Il mondo che siamo stati abituati a conoscere congela ogni cosa in titoli e mansioni precise. Un sistema in cui conta più la quantità che la qualità. Ma con lo sviluppo della tecnologia sta cambiando tutto: ora la sfida per è specializzarsi in ciò che ci piace e lavorare in base ai risultati

Tutti noi viviamo immersi in un paradosso che ci stressa, ci spaventa e ci impedisce di dare il meglio: se tendiamo a specializzarci abbiamo più possibilità di trovare un impiego, di fare carriera e di crescere nel nostro lavoro, ma rischiamo di restare a piedi se quel che sappiamo fare così bene a un certo punto è superato o non serve più. Oppure se viene automatizzato e affidato ad una macchina.

Se tendiamo ad acquisire competenze più trasversali, invece, probabilmente una possibilità di impiego la troveremo con più facilità, perché un “jolly” fa sempre comodo alle aziende, soprattutto a quelle più piccole, anche mentre cercano super specialisti ed esperti con competenze verticali, che quasi di sicuro guarderemo dal basso verso l’alto per il resto della nostra carriera.

Del resto questo vale anche al di fuori del lavoro, nella vita di tutti i giorni. Chi vorrebbe un amico o un partner monotematico, capace di fare solamente una cosa e poco o per niente duttile? Chi ama stare con gente fissata per uno sport, una squadra, un’attività e che altro non ha per la testa che questo? Al contrario è fantastico avere al proprio fianco qualcuno che ha sempre una risposta per tutto e che conosce il mondo, la sua storia, le culture e chissà quanto altro ancora.

Ma se parliamo esclusivamente di lavoro e di futuro qual è la scelta migliore da fare? Ovviamente ciascuno di noi ha la sua inclinazione, quindi non esiste una scelta che valga per tutti, ma di certo è vera una cosa: quale che sia la nostra inclinazione, il solo modo per crescere in modo sostenibile è fare al meglio ciò che sappiamo fare e che ci stimola a fare sempre meglio, invece che sempre di più. Lavorare sulla quantità è una scelta miope, che porta benefici nell’immediato e problemi in prospettiva. Ecco perché anche le specializzazioni più importanti possono diventare un ostacolo, quando diventano “iper”. Soprattutto se esse non sono frutto del nostro desiderio di andare oltre e di fare sempre meglio, ma una mera necessità e il solo modo per poter ottenere un lavoro o per mantenerlo.

In futuro la necessità di specializzazione arriverà a livelli mai toccati prima. Il motivo è semplice: intelligenza artificiale e machine learning stanno formando un esercito di AI iperspecialistiche, al cospetto delle quali nessun uomo potrà tenere il passo. Men che meno quelli che non sono naturalmente portati verso la specializzazione. Al contrario, sembra ancora lontana la possibilità di creare AI generali, che se la cavino bene su più fronti.

Questo sembrerebbe agevolare di molto la scelta, ma non tutti abbiamo le stesse possibilità e gli stessi talenti, perciò la vera scelta che dobbiamo fare richiede un notevole sforzo introspettivo, che ci porti a capire chi siamo davvero, cosa siamo in grado di fare e quanto potremo sopportare questa nostra scelta in futuro.

Ma se gli iperspecialisti non avranno vita facile, nel prossimo futuro, nemmeno i maghi del multitasking se la passeranno bene, a quanto pare. Questi ultimi soffrono già oggi di un costante e cronico sovraccarico di attività e di lavori, spesso molto diversi tra loro, che ne complicano l’esistenza e che generano stress e frustrazione.

Come fare a camminare senza inciampare (o almeno rialzandosi ogni volta) su questo filo sottile e insidioso? La soluzione è una sola: non cadere mai nella trappola del “sempre di più a ogni costo”. Non bisogna essere dei geni per capire che una crescita continua e infinita è del tutto insostenibile in termini meramente quantitativi. È invece sulla qualità che dobbiamo puntare, perché soltanto questa può crescere pressoché all’infinito, senza mai arrivare ad un punto di stallo insormontabile (la perfezione è sempre lontana anni luce). Ma perché questo avvenga è necessario che ci siano dei prerequisiti.

I miglioramenti qualitativi sono infatti figli di un processo non banale, che richiede metodo, costanza, capacità di analisi e disponibilità a mettere in gioco ogni volta sé stessi, il proprio lavoro e le proprie competenze.

Il sistema in cui siamo stati sinora immersi tendeva invece a congelare ogni cosa in titoli, incarichi, mansioni precise dalle quali ci si aspettava sempre e ancora di più, soprattutto in termini quantitativi. Il risultato? Per moltissimi una curva in crescita durante i primi anni di lavoro e poi un lento ma inesorabile declino fino alla pensione, quando ci si catapultava fuori dalle finestre dell’azienda come Fantozzi, finalmente liberi dal peso opprimente di un lavoro che normalmente non si sopportava più.

Perché le persone non sono arance da spremere e non sono nemmeno nate per lavorare una vita intera con la sola soddisfazione del compenso economico. Le persone vivono di desideri, di aspettative, di nuovi traguardi da raggiungere, non soltanto in termini di carriera.

Cosa serve, dunque, per fare un salto quantico dalla mentalità quantitativa a quella qualitativa? Ognuno ha il suo percorso e le sue possibilità, ma ci sono pilastri che possono valere per tutti:

ascoltare noi stessi e scegliere consapevolmente;
acquisire competenze multidisciplinari, oltre a quelle verticali;
imparare a conoscere bene aziende e opportunità, prima di spedire curricula “urbi et orbi”;
definire attentamente le nostre aspettative e le nostre priorità;
comprendere una volta per tutte che il lavoro consisterà sempre più nell’ottenere dei risultati, piuttosto che nell’essere fisicamente e/o mentalmente in azienda per alcune ore al giorno;
comprendere che i risultati si ottengono con il tempo, ma soprattutto con il metodo, con la progettualità e con la passione per quello che si fa.
È questo l’unico segreto possibile: imparare a fare di meno e a fare meglio e farlo per tutta la carriera lavorativa, puntando a diminuire le ore lavorate e ad aumentare la qualità del lavoro; tutto questo bilanciando verticalità e trasversalità e facendo squadra con specialisti con i quali sappiamo almeno dialogare, pur non conoscendo a fondo la loro materia. Questa, che potremmo definire capacità di project management, è di certo uno degli skill più apprezzati dalle aziende e ci serve anche quando lavoriamo in proprio.


Da "http://www.centodieci.it/" Fai meno, fai meglio, fai ciò che ti piace fare di Claudio Gagliardini

Pubblicato in Comune e globale

Gli italiani non si informano, e non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni probabilità anche a causa dell’introduzione dei paywall (i sistemi che obbligano a pagare qualcosina per accedere a contenuti di qualità in rete).

A dire tutto questo è l’Ansa, citando l’ultimo rapporto della Commissione europea sullo sviluppo digitale. Il rapporto prende in esame diverse aree, ma quello che qui ci interessa è il capitolo 3 (pagina 8) che riguarda l’uso dei servizi internet. Dunque: usiamo la rete più o meno in media con gli altri cittadini europei per cercare musica, video e giochi, per fare videochiamate e per frequentare i social network.

La usiamo meno degli altri per accedere ai servizi bancari o per comprare cose. La usiamo molto meno degli altri per leggere notizie. Del resto, per rendersi conto di tutto ciò basta fare un giro in metropolitana e sbirciare quanto appare sugli schermi degli onnipresenti telefoni.

Tutto ciò denota una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati

Ma, ormai è noto, non leggiamo notizie nemmeno sui quotidiani di carta, che negli ultimi dieci anni, secondo il Censis, hanno perso un quarto dei loro utenti, soltanto una minima frazione dei quali è passata alla lettura online.

Già che ci sono, ricordo che meno di un italiano su due (il 45,7 per cento) legge libri, e che per dichiararsi “lettore” basta aver aperto un singolo libro nell’arco di un anno, ricettari di cucina, guide turistiche e manuali di autoaiuto compresi.

Ho lo sconfortante sospetto che tutto ciò denoti una decrescente attitudine a prendere contatto con i fatti e con i dati, a far la fatica di selezionare e verificare le fonti e a prendersi l’ulteriore onere di ragionarci sopra applicando un minimo di pensiero critico.

Per carità: tutto ciò andrebbe anche bene, se contemporaneamente non decrescesse la fiducia riposta nelle istituzioni e negli attori che per ruolo o per professione dovrebbero, appunto, considerare ed elaborare fatti e dati per conto di chi non avesse la voglia, il tempo o la capacità di farlo.

Insomma: è come se pretendessimo di guadagnarci tutto il godimento, il brivido, la soddisfazione e il protagonismo connessi con la disintermediazione, senza accollarci l’obbligo di fare il lavoro in precedenza svolto da chi intermediava.

In altre parole: è come se dicessimo “ehi, basta con gli agenti, ce lo organizziamo noi alla grande, il nostro viaggio verso il futuro, e che sarà mai?”, ma poi non avessimo voglia di controllare mete e costi, orari e itinerari, le variazioni climatiche stagionali, le soste possibili. E pazienza se facendo così, ahi ahi ahi, diventiamo turisti-fai-da-te delle opinioni e delle decisioni che riguardano, prima ancora che la collettività, noi stessi.

E ancora. Sembra che le emozioni siano diventate non il principale, ma addirittura l’unico strumento disponibile per comunicare (cioè: per trasmettere informazione) catturando l’attenzione, e di conseguenza l’interesse e il consenso, di pubblici disorientati e definitivamente sovrastati dall’eccesso di stimoli, di proposte e di complessità.

Chiariamoci: non è certo una novità che per comunicare qualsiasi fatto, per proporre qualsiasi idea, per incentivare a prendere qualsiasi decisione (e anche per vendere qualsiasi cosa) sia, più che opportuno, indispensabile agire anche, o soprattutto, sulla leva emozionale.

Del resto, già un paio di millenni fa Cicerone affermava che, per comunicare efficacemente, il bravo oratore deve docere o probare, delectare, movere o flectere. Cioè: l’oratore dev’essere capace non solo di spiegare, ma anche di intrattenere e di coinvolgere emotivamente.

Però. Però potrebbe sembrare che oggi il suscitare e il trasmettere emozioni si vada trasformando da mezzo efficace per comunicare a obiettivo ultimo dell’atto stesso della comunicazione. È l’engagement, bellezza: il nuovo mito della comunicazione disintermediata.

Tutto ciò appare paradossale in un tempo in cui l’informazione di qualità a disposizione di tutti è più accessibile che mai. E poi: siamo davvero certi che sia più utile, e perfino più gratificante, volendo davvero essere protagonisti del proprio futuro, sentirsi engaged che essere informati?

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Disinformati, disintermediati, ma molto coinvolti di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

Pubblicato in Parlare di noi
Lunedì, 04 Giugno 2018 00:00

Ridare senso alle nostre parole

C’è qualche elemento in comune tra il confronto politico in Italia dopo la più “brutta” campagna elettorale di sempre secondo l’opinione di tanti commentatori e semplici cittadini, lo scandalo Cambridge Analytica, che ha minato seriamente la credibilità di Facebook, o gli scioperi a ripetizione dei ferrovieri francesi, che stanno creando enormi disagi ai cittadini e danni consistenti all’economia transalpina? Si tratta di eventi tra loro lontani per molti fattori, eppure li unisce un fil rouge, per quanto apparentemente poco evidente, di cruciale rilevanza per la nostra società: ciascuno di essi segnala un carente o distorto funzionamento della comunicazione, rivelando un nodo problematico che getta ombre sullo stato di salute di questo tassello essenziale della nostra vita insieme. In queste vicende sono messe alla prova la qualità e la profondità della circolazione della parola (idee, vissuti personali o di gruppi, informazioni), ossia i pilastri di ogni autentica comunicazione, dal livello interpersonale più ristretto fino a quello più ampio dell’intera società. Gli esempi indicati mostrano, infatti, che alcuni aspetti del circuito comunicativo di scambio e condivisione, cruciali per le dinamiche della vita sociale e politica, sono entrati in sofferenza e tutti noi ne paghiamo le conseguenze.

La povertà del confronto e il discredito dell’interlocutore
Non servono molti argomenti per rendersi conto della fragilità della comunicazione quando si pensa alla povertà di idee e proposte della recente campagna elettorale, tutta giocata su slogan e promesse in buona misura utopici, soprattutto in campo economico, senza tenere davvero in conto la realtà italiana. Una situazione che si sta prolungando nel dibattito politico postelettorale, in cui prevalgono i ragionamenti sulle alleanze possibili per formare un nuovo Governo, ma latitano i confronti seri sui contenuti dei programmi da realizzare.

Al carente dibattito sulle proposte concrete per il futuro del Paese fa da contraltare una comunicazione sovente urlata e aggressiva, che mira al discredito degli avversari politici, o addirittura al rifiuto netto e aprioristico di riconoscere altri partiti come interlocutori legittimi. È del tutto naturale che ci siano diversi livelli di affinità e vicinanza tra le forze politiche, e quindi di collaborazione e alleanza o al contrario di inconciliabilità programmatica; ben diverso è, però, disconoscere in radice la legittimità di un altro partito, che pur si colloca all’interno del quadro democratico fissato dalla nostra Costituzione. Quando ciò accade si infligge una ferita al tessuto democratico del Paese e si finisce per squalificare anche quanti tra i cittadini lo hanno sostenuto e si sono riconosciuti in esso. Si ragiona e si opera secondo una logica di esclusione che conduce inevitabilmente a minare le fondamenta sociali del vivere insieme.

In effetti, nel caso del discredito o della delegittimazione unilaterale dell’avversario, ci troviamo di fronte a qualcosa che è ben diverso dal confronto preelettorale, anche duro e deciso, tra posizioni politiche diverse, lontane o addirittura opposte. Non si entra neanche nel confronto sulle proposte, non ci si cimenta nella “battaglia delle idee”, ma si costruisce un clima di sospetto, sfiducia e rigetto dell’altro che fa venir meno le condizioni basilari perché possa svolgersi un effettivo dialogo.

Su quali fondamenta si può realizzare un’effettiva e feconda comunicazione se si sfugge al confronto sul piano delle proposte e non si riconosce alcun credito alla parola altrui?

La manipolazione della Rete
Quanto recentemente emerso sulle attività della società di consulenza e marketing britannica Cambridge Analytica accende i riflettori sull’attuale funzionamento della Rete e i relativi rischi, non sempre facili da individuare. La vicenda è largamente nota: Cambridge Analytica ha acquisito le informazioni personali di circa 50 milioni di utenti di Facebook, violando le regole sulla raccolta dei dati personali, probabilmente per sfruttarle nella campagna elettorale statunitense che ha visto prevalere Donald Trump. Non è ancora accertato chi e in che misura se ne sia servito e se esse abbiano effettivamente inciso sull’esito elettorale, ma l’intera vicenda ripropone all’attenzione generale la questione della salvaguardia della democrazia nell’epoca dei big data e di Internet.

Dal 2016 ci sono divenuti familiari nuovi termini come fake news o post-verità (cfr Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti sociali 2017 [2] 93-100) e abbiamo imparato (o dovremmo averlo fatto) che la realtà presentataci dai social media è tagliata su misura per ciascuno di noi: ci offre in continuazione contenuti corrispondenti a quanto abbiamo già manifestato di apprezzare attraverso un like o una condivisione, facendoci così vivere in una bolla che rispecchia le nostre attuali preferenze, ci “protegge” dal confronto con opinioni o proposte differenti, ci isola in un microsistema autoreferenziale abitato solo da persone, istituzioni, organi di informazione, partiti, ecc., che sono sulle nostre posizioni. Pensiamo di avere una finestra sul mondo nella sua integralità e invece ne guardiamo solo un pezzetto, attraverso una lente che non abbiamo scelto consapevolmente, ma che è stata confezionata per noi.

Come molte altre realtà, Internet offre numerosi vantaggi, ma si presta anche a possibili abusi, più difficili da individuare quando ci si misura con uno strumento relativamente nuovo. La stragrande maggioranza dei cittadini fa quotidianamente ricorso ai siti web e ai social media per comunicare e informarsi, per distrarsi od organizzare le proprie attività, ma in larga parte siamo utenti disattenti, impreparati e vulnerabili, propensi a dare credito a quanto leggiamo e vediamo, senza preoccuparci di verificare la bontà della fonte, anche perché molte volte non disponiamo degli strumenti necessari per operare il vaglio tra un’informazione corretta e un’altra manipolata.

Nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco indica come antidoto contro le falsità il comportamento delle «persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio». Il riferimento all’uso del linguaggio ci fa fare un altro passo. Sempre più spesso, e in particolare in Rete, l’incontro e il confronto con chi è portatore di idee diverse si risolve in reazioni scomposte, rabbiose, cariche di violenza. Si ricorre a parole che feriscono, come denunciato dal Manifesto della comunicazione non ostile (<http://paroleostili.com>), che propone al contrario uno stile responsabile di presenza nella realtà digitale. Il dibattito sulle idee è spesso rifiutato a priori, le posizioni altrui sono ignorate nella sostanza o sono attaccate facendo ricorso ad argomenti di basso profilo. Scorrendo i commenti degli utenti agli articoli pubblicati on line o nelle pagine Facebook e Twitter di alcune istituzioni o personalità pubbliche ci si imbatte soprattutto in insulti, attacchi personali o addirittura minacce. Sembra non esserci alcuno spazio per le posizioni altrui, nemmeno per l’ipotesi che chi ha un pensiero diverso dal mio possa avere qualche buon argomento o un punto di vista rilevante da ascoltare nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. La comunicazione è dominata da una logica “totalitaria”, secondo cui il “mio” punto di vista costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valide.

Quale comunicazione è possibile oggi se l’intero sistema comunicativo ci restituisce una visione parziale e accomodante della realtà? Come difenderci dalle manipolazioni possibili in Rete? Come interagire senza lasciare che la scena sia occupata dalle spinte rabbiose e distruttive?

La voce degli esclusi
Il terzo esempio che abbiamo menzionato ci porta in Francia e sposta la nostra attenzione sulle dinamiche sociali. Gli scioperi dei ferrovieri francesi, annunciati fino a fine giugno, hanno avuto una risonanza anche fuori dai confini transalpini per l’impatto sulla vita dei cittadini e i danni alle imprese, ma non sono le uniche proteste in corso in questo momento. Da alcuni mesi la Francia è divenuta il palcoscenico di scioperi di varie categorie di lavoratori (case di cura, Air France, settore energetico, funzionari pubblici) e gli studenti hanno occupato diverse università.

Non sono mancati i commentatori che hanno accostato gli eventi di questi giorni a quelli del Sessantotto. Al di là della suggestione esercitata dalla ricorrenza dell’anniversario (cfr l’articolo di Guido Formigoni, pp. 406-414), va certamente riconosciuto un elemento che accomuna i fatti del maggio Sessantotto con quelli odierni: la necessità di alcune componenti sociali di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti, opponendosi alle politiche o alle decisioni prese dalle istituzioni o dai datori di lavoro. Ma vi sono anche elementi di discontinuità. Nel Sessantotto il concorso di una serie di condizioni favorì l’incontro e la saldatura tra istanze e richieste condivise da una parte cospicua degli studenti e dei lavoratori. Ma oggi è ancora possibile che ciò accada? La frammentazione delle posizioni personali, la scarsa capacità delle realtà associative di riscuotere l’adesione dei più giovani, la realtà di un mercato del lavoro che rende fragili quanti occupano le posizioni più precarie (su questi temi cfr Gianfranco Zucca, pp. 366-376) sollevano interrogativi profondi. In un contesto di crisi, lo sciopero resta uno strumento per difendersi, ma non è disponibile per chi è tagliato fuori ed escluso. La recente sentenza del Tribunale del lavoro di Torino, che ha respinto le richieste dei lavoratori di una nota azienda di distribuzione di cibo ordinato tramite una app, mostra chiaramente quanto sia difficile per chi occupa le posizioni più deboli trovare adeguate ed effettive tutele.

Lo sciopero proclamato dai ferrovieri francesi intende assicurare le attuali condizioni contrattuali anche ai futuri dipendenti, ma
di quali strumenti disponiamo per assicurarci che anche i più deboli possano esprimere il proprio punto di vista all’interno dei circuiti comunicativi e decisionali della nostra società?

Prendersi cura della comunicazione
Gli interrogativi emersi ci presentano un quadro fragile e preoccupante della comunicazione. Tra le tante realtà che richiedono di essere attivamente custodite, senza essere date per scontate, vi è anche la circolazione delle idee e delle informazioni nella sfera pubblica, la comunicazione autentica e di qualità del proprio pensiero, della propria visione sul futuro migliore per la società e sulle proposte per realizzarlo. Sarebbe miope derubricare a semplici mezzi, strumentali rispetto a un obiettivo più importante, la comunicazione e le modalità con cui avviene nel rispetto della libertà e della dignità delle persone, tenendo conto anche delle finalità degli operatori del settore e delle opportunità di accesso per i più deboli. Ci troviamo, invece, di fronte a un vero e proprio bene comune, socialmente rilevante, essenziale per i singoli e per l’insieme della società, oggi minacciato.

L’attenzione da riservare alla comunicazione non è perciò fine a se stessa: prendersene cura significa, in fondo, occuparsi della comunità, porre le fondamenta perché possa esservi una società inclusiva, giusta e orientata al bene di tutti. Scegliere di comunicare e di farlo in un modo rispettoso, aperto, attento ai contenuti significa mettersi in una prospettiva ben precisa: la consapevolezza che c’è un di più che ci accomuna che va custodito e fatto crescere. Non è un caso che la radice latina di comunicazione sia la stessa di comunità: entrambe rinviano al commune, a un dato di fondo che tiene insieme realtà diverse su una base condivisa, appunto comune, in cui alla dimensione della collaborazione suggerita dal cum si assomma la consapevolezza che questo lavorare insieme è allo stesso tempo un dono e un compito, che interpella la nostra responsabilità, come fa trasparire la ricchezza semantica del munus latino.

La questione allora diventa riportare alla luce i pilastri di una comunicazione autentica per dare una prima risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato. L’anniversario sessantottino ci può venire in soccorso attraverso la chiave interpretativa data di quegli eventi dal gesuita e intellettuale francese Michel de Certeau (1925-1986), che lo descrisse con un’affermazione sorprendente: «Lo scorso maggio [1968], la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia» (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007, p. 37). L’equiparazione del Sessantotto all’evento simbolico per eccellenza della Rivoluzione francese trasmette l’idea che una liberazione ha avuto luogo e una novità si è instaurata. La liberazione non riguarda alcuni prigionieri fisici, come erano quelli delle segrete della Bastiglia, ma la parola di quanti nella società del tempo erano privati dalla possibilità di far sentire la propria voce, incasellati in funzioni decise da quanti detenevano il potere politico e culturale. La novità consiste nell’affermazione del proprio diritto di parlare a titolo individuale, senza essere ricondotto a un ordine già definito o a un gruppo predeterminato nella società. Nella lettura del gesuita francese gli eventi del Sessantotto costituiscono un sussulto vitale della parte più debole della società del tempo, che può affermare: «Esisto» e «Non sono un oggetto».

L’atto di “prendere la parola” è la traduzione plastica di un più fondamentale riconoscimento di sé e l’affermazione della propria dignità nel contesto sociale. È un evento capitale, il primo e cruciale passo per avviare un dialogo, per entrare in comunicazione, un passo necessario ma al contempo non basta. Se – come accaduto nel movimento sessantottino – la parola è solo presa, ma non pronunciata rivolgendosi a un interlocutore, se non riesce ad andare oltre la contestazione dello status quo e il rifiuto delle autorità per proporre in modo positivo un’alternativa, non è sufficiente. Se l’atto di prendere la parola non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto, allora è condannato a restare sterile. Invece che alimentare un dialogo salutare e costruttivo, si finisce con il moltiplicare i monologhi, discorsi unilaterali che non cercano né desiderano un’interazione se non quella dell’eco identica di quanto già pronunciato. Dietro un parlare che è nel segno del monologo riconosciamo in chiaroscuro tutti i segni che contraddistinguono la matrice individualistica all’origine di tante ingiustizie e distorsioni del nostro tempo, che divide e isola gli esseri umani, alimenta la competizione, impoverisce il senso di appartenenza a una comunità.

Al contrario, una parola che si propone di incontrare l’altro, esponendo le proprie posizioni, idee, pensieri, bisogni, ha una forza vitale, che permane anche di fronte al rifiuto o all’indifferenza; rappresenta un contributo che comunque interpella le coscienze e apporta elementi fecondi alla vita insieme. Ancor più profonda e ricca è la dinamica che si innesca quando la parola pronunciata è ascoltata, accolta, passata al vaglio critico dell’interlocutore, eventualmente precisata nel confronto o addirittura smentita e contestata, purché ciò avvenga all’interno della cornice del dialogo. In questi casi siamo testimoni che iniziano nuovi percorsi di crescita e comunione.

La “lentezza poliedrica”
Due spunti provocatori da esplorare ci indicano delle piste per superare la chiusura individualistica dei monologhi e rilanciare una comunicazione autentica, in cui ogni singola parola ha un senso e gli interlocutori sono appieno implicati nello scambio.

La prima indicazione ci viene offerta dalla visione poliedrica della Evangelii gaudium, ripresa e tradotta in atto dalla Laudato si’. Il mondo complesso in cui viviamo necessita del confronto tra i diversi punti di vista, in modo particolare quello di coloro che sono ai margini o vittime di ingiustizia. C’è bisogno del contributo di tutti perché possano essere affrontate le crisi che in questo momento attanagliano l’umanità attraverso la ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. Molte volte ascoltiamo l’elogio della pluralità, ma alle affermazioni non sempre seguono le azioni. La pluralità lodata e riconosciuta spesso è temuta e dimenticata. Invece che essere un modo per comprendere la varietà e la ricchezza presenti nel contesto pubblico – e quindi un modo per dare credito a tutti gli interlocutori e a quanto essi offrono – diviene un pretesto per continuare a portare innanzi discorsi unilaterali. Questo accade quando si ha della pluralità una visione frammentaria e non organica, nel segno di una tolleranza indifferente o magari infastidita per le posizioni altrui. Non è forse il momento di convertire il nostro linguaggio per parlare di parzialità, intesa come riconoscimento che nessuno dispone di una visione totale, ma tutti siamo portatori di un pezzo di conoscenza del reale e abbiamo bisogno degli altri, anche quelli più distanti da noi con i quali entrare in dialogo per poter assumere una prospettiva più ampia sulla realtà?

Un altro spunto si lega alle dinamiche del nostro tempo che sono nel segno dell’accelerazione, della tempestività, della comunicazione in tempo reale, ma anche dell’evaporazione rapida del senso delle parole pronunciate, della possibilità di passare da una posizione all’altra, diametralmente opposta, in modo repentino e nella disattenzione generale. La velocità impressa alle nostre attività e comunicazioni finisce per togliere “peso” a ciò che viviamo, svuota dall’interno il senso e la portata delle parole e dei gesti, “alleggerisce” in modo negativo perché impoverisce, perché «deterrenizza la vita umana», come evidenzia il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017, 29). Al posto di questa cavalcata incessante, che abolisce ogni sosta utile a prendere coscienza della profondità del presente,
la pista alternativa da seguire è quella di riscoprire la lentezza del ragionare, del confronto, del comunicare, del rispondere in modo meditato, dei tempi lunghi, che sono anche i tempi e i ritmi della natura, ben diversi da quelli imposti dall’attuale rapidación (LS n. 18). Passare dal flusso incessante della circolazione di idee e informazioni al lavoro personale e di gruppo di rielaborazione e riappropriazione richiede energie, dedizione e pazienza, è un processo lento per definizione, come lo sono i tempi delle stagioni, ma per questo capace di generare esiti creativi e fecondi.

Riconoscere la nostra limitatezza e parzialità, andare controcorrente vivendo la “lentezza poliedrica” può essere un vaccino per ridare slancio alla comunicazione innanzitutto nei contesti che ci sono più vicini, perché anche lì la parola necessita di essere guarita, per poi risalire agli ambiti più ampi della nostra vita sociale e politica, nella consapevolezza che si tratta di una partita lunga da giocare, dato che occorre invertire tendenze da tempo in atto, ma altresì coscienti che solo abitando lo spazio della comunicazione in modo inclusivo e aperto è possibile costruire un futuro comune.

Da "http://www.aggiornamentisociali.it" Ridare senso alle nostre parole di Giuseppe Riggio

Pubblicato in Parlare di noi

Tempo libero e riposo non esprimono propriamente la stessa interpretazione del tempo. Il primo, infatti, rimanda alla libertà rispetto a un tempo schiavizzato dal lavoro; il secondo, invece, rimanda a una comprensione del lavoro come opportunità di esistenza umana.

Detto diversamente e seguendo Hannah Arendt,[1] il lavoro è la maniera umana di sperimentare la felicità di essere vivi, in quanto nell’azione l’uomo compie faticosamente se stesso e non solo «fa delle cose». Lavoro, dunque, come via privilegiata verso sé, perché nella cura operosa del qui e ora, propria del lavoro, l’uomo si conosce, si ritrova e si compie.

Quando il lavoro diventa un idolo
Tuttavia questo percorso non è automatico. Il rischio che il lavoro sia compreso in modo strumentale, cioè in vista di altro – e dunque in termini di «pausa dalla vita» – è sempre possibile. Al contrario, ma seguendo una stessa logica interpretativa, si trova l’assolutizzazione del lavoro: il lavoro esaurisce il tempo della vita diventando un idolo.

Entrambe queste prospettive sono povere e inadatte al interpretare il tempo dell’esistenza come tempo propizio di vita.

Il tempo del riposo apre una prospettiva nuova. Il riposo, non solo come bisogno di recuperare le forze per lavorare meglio, ma come «dovere» inscritto nelle leggi della biologia e del cosmo, ridona la giusta prospettiva al lavoro. Infatti inserisce quest’ultimo in un’ermeneutica più ampia dell’esistere umano: quella del dare e del ricevere.

C’è un tempo per ogni cosa…
Nel ciclo sonno-veglia e riposo-lavoro, infatti, s’inscrive la verità dell’uomo: c’è un tempo per dare e un tempo per ricevere, un tempo per collaborare attivamente alla costruzione del mondo e un tempo per abbandonarsi.

Il riposo, dunque, si propone sia come abbandono fiducioso di chi accetta che non tutto dipenda da lui, sia come una condivisione del tempo di chi sa dare e sa ricevere. Detto diversamente: riposo colto come riconoscimento del primato della relazione, come sospensione della presa della realtà in nome di quest’ultima.[2]

In quest’ottica il riposo acquisisce priorità sul lavoro, altrimenti quest’ultimo cessa di essere cura per il qui e ora per diventare un fine in sé, una forma disperante di distrazione da sé.

In altri termini, il lavoro rischia di separarsi dal lavoratore, perdendo il senso per la sua vita. Al contrario, il lavoro è il lavoratore che nell’atto stesso del lavorare vive la sua vita e il riposo è propriamente ciò che apre questa possibilità.

Il riposo come astensione
Ma il significato del riposo non si ferma qui. Nella Bibbia il sabato è l’unica opera che il Creatore benedice e consacra (cf. Gen 2,3), cioè riserva per sé. Ne consegue che in questo giorno che Dio riserva per sé l’uomo è chiamato a partecipare coscientemente a quell’eternità che già vive in lui.

Il riposo si presenta così come ingresso in una dimensione più profonda del tempo, in cui la rinuncia al lavoro dice la relazione per eccellenza dell’uomo, quella con Dio. In altre parole, astenersi dal lavoro esprime la decisione di affidarsi: riposarsi, cioè, non solo dal lavoro, ma anche dal pensiero del lavoro. Questo è possibile in quanto si riconosce di non essere solipsisticamente padroni dello spazio manipolabile e del tempo fruibile, ma in relazione a un Altro che ha costituito e ha donato lo spazio e il tempo perché l’uomo potesse fare questa esperienza di libertà.

Se, infatti, l’uomo ha coscienza di sé e del mondo attraverso la propria opera, il riposo sabbatico, ordinato per ricordare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (Dt 5,15) consente di non divenirne schiavi. Il dovere del riposo serve per non dimenticarlo.

Da "http://www.ilregno.it" Il dovere di riposare: per non ritornare schiavi di Carla Corbella

Pubblicato in Passaggi del presente
Venerdì, 06 Aprile 2018 00:00

Gun Show. Nella pancia dell’America

“Choose me, not guns”, invocano i liceali d’America urlando il loro no alle armi. La National Rifle Association li sbeffeggia, i politici insorgono. E il resto della storia va in scena senza clamore nella pancia profonda del Paese, dove le armi sono nel Dna e i Gun Show un’attrazione come una volta il circo. Vivo in Louisiana da cinque anni e non ne avevo mai visto uno. Domenica ho rimediato.

Ci si va a comprare pistole, fucili, memorabilia nazi, coltelli, tasers. Il biglietto a pagamento scoraggia ragazzini e perditempo, ma la sala del centro convegni trabocca. I tavoli carichi di armi si perdono a vista d’occhio. Il clima è allegro, le foto proibite. Basta la patente e porti a casa un arsenale. È uno di quei momenti in cui sbatti contro una realtà così altra da fare male.

Al banco delle t-shirt l’anima politica esplode sfacciata. “Black Guns matter”, strilla una maglietta facendo il verso al Black Lives Matter del movimento antirazzista. Mi guardo intorno. I neri si contano sulle dita di una mano come del resto le donne. “Il problema non sono le armi”, proclama un’altra t-shirt. “Sono cuori senza Dio, case senza disciplina, scuole senza preghiera, tribunali senza giustizia”. La gente ride e compra.


Benvenuti nel Deep South, nel cuore di quell’America che si è schierata compatta con Trump. Dritto nel cuore della Bible Belt, dove a ogni svolta c’è una chiesa, il Big Bang è un’opinione e il suprematismo bianco non smette di fare proseliti. Qui le armi sono identità. Si trasmettono di padre in figlio, insieme alla passione per la caccia e alla retorica da maschio alfa.

Sembra un incubo e a tratti lo è. Di sicuro viverci è difficile. Dietro le facciate da cartolina le ombre sono in agguato. Chiassose, cupe, disturbanti. “C’è un sottofondo buio, infestato di spettri, nella vita del Sud e benché pulsi attraverso molte interazioni, ci vuole parecchio per percepirlo e ancora di più per capirlo”, scrive Paul Theroux in Deep South, appassionante resoconto di un viaggio lungo quattro stagioni fuori nelle zone più povere di South Carolina, Alabama, Mississippi e Arkansas. Un Gun Show non spiega tutto ma è un buon punto di partenza

In superficie il Sud è una festa. Il cibo è una delizia – pollo fritto, cornbread, hushpuppies, gumbo, jambalaya. Sapori d’Africa, Francia, Caraibi... Un esotico che sa di famiglia. Soul food. La musica è ovunque – dal blues del Delta al jazz di New Orleans. Ma l’asso pigliatutto è l’illusione del mondo di ieri. Le piantagioni con le dimore padronali ombreggiate dalle querce. Le cittadine decotte dal sole raccolte attorno a Main Street ormai deserte. Le stravaganti mansion costruite sulle fortune del cotone e dello zucchero. Snapshot da Via col vento, moltiplicati per dieci, cento, mille.


Non è solo marketing per turisti: la nostalgia è nell’aria, nei discorsi della gente, nelle abitudini. Per chi come me arriva da Trieste sa di casa. È una dimensione dell’anima, prima che storica. L’inclinazione a guardare indietro anziché avanti, la chiusura in difesa, l’assenza di speranza. Un’identità sognata. Lì la Mitteleuropa, Maria Teresa d’Austria e il porto dell’impero. Qui il Vecchio Sud, le case adorne di candide colonne, l’ospitalità, gli schiavi leali, le donne fragili e forti. È facile accomodarsi in quest’abbraccio. È romantico. Soprattutto, è comodo.


Il mito contiene infatti il suo veleno. Quello dell’Old South è il peccato originale dello schiavismo, la crudeltà della segregazione, la fiamma mai spenta della supremazia bianca. “Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato”, scrive William Faulkner in Requiem per una monaca. È una citazione abusata, per illustrare questa parte di mondo, ma conserva un’attualità che non è mai stata così stretta.

Basta chiedere. Razzismo e privilegio bianco restano argomenti tabù, soprattutto se se sei straniero. Basta guardarsi intorno. In Louisiana la percentuale di afroamericani è fra le più alte d’America (32 per cento). L’integrazione è piena, nelle scuole come nei luoghi di lavoro. Eppure si vive separati. Neri con neri, bianchi con bianchi. Nei locali, a teatro, al cinema. È stata la sorpresa più grande.

In Open City lo scrittore Teju Cole descrive la malinconia di trovarsi a un concerto di musica classica, ancora una volta unico afroamericano in una platea bianca. “Ci sono abituato ormai, ma mi sorprende sempre quanto è facile lasciare il meticciato della città per entrare in spazi di soli bianchi, la cui omogeneità, a quanto sembra, non causa alcun disagio ai bianchi stessi”. “Ricevo delle occhiate che mi fanno sentire come Ota Benga, il pigmeo che era stato messo in mostra nella gabbia della scimmia allo zoo del Bronx nel 1906”. Succede a New York, figuriamoci quaggiù.


Il riflesso politico è clamoroso. Malgrado le polemiche, le statue confederate ancora vegliano sulle piazze e le bandiere con la croce blu continuano a sventolare. A Shreveport, Louisiana, isola democratica in uno stato repubblicano, tiene banco da più di un anno la controversia per rimuovere dal giardino del tribunale un monumento che combina i busti di quattro generali sudisti. Il caso ha messo a nudo tutti i nervi. La municipalità ha votato per rimuoverla, in linea con la comunità afroamericana per cui la statua incarna la memoria dello schiavismo.


Le United Daughters of the Confederacy – così devote alla causa perduta del Sud da essere tacciate di suprematismo bianco – si sono opposte. A dare loro man forte, sono arrivati i membri del Gulf Coast Patriot Network. Pick up coperti di fango, berretti da baseball e bandieroni confederati al vento, il classico pubblico da Gun Show. Il caso ha fatto così scalpore da finire in video sul New York Times.

È un circuito fra passato e presente che sfoga la rabbia di un’America rimasta indietro. Negli stati del Sud i poveri sono il venti per cento (nel resto del paese è il 16) e il gap tra chi ha e chi non ha si allarga a vista d’occhio. I sobborghi middle class vengono su come funghi, sull’autostrada sfrecciano Porsche Cayenne e il fantasma della povertà danza il suo valzer sgangherato nella pubblica via. Volteggia fra case di legno che stanno insieme con lo sputo, cortili che straripano di masserizie e trailer park pronti a inabissarsi alle prime piogge di primavera. Se guardi meglio, vedi il volto disperato della fame.


Gli stati più affamati d’America sono tutti nel Deep South: Louisiana, Mississipi, Alabama. Diciotto famiglie su cento lottano ogni giorno per la sussistenza, 48 studenti su cento non sanno dove procurarsi il prossimo pasto. I food stamps valgono poco più di un dollaro e mezzo a pasto, frutta e verdura sono un lusso che pochi possono permettersi. Ogni Natale la radio locale lancia una campagna perché i bambini ricevano tre zainetti di cibo per le vacanze. I supermercati rigurgitano di roba, le code ai fast food sono chilometriche, ma un bambino su quattro se non mangia a scuola patisce la fame.

Il bisogno, che falcidia la comunità afroamericana e quella ispanica, non risparmia i bianchi: la working class impoverita e quelli che al Sud marchiano come white trash, i figli bianchi di una certa realtà rurale e provinciale considerati pigri, poco produttivi, inetti ad arrampicarsi sulla scala sociale.

Nancy Isenberg, storica dell’Università della Louisiana li ha descritti in modo magistrale in White Trash: The 400-Year Untold History of Class in America (2015), che fin dal titolo ha fatto molto discutere. Trump li ha conquistati rinfocolandone le ansie – l’insofferenza verso gli afroamericani che rivendicano i propri diritti, gli immigrati, Obamacare, l’ingerenza dello stato, il mondo che cambia.

Intanto la rete sociale si sfonda come la sfiori. Davanti all’unico ospedale pubblico le panchine si affollano ogni mattina di un’umanità così fragile e dolente che si stringe il cuore. Ma l’equità sociale è un discorso che stona. Trionfano la beneficenza, il volontariato, le donazioni: la carità cristiana. Non per caso siamo nella Bible Belt, dove il cuore della comunità sono le chiese. In Louisiana ce n’è una ogni 42 abitanti, un record. Organizzano cene, concerti, gruppi di studio, attività per bambini, corsi d’inglese per immigrati. Le più ricche hanno teatri, scuole, asili.


Gli enormi parcheggi sono sempre pieni e la religione dilaga sfrontata sulla scena pubblica. Si prega nelle classi, alle cerimonie, al rodeo. L’evoluzionismo è un’opzione, l’aborto una colpa innominabile. Dichiararsi atei è una scelta socialmente rischiosa e God bless you un saluto come gli altri. Vista da qui, la polemica italiana sui crocefissi in classe sembra acqua di rose.

Nelle chiese s’incanala una pulsione di socialità che non ha altri sfoghi. Non piazze, bar, mercati, librerie. Fuori dei rari centri urbani, le strade corrono per miglia in un blob di fast food, shopping center e banche. L’imperativo è consumare, tutto il resto è commento. Il clima dal canto suo non aiuta. L’estate è lunga e crudele, l’aria condizionata una necessità. Ma ciò che ha salvato tante vite, ha spezzato i legami e le pratiche di buon vicinato. Ci si chiude in casa, si sta dietro uno schermo.


Vivere nella pancia dell’America è complicato, spiazzante, appassionante. È una fatica che stinge le giornate e al tempo stesso le accende di un’interrogazione costante. Il viaggiatore, scrive V.S. Naipaul in A Turn to South è “un uomo che definisce se stesso contro uno sfondo straniero”. Quando lo sfondo s’immobilizza nella routine, il gioco di rimandi diventa frenetico. È facile scivolare nel confronto costante fra noi e loro, ancora più facile chiudersi nella presunzione di una superiorità. Ma, come domanda un personaggio di Open City, “perché trasferirsi in un posto solo per dimostrare quanto si è diversi? E perché una società del genere dovrebbe darti il benvenuto?”.

Esco dal Gun Show con uno strano senso di pace. Detesto le armi e non ho cambiato idea, ma a guardarli bene questi spettri somigliano ai miei. Il razzismo, l’ineguaglianza, il suprematismo bianco, la xenofobia. Ho attraversato l’oceano ma alla fine, in qualche modo, mi sento a casa.

 


Da "http://www.doppiozero.com" Gun Show. Nella pancia dell’America di Daniela Gross

 

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Lunedì, 19 Marzo 2018 00:00

La solitudine non esiste

È successo che mi sono ritrovato all’improvviso in un cocktail party, in una casa sontuosa, con la servitù filippina (mi sono informato) che insisteva a darti da bere del vino stupendo dentro bicchieri bellissimi. Negli angoli, tutti gli angoli, per ogni tipologia di oggetto c’era un’intera collezione, affascinante. Dalle grandi finestre si vedeva persino una collezione di giardini, un parco suddiviso in tante parti ciascuna tipizzata con piante e arredi caratteristici. Alle pareti pezzi d’autore, di grandi autori. Un paio di opere già le conoscevo, dai libri. Qualche chiacchiera di nessuna consistenza con alcune delle tante persone, mi spostavo come stordito, l’arredamento era completato da un certo numero di volti piuttosto noti. Lo stordimento veniva soprattutto dallo sbigottimento per me stesso: che cosa diavolo ci facevo lì?

Me ne sono uscito – il vino era davvero buonissimo – ripetendo tra me che no, così non va, lì c’era troppo poca malinconia. C’è chi pare vivere in un continuum di serenità complessiva, in uno stato di appagamento globale. Persone che vivono come in un microclima ideale staccato dalla realtà che li circonda. Lì c’è il denaro che aiuta parecchio, ma le atmosfere interiori, si sa, hanno bisogno anche di molto altro. Ci vuole un’energia speciale per dimenticarsi del resto del mondo, cioè della vita altrui.

Altra cosa è vivere in una corrente continua di inciampi e ostacoli e fatiche che accomuna la gran parte della gente. Pochi possono rifugiarsi in un’isola felice, anche perché in quell’isola felice bisogna saperci stare, bisogna sapere come si fa a non empatizzare con gli altri, meglio, a empatizzare solo con se stessi. Per starci devi tagliare fuori il mondo, per l’appunto.

C’è una foto di Paolo Villaggio (qui) che nei giorni della sua scomparsa (3 luglio 2017) ha continuato a girare nelle diverse testate dell’informazione ed è poi diventata l’immagine di traino di un’intera collana dedicata ai suoi libri e film. È un’immagine dolcissima, in cui l’attore sembra rientrato in sé, dopo i tortuosi e pericolosi viaggi nello spettacolo, pare riunirsi con i suoi propri sentimenti profondi, la pietas, la misericordia, la semplicità. La sua capacità di esercitare il più lucido esame di realtà e di scatenare la più feroce torsione sarcastica sugli uomini ridicoli del nostro tempo, si sono sempre accompagnate (di sicuro anche grazie all’understatement genovese) alla sua timidezza più pulita, fatta di ritegno, di senso di giustizia e di misura. In quell’immagine c’è un sorriso appena affiorante da sotto la barba, lo sguardo è di un momento di gioia mite, di mansueto appagamento. E in quello sguardo, secondo me, c’è tutto Paolo Villaggio, non l’attore, ma proprio l’uomo, con la sua evidente grande intelligenza e capacità di gentilezza umana. Era la malinconia a marcare la sua percezione del mondo, ma della malinconia di Villaggio non si è parlato molto, anche se tutti l’hanno grandemente amata. Quello era il sentimento che lo qualificava. Le miserie e le pochezze dei suoi personaggi, le loro debolezze e fragilità, le imbranatissime esplosioni di vanagloria, tutto era come retto dal fil di ferro psicologico della sua malinconia. Il ridicolo del mondo raccontato con energia e tenerezza.

Già, la malinconia. La più mite delle due gemelle tristi, depressione e malinconia. Naturalmente si assomigliano, ma sono distanti nella loro diversa accezione del misterioso male da cui provengono. Freud provò a definirla in Lutto e malinconia (1917), ma senza disperdere completamente le zone nebbiose della sua natura. La depressione ti annichilisce, mentre la malinconia, come dice un noto dizionario, è “uno stato d’animo doloroso ma calmo, caratterizzato da una certa dolcezza” (Garzantilinguistica.it). Nel confronto serrato quotidiano che abbiamo con tutte le diverse entità esistenziali (aspirazioni e realizzazioni, malanni e rasserenamenti, debiti e risarcimenti…) sono le difficoltà che via via emergono che ti ricordano costantemente chi e dove sei. La malinconia in particolare, con la sua mitezza, ti ricorda che sei un essere pieno di storture e con poche facilità. Il malinconico non dimentica mai di essere appeso allo stesso filo che lo lega a tutti gli altri.

Il punto è che le nostre esistenze sono sempre più orientate verso comportamenti di distacco, di allontanamento. Persino i legami personali tendono a sottostare a delle (nuove) leggi che determinano le nostre relazioni ad ogni livello: sentimenti compresi. Il problema non è individuale, le singole persone vivono come possono i loro sentimenti. È il sentimento collettivo che va considerato. Un sentire collettivo che deve molto a una socialità che è nelle mani della rete anche nelle sue dinamiche più sofisticate.

In modo inquietante il sociologo americano Rob Horning ci racconta del rischio oggettivo di vedere compromesse le nostre capacità di autodeterminazione come individui, proprio come nelle distopie classiche della fantascienza. C’è qualcosa che ci sta scollegando, che si frappone sempre più tra noi e la nostra possibilità di osservarci e decidere come reagire alle situazioni della vita. Forse presto, dice Horning, “dovremo cercare rifugio in quell’evocazione del «beato isolamento della vita intrauterina» come lo chiamava Freud – il «totale narcisismo» del sonno, dove i nostri gadget non possono raggiungerci” (Facebook e la scomparsa del Sé).

Sembrano cose vecchie come il cucco, roba da Manoscritti economico-filosofici di Marx, fantasmi adorniani che ritornano, cibi già mangiati e stradigeriti. Eppure i ragazzi più giovani sembrano andare – e con una certa allegria – incontro a un destino di, passate l’iperbole, perdizione e assomigliano sempre più a quei pinetti senza radici prodotti (esagerato dire coltivati) per l’ espace du matin natalizio, quegli abetelli usa e getta, alberi in tutto e per tutto, performanti, che essendo pressoché senza radici quasi non si meritano di essere conservati, e di fatto sono destinati a morire subito, cacciati tra le ramaglie della discarica per lasciare il posto ad altri abetelli senza radici che verranno l’anno prossimo. Insomma, delle povere creature che sono solo la loro prestazione. Succede nella società della “libertà costrittiva”, dove lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato (Riccardo Panattoni, Una stanchezza che cura).

Ma noi abbiamo la malinconia, che è molto molto utile perché ti ricorda lo spleen della vita. Ben inteso: la malinconia dell’individuo è un dato biologico provocato da alterazioni del parenchima e del funzionamento del cervello che ancora non si riescono a spiegare, come ha mostrato Jean Starobinski nel suo fondamentale L’inchiostro della malinconia (Einaudi 2014). Ma che sia un sentimento “culturale” – e dunque sociale – è altrettanto plausibile: lo sapevano Dürer (Melancholia I, 1514), ma soprattutto Robert Burton che l’ha tematizzata con l’Anatomia della malinconia (1621). I romantici ne fecero un “valore”. Lo storico dell’arte Aby Warburg la incluse nel suo Atlante di Mnemosyne (1929). Però del “sole nero della malinconia” (Nerval) credo che Émile Durkheim abbia detto la cosa socialmente più rilevante:

“È erroneo credere che la gioia pura sia lo stato normale della sensibilità. L’uomo non potrebbe vivere se fosse completamente refrattario alla tristezza. Tanti dolori vi sono, cui ci si adatta solo amandoli e il piacere che vi si trova ha necessariamente qualcosa di malinconico. La malinconia è patologica soltanto quando prende troppo posto nella vita, ma è pure patologico che essa ne sia completamente esclusa… Ciò che è patologico per gli individui può essere normale per la società. La nevrastenia è una malattia dal punto di vista della fisiologia individuale; ma cosa sarebbe una società senza nevrastenici e malinconici? Essi hanno un ruolo sociale da svolgere.” (Il suicidio, 1897, trad. italiana Rizzoli 2014)

Quanta gioventù si trova chiusa nel cul-de-sac tra anestetizzazione social e le fatiche del vivere? In queste circostanze avverse a molti millennials capita troppo spesso di essere tristi non perché riflettono sui destini generali e sulla vita, ma perché le loro performances non sono abbastanza soddisfacenti, ed è così che si sottomettono a un’offerta per una domanda che non è la loro, e ricevono da qualcuno ciò che non hanno mai chiesto. Che gli (ci) stiano rubando l’anima per davvero?

Le analisi sul depauperamento cognitivo dei più giovani si sprecano (ormai le opere d’arte si spiegano con la realtà aumentata se no non le capiscono), c’è un concreto rischio che anche i ragazzi, i bambini, siano allevati – a prescindere dalle buone intenzioni dei genitori – per compiere una sola azione, per diventare esseri che, come i pinetti natalizi, mai cresceranno in un vero giardino equilibrato e stabile, addestrati (esagerato dire cresciuti, educati) a vivere a basse temperature culturali, a sangue freddo, senza la spinta di un calore umano necessaria a generare evoluzione.

Ora, se è vero che rischiamo un crescente e incontrollabile “distacco del nostro sé”, ciò che ci rimarrebbe sarebbe la sola forza muscolare da esercitare tra noi. Ci confronteremmo a suon di pulsioni, ci tireremmo addosso gli istinti. Se perdessimo la capacità di “intelligere”, di riflettere e giudicare i nostri comportamenti, ci resterebbe solo una rudimentale physis a guidarci nel produrre le nostre povere performaces quotidiane: faremmo violenze di ogni tipo, perseguiremmo soprattutto i primati sportivi, raggiungeremmo i target economici, saremmo tutti competitività-e-competitors, agiremmo con le sole quantità. E il distacco cinico proprio dell’economia regnerebbe sovrano. E il cinismo spezzerebbe il legame con la realtà.

Ecco perché abbiamo bisogno della malinconia: se il cinico spezza il legame con la realtà, il malinconico lo rinsalda. La malinconia qualifica il sentimento umano, in questo sta la sua forza. Paolo Villaggio lo sapeva.

La solitude ça n’existe pas diceva il focoso Gilbert Bécaud picchiando sulla tastiera e urlando quanto il mondo fosse idiota e non vedesse che la solitudine non esiste, la depressione non esiste, la malinconia non esiste. Prendeva in giro il mondo dei sicuri di sé, degli sbruffoni senza paura (magari futuri azionisti di Google o Amazon), di quelli che la solitudine e la malinconia sono cose da bambini frignoni, tutti quegli “eroi del sé” che sanno come si fa. Sei sempre tu quello che ci cade dentro, non loro. Era il 1969. Bécaud se ne è andato nel 2001, ma non la solitudine né la malinconia, e nemmeno quelli che le negano.

La prossima volta al cocktail party ci andrò, ma cantando a squarciagola

Peut-être encore pour quelques loups,
Quelques malheureux sangliers,
Quelques baladins, quelques fous,
Quelques poètes démodés.
Y a toujours quelqu'un pour quelqu'un,
Y a toujours une société.
Non, ce n'est pas fait pour les chiens,
Le Club Méditerranée.

La solitude, ça n’existe pas.

(La solitudine non esiste / Forse per qualche lupo / per qualche cinghiale inferocito / qualche buffone, qualche pazzo / qualche poeta fuori moda. / C'è sempre qualcuno per qualcuno, / c'è sempre una società. / No, non è fatto per i cani / il Club Méditerranée. / La solitudine non esiste.)


Da "http://www.doppiozero.com" La solitudine non esiste di Mauro Portello

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Non c’è nemmeno l’elettricità nella baracca che si è costruito con le sue mani. Mike ha messo una catena con un lucchetto per tenere chiusa la porta quando si allontana dalla sua stanza due metri per tre fatta di tavole, coperte e cartoni. “Non ho niente che si possa rubare e in fondo non me ne importa niente, entrino pure”, dice amareggiato in un perfetto inglese.

È nigeriano, ha 23 anni, è arrivato dalla Libia in Italia due anni fa, è stato trasferito in un centro di accoglienza in Sardegna, ma è scappato perché voleva raggiungere degli amici a Roma per lavorare. Nella capitale non ha trovato quello che sperava: un lavoro e una casa. Sta aspettando che la sua richiesta di asilo sia esaminata, ma intanto ha perso ogni diritto all’accoglienza, perché si è allontanato per più di tre giorni dal centro. Così è finito a vivere in una fabbrica abbandonata lungo via Tiburtina.

Nella struttura alloggiano 150 persone: il doppio rispetto a giugno del 2017 quando un altro capannone abbandonato della zona è stato sgomberato dalla polizia. Quello che sarebbe dovuto essere il distretto industriale di Roma, sulla via Tiburtina, si è trasformato in un quartiere fantasma tra sale giochi, cantieri stradali e capannoni abbandonati come quelli dell’ex fabbrica di penicillina Leo.

Espulsi dalla città
Decine di edifici industriali sono diventati un rifugio per le famiglie e le persone sole che hanno perso la casa o non ne hanno mai avuta una: c’è la tendopoli del Baobab in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, c’è l’occupazione dell’ex sede del quotidiano La Stampa, quella di “palazzo Sudan”, e poi Tor Cervara, via Vannina, via Fabio Costi. Una città ai margini della città, una dimensione invisibile di baracche e stamberghe senza elettricità, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Gli sgomberi avvenuti negli ultimi mesi hanno aggravato la situazione, costringendo molte persone rimaste senza casa a trovare rifugio nelle altre occupazioni già affollate.


Mike aveva saputo da alcuni amici che nella periferia orientale di Roma, oltre il carcere di Rebibbia – tra l’Aniene e il Grande raccordo anulare – avrebbe potuto trovare un letto per dormire. Quando è arrivato non riusciva a credere ai suoi occhi: un palazzo fatiscente su due piani, piccole costruzioni di fortuna – una a fianco all’altra all’interno dell’edificio – e sul retro un’enorme discarica abitata da topi enormi. Una scala esterna porta al secondo piano dove si apre un altro ambiente. Le costruzioni di legno si avvicendano in un serpentone, alla fine si apre uno spazio comune usato per cucinare e mangiare, dove ci sono un tavolo, delle sedie e perfino un divano.

Anche farsi da mangiare non è facile, perché i fornelli funzionano solo con le bombole del gas, così gli abitanti dell’occupazione si sono organizzati in una specie di gestione collettiva. Alcuni cucinano e distribuiscono i pasti a tutti gli altri. C’è anche un piccolo negozio al secondo piano che vende i beni di prima necessità, perché i negozi più vicini sono a qualche chilometro di distanza. Mike viene da una famiglia del ceto medio dello stato nigeriano del Delta, dove faceva il musicista. Dopo un passaggio traumatico in Libia è arrivato in Italia via mare, sperando di ricominciare la sua vita e poter studiare e lavorare. Ma ora, se potesse, tornerebbe indietro.

“Non trovo nemmeno una cosa positiva in questo paese, se solo ottenessi i documenti me ne andrei”, afferma. Tuttavia anche tornare indietro non è facile, non ha i soldi per l’aereo e ha paura di non trovare niente di quello che ha lasciato. Le giornate passano tutte uguali: al piano terra nell’enorme stanzone circondato dalle baracche alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco per riscaldarsi, la fuliggine e l’odore di fumo annebbia tutto. Una radio trasmette musica reggae. “A volte piango da solo nella mia stanza perché non vedo un futuro”, dice Mike.

Il fallimento dell’accoglienza
Dal novembre del 2017 l’edificio è presidiato da un’équipe di Medici senza frontiere (Msf) che arriva con un camper una volta ogni quindici giorni. “Abbiamo fatto diverse visite perché volevamo sapere se le persone hanno accesso ai servizi sanitari”, spiega Ahmad al Rousan, coordinatore del progetto. “Abbiamo capito che molti di loro non sanno di avere diritto all’assistenza sanitaria. Per esempio abbiamo avuto un ragazzo che si è completamente ustionato e non è andato al pronto soccorso nonostante le ustioni gravissime”, continua. “Oltre a questo edificio, stiamo monitorando tutto il territorio cittadino e a Roma stiamo documentando delle situazioni davvero critiche, dei veri e propri ghetti”, spiega Al Rousan.

Nel rapporto Fuori campo pubblicato l’8 febbraio, Msf denuncia una situazione diffusa di cattiva accoglienza in Italia che favorisce la nascita di ghetti e di aree disagiate in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, sia in contesti urbani sia in quelli rurali. Secondo il rapporto, sono diecimila le persone che vivono in queste condizioni con “limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Gli insediamenti informali sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.


Al livello legislativo, inoltre, Medici senza frontiere denuncia un processo in atto che tende a rendere l’accoglienza nei centri sempre più una concessione e non un diritto. “Tra aprile e luglio 2016 la Commissione europea ha presentato un intero pacchetto di proposte di riforma del sistema di protezione internazionale dell’Unione tese a rimodellare ogni aspetto della procedura di accoglienza”, scrive Msf nel rapporto. Per esempio l’accoglienza può essere ridotta o revocata se i richiedenti asilo non rispettano le regole del centro a cui sono stati assegnati.

“Già ora tra le persone che vivono in queste condizioni ce ne sono molte che sono state mandate via dai centri di accoglienza per futili motivi”, continua Al Rousan. L’espulsione dai centri alimenta una specie di circuito parallelo di insediamenti informali che ha dei fulcri storici nella penisola: i ghetti pugliesi della Capitanata e quelli calabresi, la provincia di Caserta, gli edifici occupati di Roma, a cui dal 2016 si sono aggiunti gli insediamenti informali sorti vicino alle aree di frontiera come Ventimiglia, Como, il Brennero, Udine e Gorizia.

Chi non ce la fa a passare la frontiera torna negli insediamenti informali, spesso spostandosi da una città all’altra in cerca di un lavoro. Nell’ottobre del 2017 il ministero dell’interno ha varato il Piano nazionale integrazione, che contiene indicazioni generali sulla questione abitativa dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ma non prevede lo stanziamento di risorse specifiche per favorire l’inclusione sociale.

Il problema della residenza
A Roma sono state censite più di cento occupazioni, alcune sono organizzate dai diversi movimenti di lotta per la casa. In questi insediamenti vivono almeno 600 richiedenti asilo e rifugiati, pari al 20 per cento degli occupanti, secondo il rapporto di Msf. Soprattutto negli ultimi cinque anni, le occupazioni hanno svolto un ruolo di decompressione rispetto alla carenza di posti nel sistema di accoglienza. Nelle occupazioni, italiani e stranieri spesso convivono e condividono gli stessi problemi.

Nell’ex sede dell’Inpdap occupata nel 2012, vivono circa 400 persone, tra le quali un centinaio di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Tra i residenti ci sono anche italiani. Le attività all’interno dell’edificio comprendono uno sportello di orientamento legale, corsi di italiano, laboratori di falegnameria, serigrafia e corsi di teatro in collaborazione con scuole del quartiere. Gli occupanti hanno anche sviluppato un progetto di accoglienza temporanea – dai 3 ai 12 mesi – che coinvolge quasi esclusivamente richiedenti asilo e rifugiati (dodici in tutto) inseriti in specifici percorsi di integrazione sociale, come corsi di formazione professionale.

Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. - Alessandro Penso, Msf Una donna marocchina con il figlio di tre anni nella ex sede dell’Inps di viale delle Province a Roma, settembre 2017. (Alessandro Penso, Msf)
Anche nella ex sede dell’Inps di viale delle Province, occupata nel 2012, tra i circa 500 occupanti vivono poco meno di cento tra richiedenti asilo e titolari di protezione. Insieme a palazzo Selam e a palazzo Naznet – le due occupazioni storiche di rifugiati provenienti dall’Eritrea e dal resto del corno d’Africa, la cui popolazione si è ulteriormente ingrandita dopo lo sgombero di piazza Indipendenza dell’agosto 2017 – l’edificio è inserito nella lista dei siti da sgomberare in via prioritaria inclusa nella delibera numero 50 del 2016 dell’ex commissario straordinario Tronca.

Nel “palazzo Sudan” vivono un centinaio di rifugiati sudanesi, che erano stati sgomberati dall’”hotel Africa”, un altro insediamento informale vicino alla stazione Tiburtina. La struttura è stata finanziata nel corso degli anni da programmi di accoglienza pubblici. Quando sono finiti i fondi, i rifugiati sono rimasti nella palazzina senza alcuna forma di intervento dello stato. Negli ultimi mesi, la fornitura di gas è stata tagliata e l’erogazione di energia elettrica ridotta.


“La cronica carenza di posti in accoglienza e gli sgomberi in assenza di soluzioni abitative alternative stanno determinando il moltiplicarsi di insediamenti spontanei, in edifici abbandonati lontani dal centro, dove l’invisibilità si accompagna a condizioni di vita di assoluto degrado, con uomini, donne e minori che non riescono ad accedere ai beni più elementari”, scrive il rapporto. Uno dei problemi principali è la difficoltà a ottenere la residenza anagrafica in base al cosiddetto decreto Lupi (il decreto legge 47 del 2014) sull’emergenza abitativa. La mancanza di questo requisito implica la difficoltà ad accedere a molti servizi di base come le cure mediche presso il servizio sanitario nazionale.

Dal marzo del 2017, l’amministrazione comunale di Roma ha deciso di usare la residenza anagrafica fittizia di via Modesta Valenti, già usata per i senza dimora, anche per i migranti presenti negli insediamenti informali. Ma il rapporto Fuori campo di Msf denuncia che l’applicazione della delibera resta discrezionale e non funziona allo stesso modo in tutti i municipi della città. “Le principali differenze riguardano non solo i tempi per il rilascio della residenza, ma anche le modalità di accesso e l’elenco dei documenti richiesti”. Di recente la questura di Roma ha cominciato a chiedere la residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, provocando una situazione in cui i migranti rimangono ingabbiati nella burocrazia, senza possibilità di riuscire a ottenere nessuno dei due documenti.

 


Da "https://www.internazionale.it/" Fuori campo, perché i migranti finiscono nei ghetti di Annalisa Camilli 8/02/2018

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Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità.


Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.


Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo
Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

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Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

I lavori del futuro

Sempre più spesso si parla di automazione industriale, intelligenza artificiale e del loro impatto sul mercato del lavoro. Le numerose opinioni divergenti sul tema ci permettono di comprendere la portata di un fenomeno dominato da un'inedita accelerazione tecnologica, i cui esiti sono necessariamente incerti.

L'obsolescenza del lavoro umano e la conseguente minaccia di una massiccia disoccupazione che si delineano in questo quadro rappresentano una realtà che affronteremo nei prossimi anni, alla quale la società sarà chiamata a rispondere.

Se da una parte il progresso permette l'ottimizzazione dei processi di produzione industriali e il miglioramento delle condizioni di lavoro, rendendolo più dignitoso, dall'altra esso comporta notevoli cambiamenti sia all'interno che all'esterno delle realtà aziendali in cui dispiega il suo potenziale. Il rischio è che un numero significativo di persone venga lasciato indietro.

Secondo un rapporto del World Economic Forum dello scorso anno, l'era delle macchine che imparano determinerà una perdita globale netta di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L'autore e futurologo americano Martin Ford ha affermato la necessità di un ripensamento del sistema economico e dell'introduzione, in una società futura minacciata da stagnazione e disoccupazione dilagante, di un reddito minimo garantito per tutti.

Quest'ultima soluzione è stata proposta anche da Elon Musk, prospettando un futuro in cui si dovrà lavorare meno e ci sarà più tempo libero.

In un panorama occupazionale in cui sempre più professioni saranno sostituite da tecnologia e robotica, oltre la metà di esse nei prossimi 20 anni secondo una previsione effettuata del 2013 da un gruppo di economisti della Oxford University, la riqualificazione dei lavoratori rappresenta la chiave di volta di ogni possibile equilibrio concepibile.

Sicuramente, infatti, i mutati contesti produttivi comporteranno l'emergere di nuove figure professionali, un rapporto della società di consulenza Cognizant Technology Solutions prova ad anticiparne alcune: Data Detective, Ethical Sourcing Manager, AI Business Development Manager e Man-Machine Teaming Manager tra i lavori che compariranno entro i prossimi cinque anni. Altri, tra cui Personal Data Broker e Genetic Diversity Officer, faranno la loro comparsa entro i prossimi dieci.

In questo clima d'incertezza, quello che sembra potersi ravvisare è la necessità di trovare nuovi modelli d'inclusione, nuove soluzioni in grado di creare valore, mettendo l'individuo al centro e collegando la propria attività ad obiettivi di sviluppo sociale, come Social Economy e Social Entrepreneurship insegnano.

L'umanità, che per definizione è prerogativa esclusiva delle persone, è l'unica via verso un futuro mission-driven che incontri il profitto passando attraverso il dialogo.

In fin dei conti, sono le scelte che compiamo a determinare se saremo sostituibili.


Da "http://www.huffingtonpost.it/" I lavori del futuro di Oliver Page - 08/01/2018

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I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

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