Il 9 novembre 1989, mentre il muro di Berlino stava crollando, Hans-Joachim Binder faceva il turno di notte in una miniera di potassio a Bischofferode, un piccolo paese della Germania Est a guida comunista (la Repubblica Democratica Tedesca, Ddr). Binder, un addetto alle manutenzioni che aveva lavorato nella miniera per 17 anni, non aveva idea del momento storico che si stava consumando 240 chilometri più a est. Il primo segno che qualcosa bolliva in pentola fu quando la maggior parte dei suoi colleghi si allontanò per capire cosa stesse accadendo al confine con la Germania Ovest, distante appena dieci minuti di auto. Solo in tre tornarono per completare il proprio turno.

Meno di un anno dopo la Germania si era riunita, portando a termine una delle più straordinarie storie dell’età contemporanea. Non solo era crollata una dittatura comunista, liberando 16 milioni di persone dalla paura della Stasi (la polizia segreta) e dall’istupidimento della censura. A differenza di quanto accaduto a tutti gli altri paesi liberati da una tirannia, a tutta la popolazione della Germania Est fu concesso di appartenere a una grande e ricca democrazia. In segno di grandioso, anche se poi sciagurato, gesto di benvenuto, il cancelliere della Germania occidentale Helmut Kohl convertì alcuni dei loro risparmi senza valore in valuta forte, al tasso assurdamente generoso di un marco dell’ovest (deutschmark ) per ogni marco dell’est (ostmark).

Più di un milione di ex tedeschi dell’est approfittò della nuova libertà trasferendosi nella parte occidentale, dove la maggior parte della popolazione viveva nel benessere. Le statistiche ufficiali non consideravano più questo gruppo di persone – che erano in grandissima parte giovani, intelligenti, donne e ambiziose – come tedeschi orientali. Per quanti sono rimasti a est, tuttavia, i trent’anni passati dalla caduta del muro sono stati una miscela di grande crescita materiale, spesso data per scontata, e di amara delusione.

Un prezzo da pagare
Il danno arrecato da quattro decenni d’oppressione e indottrinamento non poteva essere sanato in una notte. Ma un popolo cresciuto in una società in cui l’iniziativa individuale era spietatamente repressa fu costretto ad adattarsi all’improvviso alle asprezze del capitalismo. Non sorprende quindi che molti non vi riuscirono. Binder fu licenziato. E lo stesso accadde a centinaia di migliaia di altre persone che prima avevano impieghi statali sicuri, tristi e improduttivi. Nonostante i tentativi di salvarla, comprese alcune manifestazioni e uno sciopero della fame, la miniera di potassio fu chiusa.

Furono 8.500 le aziende dell’est privatizzate o liquidate dalla Treuhand, una nuova agenzia governativa. Binder se la cavò facendo lavoretti per un po’, prima di ottenere i benefici previsti dal piano Hartz IV, i più modesti dei sussidi statali della Germania, grazie ai quali vive ancora oggi. Come molte donne della Germania Est, sua moglie seguì un corso di formazione e se ne andò quando ottenne un posto di lavoro a ovest. Quando gli si chiede oggi cosa pensi della riunificazione del suo paese, Binder risponde con un’alzata di spalle. “Mi ha fatto perdere il mio posto di lavoro garantito. Per me la Ddr poteva anche continuare a esistere”.

Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto dopo la riunificazione, senza lavoro

Non esisteva alcun manuale che indicasse la strada per l’assorbimento dell’est all’interno dell’ovest. Era ovvio che le politiche che hanno tradito persone come Binder fossero destinate a essere sempre oggetto di dure dispute. La sorpresa, mentre si avvicina il trentesimo anniversario della caduta del muro, è la velocità con cui simili polemiche sono tornate al centro del dibattito pubblico. Giornali e riviste sono piene di nuovi giudizi sulla wiedervereinigung (riunificazione). I tedeschi dell’ovest si crogiolano nei libri di memorie e nelle polemiche degli autori dell’est. Mai prima d’oggi la Germania aveva discusso della sua riunificazione con tale vigore. Ma perché?

Molti osservatori sostengono che il dibattito sia diventato più acceso tre o quattro anni fa. La spiegazione più ovvia starebbe quindi nella crisi dei migranti del 2015 e 2016. Petra Köpping, ministra dell’integrazione in Sassonia, uno dei cinque stati orientali creati dopo la riunificazione, sostiene che quando ha cercato di spiegare ai suoi elettori perché lo stato stava aiutando i rifugiati, alcuni hanno risposto: “Integrate prima noi!”. Molti tedeschi orientali sono rimasti indispettiti per le risorse destinate ad aiutare i nuovi arrivati, quando loro stessi si sentono trascurati. Non hanno inoltre gradito che le loro lamentele fossero etichettate come razziste.

Ma la crisi dei profughi ha semplicemente fatto emergere un cambiamento più profondo, sostiene Christian Hirte, commissario speciale del governo per la Germania orientale. Un’idea, ventilata da Angela Merkel – che in quanto cancelliera è il prodotto d’esportazione più noto della Ddr –, è che l’est stia vivendo qualcosa di paragonabile all’esperienza della Germania Ovest nel 1968, quando i figli obbligarono i propri genitori a rendere conto delle loro attività nel periodo nazista. Oggi, viene detto, i giovani tedeschi dell’est cercano una spiegazione a quanto accaduto ai loro genitori nei primi anni della riunificazione. “Le ferite più profonde sono rimaste nascoste perché le persone era assorbite nel cercare il loro posto nella nuova società”, dice Steffen Mau dell’università Humboldt di Berlino. “Forse per rendersene conto servivano 25 anni”.

L’estate scorsa Marie-Sophie Schiller, una giovane abitante di Lipsia autrice di un podcast intitolato L’Est: una guida, ha avuto una “commovente” conversazione con i suoi genitori a proposito delle loro esperienze dopo il 1990. È rimasta stupefatta nello scoprire le loro umiliazioni e difficoltà quotidiane. Stefan Mayer, un attivista cresciuto a Berlino Est, ricorda di aver assistito al declino della fiducia dei genitori, a mano a mano che questi faticavano a trovare la loro dimensione nel nuovo paese.

La necessità di capire
Dopo il 1990, i tedeschi dell’est hanno dovuto “riprogrammare interamente la loro vita”, spiega Markus Kerber, un pezzo grosso del ministero dell’interno. Alcune sofferenze a breve termine erano inevitabili. La produttività media della manodopera nell’est era il 30 per cento di quella dell’ovest. La decisioni di Kohl di scambiare gli ostmark a un tasso identico a quello dei deutschmark ha reso un sacco di aziende automaticamente non competitive. Quelle che sono sopravvissute hanno faticato ad adattarsi alle regole occidentali che hanno dovuto accettare per intero. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto della propria vita, senza lavoro.

Forse la Treuhand avrebbe potuto procedere più gradualmente, dicono alcuni oggi. Forse il paese unificato avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione invece di limitarsi a estendere quella occidentale all’est. L’occidente avrebbe potuto apprendere alcuni degli aspetti più illuminati della Ddr, come le cure mediche gratuite per i bambini e il sostegno alle donne affinché lavorassero fuori casa. I partiti radicali di sinistra e destra portano simili argomentazioni fino agli estremi, sostenendo che la riunificazione è stata la “colonizzazione” di un popolo frastornato da parte di un occidente predatorio.

Simili punti di vista attingono al sentimento, diffuso tra molti tedeschi dell’est, di aver faticato a riprendere le redini del proprio destino. Köpping sostiene che solo il 4 per cento delle professioni d’élite a est sono svolte da tedeschi orientali. Molti di questi ultimi vivono in affitto in appartamenti di proprietà dei tedeschi occidentali, che possiedono buona parte del parco immobiliare orientale.

Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo

“A volte i tedeschi dell’est sentono di non essere padroni del proprio destino, ma di essere comandati da altri”, dice Klara Geywitz, una brandeburghese in corsa per diventare co-segretaria generale del Partito socialdemocratico tedesco. Circa 14 anni dopo essere salita al potere, Angela Merkel, come Joachim Gauck, presidente dal 2012 al 2017, rimane un’eccezione invece che un’avanguardia. Poco propensa a soffermarsi sulle sue origini, Merkel ha recentemente cominciato a riflettere pubblicamente sull’eredità contrastante della riunificazione. “Dobbiamo tutti… cominciare a capire perché, per così tante persone degli stati tedeschi dell’est, l’unità della Germania non è solo un’esperienza positiva”, ha dichiarato il 3 ottobre scorso.

Un ostacolo a tale comprensione è il fatto che i tedeschi vedono la riunificazione in modi diversi. Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo. Molti a ovest ignorano le difficoltà affrontate dai loro nuovi compatrioti. “Il 4 ottobre 1990, il giorno dopo la riunificazione, dopo una notte di festeggiamenti, la mia vita ha continuato come prima”, racconta Kerber. “Non un singolo tedesco dell’est ha avuto la stessa esperienza”. In alcune zone sopravvivono gli stereotipi occidentali riferiti ai cittadini dell’est, con espressioni come jammerossi (“i lamentosi dell’est”), o dunkeldeutschland (Germania scura), un termine risalente alla guerra fredda e che esprime l’idea di arretratezza.

Più recente è l’idea dell’est come culla del neonazismo, alimentata dalla forza che ha, in quelle zone, il partito d’estrema destra Alternativa per la Germania (Afd). La rappresentazione dell’est nei mezzi d’informazione nazionali (leggasi occidentali) tedeschi somiglia spesso a dispacci da una terra esotica e problematica, dove l’estrema destra marcia costantemente nelle strade o maltratta gli immigrati.


Simili descrizioni rischiano d’ignorare gli immensi progressi fatti dall’ex Germania Est dopo la riunificazione. I cittadini si sono trovati liberi dalle umiliazioni patite vivendo in uno stato di polizia. Hanno potuto votare alle elezioni, esprimere le loro opinioni e viaggiare, in Germania Ovest e oltre. Dal punto di vista economico, nonostante le difficoltà dei primi anni, l’est ha presto cominciato a convergere verso l’ovest, e la vita è drasticamente migliorata in un’ampia gamma d’indicatori.

Oggi alcune regioni orientali della Germania hanno tassi di disoccupazione più bassi di regioni occidentali postindustriali come la Saarland o la valle della Ruhr. Trasferimenti monetari da ovest a est di circa due trilioni di euro hanno ridotto il divario infrastrutturale (oggi questi rappresentano circa trenta miliardi di euro all’anno, perlopiù sotto forma di pagamenti per la previdenza sociale). Gli stipendi a est sono oggi all’incirca l’85 per cento di quelli dell’ovest, e il costo della vita è inferiore. Il divario relativo alla speranza di vita si è chiuso, l’aria è più pulita e gli edifici sono più intelligenti. Secondo la società di sondaggi Allensbach, il 53 per cento dei tedeschi dell’est è felice della sua condizione economica, una cifra identica a quella dell’ovest. “Ha tutto funzionato sorprendentemente bene, ma questa versione a est non è diffusa”, dice Werner Jann dell’università di Potsdam.

Uno dei migliori
Lo scorso anno Andrea Boltho, Wendy Carlin e Pasquale Scaramozzino, tre economisti, hanno analizzato gli esiti successivi alla riunificazione tedesca, descrivendoli positivamente nel confronto con il Mezzogiorno italiano, dove il pil per abitante rimane di poco superiore alla metà di quello del nord. Forse il paragone più appropriato è quello con altre parti d’Europa che si sono liberate dal comunismo. La crescita pro capite della ex Germania Est è stata superiore a quella della maggior parte degli altri paesi dell’Europa orientale, nonostante sia partita da una base più alta. Come fa notare Richard Schröder, un ex dissidente della Ddr, l’applicazione di pratiche e leggi occidentali ha eliminato la minaccia di corruzione oligarchica che ha colpito molti dei vicini orientali della Germania.

Ma se i tedeschi orientali non sempre apprezzano la loro buona sorte, è perché i loro riferimenti sono stati Amburgo e Monaco, non Bratislava o Budapest. Implicito, nella promessa di riunificazione, c’era il patto che i tedeschi dell’est avrebbero potuto finalmente godere di quanto avevano a lungo invidiato all’ovest. Per anni erano stati costretti a osservare uno stile di vita che rimaneva fuori della loro portata, con i pacchi di caffè e dolci inviati dai parenti dell’ovest, le merci occidentali in mostra nei negozi Intershop – accessibili solo a chi possedeva valuta pregiata – o le pubblicità nei canali televisivi occidentali che trasmettevano da oltre il confine. Nel 1990 il cancelliere Kohl promise ai tedeschi dell’est “paesaggi rigogliosi”, ma invece hanno ottenuto deindustrializzazione e disoccupazione di massa. “Nel 1990 trecentomila persone si radunarono per inneggiare a ‘Helmut!’ in Augustusplatz, a Lipsia”, ricorda Kurt-Ulrich Mayer, che contribuì a radicare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) di Kohl in Sassonia. “Quattro anni dopo ci tornò, e servirono degli ombrelli per proteggerlo dalle uova e dai pomodori”. A differenza di polacchi e ungheresi, i tedeschi dell’est avevano qualcun altro cui dare la colpa quando le cose andarono male.

In seguito la convergenza tra ovest ed est si è fermata. Oggi solo il 7 per cento delle cinquecento aziende più ricche di Germania (e nessuna di quelle inserite nel listino dax30) ha sede nella parte orientale del paese. Questo riduce il gettito fiscale delle amministrazioni comunali e alimenta il divario di produttività tra est e ovest, che da circa vent’anni si attesta intorno al 20 per cento. La maggior parte dei beni liquidati dal Treuhand finirono in mani straniere o della Germania ovest, ostacolando lo sviluppo di una classe capitalistica a est.

Per molti il modo migliore di avere uno stile di vita occidentale fu di trasferirsi a ovest, come il 25 per cento dei tedeschi orientali di età compresa tra 18 e 30 anni. Le parti rurali dell’ex Ddr furono le più colpite. A mano a mano che città e villaggi si svuotavano e il gettito fiscale diminuiva, le scuole chiudevano, i negozi abbassavano la saracinesca e i condomini residenziali venivano demoliti. L’emigrazione di massa dei giovani portò a un crollo del numero delle nascite. Dal 2017 l’emigrazione netta da est a ovest è stata prossima allo zero, fino a diventare equivalente a quella in senso opposto.

L’età media nell’est è inoltre molto più alta di quella nell’ovest. Dal 1990 il numero di ultrasessantenni è cresciuto di 1,3 milioni, nonostante la popolazione totale sia scesa di 2,2 milioni. Iwh, un istituto di ricerca con sede a Halle, ritiene che la popolazione in età da lavoro nell’est scenderà di oltre un terzo entro il 2060. Nel 2035, 23 dei 401 kreise (distretti amministrativi) tedeschi si saranno ridotti di almeno un quinto, secondo Susanne Dähner dell’Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, e tutti si trovano a est. In alcuni distretti ci saranno quattro funerali per ogni nascita. Invece di perdere persone a causa dell’emigrazione verso ovest, la Germania est li vedrà letteralmente morire.

La promessa costituzionale di “condizioni di vita equivalenti” in tutta la Germania appare quindi irraggiungibile. Il governo cerca di aiutare le regioni dette “strutturalmente deboli”, a est come a ovest. Ma sebbene l’investimento nelle infrastrutture o nelle università tecniche possa aiutare alcune città, non può arginare il declino demografico di molte regioni della Germania orientale.

Fare i conti
Il quadro è molto più roseo in alcune città dell’est. Potsdam, Jena e Dresda possiedono poli industriali e turistici, oltre che alloggi a buon mercato. Altre, come Lipsia (Hypezig, come è chiamata, facendo irritare i suoi abitanti), conoscono da anni un boom. La “bacon belt” (la cintura della pancetta) intorno a Berlino trae beneficio dal successo della capitale, soprattuto grazie ai lavoratori più anziani che si trasferiscono in periferia. Eppure, nonostante l’emigrazione generale vada esaurendosi, le città dell’est sottraggono persone istruite alle piccole città o ai villaggi già in difficoltà. Questa tendenza potrebbe continuare, visto che solo la metà dei lavoratori tedeschi nell’est lavora in città, rispetto ai tre quarti nell’ovest.

Le mutazioni a est hanno conseguenze sociali, culturali e politiche che oggi si stanno rivelando con più chiarezza. Lo scorso febbraio migliaia di sostenitori della Dynamo Dresda, durante una trasferta ad Amburgo, hanno cominciato a scandire un coro poco familiare: “Ost, Ost, Ostdeutschland!” (Est, Est, Germania Est). Un filmato dell’episodio è diventato virale, scatenando un vivace dibattito: i tifosi stavano esprimendo una variante “orientale”, e di dubbio gusto, del nazionalismo militante tedesco? Oppure si è trattato di una gioiosa riappropriazione di un’identità che per lungo tempo è stata considerata un tratto di stupidità e chiusura mentale?

“L’identità è fondamentale per capire la Germania orientale”, spiega pensierosa Franziska Schubert, rappresentante dei Verdi per la città di Görlitz nel parlamento statale della Sassonia. Oltre il 47 per cento dei tedeschi dell’est sostiene che la propria identità sia orientale prima che tedesca, una proporzione molto più alta di quella rilevata durante l’euforico momento della riunificazione (lo stesso vale per il 22 per cento dei tedeschi dell’ovest). L’identità regionale non è certo un’eccezione in Germania – basta chiedere ai bavaresi – ma nell’est può sembrare un dato anche politico, e non solo culturale e tradizionale.


Quando, di recente, la scrittrice Jana Hensel ha tenuto una conferenza in una scuola di Lipsia, sua città natale, è rimasta sorpresa a dover rispondere per mezz’ora alle domande degli adolescenti sulle ossiquote (la proposta di favorire i tedeschi dell’est nell’attribuzione d’impieghi pubblici). “Più di 25 anni dopo la fine della Ddr, gli studenti sono ridiventati tedeschi dell’est”, dice. “Se non faremo attenzione, perderemo un’altra generazione”.

L’Afd ha sfruttato la forza del particolarismo orientale. Usando slogan come “l’est insorge!” il partito ha ottenuto più del 20 per cento dei voti in alcune elezioni statali a est, la più recente il 27 ottobre in Turingia. Qui, e nelle recenti elezioni in Brandeburgo e Sassonia, è stato solo grazie agli elettori di oltre sessant’anni e al loro sostegno per i partiti tradizionali che l’Afd non è stato il primo partito. In Sassonia e Turingia l’Afd è stato il partito più popolare tra le persone di meno di trent’anni. Un fatto preoccupante in una zona del paese dove l’estremismo ha trovato terreno fertile. Più di metà dei crimini d’odio in Germania ha avuto luogo nell’est, nonostante abbia appena il 20 per cento della popolazione totale e un numero minore di immigrati.

Ma l’identità orientale non è appannaggio esclusivo degli estremisti. Molti giovani tedeschi dell’est hanno semplicemente sviluppato un’identità “ossi” dopo essersi scontrati con l’ignoranza e il disprezzo nell’ovest. E non è necessariamente una cosa solo negativa. Matthias Platzeck, ex premier del Brandeburgo e oggi a capo di una commissione per il trentesimo anniversario della riunificazione, sostiene che le recenti elezioni nel suo stato sono state più che mai segnate dai malumori. Ciò nonostante spera che a est emerga una sana fiducia in sé stessi, costruita sulle fondamenta di storie di successo, e una nuova attenzione sui nuovi problemi che accomunano est e ovest. Il motto informale della sua commissione, dice, è “lo stretto necessario di celebrazioni nazionali, e quanto più dibattito possibile”. E dal momento che il muro di Berlino non esiste più, non esiste discussione che possa mandare qualcuno in prigione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Da "www.internazionale.it" I tedeschi sono ancora divisi sul senso della riunificazione

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Il sindaco di Milano intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival

«Non sono un teorico della Milano città Stato. La creazione di un nuovo modello sociale mi sta benissimo e lavoriamo per questo. Ma questo modello è da governare», dice Beppe Sala, sindaco di Milano, intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival. Il primo cittadino, che ha definito «solida» l’ipotesi di una sua ricandidatura alla guida della città, ha elencato i prossimi passi da compiere per migliorare il “modello Milano”. Un modello, dice, «che va applicato all’Italia intera», lasciando intravedere quindi anche un suo impegno nella politica nazionale.

«In questi anni la città si è molto consolidata nelle sue componenti, dalle università all’industria. Stiamo fagocitando le energie e le risorse anche di questo Paese. Di 8mila multinazionali presenti in Italia, 4.300 sono a Milano. Milano fa il 10% del Pil. Gli investimenti immobiliari a Milano nei prossimi anni raggiungeranno i 12-13 miliardi su Milano. E quest’anno supereremo i 10 milioni di turisti nell’area metropolitana». Basta tutto questo? No, secondo il primo cittadino milanese. «È tutto bene, ma è da governare», ribadisce Sala. «Gli investimenti immobiliari devono essere inseriti in una dimensione coerente e sostenibile. E serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento di questo beneficio ne hanno goduto in pochi. Una parte ancora troppo limitata della città sta godendo di questo momento positivo. Quindi andiamo avanti su questo percorso ma governandolo e sentendoci in dovere di agire perché ci sia più equità».

Serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento a Milano di questo beneficio ne hanno goduto in pochi

Spostandosi da Milano alla politica romana, Beppe Sala ha escluso per il momento un suo imminente salto nella dimensione nazionale, ma ha rivelato comunque che sta lavorando «per aggregare persone e idee per portare forza nuova e linfa nuova alla politica nazionale». Il “modello Milano”, ha spiegato, «ora va applicato all’Italia». Certo, ha aggiunto, «se mi ricandidassi a Milano, mi ricandiderei in discontinuità con me stesso. Vorrei avere intorno a me persone nuove, più fresche, che si affiancano a persone esperte».

Quanto al futuro del Partito democratico, Sala ha spiegato che «fino a febbraio-marzo, il Pd dovrà mettere giù la testa e trovare la formula per immaginare di andare a elezioni con un sistema diverso». Sulla debacle delle elezioni in Umbria, ha detto: «Hanno fatto una stupidata a mettersi insieme Pd e Cinque Stelle, lì era segnato il destino. Ti metti insieme la prima volta per una cosa che sai già che perdi. Mentre in Emilia l’idea dei Cinque Stelle di dire “non partecipiamo all’alleanza” mi sembra bislacca. Lì dovrebbero davvero stare insieme».

«Io ho aperto all’idea dei Cinque Stelle, perché in un’ottica proporzionale il Pd è un partito da 20%. Per cui dobbiamo trovare delle formule di coalizione», ha detto Sala. Anche perché, ha aggiunto, «l’appuntamento dell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 è fondamentale in un Paese come l’Italia. Io mi sentirei in forte disagio a immaginare un presidente della Repubblica scelto da Matteo Salvini che governa per sette anni». E su Matteo Renzi, ha raccontato che «ci siamo sentiti molto durante la crisi di governo. Non è stata una sorpresa la sua uscita dal Pd. Forse è stata una sorpresa il timing. Certo non è che il Pd gli abbia steso mai tappeti rossi! Ma è tutto meno che uno da buttar via nello scenario politico italiano».

Da "www.linkiesta.it/" Beppe Sala: «Il “modello Milano” va applicato all’Italia»

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Venerdì, 08 Novembre 2019 00:00

COMECE: ecologia e demografia

Il tema che ha delineato l’orizzonte dell’assemblea della COMECE, svoltasi tra il 23 e il 25 ottobre scorso a Bruxelles – la prima per il nuovo segretario generale, lo spagnolo don Manuel Barrios Prieto –, non poteva che essere quello delle prospettive per il prossimo quinquennio su cui intende muoversi la nuova Commissione Europea, ormai in procinto di entrare nel pieno esercizio delle sue funzioni anche se con un leggero ritardo.

Già da qualche mese disponiamo di un testo di riferimento al riguardo, con il discorso tenuto al Parlamento Europeo il 16 luglio scorso dalla presidente eletta Ursula von der Leyen, corredato dalle linee politiche della nuova Commissione.

Gli ambiti di tali orientamenti sono il proposito e la volontà di «un Green Deal europeo», di «un’economia che lavora per le persone», di «un’Europa pronta per l’era digitale», di «proteggere il nostro stile di vita europeo», di «un’Europa più forte nel mondo», di «un nuovo slancio per la democrazia europea». Ognuno di questi ambiti richiede un’esplorazione adeguata alla complessità delle questioni che abbraccia.

La questione ecologica
All’attenzione dell’assemblea sono state poste soprattutto la prevista creazione di un Commissario Europeo incaricato per la questione demografica, la preoccupazione per l’ambiente, la responsabilità per il bene comune.

Nonostante le possibilità non illimitate offerte dalle attuali competenze dell’Unione, questo rinnovato interesse per la demografia va visto positivamente e si intreccia con le scelte economiche da adottare, con il problema ecologico, con la questione migranti/richiedenti asilo, ma anche, più in generale, con la tenuta della democrazia, per non parlare della famiglia, pur restando la disciplina sostanziale di questa materia di competenza dei singoli paesi dell’Unione. Sembra comunque che demografia ed ecologia si profilino tra gli interessi principali della prossima Commissione.

La questione ecologica ha assorbito l’impegno maggiore dell’assemblea, che ha voluto incontrare e ascoltare non solo figure istituzionali della Commissione Europea, ma anche soggetti espressione della società civile e del mondo cattolico, come il Movimento cattolico globale per il clima, il CIDSE, Caritas Europa e la FAFCE. Ciò che emerge è, per un verso, il quadro di un tessuto sociale ed ecclesiale in fermento.

La coincidenza con lo svolgimento del Sinodo per la regione Panamazzonica – al quale ha partecipato come membro nominato il presidente della COMECE, l’arcivescovo Jean-Claude Hollerich, creato cardinale alla vigilia del Sinodo – ha rafforzato la percezione di questo clima, da cui emerge una sensibilità crescente anche se diffusa in maniera non uniforme.

D’altra parte, la presentazione di un’informazione sia pure essenziale sulla situazione ecologica attuale desta, a dir poco, grande preoccupazione. In tale contesto si apprende, con senso di fiducia, l’intenzione programmatica della nuova Commissione di emanare la prima legge europea sul clima con l’obiettivo della neutralità climatica per il 2050 e, insieme ad altre misure, la proposta di un patto europeo per il clima che riunisca tutti gli enti regionali e locali, la società civile, l’industria e le scuole, come pure obiettivi climatici e misure collegate per passare da un’economia lineare a un’economia circolare, nella quale le risorse non vengano più consumate e irreversibilmente distrutte, ma rigenerate e riutilizzate.

La presenza della Chiesa cattolica
La domanda sui compiti che la Chiesa ha di fronte a tali sviluppi trova facile risposta nella ripresa della Laudato si’ di papa Francesco e nelle molteplici iniziative che sono nate e continuano a nascere sulla scia della sua recezione. Si coglie con grande evidenza, anche su un piano europeo, la conoscenza e la considerazione dell’enciclica ben oltre i confini ecclesiali; qualcuno, anzi, insinua più fuori di essi che dentro.

L’idea che si afferma sempre di più è che il compito dei soggetti ecclesiali deve essere rivolto alla promozione e alla diffusione di una visione integrale della questione ecologica, quale insegnata dall’enciclica, secondo cui la cura dell’ambiente non è separata e non si contrappone alla cura della persona nella sua integralità, ma ormai ne costituisce il contesto e la condizione. In questo senso, si può parlare di conversione ecologica, che rilegge e pone in nuova luce il messaggio biblico, la teologia della creazione, una spiritualità corrispondente e un’etica conseguente.

Assemblea COMECE

Proprio tali sviluppi della riflessione sulla questione ecologica impongono una considerazione più generale sulla missione della COMECE e sul rapporto tra la Chiesa nelle varie nazioni dell’Unione e l’Unione stessa. Ora si vede più chiaramente la differenza tra la Chiesa cattolica – come pure le altre Chiese, oltre che le altre confessioni e religioni – e le organizzazioni che fanno lobby presso l’Unione (peraltro in maniera trasparente, secondo un registro e regole definite).

Alcuni potrebbero, infatti, erroneamente etichettare l’azione della Chiesa cattolica come quella di un soggetto, sia pure sopranazionale, che abbia da difendere interessi di parte. Proprio il caso della preoccupazione per la cura dell’ambiente mostra invece che ci sono soprattutto fondamentali interessi comuni a richiedere il dialogo e la collaborazione della Chiesa con l’Unione e viceversa, soprattutto quando la Chiesa di cui si parla non è solo l’istituzione internazionale – quale ad esempio configurata nella Santa Sede e nella sua rappresentanza diplomatica – ma l’espressione legittima e riconosciuta delle comunità di credenti presenti nelle diverse nazioni.

Si tratta di un popolo europeo di credenti, che concorre alla vita dell’Unione in mezzo e insieme a tutti i popoli che trovano la loro organizzazione sociale e politica, statuale e costituzionale, ciascuno nella propria nazione. È tale configurazione che permette di riconoscere, anche nelle sedi istituzionali dell’Unione, che la Chiesa e la stessa COMECE, in quanto espressione degli episcopati nazionali, formano relazioni e reti di cittadini che coprono trasversalmente tutta l’Unione, costituendo così un fattore essenziale di integrazione che fornisce linfa vitale al progetto europeo. Un compito, questo, che la COMECE favorisce e assolve da quasi quarant’anni (l’anniversario ricorre l’anno prossimo) crescendo in esperienza e in capacità di riflessione, di relazione e di comunicazione. Ciò che la Chiesa si trova perciò a svolgere è un’opera di integrazione che le è connaturale per la sua identità comunionale, e si riflette in vari gradi e a vari livelli nelle dinamiche sociali e istituzionali nazionali e sopranazionali.

Essa porta nella dinamica sociale, culturale e politica pubblica il plesso di valori e di ideali che scaturiscono dalla fede comune che crea ed edifica la comunità ecclesiale, quali ad esempio quelli consegnati nel vivo e creativo insegnamento sociale della Chiesa, come fino ad oggi si sperimenta con il magistero di papa Francesco.

È naturale e necessario che emergano differenze, anche non marginali, di sensibilità e di orientamento ideale ed etico tra i popoli e dentro ciascuno di essi, ma ciò non impedisce di condividere aspetti importanti degli obiettivi comuni che i processi sociali vedono perseguiti nel cammino delle singole nazioni e dell’Unione Europea nel suo insieme. Per questo l’Europa ha bisogno della Chiesa, e questa può trovare in essa lo spazio in cui non solo esprimere la sua identità e missione, ma in cui trovare le condizioni per maturare più pienamente l’una e l’altra.

L’azione della COMECE
Di fatto un luogo di incontro degli episcopati diventa anche un luogo di confronto, e come un laboratorio, dove le differenze di storia e di tradizione, di cultura e di politica, dei singoli territori trovano una stanza di compensazione tra le diversità alla ricerca di una sintesi, che può rifluire esemplarmente e costruttivamente nel cammino di mai finita integrazione dell’Unione Europea.

L’ambito ecologico – ma con esso anche quello demografico, con tutte le questioni connesse a livello economico e sociale – è solo un esempio di spazio di convergenza e di condivisione di interessi e di obiettivi che stanno a cuore a tutti per un bene comune indivisibile.

A conferma di quest’opera di integrazione culturale e sociale, ispirata dalla fede e aperta ad ogni forma di relazione che non escluda nessuno, proprio in questa assemblea la COMECE ha adottato alcune forme di collaborazione, come quella con Iustitia et Pax Europa, o anche l’Alleanza europea Laudato si’ (ELSi’A) che raccoglie diverse sigle impegnate nella salvaguardia della casa comune, che esprimono da sole il lavoro di integrazione che intende compiere all’interno della comunità ecclesiale e nello spazio pubblico della società europea, oltre che nelle sedi istituzionali dell’Unione Europea.

Merita, infine, di essere segnalata la dichiarazione, di imminente pubblicazione, firmata dai vescovi delegati in occasione del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con la quale si vuole ricordare un evento decisivo per il superamento di una divisione dolorosa dell’Europa e per l’allargamento a est della stessa Unione, con il ritorno alla democrazia di tutto il continente.

Assemblea COMECE

Ora, a distanza di tempo, quell’evento chiama a nuove esigenze e apre a nuove speranze, che guardano verso un futuro oppresso da pesanti nubi ma nondimeno non privo di promesse, soprattutto dalle nuove generazioni, insieme alle quali molti guardano a un’Unione più giusta e democratica, più vicina ai popoli, ma anche più solida e forte nell’affrontare le sfide che le si presentano nei rapporti con i vicini e negli equilibri geopolitici del mondo di oggi.

«Essere Chiesa in Europa – ha detto il presidente introducendo i lavori – significa anche impegnarsi a fondo per unire i popoli, per fare in modo che essi vedano fratelli e sorelle gli uni negli altri, che cooperino per il Bene Comune, gettando ponti tra le rispettive realtà, condividendo le rispettive ricchezze e imparando dalle stesse».

La Missa pro Europa, che è stata celebrata nel contesto dell’assemblea in occasione della Presidenza finlandese di turno del Consiglio UE, ha confermato tutti nella certezza che ogni impegno è reso veramente fecondo dalla preghiera e dalla fede che lo animano, dalle quali unicamente esso riceve energia e sempre nuovo slancio.

Da "http://www.settimananews.it/" COMECE: ecologia e demografia di Mariano Crociata

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

La profezia di un mondo nuovo

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana

Pubblicato in Le parole delle donne
Lunedì, 28 Ottobre 2019 00:00

La democrazia cambia pelle

Le recenti vicende politiche in Italia e nel Regno Unito evidenziano il progressivo svuotamento di vitalità della democrazia rispetto all’inizio del Novecento. Il rilancio della democrazia passa per la sua inculturazione nel mondo dei social network e dell’intelligenza artificiale.


Il secondo Governo Conte, con i suoi toni decisamente compassati, avrà fatto tirare un sospiro di sollievo a quanti erano rimasti inorriditi dallo spettacolo offerto dalla politica italiana durante l’estate in termini di volgarità, pochezza e superficialità delle argomentazioni e non di rado autentica ignoranza. Ad altri avrà dato la sensazione di un ritorno al passato, più o meno gradito a seconda dei gusti di ognuno. Ma la chiusura della crisi politica non mette fine a una situazione di affaticamento e progressivo svuotamento della vitalità della democrazia che ormai va avanti da anni e che non riguarda solo l’Italia. Tra i grandi Paesi europei che paiono trovarsi in una situazione molto simile alla nostra, se non addirittura peggiore, il caso più macroscopico è senz’altro quello del Regno Unito, culla della democrazia, che sembra avvitarsi in una crisi costituzionale inedita nella sua storia.

Dobbiamo considerare questa dinamica come ormai irreversibile? Proveremo ad affrontare questa domanda nelle pagine che seguono, dichiarando fin da subito che non è nostra intenzione valutare la bontà della nuova maggioranza, e ancor meno esprimere una prognosi sulla durata e sulle performance del nuovo Governo. Se qualcosa abbiamo imparato è che in ogni momento ci si può aspettare di tutto, spesso come risultato di dinamiche personali dei leader: a riprova, mentre andiamo in stampa, giunge la notizia della scissione del PD con la fuoriuscita del gruppo guidato da Matteo Renzi. Ci sembra assai più fruttuoso provare a capire come stare dentro a questa situazione in modo costruttivo, come cittadini affezionati alla democrazia e come cattolici ancora sensibili al valore del bene comune.

Mutazioni in corso
Per molti di coloro che hanno vissuto con passione l’esperienza democratica e politica italiana ed europea della seconda metà del XX secolo è innegabile un sentimento di umiliazione e avvilimento perché, con ogni evidenza, il dibattito pubblico, onesto e appassionato, che si regge sul valore dato alla parola e mira a identificare soluzioni condivise e inclusive, non è più considerato, neppure teoricamente, il motore di un sistema autenticamente democratico. A questo si aggiunge l’esperienza della frustrazione: quanti si sono levati per manifestare il proprio sdegno si sono ritrovati in trappola. La propaganda ha saputo utilizzarli per aumentare su media vecchi e nuovi l’esposizione dei leader contro cui prendevano la parola, accrescerne ancora la popolarità e concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi che stanno loro a cuore. È un dilemma che appare senza uscita: se si prende la parola si viene manipolati e il risultato è ancora peggiore; se si tace si dà l’impressione di acconsentire o essere conniventi.

Dall’impasse usciamo solo se ci rendiamo conto e accettiamo che la democrazia non è malata, ma sta cambiando pelle, come del resto è già successo più volte nel corso della sua storia

Per i democratici cattolici si aggiunge una umiliazione supplementare: quella di vedere simboli della fede trasformati in talismani alla conquista del consenso di una opinione pubblica che è alla ricerca disperata di punti di riferimento affidabili, ma privati di qualsiasi connessione riconoscibile con il messaggio evangelico. L’inevitabile botta e risposta che ne consegue si ritorce comunque contro la comunità cristiana, perché emergono spaccature partigiane al suo interno, mentre chi è un po’ più distante non può fare a meno di provare fastidio e convincersi che è meglio stare alla larga.

Una profonda disaffezione nei confronti della democrazia è ormai certificata anche da statistiche internazionali. Secondo un sondaggio svolto in 27 Paesi da Pew Research e pubblicato nello scorso aprile, in media il 51% degli intervistati è insoddisfatto di come la democrazia sta funzionando nel proprio Paese, con un minimo del 30% in Svezia e un massimo dell’85% in Messico. In Italia la percentuale di insoddisfatti risulta nel 2018 del 70%. Il malcontento affonda le radici nelle preoccupazioni per l’economia, per la tutela dei diritti individuali e i privilegi delle élite, ed è alla base dell’affermazione di leader e movimenti che si definiscono antisistema. Questo affaticamento della democrazia è confermato dalla sensazione che essa abbia perduto la propria capacità propulsiva del cambiamento sociale. In molti Paesi, e in particolare tra i più giovani, le forze democratiche sono spesso percepite impegnate nella difesa dello status quo, mentre le proposte più radicali di cambiamento sociale, che catturano l’immaginazione e accendono l’entusiasmo, paiono provenire da forze di diversa matrice.

Non è più il tempo però di fermarci a lamentare la crisi della democrazia, con il rimpianto più o meno velato per un’epoca d’oro ormai smarrita o rovinata dall’azione di alcuni attori politici. Questi discorsi ci trattengono con lo sguardo rivolto al passato. È venuto il momento di metterci il cuore in pace: la democrazia come l’abbiamo conosciuta e praticata nella seconda metà del XX secolo non esiste più ed è inutile pensare che sia possibile restaurarla, anche se questo può far soffrire soprattutto chi ha vissuto con passione quegli anni.

Dall’impasse usciamo solo se ci rendiamo conto e accettiamo che la democrazia non è malata, ma sta cambiando pelle, come del resto è già successo più volte nel corso della sua storia. La democrazia ateniese non è quella dei Comuni medievali o dei Cantoni svizzeri, né quella elitaria e censitaria del liberalismo ottocentesco. Di ciascuna di queste facce della democrazia, peraltro, la storia mette in rilievo i pregi ma anche i difetti e le contraddizioni, così come farà con quella di massa del XX secolo. Oggi come in passato il cambiamento è il risultato congiunto di una serie di spinte molto varie, in cui tutti siamo coinvolti e in qualche modo abbiamo parte attiva. Cambia la scala degli attori geopoliticamente rilevanti: non più gli Stati nazionali proiettati su uno scenario continentale, ma l’Europa nei confronti delle altre potenze globali. Mutano i luoghi critici in cui la società afferma le proprie priorità e i propri valori e gli attori in grado di influenzare questo processo: non più le ideologie, le religioni o le Chiese, ma il mercato e in particolare l’apparato tecnocratico della Silicon Valley e dei new media, con i suoi potenti mezzi, la sua visione di progresso e il suo ambiguo paternalismo.

In fin dei conti, la democrazia cambia perché è lo specchio di una cultura che sta anch’essa mutando. Da un punto di vista storico questo è semplicemente normale, o addirittura sano: sono i sistemi assolutistici e dittatoriali che resistono a ogni cambiamento cercando di rimanere uguali a se stessi, a costo di qualsiasi anacronismo, fino a che un evento traumatico – una rivoluzione cruenta o la morte del dittatore – li conduce a una fine improvvisa. La capacità della democrazia di mutare potrebbe essere la chiave per la sua permanenza, in forme diverse ma continuando in modo nuovo a salvaguardare i valori di libertà e uguaglianza da cui nasce. E il cambiamento è tutt’altro che finito. La nuova svolta, dopo quella dei social media, è già alle porte: l’irruzione dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi non solo nel mondo dell’economia e della produzione, ma come veri e propri attori sociali, con una ulteriore ridefinizione delle dinamiche di formazione e aggregazione del consenso. Sapremo riconfigurare la democrazia in un’epoca che altrimenti potrebbe risultare drammaticamente simile alle peggiori distopie del secolo scorso?

Può esistere una democrazia senza popolo?
Gli ambiti di questo cambiamento culturale sono molti, e così le spie del suo avanzare, che per chi ha vissuto la democrazia del XX secolo sono altrettanti fattori di disorientamento, se non di vero e proprio scandalo. In questi anni sulle pagine di Aggiornamenti Sociali, negli editoriali e non solo, vi abbiamo dedicato più volte attenzione, e continueremo a farlo. Non è certo possibile condurre qui un’analisi dei profondi mutamenti culturali, antropologici e tecnologici che stiamo vivendo, dalla globalizzazione economica a quella di una cultura a base individualista, da un modello di società fondato sui consumi agli effetti delle nuove tecnologie sul modo in cui le persone entrano in relazione con il mondo. Non possiamo qui che limitarci a qualche spunto parziale, che si concentra sulle dinamiche della comunicazione, in particolare politica.

Che cosa succede alla democrazia quando, tra globalizzazione, individualismo, pragmatismo e frammentazione dei circuiti comunicativi, la gente non si riconosce più come parte di una comunità?

Un primo elemento distintivo del nostro tempo è il primato della concretezza rispetto alle teorie, i principi e i valori. È il portato della fine delle ideologie, con il corollario di una sostanziale indifferenza a quelle che un tempo sarebbero state percepite come contraddizioni. Senza problemi oggi si afferma una cosa e poco dopo il suo contrario, i nemici giurati diventano alleati e gli alleati nemici giurati. La parola, sempre portata all’eccesso per motivi di campagna elettorale, non è espressione di convinzioni profonde e non impegna: l’importante è ciò che si fa, o meglio ciò che si annuncia di fare. Da qui passaggi che ad alcuni paiono surreali, ma che ad altri non pongono assolutamente problema.

Un secondo elemento è la perdita di valore dei fatti come ancoraggio argomentativo e della verità, sempre più frammentata e “personalizzata”, ridotta a una delle tante opinioni tra cui ciascuno sceglie sulla base di una consonanza emotiva e non della solidità di un’argomentazione. È il fenomeno per cui è stato coniato il termine post-verità e che riguarda l’incapacità di avere a che fare con un mondo che appare come troppo complesso, tra l’altro senza disporre di tutte le informazioni rilevanti. La semplificazione risulta così allettante e chi è capace di proporla (o “venderla”) ne risulta avvantaggiato.

Cambia così radicalmente il tenore del discorso politico: l’argomentazione razionale, arma ormai spuntata, è sostituita dalle tecniche comunicative di gestione del consenso, che obbligano però i leader politici a essere anche “follower”, a inseguire gli umori dell’opinione pubblica, fornendo ai sostenitori da compiacere una narrazione “senza tentennamenti o compromessi”, a prescindere dal suo grado di realtà. Complici anche gli strumenti tecnologici utilizzati, questa modalità comunicativa produce circuiti chiusi, al cui interno circola una sola opinione, quella gradita a chi ascolta e per questo veicolata da chi parla, svuotando lo spazio pubblico come luogo di confronto fra posizioni diverse.

L’intersecarsi di queste dinamiche impatta pesantemente sulla fisionomia e l’identità di quel soggetto collettivo – il popolo – a cui la democrazia rimanda fin dal suo etimo. La democrazia del XX secolo funzionava in presenza di un popolo strutturato, attraversato da relazioni profonde al cui interno prende vita una grande varietà di formazioni sociali o corpi intermedi, originando una trama istituzionale che continuamente aggrega la pluralità delle posizioni e degli interessi individuali, mediandoli progressivamente a livelli sempre più elevati. È questa trama – a cui rimanda l’art. 2 della Costituzione italiana – che sostiene la democrazia rappresentativa e i suoi meccanismi di funzionamento. Che cosa succede alla democrazia quando, tra globalizzazione, individualismo, pragmatismo e frammentazione dei circuiti comunicativi, la gente non si riconosce più come parte di una comunità? Non può certo bastare l’invocazione retorica della solidarietà, che oggi dobbiamo pensare più come un punto di arrivo che come una base di partenza dei processi sociali: il popolo come soggetto collettivo è qualcosa da costruire, garantendo che ciascuno vi trovi il proprio spazio. Altrimenti del termine si approprierà chi si pensa investito del ruolo di interprete della volontà popolare, e quindi zittirà e cercherà di espellere tutti coloro che non la pensano come lui. È il destino del popolo in tutti i regimi dittatoriali.

I ruoli dei cattolici
Il mutamento dello scenario investe inevitabilmente anche i cattolici italiani, che con i connazionali condividono il senso di smarrimento, la fatica a riconoscersi come popolo e si confrontano con proposte identitarie che si presentano forti del fascino della semplificazione, ancor più quando non hanno scrupoli a brandire simboli religiosi, anche al di fuori di un legame con la vita delle comunità cristiane e con i responsabili ecclesiali, di cui addirittura si ergono a giudici. Non giova probabilmente alla Chiesa italiana l’eredità di un periodo in cui, nel tentativo o nell’illusione di continuare a “contare” sullo scenario politico, è stata coltivata un’alleanza con chi proponeva un’interpretazione culturale e identitaria del cristianesimo, riducendolo alla battaglia su alcuni valori di bandiera anziché farne risaltare la carica profetica in termini di elaborazione di alternative. L’esibizione ostentata del rosario da parte del leader leghista Matteo Salvini segna – probabilmente e auspicabilmente – il punto finale di questa parabola, giacché dimostra come essa conduca allo svuotamento del simbolo di ogni rimando a una cultura ispirata al Vangelo e quindi al suo asservimento alle logiche del potere mondano.

I cattolici italiani si confrontano con proposte identitarie che si presentano forti del fascino della semplificazione, ancor più quando non hanno scrupoli a brandire simboli religiosi

Ma il cambiamento dello scenario non fa venire meno la responsabilità dei cattolici, che al suo interno continuano a essere chiamati a giocare il loro ruolo, anzi meglio, i loro ruoli. All’interno della base popolare strutturata della democrazia del XX secolo aveva probabilmente senso parlarne al singolare: i cattolici potevano ben rappresentare una componente della società, legati da un intreccio di rapporti con tutte le altre. Lo dice bene l’immagine ormai proverbiale di don Camillo e Peppone: l’uno non può fare a meno dell’altro, e il paese di Brescello perderebbe la propria identità se mancasse uno dei due. Oggi, di fronte alla “evaporazione” del popolo e al rischio di vederlo assorbito in proposte identitarie di parte, occorre valorizzare la pluralità di ruoli che i cattolici ricoprono, non solo in riferimento allo schieramento politico, ma soprattutto rispetto ai processi sociali in cui il Paese esprime la propria vitalità. Questa pluralità di ruoli spazia dalle voci profetiche che esprimono una critica radicale in nome di un primato della carità che non può chiudere gli occhi di fronte a limiti e contraddizioni, e per questo risulta inevitabilmente scomoda, allo sforzo di chi si impegna per costruire legami e ponti, favorendo il dialogo e la coesione, anche a costo di essere bersagliato dalle critiche degli intransigenti, alla tenacia di chi con lo stile di vita e il modo di essere cittadino, imprenditore o lavoratore continua a praticare la ricerca del bene comune anche in un contesto di frammentazione e di individualismo che ha smarrito il significato di questo termine. Anzi, proprio nello scenario dell’insoddisfazione per la democrazia, il bene comune può rivelarsi un concetto assai più radicale e profetico di quanto si potesse sospettare qualche decennio fa, a condizione di saperne rendere accessibili la ricchezza e la profondità agli uomini e alle donne del nostro tempo.

Così, con un gioco di parole, possiamo affermare che il ruolo dei cattolici oggi è avere molti ruoli, e continuare a farli interagire, all’interno della comunità cristiana e ancora di più con le altre componenti sociali di diversa ispirazione. Un modo per farlo è praticare sempre più quello stile sinodale che la Chiesa sta assumendo in questi ultimi anni al proprio interno e verso l’esterno, che diventa testimonianza creativa di come sia possibile tenere insieme la pluralità senza ridurla all’uniformità. Un altro modo è favorire un autentico dialogo intergenerazionale, che permetta ai più giovani di interrogare l’esperienza dei più anziani, in primis quella politica e democratica, a partire dalle domande della società di oggi, e ai più anziani di trasferire la loro esperienza in modo che risulti vitale e permetta di tradurre e rendere oggi comprensibile un patrimonio che altrimenti andrebbe perduto. Se questo dialogo avrà successo, le tante figure che nel passato hanno testimoniato l’impegno politico dei cattolici – da don Milani a Dossetti, da De Gasperi a Moro, per citare solo alcuni dei tanti nomi – rimarranno fonte di ispirazione senza ridursi a santini sbiaditi. Giocare consapevolmente ruoli diversi – a ciascuno il suo –, ma farli interagire in modo fecondo consentirà di offrire narrazioni alternative a quella dominante, andando così a modificare il tono del discorso pubblico. Gli esempi non mancano: basta pensare a tutte quelle comunità che, contro ogni stereotipo, hanno scoperto che l’accoglienza o la cura della casa comune costano fatica, ma producono frutti anche per chi le pratica.

Esperimenti di democrazia futura
Le narrazioni alternative nascono quando le cose non seguono il corso che sembrava inevitabile. Contro le attese dei più pessimisti, almeno per questa volta la pur fragile e avvilita democrazia italiana è riuscita a trovare un antidoto contro la pretesa inequivocabilmente totalitaria di chi chiedeva per sé e la propria compagine “pieni poteri”, spacciandosi per unica voce legittima di un popolo che invece resta plurale. Ovviamente nulla garantisce che andrà sempre così: potremmo trovarci di fronte a un ultimo lampo di un passato glorioso, ma ormai prossimo allo spegnimento, così come all’apparire dei primi anticorpi a difesa della democrazia di fronte alla forma contemporanea dell’assolutismo.

Non è possibile dare oggi una risposta netta, ma qualche elemento di speranza è legittimo raccoglierlo, guardando alla vicenda della Brexit e anche a quella che ha condotto al termine del Governo gialloverde. La campagna referendaria della Brexit è probabilmente l’archetipo dei limiti e dei rischi a cui la democrazia è esposta nell’epoca della post-verità. I fautori dell’uscita del Regno Unito dalla UE hanno bombardato il Paese con una propaganda illusoria, promettendo che uscire sarebbe stato facile come bere un bicchier d’acqua e che l’Unione Europea avrebbe accettato qualsiasi condizione posta dal Regno Unito, per il quale si sarebbe aperta una nuova età dell’oro. Ma oggi la realtà, che era stata decostruita e ricostruita ad arte dalla propaganda, presenta il conto e i fautori della Brexit non sanno come uscire dal castello di illusioni e di menzogne che loro stessi hanno costruito, e rischiano di trascinare l’intero Paese in un baratro. Nei circuiti chiusi della comunicazione politica al tempo dei social media (quelli che i tecnici chiamano echo-chambers e filter bubbles) si può anche rimanere imprigionati. Qualcosa di simile spiega forse la caduta del primo Governo Conte, che secondo alcuni osservatori arriva nel momento in cui la morsa della realtà inizia a mettere alle corde il castello delle promesse della campagna elettorale permanente di Matteo Salvini, in particolare per quanto riguarda la flat tax. Di qui il tentativo estremo di forzare la realtà ad adeguarsi alle promesse (ottenendo i famosi “pieni poteri”) o di liberarsi del problema uscendo dalla compagine governativa.

Abbiamo bisogno di scoprire le modalità per inculturare la democrazia nel mondo dei social network e dell’intelligenza artificiale

Viste in questa luce, le scelte politiche che il secondo Governo Conte è chiamato ad assumere, dalla manovra economica a un nuovo approccio alle questioni migratorie, da un diverso e più costruttivo rapporto con l’Unione Europea e gli altri Stati membri alle tante riforme di cui il Paese ha bisogno, pur importantissime, non sono la principale posta in gioco per il Paese. Saprà questo Governo e soprattutto la maggioranza che lo sostiene svelenire il clima, in modo che sia possibile dare il via a un esperimento di democrazia del nostro tempo? Sapremo noi cittadini fare la nostra parte, imparando a far dialogare le differenze anche all’interno dello scenario della post-verità, uscendo dalle bolle e dalle seduzioni del marketing delle emozioni? Aver sperimentato quanto forti e attraenti siano le pulsioni totalitarie ci dice quanto sia vitale riuscirci.

Per farlo non basta e probabilmente nemmeno serve tirare fuori dalla naftalina un doppiopetto e rispolverare un lessico “classico”, che appariranno inevitabilmente datati. Né è sufficiente allearsi “contro”, quando ci sono un nemico chiaro o un pericolo evidente. Piuttosto abbiamo bisogno di scoprire le modalità per inculturare la democrazia nel mondo dei social network e dell’intelligenza artificiale, traducendo in una nuova lingua quello che esperienze di cui andiamo giustamente fieri ci hanno insegnato essere importante e controbilanciando in questo modo le narrazioni “tossiche”, che negano al passato collettivo che ci unisce qualunque valore per provare a sedurci con promesse di novità mirabolanti. Che siano d’accordo o no con le politiche che questo Governo porterà avanti, le persone, i gruppi e le realtà associative che ancora nutrono la passione per la democrazia – e sappiamo che in Italia non mancano – non potranno negare il proprio apporto a un progetto che mira a rivitalizzarla.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it" La democrazia cambia pelle di Giacomo Costa

Pubblicato in Comune e globale


Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.


Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

L’esercito turco ad Akçakale, lungo il confine con la città siriana di Tell Abiad, l’11 ottobre 2019. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
SIRIA
Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria
Pierre Haski, France Inter, Francia
14 ottobre 2019 11.29
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Sono passati appena cinque giorni dall’avvio dell’offensiva turca in Siria con l’avallo di Donald Trump, ma possiamo già decretare un vincitore, che tra l’altro non è impegnato nel conflitto: Vladimir Putin.

Il presidente russo è il grande beneficiario della destabilizzazione provocata dall’intervento turco nel nordest della Siria. Dalla sera del 13 ottobre le forze del regime di Bashar al Assad, salvato cinque anni fa da Putin, sono entrate in alcune città controllate dai combattenti curdi.

Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi si sono rivolti all’unica alternativa rimasta: il regime siriano, male minore rispetto al nemico storico turco.

Ne deriva un grande rimescolamento delle carte. Fino a poco tempo fa, infatti, buona parte della Siria sfuggiva al controllo di Damasco ed era in mano ai curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dal Regno Unito, che mantengono forze speciali sul campo.

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Il 13 ottobre gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di un migliaio di uomini dalla zona, e possiamo escludere che francesi e britannici siano in grado di gestire la situazione da soli, malgrado la volontà europea di opporsi all’abbandono dei curdi, nostri alleati nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is).

Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington

La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico.

Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti. Alleato e protettore di Damasco, il presidente russo è il padrino delle trattative di Astana che riunisce i protagonisti della guerra, oltre a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia.

Putin mantiene un rapporto particolarmente stretto con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an a cui ha venduto un sistema di difesa antimissile S-400 di fabbricazione russa (nonostante la Turchia faccia parte della Nato). Di conseguenza è difficile che Mosca imponga un embargo simile a quello deciso da Parigi e Berlino, tra l’altro sostanzialmente simbolico.

Il presidente russo sta approfittando al meglio della decisione della Casa Bianca. Donald Trump ripete ai suoi elettori che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente e che andarci è stato un grande errore. Così facendo, lascia campo libero ad altre potenze, molto meno isolazioniste.

Ai tempi della guerra fredda il Medio Oriente si divideva tra i “clienti” di uno schieramento e quelli dell’altro. Con il crollo dell’Unione Sovietica il gioco è diventato sempre più complesso, facendo emergere potenze regionali autonome.

Quale sarà l’aspetto del Medio Oriente dopo le convulsioni provocate dall’intervento turco? Putin saprà approfittare ancora della situazione? In che modo? Osservando la situazione attuale dei curdi possiamo essere sicuri che l’obiettivo di Mosca non sarà sicuramente proteggere i popoli della regione, eterne vittime delle strategie delle potenze di turno.

Da "https://www.internazionale.it" Putin è il grande vincitore dell’intervento turco in Siria di Pierre Haski, France Inter, Francia

Pubblicato in Passaggi del presente

L’invasione turca delle regioni nord-orientali della Siria rappresenta una chiara lesione del diritto internazionale. E anche se il governo turco si rifà a una presunta «minaccia terrorista» da parte delle milizie curde e afferma di voler stabilire una «zona di sicurezza», questo non può ingannarci rispetto al fatto che la Turchia porta avanti una politica sistematica contro la popolazione curda.

Il richiamo al diritto di autodifesa secondo l’articolo 51 è caratterizzato da una forte debolezza argomentativa e non regge a un più attento esame dei fatti. Questa grave ferita inferta al diritto internazionale non è un piccolo atto di poco rilievo, ma mina le fondamenta dell’ordine di diritto internazionale – e, con ciò, gli stessi diritti dell’uomo. Inoltre, essa contribuisce a un escalation della situazione di crisi.

La prima conseguenza di questa invasione è un’ampia crisi umanitaria nelle regioni colpite. Ci sono circa 100.000 persone in fuga, e diventeranno sicuramente di più. Gli attacchi turchi alle città mirano sostanzialmente alla popolazione civile.

Se si considera poi la volontà turca di voler spostare nella «zona di sicurezza» i rifugiati siriani, allora si staglia all’orizzonte il tentativo di deportare la popolazione curda da queste regioni. Ne consegue la minaccia di una «pulizia etnica». La storia, anche quella del Medio Oriente, ci ha insegnato che le «pulizie etniche» producono enorme dolore e ingiustizia, e che a lungo termine si tratta di atti abominevoli e catastrofici.

Per questo va considerata positivamente la convocazione di una seduta di emergenza da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per dare corpo a una reazione adeguata agli eventi. Chiediamo al governo federale tedesco, in collaborazione con i partner della NATO, di agire con decisione verso la Turchia affinché si ponga termine a questa invasione e per rendere possibile l’accesso delle popolazioni colpite agli aiuti umanitari.

Questa richiesta alla Turchia deve essere accompagnata dalla pressione di conseguenti sanzioni. Questo include anche un embargo dell’esportazione di armamenti alla Turchia. Non è accettabile che un alleato metta in atto una politica sistemica di deportazione e che gli altri partner dell’alleanza lascino accadere tutto ciò solo per un cinico calcolo in materia di politiche della sicurezza.


Da "http://www.settimananews.it" Turchia-Curdi: il rischio di una «pulizia etnica» di Heiner Wilmer

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Lunedì, 14 Ottobre 2019 00:00

"L'Europa con Erdogan non farà nulla"

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, non si illude: l'Italia può parlare, ma tutti sanno che alle parole non seguiranno i fatti

“L’Italia? Può parlare, ma tutti sanno che alle parole non seguiranno i fatti. Di questo Erdogan può stare certo”. A sostenerlo è Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la rivista italiana di geopolitica.

Di fronte all’invasione turca del nord della Siria, cosa potrebbe o dovrebbe fare, a suo avviso, l’Europa?

Innanzitutto, dovrebbe trovare una linea comune e già questo mi pare molto difficile. Il rapporto con Erdogan è stato gestito dalla signora Merkel quando ha capito che la sua politica di apertura ai profughi e ai migranti non poteva reggere. Risultato: Erdogan ha le chiavi dell’Europa. Il presidente turco ha intascato diversi miliardi per non rovesciare in Germania e in Europa 3,5 milioni di profughi siriani attendati in Turchia e quindi è come se avesse una bomba atomica pronta all’uso contro gli europei, se questi provassero a disturbare la sua riconquista del Kurdistan siriano.

Quindi siamo in un vicolo cieco?

Noi europei non abbiamo particolari armi di pressione nei confronti della Turchia. Certamente ne hanno gli americani, ma dubito che vogliano usarle fino in fondo.

E Putin?

Putin ha stretto con Erdogan negli ultimi anni un singolare sodalizio basato sull’energia e sulle armi. La Turchia ha acquistato missili S-400 russi in grado di abbattere i più moderni aerei americani, teoricamente alleati. Oggi pero Putin teme che la Turchia penetri in profondità nella Siria del suo amico Assad, dove restano ancora militari e basi russe. Il rischio di una frizione russo-turca è concreto.

I curdi sono destinati al sacrificio?

I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali. Ad esempio, i curdi iracheni non mostrano particolare solidarietà per i ‘connazionali’ siriani, avendo stabilito concreti rapporti con la Turchia. Noi stessi occidentali non abbiamo le idee molto chiare. Consideriamo i curdi del Pkk terroristi e allo stesso tempo quelli dell’Ypg, loro alleati siriani, combattenti per la libertà. Forse bisognerebbe sciogliere questa contraddizione

Abbiamo iniziato il nostro colloquio parlando di Europa, terminiamo con l’Italia. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, hanno condannato a più riprese l’operazione militare turca contro i curdi nel nord della Siria...

L’Italia può parlare, ma tutti sanno che alle parole non seguiranno i fatti. Di questo Erdogan può stare certo.

Da "https://www.huffingtonpost.it" "L'Europa con Erdogan non farà nulla" di Umberto De Giovannangeli

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Non c’è ancora chiarezza su chi organizzò il summit nel centro di accoglienza siciliano. Eppure tutti conoscevano il "signore" della rotta libica.

n mese dopo l’atterraggio di Bija in Sicilia (leggi anche il precedente articolo), succede qualcosa di strano: di colpo le partenze di immigrati e profughi dalla Libia precipitano ai minimi storici, con una riduzione superiore al 50% per ogni mese. Si passa dai circa 26mila di maggio – il vertice nel Cara di Mineo è dell’11 maggio – ai quasi 5mila di settembre. Le statistiche elaborate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, fanno venire in mente Leonardo Sciascia, secondo il quale «le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze».

Eppure, sull’organizzazione di quell’incontro, il giallo continua. Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia. Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti.

All’epoca dei fatti, fonti del governo italiano facevano sapere che «noi dialoghiamo con le autorità legittimamente riconosciute, ma anche con i sindaci, con le tribù, che costituiscono il tessuto connettivo del Paese. Occorre un dialogo politico tra Est e Ovest, una forte spinta diplomatica».

Un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo. Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane.

Gli investigatori si sono mostrati molto interessati alle rivelazioni di Avvenire e già nei prossimi giorni potrebbero esserci sviluppi inaspettati. Fonti delle Nazioni Unite confermano che l’incontro avvenne in accordo con il governo italiano e che Bija si presentò inizialmente come direttore di un centro per migranti. Successivamente venne indicato come funzionario della Guardia costiera e ebbe modo anche di visitare la struttura di Pozzallo.

La sua figura era nota, tanto da venire riconosciuto da alcuni rappresentanti di agenzie umanitarie assai sorpresi di vederlo in Sicilia e da cui ancora oggi trapela lo sconcerto per avere appreso che a uomini su cui pendono anche le investigazioni della Corte penale internazionale dell’’Aia sia stata concessa una via d’accesso sicura per entrare e uscire dall’Italia.

Al centro degli incontri vi era il «modello di accoglienza italiano da esportare in Libia», specialmente il Cara di Mineo, inaugurato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni. Poi la delegazione ha visitato anche altre due strutture siciliane. Un "modello" a cui i libici erano molto interessati e su cui, a quanto raccontano le fonti contattate da Avvenire, «avevano grande interesse anche per i costi di gestione e i finanziamenti che sarebbero stati necessari dall’Italia e dall’Europa per analoghe strutture in Libia».

Poco dopo arriveranno ulteriori accuse dagli investigatori Onu, acquisite dalla Corte penale dell’Aja. «Le sue forze – si legge in uno dei documenti – erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». E alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia.
Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite».

Kachlaf, leader della famigerata brigata Al-Nasr, è a sua volta soggetto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per traffico di esseri umani ed è ritenuto il vero padrone del centro di detenzione di Zawyah, dove hanno sporadico accesso gli osservatori Onu.

Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano nelle scorse settimane che Bija era stato reso «inoffensivo». In realtà sarebbe più in sella che mai. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. È riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata.


da "www.avvenire.it" Il viaggio del boss in Italia: Bija visitò altri centri migranti

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Il Sinodo speciale dei Vescovi del prossimo ottobre sarà sull’Amazzonia, una regione con molteplici caratteristiche e problematiche, un paradigma di applicazione dell’ecologia integrale che dimostra come tutto è connesso, a livello locale e globale, e che tutto ci riguarda.

Un nuovo appuntamento sinodale attende la Chiesa: dal 6 al 27 ottobre si svolgerà l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, dal titolo «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale»1. L’attenzione si concentra su un territorio di cui si riafferma la specificità: «L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multietnica, pluriculturale e plurireligiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa» (DP, Introduzione). Essa oggi sperimenta «una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una “cultura dello scarto” e una mentalità estrattivista». Al tempo stesso le riflessioni del Sinodo, che non a caso si svolgerà in Vaticano e vedrà tra i suoi membri anche rappresentanti di Paesi e Chiese molto lontani dall’Amazzonia, «superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta» (ivi).

Per questa ragione occuparci del Sinodo per l’Amazzonia non è una fuga esotica dai nostri problemi locali, comunque non trascurabili. Nelle pagine che seguono proveremo a ragionare sulla rilevanza di questo Sinodo per noi “non amazzonici”, offrendo alcune informazioni fondamentali per comprenderne il percorso e soprattutto mostrandone la fecondità anche per il nostro contesto.

Connessioni tra globale e locale
Questo Sinodo è un esperimento, il primo probabilmente, di articolazione tra la dimensione locale e quella globale all’interno del paradigma dell’ecologia integrale. L’attenzione a legami e connessioni permette di cogliere ciò che fa dell’Amazzonia una unità peculiare, al di là delle frontiere che la percorrono, e obbliga a non dimenticare ciò che la collega al resto del pianeta, il contributo che essa offre in termini ambientali e di biodiversità, lo sfruttamento che patisce e che rappresenta una minaccia per il mondo intero.

Proprio l’articolazione tra globale e locale è la chiave interpretativa principale per comprendere lo sviluppo di questo percorso sinodale e capire come parteciparvi autenticamente, seppur con modalità differenziate. Con tutta evidenza il Sinodo interpella in modo diverso chi vive in Amazzonia e tutti noi che ne siamo fuori: la questione riguarda tutti, ma non allo stesso modo. È di vitale importanza rispettare la scelta di focalizzare il Sinodo su una regione peculiare, evitando di imporre prospettive estrinseche o di “globalizzarlo”, aggiungendo temi rilevanti in altri contesti. Lo stesso atteggiamento sarà richiesto nei confronti delle conclusioni, che risulteranno appropriate solo a quel contesto sociale ed ecclesiale, e non potranno essere applicate altrove o a scala globale in modo automatico e acritico senza tradirne la specificità.

Sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale

Questo non vuol dire che il Sinodo sull’Amazzonia sia lontano o irrilevante per tutti noi “non amazzonici”. Al contrario: esso ci chiede la disponibilità all’ascolto profondo sia di una prospettiva sul mondo a cui non siamo abituati, con la fatica e la ricchezza che questo comporta, sia delle richieste pressanti che l’Amazzonia rivolge al resto del pianeta per superare la crisi che l’attanaglia, a vantaggio di tutti. In secondo luogo, sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale.

Un soggetto originale: il bioma amazzonico
Un primo passo indispensabile per seguire il Sinodo è mettere a fuoco la complessità dell’Amazzonia, le caratteristiche che la rendono per molti versi un unicum. Si tratta di un territorio enorme, di circa 7,5 milioni di kmq (25 volte l’Italia), suddiviso tra 9 Paesi (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, più la Guyana francese), nessuno dei quali però si trova interamente nella regione amazzonica: la maggioranza della popolazione di questi Paesi vive nelle porzioni di territorio ad essa esterne, dunque per quanto vasta, l’Amazzonia si trova sempre in una condizione di minoranza.

Tra gli abitanti di questo immenso territorio vi sono quasi 3 milioni di indigeni, appartenenti a circa 390 popoli e nazionalità differenti, oltre a un numero di popoli indigeni in condizione di isolamento volontario, stimato tra 110 e 130. Si esprimono in 330 lingue diverse, metà delle quali parlate da meno di 500 persone. Ben più numerosi sono gli abitanti di origine diversa, arrivati lungo i secoli, che parlano le lingue nazionali dei Paesi di origine (principalmente spagnolo e portoghese) e rappresentano la maggioranza della popolazione urbana della regione. Di recente è comparsa una nuova categoria, quella degli indigeni urbanizzati, di cui alcuni restano riconoscibili, mentre altri tendono a essere assimilati dalla popolazione maggioritaria.

Del tutto peculiare è anche l’importanza dell’Amazzonia dal punto di vista ambientale: essa è la principale riserva di biodiversità, ospitando tra il 30% e il 50% delle specie viventi (animali e vegetali) del pianeta. Contiene inoltre circa il 20% dell’acqua dolce non congelata di tutta la superficie terrestre, e svolge un ruolo di polmone climatico per l’intera America latina e non solo.

In questa immensa varietà, che consente di parlare di una pluralità di Amazzonie, è l’acqua, «attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti» (DP, n. 1). Questo vale per l’ambiente naturale, come per la popolazione umana, in termini tanto economici quanto culturali e simbolici, visto che proprio i fiumi permettono di spostarsi in una regione coperta quasi per intero da una fittissima foresta.

Il termine scelto dai documenti sinodali per esprimere questa identità complessa, che è insieme geografica, antropica e ambientale, è bioma, cioè una porzione ampia di biosfera caratterizzata da una certa vegetazione o fauna dominante. Il termine è applicato anche ad altri contesti analoghi: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero guaranì. Potremmo aggiungere probabilmente le regioni artiche e, con l’importante variante dell’assenza di una popolazione stabile e quindi di culture specifiche, quelle antartiche.

La scelta di un termine tanto tecnico indica che le ordinarie categorie, basate sui confini politici o amministrativi (cioè lo Stato e le sue suddivisioni), non sono sufficienti a rendere ragione della realtà che abbiamo descritto e dell’equilibrio che i popoli che la abitano hanno saputo costruire con l’ambiente lungo i secoli. È questa realtà a chiederci lo sforzo di aumentare il numero delle prospettive con cui l’avviciniamo o di ricomporle in maniera più adeguata. Rinunciare a farlo provoca, come insegna l’enciclica Laudato si’, l’incapacità di mettere a fuoco tutte le dimensioni di un problema e preclude la possibilità di trovare soluzioni davvero efficaci. Questo vale anche a livello ecclesiale: è decisamente innovativo dedicare un Sinodo speciale a un territorio che non corrisponde a un insieme di Conferenze episcopali, che ordinariamente sono organizzate a base nazionale.

Per noi “non amazzonici” questo diventa un invito a rimettere in discussione confini, prospettive e categorie a cui facciamo usualmente ricorso per caratterizzare un territorio e analizzarne le problematiche, in quanto insufficienti a rendere ragione della realtà. Un esempio che ci può aiutare è quello delle regioni alpine: a prescindere dai confini politici e amministrativi, sono caratterizzate da una significativa omogeneità ambientale e naturalistica, e le loro popolazioni sono portatrici di tratti culturali comuni, oltre che di una storia di rapporti che le lega le une alle altre. Ciò che visto dalla pianura sembra una barriera insormontabile, non lo è per chi vi abita. L’arco alpino e le sue popolazioni condividono con l’Amazzonia il fatto di essere suddivisi tra una pluralità di Paesi, in cui rappresentano sempre una minoranza. Con frequenza emergono così tensioni e conflitti verso “la pianura” e la sua popolazione, che esplodono soprattutto attorno ai grandi progetti infrastrutturali (in Italia pensiamo al caso TAV) o alla gestione di risorse (l’acqua che fa funzionare le centrali idroelettriche), i cui benefici non sono distribuiti in maniera proporzionale ai costi.

Le dinamiche presentano analogie, pur senza raggiungere i livelli di sfruttamento e di violenza che sperimenta l’Amazzonia. L’ultima caratteristica che oggi la segna in modo drammatico è infatti il rapporto con il resto del mondo, che la vede innanzi tutto come una gigantesca riserva di risorse da utilizzare e spesso da saccheggiare, senza tener conto dei diritti di chi la abita da sempre.

Un tesoro di saggezza
«Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018). Mettersi in ascolto dei popoli indigeni e di tutte le comunità che vivono in Amazzonia è fondamentale anche dalla nostra prospettiva, che non è solo globale ma anche “altrimenti locale”. Prima che «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause», offrire soluzioni o ancor peggio imporre loro la nostra agenda e i nostri problemi, siamo chiamati «ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, n. 198). Non è facile, soprattutto a distanza, anche se negli ultimi tempi «i popoli indigeni hanno iniziato a scrivere la loro storia e a descrivere in modo più preciso le loro culture, abitudini, tradizioni e saperi» (DP, n. 3), rendendo più accessibile la loro visione del mondo.

Questa “cosmovisione” e lo stile di vita che ne consegue è spesso indicata con l’espressione buen vivir (in italiano “buon vivere”), che traduce in spagnolo espressioni di diverse lingue amazzoniche, come sumak kawsay, alli káusai o shien pujut. Si tratta di un modo di vivere che affonda le radici nelle tradizioni indigene e fa riferimento non a una dottrina compiuta, ma a pratiche di creazione di relazione tra le persone e i gruppi attraverso il legame con il territorio. Al centro si trovano quindi le relazioni tra acqua, territorio, ambiente naturale, vita comunitaria e cultura. Come afferma il n. 12 dell’IL, citando un documento ufficiale dei popoli amazzonici, «Si tratta di vivere in “armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, perché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non esiste chi esclude né chi è escluso, e che tra tutti si possa forgiare un progetto di vita piena”». Buen vivir è questione di contemplazione, rispetto e cura del bioma di cui si è parte (cfr ivi, n. 95), con «effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la “Madre Terra”, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio» (ivi, n. 121).

Le culture amazzoniche sono una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni

Per noi occidentali è fondamentale ascoltare queste parole sgomberando la nostra mente da molti retaggi che ci condizionano: dal mito del “buon selvaggio” alla dialettica tra arretratezza e modernità. Le culture amazzoniche sono tutt’altro: una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni, invidia, rabbia, violenza, aggressioni, corruzione, ecc. Il buen vivir non è una condizione idilliaca data una volta per tutte, ma un cammino tanto concreto quanto fragile. Né esclude il rapporto con altre culture: la sua logica incorpora ad esempio l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e agli altri diritti fondamentali di cui gli indigeni godono come tutti gli altri cittadini.

L’importante resta rispettare la loro autonomia nel definire i parametri e le componenti del buen vivir, senza applicare indicatori di povertà, benessere o sviluppo che a loro risultano estranei e probabilmente incomprensibili. La definizione occidentale di qualità della vita non può prescindere da un certo agio economico e dal raggiungimento di determinati livelli di consumo e questo ci rende molto difficile capire come persone con scarsi beni materiali e con una notevole insicurezza di vita, come la maggior parte dei popoli amazzonici, possano vantarsi di buen vivir.

Si apre qui un interrogativo radicale sulla definizione di “vita buona” alla base del nostro modello di progresso. Per poter accogliere questa provocazione salutare, abbiamo bisogno di liberarci da stereotipi e pregiudizi che non ci consentono di prendere sul serio questi popoli e di entrare con loro in un dialogo autentico, sgombro da qualsiasi paternalismo. Come riconosce il n. 111 dell’IL, il problema riguarda anche la Chiesa: «A volte c’è la tendenza a imporre una cultura estranea all’Amazzonia che ci impedisce di comprendere i suoi popoli e di apprezzare le loro cosmovisioni», tanto che alcune critiche radicali rivolte alla Chiesa sostengono che nessun progetto di evangelizzazione sia scevro dalla prospettiva coloniale. Papa Francesco ci sprona a non cadere in questi rischi: «È urgente accogliere l’apporto essenziale che [i popoli indigeni] offrono a tutta la società, non fare delle loro culture una idealizzazione di uno stato naturale e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo. La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura» (Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, cit.).

Per noi “non amazzonici” questo significa abituarci a vedere la realtà da più punti di vista e accettare di essere messi in discussione da quelli degli altri, non per assumerli supinamente – il complesso di colpa dell’Occidente –, ma per esserne stimolati e a nostra volta stimolarli. Sono legittimi quei rilievi che segnalano limiti e debiti ideologici in certe argomentazioni e letture dei fenomeni sociali ed economici che provengono dai contesti latinoamericani, ma a condizione che accettiamo di lasciarci dire che, visto dalla loro prospettiva, il nostro ideale di “vita buona”, anche nella sua versione migliore, è intriso di materialismo, che la nostra cultura, anche ecclesiale, trasuda non solo secolarizzazione, ma secolarismo, e fatica a lasciare uno spazio riconoscibile per la trascendenza, e infine che l’individualismo in cui siamo immersi senza più nemmeno accorgercene ci rende incapaci di pensare in termini di soggetti collettivi, comunità e popoli.

Qualcosa di analogo vale anche in una chiave più esplicitamente cristiana e teologica: rintracciare in certe espressioni sospetti echi di paganesimo deve andare di pari passo con la rinuncia all’idea che esiste una cultura cristiana per antonomasia, paradigma di riferimento che giudica le altre, senza che queste possano metterla in discussione. La prospettiva poliedrica dell’Evangelii gaudium e la centralità del dialogo che segna il paradigma dell’ecologia integrale hanno valore anche tra forme di cristianesimo inculturate in contesti diversi, aprendo ciascuno al riconoscimento e alla riconoscenza per il contributo degli altri.

Strade nuove
Il titolo del Sinodo ne indica anche l’obiettivo: «nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale». «Nuovo» va inteso qui nel senso radicale che il termine assume nell’enciclica Laudato si’ quando parla di conversione ecologica, affermando che è indispensabile «allargare nuovamente lo sguardo» se vogliamo costruire un progresso «più sano, più umano, più sociale e più integrale» (n. 112). Per questo un’autentica cultura ecologica «non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (ivi, n. 111). Una entità così delicata e ricca di intrecci tra le sue diverse dimensioni quale il bioma amazzonico è un esempio paradigmatico di questa necessità.

Il termine «cammini» scelto per il titolo del Sinodo ci suggerisce una immagine della sfida che ci attende, quella delle vie di comunicazione, uno dei punti critici per l’Amazzonia. Il “nuovo” di cui essa ha bisogno non è rappresentato dalle autostrade che molti vogliono moltiplicare al suo interno, contribuendo alla sua distruzione, con gravi conseguenze per l’intero pianeta. “Nuovo” non è nemmeno riproporre la piroga che solca i fiumi, se questo significa rinchiudere i popoli dell’Amazzonia nell’idealizzazione del passato. Vedremo come l’Assemblea sinodale e il processo che ne scaturirà riusciranno concretamente a tracciare questi “nuovi cammini”, coinvolgendo innanzi tutto le comunità e i popoli dell’Amazzonia in tutte le loro articolazioni, nella consapevolezza che «dare forma a una Chiesa dal volto amazzonico ha una dimensione ecclesiale, sociale, ecologica e pastorale, spesso conflittuale» (IL, n. 111).

Anche al di fuori dei confini dell’Amazzonia non mancano situazioni in cui questo approccio potrebbe risultare risolutivo. È il caso del Mediterraneo

Questa ricerca coinvolge noi “non amazzonici” più di quanto pensiamo: in primo luogo perché beneficiamo degli effetti positivi della regione amazzonica in termini ambientali globali; e poi perché le contraddizioni che ne minacciano la sopravvivenza hanno origine altrove e si intrecciano con il funzionamento della nostra economia globale, con modelli di progresso e di crescita economica che ancora vedono nell’ambiente una risorsa da saccheggiare, con le scelte di grandi imprese multinazionali che si muovono solo in vista della massimizzazione del profitto a breve termine, con stili di vita improntati alle logiche del consumismo. Da sola l’Amazzonia non potrà resistere a queste pressioni formidabili: perché essa possa continuare a esistere con il suo volto, ha bisogno che il resto del mondo le lasci lo spazio per farlo. È questa una responsabilità che ci coinvolge in quanto consumatori, investitori, cittadini ed elettori, facendo appello alla creatività di tutti in vista della costruzione di alternative autenticamente sostenibili.

Mentre ci impegniamo in questa direzione, potremo anche lasciarci ispirare non tanto dalle soluzioni a cui il percorso sinodale giungerà – difficilmente risulteranno appropriate ad altri contesti –, ma dal suo invito alla creatività e dal suo esempio di inclusione di una pluralità di prospettive: anche al di fuori dei confini dell’Amazzonia non mancano situazioni in cui questo approccio potrebbe risultare risolutivo. È il caso del Mediterraneo, con molte analogie e altrettante differenze rispetto all’Amazzonia: una regione con una identità ambientale precisa, in cui millenni di relazioni, commerci e conflitti hanno intrecciato le culture che su di esso si affacciano, conferendo una impronta comune al di là delle differenze linguistiche, religiose ed etniche, anche a livello di cultura materiale e popolare (basta pensare al cibo, anche oltre la suggestione di un brand globalizzato come la dieta mediterranea). Al centro di tutto questo un mare – ancora una volta l’acqua – che da sempre unisce le sue rive, mettendo in comune (nel bene e nel male) ciò che hanno e ciò che sono, ma che oggi si vorrebbe trasformare in una barriera per tenere lontane persone percepite come minaccia e che troppo spesso diventa la loro tomba.

Davvero non riusciamo a guardare al Mediterraneo da prospettive alternative, capaci di farci superare le contraddizioni in cui continuiamo a inciampare e i problemi a cui non riusciamo a dare soluzione? Mentre promuoveva il Sinodo amazzonico e ne accompagnava la preparazione, papa Francesco ha realizzato alcune iniziative che mettono in nuova luce le questioni mediterranee: dal Documento sulla fratellanza umana siglato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, (febbraio 2019), al viaggio in Marocco (marzo 2019), al discorso pronunciato a Napoli il 21 giugno scorso, dedicato proprio al ruolo della teologia nel contesto del Mediterraneo. In questa linea, perché non sognare anche un Sinodo mediterraneo, senza con questo scaricare sul Papa l’onere di assumere tutte le iniziative? I nuovi cammini dell’ecologia integrale riguardano l’Amazzonia, ma non solo.


1 L’Assemblea è stata preceduta da un articolato cammino di avvicinamento e dalla pubblicazione del Documento preparatorio (DP, 8 giugno 2018) e dell’Instrumentum laboris (IL, 17 giugno 2019). I testi, insieme a molto altro materiale informativo, sono disponibili sul sito <www.sinodoamazonico.va>. Inedito è il ruolo svolto nella preparazione del Sinodo dalla Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), nata nel 2014 con l’obiettivo di trovare le modalità migliori «per incarnare il Vangelo in una porzione particolarmente vulnerabile del popolo di Dio», secondo le parole usate dal suo coordinatore, Mauricio López, sul numero di giugno-luglio di Aggiornamenti Sociali.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it" Sinodo per l’Amazzonia: perché coinvolgerci e come? di Giacomo Costa

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