Un emendamento approvato alla Camera esclude le famiglie numerose straniere dalle agevolazione della “Carta della famiglia”. Un altro gradino verso il basso, dopo la fine della protezione umanitaria e il caso mense di Lodi: ormai siamo al razzismo di Stato.

Prima il problema non erano gli stranieri, ma i richiedenti asilo “che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese” (parole e musica di Matteo Salvini, giusto un’estate fa). Poi il problema sono diventati anche coloro che potevano beneficiare della protezione umanitaria, concessa in situazioni in cui non si poteva richiedere asilo politico, ma si era comunque davanti a persone in fuga da persecuzioni o disastri naturali, un istituto della durata di due anni e permetteva di accedere al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Abbastanza per cancellare pure questa, con un colpo di spugna nel decreto cosiddetto sicurezza, e per trasformare, non si sa bene per quale motivo, decine di migliaia di persone - 39mila nel solo 2017 - in fantasmi senza possibilità di lavorare e senza fissa dimora.

Poi non bastava nemmeno la protezione umanitaria e il blocco nazional-populista di Lega e Cinque Stelle se l’è presa con gli stranieri extracomunitari, legalmente residenti e contribuenti. È di ieri l’approvazione di un emendamento alla legge di bilancio che esclude le famigilie extra-Ue con più di tre figli dalle agevolazioni per le famiglie numerose legate alla cosiddetta “carta della famiglia”, istituita dal governo Gentiloni. Prima gli italiani? Nemmeno un po’, a questo giro. A questo giro è solo agli italiani. Perché si tratta di sconti dal 5% al 20% alle famiglie con almeno tre figli e un Isee inferiore a 30mila euro annui su medicinali, prodotti alimentari, bollette di luce e acqua, corsi di formazione, libri scolastici, biglietti dei mezzi pubblici, prodotti per l’igiene personale e biglietti per il cinema e per i musei offerti dai negozianti su base volontaria, senza costi aggiuntivi per lo Stato. Il Legislatore, in questo caso, sta dicendo a quei negozianti di non fare sconti alle famiglie extracomunitarie, in quanto extracomunitarie.

Questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia

Poca cosa? No, per nulla. Perché questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia. E fa pensare che tutto questo sia stato approvato a maggioranza in una commissione del Parlamento Italiano, senza che il Movimento Cinque Stelle, silente e ipocrita alleato leghista in questa corsa ad alzare sempre di più l’asticella dell’odio verso gli stranieri, decidesse di dissociarsi. O le opposizione di boicottare il voto. O dell’opinione pubblica di ribellarsi.

No. E forse, dopo sei mesi di dottrina Salvini, siamo già tutti rassegnati a questo clima infame verso chiunque sia contemporaneamente straniero e povero in Italia. Lodi e il regolamento che, attraverso un diabolico artificio burocratico, escludeva i bambini extracomunitari dalle mense e dagli scuolabus era stato l’esperimento, la versione beta. La reazione, per quanto bella, insufficiente a convincere il centrodestra a ritirare il provvedimento. La battaglia era già stata persa allora, a ben vedere. Quel che stiamo facendo passare oggi è il trasferimento su scala nazionale di quel medesimo disegno, sperimentato a livello locale. E, se passa, non è che l’inizio. Quand’è che suona la sveglia, Cinque Stelle, sinistra, opposizioni?


Da "www.linkiesta.it/" Niente agevolazioni alle famiglie extracomunitarie: l’Italia sta diventando uno Stato razzista di Francesco Cancellato

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Lunedì, 10 Dicembre 2018 00:00

Lo sciopero delle donne in Argentina

Lo hanno organizzato i movimenti femministi dopo la recente assoluzione degli uomini accusati di aver stuprato e ucciso una ragazza di 16 anni, Lucía Pérez

Mercoledì 5 dicembre, in Argentina, un movimento femminista ha organizzato uno “sciopero delle donne”, contro la recente sentenza che ha assolto le persone accusate di aver ucciso Lucía Pérez, una ragazza di 16 anni che secondo l’accusa fu drogata, violentata, impalata, abbandonata all’ospedale di Mar del Plata, a sud di Buenos Aires, l’8 ottobre del 2016, e che morì in seguito a un arresto cardiaco causato dalle violenze. Ieri migliaia di donne si sono trovate in diverse città del paese davanti ai tribunali per chiedere la destituzione dei giudici del processo Pérez e denunciare «la giustizia patriarcale».

Negli ultimi due anni Lucía Pérez è diventata – in Argentina e non solo – una specie di simbolo della violenza contro le donne. I dati più recenti dicono che in Argentina viene commesso in media un femminicidio ogni 36 ore, e che in più della metà dei casi l’aggressore è il compagno o l’ex compagno della vittima. Nel 2016 la sua morte scatenò una grande reazione popolare. In una lettera aperta il fratello della ragazza, Marcos, scrisse che era necessario «raccogliere le forze e scendere per le strade, per gridare tutti insieme, ora più che mai: “Non una di meno”». Quel femminicidio diede inizio al primo sciopero generale delle donne in Argentina e a una serie di manifestazioni femministe in molti paesi sudamericani, che avviarono a loro volta il movimento NiUnaMenos (“Non una di meno”) che poi, per contagio, portò al risveglio dei movimenti femministi di tutto il mondo, compresa l’Italia.


La prima ricostruzione di ciò che successe a Lucía Pérez la fece la pm Maria Isabel Sánchez durante una conferenza stampa a poche ore dai fatti: disse che la ragazza – che aveva sedici anni e che frequentava l’ultimo anno delle superiori – aveva subito «una violenza sessuale disumana». La mattina dell’8 ottobre due uomini la passarono a prendere a casa. Lei li aveva contattati il giorno prima per conto di un amico, interessato ad acquistare della marijuana. I due, raccontò la pm, portarono la ragazza a casa di uno di loro, la torturarono, abusarono sessualmente di lei e la seviziarono. Dopodiché la lavarono, la vestirono con abiti puliti e la portarono su un furgone davanti all’ospedale, dove i medici non riuscirono però a rianimarla. «La sua morte è stata causata da un riflesso vagale a seguito di abusi violenti con uno degli oggetti che le sono stati inseriti a fondo nella vagina e nell’ano, provocando delle profonde lacerazioni», disse Sánchez.

Per la morte di Pérez vennero identificati e fermati prima Matías Farías, di 25 anni, e Juan Pablo Offidani, di 43 anni, e poi un terzo uomo, Alejandro Maciel di 61 anni, accusato di aver cercato di coprire il reato cancellando le prove. Lo scorso 26 novembre è arrivata la sentenza: i primi due, per cui era stato chiesto l’ergastolo, sono stati assolti dall’accusa di abuso sessuale aggravato e sono stati invece condannati a 8 anni per la vendita di droga a una minorenne, mentre il terzo è stato assolto dall’accusa di occultamento di cadavere.

Secondo i giudici Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale, la morte di Pérez non è stata un femminicidio e gli abusi sessuali non sono stati dimostrati. Nella sentenza hanno infatti scritto che la ragazza non è stata stuprata, che ha avuto rapporti consensuali e che è morta per overdose (i periti avevano stabilito che «la causa più probabile della morte» fosse «asfissia tossica» e che le lesioni trovate sul suo corpo potevano anche «non essere compatibili con gli abusi sessuali»). In base alle chat con le amiche, i giudici hanno detto che Pérez «non era una persona che poteva essere facilmente costretta ad avere relazioni sessuali non consensuali», che «sceglieva volontariamente gli uomini con cui andare», che dalle sue esperienze precedenti si poteva scartare la possibilità che fosse stata «sottomessa senza la sua volontà» e che aveva già avuto relazioni con uomini più grandi: «Qui non c’è stata violenza fisica, né psicologica, né subordinazione, né umiliazione», si legge nella sentenza. I giudici hanno anche chiesto di mettere sotto indagine la condotta della pm Sánchez, che dopo la morte della ragazza aveva parlato dei particolari delle violenze, secondo loro non dimostrabili, influenzando l’opinione pubblica.

Subito dopo la sentenza il movimento femminista argentino ha proclamato un nuovo sciopero nazionale delle donne, che si è svolto ieri, mercoledì 5 dicembre. A Buenos Aires la manifestazione è partita dal tribunale ed è arrivata a Plaza de Mayo, ma ci sono state manifestazioni in molte altre città, con performance, canzoni e striscioni.


«Questa sentenza aiuta gli stupratori e uccide ancora una volta Lucía», è stato detto. E ancora: «Siamo tutti Lucía, la giustizia patriarcale è l’impunità». La madre di Pérez è intervenuta alla protesta di Mar del Plata: «Loro non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non le hanno dato niente. E la morte di mia figlia cos’è, un regalo?». Il movimento NiUnaMenos ha scritto che «Lucía è stata uccisa due volte. La prima volta dagli esecutori diretti, la seconda da chi li ha assolti negando che due adulti che somministrarono cocaina per sottomettere una adolescente siano responsabili di abuso e femminicidio».

La critica principale alla sentenza sostiene che la decisione dei giudici si sia basata su un pregiudizio e soprattutto sulla vita privata di Pérez: su prove, cioè, relative ai suoi antecedenti sessuali e alla sua condotta, fornendo un contesto di giustificazione alla violenza e portando così a dare per scontato il suo consenso. A commento della sentenza è intervenuto anche l’Istituto argentino di studi comparati in scienze penali e sociali (Inecip): in una dichiarazione ufficiale, ha parlato di “giustizia patriarcale”, di «giudizi pregiudizievoli e illegittimi sulla vittima» e ha scritto che la decisione dei giudici «mostra un’indifferenza totale alle esigenze che la legge internazionale in materia di diritti umani pone da decenni nell’inserire la prospettiva di genere nei giudizi per crimini sessuali. L’imponente quantità di pregiudizi mostrati durante il processo, e ratificati dalla sentenza, rendono questa decisione un’imposizione arbitraria e manifestano una cultura della violenza. In questo modo si mette sotto processo la vittima».


Da "www.ilpost.it/" Lo sciopero delle donne in Argentina

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 07 Dicembre 2018 00:00

Contratti a tempo determinato a rischio

Assolavoro: "Da gennaio 53 mila lavoratori a casa". Martina attacca: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione"


"Con riferimento al Decreto Dignità, il 30% delle imprese" del settore metalmeccanico "non rinnoverà, alla data di scadenza, i contratti a tempo determinato in essere". Lo afferma Federmeccanica nel comunicato relativo alla sua Indagine congiunturale sull'Industria Metalmeccanica.

Federmeccanica aggiunge: "Il 37% intende trasformarli in contratti a tempo indeterminato mentre un altro 33% si riserva di decidere, valutando la situazione alla scadenza". Come spiega il direttore generale Stefano Franchi, l'associazione "monitorerà il trend, anche in relazione alla decisione delle imprese che non si sono pronunciate". In tema di occupazione, Franchi rileva in primo luogo che "per avere una occupazione stabile serve una crescita stabile".

Il direttore generale di Federmeccanica rileva inoltre che "le norme non creano occupazione, possono agevolare o meno un percorso di assunzione. Noi riteniamo che la flessibilità possa agevolare. Una flessibilità - sottolinea ancora - che non significa precarietà visto che nel nostro settore il 40% dei contratti a tempo indeterminato sono trasformazioni di contratti flessibili e il 98% dei contratti sono a tempo indeterminato".

In una nota di Assolavoro, che parla di "stima prudenziale, si afferma poi che sono circa 53.000 le persone che dal 1°gennaio 2019 non potranno essere riavviate al lavoro dalle Agenzie per il Lavoro perché raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato. È l'effetto della circolare del Ministero del 31 ottobre che ha considerato compresi nelle nuove misure anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità.

Il primo commento arriva dal candidato alla segretaria del Pd, Maurizio Martina: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione, altro che dignità. Secondo Federmeccanica il 30 per cento delle imprese non rinnoverà i contratti a tempo determinato ai propri dipendenti #ladridifuturo".


Secondo l'indagine di Federmeccanica, "circa il 50% delle aziende del settore metalmeccanico non trova profili richiesti e i neodiplomati e neolaureati assunti sono ritenuti dal 22% delle imprese non in possesso di una adeguata preparazione sia tecnologica/avanzata sia tecnica di base/tradizionale".

"Quello dell'Istruzione e della Formazione è un tema cruciale. I dati ci dicono che siamo in grave ritardo. È evidente lo scollamento tra scuola e impresa, che rende poi necessari interventi formativi riparatori, non solo sulle nuove tecnologie ma anche per le competenze di base", afferma il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi. "Per questo Federmeccanica ha lanciato nei giorni scorsi la Petizione 'Più Alternanza. Più Formazione' a sostegno dell'alternanza scuola lavoro e della formazione di qualità", ha sottolineato.

Settore metalmeccanico in fase di "sostanziale stagnazione", si spiega, a partire dai primi mesi del 2018. Nel terzo trimestre dell'anno la variazione congiunturale è risultata pari al +0,1% dopo il -0,6% del primo e il +0,8% del secondo mentre in termini tendenziali il tasso di crescita si è ridotto all'1% nel trimestre estivo rispetto a dinamiche medie di poco superiori ai 4,5 punti percentuali realizzati nel corso della prima metà dell'anno. Si sottolinea che "i volumi prodotti risultano inferiori del 22% rispetto a quelli che si realizzavano prima della recessione del 2008-2009". Pesa "la contrazione del tasso di crescita dei consumi delle famiglie e della domanda per beni d'investimento oltre al rallentamento della domanda mondiale, che incide negativamente sulle esportazioni del settore metalmeccanico che indirizza all'estero oltre la metà delle proprie produzioni", continua Federmeccanica.

Nel terzo trimestre il tasso tendenziale di crescita dell'export è stato pari, in valore, al +2,9% rispetto al +6,5% evidenziato nell'ultimo trimestre del 2017, aggiunge Federmeccanica, spiegando che complessivamente nei primi nove mesi del 2018, i flussi di produzione indirizzati ai mercati esteri sono cresciuti del 3,2% rispetto al + 3,8% delle importazioni, mentre il saldo dell'interscambio ha evidenziato un attivo pari a circa 39 miliardi di euro collocandosi sugli stessi livelli del precedente anno.

"L'industria Metalmeccanica italiana sta vivendo un momento di rallentamento e di incertezza", ha commentato Fabio Astori, vicepresidente di Federmeccanica. "Il quadro complessivo evidenzia ancora una volta l'esigenza di misure concrete di politica industriale per ridare slancio alla nostra economia. Occorre puntare sulle imprese per generare sviluppo. Non ci sono altre strade", ha spiegato Astori.

"C'è tanto ancora da fare sotto questo profilo su vari ambiti, ma oggi vogliamo sottolineare un aspetto su tutti, che deve stare alla base di qualsiasi percorso di crescita: la creazione delle competenze e conoscenze che servono alle aziende oggi e domani. Queste sono le fondamenta senza le quali il sistema non può reggere", ha concluso il vicepresidente di Federmeccanica.

Da "www.huffingtonpost.it/" Federmeccanica: "Col decreto dignità il 30% delle imprese metalmeccaniche non rinnoverà i contratti a tempo determinato"

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Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

L’Europa sull’orlo della recessione

VIDEO

25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso

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Venerdì, 30 Novembre 2018 00:00

L’incertezza sta uccidendo l’Italia

Ci sono due cose che il governo dovrebbe fare, subito: chiudere la legge di bilancio prima possibile. E finire la guerriglia contro l'Europa. Perché è questa lunga e snervante incertezza che sta bloccando il Paese, non uno o due decimali di deficit in meno.


Riassunto delle puntate precedenti: da circa sette mesi i tassi sul debito pubblico italiano sono tra i 100 ed i 200 punti base maggiori di quanto fossero stati nei tre anni precedenti e oscillano, a volte violentemente, fra 220 e 320 generando sia incertezza che lauti guadagni per chi o ben anticipa gli umori del mercato o ben li influenza. Durante questi lunghi mesi nessuna legge di bilancio è stata varata, le politiche fiscali, assistenziali, pensionistiche, di investimento e di spesa pubblica in generale per gli anni a venire (a partire dall’1 gennaio prossimo venturo e per i tre anni seguenti) rimangono oggetti nebulosi che cambian forma, contenuto e data d’attuazione ogni settimana a seconda di quale membro del governo abbia voglia di rilasciare alla stampa le sue personali opinioni. Questa settimana, sembra, tocca alle esternazioni rassicuranti ed alle dichiarazioni di “buona volontà” (a dire: forse facciamo un deficit di 0,2% minore di quanto annunciato e forse cominciamo a buttar soldi nel buco nero del sussidio qualche mese dopo di quanto annunciato) ragion per cui abbiamo aperto con dei tassi d’interesse in leggero calo e tutti sono molto ottimisti che, una volta ancora, “vedrai che ce la caviamo”. Rimaniamo in ansiosa, se non divertita, attesa di cosa ci riservi il prossimo inizio settimana: le montagne russe sono evidentemente la giostra che questo governo preferisce.

Nel frattempo, però, non è proprio vero che non sia successo nulla. Delle cose son successe – per esempio è rallentata l’espansione economia sia a livello europeo che mondiale e, soprattutto, ogni singolo indicatore italiano ha cominciato a segnalare “recessione in arrivo”, buon ultimo l’indice di confidenza dei consumatori e delle imprese pubblicato ieri da ISTAT – ed altre, sgradevoli assai, stanno accadendo proprio a causa del fatto che sembra non sia successo nulla. Non è un gioco di parole, ma semplicemente la riaffermazione che in situazioni di incertezza, una delle cose maggiormente dannose che si possa fare consiste nell’aumentarla! Quindi, senza dover ricorrere all’eterna predica delle riforme strutturali dimenticate e sepolte, va detto con chiarezza che la scelta elettoralistica di questo governo sta facendo danni seri al sistema economico del paese.
Che la scelta sia elettoralistica è lapalissiano e ci si tornerà alla fine. Prima l’elenco dei danni dai quali escludiamo l’impatto dell’incertezza. Il quale impatto, come appare da ogni misurazione delle aspettative o dei livelli di confidenza degli operatori, è negativo al di là di ogni dubbio ma purtroppo difficile da quantificare. Quante imprese stiano rimandando investimenti o evitando di esporsi al mercato italiano perché incerte o paurose di quel che il governo intende fare non lo possiamo certo stimare, ad esempio? Ma chiunque parli con le persone che quelle decisioni prendono quotidianamente sa benissimo che tale impatto è sia reale che negativo.


I danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione

Fa danno già ora l’aumento dello spread perché genera perdite in conto capitale per chi deteneva debito pubblico (anzitutto banche e famiglie italiane), riduce la capitalizzazione bancaria ed aumenta il costo di approviggionamento del Tesoro (come le mal-andate recenti aste confermano) e fa aumentare il costo di ogni tipo di credito concesso ad imprese e famiglie italiane.
Quest’ultima affermazione non vale solo per i tassi sui nuovi mutui/prestiti alle famiglie (oggetto di ridicoli dibattiti mediatici nei quali affabulatori di professione s’inventano compreso il credito agevolato: andate sul sito ABI e confrontate i tassi di novembre con quelli di maggio, per esempio). E’ un po’ presto per fare affermazioni ugualmente decise sulla quantità di credito concesso ma tutto quanto sappiamo sul funzionamento delle banche e, soprattutto, tutto quanto ci ha insegnato una pluriennale esperienza converge a dirci che è solo questione di mesi. Se lo spread dei tassi italiani rispetto ai tedeschi continua a viaggiare attorno ai 300 punti base (diononvoglia che qualche dissennata dichiarazione gli faccia saltare un ulteriore gradino andando a quota 400) la riduzione della quantità di credito concessa ad imprese e famiglie italiane arriverà entro la primavera del 2019. A quel punto la combinazione di tassi maggiori, minor credito e fase recessiva in corso potrebbe avere effetti veramente pesanti sul sistema economico nazionale.

Questi danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione, guerriglia in atto dal giorno del giuramento. La settimana scorsa avevamo avanzato, a questo fine, una brutale e semplice proposta: si passi all’Esercizio Provvisorio. Di fatto questa rimane, anche ora, l’unica seria opzione sul tavolo visto che ogni altra proposta che intenda tenere in piedi l’impalcatura di questo DEF pur modificandone i dettagli soffre di un limite fatale: si basa su previsioni macroeconomiche prive di senso e del tutto infondate. Questo è il vero segreto di Pulcinella che tutti gli addetti ai lavori conoscono ma che l’informazione italiana non racconta all’opinione pubblica.

Questa è anche la ragione della perdurante incertezza e del fatto che ogni affermazione del tipo “va bene, faremo uno 0,X% in meno di deficit” lascia il tempo che trova. Perché, siccome ogni numero viene calibrato sul Pil e sulle sue variazioni attese, se le variazioni attese del Pil sono prive di senso anche i numeri su di esse calibrati lo sono. Essi costituiscono solo ulteriore fumo negli occhi, fumo prodotto per occultare all’opinione publica italiana le responsabilità governative cercando di scaricare sulla Commissione la “colpa” di un ulteriore “no”. Questo perché, ovviamente, i tecnici della Commissione sanno benissimo che le previsioni di crescita del PIL che il Governo italiano continua ad utilizzare sono pura fantasia a fini elettorali.

Il problema, da lungo tempo, non è economico ma politico: usare la legge di bilancio per fare campagna elettorale danneggia il Paese. Il governo Conte non è certo il primo a scegliere questa strada, sta semplicemente imitando e peggiorando gli esempi del passato. Ma gli effetti di una sequenza di scelte erronee non si elidono fra di loro, si cumulano.

 

Da "www.linkiesta.it" L’incertezza sta uccidendo l’Italia: chiudete quella manovra e piantatela di fare campagna elettorale di Michele Boldrin

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Lunedì, 26 Novembre 2018 00:00

Qualità della vita, perché Roma sprofonda

Bolzano è la città italiana dove si vive meglio mentre la qualità della vita sprofonda a Roma. I risultati dell’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane realizzata da Italia Oggi in collaborazione con l’università La Sapienza dicono che la Capitale paga soprattutto l’incapacità di affrontare questioni fondamentali, dai rifiuti ai trasporti pubblici,certificata dalla stessa Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici del Campidoglio. Le valutazioni peggiori si riscontrano in riferimento a rifiuti e trasporti. Nell’ultima indagine dell’Authority, infatti, i romani hanno assegnato un voto medio di 3,5 (su 10) alla pulizia delle strade e 3,8 alla raccolta della spazzatura. Insufficiente anche il trasporto su bus e tram (4,4). Su diciotto servizi pubblici locali soltanto undici erano risultati appena sufficienti. Come sempre, il MoVimento 5 Stelle, al governo della città da due anni e mezzo, dice che è colpa delle amministrazioni precedenti anche se le scelte decisive su ATAC e AMA sono state fatte in questi due anni e mezzo dai grillini.


Dopo il podio, interamente occupato dal Triveneto, dalla quarta alla decima posizione si trovano città che hanno recuperato terreno rispetto all’anno scorso a parte Treviso, che è passata dalla sesta alla nona posizione. Al quarto posto troviamo Siena, che ha recuperato sette posizioni (era undicesima), seguita da Pordenone, che passa dalla nona alla quinta, e da Parma, che ha guadagnato una posizione rispetto al 2017 (era settima). In forte ascesa Aosta e Sondrio, rispettivamente al 7° e 8° posto, partendo dal 18° e dal 16°. Decima Cuneo, che ha guadagnato tre posizioni. Nel 2018 si conferma tra l’altro all’acuirsi del divario fra piccoli centri (in cui si vive meglio) e grandi centri urbani, che soffrono maggiormente.

Da "www.nextquotidiano.it" Qualità della vita, perché Roma sprofonda

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Venerdì, 23 Novembre 2018 00:00

Il disastro italiano in un grafico

Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo)
L’elaborazione grafica di un economista mostra come la nostra spesa procapite in rapporto al debito sia la più bassa d'occidente. Un dato che fa rabbrividire: vuol dire che oggi non si costruisce futuro, ma lo si dissipa. I giovani ci sono, o preferiscono continuare a farsi i fatti loro?


1291 contro 1267. Stampatevi bene in testa queste due cifre, magari usatele al prossimo corteo studentesco, perché meglio non si può raccontare il furto generazionale che le giovani generazioni italiane stanno subendo, che stiamo sbagliando strada, che stiamo accelerando sulla strada sbagliata, e che se continuiamo così finiremo contro a un muro. 1291 sono gli euro che abbiamo speso pro-capite, tra il 2015 e il 2017 nell’istruzione. 1267 sono invece ciò che ciascuno di noi ha speso, nel medesimo periodo, per gli interessi sul debito pubblico.


L’idea di mettere insieme i due numeri e di confrontarli con quelli di tutte le grandi economie occidentali è venuta al giovane economista Claudio Baccianti, che nel suo sito web “Italia dati alla mano” ha scoperto che in nessun altro Paese europeo queste due grandezze si avvicinano così tanto, al punto di collimare, cosa che probabilmente accadrà nel 2018, peraltro. Per dire: la spesa pro-capite per l’istruzione è una volta e mezzo gli interessi sul debito pro-capite in Spagna, più del doppio nel Regno Unito, due volte e mezzo negli usa, il triplo in Francia, cinque volte tanto in Germania, più di trenta volte in Svizzera o in Finlandia. Persino in Grecia, la spesa pro capite per l’istruzione è una volta e mezzo il debito pro-capite.

Attenzione, che non sono due grandezze a caso, ma sono di fatto la rappresentazione di due orientamenti culturali ben precisi e opposti: quello di chi, per avere benefici domani, investe in istruzione oggi. E quello di chi per avere benefici che non può permettersi oggi, lascia il conto a chi verrà nei prossimi anni. Bastano queste due cifre per comprendere che in Italia il secondo approccio è oggi più che mai egemone, che fonda la sua egemonia sul peso elettorale delle generazioni più anziane e che prospera, in questo contesto, perché non c’è forza politica che possa dirsi immune dalla malattia. Prima che alziate i forconi contro i gialloverdi: questi sono dati relativi al triennio dei mille giorni di Matteo Renzi, preceduto dai mille e rotti giorni di Mario Monti e dagli anni e anni di potere di Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Nessuno di loro ha mai invertito la rotta, nessuno di loro - nemmeno Renzi - ci ha mai davvero provato.


Se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio

Lega e Cinque Stelle semmai stanno facendo peggio - o meglio: dipende da come la si vede: stanno semplicemente fregandosene della scuola, cui hanno aggiunto e tolto briciole, al solito. E hanno invece rivendicato la volontà politica di fare più deficit - quindi più spesa a debito - per far andare prima la gente in pensione. Il bello è che lo rivendicano, senza nemmeno un briciolo di ipocrisia, quasi fosse un vanto, quello di spendere poco per la scuola e tanto a causa dei debiti contratti.

Se questa è la nostra anomalia, se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio. Allo stesso modo, sarebbe altrettanto auspicabile che gli studenti puntassero il dito contro questa anomalia. Magari potrebbero chiedere che a ogni euro in più di interessi sul debito se ne aggiunga uno e mezzo in spesa per l’istruzione. Che si renda obbligatorio questo rapporto. Che si ancori il debito che accumuliamo ogni anno per mancette e sussidi a qualcosa che serve per farci crescere. Anzi, alla cosa che serve di più, molto più del debito in sé. Fossimo in chi ci governa, una pensata la faremmo.


Da "www.linkiesta.it" Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo) di Francesco Cancellato

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Il video del Guardian:

“Se vivessi qui capiresti perché siamo tutti per la Brexit. Non ci sono scuole, stanno anche tagliando i fondi per l’ospedale”, dice un residente di Boston, nel Regno Unito. “Bisogna chiudere la faccenda. Abbiamo votato, ora dobbiamo uscire dall’Unione europea”, aggiunge un altro cittadino.

Il giornalista del Guardian John Harris è andato a Boston, nella contea del Lincolnshire, dove tre persone su quattro hanno votato per uscire dall’Unione europea. Qui i cittadini pensano di essere stati dimenticati dalle istituzioni e gli immigrati si sentono sempre meno benvenuti. Ma a Londra la situazione è diversa: una manifestazione contro Donald Trump, l’uomo che simboleggia tutte le divisioni del 2018, offre una speranza che potrebbe risanare le fratture del paese.


Da https://www.internazionale.it Dopo il trauma della Brexit è il momento di ricostruire la democrazia

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Venerdì, 16 Novembre 2018 00:00

Londra piange, Bruxelles non ride

All’apparenza l’accordo è un successo dell’Ue e uno smacco per Downing Street: in realtà non sarà mai ratificato e quella con Londra sarà solo l’ultima crisi che l’Europa non è riuscita a risolvere. Colpa di una governance che non funziona, da rottamare prima possibile.


Fa persino tenerezza, Theresa May, avviata verso una delle più umilianti sconfitte che un Premier di Sua Maestà a Westminster abbia mai conosciuto. Sulla Brexit dopo due anni di negoziato che hanno assorbito l’intero capitale politico e l’attenzione della classe dirigente di uno dei Paesi più importanti dell’Occidente, si marcia spediti verso un non risultato che era prevedibile sin dall’inizio. E, tuttavia, la probabile bocciatura dell’accordo raggiunto dopo due anni di negoziazioni difficili da parte del Parlamento britannico, sarà una sconfitta – ugualmente grave – per un’Europa che non riesce più a risolvere neppure una delle crisi che si trova a dover gestire. L’uscita del Regno Unito sarebbe, in fondo, dannosa soprattutto perché priverebbe un dibattito sul futuro dell’Europa che, ormai, è urgentissimo, del punto di vista di un socio polemico ma indispensabile per immaginare un’Unione che sopravviva alla sua obsolescenza.

Indubbiamente, alla fine la montagna ha partorito un topolino. Destinato, peraltro, ad una vita assai breve. È questo il risultato di migliaia di ore di lavoro, di interminabili vertici, di numerose dimissioni, ripensamenti e drammi politici. E che, alla fine, ha prodotto la bozza di un accordo di 580 pagine che rimanda lo scioglimento di alcuni dei nodi politici e mette insieme i peggiori degli esiti possibili.

L’accordo che la May sta presentando al Parlamento mentre i ministri del suo governo – incluso quello responsabile dei negoziati – si dimettono, riesce nell'impresa di svuotare di significato il referendum sull’uscita, perché la Gran Bretagna resta nell’unione doganale senza più poter influenzare le regole che dovrà rispettare e ciò porta all’opposizione di diversi conservatori. Non solo: mette a rischio l’unità del Regno – l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico allontanandola da Londra e ciò provoca l’opposizione degli Unionisti dell’Ulster che sono indispensabili per ottenere la maggioranza e, infine, accetta di pagare alla Commissione Europea un maxi assegno di separazione 40 miliardi di sterline per impegni già presi, che rende, ancora più forte, l’opposizione dei laburisti che potrebbero ritrovarsi a dover ereditare un fardello che stroncherebbe qualsiasi ipotesi di politica espansiva che Corbyn avesse in mente per quando dovesse arrivare al governo.

E, tuttavia, ciò che rende la situazione surreale, è che tutto era già previsto ed inevitabile. Proprio per come è costruita la stessa Unione Europea. Che non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni – da quelle di Schengen sulla libera circolazione senza frontiere comuni, al patto di stabilità sull’Euro che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare – nelle quali si entra senza convinzione, che nessuno riesce a modificare e dalla quali è difficile, persino, uscire, semmai uno Stato non ritenesse più conveniente l’adesione.


L’Unione Europea non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare

Sulla Brexit ha sbagliato molto il Regno Unito, a partire dal fatto di aver indetto un referendum del quale nessuno – e ciò è incredibile per una macchina amministrativa così organizzata – aveva, davvero, previsto le conseguenze. Ma ha sbagliato tanto anche l’Unione Europea (cioè gli altri ventisette Stati) a porsi nell’atteggiamento di chi deve essere convinto delle ragioni di chi era, comunque, considerato, da sempre, il membro più scettico del club.

Se, indubbiamente, è vero che le banche di Londra rischiano un’altra crisi se perdono il passaporto europeo, è altrettanto vero che i grandi costruttori automobilistici tedeschi perdono il mercato nel quale esportano di più. Saranno, forse, contenti quelli che si nutrono di invidia nel Continente, ma un’Europa che si allontana da Oxford e da Oxfam è più povera di idee. Soprattutto, in un momento nel quale, l’Europa avrà bisogno di contributi originali per poter superare una crisi politica non meno drammatica di quella che potrebbero vivere a Londra nei prossimi mesi.

Oggi l’Europa sembra, prima di ogni altra cosa, prigioniera di una retorica che è servita il secolo scorso – quella di aver garantito, ed è un grosso merito, la pace nel continente che ha avviato le due guerre mondiali – e che, però, oggi non può più bastare. I Paesi membri sono, infatti, ormai indecisi a tutto, tranne che a bastonare chi si pone fuori – nel caso del Regno Unito - o contro – nel caso dell’Italia sulle regole di stabilità - un sistema che, aldilà delle argomentazioni sballate dei sovranisti, non funziona oggettivamente più.

Dovremo abbandonare le ambiguità di un’Unione che viene caricata di troppe responsabilità dagli Stati Nazionali solo per essere usata come capro espiatorio quando i problemi non vengono risolti. Dovremo, se vogliamo salvarla, focalizzare le istituzioni su un numero più ridotto di politiche per le quali gli Stati – consultando i cittadini – decidano di trasferire, in maniera completa, pezzi di sovranità. Prevedendo, peraltro, meccanismi di uscita senza i quali gli accordi europei si trasformano in matrimoni senza clausola di uscita che, come succedeva per le unioni irreversibili tra persone prima della legge sul divorzio, si trasformano in gabbie fatte di tradimenti che vivono di promesse d’amore senza più contenuto.

Se vogliamo salvare l’Unione dalla obsolescenza avremmo bisogno che gli inglesi tornassero indietro (con un altro referendum) per contribuire a portare avanti l’Europa nel ventunesimo secolo. Un’Europa che così com’è rischia di disunirsi ancora più velocemente di quel Regno che deve, ancora, avere il pragmatismo che sembra ver perso in questi ultimi mesi e che all’Europa serve per ripensare se stessa.

 

Da https://www.linkiesta.it Londra piange, Bruxelles non ride: ecco perché l’accordo sulla Brexit inguaia anche l’Unione Europea

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Lunedì, 12 Novembre 2018 00:00

Ministero ordinato: una questione di sguardo

Esaminando il testo conclusivo del Sinodo 2018, al n. 148, intitolato Le donne nella Chiesa sinodale si resta colpiti da questa frase:

«Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

Mi pare che queste parole meritino un esame accurato: questa precisazione con cui si delimita – o comunque si determina – il ruolo femminile di partecipazione alla autorità ecclesiale, si concentra nella locuzione: «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

L’espressione può essere intesa in vari modi e una rassegna delle possibili interpretazioni può tornare di qualche utilità:

a) In un primo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» andrebbe intesa come una delimitazione di opportunità, essendo la partecipazione ai processi decisionali necessariamente riservata al “ministero ordinato”. Si potrebbe dire che la partecipazione delle donne al processo decisionale “entra necessariamente in rapporto con il ministero ordinato”;

b) In un secondo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» assumerebbe un valore più forte, delimitando strutturalmente la partecipazione femminile al di fuori del ministero ordinato, che avrebbe la esclusiva sulla autorità, cui la donna non potrebbe in alcun modo partecipare;

c) In un terzo senso, che suonerebbe qui come la “lectio difficilior”, si potrebbe intendere «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» come la eventualità per la quale il contributo femminile al processo decisionale sarebbe diverso a seconda che la donna entri a far parte o meno del “ministero ordinato”.

Evidentemente, alla radice di questa espressione sta una questione di “sguardo”. Lo sguardo ecclesiale sulla donna, e lo sguardo femminile sulla Chiesa, pongono la questione del “rispetto” in una regione particolarmente delicata della esperienza ecclesiale.

In che modo possiamo intrecciare il “rispetto della donna” con il “rispetto del ruolo del ministero ordinato”? Per capirlo dobbiamo brevemente sostare sulla parola “rispetto”.

Rispetto e sguardo
Ciò che chiamiamo “rispetto” non è altro che un certo modo di guardare. Su questo tema dello “sguardo” Evangelii gaudium ha la bellezza di 25 occorrenze. È una delle parole che ricorrono di più. E più volte si afferma che la “conversione pastorale” non è altro che un cambiamento dello “sguardo”, del modo di guardare.

Ora, a tal proposito accade che “respectus” sia, appunto, uno di questi modi di guardare e di essere guardati. Respectus, insieme a conspectus, aspectus, prospectus, despectus sono tutti composti dal termine “spectus” che è, appunto, sguardo.

Allora forse, nella interpretazione della frase del Documento sinodale, dobbiamo chiederci quale “sguardo” può sostenere meglio quella relazione tra le donne e il ministero ordinato.

Se il documento sinodale auspica apertis verbis una grande conversione ecclesiale, nel superare i pregiudizi che ostacolano il riconoscimento della autorità femminile nella Chiesa, allora appare chiaro che la interpretazione della espressione sul “rispetto” non possa essere interpretata nei termini della ipotesi b). Infatti, in questo caso, un ministero ordinato assolutamente impenetrabile alle logiche femminili rivendicherebbe il “rispetto” che si deve ad una autorità altra. Le donne dovrebbero al ministero ordinato il rispetto che si deve ad una “alterità da onorare”. Ma questo “sguardo” da parte femminile non sarebbe compatibile con lo sguardo reciproco da parte maschile.

Restano allora le due ipotesi sub a) e sub c).

La ipotesi sub a) implica una relazione di collaborazione con il ministero ordinato, per cui il “rispetto” avrebbe il senso di negare ogni”dispetto”. L’apprezzamento per il ministero ordinato, e quello reciproco verso le donne, sarebbe opportuno per ogni tipo di lavoro comune.

Infine, la ipotesi sub c), che, ripeto, appare la ermeneutica più azzardata, potrebbe avere un certo fondamento in una prospettiva – non esclusa in nessun modo – di un accesso delle donne alla ordinazione ministeriale, nella figura di una loro possibile ordinazione diaconale. In tale caso, la espressione ”nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” andrebbe intesa, addirittura, come la necessaria articolazione di funzioni autorevoli tra donne “ordinate” e donne non ordinate.

Chiesa sinodale e sguardo sinodale
Lo sguardo di cui dobbiamo diventare capaci ci è ancora difficile. Dobbiamo imparare a guardare diversamente. Per questo, certo, ci vuole rispetto. Ma rispettare il ruolo del ministero ordinato, per le donne, può significare tre cose, che non sono per nulla identiche:

1) rispettare una forma di attribuzione o di riconoscimento della autorità che esclude le donne per principio e rispetto a cui le donne possono sperimentare solo “autorità residuali”;
2) valorizzare una struttura di esercizio della autorità, rispetto a cui le donne possono trovare forme di integrazione, almeno indiretta;
3) aiutare a tradurre la tradizione maschile di ministero ordinato in una forma nuova, declinando anche al femminile la autorità ordinata nella Chiesa, sul piano dell’esercizio femminile del ministero diaconale.

Pertanto la espressione del documento finale del Sinodo, che per alcuni ha solo il significato n. 1, può rimandare certamente anche al significato n. 2 e non è affatto escluso che domani, secondo uno sviluppo ecclesiale tutt’altro che impossibile, noi tutti potremmo trovarci costretti ad interpretarla come una “velata profezia” del significato n. 3.


Da "www.cittadellaeditrice.com" Ministero ordinato: una questione di sguardo di Andrea Grillo

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