Venerdì, 03 Aprile 2020 00:00

Vivere ai tempi del coronavirus

Pochi anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1982, lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez pubblicò il romanzo L’ amore ai tempi del colera[1]. Anni prima, il medico svedese Axel Munthe, accorso a Napoli nel 1884 per curare le vittime dell’epidemia di colera, scrisse le sue Lettere da una città dolente[2]. In entrambi i casi, l’epidemia causata dal batterio Vibrio cholerae diviene lo sfondo di storie profondamente umane (immaginate nel romanzo di Márquez e reali nelle lettere di Munthe). Márquez e Munthe ci invitano a contemplare come sia possibile vivere «ai tempi» di un’epidemia, quali testimoni involontari delle sofferenze umane, desiderosi di aiutare i più bisognosi e coscienti dei rischi di contagio.

Oltre a questi due libri, la letteratura non ha mancato di offrire pagine esemplari che ci aiutano a comprendere cosa e come si vive, e quanto si soffre, durante le epidemie. Tra le molte opere possiamo ricordare, in primo luogo, I promessi sposi di Alessandro Manzoni (1827), a proposito della peste che afflisse il nord della penisola italiana negli anni 1629-31 e che fu uno degli ultimi focolai della secolare pandemia di peste – la «peste nera» – che ebbe il suo culmine nel continente europeo intorno al 1350.

In secondo luogo, nel suo libro intitolato La peste (1947), Albert Camus ci immerge nel dramma della peste che travolge la città algerina di Oran nel 1849, invitando a interrogarci sulla natura e sul destino della fragile condizione umana. Ai tempi del colera e della peste, ci domandiamo chi siamo, come viviamo, cosa causa tutto ciò e dov’è il nostro Dio quando soffriamo. Mentre cerchiamo risposte, ciò che emerge è l’urgente necessità di cura, con un’attenzione privilegiata a chi è più povero e vulnerabile.

In un libro più recente, il medico e antropologo Paul Farmer[3] afferma che nel tempo del colera occorre anche interrogarsi in modo critico sull’insieme delle condizioni sociali, culturali e politiche che caratterizzano la vita delle persone e che dovrebbero far parte integrante di ogni intervento volto a promuovere la salute nel territorio. Facendo eco alla tradizione biblica e spirituale, l’autore invita alla conversione, personale e sociale, interiore e strutturale. Ai tempi del colera, e di ogni altra patologia che affligga le persone e l’umanità, occorre considerare tutte le molteplici dinamiche che influiscono sulla salute, promuovendo condizioni di vita che favoriscano i cittadini, mentre si rafforzano i sistemi sanitari e si offrono cure e servizi sanitari specifici, capaci di rispondere ai bisogni di salute delle persone nei diversi contesti in cui esse vivono sul nostro Pianeta[4]. Il presupposto è che ogni fattore sociale influisce sulla salute: dalla violenza all’educazione, alle possibilità lavorative e di alloggio, alle infrastrutture sociali (strade, fogne, reti idriche ed elettriche).

Promuovere la salute ai tempi del coronavirus richiede quindi di concentrarsi, in primo luogo, sulle relazioni tra professionisti del settore sanitario e pazienti, contenendo l’infezione e mitigandone gli effetti. In secondo luogo, è necessario intervenire sul territorio con misure di salute pubblica, volte, anche in questo caso, a contenere e, se ciò non è possibile o non è sufficientemente efficace, a mitigare la diffusione dell’infezione e la gravità delle sue conseguenze. La quarantena di due settimane – scelta autonomamente o imposta –, come pure la riduzione degli spostamenti, la cancellazione di voli e di eventi e l’isolamento di città e regioni sono esempi di interventi di salute pubblica per affrontare l’emergenza. In terzo luogo, come è mostrato dalla progressiva diffusione della pandemia, sono necessari interventi protettivi globali per far fronte all’emergenza sanitaria[5].

Infezioni

Vivere ai tempi del coronavirus richiede di riflettere in modo critico su come stiamo promuovendo la salute dei singoli cittadini, dell’umanità e del Pianeta. Su scala mondiale, stiamo vivendo ciò che tante persone hanno vissuto e vivono come esperienza personale a motivo di pandemie (come nel caso dell’Aids, causata dal virus Hiv, o dell’influenza stagionale o della tubercolosi e della malaria) o epidemie (come quelle causate negli anni recenti da svariati virus: influenza aviaria, influenza suina, Ebola, Zika, Sars e Mers) di cui soffrono o hanno sofferto.

Si stima che, nel 2019, 37,9 milioni di persone nel mondo siano state positive al virus Hiv. Se consideriamo le stime complessive dall’inizio della pandemia, le persone risultate sieropositive sono 74,9 milioni, con 32 milioni di decessi causati dall’Aids[6].

Si calcola che, nel 2018, 3,2 miliardi di persone vivessero in aree a rischio di trasmissione della malaria in 92 Paesi del mondo (soprattutto nell’Africa sub-sahariana), con 219 milioni di casi clinici e 435.000 morti, di cui il 61% erano bambini con meno di 5 anni[7].

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 10 milioni di persone in tutto il mondo si sono ammalate di tubercolosi nel 2018, con oltre 1,2 milioni di decessi, di cui l’11% tra bambini e ragazzi con meno di 15 anni[8].

Questi dati sono sconcertanti e rivelano le dimensioni drammatiche delle sofferenze causate da malattie infettive per le quali disponiamo di cure – come nel caso della tubercolosi e della malaria –, o che, grazie alle terapie disponibili, sono divenute croniche, come l’Aids.

Probabilmente nessuna di queste patologie ci riguarda direttamente e le consideriamo infezioni che affliggono altre persone, lontane da noi, che vivono in luoghi sconosciuti o che non frequentiamo. Nonostante ciò, milioni di persone nel mondo ne soffrono le conseguenze.

L’unica eccezione è l’influenza: l’infezione virale che ogni inverno, nel nord del mondo, diviene pandemica. All’inizio della stagione influenzale, il monitoraggio internazionale consente di identificare il virus dell’influenza specifico e, condividendo l’informazione, il vaccino è preparato ad hoc e distribuito in ogni Paese del mondo. Insieme al vaccino, la terapia antibiotica di cui disponiamo consente di trattare le infezioni batteriche secondarie che possono associarsi a infezioni influenzali. Nonostante ciò, secondo le stime, a livello mondiale tra 290.000 e 650.000 persone muoiono a causa del virus influenzale[9]. Negli Stati Uniti, nell’attuale stagione influenzale, i Centri deputati al controllo e alla prevenzione delle malattie (Cdc) indicano che, al 18 gennaio 2020, ci sono stati 15 milioni di casi di influenza (su una popolazione di 327,2 milioni), 140.000 ricoveri e 8.200 decessi[10].

Per quanto sorprendenti, queste stime impallidiscono a confronto con quella che pare essere stata la pandemia influenzale recente più grave, denominata «spagnola», nel 1918-19. Il virus si diffuse in tutto il mondo[11]. Si ritiene che circa 500 milioni di persone – un terzo della popolazione mondiale – siano state infettate da questo virus, con almeno 50 milioni di decessi a motivo dell’alta mortalità del virus. Senza vaccino e senza antibiotici per proteggere dalle infezioni batteriche associate, gli unici modi in cui fu possibile tentare di contenere e mitigare la diffusione della pandemia furono l’isolamento, la quarantena, la buona igiene personale, l’uso di disinfettanti e le riduzioni degli eventi pubblici, ossia quanto stiamo attuando ai tempi del coronavirus.

Ciò che stiamo vivendo attualmente non ha ancora le tragiche proporzioni di tali infezioni, passate o attuali. Scienziati e clinici stanno studiando se il coronavirus abbia la stessa virulenza e mortalità del virus influenzale stagionale, quanto esso resista nell’ambiente esterno, come si diffonda e ci si contagi, cosa occorra fare per proteggersi. Notando la rapidità di diffusione del virus nel mondo nelle recenti settimane, non possiamo escludere che oggi, domani o nei prossimi giorni ciascuno di noi possa risultare positivo a esso[12]. Mancando ancora un vaccino, pur essendovi già vaccini sperimentali di cui si sta verificando l’efficacia, e in assenza di terapie mirate, le misure sanitarie volte a contenere il diffondersi dell’infezione sono ciò di cui disponiamo ora nel mondo.

Prossimi

Tutti siamo a rischio. Possiamo contrarre l’infezione e diffonderla ad altre persone, vivendo il doppio ruolo di vittime e di diffusori dell’infezione. Malattie ed epidemie sembrano accorciare e perfino eliminare distanze e differenze tra le persone, pur separando e isolando l’uno dall’altro. Quando si è affetti dalla stessa patologia – infettiva o meno –, la distinzione tra l’individuo e l’altra persona si affievolisce. Si scopre una vicinanza esperienziale, una prossimità causata dalla malattia, un’intimità nel condividere la necessità di guarigione. Sappiamo molto bene, perfino troppo bene, cosa l’altra persona viva, soffra, desideri e speri. Si tratta di una solidarietà né cercata, né voluta, ma vissuta. Nel cammino comune, non scelto, in cui l’infezione ci accomuna, ci si accompagna, anche solo a livello interiore e spirituale.

Purtroppo, anche l’opposto è possibile. Continuando a ritenerci diversi, speciali e migliori, noi evitiamo di riconoscere la nostra umanità condivisa, l’essere malati della stessa malattia, con l’ansietà e la preoccupazione che accompagnano ogni sforzo di guarigione. Invece di scoprirci insieme e prossimi in una sofferenza che non fa differenze, regna la separazione («non siamo come loro»), isolando ulteriormente e compromettendo le possibilità di sostegno solidale.

Ai tempi del coronavirus

L’attuale pandemia globale, che continua a diffondersi all’interno delle nazioni affette e a infettare persone in nuovi Stati, ci chiede di prestare attenzione al modo in cui, ai tempi del coronavirus, la nostra vita, a livello personale e collettivo, nelle sue dimensioni più ordinarie, stia cambiando.

La nostra maniera di agire è influenzata, modificata e regolata diversamente: è «al tempo» del virus. È il virus, con i suoi modi di contagio, che determina come interagiamo con familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa e fedeli nelle celebrazioni religiose; come evitiamo di toccarci il viso, stringerci la mano e baciarci; come stiamo «a distanza di sicurezza» da chi ci circonda e ci precipitiamo a lavarci le mani e il viso, se qualcuno tossisce o starnutisce vicino a noi; come limitiamo i nostri spostamenti in autobus, treno, nave e aereo; come spostiamo o cancelliamo conferenze, partite, concerti, viaggi, incontri di lavoro, cene, vacanze in crociera, serate al cinema, e anche lezioni nelle scuole e università, preferendo modalità virtuali di incontro e di insegnamento.

Anche il modo in cui contaminiamo l’ambiente cambia. Se, da un lato, immagini satellitari rivelano un clamoroso calo dell’inquinamento ambientale in Cina, a motivo delle misure volte a contenere o mitigare il diffondersi dell’infezione (fabbriche e scuole chiuse, quarantena, divieto di circolare), dall’altro, tonnellate di maschere usate stanno accumulandosi nel Paese[13]. Trattandosi di rifiuti sanitari contaminati, per smaltirli sono necessari impianti specifici, ma quelli esistenti sono insufficienti.

La quarantena di due settimane – scelta spontaneamente o forzata – è emblematica di come il coronavirus influisca sul modo in cui gestiamo il nostro tempo, togliendoci il controllo delle nostre giornate, almeno per due settimane. Al termine della quarantena recuperiamo il margine di azione sul nostro tempo e su come lo viviamo. Ci si può domandare, però, se occorra ripetere la quarantena nel caso si sia esposti a un secondo possibile contagio. E dopo la seconda quarantena? Quante altre quarantene sono necessarie? Fino a che non siamo in grado di vaccinarci in maniera efficace contro il virus, la speranza è che non ci si debba porre la domanda.

Interrogativi autentici e false risposte

Ai tempi del coronavirus, la nostra esperienza, espressa direttamente da storie personali, o mediata da opere letterarie, o articolata dal sapere scientifico, è dominata dall’incertezza e dall’impotenza. Incerti, ci interroghiamo. Una prima serie di domande riguarda il diffondersi dell’infezione: quanto essa durerà nei Paesi in cui si sta diffondendo? Quanti Paesi saranno coinvolti? Quanti cittadini saranno infettati, e quanti moriranno? Quando cesserà l’infezione?

A questi interrogativi si aggiunge l’incertezza riguardante la capacità di far fronte alla pandemia. Ogni persona che mostra i sintomi dell’infezione respiratoria causata dal coronavirus potrà disporre di un test – di laboratorio e radiografico –, in qualunque Paese del mondo, indipendentemente dalla possibilità di pagare? Le misure sanitarie di contenimento e quelle volte a mitigare il diffondersi dell’infezione – che richiedono di isolare persone, paesi, città e regioni – sono efficaci, giustificate e proporzionate? Quando potranno essere ridotte? Disporremo di un vaccino efficace a breve termine? Chiunque potrà essere vaccinato?

Inoltre, quali saranno i costi sociali – a livello nazionale e globale – causati dalla compromissione delle attività produttive e dei trasporti con conseguenze economiche e finanziarie nazionali e globali? Quali sono le conseguenze per lavoratori precari e per le loro famiglie, che dipendono dallo stipendio settimanale, quando non possono lavorare perché sono malati o perché l’attività produttiva non può aver luogo[14]?

L’incertezza paralizza molti, perché riduce e inibisce la capacità di controllo e di azione. Incerti, si diviene impotenti. Per costoro, l’impegno etico richiede certezze. Senza certezze non si può agire. Una difficoltà simile si vive in un altro settore di grave emergenza globale, quando è in gioco la sostenibilità ambientale e le condizioni di vita sul Pianeta sono minacciate non da un virus, ma dal nostro stile di vita, da come produciamo energia, da come consumiamo e inquiniamo. Anche nel caso della cura della nostra casa comune, vi è chi si rifugia dietro apparenti o reali incertezze, giustificando l’inazione.

Al contrario, l’impegno etico dipende dall’incertezza e conosce bene l’impotenza, ma né l’una né l’altra demotivano, lasciando le persone rassegnate e senza speranza. In modo paradossale, incertezza e impotenza alimentano l’impegno etico, stimolano la capacità inventiva, invitando a una maggiore competenza nell’affrontare situazioni complesse, ricercando soluzioni non facili[15]. Quelle che paiono scorciatoie morali, generate dalla volontà di controllo e dalla paura[16], seducono. Mentre si propongono delle strategie risolutive, capaci di far fronte al disagio morale, tali scorciatoie ingannano e tradiscono. Ne sono esempio i tentativi di nascondere l’estensione reale dell’infezione in taluni Paesi, o provvedimenti che, in nome di interventi sanitari, mirano a togliere libertà sociali e diritti conquistati a fatica, utilizzando misure di salute pubblica per mascherare regimi polizieschi.

Quando mancano certezze, cercandole si rischia di costruirsele, sia creando un colpevole immaginario, distraendo dalle cause reali, sia generando cospirazioni fasulle (affermando che il virus è stato prodotto intenzionalmente in laboratorio), diffondendo notizie false, alimentando stigma (colpevolizzando gli immigrati e le minoranze), generalizzando (per esempio, proclamando che tutti gli abitanti della nazione più popolosa al mondo sono infetti), promuovendo gli approcci «terapeutici» di pericolosi ciarlatani, trasformando un’emergenza sanitaria globale nella caccia al nemico.

Il capro espiatorio

Nel corso della storia, l’essere umano ha continuato a interrogarsi, cercando di comprendere, conoscere e spiegare. Identificare la causa di ciò che viviamo e chi ne è responsabile fa parte di questa ricerca di senso. Aspettiamo risposte dalla ricerca scientifica e cerchiamo il capro espiatorio, come lo storico, filosofo e critico letterario René Girard (1923-2015) ha indicato con forza[17]. «L’altro», il diverso, diviene responsabile in modo esclusivo. «Noi» siamo le vittime. L’opposizione tra «colpevole» e «vittima», che echeggia la semplificazione «cattivi» e «buoni» così popolare nelle produzioni cinematografiche di massa, ha un effetto falsamente catartico. Poiché sono gli «altri» la causa di quanto soffriamo, eliminandoli ed emarginandoli riteniamo di poter allontanare da noi ogni male, concentrando ciò che è negativo su di loro, su chi abbiamo trasformato in capro espiatorio e siamo pronti a sacrificare per il nostro bene.

La logica del capro espiatorio mostra come la sete umana di conoscenza possa venire pervertita, trasformandosi e riducendosi in una falsa attribuzione di colpa. Nella sofferenza causata dall’infezione o dalla malattia che si condivide, la possibilità di una rinnovata solidarietà esistenziale è soppiantata dalla scorciatoia emotiva che individua nell’altro, in chi non è come me – per motivi politici, culturali, religiosi, razziali, etnici e linguistici – il responsabile e il colpevole. La tragica ironia delle malattie infettive è che chi viene infettato diviene colui che infetta, mostrando la falsità di ogni semplificazione che intenda assegnare la colpa all’altro.

A livello personale e sociale, le malattie infettive rendono evidente la nostra comune vulnerabilità e dovrebbero favorire la presa di coscienza della necessità di una solidarietà condivisa: nella nostra diversità, siamo tutti uguali, con la stessa predisposizione a essere infettati e malati. Se vi sono responsabilità – per esempio, legate al nostro stile di vita, a come trattiamo gli animali, a come favoriamo il passaggio di infezioni virali da animali a esseri umani –, esse vanno individuate per poter intervenire modificando il nostro modo di agire e di vivere.

Inoltre, poiché nel mondo realtà strutturali che dipendono da ingiustizie e povertà impediscono l’accesso a servizi diagnostici e sanitari di base, dobbiamo intervenire modificando ogni struttura ingiusta. Come Paul Farmer ci ricorda, conoscere rende possibile la conversione e il cambiamento, a livello relazionale e strutturale.

L’impegno etico

Nell’affrontare ogni problema complesso e difficile come la pandemia causata dal coronavirus, l’impegno etico mira a promuovere progetti concreti che aprano possibilità di azione morale e che favoriscano cambiamenti. Concretamente, la tradizione etica considera la salute un bene prezioso, indispensabile ed essenziale, per i singoli individui e per l’intera umanità. Di conseguenza, tutto ciò che protegga e preservi la salute dei cittadini e dell’ambiente è una priorità etica e richiede impegni e investimenti adeguati e proporzionati. Investire in ciò che promuove salute è puntare sul futuro, sia che si tratti di sviluppare strutture sanitarie di base che forniscano cure primarie, sia che si intenda favorire la ricerca scientifica avanzata, capace di sviluppare nuove forme di prevenzione, diagnosi e terapia per molteplici patologie.

Il bene «salute» è – nello stesso tempo e in modo inseparabile – un bene personale e sociale, individuale e collettivo, locale e globale. Collaborazioni e impegni solidali volti a prevenire, diagnosticare e curare sono a beneficio di ciascuno e di tutti. Il bene comune della salute è vulnerabile e richiede protezione e vigilanza. Non possiamo fare a meno di occuparci della salute dell’altro, neppure se siamo così concentrati su noi stessi, in modo elitista ed esclusivo, convinti che ciò che conta, e quanto ci preme, è solo la nostra salute individuale. Chiedere il dono di una conversione profonda del cuore e della mente può esserci di aiuto per divenire persone di buona volontà, capaci di condividere la responsabilità di promuovere la salute quale bene personale e sociale.

La conversione

La fede cristiana rafforza l’urgenza dell’impegno etico per promuovere la salute quale bene personale e sociale, per ciascuno sul Pianeta, per la generazione attuale e per quelle future. Inoltre, un’autentica esperienza evangelica respinge ogni tentativo che miri a trovare spiegazioni, falsamente considerate «religiose», che attribuiscano a Dio la responsabilità di quanto sta accadendo di male nel mondo. Dio non ci invia punizioni per la nostra cattiveria e per il nostro peccato – personale, sociale e strutturale – sotto forma di infezioni virali e pandemie. Il Dio biblico che professiamo è l’Emmanuele, il Dio con noi, compassionevole, che ci accompagna in tutto ciò che viviamo, che prende su di sé ogni nostro peccato, che – quale creatore e ri-creatore – è al lavoro per promuovere, guarire e liberare la creazione e le creature, rispettando sia la libertà umana sia quella dell’intera natura e dell’universo.

Ai tempi del coronavirus, la conversione riguarda anche le immagini idolatriche di Dio che continuano a ingannarci con false proie­zioni di una cosiddetta «giustizia divina» fatta a nostra immagine e somiglianza, invece di invitarci a contemplare Gesù Cristo morto e risorto per amore di ognuno e del mondo intero, e vivere in modo anticipato alla luce della grazia della risurrezione e della salvezza divina, che ci guidano e ci accompagnano da ora e per sempre.


Da "https://www.laciviltacattolica.it/" VIVERE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS di Andrea Vicini

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 30 Marzo 2020 00:00

Prepararsi al dopo

Armani, Eni, Ferrari e Lvmh. Le aziende cercano di trasmettere vicinanza, affidabilità, impegno. Per dimostrare che anche senza la socialità di prima, nessuno è solo.


Con poche righe appassionate, Giorgio Armani riempie intere pagine di giornali per esprimere la vicinanza, sua e di tutto il brand, agli operatori sanitari, in prima linea per contrastare il coronavirus. Fa lo stesso Eni, che punta sui medici di famiglia: fonte di energia – doppio senso non da poco – per stare uniti e bene. Meglio se a casa. C’è poi il mondo bancario, con i suoi servizi online, sinonimo non nuovo, ma a questo punto consolidato, di vicinanza al cliente, senza che debba uscire di casa, di sicurezza – anche in termini di privacy – e se vogliamo di pulizia. In questi giorni, meglio star lontani dai tasti unti dei bancomat. L’economia da quarantena non esclude dai giochi nessuno. Istituzioni, imprese, media e consumatori. Tutti sono chiamati a uno sforzo collettivo. L’obiettivo è tenere a bada la paura e prepararsi al dopo. Che non sarà più come prima.

Le aziende si stanno adeguando al contesto, rispondendo a questa improvvisa evoluzione del mercato, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante per la gestione dell’emergenza, come pure nella prospettiva – al momento senza una data certa – della ritornata stabilità. “Insieme ce la faremo!” Dice Massimo Doris di Banca Mediolanum in una campagna di comunicazione esteticamente scarna, ma che va dritto lì. Stay calm and stay at home, se vogliamo parafrasare gli inglesi. Quelli buoni, quelli del Blitz del 1941.

C’è chi nel trend si trova bene. Amazon ha appena lanciato una campagna mondiale di job recruitment per 100mila posti di lavoro. Altri invece, nell’attesa, devono comunque allinearsi. E quindi, se possono, convertono la linea produttiva. Come Ferrari, che a Maranello intende produrre ventilatori e respiratori. Oppure il gruppo Lvmh che ha dirottato tutte le sue controllate nel settore profumi verso la produzione di gel idroalcolico. Operazione molto più veloce rispetto a quella del cavallino rampante – nel primo caso basta sostituire le taniche, Ferrari invece deve studiare bene il progetto – e pure un po’ sciccosa.

In momenti come questi avere in borsetta il disinfettante griffato e con un bel packaging ci sta. Chi infine non può cavalcare l’onda, si limita a schierarsi con il messaggio collettivo di positività e sicurezza. Semplicemente per essere nel trend. Vedi Armani. Per quanto anche da re Giorgio ci aspettiamo un tocco di solidarietà ed eleganza. Magari con le mascherine. Sarebbe l’acclamazione di Myss Keta, da fenomeno underground a icona di stile.

«Il sistema Italia sta reagendo bene», dice Salvatore Sagone, presidente di Adc Group, l’editore di riferimento per gli operatori della pubblicità, del marketing, dei media e degli eventi. «Le imprese stanno dicendo ai consumatori che per gestire questo stato di paura serve responsabilità». Vicinanza, affidabilità, impegno. I concetti trasmessi danno sempre un senso di sostegno. Si vuol dare l’idea che, pur senza la socializzazione di prima, nessuno è solo.

C’è infatti una paura diffusa da governare. Diffusa e reale, a differenza di quelle soltanto percepite fino a neanche un mese fa. È una paura che sta fuori dalla porta e può covare nel proprio vicino di pianerottolo. «È una paura consapevole – dice ancora Sagone – da non fraintendere con il panico della notte dell’8 marzo, con le fughe in treno al Sud e gli assalti ai supermercati». Per trasmettere consapevolezza è anche il caso di calcare la mano. «Aveva funzionato in Inghilterra e Australia negli anni Ottanta, Novanta, con le campagne shock anti-Aids. Trasmettere scene raccapriccianti era risultato persuasivo. Oggi i mezzi di comunicazione, superati gli eccessi iniziali, hanno imboccato una strada giustamente incisiva. Bisogna stare a casa. È questo che dicono: un messaggio semplice, che tutti devono capire».

Come l’economia di guerra, anche quella da quarantena è totalizzante. Vuoi perché si cerca di uscire dall’emergenza il più presto possibile, vuoi perché molti spazi erano già stati pagati. Secondo Campaign, la più autorevole testata di comunicazione inglese, solo un certo numero di progetti pubblicitari, per lo più di piccola dimensione, sono stati resi funzionali al contesto Covid-19. Con la maggior parte delle campagne e delle presentazioni, una volta pagate, non si è potuto far nulla. Se non puntare tutto sull’awareness, sulla consapevolezza che si sta attraversando un’emergenza e non si sa fino a quando durerà, ma tutto è sotto controllo. «Siamo quindi di fronte a una comunicazione in parte slacciata dal vissuto, in cui i valori promossi paiono lontani anni luce, mentre invece si rifanno alla vita del mese scorso», commenta ancora Sagone. «D’altra parte, ci sono casi di improvvisa creatività».

Non ci sarà più lo spot di una volta. Sia a causa del Covid-19 sia perché in Italia si è finalmente colmato un gap tecnologico in termini di lavoro, modalità alternative di socializzazione e consumi. Non a caso Amazon ha scelto proprio LinkedIn per chiamare a raccolta i suoi nuovi centomila collaboratori. Mentre resta da chiedersi che fine farà la pubblicità fuori di casa. Può essere che nel mondo che ci attende, sia meno necessario camminare per strada, spostarsi da casa a ufficio, raggiungere da qualche parte un cliente. E allora quanto saranno utili i cartelloni pubblicitari? Quale sarà l’effettivo ritorno di un investimento nel far vedere il logo alla fermata di un autobus, o in una stazione della metropolitana?

Una volta usciti dall’urgenza e riottenuta la stabilizzazione del sistema, si dovrà cercare di rispondere a queste domande, senza dimenticare quello che abbiamo appena vissuto. «Servirà – dice Sagone – un nuovo patto tra imprese, agenzie di comunicazione, media e consumatori». Se non si potrà tornare indietro, bisognerà comunque pensare a chi si rischia di lasciare indietro. Ammesso e non concesso che recuperare i dispersi A) sia economicamente sostenibile; B) essi stessi intendano davvero rimettersi al passo.

Le grandi aziende, tra chi è attendista e chi invece è sul pezzo, sappiamo che sanno galleggiare. Ma le barche più piccole? Avvocati, dentisti, sarti, tatuatori, parrucchieri (siete liberi di continuare a proprio piacere l’elenco). Cani sciolti che fino all’altro ieri vantavano una professione di successo, ma che richiedeva anche un rapporto molto fisico con il cliente, come sapranno non soltanto convertire la propria identità produttiva, ma anche comunicare la loro presenza sul mercato? Quanto sarà strategica la targa di uno studio notarile su un portone di un palazzo di Piazza Barberini? E che fine faranno tutte le società di catering? Stiamo scoprendo che la socializzazione, per come è stata sempre intesa, non è più necessaria. Al momento è addirittura pericolosa. Si assisterà quindi a un’impennata di pubblicità e di comunicazione sui social network anche da parte di chi, fino a oggi, non ne ha sentito il bisogno.

«Si dovrà trasmettere un messaggio di sostenibilità concreta», sottolinea Sagone. «Sostenibilità occupazionale, di ambiente e di relazioni sociali». Aziende, professionisti, lavoratori dipendenti dovranno dimostrare di aver fatto tesoro di queste giornate campali.


Da "www.linkiesta.it/" Prepararsi al dopo. Come la pubblicità delle aziende risponde alla quarantena di Antonio Picasso

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 27 Marzo 2020 00:00

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea
Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»
Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti
Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.

Da "http://www.ilregno.it/" Senza presbitero no, senza popolo sì? di Simona Segoloni Ruta

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Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus
Previsto un fondo da 50 milioni per gli atenei. Per l’acquisto di piattaforme e la fornitura di computer agli studenti delle scuole meno abbienti, si stanziano 85 milioni. Rinviate le lauree.

Studenti a casa, scuole e università chiuse in tutta Italia fino al 3 aprile. In questi giorni eccezionali, istituti scolastici e atenei hanno messo in campo diverse esperienze di didattica digitale con l’obiettivo di dare continuità, seppure a distanza, ai percorsi formativi ed educativi e anche agli esami universitari. Ma il decreto “cura Italia” appena approvato contiene una parte cospicua destinata al settore dell’istruzione, stravolto dall’epidemia da coronavirus.

Università. Viene istituito un «Fondo per le esigenze emergenziali del sistema dell’Università, delle istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica e degli enti di ricerca» con una dotazione pari a 50 milioni di euro. Incentivando le attività formative e i servizi agli studenti erogati con modalità a distanza, che vengono computati ai fini dell’assolvimento degli obblighi contrattuali per professori e assistenti. Con uno o più decreti del ministro dell’Università sono individuati i criteri di riparto e di utilizzazione delle risorse.

Lauree rinviate. In deroga alle disposizioni dei regolamenti di ateneo, l’ultima sessione delle lauree relative all’anno accademico 2018/2019 è prorogata al 15 giugno 2020.

Scuola a distanza. L’emergenza sanitaria comporta la necessità di svolgere le lezioni a distanza. Pertanto, il ministero dell’Istruzione si impegna ad aiutare le istituzioni scolastiche a dotarsi delle necessarie piattaforme informatiche, da reperire sul mercato in breve tempo. Nell’ambito del Fondo per l’innovazione digitale e la didattica laboratoriale, sono destinati 10 milioni di euro per consentire alle istituzioni scolastiche statali di dotarsi immediatamente di piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o di potenziare quelli già in dotazione; 70 milioni di euro per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e per l’accesso alla rete; 5 milioni di euro per formare il personale scolastico sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza.

Supplenti. Per favorire la continuità occupazionale dei docenti già titolari di contratti di supplenza breve e saltuaria, nei periodi di chiusura o di sospensione delle attività didattiche, il ministero dell’Istruzione assegna comunque alle istituzioni scolastiche statali le risorse finanziarie per i contratti di supplenza, in base all’andamento storico della spesa. Le istituzioni scolastiche statali stipulano contratti di docenza a tempo determinato, nel limite delle risorse assegnate ai sensi del primo periodo, al fine di potenziare le attività didattiche a distanza.


Da "https://www.linkiesta.it/" Tecnologia e didattica a distanza, i finanziamenti per scuola e università al tempo del virus

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Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V.

New York – La recessione americana è già esplosa ed è senza paralleli nella memoria contemporanea, né paragonabile alla crisi finanziaria e immobiliare del 2008, né agli shock petroliferi degli anni Settanta. Di più: anche ogni recupero, quando ci sarà e ci sarà soltanto in presenza di allentamenti dell'assedio della pandemia, sarà lento, difficile e parziale. Né un'aggressiva Federal Reserve, che in un solo fine settimana ha sfoderato tutte le armi che aveva utilizzato dodici anni or sono, né interventi fiscali, potranno oggi in qualche modo esorcizzare il dramma della vasta serrata dell'economia e della profonda contrazione dell'attività. Nulla, insomma, potrà essere come prima, oggi e neanche domani.La diagnosi per l’economia americana, alla vigilia della crisi ancora la più solida al mondo, è di Mickey Levy.

Economista di Berenberg, ex capoeconomista di Bank of America, da sempre attento e sobrio osservatore di mercati e politica monetaria e fiscale, non è prono alle iperboli. Abitualmente, anzi, fa notizia per la sua sobrietà. Questa volta le sue parole non minimizzano. «L'economia statunitense è in recessione», afferma sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari questo veterano di tante crisi. «Avremo una dura contrazione dell'attività economica e del Pil nella prima metà dell'anno, con un calo del -4,5% nel primo trimestre e dell'11,7% nel secondo», pronostica.


Non basta. Levy avverte che ogni risalita sarà faticosa, molto faticosa: «Prevediamo una graduale ripresa e non un recupero a forma di V, che rispecchierà i postumi dei traumi alla fiducia dei consumatori e forti declini nella produzione di business, che farà i conti con lo smaltimento di scorte precedenti, ulteriori flessioni degli investimenti e deboli esportazioni». Non è il solo a temere crisi più protratte: Citigroup dà il 40% di probabilità a debacle dai tempi allungati.

«L'economia non tornerà dov'era prima», conclude Levy. L'unica via d'uscita, precisa, si aprirà quando ci saranno «chiari e attendibili segni che la pandemia allenta la presa», solo così potrà esserci un aumento della fiducia grazie agli interventi annunciati o in arrivo di banche centrali e governi. «Allora il massiccio stimolo monetario aiuterà e le anticipate azioni fiscali forniranno necessario sostegno al reddito alle famiglie e finanziamenti alle piccole aziende». Anche in simili circostanze però non si fa alcuna illusione: «Anticipiamo una ripresa moderata che sarà più lenta del brusco declino che stiamo vivendo».

Ecco la sua analisi in maggior dettaglio per gli Stati Uniti: un drammatico calo dei consumi nel primo trimestre, -10%, e ancora peggiore nel secondo, -18 per cento. Le imprese avranno crolli degli investimenti, -12% e -22% solo nei primi sei mesi dell'anno. Tra marzo, aprile e maggio spariranno almeno due milioni di posti di lavoro, facendo immediatamente schizzare il tasso di disoccupazione dal minimo storico del 3,5% a «ben oltre» il 5% e facendo precipitare qualunque ottimismo. I profitti aziendali crolleranno al passo di «molti multipli» della caduta del Pil, schiacciati da debiti, tracolli della domanda e del commercio.

Da "https://www.ilsole24ore.com/" L’economista: «La recessione Usa è già arrivata» di Marco Valsania

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La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. Daniele Contini di Just Eat: «C’è stata una battuta d’arresto. In questo periodo il servizio sarà utile per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti».

Sembra che siano con noi da sempre, ma i servizi di delivery legati al cibo sono nati solo pochi anni fa e già diventati una abitudine, soprattutto per le pause pranzo in ufficio o per le cene con amici. Ma in un momento in cui uscire di casa è diventato problematico, con numerosissime insegne chiuse e tante remore in più per le persone, come avranno reagito questi servizi di pasti a domicilio? La logica direbbe che sono aumentate le consegne, ma la realtà dice tutt’altro. L’impatto del coronavirus sul cibo portato a casa si è fatto sentire, come ci spiega Daniele Contini, country manager per l’Italia di Just Eat: «Non c’è dubbio che nelle ultime settimane c’è stata una battuta d’arresto nei consumi e nei volumi, calati anche nel comparto del food delivery. Per noi questo è attribuibile a due fenomeni: le persone sono andate nei supermercati a fare provviste, hanno avuto più cibo da smaltire e questo ha frenato il consumo fuori casa e anche il delivery. Inoltre, abbiamo registrato nelle città universitarie un calo più marcato, anche attribuibile al fatto che gli studenti fuori sede sono tornati nelle loro case. Il calo rispetto ai volumi normali è dovuto in parte anche alle preoccupazioni circa la possibile trasmissione del virus: una paura infondata, visto che, anche secondo le linee guida dell’organizzazione mondiale della sanità, il virus non si trasmette per via alimentare.


Si era già verificato un fenomeno di riluttanza anche nelle settimane prima, ma concentrato sulla cucina cinese e giapponese, poi ampliato il primo week end di quarantena, su tutte le tipologie di cucina. A partire dallo scorso week end e via via questa settimana, cominciamo a vedere dei segni di ripresa, il trend sta iniziando a tornare verso una situazione di normalità, anche se le università chiuse non aiutano. Ma in generale riscontriamo che l’atteggiamento delle persone sta tornando più alle abitudini di prima della crisi.

Noi in questi giorni ci siamo fatti promotori di messaggi che vengono dati dalle autorità nei confronti dei ristoranti, per sottolineare l’importanza del rispetto delle misure igienico sanitarie. Anche nei confronti dei nostri rider abbiamo dato delle raccomandazioni, come pulire e disinfettare gli zaini, lavarsi le mani spesso e controllare che il cibo sia ben impacchettato e correttamente chiuso al momento della presa in carico da parte loro. Per i clienti, abbiamo dato degli incentivi e degli sconti per ordinare in questo periodo, cosa che avevamo già fatto nelle scorse settimane proprio a maggior sostegno delle cucine cinesi, perché erano in sofferenza e volevamo fare qualcosa di concreto per dar loro una mano.

Crediamo che il food delivery sia un servizio utile soprattutto in un periodo come questo, per i ristoranti che possono continuare comunque a lavorare anche se hanno i locali vuoti, e per le persone che magari sono impaurite ma hanno comunque voglia di mangiare qualcosa di buono e diverso. Naturalmente cercando di farlo con la maggior consapevolezza e sicurezza possibili. Per esempio, stiamo sottolineando che è possibile pagare elettronicamente e chiedendo nell’ordine di lasciare i sacchetti fuori dal proprio domicilio, è possibile non incontrare il fattorino, per chi fosse particolarmente preoccupato: anche se le disposizione delle autorità non hanno dato indicazioni in questo senso, ci sembra corretto farlo.
In aggiunta, abbiamo anche dato degli incentivi ai rider: nel momento in cui gli ordini sono calati li stiamo supportando. Stiamo monitorando costantemente l’evolversi della situazione, cercando di dare un contributo con un servizio, nonostante l’incertezza di un quadro che cambia di giorno in giorno».

E i più piccoli, come se la cavano? Per Nanie, delivery attivo in area C (e anche oltre, su richiesta), che consegna con mezzi ecologici una ‘schiscetta’ in packaging ecologico, alternativa e ben fatta, con prodotti di qualità e con una bella storia da raccontare, le cose sono preoccupanti: «Per noi il lavoro è rallentato tantissimo: la situazione è preoccupante perché abbiamo i costi fissi da coprire e dei volumi troppo bassi per farlo. La settimana scorsa ha fatto segnare meno 30%, per una piccola realtà come la nostra questi numeri sono difficili da sostenere. Tra l’altro, io mi sarei immaginata il contrario: uno pensa che se si sta più a casa si ordinerà di più: invece, per noi che serviamo solo la pausa pranzo, il fatto che la maggior parte degli uffici sia chiuso ha fatto calare molto gli ordini. Il 98% del nostro lavoro è con le aziende, raramente chi ordina è un privato: la pausa pranzo funziona se uno è in ufficio, se uno è a casa si prepara qualcosa e risolve in autonomia. Questa settimana, invece, con il fatto che alcuni uffici hanno riaperto sta andando un po’ meglio. Speriamo continui così».

Per I love ostrica, che consegna ostriche e frutti di mare a domicilio, queste settimane sono state l’occasione per sottolineare in comunicazione la loro attenzione alla sicurezza alimentare, e per raccontare il servizio Express, che permette la consegna in 24 ore con corrieri espressi verificati per la spedizione refrigerata di alimenti freschi. «La nostra priorità è stata sempre rivolta al consumatore, racconta Luca Nicoli, patron del brand. L’obiettivo è di fornire ai clienti un prodotto sicuro, che rispetti tutte le norme igieniche e che allo stesso tempo porti in tavola degli italiani qualità e gusto: dalle ostriche alle crudités al pescato, i nostri prodotti sono una certezza».


Luca Miele, uno dei soci del gruppo di locali GUD Milano ha sempre lavorato con il take away battezzato GUD-bye e con il delivery fatto con aziende specializzate e ci racconta di una situazione di relativa tranquillità: «I locali in queste settimane sono rimasti sempre aperti, nell'osservanza attenta di tutte le ordinanze. Chiaro che l'emergenza sanitaria unita al maltempo non ha favorito l'uscire di casa. Per il delivery però non c'è stato aumento: chi ordinava ha continuato ad ordinare i piatti preferiti, non ci sono stati cambiamenti specifici.
È ovviamente un momento di calma, il fatto di lavorare da casa per qualcuno ha concesso del tempo in più per poter cucinare, mentre magari prima non c'era il tempo fisico e mentale per farlo».

E se non ci limitiamo al cibo, un altro delivery ha registrato qualche modifica nei comportamenti delle persone: Glovo, la piattaforma internazionale di consegne a domicilio multi-categoria porta a casa degli utenti, tra le altre cose, prodotti della farmacia e la spesa e gli incrementi sono significativi: nella città di Milano hanno registrato infatti un +30/40% per spesa e medicinali nel weekend dell'emergenza rispetto a quello precedente; +10/20% se si considera l'intera settimana, segno di una progressiva “normalizzazione”. Sul food delivery, anche Glovo è in linea con il resto del mercato, e dopo una leggera flessione nei primi giorni, ora è già in ripresa: «Continuiamo a supportare i nostri partner della ristorazione soprattutto adesso che il delivery rappresenta per loro una risorsa ancora più importante». ci sottolineano.

L’unico segno positivo lo fanno registrare due beni di consumo alternativi: gli alcolici e la cannabis legale. Entrambi più ordinati in queste settimane. Da JustMary, primo delivery di cannabis legale operativo sul mercato di Milano, Monza, Firenze, Torino e Roma, la situazione è in crescita. Dall’inizio della crisi hanno registrato un incremento di circa 30% degli ordini: più gente è a casa senza nulla da fare e maggiore è la voglia di relax, e quindi i consumi di questa versione light ottenuta da coltivazioni di canapa biologica selezionata tra le varietà certificate e autorizzate in Europa aumentano. La scorsa settimana l’azienda ha fatto una promozione con uno sconto ma ci confermano che gli ordini arrivano a prescindere. Il marketing fatto nei mesi precedenti ha permesso di essere presenti e puntuali sull’aumento della richiesta, e crescono anche gli utenti interessati, con un incremento dei registrati al servizio di oltre 1000 unità nell’ultimo mese.

Per Nicola Ballarini, con Andrea Roberto Bifulco fondatore della dark kitchen Ktchn Lab, mentre sul resto delle proposte si evidenzia una flessione come il mercato, l’unico picco positivo è il delivery di alcolici che sta avendo un grande successo. «Probabilmente questo aumento di ordini e l’arrivo di richieste anche ingenti dipende dal fatto che i luoghi dove abitualmente la gente beve - discoteche e bar - sono chiusi o fanno orario ridotto. Di sicuro c’è anche una buona parte di persone che sono spaventate nell’andare a consumare alcol fuori e quindi preferiscono farselo recapitare a casa. Continuano a soffrire molto le cucine orientali, mentre per noi che abbiamo gran parte della proposta concentrata sul cibo messicano la sofferenza è meno marcata». Milano da bere, dunque, ma sempre più tra le mura domestiche.

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco come si organizzano i food delivery al tempo del coronavirus di Anna Prandoni

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Lunedì, 09 Marzo 2020 00:00

Il coronavirus affonda i mercati

Tonfo delle borse europee sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche.
La Borsa di Milano non riesce a partire: i titoli, sulla scia della crisi del coronavirus, non fanno prezzo. E lo spread vola, segnando 216 punti contro i 178 della chiusura di venerdì.

Le borse Europee, sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche, iniziano con cali macroscopici una seduta ad alta tensione, schiacciate dal -30% del petrolio (ai minimi dal 1991) dopo il nulla di fatto dell’opec+ e dalla paura per la diffusione sempre più ampia del coronavirus, che ha reso necessarie le misure drastiche di contenimento varate da alcuni paesi, tra cui l’Italia.

Così, mentre qualcuno chiede la chiusura di Piazza Affari, ipotesi per il momento esclusa dai vertici di borsa italiana, Milano non riesce a partire, con quasi tutti i titoli del Ftse mib che non riescono a fare prezzo. In negoziazione sono riuscite a entrare soltanto le utilities A2a (-8,8%), Hera (-4,6%) e i farmaceutici Diasorin (5%) e Recordati (-4,5%).

Stesso discorso per il resto d’Europa: riescono ad aprire Londra (-8%), Madrid (-7%) e Francoforte (-8%).

Crollo del petrolio, dopo il nulla di fatto dell’Opec+ sui tagli della produzione e le conseguenti azioni decise dall’arabia saudita: i future del wti ad aprile perdono al momento il 27% a 29,88 dollari al barile, ma erano arrivati fino a un minimo di 27,34 dollari, livello che non si vedeva dal 1991. Il Brent a maggio arretra ora del 26,4% a 33,32 dollari, ma cedeva il 33%. Sul mercato valutario, l’euro ha sfiorato nella notte quota 1,15 dollari ed è ai massimi da gennaio 2019 nei confronti del dollaro all’apertura dei mercati finanziari continentali. Il cambio si attesta a 1,1469 (1,1494 toccato nella notte) mentre venerdì sera segnava 1,1322. Occhi puntati sui timori di una diffusione del coronavirus negli stati uniti e occhi puntati sulle banche centrali per nuove contromisure all’impatto dell’epidemia sull’economia: giovedì il meeting della Bce.


Acquisti sullo yen che tratta a 116,94 per un euro (da 119,09), il minimo dallo scorso settembre. Dollaro/yen a 101,98 da 105,15, è il minimo da ottobre 2016.

Da "www.huffingtonpost.it" Il coronavirus affonda i mercati: spread sopra 215, Milano non riesce a fare prezzo. Crollo del petrolio

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Il sistema pensionistico pubblico, gestito prevalentemente dall’Inps e da altri istituti previdenziali di categoria, richiede, come è noto, requisiti di anzianità lavorativa e contributiva specifici, e molto spesso comporta come risultato un reddito mensile inferiore a quello percepito nel periodo lavorativo.


Tuttavia, grazie ai fondi pensione, è possibile aderire ad una forma di previdenza integrativa e personalizzata, in modo tale da poter ottenere una pensione complementare in forma volontaria e in base alle proprie esigenze personali.

Decidere di aderire ad un fondo pensione integrativo è una scelta vantaggiosa sotto diversi aspetti, senza contare che consente il mantenimento di un tenore di vita pari a quello dell’ultimo periodo lavorativo.

Una soluzione interessante e conveniente
Aderire alla previdenza complementare non richiede investimenti eccessivi e complessi, ma comporta, al contrario, una spesa accessibile a chiunque: anche chi non avesse un lavoro regolare con questo sistema può facilmente accantonare un capitale di cui usufruire in futuro.

La previdenza complementare offre soluzioni di risparmio finalizzato flessibili e modificabili anche nel corso del tempo, in relazione alle proprie necessità e preferenze, con la possibilità di ottenere interessanti vantaggi fiscali e un rendimento che si rivaluta continuamente nel corso del tempo.


La rendita integrativa generata dalla previdenza complementare è infatti soggetta ad un regime fiscale agevolato ed è quindi spesso preferibile ad altre forme di investimento più classiche. I contributi versati volontariamente sono deducibili dai redditi soggetti a Irpef e prevedono una tassazione inferiore a diverse altre forme di investimento.

Una forma di risparmio tutelata e sicura
Un altro vantaggio della pensione integrativa è quello della sicurezza, in quanto consiste in un patrimonio separato e non soggetto a pignoramenti, sequestri e altre forme di rivalsa da parte di eventuali creditori.


La tutela riguarda non solo i problemi creditizi di chi aderisce a questa forma di risparmio, ma anche il possibile fallimento dell’ente gestore del fondo integrativo, che può essere una banca, una compagnia di assicurazioni o una società finanziaria.

Il capitale accumulato con la previdenza complementare viene investito nel mercato finanziario in base a sistemi di gestione che comportano diversi gradi sia di rischio che di rendimento. È quindi possibile scegliere tra obbligazioni e titoli di stato, mercato azionario o gestione mista, limitando quindi i rischi secondo le preferenze personali, in relazione ad esempio all’età dell’aderente o alla rendita che si desidera generare.

In ogni caso, è bene considerare che la contribuzione integrativa viene controllata dalla Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, un ente apposito che stabilisce criteri ben precisi per tutelare gli investimenti effettuati con i fondi pensionistici.

Flessibilità nella costruzione e nell’ottenimento della rendita integrativa
Un ulteriore elemento che va a vantaggio delle pensioni integrative è la possibilità di personalizzare la rendita e, in alcuni casi, perfino di anticiparla, ad esempio per sostenere spese sanitarie o acquistare un immobile. Il fondo pensione può essere riscattato qualora si verificassero situazioni di disoccupazione o di invalidità, ed è possibile renderlo reversibile a favore degli eredi.

Se le condizioni lo permettono, la pensione integrativa può essere utilizzata anche come ponte tra il lavoro e il pensionamento.

In sintesi, l’adesione alla previdenza complementare permette di scegliere il fondo pensione preferito e il relativo livello di rischio, modificandolo comunque nel corso del tempo, offre la massima flessibilità per quanto riguarda i versamenti contributivi e, per i lavoratori dipendenti, permette inoltre di integrare la contribuzione previdenziale con il proprio TFR. Per finire, la prestazione ottenibile alla fine dei versamenti contributivi può essere una rendita vitalizia, la corresponsione di un capitale o una formula mista tra le due possibilità.

Da "www.lettera43.it" Tutto quello da sapere prima di aderire a un fondo pensione

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Se hai un fondo pensione c’è un’alta probabilità che i tuoi soldi contribuiscano al riscaldamento globale. Le società che gestiscono questi fondi, con miliardi di euro a disposizione, hanno un ruolo fondamentale nei mercati finanziari e spesso investono in compagnie del settore dei combustibili fossili, che garantiscono un buon ricavo senza rischi eccessivi.

In un momento in cui sempre più persone credono che sia necessario agire al più presto per fermare la crisi ambientale, è giusto chiedersi come mai i fondi pensione continuano a investire in aziende che commerciano in petrolio, gas e carbone. E cosa si può fare per controllare come vengono impiegati i soldi dei contribuenti.

Il VIDEO della Thomson Reuters Foundation

 

Da "https://www.internazionale.it/" Come i fondi pensione alimentano la crisi climatica

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Con un po’ di immaginazione la sua forma può sembrare quella di un soffione. Il nuovo coronavirus, 2019-nCoV, all’occhio del microscopio elettronico è sferico e coronato su tutta la superficie di spicole, sorta di protuberanze. Ne hanno ricostruito un’immagine i ricercatori dello statunitense Centers for Disease Control and Preventing, ad Atlanta. Il virus, che è causa della sindrome appena battezzata dall’Organizzazione mondiale della sanità COVID-19 e che dalla città di Wuhan in poi ha già fatto – nel momento in cui scrivo – più di mille e trecento morti, non è l’unico ad avere questa forma, né il primo tra i coronavirus a infettare l’uomo.

Di coronavirus ne esistono di diversi, tutti appartenenti alla famiglia Coronaviridae. Sono virus a RNA, cioè codificano e trasmettono le informazioni genetiche utilizzando l’acido ribonucleico (RNA) – e non il DNA – costituito per lo più da un singolo filamento ripiegato – e non da doppia catena come il DNA. Ogni virus, per potersi replicare, attacca le cellule dell’organismo ospite, ne penetra la membrana e ne altera le funzioni, sfruttandole per replicare il proprio codice genetico. I coronavirus lo fanno attraverso quelle protuberanze sulla superficie, i peplomeri, che si attaccano alla cellula.

Un banale raffreddore può essere causato dal cosiddetto Human CoronaVirus-229E o da HCov-OC43, per esempio. Ma anche le sindromi SARS e MERS, di certo più temibili e che hanno colpito l’uomo di recente – la prima tra il 2002 e il 2003, la seconda dieci anni dopo – sono opera di altri coronavirus ancora e, come la COVID-19, erano sindromi a noi sconosciute prima dei primi focolai. Da dove sono arrivate? Come molte altre malattie, anzi come la maggior parte, arrivano da altre specie animali.

La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto.
Zoonosi è il nome che diamo alle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto. L’evento del cosiddetto “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus “trabocca” e infetta la nuova specie. Di storie di questo tipo si è occupato David Quammen, scrittore di viaggi e di scienza, nel suo Spillover (Adelphi, 2014). Quammen scrive un lungo reportage avventuroso, risale il corso di fiumi, segue le tracce di possibili animali portatori e si fa largo nella giungla per venire a capo dell’enigma dello spillover, del salto fatidico.

Come ricorda Quammen, di zoonosi ne esistono molte, la più nota forse è l’AIDS. Spesso, racconta, i virus zoonotici prima di interessarsi di noi, convivono indisturbati e magari da millenni con una o più specie serbatoio.

Si sono probabilmente adattati a vivere una vita tranquilla all’interno della (o delle) specie serbatoio, dove si replicano senza problemi ma non eccessivamente, e causano poco danno. Quando ‘tracimano’ negli esseri umani sono esposti a un nuovo ambiente e a nuove circostanze, il che spesso li porta a diventare mortalmente devastanti. E un uomo può infettarne un altro, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.
È più o meno così che dev’essere cominciata anche la storia di 2019-nCoV, nell’ormai noto mercato di Wuhan. Ma è una storia che riguarda anche Ebola, l’Hendra virus, il virus del Nilo occidentale. Ed è una storia che ci riguarda sempre di più: negli ultimi 30 anni, infatti, la frequenza di queste nuove zoonosi, emergenti, è aumentata. Tra le cause ci sono anche lo stravolgimento diretto operato dall’uomo sugli ambienti e la crisi climatica.

Il mercato è affollato
2019-nCoV e gli altri coronavirus sono capaci di adattarsi velocemente a nuove specie. Essendo virus a RNA, un meccanismo di trasmissione del codice genetico più semplice del DNA, mutano molto più in fretta: da un lato questo aumenta gli errori di codice e la possibilità di fallire ma dall’altro aumenta la velocità con la quale il virus è in grado di evolversi, di trovare nuove strade e, casualmente, di diventare capace di infettare una nuova specie. In un mercato come quello di Wuhan, che a oggi si ritiene il luogo dell’avvenuto salto di specie, si trovano una gran quantità di uomini, animali vivi e animali morti, in una promiscuità tra specie diverse che crea una situazione favorevole allo spillover.

Anche nel 2002, l’epidemia di SARS è molto probabilmente nata proprio in un mercato, quella volta in un’altra provincia cinese, Guandong. Inizialmente si sospettava che il contagio umano fosse avvenuto attraverso un animale selvatico di media taglia, lo zibetto. La carne di zibetto è infatti apprezzata in Cina e perciò venduta al mercato; in effetti i test effettuati su alcuni zibetti avevano dimostrato la presenza del materiale genetico del virus. Le autorità avevano così comandato l’uccisione preventiva di diecimila zibetti, ma solo con ricerche più approfondite si era capito che anche lo zibetto non era ospite usuale e permanente del virus. L’animale malcapitato aveva infatti fatto da ospite intermedio: in questa specie il virus si era replicato, per così dire, fino ad avere le caratteristiche adatte a infettare l’uomo. Una sorta di incubatore, o meglio di amplificatore come lo ha definito lo stesso David Quammen in un’intervista a Npr. Il virus doveva dunque aver incontrato gli zibetti, nel mercato, tramite un altro animale, forse il pipistrello.

E nel caso di questo nuovo coronavirus? Una ricerca cinese della South Agricultural University di Guangzhou ha guardato ai pangolini, anch’essi venduti al mercato di Wuhan, come ospite amplificatore. Ci si è chiesti anche se l’infezione possa essere avvenuta tramite la carne di serpente, ma al momento l’ipotesi più accreditata è che l’ospite serbatoio di questo nuova coronavirus sia il pipistrello Rhinolophus sinicus, o pipistrello ferro di cavallo cinese, per una certa familiarità di questi pipistrelli con i coronavirus. Secondo l’Oms, più di 500 tipi di coronavirus sono stati rinvenuti nei pipistrelli cinesi.

Zoonosi mandate dall’alto
La zoonosi non è un fenomeno nuovo. C’è un passo del libro di Samuele nell’Antico Testamento (Samuele 24,15-16), dove si racconta che Dio scatena su Israele una celebre zoonosi, la peste:

Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distruggerla, il Signore si pentì di quel male.
Anche la peste è una zoonosi, sebbene causata da un batterio, il bacillo Yersinia pestis. Ha per suo ospite serbatoio diverse specie di roditori e per vettore la pulce dei ratti. Ma delle zoonosi più recenti, e che ci riguardano più da vicino, è spesso il pipistrello a essere considerato il probabile ospite serbatoio.

Un esempio è quello dell’Hendra virus. In Australia, nel settembre del 1994 in un quartiere di Brisbane, Hendra, morirono 13 cavalli e il loro istruttore, Victory Rail, per causa di un nuovo virus zoonotico. Quanto aveva portato Rail e i cavalli alla morte sembrava simile a ciò che era accaduto solo un mese prima, 1000 km a nord di Brisbane: due cavalli erano morti assieme al loro proprietario. Da quell’estate, i casi di infezioni di cavalli e uomini si sono susseguiti. Nel caso di Hendra, è il cavallo a fare da ospite amplificatore per il virus, prima che questo colpisca l’uomo. Ma i cavalli si erano infettati entrando a contatto con le feci di un grande pipistrello, la volpe volante, con cui Hendra convive da tempo senza far danni.

Anche nel caso della MERS, la sindrome che ha colpito alcune aree del Medio Oriente (con picchi nel 2014 e nel 2015, circa 860 morti fino a oggi e ancora centinaia di casi l’anno in Arabia Saudita), tra i possibili ospiti serbatoio figura ancora un pipistrello, e la stessa ipotesi vale per l’origine di Ebola, che dall’agosto 2018 colpisce la regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, facendo finora più di duemila morti.

Ma perché i pipistrelli dunque? Prima di tutto sono il gruppo di mammiferi più numeroso dopo i roditori: con il termine pipistrelli si contano più di 1300 specie, alcune largamente diffuse in tutto il mondo. La ragione per cui potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo. Secondo una ricerca pubblicata su Cell Host and Microbe, la risposta immunitaria di un pipistrello sarebbe in sostanza capace di vincere un virus senza subire alcuna infiammazione e perciò senza perdere le forze necessarie a volare. Il noto ecologo ed esperto di pipistrelli, Merlin Tuttle, ha però contestato che la correlazione tra pipistrelli e alcune zoonosi possa dirsi certa, esprimendo dubbi sul loro ruolo nella diffusione, per esempio, di Ebola, e mettendo in guardia da accuse facili che possano scatenare panico e generare effetti pesanti sugli ecosistemi.

La ragione per cui i pipistrelli potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo.
Inoltre la convivenza dei pipistrelli coi virus e la loro diffusione per tutto il mondo non basta a spiegare perché il numero di nuove zoonosi o di zoonosi riemergenti sia cresciuto. Come scrive Quammen ancora in Spillover, su 1407 specie note di patogeni umani, il 58% sono di origine animale. Di queste “solo 177 sul totale si possono considerare emergenti o riemergenti, e tre quarti dei patogeni emergenti provengono dagli animali. In parole povere: ogni nuova e strana malattia, con grande probabilità, arriva dagli animali”.

Alessandro Magno e le zanzare
Nell’estate del 2018, un donatore di sangue che avesse dormito anche solo una notte nelle province di Torino, Novara, Pavia, Parma, Vercelli, Cremona, Brescia, Udine era escluso dalla donazione per 28 giorni. Il sangue dei donatori di quelle province veniva invece sottoposto a un test particolare. Si cercava così di scongiurare la diffusione del virus del Nilo occidentale, un virus che normalmente abita tra zanzare e uccelli ma può colpire anche l’uomo. La febbre di cui è causa è una zoonosi il cui serbatoio principale è rappresentato dalle zanzare, in particolare del genere Culex.

L’incontro tra il virus del Nilo occidentale e l’uomo non è di questo secolo. Addirittura c’è un’ipotesi, pubblicata su Emerging infectous diseases, di alcuni ricercatori della Colorado State University che a partire dalle note dello storico Plutarco sostiene che Alessandro Magno sia morto improvvisamente per colpa di questo virus. Fu identificato già nel 1937 in Uganda e tuttavia in Italia solo negli ultimi quindici anni si sono moltiplicati i contagi umani, causando 4 morti.

In Italia si è parlato anche di chikungunya, un’altra malattia di origine virale e di cui sono serbatoi alcune scimmie non antropomorfe e vettori le zanzare. Riconosciuta nel 1955, la malattia è endemica in Africa e Asia, ma soltanto nel 2007 è scoppiata la prima epidemia di chikungunya sul suolo europeo: in Romagna, grazie alle zanzara tigre ha infettato 250 persone.

Tra le ragioni di diffusione di queste due zoonosi non di casa in Italia c’è la crisi climatica. Come racconta la ricerca “Emerging zoonotic viral disease”, le temperature più elevate favoriscono il ciclo vitale delle zanzare, dall’attività alla riproduzione fino alla velocità di digestione del sangue e dunque alla rapidità nel pungere di nuovo. Ma non sono l’unico esempio: il riscaldamento globale permette alle zecche che portano la malattia di Lyme, altra zoonosi, di sopravvivere a altitudini e latitudini più elevate. Non solo, aggiunge l’Oms: esiste una correlazione tra eventi estremi come piogge particolarmente intense e la diffusione dell’hantavirus, causa di una zoonosi che fu studiata per la prima volta in Corea del Sud, nell’area del fiume Hantan.

Inoltre, si legge su Nature, se negli ultimi 30 anni il 70 % delle nuove malattie è di origine zoonotica, accanto al riscaldamento globale il colpevole è il mutamento degli ambienti generato dall’uomo. La deforestazione e l’urbanizzazione, per esempio, riduce lo spazio delle specie selvatiche – magari serbatoio di un virus, come nel caso della leishmaniosi – e ne aumenta le possibilità di contatto con l’uomo. Più in generale è il turbamento di habitat ed equilibri a costituire un rischio: persino la riforestazione, per esempio, ha favorito nel Nord Est degli Stati Uniti la possibilità di contagio della borreliosi di Lyme, per la maggior diffusione di cervi e roditori che ne sono ospite amplificatore.

Ecologia della salute
Torniamo all’inizio. Nel caso del nuovo coronavirus, il primo problema è costituito dall’accatastarsi di specie animali dentro al mercato, con pangolini, galline, serpenti, zibetti e altri animali, vivi dentro le gabbie, in condizioni di igiene scarsa. Dopo l’epidemia di SARS, che era nata in un mercato del genere ma circa 1000 km a sud, questi luoghi avevano continuato la loro attività, solo con qualche restrizione in più alla vendita. Oggi, avendo con ogni probabilità fornito di nuovo la possibilità ad ancora un altro virus di incontrare il suo ospite amplificatore, sono tornati sotto i riflettori e una loro regolamentazione sembra inevitabile.


Bisogna affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.
Tuttavia, come abbiamo visto, questi luoghi chiusi sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema più ampio. Si è detto della deforestazione e dell’urbanizzazione, di sfruttamento e alterazione degli habitat naturali e delle conseguenze della crisi climatica sulla capacità di propagazione di alcuni virus – ma all’elenco dei virus potremmo aggiungere anche quelli che hanno trovato terreno di facile propagazione tra gli animali da allevamento intensivo: per esempio, i virus di influenza suina e aviaria. Per tutte queste ragioni (aggiungiamo anche che le società, almeno quelle più ricche, spostano ormai a grande velocità sul globo individui e merci che possono portare ospiti indesiderati) le occasioni che un virus può cogliere per saltarci addosso aumentano. Allora anche il problema delle nuove zoonosi diventa una questione di sapienza ecologica. Si tratta di ripensare un’altra volta ancora la nostra relazione con l’ambiente e con le altre popolazioni animali. Badare non soltanto alla nostra, ma anche alla salute loro e degli ecosistemi in cui conviviamo.

L’approccio sanitario basato su considerazioni di questo tipo ha preso da qualche anno il nome di One Health. Come scrive l’Oms, si tratta di affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme per esempio epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio. Ma una strategia del genere, in attesa del prossimo virus, è una strategia politica. Come ricorda lo stesso David Quammen:

Abbiamo bisogno di più investimenti pubblici, di più istruzione pubblica, di finanziare adeguatamente istituti come lo statunitense Centres for Disease Control and Preventing, e organizzazioni equivalenti sparse per il mondo. Dobbiamo formare scienziati che diventeranno cacciatori di virus, che vadano in quelle grotte, in quelle foreste, facendo il lavoro sporco e che poi tornino nei laboratori a fare il lavoro d’indagine, per aiutarci a identificare questi virus. E abbiamo bisogno che le istituzioni sanitarie pubbliche siano pronte, con risorse e informazioni per affrontare le epidemie.


Da "www.iltascabile.com" Dagli animali agli esseri umani: il nuovo coronavirus e gli altri salti di specie di Giancarlo Cinini

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