Lunedì, 23 Marzo 2020 00:00

Il lato luminoso della noia


La noia, scrive Scientific American, è una faccenda tutt’altro che noiosa, e sta progressivamente catturando l’interesse degli scienziati. Il motivo è semplice: la noia può influenzare in modo significativo il nostro modo di comportarci: per esempio, può farci mangiare più del necessario. O può incoraggiare una guida spericolata, e in generale i comportamenti arrischiati. Inoltre, influisce negativamente per un impressionante 25 per cento sulle prestazioni degli studenti (è lo stesso influsso esercitato, in positivo, dall’intelligenza innata).

La noia è da molti percepita come un cocktail amarognolo di senso di vuoto, demotivazione e malinconia.

Ci annoiamo quando ci sembra che attorno a noi non ci sia niente di interessante da fare (o quando siamo costretti a svolgere un compito monotono). Quando ci annoiamo ci sentiamo anche inutili: non è una bella sensazione. E poi: la noia altera il nostro senso del tempo (gli attimi sembrano ore). Anche questo è destabilizzante.

Misurare la noia
Insomma: la noia sembra essere proprio una condizione da evitare, potendo. Infatti tendiamo a riempire i nostri tempi vuoti, e potenzialmente noiosi, di passatempi e intrattenimenti: qualcosa da fare quando non abbiamo niente da fare.

Per studiare bene una cosa bisogna riuscire a misurarla. Già alla fine degli anni ottanta, i ricercatori mettono finalmente a punto una scala per misurare la noia (Bps– Boredom proneness scale). La prima evidenza emersa dalla sua applicazione è questa: esistono sia situazioni noiose, sia persone che si annoiano più facilmente e frequentemente di altre.

Si tratta di due distinti, e per certi versi opposti gruppi di persone. Da una parte, la noia affligge gli individui più impulsivi, iperattivi e meno dotati di autocontrollo. Dall’altra, tendono ad annoiarsi molto anche le persone più propense a mettersi sempre al riparo da tutto, e a non uscire mai dalla propria comfort zone.

La paura riguarda il futuro, il rimpianto riguarda il passato, la noia riguarda sempre il presente

Un’ampia sintesi delle ricerche esistenti sul tema, uscita su Perspectives on Psychological Science, ci dice che comunque la noia è una condizione che, con maggiore o minor frequenza, affligge il 90 per cento degli individui.

E ancora: la noia può rendere le persone inerti o irritabili. Accresce il loro senso di costrizione. Aumenta nelle situazioni che non si possono modificare e in cui ci si sente intrappolati.

Un punto interessante riguarda la relazione tra noia e tempo: mentre alcune emozioni spiacevoli (per esempio, la paura) possono riguardare il futuro, e altre (per esempio, il rimpianto) possono riguardare il passato, la noia riguarda sempre il presente.

Orientare l’attenzione
Ma anche l’attenzione riguarda il “qui e ora”. Si sta attenti “adesso”, così come ci si annoia “adesso”. Infatti la noia è strettamente connessa con la capacità di gestire e orientare l’attenzione, e diminuisce quanto più si trova qualcosa a cui vale la pena di stare attenti.

La maggior parte dei ricercatori (è ancora Scientific American ad affermarlo) concorda sul fatto che le persone siano disposte a darsi molto da fare per alleviare la noia: “La spinta a non annoiarsi può diventare così forte da far sì che le persone scelgano coscientemente di vivere un’esperienza spiacevole come alternativa”.

Per esempio: per ridurre la noia degli studenti di fisica, la Advanced Distributed Learning Initiative, un’azienda che sviluppa strumenti educativi per il dipartimento della difesa degli Stati Uniti, si è addirittura inventata un programma informatico che insulta chi sbaglia risposta alle domande, e loda maliziosamente chi dà risposte corrette.

Sembra che tutto ciò abbia convinto gli studenti a dedicare più tempo all’apprendimento per il semplice fatto che “gli insulti introducono un elemento di novità e contrastano la noia”.

Eppure.

Eppure se la noia continua ad affliggerci, deve pur avere qualche tipo di utilità evolutiva, no? Dopotutto, la paura ci aiuta a evitare rischi futuri, la tristezza e il rimpianto ci aiutano a evitare di ripetere gli errori del passato.

Che ci possiamo dunque fare, con la noia?

Eccoci al punto: la noia (è quanto afferma Heather Lench, psicologa alla Texas University) ci spinge a tirar fuori la nostra curiosità. E la curiosità è uno dei nostri beni più preziosi perché ci guida a cercare nuove opportunità. Al livello collettivo, è un grande motore di conoscenza. Al livello individuale, è un fattore di benessere e di salute mentale, anche in tarda età.

Ma non solo. Il fatto che ci stiamo annoiando, e che annoiarci non ci piace, può spingere la nostra mente a essere, per reazione alla monotonia, più creativa.

Tutto questo però succede a patto che non cerchiamo di contrastare la noia ricorrendo a gratificazioni istantanee (controllare per l’ennesima volta lo schermo del cellulare, aprire per l’ennesima volta il frigorifero).

Come se fosse la prima volta
Per chiarire il concetto, vi riporto qui un curioso esperimento che stabilisce una relazione diretta tra creatività e noia.

In una situazione di laboratorio, un gruppo di persone è coinvolto in un compito sommamente noioso (selezionare a uno a uno per colore i fagioli contenuti in una coppa).

Questo stesso gruppo è in seguito coinvolto in un compito che riguarda la produzione di idee creative. E ottiene risultati assai migliori di quelli ottenuti da un gruppo di controllo, costituito da persone che in precedenza sono state impegnate in un’attività divertente.


In sostanza, è come se il cervello annoiato cercasse una rivalsa. Se appena gli offriamo l’opportunità di cimentarsi, si dimostra più attivo. Più energico, e più vispo. Più capace di risolvere problemi.
Se accettiamo la sfida della noia potremmo perfino scoprire che nell’annoiarsi c’è un lato luminoso. E potremmo cominciare a usare consapevolmente la noia come carburante per alimentare la nostra curiosità e la nostra attitudine a inventare.

Lavoriamo sulla nostra capacità di prestare attenzione. A che cosa? A un dettaglio. A una storia che leggiamo, che ascoltiamo o che ci viene in mente. A un ricordo. A qualcosa che merita di essere aggiustato. A qualcuno, che potremmo provare a guardare come se fosse la prima volta.

Anche dentro una stanza possiamo scoprire, o immaginare, un mondo intero.

Andrà tutto bene.


Da "https://www.internazionale.it/" Il lato luminoso della noia di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Studi e ricerche
Lunedì, 24 Febbraio 2020 00:00

Con lo smartphone un posto vale l’altro

Le persone abbastanza vecchie da aver frequentato i negozi di videonoleggio ricorderanno sicuramente l’opprimente indecisione mentre esploravano i loro scaffali. Con tutta quella scelta, ogni film sembrava poco attraente, o insufficiente. Sembrava impossibile trovare un equilibrio tra i gusti e le preferenze del momento. Era tutto lì, eppure non c’era nulla da guardare.

Quei giorni sono finiti ormai da un pezzo, ma l’indecisione nella scelta di un film o di un programma è diventata ancora più soffocante. Prima è arrivata la tv via cavo, con centinaia di canali. Poi è toccato ai servizi di streaming, che obbligano il potenziale spettatore a districarsi con software diversi su piattaforme diverse, in un’infinita ricerca nei cataloghi di Hulu, Netflix o Apple Tv+ per trovare qualcosa di “guardabile”.

Blockbuster è morto e sepolto, ma il sentimento di sopraffazione che provavamo tra gli scaffali pieni di titoli si è trasferito nelle nostre camere da letto.

Lo stesso meccanismo si ripete per un numero infinito di attività, al lavoro e nei momenti di svago. Il luogo dove ci troviamo non ha più alcuna importanza. Per scrivere un’email va bene l’ufficio ma vanno bene anche il letto o il bagno. Possiamo guardare la tv in camera ma anche in auto o al bar, trasformando questi spazi in sale cinematografiche improvvisate. Facciamo la spesa usando un’applicazione sullo smartphone mentre aspettiamo che cominci la recita dei bambini. Queste abitudini comprimono il tempo, ma trasformano anche lo spazio. Ormai nessun luogo è più straordinario. Un posto vale l’altro, perché ognuno offre i piaceri e gli oneri di tutti gli altri. Che motivo abbiamo di uscire se possiamo fare quasi tutto da casa?

Schermi in casa
Durante le vacanze di Natale sono andato con la mia famiglia in un centro commerciale alla periferia di Atlanta, per vedere Star Wars: l’ascesa di Skywalker. Era il cinema più vicino che offriva le tecnologie Dolby Vision e Dolby Atmos, così abbiamo deciso che la gamma allargata di colori e il suono avvolgente potevano giustificare un viaggio di 40 chilometri.

Vedere i nuovi film è uno dei pochi svaghi rimasti che ci obbligano a uscire di casa (a meno che, ovviamente, non siate straricchi). Eppure nel 2017 l’affluenza nei cinema degli Stati Uniti ha raggiunto il minimo storico degli ultimi venticinque anni. I servizi di streaming e la tv via cavo offrono un catalogo talmente vasto che gli amanti dei film non hanno più bisogno di andare al cinema. Netflix, Amazon e Apple sono impegnati in una battaglia serrata con le grandi case di produzione cinematografica, e oggi le serie tv godono del prestigio e del budget un tempo riservati ai lungometraggi per il grande schermo. Di questi tempi i “film-evento” come Star Wars sono il modo migliore per attirare la gente nei cinema, e questo spiega il predominio attuale dei grandi film d’azione.

Diversamente da quanto aveva preconizzato l’anno scorso Martin Scorsese, non si tratta della morte del cinema in quanto arte, ma del fatto che le persone, semplicemente, hanno indirizzato la loro attenzione verso schermi più piccoli. E proprio l’ultimo film di Scorsese, The irishmen, ne è la prova, visto che è entrato nel catalogo di Netflix meno di un mese dopo la sua apparizione (limitata) nei cinema.

Negli ultimi vent’anni la tecnologia della fruizione dei film ha fatto irruzione nelle nostre case. I grandi schermi e i sistemi audio surround sono piuttosto comuni già da tempo, ma quando nel nuovo millennio è esplosa la moda degli schermi hdtv, presto diventata economicamente accessibile, il cinema in casa è diventato il concorrente dell’esperienza nella sala cinematografica. Le mura domestiche sono state rapidamente impreziosite da schermi piatti, in camera da letto o accanto al camino. Diversamente dai grandi film d’azione, dalle saghe degli eroi Marvel o dai prodotti Lucasfilm, un lavoro come The irishman fa una gran figura anche in casa. Di conseguenza le camere da letto, lo studio e i soggiorni sono diventate un surrogato accettabile del cinema.

Quando un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema

Ma il film di Scorsese è gradevole anche sullo schermo di un cellulare. Con un rettangolo piazzato a pochi centimetri dal volto e il suono incanalato nelle cuffie, Netflix regala una sensazione immersiva. Dopo l’invasione dei cinema casalinghi è toccato agli smartphone portare la tv sul divano, sulla sedia o a letto. L’intrattenimento cinematografico e televisivo è stato riversato in quasi tutti gli spazi architettonici. Oggi il cinema fluttua liberalmente all’interno delle case. Di solito, davanti alla sostituzione delle sale cinematografiche con gli impianti casalinghi, ci preoccupiamo per il destino dei cinema. Ma chi pensa alle case? È innegabile che oggi lo studio e la camera da letto debbano sostenere il peso di nuove responsabilità, includendo attività che un tempo si svolgevano altrove.

Gli smartphone non fanno altro che proseguire e accelerare questo processo. Quantomeno la tv della camera da letto doveva essere spenta se uno dei coniugi aveva voglia di dormire. Quando invece un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema: Daniel Tiger sullo schermo del bambino, The mandalorian su quello del padre, Stranger things su quello della figlia adolescente.

La nascita del non luogo
I critici architettonici avevano previsto che la vita moderna avrebbe cambiato la nostra sensazione di spazio. Quasi trent’anni fa l’antropologo francese Marc Augé ha coniato l’espressione “non luogo” per descrivere una serie di spazi di transizione in cui il senso di sé dell’individuo viene soppresso, o addirittura svanisce. Tra i non luoghi ci sono gli aeroporti, gli alberghi, i centri commerciali, i supermercati e le autostrade. Questi spazi presentano una tristezza intrinseca, perché diversamente dagli spazi legittimi, gli esseri umani non li occupano in senso compiuto, ma si limitano ad attraversarli diretti verso i “luoghi antropologici”, come Augé definiva le scuole, le case, i monumenti.

L’anonimato e l’inutilità dei non luoghi sono stati intaccati dagli smartphone

Nei decenni trascorsi dall’epoca di Augé i non luoghi si sono al contempo moltiplicati e ridotti. Da un lato il loro numero è cresciuto e le persone li frequentano di più: aumentano gli aeroporti e le stazioni dove un numero sempre maggiore di passeggeri transita sempre più spesso, così come aumentano le hall d’albergo e i centri congressi, spesso dotati di spazi per la ristorazione e negozi che diventano non luoghi all’interno di altri non luoghi.

Dall’altro lato, invece, l’anonimato e l’inutilità dei non luoghi è stata intaccata dagli smartphone. Ogni sala d’imbarco, ogni sfarzoso divano di una hall, ogni arredo impersonale di un caffè può trasformarsi in un luogo multifunzionale per qualsiasi tipo di avventore. L’aeroporto e il bar diventano anche ufficio, cinema, club del ricamo e aula scolastica.

I non luoghi hanno sempre suscitato reazioni negative. Augé parlava di “un’invasione” portatrice della “supermodernità”, una tracimante abbondanza di spazi morti dedicati all’individuo anziché all’attività collettiva. L’antropologo aveva previsto che l’uniformità di questi spazi (gli alberghi e gli aeroporti si somigliano tutti) avrebbe generato una piaga che avrebbe privato l’ambiente comune di opportunità per l’espressione dell’individuo.

La vittoria dell’anonimato
Alla fine la supermodernità si è concretizzata, ma non nella forma annunciata (e temuta) da Augé e dai suoi successori. Oggi non c’è più bisogno di uno spazio industrializzato come un supermercato o un centro congressi per osservare l’anonimato di un non luogo. È in corso un fenomeno più vasto. Per prima cosa i bastioni della supermodernità sono diventati più personalizzati rispetto al passato: di questi tempi è possibile origliare una conversazione d’affari nel terminal di un aeroporto o assistere a una drammatica separazione sentimentale via sms mentre si è in fila da Starbuck. In secondo luogo qualsiasi spazio – anche quello antropologico che secondo Augé forniva un contesto all’esperienza umana – può diventare completamente anonimo.

Torni nel salotto di casa tua e trovi tua moglie o tuo figlio sul divano, con lo sguardo fisso su uno schermo. “Cosa stanno facendo?“, ti chiedi. Scrive un’email? Guarda la tv? Naviga su siti porno? Fa spese? In altre parole: quale nuovo spazio esterno ha introdotto nel nostro ambiente condiviso di casa? La risposta, spesso, è impossibile da conoscere. E comunque, da un momento all’altro, quel nuovo spazio può cambiare non appena l’individuo abbandona un’applicazione per aprirne un’altra. A quanto pare il problema non era la proliferazione dei non luoghi. Al contrario, la tecnologia ha permesso all’intimità e ai collegamenti personali di svilupparsi troppo e in qualsiasi spazio. Oggi ogni spazio è un super-spazio che potrebbe fondersi con tutti gli altri.

I superspazi sono in costante aumento da decenni, da prima che i dispositivi personali diventassero onnipresenti. Anni fa, quando i computer non parlavano tra loro, il mio amico Damon e io camminavamo o andavamo in bicicletta da casa sua al 7-Eleven più vicino per giocare ai videogiochi. O meglio, per giocare al videogioco. Ce n’era solo uno. Se passavamo troppo tempo davanti a quello schermo il commesso ci cacciava rimproverandoci. “Questa non è una sala giochi”.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa e, allo stesso tempo, non c’è mai

Ma all’epoca le sale giochi erano ancora posti piuttosto squallidi, e alcuni genitori sconsigliavano o addirittura proibivano ai figli di metterci piede. E così a noi toccava ripiegare sulle sale bowling (non meno squallide, anzi forse di più), i mini-market o le lavanderie automatiche, luoghi dove la gente passava il tempo infilando monetine in una fessura.

Poi Damon e suo fratello hanno ricevuto in regalo il Nintendo. Quell’acquisto ha reso assolutamente superflui posti come la drogheria o la sala giochi. Finalmente potevamo sparare alle anatre o far saltare un idraulico con i baffi adagiati sul morbido tappeto di casa di Damon. Alla fine hanno portato via il videogioco dal 7-Eleven. Gli introiti delle sale giochi sono crollati. Le camere da letto e i soggiorni avevano incorporato la sala giochi, proprio come il videoregistratore aveva portato in casa il cinema. Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto

Lo sconfinamento del lavoro in quella che un tempo era la sfera privata è fonte di preoccupazione. In passato ho usato l’espressione “iperimpiego” per definire il lavoro senza fine a cui tutti siamo sottoposti e le cui dimensioni sono nettamente superiori al lavoro per cui siamo pagati. Il mio collega Derek Thompson ha definito con l’espressione “workism” (lavorismo) la devozione quasi religiosa che gli statunitensi provano per il loro lavoro. Ma l’iperimpiego e il lavorismo sono anche conseguenze della progressiva superspazialità dell’ambiente in cui ci muoviamo. A seguirci fin dentro le mura di casa non è solo il lavoro, ma anche l’ufficio. Lo smartphone, infinitamente portatile, trasforma ogni spazio in un ambiente di lavoro. Una volta avviata l’applicazione di Salesforce qualsiasi stanza diventa una sala conferenze.

I luoghi esistono per adempiere una funzione, e quando questa funzione si sposta in nuovi spazi porta con sé anche i fantasmi dei luoghi che occupava in passato. Il bagno è uno spazio deputato alla pulizia e alle deiezioni, ma basta portarci un telefono e diventa anche l’ufficio in cui puoi gestire finanze e personale attraverso un programma come Workday, un cinema in cui puoi guardare The crown su Netflix, un’aula in cui puoi studiare il lituano con Duolingo, un’agenzia di viaggi in cui puoi prenotare un volo. L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto.


Questa capacità evidenzia la forza sociale ed economica della computerizzazione, che tra le altre cose ha la capacità di trasformare gli individui che usano gli smartphone negli spazi dove un tempo si svolgevano attività separate, o quantomeno nella memoria culturale di quegli spazi. Il manager che durante una cena si scusa perché deve inviare un messaggio non sta solo portando il lavoro al tavolo, ma trasporta se stesso in ufficio. L’imprenditore che prenota un volo dalla sala d’aspetto del medico si teletrasporta nell’agenzia di viaggi o nella biglietteria dell’aeroporto.

Questi cambiamenti svuotano i luoghi dove in precedenza si svolgevano attività specifiche. L’atmosfera unica e l’energia spirituale del negozio di dischi o della boutique di abiti evaporano nel momento in cui questi luoghi sono rimpiazzati da Spotify o Amazon. E con loro se ne vanno anche gli spazi accessori, come le strade o le linee del trasporto pubblico su cui viaggiavano i clienti o i bar e le gelaterie che frequentavano.

La casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo

L’indifferenza della computerizzazione rispetto ai luoghi, inoltre, scaglia gli spazi dove sono usati gli smartphone in un caos specifico. Nel momento in cui uno di quei ricordi spaziali si presenta, subito lo sostituisce un altro spazio che nelle retrovie lottava per emergere. Decidi di cominciare a guardare in streaming un episodio di The great british baking show quando all’improvviso arriva una notifica di Slack a trasformare il divano in una sala riunioni. A quel punto puoi decidere di riprendere la visione, ma anche di sostituire i fogli di calcolo con YouTube, dove un video Asmr trasforma la stanza da letto in uno spazio meditativo. O magari vai in bagno e ti metti a scorrere le notifiche di Facebook, nella speranza di sostituire il silenzioso isolamento del water con il mormorio sociale di un pub.

Tutto questo è tanto facile quanto disorientante, e trasforma la casa in uno spazio strano. Fino al ventesimo secolo era indispensabile uscire di casa per qualsiasi cosa: lavorare, mangiare, fare acquisti, divertirsi, vedere altra gente. Per decenni le famiglie hanno avuto solo una radio. Poi avevano diverse radio e una tv. Le possibilità fuori delle mura casalinghe erano enormemente maggiori di quelle che si presentavano all’interno. Ora, invece, fare quasi tutto da casa non è solo possibile, è anche la scelta migliore. Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

Rinfrancati dalla specificità spaziale del vedere Star Wars al cinema, io e la mia famiglia abbiamo provato il desiderio di prolungare quel senso di libertà. Così abbiamo trascorso un paio d’ore da Dave & Buster’s, un’immonda fusione tra una bisteccheria di periferia, una sala giochi e un casinò. È il discendente di Chuck E. Cheese’s Pizza Time Theatre, aperto nel 1977 dal fondatore di Atari, Nolan Bushnell, per offrire un’alternativa familiare alle taverne e alle sale giochi.

Nel chiasso del Dave & Buster’s abbiamo scoperto che i nostri dispositivi elettronici erano lì ad attenderci: la sala era piena di versioni giganti del videogioco per smartphone Candy crush. Un tempo avremmo avuto la sensazione di essere finiti in un meccanismo perverso. Ma oggi qualsiasi allontanamento dal superspazio sembra accettabile. Abbiamo pagato per starcene lì, armeggiando con versioni colossali delle applicazioni che avevamo già in tasca. Sempre meglio che tornare in auto, prendere l’autostrada e rientrare in casa, dove ognuno di noi si sarebbe sicuramente ritirato nel profondo isolamento di uno smartphone.

Da "https://www.internazionale.it/" Con lo smartphone un posto vale l’altro di Ian Bogost

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 16 Dicembre 2019 00:00

Vita lunga, vita immortale?


Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà.

Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore scrive sul rapporto della società contemporanea con la morte e il morire, tema molto significativo perché, sostiene, il modo in cui ci rapportiamo alla morte esprime quello che pensiamo di noi stessi, del nostro destino e del nostro ruolo nel mondo. Il pensiero di Manicardi si avvia dalla constatazione che la morte non è più percepita come un limite invalicabile fissato dalla natura stessa al nostro potere, egli perciò fa suo, mutuandolo dalla sociologa canadese Céline Lafontaine, il concetto di società postmortale per definire la nostra epoca "caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita". Per Manicardi si tratta di una società radicata nel biocontrollo la cui "preoccupazione centrale [è] la perfettibilità dell'individuo come essere biologico". In realtà non ha vinto la morte, ma semplicemente la rifiuta, la nega o la maschera.

Parafrasando la massima latina "si vis pacem para bellum", Sigmund Freud raccomandava: "si vis vitam, para mortem", ossia, se vuoi vivere davvero e pienamente preparati alla morte, prendila in considerazione come prospettiva finale capace di dare una direzione e un senso o un altro a tutto il tempo che la precede. Sin dalla notte dei tempi il mistero della morte e della sorte dell'uomo dopo di essa ha dato inizio e forma alla civiltà. È prevedibile perciò, sottolinea Manicardi, che l'attuale rifiuto dell'ineluttabilità della morte e l'obiettivo di procrastinarla all'infinito cambierà radicalmente – come sta già accadendo – la concezione antropologica.

Vita e morte sono come i due lati di una stessa medaglia, non c'è l'una senza l'altra. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché dobbiamo morire e cosa sia la morte. Si può rispondere, in modo solo apparentemente banale, che la morte sia una necessaria conseguenza della natura biologica e che la vita abbia bisogno della morte per continuare a rinnovarsi facendo spazio a nuovi viventi. Ma la domanda fondamentale, che nessuno probabilmente riesce a eludere, è quella che il giovane principe Naciketa rivolge al dio della morte Yama (Upanisad Vediche, Katha-Upanisad, Dialogo di Naciketa con la morte,): "C'è ancora l'uomo dopo la morte o non c'è più?" Per formulare una possibile risposta occorre riprendere il filosofo latino Seneca, il quale della morte diceva che essa è aut finis aut transitus, o fine della vita o passaggio verso un altrove, verso una condizione o uno stato immaginato in vario modo nelle differenti tradizioni culturali.


Questa seconda possibilità, la morte intesa come attraversamento di una soglia misteriosa che non porta all'annichilimento del vivente, è stata, e probabilmente è ancora oggi, la più diffusa in tutto il corso della storia umana. Ed esprime chiaramente quanto sia inaccettabile l'idea della fine assoluta per quanto si ritenga la morte un evento del tutto naturale. È un atteggiamento piuttosto contraddittorio, che merita attenzione perché il desiderio d'immortalità che abita il cuore dell'uomo non può essere liquidato come espressione di puro egoismo o di paura. Non soltanto, almeno. Dunque, perché abbiamo così tanta paura di morire e non riusciamo proprio a farcene una ragione? Non basta dire che è perché siamo materia aggregata e, siccome la morte è disgregazione della materia, ogni nostra singola cellula per istinto biologico vi si ribella. Se è vero che morte e vita appartengono in ugual modo alla stessa realtà, il contrario della vita non è la morte ma il nulla. Chi ha conosciuto la vita non riesce ad ammettere né a comprendere che il suo approdo sia il nulla, la sola idea provoca angoscia e terrore. Il desiderio d'immortalità esprime il rifiuto di ciò che nega ogni senso all'avere amato, gioito, sofferto; il destino del corpo ci turba, ma a sgomentarci è lo spreco, che il nulla ci prospetta, delle esperienze e della conoscenza accumulate, della saggezza raggiunta, delle relazioni intrecciate. Se il futuro a cui siamo destinati è il nulla, allora è come se non esistesse il futuro.

Oggi, sostiene Manicardi nel suo saggio, l'antica speranza di un'immortalità raggiungibile attraverso le religioni o le gesta eroiche o i figli ha preso forme diverse. La ricerca della salute ha sostituito la fama come obiettivo della collettività; sopravvivere nei propri figli non ha più presa "in un mondo che assolutizza il presente e l'individuo"; la tecnica ha preso il posto della religione e oggi ci si aspetta da lei, con fede e convinzione, una soluzione alla morte, ormai declassata da mistero a problema. Sugli effetti sociali, economici e politici del prolungamento della vita umana attraverso la tecnica ha scritto pagine molto interessanti lo storico israeliano Yuval N. Harari, e ne abbiamo già trattato su queste pagine. Rifiutare la vecchiaia ed emarginare chi ha un corpo imperfetto sono, per Luciano Manicardi, a un tempo i primi sintomi e i primi effetti del fatto che stiamo perseguendo "l'amortalità del corpo" anziché l'immortalità della persona che prospettano le fedi religiose. Il postmoderno "ha operato la decostruzione dell'immortalità", ha trasformato la morte, la vecchiaia e la malattia in problemi da risolvere o in sorgenti di rabbia e frustrazione; abbiamo dimenticato, ci ricorda il priore di Bose che morte, vecchiaia e malattia sono anche eventi spirituali e, quindi, toccano il senso della vita. Ci aiuterebbe di più, continua, "riscoprire il corpo nella sua dimensione spirituale" che non puntare ogni speranza sul raggiungimento dell'a-mortalità del corpo; purtroppo, invece, "abbiamo barattato la speranza di una vita eterna con l'ambizione di una vita lunga!"

Eppure è la vita stessa ad allenarci alla morte attraverso le tantissime piccole morti che la attraversano. Nulla permane, tutto muta e si trasforma perché la vita stessa è cambiamento continuo, qualcuno addirittura considera la morte l'unica via di fuga dal cambiamento, l'unico ingresso nella permanenza. Prima di arrivare all'ultima e definitiva tappa, avremo affrontato distacchi, abbandoni, passaggi di crescita. E non sono forse tutte piccole morti? Per essere donna non ho forse dovuto distaccarmi da me bambina? E un bambino che nasce siamo certi non viva, paradossalmente, un'esperienza non troppo diversa da quella di chi muore? Per cominciare a vivere il neonato deve uscire dal mondo in cui si è formato ed è sempre vissuto; mentre noi aspettiamo con ansia il suo urlo che ci dice che i polmoni sono entrati in funzione, lui forse crede di morire ma per noi sta nascendo. Nessuno sa se la morte sia così, ma non è assurdo sperarlo: "quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao-Tze sec.Va.C.).

Per Ireneo di Lione, vescovo e teologo del II sec., "la gloria di Dio è l’uomo vivente". In tal caso la morte dell'uomo è una sconfitta per Dio, una smentita della sua grandezza? Un destino votato al nulla coinvolgerebbe nell'insensatezza l'uomo e con lui Dio stesso, come esprime con un grido angosciato il poeta Rilke (Il libro d'ore):

"Che farai, Dio, se muoio?

Sono la tua brocca (e se mi spacco?).

Sono la tua acqua (e se m’appesto?).

Io sono la tua veste, il tuo strumento

senza di me non hai alcun senso.

Il tuo grande mantello t’abbandona.

Il tuo sguardo che caldo accolgo

sulle guance come su un cuscino

verrà a cercarmi a lungo

per cadere al tramonto

in mezzo a pietre estranee.

Che farai Dio? Ah! Che angoscia!"

La speranza che la morte non sia la fine di tutto si fonda sull'esigenza etica, morale e filosofica che sia possibile la giustizia per le vittime di ogni tempo, e che ogni singola vita e la Storia stessa abbiano un senso. Ogni sistema religioso ha elaborato una sua risposta. Le tradizioni orientali, la visione grandiosa del samsara (processo del divenire) e del karma (effetto delle azioni): dopo la morte ci attende la rinascita in un’altra vita la cui qualità dipende dalle azioni compiute in quella precedente. Se avremo agito con giustizia e fatto il bene, la nuova vita sarà buona, altrimenti sconteremo soffrendo i dolori che abbiamo provocato e le ingiustizie che abbiamo commesso. Lo scopo di queste continue rinascite è di riparare le colpe commesse e di progredire verso una vita sempre più spirituale che porterà all’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, e al ricongiungimento con l’Atman, il principio della vita, e fondersi con lui.

Le religioni occidentali, ebraismo cristianesimo e islam, aggiungendo all’esigenza della giustizia la necessità logica della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua parola hanno concepito, con sfumature diverse, l’idea di risurrezione della persona alla fine dei tempi o dopo la morte. Impossibile infatti credere che un Dio amante della vita la destini al nulla! Ecco perché un altro poeta, John Donne (Sonetti Sacri), eleva un canto di vittoria:

"Morte, non essere superba, pur se t’hanno chiamata

possente e terribile, perché tu non lo sei,

perché quelli che tu credi travolgere

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me;

Passato un breve sonno, noi ci destiamo in eterno,

e morte non sarà più; Morte, tu morirai." (John Donne, Meditazioni Sacre)


Da "www.doppiozero.com" Vita lunga, vita immortale? di Michela Dall'Aglio

Pubblicato in Comune e globale
Lunedì, 05 Agosto 2019 00:00

Il senso dei sacrifici per il clima

 

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

Da "www.internazionale.it" Il senso dei sacrifici per il clima di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito

Pubblicato in Passaggi del presente
Lunedì, 22 Luglio 2019 00:00

Meditare la vita

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:

“meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).

Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare, che prende immediatamente le distanze da un uso strumentale della meditazione che è piuttosto presentata come un vero e proprio stile di vita, una postura grazie alla quale, zittendo il brusio del pensiero e delle sue rendicontazioni, ripristinare una certa intimità con il mondo. Meditare, come scriveva infatti María Zambrano, “è riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che apre la realtà del mondo” (Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 87). Non si pensi che questo significhi accedere a una dimensione straordinaria: si tratta piuttosto di apprendere a prestare attenzione a quelli che Chandra chiama “i miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato.” Riuscendo a fare “spazio intorno a quei gesti tanto ordinari”, la meditazione “li fa brillare e permette che aprano un varco nell’oscurità in cui si solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora pian piano si ricevono le visite di quella consapevolezza” (p. 19) che si rivela una “forma di amore” (p. 40), una premura e un’attenzione realmente maieutiche perché capaci di facilitare la fioritura di ciò di cui si prendono amorevolmente cura, rivelandosi capaci, prosegue idealmente Zambrano, di chiamarle “non solo a rivelarsi, ma a divenire, a divenire presenti» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Ed. Il lavoro, Roma, 2009, p. 246), a farsi vive, direbbe, altrove, Chandra.

Che vuol dire che questa particolare forma di «intimità» con ciò che accade, in noi e fuori di noi, è «impersonale»? Significa che essa non pone più l’io al centro della propria narrazione ma il Sé, ossia, come spiegava Jung, qualcosa che “anche noi siamo”. L’esperienza che ne consegue non è affatto spersonalizzante, essa chiama anzi in causa l’intero psichismo dell’individuo, ma si dà in virtù di quella che la psicoanalista Marion Milner definiva “una resa creativa” dell’ego, (M. Milner, Una vita tutta per sé, Moretti &Vitali, 2013, pp. 207, 12 euro) grazie alla quale il soggetto smette di girare attorno al proprio ombellico, a parlare sempre di sé, per provare piuttosto a essere davvero presente a sé e a osservarsi. Scrive Chandra:
“Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di non essere niente” (p. 62).

Una forma di meditazione zen invita a prendere coscienza dei propri pensieri e stati d’animo, a riconoscerli con chiarezza, a etichettarli con una definizione chiara (ad esempio “ansia”) e poi a dirsi, mentalmente, “non io”. Non siamo di fronte ad un invito alla negazione, tutt’altro, bisogna avere piena coscienza degli stati d’animo che ci attraversano, ma occorre imparare a non identificarsi con essi, ad esercitare quello che il buddismo chiama, “non attaccamento”. Questa capacità che “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto”, spiega Simone Weil, si chiama “attenzione” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, 2008, pp. 197) che a sua volta – come Chandra la consapevolezza e Zambrano il sapere filosofico – considera una forma d’amore.

Allo stesso modo, il pensiero non è affatto svilito nelle sue funzioni, al contrario; proprio perché non ha coperto le emozioni, sostituendosi ad esse, può rielaborarle e contribuire a chiarirne il senso, il significato, la portata, dando vita a quello che lo psicoanalista Thomas H. Ogden chiama “pensiero trasformativo”. Siamo di fronte ad un pensiero che segna “il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’esperienza emotiva disturbante, non mentalizzata, a una mentalità in cui si prova a sognare/pensare la propria esperienza e, più avanti, il passaggio dalla conoscenza della realtà della propria esperienza, al divenire la verità della propria esperienza” (Thomas H. Ogden, Vite non vissute. Esperienza in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 2016, p. 27).

Si capisce qui come quella sospensione del pensiero come atteggiamento giudicante o anche solo intellettualizzante che Chandra scorge al centro della meditazione e che, ancora una volta sotto altre forme, sta anche al cuore dell’analisi (“prego astenersi da giudizi” a vantaggio delle “libere associazioni”), non abbia nulla a che vedere con la condanna del pensiero, ma costituisca piuttosto un metodo per valorizzarlo appieno, imparando innanzitutto a prendere posizione sulle sue prese di posizione, permettendoci di comprendere come, spesso, gli schemi abituali attraverso i quali organizza la nostra esperienza non siano gli unici possibili. Per questa ragione, lo psicoanalista Christopher Bollas si spinge ad affermare che “la psicoanalisi è una forma speciale di pratica meditativa che permette agli assiomi del sé di emergere” (C. Bollas, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina, Raffaello Cortina Editore, 2013, p. 106). Nonostante si tratti di due percorsi di consapevolezza evidentemente differenti, è possibile scorgere tra loro alcune suggestive analogie che vorrei qui indicare: entrambi invitano a liberarsi dalle idealizzazioni per imparare ad essere se stessi e a stare con quel che (si) è, cosicché ciò che Chandra dice dell’esperienza della meditazione, vale senz’altro anche per quella della psicoanalisi: “non mi chiede di essere esemplare, non mi chiede di essere eroica, non mi chiede di tendere a niente di ideale, non cancella, non acuisce, sta. Con me. [mi permette di] Imparare a stare” (p. 4).

Non solo, dunque, non si tratta di percorsi per uscire dalla condizione che ci preoccupa ma, semmai, per imparare, come direbbe Hegel, “a soggiornarci, a guardarla faccia in ogni suo farsi,” (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Bompiani, Torino, 2000, p. 87.) al tempo stesso non per accettarla e rassegnarsi ad essa ma, come spiega bene Chandra, per accoglierla (p.75) e solo dopo averla accolta, poterla rielaborare, sino a cambiarle di segno e di significato.

Certo è possibile che si abbia l’impressione che simili svolte, le stesse che sottolinea Ogden, avvengano all’improvviso, come a seguito di un insight particolarmente fecondo; tuttavia esse sono piuttosto il frutto di una pratica costante che nel tempo ci ha esercitato a stare, ad ascoltare, a comprendere e poi, grazie a questi passi, a concepire e vivere diversamente, ciò che ci faceva problema; non solo a inquadrarlo da un altro punto di vista, ma anche a porci diversamente rispetto ad esso. Ma non si tratta di scoprire una verità profonda sull’esistenza, che si svela dietro le apparenze che la nascondevano, quanto, piuttosto, di sviluppare la possibilità di sperimentare, concepire e poi restare fedele, a una diversa maniera di vivere, di sentire, di concepire se stessi, il mondo e l’esistenza tutta. Una fedeltà che sarà stimolata da un senso di consonanza con ciò che nell’esercizio di queste pratiche sarà stato percepito come maggiormente autentico e significativo rispetto ai precedenti e abituali schemi di recettività e di elaborazione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

L’irriducibilità di questo processo a uno schema impersonale – nel senso, questa volta, di valido per tutti, indipendentemente dalle specificità di ciascuno –, sottolinea come tanto la meditazione, quanto la psicoanalisi nelle sue diverse forme, non siano tecniche ma arti (Chandra, p. 59): le prime indicano procedure valide in se stesse che, se correttamente applicate, conducono necessariamente a risultati prevedibili e già testati, le seconde sono invece attività che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non possono verificarsi che secondo i suoi personali talenti, ossia le peculiarità di ciascuno, assumendo una piega e uno sviluppo mai del tutto prevedibili a priori e sempre, in qualche modo, unici. Mentre le tecniche richiedono di compiere atti oggettivi, le arti chiamano in causa comportamenti soggettivi nei quali gli individui non sono semplici esecutori di procedure ma interpreti, proprio come lo si può affermare di un artista del quale si dice che ha dato prova di una straordinaria interpretazione, frutto non solo del suo sapere ma, non di meno, della sua personalità e del suo percorso di vita.

Per questo entrambe, da ultimo, restano depotenziate se confinate in una o due ore a settimana nelle loro reciproche stanze di riferimento e compiono davvero la loro missione solo se il soggetto assume su di sé la responsabilità di estenderne l’esperienza alla vita di tutti i giorni. Scrive Chandra:

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamo “il mio carattere”, se comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io”. (p. 60)

Che cosa c’è di male a sviluppare una vita un po’ più quieta e a incentrarla sull’io, vi chiederete? Niente in sé, ma non è per questo che nascono sia la meditazione che la psicoanalisi; entrambe, nel solco della filosofia antica, mirano piuttosto alla piena fioritura delle nostre potenzialità, che non significa diventare straordinari ma divenire, appieno, se stessi, compiendo quello che Jung chiamava il processo di individuazione. E non è forse delle possibilità di quel tanto vituperato io che comunque si parla in questo processo, non è lui che deve diventare se stesso? potreste chiedervi. No, spiega Jung, il soggetto di questo processo deve essere il Sé, centro della personalità non solo conscio e pienamente consapevole di non essere il padrone di casa, per citare Freud. In gioco, come intende sottolineare il titolo di questo articolo che mi accingo a concludere, non c’è l’io ma la vita. Meditare sulla vita permette di meditare anche sull’io, meditare sull’io rischia di non dischiudere mai le questioni della vita. Ma soprattutto chiunque meditasse a fondo sulla propria condizione esistenziale finirebbe per comprendere, per dirlo con le fulminanti parole del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, che “la mia vita non sono io” (M. Benasayag, Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 120), che, semmai, ne faccio parte.


Da "www.doppiozero.com" Meditare la vita di Moreno Montanari

Pubblicato in Comune e globale

Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

Pubblicato in Fatti e commenti
Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Occhi ovunque

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

Pubblicato in Passaggi del presente

La sospensione della pena capitale nello Stato della California viene accolta dalla Comunità di Sant'Egidio con grande soddisfazione perchè - per la sua importanza e per le motivazioni addotte - apre alla speranza di una sua possibile, progressiva, abolizione. "In un mondo in cui la leadership si è spesso trasformata in “followship”, al seguito di sondaggi e umori variabili, la California e il nuovo governatore Gavin Newsom danno prova di un grande coraggio politico e leadership", dichiara il coordinatore della Campagna mondiale per l'Abolizione della pena di morte, Mario Marazziti.

In California c’è il più grande braccio della morte del mondo, con 737 condannati, ma dal 1978 le esecuzioni sono state 11, mentre 79 sono morti di cause naturali, 26 per suicidio. E 79 hanno, ad oggi, esaurito tutti gli appelli. La Comunità di Sant’Egidio, che assieme a oltre 20 ministri della Giustizia radunati a Roma nella Conferenza Internazionale della Giornata mondiale delle Città contro la Pena di Morte a Roma, il 29 novembre scorso, aveva promosso un appello al Governatore uscente Brown per commutare tutte le sentenze capitali, esprime la sua soddisfazione e si complimenta per la decisione e la chiarezza del Governatore Newsom, che ha ufficializzato che “non darà l’autorizzazione a nessuna esecuzione” durante il suo mandato, convinto come è che “l’uccisione intenzionale di qualunque persona è sempre sbagliata” , che il sistema della pena capitale “è un fallimento”, “ha discriminato persone con disabilità mentali, neri e di colore, e chi non si può permetter una adeguata difesa legale”, col risultato di persone sicuramente innocenti messe a morte.

Il Governatore Newsom, dichiarando la pena di morte “assoluta, irreversibile e irreparabile” si assume con coraggio le ovvie contestazioni di quanti in California hanno chiesto al contrario, con la Proposizione 66, di accelerare le procedure delle esecuzioni. In sintonia con la nuova consapevolezza cresciuta nella Chiesa cattolica dai pontificati di Paolo VI , Giovanni Paolo II e papa Benedetto, espressa dallo storico nuovo testo del Catechismo voluto da Papa Francesco, che dichiara la pena di morte non solo “non più necessaria”, ma “sempre “inammissibile".
Dalla California può venire un nuovo impulso verso il restringimento della pena capitale negli Stati Uniti, che vede prossima l’abolizione in New Hampshire, con voto bipartisan, dove già da venti anni si assiste ad una riduzione nel numero delle esecuzioni, scese di 5 volte, e per la prima volta la calendarizzazione di progetti di legge per l’abolizione o per una moratoria in stati a guida repubblicana, incluso l’Utah e quelli della “Montagna”.

Da "www.santegidio.org" Pena di morte: grande segnale di speranza la sospensione in California, il più grande braccio della morte del mondo

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“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

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Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Una strage silenziosa in un luogo perduto

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

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