenuta a complicare una situazione già difficile (non irreversibile, notava l’esperto Gregory Alegi). È per questo che il gruppo guidato dal ceo Dave Calhoun ha chiesto direttamente al governo 60 miliardi di euro, trovando sponda disponibile direttamente in Donald Trump. Non è escluso dunque che i fondi per il settore aumentino. Un segnale per l’Europa, dove i venti di crisi iniziano a soffiare sempre più forti.

Da "formiche.net" Trasporto aereo in picchiata. Ecco le misure eccezionali allo studio di Stefano Pioppi

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Le fasce di popolazione meno esposte al virus, come i Millennial e la generazione Z hanno subito l’impatto della crisi. Riusciranno a mettere al centro del nuovo mondo l’uomo e non più il profitto?

Per dirla con le parole del filosofo, sociologo, politologo ed accademico sloveno Slavoj Žižek: «Il vero successo di una rivoluzione può essere misurato solo l’indomani», ed è proprio all’indomani di questa imprevedibile rivoluzione che la pandemia ha impresso alle nostre vite, alle nostre abitudini, ai nostri pensieri e ai nostri comportamenti, oltre che alla politica, alla produttività e all’organizzazione sociale, che è stata condotta la seconda parte della Millennial Survey di Deloitte 2020.

Fatta a fine 2019 in 43 paesi e su un campione di 18mila individui tra Millennials (1981-1996) e Z (1996-fine anni 2000), l’indagine ha poi voluto e dovuto predisporre un aggiornamento post-pandemia che è stato condotto in 13 paesi e su oltre 9mila intervistati e che fotografa uno scenario delle giovani generazioni particolarmente articolato e complesso, in cui la preoccupazione per il loro futuro lavorativo e finanziario fa costantemente da sfondo.

Anche i giovani italiani si dicono stressati seguendo allo stesso modo il trend globale che con l’arrivo della pandemia ha visto crescere ulteriormente il livello dell’ansia sia tra i Millennial (dal 45% al 47%) sia nella Generazione Z (dal 45% al 48%).

Le loro maggiori fonti di preoccupazione derivano dalla situazione finanziaria di lungo periodo, dal benessere familiare e dalle prospettive di carriera. Anche se c’è stato un significativo aumento dell’ansia per la salute fisica: tra i Millennials italiani si è dichiarato preoccupato per la salute il 39%, tra la Gen Z il 42%.

Questo aumento derivato dalla diffusione del Covid-19, ci racconta oltre tutto come l’impatto psicologico della pandemia abbia raggiunto una certa profondità anche sulle fasce di popolazione meno esposte al virus. Sono stati così profondamente colpiti da questa esperienza, ci dice lo studio, che circa 3 giovani italiani su 4 hanno dichiarato di sentirsi più empatici verso il prossimo e di voler portare un impatto positivo sulla propria comunità.

E in pratica, pur se preoccupati per l’immediatezza, nonostante la quota di italiani incapaci di affrontare una spesa imprevista sia scesa dal 42% al 31% tra i millennial e dal 50% al 25% tra la Gen Z dopo la pandemia, sono consapevoli che il mondo del lavoro cambierà drasticamente, infatti il 65% dei millennial e il 68% degli Z pensano che il telelavoro possa avere effetti positivi in termini di work-life balance.

E quindi di fronte alla scelta tra il ritorno in ufficio nelle grandi città e lo smart working in una città più piccola, il 49% dei millennial e 46% degli Z preferirebbero andare via dai grandi centri. Un trend di cui employer e urbanisti stanno già parlando e che potrebbe diventare sempre più rilevante poiché a livello globale i millennial e gli Z che dichiarano di voler lasciare le metropoli sono il 56%.

Dunque, sembrerebbe che la pandemia abbia portato con sé, almeno nelle giovani generazioni italiane, anche un senso più forte di responsabilità individuale tant’è che si dichiarano pronte a rimboccarsi le maniche per far diventare realtà una società migliore rispetto a quella che avevamo impostato prima che tutto ciò accadesse.

Presa coscienza che se anche la realtà in cui viviamo è basata sul primato del profitto sull’essere umano, non è tuttavia l’unico mondo possibile, il tema che resta aperto riguarda le istituzioni: governi e imprese dovranno rispecchiare lo stesso impegno per la società, mettendo le persone al centro di tutti i sistemi. Personalmente ritengo le aziende un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento da protagoniste.

Per far sì che si realizzi un’evoluzione positiva, le aziende devono iniziare a occuparsi non solo del proprio vantaggio ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento, cioè quello in cui operano e dal quale attingono le risorse umane.

Il futuro sarà di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di sé stesse, dei propri clienti ma al contempo anche della collettività. In tutto questo l’Uomo, quindi il Suo pensiero, le Sue emozioni e le Sue aspirazioni, elemento artistico su cui far convergere una profonda riflessione, deve essere posto al centro di tutto.

Da "www.linkiesta.it/" La pandemia ha colpito i giovani, ma ha anche dato loro un modello da cui ripartire di Oscar di Montigny

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Nell'ottobre del 2007, lo scienziato Kwok Yung Yuen definiva i coronavirus una bomba a orologeria. Citando animali e laboratori come possibili fonti di contagio. Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto.


«I coronavirus sono una bomba a orologeria». Così, nell’ottobre del 2007, scriveva lo scienziato Kwok Yung Yuen, microbiologo a capo del Dipartimento di malattie infettive emergenti presso l’università di Hong Kongin uno studio post-Sars. L’articolo, frutto di un lavoro effettuato con altri tre ricercatori e pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Microbiology Reviews, parlava chiaro: «I coronavirus sono ben noti per le ricombinazioni genetiche che possono portare a nuovi genotipi ed epidemie. La presenza di una larga riserva di coronavirus nei pipistrelli ferro di cavallo e la cultura di mangiare mammiferi esotici nel sud della Cina creano una “bomba a orologeria”. La possibilità che si ripresenti la Sars o nuovi altri virus da animali o da laboratori, e dunque la necessità di essere pronti, non dovrebbe essere ignorata». Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto. Già, perché il professore cinese citava proprio le due possibili fonti di contagio sul tavolo anche per l’attuale pandemia: animali o laboratori. Come mai?


LA NECESSITÀ DI RAFFORZARE LE MISURE DI BIOSICUREZZA
Se la maggioranza degli scienziati propende per l’origine naturale del Sars-CoV-2 (di nuovo un salto di specie da pipistrello a uomo attraverso un ospite intermedio, in un primo momento identificato nel pangolino poi scagionato), il presidente americano Donald Trump ha accusato più volte Pechino sostenendo di avere le prove – in realtà, senza mai fornirle – che questo coronavirus è frutto di ingegneria genetica. Nel mirino, l’istituto di virologia di Wuhan (WTV), una struttura che rivendica di avere laboratori con il massimo livello di biosicurezza internazionale (Bsl-4) ma che una recente inchiesta del Washington Post ha rivelato essere al centro di grossi timori dell’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino (che, per questo, aveva inviato ripetutamente diplomatici scientifici statunitensi nel centro di ricerca) fin dal 2018. È un fatto che una relazione della Commissione europea nel 2004 riferiva che, sebbene dal 5 luglio 2003 l’Organizzazione mondiale della sanità non avesse registrato nuovi casi di Sars, i contagi erano riapparsi in almeno quattro occasioni fra la fine di agosto 2003 e il 2004: una volta nella città di Guangzhou – ancora nel sud della Cina – nella provincia di Guangdong (un’infezione trasmessa da un animale ma contenuta ad appena quattro contagi), altre tre volte a Singapore, Taipei e Pechino. In tutti questi casi, si trattava di incidenti di laboratorio che avevano coinvolto 13 persone: sei mentre conducevano esperimenti sul virus della Sars (Sars CoV), i restanti sette per esposizione a uno dei contagiati. I servizi di Bruxelles annotavano la necessità di prepararsi a un possibile ritorno dell’epidemia e di rafforzare le misure di biosicurezza dei centri di ricerca. Ma che cosa era successo?


LE INDAGINI DELL’OMS A SINGAPORE
Un team internazionale dell’Oms si recò a Singapore per un’indagine sul campo su uno dei nuovi casi registrati, quello di un ventisettenne al suo terzo anno di dottorato in microbiologia presso l’università nazionale di Singapore. Gli 11 esperti, guidati dal virologo Antony Della-Porta, giunsero alla conclusione che la contaminazione era avvenuta probabilmente in modo accidentale per un mancato rispetto delle regole. In pratica, l’esperimento avrebbe dovuto svolgersi in un laboratorio diverso ma, un giorno, lo specializzando era stato lasciato solo dal suo tutor perché era sabato mattina (il giorno delle riunioni dello staff). Le rilevazioni mostrarono che mancavano standard e linee guida di biosicurezza adeguati, un’idonea formazione dei ricercatori e l’istituto necessitava di svariati interventi strutturali. A Taipei, invece, l’incidente si era verificato in un laboratorio di massima sicurezza perché lo scienziato (in questo caso di grande esperienza) non aveva seguito la procedura per la decontaminazione della strumentazione e aveva effettuato la pulizia senza idonee protezioni per le vie aeree. Ma, una volta accusati i sintomi di crisi respiratoria, incredibilmente, l’uomo non era stato visitato e monitorato nei giorni di assenza per malattia con il rischio di contagiare altre persone. Ad aprile 2004, infine, due ricercatori dello staff del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Pechino avevano contratto la Sars, contagiando sette persone esterne (una delle quali morì). Eppure, nessuno di loro lavorava sul virus della Sars (probabilmente, c’era stata una contaminazione in uno dei laboratori poi usati dagli altri).

LA “MORATORIA” DI OBAMA DEL 2014
Nel 2014 è la volta degli Stati Uniti. Nei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta – uno dei luoghi strategici per la lotta a contagi ed epidemie – si verificano vari incidenti gravi che coinvolgono il laboratorio dove si studia l’antrace e quello del virus H5N1, l’influenza aviaria. Il direttore, Thomas Frieden, è costretto ad ammettere che gli errori avrebbero potuto, in teoria, uccidere sia i ricercatori dello staff sia persone comuni fuori dal centro. In un episodio, almeno 62 tecnici risultano a rischio, essendo stati esposti al batterio dell’antrace privi dell’adeguato equipaggiamento. Le strutture vengono chiuse e il presidente Barack Obama decide di imporre una “moratoria” di un anno a questo tipo di esperimenti (i cosiddetti «Gain-of-Function» ovvero quelli finalizzati ad accrescere la virulenza o trasmissibilità dei patogeni), tagliando i fondi alla ricerca su Sars, Mers e altri coronavirus o virus influenzali. Obama invita gli scienziati americani a una pausa volontaria da studi del genere finché non si stabiliranno regole di biosicurezza più stringenti ma nella comunità scientifica riprende quota l’annoso (e, in realtà, mai sopito) dibattito: i ricercatori si dividono fra chi ritiene che creare patogeni in laboratorio in grado di scatenare potenziali pandemie è troppo rischioso per la salute umana e chi, viceversa, lo giudica indispensabile proprio per trovare nuove terapie. Così è. Ma, alla fine, l’errore non si può mai escludere.


Da "www.lettera43.it/" L’allarme del 2007 sul rischio coronavirus in wet market e laboratori di Angelica Giordani

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Venerdì, 24 Luglio 2020 00:00

La guerra dei microbi

Chi si appresterà fra qualche tempo a tradurre in storia le cronache convulse di questi mesi pandemici farebbe bene a leggersi I microbi: guerra e pace di Bruno Latour (1984, Editori Riuniti, 1991). Come il generale russo Kutuzov in Guerra e pace di Tolstoj, anche il ‘generale’ Pasteur passa di vittoria in vittoria, fino a promuovere l’avvento, negli ultimi decenni dell’Ottocento, della batteriologia e la diffusione della vaccinazione. Il suo trionfo, nella scienza e nella società, non si deve (sol)tanto alla genialità dello scienziato, ma anche alla capacità di tessere una complessa rete di alleanze e di truppe pronte a sostenere le sue battaglie. Per vincere l’avversione di buona parte dei colleghi nei confronti della spiegazione delle malattie infettive e dell’ipotesi, ritenuta assurda, che potessero essere prevenute attraverso un’inoculazione della malattia stessa, Pasteur deve costruire il suo fatto scientifico ottenendo il supporto di veterinari, igienisti e allevatori, nonché degli stessi batteri.

La carriera di Pasteur è segnata da continui spostamenti, da variazioni nei campi d’indagine, dove ogni volta il chimico e biologo fa tesoro delle acquisizioni precedenti. I suoi primi studi sono stati dedicati alla cristallografia: esaminando il sale dell’acido tartarico, scopre che esso forma due tipologie di cristallo in cui la luce polarizzata ruota in modo specularmente differente. Le strutture cristalline sono enantiomorfe, e tale scoperta della chiralità della materia lo conduce a riconoscere quella asimmetria della vita che tanto doveva attrarre Primo Levi. Pasteur compie in seguito un passo laterale verso problemi di maggior impatto economico-sociale, come la produzione industriale della birra, dell’aceto e del vino. Nel 1854 si occupa dei metodi per l’annientamento dei batteri responsabili delle alterazioni delle bevande alcoliche durante la fermentazione; scopre che le loro malattie sono correlate alla presenza di vegetazioni microscopiche, trasportate dalla polvere nell’aria, che contaminano le materie prime. Per impedire lo sviluppo dei parassiti, Pasteur utilizza il calore come mezzo di preservazione; portando la birra a una temperatura tra 50 e 60 gradi, non si preserva solo la bevanda, si dà anche un contributo fondamentale al conflitto che opponeva la produzione francese a quella tedesca, nei decenni che preparano l’altra guerra, quella cruenta, che scoppierà nel 1870. Così fin dall’inizio degli anni Sessanta, Pasteur assurge al ruolo di gloria nazionale, è ammesso all’Accademia delle Scienze, viene presentato all’Imperatore Napoleone III.

Nel dicembre del 1858 Félix Pouchet, direttore del Museo di Storia naturale di Rouen, presenta ai membri dell’Accademia delle Scienze di Parigi un esperimento che gli appare decisivo. In una provetta ermeticamente sigillata, capovolta in una scodella di mercurio, vengono introdotti ossigeno puro e una piccola quantità di fieno, tenuto per mezz’ora in forno a temperatura elevata. Nella provetta, aperta dopo alcuni giorni, appare un piccolo fungo: escluso che possa essere cresciuto a partire da germi atmosferici, Pouchet giunge alla conclusione che i microorganismi siano comparsi per generazione spontanea da altre specie. Si apre un caso esemplare di controversia scientifica, su cui Latour si è soffermato in “Pasteur e Pouchet: eterogenesi della storia delle scienze” (in Élements d’Histoire des sciences, a cura di Michel Serres, Bordas, 1989). Alla Sorbona, nell’aprile del 1864, Pasteur mostra, nel corso di una affollata conferenza, l’agitarsi di polveri in un fascio luminoso, germi di esseri microscopici; Pouchet, dice, ha cercato di eliminarli nei suoi esperimenti, ma ha tolto solo quelli presenti nell’acqua e nell’aria, non quelli sulla superficie del mercurio. Se in un vaso attraverso un alambicco pongo un’infusione di materia organica, nel giro di un giorno conterrà degli animaletti, non per generazione spontanea, ma perché vi si depositano i germi in sospensione nell’aria. Basta che l’alambicco venga ritorto, che il suo collo di cigno si faccia sinuoso, per impedire ai microbi dell’aria di depositarsi: e il liquido del vaso rimane limpido. La controversia si chiude, Pasteur conserverà stima per il suo avversario, sperimentatore meticoloso; lo ha sconfitto perché ha saputo padroneggiare gli spostamenti degli animaletti, ma anche perché ha tessuto reti in cui i fenomeni della natura si sono sempre più intrecciati alle questioni sociali.

La via regia per penetrare nelle scienze, suggerisce Latour, è costituita proprio dalle controversie, di cui è possibile costruire una “storia naturale” tanto più interessante quanto più deborda dai forum ufficiali – stampa specializzata e gruppi di esperti – fino a coinvolgere parlamenti, tribunali, e l’opinione pubblica percorsa da contrasti ideologici e politici. È la storia di oggi, in forme più tragiche e conflittuali rispetto a quanto già era accaduto al tempo dei dibattiti sui modi di trasmissione dell’Aids, sulla mucca pazza o il dissesto ambientale.


È in questi casi che possiamo vedere “la scienza in azione”, come recita il titolo del libro di Latour (sottotitolo: Introduzione alla sociologia della scienza, 1987, edizione di Comunità, 1998): le polemiche non si sono ancora chiuse, le ipotesi in conflitto non hanno trovato soluzione, gli “esperti” non ci consegnano verità accreditate, al più congetture, talora azzardate, che attendono ancora controlli sperimentali. E spesso si fatica a distinguere la voce dello scienziato, a cui sarebbe richiesto un doveroso controllo delle proprie affermazioni (in direzione opposta alle esigenze dello spettacolo mediatico), dalle voci di amministratori e funzionari pubblici, o dagli sproloqui di politici rissosi.

Molte domande restano sospese: qual è l’origine del virus, naturale o umana? C’è stato un salto di specie (spillover)? Come si diffonde e quali precauzioni per ridurne la propagazione? Gli asintomatici diffondono il virus? Stiamo assistendo a una riduzione della virulenza del covid 19? In attesa che sperimentazioni ritenute determinanti riescano almeno a confutare alcune delle ipotesi sul terreno, che sentenze giuridiche o decisioni politiche (ma sono sempre possibili procedure d’appello) tronchino i contrasti, le controversie restano aperte e spesso a chiudere la diatriba non bastano storici indipendenti dalle parti in conflitto.

Le versioni ufficiali dello sviluppo scientifico affermano che la verità sia emersa dall’errore, sia una “storia-scoperta”, segnata da un evento decisivo che ha posto fine per sempre alla partita. Ma invece di ammettere una coupure radicale fra chi era nella ragione e chi nel torto, Latour suggerisce di accogliere un principio di simmetria che protegga gli sconfitti davanti al tribunale della storia e non riconduca i loro errori a pregiudizi ideologici o a condizionamenti di varia natura. Nella disputa fra Pasteur e Pouchet, come sempre nelle problematiche scientifiche (pur con gradi diversi d’intensità), entrano in gioco componenti estranee alle pratiche di laboratorio. Da poco si era aperta un’altra controversia, quella sul trasformismo; il traduttore francese di L’origine delle specie di Charles Darwin, Clémence Royer, vi aveva aggiunto una prefazione a favore del materialismo e dei valori repubblicani. Nel riconoscere alla materia un’attitudine a generare organismi differenti, il sessantenne Pouchet è convinto di aver trovato l’alternativa all’ateismo latente nelle dottrine evoluzionistiche. Il trentottenne Pasteur, all’inizio della sua conferenza alla Sorbona, scarica abilmente sull’avversario le accuse di ateismo: la generazione spontanea attribuisce alla materia una capacità creativa che non richiede più il ricorso a Dio. Ci piacerebbe pensare che la soluzione della disputa dipenda esclusivamente dalle sentenze pronunciate dalle pratiche sperimentali (criterio su cui i contendenti concordano), vorremmo relegare le scelte ideali o la ricerca di alleati (la fede, il potere politico, ecc.) all’ambito extra-scientifico.

Ci sembra ininfluente che Pasteur scriva all’aiutante di campo dell’Imperatore per segnalare la rilevanza dei misteriosi fenomeni della batteriologia in merito alle malattie contagiose che colpivano i cittadini e i soldati francesi. Prestiamo scarso ascolto alle lettere indirizzate ai suoi collaboratori in cui Pouchet non fa che parlare dei complotti della scienza “ufficiale” contro di lui, provinciale di Rouen, escluso dagli intrighi della capitale; ed infatti finirà per rifiutare i pareri delle commissioni nominate dall’Accademia, dove siedono amici di Pasteur, per risolvere la controversia. Certo, le ricerche hanno bisogno di sovvenzioni, servono laboratori, ma siamo proprio sicuri che a decidere la vittoria siano solo i risultati sperimentali? Dal tempo di Pierre Duhèm sappiamo che le teorie sono sotto-determinate, cioè che l’evidenza disponibile è insufficiente per validare le nostre ipotesi; l’esperienza deve essere accompagnata da qualcosa d’altro per ottenere consenso, da convinzioni teoriche, da paradigmi fecondi, avrebbe detto Thomas Kuhn, se non da pre-giudizi, nel senso di Feyerabend. All’inizio della disputa Pouchet ha accumulato una serie di “fatti” empirici stringenti in suo favore, eppure Pasteur resta convinto, a priori, che nelle ricerche dell’avversario entrino sempre in gioco contaminazioni delle colture. Ma oltre a una teoria inventiva in grado di “forzare” i fatti, esistono anche condizionamenti esterni, influenze che si esercitano sul laboratorio e tutto quest’ambito che vorremmo extra-scientifico, suggerisce Latour, non si limita a definire l’accettazione di un argomento, interviene nella sua stessa origine, dà forma al terreno su cui avverrà la battaglia.

Tendiamo a una ricostruzione retrospettiva del passato a partire dalla fine, quando la disputa si è chiusa, ma l’analisi delle controversie ci mostra che non c’è, da un lato, una storia di uomini, culture, idee, e dall’altro oggetti astorici. Anche la storia della scienza deve costruire i suoi oggetti, anch’essi vengono formati nel corso della controversia, attraverso le reti eterogenee che li costituiscono, laboratori, gruppi di ricerca, relazioni con forze politico-economiche, interessi nazionali, ecc. La storia-costruzione proposta da Latour è la storia tout court, ma non riservata in esclusiva agli uomini; bisogna restituire l’agitazione, l’incertezza e la passione, cioè la storicità, alle cose stesse. Pasteur veniva da un dibattito con il più grande chimico dell’epoca, Justus Liebig, il quale, ritenendo che le trasformazioni della materia, anche organica, avessero cause chimiche, accusava Pasteur di essere un vitalista; gli animaletti che proliferavano nel vino o nella birra, non erano la causa delle fermentazioni, ma al più le conseguenze, gli inneschi o i catalizzatori. Pasteur nel fuoco della ricerca è nell’incertezza; il micro-organismo è un attore in via di definizione, come l’Impero, il laboratorio, la carriera dello scienziato che si forma mentre si costruisce il microbo: una “cosa” che deve essere capace di produrre le fermentazioni, contro Liebig, e di non apparire nelle colture ben ripulite, contro Pouchet. Il microbo si definisce come ogni altro attore, per quello che fa, per quello che fa fare; è la forma provvisoria di reti in cui sono in gioco altri attanti, umani e non-umani.

Quando nel 1979 Bruno Latour diede avvio alla sua antropologia simmetrica, rivolta ai saperi che diciamo efficaci quanto alle credenze che pretendiamo infondate, si recò con Steve Woolgar presso una particolare tribù del mondo occidentale: i neuroendocrinologi del Salk Laboratory di La Jolla, in California (Laboratory Life. The Construction of Scientific Facts, Sage Publications). La ricerca si rivolgeva alle pratiche quotidiane del laboratorio, secondo modalità analoghe a quelle utilizzate dagli etnografi sul campo, presso popolazioni lontane, con l’obiettivo di ricostruire protocolli e tecniche di misura, strumenti e miti, elementi che si mescolano agli oggetti studiati. Venivano così poste le basi della Actor-network theory, secondo cui ogni fatto sociale e ogni oggetto scientifico è il prodotto di un’intricata rete di relazioni e alleanze tra umani e non-umani. Gli scienziati tendono a presentare ex post il proprio lavoro come un percorso lineare di scoperta della natura, secondo l’immagine convenzionale trasmessa dai manuali, dove i saperi si presentano “pronti per l’uso”, “scatole nere” che possono venire utilizzate senza che se ne conoscano storia o contenuto. La tradizione classica dell’epistemologia assegna allo scienziato il ruolo ideale dell’osservatore puro e distaccato, del razionale costruttore di teorie rispondenti solo a criteri di coerenza logica e di validazione empirica. Continuiamo a credere che le verità della scienza si impongano da sé, in base all’autorità del metodo, in virtù delle “sensate esperienze” e delle “matematiche dimostrazioni” della diade galileiana, proprio perché purificate dalle indebite intrusioni del vissuto soggettivo, dall’invadenza dell’ideologia e del sociale.

E questo ci induce a credere che “i fatti parlino da soli”. Ma se prestiamo attenzione alla “scienza in azione”, al momento del suo farsi, nei laboratori ma anche nei numerosissimi passaggi di traduzione necessari per trasformare un evento sperimentale nel tassello di una conoscenza acquisita (risorse strumentali e finanziarie, credenze e reti di influenze, etc.), essa non appare più isolata dalle relazioni sociali, mostra al contrario una sapiente capacità di abitarle, trasformarle, percorrerle. Il fatto scientifico non è, nell’antropologia di Latour, un punto di partenza a cui appiccicare fattori ritenuti estranei, lo sfondo culturale o il contesto storico-sociale, ma è il risultato di una storia in cui si sono intrecciate senza distinzioni componenti umane e non umane.

È nel laboratorio, luogo sociale di elaborazione e costruzione del sapere, spazio di formazione in cui si aderisce a una tradizione che fornisce l’interpretazione dei ‘dati’, che si svela il segreto della scienza: la capacità di sfruttare sistemi che “rappresentano” gli elementi del mondo, così da poterli conservare e manipolare, per agire a distanza su di essi. L’odierna tecnoscienza non ha fatto che accrescere la capacità degli scienziati di lavorare con immagini e riproduzioni; le teorie sono mappe, rappresentazioni che rendono conto in via provvisoria dei fenomeni. E per proseguire le ricerche occorre elaborare strategie per mobilitare risorse, trovare aziende disposte a investire, escogitare tecniche retoriche di persuasione per pubblicizzare scoperte e invenzioni o per rendere credibili ricerche dagli esiti ancora incerti. Senza questo lavoro “impuro”, che si muove nell’incertezza, un fatto non viene accolto dalla comunità: ma un fatto non è all’inizio qualitativamente diverso da una finzione, solo nel corso del processo collettivo di discussione si sedimenta ed assume forza venendo incorporato nel patrimonio scientifico. Che una teoria corrisponda alla realtà non è questione che un metodo possa risolvere, sostiene Latour: se uno scettico volesse aprire la scatola nera delle scienze sarebbe rimandato a una catena che non ha al suo termine la natura, semmai il laboratorio, cioè iscrizioni, rappresentazioni visive, dispositivi di registrazione. Ed è lo scienziato a porsi come portavoce, interprete ufficiale di quanto è leggibile nei grafici e nelle tracce lasciate dall’esperimento.

I microbi si apre con la dedica “A chi ha attraversato il Passaggio a Nord-Ovest”, esplicito riferimento al quinto e ultimo volume della serie che Michel Serres dedicò ad Ermes, il dio degli incroci (1980, Pratiche, 1984). La metafora marinara che rievoca la ricerca del varco nel Nord del Canada fra l’Atlantico e il Pacifico stava a indicare l’esigenza di varcare il fossato fra natura e cultura, fra cultura scientifica e umanistica, fra noi e il mondo. Non ci sono da un lato la scienza e dall’altro la società: la scienza, sostiene Latour, persegue i suoi fini scientifici socialmente, le sue pratiche non sono che forme particolari di socialità, costruzioni di reti e di operazioni istituzionali. La scienza non scopre il mondo, lo costruisce: i suoi oggetti non sono dei “fatti” (“fatto” è pur sempre il participio passato del verbo “fare”), quanto dei “fattizi”, a ricordarci quanto di costruito, di artefatto si conserva in quel che lo scienziato produce. Questo non significa mettere scetticamente in discussione la validità della scienza, quanto invece accettare la sfida di provare a renderne conto in termini non garantiti preventivamente da “rotture epistemologiche” che la separerebbero, in forza di discutibili criteri di demarcazione, da altre forme di sapere.

Per gli oggetti naturali “lavorati” in laboratorio vale quel che emerge dalle analisi che Didi-Huberman ha condotto sulle fotografie a cui Jean-Martin Charcot faceva ricorso nella sua clinica alla Salpetrière: esse non ci mostrano la realtà del corpo isterico, quest’ultimo è stato messo in posa, è stato reso manipolabile grazie all’ipnosi, sottomesso alla volontà del medico/artista che ne controlla sintomi, dolori e guarigioni. Si comprende allora perché il filosofo francese dell’universo delle immagini abbia intitolato il suo libro L’invenzione dell’isteria (1982, Marietti, 2008): più che la rivelazione di una patologia, la cui stessa essenza è mascherarsi, le fotografie ci pongono di fronte a fattizi, costruzioni ibride, naturali e culturali a un tempo, come i microbi che Pasteur “fa essere”. Nella scienza anche le cose, i virus come le onde di gravità, sono degli attori; solo superando l’antica barriera fra umani, dotati di coscienza e intenzioni, e cose, obbedienti soltanto a determinazioni causali, possiamo cominciare a comprendere quanto insegnano le crisi ecologiche e sanitarie del nostro tempo, dall’effetto serra alla recente pandemia.

Da "https://www.doppiozero.com/" La guerra dei microbi di Mario Porro

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In tutto il mondo una delle prime cause di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio compiuto spesso da persone conosciute, in particolare mariti, compagni, partner o ex partner. E l’Italia non fa eccezione: l’omicidio è la violenza più grave di una serie di violenze che molte donne subiscono durante la loro esistenza. Secondo l’Istat, nel paese una donna su tre ha subìto qualche forma di violenza nel corso della sua vita, specialmente in famiglia. Questo vuol dire che in Italia poco meno di sette milioni di donne tra i sedici e i settant’anni hanno subìto violenza fisica (20,2 per cento) o sessuale (21 per cento); dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro (5,4 per cento).

Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o gli ex partner (62,7 per cento). Gli sconosciuti invece nella maggior parte dei casi commettono molestie sessuali (76,8 per cento). La violenza di genere è un fenomeno strutturale e diffuso, ma ancora in gran parte sommerso. Sempre secondo l’Istat, solo il 12 per cento delle violenze è denunciato. Anche per questo dal 2017 in Italia è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio che ha l’obiettivo di studiare quali sono i meccanismi che legittimano e alimentano la violenza sulle donne e di elaborare strategie e politiche per contrastarla. Ancora è difficile, infatti, anche solo raccogliere dati e statistiche sui femminicidi e su tutti i tipi di violenze di genere.

Pochi dati
“Le fonti attualmente esistenti sono fonti plurime, frammentarie, carenti e perfino non definite univocamente. Le fonti di tipo amministrativo, in ambito sanitario, giuridico, sociale, non sono ancora adeguate”, ha spiegato la direttrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini, parlando nel 2019 davanti alla commissione parlamentare sui femminicidi.

Dalla relazione finale della commissione parlamentare del 2017 emergono alcune tendenze: nonostante negli ultimi anni sia più diffusa la consapevolezza generale dell’esistenza della violenza contro le donne, risulta che la violenza tra il 2006 e il 2014 sia diminuita. In cinque anni l’incidenza della violenza è passata dal 17,1 per cento all’11,9 per cento nel caso di ex partner, dal 5,3 per cento al 2,4 per cento nel caso di partner attuale e dal 26,5 per cento al 22 per cento da sconosciuti.

Sono in calo le forme meno gravi della violenza, ma accanto a questo andamento positivo ne emergono altri due negativi: la diminuzione generale degli episodi violenti non arriva a intaccare la violenza nelle sue forme più gravi (stupri, tentati stupri e femminicidi) e, inoltre, aumenta la gravità delle violenze subite. Infatti risulta che le aggressioni che hanno causato ferite aumentano addirittura dal 26,3 per cento al 40,2 per cento (se commesse da partner). Il numero di donne che hanno temuto per la propria vita raddoppia, passando dal 18,8 per cento del 2006 al 34,5 per cento del 2014.

Anche le violenze commesse da sconosciuti o da persone con cui non si è legate da relazioni affettive sono più gravi. In sostanza, sebbene la violenza nel complesso sia diminuita, non solo non se ne intaccano le forme più gravi, ma la sua intensità aumenta. C’è in generale una maggiore consapevolezza delle donne, che ne parlano più spesso con qualcuno e si rivolgono di più ai centri antiviolenza, agli sportelli o ai servizi contro la violenza sulle donne (dal 2,4 per cento al 4,9 per cento). Inoltre, nonostante si continui a denunciare poco, si denuncia più che nel passato (dall’11,8 per cento rilevato dai dati del 2017 contro il 6,7 per cento del 2006).

“Emerge una maggiore consapevolezza delle donne nei confronti del fenomeno. Il fatto che diminuisca la violenza meno grave, soprattutto tra le giovani, può voler dire che le donne riescono a interrompere la relazione prima che si avvii l’escalation”, ha spiegato Sabbadini. “Però, maggiore consapevolezza e ricerca di autonomia e libertà femminile possono aver scatenato una reazione maschile più aggressiva da parte di quegli uomini con un comportamento ispirato a desiderio di dominio e di possesso”, sottolinea l’esperta. In molti uomini intervistati dall’Istat resiste una cultura radicata della violenza: “L’8,7 per cento dei giovani maschi ritiene accettabile rinchiudere la donna in casa o controllarla nelle sue uscite e telefonate, il 9,2 per cento ritiene che in alcune circostanze sia accettabile qualsiasi imposizione di coinvolgimento in rapporti sessuali senza consenso, dentro e fuori la coppia”.

Senza definizione univoca
Il tasso di femminicidi in Italia oscilla intorno allo 0,5 per centomila donne, pari a meno della metà di quello medio di Europa e Nordamerica. Gli Stati Uniti presentano un valore quadruplo di quello italiano, insieme a paesi come Lettonia, Estonia, Lituania. Il Canada, la Finlandia e la Germania registrano un valore doppio, la Grecia, la Spagna e il Portogallo invece hanno un valore simile a quello italiano.

Poiché la legislazione italiana ancora non contempla una definizione univoca di femminicidio, inteso come omicidio nel quale una donna viene uccisa in quanto tale, il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, adottato nel luglio 2015, ha previsto la realizzazione di un sistema integrato di raccolta ed elaborazione dati, che tuttavia stenta ancora a essere realizzato.

Infatti il numero di femminicidi accertati cambia a seconda dei criteri di classificazione seguiti e dagli enti che li rilevano (polizia, carabinieri, autorità sanitarie, ong), in particolare i dati forniti dalle forze dell’ordine si riferiscono in generale a tutti gli omicidi con vittime di sesso femminile e non solo a quelli in cui il movente del reato è costituito dal genere della persona uccisa. In ogni caso, i dati statistici mostrano una certa stabilità. Gli omicidi di donne sono più di un quarto degli omicidi complessivi.


La distribuzione territoriale è sostanzialmente omogenea, con percentuali più alte, in termini assoluti, in regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Campania. Mentre in termini relativi (cioè in rapporto alla popolazione femminile residente) si registrano numeri più alti in Umbria, in Calabria e in Campania.

Le leggi contro la violenza
Il codice penale italiano è del 1930 (scritto da Alfredo Rocco, ministro della giustizia nel governo Mussolini) e riflette una concezione autoritaria del rapporto tra lo stato e i cittadini e un’impostazione basata sulla subalternità delle donne rispetto agli uomini. Nel corso del tempo si è cercato di adeguare il codice penale grazie a lunghe battaglie e rivendicazioni, con norme che tenessero conto delle sentenze della corte costituzionale e con leggi che rispondessero di più ai cambiamenti e alle rivendicazioni sociali e infine che adeguassero il codice agli obblighi internazionali come l’adesione alla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, approvata dal Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011. In particolare, in Italia c’è stata molta produzione legislativa su questo tema tra il 2009 e il 2015.

I primi interventi di correzione al codice Rocco in tema di violenza di genere sono stati fatti dalla corte costituzionale con le sentenze numero 126 del 19 dicembre 1968 e numero 147 del 3 dicembre 1969. La corte dichiarava illegittimi gli articoli 559 e 560 del codice penale in tema di adulterio e concubinato, affermando che questi articoli recavano “l’impronta di un’epoca nella quale la donna non godeva della stessa posizione sociale dell’uomo e vedeva riflessa la sua situazione di netta inferiorità nella disciplina dei diritti e doveri coniugali”.

Il codice infatti prevedeva che l’adulterio fosse sanzionabile solo se compiuto dalla moglie, mentre il marito poteva incorrere in sanzione solo se avesse accolto la “concubina” nella casa familiare oppure l’avesse collocata in un altro luogo noto. Con una legge del 1981 sono state finalmente abrogate le norme sul “matrimonio riparatore” e sul “delitto d’onore”.

Il “matrimonio riparatore” estingueva i reati sessuali compiuti contro una donna e il “delitto d’onore” (articolo 587 del codice penale) prevedeva un’attenuazione della pena per gli omicidi di donne compiuti da fratelli, padri o mariti, se la motivazione addotta fosse la scoperta della “illegittima relazione carnale ” o lo “stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia”. In tal caso, la sanzione poteva andare da tre a sette anni di carcere a fronte di una pena da ventiquattro a trent’anni nelle ipotesi comuni di uxoricidio.

In particolare nel 2013 è stata approvata quella che i mezzi d’informazione chiamano “legge sul femminicidio”, la numero 119 del 15 ottobre 2013, in attuazione della convenzione di Istanbul. Con questa legge è stato modificato il quadro normativo, con interventi sulle singole fattispecie di reato, con l’introduzione di nuove aggravanti e con la previsione di nuove misure coercitive per l’aggressore. Infine sono state concepite alcune norme per l’assistenza e la protezione delle vittime della violenza di genere.

Innanzitutto, prendendo atto del fatto che sono numerosissime le donne a denunciare lo stalking commesso da uomini, la legge prevede un’apposita aggravante per questo reato nel caso in cui la vittima sia una donna in stato di gravidanza, oppure se l’aggressore è il coniuge (anche separato o divorziato), cioè qualcuno con cui la donna è stata legata da relazione affettiva, anche senza convivenza.


La legge prevede inoltre la possibilità per la polizia di disporre, con l’autorizzazione del magistrato, l’allontanamento da casa dell’aggressore con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, qualora sussistano timori di reiterazione del reato e di pericolo per le persone offese. Nel 2019 il parlamento è intervenuto nuovamente sul tema, adottando altre misure per contrastare la violenza di genere con la cosiddetta legge sul codice rosso. La norma ha introdotto una particolare procedura d’urgenza per tutti i delitti di violenza domestica, di stalking e, più in generale, di abusi e maltrattamenti familiari.

Senza servizi
Il 13 gennaio 2020 il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa per la lotta contro la violenza nei confronti delle donne (Grevio) ha pubblicato il primo rapporto di valutazione sull’attuazione della convenzione di Istanbul in Italia. Nello studio il gruppo esorta le autorità italiane ad adottare misure più efficaci per proteggere le donne dalla violenza, pur accogliendo con favore l’adozione di nuove leggi innovative da parte del paese in particolare in materia di stalking, congedi speciali retribuiti per le lavoratrici vittime di violenza di genere e sostegno agli orfani delle vittime. Il rapporto indica, tuttavia, che molto resta ancora da fare.

Trenta associazioni italiane che si occupano di violenza sulle donne in contemporanea hanno stilato un rapporto alternativo che hanno trasmesso al Consiglio d’Europa, in cui fanno emergere le difficoltà principali nel contrasto alla violenza sulle donne: la distanza tra le norme adottate e la loro applicazione in concreto, l’applicazione disomogenea delle norme sul territorio nazionale, la mancanza strutturale di finanziamenti e di servizi per la prevenzione del fenomeno e per la protezione delle vittime come la presenza dei centri antiviolenza e delle case rifugio.

Da "https://www.internazionale.it/" A che punto è la lotta ai femminicidi in Italia di Annalisa Camilli

Pubblicato in Le parole delle donne

Non c’è dubbio che la pandemia da COVID-19 costituisca uno choc epocale, di quelli che accadono una volta ogni generazione. Sono passaggi della storia, personale e collettiva, in cui la normalità quotidiana – del pensiero come dell’azione – entra in una sorta di sospensione, mentre l’orizzonte si stringe fino a farci dubitare che non ci sia più un futuro. Pian piano poi si comincia a intravedere un insospettato passaggio, magari angusto e tortuoso. Quando l’orizzonte si riapre, l’impressione è di trovarsi in un mondo nuovo, in cui è possibile quello che prima non si riusciva neanche a concepire come tale, ma in cui è sempre in agguato la tentazione della nostalgia e la spinta a provare a tornare indietro senza cambiare niente.

Per cogliere le opportunità inattese e non soccombere al rimpianto serve quindi capacità di visione e di immaginazione, serve uno sforzo personale e collettivo per riconfigurare il modo in cui si pensa e si agisce. E servono il coraggio e la volontà di farlo. Solo in questo modo si riesce ad attraversare gli choc. È così che la Grande depressione del 1929 aprì le porte a una politica economica radicalmente diversa, che siamo abituati a chiamare keynesiana, mentre, pochi anni dopo, il secondo conflitto mondiale diede alla luce il welfare State (il Rapporto Beveridge è del 1942) e il sogno di una casa comune europea libera dalla guerra. Sono queste le basi per lo straordinario periodo di prosperità e progresso (almeno in Occidente) degli anni del boom economico nel secondo dopoguerra.

Intrecci di prospettive
La novità, tanto più se è radicale, la si mette meglio a fuoco insieme, specie in un mondo che durante il lockdown non è certo diventato meno complesso. Del resto, credo che sia esperienza comune di questo tempo quanto incontri e confronti autentici possano aiutare a fare chiarezza o perlomeno a non rimanere chiusi nelle proprie idee. È ciò che è avvenuto anche all’interno della nostra Redazione e soprattutto negli scambi con tante persone che anni di lavoro ci hanno portato a incrociare e con cui si è sviluppata una sintonia.

Questo mi ha suggerito di provare a “rompere gli schemi” abituali della Rivista e trasformare quello che da anni è il posto in cui prende la parola il Direttore in uno spazio che accoglie e intreccia più voci. Nasce così l’idea di questo editoriale “condiviso”, che prova a riprodurre su carta l’incrocio di prospettive diverse sull’unico interrogativo che oggi sta a cuore a tutti, quello che riguarda il nostro futuro. Questa varietà è però tenuta insieme da una opzione di fondo, la stessa che muove la nostra Rivista fin dalla sua origine: uno sguardo che parte dai poveri e dagli esclusi, non per retorica ma per impegno quotidiano e per rispetto della dignità di ogni essere umano, e che mette al centro dell’attenzione le dinamiche che generano inequità e disuguaglianza. Nelle pagine che seguono troveranno spazio le voci di alcuni amici che hanno risposto al nostro invito, ritagliando un po’ di tempo per riflettere e scrivere in una fase che per molti è parecchio concitata. Ringrazio ciascuno di loro per la disponibilità e lo sforzo. Appariranno in ordine alfabetico, perché è necessario disporli in una qualche successione, ma senza alcun disegno strategico. Immaginare la novità richiede di essere liberi da format. Le loro prospettive non esauriscono tutte quelle rilevanti – non basterebbero le pagine –, ma stiamo già lavorando per dare spazio ad altre nei prossimi numeri, riguardanti ad esempio il mondo della scuola, quello dell’accoglienza e del volontariato, le questioni di genere o le prospettive internazionali.

Connessioni trasversali
Ciascuno dei contributi che compongono questo editoriale reca con forza il marchio di chi lo ha steso, della sua competenza e delle specificità del settore in cui opera, ma soprattutto della sua passione e dedizione. Leggendoli insieme emergono pian piano anche consonanze e rimandi reciproci: al di là delle peculiarità di ogni ambito, le domande di fondo che la pandemia suscita sono trasversali. O meglio, ci rendiamo conto di come le questioni settoriali siano tutte incardinate nella logica di funzionamento della società e della cultura, che è la stessa. “Tutto è collegato” – lo ripetiamo spesso – non è una frase a effetto, ma un dato di fatto che un evento inatteso come la pandemia fa balzare agli occhi con evidenza ancora maggiore.

Invito ciascun lettore a scoprire queste consonanze e poi a farle risuonare all’interno degli ambiti che pratica con il suo lavoro, il suo studio o il suo impegno civile o di volontariato, alla ricerca di ulteriori connessioni, coinvolgendo in questo lavoro le reti comunitarie di cui fa parte, in ambito sociale, professionale, ecclesiale, ecc. Qui mi limito a indicarne alcune che mi hanno particolarmente colpito.

La prima è la sensazione di una forte accelerazione di processi che erano già in atto. In altre parole la pandemia sembra comportarsi come un catalizzatore delle dinamiche economiche, sociali e culturali e delle loro contraddizioni: non introduce elementi di novità radicale, ma porta i nodi al pettine con maggiore velocità e svela quanto prima rimaneva più facilmente nascosto o implicito, anche se gli osservatori più attenti lo avevano già evidenziato. Che lavoro, casa, ambiente o salute fossero nodi cruciali lo sapevamo anche prima, così come sapevamo quanto contraddittorie, problematiche e persino potenzialmente catastrofiche fossero alcune scelte e comportamenti. In altre parole, quello che ci sta accadendo è che non possiamo più far finta di non vedere quanto fosse insostenibile il futuro che con le nostre azioni e le nostre scelte ci stavamo costruendo in quello che oggi ci appare come il nostro passato. È evidente che dobbiamo cambiare, ma è ancora più chiaro che la vera domanda è se vogliamo farlo.

Una seconda risonanza trasversale è quella legata alla ricorrente emersione di un rinnovato bisogno di governo, cioè di una istanza capace di fare scelte, dare indirizzi e assicurarne attuazione, soprattutto attraverso un efficace coordinamento dei molti attori e dei molti livelli che sono chiamati a partecipare ai processi. Non bastano i meccanismi di autoregolazione, le mani invisibili e probabilmente nemmeno gli algoritmi. Scopriamo di avere ancora bisogno di politica, nel senso pieno di esercizio responsabile dell’autorità e non solo di apparato di gestione del consenso. Di per sé neanche questa è una grossa novità, ma lo sguardo sistemico che la gestione di una crisi complessa come l’emergenza pandemia ci ha obbligato ad assumere ci può aiutare a rimettere le cose in prospettiva: la questione della politica, nel senso di un esercizio dell’autorità che abbia di mira il bene comune e non gli interessi di parte, non si esaurisce con l’identificazione del leader, dell’uomo solo al comando. Una politica sana resta un’azione corale, che nella diversità dei ruoli e delle funzioni ci chiama in causa tutti, i singoli cittadini così come gli attori sociali collettivi (le diverse forme di realtà istituzionali, le associazioni, le imprese, tutti quelli che si usavano chiamare corpi intermedi, le banche, i media, il mondo della scuola e della ricerca, ecc.). Il modo in cui gestiremo la ripartenza e il rilancio del Paese sarà una cartina al tornasole non solo per il mondo politico, ma per l’intera classe dirigente del Paese e in fin dei conti per ogni cittadino. E quindi anche per la comunità ecclesiale italiana, che è chiamata a fare la propria parte.

Rinverdire la cultura della partecipazione
La sfida resta quella della partecipazione, ma questo richiede innanzi tutto un cambio di passo in termini di cultura e di atteggiamenti. Si apre in questo modo una opportunità di rinnovamento per la democrazia, che è stata messa in questione dalle modalità emergenziali in cui ha dovuto funzionare, rinunciando anche ad alcune delle sue procedure ordinarie. Queste modalità non possono che essere transitorie, ma ci sfidano a chiederci quali valori vogliamo che le nostre norme tutelino, al di là delle forme e delle procedure con cui questo avviene. Cambiamento ed evoluzione sono necessari, ma non possono mettere in discussione i diritti fondamentali della persona.

A questo lavoro collettivo mi auguro che le pagine che seguono possano dare un contributo, sperando in particolare che questo incrocio di prospettive possa innescare dinamiche di confronto e di scambio anche tra i nostri lettori e le persone con cui lavorano, riflettono, sognano. L’ambizione di una Rivista come Aggiornamenti Sociali è proprio di partecipare all’animazione del tessuto sociale, perché possa trovare nuova vitalità il senso di appartenenza a quella che con il lessico dei social media potremmo essere tentati di chiamare community, ma che resta meglio indicare con il più tradizionale, ma per le nostre orecchie ben più ricco, “comunità”.


Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" La “porta stretta” verso il futuro. Pensare insieme dopo il lockdown di Giacomo Costa

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 26 Giugno 2020 00:00

Donald Trump, lo stratega del Caos


Tutti coloro che, dall’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati smentiti. Lui è sempre stato fedele a se stesso e, sconfitto o vittorioso, non muterà linea nella sua scherma con la vita. Caos, fino all’ultima stoccata.

Uno dei massimi dirigenti dell’intelligence Usa, da poco passato al settore privato, è interrogato a bruciapelo da un conoscente: “Secondo lei, Trump è un’eccezione nella politica americana o rappresenta invece il nostro futuro di populismo e nazionalismo?”. La risposta è accompagnata da un sorriso enigmatico: “Dipende: se Trump perde a novembre contro il democratico Joe Biden resterà un’eccezione; se rivince e governa fino al 2024 sarà la nostra futura vita”.

È straordinario come, a poco più di quattro mesi dal voto per la Casa Bianca, il presidente americano, pur ubiquo nella vita quotidiana del paese e del mondo, resti un dilemma, per sostenitori e avversari. Chi è davvero Trump? Qual è la sua strategia? Cosa spera di ottenere in politica? Sorprende come amici e nemici restino spiazzati dal leader Usa, incapaci di comprenderne infine le mosse. Uno dei grandi misteri della Casa Bianca, dalla vittoria del 2016 a oggi, resta infatti l’arroganza con cui tante personalità di primo livello, progressisti - vedi il Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times Paul Krugmano il suo collega Tom Friedman, premio Pulitzer, detestino Trump, senza però saper spiegare perché seduca metà del paese.

Tra i commentatori liberal nessuno usa le categorie di Antonio Gramsci, pur popolarissimo nei campus Usa: come si radica l’egemonia culturale del trumpismo, perché la sua “guerra di movimento” ha frustrato nel 2016 la “guerra di posizione” della Clinton? Di converso, tra i repubblicani, quanti si sono illusi di far da mentore al focoso ex imprenditore di New York, certi di poterlo dominare, grazie all’esperienza e alla cultura ignote al palazzinaro degli hotel kitsch, solo per vedersi in breve scacciati e umiliati?

La lista dei mancati burattinai è impressionante, per lunghezza e prestigio. Il primo segretario di Stato, Rex Tillerson, era l’amministratore delegato della compagnia petrolifera Exxon, terza nella classifica della rivista Fortune dopo i grandi magazzini Walmart e Amazon, fatturato annuo di 238 miliardi di dollari (213 miliardi di euro). In confronto la Trump Corp. fattura una minuscola frazione, 655 milioni di dollari l’anno (586 milioni di euro: non tutti i bilanci son disponibili). Di certo, seduti al tavolo dell’amministrazione i due ex businessmen, il peso massimo Tillerson e il peso piuma Trump, dovevano esser coscienti del divario, eppure mai, nei tredici mesi di convivenza, il capo dell’onnipotente Exxon è riuscito ad influenzare il presidente, dimettendosi in disgrazia, dopo averlo definito “moron”, un pirla.

E Steve Bannon? L’astuto stratega dei new media di Breitbart era sicuro di saper imbrigliare Trump, facendone un guerriero contro il “Deep State”, le istituzioni storiche Usa che lo scamiciato attivista combatte. L’ex ufficiale di Marina che ha fatto i soldi nel Gotha del capitalismo, Goldman Sachs, una laurea alla Harvard Business School, voleva giostrare tra il presidente assuefatto ai telegiornali notturni di destra di Fox News e il Governo, teatrino da irretire: è durato meno di sette mesi, dal 20 gennaio al 18 agosto 2017, come un flirt dalla settimana bianca a Ferragosto. Che gente alla Bannon, col seguito di strateghi militari screditati ed economisti pataccari, trovi ancora credito sui media italiani fa quasi tenerezza, come quando dall’America arrivavano certi simpatici cantanti di secondo rango, a girare balere e tv per una sola estate, alla Rocky Roberts 1967 “Stasera mi butto”.

E ogni sera si butta, in una nuova titanica impresa, il genero di Trump, Jared Kushner, che dalle disavventure del padre Charles, condannato a 14 mesi di galera per aver organizzato incontri clandestini tra il cognato e una prostituta a fini di ricatto, ha tratto, alla Freud, un legame profondo con Trump, che lo preferisce ai due, scapestrati, figli maschi, uno dei quali adesso nei guai per aver rilanciato via social contenuti della setta complottista Qanon, certa di combattere l’Anticristo in nome di Trump.

La figlia Ivanka, che con tacchi a spillo e una borsa Max Mara da 1540 dollari non adatta di solito ai moti di piazza, persuade il padre alla sventurata marcia sulla chiesa di St. John, a Washington, per farsi fotografare con la Bibbia in mano, ha ottenuto in cambio dell’impresa i peggiori sondaggi di popolarità di sempre: pare la borsa griffata servisse proprio a trasportare il libro sacro.

Stephen Miller, l’enigmatico consigliere che redasse il piano, contestato, per bloccare l’immigrazione da certi paesi islamici, resta persuaso che sollevare paure sui messicani sia vincente.

Neppure la First Lady Melania, il cui passato misterioso è indagato dalla nuova biografia, “The Art of Her Deal” scritta dalla giornalista premio Pulitzer Mary Jordan, del Washington Post, una donna tanto guardinga da aver rinegoziato con Trump il contratto matrimoniale dopo la vittoria elettorale, gioca nel team. Gli avvocati di Melania, racconta la Jordan, quando il candidato repubblicano era in difficoltà per le battute sessiste, “Le donne? Prendile per la f…” semplicemente alzarono il prezzo del silenzio. Ivanka sfotte la terza moglie di Trump come “Il ritratto”, perché non parla mai, Melania ricambia con “Principessa”, vale a dire figlia viziata.

E i generali? Se leggete con attenzione le note biografiche di quelli che Trump, ex allievo di un liceo militare dove l’inflessibile padre Fred l’aveva cacciato per punizione, chiamava fiero “My Generals”, restate stupiti e ammirati per il loro coraggio, cultura, dedizione, patriottismo. Il generale a tre stelle H.R. McMaster sbaragliò il 23 febbraio del 1991 i carri armati della divisione scelta Tawakalna, della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein alla battaglia di 73 Easting, nel sud dell’Iraq, per liberare il Kuwait: la tattica fu così brillante da esser inclusa nei libri di testo dell’Accademia di West Point e ispirare lo scrittore di thriller Tom Clancy per il saggio “Armored Cav”. Ma il guerriero è solo una parte di McMaster che ha scritto anche un’opera fondamentale, e struggente, “Dereliction of Duty: Johnson, McNamara, the Joint Chiefs of Staff, and the Lies That Led to Vietnam”, analisi di che cosa davvero abbia sconfitto gli americani nel Sud Est asiatico, l’incapacità dei vertici militari di dire la verità ai politici, per malinteso senso del dovere, subalternità, codardia, opportunismo. Per questo il generale-intellettuale accetta l’offerta di Trump, che non deve piacergli troppo, il giovane Donald imboscato al tempo della leva militare per il Vietnam con la diagnosi di un minuscolo sperone osseo al piede, redatta dal medico di famiglia. McMaster vuole vedere la sua tesi realizzata nella storia, dirà la verità al presidente sulla guerra al terrorismo che va male, da Kabul a Baghdad a Damasco e Teheran, e il paese risorgerà. Trump non l’ascolta, la strategia oscilla tra raid sporadici sulla Siria, l’eliminazione del capo Isis al Baghdadi e quella del generale delle milizie iraniane Soleimani, salvo poi smaniare - come rivela l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton - pur di avere un incontro riservato con l’astuto ministro degli Esteri iraniano Zarif.

McMaster dura 14 mesi, dal febbraio ’17 all’aprile ’18, il suo collega generale Mattis, quattro stelle e due soprannomi classici “Caos” e “Cane rabbioso” (non “cane pazzo” come, non saprei perché, ripete la tv italiana) dura due anni, dal gennaio ’17 al gennaio ’19, al Pentagono, Ministero della Difesa, e l’esperienza deve averlo impressionato al punto da rompere il tradizionale riserbo di militari e ministri e criticare l’idea di Trump di usare l’esercito contro le dimostrazioni, in un saggio per la rivista The Atlantic, un mese fa. E veniamo all’ultimo dei generali, John Kelly, il più malinconico e vicino a Trump per le idee anti emigrazione, come dimostra nei sette mesi passati dal gennaio ’17 come capo della Homeland Security, chiamato quindi a fare da capo di gabinetto per metter ordine nel bailamme di una Casa Bianca dove Kushner stila da solo un “piano di pace” in Medio Oriente che nessuno si fila. Considerato “l’adulto nell’asilo infantile”, il generale dei Marine Kelly debutta l’ultimo giorno di luglio del ’17, quando la frenesia di Bannon, Miller e degli altri populisti ha già seminato una giungla di zizzania. Disbosca rivalità, controlla l’agenda del presidente con mano ferrea, impedisce a Jared e Ivanka di prendere appuntamenti nello Studio Ovale senza permesso, prova insomma a riportare ordine. Caccia Bannon, caccia in dieci giorni il bizzarro affarista italo americano Scaramucci (licenziato, a norma di contratto, ancor prima di prendere servizio, raro record), caccia l’invadente consigliera Omarosa Manigault.

Abboccano tutti, se rileggete Washington Post, New York Times, Wall Street Journal, come racconta il brillante sito di sondaggi dello studioso di dati Nate Silver FiveThirtyEight, vedrete come i media mainstream abbiano provato a persuadere se stessi, prima che l’opinione pubblica, della “normalizzazione” di Trump. Basta col presidente della “carneficina Usa”, del muro al confine con il Messico, dell’apertura senza preparazione alla Corea nucleare di Kim Jong un, cui Trump cerca disperatamente di regalare una copia del disco “Rocket Man” di Elton John, per scusarsi col dittatore per averlo preso in giro, prima del vertice, come “Uomo Razzetto”. La Storia, esse maiuscola, registrata dalle occhiute note di Bolton, sancisce che il dono non si realizza, le sanzioni contro Pyongyang lo proibiscono, ma il presidente non si rassegna e tempesta diplomatici e ministri.

Il carisma del generale Kelly è consacrato dal destino di suo figlio, Robert Kelly, ufficiale del Corpo dei Marines, come il padre e il fratello John, tenente colonnello: nel 2010 una mina dei talebani lo uccide a Sangin, in Afghanistan. Alla Convenzione Democratica del 2016, Khizr Khan, padre di un caduto di origine musulmana, aveva criticato il presidente in diretta dal podio e il dolore di Kelly schermava le sue critiche. Come il maestro dell’asilo che finisce vittime dei bambini peste di certe vecchie vignette, Kelly resiste dalla fine di luglio ’17 al due di gennaio del ’19, poi anche lui lascia il Grand Hotel Trump, gente che va gente che viene. Rompe il silenzio per schierarsi con Mattis contro Trump.

Ora il presidente è solo. Il suo partito repubblicano non osa contraddirlo, ma mugugna. I guru della campagna elettorale al Senato urlano ai candidati di non farsi fotografare con il cappelluccio da baseball rosso Make American Great Again, “volete perder voti?”. Al comizio di Tulsa, domenica, doveva partecipare secondo la Casa Bianca, un milione di militanti, ne sono arrivati 6200 e non per la bufala della app Tik Tok usata dai ragazzini per bloccare falsi biglietti di ingresso (il software funziona in modo diverso…), ma perché anche i trumpiani di ferro sono stremati, da pandemia, disoccupazione, rivolte.

Tutti coloro che, dal giorno dell’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati, come gli ingenui generali, smentiti. In realtà chi conosce la vita del presidente, chi lo ha seguito passo passo a New York quando creò il suo impero, in slalom con la bancarotta, i casino e i concorsi delle Miss, lo show televisivo, i campi da golf, le tre famiglie, le paginate sul New York Times chiedendo la pena di morte per i giovani neri, poi risultati innocenti, per uno stupro a Central Park, i dubbi sul certificato di nascita di Obama che lo squalificherebbe dalla carica di presidente, sanno che Donald John Trump è sempre stato fedele a se stesso. Fare il duro con la grinta a labbra serrate, poi firmare l’accordo sottobanco, preferire l’immagine alla realtà, ridurre la vita, gli affari, la politica a gran teatro, dove il gesto ad effetto prevale su diplomazia, strategia, disciplina militare, fedeltà ai valori.

L’avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat, mi raccontò una volta del suo maestro di scherma, alla Scuola di Pinerolo, prima di esser trasferito al Reggimento Nizza Cavalleria. All’ultima lezione l’istruttore disse all’allievo celebre: “Le ho insegnato a tirare contro ogni tipo di avversario, tranne uno”. “E quale?” chiese incuriosito Agnelli. “Chi vive nel Caos - rispose il maestro - chi ignora il normale calcolo del dare e l’avere nel rischio, chi per un graffio apre del tutto la guardia, chi non segue le regole razionali di convenienza e azzardo”.

A Trump la strategia del Caos ha aperto una Casa Bianca che tutti ritenevano sbarrata. Non si modererà, non userà TikTok, non lo vedrete in dialogo affabile con la Merkel come Reagan con la Thatcher. Ha già proibito i visti di lavoro internazionali per il 2020, la scusa è il virus, in realtà strizza l’occhio alle base anti emigranti. Sa che il paese è diviso, quando la formula automobilistica delle gare Nascar proibisce la bandiera razzista del Sud sui circuiti, qualcuno appende un cappio da linciaggio nel garage del solo pilota afroamericano, Bubba Wallace. In solidarietà, i piloti dello sport più macho, sudista, legato agli elettori di destra spingono la vettura di Bubba dai box alla linea di partenza. Tra le donne Trump perde contro Biden con uno scarto del 23% nei sondaggi, mentre Hillary Clinton, prima donna candidata, aveva un vantaggio del 14%. Tra le donne bianche senza laurea Trump batte ancora Biden del 14% ma, attenti!, quattro anni fa aveva in quella fascia di elettrici il 25% contro Hillary.

Joe Biden, anziano, pasticcione, mai leader di prima fila, promette pace dopo quattro anni di caos e ritorno a una normale dialettica Repubblicani-Democratici. All’America esausta di questa estate Trump ripropone la Strategia del Caos, scommettendo ancora sull’istinto di rovesciare il tavolo. Accusa Obama di “tradimento”, ma non dice perché. Funzionerà? Quattro mesi son lunghi in politica e ogni mese ha avuto nel 2020 il suo dramma. Per di più, per la prima volta dai tempi di guerra, milioni di elettori voteranno per posta causa virus, allungando oltre la notte del 3 novembre l’attesa dello scrutinio, con Trump che già parla, via twitter, di possibili brogli e lascia temere settimane di stallo, se Biden non vincesse a valanga. E i titoli sui media sono incredibili, il New York Times scrive: “Il soldato Usa Ethan Melzer arrestato per aver complottato con la setta Nazista-Satanica “Ordine dei 9 Angoli” la strage terrroristica del suo reparto. Rischia l’ergastolo”.

40 anni fa il regista Landis immaginò nel suo “The Blues Brothers” la celebre carica di John Belushi contro “I Nazisti dell’Illinois”, sembrava uno scherzo, ora i nazisti Usa esistono davvero, ribaltando il detto di Marx che la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa: ora la tragedia segue. Difficile dire se il 2021 vedrà Trump a Washington, o nel suo buen retiro di Mar a Lago in Florida, a fronteggiare le infide saghe processuali che lo attenderanno pazienti: siatene certi, sconfitto o vittorioso, il presidente non muterà linea nella sua scherma con la vita, Caos, fino all’ultima stoccata.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Donald Trump, lo stratega del Caos di Gianni Riotta

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La comparsa di un nuovo virus è un fatto naturale, la pandemia no: la crisi sanitaria e i suoi effetti economici, sociali e politici “sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita”; un modello “nocivo e dannoso per noi individui, per le comunità, per la natura”. Esordisce così il documento intitolato “Per un manifesto di ecologia popolare”, elaborato da un gruppo di attivisti e ricercatori che durante i mesi di sospensione delle attività e degli spostamenti in Italia si sono interrogati sulle origini della crisi che stiamo attraversando, convinti che le premesse del disastro fossero tutte visibili ancora prima che arrivasse il nuovo coronavirus.

“Gli ingredienti di una pandemia sono gli stessi che muovono la crescita illimitata”, scrivono: lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra e degli allevamenti animali; la densità abitativa delle grandi città; la crescente interconnessione di un mondo globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta, gli standard sanitari e alimentari inadeguati. Insomma: la crisi del covid-19 deve spingerci a ripensare “un modello di crescita autodistruttivo improntato solo al benessere economico”.

Gli autori del manifesto vivono e lavorano per lo più a Napoli, anche se hanno orizzonti più ampi. Il gruppo è eterogeneo: ricercatori universitari, artisti, educatori, giornalisti. Hanno creato la rete Terre in movimento e si presentano con un’identità collettiva. Il nome che ciascuno usa è Ecopop, seguito da un numero per gli uomini e una lettera per le donne: questo perché, spiegano, “vogliamo dare voce a tutti i gruppi che si battono per la giustizia ambientale”. Aggiungono che l’anonimato è anche una sorta di tutela, “perché in molti conflitti ambientali i cittadini non hanno di fronte solo le istituzioni ma anche altre forze, inclusa la criminalità organizzata”.

La crisi dei rifiuti
Per spiegare cosa intendano con “ecologia popolare”, gli autori del manifesto citano la crisi dei rifiuti vissuta dalla Campania per circa un decennio a partire del 2001. “Era un conflitto ambientale tipicamente moderno”, osserva Ecopop 1, “chiamava in causa il ciclo dei rifiuti, la speculazione, i meccanismi illegali che trasferivano gli sversamenti industriali delle regioni più ricche alle zone più povere nel sud dell’Italia, un po’ come si mandavano le navi di rifiuti tossici in Africa. Eppure sui mezzi di informazione non è stato descritto come un conflitto ambientale, soprattutto all’inizio: si parlava di cattiva gestione, di traffici illegali, di camorra, ma la salute di quelle persone e l’ambiente entravano di rado nel discorso”.

Le proteste degli abitanti erano descritte più che altro come “egoismi localisti”. È nato allora il nomeTerra dei fuochi. “Si discuteva di inceneritori e di dove collocare le discariche dando per scontato che chi viveva in quei luoghi non avesse una coscienza ambientale”, continua Ecopop 1. “Ma era vero il contrario. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano proprio loro. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente. Ci sono voluti anni di battaglie perché questo fosse riconosciuto”.

“Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali perché nel nostro paese manca una cultura politica ecologica”, si legge nel manifesto. Si parla di “analfabetismo ecologico”. La sinistra italiana ha una “tradizione industrialista” che l’ha portata anche in tempi recenti a difendere scelte come la Tav, affermano gli autori. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, “per darsi un volto presentabile”. “Vogliamo che la questione ambientale sia la chiave di lettura per tutti i temi della politica e della società”, dice Ecopop B.

La grande cecità
“Bisogna mettere l’accento sul legame tra il contagio e la cecità del modello di sviluppo”, si legge ancora nel manifesto. La pandemia, il degrado ambientale, le mutazioni del clima “sono tutti prodotti di un modello di crescita improntato al solo benessere economico che nasconde una sistematica volontà autodistruttiva”. Riecheggia quella che lo scrittore Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità” di fronte al cambiamento climatico, e in effetti gli autori dichiarano di aver tratto ispirazione da quel saggio: “La grande cecità è quella degli esseri umani che non riconoscono alla natura un ruolo protagonista”, riassume Ecopop 1.

Gli autori del manifesto criticano in particolare l’idea di “sviluppo sostenibile”, che considerano una contraddizione in termini: “Si basa sull’idea di un buon uso delle risorse per una crescita economica compatibile con la natura. È il tentativo delle élites ‘avvedute’ di mediare tra l’ambiente e il capitalismo”, dice Ecopop 1: “Ma è una mediazione impossibile. La logica del capitalismo è la ricerca continua di profitto, non la tutela dell’ambiente o della salute della collettività. Al dunque, profitto e natura sono in conflitto”. E poi, “che mediazione può fare una cultura autodistruttiva?”. Al contrario, per “ribaltare il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi attuale” serve un’ecologia “partecipata e dal basso proprio come era successo nella Terra dei fuochi”. Citano i comitati che si battono per la bonifica nei numerosi siti industriali inquinati in Italia, i movimenti No Tav e quelli No Tap (che si oppongono al gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe approdare in Puglia).

La giustizia ambientale “è il nuovo spartiacque del conflitto sociale”, dicono in definitiva gli autori del manifesto di ecologia popolare. Il documento evoca “pratiche di mutualismo” nelle comunità fondate sul “diritto collettivo al cibo, alla salute, la terra, l’acqua come capisaldi del diritto alla vita”. Vedono un esempio positivo nelle esperienze di mutuo soccorso nate nelle settimane del confinamento, da Scampia a Rosarno. Guardano anche più lontano, alle reti di comunità indigene dell’Amazzonia in difesa della foresta o gli ecovillaggi del Rojava.

Il collettivo Terre in movimento si è dato degli obiettivi pratici. Mapperà i conflitti ambientali a cominciare dalle esperienze locali di difesa del territorio e della salute “e qui nel sud ne abbiamo molti casi, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di Taranto”. Avvierà un’inchiesta sul bacino del fiume Sarno, caso esemplare di dissesto e inquinamento: durante il confinamento il fiume si era ripulito e gli abitanti rivendicano una bonifica duratura. Poi un’indagine sul parco dei Camaldoli, 135 ettari di area protetta con un castagneto secolare, vero polmone verde alle porte di Napoli che però resta inspiegabilmente chiuso. L’obiettivo, dicono, è mettere in collegamento esperienze popolari, locali e globali. E diffondere una “vera cultura politica ecologica”.

Da "https://www.internazionale.it/" In Italia c’è bisogno di una nuova ecologia popolare di Marina Forti

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