La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo)
Quasi l'undici per cento della popolazione mondiale vive in povertà. Ed è la Cina il paese che negli ultimi anni ha migliorato più di tutti le proprie condizioni economiche. E, sorpresa, è ancora una volta la Cina a guidare lo sviluppo africano

Il nostro ottimismo verso il futuro parte – anche – dalla considerazione che, nonostante tutto – e per tutto s’intende le guerre, le tensioni, gli squilibri, eccetera, che pervadono l’attualità mondiale – viviamo, in generale, nella società migliore e più equa di tutti i tempi. E nulla esclude che domani sia meglio di oggi. Per esempio, a livello macro, è indubitabile che l’aspettativa di vita media continui a crescere grazie a migliori condizioni di salute, e a una consapevolezza maggiore sull’importanza di uno stile di vita sano. L’altro tema macro sostanziale è quello della «povertà estrema». E anche in questo senso, la percentuale di quanti vivono nelle condizioni più disagiate – in una soglia di sussistenza che la Banca Mondiale fissa in 1,90 dollari al giorno – è drasticamente diminuita negli ultimi trent’anni. Va però sottolineato che resta un dato altamente drammatico visto che il 10,7% della popolazione mondiale è ancora estremamente povero.

È possibile scendere ulteriormente? E un giorno è pensabile di ridurre quella percentuale a zero? Ragioniamoci. Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nel 1981 l’88% dei cinesi era estremamente povero e nel 2013 la cifra era scesa, incredibilmente, al 2%! La stessa riduzione è avvenuta in maniera minore, ma ugualmente pazzesca, nell’India. Nello stesso periodo di tempo la popolazione povera è infatti diminuita dal 54% al 21% (dati Singularity)!
Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata. Perché se da un lato è migliorata come minor tasso di povertà – 54% nel 1990, 41% nel 2013 – dall’altro lato è massicciamente cresciuta la popolazione continentale con la conseguenza che il numero assoluto di poveri è aumentato a 113 milioni.

Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata

Quello cinese è un boom economico tanto esplosivo quanto irripetibile, innescato attraverso la sterminata manodopera a basso costo utilizzata dal mondo occidentale e successivamente alimentata da finanza, tecnologia e geopolitica, consentendo, appunto, di togliere dalle condizioni di povertà addirittura l’86% della sua popolazione in soli 32 anni: un dato di pura utopia fantascientifica. Con alcune peculiarità – altrettanto uniche – che hanno consentito ciò. Ebbene, innanzitutto va detto che se la Cina fosse stata una democrazia – con le sue fisiologiche lentezze decisionali e il confronto elettorale (ma anche con i suoi plus in termini di diritti umani e cura dell’ambiente) – probabilmente non sarebbe cresciuta tanto velocemente, senza dimenticarci dell’aspetto logistico-territoriale; infatti il governo possedeva anche tutte le terre del Paese con un ovvio beneficio di velocità e semplificazione nell’attuare nuovi progetti infrastrutturali, anche colossali. Quindi e paradossalmente viva la dittatura!

Inoltre non dimentichiamoci che in Cina dall’ormai lontano 1979 c’è il controllo della popolazione con la politica del figlio unico. Il risultato è stato altrettanto rivoluzionario: la popolazione cinese è cresciuta del 38% tra il 1980 e il 2013, mentre nello stesso periodo la popolazione indiana è cresciuta dell’84% e addirittura del 147% quella dell’Africa sub-sahariana. Se da un lato quella cinese può risultare una politica odiosa da «Grande Fratello», dall’altro lato ha portato senza ombra di dubbio più ricchezza pro capite.

Infine, al riguardo delle unicità cinesi, come dice il «Financial Times», la migrazione urbana della Cina in questo lasso di tempo è stato il più grande esodo umano della storia. Fenomeno che non poteva verificarsi con una popolazione troppo giovane o troppo vecchia. Però proprio le generazioni che hanno contribuito al boom cinese stanno invecchiando e il forzato tasso di (bassa) natalità del Paese non potrà sostituirli. Ecco che allora anche in Cina come nell’Occidente arriverà presto la questione della popolazione anziana maggioritaria con le relative questioni di costi per la sua assistenza. E per giunta è ancora enorme la disparità di reddito tra aree urbane e rurali. Detto ciò, basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema.

Basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema

In tal senso è Singularity che nel confronto reputa quasi impossibile che ciò possa realmente accadere. Gli africani hanno già iniziato a lasciare le zone rurali per le città, con un tasso di crescita urbana annuale di quasi il 4% rispetto alla media globale che si attesta all’1,84%, senza però che tali città siano attrezzate per la gestione di un simile afflusso in termini di servizi fondamentali: assistenza sanitaria, trasporto pubblico e infrastrutture.

La Cina ha potuto gestire questa migrazione attraverso la guida unica del Partito Comunista mentre l’Africa sub-sahariana si trova in una situazione antitetica, avendo 46 Paesi diversi con relativi governi, molti dei quali corrotti o falliti. A peggiorare la questione vi è il tasso di fertilità – 4,92% nel 2015, più del doppio della media globale – che le Nazioni Unite prevedono innalzerà la popolazione a 2,5 miliardi di africani nel 2050, un numero potenzialmente esplosivo per la tenuta dell’economia continentale.

Allora, vi chiederete, qual è il colpo di scena che può farci guardare con (cauto) ottimismo il futuro con meno poveri grazie a un’Africa più ricca? Il colpo di scena è ancora lei: la Cina! Che sta investendo pesantemente in progetti infrastrutturali in tutta l’Africa, con annessi programmi di formazione politica per i leader africani, insegnando loro le tecniche utilizzate per stimolare lo sviluppo e con decine di migliaia di borse di studio per studenti africani.

Conoscendo i governanti cinesi, di filantropico c’è poco. Però se è proprio il business che muove tutto, chi meglio dei cinesi può ripetere in Africa quello che a casa loro hanno già fatto, stupendo il mondo ancora una volta?!?

Da "www.linkiesta.it" La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo) di Alberto Forchielli, Michele Mengoli

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 05 Luglio 2019 00:00

La Costituzione e il CSM

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria del CSM, con all’ordine del giorno: «Insediamento dei nuovi Componenti del CSM, collocamento fuori ruolo dei Componenti eletti dai magistrati, indizione delle elezioni suppletive per due Componenti con funzioni requirenti di merito e nomina dell’Ufficio elettorale centrale presso la Corte di Cassazione».

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura.

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi.

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità.

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà – anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire – e seguirà con attenzione – questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario – provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

Da "www.settimananews.it" La Costituzione e il CSM di Sergio Mattarella

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’accaparramento delle terre da parte di aziende e Stati ha sottratto ai paesi emergenti 88 milioni di ettari di terra. Una ferita aperta che spreme le risorse ambientali e alimenta la crisi dei migranti in Europa. La situazione già grave, adesso, rischia di precipitare con il climate change

Porti chiusi, sbarchi bloccati e, perché no, la pacchia è finita. L’iter si ripete, come del resto si ripetono le immagini strazianti di quelle persone costrette a rischiare la propria vita solo per averne una decente. Così simili in ogni passaggio ed emozione suscitata, che spesso si dimentica perché sono lì. E se guerre e torture non bastano per giustificare l’azzardo, grazie al land grabbing l’Europa - prima di quanto possa immaginare - sarà teatro della più grande crisi di migranti della storia.

Il land grabbing non è nient’altro che l’accaparramento delle terre, venduta ad aziende o governi di altri paesi, senza previo avvertimento alle comunità locali che vi abitano, per coltivare, produrre, raffinare e ottenere guadagni.
Una pratica vecchia come il mondo, che con fare da montagne russe ha toccato la cima di sensibilità grazie ai Nativi americani, per poi crollare nella noncuranza generale ai giorni nostri.


Nato dopo la crisi finanziaria come cuscinetto per attutire le perdite e creare capitale garantito, questo fenomeno dal 2008 a oggi è cresciuto del 1000%, colpendo le aree meno sviluppate del pianeta e spingendo alla fame e all’esodo coatto migliaia di contadini. Africa, Asia e America Latina le più colpite dal saccheggio fondiario, mentre Europa e Stati Uniti i principali carnefici ancora in attivo. Sì, proprio quell’Europa solidale e spesso in pensiero per le sorti del continente africano e i rapporti commerciali con le potenze internazionali, non si è fatta troppi scrupoli nello sfruttare – sia chiaro, in termini di legalità non viene infranta nessuna legge – le limitate risorse altrui.


Negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati

Per farsi un’idea: negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati
Sono invece 2.331 i contratti attivati nello stesso arco di tempo, concentrati soprattutto nei settori agricoli, delle energie rinnovabili e nella produzione di biocombustibili.

Tra i mattatori della scena invece troviamo in testa, per l’estensione degli ettari “conquistati”, l’America di Trump (10 milioni), seguita dalla Malesia (4,1) e la Cina (3,2). Mentre a subire quella che da molti è già stata considerata come una versione edulcorata di colonialismo, sono la Repubblica democratica del Congo (6,4 milioni di ettari ceduti), la Papa Nuova Guinea (3,8) e il Brasile (che in difesa cede 3,0 milioni di ettari e in attacco ne conquista 2,2).

Il risultato di tutto questo? Non si commette errore candidando il land grabbing come principale motivazione delle future migrazioni planetarie, in quanto (se le implicazioni etiche e sociali non hanno avuto effetto finora) il metodo intensivo utilizzato per le colture ospiti provoca conseguenze disastrose per il suolo, fino all’impoverimento totale.

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime.

Lembi e fazzoletti di terreno che, pertanto, finiscono a mo’ di pochette nel taschino delle grandi potenze mondiali, non solo private. La Banca Mondiale, per esempio, ha attivato durante gli anni svariati investimenti sulla terra, senza mai stabilire un tetto massimo o uno standard da seguire. Storia analoga per l’Ue: l’ambizioso piano EIP (External Investment Plan – Piano di Investimenti Esterni) per incoraggiare gli investimenti in Africa si potrebbe rivelare in realtà in grado di far maturare nuovi debiti nei Paesi in via di sviluppo, aggravarne il deficit e per giunta favorire la permanenza delle multinazionali (senza però garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali dei Paesi interessati).

L’acquisizione delle terre può essere quindi il detonatore di una depressione senza eguali. Di pari passo e con più di un punto in comune, in Camerun si sta consumando la più grave crisi di sfollati al mondo, si stima che siano più di 450.000, mentre al livello globale Oms e Unicef hanno stimato che una persona su tre non ha accesso all'acqua potabile sicura, primi su tutti la popolazione – senza troppe sorprese – africana. C’è poi la questione demografica. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, la popolazione africana supererò i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE).


Da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire

Insomma, se non bastano guerre e torture a smuovere gli animi politici, sicuramente ad allarmarli ci penserà il climate change. Oltre a creare rifugiati, il land grabbing fa sì che intere foreste vengano tagliate per lasciare spazio alle coltivazioni aggressive, prosciugando le già scrane riserve acquifere e mutando drasticamente la morfologia ambientale dei territori.

E se non è dato sapere chi gioca realmente questa partita, i fondi sovrani o le società private si nascondono dietro imprese schermo o investitori locali corrotti, le mosse in corso sono quasi sempre scontate. La Cina ha messo le mani su tre milioni di ettari dell’Ucraina e buona parte degli appalti per l'edilizia urbana e infrastrutturale nell'Africa, in cambio rispettivamente di grano e di materie prime per le apparecchiature tecnologiche; mentre gli emiri hanno fatto mambassa in Tanzania (senza preoccuparsi troppi delle tribù Masai che vi abitavano) e l’Italia nella familiare Etiopia.

Parafrasando “Se di molta terra abbia bisogno un uomo” di Lev Tolstoj, si potrebbe parlare di un'ossessione nell'acquistare sempre più terre sempre più grandi e fertili, fino a esaurimento scorta. Il nostro Paese ha comprato o affittato un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Paesi, fra cui l’Etiopia: le aziende italiane beneficiano di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro. Nel triennio 2013-2015 da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire.

Speculazione finanziarie e opportunità di mercato spingono, perciò, a una “febbre della terra”, con acquirenti che continuano assicurarsi un fabbisogno duraturo di biocombustibili, senza preoccuparsi troppo degli effetti innescati. Non esiste tutela sociale o ambientale, e il terreno per quanto possibile può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa. La sopravvivenza della popolazione dell’Africa, come di una buona parte dell’Asia, è messa a dura prova, con o senza i ben noti slogan a minimizzare il tutto. Non ci stupiamo poi se quella che per noi è solo casa, per altri è la terra promessa.

Da "www.linkiesta.it" Land grabbing: così l’Occidente sta distruggendo l’Africa e creando nuovi migranti di Pietro Mecarozzi

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Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

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Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro

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Oggi dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici... e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica di Nicola Fratoianni

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Lunedì, 17 Giugno 2019 00:00

Oggi le cassette, domani i conti correnti

Per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza Salvini giura: “Una patrimoniale mai”. Ma allora cos’è questa storia delle cassette di sicurezza? Chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio. Tutto per negare la realtà: i soldi non ci sono.


“I soldi ci sono”. È stato il refrain delle elezioni politiche un anno fa e delle elezioni europee quest’anno. Viene ripetuto come un mantra dal governo gialloverde ogni volta che qualcuno, facendo appello al buon senso, chiede come si fa a finanziare la flat tax o un aumento del reddito di cittadinanza. “I soldi ci sono”. Finché si scopre che non ci sono e bisogna trovarli. Così spuntano fuori le ipotesi più strampalate come mettere mano nelle cassette di sicurezza. Lì i quattrini degli italiani ci sono davvero, quattrini dormienti perché di oscura provenienza o, molto più prosaicamente, perché servono per i tempi peggiori che verranno. Risparmi precauzionali, li chiamano gli economisti. Quanti sono non è noto. Decine o centinaia di miliardi secondo Matteo Salvini al quale lo ha detto “qualcuno”. Si possono stanare, si possono tassare.

Ecco, ci siamo. È forse l’anteprima di ben più consistenti imposte sui patrimoni e sulla ricchezza finanziaria? Le cassette di sicurezza sono chiuse a chiave, si pensa di mandare i carabinieri con tanto di mandato delle procure (magari quella di Catania)?. Ma attenti, ben altri soldi giacciono in banca, senza ricevere nulla in cambio, nemmeno un interesse minimo, intaccati dall’inflazione che, per quanto bassa, è comunque un punto percentuale l’anno. Stiamo parlando dei depositi in conto corrente. Non sono segreti. Si sa anche a quanto ammontano: circa 1.500 miliardi di euro, poco meno del prodotto lordo di un anno. Arrivarci non è difficile.

Lo fece Giuliano Amato nell’estate del 1992 su suggerimento di Giovanni Goria allora ministro delle finanze. E di notte, tomo tomo cacchio cacchio, il governo ormai alla canna del gas con la liretta sotto un furioso attacco speculativo, decise di tagliare il 6 per mille a tutti. Zac!. Il mattino dopo gli italiani si trovarono davanti a questa sorpresona. Non bastò. Non furono sufficienti nemmeno i rincari delle tasse e i tagli alle spese, la lira crollò in quel settembre nero in cui di fatto finì la lunga e non gloriosa storia della valuta nazionale. Oggi non siamo, non ancora, a questo punto. E in ogni caso il sei per mille porterebbe al fisco solo 9 miliardi di euro. Ma la rincorsa di idee balzane, dai minibot o al tortuoso salvataggio dei comuni super-indebitati, suscita sospetto e allarme tra i risparmiatori.


“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono?

Questa idea che esista una ricchezza occulta, immobile, da stanare, è stata lanciata da Matteo Salvini in televisione all’indomani delle elezioni europee, con la Lega ancora fresca di vittoria. Nel Movimento 5 Stelle prende una forma diversa, quella di una imposta sulle grandi fortune.

Quanto grandi i grillini non lo sanno. Si va dal modello francese che, grazie a un limite esente fino a un milione e 300 mila euro frutta un gettito molto piccolo (circa 4 miliardi di euro l’anno) alla proposta formulata da Thomas Piketty che, in Italia potrebbe portare fino a 35-40 miliardi di euro secondo i suoi sostenitori tra i quali il segretario della Cgil Maurizio Landini. Si tratterebbe di un’imposta ordinaria, cioè periodica non una tantum (su base annuale), tale da poter essere pagata, in condizioni normali, con il rendimento del patrimonio (esclusa la prima casa). Dovrebbe essere progressiva, con scaglioni simili all’imposta sul reddito, e tre aliquote: zero (cioè una fascia esente) fino ad un milione di euro; 1% da un milione a cinque milioni; 2% dai cinque milioni in su.

In questo modo si otterrebbe un prelievo crescente in rapporto al patrimonio. I soggetti all’imposta, pur essendo solo il 2,5% dei contribuenti, possiedono in media il 40% dei patrimoni. Si tratta quindi di una massa pari a due volte il prodotto lordo, e l’applicazione delle aliquote dell’1% e del 2% sugli scaglioni del patrimonio superiori a 1 o a 5 milioni fornirebbe un gettito pari ai due punti di pil.

Banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono

“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono? Secondo alcune interpretazioni rilanciate dal Sole 24 Ore sarebbe una nuova sanatoria volontaria che andrebbe a toccare il sommerso, stimato dal ministero dell’economia in 210 miliardi di euro pari al 12,4% del pil. Già l’anno scorso la Lega aveva fatto circolare l’ipotesi di un condono del contante con una cedolare a due aliquote 15 e 20%, la prima come l’Iva sulle partite sotto i 65 mila euro e l’altra per quelle oltre i 100 mila.

La liquidità portata alla luce doveva essere poi investita obbligatoriamente nei Pir, i piani di risparmio. Durante la discussione del decreto fiscale il maxi condono è stato abbandonato e sono spuntati molti mini condoni (i verbali, gli accertamenti, le liti, le cartelle) insomma tutto quel percorso chiamato “pace con il fisco”, ma che in realtà finisce per infittire e complicare la giungla fiscale denunciata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Adesso arrivano anche le cassette di sicurezza, ma chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio del prossimo ottobre, strade tortuose nel tentativo di aggirare il risanamento delle finanze pubbliche e negare una banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono. Nemmeno sfondando il tetto del 3% (disavanzo pubblico sul pil) sarebbe possibile allargare più di tanto gli spazi disponibili. Arrivare dal 2,5% attuale in assenza di interventi al 3,5% del pil porta tra i 17 e i 18 miliardi di euro, non abbastanza per realizzare la flat tax, ma sufficiente a far balzare lo spread verso le quote stratosferiche del 2011. Meglio dire le cose come stanno, non cercare scorciatoie e fare quel che non si può evitare. In questa campagna elettorale permanente, Salvini vuol vincere in autunno l’Emilia Romagna, ma non può farlo pagare al resto dell’Italia.


Da "www.linkiesta.it" Oggi le cassette, domani i conti correnti: ecco perché il governo ci metterà le mani in tasca

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Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

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Lunedì, 10 Giugno 2019 00:00

C’è troppa gente troppo sola

Lo afferma un recente articolo di Scientific American: “La solitudine è in crescita e ci sta letteralmente uccidendo”. Da un quarto a metà degli statunitensi soffre di solitudine per la maggior parte del tempo, e il sentirsi soli (la cosa è già stata ampiamente dimostrata) ha ripercussioni non solo sulla stabilità mentale, ma pure sulla vulnerabilità nei confronti di una serie di malanni anche gravi e sulla durata media della vita.

La sensazione di solitudine oggi – è sempre Scientific American a segnalarlo – affligge soprattutto chi ha più di 65 anni e meno di 25 anni: un fatto che suggerisce quanto ampi potrebbero essere i vantaggi di favorire maggiori scambi tra le generazioni.

Un’altra buona strategia è incoraggiare il volontariato. Una ricerca dell’università di Oxford ci offre un dato non così sorprendente come potrebbe apparire: anziane vedove (categoria a massimo rischio di solitudine) che fanno volontariato per due ore o più ogni settimana si rimettono in pari, in termini di soddisfacenti rapporti sociali, con chi continua a vivere con un coniuge. Insomma: essere altruisti fa stare meglio, allunga anche la vita e le dà, o le restituisce, un senso.

Il ministero della solitudine
Il problema della solitudine sembra grave anche nel Regno Unito della Brexit. Una ricerca governativa ha addirittura scovato duecentomila anziani che nel mese precedente all’intervista non avevano avuto una singola conversazione con un parente o un amico.

Il dato complessivo nazionale è apparso così preoccupante da dare luogo, nel 2017, al lancio di una campagna per porre rimedio alla solitudine, sostenuta da finanziamenti pubblici e privati, e poi da convincere il governo a creare per primo al mondo, nel gennaio 2018, un ministero per la solitudine.

Anche in Australia ora si sta valutando l’opportunità di adottare una soluzione simile, mentre Francia, Canada e Stati Uniti stanno disponendo misure governative per affrontare il problema che, anche per via del progressivo invecchiamento della popolazione, di certo non potrà risolversi da solo.

L’Italia come gli altri
Però noi italiani siamo per carattere più estroversi. Abbiamo un solido tessuto di relazioni familiari e sociali. Abbiamo inventato le piazze proprio per poterci incontrare. Abbiamo paesaggi che allargano il cuore solo a vederli, una cucina così varia e gustosa che accresce il piacere di stare insieme a tavola, e migliaia di cittadine e borghi dove tutti si conoscono e si salutano. Dunque le cose qui in Italia dovrebbero andare meglio che negli altri paesi, no?

Eppure no, le cose da noi non vanno meglio per niente. Una ricerca realizzata nel 2015 da Eurostat, l’Istituto europeo di statistica, ci dice che un italiano su otto si sente solo, perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, o perché non ha nessuno con cui sente di poter parlare dei suoi problemi. Tutto ciò ci colloca in cima alla classifica continentale della solitudine.

La solitudine causa una diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale sensazione di freddo

Incrociando questi con altri dati, si scoprono due ulteriori fatti significativi. Questo è il primo: da noi è la povertà a rendere soli (notate che a scriverlo non è una pericolosa testata estremista, ma il Sole 24Ore, in un articolo assai documentato). Questo è il secondo: chi ha una migliore istruzione soffre meno di solitudine.
Rispetto al 2015, le cose non stanno certo migliorando. Secondo il rapporto Istat 2018 (pagina 12), “il 17 per cento degli individui si sente privo o quasi di sostegno, mentre oltre la metà degli individui si colloca in una posizione intermedia (55,1 per cento)”.

Il rapporto prosegue affermando che nel “confronto con l’Unione europea, l’Italia mostra una maggiore fragilità: per tutte le classi di età è più elevata la quota di chi dichiara la percezione di un sostegno debole (15,5 per cento la media Ue). La maggiore debolezza del sostegno percepito si osserva nelle aree più densamente popolate a eccezione delle isole, dove le differenze per grado di urbanizzazione si attenuano”.

Un curioso e poco noto effetto del sentirsi soli è questo: la diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale (non metaforica) sensazione di freddo.

Aumentano rabbia e paure
Un altro effetto poco noto (e un ulteriore buon motivo per occuparsi sul serio del tema) è che sentirsi soli incoraggia a credere alle teorie cospirazioniste. Il motivo è tutt’altro che banale: se ci si sente esclusi e la vita perde di senso, si va a cercare senso altrove, e anche nelle credenze più strane.

Inoltre: il sentirsi soli è connesso con la rabbia e il risentimento, con una sensazione di impotenza, con la paura, con le dipendenze.

Da tutti questi dati emerge un’immagine complessa ma netta. La solitudine, con tutto il suo contorno di rabbia, paura, malattie e perdita di senso, sembra essere una delle componenti di un circolo vizioso che comprende anche povertà, marginalità e minore istruzione.

È ovvio: ciascuno individualmente può fare qualcosa per sentirsi meno solo, specie se la sua situazione è transitoria e deriva da una specifica contingenza. Tuttavia la solitudine, sentimento sociale per eccellenza, e risultato di specifiche condizioni sociali, va affrontata nel suo complesso e attraverso un sistema integrato di politiche dedicate.

Dunque il problema, che riguarda la salute fisica e mentale collettiva, non si risolve senza investire sull’istruzione e portare la cultura nelle periferie, ridurre l’emarginazione, ricostruire il tessuto sociale lacerato e combattere, sul serio, la povertà. Senza contare che, in un paese più fragile, diventa più fragile anche la democrazia.

Da "www.internazionale.it" C’è troppa gente troppo sola di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

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