In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020
Diversi commentatori si sono soffermati sulla eccezionalità del recente attacco di Barack Obama all’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sicuramente una presa di posizione così forte da parte di un ex Commander in Chief rispetto a un suo successore è sostanzialmente un unicum nella storia americana. Tuttavia sarebbe un errore leggere questo episodio come un fatto estemporaneo, o esclusivamente legato alla scadenza delle elezioni di mid-term.

La strategia del 44esimo Presidente Usa nel nuovo quadro non inizia oggi e punta al medio-lungo periodo.

Il primo atto del ritorno in campo di Obama, dopo la lunga pausa all’indomani della fine della sua Presidenza, è stata la lecture tenuta in Sud Africa per i cent’anni dalla nascita di Nelson Mandela nel luglio scorso: in quell’occasione Obama partì da lontano, rivendicando il ruolo dei movimenti di liberazione – da Mandela, a Gandhi, a M. L. King – nello sviluppo delle democrazie nel ‘900 e nella conquista di un sistema inclusivo basato sul mercato (inclusive market-based system), contrapposto ai fallimenti dei regimi totalitari. In quella stessa occasione, senza mai citare il suo successore, affermò che chi crede nell’uguaglianza, nella libertà e nella giustizia come valori fondamentali per il progresso oggi ha un racconto migliore e più convincente da proporre rispetto alla visione sovranista.

Un discorso alto, fuori dalle contingenze, teso a delineare un perimetro valoriale e una visione del mondo per questi uncertain times.

Il secondo passaggio importante è la recente eulogy al funerale del suo ex sfidante del 2008 John McCain: un discorso in cui Obama ha ricordato le qualità del suo opponent, riconoscendogli statura politica, rigore morale, attaccamento alla Patria e ai valori americani. Questo è il punto chiave: il primo Presidente afroamericano riconosce alla vecchia guardia repubblicana, da McCain ai Bush (con i quali non mancano espliciti segni di intesa) l’aderenza ai valori americani al di sopra delle divergenze sulle policies, riassumibili nelle parole della Declaration of Indipendence “All men are created equal, […] with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”, citata esplicitamente.

Seppur implicitamente, Obama delinea un perimetro “costituzionale”, ponendone al fuori l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Il discorso di pochi giorni fa in Illinois, sicuramente il più politico, si inserisce in questo solco: Obama ricorda che fu Abraham Lincoln, un repubblicano, a vietare la schiavitù, come esempio per affermare che nessuno dei due partiti detiene “il monopolio della saggezza”. Il suo appello, che definisce radicali (nel senso di estremiste) le politiche trumpiane, si rivolge dunque anche ai conservatori che vedono gli Stati Uniti scivolare lungo un piano inclinato che ­– secondo Obama – rischia di far arretrare gli Usa e isolarli sul piano internazionale.

L’altro tassello del ragionamento è una lettura originale del populismo: per Obama sono le élite spaventate dal cambiamento che fanno leva sulle paure, spesso legittime, per dividere le “ordinary people”.

Il tentativo evidente è di ribaltare la narrazione popolo vs élite, accusando proprio le élite di dividere il popolo per mantenere lo status quo e di costruire una nuova coalizione sociale: non più, o non solo, la classica Obama coalition, la maggioranza di minoranze che lo portò alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012, ma un fronte costituzionale che mobiliti anche elettori storicamente o culturalmente repubblicani.

C’è da dire che Obama è riuscito a mobilitare la sua base unicamente quando si è candidato in prima persona: i democrats infatti furono sconfitti alle elezioni di mid-term del 2010 e del 2014, oltre che alle scorse presidenziali. Quindi una sua forte influenza sui candidati dem up and down the ballot nelle elezioni del prossimo novembre è tutt’altro che scontata.

In un Partito democratico in piena crisi di identità, che stenta a trovare parole e idee per contrastare il tycoon, Obama potrebbe guardare più in là e puntare alla costruzione dell’alternativa per le presidenziali del 2020, magari utilizzando le elezioni di mid-term come scouting. Il nuovo ruolo a cui l’ex senatore dell’Illinois potrebbe aspirare, anche attraverso la fondazione che si sta occupando soprattutto di community organizing, è di mentore per una nuova generazione di leader. Anche questo sarebbe un unicum nella storia americana. In ogni caso, nella crisi di leadership (e di pensiero) da entrambe le sponde dell’Atlantico, possiamo star certi che le sue parole influenzeranno significativamente il dibattito nel mondo progressista nei prossimi mesi.


Da "formiche.net" Obama torna e offre una visione ai Democratici (non solo Usa) di Flavio Arzarello

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Era il modello del welfare perfetto e dell’accoglienza a regola d’arte: alle elezioni di ieri il partito democratico, nazionalista e xenofobo, ha preso il 20% dei consensi. E se anche i paradisi crollano, cosa rimane a chi crede nella società aperta?


Lo spot comincia con le inquadrature notturna di un quartiere dormitorio, visto dall'alto. Blocchi di cemento alti dieci piani che si susseguono all'infinito, fila dopo fila, appena rischiarati da qualche finestra illuminata. Una visione distopica, inquietante. Poi la camera arriva a terra. Auto in coda nel buio. Un ubriaco che attraversa. Il falò di un'utilitaria davanti a un distributore di bibite sfasciato, barboni che frugano tra la spazzatura. Sembra Gotham City, è Stoccolma e il video è uno degli spot della campagna elettorale di Jimmie Akesson, classe 1979, il giovane leader del partito nazionalista che nelle elezioni politiche di ieri ha conquistato il 17,7 per cento. 4,7 punti in più rispetto alla quota del 13 per cento conquistata nel 2014, che già costituiva un raddoppio rispetto a 6 per cento precedente.

Il partito si chiama Democratici Svedesi, SD, è stato fondato a inizio anni Novanta. La sua denominazione sembra frutto di quello che in inglese si chiama whitewashing, letteralmente “ripulitura”: bisognava scegliere un nome rassicurante per addolcire l'immagine di un'aggregazione a cui partecipavano numerosi gruppi suprematisti e circoli estremisti (decimati da una raffica di espulsioni solo in tempi recenti). Nel 1994 sembrava già a fine corsa. Percentuali risibili, mai nessun seggio fino al 2010, tanto che nei commenti politici la Svezia era descritta costantemente come un Paese inattaccabile dal sovranismo e dal populismo. Poi otto anni fa un imprevista impennata al 2,8 per cento e 20 parlamentari eletti: sembrava un fuoco di paglia, era invece l'inizio della scalata che ieri ha compiuto un altro passo in avanti, anche se non rilevante come si prevedeva nei sondaggi, vista anche la tenuta dei socialdemocratici.

Il 20 per cento degli elettori svedesi ha creduto all'analisi del conflitto proposta da Akesson, forse anche per smarcarsi dall'accusa di razzismo: non una questione di pelle, colore, religione, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia
I video propagandistici di SD aiutano a capire il boom del sovranismo svedese meglio di ogni altra analisi. Mostrano una Svezia alla quale noi mediterranei stentiamo a credere, perché da sempre immaginiamo quel Paese come l'icona di tutto ciò che è desiderabile in Europa. Libertà, diritti, un welfare efficiente, «dalla culla alla tomba» come si diceva una volta, una società libera, paritaria, amica delle donne e dell'ambiente, inclusiva, dove a una tassazione altissima corrispondono prestazioni sociali ai limiti dell'utopia. Ma quell'utopia svanisce nella angosciante narrazione dei Democratici Svedesi e del loro leader Akesson, voce narrante degli spot. «Dove una volta avevamo tranquillità e sicurezza, ora abbiamo telecamere e filo spinato», dice, mentre corrono le immagini di quartieri borghesi barricati dietro cancellate di ferro e muri alti cinque metri. «Il sistema sanitario crolla, i nostri parenti e amici muoiono prima di ricevere assistenza», ed ecco la donna bionda che piange, riversa su un corpo inanimato. Rottami in fiamme, è la guerra tra gang rivali. Lampeggianti di polizia nella notte, pompieri che corrono, esercito in azione con le maschere antigas: Akesson descrive assalti alle stazioni di polizia, rivolte di quartiere, bombe e uccisione di agenti e comuni cittadini. «In Svezia ora il terrore è la realtà».

Realtà? Esagerazione pubblicitaria? Sia come sia, una parte degli elettori svedesi piuttosto consistente ha creduto a quella rappresentazione, e soprattutto all'analisi del conflitto in corso proposta da Akesson: non una questione di pelle, colore, religione, non una guerra tra destra e sinistra, poveri e ricchi, maschi e femmine, ma «lo scontro tra chi è nato nel nostro Paese e chi no, tra chi è pronto a contribuire al suo benessere e chi no». Sangue e suolo, insomma, il vecchio Blut Un Boden che da sempre anima l'immaginario nordico e che si risveglia dopo quasi un secolo di socialdemocrazia per imporre una svolta in materia di immigrazione. Una svolta che quasi sicuramente arriverà: se è scontato che SD non entrerà in governi di coalizione, è ovvio che i suoi risultati determineranno cambiamenti.

Il modello Stoccolma è quello che con più convinzione e rigore ha applicato le direttive europee in materia di rifugiati e migranti. Ha accettato tutte le quote assegnate, ha accolto senza discriminazioni e resistenze: su 9,9 milioni di residenti oggi il 17 per cento è di origine straniera, la quota più alta del continente (in Germania è l'8,1, in Italia il 2,4). Il suo probabile dietrofront sotto la spinta sovranista non sgretola solo l'utopia delle infinite capacità di integrazione di una società aperta ma, in qualche modo, dà un colpo fatale anche all'intera strategia europea in tema di integrazione: se anche lì, nello Stato più civile e assistito del continente si allarga il voto di protesta, c'è davvero qualcosa da ripensare.

Da "www.linkiesta.it" Se anche in Svezia sfonda l’estrema destra, l’utopia europea è davvero a rischio di Flavia Perina

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governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi). Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.


L’intervento, annunciato con un tweet di Salvini a metà agosto, si propone di ripopolare le regioni del Sud, il cui “peso demografico (…) continua lentamente a diminuire”. Quali effetti ci si aspetta dall’intervento citato? Lo spiega Alberto Brambilla, consigliere economico dello stesso ministro:

«Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale. Non è detto poi che chi arriva non possa aprire piccole attività manifatturiere. Una famiglia media spenderebbe 20-25 mila euro l’anno. Già solo i connazionali espatriati con la pensione ‘in regime nazionale’, maturata qui ma incassata al lordo all’estero, sono 60 mila e dunque forse 120 mila, perché in coppia (…). Metà dell’Irpef che perdiamo per 10 anni, la recuperiamo con Iva e accise dai consumi»


Tutto a posto, quindi? Non proprio. Perché quella di Brambilla, più che un’analisi degli impatti, sembra una pagina del libro dei sogni. Per valutare gli effetti di una norma, non basta limitarsi a copiare un modello usato altrove con successo – ad esempio in Portogallo (“dal 2009, quando il governo portoghese decise di non tassare i redditi da pensione per attrarre stranieri.. l’1,5 per cento di Pil in più”) – auspicando che produca gli stessi risultati: serve un esame del contesto in cui quel modello verrà calato, nonché qualche dato per operare le comparazioni necessarie. Altrimenti, molto alto è il rischio che il successo non si riproduca uguale in un ambito diverso. Può dunque essere utile cimentarsi in questo esercizio – dato che il governo non pare averlo fatto – prendendo il già citato Portogallo come Paese di confronto.

Innanzitutto, una domanda: perché i pensionati del Nord o di Paesi esteri dovrebbero preferire il Sud ad altri luoghi ove pure potrebbero godere di un trattamento fiscale di favore? Salvini punta sull’appeal: “l’Italia è bella e piace”. Ma ciò potrebbe non bastare, in considerazione di ciò che è importante per la vita di persone anziane: i servizi sanitari, ad esempio, poiché con l’età aumentano gli acciacchi. Ebbene, secondo l’Euro Index Consumer Health 2017, non solo la sanità pubblica italiana si colloca al 20° posto su 35 paesi europei e in una posizione peggiore del Portogallo; ma le regioni del Sud, ove i pensionati dovrebbero trasferirsi per fruire dei benefici fiscali, come visto, sono sotto la media nazionale: quindi, il divario con il Portogallo è ancora più alto di quello che risulta dalla classifica generale.

Ma Brambilla ha pronta la soluzione: i Comuni che vorranno aderire al progetto del governo dovranno garantire “una serie di servizi ritenuti imprescindibili per l’inserimento nel programma, come la raccolta differenziata e un livello sanitario ‘in linea quelli di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia’”. Brambilla pensa forse che la sanità del Sud possa essere rapidamente risanata così, per magia? Ma andiamo oltre.

Con l’invecchiamento diminuisce anche la mobilità fisica, e avvalersi dei trasporti offerti diviene indispensabile: al Sud essi sono migliori di quelli del Paese che si è preso a confronto, il Portogallo? Secondo il Quadro di valutazione dei trasporti dell’Unione europea (Transport Scoreboard 2016), la soddisfazione dei consumatori per i trasporti urbani in Italia è la più bassa d’Europa ed è tra le più basse per i trasporti ferroviari, oltre che peggiore rispetto a quella per i trasporti in Portogallo, come risulta dalla specifica comparazione. E persone anziane dovrebbero preferire posti dove avrebbero pure difficoltà ad arrivare, oltre che a muoversi, una volta arrivate?


I governanti che, mediante la misura indicata, auspicano una crescita del Pil hanno forse sbagliato iter logico: perché la situazione Sud “in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà” dipende anche da una situazione infrastrutturale oltremodo carente. Dunque, sperare di portare anziani nel meridione, con l’intento di un aumento del Pil, ma non fare interventi preventivi su strade e trasporti, che gioverebbero di per sé al Pil (v. anticipazioni rapporto Svimez 2018 sull’Economia e la Società del Mezzogiorno), ma anche all’attrattività del meridione, sembra una strategia priva di coerenza.

E ai pensionati del Nord, che non volessero andare all’estero, converrebbe spostarsi al Sud? Basta leggere il report dell’Istat sulla valutazione della qualità dei servizi pubblici a seconda delle diverse aree geografiche per rendersi conto che alle agevolazioni fiscali si contrapporrebbe una realtà ben poco agevole per molti altri versi: ad esempio, l’offerta di posti letto in strutture sanitarie al Sud è meno della metà che al Nord; le irregolarità nel funzionamento del servizio idrico al Sud sono circa cinque volte superiori che al Nord; quanto al servizio elettrico, “la frequenza delle interruzioni nel Mezzogiorno è quasi tripla che nel Nord”; anche “la distribuzione territoriale dei servizi di Trasporto pubblico locale (Tpl) resta fortemente diseguale”, con valori al Nord “compresi tra il doppio e il triplo di quello medio del Mezzogiorno”.


Un’ultima considerazione. I benefici fiscali per gli anziani che si trasferiscano al Sud hanno, tra le altre cose, il fine di ripopolare le regioni meridionali, per far crescere così la loro economia: è la strada giusta? Il già citato rapporto dello Svimez induce qualche dubbio:

«Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà del Sud l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (…) ai 51,6 anni nel 2065, ciò inevitabilmente riduce la popolazione in età da lavoro compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico»

Non serve aggiungere altro. Anzi sì: se – come finora esposto – si dubita molto che il progetto del governo riuscirà a conseguire i risultati voluti, non c’è alcun dubbio circa le entrate fiscali che, qualora un pensionato del Nord decidesse di trasferirsi al Sud, lo Stato perderebbe, senza avere alcuna certezza che esse verrebbero compensate da pari benefici in termini di crescita economica del meridione e dell’intero Paese.

Quella appena tracciata è una valutazione sommaria del contesto in cui la misura indicata andrebbe ad operare. Ma l’analisi di un provvedimento dev’essere più ampia, per giungere a definire, tra le diverse opzioni di intervento, quella migliore. Non è cosa facile, richiede uno studio accurato. Forse perciò i governi preferiscono slide, tweet, interviste e similari: studiare – come lavorare -stanca. E se “andrà molto peggio, prima di andare meglio”, sarà anche per questo.

 


Da "phastidio.net" Pensionati esentasse se reinsediati nel Mezzogiorno: attenzione ai colpi di sole di Vitalba Azzollini

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Venerdì, 14 Settembre 2018 00:00

Nazionalizzare le autostrade non serve

“Nazionalizzazione della rete autostradale”. È la ricetta che una buona parte del governo, almeno la frangia guidata da Luigi di Maio e dal ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, ripete come un mantra dal 14 agosto scorso, da quando cioè collassò il ponte Morandi sulla A 10, causando 43 vittime.

Il ritorno delle autostrade italiane sotto la mano pubblica sarebbe la chiave per superare le distorsioni del mercato dovuto al regime delle concessioni ai privati (Atlantia by Benetton in primis), con i cittadini che pagavano tariffe sempre più salate e concessionari che registravano margini di guadagno spropositati grazie alle rendite assicurate dallo stato per gli investimenti.


Sebbene non tutto l’esecutivo sia concorde (il 6 settembre, il premier Conte ha dichiarato all’Huffington Post che “La nazionalizzazione non è l’unica risposta. Valuteremo anche questa soluzione ma non possiamo escludere allo stato che si faccia una nuova gara”), il dibattito è in pieno svolgimento e, in definitiva, ruota su una domanda fondamentale: il pubblico può fare meglio del privato?


Business Insider Italia ha provato a dare una risposta andando a dare un’occhiata a quanto ha fatto il pubblico negli ultimi vent’anni durante i quali gli enti pubblici hanno vestito la casacca del gestore autostradale.

Sì, perché accanto a Benetton, Gavio e Toti, sono numerosi i concessionari controllati dagli enti locali o da società miste Anas-Regioni. E i risultati non sono stati per nulla differenti rispetto ai tratti autostradali dati in concessione ai privati.

«Gli enti pubblici si sono comportati allo stesso modo dei privati. Sono azionisti che hanno cercato di massimizzare i guadagni, facendoci pagare più pedaggi. Inoltre il reddito assicurato sui capitali investiti è stato applicato a tutti, sia ai privati che ai gestori pubblici», spiega il professor Giorgio Ragazzi, già professore di Economia Politica all’Università di Bergamo, ex membro del direttivo della Banca Mondiale e autore del libro: “I signori delle autostrade”.


A leggere la relazione della Direzione Generale per la Vigilanza sulle Concessionarie Autostradali 2016 (quella del 2017 non è ancora stata pubblicata), infatti, si nota che gli enti pubblici non si sono per nulla distinti dai privati sia in termini di aumenti tariffari registrati negli anni, sia in termini di investimenti previsti dai Piani economici finanziari e non ancora realizzati.

Consorzio per le Autostrade siciliane al top per inefficienza
Un primo macroscopico esempio di quanto il pubblico possa essere inefficiente, è fornito dal Consorzio per le Autostrade siciliane (Cas), concessionario fino al 2030 della Messina-Palermo, Messina-Catania e Siracusa-Rosolini (298,4 km totali), controllato da Regione Sicilia al 9,62% e da altri enti locali dell’Isola per il restante 90,38%.

A colpire subito è che nella relazione della Direzione Generale per la Vigilanza non compaiono i dati sulla gestione del consorzio, visto che “per l’anno 2016 persiste da parte della Societa? concessionaria la trasmissione incompleta al Concedente dei dati relativi alla gestione economica e finanziaria, degli investimenti ed amministrativa in generale, come previsto dagli obblighi convenzionali e normativi, che, pertanto, non permette l’analisi degli stessi ai fini della presente Relazione”. Stessa carenza di dati registrata nella relazione del 2015.

Tuttavia alcuni spunti interessanti ci sono, per esempio dove si certifica che la pavimentazione drenante/fono assorbente occupa solo 43 km di carreggiata; che le barriere anti-rumore si estendono per solo 8 km; che gli impianti fotovoltaici (che producono energia e risparmiano CO2) sono zero; che le autostrade non hanno – a differenza di tutte le altre in Italia – la certificazione “UNI EN ISO 9001:2008”, né quelle precedenti; che la percentuale di rete coperta da Tutor è pari a zero, così come zero sono le Centraline meteo e le Colonnine Sos.

I relatori mettono poi nero su bianco le numerose difformità riscontrate: nelle 28 visite ispettive di controllo e ottemperanza effettuate nel 2016, erano state rilevate 244 non conformità (delle quali 225 mai sanate), mentre erano state 115 nel 2015.

Ma forse il dato più eclatante del fallimento del Cas è arrivato dal censimento su ponti e viadotti deciso dal ministro Toninelli subito dopo il cedimento genovese. Nel report consegnato all’Anas, il Consorzio certificava ben 15 punti – tra cavalcavia, viadotti – giudicati in condizioni critiche e bisognosi di immediati interventi, ai quali si aggiungevano anche 80 sovrappassi in condizioni preoccupanti.

Una situazione ingestibile sfociata oggi in un paradosso: mentre a Roma si parla di “nazionalizzazione”, in Sicilia si decide per la chiusura dello stesso Consorzio e il ritorno delle tratte in pancia all’Anas, come annunciato dal presidente della regione Sicilia, Nello Misumeci, ai primi di settembre: «Il Consorzio autostrade siciliane chiuderà entro l’anno questa esperienza sembra essere conclusa e c’è l’intesa con l’assessore alle Infrastrutture e l’intero Governo affinché si definisca la questione in questo senso. C’è l’Anas interessata alla successione», cui sono seguite le dimissioni del presidente Cas, Alessia Trombino e del suo vice, Maurizio Maria Siragusa.

Del resto, che il consorzio pubblico non funzionasse era cosa nota fin dal 2008, quando sotto il governo Prodi partirono le prime lettere per gli inadempimenti. Nel 2010 fu il governo Berlusconi a dare l’avvio al provvedimento di revoca della concessione bloccato però dal Tar nel 2011 e dal Consiglio della giustizia amministrativa siciliano nel 2012. Così la concessione è rimasta in vigore, nonostante le due inchieste che portarono ad alcuni arresti nella dirigenza del Cas per gli appalti della Siracusa-Gela e per la frana di Letojanni. Concessione poi ribadita anche dal governo Conte nel giugno scorso.

Le altre concessionarie pubbliche
Ma se il Cas è un caso limite, anche le altre concessionarie “pubbliche” non hanno brillato: la Autovie Venete, per esempio, 72,9% di proprietà di Friulia spa (a sua volta controllata da Regione Friuli Venezia Giulia) e al 4% da Regione Veneto, tra il 2008 e il 2017 ha innalzato le tariffe del 48,7%. In compenso all’appello mancano oltre il 26% degli investimenti che si era impegnata a fare, nonostante un utile di esercizio per il 2016 di 17,6 milioni di euro.

Stesso discorso per Concessioni Autostradali Venete (50% Anas, 50% Regione Veneto): tariffe cresciute tra 2010 e 2017 del 18,4% a fronte di mancati investimenti per oltre il 15% degli impegni presi.

Idem per l’Autobrennero, dove nonostante la presenza di azionisti privati, il controllo è pubblico, essendo per il 32,2% della Regione Trentino Alto Adige e per il 53% di altri enti pubblici. Qui la tariffa è lievitata in nove anni del 15,82%, mentre mancano investimenti pari al 36% di quelli previsti dal Piano economico finanziario.

Come si vede, quindi, “nazionalizzare” può non essere una risposta.

«A me non piace la nazionalizzazione, è uno spauracchio», commenta Ragazzi, «perché tutti i contratti prevedono che alla fine della concessione la struttura torni allo stato. È già scritto negli accordi che le autostrade debbano appartenere allo Stato. D’altra parte, oggi il pedaggio imposto dai gestori su strutture ampiamente ammortizzate è un’imposta. E anche questo è ingiusto».

Per Ragazzi la risposta è saltare a piè pari il regime concessorio e mettere manutenzione e riscossione a gara:

«Sembra che i concessionari chissà cosa facciano, ma in realtà non devono cercarsi i clienti, non hanno concorrenza, non sono esposti ai rischi della moda…. Di fatto, fanno due cose: incassano i pedaggi – e non credo che ci voglia grande capacità per farlo – ; e fanno manutenzione. Quindi basta che il pubblico gestisca le gare senza bisogno di nazionalizzare nulla».

Dello stesso avviso il professor Marco Ponti, già ordinario di Economia e pianificazione dei trasporti del Politecnico di Milano, oggi consulente per il ministero dei Trasporti:

«Si può abolire il sistema concessorio, come ha scritto l’Antitrust come moral suasion (non ha senso per un’infrastruttura così semplice, fare concessioni 40ennali), basta fare semplicissime gare per la costruzione, per i pedaggi e la manutenzione, con un soggetto pubblico che faccia il suo mestiere, cioè controlli e faccia pianificazione».

Inoltre, per Ponti, «i problemi delle reti stradali sono problemi al 90% locali. Quindi è meglio se si gestiscono localmente con normali gare periodiche per costruzione e manutenzione con controllo centralizzato. Un sistema di normalissime gare per tutta la rete stradale che vedrei in capo alle singole regioni, le quali però non devono essere gestori di reti. Se poi fanno gare sciamannate, sarà più facile per gli elettori giudicare l’operato dei politici».

Insomma, la nazionalizzazione non è così semplice come appare e il governo dovrà a breve decidere tra fare una vera rivoluzione, superando l’attuale sistema (come dice Toninelli), ingaggiando immani battaglie legali con i gestori in caso di ritiro delle concessioni, o per una restaurazione soft (come sostiene il premier Conte).

In ogni caso un primo passo per il vero cambiamento potrebbe essere semplice e immediato:

«Il discorso della revoca delle concessioni non so quanto costerebbe. Però dico: le autostrade che sono già scadute – Gavio ne ha due, la A21 Torino-Piacenza e la Ativa (Autostrada Torino–Ivrea–Valle d’Aosta ndr) – non c’è bisogno di rimetterle in gara. Se questo governo vuole cambiare veramente, dovrebbe semplicemente applicare il contratto, cioè riprendersi queste due autostrade», conclude Ragazzi.


Da "it.businessinsider.com" Nazionalizzare le autostrade non serve. Meglio fare le gare per appaltare pedaggi e manutenzione di Andrea Sparaciari

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Consenso in calo, conflitti interni, situazioni spinose: la maggioranza non se la passa bene, per nulla. Buon per lei che arriva regolarmente qualcuno a ricompattarla, sia esso l'Onu o il Pd. E se fosse più efficace il silenzio?

Di Battista contro Di Maio, il Movimento Cinque Stelle contro la Lega, il Paese che comincia a dare (piccoli) segni di insofferenza contro il governo Lega-Cinque Stelle. E d’accordo, è presto per parlare di crisi, anche solo di fine della luna di miele, ma sono le cronache a raccontare che più si avvicina il momento della presentazione della legge di bilancio e più l’atmosfera attorno all’esecutivo si fa pesante.

A pagare il clima, partiamo dalla fine, sembra essere principalmente il Movimento Cinque Stelle che i sondaggi danno ormai sotto la Lega di cinque punti abbondanti (32 a 27: si partiva da 17 a 32) nonostante quello indagato per sequestro di persona e condannato a rimborsare 49 milioni per truffa allo Stato sia proprio il leader leghista Matteo Salvini. Aspetteremmo, prima di parlare di crollo, ma è un segnale importante, questo sì. Perché dimostra una cosa molto semplice: che i guai del governo (meno cinque punti di consenso complessivo, comunque altissimo, nel giro di un paio di mesi) li paga tutti il Movimento, e non la Lega. Nonostante la percezione diffusa sia che la Lega comandi, o che comunque abbia le idee molto più chiare su quel che si debba fare.

In quest’ottica, il secondo conflitto, quello tra Lega e Cinque Stelle, appare fisiologico. Con i pentastellati che provano a differenziarsi dall’alleato leghista, cercando di recuperare elettori a sinistra, ieri col decreto dignità, oggi con i negozi chiusi la domenica, e punzecchiandolo sui 49 milioni che deve allo Stato. Scaramucce a bassa intensità, finora, che tuttavia marcano una differenza rispetto al patto granitico che aveva connotato i primi sessanta giorni dell’esecutivo. Difficile che questo conflitto sfoci in una crisi di governo. Molto più probabile sia invece strumentale a marcare le differenze tra i due azionisti del governo in vista delle prossime europee, per evitare sovrapposizioni e massimizzare ciascuna il proprio consenso.

La cosa buffa, in tutto questo, è che in soccorso di una maggioranza sottoposta a questa triplice tensione arrivino regolarmente gli avversari, vera e propria assicurazione sulla vita dell’esecutivo. Se questa è opposizione, molto meglio il silenzio
Anche così fosse, la stella di Luigi Di Maio sembra essere sempre più opaca e la sua leadership sempre più in discussione. Banalmente, se c’è da picchiare contro Salvini non può essere lui a farlo, né lui pare a suo agio nell’interpretare questo ruolo. Ecco perché le parole di Alessandro Di Battista contro il leader leghista vanno più interpretate come una minaccia a Di Maio che come un attacco all’arma bianca contro la Lega, il segnale che l’anima ortodossa e radicale dei Cinque Stelle è sempre più insofferente all’alleanza giallo-verde, nel contesto della quale il Movimento non riesce a realizzare il suo programma, si compromette alle logiche della politica da sempre avversate e perde consenso in favore dell’alleato più esperto e furbo.

La cosa buffa, in tutto questo, è che in soccorso di una maggioranza sottoposta a questa triplice tensione arrivino regolarmente gli avversari, vera e propria assicurazione sulla vita dell’esecutivo. Il Partito Democratico (quando non litiga al suo interno), che invece di incunearsi tra le contraddizioni dell’esecutivo, cerca in tutti i modi di ricompattarlo, sparandogli contro come se fosse tutt’uno. E le istituzioni internazionali, ieri la Commissione Europea oggi l’Onu, che dal basso della loro delegittimazione, riescono a ricompattarlo e a fargli riguadagnare consenso coi loro attacchi estemporanei e fuori scala. Se questa è opposizione, molto meglio il silenzio.


Da "www.linkiesta.it" Ormai siamo all’assurdo: il governo gialloverde si fa male da solo, l’opposizione lo tira fuori dai guai di Francesco Cancellato

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Venerdì, 07 Settembre 2018 00:00

Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo

Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un nunzio - monsignor Carlo Maria Viganò - decida di far sapere poco diplomaticamente che papa Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire.

È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all'episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di fare di lui un Corvo in talare.

Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza, dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben altro. Ma il Papa - che preferiva a un segretario di Stato un confidente amico - si tenne la lealtà del cardinale Bertone e usò Bertello per risanare quell'ultimo e chiacchierato residuo di potere temporale.

Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla
segreteria generale del Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i colpevoli di una mala gestio che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a fare il
nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011 Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell'appartamento papale che va sotto il nome di Vatileaks.

A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce.
Invece niente: Francesco ha atteso che avesse età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli appartamento che il monsignore era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista (se Viganò sapeva più di tutti, più di tutti ha taciuto).

Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della berretta cardinalizia a McCarrick, prima dell'arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di saldare integrismo anti-bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della destra religiosa americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra Danzica e Roma, sogna di smantellare Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della Guerra.

Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare effetto di una bufera mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull'episcopato, sui teologi poi si vedrà.

Da "www.repubblica.it" Qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. E nasconde un disegno: saldare i tradizionalisti con la destra religiosa DI ALBERTO MELLONI

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Lunedì, 03 Settembre 2018 00:00

canto di ringraziamento delle donne

I cronisti di Radio Radicale hanno raccolto e pubblicato il canto delle donne eritree che si trovano sulla nave Diciotti della Guardia costiera, da cinque giorni attraccata al porto di Catania senza l’autorizzazione a far sbarcare i 150 richiedenti asilo a bordo. Un canto di ringraziamento rivolto al cielo per essere arrivate sane e salve dalla Libia e, allo stesso tempo, una preghiera per trovare la forza di superare anche questa prova.

 


audio

 


Da "www.ilfattoquotidiano.it" Diciotti, il canto di ringraziamento delle donne migranti bloccate sulla nave. L’audio di Radio Radicale

Pubblicato in Le parole delle donne

Non ci sono parole di fronte alla immane tragedia del ponte Morandi di Genova. Ma al di là dello sconforto e dell’emotività si impone una riflessione seria sul fatto che simili tragedie possono accadere perché le infrastrutture esistenti sono poche, spesso non sono più adeguate, sono intasate, troppo sollecitate e quindi possono diventare anche meno sicure. 

Un Paese moderno ha bisogno di reti che siano al passo con i tempi, con l’espansione del traffico (nei trasporti, nell’energia, nell’acqua e nelle telecomunicazioni) nonché con lo stesso livello di sviluppo dei territori e delle loro esigenze di relazionarsi con gli altri territori, a livello sia nazionale sia internazionale.

Emblematico sotto questo profilo è il caso della Tav e di quell'area economica europea integrata che va da Trieste a Lione, passando per Treviso, Padova, Verona, Bologna, Milano, Novara, Torino e Grenoble, che nel 2016 ha generato un Pil di 1.191 miliardi di euro, più grande di quello della Spagna (1.118 miliardi) e della somma di due colossi come il Baden-Württenberg e la Baviera (1.049 miliardi insieme). Chi vuole frenare l'alta velocità della Torino-Lione forse non conosce questi numeri e non sa che il quadrilatero produttivo italo-francese che si colloca grosso modo a Sud e ad Ovest delle Alpi pesa in Europa di più che il potente meridione della Germania, il doppio della grande Londra, 1,7 volte i Paesi Bassi e più di due Svezie o di due Polonie. I numeri parlano chiaro: il Nord Ovest Italia ha un Pil di 549 miliardi di euro, il Nord Est Italia di 387 miliardi, il Rodano-Alpi di 217 miliardi e l'Alvernia di 39 miliardi.

Basta fare la somma e si capisce che la macroregione subalpina del Nord Italia e del Centro-Est della Francia è uno snodo cruciale dell'economia continentale e come tale meriterebbe non solo un progetto di più forte ed articolata cooperazione italo-francese ma anche il completamento di tutte le opere infrastrutturali, Tav in primis, che possano rendere quest'area più moderna e competitiva.Nella macroregione subalpina il Nord Italia nel suo insieme riveste un ruolo economico fondamentale, non solo in termini di Pil (936 miliardi) ma anche in termini di valore aggiunto manifatturiero (169 miliardi nel 2015). In entrambi i casi i numeri del Nord Italia sono superiori sia rispetto a quelli del Baden-Württenberg (479 miliardi e 139 miliardi, rispettivamente) sia rispetto a quelli della Baviera (570 miliardi e 135 miliardi).

Un'area economica così forte e strutturata come il Nord Italia necessita di collegamenti infrastrutturali moderni e veloci, che sono vitali non solo nelle relazioni con il Nord (Brennero, Gottardo), con l'Est e il Mediterraneo ma anche ad Ovest con il Centro-Est della Francia, con il quale il Nord Italia costituisce un'area economica omogenea.La forza del territorio manifatturiero del Nord Italia, che necessita come l'aria di collegamenti infrastrutturali efficienti con il resto d'Europa per la sua grande vocazione all'export, emerge anche dai dati provinciali. Infatti, nel Nord Italia troviamo 2 province sopra i 10 miliardi di euro di valore aggiunto manifatturiero (Milano e Torino, dati 2015), 10 province sopra i 5 miliardi (Varese, Monza-Brianza, Bergamo, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Reggio Emilia, Modena, Bologna), 17 province sopra i 2 miliardi (Novara, Alessandria, Cuneo, Genova, Como, Lecco, Pavia, Cremona, Mantova, Bolzano, Trento, Verona, Venezia, Pordenone, Udine, Parma, Forlì-Cesena).

E, tra le rimanenti province del Nord, ve ne sono altre 9 sopra il miliardo. A questo “filotto” di province italiane super-industrializzate del Nord Italia, al di là del Fréjus si aggiungono altre 2 aree territoriali del Centro-Est Francia equiparabili, in base alla classificazione europea Nuts3, alle nostre province, con un valore aggiunto manifatturiero superiore ai 5 miliardi di euro (Rhône e Isère), 5 sopra i 2 miliardi (Haute-Savoie, Loire, Puy-de-Dôme, Ain, Drôme) e 2 sopra il miliardo (Savoie, Allier). Vale la pena di ricordare, da ultimo, che il Nord Italia da solo si collocherebbe secondo in Europa subito dopo la Germania per migliore surplus commerciale manifatturiero con l'estero esclusi gli alimenti (73,1 miliardi di euro nel 2017). E che il Nord Italia esporta in Francia ben 33,4 miliardi di merci. Forse un breve ripasso di tutti questi numeri farebbe bene a coloro che, cavalcando il nuovo populismo-pauperista, negano ogni evidenza economica e l'utilità della Tav o di altre importanti infrastrutture necessarie per la crescita e la sicurezza del Paese. Con ciò alimentando sentimenti anti-crescita, anti-impresa e anti-infrastrutture che non creeranno né occupazione né benessere ma faranno soltanto danni, specie a discapito di una realtà forte e dinamica come il Nord Italia. Realtà che ha bisogno di integrarsi in Europa e che meriterebbe una guida di politica economica meno dilettantistica e più consona al suo status di potenza economico-manifatturiera continentale.


Da "http://www.ilsole24ore.com" Tav e non solo: servono infrastrutture per crescere di Marco Fortis

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Per rincorrere il consenso gli ultimi governi (nessuno escluso) hanno preferito bonus immediati a investimenti in infrastrutture, più di lungo periodo.


Nel mare magnum della spesa pubblica italiana vi è un capitolo che effettivamente pare avere subito l’austerità, e non essersi ripreso neanche quando il PIL ha ricominciato a crescere.

Non si tratta però, come accaduto nei Paesi che più hanno subito la crisi, di servizi pubblici essenziali, sanità, istruzione, o degli stipendi dei dipendenti statali.

Stiamo parlando di qualcosa di meno percepibile nel breve periodo e molto di più nel lungo termine. Quando però, parafrasando Keynes, saremo tutti morti.

Ed è anche per questo che probabilmente è stato scelto proprio di sacrificare le spese in investimenti più di tutte le altre.

Si tratta di strade, ferrovie, dighe, e anche ponti, appunto. Come quelli crollati e quelli che avrebbero potuto forse alleggerire l’afflusso di traffico su questi.

Infrastrutture di ogni tipo che richiedono anni di realizzazione.

È quella spesa in capitale fisso che oggi ci vede agli ultimi posti in Europa per percentuale rispetto al PIL ad essa dedicata. Siamo terzultimi assieme alla Spagna con il 2%. Solo Irlanda e Portogallo, non a caso due dei PIIGS, fanno peggio. Se la media europea è del 2,7%, in alcuni Paesi nordici e baltici e sorprendentemente anche in Grecia invece si supera il 4%.


Non è stato sempre così. Nel 2009 l’Italia arrivò a spendere il 3,4% del PIL a questo scopo, più che in Germania (complice un crollo del denominatore, il PIL appunto, quell’anno).

Già allora tuttavia il gap rispetto alla media UE stava aumentando, rispetto agli anni in cui era vicino allo zero, all’inizio del millennio.

Il trend poi è continuato, sia durante gli anni della recessione, che in quelli della ripresa, la differenza rispetto agli altri Paesi si è allargata.


Anche rispetto alla Germania. Per la prima volta spendiamo in capitale fisso meno del Paese di Angela Merkel (sempre in rapporto al PIL, si intende).

Quella Germania che è sempre stata accusata di tenere stretti i cordoni della borsa proprio nella spesa per infrastrutture, nonostante i tassi bassi. Persino il non certo anti-tedesco ex premier Monti aveva fatto notare direttamente a Schauble quanto sarebbe stato conveniente per tutti poter investire di più nel suo Paese.

Ebbene, oggi siamo noi a risultare più “tirchi” in questo frangente.


Cosa accade? Si tratta di una imposizione europea? I vincoli di Maastricht e gli accordi con la Commissione Europea ci impediscono di spendere e di fare investimenti indispensabili?

In realtà non sembra. Perchè negli altri capitoli di spesa gli stessi tagli non vi sono stati, e non risultiamo tra gli ultimi in Europa allo stesso modo.

Per esempio se prendiamo a termine di paragone il 2000 la spesa corrente è salita in 17 anni del 45,3%, a dispetto di un calo del 4,7% di quella in capitale fisso, ovvero per investimenti.

Un gap che non si incontra nè in Francia nè in Germania, per esempio, nonostante anche qui, e soprattutto Oltralpe, la spesa in conto capitale sia cresciuta meno.


Anche prendendo come termine di paragone invece il 2009, l’inizio della crisi, il gap è ugualmente evidente. + 4,3% la spesa corrente, -37,9% gli investimenti pubblici.

Un po’ in tutta Europa questi ultimi sono stati lasciati indietro, un segno dei tempi (nella UE in media sono scesi del 8,2%, a fronte di un + 13,9% per la spesa corrente), ma solo in Spagna tra i grandi Paesi si è fatto peggio che in Italia.

In Germania per esempio le due crescite sono sono andate di pari passo.


Gli investimenti sono rimasti indietro anche rispetto ad altri capitoli importantissimi. I consumi finali dello Stato, come sono indicati in ambito ragionieristico, di fatto il welfare pubblico, cresciuti anche se di poco, gli interessi che paghiamo sul debito, decollati nel 2012 e poi ridotti, e anche gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici. Che sono diminuiti più che altrove, è vero (del 4,5%), grazie al blocco del turnover, ma non come la spesa per investimenti.


l risultato è che nel complesso nella spesa corrente oggi rimaniamo al di sopra della media UE, con il 48,9% del PIL contro una media del 45,8%. Così come ovviamente nella spesa per interessi, 3,8% contro il 2%.

Mentre siamo al di sotto della stessa media per quanto riguarda consumi finali e stipendi pubblici, ma in nessun caso al terzultimo posto come per la spesa in capitale fisso.


Si è trattato in realtà di una cosciente e soprattutto indipendente scelta dei governi italiani, che hanno preferito nel corso degli anni, dal 2000 a oggi, e in particolare dopo il 2008-09, tagliare negli investimenti, nelle infrastrutture, e di non farlo altrove, o di farlo in misura molto minore.

Una strategia portata avanti pressochè da ogni governo, e anche indipendentemente dalla congiuntura economica.

Non sono stati i lacciuoli di Bruxelles, che guarda caso non hanno provocato alcun taglio in molti altri capitoli di spesa, ma a quanto pare soprattutto considerazioni politiche. La consapevolezza che in una fase di sempre maggiore disincanto dell’opinione pubblica e ostilità verso la politica, l’esborso immediato di denaro pubblico, che sia per un bonus bebè, o un bonus cultura, o uno sgravio fiscale, è molto più produttivo, almeno in apparenza.

Mentre la costruzione di strade e ponti spesso attira grane immediate (le immancabili proteste nimby) e produce vantaggi molto in là nel tempo, magari in un’epoca in cui al taglio del nastro vi sarà qualcun altro, un avversario politico.

È stata una rinuncia consapevole, che oggi paghiamo tutti, l’ennesimo capitolo nel libro del declino italiano.


Da "www.linkiesta.it" Gli investimenti in infrastrutture? Sono calati più di tutte le altre spese, e non è colpa dell'austerità di Gianni Balduzzi

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Nemmeno un terzo dei braccianti africani che lavorano nella Piana di Gioia Tauro ha un contratto, e tutti vivono sospesi fra dinieghi, rinnovi del permesso di soggiorno, precarietà di alloggio, fatica, “pizzo” e sfruttamento. Daniela Sala è stata per noi nelle tendopoli della Piana e a parlare con lavoratori e sindacalisti, anche per capire con quali strumenti si sta tentando di contrastare la nuova schiavitù.

I primi a venire qui in cerca di lavoro – negli anni Sessanta e Settanta – sono stati gli italiani. Poi sono arrivati i marocchini e i polacchi. Oggi invece a Rosarno ci lavorano soprattutto i richiedenti asilo: persone che abbandonano i centri di accoglienza perché hanno bisogno di lavorare e sono stanche di aspettare. Oppure persone allontanate dai centri di accoglienza dopo il diniego della commissione territoriale alla loro domanda di asilo.

I lavoratori stagionali, impiegati soprattutto in inverno nella raccolta degli agrumi, ora vengono dal Mali, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria.

Secondo i dati raccolti dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani, Medu, il 67,8 per cento è in Italia da meno di tre anni. La situazione giuridica, l’alloggio, la condizione lavorativa: a Rosarno tutto è precario – ma lo sfruttamento è lo stesso per tutti i lavoratori stranieri: 25 euro al giorno per 8 -10 ore di lavoro. Oppure a cottimo: 1 euro a cassetta per i mandarini, 50 centesimi per le arance. Cifra da cui bisogna sottrarre il “pizzo” dovuto ai caporali: 3 euro per il trasporto e 3 per un panino e l’acqua, almeno stando ai dati che ci ha comunicato Flai-Cgil .

E sempre più migranti (circa 700 quest’anno, secondo le stime di Usb e Flai) decidono di fermarsi qui tutto l’anno, anche in estate: chi perché è in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno presso la questura di zona, chi perché ha poca speranza di trovare lavoro altrove e non vuole sprecare i soldi del viaggio.

La tendopoli di San Ferdinando, che durante l’inverno arriva a ospitare tra le 2.500 e le 3.500 persone, è un capolinea, geografico e non solo. Isolata dal resto del centro abitato, si trova in uno spiazzo tra i capannoni abbandonati di quella che doveva essere la zona di sviluppo del porto di Gioia Tauro, uno dei porti più importanti del Mediterraneo, che da solo contribuisce al 72 per cento del Pil calabrese.

Tecnicamente le tendopoli sono due, a una cinquantina di metri di distanza una dall’altra. E poi ci sono centinaia di migranti che vivono nei casolari abbandonati dei dintorni. Quella che tutti chiamano “vecchia” tendopoli risale all’inizio del 2012 e all’inizio prevedeva 300 posti. Rimasta senza gestore sei mesi dopo il suo allestimento, si è trasformata rapidamente in una baraccopoli. A dicembre 2013 è stata sgomberata, a seguito – come ricorda il rapporto di Medu “I dannati della terra” – di una relazione dell’Azienda sanitaria locale sulle preoccupanti condizioni igienico-sanitarie. È stato quindi allestito un nuovo campo di accoglienza, il secondo, sul sito dell’attuale baraccopoli, dove le tende blu del Ministero dell’Interno sono ormai lacere e i container adibiti a bagni a malapena utilizzabili.

Nell’insediamento è sorta un’economia informale: ci sono piccoli negozi, ristoranti, un tendone comune adibito a moschea e diverse ciclo-officine, perché la bici è il mezzo di trasporto più diffuso tra i braccianti. Da mesi si susseguono le voci di uno sgombero imminente, anche in seguito a un rapporto dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) che avrebbe rilevato potenziali elevati livelli di tossicità del sito. Non è chiaro però quali siano le alternative proposte.

La nuova tendopoli, quella allestita ad agosto 2017, è quindi in realtà la terza tendopoli in ordine di tempo. Costata 600 mila euro (spesa sostenuta grazie a un finanziamento della Regione) è controllata da telecamere e circondata da mura alte un paio di metri e da grate in metallo. All’interno, 54 tende per 700 posti. Un tendone funge da moschea e un altro, poco lontano, da chiesa. I bagni sono all’interno di alcuni container. Poco lontano, un altro container serve da cucina, con alcuni fornelli dove i migranti possono cucinarsi i pasti.

La gestione doveva essere affidata dal Comune di di San Ferdinando tramite un bando, che però non è ancora stato fatto. Ogni tre mesi il Comune affida la gestione della tendopoli a una cooperativa diversa: più che altro una formalità, visto che nel frattempo i dipendenti sono rimasti sempre gli stessi. A febbraio era la Augustus, ora è la Exodus: 13 mila euro al mese, ci dice il sindaco di San Ferdinando, per garantire la pulizia e controllare gli ingressi. Qui, infatti, sono ammessi solo i lavoratori in possesso di un permesso di soggiorno, mentre i visitatori per poter entrare devono lasciare un documento all’entrata.

Il problema dei documenti: la storia di Barry
È qui che a febbraio avevamo incontrato Barry: era seduto su una delle brandine all’interno di una delle tende, mentre due ragazzi stavano ascoltando la musica e un altro preparava un thè. Barry ha 24 anni e viene dalla Sierra Leone: aveva appena passato la notte di fronte alla questura, per essere sicuro di ottenere un appuntamento in mattinata. Barry ha fatto richiesta d’asilo, ma la Commissione e il tribunale di primo grado gli hanno negato la protezione. I suoi genitori sono morti quando lui era bambino, durante la guerra civile. Poi tre anni fa, a causa dell’epidemia del virus Ebola, sono morti anche i suoi genitori adottivi. Non gli era rimasto più nulla, racconta, così se n’è andato per lavorare in Libia. E da lì – viste le condizioni nel paese – è partito per l’Italia.


Ma per la Commissione territoriale queste non sono ragioni sufficienti per ottenere protezione. A febbraio, Barry mi diceva di essere rassegnato ad aspettare a Rosarno per tutta l’estate, arrangiandosi con lavori di fortuna. Ma quando a luglio ci risentiamo, dice di trovarsi a Foggia: “sto mettendo da parte i soldi per pagare un altro avvocato”, spiega. Sta aspettando da mesi l’esito del ricorso in appello, ma da tempo non ha più notizie dal suo avvocato: a febbraio aveva appuntamento con lui in tribunale ad Ancona, dove si svolge il ricorso. L’avvocato non si è mai presentato e da allora ha smesso di rispondere alle sue chiamate. “Non ho perso solo i 250 euro che gli avevo dato: ho sprecato anche i soldi del viaggio”, spiega Barry. Se sei mesi fa era ottimista rispetto al ricorso, oggi dice di essere stanco: “a volte vorrei solo lasciar perdere tutto, smettere di lottare”.

Celeste Logiacco, della Flai-Cgil di Gioia Tauro, non è affatto sorpresa quando le raccontiamo l’esperienza di Barry con il suo avvocato: “su cinquanta persone che si rivolgono al nostro sportello perché le loro pratiche di rinnovo del permesso o di ricorso sono bloccate”, spiega, sono almeno tra i 15 e i 20 i casi in cui non siamo più riusciti a metterci in contatto con gli avvocati”. Perché succede? “Bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati”, risponde Logiacco, “può darsi che per alcuni sia una questione di soldi, oppure di incompetenza”.

Il problema, come denuncia Medu, è che “lo sfruttamento sistematico” è “facilitato dalla ghettizzazione sociale e lavorativa dei lavoratori migranti”. Nonostante all’inizio fosse previsto, nella nuova tendopoli non c’è nessuno sportello fisso di informazione o di tutela legale. Così, chi non segue per conto proprio e con attenzione le procedure per i rinnovi, chi manca gli appuntamenti in Questura o si trova ad avere problemi con il proprio avvocato, rischia di diventare irregolare proprio mentre si trova a Rosarno. A tamponare la situazione ci stanno provando i volontari dell’Hospitality school, una struttura finanziata grazie a un crowdfunding e installata a marzo appena fuori dalla nuova tendopoli, dove oltre ai corsi di italiano si trova uno sportello di orientamento legale, gestito da Flai-Cgil e da progetto Incipit.

Stando ai dati raccolti dalla clinica mobile di Medu, le persone che non hanno documenti in regola sarebbero una minoranza – il 7,35 per cento. Ma sono sempre più numerosi i richiedenti asilo “diniegati”, cioè chi ha ricevuto un primo o un secondo diniego alla domanda di asilo – circa il 33 per cento, sempre secondo Medu. Una percentuale che rischia di aumentare sensibilmente. Sul territorio sarebbero infatti già evidenti gli effetti del decreto Minniti-Orlando, che ha eliminato il secondo grado di ricorso in appello per le richieste di asilo negate: “lo vediamo già da mesi nel nostro lavoro quotidiano allo sportello”, ci dice Aboubakar Soumahoro del Coordinamento Lavoratori Agricoli USB, “per effetto del decreto stiamo assistendo a un aumento dei dinieghi definitivi”.


Anche Barry, come Soumaila Sacko, il lavoratore maliano ucciso in una sparatoria il 2 giugno scorso a San Calogero, è un attivista sindacale con l’Usb. E non ha dubbi: “senza documento sei in prigione. Se non hai i documenti, o se sei soggetto al rinnovo ogni sei mesi, anche protestare per le condizioni di lavoro è più difficile. Spesso cerchiamo di convincere le persone a non accettare meno di 30 euro al giorno. Ma se non hai scelta puoi solo accettare quello che ti danno”. Barry non nasconde la frustrazione che prova, ma conclude: “Nonostante tutto non possiamo arrenderci, e invito tutti i miei amici a non farlo”.

In realtà per chi ha perso il permesso di soggiorno, o ha ricevuto un diniego definitivo alla domanda di asilo, le possibilità sono ben poche. Quello in cui sperano i migranti senza permesso, anche se nessuno lo dice, è una sanatoria, una regolarizzazione. Ma l’ultima risale al 2012, con il governo Monti. E nel frattempo, per chi è ancora in regola in quanto richiedente asilo, è impossibile convertire il permesso di richiesta asilo in un permesso per motivi di lavoro, anche in presenza di un regolare contratto di lavoro.

Il lavoro e le alternative
Nella Piana, meno di tre lavoratori stranieri su 10 hanno un contratto, il 27,82 per cento: un lieve incremento rispetto agli anni precedenti. E molto diffuso è il lavoro “grigio”: spesso il contratto formale o la lettera di assunzione non si accompagnano al rilascio della busta paga, alla denuncia corretta delle giornate lavorate e al rispetto delle condizioni di lavoro così come stabilite dalla normativa nazionale. Perché? Anche per “truffare” sui sussidi di disoccupazione, come segnala Peppe Marra, di Usb: “sfruttando la disinformazione da parte dei lavoratori, spesso le ore di lavoro sono segnate a favore di un parente o di un amico del datore di lavoro”. Parente o amico che a fine stagione riscuoterebbe il sussidio. Una denuncia che trova riscontro nei numeri: le domande di disoccupazione presentate nella sola Piana di Rosarno-Gioia Tauro sono state 25.074, di cui 15.173 di calabresi, 6.491 di operai comunitari e solo 3.410 di lavoratori extracomunitari.

Soumahoro parla chiaro: “il punto è che di Rosarno si parla sempre come di una questione legata solo all’immigrazione, quando il vero problema è il mancato riconoscimento dei diritti dei lavoratori: si distrae in maniera colpevole l’attenzione da questo, spostando tutto e solo sul tema migranti”. Secondo Soumahoro, la chiave è dare la possibilità ai migranti di regolarizzarsi: “è questo che le persone attendono a Rosarno. E c’è bisogno di una regolarizzazione anche perché non si possono costringere i migranti a entrare per forza nelle misure di protezione internazionale anche quando non ne hanno bisogno o non si ritengono dei profughi”.

Le alternative ci sono, ma al momento sono su scala estremamente ridotta. Per la questione abitativa il modello è Drosi, una frazione di Rizziconi, dove molti cittadini hanno accettato l’invito della Caritas, affittando le loro case agli stagionali. Ogni migrante paga circa 50 euro al mese. A fare da garante è appunto la Caritas: un progetto che – a differenza della tendopoli – in pratica è a costo zero. E che potrebbe essere facilmente ampliato visto che, secondo le stime di Usb che mi riferiscono Soumahoro e Marra, gli appartamenti sfitti nella zona sono circa 35 mila.
Per quanto riguarda il lavoro, Usb chiede per esempio la gestione pubblica e trasparente dei reclutamenti attraverso i Centri per l’Impiego. Mentre alcune cooperative, tra cui Mani e Terra, Frutti del Sole, il Frantoio delle idee, tentano – aggirando il circuito della grande distribuzione – di garantire un salario equo anche ai lavoratori stranieri. Sos Rosarno, l’associazione che riunisce Mani e Terra e Frutti del Sole, è nata nel 2010, all’indomani delle rivolte dei braccianti nella Piana, e in alta stagione dà lavoro a circa 40 persone, soprattutto stranieri. Per poter vendere a prezzi competitivi, fa riferimento ai gruppi di acquisto solidale sparsi in varie zone d’Italia. Con un paradosso: “I miei compagni africani”, dice Nino Quaranta, di Mani e Terra, che lavora in campagna da decenni, “non possono certo permettersi questi prodotti: loro la spesa possono farla solo all’hard discount”. Almeno fino a quando, conclude Quaranta, “non si andrà oltre al concetto di legalità, e si inizierà a discutere di giustizia sociale”

Da "http://openmigration.org" Chi sono i braccianti sfruttati della Piana di Gioia Tauro di Daniela Sala

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