Mark Zuckerberg ha delineato il futuro di Facebook: diventare un metaverso, un mondo interconnesso, virtuale e digitale, senza distanze e con maggiori possibilità di crescita individuale. Un’idea ai limiti della fantascienza ma che è già in via di sviluppo

Nonostante molti leader del Tech abbiano preso la via per lo spazio, Mark Zuckerberg punta al metaverso, un mondo fantascientifico in cui ogni persona può traslare la propria realtà, eliminando le distanze e potenziando le capacità di internet. Il metaverso è un concetto ideato da Neal Stephenson nel 1992, quando scrisse un libro di fantascienza in cui descriveva un mondo completamente virtuale, dentro ad internet e dove ogni personaggio aveva un proprio avatar – quindi una propria rappresentazione digitale di sé. Oggi, questa idea creata per un libro cyberpunk potrebbe diventare realtà proprio grazie a Zuckerberg.

Il fondatore del più grande social network al mondo ha, infatti, recentemente annunciato al proprio staff la volontà di spingere Facebook verso una realtà virtuale e non essere più soltanto la piattaforma dove gli utenti scambiano idee, opinioni e pubblicano foto. Il metaverso dovrà unire il mondo “vero”, fisico, a quello virtuale, avere un’economia propria, essere facilmente fruibile, contenere numerosi utenti ed essere completamente autonomo. Inoltre, il metaverso non potrà essere solamente un’evoluzione di internet, ha precisato il venture capitalist Matthew Ball nel suo blog, ma dovrà essere un sistema decentralizzato, con uno spazio e un universo virtuale che potrà essere utilizzato come un gioco ma anche un mondo parallelo al proprio.

È il mondo descritto da Ball e da Stephenson che vorrebbe creare Zuckerberg e che grazie alla divisione Oculus di Facebook, che produce i visori per la realtà aumentata Quest, sta già iniziando a sviluppare.

Questo mondo virtuale “porterà enormi opportunità: ai creatori individuali e agli artisti; agli individui che vogliono lavorare e possedere case lontano dai centri urbani di oggi; e alle persone che vivono in luoghi dove le opportunità di istruzione o ricreazione sono più limitate. Un metaverso realizzato potrebbe essere la cosa che più si avvicina a un dispositivo di teletrasporto funzionante,” ha detto Zuckerberg in modalità Star Trek durante l’incontro con il proprio staff raccontato da Casey Newton su The Verge.

Oltre a poter assistere alla riunione, Newton ha intervistato Zuckerberg, che ha confessato di voler creare una realtà vera, virtuale e digitale sin dai tempi del liceo. Questo perché, quando il piccolo leader del mondo Tech era giovane, aveva solo un amico interessato ai computer, senza il quale non avrebbe mai creato Facebook. Con il metaverso, un mini-Zuckerberg del futuro potrà conoscere migliaia di persone interessate al mondo Tech perché si cancelleranno completamente le distanze e si creeranno nuove opportunità per miliardi di persone.

L’annuncio per la creazione di un metaverso ha, inoltre, una tempistica da non sottovalutare, dato che arriva proprio nel momento in cui il Congresso Usa sta decidendo le sorti di Facebook, Instagram e WhatsApp. L’ideazione del metaverso potrebbe quindi frenare le proposte sul sul tavolo dei parlamentari e porre ulteriori dubbi e incertezze sul futuro del web, ma anche sul suo potere e la sua governabilità.

Da "formiche.net" Facebook ha conquistato l’universo e ora punta a creare il metaverso di Giulia V. Anderson

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Coloro che hanno affondato l’ultimo pugnale nel corpo già martoriato del Libano erano le stesse persone che avrebbero dovuto risollevarlo e rilanciare il ruolo di questo popolo nel mondo arabo.

Il presidente Michel Aoun non ha accettato il governo proposto dal primo ministro designato Saad Hariri. Quest’ultimo si è dimesso pochi minuti dopo, epilogo di un dramma che dura da nove mesi. Immediatamente sono crollate sia il valore della fragile valuta nazionale sia le speranze della popolazione di porre fine alle miserie quotidiane che affliggono ogni aspetto della sua vita.

Una volta ancora il popolo libanese trattiene oggi collettivamente il fiato, in attesa di un’altra lunga crisi politica che coinvolgerà i leader dei principali partiti, il cui dominio assoluto ha devastato il paese negli ultimi anni. Ma questi leader sembrano determinati a continuare il loro gioco egoistico che consiste nel mantenere il potere a tutti i costi.

Questo ciclo di contrasti tra politici settari ed egoisti si è intensificato da quando è cominciata la crisi attuale, due anni fa. Ma stalli politici come lo scontro “muro contro muro” tra Hariri e Aoun, che hanno sospeso l’attività di governo, si sono verificati con regolarità negli ultimi decenni.

Il lento collasso dell’attività di governo, dell’economia e della vita quotidiana come la conosciamo in tutto il Libano – specialmente nelle grandi città dove vive la maggior parte delle persone – è la prova che oggi non assistiamo solo a una crisi politica tra due persone ideologicamente contrapposte.

Di fronte abbiamo, piuttosto, una più profonda crisi della statualità che non è solo tragica per il Libano, ma colpisce anche altri paesi arabi in maniera analoga. È tempo di riconoscere i difetti strutturali del sistema statale libanese e di altri paesi della regione, che ci hanno fatto toccare un punto così basso.

Come distruggere uno stato
Il costo della crisi è diventato chiaro per ogni famiglia libanese, a esclusione della clientela, dei partner commerciali, del personale di sicurezza e dei dipendenti dell’élite oligarchica al potere. Oltre al leader sunnita Hariri e al leader cristiano maronita Aoun, di questa élite fanno parte il presidente della camera Nabih Berri, il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il leader druso Walid Jumblatt, e alcuni uomini meno potenti che tuttavia partecipano al funesto gioco politico libanese con la stessa determinazione e gli stessi catastrofici risultati.

Sono tutti maschi, molti di loro stanno invecchiando, la maggior parte di loro ha ereditato la sua posizione dalla famiglia o dai propri sodali, e ognuno ha fornito al mondo arabo l’esempio più spettacolare di come distruggere uno stato, un tempo dignitoso, e far sprofondare i suoi cinque milioni di abitanti nella disperazione e nella povertà.

Le notizie che arrivano ogni giorno dal Libano descrivono una sofferenza costante delle famiglie. L’energia elettrica è praticamente scomparsa, il che significa che l’aria condizionata, internet, i frigoriferi e gli ascensori funzionano solo sporadicamente. La benzina è difficile da trovare e più costosa ogni settimana che passa. Il prezzo del cibo aumenta costantemente mentre il valore della lira diminuisce di pari passo. Le medicine essenziali per i neonati o gli anziani sono quasi introvabili. L’acqua potabile è fornita in modo irregolare. E le banche che custodiscono i risparmi di una vita sono diventate un territorio inaccessibile.

Anche quando è possibile prelevare contanti, il tasso di cambio fissato dalla Banca centrale fa sì che chi ha versato del denaro ottiene in realtà circa il venti per cento del valore del suo deposito originario. Il sistema scolastico è per lo più in caduta libera, e nuovi posti di lavoro decenti non esistono.

Sempre più aziende essenziali accettano solo dollari in contanti, che sono fuori dalla portata della maggior parte dei libanesi comuni. Sempre più persone sopravvivono ricorrendo a mense collettive, elemosina, prestiti, coltivando il proprio cibo nei loro antichi villaggi di montagna, o impegnandosi in attività economiche fondate sul baratto.

Quelli che possono emigrare lo fanno il più velocemente possibile, ma la maggior parte non può. Il risultato sono milioni di libanesi e profughi arrabbiati, frustrati, impauriti e impotenti, che si sentono così vulnerabili e umiliati che faticano ad articolare il loro dolore a parole. Molti sono stati ridotti in uno stato di disumanizzazione, e si sentono trattati come animali dai loro stessi dirigenti politici e nazionali.

L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese

Questa situazione estrema è molto drammatica perché non è la conseguenza della guerra, bensì il risultato della cattiva gestione, della corruzione e del disprezzo dell’élite al potere nei confronti del benessere e dei diritti dei cittadini.

La crisi attuale, come ha riconfermato lo spettacolo Hariri-Aoun della scorsa settimana, è il segno della convergenza di diverse crisi (politica, economica, fiscale, bancaria, energetica, ambientale), tutte dovute ai cattivi o inesistenti processi decisionali dell’élite al potere che controlla il Libano dalla fine della guerra civile nel 1990.

La verità, tuttavia, è che questa élite ha controllato lo stato per molto più tempo, a dire il vero per la maggior parte di tutto il secolo scorso. L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza egoistica dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese.

È importante tenere a mente la cronologia di un intero secolo, dal 1920 a oggi, perché rivela diversi fili che stanno contribuendo alla debolezza e alla lenta implosione dello stato e dell’economia libanesi.

Molti dei fattori che contribuiscono a questa situazione possono essere ricondotti a quattro dinamiche, tutte dipanatesi nel corso del secolo scorso: 1) le conseguenze, a scoppio ritardato, delle decisioni coloniali prese dagli europei intorno al 1920, da cui sono nati molti stati arabi; 2) le conseguenze del conflitto arabo-israeliano (anch’esso vecchio di un secolo); 3) la mancanza di un’autentica partecipazione dei cittadini nel processo decisionale o di attribuzione delle responsabilità politiche negli stati arabi; 4) la continua interferenza, nei paesi arabi, delle potenze vicine o straniere, che rendono la sovranità degli stati una finzione comunemente accettata.

Negli ultimi cento anni queste quattro dinamiche ci hanno portato a un punto in cui Libano, Siria, Iraq, Palestina, Yemen e Libia, per citare solo i casi più evidenti, hanno sperimentato una grave sofferenza nazionale, riducendo lo stato in ginocchio e i cittadini alla disperazione o all’emigrazione.

In tutto il mondo arabo sta emergendo una situazione comune che oggi colpisce anche il Libano: la maggioranza dei cittadini è povera, vulnerabile e politicamente impotente, mentre i governi e le istituzioni statali tengono sempre più sotto controllo la rabbia e la ribellione dei cittadini attraverso, più di ogni altra cosa, misure militari e di sicurezza.

Il Libano è nato nel tumulto regionale della creazione degli stati arabi indipendenti dopo il 1920. E oggi sta implodendo nel contesto delle continue pressioni di un’attività statale disfunzionale, sua e di altri territori arabi vicini, dovuta allo stesso quartetto di cause risalenti a un secolo intero fa.

Il Libano ci ricorda che l’affermazione di stati arabi stabili, democratici, produttivi e realmente sovrani è ancora un obiettivo sfuggente.

Da "https://www.internazionale.it/" Il crollo del Libano è la spia di una crisi del mondo arabo di Rami Khouri

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Sabato, 24 Luglio 2021 00:00

Do ut gas

Washington ha dovuto cedere sul completamento del gasdotto che attraverso il Mar Baltico trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa. Ma potrebbe avere come contropartita una politica estera ed economica più aggressiva di Berlino verso la Cina.

Mercoledì sera i governi tedesco e statunitense hanno annunciato, in un comunicato congiunto, di aver raggiunto un importante accordo in merito a Nord Stream 2, il gasdotto attualmente in costruzione (e quasi ultimato) che farà arrivare a Berlino il gas di Mosca, da tempo al centro di tensioni sia geopolitiche che economiche.

Come suggerisce il nome, Nord Stream 2 si affiancherebbe al già presente Nord Stream, ma la prospettiva dell’ampliamento dei canali di rifornimento tedeschi è stata da subito al centro di una serie di polemiche, tanto interne quanto esterne. Alcuni partiti (come i Verdi) hanno fatto dell’opposizione al gasdotto una loro battaglia, e sia Bruxelles che Washington criticano da tempo il progetto.

Più recentemente, l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny aveva riportato al centro la questione, arrivando a far diventare concreta l’ipotesi di annullare il progetto, scatenando anche conflitti tra il governo federale e i Länder orientali e aumentando la pressione internazionale sul governo di Angela Merkel.

Negli Stati Uniti si guarda da tempo con preoccupazione a Nord Stream 2, che aumenterebbe le interconnessioni tra Mosca e Berlino, oltre che la dipendenza energetica della Germania dalla Russia, Paese verso cui sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno attivato sanzioni. Washington ha spesso minacciato sanzioni contro il gasdotto, in alcuni casi attivandole verso singole aziende. Ma non è solo l’aspetto geopolitico a interessare agli Stati Uniti: se da un lato è chiaro che non vedono di buon occhio il potere che Nord Stream 2 attribuirebbe al Cremlino, c’è da considerare anche un piano più economico, legato alla volontà d’inserirsi meglio nelle catene di fornitura di Berlino. Proprio per questo, secondo quanto rivelato dalla Zeit, già diversi mesi fa il ministro delle Finanze Olaf Scholz avrebbe proposto agli Stati Uniti un compromesso: accettare la realizzazione di Nord Stream 2 senza sanzioni, a fronte però dell’impegno della Germania a varare una serie d’investimenti pubblici fino a un miliardo di euro, che avrebbero finanziato la costruzione di due terminali (a Brunsbüttel e Wilhelmshaven) per la ricezione del gas americano.

L’accordo di mercoledì prevede la conclusione dei lavori di Nord Stream 2, con la rinuncia da parte degli Stati Uniti ad attivare sanzioni verso le aziende tedesche. Inoltre, per tutelare l’Ucraina, Berlino si è impegnata ad aiutare Kiev a prolungare di dieci anni gli accordi con la Russia per il transito del gas, oltre che a istituire un fondo per supportare la transizione verde ucraina. Sul fronte geopolitico, l’accordo prevede che il governo tedesco prenda provvedimenti (incluso sanzioni) contro Mosca nel caso la Russia commetta «atti aggressivi» verso l’Ucraina, e che si faccia portavoce di queste istanze anche in sede europea.

L’accordo concluso consente alle due parti di salvaguardare interessi importanti. Per Berlino, infatti, era fondamentale distendere la tensione con Washington sul tema, specialmente dopo gli anni dell’era Trump, che hanno visto scemare sensibilmente l’intesa tra i due Paesi. Per gli Stati Uniti, parallelamente, mantenere una buona relazione con la prima economia europea è una priorità, e per farlo potrebbe valere la pena di veder concluso il gasdotto.

È probabile infatti che l’intesa si sposti ora su altri piani: cedere su Nord Stream 2, incassando un colpo sulla Russia, potrebbe avere come contropartita per gli Stati Uniti una politica estera ed economica più aggressiva verso la Cina da parte della Germania. Se infatti la Repubblica Popolare è uno dei principali partner commerciali per Berlino, è vero che sempre più settori della politica tedesca sottolineano la necessità di stabilire dei confini netti al dialogo con la Cina, e nell’opinione pubblica aumentano quelli che guardano con diffidenza a Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero molto interesse a introdursi in questa dinamica.

L’accordo, ovviamente, ha anche dei costi: non si parla (per ora) di far arrivare gas americano in Germania, e sia la Russia che l’Ucraina lo hanno criticato. Anatoli Antonow, ambasciatore russo negli Stati Uniti, pur esprimendo soddisfazione per l’impegno a terminare la costruzione del gasdotto, ha definito l’accordo un «attacco politico» verso la Russia per il riferimento ai possibili atti aggressivi, che costituirebbe vera e propria russofobia. L’Ucraina, invece, ha richiesto un dialogo con Berlino e Bruxelles, e in un comunicato congiunto con il governo polacco ha lamentato come l’intesa «crei una minaccia politica, militare ed energetica per l’Ucraina e l’Europa centrale, al tempo stesso aumentando la capacità della Russia di destabilizzare la sicurezza europea, dividendo Paesi NATO e membri dell’Unione europea».

L’esistenza stessa dell’accordo, inoltre, fa crollare quella che finora è stata argomentazione usata dalla Germania per difendere il progetto. Il governo, infatti, ha sempre fatto leva sul fatto che Nord Stream 2 fosse realizzato da aziende private per sostenere che esso non dovesse essere visto come un tema geopolitico. Come è facile immaginare, si tratta di una linea apparsa da sempre debole, ma che ora, a fronte di un accordo con la prima potenza mondiale che ha portato a esprimersi altri tre Paesi, viene smentita nei fatti dallo stesso governo.

I partiti di maggioranza in Germania, però, escono rinforzati dall’accordo: sia CDU che SPD sono infatti storicamente favorevoli al progetto, anche al netto di alcuni cambi di fronte negli ultimi mesi seguite al caso Navalny e alle pressioni di Bruxelles. I Verdi, che da sempre pongono la tutela dei diritti umani e dei valori democratici al centro delle relazioni internazionali e che sulla base di questo sono contrari a Nord Stream 2, incassano una sconfitta, malgrado questa non sia assolutamente definita e possa, anzi, permettere loro di fare leva sull’opinione pubblica negativa al progetto, provando a risollevarsi da una serie di problemi avuti in campagna elettorale. La loro opposizione al gasdotto, inoltre, non si basava soltanto sulla condanna alla Russia sul piano politico e democratico, ma si spiega anche con il fatto che l’europeismo dei Grüne si accompagna a un certo atlantismo, seppur declinato in senso non militarista. Non è certo un mistero, infatti, che i Verdi siano da sempre per una politica estera meno accondiscendente verso Mosca e Pechino, all’interno di un disegno che vede Washington e Bruxelles affiancate.

L’accordo su Nord Stream 2, tuttavia, mostra le questioni aperte per la Germania sullo scenario globale: la necessità di ricostruire rapporti forti con gli Stati Uniti pur nelle differenze di prospettive, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo chiaro in Europa centrale e forse persino la volontà di farlo, il tentativo di non mischiare economia e geopolitica con la Russia (una linea che molti in Germania vorrebbero riprodurre con la Cina). In questo senso, l’accordo potrebbe rappresentare la fine della vicenda Nord Stream 2 da un lato, ma dall’altro rendere ancora più evidente la necessità di fare chiarezza su alcuni nodi.

 

Da "https://www.linkiesta.it/" Do ut gas Perché gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla Germania sul Nord Stream 2 di Luigi Daniele

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Lunedì, 19 Luglio 2021 00:00

La verità è breve. O no?

Ogni ricerca, si sa, è un contributo alla crescita di tutti più che una verità assoluta. Ma proprio perché servono a farci crescere, ci sono ricerche che non vanno ignorate.
Prendete la lotta alle fake news. Se ne parla da anni, al punto che anche sul termine, «fake news», ormai c’è una certa confusione (per alcuni anche un refuso o una critica sono ormai «fake news», mentre dovrebbero esserlo solo «le notizie create ad arte per screditare qualcuno»). Premesso che chiunque abbia in ogni modo contrastato qualunque «fake news» non solo ha fatto bene ma ha tutta la mia stima, c’è un aspetto di questa vicenda che rischiamo di avere dimenticato. Una delle ragioni è probabilmente legata al fatto che quando pensiamo agli altri li raffiguriamo prendendo spunto dalle persone che conosciamo. E così dimentichiamo che una fetta sempre più grande della popolazione digitale non è come la immaginiamo, non solo perché comprende tipologie di persone che non frequentiamo quasi mai ma anche perché (come abbiamo capito tutti da tempo) anche quelli che conosciamo, a volte, hanno comportamenti «on-line» molto diversi rispetto a quando li incontriamo dal vivo.

C’è un recente studio di Mohsen Mosleh, Cameron Martel, Dean Eckles e David Rand che dovrebbe farci riflettere. Anzitutto perché è partito da una domanda molto pratica. E cioè: quando un utente (in questo caso di Twitter) riceve una correzione pubblica a una fake news che ha pubblicato o anche solo condiviso, starà più attento nei suoi tweet successivi?

CHI PUBBLICA FAKE NEWS E VIENE SCOPERTO SI VERGOGNA?
Succedesse a me e alle persone che conosco, sarei pronto a giurare che ci vergogneremmo come ladri per essere stati ripresi per avere condiviso una fake news e faremmo tantissima attenzione a ogni nostra mossa digitale successiva. Questa ricerca, però, ci svela un altro scenario. Per arrivarci i ricercatori hanno creato una serie di profili con i quali hanno pubblicato 1.500 correzioni ad alcuni tweet con informazioni false di oltre un migliaio di utenti. I risultati fanno pensare: «Gli utenti di Twitter che hanno ricevuto una risposta che smentiva un'affermazione fatta in uno dei loro post, nelle 24 ore successive hanno pubblicato più contenuti da fonti poco affidabili».


Avete letto bene: chi è stato beccato a pubblicare notizie false non solo non si è vergognato minimamente di averlo fatto, ma il fatto di essere stato ripreso pubblicamente invece che frenarlo l'ha spinto ad aumentare la pubblicazione di contenuti falsi.

Il che ci porta a un punto nodale: come si corregge il comportamento di una persona che, se pescata sul fatto e sbugiardata, reagisce in maniera opposta a quello che ci aspetteremmo? Allargando il discorso: come facciamo a far cambiare idea a persone che non vengono minimamente toccate dai convegni, dagli studi, dalle analisi, dai libri e dai dibattiti (tutti benemeriti, per carità) sulle fake news?

Molti esperti sostengono che l’imponente e importante lavoro sulle fake news va fatto per quella che viene definita «la maggioranza silente dei social», cioè da quel numero enorme di persone che non lascia traccia della propria presenza digitale (non mette like, non commenta, non condivide) ma legge (e tanto) ciò che viene scritto nei post come nei commenti.

Per quel che vale anche io sono convinto che sia un lavoro indispensabile e che serva anzitutto alla maggioranza delle persone che frequentano i social, ma tutto questo non risponde minimamente alla nostra domanda: come si comunica con chi passa il proprio tempo pubblicando falsità sui social e non viene toccato dai «metodi tradizionali»?

SAPER RISPONDERE VELOCEMENTE, CON UGUALE FORZA, SENZA ESSERE BANALI
La questione è grande e mette in discussione il modo col quale ognuno di noi comunica oggi. A partire dal fatto che noi (noi giornalisti, noi professori, noi esperti) per comunicare usiamo le parole e i ragionamenti articolati quando in Italia ben 11 milioni di persone (fonte Ocse) non sono in grado di comprendere scritti mediamente complessi. E così non li raggiungiamo.

Non solo. Abituati come siamo ad usare tante parole per spiegare le nostre idee e le nostre posizioni ci stiamo dimenticando che una parte del mondo comunica sui social (e non solo lì) usando slogan, «meme» (cioè, foto, mini video o disegni che attirano l’attenzione degli utenti diventando virali), foto accompagnate da frasi brevissime, storie di Instagram e video di TikTok. Non ci vuole niente, per esempio, a creare un video di pochi secondi per attaccare la Chiesa, accusandola delle peggiori nefandezze, ma ci vuole una bravura tutt’altro che scontata (e che in larga parte dobbiamo ancora imparare) per saper rispondere in pochi secondi con uguale forza senza cadere in un banale (quando poco coinvolgente) «non è vero».

Noi possiamo anche andare avanti all’infinito con (ribadisco: i benemeriti) convegni, webinar, lezioni, laboratori e dibattiti sulle fake news, ma dobbiamo al più presto accettare che il futuro della comunicazione passerà anche dalla nostra capacità di essere sintetici ed efficaci. Di usare ogni mezzo «nuovo» (che ormai, a ben vedere, così nuovo non è) per arrivare a più gente possibile.

In caso contrario ci troveremo a parlare sempre più solo tra noi (noi bravi, educati, amanti delle buone letture e delle buone maniere) in ambiti sempre più ristretti. E quindi a diventare sempre di più marginali. Nel digitale e non solo lì.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" La verità è breve. O no? di Gigio Rancilio

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Lunedì, 28 Giugno 2021 00:00

Il conflitto Israele-Striscia di Gaza

La Laylat al-Qadr («Notte del destino») è uno dei momenti forti della vita di Gerusalemme. In tempi normali, centinaia di migliaia di musulmani accorrono da ogni parte della Palestina e di Israele all’Haram al-Sharif (il Nobile Santuario, un ampio complesso nella Città vecchia, che comprende la Cupola della roccia e la moschea di al-Aqsa) per celebrare questa notte santa.

La notte commemora la prima rivelazione del Corano al profeta dell’islam, Maometto. Ha luogo ogni anno, verso il termine del Ramadan – il mese di digiuno –, e i musulmani della Terra Santa la attedono con trepidazione per trascorrerla in preghiera, in meditazione e in comunità all’interno del sacro recinto. La novantasettesima sura del Corano descrive la Laylat al-Qadr come «migliore di mille mesi», e continua: «In essa discendono gli angeli e lo Spirito con il permesso del loro Signore per [fissare] ogni decreto. È pace, fino al levarsi dell’alba». Ma quest’anno, in cui Laylat al-Qadr è caduta l’8 maggio, non c’è stata pace, e i sogni di molti sono stati infranti dalla rinnovata esplosione di violenza che ha travolto gran parte di Israele e della Palestina.

Sebbene il divampare della violenza non sorprenda coloro che vivono nel cuore di quella piaga non curata che è Israele-Palestina, questa volta l’entità e l’intensità della violenza sono degne di nota.

Gerusalemme, una città sotto assedio

Il mese del Ramadan, iniziato il 12 aprile 2021, è stato contrassegnato dall’ombra della pandemia da Covid-19. A molti musulmani è stato impedito lo spostamento dalla Palestina a Gerusalemme, per la perdurante diffusione del virus e le poche vaccinazioni eseguite nella zona palestinese. Sebbene Israele continui a controllare quei territori, direttamente o indirettamente, disciplinando l’accesso alle aree considerate autonome, e nonostante il notevole successo che ha ottenuto nella lotta contro il coronavirus, il vaccino non è stato condiviso con i palestinesi.

I musulmani provenienti da Gerusalemme e dall’interno di Israe­le erano soliti confluire per la notte all’Haram al-Sharif. Quest’anno le autorità israeliane hanno deciso di vietare loro di radunarsi alla Porta di Damasco, la principale via di accesso per i palestinesi che si recano all’Haram. La piazza e le scalinate fuori di questa Porta sono abituale palcoscenico di eventi culturali e il punto d’incontro di tutti coloro che lasciano la Città vecchia prima di tornare a casa. Di solito qui le famiglie si scambiano saluti e notizie in un’atmosfera festosa.

La polizia israeliana si è presentata in forze e ha transennato l’area, disperdendo i musulmani che tentavano di radunarsi. Le successive proteste della comunità palestinese, guidate da giovani arrabbiati, hanno denunciato l’azione della polizia come un simbolo del perdurante e inarrestabile tentativo israeliano di impadronirsi dell’intera Gerusalemme Est.

Gli scontri intorno alla Porta di Damasco si sono estesi all’area dell’Haram. Le forze armate israeliane sono penetrate nelle moschee, e molte persone sono state ferite e arrestate all’interno della sacra spianata. Vedere l’intero Haram trasformato in una zona di guerra ha sconvolto, ancora una volta, i musulmani di tutto il mondo.

Poco a nord dell’Haram, il quartiere di Sheikh Jarrah è teatro di un altro tentativo israeliano che dura da anni. Si tratta di uno scenario di crescente violenza, fomentato dagli sfratti imposti a famiglie palestinesi a cui è stato ingiunto di abbandonare le case che avevano occupato all’indomani della guerra del 1948, quando fu istituito lo Stato di Israele. Queste famiglie, fuggite dal territorio divenuto israeliano, si stabilirono in proprietà fino allora abitate da ebrei, a loro volta insediatisi nelle nuove aree disponibili.

Può darsi che la restituzione delle proprietà ai possessori originari risponda a un principio di giustizia, tuttavia questo diritto di ripristino viene applicato esclusivamente agli ebrei. A loro volta, le centinaia di migliaia di palestinesi fuggiti o cacciati dai territori divenuti parte dello Stato israeliano avevano dovuto lasciare proprietà consistenti: case, campi e attività commerciali, che furono espropriati e consegnati agli ebrei immigrati nel Paese. Ora non c’è alcuna intenzione di restituirli agli arabi palestinesi che li possedevano in origine. Inoltre, non appena le proprietà di precedente appartenenza ebraica vengono evacuate dai palestinesi, a prendervi residenza non sono gli ex proprietari, ma coloni ebrei che vi si trasferiscono allo scopo di creare enclave ebraiche forti e sorvegliate nel cuore dei quartieri arabi. Il fenomeno è ben noto a Gerusalemme Est e ripercorre il processo analogo svoltosi nel quartiere di Silwan, nella parte sud della Città vecchia. Arabi ed ebrei progressisti protestano da anni, con scarsi risultati, contro le manovre israeliane a Sheikh Jarrah e a Silwan. In concomitanza con gli eventi alla Porta di Damasco, anche le proteste a Sheikh Jarrah sono diventate più violente.

Sheikh Jarrah, Silwan e la Porta di Damasco sono tre punti chiave di Gerusalemme Est che illustrano un principio generale. Da decenni Israele esercita un rigido controllo sulla parte araba della città, con la determinazione a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi che vi abitano. Subito dopo la guerra del 1967 le autorità israeliane avviarono la costruzione di veri e propri anelli di insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme Est, per separarla da Betlemme a sud, da Ramallah a nord e da Gerico a est. Contemporaneamente venne approvata la legge che annetteva Gerusalemme Est, definita parte integrante dello Stato di Israele a Gerusalemme Ovest, capitale «eterna» del popolo ebraico. Il muro che venne costruito all’inizio degli anni Novanta fu presentato dagli israeliani come una misura di sicurezza contro gli attacchi terroristici, ma di fatto ha ulteriormente diviso Gerusalemme Est dal resto del territorio palestinese.

In anni più recenti, le autorità israeliane hanno avviato un processo di mappatura del territorio e pianificazione urbana che prelude a una vasta confisca di terreni e impedisce ai palestinesi di sviluppare la città, di costruire quartieri residenziali e di avviare imprese commerciali. Molti abitanti di Gerusalemme Est, impossibilitati a trovare alloggio nella loro città, sono stati costretti a emigrare oltre i confini municipali israeliani di Gerusalemme, perdendo la residenza, e in molti casi questo ha comportato la confisca delle loro carte d’identità di Gerusalemme. Inoltre, i gerosolimitani che sposano palestinesi della Cisgiordania non possono risiedere con loro a Gerusalemme, perché ai partner è negato il diritto di soggiorno nella città. E se si trasferiscono con il coniuge in Cisgiordania, rischiano di perdere il loro diritto di residenza a Gerusalemme.

Una situazione di stallo politico

La soluzione degli innumerevoli conflitti che oggi investono Gerusalemme e i suoi residenti palestinesi dipende da un processo politico israelo-palestinese che è inesistente. Se, con un eufemismo benevolo, prima del 2017 lo si poteva definire «traballante», a partire da quella data esso è stato letteralmente devastato sotto i colpi dell’amministrazione Trump. Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la rottura delle relazioni ufficiali con i palestinesi e la legittimazione delle politiche di Netanyahu hanno seminato disperazione nei circoli palestinesi.

Più recentemente, il divieto israeliano ai palestinesi di Gerusalemme Est di partecipare alle elezioni politiche generali della Palestina, previste per il mese di maggio del 2021, è servito da giustificazione per l’annullamento dell’intero appuntamento elettorale. Molti palestinesi sono convinti che la vera ragione di questo rinvio fosse dovuta al timore del presidente Mahmoud Abbas di perderle, a vantaggio della fazione islamica di Hamas. Più in generale, gli abitanti di Gerusalemme Est si sentono del tutto abbandonati dall’Autorità palestinese nel far fronte ai tentativi israeliani di controllare Gerusalemme e ritengono che essa preferisca concentrare gli sforzi diplomatici e politici sulla lotta per mantenere l’integrità dei restanti territori in Cisgiordania fuori dalla zona di Gerusalemme.

Un ulteriore contributo a questo stallo politico viene dalla situazione dello Stato israeliano. Nel luglio 2019 Benjamin Netanyahu è diventato il primo ministro israeliano più longevo di sempre, superando David Ben Gurion. Dopo le ultime elezioni israeliane del 23 marzo 2021, egli è stato nuovamente incaricato di provare a formare un nuovo governo. Ma, di fronte alle crescenti critiche che gli venivano non solo dal centro e dalla sinistra israeliani, ma anche dalla destra, necessitava di un sostegno più consistente di quello che gli potevano offrire i suoi alleati ebrei ultraortodossi. Pertanto ha promosso la formazione di una coalizione di estrema destra, che comprendeva esponenti di gruppi estremisti ben noti per il rifiuto di qualsiasi compromesso con i palestinesi e per il razzismo nei confronti di tutti gli israeliani «non ebrei». Queste forze politiche sono entrate in Parlamento all’indomani delle elezioni, convinte che la tenuta di Netanyahu dipendesse da loro e che quindi lui le avrebbe assecondate.

Il 22 aprile, un mese dopo le elezioni, questi gruppi israeliani estremisti hanno organizzato una marcia su Gerusalemme Est, con il proposito dichiarato di restituire l’onore agli ebrei nella città: onore offeso dai video pubblicati sui social media da alcuni giovani palestinesi, che si erano ripresi mentre compivano bravate, come schiaffeggiare e spintonare ebrei in luoghi pubblici. Quelle immagini sono state sfruttate come combustibile per alimentare l’indignazione popolare. Centinaia di attivisti si sono radunati a Gerusalemme Ovest, innalzando striscioni e cantando slogan che minacciavano gli arabi mentre marciavano verso la Porta di Damasco. La polizia israeliana non ha sciolto il corteo, limitandosi a impedire l’accesso dei partecipanti all’area della Porta di Damasco. La violenza, già in corso a causa delle barricate erette dalla polizia, si è intensificata, provocando molti feriti. Bande di manifestanti ebrei sono tornate a Gerusalemme Ovest e hanno aggredito qualsiasi cittadino arabo incontrassero. Pochi giorni dopo, il 25 aprile, la polizia ha annullato la misteriosa e inspiegabile decisione di occupare la Porta di Damasco, ritirandosi e consentendo la rimozione delle transenne. Tuttavia la calma non è durata a lungo, e nelle sere del Ramadan la tensione è rimasta alta.

Quando si è giunti alla Laylat al-Qadr dell’8 maggio, le elezioni palestinesi erano state rinviate a tempo indeterminato e il mandato di Netanyahu di formare un nuovo governo era ormai scaduto. Il 4 maggio, infatti, il presidente israeliano Reuven Rivlin aveva conferito il compito di formare un governo a Yair Lapid, capo dell’opposizione. Questi ha cercato di dare vita a una coalizione anti-Netanyahu, basandola sulle accuse di corruzione contro il premier e sulla sua rottura con gli altri leader della destra israeliana. In sostanza, ha cercato consenso contro la persona di Netanyahu, piuttosto che creare un’alternativa credibile per la società israeliana, e quindi si è visto costretto a ignorare l’attuale situazione instabile per non alienarsi i potenziali alleati di sinistra e di destra. Nel frattempo, Netanyahu ha continuato a governare in attesa che si giungesse alla nomina di un suo successore.

Mentre la Laylat al-Qadr calava sulla città, le autorità israeliane hanno deciso di fermare le decine di pullman che trasportavano a Gerusalemme i fedeli musulmani provenienti dall’entroterra. I passeggeri, tutti cittadini israeliani musulmani, sono scesi dai pullman e si sono avviati a piedi verso la Città santa, convinti che la polizia si sarebbe comportata con maggiore prudenza verso di loro di quanto avesse fatto con i residenti di Gerusalemme Est e degli altri territori occupati. Questo, nel giro di breve tempo, ha indotto le autorità a tornare sulla loro decisione, e i pullman hanno ripreso il viaggio, ma il danno era stato fatto e i pellegrini ribollivano di rabbia. Quella che era vista come la profanazione di un momento e di un luogo sacro ha infiammato i musulmani ovunque, e in particolare nelle città e nei paesi della Palestina e di Israele.

Due giorni dopo la Laylat al-Qadr, il 10 maggio, migliaia di ebrei israeliani sono affluiti a Gerusalemme per celebrare l’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. Yom Yerushalayim («Giorno di Gerusalemme») è una commemorazione annuale che ogni anno ha comportato crescenti tensioni in città. L’evento principale consiste nella «Marcia delle bandiere», in cui migliaia di giovani ebrei israeliani sfilano per le strade di Gerusalemme sventolando bandiere israeliane e cantando canzoni nazionaliste. Durante la marcia attraversano la Porta di Damasco e percorrono il Quartiere musulmano della Città vecchia, diretti al Muro occidentale, luogo sacro e simbolo ebraico, che è situato subito sotto l’Haram al-Sharif. Con un ordine dell’ultimo minuto, il primo ministro Netanyahu ha annullato la parata attraverso la Città vecchia, ma la frustrazione e la rabbia erano già montate e con esse la violenza fuori e dentro l’Haram e nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Palestinesi che sono israeliani

La violenza a Gerusalemme Est, e in particolare nell’Haram, ha suscitato forti reazioni non soltanto tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana entro i territori sequestrati nella guerra del 1967, ma anche tra quei palestinesi che sono cittadini di Israele e vivono all’interno dei confini internazionali definiti nel 1948. Molti di loro avevano sperimentato in prima persona le tensioni a Gerusalemme in occasione del viaggio all’Haram. Gli arabi palestinesi che sono cittadini dello Stato di Israele costituiscono circa il 21% della popolazione complessiva e prendono parte alla vita politica israeliana. Nelle elezioni del 2020, una coalizione di quattro partiti prevalentemente arabi, la Lista comune, era riuscita a ottenere 15 dei 120 seggi parlamentari, un vero primato.

A tenere unita tale coalizione era l’opposizione, concorde sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi e sulla discriminazione nei confronti degli arabi all’interno di Israele. Questo programma condiviso è stato tuttavia sconfessato da un importante politico arabo conservatore, Mansour Abbas, che è a capo di una delle quattro formazioni che compongono la coalizione. Abbas non solo ha rotto con gli alleati, ma ha avviato colloqui con la destra israeliana, con l’intento di sostenere un governo Netanyahu. Abbas condivide con la destra israeliana un approccio conservatore a varie questioni sociali. Constatata la scissione della Lista comune, alle elezioni del 2021 molti cittadini arabi di Israele non sono andati a votare. Il consenso ai partiti prevalentemente arabi è sceso da 15 seggi a 10 (sei alla Lista comune e quattro al partito conservatore di Abbas). Dopo le elezioni, la necessità, per Netanyahu, del sostegno di Abbas nella formazione di un governo è diventata stringente. Ma altri suoi alleati, gli estremisti di destra, hanno rifiutato di accettare il coinvolgimento degli arabi nella coalizione che si cercava di formare.

Il rifiuto che gli alleati di Netanyahu hanno opposto ad Abbas ha evidenziato ancora una volta la discriminazione verso i cittadini arabi palestinesi di Israele. Pur avendo il diritto di voto, essi sono confinati in un regime di discriminazione che tocca quasi ogni aspetto della loro vita in uno Stato che si autodefinisce «ebraico», sebbene insista a proclamarsi democratico. Nel 2018, il Parlamento israeliano ha approvato una legge che ribadiva che Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, evidenziando ancora una volta la natura problematica della democrazia israeliana. La discriminazione che colpisce gli arabi è particolarmente evidente nei settori dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dell’occupazione, dello sviluppo della comunità, della proprietà territoriale e dei servizi municipali. Un’altra conseguenza devastante di questo regime discriminatorio è determinata dall’assenza della polizia nelle località arabe: per questo vi sono sbocciati la criminalità, lo spaccio di armi e quello della droga, che ogni anno provoca decine di morti tra i giovani e gli adulti. L’uguaglianza dei cittadini arabi in Israele è, insieme all’occupazione dei territori palestinesi, una delle principali questioni politiche all’interno della società israeliana.

Questa disparità appare più evidente che mai nelle città in cui convivono cittadini ebrei e arabi: Jaffa, Ramla, Lidda, Haifa, Acri e Nazaret. Ai quartieri ebraici viene riservata la maggior parte dei contributi e dei progetti di sviluppo, causando una disuguaglianza evidente per qualsiasi osservatore che paragoni le infrastrutture nei diversi settori di queste località. Gli ebrei e gli arabi che hanno assistito agli eventi di Gerusalemme hanno trasformato queste città in campi di battaglia paralleli. Estremisti ebrei e giovani arabi furibondi si sono scontrati nelle strade. Davanti allo spettacolo dei vicini che aggredivano i vicini e ne distruggevano le proprietà, la discriminazione ha avuto di nuovo la meglio, perché la polizia ha arrestato per lo più arabi e spesso ha chiuso gli occhi sulla violenza ebraica. L’esplosione dell’odio e della vendetta, in particolare nelle città miste, ma in generale in tutto il settore arabo, per le autorità israeliane costituisce una sfida forse ancora più grande che non gli eventi di Gaza, perché intacca il tessuto sociale israeliano e smentisce i ricorrenti slogan sulla coesistenza arabo-israeliana all’interno di Israele.

Gaza ruggisce e geme

Il 10 maggio, mentre gli entusiasti partecipanti al «Giorno di Gerusalemme» si accingevano a far partire la loro parata, diretta oltre la Porta di Damasco e attraverso il quartiere musulmano, Hamas, il movimento islamico che a Gaza costituisce anche il governo locale, ha pronunciato un ultimatum per gli israeliani, chiedendo il ritiro immediato delle loro forze armate dall’Haram. Se non fossero state immediatamente rimosse, Hamas minacciava di bombardare di missili Gerusalemme e altre città israeliane. Per molti, in tutto il mondo, l’intera vicenda che stiamo riepilogando ha avuto inizio quando Hamas ha effettivamente lanciato i suoi missili. Questo atto di guerra ha attirato l’attenzione di un mondo sostanzialmente annoiato dalle continue schermaglie tra israeliani e palestinesi.

Hamas, che è di ideologia islamica e considera la distruzione di Israele come un proprio obiettivo, da molti mesi aveva promosso un periodo di pace con Israele, dialogando con i rappresentanti di Netanyahu attraverso mediatori egiziani ed europei. Il bombardamento di Israele, compiuto in nome della difesa della moschea di Al-Aqsa, probabilmente ha dato sfogo anche alla frustrazione accumulata in mesi di negoziati infruttuosi. Inoltre, Hamas aveva sperato che la programmata tornata elettorale palestinese avrebbe portato a una sua vittoria, sicché il rinvio delle elezioni è stato un duro colpo.

In sostanza, sia Netanyahu sia i dirigenti di Hamas hanno scelto di impegnarsi in un conflitto aperto e violento animati da secondi fini: Netanyahu per rimanere al potere; e i dirigenti di Hamas per guadagnarsi il sostegno popolare senza il processo elettorale. Alla luce della crisi in atto, figure importanti dell’opposizione a Netanyahu hanno abbandonato i tentativi di formare un governo alternativo, e molti palestinesi hanno applaudito alla spavalderia di Hamas.

Il boato proveniente da Gaza è risuonato in tutto Israele. La pioggia di missili ha fatto correre israeliani terrorizzati nei rifugi, e un certo numero di loro è morto sotto il fuoco (10 persone entro il mezzogiorno del 17 maggio). I missili sono piovuti sulle aree meridionali (comprese le città di Beer Sheva, Sderot e Ashkelon), ma hanno raggiunto anche il centro del Paese e le zone intorno a Tel Aviv e a Gerusalemme. Hamas ha rivelato un arsenale più imponente di quanto la maggior parte degli israeliani si aspettasse. La rappresaglia israeliana è stata immediata e violenta. Fino al 17 maggio, 196 abitanti di Gaza erano stati uccisi dai bombardamenti, oltre 1.200 persone erano rimaste ferite, e i danni materiali erano enormi.

Al ruggito di Gaza ha fatto eco il gemito continuo di un’area che è di nuovo insanguinata e devastata. Gaza è da anni sotto assedio e sotto il controllo di un regime islamico autoritario. Con i suoi vasti campi profughi, è fortemente sovrappopolata; oltre il 70% degli abitanti sono discendenti di rifugiati da quelle aree della Palestina che nel 1948 divennero israeliane. Di fatto, Gaza è il luogo più densamente popolato della Terra: conta due milioni di persone che vivono in un’area geografica di 364 chilometri quadrati. La disoccupazione è vicina al 50%; l’elettricità scarseggia, con forniture che non superano le otto ore al giorno; quasi assenti sono le infrastrutture idriche e fognarie. Lo sviluppo economico è pressoché inesistente. La miseria di Gaza è proverbiale quanto la vitalità e la prosperità di Tel Aviv.

Quanto manca all’alba?

Mentre il mondo sta a guardare, israeliani e palestinesi continuano a combattere. Purtroppo, questa non è una novità, né una sorpresa. Quella di Israele-Palestina è da decenni una ferita non curata. Vi assiste gran parte del mondo, esprimendo generiche condanne della violenza e torcendo il linguaggio in modo che rimanga imparziale e, alla fine, inefficace. La ferita resta insanguinata e non medicata. Anche adesso chi si adopera per placare gli animi e far tacere le armi fa affidamento sulla stanchezza. In definitiva, l’obiettivo rimane «ristabilire la calma», in modo che la vita possa continuare. Tuttavia, quando la vita continuerà, e così sarà, per la maggior parte dei palestinesi si tratterà di una vita ancora sotto occupazione e all’ombra della discriminazione, e per la maggior parte degli israeliani di una vita vissuta nel timore di rappresaglie e violenze. Una piaga non curata come Israele-Palestina continuerà a suscitare ideologie improntate all’odio e alla vendetta, che generano disprezzo e promuovono la violenza. Perché la realtà è guerra fino al levarsi dell’alba, l’alba di un nuovo giorno.

Il Pontefice è intervenuto due volte al Regina Coeli sul conflitto. Il 9 maggio ha invitato «tutti a cercare soluzioni condivise affinché l’identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa sia rispettata e possa prevalere la fratellanza». Il successivo 16 maggio ha denunciato la «spirale di morte e distruzione», affermando: «Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere». Ha invitato tutti a pregare «incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli».

Una dichiarazione rilasciata dal Patriarcato latino di Gerusalemme il 9 maggio, giornata intermedia tra la Laylat al-Qadr e il «Giorno di Gerusalemme», riferendosi a Gerusalemme, auspica l’alba di un nuovo giorno: «La nostra Chiesa è stata chiara sul fatto che la pace richiede giustizia. Fintantoché i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia, e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l’ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette». Queste parole riguardo a Gerusalemme si possono estendere all’intero Israele-Palestina. Secondo questa dichiarazione, tutti – israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani – devono avere «lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla pace». Inoltre, il Patriarcato si è spinto a immaginare un giorno in cui Gerusalemme possa essere «un luogo di preghiera e di incontro aperto a tutti, e dove tutti i credenti e i cittadini, di ogni fede e appartenenza, possono sentirsi “a casa”, protetti e sicuri». Sarebbe davvero l’alba di un nuovo giorno, un giorno di pace.

* * *

Il 21 maggio 2021, alle 2 del mattino, è entrato in vigore un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto dopo che l’amministrazione statunitense è riuscita a far comprendere al primo ministro israeliano Netanyahu che i bombardamenti su Gaza dovevano finire. Sia l’amministrazione Netanyahu sia Hamas hanno immediatamente rivendicato la vittoria, entrambe le parti sottolineando la distruzione che avevano causato nelle vite di quelli della parte avversa. Dodici erano i morti da parte israeliana – tra cui tre lavoratori immigrati e due cittadini arabi palestinesi di Israele –, mentre 226 palestinesi erano morti a causa dei bombardamenti israeliani di Gaza, e altri 12 palestinesi erano stati uccisi dai soldati israeliani in Cisgiordania. Nonostante le affermazioni in senso contrario, è improbabile che quest’ultimo conflitto abbia aggiunto qualcosa di positivo alla risoluzione delle cause profonde della violenza. L’unica domanda che rimane ora è quanto durerà la calma prima del prossimo ciclo di violenza.

Da "https://www.laciviltacattolica.it/" Il conflitto Israele-Striscia di Gaza di David Neuhaus

Pubblicato in Passaggi del presente

La domanda «Come trasmettere la complessita??» comporta una questione preliminare: come conoscere, o riconoscere, la complessita?? Vorrei insistere, per cominciare, sul fatto che le conoscenze che ci sono dispensate dall’informazione o dai media, cosi? come le conoscenze dispensate dall’insegnamento, non ci preparano a riconoscere la complessita?.
Prendo il termine “complessita?” anzitutto in un senso primario, derivato dal termine latino complexus, che indica cio? che e? tessuto insieme. Gli eventi non sono mai isolati; sono in un contesto, il quale a sua volta sta in un sovracontesto. C’e? sempre un tessuto comune. Pascal, nel XVII secolo, aveva una visione estremamente perspicace quando diceva che «tutte le cose essendo causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte dialogando tra loro attraverso un legame naturale e impercettibile che lega le piu? distanti e le piu? diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non piu? di quanto lo sia conoscere il tutto senza conoscere le parti». Ecco quale sfida gigantesca ci attende.

Quelle che vengono chiamate informazioni, provenienti dai media, mi fanno pensare a un’altra frase pertinente del grande poeta T.S. Eliot: «Qual e? la conoscenza che perdiamo nell’informazione?

E qual e? la saggezza che perdiamo nella conoscenza?». Quale conoscenza perdiamo nell’informazione? Le informazioni disperse sono come una pioggia, una nube, se non c’e? un sistema di conoscenza in grado di organizzarle e di dare loro un senso. E poi bisogna che questo sistema organizzatore abbia una qualche pertinenza. Che non derivi esso stesso da un manicheismo o da una mutilazione della realta?. Inoltre Eliot parlava molto giustamente di saggezza, ossia della necessita? di incorporare quello che sappiamo nelle nostre vite, nei nostri comportamenti. Anche qui, non ci sono saggezza e arte di vivere possibili davanti a conoscenze puramente oggettivate.

Si puo? dire allora che per fortuna abbiamo un sistema educativo che consente di organizzare le conoscenze. Ebbene, questo sistema educativo e? fondato, appunto, sulla separazione, il frazionamento e la disgregazione del tessuto comune di tutte le cose. Questo principio, del resto, e? stato fecondissimo per lo sviluppo delle conoscenze, a partire dallo slancio delle scienze moderne che si sono incanalate nelle discipline. Ma queste ultime, sempre piu? separate, isolate le une dalle altre, fanno si? che tra loro si formino enormi buchi neri: ci rendono ciechi su un certo numero di realta? e di problemi essenziali e vitali. Questo sistema educativo comincia nella primaria, prosegue nella secondaria e culmina nell’insegnamento superiore. In fin dei conti tutte le realta?, tutti i grandi problemi, vengono disgregati.

La questione dell’umano
Prendiamo la realta? fondamentale che riguarda ciascuno: che cosa significa essere “umano”? Naturalmente ci sono le scienze umane e sociali, che si dividono in economia, sociologia, psicologia, scienza delle religioni. Ma comunicano spesso male tra loro e rischiano di conoscere solo frammenti di realta?. Oltretutto, non ci sono solo le scienze sociali e umane. Tutta una parte della realta? umana e? una realta? biologica. Noi siamo esseri viventi. Persino il nostro cervello, senza il quale non potremmo conoscere e pensare, e? un organo biologico. Ebbene, questa realta? biologica viene completamente separata dall’altra realta? umana. O gli uni dimenticano che noi siamo esseri viventi e riducono l’umano al culturale e allo spirituale. O gli altri riducono tutto quello che c’e? di culturale e di spirituale a geni o a comportamenti presenti gia? nel mondo animale. Si e? come incapaci di pensare questa realta? duplice. Oggi, sapendo piu? che in passato che la realta? biologica e? costituita da molecole e da atomi che si trovano nella natura, ci rendiamo conto che il nostro rapporto con il mondo fisico e? molto piu? profondo di quanto avremmo creduto. Le nostre particelle si sono forse formate nei primi secondi dell’universo. Gli atomi necessari alla vita si sono costituiti in un sole anteriore al nostro. Insomma, partecipiamo a tutta una storia cosmica. Ma questa storia rimane invisibile fintanto che tutti gli elementi restano separati.

Inoltre non ci sono solo le scienze: la letteratura e la poesia sono anch’esse mezzi di conoscenza dell’umano. Direi addirittura mezzi che comportano l’integrazione di quello che le scienze sono obbligate a distruggere: ossia la realta? soggettiva di ciascun individuo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. Lo mostra il romanzo, il grande romanzo, da Balzac fino a Proust, passando per Dostoevskij. Quanto alla poesia, non e? solo un lusso della letteratura. Ci inizia a quella cosa essenziale che e? la qualita? poetica della vita, contrapposta al suo aspetto prosaico, che consiste nel fare le cose necessarie, talora obbligatorie, indispensabili a guadagnarsi la vita, ma che ignora la comunione, l’amore, l’estasi, il gioco.

L’era planetaria e il dialogo fra le civilta?
«Dove andiamo?» e? la seconda grande domanda che ci si puo? porre a partire dal secondo grande buco nero del nostro sistema educativo: la globalizzazione. Questa e? il prodotto ultimo, cominciato alla fine del XV secolo, di un processo che si dispiega a partire dal XVI secolo, dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione della Terra: l’era planetaria. Essa si e? sviluppata attraverso la dominazione, lo schiavismo, l’oppressione, ma sono pochissime le menti in Occidente ad avere percepito quello che stava accadendo. Da un lato, Bartolomeo de Las Casas fa ammettere alla Chiesa che gli amerindi hanno un’anima, benche? Cristo non abbia viaggiato in America. E Montaigne afferma che quelli che vengono chiamati “barbari” semplicemente appartengono a un’altra civilta?. Cosi? comincia quel processo di autocritica dell’Occidente ancora minoritario, ma tanto necessario. Ecco dunque quest’epoca planetaria che oggi si e? sviluppata con il crollo delle economie sedicenti socialiste e con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione immediata. Ne e? risultata un’economia ormai globale, ma che purtroppo manca di regolazione.

E? importante riconoscere i precedenti di quest’epoca planetaria e i suoi aspetti ambivalenti. Infatti non esiste un’unica globalizzazione. Ce ne sono forse parecchie. Ce n’e? stata almeno una seconda: quella che e? cominciata con Montaigne e Bartolomeo de Las Casas e? proseguita con l’umanesimo europeo, poi con l’internazionalismo e oggi con l’altromondismo. E? la globalizzazione incompiuta, incerta, delle idee di democrazia, diritti dell’uomo, diritti della donna. Ci sono ambivalenze straordinarie. Gia? Marx, nel XIX secolo, diceva che il capitalismo avrebbe creato condizioni per una vera e propria letteratura mondiale. Cosa che si sta in effetti realizzando, e non solo per e?lite ristrette in differenti Paesi. Cosi? ora conosciamo traduzioni di romanzi cinesi, giapponesi, latinoamericani.

Il groviglio del presente, l’incertezza del futuro
Per comprendere quest’epoca planetaria e? necessario che esista un insegnamento di fondo sul tema, come sulla condizione e l’identita? umana. Ebbene, esso e? totalmente assente dalle strutture del nostro insegnamento. Oltretutto, e? una conoscenza difficile. Perche?? Anzitutto, e? difficilissimo prendere coscienza di quanto sta accadendo. Il filosofo spagnolo Jose? Ortega y Gasset diceva appunto: «Non sappiamo cosa sta accadendo, e sta accadendo proprio questo», ossia la nostra ignoranza di quel che accade. Per di piu?, ci vuole sempre un certo tempo per prendere coscienza di quanto accade. Si puo? citare, in proposito, un altro filosofo, Hegel, che diceva: «L’uccello di Minerva spicca il volo al crepuscolo». Ossia l’uccello della razionalita?, della saggezza, della comprensione arriva sempre troppo tardi, o almeno molto tardi.

E? dunque difficile comprendere cio? che avviene; difficile comprendere un presente aggrovigliato. E? questa la complessita?. Quando si semplifica, alcuni vedono solo processi demografici. Altri vedono solo conflitti tra religioni, altri ancora solo derive del capitalismo eccetera. Il grande problema e? come tutti questi processi interagiscano tra loro in un nodo gordiano inestricabile. Questa conoscenza, perche? difficile, e? necessaria; e richiede un modo di conoscenza complesso.

Ecco il problema della conoscenza di cio? che accade. Ma in piu? si pone il problema del futuro. Non esiste piu? quella filosofia che ci diceva che il futuro era gia? in strada verso il progresso. Non crediamo piu? che la locomotiva della storia traini l’umanita? sempre verso il meglio.

Non solo questa fede nel progresso e il mito di una storia teleguidata verso un bel futuro, che si credevano razionali, sono crollati, ma sappiamo che esiste un’incertezza di fondo. Nessuno puo? predire il domani. L’11 settembre 2001, o l’implosione dell’Unione Sovietica, per la maggior parte degli osservatori furono imprevisti. Come diceva gia? Euripide, cinque secoli prima della nostra era: «Ad accadere non e? il previsto, e? quasi sempre l’imprevisto». Ebbene, non siamo pronti ad affrontare questo imprevisto. Non siamo pronti a pensare il mondo com’e?. Non solo le realta? vengono totalmente disintegrate, ma i grandi problemi vengono ignorati.

Che cos’e? la conoscenza? Che cos’e? la comprensione?
Si insegnano conoscenze, ma non si insegna mai che cosa sia la conoscenza. Ossia qualcosa che corre sempre il rischio dell’errore e dell’illusione. Come sappiamo tutti riguardo a conoscenze che in passato sembravano evidenti e che oggi ci appaiono puerili, ridicole e false. Chi ci dice che non sia lo stesso per le nostre convinzioni di oggi? Dieci o quindici anni fa il liberalismo economico sembrava un dogma, oggi appare un’ideologia sempre piu? minata e sminuita. C’e? stato il mito del comunismo prima, ce ne sono stati altri. Significa che viviamo nell’illusione che il presente sia lucido e che gli errori siano riservati al passato. Qui sta il problema: conoscere la conoscenza, le trappole della conoscenza. Trappole presenti nella psicologia di ciascuno, nella cultura, nei rapporti umani. La conoscenza della conoscenza, che e? solo un piccolo capitolo per specialisti della filosofia, deve essere un problema centrale insegnato fin dall’infanzia.

Inoltre non ci si interroga sulla comprensione: che cos’e? la comprensione umana? Ossia qualcosa di vitale non solo per i nostri rapporti con le altre nazioni, le altre culture, ma anche per i rapporti all’interno del nostro mondo, delle nostre famiglie, del nostro lavoro. Finche? non ci sara? maggior progresso nelle nostre capacita? di comprendere, non ci sara? progresso nei rapporti tra esseri umani.

Ebbene, non si insegna la comprensione dei rapporti umani. Non si insegna nemmeno ad affrontare le incertezze. Anche qui: si insegnano certezze, proprio quando le scienze piu? avanzate devono confrontarsi con l’incertezza, con l’aleatorio. Vale per le scienze umane come la storia, ma non parliamo oggi della microfisica o della scienza del cosmo, che non puo? dirci dove va il nostro universo. Tanto l’origine quanto il futuro restano avvolti dal mistero. La parola Big Bang e? solo una metafora.

Le scienze imparano sempre piu? a lavorare con l’incertezza, ma questo e? un problema per ognuno. Ogni destino individuale e? un destino il cui futuro e? incerto. Fin dalla nascita, nessuno sa quale sara? il suo sviluppo, le sue malattie, quali saranno gli incontri che fara?, se la coppia che formera? sara? felice... Il giorno della nostra morte e? sconosciuto, per quanto la morte sia una certezza. Quello che e? vero per il destino degli individui e? vero per il destino delle societa? e del pianeta.

Crisi dell’intelligibilita?, assenza di progetto
Questo per dire che le conoscenze fondamentali, principali, non vengono insegnate. Del resto c’e? una crisi dell’intelligibilita?, una crisi dell’intelligenza. L’intelligenza che trionfa, quella degli esperti che popolano i ministeri, quella degli specialisti che vivono solo all’interno della loro specialita? senza guardare cio? che succede intorno, e? un’intelligenza cieca. Da? visioni unilaterali qualunque sia l’evento che si guarda: la crisi delle periferie come la crisi planetaria.

In quest’assenza di futuro, senza la possibilita? di provare a elaborare, se non un programma, almeno una strada per affrontare l’incertezza del futuro, i politici e le persone vivono alla giornata. Naturalmente le famiglie fanno progetti sui figli, sulla loro progenie. Si puo? vivere alla giornata anche guardando la televisione, partendo per il fine settimana. Ma pensiamo che nella maggior parte delle regioni del mondo vivere alla giornata significa vivere nell’angoscia e nella miseria, non solo materiale. Miseria dell’umiliazione e della subordinazione. Allora, quando la politica stessa vive alla giornata e si riduce all’economia, quando l’economia funziona solo sul calcolo e quando il calcolo stesso ignora le realta? umane – le passioni, i sentimenti, l’amore, l’odio, la sofferenza, l’umiliazione – si diventa incapaci di capire. Ogni volta che c’e? un problema – si tratti di un’inondazione nel Terzo Mondo, dell’Aids in Africa o della crisi delle periferie – si individua la causa nella mancanza di soldi. Bisogna aumentare i mezzi! I soldi, naturalmente, sono necessari. Ma si dimentica il problema fondamentale: l’umiliazione, le discriminazioni e tutti quegli atteggiamenti umani dissolti in una visione in cui il calcolo e? re.

Per un pensiero transdisciplinare
La situazione e? questa. Si dira?: «Si?, bisogna collegare le conoscenze, riformare il pensiero, riformare la conoscenza». Ma cio? non puo? avvenire per pii desideri, mettendo una accanto all’altra le diverse discipline in modo che vadano naturalmente ad articolarsi le une con le altre. No! Non possono farlo. Hanno ciascuna il proprio linguaggio, il proprio sistema di pensiero. Quello che serve e? un pensiero in gra do di creare gli strumenti transdisciplinari che possano articolare le conoscenze derivanti dalle diverse discipline. Qui non ho il tempo di andare piu? a fondo; ho dedicato parecchi volumi a un lavoro che mi ha occupato per alcune decine di anni. Quello che voglio dire, qui, e? che esistono modalita? di pensiero che permettono di collegare le cose.

Ad esempio, il principio ologrammatico. Consiste nel dire, nel concepire, che non solo la parte sta in un tutto, ma che il tutto e? anch’esso all’interno della parte. E? un’idea che puo? sembrare del tutto paradossale, ma che e? incessantemente convalidata almeno biologicamente. In ogni cellula del mio organismo, comprese le cellule della mia pelle, e? iscritta la totalita? del mio patrimonio genetico. Naturalmente vi si trova espressa una sola parte, quella che permette di formare la pelle. La totalita? e? presente in ogni cellula di ogni organo specializzato. Noi, in quanto individui, possiamo dire che il tutto della societa? e? presente in noi attraverso il linguaggio, le culture, le idee. Allo stesso modo il tutto della specie in quanto organizzazione genetica e sistema di riproduzione e? presente in ciascuno di noi. Il tutto e? nella parte, la quale e? nel tutto.

Altro esempio: il principio ricorsivo tratto dal mondo della matematica, ossia il principio secondo il quale in un sistema i prodotti e gli effetti sono necessari alla loro stessa produzione. Puo? apparire assolutamente paradossale. Riflettiamo un po’. Siamo individui umani, siamo prodotti di un sistema di riproduzione biologica. Questo sistema di riproduzione puo? andare avanti solo con l’aiuto degli individui umani, sempre che vogliano accoppiarsi, nell’attesa che il sistema si metta a funzionare da solo tramite clonazione o incubatrice! Cio? significa che siamo al tempo stesso prodotti e produttori. Lo stesso accade nei nostri rapporti con la societa?: siamo i prodotti di una societa?, di una cultura, e ne siamo al tempo stesso i produttori, poiche? sono le interazioni tra gli individui a produrre incessantemente la societa?. C’e? dunque la necessita? di abbandonare un pensiero lineare con un inizio e una fine. E? il grande merito di quello che Norbert Wiener ha chiamato il feed-back, la retroazione: in particolare, la retroazione negativa che si verifica in un sistema di riscaldamento regolato da un termostato. Esiste un ciclo dove il prodotto retroagisce sulla causa e la regola. Il sistema e? ad anello e non piu? lineare. Questo permette di conoscere e di collegare aspetti della realta? complessi e disgiunti.

Ultimo esempio di questa rapida panoramica e? la dialogica, erede della dialettica di Hegel e di Marx. Due istanze antagoniste, contraddittorie, sono necessarie per comprendere un fenomeno complesso. Esse sono al tempo stesso complementari e antagoniste. Abbiamo dunque bisogno di poter cambiare le strutture del nostro pensiero. Lavoro difficilissimo. I pochi rapporti logici chiave che comandano inconsciamente il nostro modo di conoscere – possiamo definirli un paradigma – sono i prodotti di una storia. Il mondo occidentale vive sotto il dominio di un paradigma che ci ingiunge di separare, dissociare e ridurre il complesso al semplice per conoscere meglio. Quando obbediamo a questo principio, dissolviamo la complessita?. Pensiamo che essa non abbia alcun interesse, alcun senso, che sia pura illusione o apparenza. Ebbene, bisogna saper separare, conoscere gli elementi, e poi essere capaci di ricomporre. C’e?, in questo, una carenza di pensiero. Abbiamo bisogno di principi per collegare, per riconnettere.

Come pensare il nostro rapporto di essere umano con la nostra realta? animale? Un paradigma ci dice che per comprendere l’umano bisogna respingere l’animalita? e vedere solo cio? che in noi e? spirito e cultura. Un altro ci dice che bisogna ridurre l’uomo all’animalita?, se lo si vuole comprendere. Ma e? il nesso tra i due che bisogna trovare: mostrare che siamo forse al 100% animali e al 100% qualcosa di diverso dagli animali con la nostra coscienza, il nostro spirito, la nostra cultura. Siamo al tempo stesso i figli di questo cosmo e fuori da questo cosmo. Tutto cio? e? un modo per comprenderci meglio e per comprendere meglio la nostra realta?.

Una riforma indispensabile per il destino dell’umanita?
La comprensione delle differenti complessita? che intessono il nostro universo e la riforma dell’educazione, della conoscenza e del pensiero sono ormai una necessita? vitale per gli individui. Jean-Jacques Rousseau faceva dire al suo educatore nell’Emilio: «Voglio insegnargli a vivere». E? un po’ ambizioso dire che si insegna a qualcuno a vivere: si aiuta qualcuno ad affrontare la vita, a imparare da se? la vita. Ma il sapere e la conoscenza sono cose vitali per ciascuno, per poter affrontare il proprio mondo, il proprio destino, i propri problemi, le proprie contraddizioni.

Questa riforma non e? necessaria solo per gli individui. Lo e? per i problemi sociali e per il modo in cui le politiche li affrontano. Se oggi in Europa viviamo una tale miseria, un tale grado zero del pensiero politico non dipende ne? dall’imbecillita? ne? dalla cattiveria degli uni o degli altri. Dipende dal fatto che ci si trova all’interno di un sistema di pensiero e di conoscenze dove non ci sono vie d’uscita diverse da quella di vedere le cose separate, a compartimenti o ridotte all’economia. Il problema e? nazionale, europeo.

Sono convinto che continuiamo su una strada che porta alla catastrofe. La strada dello sviluppo, blandita o ammorbidita dalla parola “sostenibile” o “durevole”, porta al degrado della biosfera, che invece per noi e? indispensabile. La navicella spaziale Terra oggi e? spinta da tre motori, nessuno dei quali e? controllato o guidato: la scienza, che produce le cose piu? meravigliose ma anche armi di distruzione e di manipolazione; la tecnica, ambivalente per essenza; l’economia, attualmente votata al profitto e non regolata da istanze planetarie.

Oggi e? in gioco il destino dell’umanita?. Spero dunque che si potranno trovare nuove strade. Lavori e riflessioni finora dispersi e non collegati gli uni agli altri stanno la? per prepararci. E? l’incapacita? di collegare che conduce alla cecita? attuale. La causa dell’umanita?, di tutta l’umanita?, oggi cosi? importante, cosi? globale, cosi? drammatica, richiede questa riforma della conoscenza. Ne siamo lontani, ma non per questo mi sento scoraggiato.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)


Edgar Morin
Edgar Morin è uno dei più noti pensatori contemporanei. Nato a Parigi nel 1921, appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia a Salonicco, città dell’Impero ottomano, per poi stabilirsi nella capitale francese. Da anni ha elaborato una personale riflessione sulla complessità ed è impegnato in un progetto di riforma dell’educazione.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" L’età planetaria e la crisi dell’intelligenza di Edgar Morin

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 21 Giugno 2021 00:00

Università: affamare la bestia

Sulla libertà accademica ha tenuto recentemente un magnifico discorso il presidente della Repubblica Irlandese, il poeta Michael Dennis Higgins.. Per capire i termini della questione a cui si rivolge è utile vedere un documentario Starving the beast

La posta in gioco è importante ed è destinata a diventare sempre più centrale, e non solo al sistema accademico: le università selezionano le classi dirigenti, ed è quindi quasi tautologico che il mondo anglosassone guidi le trasformazioni dei sistemi universitari che si fanno, come gli spostamenti di popolazioni, le comunicazioni, i commerci, i flussi di capitali e la stessa natura dei sistemi politici, progressivamente globali. Sarebbe piuttosto strano se le grandi potenze mercantili e militari del mondo selezionassero la loro classe dirigente, e sempre più quella mondiale, attraverso l’Italia. Per dare un’idea di cosa si tratta basta qualche cifra: dalla Cina partono 1.000.000 di studenti ogni anno, dall’India 330.000 mila, in Europa solo la Germania spedisce all’estero oltre 140.000 studenti in altri paesi. La fuga dei cervelli, come si dice spesso in Italia in modo piuttosto allarmistico, è la parte che giochiamo anche noi italiani in questa trasformazione.

Il potere accademico italiano è centralizzato: il Miur paga tutti gli stipendi, a lui si riferiscono i settori disciplinari, la CRUI e via dicendo. Gli atenei ne escono, a confronto con il sistema anglo-americano, indeboliti. Quando si lamenta la povertà degli investimenti italiani nella ricerca rispetto ad altri paesi, bisogna ricordare che in Italia vengono quasi interamente dallo Stato, mentre com’è noto le già ricchissime università angloamericane hanno rapporti molto stretti con i donors, i benefattori che sono molto più importanti del governo centrale e di fatto permettono un’autonomia economica, che naturalmente è anche autonomia della ricerca e pluralità delle idee e delle innovazioni.

Siccome le scelte da fare si svolgono tra l’assorbire quello che è ammirevole e efficiente in altri sistemi e cercare di preservare quel che ci sembra importante nel sistema italiano, quali sono gli elementi che possiamo indicare da una parte e dall’altra?

Molto positive in Italia sono due cose: 1) l’accesso e i costi, due aspetti che dovrebbero aprire a tutti, ma che al contrario non riescono a sollevare in modo significativo il numero degli studenti universitari, in Italia sempre piuttosto basso; 2) la qualità della preparazione, spesso anche in Italia eccellente.

La bassa attrattiva esercitata del sistema italiano, anche quando alcuni dipartimenti svettano per la loro qualità, viene dal non potersi mai davvero inserire. In sostanza è impensabile che un buon accademico possa avere successo in un nostro concorso quando la stragrande maggioranza dei reclutamenti è locale e di solito dipende da rapporti di potere interni e esterni che sono appunto la scarsissima libertà del nostro sistema.

Questo è un problema destinato a crescere e rischia di relegare molte ottime università italiane a istituzioni secondarie, quasi continuazioni della scuola superiore, nel panorama mondiale.

Una differenza importante è che la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) rappresenti tutte le università (in Italia una novantina) mentre Yale e Harvard, Cambridge e Oxford o UCL sono in competizione tra loro. Competono prima di tutto sui finanziamenti, che significa sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento, e quindi per gli studenti che ottengono, quindi per il prestigio e l’influenza che hanno nelle politiche del paese.

Ne consegue una polarizzazione che vede da un lato università eccellenti (a volte chiamate Research Universities) e da quello opposto università minori (Teaching Universities). Se in un dipartimento di una research university il carico didattico va dalle 6 alle 10 ore settimanali, in una teaching university può arrivare a 35. Per non parlare del carico amministrativo o delle risorse a disposizione. È con questi numeri che le università angloamericane entrano sul mercato delle conoscenze. L’introito complessivo che viene dalla Cina è del 30% e ovviamente non è distribuito equamente se si considera che il 75% degli studenti della London School of Economics (LSE) sono internazionali.

Le ragioni di questa leadership vengono principalmente dai ranking, che vengono utilizzati dagli studenti internazionali e dalle loro famiglie quando scelgono se impegnarsi in trasferte costose (le tasse inglesi per gli studenti internazionali sono di almeno € 20.000 all’anno, quelle di Harvard partono da $50.000).

L’autonomia delle università, come quella di qualunque istituzione e degli individui, si fonda sostanzialmente sulla autonomia economica. È questa che consente ad Harvard di mantenere il 70% dei propri studenti con borse di studio.

Un atteggiamento piuttosto provinciale nei confronti dei ranking, non circoscritto alle università e non solo italiano, tende a svalutare queste graduatorie internazionali che, con i loro grandi limiti, restano comunque gli unici strumenti per cercare di confrontare i diversi sistemi. Le diverse graduatorie vanno incrociate per ottenere un’opinione attendibile, perché misurano fattori molto diversi tra loro: dall’impatto della ricerca nelle diverse discipline a quanto gli accademici desiderino lavorare in certe istituzioni, dal tempo che trascorre tra quando gli studenti conseguono la laurea a un impiego adeguato al titolo conseguito, dagli spazi a disposizione di un Ateneo (che includono oltre alle aule impianti sportivi, teatri e via dicendo) al rapporto numerico tra insegnanti e studenti, vale a dire un giudizio sulla qualità dell’insegnamento e la sua relazione con la ricerca.

È interessante osservare che da quando le università inglesi hanno introdotto l’aumento delle tasse universitarie, il numero degli iscritti è aumentato. Importante è anche ricordare che questa fu una proposta laburista, che riteneva fosse ingiusto mettere nella casella fiscale di un carpentiere gli studi di un medico, che poco dopo la laurea avrebbe guadagnato molto più di lui.

Oltre agli introiti diretti, che hanno reso molti atenei floridi, sono naturalmente le buone posizioni nei ranking che aiutano ad accedere ai grandi stanziamenti mondiali per la ricerca e ad acquisire un prestigio che rende più facile attrarre studiosi e studenti.


A questo punto anche il discorso che si svolge all’interno delle università diventa di una qualità migliore, si diviene voce indipendente e qualificata per questioni etiche, filosofiche, scientifiche. Tutto questo in Italia stenta ad affermarsi. Senza fissarsi sull’ultimo sfogo di qualche mese fa che questa volta è arrivato da John Foot sulla London Review of Books, che è rimbalzato sui giornali italiani, quello che fatica ad affermarsi in Italia è una riflessione strategica su quale sia la missione, quali cose debbano essere difese e dove invece ci sono cose che vanno decisamente male. Le numerose anomalie, dice Foot, vengono dal sistema dei baroni. Se vogliamo ribattezzarlo in modo più oggettivo, dal duello tra il potere degli atenei e quello dei settori disciplinari.

Come spesso accade in Italia, la ricerca di un sistema troppo equo ha finito col rendersi vulnerabile a malefatte sistematiche. Concorsi indetti con i nomi dei candidati prestabiliti, commissioni che ascoltano i desiderata locali, alla fine si stabilisce un mercanteggiamento che avvilisce tutti.

Ma è soprattutto il discorso, l’ethos che si sviluppa negli atenei a essere decaduto in Italia. I problemi che l’Academic Board (la struttura assembleare che governa ad esempio UCL) ha affrontato negli anni in cui ho partecipato anche io sono stati la definizione di antisemitismo, il razzismo, il diritto d’autore, l’espansione dell’ateneo, naturalmente Brexit, tutte questioni politicamente sapide, intriganti, cui si presta attenzione. La voce che emerge da questi dibattiti riverbera nei giornali, guida il discorso sociale più dei giornali. È qui che si affrontano questioni come l’eticità dell’intelligenza artificiale o di altre ricerche mediche, o se il canone letterario vada ripensato. La ricerca svolta nelle migliori università si travasa presto dalle pubblicazioni scientifiche ai giornali quotidiani, diventa argomento comune alla società intera. L’assenza di queste cose in Italia secondo me è grave, tende a isolare l’istituzione, e non è dovuta alla scarsa qualità degli accademici, che non ha senso discutere in generale, ma perché i meccanismi di autogoverno e il rapporto con il ministero finiscono con l’avvilire tutto l’ambiente e renderlo estremamente vulnerabile.

La questione del denaro ha comunque anche un suo rovescio drammatico, da cui sarebbe bene guardarsi.

Le grandi università anglosassoni tendono ad attrarre grandi donazioni. Il contributo dei grandi benefattori, in alcune università come Chapel Hill in North Carolina o l’università del Wisconsin, ha iniziato a spingere in modo piuttosto sistematico per la trasformazione di alcuni elementi: 1) ostilità alle materie umanistiche a favore delle scienze; 2) rimozione delle garanzie di tenure, ossia delle posizioni di ruolo, nel corpo insegnante; 3) riforma del sistema di accredito che sostanzialmente cerca di inibire l’opinione di chi è competente in un determinato campo a favore dei risultati dei questionari degli studenti; 4) trasferimento degli insegnamenti online; 5) libero mercato nelle tasse di iscrizione.

So che molti universitari italiani diranno: meglio restare come siamo! Purtroppo non è un’opzione, bisogna capire e avere una strategia.

Questi sono alcuni degli elementi più chiari, ce n’è altri. Il racconto di questi mutamenti negli USA lo si trova nel documentario che ho menzionato (Starving the beast). La pandemia ha improvvisamente dato una sveglia a tutti noi su cosa stia avvenendo. Sono solo infatti gli universitari a poter stabilire la differenza tra un vaccino Pfizer e uno Astra-Zeneca: la ricerca necessaria, i laboratori che producono, la misurazione dell’efficacia e gli interventi correttivi sono elementi squisitamente in mano di dipartimenti accademici. Sono le università che diventano così arbitre non solo della loro disciplina accademica, ma di una disputa commerciale e politica. A questo proposito la fine del tenure rischia di rendere tutti molto ricattabili. Se si può dire a uno scienziato non sei più di ruolo, nulla impedisce a un particolare benefattore, diciamo ad esempio la ditta farmaceutica che determina la salute economica di quella università, di chiedere l’allontanamento di un ricercatore che sostenga dati scientifici che favoriscono la concorrenza commerciale. Al tempo stesso la politica, tutta la politica, diviene progressivamente legata alla scienza. Dal Covid all’emergenza climatica, dallo sviluppo dell’informatica ai modelli economici, i governi politici sono sempre più ostaggio di progetti che sono in realtà prodotti dalle università che rischiano di diventare semplici portavoce di contrastanti interessi economici.

Pagare grandi cifre alle università che guidano il mondo diviene paradossalmente attraente per i miliardari e le grandi corporazioni perché è il prezzo di iscrizione a un club, consente di avvicinarsi al cuore di questa influenza politica.

Ma perché voler abolire le humanities? Come dice uno dei ricchi benefattori nel documentario, chi studia letteratura, lingue, storia, filosofia o arte alla fine è di sinistra. In realtà il relativismo agevola molto questa dismissione, sembra che la differenza tra Beethoven e l’ultima popstar sia questione di gusto. Saranno pochi ed estremamente privilegiati coloro cui sarà permesso farsi un’idea del mondo. Agli altri verrà chiesto di regolare macchinari, non di leggere l’Iliade o Leopardi. Questo perché da sempre non è tanto la sinistra a resistere allo sviluppo di un sistema dominato dagli interessi economici, quanto la poesia, come sempre, ed è per questa ragione che viene proposta l’abolizione dei settori umanisti.

Hanna Arendt, parlando di Walter Benjamin in una conferenza al Goethe Institut di New York nel 1968, cita il suo famoso Angelus Novus. C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Hanna Arendt spiega che in Benjamin è il pensare poeticamente che gli consente di capire. Come lo consente a lei e a tutti noi. E questo è l’ultimo e più inquietante aspetto dell’offensiva dei grandi interessi economici contro gli umanisti. Perché è vero, producono pensatori critici, obiezioni, o come dice il documentario, gente di sinistra. Studiando il Rinascimento e la Riforma, gli illuministi e i romantici, il greco antico, la tragedia, Shakespeare. Se come l’Angelus Novus ci voltiamo e guardiamo il passato, sono Benjamin e la Arendt, Eschilo e Leopardi a dare profondità al nostro sguardo. O per dirla più realisticamente, prospettiva alla nostra tragedia. Si capisce che le grandi corporazioni, ebbre degli effetti che il denaro può produrre sul mondo accademico, vogliano innanzi tutto azzittire i grilli parlanti. La poesia non serve a niente. Tuttavia è proprio questa la ragione per cui il sapere che nasce dalla poesia e pensa poeticamente il mondo è la forma più radicale di resistenza.

Da "www.doppiozero.com" Università: affamare la bestia di Enrico Palandri

Pubblicato in Fatti e commenti

"Non esiste felicità nella vita, solo lampi di felicità”. È Vladimir Putin ad aver pronunciato questa frase estremamente pragmatica, il 16 giugno, dopo il suo incontro con Joe Biden.

È possibile che il vertice ginevrino sia stato uno di questi “lampi di felicità” nel cielo oscuro delle relazioni russo-statunitensi? “Felicità” sembra una parola un po’ eccessiva, soprattutto a giudicare dal tono delle due conferenze stampa (separate) seguite all’incontro. Ma l’evento smorza sicuramente le tensioni, e non è poco.

Proseguendo sulla strada delle metafore, Biden ha fatto ricorso a un vecchio proverbio inglese per analizzare il vertice, traducibile con “per capire se il pudding è buono bisogna prima assaggiarlo”. In altre parole, bisognerà aspettare per giudicare.

Senza dubbio l’esito dell’incontro è stato il meglio che i due leader potessero sperare, soprattutto considerando gli affondi che si erano scambiati in passato: un dialogo in cui sono stati messi sul tavolo tutti i dissapori, ma con rispetto e senza atteggiamenti fuori dalle righe.

In attesa di assaggiare il pudding di cui ha parlato Biden, possiamo rilevare un primo segnale del calo della tensione: gli ambasciatori dei due paesi, dopo il doppio ritiro all’inizio dell’anno nel momento di massimo confronto, tornano ai rispettivi posti.

I rapporti di forza sono importanti, ed è precisamente questo il senso del confronto tra Biden e Putin

Ma non basta. Su uno dei temi più concreti dell’incontro, quello degli attacchi informatici che secondo Washington sono imputabili a Mosca, Biden è stato molto specifico, e presentato a Putin una lista di sedici categorie di infrastrutture cruciali che chiede di sottrarre a ogni attacco. Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre fornito al suo collega informazioni sui gruppi criminali attivi sul suolo russo e responsabili degli attacchi con richieste di riscatto, come quello che ha colpito recentemente un oleodotto negli Stati Uniti. Biden ha deciso di attendere qualche mese per valutare la reazione di Mosca.

Tuttavia il presidente americano ha anche sottolineato che in caso di nuovi attacchi gli Stati Uniti risponderanno con la stessa moneta, ovvero attraverso aggressioni digitali. Siamo a un punto di svolta: sarà l’inizio della definizione di un codice di condotta nel mondo informatico o di un inasprimento della tensione potenzialmente disastroso?

Stare in guardia
La prima lezione che possiamo trarre da questo vertice è che i rapporti di forza sono importanti, ed è precisamente questo il senso del confronto tra Biden e Putin, ovvero tra Stati Uniti e Russia.

Ma al di là della possibilità di intendersi su come dissentire, un passo essenziale per avviarsi verso la distensione e la “prevedibilità” (parola usata da Biden), non bisogna attendersi grandi cambiamenti. Putin non libererà Alexej Navalnyj, il suo oppositore incarcerato di cui non ha voluto nemmeno pronunciare il nome durante la conferenza stampa, né cambierà la sua politica in Ucraina e Bielorussia.

Questa è anche la valutazione dell’Unione europea, che il 16 giugno ha pubblicato un documento strategico in cui Bruxelles sottolinea che non è il caso di sperare in un miglioramento rapido dei rapporti con Mosca. Il documento di 14 pagine mette in guardia gli europei contro le manovre russe di destabilizzazione, pur manifestando la speranza di progredire sui temi comuni.

Se una soluzione è impossibile a breve termine, almeno si può pensare di negoziare regole di buona condotta per scongiurare quelle che Biden ha definito “guerre accidentali”. Forse è questa la definizione dei “lampi di felicità” di cui parlava Putin.

Da "https://www.internazionale.it/" Il cordiale disaccordo tra Biden e Putin a Ginevra di Pierre Haski

Pubblicato in Passaggi del presente

In “Noi siamo tecnologia” (Mondadori), il fisico Massimo Temporelli illustra i cambiamenti imposti dalle nuove scoperte su tutti noi. Un lungo viaggio che va dalla selce alla barra di Google, passando il freno e Wikipedia. Il fatto è che siamo quello che creiamo. E i nostri strumenti diventano parte della nostra esistenza.

L’iPhone non è stato il primo smartphone della storia, anche se è stato quello che ha reso popolare questo concetto, diventando poi il paradigma con il quale esso si è diffuso nella nostra società.

Come dice la parola stessa, smartphone significa «telefono intelligente», ovvero un dispositivo in grado di fare telefonate ma che allo stesso tempo integra anche funzioni tipiche del personal computer, come archiviare, elaborare e trasmettere dati, attraverso l’uso di un apposito sistema operativo.


La telefonia mobile è nata negli anni Settanta con i radiotelefoni, ma è si è imposta solo negli anni Novanta grazie alle prime reti cellulari. Rispetto alla radiotelefonia, che funzionava solo in città e prevedeva un’unica antenna e dunque un unico punto di accesso per tutti gli utenti, producendo un vero e proprio collo di bottiglia per gli abbonati a questo servizio, la tecnologia cellulare, dividendo il territorio in tante celle (da qui il nome), aumentava incredibilmente il numero di chiamate supportate. Questo permise la diffusione del servizio e l’aumento degli utenti, innescando la rivoluzione della telefonia mobile.

I telefoni cellulari dei primi anni Novanta erano semplici terminali passivi, senza nessuna funzione aggiuntiva, nemmeno la rubrica, e spesso privi di monitor o con schermi molto piccoli. Si componeva il numero sul tastierino e si schiacciava il pulsante di chiamata, oppure, in ricezione, si premeva il tasto «rispondi». Punto. Niente più di questo.


Anno dopo anno, però, anche grazie al miglioramento e alla miniaturizzazione dei circuiti integrati e all’implemen-tazione di nuove reti di comunicazione mobile – che passarono in un decennio dalle tecnologie di prima generazione (1G) come TACS e ETACS a quelle di seconda generazione (2G) come GMS, fino a quella di terza (3G) come UMTS –, i telefoni cellulari iniziarono il loro cammino per diventare sempre più smart e ricchi di funzioni.

Proprio a partire dai primi anni Novanta, le aziende di informatica ed elettronica hanno cominciato a proporre dispositivi mobili con qualche funzione intelligente, ibridando i Personal Digital Assistant (PDA), chiamati anche «palmari», con i telefoni cellulari. Nel 1994 la statunitense IBM, per esempio, presentò il modello Simon, che integrava funzioni come il calendario, il blocco note, la rubrica, l’orologio, la posta elettronica e alcuni giochi. Nonostante il prezzo piuttosto elevato, ne vennero vendute ben 50.000 unità.

Il processo di fusione tra i Personal Digital Assistant e i telefoni cellulari è inoltre evidente in due modelli del 1996: l’OmniGo 700X di HP, che univa il PDA HP 200LX con il telefono cellulare Nokia 2110, e soprattutto il Nokia 9000 Communicator, un dispositivo che si apriva a conchiglia e che al proprio interno nascondeva uno schermo e una tastiera QWERTY, che permettevano di usare molte funzioni smart.

Il primo telefono chiamato «smartphone» fu il modello GS88 proposto dalla Ericsson nel 1997, mentre il primo dotato di un proprio sistema operativo fu il modello R380 sempre della casa svedese. Il sistema in questione era il Symbian, software nato dalla collaborazione fra diverse aziende di elettronica e informatica e oggi del tutto abbandonato.

A cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il mercato dei telefoni cellulari (smart e non) era dominato fondamentalmente da poche marche: la norvegese Nokia, la svedese Ericsson, la statunitense Motorola e la canadese RIM, che produceva i modelli Blackberry.

Tutte queste aziende erano impegnate da diversi decenni nello sviluppo della tecnologia e del business della telefonia e delle radiocomunicazioni. Per questo motivo nessuno avrebbe potuto immaginare che un tale oligopolio potesse essere letteralmente spazzato via da un’outsider: la Apple.

Arriva l’iPhone

Probabilmente, all’inizio del nuovo millennio nemmeno Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato di Apple, avrebbe mai pensato che sarebbe finito a progettare tecnologie per la telefonia mobile, diventandone poi il più grande innovatore e acquisendone la maggioranza delle quote di mercato.

Nel 2001, l’imprenditore statunitense aveva lanciato iPod, il lettore di mp3 che insieme a iTunes permetteva alla sua azienda di cavalcare la distribuzione della musica digitale sul web. L’intuizione di Jobs era giusta, tanto che in quattro anni questi prodotti divennero così importanti per Apple da rappresentare quasi il 50 per cento del suo fatturato, rilanciando il brand e aumentando di riflesso anche la vendita dei computer della mela, i Mac.

La Apple non era mai andata così bene, il suo ecosistema di hardware e software sembrava destinato a conquistare quote di mercato ancora più ampie. Tuttavia, proprio nel 2005 Jobs si rese conto che i telefoni cellulari stavano diventando sempre più smart, permettendo di includere nuove funzioni, e che prima o poi avrebbero finito per integrare anche i lettori mp3, invadendo il dominio dell’iPod e mettendo a repentaglio il nuovo modello di business della sua azienda.

Solo per questo motivo Steve Jobs decise di occuparsi anche di telefonia mobile, scendendo velocemente in campo per non farsi trovare impreparato davanti a quella che sembrava un’ineluttabile certezza, ovvero che il consumo della musica era destinato a convergere nel telefono.

La fretta di trovare una soluzione lo portò inizialmente ad assumere una decisione che raramente aveva preso nella sua vita imprenditoriale, ovvero aprirsi a una collaborazione con un partner industriale, perdendo così il controllo del processo di progettazione del nuovo dispositivo, cosa che Jobs non amava, anzi non sapeva proprio gestire.

Come ho detto, la statunitense Motorola era una delle aziende leader del mercato dei telefoni cellulari all’inizio del Duemila, e proprio in quegli anni il suo famoso smartphone Razr (successore dello Startac) vendeva milioni di pezzi. Grazie a questa leadership e soprattutto alla stima e all’amicizia che legava Jobs all’amministratore delegato di Motorola, Ed Zander, le due aziende decisero di collaborare, proponendo al mercato già nel settembre 2005 il Motorola Rokr, uno smartphone che integrava il software iTunes di Apple per l’acquisto e la riproduzione degli mp3.

A metà strada tra l’iPod e il Razr, dunque né carne né pesce, questo prodotto frutto del co-branding tra Motorola e Apple fu un vero e proprio fallimento a livello sia di critica sia commerciale. Per questo motivo Jobs, senza perdere altro tempo, chiuse la collaborazione e aprì un cantiere interno per progettare e produrre uno smartphone targato interamente Apple, che sarebbe passato alla storia con il nome di iPhone.

Non è compito di questo libro raccontare i dettagli del progetto iPhone. Quello che mi preme dire è che questo dispositivo è stato il terzo tassello della rivoluzione tecnologica e culturale di Steve Jobs, dopo il Mac e l’iPod. Anzi, presentandolo ad amici, collaboratori e giornalisti, Jobs spesso diceva che era la cosa migliore che avesse fatto in tutta la sua carriera.

In effetti l’iPhone ha rappresentato davvero una profonda rivoluzione rispetto agli altri smartphone prodotti fino ad allora. A ben guardare, Jobs e la Apple non inventarono nulla di nuovo: il dispositivo non era nient’altro che un telefono che integrava al suo interno un computer. Ma in tutti i suoi dettagli e le sue caratteristiche, dai materiali al sistema operativo, fino all’interfaccia e alle icone, l’iPhone era qualcosa di mai visto prima.

Vetro e metallo sostituivano la plastica largamente usata negli smartphone dell’epoca, la batteria era integrata nella scocca e non poteva essere estratta, lo schermo era gigantesco grazie alla scelta di fare sparire del tutto la tastiera fisica che occupava invece più del 50 per cento della superficie dei dispositivi dei competitor. Il sistema operativo era rivoluzionario (Apple iOS), così come l’interfaccia utente, che non prevedeva rotelle, pad o pennini ma solo l’uso delle dita e un sistema di gesti multitouch acquistato dall’azienda FingerWorks.

Jobs e il suo team, in soli due anni, avevano fatto il miracolo. Partendo da zero avevano messo a punto un software perfetto, capace di comandare e pilotare un hardware altrettanto ben disegnato.

Guardando ma soprattutto usando l’iPhone, sembrava davvero di vedere concretizzarsi le parole che un altro genio, Italo Calvino, scrisse a metà degli anni Ottanta nel libro “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”:

È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

Leggendo queste parole e osservando il funzionamento dell’iPhone è impossibile non chiedersi se Jobs abbia letto Calvino. A me piace pensare di sì.

Come sapete, l’iPhone è stato ed è un successo senza precedenti: proprio mentre scrivevo questo capitolo, a circa quindici anni dal suo lancio, la Apple ha annunciato che a livello mondiale ne sono attivi ben un miliardo di esemplari. Un numero davvero sbalorditivo, impensabile per altri strumenti elettronici della stessa categoria.


Da "https://www.linkiesta.it/" Come lo smartphone ha migliorato (e sconvolto) le nostre vite di Massimo Temporelli

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 11 Giugno 2021 00:00

“Millennial geriatrici”

Un post su Medium diventato virale ha dato il via al dibattito sulla fascia di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Al di là del nome discutibile (e discusso), quella dei Millennial “geriatrici” in realtà è una categorizzazione positiva
Chi è alla soglia dei 40 anni può utilizzare una nuova definizione per indicare se stesso e i suoi coetanei, sempre che gli piaccia: Millennial geriatrici. L’appellativo – in originale Geriatric Millennials – è stato coniato dalla scrittrice americana Erica Dhawan per indicare quelle persone che hanno un’età fra i 35 e i 40 anni e possono fare da tramite nella società di oggi fra i giovani della generazione Z e i senior della generazione X. Il post su Medium dell’autrice ha dato il via a una vivace discussione online, in cui molti utenti si sono impegnati a comprendere e accettare la nuova categoria, con risultati altalenanti (vedi tweet sotto). Per quanto la definizione non sia stata globalmente ben accolta – e ci mancherebbe altro – la novità sembra aver comunque fatto breccia fra alcuni Millennial, in cerca di riconoscimento e di una posizione che metta in risalto le loro caratteristiche.


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Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici”
Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici”
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Un post su Medium diventato virale ha dato il via al dibattito sulla fascia di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Al di là del nome discutibile (e discusso), quella dei Millennial “geriatrici” in realtà è una categorizzazione positiva
Chi è alla soglia dei 40 anni può utilizzare una nuova definizione per indicare se stesso e i suoi coetanei, sempre che gli piaccia: Millennial geriatrici. L’appellativo – in originale Geriatric Millennials – è stato coniato dalla scrittrice americana Erica Dhawan per indicare quelle persone che hanno un’età fra i 35 e i 40 anni e possono fare da tramite nella società di oggi fra i giovani della generazione Z e i senior della generazione X. Il post su Medium dell’autrice ha dato il via a una vivace discussione online, in cui molti utenti si sono impegnati a comprendere e accettare la nuova categoria, con risultati altalenanti (vedi tweet sotto). Per quanto la definizione non sia stata globalmente ben accolta – e ci mancherebbe altro – la novità sembra aver comunque fatto breccia fra alcuni Millennial, in cerca di riconoscimento e di una posizione che metta in risalto le loro caratteristiche.


Ok, ma chi sono i Millennial?
È doveroso anzitutto fare un po’ di chiarezza su chi siano i Millennial, dato che il termine viene a volte utilizzato nel mondo sbagliato. Con questo nome si indicano coloro che sono nati fra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. La classe precedente è quella della generazione X (e prima ancora quella dei cosiddetti Baby Boomer) mentre la successiva è la generazione Z, composta dai ventenni di oggi. Questi ultimi – capita spesso con i calciatori – vengono additati come Millennial, ma si tratta di un errore.

I nati nei primi anni della fascia dei Millennial, ovvero fra il 1980 e il 1985, sono quelli indicati da Dhawan come “geriatrici”, in quanto i più vecchi nel gruppo di appartenenza. “I Millennial geriatrici sono una micro-generazione speciale, nata nei primi anni ’80 che si sente a suo agio con le forme di comunicazione sia analogiche sia digitali. Sono stati la prima generazione a crescere con la tecnologia, con un pc nelle loro case” – spiega l’autrice, orgogliosa di appartenere al gruppo che in precedenza era stato chiamato anche Xennials – “siamo sopravvissuti a Messenger e MySpace, eppure eccoci ancora qui, sentendoci competenti al pensiero di creare contenuti su TikTok o Clubhouse”.

Proprio la possibilità di aver vissuto gli albori dell’era di internet renderebbe i 35enni di oggi in grado di essere un passo avanti agli altri. “È questa esperienza pratica con la comunicazione pre-digitale che distingue i Millennial anziani da quelli più giovani. I Millennial Geriatrici possono leggere il sottotesto di un sms così come possono cogliere l’esitazione di un cliente nelle sue espressioni facciali durante un incontro di persona. Non sono né ignoranti della tecnologia né troppo assorbiti da essa”.

Cosa si è detto
La reazione al post di Dhawan è stata tale che la scrittrice ha dovuto preparare un secondo articolo per spiegare le proprie argomentazioni. Anche l’account ufficiale di Medium ha proposto un sondaggio su Twitter per trovare una nuova definizione, dato che il collegamento con la geriatria ha fatto storcere il naso (per usare un eufemismo). Dopo 23mila voti e 15mila retweet del primo post, i votanti hanno scelto Original Millennials come nome maggiormente appropriato. “Anche mentre infuriava il dibattito sull’etichetta giusta da usare, le persone tendevano a concordare con l’argomento al centro del mio pezzo: la velocità dell’adozione tecnologica rende sbagliato vedere un’intera generazione (che copre quasi 20 anni di differenza) come un unico gruppo – ha spiegato Dhawan nel secondo post – noi siamo in grado di vivere in due mondi: a nostro agio con gli stili di comunicazione di molti Boomer nonché con quelli dei nativi digitali appassionati di TikTok”.

Il concetto centrale dell’autrice è che i Millennial geriatrici sono nella posizione migliore per guidare team lavorativi che operano da remoto e in modalità ibride, destinato a essere i più utilizzati dopo la pandemia. “Essere fluenti negli stili di comunicazione sia analogici che digitali è un’abilità chiave per i leader di oggi. Consultare i tuoi colleghi Millennial anziani è un ottimo modo per soddisfare le esigenze di tutti”, conclude Dhawan.

Le risposte non si sono fatte attendere: c’è chi accusa la scrittrice di aver scelto un nome poco invitante – e fin qui – e chi di aver dimenticato le potenzialità dellagenerazione X. Alcuni commentatori e opinionisti hanno invece accettato la definizione con fierezza, seguendo l’esempio dell’autrice. E forse è proprio questa la strada da scegliere: il nome non sarà indovinato, ma un ruolo centrale che fa da ponte fra due generazioni e sfrutta la tecnologia al meglio è ciò che serviva ai Millennial.

Da "https://www.wired.it" Perché su internet si parla di “Millennial geriatrici” di Andrea Indiano

Pubblicato in Comune e globale
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