I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 01 Gennaio 2018 00:00

I partiti alla conquista degli indecisi

Secondo una colorita ma efficace espressione coniata da SWG per definire gli elettori che non sanno se votare ed eventualmente per chi, il "clan degli indecisi" rappresenta il 20,1% del corpo elettorale (rilevazione del 4-6 dicembre). Poichè, secondo il sondaggio, coloro i quali non sono intenzionati a votare sono il 20,4% (per un'affluenza, dunque, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - fermarsi al 79,6%), gli indecisi sono destinati ad avere un ruolo cruciale nella competizione elettorale. In quel 20,1% (circa 9,5 milioni di persone) c'è un 68% di "orientati" (che hanno un'idea su una possibile scelta: li potremmo definire votanti quasi certi) e un 32% di "disorientati" (che non sanno se votare e, nel caso, per chi). Quest'ultima fetta costituisce il 6,4% dell'elettorato: si oscilla dunque - secondo i nostri calcoli - fra un'affluenza minima del 73,2% e una massima del 79,6% (intorno, dunque, al 75,2% del 2013). Più che sui "disorientati" (la gran parte dei quali potrebbe disertare le urne o andare per votare scheda bianca o nulla) i partiti si dovranno concentrare sugli "orientati" ma indecisi, cioè su chi voterà ma ha qualche dubbio nella scelta. Una rapida rielaborazione dei dati SWG ci porta a valutare in circa 6,9 milioni questi elettori. Un dato non dissimile da quello (6,8 milioni) che si ottiene ricalcolando i risultati di un sondaggio Tecnè svolto fra la seconda metà dello scorso mese e l'inizio di dicembre, che quantifica (stavolta rispetto alle europee 2014) in 1,7 milioni i voti che Pd, M5S e Centrodestra sembrano in grado di "sottrarre" alla concorrenza e in 5,1 milioni quelli recuperati dall'astensione. Il mercato elettorale, dunque, ci appare diviso in quattro aree: 1) chi ha deciso (ed è probabilmente fedele alla scelta della volta precedente: astenuti compresi, visto che fra 100 interpellati orientati a non votare ce ne sono 71 che non avevano votato neppure nel 2013) pari a circa il 59,5% degli aventi diritto; 2) chi voterà, ma ha una preferenza partitica da confermare (gli "orientati"), pari al 13,7%; 3) chi non sa se votare o non votare ("disorientati": 6,4%); 4) chi è certo di non partecipare (SWG definisce questo segmento "clan degli astensionisti": 20,4%). È nel secondo gruppo che si gioca la battaglia più dura, come dicevamo, perché se il terzo (i "disorientati") appare difficile da convincere se non con un'offerta politica molto attraente, il gruppo degli "orientati" può essere conteso fino all'ultimo minuto della campagna elettorale. Anche qui bisogna fare delle distinzioni. I voti conquistati a scapito di soggetti politici degli altri "poli" appaiono, secondo le stime, non superiori al 25% del totale dei "fluttuanti". Il grosso dei flussi avviene dunque fra partiti vicini: ciò giustifica la nascita di liste "di area" che possono catturare elettori "di frontiera" (i quali, magari, non vogliono votare il partito scelto nel 2013, ma intendono restare nella stessa "famiglia politica"). Differenziando posizioni e offerta, si finisce per trattenere all'interno del proprio polo gran parte dei voti in uscita. Tuttavia, presentare liste "troppo appetibili" per gli indecisi può causare un marcato indebolimento dei partiti maggiori: anche se non conta per la competizione fra poli e nei collegi, è però rilevante ai fini della "graduatoria" finale (ma può disperdere i voti dei soggetti sotto l’1%). Arrivare al primo o al secondo posto fra i partiti nazionali non è politicamente irrilevante, come dimostra la battaglia fra Pd e M5S; è importante anche la competizione per il terzo posto fra FI e Lega, perché può segnare la prevalenza di Berlusconi e dell'anima moderata del centrodestra su quella sovranista di Salvini (il leader leghista, peraltro, ha affermato che il suo partito, se avrà più voti di quello del Cavaliere, rivendicherà la presidenza del Consiglio). Potremmo assistere, insomma, ad una campagna elettorale "mirata": da un lato, per la conquista di chi è incerto fra un polo e l'altro (in parte, anche per recuperare astenuti: compito che però appare più difficile); dall'altro lato, per spostare, nei collegi, le poche migliaia di voti in grado di determinare la vittoria nella gara maggioritaria. È dunque possibile che, scartato quell'80% sicuro di votare per un partito o di non votare affatto, il marketing elettorale si concentri su un segmento preciso. Per conquistarlo si cercherà di alzare i toni e di aumentare l'offerta (ad esempio in termini di spesa pubblica o tagli fiscali) valutando le esigenze tipiche di quella fascia di aventi diritto al voto, anche se non necessariamente del tutto collimanti con quelle degli elettori “fedeli”.


Da "www.mentepolitica.it" I partiti alla conquista degli indecisi di Luca Tentoni

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Lungi dall’essere solo un conflitto locale, i fattori scatenanti dell’indipendentismo catalano vanno ricercati innanzitutto su scala globale nell’impoverimento del progetto europeista e della società dopo la crisi finanziaria del 2008. L’illusoria narrazione dei nazionalisti e la rigidità dello Stato iberico hanno fatto il resto.

 

La crisi in Catalogna ha sorpreso l’opinione pubblica europea, suscitando opinioni antitetiche sui mezzi di comunicazione internazionali. Uno dei territori più prosperi di Spagna, con 7,5 milioni abitanti e un pil superiore ai 200 miliardi di euro, sta attraversando una crisi politica e istituzionale dalla portata difficilmente prevedibile.

La successione degli eventi – che ha raggiunto lo zenit con la celebrazione del «referendum sull’autodeterminazione» del 1° ottobre, la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre e il conseguente commissariamento della comunità – ha dato luogo a situazioni senza precedenti in gran parte dell’Europa occidentale.

Perché uno dei movimenti sociali più longevi e massicci degli ultimi decenni (ri)affiora in un territorio relativamente agiato, caratterizzato da un’alta qualità di vita media e cosmopolita? Perché, dopo un periodo di quasi quarant’anni nei quali la Catalogna ha potuto disporre dei maggiori livelli di autogoverno della storia contemporanea, l’anelito indipendentista ha raggiunto una trasversalità e un livello di rappresentanza parlamentare inedite? Perché una percentuale così ampia della popolazione mostra una profonda disaffezione verso lo Stato spagnolo?

È possibile rispondere soltanto analizzando le diverse crisi che convergono e si intersecano nella questione catalana.

C’è una crisi sociale, figlia dei costi e delle minacce poste dalla globalizzazione e dal predominio delle politiche neoliberali – esacerbate a partire dalla crisi economica del 2008 – che si riverberano su classe media e gruppi meno agiati.

C’è una crisi politica, condivisa da buona parte dei paesi europei, dovuta al discredito della politica istituzionale e del progetto europeista.

E c’è una crisi nazionale, frutto dell’indebolimento del sistema vestfaliano, inasprita in Spagna dalle storiche difficoltà nel processo di costruzione dello Stato, dai divari tra territori, dall’esistenza di forti sentimenti di appartenenza e dall’utilizzo che ne fanno le forze politiche.

Una triplice crisi, dunque, espressione dei mutamenti che scuotono le società europee, che si articola su scale plurime. Da qui la rilevanza di un’analisi geografica e geopolitica.


Il contesto globale

Lungi dall’essere un mero conflitto locale, i fattori scatenanti della crisi vanno ricercati innanzitutto su scala globale.

La Catalogna è, sin dal XIX secolo, una delle principali aree industriali dell’Europa meridionale e la sua travagliata storia contemporanea risponde a risultati e conflitti sociali prodotti da tale condizione. A partire dal 1986, con l’ingresso della Spagna nella Comunità europea, l’economia catalana è stata segnata da un’apertura che ha reso la Catalogna la prima comunità autonoma di Spagna in termini di esportazioni – il 25,5% del totale spagnolo. Il pil pro capite è passato da livelli inferiori alla media europea, al momento dell’adesione, a superarli di 22 punti percentuali nel 2006. Lo sviluppo economico e la costruzione dello Stato sociale in Spagna hanno determinato una significativa riduzione delle diseguaglianze a partire dagli anni Ottanta. Da qui il paradosso che quando in gran parte d’Europa si iniziava a mettere in dubbio e a ridurre lo Stato sociale, in Catalogna (e nel resto del paese) se ne cominciavano appena a percepire i benefici.

In tale contesto, dal 2008 la crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto acuto su classi lavoratrici e medie che generalmente avevano visto migliorare le proprie condizioni di vita nei tre decenni precedenti. Gli effetti della crisi hanno evidenziato la fragilità dei meccanismi di ascesa sociale. In relazione all’Europa, il reddito pro capite catalano è tornato a decrescere, attestandosi nel 2015 a soli 7 punti percentuali sopra la media, mentre le diseguaglianze aumentavano. Tale evoluzione è stata accompagnata anche da consistenti tagli al welfare, senza che apparentemente alcuna forza politica (da destra a sinistra) fosse in grado di offrire un’alternativa.

La rivendicazione nazionale ha così offerto l’illusione di una via d’uscita, un’identità, un rifugio a fronte della crescita apparentemente irrefrenabile dei costi derivanti dall’integrazione economica e dalle politiche che l’accompagnano. Nondimeno, né il movimento sovranista né le sue espressioni politiche costituiscono in Catalogna un fenomeno paragonabile ai movimenti nazionalisti xenofobi proliferati in altri paesi europei. Al contrario, essi incarnano valori normalmente associati a politiche progressiste – come la maggiore coesione sociale o la difesa del settore pubblico – e tendenzialmente inclusivi e trasversali. In questo senso, il 18 febbraio si è celebrata a Barcellona una delle maggiori manifestazioni d’Europa in favore dell’accoglienza dei rifugiati. La marcia ha visto protagonisti movimenti sociali e forze politiche eterogenei, compresi esponenti e formazioni indipendentiste.

Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco.

Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali.


Il puzzle iberico

Tali dinamiche costituiscono indubbiamente fattori rilevanti, ma non sufficienti a spiegare l’ascesa del movimento indipendentista catalano. Altre regioni d’Europa e di Spagna vivono situazioni analoghe senza porsi l’obiettivo dell’autogoverno e, ancor meno, quello dell’indipendenza con una simile intensità. Compresi quei territori con livelli di reddito medio e pressione fiscale paragonabili alla Catalogna. Perciò è necessario analizzare il difficile inquadramento istituzionale della Catalogna in Spagna.

Le difficoltà dello Stato nazionale spagnolo hanno profonde radici storiche, risalenti quantomeno alla rivoluzione borghese e alla modernizzazione economica del paese nel corso dei secoli XIX e XX. La costituzione spagnola del 1978 sembrò offrire una soluzione, prevedendo un assetto decentralizzato che riconosceva a nazionalità e regioni capacità di autogoverno.

Eppure, agli albori del XXI secolo, in Catalogna gran parte dell’opinione pubblica e la totalità delle forze rappresentate in parlamento, a eccezione del Partito popolare, ritenevano necessario riformare il sistema delle autonomie. Stando ai suoi sostenitori, il progetto si sarebbe dovuto concretizzare in un nuovo statuto che permettesse di consolidare l’autogoverno, stabilire un nuovo sistema fiscale, porre un freno alle tendenze (ri)centralizzatrici e contenere il regresso nell’uso della lingua.

Lo statuto fu approvato nel settembre 2005 con una maggioranza schiacciante – 120 voti a favore e 15 contrari – dal Parlament della Catalogna. Il testo fu quindi inviato alle Cortes, che diedero avvio all’iter legislativo mentre si accendeva sui media una forte campagna volta a screditarlo. Alla fine del procedimento, le Cortes approvarono un nuovo testo che restringeva sensibilmente le istanze iniziali. Questo fu sottoposto alla volontà popolare della Catalogna che – con un referendum svoltosi il 18 giugno 2006, al quale partecipò il 48,9% degli aventi diritto – lo approvò con il 73,9% dei voti.

Il nuovo statuto fu promulgato dal re ed entrò in vigore. Ma il Partito popolare e diverse comunità autonome governate da suoi esponenti presentarono riscorso al Tribunale costituzionale. La sentenza, emanata il 28 giugno 2010 dopo quattro anni di travagliato procedimento, dichiarò incostituzionali o reinterpretò restrittivamente diversi aspetti fondamentali della norma vigente già sottoposta a referendum. Il verdetto provocò una decisa reazione della società catalana nella manifestazione del 10 luglio 2010, convogliata al grido di «Som una nació. Nosaltres decidim» (Siamo una nazione. Decidiamo noi). È rimasta negli annali poiché fu una delle prima occasioni in cui slogan ed emblemi indipendentisti furono protagonisti in una manifestazione di massa.

I sondaggi segnalano come questo momento sia stato decisivo. Per anni un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica catalana aveva considerato insufficiente il livello di autogoverno (dal 2007, almeno il 60%). Eppure, l’opzione indipendentista era sempre stata nettamente minoritaria. Anche durante la primavera 2006, quando già si avvertiva insoddisfazione per l’iter legislativo dello statuto, solamente il 13,9% della popolazione era favorevole all’indipendenza, mentre quanti sostenevano che la Catalogna dovesse costituire una comunità autonoma o uno Stato federale all’interno della Spagna raggiungevano, rispettivamente, il 38,2% e il 33,4%.

A partire dall’estate del 2010, contestualmente alla sentenza emessa dal Tribunale, la percentuale di fautori dell’indipendenza iniziò ad aumentare sino a raggiungere in alcune fasi il 48,3%. Ma nel luglio 2017, la somma dei favorevoli a una Catalogna come comunità autonoma all’interno della Spagna (30,5%) e di quanti volevano che fosse uno Stato federato (21,7%) superava ampiamente coloro che optavano per l’indipendenza (34,7%). A conferma delle perplessità sull’adeguatezza di un referendum binario Sì/No sull’indipendenza.

Gli sviluppi successivi – i fallimentari tentativi di negoziato in materia fiscale, gli investimenti infrastrutturali incompiuti, il diniego allo svolgimento di una consultazione concordata e l’interpretazione restrittiva della sentenza da parte del governo centrale – hanno fornito nuove argomentazioni alla narrazione indipendentista. E hanno favorito la formazione di quelle che il politologo Josep Maria Vallès chiama due maggioranze contrapposte – quella dell’opinione pubblica catalana e quella del resto di Spagna – circa il modello di Stato e la questione dell’autogoverno.

Attorno a queste posizioni – delle quali i rispettivi governi sono alfieri e al contempo ostaggi – sono state imbastite strategie divergenti e difficilmente armonizzabili. Se l’esecutivo di Mariano Rajoy ha deciso di seguire una linea puramente legalista e poliziesca, l’operato del governo presieduto da Carles Puigdemont si è basato soprattutto su mobilitazione, presenza mediatica e appelli emotivi.


Il quadro catalano

Sarebbe comunque fuorviante e tendenzioso attribuire la crisi catalana esclusivamente a fattori esogeni. L’attuale situazione si deve anche alle contraddizioni della società catalana stessa, flagellata dagli effetti della triplice crisi menzionata in apertura che ha inficiato l’attività economica, la coesione sociale e la fiducia nel sistema politico.

A dispetto delle interpretazioni che riducono il conflitto a strumento politico dei partiti, il movimento indipendentista poggia innanzitutto sulla società civile e gode di una notevole autonomia rispetto alle compagini partitiche. Tanto che la sua organizzazione fa perno su enti civici, la Assemblea nacional de Catalunya e Òmnium Cultural, che nel 2015 potevano contare rispettivamente su 80 mila e 52 mila iscritti [9]. A conferma delle diverse anime di cui si compone il movimento e di come quest’ultimo si sia potuto servire di referenti politici agli antipodi – come il Partit demòcrata europeu català (fautore di politiche neoliberali), Esquerra republicana de Catalunya (d’ispirazione socialdemocratica) e Candidatura d’unitat popular (a favore di una piena indipendenza).

Così, per una parte considerevole della società catalana, l’indipendenza è diventata un progetto vago ma esaltante, che ha reso possibile aspirare a un futuro migliore. Le formazioni partitiche hanno dovuto fare i conti con l’impulso della società, non il contrario. Anche se, dalle istituzioni catalane alle controparti del governo spagnolo, ne hanno guadagnato in termini elettorali. Da una parte, l’onnipresenza del dibattito sull’indipendenza ha fatto il gioco di entrambi gli esecutivi, catalano e spagnolo, che sono riusciti a sviare l’attenzione da altri temi quali il deterioramento delle condizioni di vita, le politiche anti-crisi o la corruzione. Dall’altra, la battaglia giocata sull’emotività ha consentito loro di avere la meglio sugli avversari e in particolare su quelli attestati su posizioni intermedie, screditati e ridotti al silenzio da ambo i fronti.

Ne scaturisce un paradosso: le forze politiche al cui interno albergano opinioni diverse sulla questione indipendentista e caratterizzate da un approccio più equilibrato alla complessità della società catalana sono bollate come «ambigue» ed «equidistanti». Un esempio di tale dinamica su scala spagnola è l’Asamblea de Cargos Electos promossa da Podemos e celebrata a Saragozza il 24 settembre 2017 per reclamare l’apertura del dialogo istituzionale tra i due governi e la realizzazione di un referendum in Catalogna concordato con lo Stato. Malgrado riunisse forze politiche rappresentative di circa un terzo della Camera, i risultati dell’incontro sono stati screditati da entrambe le parti della contesa.

In tale quadro assume rilevanza anche la complessa interrelazione tra il movimento indipendentista e quello nato in seguito alle manifestazioni del 15 maggio 2011. Quest’ultimo, gli «Indignados», ha dato luogo alle formazioni «Barcelona en Comú» – guidata da Ada Colau, che governa il Comune di Barcellona – e «En Comú Podem», prima coalizione alle ultime elezioni generali in Catalogna. Tali compagini, nelle quali convivono indipendentisti e non, si sono dichiarate a favore della celebrazione di un referendum concordato. Invece di pronunciarsi apertamente a favore dell’indipendenza, propongono di vagliare altre strade d’intesa con lo Stato spagnolo e difendono soprattutto priorità politiche di carattere sociale. Questo ha permesso alle forze indipendentiste di scagliarsi ripetutamente contro i «Comuni» ed evitare – con successo – una loro espansione ad altri ambiti istituzionali.

Dell’interazione tra partiti e movimento indipendentista ha approfittato anche quest’ultimo. Giacché le istituzioni hanno affermato non soltanto che l’indipendenza è possibile, ma anche che avrebbe costi irrisori in termini economici e politico-istituzionali. Così le più alte istanze del governo e delle istituzioni catalane – al pari dei mezzi di comunicazione filoindipendentisti – hanno contribuito a creare un’opinione diffusa secondo la quale la creazione di una nuova repubblica avrebbe raccolto il favore internazionale, le autorità europee l’avrebbero accettata e lo Stato spagnolo avrebbe dunque dovuto cedere, mentre le imprese non avrebbero subìto contraccolpi. Con il risultato di rafforzare l’illusione e la plausibilità dell’opzione indipendentista. La constatazione delle resistenze all’avanzamento del progetto sperimentate nelle ultime settimane ha dunque provocato un’indignazione e un’inquietudine alla base della drammatica spirale degli eventi.

È stato certificato che lo Stato spagnolo, benché non disponga dei mezzi necessari a piegare il movimento indipendentista, non è disposto a farsi umiliare e cedere facilmente. Anzi, è oramai manifesto che la bilancia dei rapporti di forza – equilibri internazionali, magistratura, poteri economici, ricorso alla forza in extrema ratio – pende nettamente a favore dello Stato.

Parimenti, è evidente che né le istituzioni europee né i governi di alcuna potenza straniera sono favorevoli alla dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Le sponde internazionali ricevute pubblicamente sono finora state limitate ad appelli generici al dialogo per una via d’uscita concordata e alla condanna delle violenze. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiaramente esplicitato: «Se permettessimo la secessione della Catalogna, altri seguiranno il precedente, e non voglio che ciò accada. (…) Non voglio un’Unione Europea composta da qui a 15 anni da 98 Stati. È già relativamente complicato con 28 e con 27 non sarà più semplice, ma con 98 sarebbe impossibile».

La fuga delle imprese dalla Catalogna, inoltre, costituisce un limpido esempio dei limiti della politica. In un mondo globalizzato l’ubicazione delle aziende ha un’importanza crescente. Proprio grazie alla facilità di circolazione dei capitali, si fanno vieppiù rilevanti i vantaggi offerti da una località rispetto alle altre. Tra questi rientrano la sicurezza giuridica e il libero accesso ai mercati che un’eventuale indipendenza della Catalogna metterebbe a rischio. Una parte sostanziale del tessuto economico catalano ha difatti deciso di spostare la sede al di fuori della comunità autonoma. Ed è riuscito a farlo con estrema facilità.

Da ultimo, l’avanzata del movimento indipendentista ha evidenziato che una parte considerevole della società catalana non ne condivide gli obiettivi. Le circostanze in cui si sono tenuti i referendum del 9 novembre 2014 e del 1° ottobre 2017 impediscono di tracciare un parallelo rigoroso tra i rispettivi risultati. È tuttavia evidente come tra le due consultazioni non si sia prodotto un aumento straordinario del numero di voti favorevoli all’indipendenza. Le ultime elezioni del Parlament catalano, celebratesi nel 2015, mostrano anche come le formazioni pienamente favorevoli all’indipendenza rappresentino circa la metà dell’elettorato; una quota considerevole, ma non una maggioranza schiacciante.

In seguito al referendum del 1° ottobre, la drammaticità delle scene ripetute fino alla nausea dai mezzi di comunicazione e dai social network ha evidenziato la gravità della crisi e contribuito a rafforzare la plausibilità dell’indipendenza. Con l’effetto, solo parzialmente paradossale, di mobilitare quei settori della popolazione che non la bramano.

Lungi dal costituire una fragilità, tale complessità sociale potrebbe persino rappresentare la base per un accordo. Purché le parti in causa siano disposte ad abbandonare la convinzione che lo scontro sia più proficuo. In ogni caso, la dichiarazione di indipendenza da parte del parlamento catalano e il commissariamento dell’autonomia deciso dal governo spagnolo, avvenute simultaneamente il 27 ottobre, non inducono ottimismo e annunciano piuttosto un lungo periodo di instabilità.

 

 2/11/2017 - Da "http://www.limesonline.com" di Oriol Nel·lo Colom

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Azione studentesca è un movimento attivo fra gli studenti delle scuole superiori, che si sta facendo strada a forza di slogan che ricordano il ventennio. E qual è la risposta degli istituti?


Sulla loro pagina Facebook campeggia la scritta: «Tutto per la patria. Il futuro si conquista combattendo». Occorre «ribellarsi», dicono, e «difendere la Patria», dove oggi «imperano il multiculturalismo e la mescolanza» e dove assistiamo alla «invasione migratoria che alimenta il business dell’accoglienza, che ci espone ai rischi del terrorismo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini o CasaPound. E invece sono stralci del manifesto di Azione Studentesca, il movimento dichiaratamente di destra attivo tra gli studenti delle scuole superiori che negli ultimi mesi che, come dice a Linkiesta il suo coordinatore nazionale Anthony La Mantia, «è cresciuto a livelli esponenziali».


Solo nell’ultimo mese Azione Studentesca è sbarcata a Modena, Montecatini, Arezzo, Lecce, Rovigo, Cassino. E poi manifestazioni e volantinaggio in ogni parte d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per Puglia, Lazio e Campania. Ma il risultato più eclatante, ottenuto in questi giorni, è arrivato nella roccaforte del Pd, a Firenze. Dopo i casi di Pistoia e Prato, infatti, anche nella città gigliata le elezioni della Consulta provinciale degli studenti sono state un trionfo della destra. I numeri parlano chiaro: 18mila voti ottenuti e 32 eletti su 58, con la presidenza finita appunto a un ragazzo di Azione Studentesca. «La nostra forza è il programma», dice La Mantia, che ci tiene a riconoscere come il movimento sia indipendente da partiti e forze politiche, «anche se collaboriamo attivamente in diverse realtà con Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia».


Insomma, a suon di slogan che ricordano il ventennio, tanti studenti non ancora maggiorenni o appena sbarcati nella maggiore età virano verso la destra nazionalista e identitaria. Il responsabile fiorentino di Azione Studentesca, Dario Bordoni, lo dice senza giri di parole: «Il fascismo? Noi la vediamo come un'esperienza da non rinnegare». Fa niente se la nostra Costituzione, che pur si dovrebbe studiare a scuola, si fondi su principi antifascisti. Ma la lettura di La Mantia è lucida anche su quest’aspetto: «Riconosco che la componente identitaria ha giocato un ruolo importante. Prendiamo Firenze: in una città fondamentalmente di sinistra, essere di destra oggi è un’alternativa, un’alternativa valida». Una visione, questa, che coincide con quella del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano: «C’è un cambiamento in atto – dice a Linkiesta - La sinistra rappresenta il potere costituito: si è schiacciata sul pensiero unico che è quello che vige nella comunicazione del globalismo. E i giovani vanno dall’altra direzione». D’altronde, continua Di Stefano, «se le battaglie all’interno delle scuole devono essere per i bagni per i transessuali, dall’altra parte c’è più concretezza quando si riesce a parlare di valori, di lavoro, di patria».


«Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Che qualcosa sia venuto meno è riconosciuto anche da Alice Da Boit, rappresentante della Rete degli Studenti Medi, organizzazione studentesca di sinistra, che sarà vicepresidente della Consulta fiorentina. «Quanto accaduto qui – dice – non è una cosa da poco. È il segno di un cambiamento, dovuto a due ragioni: da una parte gli slogan populisti della destra che colpiscono alla pancia, dall’altra il disinteressamento da parte degli studenti per la vita politica studentesca». Di chi la colpa? Una lucida risposta arriva dalla neopresidente Anpi, Carla Nespolo: «Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Valori e ideali, forse, andati perduti. Perché, sottolineano ancora dalla Rete degli Studenti Medi, la vittoria di Azione Studentesca non nasce dal nulla. Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte. E i dirigenti in tutto questo? «La ragazza in questione – ci spiega Alice – era andata anche a parlare con la preside, ma poi la questione è morta lì». Non è un caso che la stessa Nespolo sottolinei come «molto resta da fare, sul piano politico e civile. Per il lavoro, l'ambiente, la salute e soprattutto per la pace. Ma partiamo da quello che i partigiani hanno conquistato per noi. Per proporre ai giovani e prima di tutto agli studenti questo ragionamento: in questo occorre un ruolo attivo della scuola, ma anche dell'informazione, della famiglia e di ogni forma di associazionismo».


Progetti importanti. Ma che per ora si scontrano con l’avanzata esponenziale di Azione Studentesca che rispediscono al mittente ogni tipo di accusa, convinti che si debba cambiare modo di intendere la società attuale e la storia passata. Ragazzi e ragazze che il 25 aprile, dicono, preferiscono andare al cimitero di Trespiano a commemorare i repubblichini di Salò. Per poi pubblicare video e foto della loro iniziativa sui social. E poi slogan e striscioni con tanto di font littoriano. E citazioni. «Tra mille infamie e mille tradimenti, passi sicuri, passi pesanti e lenti», si legge in un post. Così recitava l’inno di Terza Posizione, la formazione eversiva di destra attiva negli anni di piombo.


Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte.

 

Da www.linkiesta.it "L'estrema destra avanza tra i giovani (e non stiamo facendo abbastanza per impedirlo)" di Carmine Gazzanni

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Lunedì, 27 Novembre 2017 00:00

La pedagogia del bastone

La pedagogia del bastone, Gianfranco Ravasi, Cardinale arcivescovo e biblista

«O si impara l’educazione in casa propria o il mondo la insegna con la frusta e ci si può far male». Così si legge nel romanzo Tenera è la notte (1934) dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. Proprio per evitare questo rischio, il sapiente biblico educa i figli-discepoli in modo severo, talvolta discutibile ai nostri occhi. È già da un paio di settimane che, in questa nostra rubrica dedicata ai giovani alla luce delle Sacre Scritture, riserviamo spazio all’educazione giovanile, complice un po’ questo periodo di inizio dell’anno scolastico.

Se sfogliamo il libro dei Proverbi, specchio della formazione dei figli secondo i saggi di Israele, ci imbattiamo ripetutamente in frasi di questo taglio: «Non risparmiare al ragazzo la correzione, perché se lo percuoti col bastone non morirà... La verga e la correzione danno sapienza perché il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre... Chi risparmia il bastone odia suo figlio» (23,12; 29,17; 13,24). Alla base c’è la convinzione che essere esigenti nell’educazione è sostanzialmente un atto d’amore: «Chi ama suo figlio è pronto a correggerlo... Figlio mio, non aver a noia la correzione del Signore, perché egli corregge chi ama, come un padre fa col figlio prediletto... Correggi tuo figlio e ti darà serenità e ti procurerà consolazioni» (13,24; 3,11-12; 29,17).

Certo, c’è la consapevolezza che non si deve esagerare: «Correggi tuo figlio, perché c’è speranza, ma non lasciarti andare fino a farlo morire!» (19,18). Anche nelle prove della marcia nel deserto dall’Egitto fino alla terra promessa, il Signore fa soffrire Israele con la fame, ma gli offre poi la manna; lo fa camminare tra le pietre e i serpenti, ma «il tuo piede non si è gonfiato» e gli dona un antidoto ai morsi velenosi. Il principio generale è, quindi, chiaro: «Come un uomo corregge suo figlio, così il Signore tuo Dio corregge te» (si legga Deuteronomio 8,2-5). Significativo in questo equilibrio tra rigore e bontà è il monito di san Paolo agli Efesini: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore... Ma voi, padri, non esasperate i vostri figli, bensì fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (6,1.4).

Già nell’antichità classica vigeva questo principio dell’educazione sostenuta dall’amore, come testimonia il commediografo latino Terenzio (II sec. a.C.): «Credo che sia meglio educare i figli facendo leva sulla comprensione e sull’indulgenza più che sul timore del castigo. Il dovere di un padre è abituare il figlio ad agire bene, spontaneamente, più che per timore degli altri: in questo differisce il padre dal padrone». Sta di fatto, però, che è difficile tenere sempre il crinale sottile tra severità e dolcezza. Ai nostri giorni si sconfina nel permessivismo pressoché totale, così come in passato dominava la durezza talora eccessiva della disciplina.

Bisogna, inoltre, riconoscere che anche l’educazione minimale nel senso tradizionale ed esteriore del termine – la cosiddetta “buona educazione” – si è ormai evaporata. Basta salire su un mezzo pubblico per assistere alla sguaiataggine nei comportamenti, al disprezzo dei deboli, all’ignoranza delle regole, alla brutalità nei confronti della cosa pubblica. Può essere, perciò, utile ritornare alla lettura – attualizzata – dell’insegnamento dei sapienti biblici e invocare, come faceva Alessandro Manzoni nel suo inno Pentecoste, lo Spirito Santo: «Tempra de’ baldi giovani / il confidente ingegno».

Pubblicato in Studi e ricerche
Martedì, 15 Agosto 2017 00:00

Migranti italiani

Zurigo è tra le mete preferite dai moderni migranti italiani

Hanno tra i 26 e i 35 anni, provengono da tutte le parti d'Italia, posseggono titoli di studio molto elevati o diplomi, alcuni svolgono lavori altamente qualificati, altri mansioni più umili rispetto ai titoli conseguiti e altri ancora abbandonano gli studi per tuffarsi nei settori della ristorazione, dell'edilizia o nell'industria, in genere non vivono problemi d'integrazione, non hanno contatti né col sindacato, né con gli organi di rappresentanza della comunità italiana in Svizzera, né con le generazioni delle precedenti ondate migratorie. Questo, in estrema sintesi, il profilo dei nuovi migranti italiani a Zurigo, una meta sempre più gettonata tra le decine di migliaia di giovani che ogni anno decidono di lasciare l'Italia per andare a cercare lavoro e fortuna altrove.

A rivelarlo sono i risultati intermedi di un'interessante ricerca, realizzata dalla Fondazione italiana Giuseppe Di Vittorio in collaborazione con Ecap Svizzera, che mira a comprendere le condizioni delle nuove generazioni che vivono in un paese diverso da quello dove sono nate, a partire da una serie di interviste a ragazze e ragazzi residenti in sei città europee, tra cui Zurigo.

Guardando a questa realtà a noi vicina, balza subito all'occhio un'impennata dell'immigrazione italiana negli ultimi anni: nella sola area consolare di Zurigo, tra il 2012 e il 2015 il numero annuale di nuove iscrizioni all'Aire (l'Anagrafe dei Cittadini Residenti all'estero) è praticamente decuplicato, passando da 200 a quasi 2000. E questo dato dice ancora poco tenuto conto che la maggior parte, nonostante l'obbligo legale, non si registra; indicativo è anche che a livello nazionale il numero di italiani residenti, dopo essere diminuito costantemente a partire dal 1980 da oltre 400.000 a meno di 300.000, negli ultimi 6-7 anni è tornato a crescere.

«Complice la difficoltà di lettura delle statistiche esistenti, risulta però pressoché impossibile dare una dimensione esatta del fenomeno, che è quello di un aumento importante di nuovi immigrati», spiega ad area Mattia Lento, il ricercatore che con le colleghe Sarah Bonavia e Pinuccia Rustico ha curato l'indagine sulla realtà zurighese. Del resto, sottolinea il nostro interlocutore, «più che sui numeri, ci si è concentrati sugli aspetti qualitativi della nuova migrazione italiana».

Una migrazione che non è fatta solo di “cervelli in fuga”, cioè di forza lavoro altamente qualificata alla ricerca della migliore situazione professionale possibile, ma anche di gente che ha semplicemente bisogno di un salario. È la cosiddetta migrazione di tipo congiunturale, che è esplosa con la crisi economico-finanziaria iniziatasi nel 2008 e che emerge con prepotenza nella realtà di Zurigo, i cui fattori di attrazione sono soprattutto le ampie possibilità di trovare un lavoro, i salari molto più elevati che in Italia (e nel resto d'Europa), la sicurezza sociale e la qualità della vita. La dicotomia tra i due gruppi di migranti «non è però così netta come si potrebbe pensare», osserva Mattia Lento: «Nell'ambito della nostra ricerca abbiamo per esempio incrociato una donna 35 enne con dottorato in fisica che non trova occupazione e diversi casi di non corrispondenza tra qualificazione e professione. Conosco inoltre personalmente diversi laureati e dottorandi che vivono il precariato e che fanno molta fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in una realtà come Zurigo con i suoi prezzi esorbitanti».

Ma quali fattori spingono questi nuovi migranti a lasciare l'Italia per Zurigo? Che difficoltà riscontrano al loro arrivo nella società e nel mercato del lavoro? Come si relazionano con le istituzioni, con gli altri italiani e con il loro paese? Sono alcune delle domande a cui i racconti delle persone intervistate dai ricercatori forniscono risposte interessanti che in parte fanno emergere importanti differenze con le precedenti generazioni di migranti. Vediamole in sintesi.

• I motivi ricorrenti della scelta migratoria sono il lavoro, il venir meno del senso di appartenenza alla città di provenienza e il bisogno di garantire un futuro ai figli.

• Nell'accesso al mercato del lavoro la rete sociale (famiglia, parenti, amici) rimane un elemento importante, anche se si fa sempre più affidamento a nuovi canali, come agenzie di reclutamento, annunci on-line, Linkedin e altri social media.

• Le condizioni lavorative sono generalmente buone, ma i rapporti sul luogo di lavoro e la possibilità di fare carriera sono differenti a seconda se si lavori in contesti internazionali o in quelli più prettamente locali. Le persone trasferite dall'azienda in un paese straniero (i cosiddetti "expat”) hanno per esempio più possibilità di carriera.

• L'impatto con la nuova realtà non sembra evidenziare particolari difficoltà di inserimento (soprattutto a livello burocratico). I due maggiori scogli da affrontare all'arrivo sono quello linguistico e quello relativo alla ricerca di un'abitazione.

• Oggi l'italiano è generalmente ben visto in Svizzera, in particolare per la sua mentalità aperta e per l'approccio creativo. Zurigo si rivela particolarmente accogliente: «La nuova migrazione beneficia della buona immagine lasciata dalla precedente ondata di migranti, che erano apprezzati dagli zurighesi per il loro comportamento e per la dedizione al lavoro», ha spiegato Mattia Lento.

• La lingua è l'aspetto che influenza di più l'integrazione: la conoscenza del tedesco (meglio ancora del dialetto svizzero-tedesco) è fondamentale sia per aumentare le possibilità lavorative sia per facilitare l'integrazione sociale.

• Il tipo di vita sociale varia a seconda dei soggetti: c'è chi resta più legato all'ambiente italiano e/o internazionale e chi cerca di inserirsi nel tessuto locale. In questo un ruolo sempre più importante lo gioca la funzione socio-aggregativa di internet e dei social media, che sin dall'inizio del percorso migratorio garantiscono pure un accesso rapido alle informazioni ed agevolano il mantenimento dei rapporti col paese d'origine.

• Il legame con l'Italia rimane forte per ragioni culturali e di affetti, ma la speranza del rientro, a differenza di quanto avveniva con la vecchia generazione di immigrati, non c'è: la maggior parte non prende in considerazione questa eventualità, soprattutto per mancanza di fiducia nell'Italia e per l'assenza di prospettive, data dall'instabilità economica, politica e sociale. D'altro canto, rileva Mattia Lento, i nuovi migranti non prevedono nemmeno di fermarsi a Zurigo.

• Il sindacato è praticamente sconosciuto alla gran parte dei nuovi migranti: ritengono di non averne bisogno, anche se potrebbe essere un importante organo di tutela e fungere da punto di riferimento sia nelle prime fasi del percorso migratorio sia per facilitare un eventuale rientro in Italia.

• Gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero non sono considerati: complice la mancanza di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni italiane, gli intervistati non si pongono nemmeno il problema. L'offerta consolare non viene presa in considerazione se non per sbrigare pratiche burocratiche o amministrative e la fiducia nei Comites (i Comitati degli italiani all'estero, organi elettivi che rappresentano gli interessi della collettività italiana) è scarsa: «La maggior parte non li conosce nemmeno e chi li conosce tende ad allontanarsene», commenta Mattia Lento, leggendo questo distacco come un «effetto della lontananza generazionale dalla politica».

• Sul passato migratorio c'è poca consapevolezza e i legami con le vecchie generazioni sono piuttosto labili. Viene meno anche il bisogno di fare comunità in quanto italiani: «L'Italia non è più considerata il paese d'origine ma un frammento della propria identità», provano a interpretare i ricercatori.

 

 

Lo studio entra ora nella sua seconda fase

Indagare i processi d'integrazione dei giovani italiani all'estero tra i 18 e i 35 anni e dei giovani migranti (e seconde generazioni) in Italia nel tentativo di capire le ragioni del loro percorso e delle loro aspirazioni, ma anche di comprendere il livello d'inserimento socio-lavorativo e di socializzazione, così come i rapporti con le istituzioni e con la comunità italiane. Questo l'obiettivo dello studio, che nella sua prima parte è consistito in una serie di interviste approfondite a una sessantina di ragazze e ragazzi residenti a Barcellona, Bruxelles, Zurigo, Milano, Napoli e Roma da parte di un gruppo di ricercatori. Ricercatori che, aspetto molto particolare e interessante, si sono scoperti “pari” ai soggetti della ricerca (per età, status, condizione, provenienza ed esperienza personale): «Questo li ha resi allo stesso tempo oggetto e soggetto dello studio», spiega ad area il coordinatore scientifico Emanuele Galossi.

«Finora abbiamo raccolto delle testimonianze che rappresentano lo spaccato di vita di queste persone. Ciò ci è stato utile per elaborare un questionario -lanciato e messo online proprio nei giorni scorsi e scaricabile con il link a fianco- con cui ora vogliamo raggiungere una platea il più vasta possibile ed aumentare così il valore rappresentativo dello studio», afferma Galossi.

Si tratta indubbiamente di un lavoro necessario, perché la nuova migrazione italiana non è un fenomeno di poco conto: nel 2015 se ne sono andati dall'Italia in 102.000, in gran parte giovani tra i 18 e i 39 anni. «Un esodo biblico, testimonianza del fallimento sociale in Italia», ha commentato uno dei ricercatori durante la presentazione dello studio, lo scorso 9 marzo a Zurigo.

Ma finora, mettendo a confronto le testimonianze raccolte nelle varie città europee, sono emerse differenze significative? «Anche se i numeri sono relativi (10 intervistati per ogni città) e i tipi di migrazione variano, sono emerse similitudini nelle risposte. Il gran piacere di raccontarsi, la mancanza di prospettive in Italia, la voglia di fare esperienza e di mettersi alla prova in un contesto nuovo sono per esempio dei tratti comuni», afferma Galossi. E anche la lontananza dal sindacato e dagli organi di rappresentanza, così come l'assenza del bisogno di fare comunità sono elementi comuni ai migranti intervistati e di rottura netto rispetto al passato: per Galossi si tratta di un «dato generazionale che riflette la percezione poco favorevole e la scarsa fiducia che oggi i giovani hanno nei confronti dei partiti, delle istituzioni e delle realtà organizzate in generale. Per quanto riguarda per esempio i rapporti con gli altri italiani, è sì vero che la voglia di fare comunità strutturata in un'associazione o in altra forma è venuta meno, ma poi emerge che nella vita quotidiana si continuano a frequentare italiani, magari insieme a cittadini di altri paesi». «Oggi -conclude Galossi- non c'è poi più la catena migratoria che in passato favoriva il mantenimento dei legami tra conterranei e social media hanno evidentemente influenzato le nuove abitudini».

Barcellona è la capitale dell'integrazione

«Barcellona è l'immagine da cartolina dell'accoglienza», ha esordito Davide Perollo presentando la sua ricerca sugli italiani emigrati nella capitale catalana, che oggi è la seconda meta preferita dopo Londra. Dal 2001 a oggi l'immigrazione italiana è cresciuta esponenzialmente in tutta la Spagna (nel 2015 quasi 180.000 residenti contro i 34.000 del 2001), ma soprattutto a Barcellona dove da tre anni a questa parte quella italiana è la comunità straniera più numerosa (quasi 60.000 persone) della città. Moltissimi sono i giovani: secondo l'Istat, negli ultimi cinque anni 100.000 ragazze e ragazzi tra i 22 e i 35 anni hanno fatto questa scelta, in parte anche senza un percorso migratorio strutturato. «La Spagna - ha spiegato Perollo- non è più quella terra di accoglienza di qualche tempo fa, perché le leggi entrate in vigore negli ultimi anni per volontà del premier spagnolo Mariano Rajoy hanno ristretto fortemente le condizioni per soggiornarvi e per accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. E dunque anche Barcellona è oggi una città meno permeabile, ma resta una terra di ospitalità ancora molto forte e privilegiata dagli italiani, sia per la vicinanza culturale sia per la facilità di integrarsi». Un aspetto quest'ultimo su cui «incide positivamente anche la forte autonomia catalana» rispetto a Madrid, come fa rilevare il ricercatore.

Indagando però sulla realtà lavorativa, emerge anche che a Barcellona tendenzialmente si accettano condizioni che in Italia non si accetterebbero e spesso, con l'obiettivo di racimolare i soldi necessari a ottenere il diritto di residenza ai sensi della legge sugli stranieri, si finisce vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e dell'assenza di tutele. «Il paradosso -ha affermato Perollo- è che gli impieghi con queste caratteristiche spesso vengono offerti da alberghi e ristoranti gestiti da italiani, che quindi assumono altri italiani in nero, generando un circolo vizioso».

Pubblicato in Passaggi del presente
Martedì, 08 Agosto 2017 00:00

Un'idea di società

UN’IDEA DI SOCIETÀ, Riccardo Terzi, Riflessioni sulla dignità della persona  

Il nostro intento è quello di esplorare, attraverso il concetto di «dignità», le contraddizioni e i conflitti della nostra società contemporanea. Perchè partire dalla dignità? C’è una prima ragione, politica e costituzionale, in quanto la dignità ha assunto nella Carta dei diritti dell’Unione europea il rango di un principio fondativo, che sta alla base dell’intera categoria dei diritti. È solo un’affermazione retorica, senza nessuna forza cogente, come qualcuno sostiene, e quindi questo incipit della Carta è il segno del suo arretramento rispetto alla stagione delle costituzioni sociali? Ci sarebbe in questo caso un salto teorico dal «lavoro», ovvero da un principio sociale, con cui si apre la nostra Costituzione nazionale, a un principio di diverso segno, che rispecchia il carattere ormai individualistico delle nostre società. Che ci sia anche questo cambiamento di humus culturale non c’è dubbio. Ma non regge la tesi di una ormai compiuta resa teorica al liberismo conservatore, una tesi che viene usata strumentalmente dagli avversari del progetto europeo: l’Europa come costruzione artificiale che si fonda solo sulla logica del mercato, senza vedere che il rapporto tra politica ed economia viene messo universalmente in crisi, e la politica può ricostruire il suo spazio e la sua funzione regolatrice solo se riesce ad agire su una scala tendenzialmente globale, superando i confini nazionali che già sono stati travolti dai processi economici reali. E il principio di dignità non è affatto un principio neutro, socialmente irrilevante, perché esso mette a nudo tutto il grande tema dell’autonomia della persona e della qualità sociale delle relazioni in cui essa è inserita. Rispetto alla libertà di mercato, che implica l’infinita possibilità di manipolazione della libertà personale, la dignità fissa un argine, in quanto guarda alla società a partire dalla persona e dalla sua originaria dotazione di diritti. Naturalmente, tutto ciò deve essere tradotto in principi giuridici vincolanti, in un sistema di norme, in una intelaiatura concreta di diritti esigibili, ed è sempre presente il rischio che la dignità finisca per essere solo un’astrazione, un vuoto orpello ideologico, con una funzione solo di copertura e di occultamento delle relazioni sociali oggettive. Ma questo ormai è il destino di tutte le parole, di essere un campo di battaglia. Il lavoro teorico deve saper ricostruire l’universo dei significati, il che vuol dire vedere i singoli concetti dentro il conflitto che li rende significativi, dentro la dialettica sociale che dà un senso a tutto il nostro linguaggio. Quando si perde la dimensione del conflitto, si perde anche il significato delle parole, perché la parola definisce in quanto esclude, afferma in quanto nega il suo contrario. Allora anche la dignità prende senso nel momento in cui si definisce a che cosa essa si oppone, quali sono le forze e le situazioni che la negano, quale il campo conflittuale nel quale essa assume il suo significato concreto. La dignità va quindi pensata come un processo di liberazione. È questo un esercizio semantico indispensabile, nel momento in cui tutte le parole sembrano affogare in una palude indistinta, nella quale si perdono le differenze: tutti democratici, tutti riformisti, tutti progressisti. Tutti, e quindi nessuno.

In secondo luogo, l’attualità del problema sta nel fatto che si è aperto un grande dibattito, etico e politico, intorno a ciò che significa libertà della persona, e in questo dibattito tornano ad affiorare antiche contrapposizioni ideologiche che sembravano essere riassorbite. Laici e cattolici tornano a scontrarsi in un conflitto teorico che tocca i principi e i valori di fondo su cui regolare la nostra vita, individuale e collettiva. Dove sta il cuore di questa discussione? Da un lato c’è l’idea relativistica della libertà, in quanto a ciascuno è data la possibilità di scegliere in autonomia il proprio progetto di vita, dall’altro c’è la necessità di un vincolo morale oggettivo, che traccia a priori i confini entro i quali la libertà deve essere disciplinata. La famiglia tradizionale come unico modello, o la possibilità di diverse forme di convivenza. Le radici cristiane dell’Europa, o il riconoscimento di un pluralismo di culture e di fedi. La vita e la morte come tempi scanditi da una necessità superiore, o la possibilità di un intervento umano, di una soggettività che cerca di riappropriarsi del suo destino. In breve, la tradizione come regola di vita, o l’apertura verso nuove possibili forme di vita e di pensiero. Non dobbiamo affatto banalizzare questa discussione e prendere una posizione manichea, perché tra tradizione e libertà dobbiamo saper costruire un ponte che le metta in comunicazione. Anche il concetto di dignità è preso dentro questo conflitto, e può essere diversamente declinato e interpretato. Può esserci una versione tutta soggettivistica, secondo la quale la dignità coincide totalmente con l’autonomia personale e non ammette nessun vincolo esterno. Sull’altro versante, la dignità della persona consiste in un processo di adeguamento alla norma, ed essa si configura quindi non come una scelta, ma come una condizione di equilibrio, in cui la soggettività viene disciplinata. Entrambi questi estremi ci possono condurre verso esiti non accettabili: un individualismo radicale che dissolve i legami sociali, o il dominio autoritario della comunità, che riconosce e include la persona solo in quanto essa si lascia plasmare passivamente da quella terribile forza ideologica che è il senso comune. Cerchiamo allora un diverso approccio. E lo possiamo trovare se pensiamo alla persona nel contesto delle sue relazioni sociali, e se la stessa dignità è affidata alla qualità di queste relazioni, al processo reciproco di riconoscimento, intendendo quindi la libertà come un bene non solo individuale, ma sociale. Tutto ciò lo troviamo già scritto nella nostra Costituzione, che rappresenta un punto fondamentale di sintesi tra le diverse culture politiche. Va riconosciuto a merito del cattolicesimo democratico il principio del «primato della persona», l’idea cioè di un corpus originario di diritti che viene prima della legge, prima dello Stato, che viene quindi non fondato, ma riconosciuto dall’ordinamento giuridico. E nello stesso tempo la Costituzione considera la persona come inseparabile dalle sue relazioni sociali, per cui la sua autonomia si inquadra non in un orizzonte individualistico, ma relazionale e sociale, e implica quindi un’assunzione di responsabilità. È questo il filo conduttore che ci può aiutare, anche oggi, a dirimere le insorgenti controversie politiche e ideologiche. Rispetto a questa tradizione, c’è oggi una novità nelle posizioni della Chiesa cattolica, perché al primato della persona sembra subentrare il primato della legge, e l’obiettivo strategico sembra essere quello di imporre giuridicamente, per via politica e statuale, un sistema di norme a sostegno e a presidio della morale cristiana. È come un passo a ritroso dal Nuovo all’Antico testamento, da una religione che sta nel cuore degli uomini a una religione che si identifica con la Legge, con un sistema oggettivo di norme e di divieti. È una via azzardata, perché immette il discorso religioso, direttamente, nel cuore della politica, con tutti i rischi, da entrambi i lati, di un rapporto strumentale. Se non c’è più una linea di distinzione tra il piano religioso e quello politico, ciò che si produce è una forma di fondamentalismo. Si mette a rischio il carattere laico e democratico del nostro ordinamento, in quanto la politica non è più pensata come il luogo della mediazione, ma della contrapposizione non negoziabile tra diversi e opposti valori. A questo possibile esito occorre re a g i re, riprendendo il filo concettuale della nostra Costituzione, tornando cioè a considerare la persona come un soggetto attivo, dotato di autonomia e di responsabilità. E il concetto di dignità può essere il filo conduttore di questa ricerca, la dignità vista nella relazione, come reciprocità del rapporto interpersonale, come riconoscimento dell’altro. Nel corso del convegno esamineremo distintamente i tre momenti della vita, della cittadinanza, e della socialità. Ma questa distinzione ha solo una utilità pratica di articolazione del discorso, e non va mai persa di vista l’intima connessione che unisce questi tre aspetti. L’obiettivo di fondo che ci proponiamo è proprio quello di riconnettere ciò che rischia di essere slegato, e di vedere cioè che la difesa della vita non è separabile dai diritti di cittadinanza e dalla qualità sociale delle relazioni, che la persona è sempre, in ogni momento, il punto di congiunzione di una pluralità di dimensioni, e la sua identità è sempre molteplice e complessa. Potremmo aggiunge re che la dignità della persona è messa a rischio proprio nel momento in cui questa complessità non viene riconosciuta e l’unità della persona viene scissa, quando c’è solo la nuda vita biologica, una sopravvivenza senza qualità sociale (e per molti questo è il destino dell’invecchiamento), o quando tutta la vita è messa esclusivamente al servizio del processo economico, quando la persona è solo una macchina produttiva da spremere re fino al limite delle sue risorse fisiche. È il processo sociale complessivo che deve essere analizzato, per vedere dove esso produce una menomazione della persona, dove non c’è reciprocità, ma c’è un rapporto diseguale, nella forma dell’esclusione o del dominio. Per cogliere la sostanza delle diverse forme sociali, dobbiamo adottare un punto di vista che non sia solo quello giuridico, perchè la dignità non è affatto garantita dall’osservanza della norma, e anzi spesso essa entra in conflitto con il formalismo astratto della legalità. Prendiamo alcuni esempi: la famiglia, anzitutto, oggi al centro di polemiche politiche spesso strumentali. Si può davvero pensare, con un minimo di fondamento, che il problema essenziale sia quello della forma giuridica, che si tratti cioè solo di fissare, o meglio ribadire, il confine tra la famiglia legale e ciò che non rientra in questa legalità, come se questo fosse il confine tra l’ordine e il disordine? Sappiamo bene che in moltissimi casi la legalità nasconde forme intollerabili di violenza e di sopraffazione, verso la donna o verso i minori, o forme di convivenza del tutto inaridite e ipocrite, tenute insieme solo da un calcolo di convenienza. La difesa e la promozione della famiglia richiede allora un’azione più in profondità, che guardi alla sostanza delle relazioni umane, la cui intensità affettiva non ha quasi nessun rapporto con la condizione giuridica. Da questo punto di vista, l’attuale disputa politica è del tutto deviante, perché contano solo le maschere ideologiche, con le loro relative mobilitazioni di piazza, e non conta il vissuto reale delle persone. Una politica per la vita dovrebbe invece approntare tutti i possibili strumenti di sostegno che possano dare alle persone le necessarie condizioni di serenità e di responsabilità, cercando in ogni modo di impedire e di contrastare l’imbarbarimento della nostra vita collettiva. Prendiamo un altro esempio, quello estremo della dignità della persona nella situazione carceraria. Qui ci troviamo nel mezzo della legalità realizzata, di una sofferenza che è resa necessaria dal rispetto della legge. E tuttavia, c’è un problema acutissimo di riconoscimento della dignità della persona perché tutto questo processo di limitazione della libertà dovrebbe essere finalizzato, come dice la Costituzione, a un reintegro sociale, a un investimento sul futuro, mentre la realtà attuale è spesso solo una realtà di umiliazione, di degrado e di esclusione sociale. È assai indicativa la violentissima polemica che si è scatenata a proposito dell’indulto, che ha fatto venire allo scoperto tutte le peggiori pulsioni giustizialiste, l’idea di una giustizia vendicativa che non dà scampo e non off re nessuna via d’uscita a chi si è reso responsabile di un reato. Secondo questa visione, la nostra sicurezza dovrebbe esser pagata con la definitiva negazione di ogni dignità per tutto questo universo di persone sbandate e sofferenti, e la soluzione torna a essere quella di un grande internamento di massa, come è stato nel passato, per tutte le forme di devianza. Ancora più evidente è il problema della dignità per la grande ondata di immigrati, lavoratori o in cerca di occupazione, considerati e tollerati solo come forza di manovalanza per lavori da noi rifiutati, ma privi di diritti politici e di riconoscimento sociale, tenuti ai margini della convivenza civile, e sospettati, soprattutto se di fede islamica, di attentare alle nostre libere istituzioni. Con il progressivo incremento di questo flusso migratorio, che può essere parzialmente regolato ma non bloccato, le nostre democrazie tornano a essere, come nell’antichità classica, democrazie di casta, che escludono tutti quelli che svolgono un lavoro servile. Dobbiamo invece riproporre l’idea di una costituzione politica che sia un grande fattore di inclusione e di universalizzazione dei diritti. E qui prende tutto il suo significato il tema del lavoro, in quanto mezzo di realizzazione della persona. Potremmo continuare. Ma sarà il convegno a trattare con più ampiezza questi e altri problemi. Questa linea di interpretazione del tema della dignità, che ho cercato di moti v a re, chiama in causa direttamente la politica, la sua idea di società, il suo modello culturale, il suo rapporto con la vita reale delle persone. La politica non può essere imperativa, non può imporre una sua verità, una sua morale, ma deve essere lo spazio pubblico nel quale si realizza un libero confronto e al quale ciascuno ha diritto di accesso, sia come singolo sia per il tramite di una associazione collettiva. La laicità non è altro che questa organizzazione di uno spazio comune, che dà voce e riconoscimento a tutte le diverse posizioni, e che tende a trovare, sui temi più controversi, delle mediazioni condivise, senza mai cedere all’arbitrio di una maggioranza, quale che sia, che voglia imporre il suo esclusivo punto di vista. Tutto ciò che cosa ha a che fare con la nostra quotidiana azione sindacale? Io credo che il sindacato sta nella nostra società come un soggetto che non si lascia rinchiudere in una ristretta dimensione corporativa e che cerca di rappresentare le persone, lavoratori e pensionati, in tutta la complessità della loro esperienza. Non c’è una netta linea di demarcazione che separa il campo della politica e il campo della rappresentanza sociale. Il nostro non è un mestiere specialistico, ma un rapporto vitale che costruiamo con le persone che rappresentiamo, cercando di rispondere alle loro diverse e complesse domande. E quindi è sempre utile, a mio giudizio, una ricerca, anche quella che in apparenza sconfina rispetto ai nostri compiti istituzionali. La forza e il prestigio della Cgil sono dovuti in larga misura a questo atteggiamento, a questa capacità di parlare alla società intera, come una forza che è protagonista della vita democratica del Paese. Ma, in particolare, il tema che in questi giorni vogliamo affrontare, la dignità della persona, può e deve essere un punto di riferimento essenziale dell’agire sindacale, proprio perché la struttura sociale si è profondamente trasformata e alle tradizionali identità collettive è subentrata una identità più fluida, plurale, con un accento nuovo che viene posto sulla realizzazione di sé come persona, nel lavoro e nella vita. Questo mutamento era stato colto con esattezza, alcuni anni fa, da Bruno Trentin, che aveva cercato di rinnovare la cultura sindacale della Cgil proprio a partire dalla considerazione del lavoratore come persona. E questo nuovo orizzonte culturale è assolutamente decisivo per noi, per il sindacato dei pensionati e delle persone anziane, perché noi ci occupiamo non di un segmento produttivo, ma di quella complessiva condizione sociale ed esistenziale di chi si sta avventurando nell’ultima fase della sua vita, nella quale il tema dominante è proprio quello del riconoscimento sociale e della qualità delle relazioni. In questo contesto la dignità acquista un preciso significato: è la pienezza della cittadinanza, è la possibilità di vivere il proprio invecchiamento non come declino ed esclusione, ma come partecipazione attiva alla vita sociale. Ma è chiaro che la dignità è indivisibile, e che noi possiamo difendere la nostra dignità solo se sappiamo difenderla anche in tutte le situazioni in cui essa è messa a rischio, se combattiamo una battaglia generale, non corporativa, contro tutte le forme di esclusione. Questo è il nostro tratto distintivo, quello di un sindacato «generale», e solo se facciamo così saremo riconosciuti come una forza che ha qualcosa da dire, e da dare, nella vita sociale complessiva del nostro Paese.

Pubblicato in Aggiornamenti
Sabato, 22 Luglio 2017 00:00

Il socialismo del XXI secolo

Il “socialismo del XXI secolo” rischia un colpo fatale, Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (Pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’Fmi, 1.600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade, chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ’900 da Hugo Chávez e Fidel Castro.

Ma anche se quel punto sarà evitato, si dovrà riflettere su cosa sia stato e dovrà essere il socialismo chavista.

La spiegazione più facile e corrente dice che Chávez, morto nel 2013, era un grande leader e Maduro è un pessimo leader. Forse anche vera ma troppo manichea, incapace di mostrare le vere ragioni di fondo. Rimaste le stesse da un secolo, da quando nel 1914 il petrolio zampillò dal primo pozzo sulle sponde del lago di Maracaibo. La “semina del petrolio”, come la chiamò il presidente Rómulo Betancourt, la dipendenza dal petrolio (tuttora il 90-95% dell’export). Ossia il modello di sviluppo, il nodo gordiano che il Venezuela non ha mai sciolto. Prima dell’arrivo dell’“Huracán Hugo” al potere, nel 1998, i successivi governi – di qualsiasi tipo e colore - avevano risolto il problema impinguando i conti correnti propri e delle rispettive élite nelle banche di Miami o Ginevra. Fu così che, incredibilmente, l’80% della popolazione del “Venezuela saudita” si ritrovò “povero”. Chávez fu solo un effetto non una causa. Con lui la spesa sociale raddoppiò: dall’11,3% del Pil nel 1998 al 22,8% nel 2011.

Come dice Edgardo Lander, sociologo dell’Universidad Central de Venezuela, uno degli intellettuali più prestigiosi (ma non incondizionale) della sinistra venezuelana, la rivoluzione chavista «si è sempre appoggiata su due pilastri fondamentali: da un lato la straordinaria capacità di comunicazione di Chávez, che generò una forza sociale, e dall’altro i prezzi del petrolio che arrivarono in alcuni anni a superare i 100 dollari al barile. Quasi simultaneamente, nel 2013, questi due pilastri sono collassati. E l’imperatore si è ritrovato nudo». Nel 2015 il barile costava 28 dollari.

Al di là della evidente differenza di statura fra i due leader, il crollo simultaneo di questi «due pilastri» ha prodotto o accelerato la crisi attuale. I grandi meriti del quindicennio chavista – le politiche sociali e la redistribuzione della manna petrolifera fra gli strati più poveri, il ruolo nell’integrazione latino-americana, il concetto di “democrazia partecipativa” – sono così oscurati, adesso, dai suoi limiti – un forte personalismo carismatico e l’incapacità di formare un ceto politico in grado di succedergli, la persistenza della mono-coltura del petrolio e del modello estrattivista – su cui picchia l’opposizione interna, in cui convivono settori più o meno liberal-socialdemocratici e settori apertamente radical-golpisti, e quella esterna – da Washington, che non gli ha mai perdonato l’uscita dallo storico status di neo-colonia Usa, all’Unione Europea e ai grandi media internazionali – per decretarne il fallimento e l’emergere delle tendenze autoritarie o “dittatoriali”.

Per Lander il punto di svolta fu il 2005, nella «transizione del processo bolivariano dalla ricerca di un modello sociale distinto da quello sovietico e da quello liberal-capitalista, a un modello socialista classico e all’interpretazione del socialismo come statalismo». E in questa “conversione”, a suo giudizio, «c’è stata molta influenza politico-ideologica cubana». Forse, si potrebbe dire, il passaggio dal chavismo al post-chavismo.

Il crollo dei “due pilastri” ha portato alla guerra civile strisciante di oggi, con entrambe la parti impegnate a delegittimarsi a vicenda, accusandosi reciprocamente di tendenze dittatoriali o golpiste, incapaci di ascoltare i rari appelli alla ragione, compreso quello di papa Francesco. La destra interna e internazionale, anche quella “iberale e democratica”, non sta con le mani in mano e fa il suo (sporco) gioco di sempre. La sinistra venezuelana resiste come ha resistito Cuba, per più di mezzo secolo, all’aggressione Usa (ma il Venezuela non è Cuba). Non è disposta a cedere. E, anche se le inchieste dicono che l’80% dei venezuelani è favorevole alla sua immediata uscita di scena, Maduro ha ancora il 20-30% di appoggio degli strati popolari. E il 20% è più dell’appoggio dei vari Macri in Argentina, Temer in Brasile, Bachelet in Cile, Santos in Colombia.

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di una tregua fino alla fine del ’18, quando scadrà il mandato di Maduro e si andrà (presumibilmente) alle elezioni presidenziali. Ma in questo clima ragionevolezza e tregua non hanno spazio. E il pessimismo è d’obbligo.

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Mercoledì, 28 Giugno 2017 00:00

Le primarie

Le primarie al tempo delle primarie

La discussione sulle primarie sembra non terminare mai e la questione dei gazebo appare, ogni volta che se ne torna a parlare, sempre più zeppa di gracili e inconcludenti assunti ideologici. Quando, invece che di politica, si ragiona con delle sterili petizioni di principio si entra in un vicolo cieco. E allora bisognerebbe scavare nei fenomeni reali, non rinchiudersi nei postulati astratti circa la strutturale diversità qualitativa dei partiti. Non esiste alcuna teoria coerente delle coalizioni che predefinisca il campo incerto della lotta politica e precluda esiti sgraditi a chi immagina di avere per diritto di natura riservata la funzione del comando. Se si trovano davvero partiti che già in partenza dichiarano che per identità e funzione aspirano a svolgere solo un ruolo marginale bisognerebbe radiarli dall’albo ideale dei partiti desiderabili. Persino Vendola, che non conta neppure su un deputato, aspira alla leadership. Nessun partito, per identità e funzione, si priva già in partenza del possibile ruolo centrale in un sistema politico, aspetta, prima di abdicare, per lo meno di conoscere il responso delle urne. Non si può certo stabilire per decreto la funzione e il peso dei partiti e indurli a comportarsi di conseguenza alla luce della loro identità preventivamente accertata. Ma esistono momenti in cui non è consentito perdere, pena un arretramento considerevole della democrazia. E in tali circostanze (quando gli eventi suggeriscono per evitare collassi di portata storico-politica di stringere non già comode coalizioni omogenee con ruoli prefissati, ma accordi difficili con culture molto diverse) le deroghe al principio quantitativo come metro principale per assegnare un ruolo ai partiti sono del tutto ammissibili. Servono per fissare un punto di equilibrio non scontato tra i contraenti eterogenei del patto, sono richieste per mettere insieme soggetti potenzialmente alternativi tra loro e che però, soprattutto per ragioni storico-politiche d’ordine eccezionale, scelgono di compiere una importante esperienza di governo presentandosi insieme al voto come alleati. Per questo invoca, quale condizione inappellabile, che il candidato a palazzo Chigi sia appannaggio del partito maggiore perché così accade ovunque. E allora qui, dal piano delle metafisiche tesi e degli assiomi razionali sulle coalizioni ottimali, egli si sposta al livello più prosaico delle consuetudini effettuali. Ne è proprio sicuro però che la fisiologia sia sempre rispettata quasi per una spontanea accondiscendenza dei minori verso il partito più grande? Solo per poco più di trent’anni questa fisiologica accettazione del ruolo guida del partito di maggioranza relativa è stata rispettata in Italia. Dagli anni Ottanta è invece caduta in desuetudine con le richieste certo esorbitanti dei partiti laici minori e nessuna «teoria coerente» l’ha recuperata come meritava una clausola «fisiologica» e quindi razionale, coerente. Ogni volta che nell’Italia della Seconda Repubblica sono state allestite coalizioni plurali ampie, mai la leadership è andata al partito maggiore della sinistra, ma a Prodi e a Rutelli che non erano certo alla testa della forza più rappresentativa. Più che di teoria non falsificabile che assegna la guida di una coalizione al leader di un partito, qui si parla di dati concreti di esperienza sempre mutevoli e contingenti. E a essi conviene sempre attenersi. La realtà è ben più complessa degli schemi razionali costruiti per catturarla con eccessiva e ingannevole facilità. È sempre possibile che su un leader non ci sia la convergenza necessaria degli alleati e che per sviluppare maggiori chance competitive sia magari preferibile puntare su un diverso cavallo. Non ci sono regole fisiologiche da seguire comunque, ma valutazioni realistiche che suggeriscono di volta in volta la ricerca di un candidato che si presenti come il migliore garante di un equilibrio altrimenti impossibile da raggiungere. In condizioni non bipartitiche, ma a bipolarismo forzato, non esistono affatto dei postulati ferrei cui restare fedeli e occorre con pazienza consegnarsi alle necessità multiformi della prassi. L’accettazione di un leader diverso dal segretario non è necessariamente una capitolazione, può anche essere una scelta consapevole e realistica in determinate circostanze. Ciò si verifica quando la rinuncia a esercitare una leadership, sprovvista dei requisiti sistemici necessari per la possibile vittoria, si può ben giustificare con il raggiungimento, attraverso una alleanza più ampia, di un obiettivo storico-politico più prezioso (la vittoria elettorale e con essa una alternativa di sistema politico per la fuoriuscita dalla stagione del populismo). Ci sono condizioni politiche del tutto peculiari entro cui la coincidenza tra il segretario e il candidato premier non è automatica se, poniamo, in campo c’è l’imperativo supremo di definire una strategia più ampia di coalizione per segnare una discontinuità storico istituzionale. La difficile costruzione di una alleanza inedita con forze prima appartenenti a un altro campo culturale, rende la coincidenza tra capo di partito e premier nient’affatto scontata, può esserci come non esserci, dipende dalle condizioni. La politica e non un punto fermo venerabile come un assioma di per sé indiscutibile è quello che conta. Lo stesso statuto del Pd, non prevedendo la simultaneità tra la stagione dei congressi di partito e le elezioni politiche nazionali, non dà per scontato che il premier sia sempre il segretario. È palese che la sfasatura temporale tra congressi e elezioni sia piuttosto illogica e poco funzionale alla coincidenza auspicata tra leadership di organizzazione e ruolo istituzionale perché essa determina il ricorso a due primarie per ciascuna legislatura. Le primarie devono essere aperte perché altrimenti con i soli iscritti si pagherebbe salata la «distanza sociologica e politica dei militanti rispetto agli elettori», ma sebbene aperte, le primarie devono rimanere limitate al solo Pd perché così richiede il rispetto della vocazione maggioritaria che non può rifluire. La strada prescelta apre un doppio e potenzialmente dirompente circuito, quello interno riservato agli iscritti consultati in regolari congressi, e quello esterno aperto agli elettori indifferenziati che potrebbe stridere con le risultanze delle assise svoltesi nei territori. Che le primarie di coalizione siano «un non senso» è indubbio, ma che una coalizione plurale sia da cementare sulla base delle scelte per tutti obbliganti anche se compiute da un solo partito magari alcuni anni prima è altrettanto un non senso se l’alleanza non si limita a forze minori attigue, ma si allarga a poli di media grandezza portatori di istanze e culture lontane su punti nodali. Le primarie di coalizione, richieste dal movimento monotematico di Vendola come supremo atto di fede verso una presunta democrazia diretta che degli ingordi uomini di apparato vorrebbero cancellare, sono un non-senso e non certo perché Bersani le perderebbe determinando così il definitivo big bang del partito ma perché urtano contro tutte le ragioni del fare politica. È davvero irenico (e quindi da sprovveduti) che un partito largamente maggioritario in uno schieramento possa giocarsi tutto e accettare una gara con partiti satelliti da cui avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare. Nessun partito ricorre alla primarie di coalizione nelle quali, senza trovare alcuna convenienza o plusvalore politico, corre il rischio di concedere la leadership a partner molto minoritari. Se proprio deve perdere alle elezioni, un partito più grande preferisce farlo incamerando almeno qualche esiguo vantaggio competitivo (leadership della coalizione). Il timore di una sconfitta comunque non c’entra nulla (basta un semplice accorgimento, quello di collegare la designazione del candidato premier con una lista di candidati per la selezione degli aspiranti locali al seggio parlamentare, per evitare ogni sorpresa e scongiurare la scarsa fedeltà di un partito che resta poco strutturato e quindi sottoposto a guerre intestine e spinte centrifughe che rischiano di alimentare spinte di conquista), nella ripulsa delle primarie di coalizione conta piuttosto la loro conclamata disfunzionalità. Il problema più rilevante non è certo quello di schivare un potenziale pericolo proveniente da una candidatura radicale che certo non garantirebbe un punto accettabile di sintesi e di equilibrio alla coalizione. Il vero tema da affrontare è quello di definire i modi più efficaci per una politica convincente oggi richiesta per andare oltre il sistema politico in crisi strutturale. Non è molto sensato fare delle primarie competitive per scegliere un capo senza aver stipulato, prima dell’apertura dei gazebo, delle intese programmatiche solide per allestire una coalizione elettorale coesa e vincente. È inoltre del tutto disfunzionale la pretesa di conferire, attraverso le prove selettive delle primarie, la leadership a un candidato premier che poi non avrebbe dalla sua il controllo di un partito maggioritario. Si incrocia qui la completa irrazionalità di un ricorso alle primarie (strumento congeniale ai regimi che prevedono l’elezione diretta di una carica monocratica) in un sistema parlamentare con governi di coalizione. Anche le difese deboli delle primarie, ovvero la esaltazione della loro carica mobilitante indispensabile per smuovere dal torpore settori cruciali di un elettorato altrimenti sfiduciato, non sembrano persuasive dinanzi alla crescita prolungata dell’astensionismo che ha radici profonde. Il meccanismo delle primarie non sollecita la riattivazione di soggetti critici e delusi verso le esperienze della politica e nemmeno riavvicina alla partecipazione politica porzioni di ceti sociali più periferici che avvertono una carenza di rappresentanza. Le primarie sono diventate un palese elemento di blocco sistemico, sono cioè una parte del bileaderismo odierno, non sono una tappa per conquistare una diversa qualità democratica. Anche la ricetta di Scalfari, di confidare a esse per una resurrezione postuma di Veltroni da lui auspicata, come evento da verificarsi in concomitanza del voto, sembra una alchimia escogitata per obiettivi parziali che non va al cuore del problema, quello di abbattere un meccanismo perverso come quello del bipolarismo coatto di cui si riscontra in realtà la malattia mortale. Per andare oltre il bipolarismo, colto nelle forme degenerative attualmente sperimentate, occorre una drastica contrazione della porzione leaderistica della contesa politica che le primarie convocate per una carica inesistente (l’elezione diretta del Presidente del consiglio) contribuiscono a sprigionare nel sistema politico. Le primarie sono una robusta forma di freno all’innovazione oggi indispensabile, sono cioè un argine opprimente che inibisce la maturazione di forze nuove e obbliga al mantenimento del sistema politico populistico della Seconda Repubblica. Contro i partiti puramente parlamentari e asfittici di oggi le primarie sono forse la ritrovata linfa vitale di una partecipazione di massa? Le primarie sono sempre più una maldestra (sregolata, improvvisata, strumentale) caricatura della politica americana. Esse sono utilizzate in modo abnorme (per tentare scalate a partiti a cui non si appartiene; per sconvolgere i consolidati rapporti di forza tra i potenziali alleati di una coalizione ancora da costruire) e senza le condizioni istituzionali (l’elezione diretta di una carica monocratica: siamo per fortuna, o meglio, grazie al referendum costituzionale già dimenticato del 2006 che bocciò il premierato assoluto, ancora in un regime parlamentare) e senza le condizioni politiche (un assetto fortemente frantumato e coalizionale e nient’affatto bipartitico).

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Giovedì, 27 Aprile 2017 00:00

centro Sinistra

Il centrosinistra deve dare vita a una nuova piattaforma politica. La via seguita finora è sbagliata, Bersani

Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Se il Pd e il campo progressista restano sul piano di un blairismo nato in altre fasi, rimasticato e ormai esausto, o se ci si mette sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro. Le scorie lasciate dal ripiegamento della globalizzazione, la disunione europea, i problemi strutturali italiani impongono un ripensamento complessivo. Dobbiamo proporre protezione, ma con i valori della sinistra: riprendere in mano i diritti del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo ridurre la forbice sociale, basandoci su due pilastri: fedeltà e progressività fiscale da un lato e welfare universalistico davanti ai bisogni essenziali. E un nuovo ciclo di investimenti pubblici per dare lavoro, in particolare sull'innovazione industriale e per la manutenzione straordinaria del Paese.

Il Pd e più in generale il campo progressista non possono farcela se non si elabora e si trasmette un’idea di Paese. Il Paese che vogliamo, un Paese più avanzato e rinnovato, ma solidale, inclusivo, dove ognuno abbia la possibilità di un lavoro e di una vita dignitosa.

L’idea di Paese in questi anni si è persa in analisi e riflessioni di straordinaria leggerezza, nella nebbia di un racconto consolatorio ma fallace, anche se per alcuni aspetti perfino eccitante. Questo racconto ha coinvolto e convinto molte persone e ancora oggi coinvolge tanti italiani.

Come è potuto accadere? Dobbiamo chiederci come ha fatto a reggere così a lungo una narrazione rosea della realtà, mentre il Paese vero finiva in ginocchio. La risposta è che, al fondo, questa narrazione, la sua diffusione e il fatto che sia stata così poco contrastata e così tanto condivisa ha una base strutturale, la quale poggia sulle spalle di diversi soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione.

Questi soggetti, nel mezzo di un passaggio sociale ed economico che è difficile per tutti, hanno avuto ed hanno bisogno di aggiustare le proprie cose con tranquillità, e dunque anche di evitare scossoni dovuti al malessere. Per tale ragione hanno sostenuto e sostengono un racconto destinato a convincere anche i passeggeri della terza classe, che pure si stanno bagnando i piedi, che la rotta è quella giusta, che la nave va e con un po’ di ottimismo arriverà in porto.

Questa è stata la base strutturale che ha sostenuto il racconto di un Paese in rosa. Naturalmente, un po’ di ottimismo della volontà e il riconoscimento che il nostro è uno straordinario Paese sono indispensabili. Il problema è che l’idea di quei soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione di aggiustare le proprie cose, coprendosi con un racconto che illude, ha coinciso e coincide di fatto con un indebolimento delle nostre strutture economiche, industriali e finanziarie, perché spesso e volentieri significa darle via, perderle.

Noi dobbiamo quindi cominciare in un altro modo, con un’altra logica: dobbiamo riprendere il filo di una esigenza nazionale, da un’idea di Paese che sia seria e sia veritiera e che parta anche – considerato che spesso nell’analizzare i problemi che ci sono ci dimentichiamo di sottolinearlo – dalla forza, dalla vitalità, dalle potenzialità che ci sono e sono grandi, ma che possono attivarsi solo se raccontiamo una cosa vera.

E allora: come siamo messi in realtà? Siamo in mezzo ad un passaggio di fase, e non da oggi, già da due o tre anni. Un passaggio nel quale si intrecciano in modo inestricabile tre fatti.

Il primo fatto è il ripiegamento della globalizzazione. Ormai è un dato conclamato. Basta leggere le statistiche. Fino a due anni fa il commercio mondiale cresceva a ritmi di oltre il sette per cento l’anno. Adesso va malamente al più uno. Il Prodotto interno lordo del mondo cresce più del commercio, e questo solo dato segnala che la globalizzazione sta ripiegando. Siamo dunque di fronte al cambiamento di una lunga fase cominciata negli Novanta.

Il secondo fatto è la disunione dell’Europa. Il terzo è rappresentato dai nostri problemi. E tra questi diversi fenomeni c’è un intreccio profondo.

La globalizzazione ha fatto avanzare il mondo nel suo complesso. Non vi sono dubbi. Ma adesso, nel ripiegamento, sta consegnando le sue scorie alla parte di mondo che è stata più coinvolta. Sono scorie già attive da alcuni anni. La prima di queste scorie è che si sono creati soggetti e fenomeni che non hanno una governance. Il pensiero va immediatamente alla finanza. In realtà, l’elenco potrebbe essere lungo. Basti pensare al mercato dei brevetti sui farmaci, alle migrazioni, al terrorismo e alla violenza, fino alle guerre che non solo non si riesce più a fermare, ma che non si riesce nemmeno più a interpretare. Sono fatti non governati.

Un’altra scoria, se così possiamo dire, è la forte disuguaglianza, cresciuta a livelli inediti. Non parlo del mondo nel complesso, per il quale si potrebbe addirittura dire che enormi masse sono emerse dalla povertà e quindi è cresciuta l’uguaglianza. Dico che nei singoli paesi, soprattutto in quelli più sviluppati, la forbice si è allargata in modo drastico.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’indebolimento e la ricattabilità del lavoro, dovuta a due motivi di fondo: la sovracapacità produttiva che la bolla della globalizzazione ha creato e che ora tende a ridimensionare; e la pervasività delle nuove tecnologie che, finita la fase rivoluzionaria, adesso si sono inserite in tutti i settori, mettendo all’angolo il lavoro. Tutto questo è avvenuto in nome del consumatore, per favorire il consumatore. E così è anche stato. Ma poiché il consumatore è anche un lavoratore, e il lavoratore è via via diventato più ricattabile, più precario, meno pagato, oggi anche il consumatore rischia di essere più debole, o addirittura di scomparire, fatto dal quale deriva il rischio di una lunga fase di stagnazione, di crescita del Pil allo zero virgola, il che significa che non aumentano i consumi e quindi non aumentano nemmeno gli investimenti.

Questi sono i fatti che ci consegna il ripiegamento della globalizzazione e sui quali è nata la base ideologica e politica di quella che potremmo chiamare la nuova destra, sovranista, protezionista, identitaria e anti-establishment, che sia pure in diverse forme si sta manifestando in tutto il mondo. E’ una cosa nuova rispetto alle destre del passato. E’ un fenomeno diverso. E’ un campo in formazione.

Di fronte a questi fatti, l’Europa aggiunge un problema, invece di dare una risposta. Oggi ci stupiamo della disunione dell’Europa. Ma la verità è che la disunione dell’Europa ha fatto i primi passi all’inizio della fase della globalizzazione, quando il modello europeo (alta fiscalità, forti diritti del lavoro, welfare molto costoso) ha cominciato a subire colpi duri. Improvvisamente, in quegli anni la globalizzazione ha smontato il meccanismo del modello europeo, perché si doveva competere con paesi e popoli che non avevano le stesse protezioni sociali. E quindi è cominciata anche una concorrenza interna in Europa, una corsa a chi sapeva smontare più pezzi del modello fiscalità-welfare-diritti del lavoro. Così, quando è arrivata la crisi nel 2007, non c’era già più la solidarietà e ci siamo trovati messi come siamo oggi.

Non è un caso che quelle risposte - a volte di destra, ma non sempre - che dicono protezionismo e anti-establishment siano nate in Europa, siano nate prima qui, proprio qui.

Infine, c’è il nostro problema nazionale. Un problema strutturale e storico: le differenze Nord-Sud, un sistema economico bancocentrico, la dimensione delle imprese, il debito pubblico. Senza dire dei problemi protostorici, come la debolezza dello spirito e della coscienza nazionale: ne parlava già Giacomo Leopardi.

Questo spiega perché nella crisi cominciata nel 2007 abbiamo perso dieci punti di Pil e oltre il 20 per cento della produzione industriale. Oggi, coloro che ripetono ogni momento che abbiamo ritrovato la strada giusta perché cresciamo dello zero virgola, dimenticano di dire che nella crisi abbiamo perso molto ma molto di più degli altri Paesi: due, tre, quattro volte di più rispetto agli altri.

Che fare, allora? Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo sì fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Ma non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Non per i piccoli passi, proprio per la direzione. Dobbiamo fare in modo che il problema che c’è, il malessere, non venga interpretato solo dalla demagogia. Non lo chiamo neppure più populismo. Sono i cattivi pensieri di una nuova forma di destra nascente. E possono essere guai, se non interviene il Pd, lo schieramento progressista, che è già in ritardo.

Come? Io vedo tre campi di azione. Il primo: riprendere in mano i diritti del lavoro. C’è poco da fare: se non mettiamo meno insicurezza, meno incertezza e meno precarietà nel lavoro; se prosegue l’umiliazione del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, se tutto questo non accade, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Secondo, cercare di ridurre la forbice sociale. Sono due i pilastri per riuscire in questa impresa: fedeltà e progressività fiscale da un lato; e, dall’altro, welfare universalistico davanti a bisogni essenziali della vita delle persone, a cominciare dalla salute. Anche questo dobbiamo dirlo chiaro e forte.

Terzo campo di azione: il ruolo del settore pubblico, diretto e indiretto, negli investimenti. Finché si va avanti con crescite dello zero virgola non possiamo pensare che non vi sia uno sciopero del capitale, come è avvenuto negli ultimi anni. Se non c’è un orizzonte che consente di sperare in una crescita dei consumi, l’imprenditore i soldi se li tiene ben stretti. Quindi ci vuole un nuovo ciclo di investimenti pubblici diretti e indiretti, se vogliamo dare lavoro. Investimenti ben selezionati, perché devono essere orientati al lavoro, alla modernizzazione e al potenziamento dell’apparato economico.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega. Protezione e dignità, ma non come fa Trump, che non propone di risolvere i problemi degli americani, ma solo di scaricarli sui messicani, senza cambiare nulla rispetto alle disuguaglianze interne, rispetto agli interessi dei più forti.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Non mi si venga a dire che non ci sono i soldi. Basti pensare che, contati per difetto, in questi anni abbiamo messo 25 miliardi di euro su roba varia che non sono investimenti. E oggi ci ritroviamo ad aver attraversato la fase dei tassi di interesse più bassi, con una liquidità che te la tirano dietro, riuscendo ad aumentare il debito pubblico senza fare investimenti, un bel capolavoro.

In questo contesto va segnalato anche lo straordinario fatto che siamo diventato tutti tifosi del deficit e del debito: “Europa matrigna facci fare più deficit e debito”, è il motivo di fondo. Ma guardate che poi questi debiti non li pagheranno gli altri. Semplicemente li stiamo scaricando sulle spalle dei nostri figli.

Con l’Europa è giusto parlare e trattare. Ma per dire: cari partners, sì, vogliamo indebitarci, ma solo per investimenti utili. Il resto ce lo vediamo e ce lo facciamo con la redistribuzione interna, dove chi ha di più deve dare di più.

Sono cose da sinistra di governo. E non sono cose anti-establishment. La sinistra con l’establishment ci parla, ci deve parlare, il problema è mantenere il proprio autonomo punto di vista per una crescita più equilibrata, per una riduzione della forbice, altrimenti non può esserci una crescita duratura.

Oggi non possiamo stupirci se la gente considera il Pd insieme ai più forti. Di che ci stupiamo: la base strutturale della narrazione corrente questo dice. E non è un caso se nella votazione sull’ultimo referendum è emersa una divisione del voto, come ha suggerito Alfredo Reichlin, addirittura per classi. Noi dobbiamo dunque riprendere una visione nazionale, dove non si dividono gli interessi, ma si riunificano.

Ecco, concluderei dicendo con forza che solo con proposte di una sinistra di governo la sinistra sarà di nuovo competitiva. Se invece il Pd e insieme al Pd tutto il campo progressista restano sul piano di un blairismo rimasticato, e ormai esausto, o se si mettono sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro.

Una fase si è chiusa. L’esigenza urgente e drammatica è di non arroccarsi e di aprire una discussione vera. Perché sarebbe sbagliato pensare solo ad aggiustamenti millimetrici, o che basti mettere una scorza di sinistra nel cocktail degli ultimi tre anni. Non basta. Né il Pd potrà riproporre idee come la rottamazione, o quella forma di giovanilismo un po’ futurista che ha contraddistinto l’ultima fase. Per il centrosinistra si impone una nuova piattaforma politica: guardiamo avanti, Bersani

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