La domanda «Come trasmettere la complessita??» comporta una questione preliminare: come conoscere, o riconoscere, la complessita?? Vorrei insistere, per cominciare, sul fatto che le conoscenze che ci sono dispensate dall’informazione o dai media, cosi? come le conoscenze dispensate dall’insegnamento, non ci preparano a riconoscere la complessita?.
Prendo il termine “complessita?” anzitutto in un senso primario, derivato dal termine latino complexus, che indica cio? che e? tessuto insieme. Gli eventi non sono mai isolati; sono in un contesto, il quale a sua volta sta in un sovracontesto. C’e? sempre un tessuto comune. Pascal, nel XVII secolo, aveva una visione estremamente perspicace quando diceva che «tutte le cose essendo causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte dialogando tra loro attraverso un legame naturale e impercettibile che lega le piu? distanti e le piu? diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non piu? di quanto lo sia conoscere il tutto senza conoscere le parti». Ecco quale sfida gigantesca ci attende.

Quelle che vengono chiamate informazioni, provenienti dai media, mi fanno pensare a un’altra frase pertinente del grande poeta T.S. Eliot: «Qual e? la conoscenza che perdiamo nell’informazione?

E qual e? la saggezza che perdiamo nella conoscenza?». Quale conoscenza perdiamo nell’informazione? Le informazioni disperse sono come una pioggia, una nube, se non c’e? un sistema di conoscenza in grado di organizzarle e di dare loro un senso. E poi bisogna che questo sistema organizzatore abbia una qualche pertinenza. Che non derivi esso stesso da un manicheismo o da una mutilazione della realta?. Inoltre Eliot parlava molto giustamente di saggezza, ossia della necessita? di incorporare quello che sappiamo nelle nostre vite, nei nostri comportamenti. Anche qui, non ci sono saggezza e arte di vivere possibili davanti a conoscenze puramente oggettivate.

Si puo? dire allora che per fortuna abbiamo un sistema educativo che consente di organizzare le conoscenze. Ebbene, questo sistema educativo e? fondato, appunto, sulla separazione, il frazionamento e la disgregazione del tessuto comune di tutte le cose. Questo principio, del resto, e? stato fecondissimo per lo sviluppo delle conoscenze, a partire dallo slancio delle scienze moderne che si sono incanalate nelle discipline. Ma queste ultime, sempre piu? separate, isolate le une dalle altre, fanno si? che tra loro si formino enormi buchi neri: ci rendono ciechi su un certo numero di realta? e di problemi essenziali e vitali. Questo sistema educativo comincia nella primaria, prosegue nella secondaria e culmina nell’insegnamento superiore. In fin dei conti tutte le realta?, tutti i grandi problemi, vengono disgregati.

La questione dell’umano
Prendiamo la realta? fondamentale che riguarda ciascuno: che cosa significa essere “umano”? Naturalmente ci sono le scienze umane e sociali, che si dividono in economia, sociologia, psicologia, scienza delle religioni. Ma comunicano spesso male tra loro e rischiano di conoscere solo frammenti di realta?. Oltretutto, non ci sono solo le scienze sociali e umane. Tutta una parte della realta? umana e? una realta? biologica. Noi siamo esseri viventi. Persino il nostro cervello, senza il quale non potremmo conoscere e pensare, e? un organo biologico. Ebbene, questa realta? biologica viene completamente separata dall’altra realta? umana. O gli uni dimenticano che noi siamo esseri viventi e riducono l’umano al culturale e allo spirituale. O gli altri riducono tutto quello che c’e? di culturale e di spirituale a geni o a comportamenti presenti gia? nel mondo animale. Si e? come incapaci di pensare questa realta? duplice. Oggi, sapendo piu? che in passato che la realta? biologica e? costituita da molecole e da atomi che si trovano nella natura, ci rendiamo conto che il nostro rapporto con il mondo fisico e? molto piu? profondo di quanto avremmo creduto. Le nostre particelle si sono forse formate nei primi secondi dell’universo. Gli atomi necessari alla vita si sono costituiti in un sole anteriore al nostro. Insomma, partecipiamo a tutta una storia cosmica. Ma questa storia rimane invisibile fintanto che tutti gli elementi restano separati.

Inoltre non ci sono solo le scienze: la letteratura e la poesia sono anch’esse mezzi di conoscenza dell’umano. Direi addirittura mezzi che comportano l’integrazione di quello che le scienze sono obbligate a distruggere: ossia la realta? soggettiva di ciascun individuo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. Lo mostra il romanzo, il grande romanzo, da Balzac fino a Proust, passando per Dostoevskij. Quanto alla poesia, non e? solo un lusso della letteratura. Ci inizia a quella cosa essenziale che e? la qualita? poetica della vita, contrapposta al suo aspetto prosaico, che consiste nel fare le cose necessarie, talora obbligatorie, indispensabili a guadagnarsi la vita, ma che ignora la comunione, l’amore, l’estasi, il gioco.

L’era planetaria e il dialogo fra le civilta?
«Dove andiamo?» e? la seconda grande domanda che ci si puo? porre a partire dal secondo grande buco nero del nostro sistema educativo: la globalizzazione. Questa e? il prodotto ultimo, cominciato alla fine del XV secolo, di un processo che si dispiega a partire dal XVI secolo, dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione della Terra: l’era planetaria. Essa si e? sviluppata attraverso la dominazione, lo schiavismo, l’oppressione, ma sono pochissime le menti in Occidente ad avere percepito quello che stava accadendo. Da un lato, Bartolomeo de Las Casas fa ammettere alla Chiesa che gli amerindi hanno un’anima, benche? Cristo non abbia viaggiato in America. E Montaigne afferma che quelli che vengono chiamati “barbari” semplicemente appartengono a un’altra civilta?. Cosi? comincia quel processo di autocritica dell’Occidente ancora minoritario, ma tanto necessario. Ecco dunque quest’epoca planetaria che oggi si e? sviluppata con il crollo delle economie sedicenti socialiste e con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione immediata. Ne e? risultata un’economia ormai globale, ma che purtroppo manca di regolazione.

E? importante riconoscere i precedenti di quest’epoca planetaria e i suoi aspetti ambivalenti. Infatti non esiste un’unica globalizzazione. Ce ne sono forse parecchie. Ce n’e? stata almeno una seconda: quella che e? cominciata con Montaigne e Bartolomeo de Las Casas e? proseguita con l’umanesimo europeo, poi con l’internazionalismo e oggi con l’altromondismo. E? la globalizzazione incompiuta, incerta, delle idee di democrazia, diritti dell’uomo, diritti della donna. Ci sono ambivalenze straordinarie. Gia? Marx, nel XIX secolo, diceva che il capitalismo avrebbe creato condizioni per una vera e propria letteratura mondiale. Cosa che si sta in effetti realizzando, e non solo per e?lite ristrette in differenti Paesi. Cosi? ora conosciamo traduzioni di romanzi cinesi, giapponesi, latinoamericani.

Il groviglio del presente, l’incertezza del futuro
Per comprendere quest’epoca planetaria e? necessario che esista un insegnamento di fondo sul tema, come sulla condizione e l’identita? umana. Ebbene, esso e? totalmente assente dalle strutture del nostro insegnamento. Oltretutto, e? una conoscenza difficile. Perche?? Anzitutto, e? difficilissimo prendere coscienza di quanto sta accadendo. Il filosofo spagnolo Jose? Ortega y Gasset diceva appunto: «Non sappiamo cosa sta accadendo, e sta accadendo proprio questo», ossia la nostra ignoranza di quel che accade. Per di piu?, ci vuole sempre un certo tempo per prendere coscienza di quanto accade. Si puo? citare, in proposito, un altro filosofo, Hegel, che diceva: «L’uccello di Minerva spicca il volo al crepuscolo». Ossia l’uccello della razionalita?, della saggezza, della comprensione arriva sempre troppo tardi, o almeno molto tardi.

E? dunque difficile comprendere cio? che avviene; difficile comprendere un presente aggrovigliato. E? questa la complessita?. Quando si semplifica, alcuni vedono solo processi demografici. Altri vedono solo conflitti tra religioni, altri ancora solo derive del capitalismo eccetera. Il grande problema e? come tutti questi processi interagiscano tra loro in un nodo gordiano inestricabile. Questa conoscenza, perche? difficile, e? necessaria; e richiede un modo di conoscenza complesso.

Ecco il problema della conoscenza di cio? che accade. Ma in piu? si pone il problema del futuro. Non esiste piu? quella filosofia che ci diceva che il futuro era gia? in strada verso il progresso. Non crediamo piu? che la locomotiva della storia traini l’umanita? sempre verso il meglio.

Non solo questa fede nel progresso e il mito di una storia teleguidata verso un bel futuro, che si credevano razionali, sono crollati, ma sappiamo che esiste un’incertezza di fondo. Nessuno puo? predire il domani. L’11 settembre 2001, o l’implosione dell’Unione Sovietica, per la maggior parte degli osservatori furono imprevisti. Come diceva gia? Euripide, cinque secoli prima della nostra era: «Ad accadere non e? il previsto, e? quasi sempre l’imprevisto». Ebbene, non siamo pronti ad affrontare questo imprevisto. Non siamo pronti a pensare il mondo com’e?. Non solo le realta? vengono totalmente disintegrate, ma i grandi problemi vengono ignorati.

Che cos’e? la conoscenza? Che cos’e? la comprensione?
Si insegnano conoscenze, ma non si insegna mai che cosa sia la conoscenza. Ossia qualcosa che corre sempre il rischio dell’errore e dell’illusione. Come sappiamo tutti riguardo a conoscenze che in passato sembravano evidenti e che oggi ci appaiono puerili, ridicole e false. Chi ci dice che non sia lo stesso per le nostre convinzioni di oggi? Dieci o quindici anni fa il liberalismo economico sembrava un dogma, oggi appare un’ideologia sempre piu? minata e sminuita. C’e? stato il mito del comunismo prima, ce ne sono stati altri. Significa che viviamo nell’illusione che il presente sia lucido e che gli errori siano riservati al passato. Qui sta il problema: conoscere la conoscenza, le trappole della conoscenza. Trappole presenti nella psicologia di ciascuno, nella cultura, nei rapporti umani. La conoscenza della conoscenza, che e? solo un piccolo capitolo per specialisti della filosofia, deve essere un problema centrale insegnato fin dall’infanzia.

Inoltre non ci si interroga sulla comprensione: che cos’e? la comprensione umana? Ossia qualcosa di vitale non solo per i nostri rapporti con le altre nazioni, le altre culture, ma anche per i rapporti all’interno del nostro mondo, delle nostre famiglie, del nostro lavoro. Finche? non ci sara? maggior progresso nelle nostre capacita? di comprendere, non ci sara? progresso nei rapporti tra esseri umani.

Ebbene, non si insegna la comprensione dei rapporti umani. Non si insegna nemmeno ad affrontare le incertezze. Anche qui: si insegnano certezze, proprio quando le scienze piu? avanzate devono confrontarsi con l’incertezza, con l’aleatorio. Vale per le scienze umane come la storia, ma non parliamo oggi della microfisica o della scienza del cosmo, che non puo? dirci dove va il nostro universo. Tanto l’origine quanto il futuro restano avvolti dal mistero. La parola Big Bang e? solo una metafora.

Le scienze imparano sempre piu? a lavorare con l’incertezza, ma questo e? un problema per ognuno. Ogni destino individuale e? un destino il cui futuro e? incerto. Fin dalla nascita, nessuno sa quale sara? il suo sviluppo, le sue malattie, quali saranno gli incontri che fara?, se la coppia che formera? sara? felice... Il giorno della nostra morte e? sconosciuto, per quanto la morte sia una certezza. Quello che e? vero per il destino degli individui e? vero per il destino delle societa? e del pianeta.

Crisi dell’intelligibilita?, assenza di progetto
Questo per dire che le conoscenze fondamentali, principali, non vengono insegnate. Del resto c’e? una crisi dell’intelligibilita?, una crisi dell’intelligenza. L’intelligenza che trionfa, quella degli esperti che popolano i ministeri, quella degli specialisti che vivono solo all’interno della loro specialita? senza guardare cio? che succede intorno, e? un’intelligenza cieca. Da? visioni unilaterali qualunque sia l’evento che si guarda: la crisi delle periferie come la crisi planetaria.

In quest’assenza di futuro, senza la possibilita? di provare a elaborare, se non un programma, almeno una strada per affrontare l’incertezza del futuro, i politici e le persone vivono alla giornata. Naturalmente le famiglie fanno progetti sui figli, sulla loro progenie. Si puo? vivere alla giornata anche guardando la televisione, partendo per il fine settimana. Ma pensiamo che nella maggior parte delle regioni del mondo vivere alla giornata significa vivere nell’angoscia e nella miseria, non solo materiale. Miseria dell’umiliazione e della subordinazione. Allora, quando la politica stessa vive alla giornata e si riduce all’economia, quando l’economia funziona solo sul calcolo e quando il calcolo stesso ignora le realta? umane – le passioni, i sentimenti, l’amore, l’odio, la sofferenza, l’umiliazione – si diventa incapaci di capire. Ogni volta che c’e? un problema – si tratti di un’inondazione nel Terzo Mondo, dell’Aids in Africa o della crisi delle periferie – si individua la causa nella mancanza di soldi. Bisogna aumentare i mezzi! I soldi, naturalmente, sono necessari. Ma si dimentica il problema fondamentale: l’umiliazione, le discriminazioni e tutti quegli atteggiamenti umani dissolti in una visione in cui il calcolo e? re.

Per un pensiero transdisciplinare
La situazione e? questa. Si dira?: «Si?, bisogna collegare le conoscenze, riformare il pensiero, riformare la conoscenza». Ma cio? non puo? avvenire per pii desideri, mettendo una accanto all’altra le diverse discipline in modo che vadano naturalmente ad articolarsi le une con le altre. No! Non possono farlo. Hanno ciascuna il proprio linguaggio, il proprio sistema di pensiero. Quello che serve e? un pensiero in gra do di creare gli strumenti transdisciplinari che possano articolare le conoscenze derivanti dalle diverse discipline. Qui non ho il tempo di andare piu? a fondo; ho dedicato parecchi volumi a un lavoro che mi ha occupato per alcune decine di anni. Quello che voglio dire, qui, e? che esistono modalita? di pensiero che permettono di collegare le cose.

Ad esempio, il principio ologrammatico. Consiste nel dire, nel concepire, che non solo la parte sta in un tutto, ma che il tutto e? anch’esso all’interno della parte. E? un’idea che puo? sembrare del tutto paradossale, ma che e? incessantemente convalidata almeno biologicamente. In ogni cellula del mio organismo, comprese le cellule della mia pelle, e? iscritta la totalita? del mio patrimonio genetico. Naturalmente vi si trova espressa una sola parte, quella che permette di formare la pelle. La totalita? e? presente in ogni cellula di ogni organo specializzato. Noi, in quanto individui, possiamo dire che il tutto della societa? e? presente in noi attraverso il linguaggio, le culture, le idee. Allo stesso modo il tutto della specie in quanto organizzazione genetica e sistema di riproduzione e? presente in ciascuno di noi. Il tutto e? nella parte, la quale e? nel tutto.

Altro esempio: il principio ricorsivo tratto dal mondo della matematica, ossia il principio secondo il quale in un sistema i prodotti e gli effetti sono necessari alla loro stessa produzione. Puo? apparire assolutamente paradossale. Riflettiamo un po’. Siamo individui umani, siamo prodotti di un sistema di riproduzione biologica. Questo sistema di riproduzione puo? andare avanti solo con l’aiuto degli individui umani, sempre che vogliano accoppiarsi, nell’attesa che il sistema si metta a funzionare da solo tramite clonazione o incubatrice! Cio? significa che siamo al tempo stesso prodotti e produttori. Lo stesso accade nei nostri rapporti con la societa?: siamo i prodotti di una societa?, di una cultura, e ne siamo al tempo stesso i produttori, poiche? sono le interazioni tra gli individui a produrre incessantemente la societa?. C’e? dunque la necessita? di abbandonare un pensiero lineare con un inizio e una fine. E? il grande merito di quello che Norbert Wiener ha chiamato il feed-back, la retroazione: in particolare, la retroazione negativa che si verifica in un sistema di riscaldamento regolato da un termostato. Esiste un ciclo dove il prodotto retroagisce sulla causa e la regola. Il sistema e? ad anello e non piu? lineare. Questo permette di conoscere e di collegare aspetti della realta? complessi e disgiunti.

Ultimo esempio di questa rapida panoramica e? la dialogica, erede della dialettica di Hegel e di Marx. Due istanze antagoniste, contraddittorie, sono necessarie per comprendere un fenomeno complesso. Esse sono al tempo stesso complementari e antagoniste. Abbiamo dunque bisogno di poter cambiare le strutture del nostro pensiero. Lavoro difficilissimo. I pochi rapporti logici chiave che comandano inconsciamente il nostro modo di conoscere – possiamo definirli un paradigma – sono i prodotti di una storia. Il mondo occidentale vive sotto il dominio di un paradigma che ci ingiunge di separare, dissociare e ridurre il complesso al semplice per conoscere meglio. Quando obbediamo a questo principio, dissolviamo la complessita?. Pensiamo che essa non abbia alcun interesse, alcun senso, che sia pura illusione o apparenza. Ebbene, bisogna saper separare, conoscere gli elementi, e poi essere capaci di ricomporre. C’e?, in questo, una carenza di pensiero. Abbiamo bisogno di principi per collegare, per riconnettere.

Come pensare il nostro rapporto di essere umano con la nostra realta? animale? Un paradigma ci dice che per comprendere l’umano bisogna respingere l’animalita? e vedere solo cio? che in noi e? spirito e cultura. Un altro ci dice che bisogna ridurre l’uomo all’animalita?, se lo si vuole comprendere. Ma e? il nesso tra i due che bisogna trovare: mostrare che siamo forse al 100% animali e al 100% qualcosa di diverso dagli animali con la nostra coscienza, il nostro spirito, la nostra cultura. Siamo al tempo stesso i figli di questo cosmo e fuori da questo cosmo. Tutto cio? e? un modo per comprenderci meglio e per comprendere meglio la nostra realta?.

Una riforma indispensabile per il destino dell’umanita?
La comprensione delle differenti complessita? che intessono il nostro universo e la riforma dell’educazione, della conoscenza e del pensiero sono ormai una necessita? vitale per gli individui. Jean-Jacques Rousseau faceva dire al suo educatore nell’Emilio: «Voglio insegnargli a vivere». E? un po’ ambizioso dire che si insegna a qualcuno a vivere: si aiuta qualcuno ad affrontare la vita, a imparare da se? la vita. Ma il sapere e la conoscenza sono cose vitali per ciascuno, per poter affrontare il proprio mondo, il proprio destino, i propri problemi, le proprie contraddizioni.

Questa riforma non e? necessaria solo per gli individui. Lo e? per i problemi sociali e per il modo in cui le politiche li affrontano. Se oggi in Europa viviamo una tale miseria, un tale grado zero del pensiero politico non dipende ne? dall’imbecillita? ne? dalla cattiveria degli uni o degli altri. Dipende dal fatto che ci si trova all’interno di un sistema di pensiero e di conoscenze dove non ci sono vie d’uscita diverse da quella di vedere le cose separate, a compartimenti o ridotte all’economia. Il problema e? nazionale, europeo.

Sono convinto che continuiamo su una strada che porta alla catastrofe. La strada dello sviluppo, blandita o ammorbidita dalla parola “sostenibile” o “durevole”, porta al degrado della biosfera, che invece per noi e? indispensabile. La navicella spaziale Terra oggi e? spinta da tre motori, nessuno dei quali e? controllato o guidato: la scienza, che produce le cose piu? meravigliose ma anche armi di distruzione e di manipolazione; la tecnica, ambivalente per essenza; l’economia, attualmente votata al profitto e non regolata da istanze planetarie.

Oggi e? in gioco il destino dell’umanita?. Spero dunque che si potranno trovare nuove strade. Lavori e riflessioni finora dispersi e non collegati gli uni agli altri stanno la? per prepararci. E? l’incapacita? di collegare che conduce alla cecita? attuale. La causa dell’umanita?, di tutta l’umanita?, oggi cosi? importante, cosi? globale, cosi? drammatica, richiede questa riforma della conoscenza. Ne siamo lontani, ma non per questo mi sento scoraggiato.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)


Edgar Morin
Edgar Morin è uno dei più noti pensatori contemporanei. Nato a Parigi nel 1921, appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia a Salonicco, città dell’Impero ottomano, per poi stabilirsi nella capitale francese. Da anni ha elaborato una personale riflessione sulla complessità ed è impegnato in un progetto di riforma dell’educazione.


Da "https://rivista.vitaepensiero.it" L’età planetaria e la crisi dell’intelligenza di Edgar Morin

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 21 Giugno 2021 00:00

Università: affamare la bestia

Sulla libertà accademica ha tenuto recentemente un magnifico discorso il presidente della Repubblica Irlandese, il poeta Michael Dennis Higgins.. Per capire i termini della questione a cui si rivolge è utile vedere un documentario Starving the beast

La posta in gioco è importante ed è destinata a diventare sempre più centrale, e non solo al sistema accademico: le università selezionano le classi dirigenti, ed è quindi quasi tautologico che il mondo anglosassone guidi le trasformazioni dei sistemi universitari che si fanno, come gli spostamenti di popolazioni, le comunicazioni, i commerci, i flussi di capitali e la stessa natura dei sistemi politici, progressivamente globali. Sarebbe piuttosto strano se le grandi potenze mercantili e militari del mondo selezionassero la loro classe dirigente, e sempre più quella mondiale, attraverso l’Italia. Per dare un’idea di cosa si tratta basta qualche cifra: dalla Cina partono 1.000.000 di studenti ogni anno, dall’India 330.000 mila, in Europa solo la Germania spedisce all’estero oltre 140.000 studenti in altri paesi. La fuga dei cervelli, come si dice spesso in Italia in modo piuttosto allarmistico, è la parte che giochiamo anche noi italiani in questa trasformazione.

Il potere accademico italiano è centralizzato: il Miur paga tutti gli stipendi, a lui si riferiscono i settori disciplinari, la CRUI e via dicendo. Gli atenei ne escono, a confronto con il sistema anglo-americano, indeboliti. Quando si lamenta la povertà degli investimenti italiani nella ricerca rispetto ad altri paesi, bisogna ricordare che in Italia vengono quasi interamente dallo Stato, mentre com’è noto le già ricchissime università angloamericane hanno rapporti molto stretti con i donors, i benefattori che sono molto più importanti del governo centrale e di fatto permettono un’autonomia economica, che naturalmente è anche autonomia della ricerca e pluralità delle idee e delle innovazioni.

Siccome le scelte da fare si svolgono tra l’assorbire quello che è ammirevole e efficiente in altri sistemi e cercare di preservare quel che ci sembra importante nel sistema italiano, quali sono gli elementi che possiamo indicare da una parte e dall’altra?

Molto positive in Italia sono due cose: 1) l’accesso e i costi, due aspetti che dovrebbero aprire a tutti, ma che al contrario non riescono a sollevare in modo significativo il numero degli studenti universitari, in Italia sempre piuttosto basso; 2) la qualità della preparazione, spesso anche in Italia eccellente.

La bassa attrattiva esercitata del sistema italiano, anche quando alcuni dipartimenti svettano per la loro qualità, viene dal non potersi mai davvero inserire. In sostanza è impensabile che un buon accademico possa avere successo in un nostro concorso quando la stragrande maggioranza dei reclutamenti è locale e di solito dipende da rapporti di potere interni e esterni che sono appunto la scarsissima libertà del nostro sistema.

Questo è un problema destinato a crescere e rischia di relegare molte ottime università italiane a istituzioni secondarie, quasi continuazioni della scuola superiore, nel panorama mondiale.

Una differenza importante è che la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) rappresenti tutte le università (in Italia una novantina) mentre Yale e Harvard, Cambridge e Oxford o UCL sono in competizione tra loro. Competono prima di tutto sui finanziamenti, che significa sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento, e quindi per gli studenti che ottengono, quindi per il prestigio e l’influenza che hanno nelle politiche del paese.

Ne consegue una polarizzazione che vede da un lato università eccellenti (a volte chiamate Research Universities) e da quello opposto università minori (Teaching Universities). Se in un dipartimento di una research university il carico didattico va dalle 6 alle 10 ore settimanali, in una teaching university può arrivare a 35. Per non parlare del carico amministrativo o delle risorse a disposizione. È con questi numeri che le università angloamericane entrano sul mercato delle conoscenze. L’introito complessivo che viene dalla Cina è del 30% e ovviamente non è distribuito equamente se si considera che il 75% degli studenti della London School of Economics (LSE) sono internazionali.

Le ragioni di questa leadership vengono principalmente dai ranking, che vengono utilizzati dagli studenti internazionali e dalle loro famiglie quando scelgono se impegnarsi in trasferte costose (le tasse inglesi per gli studenti internazionali sono di almeno € 20.000 all’anno, quelle di Harvard partono da $50.000).

L’autonomia delle università, come quella di qualunque istituzione e degli individui, si fonda sostanzialmente sulla autonomia economica. È questa che consente ad Harvard di mantenere il 70% dei propri studenti con borse di studio.

Un atteggiamento piuttosto provinciale nei confronti dei ranking, non circoscritto alle università e non solo italiano, tende a svalutare queste graduatorie internazionali che, con i loro grandi limiti, restano comunque gli unici strumenti per cercare di confrontare i diversi sistemi. Le diverse graduatorie vanno incrociate per ottenere un’opinione attendibile, perché misurano fattori molto diversi tra loro: dall’impatto della ricerca nelle diverse discipline a quanto gli accademici desiderino lavorare in certe istituzioni, dal tempo che trascorre tra quando gli studenti conseguono la laurea a un impiego adeguato al titolo conseguito, dagli spazi a disposizione di un Ateneo (che includono oltre alle aule impianti sportivi, teatri e via dicendo) al rapporto numerico tra insegnanti e studenti, vale a dire un giudizio sulla qualità dell’insegnamento e la sua relazione con la ricerca.

È interessante osservare che da quando le università inglesi hanno introdotto l’aumento delle tasse universitarie, il numero degli iscritti è aumentato. Importante è anche ricordare che questa fu una proposta laburista, che riteneva fosse ingiusto mettere nella casella fiscale di un carpentiere gli studi di un medico, che poco dopo la laurea avrebbe guadagnato molto più di lui.

Oltre agli introiti diretti, che hanno reso molti atenei floridi, sono naturalmente le buone posizioni nei ranking che aiutano ad accedere ai grandi stanziamenti mondiali per la ricerca e ad acquisire un prestigio che rende più facile attrarre studiosi e studenti.


A questo punto anche il discorso che si svolge all’interno delle università diventa di una qualità migliore, si diviene voce indipendente e qualificata per questioni etiche, filosofiche, scientifiche. Tutto questo in Italia stenta ad affermarsi. Senza fissarsi sull’ultimo sfogo di qualche mese fa che questa volta è arrivato da John Foot sulla London Review of Books, che è rimbalzato sui giornali italiani, quello che fatica ad affermarsi in Italia è una riflessione strategica su quale sia la missione, quali cose debbano essere difese e dove invece ci sono cose che vanno decisamente male. Le numerose anomalie, dice Foot, vengono dal sistema dei baroni. Se vogliamo ribattezzarlo in modo più oggettivo, dal duello tra il potere degli atenei e quello dei settori disciplinari.

Come spesso accade in Italia, la ricerca di un sistema troppo equo ha finito col rendersi vulnerabile a malefatte sistematiche. Concorsi indetti con i nomi dei candidati prestabiliti, commissioni che ascoltano i desiderata locali, alla fine si stabilisce un mercanteggiamento che avvilisce tutti.

Ma è soprattutto il discorso, l’ethos che si sviluppa negli atenei a essere decaduto in Italia. I problemi che l’Academic Board (la struttura assembleare che governa ad esempio UCL) ha affrontato negli anni in cui ho partecipato anche io sono stati la definizione di antisemitismo, il razzismo, il diritto d’autore, l’espansione dell’ateneo, naturalmente Brexit, tutte questioni politicamente sapide, intriganti, cui si presta attenzione. La voce che emerge da questi dibattiti riverbera nei giornali, guida il discorso sociale più dei giornali. È qui che si affrontano questioni come l’eticità dell’intelligenza artificiale o di altre ricerche mediche, o se il canone letterario vada ripensato. La ricerca svolta nelle migliori università si travasa presto dalle pubblicazioni scientifiche ai giornali quotidiani, diventa argomento comune alla società intera. L’assenza di queste cose in Italia secondo me è grave, tende a isolare l’istituzione, e non è dovuta alla scarsa qualità degli accademici, che non ha senso discutere in generale, ma perché i meccanismi di autogoverno e il rapporto con il ministero finiscono con l’avvilire tutto l’ambiente e renderlo estremamente vulnerabile.

La questione del denaro ha comunque anche un suo rovescio drammatico, da cui sarebbe bene guardarsi.

Le grandi università anglosassoni tendono ad attrarre grandi donazioni. Il contributo dei grandi benefattori, in alcune università come Chapel Hill in North Carolina o l’università del Wisconsin, ha iniziato a spingere in modo piuttosto sistematico per la trasformazione di alcuni elementi: 1) ostilità alle materie umanistiche a favore delle scienze; 2) rimozione delle garanzie di tenure, ossia delle posizioni di ruolo, nel corpo insegnante; 3) riforma del sistema di accredito che sostanzialmente cerca di inibire l’opinione di chi è competente in un determinato campo a favore dei risultati dei questionari degli studenti; 4) trasferimento degli insegnamenti online; 5) libero mercato nelle tasse di iscrizione.

So che molti universitari italiani diranno: meglio restare come siamo! Purtroppo non è un’opzione, bisogna capire e avere una strategia.

Questi sono alcuni degli elementi più chiari, ce n’è altri. Il racconto di questi mutamenti negli USA lo si trova nel documentario che ho menzionato (Starving the beast). La pandemia ha improvvisamente dato una sveglia a tutti noi su cosa stia avvenendo. Sono solo infatti gli universitari a poter stabilire la differenza tra un vaccino Pfizer e uno Astra-Zeneca: la ricerca necessaria, i laboratori che producono, la misurazione dell’efficacia e gli interventi correttivi sono elementi squisitamente in mano di dipartimenti accademici. Sono le università che diventano così arbitre non solo della loro disciplina accademica, ma di una disputa commerciale e politica. A questo proposito la fine del tenure rischia di rendere tutti molto ricattabili. Se si può dire a uno scienziato non sei più di ruolo, nulla impedisce a un particolare benefattore, diciamo ad esempio la ditta farmaceutica che determina la salute economica di quella università, di chiedere l’allontanamento di un ricercatore che sostenga dati scientifici che favoriscono la concorrenza commerciale. Al tempo stesso la politica, tutta la politica, diviene progressivamente legata alla scienza. Dal Covid all’emergenza climatica, dallo sviluppo dell’informatica ai modelli economici, i governi politici sono sempre più ostaggio di progetti che sono in realtà prodotti dalle università che rischiano di diventare semplici portavoce di contrastanti interessi economici.

Pagare grandi cifre alle università che guidano il mondo diviene paradossalmente attraente per i miliardari e le grandi corporazioni perché è il prezzo di iscrizione a un club, consente di avvicinarsi al cuore di questa influenza politica.

Ma perché voler abolire le humanities? Come dice uno dei ricchi benefattori nel documentario, chi studia letteratura, lingue, storia, filosofia o arte alla fine è di sinistra. In realtà il relativismo agevola molto questa dismissione, sembra che la differenza tra Beethoven e l’ultima popstar sia questione di gusto. Saranno pochi ed estremamente privilegiati coloro cui sarà permesso farsi un’idea del mondo. Agli altri verrà chiesto di regolare macchinari, non di leggere l’Iliade o Leopardi. Questo perché da sempre non è tanto la sinistra a resistere allo sviluppo di un sistema dominato dagli interessi economici, quanto la poesia, come sempre, ed è per questa ragione che viene proposta l’abolizione dei settori umanisti.

Hanna Arendt, parlando di Walter Benjamin in una conferenza al Goethe Institut di New York nel 1968, cita il suo famoso Angelus Novus. C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Hanna Arendt spiega che in Benjamin è il pensare poeticamente che gli consente di capire. Come lo consente a lei e a tutti noi. E questo è l’ultimo e più inquietante aspetto dell’offensiva dei grandi interessi economici contro gli umanisti. Perché è vero, producono pensatori critici, obiezioni, o come dice il documentario, gente di sinistra. Studiando il Rinascimento e la Riforma, gli illuministi e i romantici, il greco antico, la tragedia, Shakespeare. Se come l’Angelus Novus ci voltiamo e guardiamo il passato, sono Benjamin e la Arendt, Eschilo e Leopardi a dare profondità al nostro sguardo. O per dirla più realisticamente, prospettiva alla nostra tragedia. Si capisce che le grandi corporazioni, ebbre degli effetti che il denaro può produrre sul mondo accademico, vogliano innanzi tutto azzittire i grilli parlanti. La poesia non serve a niente. Tuttavia è proprio questa la ragione per cui il sapere che nasce dalla poesia e pensa poeticamente il mondo è la forma più radicale di resistenza.

Da "www.doppiozero.com" Università: affamare la bestia di Enrico Palandri

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Come riassumere l’anno del covid-19 da una prospettiva storica più ampia? Molti credono che il terribile tributo imposto dal nuovo coronavirus sia la prova dell’impotenza dell’umanità di fronte alla forza della natura. In realtà, il 2020 ha dimostrato che l’umanità è tutt’altro che impotente. Le epidemie non sono più forze naturali incontrollabili. La scienza le ha trasformate in sfide gestibili. Perché, allora, ci sono stati tanti morti e tanta sofferenza? La colpa è di decisioni politiche sbagliate.

In passato, quando gli esseri umani affrontavano flagelli come la peste nera, non avevano idea di quale fosse la causa né di come si potessero fermare. Quando arrivò l’influenza del 1918, i migliori scienziati del mondo non furono in grado di identificare il virus mortale, molte delle contromisure adottate furono inutili e i tentativi di sviluppare un vaccino efficace si dimostrarono vani. Con il covid-19 le cose sono andate molto diversamente. I primi campanelli d’allarme su una possibile nuova epidemia hanno cominciato a suonare alla fine di dicembre del 2019. Il 10 gennaio 2020 gli scienziati non solo avevano isolato il virus responsabile, ma ne avevano anche sequenziato il genoma e pubblicato le informazioni online. Nel giro di pochi mesi è diventato chiaro quali misure potevano rallentare e fermare il contagio. In meno di un anno sono stati prodotti in massa diversi vaccini efficaci. Nella guerra tra gli esseri umani e i virus, i primi non sono mai stati così potenti.

Oltre ai risultati senza precedenti della biotecnologia, l’anno del covid ha anche messo in evidenza il potere della tecnologia dell’informazione. In epoche precedenti l’umanità raramente aveva potuto fermare le epidemie, perché gli esseri umani non potevano monitorare le catene dell’infezione in tempo reale e perché fermare le attività in modo prolungato aveva un costo economico proibitivo. Nel 1918 si potevano mettere in quarantena le persone colpite dall’influenza, ma non si potevano tracciare i movimenti dei soggetti presintomatici o asintomatici. E se qualcuno avesse ordinato all’intera popolazione di un paese di rimanere a casa per settimane, avrebbe provocato la rovina economica, il crollo della società e la fame di massa. Al contrario, nel 2020 la sorveglianza digitale ha reso molto più facile monitorare e individuare i vettori della malattia, e questo ha reso possibile una quarantena più selettiva e più efficace. Ma soprattutto, l’automazione e internet hanno reso praticabili i lockdown prolungati, almeno nei paesi ricchi. Mentre in alcune parti del mondo in via di sviluppo è ancora vivo il ricordo delle piaghe del passato, in gran parte dei paesi ad alto reddito la rivoluzione digitale ha cambiato tutto.

Prendete l’agricoltura. Per millenni la produzione alimentare si è basata sul lavoro umano e circa il 90 per cento delle persone lavorava nell’agricoltura. Oggi nei paesi ricchi non è più così. Negli Stati Uniti, solo l’1,5 per cento della popolazione lavora nelle aziende agricole, e questo è sufficiente non solo a sfamare tutti, ma anche a rendere il paese uno dei principali esportatori di prodotti alimentari. Quasi tutto il lavoro agricolo è svolto da macchine. I lockdown hanno quindi conseguenze limitate sull’agricoltura.

Un gatto in tribunale
Immaginate un campo di grano ai tempi della peste nera. Se avessero detto ai braccianti di restare a casa al momento del raccolto, la popolazione sarebbe morta di fame. Se gli avessero detto di andare a raccoglierlo si sarebbero contagiati a vicenda. Che fare? Ora immaginate lo stesso campo di grano nel 2020. Un’unica mietitrebbia guidata attraverso un sistema gps può mietere un intero campo con un’efficienza di gran lunga maggiore e con zero possibilità di infezione. Mentre nel 1349 un bracciante agricolo medio raccoglieva circa cinque staia al giorno, nel 2014 una mietitrebbia ha stabilito un record raccogliendone 30mila al giorno. Di conseguenza, il covid-19 non ha avuto effetti significativi sulla produzione globale di colture di base come il grano, il mais e il riso.

Ma per sfamare le persone non basta raccogliere il grano. Bisogna anche trasportarlo, a volte per migliaia di chilometri. Per la maggior parte dei secoli, il commercio è stato uno dei principali “cattivi” nella storia delle pandemie. Gli agenti patogeni letali si spostavano in tutto il mondo sulle navi mercantili e le carovane a lunga percorrenza. Per esempio, la peste nera del trecento ottenne un passaggio dall’Asia orientale al Medio Oriente lungo la via della seta, e furono le navi mercantili genovesi a portarla poi in Europa. Il commercio rappresentava una minaccia così mortale perché ogni carro aveva bisogno di qualcuno che lo guidasse, servivano decine di marinai per governare anche piccole imbarcazioni e le navi e le locande affollate erano focolai di malattie.

I fattorini sono stati il filo rosso che ha tenuto insieme la civiltà

Nel 2020 il commercio globale ha potuto continuare a funzionare più o meno agevolmente perché coinvolgeva pochissimi esseri umani. Oggi una nave portacontainer in gran parte automatizzata può trasportare più tonnellate della flotta mercantile di un intero regno dell’inizio dell’era moderna. Nel 1582 la flotta mercantile inglese aveva una capacità di carico totale di 68mila tonnellate e aveva bisogno di circa 16mila marinai. La nave portacontainer della Orient overseas container line di Hong Kong, varata nel 2017, può trasportare circa 200mila tonnellate con un equipaggio di appena 22 persone.

È vero, le navi da crociera con centinaia di turisti e gli aerei pieni di passeggeri hanno avuto un ruolo importante nella diffusione del covid-19. Ma il turismo e i viaggi non sono essenziali per il commercio. I turisti possono rimanere a casa e gli uomini d’affari possono usare Zoom, mentre navi fantasma automatizzate e treni quasi privi di esseri umani mantengono in moto l’economia globale. Nel 2020, mentre il turismo internazionale crollava, il volume del commercio marittimo globale è calato solo del 4 per cento.

L’automazione e la digitalizzazione hanno avuto un impatto ancora maggiore sui servizi. Nel 1918 era impensabile che uffici, scuole, tribunali e chiese potessero continuare a funzionare durante un lockdown. Se studenti e insegnanti restavano a casa, come si poteva fare lezione? Oggi conosciamo la risposta. Il passaggio alla modalità online ha molti inconvenienti, non ultimo l’immenso costo psicologico. Ha anche creato problemi prima inimmaginabili, come nel caso dell’avvocato la cui immagine è stata sostituita per errore da quella di un gatto durante un collegamento con il tribunale. Ma il fatto che sia possibile è comunque sbalorditivo.

Nel 1918 l’umanità abitava solo il mondo fisico e quando il virus dell’influenza mortale invase quel mondo, non ci si poteva rifugiare in nessun posto. Oggi molti di noi abitano due mondi: quello fisico e quello virtuale. Quando il coronavirus è circolato nel mondo fisico, molte persone hanno spostato gran parte della loro vita in quello virtuale, dove il virus non poteva seguirle. Ovviamente gli esseri umani sono ancora esseri fisici e non tutto può essere digitalizzato. L’anno del covid ha evidenziato il ruolo cruciale che molti lavori pagati poco svolgono nel mantenimento della civiltà umana: infermieri, operatori sanitari, camionisti, cassieri, addetti alle consegne. Si dice spesso che ogni civiltà è a tre pasti dalla barbarie. Nel 2020 i fattorini sono stati il filo rosso che ha tenuto insieme la civiltà. Sono diventati la nostra importantissima linea di comunicazione con il mondo fisico.


Mentre l’umanità si automatizza, si digitalizza e sposta le sue attività online, emergono nuovi pericoli. Una delle cose più notevoli dell’anno del covid-19 è stata che internet ha retto. Se aumentiamo improvvisamente la quantità di traffico che passa su un ponte, possiamo aspettarci ingorghi e forse anche il crollo del ponte. Nel 2020 scuole, uffici e chiese si sono spostati online quasi dall’oggi al domani, e il web ha resistito. Difficilmente ci soffermiamo a pensarci, ma dovremmo farlo. Dopo il 2020 sappiamo che la vita può andare avanti anche quando un intero paese è fisicamente bloccato. Provate a immaginare cosa succederebbe se la nostra infrastruttura digitale si arrestasse in modo anomalo.

La tecnologia dell’informazione ci ha reso più capaci di reagire di fronte ai virus, ma anche molto più vulnerabili alle minacce e alle guerre informatiche. Molti si chiedono quale sarà il prossimo covid. Un attacco alla nostra infrastruttura digitale è uno dei candidati principali. Ci sono voluti mesi prima che il coronavirus si diffondesse nel mondo e infettasse milioni di persone. La nostra infrastruttura digitale potrebbe crollare in un solo giorno. E mentre le scuole e gli uffici potrebbero spostarsi rapidamente online, quanto tempo ci vorrebbe per tornare dalle email alla posta ordinaria?

L’anno del covid ha messo in luce un limite ancora più importante del nostro potere scientifico e tecnologico. La scienza non può sostituire la politica. Quando è il momento di decidere quali misure adottare, bisogna tenere conto di molti interessi e valori e, poiché non esiste un metodo scientifico per determinare quali interessi e valori sono più importanti, non esiste un metodo scientifico per decidere cosa fare. Per esempio, quando si deve decidere se imporre un lockdown, non è sufficiente chiedersi: “Quante persone si ammaleranno di covid-19 se non lo facciamo?”. Ma bisogna anche chiedersi: “Quante persone cadranno in depressione se imponiamo un blocco? Quante persone soffriranno a causa della denutrizione? Quante perderanno la scuola o il lavoro? Quante saranno maltrattate o uccise dai loro conviventi?”. Anche se tutti i nostri dati sono accurati e affidabili, dovremmo sempre chiederci: “Cosa conta di più? Chi lo decide? Come confrontiamo le cifre?”. Questo è compito dei politici più che degli scienziati. Sono loro che devono bilanciare le considerazioni sanitarie, economiche e sociali per elaborare una politica complessiva.

Nel frattempo i tecnici stanno creando nuove piattaforme digitali che ci aiutano a funzionare in caso di lockdown e nuovi strumenti di sorveglianza che ci aiutano a spezzare le catene del contagio. Ma la digitalizzazione e la sorveglianza mettono a rischio la nostra privacy e aprono la strada all’emergere di regimi totalitari senza precedenti. Nel 2020 la sorveglianza di massa è diventata non solo più legittima ma anche più comune. Combattere l’epidemia è importante, ma vale la pena rinunciare alla nostra libertà per farlo? È compito dei politici più che dei tecnici trovare il giusto equilibrio tra sorveglianza utile e incubi distopici.

Evitare la dittatura digitale
Tre regole di base possono fare molto per proteggerci dalle dittature digitali, anche in tempi di pandemia. In primo luogo, ogni volta che si raccolgono dati sulle persone, specialmente sul loro stato di salute, questi dati dovrebbero essere usati per aiutarle, non per manipolarle, controllarle o danneggiarle. Il mio medico sa molte cose estremamente intime su di me. Questo non mi preoccupa, perché confido nel fatto che usi queste informazioni a mio vantaggio e non le venda a nessuna azienda privata o partito politico. Dovrebbe essere lo stesso per qualsiasi tipo di “autorità di sorveglianza pandemica” che decidessimo di istituire.

In secondo luogo, la sorveglianza deve sempre andare in entrambe le direzioni. Se va solo dall’alto verso il basso, può portare alla dittatura. Quindi, ogni volta che aumenta la sorveglianza sugli individui, dovrebbe aumentare anche quella sui governi e sulle grandi aziende. Per esempio, oggi i governi stanno distribuendo enormi quantità di denaro. L’assegnazione dei fondi dovrebbe essere più trasparente. Come cittadino, vorrei poter sapere chi li ottiene e chi ha deciso dove andranno quei soldi. Voglio assicurarmi che vadano alle aziende che ne hanno davvero bisogno invece che a una multinazionale di proprietà di amici di un ministro. Se il governo dice che è troppo complicato creare un simile sistema di monitoraggio nel mezzo di una pandemia, non credeteci. Se si può monitorare quello che facciamo noi, non sarà troppo complicato controllare quello che fa il governo.

Terzo, non bisognerebbe permettere mai che troppi dati siano concentrati in un unico posto. Né durante l’epidemia né quando sarà finita. Il monopolio dei dati può aprire la strada a una dittatura. Quindi, se si raccolgono dati biometrici sulle persone per fermare la pandemia, a farlo dovrebbe essere un’autorità sanitaria indipendente, non la polizia. E i dati raccolti dovrebbero essere tenuti separati da altri database dei ministeri e delle multinazionali. Certo, questo può creare ridondanze e inefficienze. Vogliamo prevenire l’ascesa della dittatura digitale? Manteniamo le cose almeno un po’ inefficienti.

Il “nazionalismo vaccinale” sta creando un nuovo tipo di disuguaglianza

I successi scientifici e tecnologici senza precedenti del 2020 non hanno risolto la crisi del covid-19. Hanno trasformato la pandemia da calamità naturale in dilemma politico. Quando la peste nera uccise milioni di persone, nessuno si aspettava molto dai re e dagli imperatori. Circa un terzo degli inglesi morì durante la prima ondata di quel flagello, ma questo non fece perdere il trono a re Edoardo III d’Inghilterra. Era chiaramente al di là del potere dei governanti fermare l’epidemia, quindi nessuno li accusava di aver fallito.

Ma oggi l’umanità ha gli strumenti scientifici per fermare il covid-19. Diversi paesi, dal Vietnam all’Australia, hanno dimostrato che anche senza un vaccino i mezzi già disponibili possono fermare l’epidemia. Questi strumenti, tuttavia, hanno un prezzo economico e sociale elevato. Possiamo sconfiggere il virus, ma non siamo sicuri di essere disposti a pagare il prezzo di questa vittoria. Ecco perché i risultati scientifici hanno posto un’enorme responsabilità sulle spalle dei politici. Purtroppo, troppi di loro non sono stati all’altezza di questa responsabilità. Per esempio, i presidenti populisti di Stati Uniti e Brasile hanno minimizzato il pericolo, si sono rifiutati di ascoltare gli esperti e hanno permesso che si diffondessero teorie del complotto. Non hanno escogitato un solido piano d’azione nazionale e hanno sabotato i tentativi delle autorità statali e municipali di fermare la diffusione del contagio. La negligenza e l’irresponsabilità dei governi Trump e Bolsonaro hanno provocato centinaia di migliaia di morti che si potevano evitare.

Nel Regno Unito il governo sembrava inizialmente più preoccupato per la Brexit che per il covid-19. Nonostante tutte le politiche isolazioniste, l’amministrazione Johnson non è riuscita a isolare il paese dall’unica cosa che contava davvero: il virus. Anche il mio paese d’origine, Israele, ha sofferto di una cattiva gestione politica. Come nel caso di Taiwan, Nuova Zelanda e Cipro, Israele è in effetti un “paese insulare”, con confini chiusi e un solo cancello d’ingresso principale: l’aeroporto Ben Gurion. Tuttavia, al culmine della pandemia, il governo Netanyahu ha permesso che i viaggiatori in arrivo lasciassero l’aeroporto senza chiedergli di osservare una quarantena o addirittura senza controlli adeguati, e non si è preoccupato di far rispettare il lockdown.

Oggi sia Israele sia il Regno Unito sono stati in prima linea nelle campagne vaccinali, ma quegli errori di valutazione iniziali gli sono costati cari. Nel Regno Unito la pandemia ha ucciso 120mila persone. Israele è al settimo posto nel mondo per tasso medio di casi confermati e, per contrastare il disastro, ha stretto un accordo sui “vaccini in cambio di dati” con l’azienda statunitense Pfizer. La Pfizer ha accettato di fornire a Israele vaccini sufficienti per l’intera popolazione in cambio di enormi quantità di informazioni importanti, sollevando preoccupazioni sulla privacy e sul monopolio dei dati e dimostrando che questi sono ormai una delle risorse più preziose in mano agli stati.

Anche se alcuni paesi si sono comportati molto bene, finora l’umanità non è riuscita a contenere la pandemia o a escogitare un piano globale per sconfiggere il virus. Nei primi mesi del 2020 è stato come guardare un incidente al rallentatore. La comunicazione ha permesso a tutti di vedere in tempo reale le immagini prima da Wuhan, poi dall’Italia, poi da molti paesi, ma non è emersa nessuna leadership globale in grado di impedire alla catastrofe di travolgere il mondo. Gli strumenti c’erano, ma troppo spesso è mancata la saggezza politica.

Una delle ragioni del divario tra il successo scientifico e il fallimento politico è che gli scienziati hanno collaborato a livello globale, mentre i politici tendevano a litigare. Lavorando in condizioni di forte stress e incertezza, gli scienziati di tutto il mondo hanno condiviso liberamente le informazioni e si sono affidati ai risultati e alle intuizioni gli uni degli altri. Molti importanti progetti di ricerca sono stati condotti da squadre internazionali. Per esempio, uno studio chiave che ha dimostrato l’efficacia delle misure di contenimento è stato condotto da ricercatori di nove istituzioni: una nel Regno Unito, tre in Cina e cinque negli Stati Uniti.

Al contrario, i politici non sono riusciti a formare un’alleanza internazionale contro il virus e ad accordarsi su un piano globale. Le due principali superpotenze, Stati Uniti e Cina, si sono accusate a vicenda di non svelare informazioni vitali, di diffondere disinformazione e teorie del complotto e perfino di trasmettere deliberatamente il virus. Molti altri paesi hanno falsificato o nascosto i dati sull’andamento della pandemia. La mancanza di cooperazione internazionale si manifesta non solo in queste guerre di propaganda, ma ancora di più nei conflitti per le scarse attrezzature mediche. Anche se ci sono stati molti casi di collaborazione e generosità, non è stato fatto alcun serio tentativo di mettere in comune tutte le risorse disponibili, snellire la produzione globale e garantire un’equa distribuzione delle forniture. In particolare, il “nazionalismo vaccinale” sta creando una disuguaglianza tra i paesi in grado di vaccinare la loro popolazione e quelli che non possono farlo.

Cooperazione globale
È triste vedere che molti non riescono a capire un semplice fatto: finché il virus continuerà a diffondersi, nessun paese potrà sentirsi veramente al sicuro. Supponiamo che Israele o il Regno Unito riescano a sradicarlo entro i propri confini, ma che il virus continui a diffondersi tra centinaia di milioni di persone in India, Brasile o Sudafrica. Una nuova mutazione in qualche remota città brasiliana potrebbe rendere il vaccino inefficace e provocare una nuova ondata di contagi. Nell’emergenza in corso gli appelli al mero altruismo probabilmente non prevarranno sugli interessi nazionali. Ma la cooperazione globale non è altruismo. È essenziale per garantire l’interesse nazionale.

Le discussioni su quello che è accaduto nel 2020 andranno avanti per anni. Ma le persone di tutti gli schieramenti politici dovrebbero concordare su almeno tre cose che ci ha insegnato la pandemia. In primo luogo, dobbiamo salvaguardare la nostra infrastruttura digitale, che è stata la nostra salvezza, ma presto potrebbe essere la fonte di un disastro ancora peggiore della pandemia. In secondo luogo, ogni paese dovrebbe investire di più nel sistema sanitario pubblico. Sembra ovvio, ma a volte i politici e gli elettori riescono a ignorare le lezioni più scontate. Terzo, dovremmo stabilire un sistema globale per monitorare e prevenire le pandemie. Nella secolare guerra tra esseri umani e virus, la linea del fronte attraversa il corpo di ognuno di noi. Se questa linea viene violata in qualsiasi parte del pianeta, ci mette tutti in pericolo. Anche i più ricchi nei paesi sviluppati hanno interesse a proteggere i più poveri nei paesi meno sviluppati. Se un nuovo virus passa da un pipistrello a un essere umano in un villaggio di una giungla remota, nel giro di pochi giorni quel virus potrebbe arrivare a Wall street.

La struttura di un tale sistema globale antivirus esiste già sotto forma dell’Organizzazione mondiale della sanità e di molte altre istituzioni. Ma i suoi fondi sono esigui, e non ha quasi nessun potere politico. Dobbiamo dare a questo sistema più influenza e molti più soldi, in modo che non dipenda interamente dai capricci di politici egoisti. Non voglio dire che degli esperti non eletti debbano prendere decisioni politiche cruciali, queste dovrebbero rimanere appannaggio dei politici. Ma una sorta di autorità sanitaria globale indipendente sarebbe l’ideale per raccogliere dati medici, per monitorare potenziali pericoli, per lanciare allarmi e per stabilire la direzione della ricerca e dello sviluppo.

Molti temono che il covid-19 segni l’inizio di un’ondata di nuove pandemie. Ma se si mettono in atto queste misure, lo shock del covid-19 potrebbe portare a una riduzione delle pandemie. Non possiamo impedire la comparsa di nuovi virus, un processo evolutivo naturale che va avanti da miliardi di anni e continuerà anche in futuro. Ma oggi abbiamo le conoscenze e gli strumenti necessari per impedire che un nuovo virus si diffonda e scateni una pandemia. Se il covid-19 continuerà a diffondersi nel 2021 e ucciderà milioni di persone, o se una pandemia ancora più mortale colpirà l’umanità nel 2030, non sarà né una calamità naturale né una punizione divina, sarà un fallimento umano e, più precisamente, un fallimento politico.


Da "https://www.internazionale.it/" Tre lezioni per il futuro dopo un anno di covid di Yuval Noah Harari

Pubblicato in Comune e globale
Venerdì, 26 Marzo 2021 00:00

Le incertezze dei vaccini


La Commissione europea sostiene la scelta dell’Italia di bloccare l’esportazione di forniture di vaccini AstraZeneca verso l’Australia. Lo ha annunciato l’8 marzo Ursula Vor der Leyen, spiegando che la casa farmaceutica anglo-svedese sta distribuendo nel continente meno del 10% delle dosi pattuite. In altre parole, se un’azienda non onora i propri impegni, non ha il diritto di vendere i propri prodotti ad altri interlocutori. È inoltre necessario che la produzione venga avviata prima di avere le autorizzazioni al commercio per essere sicuri di soddisfare adeguatamente la domanda.

Il conflitto fra ragioni economiche e ragioni sanitarie diventa quindi sempre più forte. Ormai si è rivelato decisivo nel far saltare i piani vaccinali dei paesi dell’Unione, che fronteggiano la terza ondata senza avere strumenti adeguati per arginare la diffusione del Covid-19. Alcuni Stati membri hanno già annunciato l’intenzione di provvedere in autonomia, anche a rischio di non avere una strategia omogenea. Questa irrequietezza ha spinto Stefan de Keersmaecker, portavoce della Commissione, a chiarire le normative in vigore, riconoscendo il diritto dei singoli paesi a siglare accordi individuali con i produttori, ma anche sottolineando con forza la centralità dell’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali), ovvero l’unico organismo ad avere procedure di controllo che garantiscono l’efficacia e la sicurezza dei rimedi adottati.

In Italia la frammentazione arriva anche a un livello più profondo, con diverse regioni che si impegnano in trattative private per garantire l’approvvigionamento ai cittadini. Accade soprattutto nel Nord della penisola, dove il Veneto si è detto disponibile a comprare le dosi aggiuntive offerte dal mercato, seguito da Emilia Romagna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Liguria. È quasi superfluo sottolineare che un orientamento del genere aprirebbe un nuovo fronte di contesa fra poteri locali e governo centrale, aggravando una delle principali debolezze mostrate dal nostro paese durante l’epidemia.

Più in generale, i meccanismi di produzione e distribuzione dei vaccini stanno ingigantendo le incertezze che già tormentano i cittadini da molti mesi, facilitando la diffusione della sfiducia nel sistema economico-politico, ma anche nel funzionamento della ricerca medica e scientifica, evidentemente subordinata alle esigenze di profitto di grandi operatori. Il tutto risulta anche abbastanza paradossale, alla luce del fatto che le formule immunizzanti sono state trovate in tempi strettissimi, a pochi mesi dall’isolamento del virus. Dal canto suo, l’informazione risulta essere molto difettosa, contribuendo a veicolare al pubblico messaggi imprecisi, facilmente fraintendibili e talvolta strumentalizzabili.

Al centro di uno dei più grandi equivoci c’è proprio AstraZeneca. Su questo vaccino, sviluppato con la collaborazione decisiva dell’Università di Oxford, circolano da giorni molte notizie inesatte, nonostante il Ministero della Salute abbia recentemente approvato la somministrazione anche agli over 65. Giovedì 11 marzo c’è stata inoltre la sospensione di un lotto AstraZeneca in Italia, mentre la Danimarca ha sospeso le inoculazioni per sospetti coaguli di sangue, in attesa di accertamenti.

Oltre a essere rallentata, la campagna vaccinale rischia di subire un grave danno sul piano della credibilità. I problemi vanno anche oltre. L’immunologa Antonella Viola (spesso presente su canali televisivi generalisti) ha ad esempio dichiarato nelle scorse settimane che la scelta del prodotto potrebbe rivelarsi non “strategica” ai fini del contenimento del contagio, perché consente di bloccare l’insorgere dei sintomi della malattia, ma non di spezzare “la catena di trasmissione del virus”. Tuttavia il margine di incertezza – come ha sottolineato Martina Platone, esperta di statistica medica – “caratterizza anche le situazioni in cui abbiamo una buona comprensione di ciò che stiamo osservando”. In altre parole, siamo chiamati a usare anche i ragionevoli dubbi a nostro vantaggio, partendo dal presupposto che l’analisi dei dati sulle reazioni dei pazienti è in continua evoluzione e le risposte assolutamente certe negano la natura più profonda del procedimento scientifico.

L’affidabilità di una ricerca o di una scoperta resta quindi strettamente subordinata al grado di trasparenza delle informazioni a nostra disposizione, dentro e fuori dal mondo degli specialisti. In tal senso, risulta utile l’analisi di un fenomeno che ha trasformato le modalità con cui la ricerca biomedica viene realizzata e comunicata. L’urgenza di condivisione dettata dall’emergenza ha infatti contribuito a far esplodere le pubblicazioni in “preprint” negli archivi online disponibili. I singoli studiosi o i gruppi di lavoro sono spinti a intraprendere questa pratica per valorizzare il proprio operato, alimentare legittime ambizioni di carriera, mostrarsi competitivi, nonché salvaguardare gli interessi economici dell’istituzione o dell’azienda per la quale lavorano. Da un lato, questa veloce condivisione ha risvolti positivi perché mette a disposizione di tanti operatori i risultati parziali della ricerca in tempi strettissimi. Dall’altro lato, tuttavia, viene a indebolirsi uno dei cardini del meccanismo di valutazione del lavoro scientifico, la cosiddetta “peer review”, vale a dire la revisione incrociata degli articoli da parte di altri studiosi che verificano la correttezza del metodo adottato, il rispetto dei passaggi richiesti e l’attendibilità della tesi proposta. Non sono mancate denunce riguardanti la diffusione fraudolenta di dati inesatti e in fondo era preventivabile: le regole stanno rapidamente cambiando e, di conseguenza, si stanno moltiplicando i rischi annessi.

Questi problemi risultano inevitabilmente legati anche alle enormi contraddizioni che oggi osserviamo intorno all’universo dei rimedi anti-Covid. Nel momento in cui l’accaparramento di fiale rimette al centro del discorso pubblico il concetto di sovranità – in questo caso si parla di “sovranità vaccinale” – emerge un’evidente incapacità di promuovere l’uso socialmente utile della conoscenza. Il virus è un nemico comune per l’intero pianeta: negli ultimi 12 mesi abbiamo imparato a conoscerlo, a temerlo, ad affrontarlo, a frenarlo, ma non riusciamo a formulare un piano di attacco comune, capace di superare i particolarismi territoriali ed economici. L’epidemia diventa al contrario un terreno di contesa geopolitica, e rimette al centro del discorso pubblico l’asse atlantico che lega l’Unione Europea agli Usa, il ruolo della Russia o quello della Cina. Uno dei tanti esempi possibili è dato dall’Argentina, che ha vissuto un pesante aggravamento della sua crisi economica e, soprattutto grazie alla spinta propulsiva della comunicazione peronista, ha letto l’arrivo del vaccino russo Sputnik come un passo importante dell’emancipazione del paese (e di conseguenza dell’intero continente sudamericano) dall’egemonia statunitense.

Il nodo fondamentale resta comunque il sistema di proprietà intellettuale dei brevetti, che non consente di produrre fiale in un numero maggiore di stabilimenti farmaceutici. Di recente l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha accolto un’istanza dei paesi in via di sviluppo, chiedendo di sospendere temporaneamente i diritti delle aziende per accelerare sia la produzione che la distribuzione dei vaccini. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Regno Unito si sono opposti con fermezza. Le motivazioni dei sostenitori di questa scelta sono facilmente spiegabili, almeno in apparenza: sottrarre ora possibilità di profitto ai privati – affermano – potrebbe disincentivare in futuro il finanziamento della ricerca e compromettere i potenziali progressi tecnologici. In altre parole, la chiave dell’intero sistema starebbe nella disponibilità imprenditoriale al rischio e gli investimenti resterebbero strettamente subordinati alle possibilità di guadagno delle aziende (proprio in questi termini si è espresso il noto quotidiano conservatore The Telegraph).

Queste tesi non tengono tuttavia conto dell’enorme impiego di risorse pubbliche a sostegno delle case farmaceutiche che hanno sviluppato gli stessi vaccini. La sola BioNtech ha ricevuto 375 milioni di euro dal governo tedesco e 100 milioni dalla banca europea per gli investimenti. Moderna, AstraZeneca e Pfizer hanno beneficiato di aiuti ancora più ingenti, sia in termini di supporto diretto alla ricerca da parte degli Stati, sia nella stipula di contratti di acquisto delle dosi prima ancora che i brevetti venissero sviluppati. In altre parole, ci sono sufficienti elementi per affermare che uno dei principali incentivi verso l’innovazione, anche nel settore privato, derivi dall’uso massiccio delle entrate garantite dai contribuenti. Il discorso si rivela ancora più stringente di fronte a una crisi globale, con diversi paesi ricchi che sembrano sempre più aggrappati alla convinzione che basterà pagare i produttori per uscirne.

Non sono bastate negli scorsi mesi le richieste provenienti dalle aree più povere del pianeta – sostenute anche dall’ufficio per i Diritti umani delle Nazioni Unite – per sospendere l’accordo TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights), finalizzato alla protezione di copyright, marchi, brevetti, i layout per i circuiti integrati e segreti commerciali. Il grido di allarme è rimasto inascoltato: i trasferimenti di tecnologia rimangono difficili e i prodotti medici necessari per affrontare l’emergenza restano una pesante fonte di disuguaglianza. Una soluzione intermedia potrebbe essere la concessione volontaria delle licenze da parte delle case farmaceutiche e il sostegno a Covax (Covid-19-Vaccine-Global Access Facility), un progetto congiunto che coinvolge fra gli altri l’OMS e l’UNICEF. Ma queste piattaforme stentano a decollare e le conseguenze delle incertezze mostrate dagli operatori sono devastanti anche sul piano strettamente epidemiologico. Mentre la politica e l’economia sembrano persistentemente legate al concetto di confine e interesse territoriale, il virus non conosce barriere nella sua diffusione. Inoltre è utile sottolineare, anche se dovrebbe essere ormai scontato, che la distribuzione non omogenea dei vaccini mette a repentaglio il raggiungimento di quello che dovrebbe essere l’unico obiettivo comune: l’immunità globale. È di fatto miope garantire ad alcune aree una completa copertura, mentre altre rimangono a secco.

I problemi sul tavolo sono dunque enormi e riguardano il complessivo rapporto fra scienza e società, nonché la nostra idea di progresso. Bisogna chiedersi, prima di tutto, se il mercato da solo può essere sufficiente a definire obiettivi collettivi, che prevedano una corresponsabilità profonda da parte delle forze politiche e dei cittadini, soprattutto in settori cruciali come la sanità e l’istruzione. È utile ribadirlo ora più che mai: la ricerca scientifica è un’impresa collettiva, fondata su una comunità ampia e transnazionale che si muove sulla base di regole ben definite, grazie a diversi esperti che lavorano in enti di controllo, che si sorvegliano a vicenda e che coprono tutti insieme ruoli di cruciale importanza per la vita pubblica, facendo in modo che il bene della comunità venga prima del bene dei singoli. Deve quindi innestarsi su basi istituzionali solide e su un radicale rispetto di principi democratici, senza sostanziali ambiguità. Legare i destini di miliardi di persone a un ristretto gruppo di individui, di aziende, o di interessi particolari non è una scelta lungimirante, né minimamente plausibile.

Da "https://www.doppiozero.com/" Le incertezze dei vaccini di Pasquale Palmieri

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Venerdì, 29 Gennaio 2021 00:00

Trovate microplastiche nella placenta umana

I risultati di uno studio italiano dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche: "Bambini come cyborg, fatti non solo di cellule umane".

Per la prima volta nella storia particelle di microplastica sono state rintracciate nella placenta di feti umani. Lo studio condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche – dal titolo “Plasticenta: la prima prova della presenza di microplastiche nella placenta” è stato pubblicato sulla rivista “Environment International”. Gli scienziati hanno definito i risultati della ricerca “preoccupanti”: ”È come avere un bambino cyborg: non composto solamente di cellule umane, ma un misto tra entità biologica e entità inorganiche”, ha affermato Antonio Ragusa, direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli di Roma e primo autore della ricerca.

Come riporta anche il Guardian, lo studio ha analizzato le placente di sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso alla ricerca. I ricercatori hanno identificato nelle placente 12 frammenti di materiale artificiale. Tre sono stati chiaramente identificati come polipropilene, il materiale con cui vengono realizzati le bottiglie di plastica e i tappi. Nove frammenti sono di materiale sintetico verniciato. Cinque particelle sono state trovate nella parte di placenta attaccata al feto e che è parte integrante del feto, quattro nella parte attaccata all’utero materno e tre dentro le membrane che avvolgono il feto.

Ma qual è la quantità esatta delle particelle rintracciate? Calcolando che è stata analizzata soltanto il 4% di ogni placenta, è probabile che il numero totale di microplastiche sia molto più alto. I ricercatori hanno ribadito un fatto già noto: essendo molto piccole, queste particelle possono entrare in circolo nel flusso sanguigno. Potrebbero entrare in circolo anche nel feto? Al momento, a questa domanda non c’è una risposta.

Non è la prima volta che le microplastiche vengono rintracciate dove non ce l’aspetteremmo: sono state trovate in cima al monte Everest e negli oceani più profondi. Ma il fatto che si trovino anche nella placenta è una notizia che ha lasciato le madri sconvolte e interdette. Gli scienziati hanno concluso che “a causa del ruolo cruciale della placenta nello sviluppo del feto, è motivo di grande preoccupazione la scoperta della presenza di microplastiche. Altri studi permetteranno di capire se queste siano in grado di intaccare il sistema immunitario o se possano essere in qualche modo tossiche per il bambino che nascerà”.

Potrebbero, ad esempio, avere conseguenze sul peso e ridurne la crescita. “Sappiamo da altri studi internazionali che la plastica per esempio altera il metabolismo dei grassi - conclude Antonio Ragusa -. Riteniamo probabile che in presenza di frammenti di microplastiche anche la risposta del corpo e del sistema immunitario, possa essere diversa dalla norma”. Da medico e ricercatore Ragusa lancia il suo appello: “Penso che dobbiamo fermarci, stiamo distruggendo il Pianeta. Se non prendiamo provvedimenti più ecologici sarà la rovina per i nostri figli e i nostri nipoti”.


Da "www.huffingtonpost.it" Trovate microplastiche nella placenta umana: è la prima volta nella storia di Ilaria Betti

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Lunedì, 01 Febbraio 2021 00:00

Nuovi cammini per l’uomo d’oggi

Per l’uomo d’oggi e di tutti i tempi, credente e non credente, cristiano o no, il fenomeno del camminare, del pellegrinaggio, è sempre di grande attualità. L’essere pellegrino, in particolare, è intrinseco all’identità dei cristiani, «quelli della via» (At 9,2), quelli che camminano dietro a colui che propone se stesso come via da percorrere (Gv 14,6). In cammino è ogni uomo alla ricerca del “luogo del senso”: tra il simbolico e il sensibile, tra il reale e il virtuale, il camminare è paradigma dell’impegno a divenire se stessi. L’homo viator, pellegrino per vocazione, è l’inesausto cercatore di un incontro.

Su questo tema si è svolta la giornata di studio dal titolo “Quo vadis? Cammino, paradigma per Dio e per l’uomo” (15 dicembre 2020), promossa dal biennio di specializzazione della Facoltà teologica del Triveneto – Licenza in Teologia spirituale in collaborazione con la Licenza in Teologia pastorale –, con gli interventi del sociologo Enzo Pace, Giuseppe Milan (ordinario di pedagogia all’Università di Padova) e Lorenzo Voltolin (docente di comunicazione alla Facoltà teologica del Triveneto).

I cammini, vie larghe per riconoscersi
Enzo Pace (Cammini e cammino. Un fenomeno in crescita, analisi e lettura) ha mostrato come il fenomeno del pellegrinaggio attraversi tutte le grandi religioni mondiali e le epoche storiche e dica qualcosa sulla natura stessa della religione. Le pratiche di cammino, infatti, appaiono come un nucleo universale al di là dei confini delle religioni: si tratta di un fatto sociale.

Ci sono qua e là nel mondo, lungo le vie dei cammini, dei luoghi aperti e condivisi, anche se connotati dal punto di vista religioso, che rivelano la volontà di persone, anche di religioni diverse, di non dimenticare le radici e le tradizioni, di riscoprire e riappropriarsi di una memoria. I cammini di Santiago in Spagna o di sant’Olaf in Norvegia, per citarne un paio, sono “vie larghe” dove le persone sostengono una prova fisica e lo fanno insieme, per darsi coraggio nei passaggi difficili e farsi accompagnare nella fatica.

«Le vie antiche, luoghi di devozione secolare – ha spiegato il sociologo –, aprono a forme moderne del credere, al desiderio di riappropriarsi di parole, usate e abusate, della tradizione non rielaborandole concettualmente ma facendone esperienza diretta e lasciando riaffiorare l’interiorità». E in questa esperienza si lasciano coinvolgere tutti: credenti alla ricerca, credenti in mobilità, non credenti, credenti diversamente, credenti di altre fedi.

«La modernità dei cammini – ha spiegato Pace – sta nelle possibili, varie e impreviste combinazioni di tre dimensioni: corpo, mente-spirito, festa. Accanto alla prova fisica e al coltivare lo spirito, va posta la dimensione festiva – ha concluso – cioè l’esperienza del tempo liberato dal dominio dell’utile e dalla logica del calcolo, l’interruzione del tempo ordinario, e l’esperienza di una comunità di persone che si riconoscono per aver condiviso la prova fisico-spirituale del cammino».

L’homo viator e il viaggio educativo come ricerca del sé e dell’altro
Giuseppe Milan (Verso dove e per quale incontro. Il pellegrinaggio come itinerario della ricerca, del sé e dell’altro/Altro) ha affrontato il tema del cammino dall’angolatura pedagogica, evidenziando innanzitutto come la stessa domanda educativa chiede all’essere umano di essere “viator”, di uscire dal proprio spazio. Nel viaggio educativo la meta è il viaggio stesso: «Il cammino esistenziale, educativo – ha affermato – è autentico quando io lo abito e il cammino mi abita, quando incontro l’altro e l’altro mi abita: siamo mendicanti dell’incontro».

La nascita è la madre di ogni viaggio e l’educatore «è l’ostetrico che avvia il cammino intenzionale, dialogico, che dà vita al legame attraverso gli “interruttori dell’amore”; l’adulto è colui che rafforza l’autonomia e la progettualità di chi viene educato, allargandone lo spazio cognitivo, affettivo e sociale, e lo conduce a oltrepassarsi nel cammino di miglioramento».

L’esortazione educativa risveglia dal torpore, dall’assenza di domande e rimette nel cammino della ricerca, che è sempre incompiuto. «Il cammino educativo è difficile – ha sottolineato Milan –, conduce alla responsabilità, alla necessità di non restare spettatori di fronte al mondo ma di farci attori nella “dis-comfort zone”. L’educatore deve essere disponibile alla perdita delle certezze, a lasciare sempre una sedia vuota per ospitare l’imprevisto».

Ogni incontro autentico lascia un’eredità, un segno: insegna. «La lotta educativa – ha concluso – è incontro delle differenze per migliorare e creare tra di noi legami di umanità».

Viaggiare nel mondo web, il cammino virtuale come finzione
Lorenzo Voltolin (Viaggiare nel mondo web. Confronti tra viaggi paralleli. Nuovi interrogativi) ha letto il tema del viaggio alla luce delle moderne forme di comunicazione multimediale ponendo l’attenzione sulla struttura del mondo digitale e l’estetica virtuale.

«I linguaggi virtuali, con la loro struttura reticolare, immersiva e complessa – ha esordito –, vorrebbero essere il nuovo grande medium capace di riconfigurare l’esperienza dell’uomo, quindi anche il cammino».

I media digitali sono estensioni elettrificate dei sensi estetici e sostanzialmente essi tendono a proiettaree a far giungere le facoltà estetiche dell’umano oltre il “qui” e “ora”.

«I media digitali toccano il corpo e in questo sono molto simili al pellegrinaggio tradizionale, che si attua solo a partire dal corpo». Ma come e fino a che punto lo toccano? «La cosiddetta “rivoluzione digitale” si comprende solo superficialmente se la si intende come utilizzo di nuovi e più aggiornati strumenti – ha spiegato –. Essa piuttosto va a mutare il rapporto tra intra-corporeo e inter-corporeo, che viene mediato dall’elettricità. Come il pellegrinaggio tradizionalmente inteso ha sempre congiunto cammino del corpo (significante) con cammino dello spirito (significato), così i media digitali, in forza dell’elettricità, si muovono su una medesima grammatica di una correlazione tra “dentro” e “fuori”».

Ogni racconto – ha proseguito Voltolin – è un’opera di finzione letteraria nel senso che esso, libero dai soli intenti descrittivi e finalistici, soprattutto nella forma estetica dell’oralità, rimette in circolo cause, mezzi e fini, divenendo così un continuo produttore di senso. «Ciò accade anche nel racconto della storia della salvezza, che continuamente riconfigura gli eventi fondanti operando una finzione narrativa e producendo significati per la contemporaneità dell’uomo.

Se così non fosse, la Scrittura sarebbe legge, descrizione, definizione, quindi lettera morta. Il virtuale e i media digitali – ha concluso – indubbiamente hanno un potere riconfigurante: essi, facendo leva sulle facoltà estetiche, ovvero sul significante, riconfigurano rendendo percepibili esteticamente cause, mezzi e fini, producendo così significati per l’uomo contemporaneo».

Da "http://www.settimananews.it/" Nuovi cammini per l’uomo d’oggi di Roberta Carlini di Paola Zampieri

Pubblicato in Comune e globale

https://francescoeconomy.org/it/

I giovani, un patto, il futuro. Un processo in corso.

Cari giovani,
“le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”.

Da "https://francescoeconomy.org/it/"

Pubblicato in Passaggi del presente

Vivere circondati dalla natura, lontani dalle grandi città, condividendo tutto - dalla casa, al lavoro, al pane quotidiano - con un gruppo ristretto di persone con la nostra stessa visione del mondo: non è un sogno, ma è quello che accade negli ecovillagi o comunità utopiche d’Italia. Secondo la Rive (la Rete Italiana Villaggi Ecologici), l’interesse verso questa scelta di vita alternativa è aumentato durante la pandemia: la presidente dell’associazione, Francesca Guidotti, spiega ad HuffPost che le richieste per visite e informazioni sono triplicate dal lockdown in poi. ”È un fenomeno significativo - ci spiega -. Il momento storico che stiamo vivendo ha messo in crisi il sistema di riferimento di tantissime persone. Molti hanno iniziato a chiedersi: ‘È davvero questo quello che voglio fare o essere nella mia vita?‘. Un pensiero ci ha fatto fare ‘click’ ed è stato il seguente: se tanto si deve navigare nell’incertezza tanto vale scegliere qualcosa che ci faccia sentire bene con noi stessi e con gli altri. Qualcosa che ci faccia sentire ‘a casa’”.

Secondo la Rive, gli ecovillaggi consolidati ed esistenti da tempo in Italia sono circa una ventina. Tra questi troviamo una delle esperienze più originali, quella del Popolo degli Elfi, che dagli anni ’80 popola l’Appennino pistoiese: si tratta di una comunità di più di 150 persone sparse in quindici diversi nuclei abitativi, alcuni dei quali distanti anche un’ora di cammino a piedi l’uno dall’altro. In una parte delle abitazioni non c’è elettricità, si mira all’autosufficienza, e, quando possibile, si pratica il baratto, sia tra i villaggi che con altre realtà. Tra le comunità più antiche e longeve d’Italia c’è anche Utopiaggia, dal 1982 sulle colline tra Perugia e Terni, fondata da tedeschi a cui poi si sono uniti anche gli italiani. Oggi gli abitanti sono 18 e tutti inseguono l’ideale di una vita senza gerarchia, in solidarietà.

Per Francesca Guidotti, curatrice del libro Ecovillaggi e cohousing (Terranuova) e fondatrice della comunità Torre di Mezzo, in provincia di Prato, ogni villaggio ha le proprie caratteristiche: c’è chi è più improntato all’agricoltura, chi alla crescita interiore, chi è più ‘estremista’ e vive senza agi. In generale, ci sono almeno altri venti progetti che si stanno facendo strada perché l’interesse attorno a questa scelta di vita sta aumentando. “Chi si avvicina a questo mondo è attratto inizialmente dalla possibilità di vivere in campagna, ma poi si appassiona al modo di vivere della comunità. In questi villaggi non si è mai soli, si lavora per il bene collettivo, e questo dà un grande sollievo all’anima, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo”.

Nel 2010 abbiamo iniziato a sognarlo. Nel 2011 abbiamo scritto le nostre visioni, messo nero su bianco il progetto e...

Pubblicato da TempoDiVivere.it su Lunedì 2 novembre 2020
La presidente di Rive ci informa che non le sono giunte notizie di abitanti di ecovillaggi contagiati dal Covid-19. Ma come stanno affrontando la pandemia queste comunità? A raccontarci la sua realtà è Gabriella Oliva, 67 anni, co-fondatrice di Tempo di Vivere, ecovillaggio situato sulle colline di Piacenza, abitato da dodici persone: “Il lockdown ci ha fatto sentire dei privilegiati - ci racconta -. Non solo perché viviamo nella natura, ma soprattutto perché stiamo insieme e insieme stiamo bene. Quello che è mancata a tante persone è una dimensione della socialità serena: si sono ritrovate chiuse in casa con genitori, figli o partner con i quali non andavano d’accordo, scoprendo di avere molti problemi nel rapporto con l’altro. Qui invece curiamo costantemente la relazione con il prossimo”.

Nel villaggio di Tempo di Vivere non esiste proprietà privata, si pratica l’agricoltura e l’homeschooling e tutti lavorano per soddisfare i bisogni dei componenti del gruppo. Il punto cardine è la cura della relazione con se stessi e con gli altri. La cofondatrice ci tiene a specificare che, però, non è tutto rosa e fiori: “Non dobbiamo essere visti come quelli che hanno scelto la vita in campagna e che passano il tempo a raccogliere margherite. Anche noi abbiamo le nostre difficoltà. Ma le risolviamo, facciamo cerchi di ore e ore per raccontarci. Abbiamo capito che il vero centro della vita non è fare, ma essere. Capire veramente cosa stiamo facendo e per chi”.

Daniela si augura che la pandemia possa rappresentare per tante persone “un risveglio”: “Spero che non si trasferiscano in campagna soltanto perché sono costretti dall’urgenza del momento, ma che la loro scelta sia pensata, dovuta ad una vera e propria volontà di cambiare punto di vista. Il momento storico che stiamo vivendo ha aumentato la nostra tendenza all’individualismo: vogliamo salvaguardare il nostro orticello e per farlo siamo disposti a tutto. Nelle comunità, invece, si fa il contrario: si guarda prima al benessere della collettività. È difficile, è un cambio di mentalità. Ma ne vale davvero la pena”.


Da "www.huffingtonpost.it/" Triplicate le richieste per vivere negli ecovillaggi e nelle comunità utopiche d'Italia di Ilaria Betti

Pubblicato in Passaggi del presente

Decine di adesioni all'iniziativa della libreria Ubik. Ragazzi, disoccupati, volontari danno la disponibilità a intrattenere chi è solo.

Lei si chiama Samanta Romanese è ha avuto un’idea che sta facendo scuola e che sta contagiando con entusiasmo tante persone.

La donna ha una libreria a Trieste e ha deciso di dare una mano in questo momento così difficile a chi vive solo e quindi di leggere libri al telefono a chi ne fa richiesta.

Da quando è partita l’iniziativa, il telefono della libreria Ubik a Trieste suona incessantemente e la casella mail è intasata.

Le adesioni sono tante, non sono solo le prenotazioni degli anziani soli che vogliono essere letti una storia, ma anche sono tanti i volontari che sono entusiasti di dare una mano e affiancare la libraia che con una voce calda e suadente racconta le storie al telefono a chi è solo.

Visto che ci sono tante persone che hanno aderito all’idea, si punta ad accoppiare lo stesso volontario all’utente, almeno a giorni alterni per 20 minuti, per creare un rapporto con la persona, non solo essere una voce narrante.

L’iniziativa è partita da un paio di giorni, ma sui social spopola e speriamo che presto faccia proseliti e che l’idea venga applicata anche da altre librerie.

Tra i volontari c’è anche chi ha perso il lavoro e vuole sentirsi utile o chi è uscito da una malattia o una quarantena e quindi conosce bene il peso della solitudine.

L’iniziativa ovviamente è gratuita. La libreria offre ai volontari i libri da leggere. E si stanno contattando anziani, case di riposo, parrocchie e assistenza sociale.

Consigli per le letture? Qualcosa che faccia bene al cuore e che dia leggerezza e speranza, dicono i volontari.

Insomma, la solidarietà il desiderio di offrire il proprio tempo potrebbe diventare più contagioso del Covid.

Ce lo auguriamo tutti.

Da "www.r101.it" La libraia che legge storie al telefono per chi si sente solo

Pubblicato in Le parole delle donne

Depositato dalla procura del Tribunale internazionale il nuovo rapporto investigativo su Tripoli. A Bengasi uccisa un’avvocatessa che denunciava corruzione e illegalità nella cerchia di Haftar.

Mentre al Consiglio di sicurezza Onu confermava il ritorno sulla scena di alcune vecchie conoscenze italiane nella trattativa per fermare le partenze dei migranti, la procuratrice della Corte dell’Aja, Fatou Bensouda, non poteva sapere che dal centro di Bengasi veniva recapitato un altro messaggio di morte. Hanan al-Barassi, avvocatessa anticorruzione e per i diritti delle donne, è stata trucidata davanti a numerosi testimoni.

Da tempo denunciava gli abusi delle milizie e le appropriazioni indebite nella cerchia del “maresciallo Haftar”, il generale ribelle che l’Onu accusa di crimini contro i diritti umani. Non meno di quanto la Corte penale ritenga siano responsabili i clan che hanno trasformato le prigioni di stato in una macchina di torture e sevizie contro migranti e profughi.

Dopo le polemiche, i depistaggi e i reiterati silenzi per il negoziato segreto tra Italia ed esponenti delle milizie libiche, a cui fu chiesto di fermare i barconi e trattenere i migranti nei campi di prigionia, arriva però un elogio per la giustizia del nostro Paese. «In particolare la condanna da parte del Tribunale di Messina di tre persone a 20 anni di reclusione per crimini commessi contro migranti a Zawiyah», ha ricordato Bensouda a proposito dei nordafricani arruolati come torturatori nel campo di prigionia governativo della città costiera.

La prigione è gestita per conto del governo di Tripoli dalla milizia Al Nasr, e in particolare dal comandante Bija, recentemente arrestato e della cui sorte non vi sono notizie, insieme ai fratelli Kachlav, i capiclan che controllano il contrabbando di petrolio, di esseri umani, di armi e recentemente anche droga in accordo con le mafie italiane.

«Sono profondamente preoccupata – ha aggiunto Bensouda, che tra poche settimane ultimerà il mandato all’Aja – per il fatto che, nonostante questo Consiglio di sicurezza abbia imposto una sanzione al signor Ahmad Oumar Al-Dabbashi, per il suo coinvolgimento in crimini contro i migranti, si dice che continui a commettere questi reati».

Al-Dabbashi, detto “Ammu”, era stato indicato più volte tra i beneficiari, attraverso le municipalità di Sabratha e dintorni, dei generosi stanziamenti italiani a partire dal 2017. Dopo un periodo di detenzione “Ammu” è tornato ai vecchi affari. «Il 28 settembre 2020 uomini armati a lui legati – si legge nel report della Procura internazionale – hanno rapito circa 350 migranti dalle loro case ad Al Ajaylat, Sabratha». Di molti si è persa notizia, mentre 60 tra essi «inclusi circa 24 bambini, alla data del 9 ottobre risultavano tenuti in cattività». Se per un verso la Procura internazionale considera il cessate il fuoco come una speranza, per l’altro deve fare i conti con la realtà. «L’Ufficio continua a ricevere informazioni credibili sui migranti che vengono tenuti in condizioni disumane e torturati negli hangar e nei centri di detenzione».

Le accuse sono nero su bianco. Le prove ci sono. Ma per gli investigatori la strada è in salita. Perché i responsabili possono continuare a godere dell’impunità grazie a «forze potenti che mirano sempre più a minare il corso della giustizia penale internazionale», ha detto Bensouda alludendo alle grandi potenze che usano il conflitto libico «come continuazione della politica con altri mezzi».

Tra i superlatitanti ci sono Saif Al-Islam Gheddafi, figlio del dittatore ucciso nel 2011, e Mahmoud Mustafa Busayf Al-Werfalli, comandante di una brigata d’élite dell’Lna, l’esercito del generale Haftar, accusata di aver ucciso più di 40 civili. «La mancata esecuzione dei mandati di arresto è il principale ostacolo alle nostre capacità di dare speranze alle persone e alle vittime di crimini in Libia. Esorto questo Consiglio e gli Stati membri a prendere provvedimenti efficaci e concreti per garantire – chiede Bensouda – che non siano forniti rifugi sicuri ai fuggitivi che devono affrontare gravi accuse penali dinanzi alla Corte penale internazionale».

Sotto lo sguardo dei satelliti si sono ripetuti crimini vissuti nella ex Jugoslavia. Mentre riguadagnavano frettolosamente le vie di fuga verso le roccaforti orientali, le milizie fedeli ad Haftar hanno disseminato di ordigni i quartieri, collocando mine antiuomo e trappole esplosive «nei garage, nelle cucine e nelle camere da letto delle abitazioni» degli sfollati. «Molti civili poi tornati nelle loro case dopo essere fuggiti dai combattimenti – denuncia Bensouda – sono stati uccisi o feriti perché nelle loro abitazioni erano stati collocati tali dispositivi».

Per non dire delle fosse comuni ritrovate a Tharouna e a sud di Tripoli. «I rapporti dimostrano che oltre 100 corpi sono stati recuperati dalle autorità coinvolte nell’esumazione. Molti erano stati bendati e avevano le mani legate». La popolazione della Cirenaica è stremata e anche in questo scenario si inserisce il difficile negoziato per la liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, catturati da Haftar il quale, sperando di riguadagnare consenso, chiede all’Italia la liberazione di 4 libici condannati a Catania per traffico di esseri umani.


Da "www.avvenire.it" In Libia abusi e crimini contro i migranti con complicità estere

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