Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 22 Luglio 2019 00:00

Meditare la vita

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:

“meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).

Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare, che prende immediatamente le distanze da un uso strumentale della meditazione che è piuttosto presentata come un vero e proprio stile di vita, una postura grazie alla quale, zittendo il brusio del pensiero e delle sue rendicontazioni, ripristinare una certa intimità con il mondo. Meditare, come scriveva infatti María Zambrano, “è riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che apre la realtà del mondo” (Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 87). Non si pensi che questo significhi accedere a una dimensione straordinaria: si tratta piuttosto di apprendere a prestare attenzione a quelli che Chandra chiama “i miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato.” Riuscendo a fare “spazio intorno a quei gesti tanto ordinari”, la meditazione “li fa brillare e permette che aprano un varco nell’oscurità in cui si solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora pian piano si ricevono le visite di quella consapevolezza” (p. 19) che si rivela una “forma di amore” (p. 40), una premura e un’attenzione realmente maieutiche perché capaci di facilitare la fioritura di ciò di cui si prendono amorevolmente cura, rivelandosi capaci, prosegue idealmente Zambrano, di chiamarle “non solo a rivelarsi, ma a divenire, a divenire presenti» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Ed. Il lavoro, Roma, 2009, p. 246), a farsi vive, direbbe, altrove, Chandra.

Che vuol dire che questa particolare forma di «intimità» con ciò che accade, in noi e fuori di noi, è «impersonale»? Significa che essa non pone più l’io al centro della propria narrazione ma il Sé, ossia, come spiegava Jung, qualcosa che “anche noi siamo”. L’esperienza che ne consegue non è affatto spersonalizzante, essa chiama anzi in causa l’intero psichismo dell’individuo, ma si dà in virtù di quella che la psicoanalista Marion Milner definiva “una resa creativa” dell’ego, (M. Milner, Una vita tutta per sé, Moretti &Vitali, 2013, pp. 207, 12 euro) grazie alla quale il soggetto smette di girare attorno al proprio ombellico, a parlare sempre di sé, per provare piuttosto a essere davvero presente a sé e a osservarsi. Scrive Chandra:
“Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di non essere niente” (p. 62).

Una forma di meditazione zen invita a prendere coscienza dei propri pensieri e stati d’animo, a riconoscerli con chiarezza, a etichettarli con una definizione chiara (ad esempio “ansia”) e poi a dirsi, mentalmente, “non io”. Non siamo di fronte ad un invito alla negazione, tutt’altro, bisogna avere piena coscienza degli stati d’animo che ci attraversano, ma occorre imparare a non identificarsi con essi, ad esercitare quello che il buddismo chiama, “non attaccamento”. Questa capacità che “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto”, spiega Simone Weil, si chiama “attenzione” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, 2008, pp. 197) che a sua volta – come Chandra la consapevolezza e Zambrano il sapere filosofico – considera una forma d’amore.

Allo stesso modo, il pensiero non è affatto svilito nelle sue funzioni, al contrario; proprio perché non ha coperto le emozioni, sostituendosi ad esse, può rielaborarle e contribuire a chiarirne il senso, il significato, la portata, dando vita a quello che lo psicoanalista Thomas H. Ogden chiama “pensiero trasformativo”. Siamo di fronte ad un pensiero che segna “il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’esperienza emotiva disturbante, non mentalizzata, a una mentalità in cui si prova a sognare/pensare la propria esperienza e, più avanti, il passaggio dalla conoscenza della realtà della propria esperienza, al divenire la verità della propria esperienza” (Thomas H. Ogden, Vite non vissute. Esperienza in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 2016, p. 27).

Si capisce qui come quella sospensione del pensiero come atteggiamento giudicante o anche solo intellettualizzante che Chandra scorge al centro della meditazione e che, ancora una volta sotto altre forme, sta anche al cuore dell’analisi (“prego astenersi da giudizi” a vantaggio delle “libere associazioni”), non abbia nulla a che vedere con la condanna del pensiero, ma costituisca piuttosto un metodo per valorizzarlo appieno, imparando innanzitutto a prendere posizione sulle sue prese di posizione, permettendoci di comprendere come, spesso, gli schemi abituali attraverso i quali organizza la nostra esperienza non siano gli unici possibili. Per questa ragione, lo psicoanalista Christopher Bollas si spinge ad affermare che “la psicoanalisi è una forma speciale di pratica meditativa che permette agli assiomi del sé di emergere” (C. Bollas, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina, Raffaello Cortina Editore, 2013, p. 106). Nonostante si tratti di due percorsi di consapevolezza evidentemente differenti, è possibile scorgere tra loro alcune suggestive analogie che vorrei qui indicare: entrambi invitano a liberarsi dalle idealizzazioni per imparare ad essere se stessi e a stare con quel che (si) è, cosicché ciò che Chandra dice dell’esperienza della meditazione, vale senz’altro anche per quella della psicoanalisi: “non mi chiede di essere esemplare, non mi chiede di essere eroica, non mi chiede di tendere a niente di ideale, non cancella, non acuisce, sta. Con me. [mi permette di] Imparare a stare” (p. 4).

Non solo, dunque, non si tratta di percorsi per uscire dalla condizione che ci preoccupa ma, semmai, per imparare, come direbbe Hegel, “a soggiornarci, a guardarla faccia in ogni suo farsi,” (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Bompiani, Torino, 2000, p. 87.) al tempo stesso non per accettarla e rassegnarsi ad essa ma, come spiega bene Chandra, per accoglierla (p.75) e solo dopo averla accolta, poterla rielaborare, sino a cambiarle di segno e di significato.

Certo è possibile che si abbia l’impressione che simili svolte, le stesse che sottolinea Ogden, avvengano all’improvviso, come a seguito di un insight particolarmente fecondo; tuttavia esse sono piuttosto il frutto di una pratica costante che nel tempo ci ha esercitato a stare, ad ascoltare, a comprendere e poi, grazie a questi passi, a concepire e vivere diversamente, ciò che ci faceva problema; non solo a inquadrarlo da un altro punto di vista, ma anche a porci diversamente rispetto ad esso. Ma non si tratta di scoprire una verità profonda sull’esistenza, che si svela dietro le apparenze che la nascondevano, quanto, piuttosto, di sviluppare la possibilità di sperimentare, concepire e poi restare fedele, a una diversa maniera di vivere, di sentire, di concepire se stessi, il mondo e l’esistenza tutta. Una fedeltà che sarà stimolata da un senso di consonanza con ciò che nell’esercizio di queste pratiche sarà stato percepito come maggiormente autentico e significativo rispetto ai precedenti e abituali schemi di recettività e di elaborazione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

L’irriducibilità di questo processo a uno schema impersonale – nel senso, questa volta, di valido per tutti, indipendentemente dalle specificità di ciascuno –, sottolinea come tanto la meditazione, quanto la psicoanalisi nelle sue diverse forme, non siano tecniche ma arti (Chandra, p. 59): le prime indicano procedure valide in se stesse che, se correttamente applicate, conducono necessariamente a risultati prevedibili e già testati, le seconde sono invece attività che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non possono verificarsi che secondo i suoi personali talenti, ossia le peculiarità di ciascuno, assumendo una piega e uno sviluppo mai del tutto prevedibili a priori e sempre, in qualche modo, unici. Mentre le tecniche richiedono di compiere atti oggettivi, le arti chiamano in causa comportamenti soggettivi nei quali gli individui non sono semplici esecutori di procedure ma interpreti, proprio come lo si può affermare di un artista del quale si dice che ha dato prova di una straordinaria interpretazione, frutto non solo del suo sapere ma, non di meno, della sua personalità e del suo percorso di vita.

Per questo entrambe, da ultimo, restano depotenziate se confinate in una o due ore a settimana nelle loro reciproche stanze di riferimento e compiono davvero la loro missione solo se il soggetto assume su di sé la responsabilità di estenderne l’esperienza alla vita di tutti i giorni. Scrive Chandra:

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamo “il mio carattere”, se comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io”. (p. 60)

Che cosa c’è di male a sviluppare una vita un po’ più quieta e a incentrarla sull’io, vi chiederete? Niente in sé, ma non è per questo che nascono sia la meditazione che la psicoanalisi; entrambe, nel solco della filosofia antica, mirano piuttosto alla piena fioritura delle nostre potenzialità, che non significa diventare straordinari ma divenire, appieno, se stessi, compiendo quello che Jung chiamava il processo di individuazione. E non è forse delle possibilità di quel tanto vituperato io che comunque si parla in questo processo, non è lui che deve diventare se stesso? potreste chiedervi. No, spiega Jung, il soggetto di questo processo deve essere il Sé, centro della personalità non solo conscio e pienamente consapevole di non essere il padrone di casa, per citare Freud. In gioco, come intende sottolineare il titolo di questo articolo che mi accingo a concludere, non c’è l’io ma la vita. Meditare sulla vita permette di meditare anche sull’io, meditare sull’io rischia di non dischiudere mai le questioni della vita. Ma soprattutto chiunque meditasse a fondo sulla propria condizione esistenziale finirebbe per comprendere, per dirlo con le fulminanti parole del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, che “la mia vita non sono io” (M. Benasayag, Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 120), che, semmai, ne faccio parte.


Da "www.doppiozero.com" Meditare la vita di Moreno Montanari

Pubblicato in Comune e globale

Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
FacebookTwitterEmailPrint
Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

Pubblicato in Passaggi del presente

La sospensione della pena capitale nello Stato della California viene accolta dalla Comunità di Sant'Egidio con grande soddisfazione perchè - per la sua importanza e per le motivazioni addotte - apre alla speranza di una sua possibile, progressiva, abolizione. "In un mondo in cui la leadership si è spesso trasformata in “followship”, al seguito di sondaggi e umori variabili, la California e il nuovo governatore Gavin Newsom danno prova di un grande coraggio politico e leadership", dichiara il coordinatore della Campagna mondiale per l'Abolizione della pena di morte, Mario Marazziti.

In California c’è il più grande braccio della morte del mondo, con 737 condannati, ma dal 1978 le esecuzioni sono state 11, mentre 79 sono morti di cause naturali, 26 per suicidio. E 79 hanno, ad oggi, esaurito tutti gli appelli. La Comunità di Sant’Egidio, che assieme a oltre 20 ministri della Giustizia radunati a Roma nella Conferenza Internazionale della Giornata mondiale delle Città contro la Pena di Morte a Roma, il 29 novembre scorso, aveva promosso un appello al Governatore uscente Brown per commutare tutte le sentenze capitali, esprime la sua soddisfazione e si complimenta per la decisione e la chiarezza del Governatore Newsom, che ha ufficializzato che “non darà l’autorizzazione a nessuna esecuzione” durante il suo mandato, convinto come è che “l’uccisione intenzionale di qualunque persona è sempre sbagliata” , che il sistema della pena capitale “è un fallimento”, “ha discriminato persone con disabilità mentali, neri e di colore, e chi non si può permetter una adeguata difesa legale”, col risultato di persone sicuramente innocenti messe a morte.

Il Governatore Newsom, dichiarando la pena di morte “assoluta, irreversibile e irreparabile” si assume con coraggio le ovvie contestazioni di quanti in California hanno chiesto al contrario, con la Proposizione 66, di accelerare le procedure delle esecuzioni. In sintonia con la nuova consapevolezza cresciuta nella Chiesa cattolica dai pontificati di Paolo VI , Giovanni Paolo II e papa Benedetto, espressa dallo storico nuovo testo del Catechismo voluto da Papa Francesco, che dichiara la pena di morte non solo “non più necessaria”, ma “sempre “inammissibile".
Dalla California può venire un nuovo impulso verso il restringimento della pena capitale negli Stati Uniti, che vede prossima l’abolizione in New Hampshire, con voto bipartisan, dove già da venti anni si assiste ad una riduzione nel numero delle esecuzioni, scese di 5 volte, e per la prima volta la calendarizzazione di progetti di legge per l’abolizione o per una moratoria in stati a guida repubblicana, incluso l’Utah e quelli della “Montagna”.

Da "www.santegidio.org" Pena di morte: grande segnale di speranza la sospensione in California, il più grande braccio della morte del mondo

Pubblicato in Passaggi del presente

“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Una strage silenziosa in un luogo perduto

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 01 Marzo 2019 00:00

Bambini fragili

Insegno da sette anni. Ho iniziato con le supplenze, per gioco e soprattutto per avere un doppio canale, accanto a quello che nei primi Duemila mi appariva come il mio lavoro principale: lo studio, la ricerca, ma anche la scrittura, la traduzione. Dopo un anno di pausa passato a chiedermi dove andare e cosa fare, ho cominciare a fare sostegno ai disabili (al momento giusto ciò che deve ci trova sempre), e quello è stato il momento in cui ho cominciato a fare sul serio. Fin dal primo giorno la scuola è stata per me il luogo in cui agire tutte le mie contraddizioni e imparare, io nella relazione con i miei alunni (io prima ancora dei miei alunni) a non tremare davanti ai compiti difficili e a fare ciò che si deve nel migliore possibile dei modi. Queste note sono nate dalla riflessione su una faglia tra felicità e nevrosi che, pur non essendo né comoda né facile, tutto sommato mi sembra un buon posto in cui stare, oltre che l'unico possibile.

Quando comincia la scuola, nessuno pensa alla sua fine. Durerà in eterno, e sembra certo. Quando la scuola finisce, non sembra possibile che debba ricominciare, prima o poi. In ogni caso, serve che tu sia capace di entrare e uscire all'ora che devi, e il giorno che finisci spiega brevemente ad alunni e genitori la natura poco sentimentale dei contratti a tempo determinato.

Nei documenti ufficiali ometti sempre i dati sensibili. Relazioni, lettere, comunicazioni che possono finire nelle mani sbagliate: i dati sensibili devono essere nascosti. Scrivi R puntato, S puntato, proteggiamo la famiglia, mettiamo al riparo la sensibilità del minore. Noi lo sappiamo, chi è, il bambino, noi lo conosciamo bene.

Non devi urtare la suscettibilità dei familiari. Se loro non vedono i loro figli, noi non possiamo vederli al posto loro. Se non vedono il buco nel muro, noi infileremo calce a forza, ma non butteremo giù il muro a pugni, non si può.

Quando hai l'impressione che non puoi fare niente di utile, di buono e produttivo, forse è davvero così. Una volta eri la salvatrice dei momenti difficili, ora non salvi più nessuno. Ti limiti a chiedere il silenzio, ad alzare le mani come per calmare le acque, a mettere un dito davanti alla bocca nei momenti più critici, più confidenziali.

Non ti disperi più per i bambini abbandonati, per quelli che non sanno distinguere le lettere tra loro, per quelli che a casa non hanno un tavolo su cui poggiare i quaderni, per quelli che si addormentano davanti alla televisione e se gli va bene gli tocca un panino. Gli passi di soppiatto una matita, un evidenziatore, una maglietta semi-nuova, parli con le loro madri, e ai figli ogni tanto, tra un'ora e l'altra, fai vedere qualcosa di tuo: una foto, un libro, un ricordo. Anche se non lo dicono, anche loro hanno bisogno di un altrove.

I momenti migliori non sono quelli in cui dimentichi dove sei, ma quando ti giri verso la finestra e per qualche secondo guardi gli alberi, le macchine, i panettieri con i sacchi in spalla. Di solito succede tra le dieci e le dieci e un quarto del mattino: sono gli attimi che respiri, e a modo tuo sei perfino efficiente.

Parli con le madri e con i padri. Di più con le madri, perché quello che arriva al cuore della madre non arriva al ginocchio del padre. Le madri sono distratte, grasse, magre, brutte, apprensive, passive-aggressive, brizzolate, stanche, schiena dritta, schiena curva, stolte o comprensive. Ti diranno cose vere e cose non vere. Tu, nel parlare, evita di essere personale.

Le madri diranno: non sappiamo cosa fare. Con questi ragazzi, cosa fare. Tu senti la mancanza di energia, senti che anche a te manca a te l'energia, che manca a tutti. Capisci che quelli come te siete un cerchio debole, e nonostante questo tutti vi chiedono aiuto, tempo e conforto. Sei, come tutti gli altri della tua categoria, moralmente lacero, però devi saltare ogni giorno più in alto, devi arrivare dove non arrivano gli altri, devi prendere ogni giorno la tua calce inesistente e spalmarla dove serve.

La tua stessa vita è una sfida all'inesistenza.

Il primo giorno che lavori con un handicappato ti rendi conto che il suo disagio è la misura del tuo mondo, e tu non lo sapevi. All'inizio cerchi di colmare lo spazio che vi separa mettendoci dentro tutto quello che hai, poi smetti perché mille storie d'amore te l'hanno già insegnato, a non tirare fuori dal cilindro il suo, oltre che il tuo. Impari finalmente a stare alla giusta distanza dai vuoti.

Siccome hai un buon udito, senti cosa dicono quelli delle ultime file, o giochi a indovinare. I dodicenni si sorprendono sempre se qualcuno riesce a sentirli, proprio come si spaventano delle storie paurose. Oppure fingono bene.

Non è senso materno, quello che ti spingerebbe a portarli con te fuori, lontano dalla scuola, da un gelataio o su una panchina. È solidarietà tra oppressi dagli adulti, anche se i bambini non sanno la parola oppressione, e tu come sempre esageri.

Sì, anche la tenerezza, per certi momenti in cui si accorano a raccontare le feste di compleanno e le vacanze dagli zii.

I dodicenni, se sei appena arrivato, sfruttano il vantaggio territoriale, e per istinto sanno che la tua poca conoscenza del territorio equivale a debolezza di posizione, e in cuor loro sei già in ultima fila.

Sono seduta a un tavolo, vicino a me un noto poeta mi porge un foglio. Sul foglio è stampata una poesia di Baudelaire in francese, ma è illeggibile. Penso che il noto poeta certamente dev'essere dislessico, ma non oso dire nulla. Leggo ad alta voce, inventando le parole, poi mi allontano e sento il noto poeta che dice: Che peccato che i giovani poeti ignorino i classici. Risponde mia madre: Non si può negare, ha ancora tanto da imparare.

Nelle stanze dove tu e i tuoi colleghi vi riunite, parlate spesso di cibo e montagna: più di rado di politica e case al lago. Dei figli si dice poco, se non che tutto sommato sono un fardello molto dolce da portare. I gatti sono oggetto di un'affezione apparentemente incondizionata.

Sono passati gli anni e tu sei ancora una debuttante. Lo sai tu e lo sanno tutti, ma come hanno fatto a scoprirlo? Gliel'avrà detto, a uno a uno, il tuo inconscio balordo. Intanto, tieni a freno lo sguardo, che nelle ore più stanche chiede tregua, o vorrebbe che qualcuno – ma di quel tipo, in questo posto, non c'è nessuno – gli risponda nello stesso alfabeto: non dubitare, questo è il tuo posto, non ce n'è un altro dove devi stare.

Più passano gli anni, più i bambini diventano fragili. Hanno braccia da rondinelle e pelli da piccoli animali in mutazione, dita pulite o dita sporche, lingue blu per le troppe caramelle, tatuaggi a penna nera e rossa sulle mani e gli avambracci, sorelle e fratelli che stanno per nascere, febbri misteriose, dolori nel traghetto da un'ora all'altra. Tra le cose che mancano, sicuramente le aspirine. E una grande stanza in cui calmarsi, prendere fiato, far passare la nebbia.

Il loro branco sopravviverà per sempre, ne sono sicuri.

Chiamano casa a tutte le ore, ma a volte non c'è nessuno. In questi casi, il magone si addormenta da solo.

Gli oggetti che lanciano volano troppo in alto, oppure rasoterra. Le traiettorie sono sghembe, i movimenti troppo bruschi o al contrario sognanti, imbambolati. Ogni giorno i bambini si muovono su un palcoscenico di festa; ogni giorno è il compleanno di qualcuno e in aria volano palloncini invisibili, si tagliano torte immaginarie, si stappano bottiglie di Fanta e si versano sui tappeti, mentre mamme invisibili portano tovaglioli per asciugare il bagnato. L'atmosfera, qualunque sia l'ora, è quella di eccitazione che precede l'apertura dei regali. I bambini sembrano ubriachi, ma è solo gioia pre-puberale di trovarsi tutti insieme, chiusi in una stanza, in un posto diverso da casa.

Gettano in aria parole grosse, ma per violenza di bestioline.

I bambini molto poveri sanno spesso cos'è giusto. Se chiedi a Sara se è giusto che lei viva in uno scantinato e non abbia i soldi per i libri, ti dice che non è giusto. Lei ha molto bisogno del mare o, in alternativa, della campagna albanese, dell'estate, i cugini, la nonna. Ahhhhh – dice allargando il petto – io in campagna rinasco.

Da "www.doppiozero.com" Bambini fragili di Marilena Renda

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 08 Febbraio 2019 00:00

Etty Hillesum e la gratitudine

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia.

Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi della morte, gli hanno insegnato chi era. Sapere chi siamo – Étienne più che altro direbbe: dove siamo – significa essere guariti dalla nevrosi”.

Un groviglio occupa, in apparenza, poco spazio; dipanare la matassa significa cogliere l’immensa stratificazione che lo costituisce.

L’attenzione per la realtà pura, libera da pregiudizi e aspettative, e dunque il tempo della vita come tempo presente, appartengono a questa stessa necessità di fare a meno di pensieri che affaticano e confondono. Etty comprende che il continuo rimandare a domani risponde ad una logica che muove verso un ideale: iniziare “adesso” il proprio compito, muoversi “oggi”, non è dunque semplicemente un invito a godere l’attimo che fugge, ma, più precisamente, un invito a liberarsi da una prospettiva che ci voglia sempre in attesa dell’istante che ci troverà, finalmente, degni.

Ecco perché “una vera maturazione non può tenere conto del tempo”; quel tempo che vogliamo disponibile, sembrano suggerire le pagine del Diario, quel tempo che è necessario impiegare, far fruttare, investire, mostra – nel momento stesso in cui ci troviamo a pensarlo in questo modo, transito per qualcosa di ulteriore – la trappola che non smette di farci prigionieri. Concedersi al fluire del mondo è stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Legge Rilke, Etty, e chissà se aveva nella mente l’animale dell’ottava elegia “puro come il suo sguardo sull’Aperto./ E dove noi vediam futuro lui vede invece il tutto,/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre”.

Le giornate devono iniziare rammendando calze, e sarà necessario, quando i buchi saranno finiti, crearne di nuovi.

Le parole di Etty mettono in luce quanto il senso di inadeguatezza e la presunzione, imponenti blocchi di granito che la schiacciano, siano l’uno il rovescio e il complementare dell’altra. Autocommiserazione e compiacimento. C’è la sua grazia, il suo dono – la scrittura –, ma vi è pure quel non esserne sicura. Il processo che pagina dopo pagina la Hillesum compie sotto ai nostri occhi, e che dimostra che all’essere umano è dato di cambiare, non è, come inizialmente scrive e crede, dal lato dell’ordine e della disciplina. Credere che sia la tecnica a mancarle, ipotizzare che il talento di cui scrive non sia supportato da una disponibilità al sacrificio, e che questo sia il limite da combattere, significa restare dal lato di un più, di un ulteriore, di un aggiungere. Ostinazione e avidità.

È necessario togliere, invece. Eliminare il ciarpame sempre presente.

Il dono deve accadere e la dolcezza appartiene a una logica del meno, di un vivere in perdita: nessuna risposta, nessun controbattere, nessuna battaglia, nessun nemico e nessun aggrapparsi. La forza deve farsi umile. Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, più radicalmente, di quel “disorientamento doloroso e al contempo interrogativo”, solo modo di porsi davanti all’odio così come davanti all’ambizione e alla spinta al possesso. Crollare violentemente sulle ginocchia, scrive Etty. E poi avere pace. “Sempre c’è mondo/ e mai quel nessundove senza negazioni/ puro, non sorvegliato, che si respira/ si sa infinito e non si brama”.

Vi è in questo, io credo, un invito importante da accogliere, un invito che richiede quel lungo lavoro spirituale che Etty compie nelle pagine del proprio diario: si tratta di abbandonare l’ideale, in ogni sua forma. Una tra le due metà in lotta del proprio volto.

L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”.

Il vuoto di senso è quello dell’intercambiabilità, della non onnipotenza: non più la strada orientata e la guerra da combattere, non più il “cuore nervoso”, ma una radicale accettazione dell’accadere. Abbandonare l’io significa prima di tutto abbandonarne la presunzione. Il paesaggio interiore potrà allora consistere di grandi, vaste pianure, quasi prive di orizzonte.

Cambiare la propria posizione, guardare la parte che si ha nel disordine che si lamenta, è abitare una prospettiva che metta al centro l’insufficienza: non desiderare tutto, nemmeno se fosse possibile averlo. “’Che significa tutto questo, e la vita vale davvero la pena di essere vissuta? Sarebbe invece necessario vivere con pienezza, in modo che una simile domanda non abbia la benché minima possibilità di sorgere nel proprio io, e si dovrebbe traboccare di vita e di pace al tempo stesso”. “O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”. Sente la sua mente offuscata, e tuttavia confrontarsi con il dolore dell’umanità – di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri e sorelle – significa ospitarne ogni frammento.

Si tratta di una resa? No.

Scrive Freud che profondamente religioso non è l’uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umana di fronte all’universo, ma l’uomo che sappia attraversarlo per procedere oltre, per cercare aiuto contro tale sentimento. Chi si rassegna alla parte insignificante è irreligioso nel più vero significato della parola. Ma non è questo l’invito di Etty. L’inermità radicale non è che punto di partenza, possibilità di appello all’Altro.

Chi abita la propria insufficienza è chi può, come scrive Lou Andreas Salomé, specchiarsi nelle acque del fiume non già per rimanere prigioniero della propria immagine, ma per guardarsi riflesso al di sotto del pezzetto di cielo. Racconta Lou che la perdita del proprio sentimento religioso aveva coinciso, in lei bambina, in un’impressione, avvertita davanti alla propria immagine allo specchio, di estrema espropriazione: improvvisamente si era ritrovata esclusa da quel cosmo – Dio al suo centro – che fino a quel momento l’aveva accolta e contenuta. Un adulto, continua, avrebbe piuttosto sentito disagio nel contrario, nella perdita di delimitazione del proprio io. Questo ci insegna il narcisismo teorizzato da Freud, suo maestro. E tuttavia vi è una possibilità ulteriore, una possibilità di ripensare Narciso, di mostrare che vi è qualcosa di più in quel mito, qualcosa che Freud non ha saputo vedere. Nella lettura della donna, infatti, non è possibile guardare Narciso senza tenere a mente lo stato di pienezza originario, l’esperienza fusionale con il materno. Lungi dall’essere qualcosa che condanna a una nostalgia irreparabile, questa esperienza di unità permette al soggetto – la donna soprattutto, attraversata da questa comunione originaria in maniera più radicale – di provare uno stato di armonia con il cosmo che resta come memoria di una meta da ritrovare attraverso l’espressione artistica, l’estasi. Andreas-Salomé parla di un Tutto, di una completezza che definisce narcisistica, ma tale narcisismo è precisamente una tensione che non inchioda il soggetto a sé, ma lo rende per sempre appartenente a una realtà vitale che lo supera e anticipa. Il giovane uomo non guarda la propria immagine in uno specchio artificiale ma nelle acque della natura, e dunque non è solo sé stesso quello che vede, ma sé stesso in quanto creato. Narciso è l’uomo che ha fatto esperienza di una totalità. Stasi, malinconia e, soprattutto, abbandono di padronanza. È una nuova possibilità, un narciso femminile, scrive Lou.

“Che cosa hai tu, che tu non l’abbia ricevuto?”: sembra essere questo l’insegnamento di Etty in cui riecheggiano le riflessioni della psicoanalista. Non c’è logica di scambio. L’insufficienza, l’esistere come parte della Natura, si fa gratitudine e dunque motore. Rendere grazie non è movimento di chiusura che ha, come esito, la stasi, non è annullamento di un debito quanto piuttosto riconoscimento radicale della grazia dell’Altro, della sua differenza, della nostra stessa differenza in quanto sempre altro da noi. Gratitudine è rilancio, scommessa verso il futuro. Si tratta di raccogliere un’eredità d’amore, conoscere la provvisorietà della tenda e darsi all’esistenza come qualcosa che ci supera: è la comune appartenenza a renderci fratelli. L’esistenza universale, esistenza ferita, è occasione di legame. Non si dà posizione – dove sono? – se non in relazione all’altro. Soltanto in questa prospettiva diventa possibile quel dare non perché tu mi restituisca, ma perché tu dia ad altri.

È questo che ci insegna il mito di Filemone e Bauci, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. I due vecchietti, insieme sin dalla giovinezza, accolgono Giove e Mercurio nella loro povera casa, li accolgono nelle loro sembianze umane, di sperduti viandanti. La povertà in cui i due hanno vissuto rende loro possibile mettere in rapporto la propria condizione alla condizione dello straniero. Dividono ogni cosa, offrono il niente che hanno. Ed è l’ospitalità agli dei sotto mentite spoglie che permette il compiersi del prodigio: la casa si fa tempio e loro ne diventano i custodi. Zeus rivela così la sua identità. Un solo desiderio esprimono al potente dio: non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Così, la metamorfosi: Filemone e Bauci diventano albero, pianta, mondo; fanno ritorno a quel Tutto che li ricomprende.

Da www.doppiozero.com Etty Hillesum e la gratitudine di Anna Stefi

Pubblicato in Le parole delle donne
Venerdì, 01 Febbraio 2019 00:00

La nonno-terapia sulla panchina

L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos

Pubblicato in Le parole delle donne
Pagina 1 di 14